La vera storia dei Baschi

di Paolo Maltagliati


La scelta di K'rg

K'rg era partito con il suo popolo, i suoi armenti e i suoi cavalli da una terra lontana, a oriente. Era una terra dura e fredda, raccontavano gli anziani. Numerose tribù si contendevano pascoli sempre più magri. Il padre di K'rg, quale capo, dovette prendere una decisione: abbandonare le loro ancestrali dimore per fuggire in cerca di erba fresca e verde per il bestiame. Aveva sentito che in direzione delle porte del mattino vi era acqua in abbondanza, prati e foreste a non finire. Ma il volere della sciamana era inflessibile: il luogo era maledetto. Prova ne era che chi, per fame, aveva provato a dirigersi in quella direzione, non aveva più fatto ritorno. Ma la situazione era troppo grave. Ios aveva ritirato da un pezzo la sua generosa mano da quel luogo, e non si poteva fare altrimenti. In direzione delle porte del tramonto tutto pareva morto e freddo, mentre più si correva verso il mattino, più i campi sembravano recuperare la vita. Il padre di K'rg venne allora maledetto dalla sciamana, che gli gettò per l'ira le ossa per le predizioni addosso. Il giovane figlio del capo prese però la parola: “Io, K'rg ho udito la voce di mio padre che mi chiama all'obbedienza verso la mia famiglia. Io, K'rg ho udito la voce della sciamana che mi chiama all'obbedienza verso gli dei. Sia la sorte a stabilire da chi dovrò essere maledetto!”. Detto questo, narravano gli anziani, il ragazzo si chinò, raccolse le ossa da predizione che giacevano ai piedi di suo padre e si girò, dando le spalle sia a lui, sia alla sciamana. Si mostrò poi nuovamente ai due. Aveva le braccia tese, e i pugni chiusi. Parlò nuovamente: “Ho nascosto un osso in ciascuna delle mie mani serrate. Sciamana, padre, scegliete una mano. Darò la mia fedeltà a colui il quale sceglierà la mano che nasconde l'osso più lungo”. Il capo si limitò ad annuire. La sciamana invece parlò: “Sta bene, giovane K'rg. Ma sappi che Ieu, nostro grande padre, troverà il modo di vincere anche se tu non lo desideri”. Il capo scelse. Suo figlio sapeva che quello era l'osso più corto. Allora, prima di aprire l'altra mano davanti alla voce degli dei, fece in modo, con la pressione del suo palmo, di spezzare l'osso a lei destinato. Voleva infatti seguire il padre, ma voleva che tutta la tribù sapesse che il volere di Ieu padre non era nelle parole della sciamana. Ma appena aprì anche l'altra mano un corvo piombò sul suo palmo aperto, lasciò cadere dalla bocca una lunga costola di cervo e ingoiò i due pezzi d'osso, rimanendo soffocato. Ieu aveva deciso: K'rg doveva obbedire alla volontà degli dei.

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Di coloro che avevano volto lo sguardo verso le porte del mattino

La tribù si separò: il capo, assieme alla sua famiglia andò a oriente, così come aveva deciso. K'rg restò indietro, con il resto della tribù. Ma non intendeva restare. Si arrischiò ad affrontare le terre morte a occidente. Attraversò terre fredde e terre calde, ma non riusciva a fermarsi. La sua gente lo implorava, ma lui era stato posseduto da un sacro spirito e fece voto di non fermarsi né voltarsi mai fino alla sua morte. Legò anche i suoi figli a questa promessa. I suoi eredi avrebbero camminato e camminato fino a che non avessero trovato la fine della terra e le porte del tramonto. Ma durante la marcia la sua gente crebbe. E ad ogni tappa qualche famiglia scuoteva la testa e diceva: “questo è il nostro posto. Qui dimoreremo fino a che la nostra carne e le nostre ossa non verranno consumate”. Alcuni raccontano che K'rg, l'ultima notte della propria vita infranse il proprio voto. Attanagliato dalla nostalgia di sua madre e suo padre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle si volse indietro. Fece una cosa che non aveva mai fatto nessuno prima e che nessuno farà dopo per generazioni e generazioni. Si aggrappò alla schiena della più forte giumenta della tribù e vi salì sopra. La cavalla sentì un peso su di sé e spaventata si impennò e si mise al galoppo. K'rg non mangiò né bevve: Ieu padre gli aveva tolto fame, sete e fatica e aveva dato all'animale la velocità del suo fulmine. Divorò le distanze e si trovò in poco tempo nelle dimore ancestrali. Ma non si fermò. Giunse nelle terre verdi tanto agognate dal padre e vi trovò dimore di uomini. Ma non erano come i popoli che avevano trovato sul loro cammino e di volta in volta sconfitto e disperso grazie alla sua guida. Erano tante, tantissime e il numero di persone talmente grande da essere paragonabile a quello delle stelle del cielo. In mezzo alle loro enormi capanne c'era una ancora più grande, fatta della stessa pietra di cui erano fatte le montagne. Quegli uomini erano bassi e avevano strani occhi allungati. Si avvicinò lentamente alla capanna di pietra che svettava contro il cielo. Un uomo che pareva essere il capo di quella enorme tribù era morto ed era pronto a far volare il suo spirito verso il cielo con il sacro fuoco, proprio come facevano loro. Al luogo del funerale si stava avvicinando una processione di uomini con le mani legate dietro la schiena. Dovevano essere prigionieri di tribù sconfitte. Ad un ordine di uno che, con tutta evidenza, doveva essere il loro sciamano, i prigionieri vennero uccisi e buttati nel sacro fuoco. Allora K'rg pianse, perché comprese il destino maledetto che la sua famiglia aveva patito in quella terra così bella e rigogliosa. Senza guardare una seconda volta si issò nuovamente sulla schiena della sua giumenta e tornò all'accampamento senza che nessuno se ne fosse accorto. Il mattino seguente riunì gli anziani e raccontò la sua avventura, rammentando loro di tramandarla alle generazioni future. Essi pensarono fosse un assurdo sogno e non diedero peso alle sue parole. Ma la moglie di suo figlio minore udì, come il bambino che era nel suo grembo, che sussultò, immaginando sfrenate corse assieme ai puledri. A quel bambino fu dato il nome di Saka, e nella stirpe che da lui si generò la storia continuò ad essere ricordata.

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Il tradimento

K'rg aveva vincolato solo la sua propria famiglia al voto di marciare verso l'estremo occidente, ma non aveva esteso questo vincolo alla tribù, né biasimava coloro che decidevano di fermarsi. Ma accadde che dopo la sua morte, e la morte dei suoi figli, e quella dei figli dei suoi figli il suo giuramento si faceva lontano nel tempo. I suoi discendenti cominciarono a dire: “Cosa ci accadrà di male se ci fermiamo per qualche anno nello stesso posto? Il nostro amato antenato fuggiva da una terra arida ed inospitale, ma noi abbiamo tutto intorno buone terre in cui costruire i nostri accampamenti. E che dire, poi delle genti che si burlano di noi per il nostro incessante peregrinare. E' vero, pagano a caro prezzo le loro burle, uccidendo i loro guerrieri e prendendo le loro donne come schiave. Ma le parole di scherno sono entrate nelle nostre orecchie e non basta il sangue per farle tacere! Facciamo dunque come loro, costruiamo capanne solide e rimaniamo, dunque. Non infrangeremo il voto, sarà solo per qualche tempo!” La maggior parte dei discendenti di K'rg diede ascolto a questi pensieri, ma tra loro vi era anche un giovane che sospirò e decise di continuare il viaggio solamente con la propria famiglia ed il proprio seguito, anche se nessun altro li avrebbe seguiti. Ma gli anziani della gente di K'rg, che nel frattempo si era fatta numerosa, un giorno si avvicinarono al giovane e dissero: “ragazzo, sappi che abbiamo preso invidia della tua tenacia. Tu fai sfigurare di fronte a te tutti i capi delle tribù del popolo di K'rg e per questo non verrai perdonato. Fuggi presto da noi! Non permettere che i parlatori ti cavino la lingua, i forti ti spezzino le gambe o i coraggiosi ti sfidino! Ascolta le nostre parole. Il tuo gesto non sarà dimenticato facilmente: il tarlo roderà e roderà per generazioni e alla fine colpirà. Forse non i tuoi figli, forse non i figli dei tuoi figli, ma prima o poi colpirà. E per quel giorno il tuo popolo dovrà essere forte per affrontare la marea. Trova il modo per renderlo pronto”.

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Una nuova terra

Il ragazzo, ancor più risoluto dopo aver udito gli anziani, non perse tempo, raccolse le sue cose e le sue genti e partì, ancora e sempre verso occidente. Davanti a sé trovò una catena montuosa che si stagliava sulla pianura circostante. Senza curarsi del destino di coloro che si lasciava alle spalle la attraversò, per giungere in una terra nuova, in cui vi erano pochi grande pianure, molti monti e molte foreste. Vi era spazio a sufficienza e poi, del resto, forse poteva fare come le genti che lì abitavano: invece di essere custodi di branchi di cavalli e armenti, vivere dei frutti della terra. Ieu era un dio geloso, ma forse sarebbe stato in grado di convivere con una compagna. Dopo aver ucciso gli uomini e catturato le giovani, secondo il costume fiero dei veri guerrieri della stirpe di K'rg, decise di esplorare quella terra e farla sua. Non voleva tradire la promessa di non infrangere il voto, ma in quelle regioni seguire il corso del sole, che dispettoso si nascondeva tra i picchi innevati, le nebbie e i fitti boschi sembrava più arduo del previsto. Si ricordò anche del monito degli anziani di fare della sua stirpe un popolo numeroso e forte. Venne preso da uno strano torpore e fece strani sogni. Non quelli di battaglie e marce nel freddo e nel caldo. Quelli erano i sogni di Ieu pade. I ricordi delle avventure che aveva affrontato nel sonno svanirono appena aprì gli occhi. Ma di una cosa si ricordò: che non erano i sogni di Ieu. Doveva giungere alle estreme porte del tramonto che, sentiva, erano vicinissime, fare sua quella terra, far diventare la sua gente un popolo grande e temuto: non c'era che una via per riuscire in tutti e tre i compiti: abbandonare gli usi delle steppe e adottarne di nuovi. Per questo, come prima cosa, disse ai suoi figli: “Noi eravamo soliti mostrare il nostro valore disperdendo le genti che ci si paravano dinnanzi nelle grandi pianure. Ma qui non possiamo agire nel medesimo modo. Le genti di queste regioni traggono il loro nutrimento dalla terra e crescono rapidamente in numero, ma non sono capaci di combattere. Noi questo sappiamo fare, combattere, ma non siamo in grado di diventare numerosi, poiché le greggi danno sostentamento a malapena bastante per quanti siamo ora. Smettiamo perciò di ucciderli. Diventiamo piuttosto loro signori. Noi li difenderemo da qualsiasi pericolo e potranno così estendere i loro campi. Con grandi campi potranno provvedere a sfamare anche noi. In questo modo supereremo con i nostri guerrieri la somma dei guerrieri di tutte le tribù della stirpe di K'rg che ci siamo lasciati dietro”. Convinti dalle sue parole si misero a fare come egli (U'raap, questo il suo nome) aveva detto, e sotto i suoi figli, e i figli dei suoi figli crebbero. Ma Ieu padre era un dio troppo geloso, e aveva stabilito che prima o poi li avrebbe costretti a tornare alle antiche tradizioni. E dopo li avrebbe maledetti e distrutti.

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La strada delle stelle

Molte generazioni dopo i figli di U'raap si erano diffusi su tutta la nuova terra, lentamente sottomettendone le genti. Ma molte di esse, non volendo perdere la libertà si nascondevano in regioni sempre più impervie e inospitali, verso occidente in cui la stirpe di U'raap del popolo di K'rg non era ancora giunta. Ma il voto di giungere alle porte del tramonto era sempre valido e non passò molto tempo che una dopo l'altra, tutte le tribù recalcitranti venivano raggiunte. I K'rg però a questo punto avevano raggiunto le sponde del grande mare, in cui, ogni notte, il sole sprofondava. Essi si abituarono poco a poco alla vista del mare, come in precedenza si erano abituati alla visione delle alte montagne. Ma non riuscirono mai ad amare veramente né l'uno né le altre. Il loro cuore era ancora involontariamente legato alle sconfinate pianure. E su questo i popoli della nuova terra ancora liberi dal potere della stirpe di U'raap confidarono per nascondersi un'ultima volta: si rifugiarono infatti in una lunga serie di strette valli tra i monti che davano direttamente sul grande mare. Questi popoli chiamarono questa regione il “cammino degli astri”. Essi infatti veneravano le stelle ed erano in grado di predirne i moti. Le stelle erano come loro: piccole luci gentili e poco ingombranti. Non come il sole di Ieu padre, tanto forte e sicuro di sé da sovrastare ogni altro lume in cielo. Sull'estrema punta occidentale di questo cammino vi era una spianata, in cui essi costruirono il loro tempio più sacro e nascosto. Per loro, infatti, l'occidente era il punto di origine, la culla della vita. Proprio come per i K'rg le porte del tramonto rappresentavano la fine del viaggio.

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La fine ed un ennesimo nuovo inizio: la maledizione di Euskara

Una bellissima principessa U'raap, chiamata Euskara, decise che era giunto, al fine, il momento per la stirpe di K'rg di adempiere alla promessa: raggiungere le porte del tramonto. Questo per lei voleva significare conquistare il sacro tempio al termine del cammino degli astri, per aspergersi nelle acque del grande mare nel punto più occidentale delle terre emerse. Ma l'altare era difeso da una coraggiosa e altrettanto bella sacerdotessa. Ogni estate Euskara si poneva alla testa dei suoi guerrieri e dopo aspre battaglie veniva puntualmente respinta dai guerrieri della sacerdotessa. Un giorno le due si incontrarono sul campo di battaglia. La sacerdotessa, appena vide Euskara decise di parlarle faccia a faccia. Fece perciò un sortilegio e la intrappolò in una specie di strano sogno ad occhi aperti. Le due giovani erano sedute su un enorme prato pieno di papaveri che si estendeva a perdita d'occhio. La sacerdotessa aspettò pazientemente che l'altra si riavesse dalla sorpresa, poi le rivolse la parola: “Benvenuta, principessa Euskara. Non preoccuparti per i tuoi uomini, non perderanno la battaglia perché tu non sei alla loro testa. Quando finiremo questa piccola conversazione tra donne ti riporterò nell'esatto istante in cui ho incrociato il tuo sguardo sul campo”.
Furente, Euskara puntò il suo coltello alla gola dell'altra e rispose: “Brutta strega, dove ci hai portato? Rispondi o ti uccido!”
L'altra, senza perdere la calma ribatté prontamente:“Ma se mi uccidi, come uscirai dal mondo dei sogni?Siediti ti prego, e lascia che io ti insegni alcune cose. La sapienza del nostro popolo sta svanendo. Voi K'rg avete dato il vostro contributo, ma sarebbe comunque successo. L'unico modo per farla continuare a vivere è infonderla in un nuovo corpo, in un nuovo popolo custode che le dia nuovo vigore”.
Ma Euskara non si fidava della nemica:“Non ho capito bene le tue parole, strega. Ma se in alternativa allo sprecare del tempo ascoltandoti, il mio fato è passare l'eternità in questo campo di papaveri, allora non ti ucciderò. Ma non abusare della mia pazienza”.
“Non ne abuserò, te lo giuro”, fece la sacerdotessa. “Innanzitutto però ti dirò una cosa: sappi che dalla tua risposta qui dipenderà il destino del mondo. La mia vita è protetta da una maledizione. Una maledizione che il tuo stesso antenato U'raap ha trasmesso. E' stato lui a decidere di lasciar vivere i popoli di quella che voi chiamate nuova terra e noi terra di mezzo, invece di sterminarli. In cambio i suoi eredi, con la nostra arte sarebbero stati in grado di crescere in numero e forza e difendersi dalle orde egli eredi di coloro che U'raap si è lasciato dietro di sé. Anche tu sai questa leggenda, eppure vuoi sterminarci, con il rischio di far ricadere la maledizione sul tuo popolo. Perché?”
Euskara tornò alla carica:“Come tu hai detto, è una leggenda. Io voglio essere la serva di un'altra leggenda, raggiungere l'estrema punta dell'ovest, essere bagnata dalle acque del grande mare presso le porte del tramonto”.
Stavolta fu la sacerdotessa ad obiettare:“Disprezzi una leggenda, ma sacrifichi la tua vita ad un altra? Sappi che in ogni mito, a mio giudizio vi è un fondo di qualcosa di vero. Una saggezza perduta, un anelito che il nostro signore celeste ci hanno messo in cuore. Tu lo chiami Ieu padre, noi Iluvatar, ma, in fondo, la cosa non fa poi gran differenza. Il tuo desiderio di arrivare all'estremo occidente è lo stesso dei miei antichissimi antenati, che, le nostre leggende tramandano, vennero da una terra ad occidente del grande mare, che nella nostra lingua si chiama Atalante, anche se anticamente era detta Numenor. Deve essere un impulso con il quale sono stati creati tutti gli uomini che aspirano a vedere la luce di Iluvatar. O di Ieu padre. Solo che la modalità con cui tu vuoi raggiungere questa luce ti impedirà di vederla. Dopo che ci avrai sterminato, infatti, sarai ancor più inquieta, vagherai senza scopo e morirai infelice. Ti consegno la possibilità di creare un dominio saldo e duraturo sulla terra di mezzo, se accetterai quel che noi ti insegniamo”.
La principessa guerriera però si stava spazientendo. Non credeva ad una parola di ciò che la strega diceva. O forse no. Ed era per questo che non voleva sentire. Aveva paura che potesse essere vero. Comunque forzò se stessa a dire:“No! Non ho alcuna intenzione di sottomettermi a voi!”
“Non ho parlato di sottomettervi, Euskara”, fu la pronta risposta dell'altra. Ho parlato di insegnare, è differente. Molto è perduto, ma molto si può recuperare dai giorni antichi, se solo unissimo i nostri due popoli”.
“E se io rifiutassi?”
“Libera di crederci o no, allora la maledizione si compirà: nuovi popoli continueranno a giungere da oriente e soppiantarvi. Non solo. La tua stirpe, che da te prenderà il nome, si rintanerà negli stessi luoghi in cui ci siamo nascosti noi. Forse resisterà, non so, non riesco a vedere così lontano. Ma i popoli eredi di K'rg che prenderanno il vostro posto si dimenticheranno presto che voi siete mai stati imparentati con loro. La loro invidia cancellerà la vostra memoria. Penseranno che voi qui ci siete sempre stati, un popolo non di dominatori ma di sottomessi. Passeranno sette volte mille anni prima che qualcuno cominci a riconoscere la vostra parentela con le tribù che ora stanno attraversando le montagne nebbiose. Ossia gli eredi del popolo di K'rg delle tribù di Go'hid, Skla, Taal, De'hut, Dak, Llirr, e di Door. Nomi che anche i vostri vecchi tramandano, credo. E per giunta vi sono molte altre stirpi che sono nate nel frattempo. Scegli ora. Io ho parlato anche più del consentito. Tocca a te. Ah, un'ultima cosa. Perdonami, non mi sono presentata. Mi chiamo Atheasùle. Nella lingua dei miei antenati significa “spirito del bene”. Ricordati di questo nome, principessa, perché la tua gente avrà sempre bisogno di cercarlo, lo spirito del bene”.
Euskara rimase pensosa a lungo. Alla fine le venne da scuotere la testa. I misteri cui aveva accennato la sacerdotessa erano troppo grandi per essere veri. Troppo grandi per la testa di un uomo. Preferiva rimanere ancorata alla realtà semplice che aveva sempre incontrato. Era più facile. Le bastò quel cenno e tornò alla sua battaglia. La vinse, questa volta. Visse inquieta per il resto della sua breve vita, mentre nello stesso istante in cui si bagnava nelle acque del grande mare come aveva giurato di fare, Tuatha e Gael, della tribù di Go'hid attraversavano le montagne nebbiose a sud. Più a nord provavano la stessa avventura Galind e Sudin, gemelli della casa di Aes. 
Non sono gli anziani che raccontano questo perduto dialogo, ma solo il vento e i petali rossi di quel campo, nei giardini di Yavanna, in Valinor.

Paolo Maltagliati


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