di Det0
Questa è la storia di un grande condottiero, eroe e re; ma voglio che sia lui a raccontarvela. Vi basti sapere che il suo nome ha un che di fatidico, poiché significa "Condottiero d'uomini".

La cosiddetta "Maschera di Agenore"
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Guardando quest’alba mi torna alla mente quella mattina, nella quale non sapevamo se saremmo sopravvissuti o morti, se ne saremmo usciti vincitori o vinti.
Io, Agenore, re di Micene, non smetterò mai di ringraziare gli dei per ciò che mi hanno presagito; era la notte tra il 29 e il 30 del mese di metagittione dell'undicesimo anno del mio regno [19-20 settembre 1207 a.C.], durante il sonno sognai la mia patria, Micene, data alle fiamme, la porta dei leoni rasa al suolo, donne urlanti, il palazzo reale caduto e cadaveri dei miei soldati più fidati a terra in un bagno di sangue, e dopo pochi minuti di agonia e paura, un soldato mi scagliò una freccia colpendomi dritto in petto; al mio risveglio cercai di spiegarmi questo strano sogno.
Il giorno seguente mi recai dal sacerdote di Apollo, che mi rivelò che quello che avevo sognato era, in realtà, non un sogno, ma un auspicio, un presagio divino, i grandi dell’ olimpo volevano avvertirmi di una guerra incombente.
La cosa strana era che Micene e i micenei vivevano un periodo di pace, dopo la guerra di Troia le ricchezze si erano diffuse in tutta la Grecia e il commercio era più florido che mai, grazie alle colonie fondate in Esperia e nel nord della Grecia.
Anche se, nel pomeriggio, mi furono riferite alcune confuse notizie: si diceva che Krodos, in Calcidica, era stata distrutta; Lokion, sulla costa occidentale del Mar Egeo, era stata data alle fiamme; e Larissa, in Macedonia, era stata saccheggiata, tutto ciò per opera di una popolazione straniera, molti non sapevano chi loro fossero, ma alcuni li chiamavano Dori…
Allora mi convinsi, e capii che la mia terra era in pericolo, e io avevo il dovere di difenderla, allora convocai gli anziani della gherusia e il lawagetas, e li avvisai di ciò che era successo, ma nessuno mi credette, dopo alcuni minuti di discussioni arrivò nella sala del consiglio un messaggero, diceva che i Dori avevano conquistato Sesklo, e la avevano imposta come loro capitale, e non avevano intenzione di fermarsi.
Allora tutti si convinsero che bisognava intervenire, o la Grecia sarebbe stata invasa, si decise, infine di inviare un diplomatico a Sesklo, per parlare con i Dori e fermare la loro avanzata, la gherusia decise di mandare Cretobo, mio caro amico (pur appartenendo al damoi), io rifiutai, era una missione pericolosa, poiché i Dori erano una popolazione molto bellicosa, ma la gherusia insistette nell’inviare Cretoso, che non tornò da Sesklo, e alcuni messaggeri mi riferirono che era stato ucciso dopo la richiesta di fermare l’offensiva, allora preso dalla rabbia dichiarai guerra ai Dori.
Era il primo giorno del mese di boedromione [21 settembre], e si stavano cominciando i preparativi per la guerra; Anessore, il lawagetas di Micene, riunì tutti gli altri generali della Grecia per organizzare un attacco, ma poche città aderirono all’iniziativa, poiché non vedevano negli invasori un pericolo.
Tulvio, generale ad Atene, organizzò un attacco via mare a Sesklo, mentre Anessore e i lawagetas di Tirinto, Corinto, Megara e Sparta riunirono le truppe per attaccare la capitale dei Dori.
Mi chiesi perché le città di Pilo e Cnosso non fossero intervenute, ma scoprii che erano attaccate dai Popoli del Mare, che stavano per sottometterle; allora una parte dell’esercito radunato per la guerra contro i Dori scese in Messenia e a Creta per difenderle.
Entro pochi giorni, i territori a sud erano stati riappacificati ma c’erano state grandi perdite nell’esercito; intanto, a Micene, le truppe per l’operazione dorica erano pronte: 200 cavalieri, 800 fanti e una flotta di 70 navi; Sesklo sarebbe caduta.
L’esercito era pronto alla partenza, allora, ormai sotto la porta dei leoni, guardai mia moglie e le sussurrai: « Da questa porta rientrerò. »
Non c’era tempo per un bacio, per un abbraccio, gli uomini veri non se lo possono permettere... in mattinata partimmo alla volta di Sesklo.
Dopo alcuni giorni di viaggio arrivammo sul fiume Gla, e ci riposammo nella rocca di Orcomene, nel nord della Beozia.
Era notte fonda e ormai dormivano tutti, tutti tranne io, io pensavo alla battaglia, a cosa sarebbe successo la, nella capitale della Doria, che minacciava la libertà della grande Grecia.
Stavo seduto su una roccia mentre sentii dei rumori provenire dalla foresta dall’altra sponda del fiume, e poi una voce che mi sembrava quella di Tulvio; ed era proprio lui, quello sporco ateniese ci aveva tradito, allora cominciò l’avanzata dei dori, che attaccarono Orcomene, io corsi per tutto la rocca per avvertire i miei uomini, ma non feci in tempo a svegliarli tutti, infatti i dori riuscirono a penetrare nella città dalla porta ovest, ma la difensiva si preparò e iniziò la battaglia.
I mirmidoni micenei combatterono con coraggio e onore gli invasori dorici, e ci furono enormi perdite da entrambe le parti; era ormai l’alba e si combatteva ancora e io e Anessore eravamo fianco a fianco e non sapevamo che cosa ne sarebbe stato di noi.
La sanguinosa battaglia continuava, e io confidavo nell’abilità dei miei uomini, ma guardando all’orizzonte vedevo le fila di Dori, ancora pronti a scendere in battaglia; a un certo punto, dalla porta ovest, entrò un uomo a cavallo che incitava i Dori a combattere, era Tulvio, lo vidi, stava avanzando verso di noi, fin quando prese in mano la lancia e la tirò in pieno petto a Anessore, che cadde a terra privo di vita; a quel punto i miei occhi divennero fuoco e il mio cuore si riempì d’ira, avanzai tra i Dori con un furore pari a quello di Ares, il mio animo chiedeva vendetta, mi avvicinai a Tulvio e gli urlai sopra il fragore della battaglia:
« Tu, traditore, ignobile cane, come hai osato fare questo al tuo popolo? Tu, la tua moglie, la tua madre e i tuoi figli morirete trafitti dalla mia lancia e la tua Atene sarà rasa al suolo! »
Subito lo trafissi con la mia spada; la mia vendetta era compiuta, ma non ancora la mia missione. Quindi, con tutta la forza che avevo in corpo gridai: « Micenei, noi tutti, uniti in un solo popolo, animati da uno stesso spirito, possiamo sconfiggere l’universo; e quando il bronzo nemico vi entrerà nelle viscere e le loro frecce vi trafiggeranno, non preoccupatevi, perché il vostro sacrificio sarà ripagato con il sangue! »
Le truppe esultarono e cominciarono a combattere come non mai, in poche ore la battaglia era finita; era il quarto giorno del mese di boedromione [24 settembre 1207 a.C.], e avevamo fermato i Dori, ma non li avevamo ancora sconfitti…
Le gesta degli uomini di Orcomene echeggiarono in tutta la Grecia e allora tutte le città micenee si unirono in un’alleanza per eliminare una volta per tutte il pericolo dorico.
Pochi giorni dopo Micene pullulava di soldati, l’esercito venuto da tutte le parti della Grecia per assediare Sesklo, 7400 fanti, 1300 cavalieri e una flotta di 400 navi, tutti pronti per distruggere la città che aveva messo a repentaglio la libertà della nostra terra.
Il 15 del mese di poseidone [1 gennaio 1206 a.C.] la guerra dorica era finita, dopo tre mesi di assedio Sesklo era stata espugnata, e le città micenee avevano finalmente deciso di unirsi in un solo popolo, in una sola nazione, con un solo sovrano, io, che avevo salvato con il sacrificio dei miei uomini la libertà della Grecia.
Tornato a Micene incontrai mia moglie e le mormorai:
« Ebbene, come ti ho detto, rientrerò da questa porta, ne sono uscito come sovrano di Micene, in partenza per una guerra; eccomi tornato, come re di tutta la Grecia! »
Questa è la mia storia, ora se non vi dispiace, lasciatemi solo ad ammirare la bellezza della mia Micene.

La Porta dei Leoni a Micene
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