(da "La Nona Campana", aprile 1991)
Ecco a voi alcuni brani tratti dal libro "La peste del 1630 a Busto Arsizio",
di Franco Bertolli ed Umberto Colombo, riedizione
commentata della "Storia" di Giovanni Battista Lupi (Biblioteca Reale
di Copenaghen), ed. Comune di Busto A.- Bramante Editrice, 1990, pp. 450.
La cronaca del Lupi comprende, oltre la peste,
fatti dall'anno 1629 al 1642. La cronaca secentesca e il commento presentano
diversi riferimenti a Lonate: nei documenti di appendice compare (doc.C 47), per
la prima volta in trascrizione integrale, la relazione del curato Comerio di
Lonate sull'invasione franco-sabauda del 1636 e sulla battaglia di Tornavento.
La maggior parte del volume spetta a Franco
Bertolli. Umberto Colombo, docente ordinario di letteratura moderna e
contemporanea nelle sedi di Milano e Brescia dell'Università Cattolica,
direttore della rivista di letteratura "Otto - Novecento", segretario
del Centro Nazionale di Studi Manzoniani, cura nel volume i raccordi e le
somiglianze tra la cronaca secentesca bustese ed il romanzo manzoniano dei
Promessi Sposi nelle varie redazioni.
Spesso intrecciata alle guerre, sempre preceduta da carestia,
arrivava la peste, in un contesto carente di igiene. Mediamente una epidemia
ogni cinquant'anni. Quella del 1629-32 fu una strage, se è vero che ridusse
l'Italia da 14 a 11 milioni di abitanti. La portarono, come noto, dalla Svizzera
attraverso la Valtellina i soldati che l'imperatore Carlo V mandò nell'estate
1629 ad assediare Mantova ribelle. Il percorso delle truppe - Valsassina,
Lecchese, fiume Adda ecc. - fu la prima fascia del Ducato di Milano investita
dal contagio, già ad ottobre. A diffondere la peste concorsero anche i
mercanti, perché per varie ragioni le autorità locali tardarono a bloccare i
commerci.
Febbri altissime, bubboni paonazzi alle ascelle, all'inguine,
alla poppe, vomito, delirio erano manifestazioni comuni di quel male, ma gli
stessi medici tendevano ad interpretarle come sintomi di altri morbi, tanto era
temuta da sempre la peste. Finalmente, il numero sempre crescente dei decessi
convinceva tutti sulla qualità del contagio e la parola proibita poteva
circolare. Allora le autorità, con ritardo funesto, rendevano obbligatorie
procedure vecchie di secoli, di efficacia limitata, certamente sgradite e perciò
praticabili soltanto con l'aiuto del braccio militare: si chiudevano porti e
mercati, si ponevano guardie agli ingressi delle città e dei villaggi, gli
infetti venivano stipati come bestie nelle capanne dei lazzaretti, i sospetti
venivano serrati in casa per una o più quarantene, si procedeva alle
"purghe" forzate delle abitazioni e della roba. Così metà degli
appestati moriva in pochi giorni, gente di ogni età, più i poveri che i
ricchi, perché fame e sporcizia convivevano abitualmente con i poveri.
Dopo la Valsassina e la Ghiaradadda il contagio, nel tardo
autunno, raggiunse Saronno, mercato importante su strade importanti. A Busto
Arsizio, borgo di trafficatori, la peste arrivò a febbraio del 1630. Ma
soltanto con grida del 23 marzo il Tribunale milanese della Sanità sospese
Busto, Saronno e i villaggi di contorno dal commercio universale. A metà di
aprile furono sospesi Cantù e dintorni. Nella città di Milano, dove i medici
ancora litigavano se fosse o non fosse peste, i decessi salirono a 50 al giorno
in aprile, per diventare 1.000 al giorno in luglio e agosto. A fine maggio
Legnano era appestata. A mezzo giugno furono sospesi Desio, Monza, Mergozzo sul
Verbano, Domodossola con le sue valli. Il 12 luglio la peste era già entrata a
Buscate, il 25 luglio si riscontrava in Gallarate. Nel secondo semestre del 1630
si diffuse nella Valle Olona, nel Gallaratese, nel Novarese. Le fonti del tempo
totalizzano i decessi, fornendo dati a prima vista gonfiati, eppure verosimili,
raggelanti se si tiene conto della popolazione di allora, quando la città di
Milano contava 15.000 abitanti, i borghi più importanti del ducato contavano
mediamente 3.000 abitanti, i villaggi mediamente 500 abitanti. Nel 1630 Saronno
perse metà della popolazione, Busto Arsizio 1.000 su 3.000 abitanti, Legnano
700, Gallarate 425, Cedrate 110, Samarate 80, Villa Cortese 300 su 450 abitanti;
di là del Ticino, Oleggio perse 1.000 dei 4.800 abitanti, Bellinzago 60 su
1.400.
Dopo la pausa invernale la peste riprese, talora più
violenta, nel 1631. Dalle fonti escono altri 500 morti per Busto, 200 per
Legnano, 180 per Gallarate, 100 per Cardano, 115 per Oleggio, 120 per Bellinzago;
Samarate e Verghera sarebbero stati dimezzati. Il Tribunale di Sanità
"liberò" Milano e il ducato ai primi di febbraio del 1632, ma casi
sporadici di peste si riscontrarono ancora qua e là nelle settimane successive.
Quale la sorte di Lonate? La peste lo ferì, ma non si sa con
quale incidenza perché manca in parrocchia il registro dei morti di quegli
anni.
Il 28 aprile 1630 Lonate era ancora immune dal contagio se,
raccolte elemosine nel borgo, un gruppo ristretto di lonatesi guidato dal
cavalier Francesco Della Croce poteva recare a Busto appestata un soccorso,
giudicato "honorevole", di 2.400 uova e di due carri di paglia.
Nell'autunno del 1630 Busto, dove il furore della peste era sbollito, ricambiava
la gentilezza, mandando a Lonate appestata chirurghi, monatti, aiuti per la
"purga" delle case e della roba. Sono notizie che si leggono alla
Biblioteca Reale di Copenaghen in una storia della peste di Busto scritta da un
testimone, il canonico Lupi. Negli atti del notaio Pompeo Perotta attivo a
Lonate, i testamenti di persone infette o sospette di peste decorrono dal mese
di agosto del 1630, ma nel registro parrocchiale dei battezzati si legge di
"suspetto di peste" già a luglio.
Nelle epidemie del secolo precedente gli appestati di Lonate
venivano raccolti appena fuori dell'abitato, presso ]'oratorio dei santi Rocco e
Sebastiano, ricostruito più grande nel 1663 sotto il titolo di Madonna delle
Grazie. Nell'anno 1630 si pose invece il lazzaretto in aperta campagna, presso
l'oratorio di San Giovanni, equidistante da
Lonate e da Tornavento, quasi a suggerire che il contagio colpiva anche nelle
cascine popolose di Tornavento e della Maggia,
appartenenti alla parrocchia di Lonate. Lazzaretto, termine ambivalente, era
ospizio e cimitero: accanto al ricovero degli appestati, in genere capanne di
paglia con giaciglio sulla nuda terra, erano le fosse per chi di peste moriva. Il
lazzaretto lonatese accolse anche forestieri: in ottobre 1630 gli appestati di
Ferno, secondo il registro dei morti della vicina parrocchia; in dicembre una
donna di Castellanza. Capanne di paglia e tuguri improvvisati facevano corona
all'oratorio, piccolo e cadente.
I lasciti disposti dai morenti - delle famiglie Sacconaghi,
Cucchi, Garattti, Fracisco, Piantanida ecc. - e la venerazione devota dei
sopravvissuti occasionarono la ricostruzione di San Giovanni in dimensioni
maggiori. Nel 1639, core si apprende dagli atti e decreti di un visitatore
ecclesiastico, la cappella presbiteriale era già rifatta più grande, rimaneva
da ricostruire la navata; il visitatore ordinava di recingere con muro e
pilastrini tutta l'area cimiteriale "dove molti erano stati sepolti durante
la peste". I lavori desiderati si fecero, anzi si fece di più. Fra il 1668
e il 1722, con l'aiuto determinante dei Parravicino di Tornavento che vi
lasciarono ben visibile lo stemma familiare, la cappella fu abbellita con
dipinti a fresco e su tela di fattura discreta, ma senza riferimenti
iconografici alla peste, stando a quanto si riesce a leggere nelle fotografie
scattate trent'anni fa prima che la chiesa venisse abbattuta.
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