10 giugno 1940...

di Ignazio Rana


Premessa: 10 giugno 1940, il Duce non si affaccia al balcone

Come ormai tutti sanno, dal balcone in questione il Duce annunciò l'entrata in guerra della Nazione al fianco della Germania. Come finì tutti lo sanno.
Ma se da quel balcone non si fosse mai affacciato a dare quell'annuncio, quali scenari si sarebbero verificati? Quale evoluzione avrebbero avuto i successivi avvenimenti?
In questa ucronia tenterò di illustrare cosa sarebbe potuto verificarsi se l'Italia non fosse entrata in guerra a fianco della Germania.

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Europa centrale, 1 settembre 1939

Alle 04. 45 l'incrociatore corazzato Schleswig-Holstein apre il fuoco sulla baia polacca di Westerplatte. Subito dopo la Wehrmacht invade la Polonia. Il 3 settembre Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. E' la seconda guerra mondiale. Il 17 dello stesso mese la guerra inizia anche per l'Unione Sovietica. L'Italia, invece, pur avendo aderito al Patto d'Acciaio, conscia della propria inferiorità militare e industriale, restava per il momento a guardare. Alcuni giorni prima, sul finire di agosto, forse rendendosi conto del cattivo affare fatto coi tedeschi, il governo aveva inviato loro una lista enorme di materiali di cui aveva bisogno la Nazione per poter entrare in guerra senza sfigurare a fianco dell'alleato, forse nella speranza di vedersela rifiutare e potersene uscire, o almeno procrastinare il più possibile, l'entrata in guerra. Nel frattempo, volendo salvare la faccia, si coniò la formula della “non belligeranza”, che voleva dire tutto e non voleva dir niente.

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Fronte occidentale, maggio-giugno 1940

Mentre l'Italia non belligerante si prepara alla guerra, la Storia segue il suo corso. Il 10 maggio Hitler invade la Francia, il cui esercito era considerato il migliore d'Europa. Dopo otto mesi di guerra seduta, adesso si fa sul serio. Nel frattempo è stata invasa la Norvegia, i tedeschi hanno passeggiato in Danimarca e adesso assieme a Belgio e Olanda, è la volta della Francia. Ma anche qui la Wehrmacht è un rullo compressore . Gli anglofrancesi sono asserragliati sulle spiagge di Dunkerque che aspettano l'evacuazione in Gran Bretagna e una nuova arma , i paracadutisti di Kurt Student va ad arricchire l'arte della guerra.

Nessuno al momento sembra aver dubbi sulla vittoria della Germania, è ciò fa tornare l'appetito guerresco all'Italia non belligerante. Se la parte filo tedesca o Acciaisti vuole senza indugio correre in soccorso del vincitore, la parte neutralista o attendista , capeggiata dal genero del Duce il conte Ciano, assieme a personalità come Grandi, Bottai, Balbo ha i suoi motivi, se non di mantenere la non belligeranza, almeno di procrastinare il più possibile l'entrata in guerra. E sono motivi fondati. L'impreparazione militare, un apparato industriale che non tiene il passo con una guerra che sta diventando sempre più tecnologica, la Gran Bretagna non ancora sconfitta ed il sempre più probabile intervento degli Stati Uniti. Senza contare le ripercussioni che potrebbe subire la numerosa comunità italiana lì presente e la difficoltà di approvvigionamento e difesa delle colonie più lontane. Ma la parte interventista riesce a prevalere e, il 10 giugno si decide, in una riunione segreta, che la guerra sarà dichiarata il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma.

Caduta la Francia, iniziano le incursioni sull'Inghilterra prologo all'operazione Leone Marino, lo sbarco in Gran Bretagna. Le incursioni durano fino a settembre, per poi concentrarsi su Londra. Ma la Gran Bretagna resiste, la Luftwaffe non riesce a venire a capo all'ostinata resistenza britannica e, anzi, tra il 25 e 26 agosto la RAF compie la prima incursione su Berlino. L'operazione Leone Marino viene rinviata sine die e alla metà di ottobre le truppe tedesche lasciano i punti d'imbarco sulle spiagge francesi.

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Roma, settembre-ottobre 1940

In Italia a volte succede che un segreto non resti tale a lungo. Nonostante la segretezza della riunione del 10 giugno, la notizia trapela nelle cancellerie delle nazioni non ancora coinvolte o non ancora occupate dalla Wehrmacht. Ed iniziano i contatti diplomatici. Gli Stati Uniti fanno capire che, nonostante la neutralità, non possono chiudere gli occhi e lasciare i cugini britannici alla mercè di Hitler, i britannici cominciano a rinforzare le difese egiziane e far affluire truppe in Kenia e Somalia britannica, circondando, di fatto, l'Africa Orientale Italiana. I greci, non si sa mai, cominciano la mobilitazione e firmano un' accordo di mutuo soccorso con gli inglesi. Nel contempo tutti cercano l'amicizia dell'Italia, non essendo a conoscenza, come i tedeschi della realtà circa la sua preparazione militare. Preparazione che non migliora ad ottobre e così, visto che la Gran Bretagna resiste, la guerra che doveva durare poche settimane dura ormai da un anno, la Germania non è così invulnerabile come sembrava, egli Stati Uniti cominciano a mandare messaggi subliminali, viene deciso un secondo rinvio alla primavera del1941. Dopodichè, si legheranno i destini dell'Italia a quello dell'alleato germanico.

Ma l'alleato germanico sembrava non aver urgente bisogno dell'Italia, o meglio non aveva bisogno di un esercito a cui fare da balia. E così, passò l'inverno del 1940.

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Aprile-maggio 1941

Il 6 aprile i tedeschi invadono la Jugoslavia, campagna che si conclude in pochi giorni e pochissime perdite, quindi , con l'operazione Marita, proseguono per la Grecia. Entro la fine del mese, le operazioni sul continente hanno fine. Ma con l'invasione dei Balcani venivano toccati gli interessi italiani in quella regione e, nonostante le proteste del nostro ambasciatore a Berlino, la questione venne liquidata come un affare interno della Germania. Questo venne considerato come un tradimento da parte dell'alleato tedesco, e provocò, con grande sollievo dell'ala neutralista del regime, un allontanamento da quest'ultimo. L'Italia faceva buon viso e cattivo gioco. Restava nel patto d'Acciaio, ma nel frattempo trescava contro. Ma i tedeschi ancora una volta dimostrarono che dell'Italia non avevano alcun bisogno. Almeno per ora.

Il 22 giugno la Wehrmacht da inizio all'operazione Barbarossa. 3. 500. 000 uomini, 3300 carri armati e 7700 aerei affrontano l'Armata Rossa nella più vasta operazione militare di tutti i tempi. L'inizio sembra promettere bene. In meno di un mese, i sovietici hanno perso 40 divisioni e lamentano 300. 000 prigionieri . In Italia l'ala interventista rialza la testa , ma, interpellati gli alleati tedeschi sulla possibilità di un invio di un corpo di spedizione al loro fianco, rispondono, in buona sostanza, di ripassare quando l'Italia si sarà dotata di un vero esercito, con mezzi e, soprattutto, comandanti all'altezza. Ingoiato il rospo, e facendo di necessità virtù, per non perdere la faccia, il duce dichiara che l'Italia “pur non combattendo ancora, tiene impegnate attorno ai suoi possedimenti, ingenti forze nemiche all'alleanza , distogliendole da altri fronti, ed contribuendo così alla vittoria finale”. Che qualcuno vi abbia creduto o no, era tempo guadagnato dall'ala neutralista.

Intanto la guerra va avanti. I tedeschi vengono bloccati alle porte di Mosca, i sovietici lanciano la prima controffensiva che respinge la Wehrmacht, ormai sfibrata da mesi di combattimenti, di decine di chilometri , richiamando i tempi della ritirata napoleonica. In estremo oriente, dopo Pearl Harbour, l'America entra nel conflitto e ciò fa tramontare definitivamente i sogni guerreschi dell'Italia. Ora il problema maggiore diventa un altro. Uscire dal Patto d'acciaio, cosa non facile.

I tedeschi, benché siano entrati nel terzo anno di guerra, sono ancora una potente macchina bellica. Hanno ancora riserve abbondanti(in questa ucronia, l'intervento tedesco in Nord Africa non ha avuto luogo, non essendo ancora entrata in guerra l'Italia, con notevole risparmio di uomini e mezzi), gli americani hanno bisogno di tempo per schierarsi in Europa e la Gran Bretagna ha gran parte delle sue forze armate nell'estremo oriente, riuscendo, in Europa, solo a controbattere agli attacchi Tedeschi, magari qualche bombardamento sulla Germania, ma nulla più. Il resto delle Nazioni, sotto il tallone di Hitler.

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1942, Febbraio - marzo

L'invio di consistenti riserve, richiamate dai Balcani e dalla Germania ha stabilizzato la situazione sul fronte orientale. La Germania riprende l'iniziativa strategica ma i sovietici resistono. Sulle città Tedesche, i bombardamenti aumentano di intensità e qualcuno comincia a mettere in dubbio la vittoria finale della Germania. In Francia e nei paesi occupati la Resistenza è sempre più audace e le rappresaglie sono all'ordine del giorno. In Italia sembra che il pericolo di un coinvolgimento bellico si stia allontanando e un cauto ottimismo comincia ad insinuarsi nell'opinione pubblica. Ma una nota dall'ambasciata d'Italia a Berlino ha l'effetto di una doccia gelata . Benchè ancora forti, anche i tedeschi cominciano ad essere in affanno sul fronte orientale. E si sono ricordati che hanno un alleato nel patto d'Acciaio. L'incontro avviene a Bolzano, tra i ministri degli esteri, della guerra e i vertici militari dei due Stati, agli inizi di marzo. Si discute dell'entrata in guerra dell'Italia, la quale porta a conoscenza la propria situazione, che, pur migliorata, non consente di impegnarsi prima di un anno. I tedeschi cominciano a farsi l'opinione, per altro non del tutto errata, di un tentativo di svincolarsi degli italiani dagli obblighi contratti. Minacciano molto velatamente, e questo è recepito dagli italiani ma, impegnati su più fronti, altro momentaneamente non possono fare, e anche questo gli italiani lo hanno capito. Il tutto si conclude sostanzialmente con un nulla di fatto. Un altro anno di respiro.

Mentre l'Italia sta alla finestra domandandosi se e quando, ma soprattutto con chi, schierarsi, il mondo va a fuoco. Nel Pacifico i nipponici, dopo una impressionante serie di successi, vengono fermati alle Midway e contrattaccati a Guadalcanal, l'Europa è un campo di battaglia. A Dieppe il 18 agosto vi è un'incursione in forze da parte di truppe del Commonwealth prontamente stroncata dalle truppe tedesche. . In Russia l'iniziativa strategica è in mano ai tedeschi, che grazie alle riserve fatte affluire durante la primavera, dirigono verso Stalingrado . Da lì, poi, dirigeranno versi i pozzi di petrolio del Caucaso.

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Operazione Götterdammerung

Mentre in Russia la Wehrmacht avanza verso Stalingrado e i pozzi del Caucaso, torna d'attualità l'Operazione Götterdammerung. Progettata per il febbraio del 1942, e rinviata sine die per necessità di riserve sul fronte orientale dopo il contrattacco sovietico del dicembre precedente, consisteva in tre distinte operazioni minori nel Mediterraneo. L'operazione Hercules , ovvero la conquista di Malta, l'Operazione Minosse, e cioè la presa di Cipro. Queste due operazioni dovevano preparare il terreno ad una operazione più grossa, l'Operazione Radames, ovvero l'occupazione dell'Egitto. Con la presa di Malta, si prende una base aeronavale britannica in un punto strategico nel Mediterraneo e si bloccano i rifornimenti all'Egitto. Successivamente si neutralizzano le basi britanniche di Cipro, dando contemporaneamente un segnale alla titubante Turchia, e isolato l'Egitto, si da avvio all'operazione Radames. Prendere l'Egitto significa prendere il canale di Suez e dirigersi verso i pozzi di petrolio mediorientali, dove troverebbero l'appoggio delle popolazioni che mal sopportano la dominazione britannica. Quindi, una manovra a tenaglia a congiungersi con le truppe tedesche nel Caucaso. Addirittura Radames diventava superflua qualora la Turchia avesse deciso di entrare in guerra a fianco dei tedeschi. . Ma la Turchia nicchiava.

L'operazione, nel suo complesso era forse realizzabile come numero di uomini ma sussisteva il problema delle basi di partenza. Infatti, se al momento delle riserve potevano essere distolte dai vari fronti di guerra, rimaneva il problema di dove dislocare le truppe per l'invasione di Malta. La Sicilia, ovviamente, stante la non belligeranza dell'Italia non era utilizzabile, la Corsica e la Provenza, appartenevano ad uno stato sovrano, pur se uno stato fantoccio nelle mani dei tedeschi. Mentre la diplomazia tedesca trattava col governo di Vichy per la cessione di alcune basi corse, si riprese a sondare le intenzioni dell'Italia. Se non il suo esercito, almeno che avessero a disposizione la Sicilia. E dopo mesi di abboccamenti e rinvii, venne il giorno della resa dei conti.

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Italia, marzo-settembre 1943

Mentre in Italia si tergiversava, arriva il 1943 e con esso la disfatta di Stalingrado. Preso dalla Operazione Götterdammerung e confortato dalla buona riuscita delle operazioni estive attorno a Stalingrado, l'OKW fece l'errore strategico di stornare truppe da quel fronte per destinarle al teatro del Mediterraneo. La disfatta era costata alla Germania un numero enorme di uomini e materiali per cui, adesso, l'apporto dell'Italia cominciava ad essere fondamentale. Il cui esercito era diventato, agli occhi dei tedeschi, improvvisamente degno di marciare al loro fianco verso la vittoria finale!Non si poteva rimandare all'infinito. Messa con le spalle al muro, l'Italia acconsente ad inviare una delegazione a : Berlino. L'incontro avviene, in un clima di diffidenza , all'inizio di marzo e la delegazione è guidata dal conte Ciano, notoriamente antitedesco. Si concorda l'entrata in guerra entro l'8 settembre dello stesso anno, e l'Italia parteciperà all'operazione Götterdammerung con un nutrito contingente di uomini e mezzi, oltre che mettere a disposizione le basi aeronavali siciliane. S'impegna anche ad invadere la Somalia britannica e fornire un corpo di spedizione in Russia in data da concordare. E' la vittoria dell'ala filotedesca. Si decide di mantenere il massimo segreto sulla preparazione alla guerra. Intanto si comincia a trescare per trovare una soluzione al problema. Comunque sarà la guerra, questo è inevitabile. Qualsiasi decisione si prenda, sarà la guerra.

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Roma. 25 luglio, seduta del Gran Consiglio del Fascismo

Le manovre tra i neutralisti ormai duravano da diversi mesi, coinvolgendo anche il Re. Si doveva discutere l'ordine del giorno che doveva mettere in minoranza il Duce, tornato nel frattempo interventista, ed i filo tedeschi. Se il Re manteneva i patti, il capo del governo sarebbe diventato Dino Grandi(nella nostra Time Line l'incarico viene dato a Badoglio) , gli avversari sarebbero stati messi, cautelativamente, agli arresti domiciliari e, per presentarsi sotto una miglior luce alle altre Nazioni, oltre ad un rimpasto di governo con alcuni esponenti dei partiti antifascisti moderati, avrebbero abolito le leggi razziali, reintegrando i danneggiati da tali leggi nei titoli e proprietà. Quindi, rinnegare il Patto d'Acciaio e dichiarare al mondo un'impossibile neutralità. Le fortune della Germania sembravano declinare e, se guerra doveva essere, almeno che fosse guerra dalla parte giusta! Nel frattempo procedevano i preparativi militari. “Turisti” tedeschi, ovvero militari in borghese col compito di osservatori, verificavano i preparativi dell'Italia e affinavano strategie. Benchè non vi fosse molta fiducia, niente lasciava supporre ciò che si sarebbe verificato da li a poco. Avuta la disponibilità, secondo l'accordo di Berlino, delle basi aeronavali siciliane, ulteriori richieste presso il governo di Vichy per le basi corse non ebbero più luogo. Un errore del quale, di lì a qualche mese, i tedeschi ebbero modo di pentirsene.

E si arriva alla sera del 24 luglio.

Alle 17 del 24 luglio ha inizio la seduta, l'ultima , del Gran Consiglio. Durerà fino alle 02: 30 del giorno dopo, quando, con 20 voti a favore, 8 contrari ed un astenuto(In quest'ucronia vota anche Balbo che, non essendo l'Italia entrata in guerra, non è stato mai abbattuto dal fuoco amico e dunque non è morto), la mozione di Grandi viene approvata. Il mattino seguente, il Duce si reca dal Re che gli toglie l'incarico mentre, durante la mattinata, da militi fedeli ai congiurati, vengono arrestati i filo tedeschi. E come da programma, capo di governo diviene Grandi. Per non destare sospetti, non vengono subito abrogate le leggi razziali ed iniziano i primi cauti approcci con i rappresentanti dei partiti antifascisti moderati. Ma nonostante la segretezza mantenuta, il cambio della guardia non poteva passare inosservata. Mancavano solo quarantacinque giorni all'8 settembre, quarantacinque giorni alla guerra.

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Cassibile, 3 settembre 1943

Nessuno in Italia si illudeva che staccarsi dai tedeschi significava la guerra. Ragion per cui la diplomazia italiana iniziò dei con gli alleati occidentali, che portarono all'incontro segreto di Cassibile, il 3 settembre . L'Italia ripudiava l'alleanza con i tedeschi e si impegnava a fornire basi e truppe qualora venisse attaccata, cosa pressoché sicura. Insomma, entrava in guerra a fianco degli alleati. Nel contempo aboliva le leggi razziali ed apriva ai partiti antifascisti moderati. Ma l'intelligence tedesca non dormiva. Informazioni giornaliere giungevano sui tavoli dell'Abwehr che, tassello dopo tassello, ricostruivano le mosse ed i piani segreti dell'ormai ex alleato. E si preparavano di conseguenza.

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Roma, 8 settembre 1943

Alle 19: 42 dell'8 settembre Grandi, capo del governo, dette alla radio il seguente annuncio:

« Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare a mantenere l'alleanza con la Germania, con l'intento di risparmiare alla Nazione le sciagure della guerra, ne ha chiesto l'autorizzazione al disimpegno al Gran Consiglio del Fascismo, alla Camera delle Corporazioni , al Senato ed alle principali istituzioni. La richiesta è stata accolta. Di conseguenza, ogni manovra delle nostre forze armate che potrebbero essere interpretate come preparativi alla guerra, devono cessare in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi provenienza. »

Era la dichiarazione di guerra che la Germania si aspettava.

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9 settembre 1943 - 2 maggio 1945

Alle 07: 50, ha inizio l'operazione Achse, il piano di invasione dell'Italia. Un Hitler furioso lanciò contro l'ex alleato venti divisioni che dal Brennero, Tarvisio e Trieste si riversarono in Italia. Altre operazioni nell'Egeo dove, grazie allo stanziamento di truppe in vista dell'abortita operazione Götterdammerung, il Regio Esercito resse egregiamente all'urto. Pur non essendo una poderosa macchina da guerra, aveva comunque fatto progressi durante gli anni di non belligeranza, quel tanto che bastava a reggere l'urto della Wehrmacht, almeno fino all'arrivo dei rinforzi promessi dagli alleati. Ma, per difficoltà logistiche, il loro schieramento avveniva piuttosto lentamente. Alcuni ridotti contingenti sbarcarono a Napoli e Salerno il 9 settembre, il giorno dopo a Taranto. Nelle settimane successive gran parte dei rinforzi erano sbarcati, ma nel frattempo i tedeschi dilagavano in Val Padana e puntavano verso Roma.

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Il Re si allontana

Sui tavoli del SIM era arrivato un dispaccio che parlava di uno sbarco di paracadutisti tedeschi attorno a Roma, volte a creare una testa di ponte per successivi invii di uomini e materiali. Era anche, stando al dispaccio, programmato uno sbarco sul litorale romano, entro i primi di ottobre. Ragion per cui, al fine di preservare l'augusta persona del Re, i servizi segreti consigliarono al sovrano di allontanarsi assieme alla famiglia, consiglio prontamente accolto. E così, alla fine di settembre, il Re, col suo numeroso seguito, approdò a Napoli.

Il piano tedesco non era poi così campato in aria. Per realizzarlo, però, aveva bisogno delle basi avanzate in Provenza e, soprattutto, in Corsica.

Resisi conto dell'errore strategico fatto alcuni mesi prima, i tedeschi ripresero le trattative col governo di Petain, che oppose un netto rifiuto alle pretese tedesche. Provocando ad arte incidenti di frontiera , i tedeschi invasero anche la Francia di Vichy allargando ulteriormente il conflitto nel Mediterraneo. Entro la metà di ottobre, i tedeschi avevano le loro basi, dalle quali iniziarono le loro incursioni nel Tirreno, destinazione Roma.

Intanto, si registra la perdita dell'Albania. Migliaia di militari, quelli che non si unirono alla resistenza in quel Paese o non tornarono in patria, furono internati in Germania . Gli alleati tardavano a schierarsi e nonostante alcuni contatti , le inesperte truppe alleate non riuscivano ancora a contenere l'avanzata tedesca. Alla metà di ottobre, erano a 50Km da Roma.

L'Operazione Alarico cominciò in quella data. Alle prime luci dell'alba del 16 ottobre, unità paracadutiste si lanciarono attorno alla Capitale. Quasi senza colpo ferire, presero l'aeroporto dell'Urbe, mentre un altro gruppo si lanciò e prese Guidonia col suo aeroporto militare . Il giorno dopo, i tedeschi sbarcarono sul litorale romano. Dopo breve resistenza, al fine di risparmiare la città Eterna dalle distruzioni germaniche, le truppe italiane si ritirarono più a sud, lasciando così campo libero agli avversari.

Più che una vittoria tedesca, la presa di Roma fu dovuta ad errori di valutazione delle forze nemiche da parte dello stato maggiore italiano. Le basi corse e provenzali , prese con oltre un mese di ritardo dall'entrata della Wehrmacht in Italia, non erano ancora pienamente operative e le relativamente scarse truppe inviate contro l'Urbe non avrebbero avuto vita facile contro forze meglio organizzate. Ma l'anello debole delle forze italiane era il suo Stato Maggiore. Ai primi novembre, però, l'avanzata tedesca si fermò. Dopo quattro anni di guerra, anche la Wehrmacht mostrava segni dei stanchezza. Troppe truppe impiegate su troppi fronti. Ad oriente in luglio avevano ottenuto una vittoria tattica a Kursk, ma, pur conquistando il saliente, le numerose perdite di uomini e mezzi rendevano necessaria una sosta per riorganizzarsi. Anche l'Armata Rossa era altrettanto provata per cui il fronte rimase per alcuni mesi stabile. In Italia si erano fermati sulla linea Pescara-Avezzano scendendo fino a Latina . Era il limite massimo raggiungibile. Gli Alleati ormai erano sbarcati in forze, Un Gruppo Navale era stato richiamato da Tripoli per contrastare gli attacchi dalle basi francesi. Dalla Sardegna partivano incursioni della Regia Aeronautica contro i dirimpettai in Corsica e dalle colonie arrivavano le truppe non indispensabili per la loro difesa. Il ritardo col quale furono occupate le basi francesi nel Tirreno dette il tempo di organizzare una linea di difesa. Da dove si ripartì.

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La Repubblica Sociale

La presa di Roma aveva fatto rialzare la testa ai filotedeschi, che, liberati , covavano desideri di vendetta. Iniziava adesso una caccia all'uomo. Esecuzioni, regolamenti di conti si registravano giornalmente. Erano soprattutto ricercati i votanti dell'ordine del giorno Grandi.

In quei giorni di caos, chi potè, fuggì. Non fuggirono, almeno per il momento, Grandi, Bottai, de Bono, il conte Ciano ed altri. Non sono noti i motivi che indussero loro a restare. I maligni dicono per presentarsi , dopo la guerra come i salvatori della Patria e continuare a detenere le leve del potere.

Le cose non andarono così. Mentre da Napoli il re continuava a governare su quello scampolo di Italia, da Roma i congiurati pretendevano di rappresentare il legittimo governo, aggiungendo confusione alla confusione che la guerra crea. Intanto il Duce, internato a Campo Imperatore e custodito dai Carabinieri, viene liberato durante l'avanzata tedesca da un incursione di commando. Quindi, viene fondata la Repubblica Sociale Italiana, le cui motivazioni e vicende in questa ucronia seguono di pari passo quelle reali.

Benché nascosti, alla fine uno per uno, grazie anche a delazioni di nemici personali, i congiurati vennero scoperti ed arrestati. Era la resa dei conti. Dopo un processo celebrato a Verona tra l'8 e il 10 gennaio 1944, Ciano, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi vennero fucilati al poligono di Porta S. Procolo. I rimanenti congiurati, poco alla volta fecero perdere le loro tracce, salvo poi comparire dopo la guerra. Ma questa è un'altra storia.

Balbo, invece, riparò agli inizi di gennaio al sud. Politicamente accettabile, in virtù della sua partecipazione al complotto del 25 luglio, sia dai Savoia che dagli alleati, chiese, ed ottenne, il comando di un reparto operativo della Regia Aeronautica.

La Guerra ormai stava prendendo una piega diversa. Ed anche più crudele. Al nord si diffondeva la resistenza con atrocità da ambo le parti. A Roma, una bomba esplosa in via Rasella contro un reparto della Wehrmacht , provocò, per rappresaglia, l'esecuzione di 335 ostaggi alle Fosse Ardeatine. Il 22 gennaio, intanto, vi fu lo sbarco di Anzio-Nettuno. Reparti del Reggimento San Marco presero terra assieme a reparti anglo americani in direzione Roma, che fu presa, senza quasi colpo ferire, il 4 giugno. Ma a nord, i tedeschi erano i veri padroni. I repubblichini di Salò procedevano ai rastrellamenti degli abili alle armi. Fucilazioni di renitenti alla leva si susseguivano alle azioni antipartigiane. L'odio tra italiani fascisti e antifascisti scavò un fossato difficilmente colmabile, almeno per la generazione che quegli eventi aveva vissuto. E intanto si risaliva la Penisola. Il 18 luglio viene liberata Ancona, 7 settembre tocca a Firenze, poi le piogge autunnali ed un'ostinata resistenza tedesca rallentano le operazioni. Riprendono in primavera e le truppe italiane il 21 aprile entrano a Bologna. Di fronte hanno la pianura Padana. Il resto è storia. C'è il 25 Aprile, il 28 Mussolini e la Petacci vengono fucilati, Piazzale Loreto e la Resa di Caserta il 29. Il 2 maggio, con le truppe agli estremi confini della Nazione, si conclude la guerra in Italia.

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L’Italia del dopoguerra e la crisi balcanica.

Alle 00. 00 del 2 maggio entrava in vigore in Italia la resa tedesca firmata a Caserta alcuni giorni prima. Di lì a pochi giorni , l’8 maggio, finisce ufficialmente anche la guerra.

In tale data, il Regio Esercito ha riconquistato quasi tutto il territorio nazionale, facendo una puntata e prendendo, praticamente senza colpo ferire, Villach, in Austria. Oltre non andò. Con la guerra alle ultimissime battute, nessuno voleva essere l’ultimo uomo a morire. Restavano da riconquistare le città di Fiume, Zara ed alcuni comuni minori dell’Istria più interna, che, invasi dai tedeschi nel settembre/ottobre del 1943, erano state sottratte loro dai partigiani di Tito, con la neanche tanto velata intenzione di annetterle alla nascitura repubblica socialista di Jugoslavia . Situazione simile in Albania, presa anch’essa dai tedeschi nell’autunno 1943. Mentre l’Italia dava la precedenza alla liberazione del territorio nazionale, l’Albania, dopo una feroce guerriglia delle brigate partigiane comuniste, era stata da essi ripresa poco più di un anno dopo, e con nessuna intenzione di restituirla all’Italia. Le isole del Dodecaneso, nonostante le incursione tedesche del ‘43/’44, erano rimaste in mano italiana e non avevano lamentato distruzioni irreparabili. Nessun problema per il resto dei possedimenti africani, non toccati dalla guerra.

Restava ora il problema, e neanche tanto trascurabile, di far tornare sotto la propria sovranità le terre non ancora in mani italiane. Se gli jugoslavi non si pronunciavano ancora, gli albanesi avevano detto chiaro e tondo che l’Albania era indipendente e che erano pronti ad una resistenza ad oltranza contro ogni straniero che si fosse intromesso nei loro affari interni. L’ipotesi di un intervento armato contro questi Paesi, era da considerare come extrema ratio. Venti mesi di guerra avevano lasciato il Bel paese in un profondo stato di recessione oltre che con l’apparato industriale, essenzialmente concentrato al nord, pressoché improduttivo. Nessuno, inoltre, voleva cominciare un’altra guerra subito dopo averne conclusa una. Inoltre, c’era il fondato timore di un intervento sovietico in quelle regioni, governate da regimi omologhi.

L’Italia era sola. Paradossale situazione, quella italiana. Pure essendosi schierata tra i vincitori, in realtà era la perdente tra le potenze alleate. Sembrava capitata tra i vincitori per caso. Unico Stato, forse, nella storia, che invece di acquisire territori dopo una vittoria li aveva persi. Non aveva ricevuto, come URSS, Gran Bretagna, USA e Francia, zone di occupazione nei territori del Reich, a parte qualche sparuto gruppo di osservatori, né avrebbe seduto nel Consiglio di Sicurezza dell’appena fondata ONU. Indubbiamente aveva influito il suo passato Fascista, gli atteggiamenti a volte strafottenti del passato regime nei confronti delle democrazie occidentali, ma soprattutto sembravano aver influito, e non poco, gli anni di amoreggiamento con la Germania nazista. Nessuno, insomma, avrebbe supportato l’Italia in un eventuale guerra contro il blocco sovietico. Non i francesi, usciti anche loro distrutti dalla guerra e non certo desiderosi di andare a morire per gli italiani e i loro sogni di gloria coloniali. E neanche gli americani, che non trovavano alcun tornaconto economico in una guerra contro i sovietici. La Gran Bretagna, invece, non vedeva di buon occhio un Italia forte nel mediterraneo per cui, fedele al principio del “Divide et Impera”, pensò bene, al di là di una solidarietà di facciata, di tirarsi fuori anch’essa. Inoltre, Francia e Gran Bretagna avevano le loro gatte da pelare in ambito coloniale.

La questione fu portata all’attenzione delle Nazioni Unite, che deliberarono che la Repubblica Socialista di Jugoslavia dovesse immediatamente restituire alla sovranità italiana i territori ancora sotto sua tutela. Gli slavi nicchiavano. Sostenevano che, pur riconoscendo quei territori italiani politicamente, erano abitati da una consistente parte della popolazione di etnia slovena e croata, e lanciarono una proposta di referendum da attuare quando la situazione di disagio dovuta al conflitto da poco concluso, fosse migliorata. Insomma, avevano tutto l’interesse a prendere tempo.

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Città di Zara e Fiume, maggio 1945, gennaio 1946.

Mentre all’ONU i rappresentanti jugoslavi insistevano per l’autodeterminazione dei popoli slavi nelle due città italiane, erano anche consci che non era assolutamente detto che un referendum avrebbe portato le due città sotto il regime del maresciallo Tito. Erano si consistenti gli slavi, ma tuttavia non costituivano la maggioranza della popolazione. Inoltre gli intellettuali e la classe imprenditoriale slava autoctona mal vedevano l’instaurarsi di un regime totalitario. Un referendum molto ma molto probabilmente avrebbe riportato le due città ed il resto dei comuni minori sotto la sovranità italiana. Per cui si cercò di incentivare, con mezzi non sempre ortodossi, di favorire l’esodo dell’etnia italiana mentre veniva favorito l’afflusso di abitanti di etnia croata e slovena. Questo, ovviamente , per alterare le percentuali etniche in caso di referendum. Iniziarono i primi screzi tra le due popolazioni e timide dimostrazioni di piazza si tennero dall’una e dall’altra parte. Ma, mentre gli abitanti di origine slava erano protetti dalle milizie titine, gli italiani rischiavano sulla propria pelle il diritto di protestare. E nel novembre di quell’anno, successe l’irreparabile. Stanchi di essere sottomessi in casa propria, i sindacati italiani locali dichiararono lo sciopero di tutte le attività produttive delle due città, e il blocco delle attività portuali . Le forze di occupazione jugoslave per un po' lasciarono fare, ma quando un comizio non autorizzato ebbe luogo , a Zara, proprio sotto la sede del Palazzo Comunale, decisero di intervenire prima che la situazione sfuggisse di mano. Si ebbero scontri con la polizia, che lasciarono sul terreno diversi morti. Altri scontri si ebbero al porto, ed anche lì si lamentarono vittime. Seguirono decine di arresti con numerose deportazioni. Era la rottura. Dalla Farnesina una dura nota diplomatica fu consegnata fu consegnata all’Ambasciatore Jugoslavo, quello italiano fu richiamato in patria. Non si poteva più stare a guardare. Verso la fine di novembre, l’Adriatico vide l’intensificarsi del traffico di navi di entrambe le marine militari. Un preludio a cosa?

Intanto in Parlamento le sedute si susseguivano, ma, a dire il vero, con poco costrutto. Prevaleva l’idea dell’azione diplomatica, anche se non si era d’accordo sui metodi. Idee abbastanza chiare invece, avevano due schieramenti particolari: il Pci e il Partito Unitario Repubblicano.

A questo punto è doverosa una piccola parentesi su questi due partiti.

Se, dopo la famosa seduta del 25 luglio, per meglio presentare il futuro regime agli occhi delle potenze occidentali, si decise di aprire ai partiti antifascisti moderati, non si intendeva certo includere il PCI. Ma la successiva guerra cambiò radicalmente le cose. Al nord il fascismo era associato alla Repubblica di Salò con le violenze e la collaborazione con gli occupanti che essa aveva portato. Quindi l’elemento comunista nella resistenza , combattendolo, trovò , qualora ce ne fosse bisogno, la legittimazione politica a poter sedere a Montecitorio e partecipare così alla vita politica del Paese.

Ne il regime lo poteva più impedire. Tecnicamente il Fascismo non era caduto(cade , come tutti sappiamo, nella nostra time line, il 25 luglio). Si era trasformato, o evoluto, a seconda dei punti di vista. Tra i firmatari dell’Ordine del Giorno Grandi quel 25 luglio c’erano gerarchi abbastanza intelligenti per non rendersi conto che un’epoca era finita e che, se il movimento voleva continuare a vivere, doveva rinnovarsi. Se voleva integrarsi con le democrazie occidentali, doveva cambiare. E cambiò. Rielaborò in senso più democratico la propria dottrina, attenuò il proprio nazionalismo, si circondò di gente nuova e non coinvolta col precedente regime e, durante il primo congresso che si tenne a Bari, nel Teatro Petruzzelli, il 21 dicembre 1944 enunciò il proprio programma e il nuovo nome: Partito Unitario Repubblicano, il cui segretario, con una maggioranza tutto sommato risicata, venne proclamato Dino Grandi.

Torniamo al presente. Nella maggioranza, nella discussione sulla crisi balcanica, i comunisti erano a favore di vie diplomatiche con una risoluzione delle Nazioni Unite, mentre anche per l’altra spinosa questione, la vicenda albanese, avevano idee chiare:” la piena e totale indipendenza ad un Paese vittima dell’aggressione fascista ed occupata con esili motivazioni giuridiche”. Naturalmente anche nella maggioranza non tutti erano d’accordo a questa presa di posizione. Men che meno il PUR, che, degno erede del defunto Partito Fascista, mai e poi mai avrebbe accettato una mutilazione del territorio Nazionale, e mai e poi mai avrebbe appoggiato una proposta comunista. Era favorevole ad una azione militare. “La Jugoslavia è allo stremo. La guerra l’ha duramente provata e il popolo aspetta solo una scintilla per ribellarsi al padrone comunista . Un intervento, anche limitato, sarebbe ora auspicabile”, disse un parlamentare di quel partito. In base a quale criterio affermasse ciò, non si è mai saputo. Non che avesse torto del tutto. Anche quel paese risentiva delle distruzioni della guerra ed il potere del Maresciallo non era ancora solido. Balbo, eroe guerra, voleva ripetere un’altra impresa di Fiume del 1919 e si dette da fare per reperire volontari. Ma siamo nel 1945, e la situazione geopolitica è del tutto differente. Per cui, diffidato dal Parlamento a compiere una simile impresa, viene arrestato e i pochi volontari raccolti ripongono nel cassetto i sogni di gloria.

E casa Savoia?

In questo caso la monarchia, non essendosi compromessa con gli aggressori e avendo continuato a governare anche col consenso popolare, aveva tenuto. Non aveva tenuto, però, il vecchio re, che, il 9 maggio del 1945, a 76 anni, abdicò a favore di suo figlio Umberto (nella nostra Timeline abdicò il 9 maggio dell’anno seguente).

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Il Re riformatore

All’epoca dell’abdicazione, Umberto aveva quarantun anni. Era un uomo del secolo corrente, abbastanza intelligente da non rendersi conto dei tempi che stavano arrivando. Promulgò diverse riforme in senso democratico. Non più “Re…per grazia di Dio e volontà della Nazione”, ma semplicemente “Re d’Italia”; il Regio Esercito, Marina e Aeronautica diventarono Esercito Italiano, Marina ed Aeronautica Militare. Ma la riforma più importante fu quella della nuova Costituzione Italiana, che doveva prendere il posto dell’ormai obsoleto Statuto Albertino. Fu un ottimo Re. Morì il 18 marzo 1983, in una clinica dove era ricoverato, a 79 anni.

Torniamo alle vicende balcaniche. Benché molti lo temessero, un intervento sovietico in quella regione non era affatto scontato. Il precedente della Grecia era molto esplicativo. Pur essendoci una guerra civile tra l’Elas, di orientamento comunista ed il governo di Atene, Stalin non era intervenuto. Quella zona apparteneva all’occidente, almeno secondo le decisioni di Yalta del febbraio precedente, e nella sfera occidentale era anche l’Italia con tutti i suoi possedimenti. In compenso, aveva mano libera ad oriente. Ragion per cui, anche con la mediazione sovietica, la Jugoslavia si vide costretta a sedersi al tavolo delle trattative. Trattative che non furono facili né veloci. Pur vedendosi con le spalle al muro, venutole meno l’appoggio sovietico, la delegazione jugoslava trovò ogni scusa, si attaccò ad ogni cavillo per fare un uscita dignitosa che le facesse salvare la faccia. Alla fine, presentatosi come “ il valoroso ed eroico popolo liberatore dei fratelli italiani dal dominio tedesco”, restituiva all’Italia le terre ancora in mano slava. L’accordo fu firmato a Berna, nel gennaio 1946, ed entro la fine di quel mese Zara, Fiume e comuni minori tornarono sotto la sovranità italiana . mentre le rispettive marine militari tornavano discretamente alle loro basi.

In Italia, la notizia del ritorno delle città occupate scaldò gli animi e vi furono manifestazioni di gioia spontanee un po' dappertutto, manco si fosse vinti i Mondiali di calcio. Agli occhi degli italiani si era trattato di un capolavoro di diplomazia, si era considerati una grande Potenza che aveva voce in capitolo con altre Potenze per il rispetto dei propri diritti, avevamo fatto la voce grossa con gli slavi e gli slavi avevano ceduto. Insomma, contavamo qualcosa. Era proprio così?

Ovviamente, l’uomo della strada sapeva poco. Quello che veniva considerato un capolavoro di diplomazia, in realtà era frutto di uno scambio. L’interessamento dell’Unione Sovietica non era del tutto disinteressato. La conferenza di Yalta aveva lasciato l’Italia con tutti i suoi possedimenti, compresa l’Albania, nell’orbita occidentale. Ma l’Albania ambiva all’indipendenza dall’Italia, e Stalin lo sapeva, come sapeva quale regime si sarebbe insediato. Per cui impose le sue condizioni.

Non sarebbe intervenuto nei Balcani e avrebbe mediato con gli jugoslavi, ma l’Albania doveva essere indipendente. E, tramite il PCI, lo fece sapere al nostro governo che, calcolando i rischi di un coinvolgimento in una eventuale guerriglia in terra albanese, decise che Zara, Fiume ed il resto dei comuni minori in Istria valessero lo scambio con l’Albania.

Ma questo il popolo non lo sapeva. I comunisti in Italia obbedientemente appoggiarono le prese di posizione del partito sull’indipendenza albanese, mentre il resto degli italiani ebbero atteggiamenti che andavano dal menefreghismo totale nei confronti “di quella pietraia abitata da pecore e pastori che non produce nulla” all’indignazione per la cessione “di un lembo del sacro suolo italico”. Ma come sempre in Italia, dopo l’indignazione vera o presunta, passata la tempesta e calmatesi le acque, si torna alla vita di sempre.

Ma le acque si erano proprio calmate?

Ignazio Rana


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