ovvero: Dante Alighieri nel XXXIII secolo!
Nota: questo è un racconto di fantasia e non implica nessun giudizio morale sui personaggi storici in esso nominati.
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Canto I
el
mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai in una stella oscura,
chè la Via Lattea io avea smarrita.
Ah, quant'è duro per me descrivervi com'era quella stella nera: un mare di puro buio, un'immensa nube di materia oscura senza neppure l'ombra di un fotone né di un gravitone; solo a ripensarci, io, il prode capitano Dante Alighieri, reduce di tante battaglie nel braccio di Perseo della Via Lattea, sento di nuovo la paura che mi attanaglia ogni membro!
Ero certo che sarei morto là dentro, senza riuscire mai a ritrovare la strada per uscirne, poiché in qualunque direzione dirigevo la mia astronave, la "Beatrice", pur proseguendo lungo quella che a me pareva una traiettoria rettilinea, finivo sempre per ritrovarmi al punto di partenza.
Non so neppure descrivervi bene come vi sono entrato. Tornavo da Tau Ceti IV, dove avevo compiuto un'ambasceria per conto del governo terrestre, ed ormai la boa iperspaziale che segnalava il confine del Sistema Solare era nel raggio dei miei sensori: credo di aver innestato il pilota automatico e di essermi addormentato durante l'ultimo balzo iperspaziale, tanto quella manovra era ormai di routine. Ridestatomi, mi accorsi di essere capitato in quella specie di trappola cosmica senza più riuscire ad uscirne.
Alla fine, quando ormai avevo perso le speranze, vidi sul radar un punto di luce che puntava verso di me. In quel gorgo spaziale dunque c'era almeno un'altra astronave! Mi rincuorai e mossi in quella direzione. Ma quale fu la mia sorpresa quando mi resi conto che la nuova nave spaziale non era di alcun tipo conosciuto, non rientrando nel database della flotta stellare! Che si trattasse di un vascello alieno? In questo caso, occorreva dare energia alle armi e prepararsi al peggio. Attivai lo schermo deflettore e diedi piena potenza ai cannoni ionici, quando attraverso il comunicatore mi giunse una voce quanto mai strana, una voce che mi sembrava fioca dopo un silenzio prolungatissimo:
"Abbassa le armi e disattiva gli scudi, Dante. Contro di me non hanno più alcun effetto, ormai."
"Tu mi conosci?" domandai sempre più incredulo. "Ma sei uomo o alieno?"
"Né l'uno né l'altro, Sono stato un uomo, molto tempo fa, agli albori dell'era spaziale. Io vissi al tempo del buon Wernher Von Braun, il pioniere dell'astronautica, quando ancora gli uomini credevano che avrebbero trascorso tutta la loro storia sul pianeta Terra. Io stesso fui un pioniere, perchè sono annoverato tra i primi dieci uomini che lasciarono la superficie terrestre per avventurarsi nello spazio cosmico; persi la vita su di un'astronave, anche se per ironia della sorte essa era ferma sulla rampa di lancio."
Io sentii rizzarmi ogni pelo del corpo, ma divenni bianco come la stella Betelgeuse quando ebbi il contatto visivo con l'astronave del mio interlocutore, e vidi che non era una nave iperspaziale del nostro XXXIII secolo, bensì un missile bianco e nero che sembrava uscito poco prima dal Museo dell'Astronautica di Nuova Washington, e che sulla fiancata recava la scritta « Mercury-Redstone 4 ».
"Chi sei?" domandai, come se davanti a me avessi una cavalletta carnivora gigante di Sigma Orionis III.
"Il mio nome era Virgil
Grissom."
"Ma non è possibile! Ho studiato le tue missioni, tu sei morto da 1300 anni!"
"Da 1333 anni, per la precisione. Restai ucciso, insieme ai miei colleghi Ed White e Roger Chaffee, in seguito a un incendio durante una simulazione a bordo dell'Apollo 1 il 27 gennaio 1967."
"Ed allora com'è possibile che ora io ti incontri in carne ed ossa?"
"Non ho né carne né ossa, Dante."
Ebbi finalmente l'immagine del mio interlocutore e vidi un viso giovane e sorridente, seminascosto da un casco assolutamente ingombrante, del modello usato agli albori dell'esplorazione spaziale umana. Sulle spalline della tuta egli aveva cucita la bandiera degli Stati Uniti d'America, uno stato che non esisteva più da quasi 900 anni. "Non mi sembri trasparente", gli dissi io, simulando un coraggio che non avevo.
"Quello che tu vedi è il mio corpo fluido. L'essere umano non è formato solo da corpo e anima, ma da corpo solido, anima e corpo fluido. Quando il corpo solido muore, l'anima si stacca da esso e, affinché possa avere dimora nei Regni dell'Oltretomba, l'Onnipossente le crea attorno un corpo fluido in apparenza simile a quello solido, ma fatto di plasma e non di carne. Questo corpo fluido voi lo chiamate « fantasma »."
"Allora tu... tu sei uno spettro!"
"Qualche codardo sulla Terra potrebbe definirmi così. Imparerai però che questo nuovo corpo è più concreto di quanto credi."
Ciò detto, interruppe la comunicazione, aperse il portellone della sua nave stellare, che io cominciai a sospettare essere il fantasma dell'omonima navicella del XX secolo, attraversò agilmente lo spazio vuoto che la separava dalla mia, ed a questo punto io gli apersi il portellone della camera stagna, atterrito all'idea di vederlo attraversare lo scafo della mia astronave come una radiazione gamma. Dopo poco egli entrò nella cabina di pilotaggio, mi si sedette accanto, mi pose una mano sulla spalla, ed avvertii la pressione di una normale mano umana guantata.
"Ti sei reso conto che non sono solo un gioco di luce distorta dall'orizzonte degli eventi dentro il quale ci troviamo?"
"Orizzonte degli eventi?" replicai io, meravigliato. "Oh, allora vuoi dire che..."
"Sì. Questa non è una semplice nebulosa oscura come tu credevi. Ci troviamo all'interno di un buco nero."
"Ma il buco nero antisolare non esiste, è solo una leggenda!"
Il mio interlocutore si tolse il casco e scosse il capo come fa un maestro con un discepolo che non ne vuole proprio sapere di imparare una lezione. "Anche l'immortalità dell'anima per tantissima gente è solo una leggenda. Ora però con questa leggenda tu stai conversando da pari a pari. E nella leggenda del buco nero antisolare ora ci sei dentro con tutta la nave."
"Vuoi dire che davvero il Sole aveva una compagna?"
"Sì, cinque miliardi di anni fa esisteva una stella sei volte più massiccia del Sole ma più fioca, chiamata Iblis. Brillò solo per dieci milioni di anni, periodo di tempo che corrisponde alla vita media normale di una stella di tale massa. Poi esplose e rilasciò gli strati esterni, ricchi di elementi pesanti prodotti dalle sue reazioni nucleari. Questi elementi ricaddero sul Sole in formazione e diedero vita ai pianeti."
"La creazione del mondo e degli uomini", soggiunsi io.
"Sì. Dal canto suo, il nucleo furiosamente ardente della stella Iblis precipitò su se stesso e si trasformò in un buco nero, cessando praticamente di esistere e divenendo l'opposto speculare del Sole: quello è luminoso e dà la vita, questo è tenebroso e procura la morte."
"La caduta degli angeli", aggiunsi io con un brivido.
"Precisamente. Per questo i pianeti sono una commistione inestricabile di bene e di male, di paradiso e inferno. In ogni caso, questo buco nero attende nell'ombra da cinque miliardi di anni, a un anno luce di distanza dal Sole, che molti incauti viaggiatori dello spazio ci mettano un piede dentro durante il loro ultimo balzo iperspaziale, sparendo letteralmente dall'universo."
"Come è successo a me! E tutto perchè mi sono appisolato e non ho tenuto d'occhio il gravitometro, che mi avrebbe avvisato in tempo del pericolo! Oh, te ne prego, Virgil, nobile eroe dello spazio, salvami da esso affinché possa ritornare alla natia Firenze!"
"Sono qui per questo, Dante. Ma tu chiamami Gus, come facevano i miei amici di un tempo."
"Per questo? Diavolo, come hai fatto a sapere che c'ero finito dentro?"
"Me lo ha detto Beatrice."
"Beatrice? La MIA Beatrice? La fanciulla della colonia su Epsilon Indi I di cui mi sono innamorato quando ero un cadetto?"
"Proprio lei. Mi apparve dove mi trovavo e mi disse con voce suadente: « O anima gentile dell'Indiana, recati dentro il buco nero antisolare in cui il mio amato è precipitato per sua imperizia. Non lasciarlo là dentro a morire come accadde a te tredici secoli fa, su quella rampa di lancio di Cape Canaveral, ed io te ne sarò eternamente grata. » I suoi occhi brillavano come Castore e Polluce, i due splendidi astri della Costellazione dei Gemelli, ed io non avrei potuto resisterle e dirle di no neppure se mi avesse chiesto di andare a prenderle il più glorioso quasar che splende sul bordo estremo del nostro universo."
Come i fiorellini fosforescenti di Alfa Camelopardalis V, ibernati sotto una cappa di atmosfera congelata al termine della lunga notte polare del loro pianeta, ritornano alla vita appena l'astro sorge in tutto il suo fulgore e sconfigge le tenebre secolari, così anche la mia anima disperata si risollevò, all'udire che la ragazza da me amata nell'adolescenza, e morta durante un attacco di predoni dello spazio alla sua colonia spaziale quando aveva solo 18 anni, si ricordava di me anche nell'Altro Mondo, al punto da convincere uno dei monumenti dell'astronautica a venire a salvarmi. Gli dissi allora:
"Mostrami dunque la via per uscire dall'orizzonte degli eventi, Gus. Come si fa?"
"Non si può."
"Come no? Se tu ne sei entrato, ne potrai anche uscire, no?"
"Ti ricordo, Dante, che il mio è un corpo fluido. Su di esso la gravità quantistica non ha effetti. Sul tuo corpo solido sì. Se provassi a viaggiare all'infinito, tenendo fisso il timone sempre nella stessa direzione, ti ritroveresti comunque al punto di partenza, perchè lo spazio-tempo-energia qui dentro è distorto al punto tale che l'infinito si contrae in un punto solo."
Ricordai le lezioni di gravitodimamica all'Accademia Astrale, e conclusi che Virgil aveva ragione. "E allora come farai a tirarmi fuori di qui?"
"Da un buco nero si può uscire in un modo solo. Ricordi la Grotta delle Ninfe cantata da Omero nell'Odissea? Aveva due porte, una per gli uomini, una per gli déi."
"Ero un drago in letteratura antica, ai tempi del Liceo. Ma che c'entra?"
"C'entra eccome. E' una metafora del buco nero. Gli uomini hanno una sola porta per entrare, ma nessuna per uscire. Possono uscire solo se cessano di essere uomini e diventano puri spiriti."
"Cioè
se muoiono."
"Esatto. E se muoiono, vanno nei Regni dell'Oltre Tomba, da cui io provengo."
"Tu mi stai dicendo..."
"Che puoi uscire da qui solo attraversando l'Altro Mondo. Certo. Lo fecero già Ulisse, Enea e San Paolo, « il Vas d'Elezione ». Perchè non puoi farlo anche tu?"
"Maledizione, Gus, perchè io non sono né Ulisse, né Enea, né San Paolo. Sono solo un capitano di nave stellare ed un esobiologo, non un eroe leggendario o un santo. Loro avevano una missione universale da portare avanti, io no!"
Il mio illustre interlocutore mi scrutò con occhi severi. "Stai mettendo limiti alla Provvidenza? Chi ti dice che tu non l'abbia? Chi ti dice che il Re dell'Universo non voglia che tu attraversi i regni oltremondani per portarne testimonianza agli uomini del Quarto Millennio, che sembrano averli dimenticati?"
Tacqui, non sapendo cosa rispondergli. Egli però si dovette accorgere della mia contrizione, perchè spianò lo sguardo corrucciato e riprese:
"Se vuoi uscire da questo buco nero selvaggio, non c'è altra possibilità che lasciare lo spazio, il tempo e l'energia per inoltrarti con me nell'Eternità. Udrai le strida disperati degli antichi spiriti dolenti, che piangono la loro Seconda Morte. Vedrai coloro che sono felici di stare tra le fiamme, perchè sperano attraverso di esse di raggiungere il luogo della somma beatitudine. Se poi vorrai scendere fino a quest'ultima, un'altra sarà più degna di me di accompagnarti. Felice chi abita laggiù per l'eternità!"
E io a lui: "Affinché io fugga finalmente da questo posto, te ne prego, conducimi fin sulla Porta dell'Inferno, così che io veda coloro che tu mi descrivi dolenti per tutti i secoli. Infatti puoi farlo, tu che fosti tra i primi a solcare i cammini dello spazio: tu guida, tu signore, tu maestro!"
Gus mi sorrise, si rimise il casco, mi invitò a prendere il mio e ad infilarmelo, quindi pasammo attraverso la camera stagna e lasciammo la mia nave per trasferirci sulla sua. Era davvero piccola e scomoda: mi venne in mente che quelle prime navicelle spaziali non erano decisamente dei luoghi adatti per claustrofobici. Ma non ci fu tempo per pensare alle scomodità del viaggio: la meta infatti era talmente ardua e lontana, da farmi tremare le vene e i polsi come se già mi vedessi davanti tre fiere infernali a sbarrarmi il passo. Tuttavia prima ancora che potessi chiedere a Grissom di farmi scendere, perchè dopotutto anche l'interno di un buco nero è un posto ospitale ed accogliente rispetto alle tenebre e ai tormenti dell'inferno, egli mise in moto i razzi a combustibile liquido della gloriosa Mercury-Redstone 4, si diresse verso una direzione nella quale sembrava non esserci nulla, ed entrammo così nel cammino alto e silvestro.
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Canto II
« Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente »
(Inf. III, 1-3)
« PER ME SI VA NEL PIANETA DOLENTE... crrr, crrr... PER ME SI VA NELL'ETERNO DOLORE... crrr... PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE... crrr... »
Questa voce gracchiante e disumana mi giunse alle orecchie, gradevole come lo si stridio di un'unghia su di una lavagna di ardesia, attraverso l'antiquata ma perfettamente funzionante radio ad onde hertziane della Mercury-Redstone 4 di Gus. Non potei fare a meno di chiedere alla mia guida:
"Anche all'inferno ci sono interferenze nelle trasmissioni?"
La mia voleva risultare una mezza battuta, ma la sua risposta fu tutto fuorché incoraggiante:
"Ricordati, Dante, che tutto quanto di male o di spiacevole ci può essere nell'Universo, da questo punto in poi lo troverai tutto radunato insieme."
"FU LA GIUSTIZIA AD ANIMARE CHI MI TRASMISE... crrr, crrr, crrr... MI HANNO TRASMESSO LA POTESTÀ DIVINA, LA SOMMA SAPIENZA E IL PRIMO AMORE.... crrr, crrr... NON CI SONO COSE PIÙ VECCHIE DI ME, SE NON QUELLE ETERNE... crrr... E IO STESSA SONO RITRASMESSA IN ETERNO... crrr, crrr... LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CHE ENTRATE... crrr, crrr..."
Subito dopo la voce stridente ricominciò daccapo la sua litania, al che Grissom spense la radio e mi guardò negli occhi, leggendovi tutto il mio timore. "Non è propriamente un tappetino con su scritto « Benvenuti »", abbozzai io, ma lui riprese con uno sguardo che pareva fatto del corindone di Bellatrix VI:
"Da qui in poi, Dante, ogni tuo timore ed ogni tua viltà devono essere dimenticati come se non fossero mai esistiti. Qui infatti inizia l'abisso di dolore in cui stanno rinchiusi coloro che hanno perso per sempre il bene dell'intelletto. Solo se dimostrerai di non cedere davanti a nulla, avrai la forza di arrivare fino in fondo. Dimostrati pavido per un solo microsecondo davanti ai guardiani dell'Inferno, e non farai più ritorno alla terra dei vivi!"
Subito dopo tuttavia mi sorrise, mi prese una mano nella sua, che ancora una volta mi parve molto diversa dalla mano gelida di un fantasma, ed allora mi confortai un po'. Quando tornai a guardare nell'oblò della cabina di pilotaggio, vidi che egli aveva già acceso i razzi posteriori, e che ormai la soglia degli Inferi era dietro di noi.
Improvvisamente cominciai ad udire ciò che non avrei mai pensato di poter sentire attraverso il freddo vuoto dello spazio: sospiri, pianti, lamenti altissimi, bestemmie proferite nelle lingue più diverse, parole di dolore, accenti d'ira, grida ora strazianti ora fioche, tutto questo accompagnato dal frastuono di mille mani sbattute con rabbia contro lo scafo esterno della Liberty Bell 7 (il nome che Grissom aveva dato alla sua Mercury-Redstone 4). Tutto questo baccano mi fece salire l'adrenalina a livelli di guardia e mi mosse al pianto, io che non piangevo fin dalla morte della mia adorata Beatrice, perchè avevo cominciato finalmente a comprendere quanto dolore riempiva quello spazio che io credevo vuoto. Come la polvere interstellare si diffonde turbinando trascinata dall'onda d'urto dell'esplosione di una supernova, così quel tumulto girava attorno alla navicella quasi assediandola; ed io, sopraffatto dall'orrore, domandai a Virgil:
"Maestro mio, cos'è questo chiasso che odo, in mancanza d'aria che possa trasmettere il suono? E com'è possibile che tanta gente soffra così tanto nel nulla dello spazio?"
"Scoprirai ben presto che il nulla non esiste", soggiunse Gus, ed intanto sorvolò un pianeta, che io riconobbi essere Mercurio. Sulla sua superficie vedevo qualcosa brulicare come le formiche polari di Aldebaran II attorno a una goccia di miele, ed allora la mia guida manovrò la nave in modo da portarmi a poche decine di metri sopra la superficie profondamente craterizzata di quel pianeta. Fu allora che vidi un missile incandescente volare a pochi metri dalla roccia nuda di Mercurio, inseguita da una folla immensa di persone di ogni razza, statura ed età, tutte senza tute spaziali e tutte impegnate in una corsa a rotta di collo dietro quel razzo di origine ignota, come le cicogne rettili di Altair III seguono il loro capostormo a milioni.
"Prima che tu me lo chieda, ti dirò che tutte quelle che vedi sono le tristi anime di coloro che sono vissute senza infamia e senza meriti", prese la parola Gus, mentre io non staccavo gli occhi dall'oblò neppure per un istante. "Essi non hanno mai voluto prendere posizione, fare una scelta di campo, credere in qualcosa: ed ora sono costretti ad un lavoro quanto mai inutile, inseguire un miraggio che non raggiungeranno mai. Essi non hanno speranza che una nuova morte venga a porre fine a questa loro condizione, e la loro esistenza cieca appare così bassa, che sono invidiosi della sorte di qualunque altro dannato. Nel mondo dei vivi non resta alcuna fama di loro, né nel bene, né nel male, e la stessa Giustizia Divina li trascura. Perciò non ragioniamo di loro: tu guarda e passa."
E io, che guardai meglio, vidi che quelli sciagurati, che non furono mai veramente vivi, erano stimolati a correre da uno sciame immenso di mosconi e di vespe, che continuavano a pungerli: il loro sangue cadeva sulla sabbia mercuriana, dalla quale sorgevano vermi orribili e viscidi che di quel sangue si nutrivano. Mentre ero sopraffatto dal disgusto a quella vista, improvvisamente tra quei disperati riconobbi un'anima: era Celestino V, il predecessore dell'attuale, corrotto Presidente della Terra, Bonifacio VIII. Fisico e filosofo, benché ultracentenario era stato scelto dai Grandi Elettori del Senato proprio per contrastare l'elezione di Bonifacio, ma Celestino aveva temuto di diventare una marionetta nelle mani dei Senatori, digiuno di politica com'era, e così aveva deciso di abbandonare l'incarico e tornare ai suoi studi. Questo "Grande Rifiuto" aveva spianato la strada all'elezione del corrotto Bonifacio VIII. Non mi stupii di vederlo in quella schiera, perchè dopotutto con la sua pavidità aveva permesso l'avvento al potere di un magnate dedito solo ai propri interessi e convinto di essere immortale ed onnipotente, mentre invece avrebbe potuto fare tanto bene, se solo avesse preso il coraggio a due mani.

Mentre ancora avevo negli occhi il volto di quel vecchio affannato, mi accorsi che Virgil cambiava rotta, e mi portava dentro uno dei grandi crateri del primo pianeta del Sistema Solare. Lì dentro era in attesa un'astronave gigantesca, mentre una folla ancora più innumerevole di quella da me vista poco prima si affollava intorno ai suoi portelloni. Quanto poteva essere grande quell'astronave? Forse chilometri; aveva la forma di un razzo, di quelli immaginati nei primissimi romanzi di fantascienza alla fine del Secondo Millennio, e vidi che un uomo in tuta spaziale che stava ritto davanti al portellone principale. Grissom manovrò in modo da atterrare a poca distanza dall'immensa astronave, nella quale le folle cercavano di entrare come fa l'acqua di un oceano che mugghia riversandosi dentro un gorgo. Uscimmo dalla navicella, ci mescolammo alla folla di anime gementi che procedevano a capo chino e sembravano implorare un passaggio, e fu allora che vidi l'uomo in piedi accanto alla porta. Che avesse l'aspetto d'uomo non c'è dubbio, ma era alto quasi tre metri ed aveva gli occhi rossi come se tutto il suo sangue scorresse là dentro. Rossa era del resto anche la sua tuta spaziale, mentre lunghe chiome bianche gli ricadevano lungo la schiena.
"Guai a voi, maledetti!" stava ringhiando quell'essere, parlando in una lingua stranamente comprensibile per tutti, e dunque anche per le mie orecchie. "Non sperate mai in alcun perdono! Sono qui per portarvi nelle tenebre eterne, siano esse gelide o roventi!"
In quell'istante i suoi occhi incrociarono i miei, ed io mi sentii scrutare dentro come da un bioscanner. Subito egli mi urlò:
"E tu, che hai ancora un corpo solido e non un corpo fluido, si può sapere cosa ci fai qui? Vattene lungi da costoro, che sono morti per sempre!"
Confesso che se da bambino mi si fosse presentato davanti l'Orco delle favole per portarmi via, come mi minacciava mia madre, mi sarei spaventato di meno di quanto non ero in quel momento. Irrigidito dal terrore non mossi un muscolo, ed egli allora fece ancor più la voce grossa:
"Un'altra astronave ti porterà all'approdo ultimo della tua vita, non la mia! Sta scritto che un vascello meno maledetto del mio ti condurrà in porto!"
"Basta così, Caronte!" gli ordinò a quel punto Grissom, davanti agli occhi vitrei e spenti della grande folla dei dannati. "Desidera così Colui che Può Tutto Quello Che Vuole! Obbedisci e non porre altre domande!"
Allora il leggendario demonio, traghettatore degli Inferi, tacque osservando con odio la mia guida, quindi ci ignorò e fece cenno agli spiriti di entrare nella sua astronave. Subito tutti si affollarono sulla porta facendo a botte tra di loro, come se fossero ansiosi di raggiungere i tormenti eterni, e quando la nave fu piena Caronte entrò anch'egli nella camera di pilotaggio. Immediatamente i portelloni furono chiusi, i motori accesi al massimo della potenza, il razzo si sollevò di alcune centinaia di metri in una nube di polvere, e poi partì velocissimo in direzione opposta all'immenso disco del sole. Il Vascello dei Morti però non era ancora sparito alla vista, e già il cratere si riempiva di nuove anime, che sembravano fuoriuscire dalla sabbia grigiastra che ne riempiva il fondo, così come un iris di Antares VII fiorisce in pochi secondi dalla nuda roccia. I nuovi venuti cominciarono subito ad invocare a gran voce il ritorno del Nocchiero dell'Ade, ed allora io ne approfittai per domandare alla mia guida:
"Dì, Gus, da dove vengono queste anime, e com'è possibile che tutte abbiano così fretta di varcare le porte dell'inferno?"
"È la Giustizia Divina che li sprona, così che il terrore si trasforma dentro di loro in bramosia. Vedi, Dante, tutti quelli che muoiono nell'ira di Dio, da qualunque mondo provengano, convergono sull'assolata superficie di Mercurio, la porta del Sistema Solare. Qui l'anima malvagia precipita, e siccome essa ha le dimensioni di un punto geometrico, il plasma della corona solare si materializza attorno ad essa, dando vita al corpo fluido. Di qui non passa mai alcuna anima buona; perciò, se Caronte si è lagnato della tua presenza qui, puoi ben capire che il tuo destino ultraterreno sarà diverso."
Stavo per chiedere spiegazioni al mio amico circa queste sue parole, quando dalla corona del Sole partì un'eruzione che investì Mercurio con una vampata di fuoco. Io avvertii la stessa sensazione che dovette aver provato Virgil quando bruciò vivo dentro l'Apollo 1, mi sentii sopraffatto da quel calore inenarrabile, attorno a me vidi solo il colore vermiglio del fuoco, ogni sentimento mi venne meno e caddi al suolo come l'uomo che è preso dal sonno sul più bello di uno spettacolo teatrale.
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Canto III
« Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona »
(Inf. V, 103-105)
Lo spesso sonno nella testa
mi fu rotto da un tremendo tuono, che mi fece riaprire gli occhi, ed allora mi
sollevai un po' a fatica e girai lo sguardo all'intorno, pulendo la superficie
esterna della visiera del casco con
una mano
guantata. E fu allora che compresi
di essere nel bel mezzo della dolorosa Valle dell'Inferno, che rintrona per
sempre di infiniti lamenti.
Mi trovavo infatti sul ciglio di un burrone, alto almeno un centinaio di metri, e davanti a me potevo scrutare un paesaggio spaventoso: montagne dalle falesie dirupate alte migliaia di metri, vulcani che esplodevano in continuazione, fiumi di lava, laghi di acido solforico bollente, e dovunque la roccia era incandescente e fumava, proprio come mia madre mi descriveva l'Inferno quando ero bambino. Solo che quell'inferno io lo conoscevo, avendone visto le fotografie durante il corso di Planetologia all'Accademia: quella che avevo davanti era la rovente superficie di Venere, come dimostrava la spessa cappa di nuvole sulle quali si rifletteva la superficie del pianeta, in uno spaventoso effetto di Fata Morgana, e la luce plumbea che dovunque ricopriva di tenebre spettrali quel mondo disgraziato.
Rialzatomi, vidi accanto a me l'antiquata tuta di Virgil Grissom e, a poca distanza, la Liberty Bell 7 dalla quale dovevamo essere appena sbarcati (ma il viaggio l'avrò fatto davvero a bordo di quella navicella fantasma?). Mi volsi allora a lui e gli domandai:
"Tu sei il mio maestro e il mio pilota: tu sei colui dal quale io ho preso il mio amore per lo spazio. Ora dimmi: la temperatura superficiale di Venere, a causa dell'effetto serra innescato dal biossido di carbonio dell'atmosfera, supera i 450° C, e il tellurio metallico precipita come neve sulle cime dei monti più alti. Com'è possibile che io e te ora passeggiamo tranquillamente sulla sua superficie senza squagliarci come gelati nel forno?"
"Ti ricordo che il mio è un corpo fluido, plasmatico", mi sorrise Virgil, mettendomi amichevolmente una mano sulla spalla. "Risulta perciò ininfluente agli sbalzi di temperatura, e non subisce sbalzi significativi né nel vuoto cosmico né sotto le 90 atmosfere della pressione di Venere. Quanto al tuo corpo solido, Beatrice ha ottenuto dall'Onnipotente che esso possa godere delle proprietà di un corpo fluido, finché ti trovi in viaggio attraverso i Regni Ultraterreni."
"Fa piacere essere un fantasma onorario", mi sforzai di balbettare cercando di sorridere, anche se il mio somigliò piuttosto ad una smorfia. "Ed è inutile dire che nessuna sonda lanciata negli ultimi 14 secoli sulla superficie di Venere ha potuto rilevare i corpi fluidi dei dannati, non è vero?"
Gus non mi rispose, ma il suo silenzio equivalse ad un assenso: ai mortali sono preclusi i misteri dello Spirito. Staccatosi da me, egli si avviò a discendere la scarpata che portava nel pianoro sottostante, ed io mi affrettai a seguirlo. Mi accorsi però che aveva smesso di sorridere, ed anzi procedeva a capo chino e tutto smorto.
"Per questa strada entriamo nel cieco mondo della dannazione", mi disse quasi in un sussurro. "Io sarò il primo, e tu sarai il secondo."
Seguendolo a due passi di distanza, e facendo attenzione a dove mettevo i piedi, gli domandai: "Gus, come farò a procedere, se tu, che mi sei accanto per dissipare ogni mio dubbio, hai timore ad andare avanti?"
Ed egli a me: "È l'angoscia per la sofferenza di chi soffre qui, che mi dipinge sul viso quella pietà che tu credi paura. Ma andiamo, perchè la via è lunga e ci sono state concesse solo poche ore per attraversare tutto l'Inferno."
Ed ecco, appena fummo ai piedi della scarpata, io vidi una grande folla di anime, appena sbarcate dall'astronave di Caronte che già dirigeva attraverso le nubi per tornare su Mercurio; tutte facevano ressa intorno ad un essere seduto su quello che sembrava un trono di pietra incandescente, poggiato proprio contro la scarpata da cui eravamo discesi. Anch'egli aveva aspetto umano, ma la pelle, i capelli e la barba erano color magenta, ed aveva in testa una corona d'oro rovente, dotata di due corna taurine. Parlava con una voce simile a un ringhio, e dietro di lui spuntava una lunga e mobilissima coda, simile ai tentacoli di un calamaro gigante di Algenib II.
"Quello è Minosse, vero?" domandai a Gus con la voce colma di timore. Ed egli mi rispose:
"Sì. Sulla Terra era un grande sovrano, ma volle usurpare la Potestà Divina pretendendo di sostituire le proprie leggi a quelle del Signore, ed allora fu condannato in eterno a giudicare i dannati senza mai sgarrare di un millimetro dalla Legge di Dio. Vedi? Quando le anime malnate gli vanno davanti, confessano ogni loro colpa, incapaci di mentire, e quel conoscitore dei peccati si avvolge con la coda tante volte, quante orbite planetarie lontano dal Sole deve essere collocata ciascuna di loro."
Aveva appena finito di parlare quando Minosse mi vide, abbandonò per un momento il suo alto ufficio e ringhiò al mio indirizzo con voce minacciosa:
"Ehi, tu! Tu, misero mortale che osi entrare nell'ospizio del dolore! Considera con quanta facilità sei entrato, e se ti sarà tanto facile uscirne! Non ti far ingannare da quell'astronauta fallito che ti ha condotto fino a qui, e che in ogni momento può piantarti in asso!"
A quel punto si levò terribile la voce della mia guida, che non avevo mai sentito così adirata:
"Perchè vuoi spaventarlo inutilmente, o giudice dei morti? Non potrai impedire il suo viaggio, voluto dall'Onnipotente. Così si vuole là dove ogni desiderio viene subito realizzato!"
Ciò detto, mi prese per un braccio e mi trascinò lontano, lasciandolo là schiumante di rabbia.
Fatti pochi passi, capii perchè Gus era tanto angosciato, scendendo da quelle rupe. Infatti una terribile tempesta di vento, tipica del pianeta Venere, spazzava tutta la pianura nella quale avanzavamo, e sia io che lui dovemmo aggrapparci a degli spuntoni di roccia per non essere trascinati via a nostra volta. Quella bufera soffiava a quasi mille chilometri all'ora, trascinando con sé sassi, sabbia vetrosa, schizzi di acido solforico bollente ma anche un'incredibile folla di spiriti, i cui corpi fluidi si aggrovigliavano tra loro, sbattevano contro il suolo e contro le rocce, finivano a pezzi per poi ricomporsi e tornare a bestemmiare e a piangere di dolore, come solo un corpo plasmatico poteva fare.
"Questi sono coloro che amarono in modo sbagliato, e che per amore morirono", mi gridò Gus sopra il frastuono del tornado. "In vita essi si lasciarono travolgere dalla passione anziché dalla ragione, ed ora il vento venusiano le travolge, senza nessuna speranza non dico di una pausa, ma neppure di una pena meno dura."
"Fammi i nomi di alcuni di costoro", risposi io gridando a squarciagola, "che vedo venirci incontro come le gru corazzate di Alfa Draconis II, sempre intente a lanciare i loro lamentosi richiami."
Allora Virgil, sempre tenendosi ben saldo alla roccia con la sinistra, mi indicò con la destra decine di anime dolenti, fra cui quelle di antiche regine come Elena di Troia e Cleopatra, e quelle di recenti dive dello spettacolo che non avevano esitato a partecipare a registrazioni pedopornografiche solo per amore del vile denaro; ed io stesso riconobbi una ballerina incontrata su Epsilon Indi III, che credevo ancora in vita, ma che evidentemente doveva aver conosciuto una fine tragica e precoce. Allora fui sopraffatto anch'io dalla pietà, un nodo più duro della roccia venusiana mi ostruì la gola e sentii le lacrime che mi salivano agli occhi. Nonostante questo, gridai alla mia guida:
"Maestro, io tutte queste anime le vedo procedere solitarie ed anzi le vedo picchiare le loro simili quando il vento le porta a scontrarsi: l'amore che provarono in vita, qui è cambiato in odio e tragica solitudine. Ma chi sono quelle due ombre che procedono abbracciate, e che sembrano così leggere nella violenza del vento?"
"Chiediglielo tu stesso", mi rispose Gus; ed ecco, come se Qualcuno lassù avesse udito la mia richiesta, per poco tempo la bufera scemò d'intensità nell'angolo tra le rocce scoscese dove ci eravamo riparati, e le due anime furono spinte accanto a noi, restando sospese a circa due metri dal suolo, come colombe richiamate dal desiderio al loro dolce nido.
"O essere umano gentile
e benevolo nei nostri confronti, se il Re dell'Universo fosse nostro amico, io
lo pregherei per la tua pace, poiché hai avuto pietà del nostro male
perverso", mi disse lei, senza staccarsi un attimo dal suo compagno.
"Di ciò che ti piace udire e parlare, io ti parlerò fintanto che la
bufera infernale conosce un attimo di tregua. Il mio nome è Maria, e questo è
il mio amato Rodolfo, figlio di un imperatore.
L'amore, che trova facile breccia
in un cuore gentile, fece innamorare il mio compagno della persona che lui
stesso poi mi tolse; l'amore, che non perdona mai né chi lo prova né chi ne è
l'oggetto, mi assalì tanto fortemente nei confronti di Rodolfo che, come vedi,
neanche qui all'Inferno mi abbandona; l'amore condusse noi due ad una sola
morte."
Quando udii ciò, io che avevo amato disperatamente la mia Beatrice, chinai il viso ed esclamai: "Ahimé, quanti dolci pensieri, quanto desiderio reciproco portò costoro al passo più doloroso!" Avevo infatti riconosciuto quei due celebri personaggi storici dell'era prespaziale. Poi ripresi: "Maria, il tuo martirio mi spinge a versare lacrime tristi e pie. Ma dimmi, come riconosceste di essere veramente innamorati l'uno dell'altro?"
La baronessa Maria Vetsera mi rispose sospirando: "Non c'è nulla di più doloroso che ricordarsi del tempo felice nella miseria; ma, dato che tu hai pietà di noi, parlerò come colei che piange e parla ad un tempo. Quando il mio amato Rodolfo d'Asburgo lasciò la moglie Stefania del Belgio e si innamorò di me, suo padre Francesco Giuseppe, imperatore d'Austria e re d'Ungheria, gli impose di dirmi addio e di ritornare dalla sposa per la forza della ragion di stato. Rodolfo avrebbe potuto tranquillamente disfarsi di me come di un indumento usato, obbedire al padre, tornare da Stefania ed ereditare un impero. Invece decise di abbandonare tutto questo e di rendere eterno il nostro amore mischiandolo alla morte, pur sapendo che esso avrebbe potuto avere un seguito solo tra le fiamme dell'Inferno. Allora io compresi che mi amava più del suo titolo di Kronprinz, e mi dissi pronta a tutto per amor suo. E così, il 30 gennaio 1889, ci chiudemmo nel suo casino di caccia a Mayerling, facemmo l'amore, poi lui mi sparò alla testa e si suicidò. In considerazione dell'amore che ci aveva portati a questa tragica fine, neppure lo spietato Minosse pensò di separarci: anziché tra i suicidi, Rodolfo venne dannato come me tra coloro che persero la vita perchè travolti dalla passione; e così, benché puniti in eterno, in eterno resteremo sempre uniti l'uno all'altro, senza che nulla possa separarci mai, neppure l'infinito odio che si raggruma sui pianeti infernali."
Mentre lo spirito di lei mi diceva queste parole, quello di lui piangeva ininterrottamente; e così la pietà mi sopraffece e caddi svenuto così come cade il corpo di un morto.
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Canto IV
« Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa »
(Inf. VI, 14-15)
Quando ritornai in me e riebbi finalmente il possesso della mia mente, che si era chiusa come una saracinesca di fronte alla pietà dei due amanti, pietà che mi aveva riempito tutto di tristezza, mi vidi intorno nuovi tormenti e nuovi tormentati. Capii subito di non essere più sul Pianeta dell'Amore, sul quale a buon diritto venivano puniti coloro che avevano amato in modo sbagliato; attorno a me infatti non c'erano più le rocce incandescenti di Venere, bensì un suolo rossastro ricoperto da uno spesso strato di quella che sembrava neve ghiacciata. E infatti tutt'intorno a me cadevano larghi fiocchi di neve, una neve sporca e farinosa mista a sabbia rossa trascinata in cielo dai venti; quando mi fui rialzato in piedi, ed ebbi provato a raccogliere dei fiocchi con la mano guantata, non fu difficile per me comprendere che si trattava di anidride carbonica ghiacciata. E sulla superficie di Venere la CO2 non potrebbe mai ghiacciare, almeno non più di quanto io potrei respirare metano.
"Siamo su Marte, non è vero?" domandai a Virgil, che stava in piedi a due passi da me con le braccia conserte. "Questo dev'essere uno dei due poli del Pianeta Rosso, ai quali la temperatura scende abbastanza per permettere all'atmosfera di anidride carbonica di precipitare sotto forma di neve sulla superficie."
"Siamo al Polo Nord del pianeta", confermò lui, senza battere ciglio, così come non aveva fatto una piega dinanzi alla tristissima storia di Rodolfo e di Maria, che a mio avviso invece avrebbe mosso a compassione persino una statua di marmo. "E qui sono confitti i golosi, coloro che si dimostrarono ingordi di cibo, di raffinatezze, di alcool, di droghe, di anfetamine, insomma di tutto ciò che produce temporaneamente un falso paradiso in terra, facendo dimenticare qual è l'unico vero Paradiso cui l'uomo deve anelare. La neve gelida e sudicia li fa urlare come cani, riempiendo le loro bocche di materia schifosa così come essi in vita se la riempirono di prelibatezze, ed essi si voltano e rivoltano spesso, facendo schermo con il fianco destro al sinistro e viceversa. Ma questo è nulla, rispetto a..."
Non poté continuare, perchè dietro a me udii un verso terribile, diverso da quelli che in tutta la mia carriera di veterano dello spazio avevo udito emettere da qualunque animale terrestre o alieno; e sì che ne avevo viste tante, su decine di sistemi planetari! Se uno di voi provasse a sovrapporre mediante un sintetizzatore il latrato di uno sciacallo, l'urlo di una donna sopraffatta dal terrore, l'acuto di un baritono e l'orribile verso di un serpente a due teste di Epsilon Orionis II quando viene sgozzato, forse potrebbe avere un'idea dell'orribile frastuono che in quel momento mi risuonò alle spalle. Combattuto fra il terrore dell'ignoto e il desiderio di difendermi dalla belva che aveva emesso quel suono, esitai, ma alla fine ebbe in me la meglio l'istinto di autoconservazione e mi voltai di scatto, estraendo il disintegratore dalla fondina nella frazione di secondo che mi fu necessaria per ruotare di 180 gradi su me stesso. Quello che vidi, tuttavia, mi fece irrigidire dallo spavento come se io stesso fossi diventato della stessa consistenza di quel ghiaccio secco che continuava a nevicare tutt'attorno a me.
Sopra di me infatti incombeva un mostro lungo almeno trenta metri, con due sole zampe artigliate, bianche come il ghiaccio sul quale si ergeva, e tre colli, dello stesso colore rosso ferroso della superficie di Marte, terminante ciascuno con una testa irta di zanne affilatissime: nemmeno i Feroxsauri di Aldebaran II hanno denti così lunghi e bianchissimi, che parevano in grado di sventrare lo scafo di superlega di un'astronave dell'esercito con un solo morso. Ai lati di ogni bocca barbuta si agitavano due tentacoli, uno a dritta ed uno a mancina, i quali terminavano con un occhio giallastro dalla pupilla fissa: per osservare all'intorno, ognuna di quelle teste mostruose menava i tentacoli così come un uomo mena il braccio armato con una torcia da polso per orizzontarsi nelle tenebre di una grotta; ed in quel momento sei occhi gialli come l'odio erano puntati su di me. Dalle tre fauci colava in continuazione una bava rossastra che si rapprendeva e congelava appena toccava il suolo, ed esse si aprivano e si chiudevano in continuazione, come se stessero prendendo la misura per divorarmi più agevolmente; del resto tutto quanto quello scherzo di natura non aveva muscolo che tenesse fermo.

Resomi conto che per quel demone orripilante io ero poco più di uno stuzzichino, tentai di puntargli contro il disintegratore a ioni, ma mi accorsi che il mio braccio si rifiutava di muoversi, paralizzato dall'orrore. Cominciai a recitare le mie ultime preghiere, vedendo il collo di destra, che poi era anche il più lungo, si protendeva verso di me scoprendo le zanne, ma a quel punto udii la voce di Grissom, imperturbata come se davanti a sé avesse solo un innocuo barboncino, che mi ingiungeva:
"Metti giù quell'arma, Dante: a Cerbero non farebbe nemmeno il solletico."
Ciò detto, premette un pulsante sulla consolle portatile che teneva legata al polso sinistro. Subito si aperse un portellone sul fianco della Liberty Bell 7, ritta a poca distanza da noi, e da esso delle mani invisibili gettarono fuori quella che a prima vista mi parve una gigantesca frittata giallastra. Immediatamente, come un toro davanti ai cui occhi è agitata una muleta, Cerbero, il gran vermo, distrasse la sua attenzione da noi e si gettò sulla strana pietanza, divorandola avidamente con le bramose canne. Come avesse fatto Gus a conoscere in anticipo il piatto preferito del custode del Polo Nord di Marte, non mi è dato immaginarlo; in ogni caso, dopo aver divorato il colloso impasto, quello spaventevole essere si allontanò da noi come se si ritenesse già sazio, e vidi le sue tre teste teratomorfe addentare il suolo come una mucca che bruca l'erba.
"Fiuuu!" fischiai di sollievo, rinfoderando l'arma ed ansimando come un mantice da officina. "Non darò più del « mostro » a quel ladro d'un albergatore alieno su Wolf 359, dopo aver visto quella deformità pronta ad assaggiarmi, te lo garantisco! Ma da dove è sbucato fuori su Marte quell'orrore?"
"È l'ultimo degli antichi abitanti del Pianeta Rosso, prima della sua definitiva desertificazione", mi rispose Gus, facendo richiudere il portello principale del suo missile.
"Vuoi dire che un tempo Marte era popolato da centinaia di creature come quella?"
"Da migliaia, per l'esattezza. Fu due miliardi di anni fa, quando il Sole era più luminoso di oggi, la Terra era torrida e popolata solo da cianobatteri, mentre Marte era un pianeta mite, abitabile e ricoperto da oceani. Una ricca flora ricopriva i continenti, essa dava da vivere ad una fauna altrettanto ricca, e quei bestioni erano i più grossi predatori del pianeta."
"Poi il Sole si raffreddò, Marte anche, gli oceani sprofondarono nel sottosuolo sotto forma di permafrost, e l'atmosfera si disperse nello spazio."
"Esatto. Quello che tutti noi chiamiamo Cerbero fu uno degli ultimi tra gli animali marziani ad estinguersi. Un'intelligenza aliena gli offrì la salvezza sulla propria astronave, la quale avrebbe potuto trasferirla sul suo mondo, ma esso rispose divorando quel benefattore spaziale. Per questo dopo l'inevitabile morte quella creatura fu condannata a divorare in eterno le anime dei golosi, a sua volta divorata da una fame terribile ed insaziabile."
"Insaziabile da tutti fuorché da te, non è vero?" insinuai io, accennando alla Mercury-Redstone 4.
"Insaziabile da tutti, fuorché dall'Onniveggente", precisò lui. "Comunque, tu puoi vedere ora Cerbero che si aggira tra le anime dei golosi, sepolte sotto la neve, e si diverte a graffiarle, a scuoiarle, a squartarle, a farle a brandelli e a divorarle. Inutile dirti che subito il plasma di cui sono fatte quelle anime viene espulso dall'ano di quello scherzo di natura, si ricompone a riformare i loro corpi fluidi, e così la loro tortura non avrà mai fine."
Noi prendemmo ad avanzare, passando sopra le ombre tormentate dalla neve ghiacciata e dal demonio Cerbero, e calpestando la loro vanità che sembra persona. Elle giacevano tutte per terra, ricoperte di anidride carbonica ghiacciata, ma una improvvisamente si levò di scatto in ginocchio appena ci vide passare davanti a lei, scotendo da sé la neve che la nascondeva ai nostri occhi. Il suo corpo fluido appariva estremamente grasso, esattamente come doveva essere in vita il suo corpo solido; e, sebbene si pulisse il volto dalla neve con la sinistra, i suoi lineamenti di primo acchito non mi dicevano nulla.
"O italiano che attraversi con il corpo questo pianeta infernale, sappi che io ho concluso la mia vita proprio in Italia, anche se ero nato in un altro continente. Guardami bene e dimmi se mi riconosci: tu sei stato fatto quando ormai io ero disfatto da molto tempo, ma spero che qualche libro di storia parli ancora di me."
Io scrollai il capo e risposi: "Mi dispiace, non riesco a riconoscerti. Dimmi chi sei tu che sei stato confinato in questo luogo così sporco e che sei soggetto a tale pena che, se altre più sono gravi, nessuna è tanto spiacevole."
"In vita sono stato un re", riprese lui. "A soli sedici anni sono stato incoronato Re d'Egitto con il nome di Faruq I. Mia sorella Fawzia fu per otto anni imperatrice di Persia. A soli 32 anni fui rovesciato da un colpo di stato del mio generale più fidato, ed allora andai in esilio nel tuo paese, dove mi rifugiai nei banchetti per consolarmi di essere stato deposto. E proprio gli eccessi del mangiare, l'unico peccato di cui non mi sono mai pentito, mi portarono alla morte a 45 anni mentre ero a tavola, il 18 marzo 1965."
"Se
sei stato un reggitore di popoli", io colsi la palla al balzo, "dimmi:
era diversa la politica al tuo tempo rispetto al nostro, o le magagne di oggi
sono uguali a quelle di ieri? A che punto giungeranno i partiti nel loro
perpetuo litigare? E quanti onesti ci sono davvero tra i politici?"
"Non c'è nulla di nuovo sotto il sole, neppure sotto quello della politica", replicò lui amaramente. "La contesa dialettica degenera ben presto nel sangue, i governanti vengono prima o poi rovesciati da altri più astuti di loro, ed un giorno in tutta la Galassia non ci saranno che cinque re: i quattro delle carte e il Re d'Inghilterra. Su tutta la Repubblica Federale Terrestre i politici onesti sono al massimo due, e nessuno dà loro retta. Se proseguirai il tuo cammino sui mondi infernali, vedrai molti presidenti, senatori e governatori tra le anime più nere. La superbia, l'invidia e l'avidità sono i tre consiglieri prediletti da chi governa le nazioni ed i pianeti, e non devi dunque stupirti se la vita politica è degenerata tanto in basso. Ma, nonostante questo, te ne prego, o italiano, quando tornerai nel dolce mondo fai in modo che qualcuno si ricordi di me. E ora addio: più non ti parlo e più non ti rispondo."
Ciò detto, incrociò gli occhi fin qui fissi su di me, chinò la testa e ricadde supino insieme a tutti gli altri ciechi.
"Costui non si rialzerà più fino al suono della tromba angelica che annuncerà il Giudizio Universale", mi disse allora Virgil prendendomi per un braccio ed invitandomi a tornare alla Liberty Bell 7. "Vieni, è ora di andare."
Io vidi lo spaventoso Cerbero che accennava a tornare verso di noi, pensai che Gus poteva aver finito la sua scorta di focaccia per demoni, e così mi affrettai a seguirlo, chiedendogli:
"Dimmi, maestro: dopo il Giudizio Finale, quando queste anime riavranno il loro corpo, soffriranno più di ora, meno di ora o in ugual modo?"
"Più di ora", rispose lui mentre riprendevamo posto nella sua navicella, "perchè ora a soffrire è solo il loro corpo fluido, che per così dire è artificiale, mentre dopo il Giudizio sull'Asteroide Giosafat a soffrire sarà il loro corpo solido, che invece sarà più vero che mai. Eppure, nonostante ciò, i dannati sperano che il Giudizio arrivi presto, spinti dalla Giustizia Divina."
Ciò detto, Virgil Grissom fece decollare il suo storico velivolo, ma vidi che anziché lasciare l'atmosfera marziana si limitò ad allontanarsi dal Polo volando a non più di 10 chilometri di quota, e raggiungendo latitudini più basse, mentre io e lui discorrevamo di molti più argomenti di quanti ora non vi riferisca. Alla fine vidi che puntava verso un immenso vulcano scudiforme, che si innalzava sopra la regione di Tharsis per un'altezza tre volte maggiore di quella del nostro Everest, ed aveva un diametro superiore ai 300 chilometri; la sua sommità brillava di ghiacci, tanto che io mi chiesi se era lassù che Virgil voleva portarmi, ad incontrare nuovi Cerbero e nuovi golosi tormentati dalla nevicata maledetta. Invece la mia guida manovrò verso le pendici della montagna più alta del Sistema Solare, che aveva potuto arrampicarsi così in alto nel cielo grazie alla ridotta gravità marziana e all'assenza di deriva continentale sulla superficie di Marte. La Liberty Bell 7 prese terra in un ampio canyon che si apriva su un fianco del vulcano, che sembrava fatto apposta per ospitare qualche altra mostruosità del lontano passato marziano. Ed infatti, scesi dalla navetta, lì trovammo Pluto, il gran nemico.
Nota: il Cerbero descritto in questo canto è modellato su quello visibile nel videogame ad alta tensione "Dante's Inferno"™
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Canto V
« Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele »
(Inf. VII, 13-15)
"Papè Satan! Papè Satan Aleppe!" gridò quel demone con voce gracchiante appena ci vide. Né ad un simile essere poteva adattarsi voce più aggraziata, visto che aveva sì un aspetto antropomorfo, ma stava su quattro zampe, la pelle ricoperta da un pelo irsuto e la testa simile a quella di un cane, con zanne degne di una tigre dai denti a sciabola del pianeta Delta Cygni III. Certamente anch'egli era un alieno vissuto su Marte molto prima che l'atmosfera terrestre si arricchisse di ossigeno, il cui spirito era stato piazzato là per punirlo di chissà quale colpa concernente l'avidità, commessa milioni di secoli fa; tuttavia trovai strano il fatto di non riuscire a comprendere le sue parole, dopo che avevo compreso benissimo quelle di due demoni, di due sfortunati amanti austro-ungarici e di un sovrano arabo, tutti parlanti lingue ormai evolutesi da tempo e diventate comprensibili al massimo per un erudito filologo. In ogni caso credo che la sua fosse un invocazione a Satana, il re dell'Inferno (aleph in ebraico indica la prima lettera dell'alfabeto, e quindi significa "il primo e più eminente"), volta a spaventarmi e ad indurmi a tornare indietro, perchè il mio maestro e guida, che invece doveva aver capito benissimo il senso di quell'interiezione, si volse a me e disse per confortarmi:
"Non lasciarti sopraffare dalla paura perchè, per quanto sia potente e feroce, Pluto non può impedirci il nostro viaggio tra i pianeti e le lune dell'Inferno, almeno più di quanto non può impedire a una sola anima di essere perdonata da Dio!"
Si volse quindi a quel muso tumefatto ed urlò: "Taci, maledetto lupo! Consumati dentro con la tua rabbia! Dante non è certo in viaggio di piacere attraverso il tuo cupo mondo: così si vuole là dove San Michele consumò la vendetta del peccato di presunzione dei demoni!"
Come un razzo, che si erge maestoso nei cieli, volge la sua parabola verso terra e precipita in un'esplosione catastrofica appena i motori hanno esaurito il carburante, così quella fiera crudele cadde a terra, piangendo e bestemmiando la propria impotenza, mentre noi gli passavamo accanto senza alcuna paura così come avremmo fatto con i colossi di pietra di Abu Simbel, certi che non avrebbero potuto farci più male di lui.
Ahi, Giustizia di Dio! Chi raccoglie insieme così tante pene e tragedie quante io ne vidi allora? E perchè le nostre colpe ci portano a ridurci in quello stato? Come fanno le onde gravitazionali di due pulsar riunite in un sistema doppio, che si scontrano producendo terribili effetti mareali, così vidi là la gente scontrarsi orribilmente in quel luogo. Io infatti vidi un numero incredibile di spiriti rotolare davanti a sé dei massi giganteschi spingendoli con i muscoli pettorali, urlando come sciacalli anfibi di Vega IX. Li portavano così fin sulla sommità del vulcano, in uno sforzo tremendo quanto inutile che a me ricordò quello del mitologico Sisifo, perchè dalla vetta del vulcano il masso rotolava di nuovo fino alle sue pendici. Inoltre, come mi mostrò Grissom portandomi in volo con la Liberty Bell 7 sopra la caldera vulcanica fossile, sulla cima i dannati ne incontravano altri provenienti dalla parte opposta del Monte Olympus, e qui davano vita a memorabili zuffe, gridandosi l'un l'altro: "Perchè taccagni? Perchè scialacqui?" Rotolati fino alla pianura mentre si accapigliavano, riprendevano il loro masso e ricominciavano in eterno la loro eterna fatica.
"E questi chi sono", domandai io a Gus, "e perchè così tanti di loro portano vestiti eleganti e anelli con diamanti al dito?"
"Perchè furono ricchi
industriali, latifondisti, imprenditori, politici, presidenti e re", mi
rispose lui, percorrendo tutta l'immensa distesa del supervulcano: "Tutti
guadagnarono o ereditarono (o rapinarono, in parecchi casi) immense somme di
danaro, ma non ne seppero fare buon uso. Metà di loro fu afflitta
dall'avarizia, e si limitò ad accumulare tesori immensi senza pensare ad
investirli per il bene del loro prossimo; l'altra metà invece la scialacquò in
vizi e bagordi, senza saperne trarre nulla di buono. Così come il loro lavoro e
le loro opere in vita fu vano, nonostante capitanassero immense multinazionali o
presiedessero i governi di grandi potenze, così ora sono dannati ad un lavoro
quanto mai inutile, e quando si incontrano si rinfacciano le rispettive
colpe."
"Se è così, Gus, allora dovrei riconoscere molti di loro, ed in particolar modo molti presidenti e capi di governo della mia cara Italia."
"Mi spiace deluderti", ribatté lui, allontanandosi definitivamente dal vulcano maledetto, "ma proprio perchè in vita furono conosciuti da tutti per la loro attività economica e politica, come ulteriore punizione qui sono resi a tutti irriconoscibili dalla loro incapacità ad essere generosi con il proprio prossimo. Sì, amico mio: qui puoi vedere a quale tristo approdo li ha portati la loro superbia, il loro bearsi delle acclamazioni dei propri leccapiedi partigiani, il loro credersi immortali ed indispensabili per i rispettivi paesi, la loro cortezza di vedute: e pensa che tutto l'oro e il platino del Sistema Solare non basterebbero per accontentare neppure una di queste anime vili. Ma ora andiamo, le stelle stanno girando troppo veloci sul loro asse, ed il tempo che ti è concesso di trascorrere all'Inferno è limitato."
Lasciammo così quegli infelici, che buttarono al vento tutte le ricchezze e gli onori accordati loro dalla Provvidenza, ed atterrammo sul fondo di un profondissimo canyon che incideva la superficie del Pianeta Rosso lungo il suo equatore, ed al cui confronto il Grand Canyon del Colorado è solo una screpolatura nel terriccio prodotto dalla prolungata siccità. Qui vidi un'alta torre, probabilmente costruita milioni e milioni di anni prima, quando Marte era ancora un pianeta umido ed abitabile. Appena fummo atterrati vedemmo due luci rosse accendersi sulla sua cima, tanto che mi fu inevitabile pensare ad una nuova mostruosità risalente alla lontana preistoria del pianeta. In seguito invece mi resi conto che quella torre solitaria, unico resto di una città megalitica risalente al Precambriano, era utilizzata piuttosto come una sorta di torre di controllo, perchè dal cielo rossastro giunse un'altra immensa astronave, tutta rossa come il suolo del pianeta, che mi ricordò nella forma una portaerei terrestre risalente alla Quarta Guerra Mondiale. C'erano pochi dubbi però circa il fatto che quella nave non era sicuramente di origine terrestre; il suo scafo era inoltre butterato come dagli scontri con milioni di meteoriti, tanto che non avevo mai visto un vascello così malridotto neppure nel cimitero di astronavi di Proxima Centauri.
Appena fu atterrata davanti a noi, infatti, dalla sua carlinga emerse un'altra creatura marziana non troppo dissimile da Pluto, solo che stava ben eretta sulle due gambe, superando così i dodici metri di altezza, e quando parlò io riuscii a comprendere le sue parole irridenti:
"Non vedo l'ora di avervi sul mio vascello, anime sfortunate!"
"Flegias, Flegias, tu sprechi fiato", gli rispose tuttavia Grissom senza ombra di paura nella voce: "Non ci avrai in tuo potere che per il tempo necessario ad attraversare la Cintura degli Asteroidi!"
Il mostro sembrò riconoscere Virgil, si accorse che il mio era un corpo solido e non un'ombra di plasma, e si accorse di essere stato gabbato. Ma non poté fare altro che schiumare di rabbia ed aprirci il portellone della sua nave, nella quale Grissom subito fece alloggiare la Lyberty Bell 7.
"Perchè l'hai portata dentro questa astronave infernale?" gli chiesi io, scosso da brividi di paura mentre il portellone del vano di carico della nave di Flegias si chiudeva sopra di noi, ma egli mi rispose solo: "Tra poco lo capirai da solo, amico mio."
Subito una pazzesca accelerazione mi fece comprendere che l'astronave maledetta era decollata. Ben presto sentii dei botti ritmici, come se qualcosa o qualcuno picchiasse violentemente contro la nave. Io cominciai a pensare ad altri orribili kraken spaziali venuti apposta per ghermirmi, ma Gus dovette comprendere il mio stato d'animo vedendomi pallido come la luna piena, e per rassicurarmi disse:
"Non dimenticare, Dante, che per giungere nel sistema gioviano dobbiamo attraversare la Fascia degli Asteroidi."
In un momento tutto mi fu chiaro: quelli che udivo contro lo scafo oscuro non erano i tonfi di tentacoli mostruosi o di mani di fantasmi, ma gli scontri con i milioni di asteroidi grandi e piccoli che riempivano lo spazio fra Marte e Giove. "Ora capisco perchè hai alloggiato la tua navetta qui dentro!" esclamai all'indirizzo della mia guida: "Non avrebbe mai resistito alla pioggia di meteoriti, a differenza dello scafo corazzato di questa nave, che è così ammaccato proprio a furia di attraversare la Fascia degli Asteroidi!"
"Nulla rende più felice un maestro di un discepolo che impara in fretta", mi sorrise Gus. Io stavo per rispondergli, quando una voce inaspettata mi distrasse dalla nostra discussione. Proveniva dalla radio della Mercury-Redstone 4:
"Crrr, crrr... Chi sei tu che vieni all'Inferno prima del tempo?"
Io osservai lo schermo della consolle, un antiquatissimo tubo a raggi catodici, e vi vidi comparire una faccia ben nota, che sembrava fatta di pietra e tutta circondata di pietra: se i suoi occhi non si fossero mossi e la sua bocca non si fossero aperti per parlarmi, l'avrei scambiata per un bassorilievo. Subito sentii il sangue salirmi alla testa, come un molosso di Sirio II che vede un gatto terrestre camminargli davanti al naso, e ringhiai:
"Se anche ci vengo, non ci rimango di certo, Filippo, mentre tu ci rimani piangendo e schiumando di rabbia, senza nemmeno poter gridare la tua disperazione nel vuoto dello spazio!"
Allora vidi nello schermo che lo spirito era incastonato in un asteroide, con solo la testa, un braccio e metà del petto liberi, e mi accorsi che stava entrando in rotta di collisione con l'astronave di Flegias. Ci fu un gran botto, che scosse lo scafo come una canna d'organo, ma la nave millenaria resistette e subito dopo vidi solo frammenti di roccia più piccoli; non avevo dubbi però che, per volontà divina, i frammenti si sarebbero subito riuniti a formare il corpo di Filippo Argenti e la sua prigione spaziale.
Gus mi domandò con un sorriso: "Non hai ancora perdonato a Filippo Argenti di averti schiaffeggiato all'uscita del Parlamento Federale di Nuova Londra perchè avevi votato contro le direttive di partito, quando eri deputato per i Democratici Bianchi, vero?"
"Quello sporco Democratico Nero non avrà il mio perdono neppure se lo implorerà per i prossimi due milioni di anni", risposi io, accecato dall'odio politico. "Suppongo che nella Fascia degli Asteroidi siano puniti gli iracondi, se lui è qui, non è vero?"
"Già", annuì Grissom, "tanto si infuocarono e si agitarono in vita a causa dell'ira, quanto ora sono immobili nella durezza adamantina della pietra. Spesso si scontrano e volano in pezzi, oppure si fanno a pezzi percotendosi a vicenda, come conviene al loro fuoco interiore che non si spegne mai!"
Guardando ancora nello schermo, vidi che nello spazio esterno il corpo fluido dell'Argenti si era ricostituito insieme al suo meteorite-prigione, e decine di altri spiriti gli si schiantavano contro gridando "Dagli a Filippo Argenti!", mentre quel bizzarro spirito italiano divorava se stesso con i propri denti, non avendo altri contro cui sfogare la propria ira bestiale.
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Canto VI
« Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto,
- disse lo mio segnore - a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto »
(Inf. VIII, 19-21)
Lasciata dietro di noi la zuffa delle anime iraconde prigioniere dentro gli asteroidi, attraverso la radio della Liberty Bell 7 mi percosse un orribile frastuono, il quale mi fece capire che eravamo ormai giunti a un altro orripilante girone infernale. Me lo confermò il buon Grissom dicendomi con voce tagliente:
"Ormai,
figlio mio, siamo prossimi alla città che ha nome Dite, con i suoi neri
cittadini ed il suo smisurato numero di demoni custodi."
Io guardai nello schermo, ed ecco, davanti a noi c'era Io, l'inquieto satellite di Giove scosso in continuazione da eruzioni vulcaniche; e sulla sua superficie vidi una vasta cinta muraria che racchiudeva una porzione del satellite grande almeno quanto l'intero continente europeo. In essa vidi vulcani in piena eruzione, fiumi di zolfo liquido, laghi di lava e una quantità enorme di costruzioni, che mi parevano fatte di ferro, le cui dimensioni variavano da quelle di un pollaio fino a quelle del Cremlino di Mosca. Tutte avevano una strana architettura, che ricordava vagamente quella dell'Estremo Oriente, ed erano ricche di guglie, merlature e pinnacoli, talora alti anche un chilometro; e tutte erano di colore rosso vermiglio, come se la lava eruttata dai crateri di Io le arroventasse dall'interno. Gus dovette leggermi nella mente, perchè aggiunse:
"Sono le forze mareali di Giove a sollecitare terribilmente il nucleo del suo satellite, fondendolo e facendo in modo che esso erutti una lava ricca di zolfo, che giustifica i colori giallo, arancione ed ocra dominanti sulla sua superficie. E questa lava è utilizzata, come ora vedrai, per arroventare le dimore di nuovi tormentati."
La nave di Flegias sfruttò l'intensissimo campo gravitazionale di Giove, che incombeva dietro al satellite occupando quasi tutto l'orizzonte visibile, per andare a posarsi presso le mura della Città di Dite, e dopo che fu atterrata udimmo la sua voce adiratissima che ci gridava:
"Uscite fuori! Questa è l'entrata!"
Allora Gus portò la Liberty Bell 7 fuori dalla stiva della sua nave, ed entrambi scendemmo sulla superficie arroventata della luna vulcanica. Ma avevamo fatto pochi passi verso le mura, in cui si apriva una porta alta almeno cento metri, che io vidi gli spalti brulicare di orribili creature infernali, mezze uomo e mezze animali, e mi sentii osservare da migliaia e migliaia di occhi inferociti.
"Chi è quest'intruso che senza morte attraversa i regni della gente morta?" urlavano ad una sola voce, che crebbe fino a diventare più forte del mugghiare della tempesta venusiana che trascina con sé gli spiriti dei lussuriosi. Io mi nascosi dietro lo scafandro di Virgil, ma questi fece segno ai demoni che voleva conferire con loro in privato. Allora alcuni di essi risero di un riso malvagio e stridettero:
"Vieni tu solo, e quello se ne vada, che ha osato così arditamente attraversare il nostro regno. Ritrovi da solo, se ne è capace, la strada per tornare sulla Terra dei vivi; perchè tu rimarrai qui, come punizione per aver violato la nostra luna!"
Pensa, lettore, quanto io mi sconfortai al suono di quelle parole maledette: ormai ero convinto che tra i vivi non sarei tornato mai. Subito dissi a Grissom tremando come una foglia:
"O cara guida mia, che più di sette volte mi ha già tratto d'impaccio in situazioni terribili, non mi lasciare qui da solo, su questo mondo maledetto, e se ci viene impedito di proseguire oltre, ritroviamo veloci la via del ritorno, perchè è meglio un buco nero senza diavoli che una luna di Giove infestata dall'incarnazione stessa del Male!"
Ma quel signore che mi aveva condotto fin lì mi disse: "Non temere: nessuno di questi spiriti cacciati dal Paradiso ci può precludere il passaggio: abbiamo infatti potenti alleati in Cielo. Aspettami qui e confortati con la certezza che non ti abbandonerò mai nel bel mezzo dell'Inferno!"
Così se ne andò verso la porta di Dite, ed io rimasi in forse sul da farsi. Non potei udire cosa disse loro, ma certo non fu una conversazione lunga né amichevole. Probabilmente usò una delle frasi ad effetto che già avevano messo K.O. Caronte, Minosse e Pluto, ma quei diavoli evidentemente erano di una pasta diversa, perchè corsero dentro le mura e chiusero la porta in faccia alla mia guida, che restò là come una testa megalitica di Deneb I, e non gli restò che tornare da me con passo pesante e gli occhi volti a terra. Subito mormorò in preda all'ira:
"Maledetti zoticoni! Sbattere la porta in faccia a due inviati di Dio! Ma tu, Dante, non sbigottirti se mi adiro, perchè ti prometto che vincerò questa prova, anche se là dentro si aggirassero cento mostri simili a Cerbero. Questa loro tracotanza non gli è certo nuova, perchè la usarono anche contro il Figlio di Dio, quando venne a liberare i Santi Padri dal Limbo, allora posto sulla Luna; ed Egli distrusse ogni loro difesa e piantò il Suo stendardo vittorioso nel mezzo dell'Inferno. E già sta arrivando Colui che ci spalancherà le porte della città maledetta."

Mentre aspettavamo pazienti un aiuto dal Paradiso, per ingannare il tempo e non pensare a tutti quei diavoli domandai al mio maestro: "Dimmi, Gus, come fai a conoscere così bene tutti i mondi abitati dagli spiriti infernali?"
"Li ho già visitati una volta", rispose Virgil, "quando Saddam Hussein, dittatore dell'Iraq, volle conoscere in anticipo l'esito della guerra scatenatagli contro dagli americani nei primi anni del Terzo Millennio, guerra che mutò gli equilibri politici di un intero continente. Lui aveva vietato la superstizione e la magia, ma di fronte al rischio di affrontare insieme gli eserciti britannico e americano decise di consultare una zingara famosa per le sue presunte capacità paranormali. Questa riuscì ad evocare lo spirito di un soldato morto nella precedente guerra tra Iraq e Iran, che profetizzò al dittatore la sua disfatta e la morte per impiccagione. Fui incaricato io, veterano dello spazio, di andare a prelevare lo spirito di quel soldato fifone dai remoti mondi ghiacciati dei traditori; ed è per questo che ora ho abbastanza esperienza per condurti attraverso i regni del dolore."
Gus disse anche altro, ma non mi ricordo più cosa, perchè proprio in quel momento la mia attenzione fu attirata da tre figure spettrali che vidi in cima ad uno dei torrioni delle mura di Dite. Erano indubbiamente tre figure femminili, ma al posto dei capelli avevano un ammasso di serpenti che si torcevano e sputavano veleno in continuazione. Una aveva indosso un'uniforme color cammello con la svastica nera sul braccio, una un pellicciotto con il fazzoletto rosso al collo, una un'uniforme che mi pareva simile a quella indossata dagli ufficiali nella Grande Guerra Interstellare del XXVIII secolo. Tutte si fendevano il collo con gli artigli, si percuotevano con pugni e gridavano così forte, che io mi sentii assalito dal terrore e mi strinsi al mio maestro come un bambino fa con la mamma.
"Venga fuori la signora Goebbels, così lo avveleneremo", urlavano intanto quelle terrorizzanti apparizioni, "oppure la reggente di una cosca mafiosa, che lo impallinerà a colpi di lupara. Non gli permetteremo mai di entrare nella città dell'eterno dolore, lui che è atteso da un altro destino!"
"Guarda, guarda le Furie infernali della guerra, che devastano il mondo di voi uomini ispirandovi a scannarvi l'un l'altro!" mi disse Virgil Grissom, indicando le tre lamie che non cessavano di rovesciarmi addosso così tanti improperi, che sarebbero troppi anche per sette astronavi cargo. O voi che avete gli intelletti sani, guardate il significato che si nasconde sotto il velame dei miei racconti strani!
Ma proprio in quel momento udii un rombo come se una flotta di mille astronavi da guerra stesse per riversarsi su Io; mi volsi al cielo, offuscato da mille esalazioni solforose, ed ecco, con mia grande sorpresa vidi un solo razzo-scooter assolutamente bianco calare dall'alto e prendere terra, sollevando schizzi di fango e di lava solforosa. Subito ne scese un uomo vestito anch'egli di bianco, con una croce d'oro sul petto, una papalina in testa ed un volto che non dimostrava più di cinquant'anni, anche se egli ne aveva certamente di più; il suo sguardo era accigliato come quello di un gendarme che si prepara ad arrestare un assassino, ed egli menava il braccio sinistro davanti a sé per allontanare le esalazioni di zolfo, l'unica cosa che lassù sembrava infastidirlo. Al solo vederlo, le tre bellicose Erinni si erano dileguate per il terrore così come fanno i topi davanti ad un gufo di Rigel VI. Io compresi immediatamente che il nuovo venuto era un Inviato di Dio, e chinai il capo per riverenza davanti a lui, invitato a ciò da Gus. Egli avanzò verso le mura ferrigne, voltandosi verso di noi solo per dirci "Non abbiate paura!" con marcato accento slavo, quindi estrasse da sotto le vesti un crocifisso incandescente, lo applicò al portone che sembrava inespugnabile e fece dieci passi indietro. Subito l'intero portale cominciò a riscaldarsi fino al calor bianco; quel metallo, che doveva essere antico come il satellite Io, si sciolse come un gelato alla panna messo per errore nel forno acceso: la porta restò così priva di battente e di qualsivoglia difesa. Questo è il potere di chi crede nella Parola dell'Onnipotente!
"O reietti dal Paradiso, gente maledetta", urlò sull'orribile soglia il messo divino con il suo forte accento polacco, "da quando in qua la vostra tracotanza giunge al punto di opporsi al volere di Dio? Che giova all'ammiraglio di una flotta spaziale ingaggiare un combattimento contro una flotta dieci volte più forte? Imparate, o nemici di tutto ciò che è puro e santo, che il più piccolo erede del Regno Eterno può sconfiggere tutti quanti voi insieme con una sola mano, perchè le Forze degli Inferi non prevarranno mai!"
Si volse quindi sui suoi passi, non ci fece più parola, riprese il razzo-scooter e ripartì alla volta del Paradiso come fa una persona che è stretta da ben altre preoccupazioni. Solo allora mi resi conto di quale Grande personaggio era stato mandato dall'Onniveggente per spianarci la strada, lui che era chiamato Santo e Dottore della Chiesa, ed aveva segnato indelebilmente lo spartiacque fra il Secondo ed il Terzo Millennio dell'Era Cristiana. Resi sicuri dalle sue parole sante, io ed il mio maestro oltrepassammo le mura, e scoprimmo che non c'era più l'ombra nemmeno di un diavolo, come se alla vista dell'Uomo Venuto da Lontano si fossero tutti volatilizzati come i cattivi sogni al primo rintocco dell'Ave Maria del mattino.
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Canto VII
« O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco »
(Inf. X, 22-24)
Confesso che, nonostante il terrore da me provato per quella turba di diavoli vocianti come scimmie urlatrici di Gamma Andromedae II e per le tre agghiaccianti Furie della guerra, avevo una voglia matta di vedere cosa c'era al di là di quella porta che così repentinamente si era squagliata alle nostre spalle; e così, appena varcate le mura, girai attorno gli occhi, e quello che vidi mi lasciò letteralmente di sasso.
Come infatti sul pianeta Alfa Tucani V si possono vedere sterminati campi di tombe, erette durante le guerre disastrose che infuriarono su quel pianeta più di duemila anni fa, uccidendo il 90 % della sfortunata popolazione locale, così anche la Città di Dite era un immenso cimitero, fatto di tombe delle più svariate forme e dimensioni. Alcune erano immense arche istoriate e poggiate su colonne; altre erano semplici loculi scavati nella roccia solforosa che pavimentava la città; altri ancora erano giganteschi colombari che sembravano poter ospitare i caduti di un intero esercito; altre poi erano ricche di statue ed avevano quasi le dimensioni di un'intera chiesa. Né, a pensarci bene, c'era da stupirsene troppo, perchè Satana regna sui morti, cioè sulle anime di coloro che morirono due volte, una prima nel corpo e una seconda nello spirito, ed era dunque logico che questi morti avessero le loro tombe. Ma ciò che più mi fece scalpore fu il fatto che tutte le tombe erano arroventate: sotto le arche, dentro i loculi, tra i colombari scorreva la lava incandescente di Io, e fiamme altissime si alzavano fino al cielo. Per completare l'orribile paesaggio, tutte le tombe erano aperte o scoperchiate, e ne uscivano lamenti così tremendi, che avrebbero mosso a commozione persino il nucleo ghiacciato di una cometa. Domandai allora:
"Maestro mio, chi sono quelli che sono così sepolti, come i loro corpi devono esserlo nelle rispettive tombe?"
Ed egli a me: "Qui sono dannati coloro che diffusero ideologie e dottrine contrarie all'Amore che dovrebbe governare la vita civile tra gli uomini, o che spensero nei loro cuori la speranza insegnando che l'anima muore con il corpo, e che quindi non vale la pena di raccogliere tesori in Cielo, ma solo di accumulare tesori in vita. Qui dunque hanno loro dimora moltissimi filosofi ed ideologi politici, da Epicuro a Nietzsche, da Karl Marx a Bakunin, insieme a molti dei loro seguaci."
E io: "O primo tra tutti gli astronauti, dimmi: si potrebbe parlare con la gente che giace nei sepolcri di Io? Tutti i coperchi sono sollevati, e nessun demonio monta la guardia..."
Ed egli a me: "Saranno tutti serrati ermeticamente quando torneranno qui dal pianeta Giosafat, luogo del Giudizio Finale, con i corpi che hanno lasciato sulla Terra. Comunque non preoccuparti, presto il tuo desiderio sarà soddisfatto."
"O italiano che te ne vai in giro per la Città del Fuoco parlando così onestamente, fermati un momento qui. La tua parlantina mi dice che tu sei natio di quella nobile patria alla quale io forse fui troppo molesto."
Questa voce uscì improvvisamente da una delle arche arroventate, e mi spaventò al punto da indurmi a nascondermi dietro il suo scafandro. Ma Grissom mi prese e mi spinse verso il cimitero da cui era uscita quella voce, dicendomi: "Che fai, scappi? Vedi là l'Eroe dei Due Mondi che si è levato in piedi: lo vedrai dalla cintola in su."
Io
avevo già fissato lo sguardo sul suo volto fiero di rivoluzionario, che
sembrava intagliato nel granito, ed egli si ergeva con il petto e con la fronte
al di fuori della sua bara arroventata. Mi chiesi come aveva fatto un
leggendario eroe come Giuseppe Garibaldi a finire all'inferno, ma poi mi
ricordai che aveva confuso lo Stato Pontificio con la Chiesa di Dio, e
l'istituzione politica con quella ecclesiastica; che era stato un fiero
anticlericale e massone, che aveva definito il cattolicesimo "detestabile
superstizione" e che aveva lasciato scritto, casomai avesse chiesto un
prete in punto di morte, di non chiamarlo assolutamente, perchè voleva dire che
si era rimbambito. Anche per lui, evidentemente, questo aveva pesato di più,
nel Giudizio Particolare, degli alti ideali che avevano animato la sua azione
bellica, e del bene che poteva aver fatto in vita.
Appena fui ai piedi della sua tomba, egli mi guardò di traverso e poi mi chiese con aria sdegnosa: "Chi furono i tuoi antenati?"
Io glielo spiegai, ed egli alzò un ciglio e mi disse: "Come? Tra i tuoi antenati ci furono dei primi ministri del Granducato di Toscana e degli estimatori del Papato? Furono fieramente avversi a me ed alla mia parte politica, ed io li dispersi due volte, a San Fermo durante la Seconda Guerra d'Indipendenza, e al Volturno, durante la Spedizione dei Mille."
"Essi furono sconfitti, ma la loro opera politica gettò le basi della vita politica dell'Italia unitaria", gli risposi io, "ed inoltre non mi pare che voi siate riuscito a conquistare in armi Roma né tanto meno a distruggere il Papato, che infatti dura tuttora. Voi stesso siete morto in esilio volontario a Caprera."
"Il sostanziale fallimento dell'unificazione italiana e della mia opera politica mi brucia più di questa tomba", mi rispose lui scrollando il capo. "Ma non vedrai piena la Luna per cinquanta volte, prima di imparare anche tu cosa vuol dire andare in esilio, e non certo volontariamente."
Io stavo per chiedergli cosa intendesse con queste parole, quando da una tomba lì vicino, un'anima visibile dal mento in su, che doveva essersi levata in ginocchio quando mi aveva sentito parlare con Garibaldi. Si guardò in giro, come per vedere se c'era qualcun altro con me, quindi mi chiese:
"Dante? Sei tu, Dante? Se un eroe dello spazio come te è arrivato ad attraversare i mondi infernali per la sua abilità nel volo iperspaziale, perchè mio figlio Guido non è con te?"
Allora lo riconobbi: era Cavalcante Cavalcanti, il padre di Guido, il mio migliore amico ai tempi dell'Accademia della Flotta Terrestre, e lui stesso valente capitano di vascello, noto come libero pensatore laico. Con Guido Cavalcanti ero stato inseparabile, ed avevamo fatto parte di un club di scrittori di fantascienza chiamato "gli Stilnovisti" perchè la nostra tecnica narrativa di riscrivere opere classiche in ambientazione spaziale moderna era stata definita "lo Stil Nuovo". Ci siamo divertiti parecchio da ragazzi, io e Guido! Ma poi le nostre strade si erano separate: lui aveva preferito lavorare nel campo della ricerca privata sul pianeta Terra, attività certo più remunerativa della mia, mentre io avevo seguito l'istinto giovanile e il "mal di spazio" che mi aveva preso fin da bambino, diventando Pilota della Flotta. Da quanti anni non lo vedevo? Suo padre non si era mai capacitato della sua scelta, ed evidentemente era ancora convinto che, se io avessi mai compiuto alcunché di eroico, lui avrebbe dovuto essere immancabilmente al mio fianco. Un po' stizzito da questo fatto, gli replicai seccamente:
"Non vengo certo fin qui di mia iniziativa: l'Inferno non era certamente nella lista delle mie località turistiche preferite. E comunque, io non viaggio solo per amore del denaro, ma anche mosso da quell'amore dell'ignoto che forse il vostro Guido disprezzò."
"Come hai detto? Disprezzò? Oh, ma allora Guido è morto!" esclamò subito Cavalcante, e siccome io esitavo a rispondergli, ricadde a peso morto nella sua tomba.
Ma l'altro spirito, il magnanimo Garibaldi, non aveva mosso neppure un muscolo durante il mio breve colloquio con il padre del mio amico, come se non lo vedesse neppure, e mi chiese:
"Ma dimmi, perchè così tanti italiani parlano tanto male di quel Risorgimento che fu una stagione tanto gloriosa e ci portò a riunire il paese dopo 1300 anni di divisioni?"
"Perchè in effetti l'unificazione non avvenne", gli risposi io: "fu fatta l'Italia prima di fare gli Italiani, tanto per usare un luogo comune della nostra storia. Le diverse popolazioni restarono divise, continuarono a non amarsi, continuarono le sperequazioni economiche e sociali, ed in pratica la TV ed Internet unirono l'Italia molto più delle vostre camice rosse e dei vostri ideali ottocenteschi. Inoltre voi compiste l'Unità d'Italia sostanzialmente in opposizione alla Chiesa, mentre l'Italia era un paese a stragrande maggioranza cattolico, e questo non aiutò ad attirarvi simpatie fra la gente."
"Ma io non fui il solo a combattere la Chiesa, reazionaria e politicamente ferma al Medioevo", rispose l'eroe sospirando e scuotendo il capo. "Inoltre, a Napoli mi fu offerto di dormire nel letto di un re, ed invece dormii sul pavimento. Le popolazioni del Sud avrebbero dovuto capire che l'aria era cambiata rispetto ai Borboni."
"Purtroppo il grande scempio che voi e Nino Bixio compiste a Bronte, coprendo il suolo del sangue dei poveracci che speravano in una rivoluzione sociale, fece capire a tutti che l'aria era cambiata ma null'altro poteva cambiare, tanto meno la distribuzione della ricchezza", gli spiegai. "Ma, o nobile guerriero, vogliate spiegarmi una cosa. Cavalcante non sapeva che suo figlio è ancora vivo, ed ha interpretato il mio silenzio come l'esitazione a dirgli la cruda verità; voi invece conoscete il mio futuro e quello dell'Italia. Come è possibile questo?"
"Noi dannati siamo il contrario dei beati", mi disse lui, "che conoscono ogni cosa perchè la leggono nel Verace Specchio del Signore. A noi è dato di conoscere qualcosa di ciò che ancora deve avvenire, ma più le cose si avvicinano al presente, e meno le conosciamo, così come un presbite vede benissimo gli oggetti lontani, ma tutti sfocati quelli vicini."
Allora, stretto dal rimorso, non potendomi avvicinare alle tombe perchè avvolte dalle fiamme, gridai: "Cavalcante! Vostro figlio è ancora vivo, anche se è molto che non lo vedo! Macchè, non mi risponde. Devo andare, o prode Garibaldi, perchè già il mio maestro mi richiama, avendo poco tempo a disposizione per visitare l'Inferno. Ditemi, chi altri c'è qui con voi?"
Egli mi fece i nomi di famosi governanti d'Italia, antichi e moderni, che erano lì con lui per motivi non dissimili dai suoi, poi senza salutarmi tornò a sparire dietro il bordo di pietra della sua tomba. Io volsi i passi verso l'antico astronauta che mi aspettava, ripensando dentro di me alle parole di Giuseppe Garibaldi, che mi sembravano prospettare per me un futuro tutt'altro che radioso.
Grissom si avviò e poi mi chiese: "Perchè sei così pensieroso?" Io gli spiegai cosa mi aveva detto l'Eroe dei Due Mondi, e lui aggiunse:
"Conserva nel tuo cuore quello che hai udito. Quando sarai dinanzi a quella dolce creatura che ha voluto questo tuo viaggio, conoscerai il senso della tua vita e quanto ti attende."
E, così parlando, ci avviammo a continuare il nostro viaggio attraverso i pianeti e le lune della disperazione.
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Riassunto
dei Canti VIII - XXIII:
Dopo essersi lasciati alle spalle i terribili Vulcani della Città di Dite,
Dante e Gus devono lasciare la navicella Mercury-Redstone di quest'ultimo, che
non potrebbe superare i mondi esterni del Sistema Solare, sprofondati negli
abissi dell'abiezione, e si imbarcano su un treno volante,
l'Espresso Infernale (modellato sul Galaxy Express 999). Esso li porterà
prima nell'interno e sulle Lune di Giove, dove espiano la loro pena i violenti contro Dio,
contro il Prossimo e contro se stessi; quindi su Saturno, tra le cui nubi
ghiacciate sono sottoposti a durissima punizione gli adulatori, i ruffiani, i
simoniaci e gli indovini (tra i quali il celebre Nostradamus),; e in seguito su
Urano, dove ricevono pan per focaccia gli amministratori disonesti e corrotti.
Invece sulla sua luna Titania si trovano i ministri di culto ipocriti, guardati
a vista da Malacoda, demonio che ha le sembianze del Signore del Drago ed
Imperatore delle Tenebre della serie TV "Jeeg Robot", e dai 108
Spettri Custodi di Titania, ispirati ai 108 Spectre
di Hades del cartone animato "Cavalieri dello Zodiaco", che nella
terza e (per ora) ultima serie sono posti a guardia proprio dell'Inferno.
Queste identificazioni hanno un motivo molto profondo: Tanto Go Nagai che
Kurumada sono grandi estimatori e fans del "nostro" Dante Alighieri.
Il primo si ispirò in modo abbastanza chiaro all'Inferno della Commedia nelle
sue opere più mature, quali Devilman e Mao Dante (il nome ci dice già tutto!).
Inoltre lui stesso curò poi una riduzione proprio della Commedia
"originale" disegnandone lui stesso le tavole che riprendono quasi
filologicamente le superbe incisioni di Gustave Dorè.
A questo punto però il perfido Malacoda tende un tranello a Gus e a Dante, tentando
di intrappolarli per sempre nell'Inferno...
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Canto XXIV
«
...Io udi' già dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra' quali udi'
ch'elli è bugiardo, e padre di menzogna »
(Inf. XXIII, 142-144)
Procedemmo ancora verso il punto in cui si trovava la stazione che mi sembrava sempre più lontana. Era un effetto della mancanza di costruzioni davanti a noi, che falsava le reali distanze, un'illusione ottica ben nota fin dall'Antichità.
Intanto altri Spettri, che Gus appellò come Dullahan, Rubicotto e Vampiro, si aggregarono. Sembrava quasi fossimo diventati noi lo scopo della loro esistenza lì!
Mentre ci erano vicini, mi fu impossibile non notare il fatto che le loro armature demoniache erano parecchio strane. Sembravano pure esse incollate al corpo, piuttosto che indossate. Gus aveva una spiegazione a tutto:
"Indossando questa loro armatura che li distingue dai dannati, scontano pure essi una punizione. Il peso infatti è enorme e, come giustamente notasti anche tu, non sono semplicemente appoggiate sui loro corpi, ma ne costituiscono una parte stessa di essi. In pratica è come se fosse una pesantissima seconda pelle che non potranno mai togliersi. Questo perché il Peccato è così: brutto, nero e pesante. Ciò che la loro anima era all'interno si è manifestato qui all'esterno. Una bella ricompensa per chi sperava di guadagnarsi l'Aldilà imponendo sacrifici agli altri e non rispettandoli essi stessi!"
Mi venne immediatamente alla mente la frase evangelica che calzava alla perfezione su di loro: « Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! » Capii così che quasi tutti gli Spettri erano i falsi ministri di culto e gli osservanti ipocriti che ci sono e ci saranno in ogni religione del passato e del futuro.
Nel frattempo ci eravamo avvicinati al punto indicatoci dal capotreno ed in cui dovevamo, secondo le nuove disposizioni, aspettare il losco mezzo. La schiera di Spettri, che nel frattempo si era ulteriormente accresciuta di altri elementi, aspettò poco lontano.
Vedemmo poi uscire dal rudere un altro capotreno, assai simile a quello che ci aveva condotti fin lì. Si avvicinò a me ed a Gus, senza parlare.
La sua presenza mi ripugnava, però al tempo stesso era una garanzia che il mezzo sarebbe giunto davvero da lì a poco. Forse, pensavo, lui doveva dare il cambio al collega che sarebbe arrivato da lì a poco. Passarono minuti terrestri che parvero anni. Anche Gus, stranamente sempre calmo, mi parve un po' agitato.
Ad un certo punto, il sinistro capotreno si guardò il polso, poi borbottò (più rivolto a se stesso che non a noi due) "Beh, ora me ne posso anche andare".
"Andare dove? Ed il treno? Chi lo guida?" Imprecò un Gus più adirato che mai.
"Oh…beh…ad occhio e croce dovrebbe essere già partito proprio dalla parte opposta da cui vi trovate ora!"
Quasi a suggellare l'ultima frase, il sinistro boato dei treni echeggiò in tutta la sua violenza. Alzando gli occhi al cielo, vedemmo i cinque treni sbuffare nel nero cielo titaniano.
Eravamo stati beffati!
"Il mio scopo era solo quello di attirarvi qui, facendovi perdere più tempo possibile. Ora me ne posso anche andare."
Io e Gus eravamo talmente abbattuti da non avere nemmeno la forza di replicare, e lo lasciammo passare tranquillamente.
"Credevate di farla franca dopo aver ingannato il possente Malacoda?" e la risata che accompagnò questa frase dello Spettro chiamato Rosa parve più una ironica constatazione che una vera domanda.
Altri due Spettri, Tartaruga e Talpa, si misero pure loro a sghignazzare dietro il mantello di Rosa, che pareva essere il loro superiore, in quell'occasione.
"La sua vendetta non si è fatta attendere di certo! Ha avuto tempo di chiamare il capotreno già quando ancora non avevate raggiunto Titania. È stato lui ad ordire anche tutto il resto. Non c'è mai stata una stazione qui! Quella costruzione è abbandonata da anni, gli ultimi ad abitarla foste proprio voi abitanti di Terra 1."
La rabbia di queste ultime parole di Rosa mi fece quasi sanguinare le nocche delle mani e fui tentato di tirargli un bel cazzottane sul muso.
"Lascia perdere, è inutile! Non gli farai neanche un graffio, e poi questa gente gode della sofferenza propria quasi come di quella altrui. Vieni, ritorniamo piuttosto dall'altra parte, altri treni dovrebbero passare più tardi!"
"Il prossimo treno – aggiunse un altro Spettro chiamato Orco (ma quanti erano!) e che era anche più brutto degli altri – arriverà fra un giorno."
Rabbrividii, ma non per il freddo! Un "giorno" di Titania equivaleva a ben nove giorni terrestri! Il solo pensiero di rimanere in quella lordura per così tanto tempo mi fece quasi vomitare… ma al peggio non c'era fine, ed infatti aggiunse:
"Ma è difficile che sopravviviate in questa zona solo per qualche ora!"
Capii immediatamente il significato delle sue sibilline parole: all'improvviso davanti ai nostri occhi la superficie ghiacciata di Titania si spaccò e dall'interno di essa uscirono una decina di mostruose creature, a metà tra le testuggini giganti di Vega II e le aragoste che si trovano nelle profondità marine di Regolo I. Come le prime, avevano una corazza incredibile e quasi impenetrabile. Come le seconde delle chele in grado di affettare un'astronave con tutto il suo equipaggio in meno di un millisecondo.
Si dirigevano fameliche verso di noi. Gus mi gridò: "Forza, Dante! I propulsori!"
Ma con nostra grande delusione notammo pure che si erano scaricati! Evidentemente la fuga da Urano verso il Treno deve averne esaurito prima del previsto la carica.
Gus però non si perse ancora d'animo…"Devo avere qui…dove le ho messe?!" E freneticamente si tastò le tante tasche della sua tuta.
"Cerchi per caso le pile di scorta, vero Grissom? – fece cenno di nuovo Rosa – Non ti sei neppure accorto che il capotreno te le ha soffiate non appena sei sceso?"
Pareva davvero non esserci più speranza d'uscita…
"Ah, un'ultima cosa", questa volta a parlare fu l'informe Vampiro, "queste creature chiamate Manticore sono ghiottissime di carne umana fresca! Sono stanche di mangiare solo plasma! Per cui Grissom, tu sarai loro un po' indigesto!"
E tutti gli Spettri poi si misero a debita distanza dai mostri, però ci erano abbastanza vicini da impedirci qualsiasi via di fuga. In poche parole eravamo spacciati.
"Ben presto andrai, caro Dante, a tenere compagnia al tuo amico Carlo nelle profondità di Urano! E' questa la fine dei ribelli! Malacoda non perdona!" Fu Rosa a chiudere il cerchio degli insulti.
Avrei avuto voglia di gridare a tutto il Mondo che io non c'entravo niente nella ribellione di Carlo su Urano! Ma sapevo che ormai era tutto inutile. Il mio destino si sarebbe consumato di lì a poco. Tra me e al morte non v'erano che pochissimi passi che le fameliche Manticore stavano percorrendo con incredibile velocità, considerata la loro mole. Guardai per un attimo Gus, pure lui senza speranza al pari di me, ed il mio pensiero volò a Beatrice. Schiacciai fortissimamente gli occhi, fino a farmi male, come a volermi svegliare da quell'incubo, ma fu tutto inutile: le Manticore erano ancora più vicine. Furono le ultime cose che vidi prima di chiudere gli occhi di nuovo (forse per sempre) e mi chiesi se la Morte fosse davvero così scura...
"Presto, Dante! Inchinati!"
Queste parole di Grissom mi risuonarono nelle orecchie così come Lazzaro dovette udire il celebre "Vieni fuori!" mentre riapriva gli occhi dopo aver trascorso quattro giorni nell'abbraccio della Morte; infatti non meno di lui io mi sentivo come se Minosse avesse già pronunciato l'eterna sentenza sulla mia anima. Riaprii gli occhi giusto in tempo per vedere un fuggi fuggi di tutte quelle Manticore, terrorizzate come dovettero fuggire disperatamente tutti gli abitanti della colonia di Omicron Theta, all'improvvisa comparsa della misteriosa Entità Cristallina. Quelle creature fameliche, che sembravano non aver paura di niente e di nessuno nell'universo, erano tanto ansiose di sparire nelle profondità della luna, che si scavalcavano e si calpestavano l'un l'altra, senza accennare minimamente ad aiutarsi l'una con l'altra, anzi ostacolandosi e si dilaniandosi reciprocamente, ed emettendo suoni orribili che potevano essere la versione locale del nostrano: "Si salvi chi può!"
Io mi domandai cosa avesse potuto determinare l'improvviso voltafaccia di quelle creature, le cui chele erano ormai a pochi centimetri da me, e mi voltai verso gli Spettri che mi avevano schernito sino a pochi momenti prima, ma con somma sorpresa mi avvidi che essi ci avevano voltato la schiena e si erano essi pure abbandonati ad una fuga precipitosa. Tipico dei demoni, pensai con il senno di poi: essere protervi con i deboli e vigliacchi di fronte al Forte. A quel punto però la mano di Grissom mi afferrò la spalla e mi trascinò giù non meno rudemente di quanto avrebbe fatto il capocarceriere degli Ipocriti, costringendomi a mettermi finalmente in ginocchio.
Fu così che vidi il cielo buio di quella regione di spazio dimenticata dal Sole, rischiarata come il fiammeggiante suolo di Mercurio da una luce potentissima sorta da poco sopra l'orizzonte ghiacciato. Quella luce mi penetrò come uno spillo infuocato negli occhi e mi costrinse ad abbassare lo sguardo, mentre il ghiaccio stesso di Titania sublimava all'avvicinarsi di quella che riconobbi immediatamente come una scintilla della luce divina. Udii il frastuono di un'astronave atterrare dentro il Messina Chasmata, il ciclopico canyon che incide l'emisfero meridionale di Titania e dentro il quale si trova la bolgia degli Ipocriti, e solo allora la luce fulgidissima diminuì fino a permettermi di alzare gli occhi verso la sua sorgente.
Ed ecco, davanti a me c'era un'astronave candida come solo ciò che viene dall'Empireo può essere; nessuna vernice terrestre può infatti trasformare il metallo in una simile fonte di luce, ad un tempo cristallina ed incandescente, dai mille riflessi iridescenti di un olo-disco attraverso cui si guarda la luce del sole. Su una fiancata di essa era istoriato uno stemma, raffigurante una croce d'oro in campo azzurro, nel cui angolo in basso a destra rifulgeva una M d'oro. Sopra lo stemma erano chiaramente riconoscibili le insegne pontificali. Subito sul fianco della nave si aperse un portellone, da esso si dipartì una scaletta e lungo di essa discese un uomo vestito di bianco, con una croce d'oro al collo ed uno scettro di metallo rosso nella sinistra; questo scettro sembrava della consistenza dell'oro, ma del colore e della turbolenza della fiamma viva.
Subito lo riconobbi: era il
Messo di Dio che già ci aveva aperto la porta della Città di Dite sulla luna
Io, quando i demoni ce l'avevano chiusa in faccia! Allora non mi accontentai di
restare in ginocchio, ma mi prostrai davanti a lui come davanti ad una
divinità.
"Alzati, Dante!" esclamò il Messo divino con una voce che ricordava il rombo della grande cascata di Fogus sul pianeta Deneb III, e con un forte accento polacco. "Io pure sono solo un uomo, ed un servo dei servi di Dio."
Non potei fare a meno di ubbidire a quelle parole imperiose, mentre anche Virgil si levava in piedi, pur tenendo gli occhi bassi davanti al nostro salvatore. Ed infatti egli lo apostrofò subito:
"Avete agito con troppa leggerezza, Grissom. Nessuno può mettere piede sulle Lune Infernali e pensare di decollare da esse dopo essersi fidato della parola di un demone. Un giorno, all'Università di Cracovia, io udii dire molte cose del diavolo, tra le quali il fatto che egli è bugiardo, e padre della menzogna!"
Il sarcasmo nelle sue parole era sferzante, cosicché Gus non poté far altro che ammettere:
"È vero, ho sbagliato. Sono pronto ad assumermi ogni responsabilità della mia condotta. Se l'Onnipotente vuole affidare a Dante Alighieri una nuova guida, saprò accettare la Sua scelta e..."
"Non dite sciocchezze, Virgil", riprese l'Inviato di Dio, con tono assai più conciliante ed accennando un sorriso paterno. "Non bisogna mai vantarsi di essere senza colpa, ma di aver visto le nostre colpe perdonate. La Santissima Trinità ha scelto voi, come scelse me quel lontano 16 ottobre del 1978, ed Ella non ritorna mai sulle Sue scelte. Ringraziate comunque il Cielo che Madonna Beatrice mi ha chiesto di vegliare ancora su di voi dopo avervi aperto le porte di Dite: ho seguito a distanza il Treno dei Dannati su cui viaggiavate a bordo della mia astronave, che ha il potere di rendersi invisibile agli occhi dei dannati e dei demoni come quella della leggendaria Wonder Woman, e quando poco fa l'ho visto ripartire senza voi a bordo, ho capito subito che era successo qualcosa. Mi sono precipitato e sono arrivato appena in tempo per mettere in rotta quelle creature immonde. Evidentemente a quel mostro di Malacoda non è bastata la lezione che gli diede un giorno il valoroso Hiroshi Shiba, e non ha smesso di commettere frodi e nequizie ai danni dei buoni, così come faceva dopo aver usurpato il trono dell'Impero Yamatai. Lui però aveva dimenticato una cosa: forse sulla Terra no, ma nei Regni Eterni il Bene ha sempre l'ultima parola sopra il Male."
Non potei fare a meno di tirare un sospiro di sollievo, che appannò l'interno del mio casco: l'avevamo scampata bella, ed ancora una volta grazie alla previdenza della MIA Beatrice! Non ringrazierò mai abbastanza quella creatura angelica: un'eternità come umile servo ai suoi ordini non sarebbe sufficiente per ringraziarla.
"La ringrazierai di persona quando la vedrai", mi avvisò Karol il Grande come se mi avesse letto nel pensiero. "Ora è d'uopo che continuiate il vostro viaggio, perchè il corso dei pianeti sulle strade dello Zodiaco prosegue inarrestabile, e il salvacondotto a voi concesso per attraversare i Mondi della Dannazione volge inesorabilmente al termine."
"E come lo continueremo?" ardii domandargli, osando aprire bocca per la prima volta in sua presenza. "Il treno maledetto è ripartito senza di noi, e non possiamo attendere qui che arrivi il prossimo!"
"A questo penserò io", mi sorrise benevolmente il Traghettatore dell'Umanità nel Terzo Millennio. Ciò detto, ci fece cenno di seguirlo a bordo della sua astronave, cosa che facemmo immediatamente. Subito egli si mise ai comandi, avviò i motori sì che lo scafo esterno divenne di nuovo del colore e della temperatura della gloriosa S Doradus, la più luminosa stella dell'intero Gruppo Locale di Galassie. La Nave Benedetta, che come apprendemmo dalla voce del pilota era normalmente deputata a trasportare in Paradiso l'anima del Vicario di Cristo in Terra, quando il suo tempo mortale era scaduto ed egli era meritevole della gloria del banchetto sempiterno, si sollevò dal suolo alla velocità del pensiero, uscendo rapidamente dal Messina Chasmata, mentre i 108 Spettri fuggivano a loro volta dinanzi al suo splendore, lanciando orribili bestemmie. Con un'ampia virata, possibile solo ad un veicolo mosso dalla Potenza d'Iddio, il nostro Mentore abbandonò l'orbita di Titania ed in men che non si dica vedemmo davanti a noi la tormentata superficie del suo sposo Oberon.
Mi sembrava impossibile, eppure l'allucinante disavventura su Titania era finita bene per noi, ed il mio viaggio verso la Salvezza poteva continuare!
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Canto XXV
« Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: "Togli, Dio, ch'a te le squadro!" »
(Inf. XXV, 1-3)
L'Autore della "Redemptor Hominis" e della "Mulieris Dignitatem" ci lasciò sulla superficie di Oberon, in una regione apparentemente del tutto disabitata ai piedi del bordo di un grande cratere da impatto, promettendoci che avrebbe continuato a vegliare invisibilmente su di noi, proprio come un Angelo Custode; quindi decollò, sparendo rapidamente alla nostra vista, e noi ci ritrovammo soli sulla crosta ghiacciata di quella luna. Si tratta della maggiore e della più esterna tra le cinque lune di Urano scoperte da William Herschel nel 1787; John, figlio dello scopritore, le diede il nome del Re delle Fate nel celebre "Sogno di una Notte di Mezza Estate" di William Shakespeare. , tuttavia, la mia Guida, che fin dall'inizio del nostro terribile viaggio pareva leggermi nel pensiero, così mi ammonì:
"Non aspettarti di trovare qui delle Fate, Dante. Questa luna assomiglia all'ambientazione del Sogno shakespeariano quanto la ribollente superficie solare assomiglia al vuoto intergalattico."
"L'avevo intuito", gli risposi mentre un brivido freddo mi correva per la schiena ed io non potevo fare a meno di volgere attorno lo sguardo spaventato, temendo che sbucasse dal nulla qualche altra orrenda diavoleria preparata per noi dal peggiore di tutti i Malebranche. Gus tuttavia si affrettò a tranquillizzarmi:
"Non preoccuparti, Figlio mio. Anche quassù si annidano mostruosità al limite dell'immaginabile, ma sono confinate entro i crateri che crivellano questa luna, e non potrebbero uscire neppure se volessero."
"Capisco", annuii io, ancora scosso dopo la recente disavventura ma pur sempre curioso di vedere nuove meraviglie. "Ma dimmi, dove sono i dannati di questa luna? In fede mia, qui non se ne vedono!"
"Non se ne vedono qui proprio perchè non sarebbe prudente lasciare scorrazzare libere le loro bestiole di compagnia. Basterà però che ci arrampichiamo sulle pareti di quel cratere, perchè tu comprenda cosa intendo dirti."
"Ma Il Messo Celeste non ti ha fornito nuove pile né nuovo combustibile per i retrorazzi del nostro scafandro", obiettai io. Allora Gus scosse mestamente il capo:
"Ahimé, Dante, dopo essere stato rampognato da lui, non ho avuto il coraggio di chiedergliene. Temo proprio che ce la dovremo fare a piedi."
Guardai le pareti ripidissime
del cratere, tutte irte di spuntoni di metano ghiacciato, e mormorai sconsolato:
"Forse ho capito. La pena di questi dannati consiste nel tentare di scalare
queste pareti e nello sfracellarsi al suolo dopo aver perso l'appiglio,
nevvero?"
"Se fosse così, potrebbero dirsi fortunati", mormorò Grissom iniziando la scalata a mani nude. "Coraggio, vienimi dietro e fai attenzione a dove metti i piedi. Se cadi e la speciale tuta che ti è stata fornita si lacera, cristallizzerai immediatamente."
"Che bella prospettiva!" esclamai io, pensando ai 200 gradi sotto zero che c'era là fuori, iniziando a mia volta l'arrampicata. "Dopo essere scampato alle chele mortali delle Manticore di Titania, trasformarsi in una bella statua di ghiaccio per ravvivare un po' la dura crosta di Oberon... Quasi quasi comincio a rivalutare le virtù di cui è ricco l'interno di un buco nero. Silenzio, tranquillità, pace, nessuna ripida parete da scalare..."
"Nessuna chance di rivedere Beatrice", aggiunse Gus, con l'effetto di farmi tacere e di farmi salire con più lena. Non era certo una passeggiata da farsi con addosso la mia uniforme spaziale di gran gala, che esibisco nelle parate ufficiali il giorno della Festa della Terra a New Washington, e più di una volta mi scivolarono i piedi, tanto che rimasi a penzolare con i piedi nel vuoto, aggrappato solo con le mani, mentre sentivo i frammenti di ghiaccio e roccia da me staccati che rotolavano al suolo sotto di me, provocando un piccolo Oberon-moto. Ogni volta però Gus mi ammonì:
"Non guardare in basso! Coraggio, ritrova l'appiglio e vieni avanti! Non è certo con le uni formi di gran gala addosso, che ci si spiana la via per il Paradiso! Senza fatica, si lascia di sé sulla Terra una fama meno duratura delle bollicine in una coppa di champagne talassiano."
Non lo mandai a quel paese, nemmeno mentalmente, solo perchè sapevo che mi avrebbe tranquillamente letto nella coscienza. Quando tuttavia credevo ormai che non ce l'avrei fatta a proseguire oltre, raggiunsi il ciglio del cratere, mi sollevai su di esso e mi sedetti, boccheggiando per lo sforzo nonostante la bassa gravità di quel mondo. Gus tuttavia mi fece fretta:
"Coraggio, non è il momento di poltrire. Non volevi vedere che cosa succede in questo cratere? Volgiti e lo vedrai."
Per qualche secondo rimasi immobile, timoroso di vedere altri mostri enormi quanto orrendi e malvagi, ma alla fine la mia proverbiale curiosità l'ebbe vinta e mi voltai verso l'interno del cratere. Certamente se lo avessi visto in potere di altri demoni come Malacoda sarei stato meno atterrito, poiché di quanto vidi non mi impaurì la stranezza, bensì il numero.
L'intero cratere d'impatto, prodotto milioni di anni prima dalla caduta di un asteroide, era infatti invaso da una quantità incalcolabile di serpenti. Andavano dalle dimensioni di un serpentello d'acqua fino a quelle di una terribile anaconda di Barnard II, lunga quasi venti metri e pesante come uno shuttle individuale, ed il loro colore variava dal verdastro fino al nero come l'antracite. Si agitavano in continuazione, tanto da far pensare che l'intero cratere fosse pieno di un liquame verde con chiazze scure agitato dal vento, vento che in realtà su Oberon era del tutto assente. Non mi fu difficile accorgermi che in quel "mare" nuotavano (per così dire) numerosissimi dannati, avvolti da capo a piedi da quelle serpi che li mordevano in ogni dove. Mi sembrava che molti avessero le mani immobilizzate da quelle vipere che si avvolgevano intorno ai loro arti come delle manette, e molti di loro erano in procinto di essere inghiottiti dagli ofidi più grossi; non stento però a credere che, una volta espulso dall'apparato digerente di quei saturi, il loro plasma si sarebbe immediatamente coagulato a riformare i loro corpi fluidi.
Ero agghiacciato da questa terrificante visione, tanto da sembrare io stesso uno spuntone di ghiaccio di idrocarburi sul bordo del cratere da impatto, ma mi riscossi di colpo quando vidi un dannato fuggire verso di noi come se volesse fuggire dal cratere. Era tutto nero come i serpenti da cui cercava scampo, tanto che mi stavo chiedendo a quale razza appartenesse, ma non feci neppure in tempo a pormi la domanda, poiché subito dal mare di crotali e serpenti con gli occhiali partì come una saetta una serpe lunga almeno un metro che gli azzannò il collo là dove esso si unisce al cranio. Ed ecco, subito il corpo di quel dannato prese fuoco, arse e si dissolse in cenere, tanto da lasciarmi lì a strabuzzare gli occhi, mentre Virgil invece come suo solito non aveva mosso muscolo né battuto ciglio.
"Incredibile!" esclamai, pensando alla ben nota leggenda spaziale delle donne mazoniane, gli esseri intelligenti di natura vegetale che, una volta morti, bruciano da soli come carta; molti astronauti dicono di averle vedute, anche se la scienza ufficiale le giudica reali quanto il Mostro di Loch Ness o il Bunyip di Proxima Centauri.
Ma, proprio mentre osservavo il mucchietto di cenere a cui quell'anima perduta si era ridotta, cominciando a credere alla suddetta leggenda, vidi improvvisamente la polvere nera sollevarsi e turbinare, come se fosse in preda ad un vortice d'aria che su Oberon era invece del tutto assente; la vidi assumere l'aspetto di un corpo umano e riprendere le sembianze che aveva prima della sua autocombustione, ed infine, come fu o come non fu, mi ritrovai davanti quel dannato redivivo, che mi fissava con uno sguardo d'acciaio, tanto da farmi pensare che volesse passarmi da parte a parte con i suoi occhi di ghiaccio. Oh, potenza di Dio che lasci cadere colpi tanto severi sui peccatori che non si sono mai voluti pentire dei loro misfatti!
"Chi sei tu?" gli chiese Gus, affrontandolo con occhi gelidi quanto i suoi, mentre io mi rimettevo in piedi per fronteggiare quell'uomo. Solo allora mi avvidi che sembrava di pelle nera perchè indossava una calzamaglia aderentissima che gli fasciava ogni membro, lasciandogli scoperti appunto solo gli occhi.
"Sull'amata Terra mi conoscevano con molti nomi", rantolò quel prode senza staccarci di dosso gli occhi che sembravano essi stessi di metano ghiacciato. "Il re del terrore, l'inafferrabile, l'assassino dai mille volti, il genio del crimine e della fuga, il fantasma... Ma voi potete chiamarmi così come mi chiamava l'ispettore Ginko: Diabolik."
"Un nome quanto mai indicativo del destino che ti aspettava quassù", continuò Grissom, che a differenza mia riusciva a sostenere quello sguardo terribile senza alcun cedimento. "E per quale motivo Minosse ti ha assegnato un appartamentino tanto confortevole per trascorrere l'Eternità?"
"Perchè fui ladro, come
tutti sono ladri gli spiriti che quaggiù sono puniti", rispose lui.
"Anzi io fu il re di tutti i ladri, e con la mia compagna Eva Kant, lei
pure punita su questa luna anche se si trova entro un altro cratere, compii
memorabili imprese negli anni in cui tu iniziavi l'esplorazione dello
spazio." Aggiunse poi con un ghigno mefistofelico: "È un vero peccato
che non vi siate sbrigati prima a costruire insediamenti stabili su altri
mondi,
altrimenti avrei potuto vantarmi di aver derubato anche i ricchi extraterrestri,
come Capitan Harlock!"
"Non nominare il nome di quell'eroe accostandolo al tuo!" esclamai allora io, riprendendo un po' di coraggio. Il leggendario Harlock, Robin Hood del XXX secolo, era infatti uno dei miei miti, e mai avrei sopportarlo di sentirlo infangato da quello di un volgare tagliaborse.
"Harlock era un combattente per la libertà che rubava ai ricchi per dare ai poveri, durante una delle epoche più buie della storia dell'umanità", continuai io, cercando di fingere un coraggio che non possedevo, poiché quegli occhi di corindone sembravano davvero in grado di trapanarmi il cervello. "Tu invece hai rubato, hai mentito, hai ucciso solo per fare la bella vita con la tua donna e per sentirti dire da tutti che eri un genio, anche se in realtà eri un genio del male!"
"E me ne vanto", esclamò con sfrontatezza quel mariolo, scoprendo tutti i denti in un sorriso malefico che mi parve un ringhio. "Quanto a te, sciocco astronauta da strapazzo, sappi che altri, certo non abili come me a sgraffignare denaro e gioielli, ma autorizzati a ciò dalle stesse leggi che tu onori, ti ruberanno ogni cosa che possiedi e ti costringeranno ad errare esule lontano dalla tua amata Terra! Ahr, ahr, ahr!"
Quella risata cattiva mi penetrò fin dentro il cuore, e quelle parole fecero sì che il sangue mi abbandonasse i piedi più che se li avessi denudati e cacciati sotto la neve di metano di Oberon; ma non potei chiedere a quel malvagio ulteriori spiegazioni circa la profezia che mi aveva scagliato contro. Infatti, al termine del suo discorso, il ladro sollevò entrambe le braccia al cielo stellato e gridò: "Dio, questo è per te!" E si esibì in un gesto tanto sconcio, che mi copre di vergogna il solo richiamarlo alla memoria.
Subito Grissom si fece avanti sdegnato, mettendo la mano sull'antiquata pistola spaziale che portava alla cintura, ma non ci fu bisogno del suo intervento per punire quel blasfemo. Infatti subito decine di vipere cornute e di serpenti a sonagli gli saltarono addosso avvolgendolo da ogni parte ed immobilizzandogli le braccia, ed una voce terribile risuonò dall'interno del cratere: "Dov'è? Dov'è quel bastardo che ne ha combinato un'altra delle sue?"
Subito Diabolik si esibì in una fuga precipitosa, non dissimile da quelle cui era abituato da vivo per sfuggire all'ispettore Ginko per le vie di Clerville, tirandosi dietro tutti quei serpenti; e poco dopo vidi arrivare un altro essere mostruoso, la cui sola vista mi spinse ad abbracciare Gus così come un bambino timoroso fa con la sua mamma.
Il suo corpo, dalla cintola in su, aveva un aspetto umano, anche se la sua pelle era azzurrognola come l'atmosfera di Urano, ed indossava un elmo come quello degli antichi guerrieri greci. Ma non aveva gambe, perchè il suo corpo era innestato sul dorso di una tigre ferocissima, le cui zanne erano più lunghe di quelle degli smilodonti di Gamma Carinae V. Nella destra quell'essere aveva una frusta, con la quale amministrava pazzesche nerbate a tutti i dannati che incontrava.
"Quello è il Duca Gorgon", mi mormorò Gus, "e sparse laghi di sangue sulla Terra, all'epoca della Grande Guerra dei Robot. Ma tu non devi avere paura di lui perchè, dopo la vittoria riportata su di lui da Tetsuya Tsurugi, che gli diede cento mazzate ed egli forse non sentì la decima, non può più farti alcun male, e può solo sfogare la propria ira bestiale contro le anime dei ladri che qui vedi riunite."
Io lo guardai mentre si
allontanava senza neppure vedermi, troppo impegnato a cercare Diabolik che
evidentemente doveva essere una sua vecchia conoscenza, quand'ecco un altro
dannato si fece avanti, probabilmente non per cercare di fuggire dal cratere
come aveva fatto il suo collega, ma solo per curiosità. "Chi siete
voi?" ci chiese infatti, ma non ebbe tempo di attendere la risposta.
Infatti un nuovo serpente arrivò e lo morse sul membro virile. Improvvisamente
l'uomo cominciò a subire una complessa metamorfosi, ricoprendosi di scaglie e
perdendo gli arti, come sotto l'effetto di un programma di olo-morphing. Non fu
da meno l'ofide, che mise fuori zampe e un viso umano e venne ad assumere lo
stesso identico aspetto dell'uomo che aveva morso, mentre quest'ultimo diventava
a tutti gli effetti un serpente. Il sauro divenuto uomo ci disse:
"Ricordatevi di John Robie, detto il Gatto: fu famoso un tempo sulla terra,
anche se solo per la sua abilità a sgraffignare diamanti sulla Costa
Azzurra!" Poi se ne andò, lasciandomi lì con un palmo di naso.
"Non capisco, Maestro", chiesi subito a Gus: "Il vero Gatto era quello che ci ha apostrofato per primi, e che poi ha perso la sua identità, o il secondo che l'ha recuperata?"
"Chi lo sa?" mi rispose Grissom, alzando le spalle. "Forse, in parte l'uno e in parte l'altro. Chi ruba le fatiche altrui, infatti, perde la sua identità di uomo per identificarsi con l'antico Serpente, ipostasi di Satana, colui che rubò a Gilgamesh la pianta della vita eterna e che sottrasse ad Adamo ed Eva la primitiva innocenza, convincendoli a disubbidire a Colui che Tutto Può."
A quel punto però l'essere umano diventato serpe cominciò a strisciare pericolosamente verso di noi, ed io mi avvidi che era grande come un boa ed estraeva la lingua al mio indirizzo come se potesse percepire l'odore della mia carne viva. Gus allora mi urlò: "Via! Andiamo via!"
"E come?" domandai io, voltandomi. Se ci buttiamo giù da questo burrone senza i razzi propulsori, ci spappoleremo al suolo!"
Non feci però in tempo a girarmi, che vidi sfilare ad un metro da me il Treno dei Dannati, il quale già si liberava dalla gravità di Oberon per puntare verso un altro girone infernale. Evidentemente doveva appena aver effettuato la fermata su quella luna butterata, da noi saltata perchè la nave celeste del Servo dei Servi di Dio si era mossa immensamente più veloce di esso.
"Presto, afferrati!" mi ordinò Gus, spiccando un balzo ed afferrando la maniglia di una porta di una carrozza rimasta semiaperta. Io mi slanciai verso l'alto confidando sulla bassa gravità di quella luna, proprio quando il serpente era ormai quasi giunto a sfiorarmi le gambe con la sua lingua rossa come l'odio, ed afferrai la cintura di Virgil, che mi trascinò con sé verso la salvezza. Come Dio volle lui riuscì ad entrare nel vagone, ed allora anch'io mi afferrai ai maniglioni e misi i piedi sulla scaletta, ringraziando la mia buona Beatrice per essermela cavata anche questa volta. Quando fui al sicuro al'interno del treno, però, non potei fare a meno di volgere lo sguardo ad Oberon per un'ultima volta, accorgendomi che i suoi crateri pullulavano tutti di serpi e di ladri, a loro modo non meno viscidi e sinistri dei serpenti. E, Dio mi è testimone, per un attimo mi parve che persino i propulsori del treno emettessero uno spaventevole sibilo simile in tutto e per tutto a quello di una biscia velenosa!
Nota: Anche questo canto è ricco di personaggi ben noti. Diabolik non ha bisogno di presentazioni; al posto di Caco c'è il Duca Gorgon, personaggio della saga di Mazinga, per il quale vi rimando a questo link. Quanto all'ultimo dannato, se non avete ancora visto "Caccia al ladro", film del 1955 di Alfred Hitchcock con Cary Grant e Grace Kelly, beh, vi invito a colmare al più presto la lacuna!!
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Canto XXVI
« Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza »
(Inf. XXVI, 118-120)
Godi, o Federazione Europea, perchè sei tanto grande che batti l'ali attraverso tutti i sistemi stellari, e il tuo nome corre di bocca in bocca attraverso le lune dell'Inferno! Mi vergognai davvero di essere cittadino dell'Europa Unita, che pure è ritenuta una delle più ricche tra le entità federali che compongono l'Impero Terrestre, dopo aver trovato ben due cittadini europei immersi a capofitto in quel lago colmo di serpenti, dei quali l'uno si è messo ad irridere la Potestà Suprema suscitando persino l'ira dei demoni, e l'altro era indistinguibile dalle serpi in cui era immerso a capofitto!
Ero immerso in queste amare considerazioni quando la voce di Grissom mi riscosse dicendomi: "Dante, Dante, perchè pensi a ciò che lasci dietro le spalle, e non piuttosto a ciò che ci aspetta nelle regioni più fredde del Sistema Solare?"
"Vedi,
Gus è che..." Le parole mi morirono in gola appena rialzai gli occhi e
fissai il cielo seguendo l'indice teso della mia Guida. Infatti già buona parte
dell'orizzonte visibile era occupato dalla maestosa mole di Nettuno, l'ultimo
dei Giganti Gassosi del Sistema Solare. A vederlo da tanto vicino, sembrava fare onore al proprio nome, poiché davvero sembrava una goccia di acqua
marina sospesa nell'oscurità dello spazio. L'avevo già visto molte volte, nel
corso dei miei viaggi spaziali, ma mi sembrava di vederlo veramente solo allora
per la prima volta. Le sue nubi azzurrine, i grandi tifoni che sconvolgevano la
sua atmosfera, il sistema di anelli diafani... se davvero fossi stato messo al
bando dal Sistema Solare, come mi aveva predetto quel furfante di Diabolik,
certamente questa visione di Nettuno splendente ai confini del Sistema Solare
non sarebbe stata quella che avrei rimpianto di meno.
Come potei appurare ben presto, il Treno dei Morti puntava diritto verso le nubi di Nettuno, e ben presto potei vedere le nubi più esterne di metano ghiacciato sfrigolare per l'attrito a contatto con le pareti di superlega del convoglio infernale. Nubi sempre più dense, fatte di cristalli di idrocarburi sempre più grossi, mi sfilavano davanti mentre il macchinista accendeva le luci. Sapevo che là dentro, a centinaia di chilometri di profondità sotto le romantiche nubi nettuniane, mi aspettavano solo nuovi orrori, eppure non potei fare a meno di provare impazienza, perchè l'animo curioso anela sempre a nuove scoperte, anche se sa che queste scoperte sarebbero tali da agghiacciare anche un cuor di leone.
A un tratto, in quell'eterna notte vidi in lontananza delle lunghe file di luci, che mi ricordavano da vicino quelle poste a rischiarare le piste di uno spazioporto. Tante volte infatti mi era capitato di atterrare in condizioni di visibilità pressoché zero, su pianeti dalla densa e nebbiosa atmosfera,e solo quegli indicatori luminosi mi avevano permesso di prendere terra senza problemi. Anche stavolta, tuttavia, Grissom parve leggermi nel pensiero e scosse la testa come il professore di matematica che vede l'alunno scrivere sulla lavagna « 3 x 4 = 15 »:
"Mi dispiace deluderti, Dante, ma quelle non sono le piste di uno spazioporto. I Treni della Morte non hanno infatti bisogno di luci di segnalazione, guidati come sono dalla Giustizia Divina."
"Vuoi dire, Gus, che non sono state preparate per accogliere i dannati?"
"No. Quelle luci SONO i dannati."
Al momento non compresi le sue parole, ma quando il treno fu più vicino alla superficie ghiacciata del nucleo di Nettuno, tutto mi fu chiaro. E provai un immenso dolore, non minore di quello che provo ora, ripensando a ciò che vidi. Infatti la crosta di roccia e metano congelato pullulava di fiamme di plasma, il cui colore variava dal rosso vivo all'azzurro turchese fino al verde bandiera; e le fiamme procedevano lentamente in processione, girando attorno al nocciolo del pianeta.
"È come penso io, vero Gus?" domandai, timoroso di avere conferma dei miei sospetti.
"Sì, Dante. Ogni fiamma al plasma nasconde un'anima. Lo stesso plasma di cu è fatto il suo corpo fluido arde, per cui il peccatore e la fiamma sono tutt'uno."
"E chi può aver commesso una colpa così grave da venire acceso come una torcia per tutta l'eternità?"
"Sono i cattivi consiglieri, coloro che suggerirono agli altri come commettere delle frodi; coloro che idearono artifici poi messi in atto da altri per risolvere a loro favore le situazioni in modo fraudolento. Come essi agirono in vita solo per vie sotterranee, senza mai comparire nell'elenco dei colpevoli, così ora sono del tutto nascosti dentro la fiamma che li brucia senza consumarli mai."
E io, indicando uno dei fuochi che veniva verso di noi:
"Maestro mio, chi è nascosto dentro quel fuoco che appare diviso nel mezzo in due fiammelle, come se tormentasse due dannati anziché uno solo?"
"Là dentro ci sono due eroi leggendari del millennio passato", mi rispose Gus con la voce colma di ammirazione nonostante si trattasse di due peccatori. "Essi vissero nel secondo secolo dei viaggi iperspaziali, e per cinque anni percorsero il Quadrante Alfa della Galassia esplorando strani, nuovi mondi, in cerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, giungendo arditamente là dove nessuno era mai giunto prima."
Io non credetti alle mie orecchie. "Parli forse del leggendario..."
"Proprio lui", annuì Gus, sinceramente dispiaciuto che il personaggio cui alludeva si trovasse all'Inferno e non in Paradiso.
"Ma il capitano James Tiberius Kirk è stato un eroe senza macchia e senza paura", mi affannai io. "Salvò l'umanità intera in occasione della crisi del V-Ger e quando la Terra fu minacciata dalla Sonda delle Megattere, per non parlare della Macchina del Giudizio Universale da lui distrutta, e..."
"...E dell'odio implacabile da lui provato per i Klingon", mi interruppe bruscamente Grissom. "Purtroppo nel 2293, dopo l'esplosione di Praxis, una delle lune di Qonos, il pianeta centrale dell'Impero Klingon, egli consigliò l'Alto Comando della Flotta Stellare di fingere di intavolare trattative di pace, ma intanto di prepararsi ad un attacco definitivo contro i Klingon per spazzarli via una volta per sempre. In tal modo, egli intendeva vendicare la morte di suo figlio, David Marcus, ucciso dal capitano klingon Kruge sul Pianeta Genesis nel 2285."
Rimasi senza parole: come tutti i grandi protagonisti delle imprese spaziali del terzo millennio, dai due collaudatori Gregory Powell e Mike Donovan al capitano Jean-Luc Picard, fino al Comandante Jeffrey Sinclair, anche la biografia di Kirk era ben presto diventata un'agiografia, espungendo tutti gli aspetti meno edificanti per le future generazioni di esploratori e di scienziati. Avevo a dir la verità sentito dire che la carriera del leggendario capitano dell'Enterprise non era del tutto immacolata, ma non sapevo che avesse addirittura proposto di trasformare la Conferenza di Pace di Camp Khitomer in un'occasione per chiudere i conti con quelli che per tutta la vita erano stati i suoi mortali nemici. Ma evidentemente non bastava, perchè Gus aggiunse:
"Fin dall'inizio della sua carriera capitan Kirk fu incline alle frodi: quando era ancora all'Accademia della Flotta Stellare, fu sottoposto al cosiddetto Test della Kobayashi Maru , che consisteva nel mettere un cadetto in una situazione senza via d'uscita per verificare come reagiva, ma egli fu l'unico a trovare una via d'uscita, e ci riuscì cambiando segretamente la programmazione del simulatore. Inoltre suggerì più volte tecniche truffaldine per uscire da situazioni apparentemente impossibili, come sul pianeta Sigma Iotia II, quando arrivò a chiedere il pagamento di una "protezione" ai gangster che infestavano quel pianeta, infrangendo così ogni Direttiva della Flotta Stellare. Purtroppo di tutti questi trucchi egli non si pentì mai, e così lo vedi punito qui sotto, nella tenebrosa atmosfera di Nettuno."
"E l'altro che è con lui chi è?"
"È il dottor Leonard McCoy detto Bones, che lo accompagnò e lo assecondò in ogni sua impresa. Temevi che l'altro dannato fosse il suo primo ufficiale vulcaniano Spock, vero? Egli non si trova all'Inferno, perchè agì sempre mosso solo dalla lucida razionalità, e consigliò sempre il suo capitano di attenersi ad essa, anziché alla sua impulsiva passionalità."
"Se gli avesse dato
retta, ora non sarebbe qui", mormorai, ancora sconvolto. Non avevo idea
infatti del fatto che uomini tanto celebri e mossi da ideali tanto nobili
potessero essere finiti così lontano dalla Luce Vivificante del Sole, simbolo
della luce divina che splende in sempiterno sulla Gerusalemme Celeste.
"Tuttavia, maestro, credi che potrei parlare con lui?"
"Credo di aver capito cosa intendi chiedergli. Ma lascia parlare me: poiché egli fu tanto osannato in vita, potrebbe non sopportare di essere visto in questa bolgia da uno dei suoi posteri, che potrebbe raccontare a tutti quanto miserando è stato il destino della sua anima. Meglio che a rivolgergli la parola sia uno che è vissuto prima di lui."
Avvicinatosi alla fiamma cornuta, Virgil le si rivolse allora in questi termini:
"O voi che siete due dentro un fuoco solo, se io meritai tanto o poco, mentre ero vivo, di fregiarmi del titolo di esploratore degli spazi, quel titolo che a voi si attaglia come una seconda pelle, tanta è la fama che vi meritaste nel corso delle vostre missioni quinquennali, non ve ne andate ignorandoci, ma l'uno di voi dica in quale modo se ne andò a morire, solo e lontano da ogni rotta conosciuta."
La punta più elevata di quell'antica fiamma incominciò ad agitarsi, mormorando, come fa quella di una candela disturbata dal vento; e menando a destra e a sinistra la sua cima, come fosse una lingua che parlasse, fece uscire una voce umana sofferente che mi disse:
"Quando la Federazione Terrestre e l'Impero Klingon fecero la pace dopo cent'anni di conflitti, una pace che io non potevo in alcun modo accettare dopo quanto quei mostri alieni avevano fatto a mio figlio David, mi dimisi dalla Flotta Stellare e mi ritirai a vita privata nella mia tenuta di Riverside, nello Iowa, sulla vecchia Terra.
Ben presto però il richiamo dello Spazio fu troppo forte perchè io potessi resistervi. Nulla, né l'amore della mia ultima compagna Antonia, né i consigli del vecchio amico Spock, divenuto nel frattempo ambasciatore di Vulcano sulla Terra, né le preghiere del Presidente della Federazione che mi voleva nominare Ministro dello Spazio poterono vincere l'ardore che sentivo dentro di me di penetrare i segreti dell'universo, e di conoscere le diverse razze che lo abitavano, novello Ulisse che non poteva fermarsi di fronte a nessuna Colonna d'Ercole.
E così, messomi d'accordo con il mio amico Bones, con l'anziano ingegnere Montgomery Scott e con un pugno di altri fedelissimi, rubai l'astronave Enterprise-A, che si trovava per riparazioni alla fonda in un astroporto in orbita lunare, e con essa mi diressi verso il Centro Galattico.
Da sempre avevo desiderato sapere cosa c'era nel nucleo della nostra Galassia, da me ritenuta l'Ultima Frontiera dell'esplorazione umana. Là dentro un buco nero di inimmaginabile potenza e dimensioni aveva infatti aspirato per miliardi di anni tutta la sapienza e tutte le conoscenze dei popoli della Galassia, e non è certo un caso se un'antica leggenda vulcaniana poneva proprio nel centro galattico lo Sha Ka Ree, nome che quel popolo dà al Paradiso. La Flotta Stellare mandò il mio vecchio amico e compagno di avventure, il capitano Hikaru Sulu, ad inseguirmi a bordo della più moderna Excelsior, ma io ignorai i suoi disperati appelli alla ragione e riuscii a seminarlo con l'inganno.
A quel punto, nulla si frapponeva più tra me e la mia meta. Dopo anni di navigazione al massimo della curvatura, e dopo innumerevoli altre avventure presso razze sconosciute, vidi davanti a me la nebulosa al cui centro si trovava il nucleo galattico. Io ed i miei compagni eravamo molto anziani e stanchi quando giungemmo al confine di ogni conoscenza, là dove la nostra stessa fisica cessava di valere. Ecco, io volsi attorno a me lo sguardo, e lessi nei miei pochi compagni il dubbio: avremmo fatto bene a proseguire ancora, o avremmo ardito troppo, pretendendo addirittura di incontrare Dio a faccia a faccia?
« Amici, che dopo centomila traversie siete giunti con me a questa Ultima Frontiera dell'universo », dissi loro dall'alto della mia poltrona di comando, « non vogliate privarvi dell'esperienza di visitare ciò che nessun altro ha mai visitato prima di noi, né forse ardirà visitare dopo. Considerate la vostra stessa natura umana: non siete nati per vivere come primati arboricoli solo tra le foreste del vostro pianeta natale, ma per inseguire la virtù, la saggezza e la conoscenza. »
Con queste poche parole feci sì che i miei compagni fossero tanto desiderosi di penetrare in quella nebulosa misteriosa, molto più tetra della Mutara Nebula in cui avevo sconfitto Khan Noonien Singh, che in nessun modo poi avrei potuto trattenerli. E così, ordinai al pilota:
« Signor Checov, avanti tutta al massimo della curvatura. Attivare! »
Spinti al massimo i motori iperspaziali della nostra gloriosa astronave, penetrammo nel cuore di quell'abisso divoratore di stelle. Ed ecco, dopo cinque mesi di navigazione alla cieca, senza alcun riferimento se non la nostra sete di avventura, la stessa che mi aveva mosso fin da quando ero un semplice Guardiamarina sulla USS Republic, vedemmo comparire in lontananza un'area di bonaccia, sgombra da nubi di gas, al centro della quale ci parve di scorgere, al massimo ingrandimento della visuale di prua, una stella così luminosa quanto fino ad allora non ne avevamo vista nessuna in alcun angolo della Galassia.
Noi ci rallegrammo e ci facemmo le congratulazioni, ma ben presto i nostri Evviva si trasformarono in disperazione. Infatti l'Enterprise-A venne bruscamente deviata dalla sua rotta da una forza soverchiante che la attrasse a sé a babordo. Non c'era alcun dubbio, un buco nero ci aveva catturati! Eravamo così intenti ad ammirare la fulgidissima stella che avevamo di fronte ed il suo sistema planetario, da commettere un errore che sarebbe stato evitato persino da un cadetto al primo anno dell'Accademia!
Ma ormai non c'era più nulla da fare, poiché i motori dell'Enterprise andarono in sovraccarico nel vano tentativo di liberarci dalla soverchiante gravità di quell'astro maledetto. Tre volte girammo attorno ad esso, mentre l'integrità stessa della nave veniva meno, perchè la poppa era attratta dalla gravità del buco nero più della prora. Per altre tre volte i frammenti informi di quella che era stata la più splendida nave della Flotta Stellare, vanto e gloria dell'ingegneria umana, orbitarono attorno al buco nero prima di essere fagocitati da esso, quando il suo orizzonte degli eventi fu definitivamente richiuso sopra di noi."
Nota:
So
di aver modificato nettamente gli eventi avvenuti nell'universo Trek, ma mi sono
preso questa libertà perchè dopotutto anche Dante si è preso la libertà di
modificare la trama dell'Odissea. In effetti capitan Kirk era contrario alla
pace con i Klingon, dal momento che uno di loro gli aveva ucciso il figlio David
nel film "Star
Trek III: Alla ricerca di Spock" (1984), ma dopo la scoperta di una
cospirazione contro la conferenza di pace si batté perché andasse a buon fine,
come narrato nel film "Star
Trek VI: Rotta verso l'ignoto" (1991). Il viaggio al Centro della
Galassia è raccontato invece nel film "Star
Trek V: L'Ultima Frontiera" (1989), in cui l'Enterprise è sequestrata
da Sybok, fratellastro di Spock, proprio per raggiungere il mitico Sha Ka
Ree ed incontrare la Divinità, ma molti fan trekker considerano quell'episodio
"spurio" rispetto al resto della saga, perchè il viaggio verso il
Centro della Galassia anche a massima curvatura avrebbe richiesto molti anni, e
non pochi giorni. Lo scontro con Khan Noonien Singh nella Mutara Nebula è
invece argomento del film "Star
Trek II: L'Ira di Khan" (1982). Quanto poi alla
morte di Kirk, nel film "Star
Trek - Generazioni" (1994) essa avviene sul pianeta Veridiano III,
precipitando in un burrone mentre sta aiutando il suo epigono Jean-Luc Picard a sventare il folle piano del dottor Tolian
Soran. Io ho voluto dargli una fine decisamente più epica e degna dell'Ulisse
dantesco.
Riguardo infine a Gregory Powell e Mike Donovan, sono i protagonisti di alcune
novelle di Isaac Asimov del Ciclo dei Robot, mentre Jeffrey Sinclair è il Comandante
della stazione orbitante Babylon 5 nell'omonima serie di telefilm made in USA.
Un doveroso tributo ad alcuni dei pilastri della mia amata fantascienza.
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Canto XXVII
« Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar più volte? »
(Inf. XXVIII, 1-3)
Detto ciò, la fiamma si drizzò e tacque, e la mia Guida le fece segno con una mano che poteva riprendere il suo dolente cammino nelle profondità abissali di Nettuno. Rapidamente io e Gus tornammo alla fermata del Treno di Morte, affrettando il passo più che potevamo perchè il racconto di Jim Kirk ci aveva talmente colpito e affascinato, da farci completamente perdere la nozione del tempo; ed il nostro incubo peggiore era proprio quello di perdere nuovamente il treno, come fatalmente accaduto su Titania. Sentito il fischio del treno che era ormai in partenza, ci mettemmo letteralmente a correre, tanto che per breve tempo mi parve di ritrovarmi nei panni degli Ignavi di Mercurio, costretti a rincorrere per l'eternità un missile incandescente che non si dirige da nessuna parte. Come Dio volle, però, quella volta avemmo più fortuna degli Ignavi e riuscimmo a saltare sul treno già in movimento.
"Pant, puff", ansimai, una volta a bordo di uno di quegli atroci vagoni piombati: "sono giù d'allenamento, Gus. Ti ho mai detto che sono stato campione dei 200 metri piani ai Giochi Studenteschi su Canopo II?"
"Hai conseguito un
risultato migliore quest'oggi, riuscendo a prendere il treno per un pelo, che
quel giorno della tua giovinezza, quando hai conquistato un alloro
sportivo", mi sorrise Grissom, che invece sembrava fresco e riposato come
se si fosse alzato poco prima dal letto. Ma aveva perfettamente ragione, perchè
stavolta c'era in gioco non il prestigio e la gloria, ma la mia stessa vita.
Ancora ansimando, sentii il treno risalire sempre più verso le nubi alte di Nettuno, fino a che sopra di noi non riapparvero le stelle, ed il Treno dei Dannati abbandonò la bluastra sfera del pianeta per puntare verso la maggiore delle sue lune. Per far questo sfiorò la superficie dei diafani anelli di Nettuno, che rispetto a quelli di Saturno parevano sottili come le ali delle libellule giganti di Zeta Draconis V. Era uno spettacolo davvero mozzafiato, e valeva la pena di correre tutti quei rischi allucinanti per poter vedere le particelle ghiacciate costituenti gli anelli che correvano sotto di noi, assumendo tutte le mille iridescenze dell'arcobaleno alla luce dei fari del treno che le sfiorava lievitando sopra di esse come il magico tappeto volante delle Mille e Una Notte!
"La nostra meta è Tritone, vero?" chiesi a Gus vedendo la sfera color giallo sporco del grande satellite che si ingrandiva davanti a noi.
"Sì, Dante", annuì il mio compagno di viaggio, il cui viso era di colpo ridiventato una maschera di pietra. "Ti consiglio di prepararti, perchè lo spettacolo che vedrai lassù non è certo roba da stomaci delicati."
"Oramai sono preparato a tutto", millantai, ma se avessi saputo quello che mi aspettava avrei fatto meno il gradasso!
Sferragliando e lasciando dietro a sé un fumo simile a quello delle ciminiere che annerirono la Terra durante la Prima Rivoluzione Industriale, più di 1500 anni fa, il Treno dei Dannati arrestò infine il suo corso tra le balze e i vulcani di Tritone. Non ero mai stato su quella luna, per cui la sua strana superficie mi colpì soprattutto per la ricchezza di ondulazioni e gibbosità, come se vi abitasse una razza di talpe capace di mettere a soqquadro l'intero corpo celeste per scavarvi le proprie gallerie. Sapevo che non era possibile, perchè la temperatura di Tritone era appena di 35 Kelvin, cioè quasi 240 gradi sotto zero, e le strane formazioni geologiche erano dovute al riscaldamento del nucleo tritoniano a causa delle forze di marea esercitate da Nettuno, essendo retrogrado il moto di rivoluzione del grande satellite. Ebbi una prova dell'estrema instabilità della sua crosta appena io e Gus mettemmo piede sulla pensilina di azoto ghiacciato: a non più di cinque metri da noi infatti il suolo si gonfiò ed ebbe origine un geyser, che sputò verso l'alto un getto di materia rossastra.
Nonostante avessi fatto istintivamente un balzo verso il treno, fui investito da quel materiale inusitato, e restai davvero con un palmo di naso quando fui avvolto da una sensazione di gelo e non di calore, come sarebbe avvenuto con un geyser terrestre, che vomita acqua bollente.
"Incredibile", esclamai a Grissom, a sua volte intento a ripulirsi la tuta e il casco. "Giurerei che si tratti di neve! I vulcani di Tritone eruttano materia ghiacciata! Ma di quale sostanza, non saprei dire."
"Te ne renderai conto appena entreremo in quel canyon", si limitò a sussurrare il Pioniere dell'Astronautica, con voce altrettanto gelida di quella superficie rugata e grinzosa come la buccia di un melone blu di Antares VI.
Io seguii la direzione del suo sguardo e vidi un canyon dai pendii assai più dolci di quelli che avevamo visitato su altre lune come Titania, probabilmente perchè la sua superficie era molto più attiva ed in continuo sommovimento per colpa di quell'incredibile attività geotermica sottozero. Seguendo il mio Maestro raggiunsi il bordo del canyon, e ciò che vidi superava davvero ogni umana immaginazione.
Il burrone era infatti popolato da una processione immensa di dannati, che avanzavano assolutamente nudi nonostante il gelo di quell'estrema periferia del sistema solare fosse tale da congelare persino azoto ed ossigeno. Ma questo non era certo l'unico aspetto del loro supplizio. In fondo al canyon infatti li attendeva un demone orribile, quale non avevo mai visto prima né vidi poi per tutto il resto della mia vita.
Il suo corpo ed il suo volto erano spaventosamente deturpati da vaste ustioni, solo in parte coperti dal cappello nero ciancicato e dal maglione a strisce orizzontali verdi e rosse, sfilacciato ai margini. Ma ciò che faceva più paura di quello spaventevole essere erano le affilatissime lame, tutte sporche di sangue, che egli aveva al posto delle dita della mano destra. Appena uno dei dannati in processione, blu per il gelo che attanagliava quella luna, gli arrivava a tiro, egli lo mutilava orribilmente con rapidi e chirurgici tagli della sua mano bionica. Di conseguenza litri e litri di sangue di riversavano sul fondo di quella bolgia: in gran parte cristallizzava immediatamente, sovrapponendosi all'azoto congelato e farinoso della superficie di Tritano, ma in parte colava sotto la superficie, sparendo nell'immediato sottosuolo.
Io ebbi un sobbalzo: guardai la neve rossiccia e ferruginosa che ancora ricopriva parte del mio scafandro, sbarrai gli occhi e urlai a Gus: "Ma questo... ma questo è..."
"Sì", annuì l'antico astronauta senza batter ciglio, come se stesse parlando di marmellata di more. "È sangue. Si tratta del sangue di coloro che seminarono discordia e divisioni tra gli uomini che, infiltratosi sotto la superficie lunare e congelatosi sotto forma di permafrost, viene rigettato verso l'altro come se neppure Tritone volesse saperne dell'emoglobina di questi spregevoli esseri."
"E... e quel carnefice laggiù..."
"Sulla
Terra si chiamava Freddy Krueger",
rispose Gus, che stavolta non riuscì a trattenere un moto di disgusto, "ed
era figlio di una suora e di un pazzo che l'aveva stuprata.
Venne affidato da sua madre ad un uomo che si rivelò essere lui pure un folle alcolizzato,
il quale rese la sua infanzia un inferno. Inoltre Freddy venne tormentato dai suoi compagni di classe,
che lo deridevano perché nato da uno stupro. Logico che egli cominciò fin
dall'inizio a soffrire di squilibri mentali, torturando ed uccidendo degli
innocenti animaletti. A 19 anni uccise il padre adottivo con un rasoio, poi iniziò a lavorare in una
fornace dove portò i figli dei suoi ex compagni di classe dopo averli adescati;
lì li uccise brutalmente per vendetta e ne bruciò i corpi. Scoperto, fu processato per l'omicidio di
venti bambini, ma per un errore di procedura fu rilasciato poco dopo. Allora i genitori dei
piccoli uccisi, furenti, irruppero in casa di Freddy e lo arsero vivo nella sua caldaia.
Ma prima di morire egli aveva stretto un patto con tre demoni, che gli diedero la possibilità di vendicarsi
degli altri figli dei suoi assassini attraverso incubi spaventosi. Per molto
tempo egli ebbe il totale controllo della dimensione onirica, e continuò da lì a tormentare e
ad uccidere le sue vittime, dove nessuno poteva proteggerle. Infine a fermarlo
fu sua figlia Kathrine Krueger che, dopo averlo trasportato nel mondo dei desti
dove era impotente, lo fece esplodere con la dinamite, mettendo fine alle sue
malefatte. Da allora egli è condannato a sfogare in eterno la sua rabbia
belluina contro i seminatori di discordie, squartando a brani il loro corpo
così come essi crearono scismi e divisioni tra gli uomini."
"Orribile!" esclamai io, vedendo quell'essere mostruoso tagliare di netto i genitali ad un dannato che urlava come la sirena di un'astroambulanza. Freddy dovette sentirmi, perchè incrociò il suo sguardo con il mio, ed io sentii i suoi occhi malvagi penetrarmi fin dentro le ossa, mentre egli mi rivolgeva un ghigno mefistofelico che sapeva di sfida e di disprezzo. Subito dopo però si disinteressò totalmente a me, passando a mozzare le orecchie ed il naso al nuovo dannato che gli era capitato a tiro. Dopo essere stati così seviziati, i peccatori facevano dietrofront e percorrevano tutta la lunghezza del canyon, per poi fare dietrofront all'estremità opposta e ricominciare la trista processione. Mentre però camminavano, vidi che le loro ferite si rimarginavano, pronte per essere riaperte di nuovo dalle affilatissime dita di Krueger, mentre il loro sangue intrideva il suon di quell'ostello di dolore.
Io combattei numerose guerre, nella mia carriera, dalla Battaglia di Geonosis che aprì la lunga e sanguinosa Guerra dei Cloni fino all'assedio di Caprona, ma anche accumulando tutti assieme uno sull'altro i cadaveri di tutti i disgraziati caduti nelle battaglie cui partecipai, non si otterrebbe neppure una pallida visione dell'orrore che questi occhi ammirarono lassù! E per darvene un'idea, mi basterà dirvi che, proprio mentre ripensavo al sanguinoso assedio di Caprona cui avevo partecipato appena ventiquattrenne, vidi passare sotto di me un dannato il cui tronco era squarciato dal mento fino all'ano. Un'antica botte di legno che perde una o più delle sue doghe non è troppo dissimile dall'orrenda vista di quell'ombra, i cui intestini pendevano fra le gambe e di cui era possibile vedere il cuore pulsare tra le costole spezzate.
Mentre lo osservavo inorridito, egli mi guardò negli occhi, si aperse il ventre con le mani e si lamentò: "Guarda come è punito Olivier Cromwell, che fu Lord Protettore d'Inghilterra e scatenò una guerra civile per far trionfare i suoi ideali puritani! E questi che viene immediatamente dopo di me, che ha il cranio aperto in due dal mento fino alla sommità della testa, è Francisco Franco, che causò lo scoppio di una guerra civile ancor più devastante in Spagna! Ma tu chi sei, che ti attardi a curiosare da sopra quella rupe, forse per posporre l'inizio della pena che tu stesso hai confessato a Minosse?"
"Né la morte ancora l'ha raggiunto, né si trova qui per essere mutilato da Krueger", gli ribatté precedendomi il mio Maestro, "ma sta attraversando le regioni estreme del Sistema Solare per avere esperienza delle terribili condanne che vi furono inflitte per l'eternità!"
Udendo ciò, più di cento anime si fermarono nel fossato e drizzarono lo sguardo meravigliato verso di me, quasi dimentichi del loro doloroso martirio. Io mi sentii improvvisamente come un gatto finito chissà come nel bel mezzo di un canile, ma mi rassicuravano la presenza di Grissom e la certezza che quei dannati non potevano certo abbandonare il loro canyon. Ma certamente potevano parlarmi, e difatti uno di essi levò verso di me i moncherini che aveva al posto di entrambe le mani mozzate, mi gridò sopra le voci dei suoi compagni di pena:
"Ehi, tu che te ne vai come un turista attraverso questo lago di sangue, ricordati di Gavrilo Princip! Io fui serbo e venni condannato a questa pena per aver gettato nel barile dei Balcani la miccia che fece esplodere quella che laggiù sulla Terra si ricorda come la Prima Guerra Mondiale! Fu apprestandomi a colpire l'eterno nemico asburgico che esclamai: « Cosa fatta capo ha! »"
"Ed è per aver sparato all'inerme Arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo e a sua moglie, che Freddy ti ha tranciato entrambe le mani", gli gridò Virgil, che poco volte avevo visto adirato come in quell'occasione contro uno dei dannati, taluni dei quali anzi erano da lui rispettati e magnificati. "Evidentemente quel demonio non era sicuro se tu fossi destro o mancino, e così, per essere certo di non sbagliare a punire la mano che provocò la prima grande carneficina dell'era moderna, te le ha tranciate tutte e due!"
Princip proseguì per la sua strada battendosi il capo con i moncherini, e così lordandoselo tutto di sangue che cristallizzò immediatamente, trasformandogli la testa in una specie di Swarovski. Subito dopo di lui avanzò un altro peccatore, che aveva la gola squarciata e la lingua mozzata, e gorgogliò verso di noi qualcosa che non riuscii a capire. Subito Gus mi spiegò:
"Quell'uomo
è serbo pure lui, e sulla Terra si chiamò Slobodan Milosevic. Con la sua
aggressiva politica ultranazionalista provocò il collasso della Jugoslavia, uno
stato esistito nei balcani nel ventesimo secolo, tanto che tutti i popoli che
abitavano in essa vollero andarsene per conto proprio. Nelle regioni in cui
serbi ortodossi, bosniaci musulmani e croati cattolici convivevano in pace, egli
mise in atto una feroce pulizia etnica per costringere i non serbi all'esilio; e
siccome i suoi discorsi nazionalisti aizzarono gli estremisti del suo popolo,
ora si ritrova la gola tagliata. Naturalmente in compagnia sua ci sono qui anche
satrapi ed estremisti di altre etnie slave del sud, che misero in atto
un'analoga pulizia etnica ai danni dei popoli con i quali avrebbero dovuto
convivere d'amore e d'accordo."
Io osservai quel caudillo allontanarsi fuori di sé per il dolore, e con il senno di poi ammetto che avrei fatto molto meglio a volgere lo sguardo da un'altra parte. Proprio in quel mentre infatti io vidi un tale orrore che avrei paura di non essere creduto se potessi addurre come unica prova "L'ho visto con questi occhi!" Ma mi sprona a parlare la certezza di dire il vero, ed il fatto di avere la coscienza pulita, non avendovi mai contato frottole.
Ebbene, io vidi, e mi sembra di vederlo tuttora, un corpo umano senza capo camminare in fila con gli altri, e nella mano destra reggeva per i capelli il suo capo mozzato, girandolo intorno come si muove una torcia al plasma per rischiararsi la via. Non riesco a crederci, perchè erano uno in due e due in uno: come poteva essere una cosa del genere, lo sa solo Domineddio. Appena giunse sotto di noi, levò il braccio più in alto che poteva per avvicinare la testa alle nostre orecchie, e gridò:
"O tu che, respirando ancora, te ne vai in giro in questo inferno di dolore, dimmi: hai mai visto una pena peggiore della mia, finora? Se vuoi riportare nel mondo dei vivi notizie di me, sappi che io fui un uomo importante nel regno d'Inghilterra: mi chiamarono Riccardo Plantageneto, terzo duca di York, e due miei figli, Edoardo IV e Riccardo III di York, furono incoronati sovrani. Fu il mio contrasto con Enrico VI di Lancaster a dare vita a quella carneficina che oggi si ricorda come la Guerra delle Due Rose. Siccome ignorai i diritti ereditari di Edoardo di Lancaster, figlio di re Enrico VI, anteponendogli quelli di mio figlio Edoardo di York, e separando così il padre dal figlio, porto la testa separata dal busto, e così potrai osservare in me cosa significa la parola « contrappasso »!"
Nota: non vi sarà stato difficile riconoscere nel demonio carnefice il tremendo protagonista della saga di "Nightmare", partita nel 1984 con "A Nightmare on Elm Street". Quanto alla Battaglia di Geonosis, è un passaggio chiave della saga di "Guerre Stellari", narrata nel film "Star Wars, Episodio II - L'attacco dei cloni".
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Canto XXVIII
« Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati
che non potean levar le lor persone »
(Inf. XXIX, 70-72)
"Maestro mio, che cos'è il contrappasso?" chiesi a Virgil mentre abbandonavamo quell'orribile luna di Nettuno, invasa dal sangue dei seminatori di guerre civili, a bordo del non meno orribile Treno dei Morti. Osservando ormai di lontano i geyser di Tritone, i quali vomitavano in perpetuo il sangue dannato dei dannati colà prigionieri, Gus mi spiegò:
"Significa che i dannati vengono puniti con una pena che ricorda il peccato da essi commesso in vita, oppure che ne rappresenta l'antitesi."
"Questo vale anche per i dannati che vedremo alla prossima fermata?"
"Purtroppo sì", annuì Gus con uno sguardo che non mi lasciava presagire altro se non nuovi orrori. E il mio sospetto si fece certezza quando il treno maledetto girò attorno alla massa azzurrissima di Nettuno, senza accennare a volersi allontanare da esso, e puntò verso la seconda luna per grandezza di Nettuno, Proteo, che è famosa per essere uno dei corpi del sistema solare con l'albedo più basso. In altre parole, si tratta di una luna incredibilmente scura, che riflette solo il 10 % della luce che riceve dal sole, e questo spiega perchè fu scoperta solo da telescopi posti fuori dall'orbita terrestre. "Un pezzo di carbone che orbita nello spazio", lo aveva definito uno dei miei professori all'Accademia, ed ora che lo vedevo da vicino capivo benissimo il perchè. Decisamente il luogo ideale per ospitare le anime più nere dell'inferno!!
"Qui sopra albergano i falsari", mi rispose il mio maestro mentre sentivo le ruote dei vagoni piombati stridere contro le rotaie. "Appena il vagone si aprirà, capirai da solo come essi sono puniti."
Non feci in tempo a chiedergli cosa intendesse, perchè due secondi dopo la porta scorrevole del vagone fu aperta con violenza, e la risposta mi arrivò sotto forma di un puzzo tremendo che per poco non mi fece stramazzare al suolo senza sensi. Durante la Guerra dei Cloni ero stato a bordo di un'astronave ospedale, e giuro che il tanfo di piaghe infette, sangue marcio, pus, liquidi corporei di decomposizione non era tanto fastidioso come lo fu sulla superficie di quella luna nera. Neppure la speciale tuta di cui disponevo era in grado di filtrare quel lezzo nauseabondo, che sembrava capace di infiltrarsi persino tra le molecole di cui era composta! O forse era l'Onnipotente che voleva così, perchè la mia esperienza dei terrori dell'Inferno fosse piena e completa!
In ogni caso, non potei far altro che scendere sulla pensilina, e fu allora che assistetti ad uno spettacolo quale non si dovette presentare neppure agli occhi dei reduci della Quinta Guerra Mondiale, che pure fu nota per la sanguinosità delle sue battaglie. Dovunque infatti erano stesi corpi umani sconvolti dalla lebbra da radiazioni, come se Proteo fosse sta bombardata da milioni di bombe ad alto potenziale radioattivo. Molti di loro erano mutilati perchè parti intere del loro corpo fluido erano andate in putrefazione e si erano staccate mentre essi stessi erano viventi, e ciò che restava di loro era immerso nel fluido orrendo colato dalle loro piaghe. Io non potei fare a meno di distogliere lo sguardo e di premere il volto contro il casco di Grissom, come per allontanare da me quello spavento, davvero degno del profondo dell'inferno.
"Maestro mio, chi può essere punito quassù in maniera tanto orripilante, da far rimpiangere persino le arche incandescenti di Io?" mormorai io, come un bambino che si rifugia nel grembo della madre dopo aver assistito ad un olo-film horror.
"La loro stessa punizione li accusa", replicò imperturbabile Gus, dopo avermi cullato proprio come avrebbe fatto con un bambino atterrito. "Sono coloro che falsarono per vari motivi i risultati delle loro scoperte scientifiche, facendo credere che andassero finanziate per il bene dell'umanità, ed invece erano finalizzate solo alle applicazioni belliche, all'eugenetica, al miraggio di realizzare una razza superiore, alla distruzione sistematica degli ambienti planetari per ricavarne misero profitto. In nessun altro luogo comprenderai cosa significa la parola contrappasso!"
"Ehi, voi due che sembrate immuni dall'eterna pestilenza, chi siete?"
Udita questa voce sofferente che si rivolgeva a me, ebbi il coraggio di alzare di nuovo gli occhi, e vidi due dannati seduti per terra ed appoggiati l'uno contro la schiena dell'altro, quasi a sostenersi l'un l'altro. Quello dei due che mi aveva parlato aveva il ventre completamente putrefatto a causa della peste da radiazioni, e dal suo corpo fluido colava un pus oleoso e nauseabondo. Di fronte a quello spettacolo raccapricciante sentii un fiotto di vomito che mi giunse fino in gola e mi impedì di rispondergli, e così fu Gus a parlare:
"Siamo due viandanti in cammino attraverso il Regno della Perdizione, e si dà il caso che noi la scienza l'abbiamo usata solo per fare del bene al nostro prossimo, dottor Mengele!"
Io restai di stucco ad udire che quel corpo semidecomposto era appartenuto ad uno dei più famigerati criminali di guerra del ventesimo secolo, uno che Grissom doveva conoscere bene perchè era suo contemporaneo. La durezza e la crudeltà con cui trattava gli internati nel lager di Auschwitz fu così proverbiale da valergli il triste soprannome di "Dottor Morte". Evidentemente però, anche dopo tanti secoli trascorsi all'Inferno, lui non doveva essere ben conscio dell'enormità dei crimini che aveva commesso, perchè si sporse verso di noi ed esclamò:
"Ma ciò che ho fatto,
io l'ho fatto per il bene della Germania! Se ho studiato quei bambini ebrei, è
stato solo per scoprire come moltiplicare ad arte i parti gemellari, ed
aumentare così la popolazione tedesca, fornendo un vantaggio incalcolabile al
Terzo Reich in termini di braccia per lavorare e combattere!"
"Bugiardo anche nelle tenebre dell'Inferno, eh, Josef?" ringhiò la mia guida, che probabilmente lo avrebbe ucciso per la seconda volta, se avesse potuto. "Peccato che ti sei dimenticato di aggiungere che quei bambini ebrei tu li uccidevi per poterne fare l'autopsia, e i pochi sopravvissuti restarono segnati a vita dalle mutilazioni che hai inflitto loro! E ti è sempre andata bene, almeno sulla Terra, perchè sei riuscito a sfuggire alla giustizia degli uomini. Peccato che nessuna delle tue bugie ti è servita per ingannare la giustizia divina! E questo vale anche per te, dottor Lombroso!"
"I miei studi erano seri e scientificamente rilevanti!" esclamò l'altro dannato che teneva la schiena appoggiata a quella di Josef Mengele, ed era privo del braccio destro, quello con il quale aveva scritto tante sciocchezze. "Per la mia scoperta della « fossetta occipitale mediana », cioè dell'anomalia della struttura cranica da cui derivano i comportamenti devianti del tipo criminale, l'umanità mi dovrebbe essere grata in eterno, e lo stesso Padre Eterno avrebbe dovuto garantirmi per essa un posto in Paradiso!"
"Peccato che tu nell'Eterno Padre in vita non hai mai creduto, ritenendo che tu, persino la forma del pollice delle prostitute, fosse preordinato secondo precisi meccanismi scientifici", gli ribatté Gus, con non minore durezza di quella riservata al Dottor Morte. "Le tue teorie fornirono il più efficace concime per le teorie eugenetiche che portarono al razzismo ed al nazismo, e per questo puoi rallegrarti di una cosa sola, dottore: che la Somma Giustizia non ti abbia confinato ancora più lontano dalla luce vivificante del Sole!"
Gus stava ancora parlando quando improvvisamente in mezzo a noi fecero irruzione due dannati che non presentavano traccia di peste da radiazioni, ma che evidentemente dovevano aver comunque subito una massiccia irradiazione radioattiva sul cervello, in quanto il loro comportamento era affatto belluino e per niente umano. Si muovevano come gli abitanti della colonia della luna LV426 dopo che un virus alieno li ebbero contagiati ed essi iniziarono a comportarsi come licantropi, camminando a quattro zampe e mordendosi a vicenda. Il primo di essi addentò il dottor Mengele sul collo e lo trascinò via con sé, seminando una lunga striscia di pus giallastro e disgustoso, mentre il secondo si avventò su di noi. Con un balzo io mi nascosi dietro a Grissom, con un gesto che in verità oggi mi sembra davvero ben poco degno di un coraggioso veterano dello spazio, ma il prode pioniere dei cieli che mi aveva guidato fin lì fu pronto ad assestargli un poderoso calcio sulla mascella a gridargli:
"A cuccia, belva! Non ti bastano i crimini che perpetravi con l'inganno quando eri in vita, nella Francia della Belle Époque?"
Subito quell'essere umano ridotto ad animale si allontanò guaendo, come un cane bastonato, ma subito dopo riprese tutta la sua baldanza e cercò altri disgraziati da addentare.
"Quello sprovveduto che ci ha imprudentemente attaccati, senza sapere che siamo in viaggio per volere divino, era Fantômas", mi spiegò Gus vedendomi scosso come non mai prima di allora. "In vita compì nefandezze di ogni genere camuffandosi tramite maschere da lui stesso indossate ed assumendo false identità, e per questo ora è privato della sua stessa ragione umana."
"E l'altro?" domandai io, restando appiccicato alla mia guida come un naufrago al suo scoglio.
"Quell'altra
anima persa appartiene al dottor Mabuse. Criminale trasformista non meno crudele
di Fantômas, operò in Germania a
cavallo delle prime due guerre mondiali, fino a che il procuratore distrettuale von Wenk
non riuscì ad avere ragione dei suoi travestimenti e farlo rinchiudere in un
manicomio criminale, dove morì pazzo e perseguitato dai fantasmi delle sue
vittime. Come vedi, la sua pazzia non è ancora finita né mai avrà fine."
"Ho l'impressione che questi morti con il cervello sconvolto dalle radiazioni assomiglino sfortunatamente a fin troppi vivi", non potei fare a meno di commentare. Ma subito alzai i tacchi e mi allontanai da quella bolgia, prendendo l'iniziativa di camminare davanti alla mia guida, temendo solo che qualche altro falsario di persona arrivasse nel bel mezzo delle mie meditazioni ad addentarmi il sedere!
Nota:
Dante punisce in questa bolgia i falsari di metalli, cioè gli
alchimisti che cercavano di realizzare la pietra filosofale, ma la moderna alchimia è la
scienza utilizzata per scopi malvagi, e così l'identificazione con i vari dottor Mengele della storia appare immediata.
La
luna LV426 è un tributo alla saga di "Alien", perchè questa sigla
designa il pianetode su cui hanno il loro nido i terribili mostri di quei film. Fantômas
è il celebre criminale trasformista creato da Marcel Allain nel 1911 e reso
famoso dai film diretti da André Hunebelle negli anni sessanta. Quanto al
dottor Mabuse, si tratta del perfido protagonista del film "Dr.
Mabuse, der Spieler",
diretto nel 1922 da Fritz Lang, e di altri otto successivi lungometraggi; visto
il periodo storico in cui il primo film fu girato, Mabuse è considerato dai
critici una spaventosa personificazione dell'incubo folle del nazismo.
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Canto XXIX
« Io vidi un, fatto a guisa di
lëuto,
pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia
tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto »
(Inf. XXX, 49-51)
Lasciati i falsari che soffrono in eterno la lebbra da radiazioni, mi avviai verso quella che sembrava un'altra corsia di quell'incredibile ospedale, fatto non per guarire, ma per far soffrire per sempre oltre misura. Virgil tuttavia mi raggiunse a grandi passi e mi arrestò, prendendomi per un braccio:
"Ma dove credi di andare? Non ti ricordi gli ammonimenti del Messo Celeste? Non abusare della Sua protezione, e lascia andare avanti me per primo. Anche Proteo è popolato da pessimi soggetti, e non ti far ingannare dall'assenza di demoni custodi: il dolore rende infatti folli gli stessi dannati, e li spinge a latrare animalescamente così come fece Genoveffa Cocconi, la madre dei fratelli Cervi, quando vide tutti e sette i suoi figli fucilati nel poligono di tiro di Reggio Emilia!"
"Perdonami, maestro", gli replicai io con voce contrita, "ma volevo allontanarmi il più possibile da quegli esseri spregevoli. Non ardirei mai scavalcarti, anche perchè ho bisogno giocoforza di te se voglio sapere quali altri mentitori e bugiardi si annidano in questa bolgia oscura."
"Io mentitore? In fede mia, il casato dei Bismarck non è mai venuto meno agli impegni presi neppure davanti ad un plotone d'esecuzione!"
Mi voltai all'improvviso, attirato da questa voce, e con somma sorpresa vidi, seduto contro un blocco di ghiaccio nero e lucido come antracite, quello che avrebbe potuto essere un uomo, se il suo ventre non fosse stato gonfio di liquido come una botte di vino toydariano. Quell'essere mi ricordò nella forma un gigantesco contrabbasso; certamente non poteva muovere neanche un passo, gonfio d'acqua com'era, e la testa e le braccia sembravano innaturalmente piccole rispetto al resto del corpo, nonostante l'aspetto del suo volto fosse quello di un gentiluomo d'altri tempi, con baffi e favoriti bianchissimi. Subito tuttavia Virgil gli si rivolse col piglio delle grandi occasioni:
"Ah, no? Pensate forse di essere qui per un errore giudiziario commesso dall'infallibile Minosse, o Duca di Lauenburg? Avete forse dimenticato l'Emser Depesche? Da sola quella frode basterebbe per meritarvi una malattia più grave dell'idropisia di cui soffrirete in eterno, se non ci fosse anche il Kulturkampf a complicare le cose."
"Un momento",
interruppi la mia guida a quel punto, perchè cominciavo a non capirci più
niente. "L'emsedepece? Che cos'è, e in che lingua è?"
"Certamente dalle tue parti l'antico tedesco da me parlato non viene più studiato se non da qualche filologo indoeuropeo", mi replicò il dannato gonfio come un otre. "Si tratta di una montatura delle forze antitedesche dell'Intesa per infangare la brillante vittoria da noi prussiani riportata contro l'esercito di Napoleone III."
"Questi mentitori sono proprio incorreggibili: non cessano di contare balle neppure sulle Lune dell'Inferno", ribatté Gus con malcelato sarcasmo. "Vedi, Dante, l'Emser Depesche è il « Dispaccio di Ems » che il re di Prussia Guglielmo I di Hohenzollern spedì il 13 luglio 1870 al qui presente Principe Otto von Bismarck dalla località termale dei bagni di Ems, presso Coblenza, dove si trovava per un periodo di cure. Lo scopo era quello di riferirgli i contenuti del colloquio avuto con l'ambasciatore francese Vincenzo Benedetti, inviato da Napoleone III, nel corso del quale aveva negato il ritiro della candidatura di suo nipote, il principe Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen, al trono di Spagna, che a quel tempo era vacante. L'amico Otto tuttavia manipolò il dispaccio, cancellando abilmente alcune frasi allo scopo di far apparire Guglielmo I insolente nei confronti dell’ambasciatore e suscitare così l’irritazione di Napoleone III. Il piano da lui ordito andò a buon fine, ed il Cancelliere di Prussia riuscì nell’intento di spingere la Francia a dichiarare guerra al suo paese. La conseguente disfatta subita da Parigi nella guerra franco-prussiana permise al Principe di proclamare l'Impero Tedesco."
"Devi ammettere, ragazzo, che quella non fu una bugia, ma un vero e proprio capolavoro politico", si ringalluzzì tutto il padre della nazione tedesca. Virgil aveva ragione: anziché pentirsi amaramente delle balle spaziali che li avevano dannati per l'eternità, tutti questi menzogneri di mestiere se ne vantavano, esibendoli come delle medaglie al valore. Ed infatti egli aggiunse subito dopo al mio indirizzo:
"E non dar retta alla tua guida circa il Kulturkampf, ragazzo mio: non fu una colossale bugia che dipingeva il clero cattolico come minaccioso per l'integrità del neonato stato tedesco, bensì un aspetto della secolare lotta tra Trono e Altare. Io portavo avanti la battaglia per conto del Trono, ma sarei stato disposto anche ad ospitare il Papa sul suolo prussiano, se per qualche contorcimento della storia egli fosse stato scacciato da Roma!"
"Certo, per poter affermare che il Secondo Reich, oltre ad avere la missione storica di guidare l'Europa, era in diritto di dettare legge anche al Vicario di Cristo", rispose Gus scuotendo il capo. "Niente da fare, Dante: se tu gli chiedessi che Regno è questo, probabilmente ti risponderebbe il Paradiso, e che lui è il Santo protettore degli idropici!"
"Eppure qui c'è gente molto più mentitrice di me", insistette colui che in Terra era chiamato il Cancelliere di Ferro. "Lo vedi quel tipo laggiù, sdraiato su quel masso, che fuma per la febbre altissima come un recipiente di azoto liquido lasciato incautamente aperto? Si tratta di Vincent Freeman, il vero maestro dei contafrottole. Infatti per poter partecipare a una missione spaziale verso Titano nonostante il suo patrimonio genetico fosse considerato inadatto a sopportare il viaggio, all'epoca di Gattaca, quando tutte le decisioni sulla Terra erano basate sull'esame del DNA, non esitò a presentare ai controlli genetici il sangue e l'urina di Jerome Morrow, dotato di un DNA da far invidia da chiunque, ma reso invalido da un incidente. E grazie a queste menzogne ottenne anche l'amore della bella Irene Cassini. E quella donna là accanto che fuma anche più di lui è Serpina, che con l'inganno e le bugie convinse il ricco Uberto a sposarla."
Evidentemente Freeman non dovette gradire né il titolo di re dei contaballe che gli era stato affibbiato, né tantomeno il fatto che era stata rivelata la sua dannazione nelle gelide profondità dell'Inferno, perchè si alzò e sferrò un tremendo pugno sul ventre innaturalmente gonfio del cancelliere Bismarck, il quale a sua volta reagì assestandogli un tremendo ceffone e rombando:
"Anche se non posso muovere le mie membra da questo gelido lastrone di ghiaccio sporco, Herr Vincent, il braccio è rimasto quello di una volta, quando menavo fendenti di sciabola nella Battaglia di Sedan!"
"Non ce l'avevate altrettanto svelto quando avete dovuto firmare le vostre dimissioni, perchè il Kaiser vi aveva sollevato dall'incarico", gli rinfacciò il pirata genetico con astio, e l'idropico replicò con il piglio di un vero prussiano:
"Oh, quanto a questo dici il vero, ma non dicesti altrettanto il vero alla bella Fräulein Irene, finché ella stessa non comprese che tu ed Herr Morrow avevate preso per il naso un'intera società umana!"
"Se io affermai tanto a lungo il falso a chi mi stava intorno e credeva in me, voi pigliaste in giro un'intera nazione, Reichskanzler", insistette Freeman, assestando un pugno in piena faccia a quello che era stato l'artefice dell'intera politica europea nella seconda metà del XIX secolo. Quest'ultimo gli assestò a sua volta un poderoso calcio nelle pudende, gridando:
"Ricordati, spergiuro, di Gattaca, l'ente interplanetario che tu truffasti, e considera che tu hai mentito solo per realizzare i tuoi sogni egoisti, mentre io l'ho fatto per rendere grande la mia nazione!"
"Che ti tormenti in eterno la certezza di essere considerato da tutti una volpe che tramavi nell'ombra", digrignò i denti il ladro di DNA, afferrando il suo avversario per il collo, "così come ti tormentano la sete bruciante e quella tua pancia gonfia d'acqua come un nembo temporalesco!"
"Se io sono afflitto dalla sete per via dell'acqua marcia che mi gonfia il ventre, tu lo sei per colpa di quella febbre a cinquanta gradi che ti consuma, per il mal di capo e per i dolori che ti squassano tutto il corpo", sbraitò il Cancelliere, respingendo con forza il proprio assalitore; "ed è un poco di sollievo per me, il sapere che tu soffri quanto e più di me!"
Io ero rimasto di stucco a vedere i due dannati litigare così aspramente tra di loro, e confesso che per un momento la mia curiosità morbosa di vedere come andava a finire la rissa tra un militare prussiano ed un astronauta del terzo millennio aveva prevalso sulla necessità di proseguire al più presto il mio allucinante viaggio. Ma a riportarmi alla realtà intervenne il mio maestro:
"Dì, Dante, non vorrai dirmi che sei giunto fin quaggiù, all'estrema periferia del Sistema Solare, solo per vedere questi due dannati darsele di santa ragione e sfogare così la loro rabbia nei confronti dell'Eterno Giudice, vero?"
Quando sentii Gus parlarmi
con ira malcelata, mi allontanai rapidamente da quei due bugiardi tenendo lo
sguardo a terra per la vergogna. Come colui che sogna qualcosa di molto
spiacevole per lui, ad esempio una degradazione o l'incendio della sua
astronave, e, mentre il sogno è in corso, desidera di stare solo sognando, e
così spera che ciò che vede falsamente sia, per l'appunto, tutto falso,
anch'io feci lo stesso non riuscendo a trovare le parole adatte per scusarmi,
perchè proprio dolendomi di non potermi scusare mi ero scusato, e non sapevo
che lo stavo facendo. E vabbè, scusatemi tanto contorta similitudine, ma ancor
oggi mi sento assalito dalla vergogna e mi biasimo da solo, pensando alla
ramanzina che mi beccai in quel momento dal mio mentore. Quest'ultimo tuttavia
dovette leggermi di nuovo nel pensiero, perchè cambiò rapidamente tono:
"Suvvia, una vergogna molto minore di quella che stai provando in questo momento è sufficiente per cancellare una colpa molto più grave di quella da te commessa. Lasciamo dunque quei due alla loro vana contesa, e proseguiamo nel nostro viaggio. Nel sistema di Nettuno abbiamo ormai visto tutto, ed è ora di entrare nell'ultima sezione dell'Inferno: la Fascia di Edgeworth-Kuiper."
La stessa lingua, quella di Virgil, che poco prima mi aveva fatto arrossire fino all'attaccatura dei capelli, in poche battute mi fece scomparire ogni contrizione con le sue parole amorevoli, così come dicono che Lex Luthor, il mortale nemico di Superman, avesse realizzato un raggio in grado di disintegrare alla prima scarica, e poi di reintegrare le molecole al secondo colpo. E così, lasciatomi alle spalle il dolore per essermi fatto rimproverare da Gus, concentrai tutta la mia attenzione sulla nuova meta che ci attendeva.
Purtroppo per i loro proprietari, i nomi di Edgeworth e Kuiper erano legati, per noi astronauti del XXXIII secolo, ad una regione di spazio malsicura, difficile da attraversare e secondo alcuni addirittura maledetta, perchè quell'estrema periferia del Sistema Planetario del Sole, appena al di là dell'orbita nettuniana, è notoriamente popolata da corpi ghiacciati, eterogenee palle di neve sporca, che vanno dalle dimensioni per l'appunto della palla di neve preparata da un bambino, fino a quella di Persefone, planetoide scoperto nel 2043 il cui diametro è una volta e mezza quella di Plutone, e la sua distanza dal sole è almeno doppia di quella di quest'ultimo. Dal 1930 al 2006 Plutone era stato catalogato come il nono pianeta del Sistema Solare, ma in seguito si scoprì che era solo uno degli innumerevoli corpi celesti transnettuniani, formatisi con il materiale della nebulosa protosolare che non riuscì a dar vita ad un nuovo, grande gigante gassoso. I corpi maggiori di questa zona di spazio sono Persefone, Eris, Plutone stesso, il suo satellite Caronte, Sedna, Haumea, Makemake e Varuna. Nella sua parte più esterna la Fascia di Edgeworth-Kuiper sfuma nel cosiddetto Disco Diffuso, che arriva fino agli estremi confini della Nube di Oort, il serbatoio cometario posto ad oltre un anno luce dal Sole. Navigare in queste zone è pericolosissimo proprio per il rischio di vedersi l'astronave ridotta a un colabrodo da quei frammenti ghiacciati, che sicuramente sono fatti azoto, idrogeno ed elio solidi e non di roccia, ma che possono essere anche velocissimi, tanto da forare lo scafo esterno di una nave cargo. Per non parlare del rischio di emergere dall'iperspazio nel bel mezzo di uno sciame di Oggetti di Edgeworth-Kuiper, ritrovandosi così un blocco di quel materiale gelido e polveroso al posto del cervello! Per questo, appena la mia guida rievocò i nomi appaiati di quei due antichi astronomi, mi scosse spontaneo un moto di paura; ma dopotutto, mi dissi subito dopo, la regione più gelida e dolorosa dell'Inferno non può che coincidere con quella nube di spuntoni ghiacciati, misteriosa e pericolosa come le scogliere coralline per gli impavidi esploratori dei mari terrestri!
Fu con questi sentimenti nel cuore, e senza scambiare neppure una parola con Grissom, che ripresi il Treno dei Morti e lo vidi abbandonare l'orbita del colossale Nettuno per lanciarsi a capofitto nell'eterna notte che avvolge quella gelida regione che si trova poco al di sopra dello zero assoluto, dove il vivificante Sole appare indistinguibile da tutte le altre stelle del firmamento, e dove il freddo, il silenzio, il buio e l'oscurità regnano perpetue sopra l'orribile dimora dell'Oscuro Signore d'ogni nequizia!
Nota:
Otto von Bismarck è certamente noto a tutti. Invece Vincent Freeman è il
protagonista, interpretato da Ethan Hawke, del film distopico "Gattaca - La porta dell'universo"
(1997), nel quale, nonostante il suo DNA non sia stato
predeterminato prima della nascita con tecniche di ingegneria genetica,
"compra" il profilo genetico dell'ex atleta Jerome Morrow,
interpretato da Jude Law, e corona il suo sogno di compiere un volo dello
spazio, che gli sarebbe stato negato dalla sua predisposizione genica a malattie
varie.
Serpina è la protagonista de "La Serva Padrona", celebre opera buffa
di Giovan Battista Pergolesi, su libretto di Gennaro Antonio Federico; con
l'inganno e le menzogne, Serpina riesce a convincere il ricco Uberto a sposarla
e a permetterle così di migliorare notevolmente la propria posizione sociale.
Infine, al giorno d'oggi Eris è il più grande planetoide transnettuniano
conosciuto (ed il responsabile del declassamento di Plutone da pianeta a
pianeta nano), ma io ho supposto che nel 3300 d.C. le conoscenze astronomiche
siano più avanzate di quelle odierne, e così, oltre a Plutone, ecco spuntare
nel Sistema Solare la sua degna sposa.
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Canto XXX
« ...torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona »
(Inf. XXXI, 43-45)
Il Treno della Morte correva ormai nelle tenebrose regioni periferiche del Sistema Solare, attraversando quella che appariva ormai come una fitta nevicata. Ma i "fiocchi di neve" sembravano correrci incontro solo perchè era il nostro spaventoso convoglio ad infilarsi a tutta velocità in quel regno dell'idrogeno solido, e quei fiocchi in realtà non avevano nulla in comune con le falde bianchissime che rallegrano i Natali terrestri piovendo dal cielo, almeno non più di quanto un indigeno tridattilo di Vega III possa aver in comune con uno dei polpi intelligenti degli oceani di Beta Aquarii IV: si trattava infatti dei corpi più piccoli della Fascia di Edgeworth-Kuiper, che non erano riusciti a dare vita neppure ad un planetoide di poche centinaia di metri di diametro. L'idrogeno ghiacciato tuttavia non riusciva a far presa sulle pareti esterne dei vagoni del nostro mezzo di trasporto, poiché come tutto ciò che apparteneva all'Inferno esso irradiava un tremendo calore, sintesi fisica dell'ira che tutti i demoni e tutti i dannati covavano impotenti nei confronti dell'Onnipotente. E proprio in quelle lande dimenticate dal Sole, che come cantava San Francesco è immagine dell'Altissimo e del Suo amore per tutte le creature, più forte pareva farsi la rabbia degli Angeli Caduti di cui parevano impregnate le pareti metalliche del treno spaziale. Io stesso avevo paura di toccarle, e mi limitavo a guardar fuori da una delle finestrelle, chiusa da un'inferriata, combattuto fra la sensazione di terribile gelo che mi comunicava quella nevicata maledetta, e il terrore della fiamma infernale che ardeva dentro il metallo stesso del nostro fiero mezzo di trasporto.
A un tratto mi parve di vedere, attraverso lo strato di cristalli di ghiaccio di idrogeno e metano, delle grandi ombre scure stagliarsi nella regione di spazio che stavamo attraversando. Non potei allora fare a meno di rivolgermi a Gus:
"Dimmi, maestro mio, che regione di spazio è questa? E qual è il nome di quei planetoidi che vedo orbitare in questo regno del gelo perenne?"
"Affinché tu sia preparato a quanto vedrai", mi rispose Virgil, ponendomi amichevolmente una mano sulla spalla, "anche se questa rivelazione ti provocherà non poco spavento, sappi che quelli non sono planetoidi, bensì Robot giganti. Qui infatti si trovano le ombre dei mostruosi robot sconfitti e uccisi da Goldrake, Mazinga, Jeeg, Daltanious, God Sigma, Space Robot, Gordian, Daitarn III e da tutti gli altri coraggiosi eroi che presero parte alla Grande Guerra dei Robot, scongiurando l'invasione della Terra da parte di Re Vega, dei mostri cyborg di Mykenes, dell'antica civiltà Yamatai, dei Meganoidi e di tutte le altre forze ostili che minacciarono l'umanità alla metà del ventiduesimo secolo, immediatamente prima della fondazione della Federazione Terrestre che scoraggiò ogni altra minaccia aliena."
Man mano che il treno si avvicinava a quegli immensi corpi di metallo, dalla mia testa si dissipava l'errore e cresceva esponenzialmente il terrore. Ad un tratto il convoglio sfiorò uno dei robot, lo spesso strato di neve si diradò e potei vedere che quei mostri bionici erano incastonati dentro blocchi di idrogeno ghiacciato, e da essi emergevano solo con il torace ed il capo; le loro braccia erano anch'esse bloccate dentro il ghiaccio, e quei mostri non avrebbero potuto muovere neppure un pollice. Giusto contrappasso, pensai, per coloro che combatterono con tanto ardore per l'affermazione delle Forze del Male! Certamente, quando le civiltà extrasolari abbandonarono l'arte di fabbricare quelle macchine viventi, ne trasse giovamento tutta la Galassia; se infatti i colossali dinosauri di Omega Ceti I e i kraken di Thalax, così giganteschi da poter essere scambiati per isole quando dormono, non si sono ancora estinti, a differenza dei cyborg giganti di Vega e del Dottor Inferno, bisogna riconoscere in questo l'impronta della Divina Provvidenza. Quando infatti all'immensità e alla cattiveria si aggiunge l'intelligenza, davvero pochi sono coloro che sanno resistere a tanto nefanda malvagità!
Per presto lasciammo quel mostro robot dietro di noi, senza che esso si fosse nemmeno accorto del nostro passaggio: evidentemente esso era abituato, a vedersi sfiorato dai Treni della Morte, che conducevano le anime più nere alla loro ultima dimora, nelle regioni di spazio più lontane dal Disco di Aton. Tuttavia non mi ero ancora reso conto che quel gigante era alle nostre spalle, che subito ne vidi uno assai più terribile emergere dallo spesso strato di neve cosmica proprio dinanzi a noi.
Era davvero terrificante: aveva l'aspetto di un guerriero pesantemente armato, con un manto rosso ed un elmo sul quale campeggiava un'aquila d'oro, e dal quale si dipartivano due poderosi corni ritorti. Ma la cosa più raccapricciante era il fatto che il suo vero volto barbuto e baffuto gli spuntava dal mezzo del petto come gli spaventosi esseri che, nell'era prespaziale, si diceva abitassero i pianeti extrasolari. E, ciò che è peggio, a differenza dell'altro robot, quest'ultimo si accorse eccome del nostro passaggio! Sbirciando fuori dallo spioncino del vagone, infatti, vidi al colmo del terrore che quei due occhi cattivi sembravano fissare proprio me, come se quel colosso avesse potuto percepire la mia presenza con il corpo solido attraverso le pareti d'acciaio. Subito egli gridò in direzione del treno che stava già sfiorandogli la finta testa cornuta:
"Raphèl Maì Amech, Zabì, Almi!"
Confesso che, se avesse gridato: "Dante, sto venendo a mangiarti!", non mi sarei spaventato di meno. Prima però che facessi in tempo anche solo a nascondermi dietro le spalle di Gus, un raggio luminosissimo proveniente da dietro di noi squarciò le tenebre, facendo sublimare all'istante, quel nevischio d'idrogeno e colpendo in pieno volto il gigante, il quale urlò come se il Grande Mazinga lo avesse ucciso una seconda volta, e distrasse la sua attenzione da noi per mettersi a bestemmiare violentemente, sempre in una lingua a me affatto sconosciuta, contro qualcun altro che doveva avergli sparato quella violenta raffica d'energia.
"Questi è il Generale
Nero", si affrettò a spiegarmi Grissom allo scopo di rassicurarmi,
"famoso per aver guidato gli assalti di Mykenes contro il genere umano,
difeso dai due Mazinga. Essendo così lesto ad impartire ordini cui pretendeva
si obbedisse immediatamente, pena la vita, è stato condannato a parlare una
lingua che nessuno capisce e che nessun traduttore universale riesce a
decifrare, e a non capire la lingua di nessuno."
"Ecco perchè il traduttore universale della mia tuta ha fatto cilecca", gli risposi con la fronte ancora imperlata di sudore ghiacciato. "Ma chi ha sparato il phaser che ha distratto quel generale dell'esercito del Signore delle Tenebre?"
"Guarda verso la coda del convoglio, Dante. Vedi quella luce che ci segue come una remora fa con lo squalo? Non immagini chi è?"
"Il Messo Celeste!" esclamai io, vedendo effettivamente un astro fulgidissimo seguire il nostro treno e squarciare le tenebre eterne con il candore invincibile del suo glorioso scafo. "Non ha cessato di vegliare su di noi, ed ha colpito il Generale Nero per distrarre la sua intenzione ed impedirgli di urtare mortalmente il treno con uno dei suoi corni!"
"Uno come Lui non è tipo da mancare la parola data", soggiunse Gus, "e neppure il Principe Actarus di Fleed avrebbe osato incrociare in questi spazi maledetti con il suo invitto Goldrake senza disporre di una scorta inviata dall'Onnipotente."
Non aveva ancora finito di parlare, che dalla luminosa astronave che ci seguiva partirono due siluri fotonici che attraversarono fischiando la fitta nevicata ed andarono a schiantarsi contro un altro robot, che si ergeva gigantesco davanti a noi. Quello urlò di dolore, mentre paurose scariche elettriche invadevano tutto quanto il suo corpo di superlega; ed egli si scosse disperatamente, tentando di divincolarsi dall'iceberg in cui era incastonato per sempre. Per un momento temetti che quel colosso, che seppi dal maestro essere uno dei Meganoidi, riuscisse davvero a distruggere la sua prigione ghiacciata, ad afferrare il treno su cui viaggiavamo e a farlo a pezzi, così come King Kong si liberò dalle catene e devastò la città di New York prima di venire abbattuto da una flottiglia di aerei da guerra. Tuttavia altri due siluri fotonici investirono il Meganoide in pieno volto, giusto mentre il nostro vagone lo sorpassava, ed anche quel cyborg svanì alle nostre spalle, con mio grandissimo sollievo.
A quel punto vidi l'astronave del Messo Celeste che ci superava ad ipervelocità, e potei scorgere il Messo Celeste che ci benediva con un ampio cenno della destra, nonostante lo splendore del suo scafo rendesse difficile guardarlo senza proteggersi gli occhi. Non ebbi però il tempo di chiedere al mio maestro perchè il Servo dei Servi di Dio non era rimasto in cosa al treno: infatti vidi che la diabolica nevicata finalmente si diradava, ed al posto di un'infinità di piccoli corpi gelidi lo spazio era pieno di grossi iceberg di ghiaccio, senza però più alcun gigante incastonato in essi, che incrociavano nella Fascia di Edgeworth-Kuiper così come i pipistrelli di Mizar VI svolazzano dentro le immense grotte di quel mondo. Ed allora capii: il Messo Celeste si era messo in testa al convoglio affinché il capotreno lo seguisse ed evitasse collisioni contro quei massi, che probabilmente dovevano essere all'ordine del giorno, onde aggiungere pena su pena a quei dannati che viaggiavano verso la loro estrema dimora!
Ad un tratto vidi però una di quelle montagne di ghiaccio e, seduto sopra di essa, un gigante seminudo e vestito solo con un peplo di foggia greca. La cosa più incredibile era che aveva le braccia assolutamente libere ed avrebbe potuto tranquillamente afferrarci e farci a pezzi, se avesse voluto. Quello fu il momento in cui veramente avrei voluto raggiungere la periferia estrema del Sistema del Sole percorrendo ben altra rotta!
Gus tuttavia si affrettò a rassicurarmi:
"Non devi avere nulla da temere da lui, Dante. Egli è il Principe Kerubinus, che con l'inganno fu indotto da Satana e dal Generale Nero a combattere contro noi terrestri, con la falsa promessa di riottenere il regno di Mykenes e riportarlo agli antichi splendori. Sgominato dal Grande Mazinga e compreso l’inganno, egli scelse di suicidarsi per non combattere una guerra che non gli apparteneva. Per questo non è bloccato dentro il ghiaccio e funge da custode del Cocito, l'estremità più esterna del Sistema Infernale."
Io non potei fare a meno di sentire il cuore che mi accelerava all'impazzata come se volesse fuggire per paura dalla gabbia delle mie costole, ma mi sentii rassicurato quando vidi Kerubinus volgersi verso la nave del Messo Celeste e rivolgergli un cenno di saluto, lasciando poi passare tranquillamente il nostro convoglio.
"Maestro, mi sono fatto un'idea", osai allora parlare a Grissom. "Io credo che quei mostri robot, ancorché grandissimi e spaventosi, siano in realtà niente più che dei vinti. Tanta potenza sviluppata dai loro motori nucleari è del tutto annullata dalla prigione di ghiaccio che li rinserra per l'eternità e, come Tetsuya Harada ed Hiroshi Shiba hanno trionfato su di loro quand'erano in vita, sventando i loro piani maledetti, così l'Eterna Potestà ha trionfato su di loro nella morte, tanto che il più forte non può muovere neppure un bullone, e il più protervo non può più proferire alcuna minaccia intelligibile. Ciò che più mi ha colpito della Fascia di Edgeworth-Kuiper è proprio questo contrasto insuperabile: tanto idrogeno e tanta materia che non sono riusciti ad aggregarsi in un gigante gassoso, tanto acciaio e tante superarmi ridotte all'assoluta impotenza ed imbecillità."
"Hai detto bene", approvò Gus con un sorriso, lieto che avessi saputo trarre una lezione da ciò che avevo visto senza bisogno di alcuna sua spiegazione. "Ora però drizza lo sguardo davanti a noi, perchè si avvicina una delle prossime fermate del nostro mezzo di trasporto."
Mi voltai per osservare la direzione di marcia del treno, scoprendo che la nave del Messo era tornata invisibile, e che davanti a noi si stendeva una grande palla di ghiaccio sporco, di forma pressoché sferica e dalla superficie fortemente butterata dagli impatti di corpi minori: attorno ad essa orbitavano diverse lune, di cui la più grossa era però solo poco più piccola di lei, tanto che si poteva tranquillamente parlare di Planetoide Doppio.
"Quello
è Plutone, non è vero, Gus?"
"Precisamente, Dante. Fai attenzione quando saremo sulla sua superficie, perchè essa è completamente ghiacciata e liscia come uno specchio. Premi perciò il pulsante verde che c'è sul cinturone della speciale tuta che ti è stata fornita dal'Onnipossente."
Io obbedii, e subito sentii degli irti chiodi emergere dalle suole dei miei scarponi, chiodi che mi avrebbero permesso di camminare sul quel mondo, il cui aspetto è quello di un unico e sconfinato stagno ghiacciato. Ero pronto per affrontare l'ultimo tratto dell'Inferno, dove vengono punite le anime più triste e malvagie dell'universo creato, i cui corpi fluidi sono quasi essi stessi ridotti a blocchi di ghiaccio, così come le loro anime, rese fredde e insensibili ad ogni pentimento dall'enormità dei loro orrendi peccati.
Nota: In questo canto i Giganti danteschi, che diedero l'assalto all'Olimpo secondo i racconti degli antichi mitografi, sono sostituiti dai robot guerrieri sconfitti dai vari Goldrake, Mazinga Z, Jeeg nelle saghe animate giapponesi che spopolarono negli anni settanta e ottanta, e tinsero di immagini variopinte i miei sogni di bambino e di adolescenze. IL Generale Nero (Ankoku Daishogun nell'originale giapponese) è uno dei cattivi "storici" della serie del Grande Mazinga, ucciso da quest'ultimo in singolar tenzone durante una delle più memorabili puntate di quegli epici anime. I Meganoidi sono invece gli avversari di Daitarn III, mentre Kerubinus appartiene anch'egli alla Mazinsaga, ma combatte Tetsuya solo perchè ingannato dal Signore delle Tenebre, qui identificato con Belzebù, e per questo è l'unico che appare libero dal ghiaccio e custodisce la parte più esterna e gelida del nostro Inferno extraterrestre.
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Canto XXXI
« ...Poscia vid'io mille visi cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de' gelati guazzi »
(Inf. XXXI, 43-45)
Appena posti i piedi sopra la gelida superficie di Plutone, mi resi conto che le parole della mia guida non erano state affatto esagerate. L'intero corpo celeste, un tempo classificato come pianeta, era infatti ricoperto di uno spesso strato di metano, azoto ed idrogeno congelati, e la pianura sulla quale il treno aveva eseguito la sua trista fermata era assolutamente piatta, come se degli ipotetici alieni la utilizzassero come colossale pista da hockey. All'orizzonte si distinguevano delle montagne brillantissime, molto più della sporca superficie ghiacciata su cui avevamo posto gli scarponi chiodati, che mi ricordai di aver già visto al terzo anno di Accademia, allorché la nostra nave scuola aveva effettuato manovre in prossimità di Plutone, senza però attraccarvi.
"Sono di ghiaccio d'acqua, non è vero, Gus?" chiesi mentre avanzavo cautamente sulla scivolosissima superficie del planetoide, aiutandomi con due ramponi che Virgil aveva tirato fuori chissà da dove. La mia guida, che procedeva aiutandosi con attrezzi analoghi, assentì:
"Sì. Già ai miei tempi si pensava che la superficie di Plutone, oltre che da uno strato di metano ghiacciato, evidentemente il risultato del congelamento dell'atmosfera sulla sua superficie, fosse qua e là chiazzata anche da ghiaccio d'acqua, portato da quegli stessi inesauribili serbatoi che portarono sulla Terra la preziosa acqua, e con essa i germi della vita: le comete."
Tacqui, immaginando gli schianti di grandi nuclei cometari sulla dura superficie di Plutone, che riversavano su di esso grandi quantità d'acqua, subito rappresa perchè la temperatura non superava i 40 Kelvin. Indubbiamente tutta quell'acqua, chiaramente inutilizzabile per la bassissima temperatura ed anche per la probabile elevata salinità, era davvero una metafora dell'abissale distanza tra il mondo dei vivi, sull'accogliente superficie della Terra, e questo mondo di morti, i quali si trovavano non lontani dallo stesso fondamentale elemento che aveva permesso la loro sopravvivenza sul pianeta natale, eppure non potevano godere neppure una goccia di esso, così come non potevano godere né di un anelito di vita biologica, né tanto meno della Vita Perenne che sgorga dal Trono dell'Altissimo. Ahi, anime malnate, nel senso di nate solo per compiere il male, che ve ne state solinghe e abbandonate in quella plaga terribile e senza luce, meglio per voi se foste state pecore acquatiche di Capella III o batteri termofili di W Cefei VII! Infatti...
"Ahi! Fai attenzione dove metti i piedi, razza di... Qui c'è la mia testa!"
Udendo questa voce provenire praticamente da sotto i miei piedi, feci istintivamente un salto indietro, e poco mancò che non perdessi l'equilibrio e non misurassi con il mio sedere la durezza di quello spesso strato glaciale. Fu allora che mi avvidi come dal metano solidificato emergesse una testa umana, piegata in giù come per difendersi dal freddo che veniva dallo spazio; i suoi capelli erano tutti incrostati di cristalli di ghiaccio come una ragnatela coperta di brina in una mattina invernale, e i suoi orecchi non esistevano più, congelatisi e staccatisi chissà quanto tempo prima. I suoi denti battevano in continuazione, come se volessero eseguire a suon di nacchere una tarantella macabra, ed una sua gota era tagliata, evidentemente perchè io la avevo involontariamente percossa con il piede, non accorgendomi di essa mentre scrutavo il lontano orizzonte; ma dal taglio vidi fuoriuscire il plasma che congelò immediatamente e tappò la ferita.
"Perdonami, non volevo..." tentai di scusarmi, chinandomi verso di lui. Fu allora che mi accorsi che l'intera pianura gelata pullulava di teste, le quali emergevano dal duro cristallo così come i siluri fotonici sporgono dalle loro ogive prima di essere lanciati: una visione davvero terrificante, che mi portò subito a chiedermi quale colpa essi potessero aver commesso, per essere puniti in modo così spietato.
"Perdonarti? Un accidente", mi rispondeva intanto l'anima là confitta continuando a nascondermi il volto reso bluastro dal gelo. "Non ti bastano tutti gli improperi che mi lanciarono David Copperfield e la sua sposa Agnes, i quali mi accusarono di aver rovinato la vita a quel marmocchio!"
Io restai di stucco. Mi abbassai ancor più verso di lui ed esclamai:
"Ma tu sei Edward Murdstone!"
Lui digrignò i denti senza accennare a sollevare il capo:
"La mia fama è arrivata lontano, vedo! Se sai chi sono, sai anche perchè re Minosse mi ha inflitto una condanna tanto severa."
"Hai tradito coloro cui dovevi voler bene", mormorai io, colto da un improvviso moto di disprezzo. "Hai sposato Clara Copperfield facendole credere di essere un uomo amorevole e il degno padre di suo figlio, poi hai cominciato a trattare lei e lui come un padrone fa con i suoi schiavi. Il dolore portò lei ad una precoce morte, e tu, non volendoti sobbarcare il mantenimento del ragazzo, lo mandasti a lavorare in una rivendita di bottiglie di tua proprietà, nonostante fosse ancora un bambino. E gli avresti fatto chissà quant'altro male, se egli non fosse fuggito a Dover presso sua zia Betsie Trotwood, che accettò di ospitarlo e ti tolse la patria potestà. In cambio di quest'ultima tu però pretendesti l'intera proprietà dei Copperfield, quale ultimo e supremo atto di tradimento verso i tuoi congiunti!"
"Io non ho tradito nessuno!" urlò quell'essere spregevole, alzando di scatto il capo verso di me. Ed allora compresi perchè teneva il capo chino: appena lo ebbe alzato, i suoi globi oculari congelarono all'istante, si ruppero in mille minute schegge di ghiaccio e gli lasciarono le orbite vuote. Impressionato da quella visione, scattai all'indietro, persi l'equilibrio e caddi pesantemente seduto sul ghiaccio, ma egli non parve accorgersene e continuò rabbiosamente:
"Ciò che ho fatto, l'ho fatto perchè quella casa aveva bisogno di un vero uomo, che tirasse su come si doveva quello scavezzacollo d'un David Copperfield e lo salvasse dal diventare un delinquente, là dove lo portava la sua natura ribelle! Ma la Giustizia Divina" - e qui scaricò una caterva di bestemmie - "ha sbagliato tutto, ed ha condannato me anziché quel monellaccio, che in vita non combinò nulla di buono!"
"Continui a tradirlo anche ora che ti trovi da quindici secoli all'inferno", pensai io, così inorridito da non badare neppure alla dolorosa botta che avevo preso sul fondoschiena. Sapevo infatti che David Copperfield era diventato un famoso avvocato ed amorevole padre di famiglia. Ora avevo capito quale mala genia di peccatori era punita tra i ghiacci sempiterni di Plutone: i traditori dei loro stessi famigliari. E che Murdstone, lui sì, fosse un Giuda nato, me lo confermò il fatto che egli proseguì a ruota libera:
"Ma se tu credi che Giudice Sommo ha avuto ragione a condannarmi, guarda piuttosto quelli che mi circondano, loro sì traditori della peggior specie. Vedi quella testa calva che emerge là alla mia destra? Quello è Feng, antico re degli Juti, chiamato Claudio da William Shakespeare che ne raccontò le gesta; egli salì al trono assassinando il fratello Horwendill e sposandone la vedova Geruth, chiamata Gertrude dal Grande Bardo. Tuttavia lo spettro di Horwendill apparve al figlio Amleth, gli rivelò il fratricidio di cui era stato vittima, ed Amleth, nonostante i mille dubbi che lo attanagliavano, uccise Feng e regnò al suo posto; anche se poi William Shakespeare cambiò i fatti, raccontando che Feng ed Amleth si erano assassinati a vicenda. Ebbene, lui non fece peggio di me?"
Io osservai quella misera testa bluastra che emergeva per metà dal ghiaccio plutoniano, e mi chiesi se valeva davvero la pena di assassinare la carne della sua carne e di ambire ad un regno, per poi ereditare un regno tanto piccolo quanto una buca nel metano gelato su di un planetoide dimenticato nel buio dello spazio.
Ma evidentemente Murdstone non aveva ancora finito, poiché proseguì come se avesse voluto sfogare una voglia di parlare rimasta repressa per 1500 anni:
"Non lontano da me si
gode questa allegra località invernale la signora Magda Goebbels, che non si è
mai pentita di aver avvelenato tutti e sei i suoi figlioletti. E li vedi quei due laggiù, che
stanno in due buche tanto vicine l'una all'altra da essere praticamente uno di
fronte all'altro, così che le loro fronti quasi si toccano? Tu probabilmente
hai sentito parlare di loro, perchè la loro vicenda ha fatto rumore sulla Terra
e non solo. Lei è Enrica de Ward, e lui è Omar Ibn Fadlan. Sai cosa hanno
fatto e perchè sono qui, non è vero?"
Io li conoscevo, ovviamente per sentito dire, perchè effettivamente il loro gesto aveva fatto molto rumore sulla colonia lunare nella quale abitavano: una sera di novembre del 3201 essi avevano ucciso a colpi di coltello laser la madre, il padre e il fratello minore di lei, simulando poi una rapina. Le contraddizioni in cui erano caduti durante gli interrogatori avevano però indotto l'astropolizia a sospettare di loro, finché un microfono nascosto in una mosca robot, opportunamente inserita nella stanza in cui i due erano stati lasciati soli, non aveva registrato i loro discorsi, in cui la ragazza si gloriava di aver eliminato i propri famigliari che osteggiavano la sua relazione con Ibn Fadlan e disapprovavano il suo uso crescente di psicodroghe sintetiche. Dai colloqui emerse anche che lei aveva chiesto a lui di scannare il proprio fratellino come prova d'amore. Appena però i due vennero arrestati, cominciarono ad accusarsi e quindi a tradirsi a vicenda, scaricando l'uno sull'altro la completa responsabilità del massacro. Il Tribunale Supremo di Camp Tycho Brahe, la capitale della Luna, li condannò entrambi a morte, ma poi, essendo entrambi minorenni, la loro condanna fu commutata nei lavori forzati a vita nelle miniere di nichel della Fascia degli Asteroidi. Di loro non si era saputo più nulla, neppure la loro data di morte; ora però vedevo con i miei occhi che la loro amara parabola si era definitivamente conclusa tra il gelo di Plutone. E siccome si erano odiati al processo quanto prima del delitto si erano amati, o avevano detto di amarsi, il sarcasmo che sembrava costantemente guidare il contrappasso infernale li aveva fatti finire praticamente nella stessa buca, costretti a vedersi l'un l'altro per sempre, con le palpebre aperte e bloccate dal ghiaccio, così da ricordarsi per sempre l'orrendo tradimento da essi perpetrato verso coloro che più di ogni altro li amavano, ed anche l'uno verso l'altro. Il contrario esatto insomma di Rodolfo d'Asburgo e di Maria Vetsera, da me incontrati tra le roventi montagne venusiane!
A questo punto non ne potei più di tanto orrore e, rialzatomi come potevo, feci per andarmene. Murdstone tentò però di fermarmi: "Aspetta! Non ho ancora finito di mostrarti quanti dannati peggiori di me ci sono in queste buche e in quelle di Caronte, tanto colpevoli da far sembrare il mio destino degno al massimo del Purgatorio! Non vuoi che ti parli di Pietro Maso?"
Voltatomi verso di lui per ingiungergli di tacere una buona volta, perchè tradendo i suoi compagni di pena si stava meritando una punizione eterna anche peggiore, mi avvidi che dall'interno della sua testa il plasma era rifluito ed aveva ricostituito nuovi occhi nella testa del patrigno di David Copperfield. Timoroso solo di assistere di nuovo alla scena della cristallizzazione dei suoi globi oculari, mi voltai di scatto e fuggii verso la pensilina su cui il treno della morte già fischiava, arrancando come un cacciatore di Ultima Thule inseguito da un orso giallo su di un lastrone di ghiaccio alla deriva. Sicuramente in nessun'altra parte dell'Inferno mi dimostrai così vigliacco, ed infatti, appena fummo a bordo del treno ed esso si fu staccato dalla gelida superficie di Plutone, Gus non mancò certo di farmelo notare:
"Toh, Dante, davvero curioso: mi avevano raccontato che durante la Battaglia di Geonosis, quando era in corso la Guerra dei Cloni, ti eri distinto per aver sfidato il fuoco dei droidi guerrieri ed andare a recuperare un tuo commilitone rimasto gravemente ferito. Evidentemente mi avevano male informato, oppure quell'eroe di guerra era un altro Dante."
"Era SICURAMENTE un altro Dante", replicai io, che stavo letteralmente morendo di vergogna. "Ma se c'è una cosa che ho imparato attraversando in tua compagnia i mondi infernali, Gus, questa è il fatto che nessuno è tanto cuor di leone da saper resistere impavido davanti al peggiore dannato che ostenta le proprie nequizie e quelle altrui come atti degni di decorazione al valore!"
Gus mi sorrise: "Fatti animo, esseri come quelli fanno ribrezzo anche a me; e, come diceva un antico scrittore dei miei tempi, nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui. Solo una cosa devi tenere conto: e cioè il fatto è che sugli altri planetoidi dell'estremità ghiacciata del sistema solare ci aspettano tipacci al cui confronto Murdstone potrebbe davvero sperare in una revisione del processo contro la sua anima!"
"Il problema è che lo so", annuii io, mentre il Treno dei Morti superava Caronte e faceva rotta verso Eris. Quali altri orrori mi attendevano lassù? Sperai solo di avere lo stomaco di reggerli, perchè una ramanzina da parte di Grissom mi bastava ed avanzava, benché creda che neppure Asterix, il quale com'è noto aveva paura solo che il Cielo gli cascasse sulla testa, avrebbe potuto assistere impossibile alle mostruosità infernali senza dimostrare che persino un guerriero gallico può farsela nei calzoni dal terrore!
Nota:
il
personaggio di Edward Murdstone è ben noto ai lettori di Charles Dickens, e mi
è sembrato il tipo ideale per incarnare il "mostro" insensibile ad
ogni sentimento umano che tradisce coloro cui invece dovrebbe voler bene. Altro
traditore dei famigliari ospitato in questo Plutone trasformato in "Caina"
è il personaggio shakespeariano di Claudio, che uccide il fratello Amleto per
rubargli il regno e la sposa, anche se qui ho preferito fare riferimento ai nomi
originali dei personaggi tramandati dalle "Gesta Danorum" di Saxo
Grammaticus, storico danese del XIII secolo.
Magda Rietschel (1901-1945), più nota come la signora Goebbels, fu la moglie
del Ministro della Propaganda del Reich Nazista; il 1 maggio 1945, poco prima
dell'irruzione dei sovietici nel bunker sotto la Cancelleria di Berlino,
avvelenò i suoi sei figli Helga, Hilde, Helmut, Holde, Hedda e Heide con del
cianuro prima di uccidersi assieme al marito, con la motivazione seguente:
"Non voglio che i miei figli vivano in un mondo senza Nazismo!"
L'atrocità del suo crimine è più che sufficiente per meritarle la frescura di
Plutone.
I personaggi di Enrica de
Ward ed Omar Ibn Fadlan sono chiaramente modellati su quelli di Erika de Nardo
ed Omar Favaro, i due giovani di Novi Ligure che la sera del 21 febbraio 2001
uccisero la madre e il fratellino di lei. Qui però il delitto è trasportato
sulla Luna, reso più grave (viene ucciso anche il padre) e punito in maniera
assai più dura, sia in questa che nell'altra vita. Del caso di cronaca nera
resta perciò solo lo spunto iniziale, riletto in chiave dantesca nell'ottica
dell'inflessibile giustizia divina e del quasi sadico contrappasso che unisce
per sempre due anime peccatrici amatesi tragicamente per breve tempo e destinate
ad odiarsi per l'eternità.
Quanto a Pietro Maso, si tratta di un altro celebre traditore dei parenti,
perchè la sera del 17 aprile 1991, aiutato da tre amici (se così si può
dire), nella sua casa di Montecchia di Crosara presso Verona uccise a sprangate entrambi i suoi genitori, Antonio Maso e Rosa
Tessari, con la motivazione di intascare subito la sua parte di eredità.
Condannato a 30 anni di reclusione, nell'ottobre 2008 ha ottenuto il regime di semilibertà.
Il giudizio sul suo gesto e sul suo eventuale pentimento lo lasciamo
all'Onnipotente, ma è giusto almeno citarlo in questa schiera di « mille visi cagnazzi
» come esempio da non seguire.
Infine, oltre alla citazione di Asterix e ad un nuovo riferimento alla Battaglia
di Geonosis, di cui si è già detto a proposito del Canto XXVII, bisogna
segnalare che "Ultima Thule" non è un riferimento a Pitea e a
Strabone, ma alla serie "Spazio 1999": nella puntata "Pianeta
di Ghiaccio" gli eroi di Base Alpha
sbarcano su un pianeta completamente ghiacciato con questo nome, i cui abitanti asseriscono di
aver raggiunto l'immortalità. Anche in quel caso però il Dottor Cabot Rowland,
capo degli "immortali", si rivela in ultima analisi un mentitore ed un
traditore: per conseguire la "vita eterna" occorre pagare un prezzo
così alto, che decisamente il gioco non vale la candela.
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Canto XXXII
« ...dicere udi'mi:
"Guarda come passi:
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de' fratei miseri lassi" »
(Inf. XXXII, 19-21)
Se io possedessi un vocabolario di parole aspre e dissonanti, potrei esprimere meglio le sensazioni che vissi allorché attraversai l'estremo lembo esterno del sistema solare, quel Disco Diffuso che sfuma lentamente verso il gelido vuoto dello spazio, disperdendosi in mille cristalli di ghiaccio troppo piccoli per dar vita a un qualunque corpo celeste. In quel tristo buco in cui sono confitti i peggiori ceffi del genere umano, infatti, non bastano i termini che abbiamo appreso alle lezioni di exobiologia all'Accademia, poiché tutti gli ololibri da noi studiati possono forse descrivere le bassissime temperature e la commistione dei materiali che ricoprono quelle palle di ghiaccio cosmico, ma non certo la perfidia che vi alberga, che io vidi quasi cristallizzata nei corpi fluidi di plasma ghiacciato e bluastro di quei traditori, che ai miei occhi erano praticamente indistinguibili dal buio stesso trionfante in quelle profondità dello spazio.
Certamente descrivere un tale
abisso di malvagità e di nequizia non è impresa da prendere alla leggera, ed
è per questo che con il batticuore mi accingo a raccontarvi ciò che vidi sul
planetoide Eris, appena il Treno della Morte ci scaricò sulla sua superficie
dura e cattiva. Sia quel mondo remoto che il suo satellite Disnomia, così come
Plutone e Caronte, accoglievano nel loro abbraccio mortale molti spiriti quasi
completamente tuffati dentro il metano solido, così come i ragni giganti di
Algol V scavano delle buche nel deserto, vi stanno appostati con all'esterno
solo gli occhi e, appena un malcapitato passa loro vicino, balzano fuori e lo
divorano; con la sola differenza che quei peccatori non sarebbero usciti di lì
se non per riunirsi sul pianeta Giosafat quando l'universo sarà squassato dalle
trombe dell'Ultimo Giudizio, ed il Tempo lascerà spazio definitivamente
all'Eternità.
Memore degli orrori di Plutone, io e Gus ci allontanammo ben poco dalla stazione ferroviaria sita su quell'avamposto estremo dell'Inferno, ma ciò fu sufficiente per vedere l'intera superficie del planetoide ricoperta di bitorzoli gelati, che poi altro non erano se non teste umane, ma esse non avevano il viso rivolto verso il basso come quelle di Plutone, bensì rivolto davanti a sé, come se anche nell'Altro Mondo continuassero ad essere fieri del fatto di aver mancato ai giuramenti prestati. Fermandomi un attimo a contemplare quella ressa di dannati, incredulo che i traditori potessero essere così tanti da riempire l'intero Disco Diffuso, appoggiai il piede destro su un monticello di ghiaccio perfettamente liscio, la mano sul ginocchio destro, e mi sporsi in avanti domandando: "Maestro mio, questi chi hanno tradito, per patire tanto freddo così lontano dal tepore del Sole?"
Grissom non fece in tempo a rispondermi, perchè una voce roca che mi parve provenire dal sottosuolo mi sgridò con veemenza:
"Ehi, tu, feccia d'un traditore, hai preso la mia pelata per uno sgabello? Se non sei venuto qui per accrescere il dolore che mi provoca la vendetta di Cefalonia e di Nikolaevka, levati immediatamente dai piedi e vai a prendere posto nella tua buca!"
Io feci un salto ma riuscii a non perdere l'equilibrio, aiutato da Gus che mi afferrò per un braccio: girandomi verso di lui mi accorsi che sogghignava, segno che si era già accorto dell'equivoco in cui ero incappato, ed attendeva da me proprio quella reazione. La palla di neve su cui avevo appoggiato il piede infatti era in realtà la zucca di un dannato, pelata e liscia come la palla di un albero di Natale. I lineamenti di quell'uomo erano completamente illeggibili a causa del ghiaccio che li aveva deformati, ma nonostante ciò le sue parole mi avevano acceso un campanello in testa. E così, mormorai in direzione di Gus:
"So che ci resta poco tempo per visitare il resto dell'Inferno, ma lascia che perda tempo per un momento con costui, per togliermi un dubbio che mi si è ficcato in testa, e poi potrai farmi fretta quanto vuoi."
Grissom non fece una piega, ed allora io mi chinai e dissi a quella testa che continuava a bestemmiare come un turco:
"Chi sei dunque tu, che ti rivolgi con questo tono ad un tuo compatriota?"
Egli mi rispose però ritorcendo la domanda contro di me:
"E tu chi sei, dannato traditore della patria tua, che attraversi le lande gelate di Eris prendendo in giro quegli stessi che dovranno farti compagnia per l'eternità, comportandoti con la spocchia di un vivente nei confronti di un morto?"
"Sì dà il caso che io sia proprio vivo", gli risposi di rimando, stizzito dal suo tono imperioso e tutt'altro che amichevole, "e ti conviene trattarmi in maniera meno insolente, perchè al mio ritorno io potrei narrare agli altri uomini viventi di averti incontrato, e rinnovare sulla Terra la tua fama."
"Ma mi prendi per il culo?" mi rispose quel dannato, le cui labbra blu si stavano sbriciolando a causa della sua veemenza verbale. "Noi siamo traditori e non abbiamo nessun motivo per essere ricordati sulla Terra, dove certamente c'è più gente disposta a maledirci che a rimpiangerci. Levati dalle palle e buon viaggio attraverso la Fascia dei Traditori, se riesci ad evitare che la tua astronave si schianti contro un iceberg alla deriva!"
"Tanta gentilezza nei miei confronti mi commuove", replicai io, fremendo di sdegno e rialzandomi in piedi. "Allora ti ripagherò con la stessa moneta. Se non mi dici chi sei, ti prendo a calci la testa finché non l'ho rimodellata a forma di pera!"
Ed egli a me: "Anche se me la facessi saltar via a calci, io non ti dirò chi sono né te lo farò capire, figlio di una meretrice giudea!"
"Bonjour finesse!"
esclamai io, ed accecato dall'ira gli assestai davvero un calcio sulla nuca,
facendolo strillare di dolore come un Sulibano la cui moglie sta per partorire
(infatti, presso quel popolo dalla pelle butterata, quando le femmine hanno le
doglie sono i maschi ad emettere grida e lamenti). Con il senno di poi riconosco
di non aver fatto una bella cosa, perchè quel poveraccio soffriva già
abbastanza, avendo il corpo di plasma tutto congelato, e probabilmente ci
avrebbe pensato Virgil a farmi smettere con il suo tono imperioso, se un dannato
lì vicino non avesse a sua volta esclamato con uno strano accento orientale:
"Che ti piglia, Benito? Non ti basta battere ritmicamente i denti per il gelo ad imitazione del fracasso degli scarponi chiodati delle tue gloriose Camice Nere? Devi per forza assordarci con i tuoi strilli, come se credessi di essere ancora affacciato al balcone di Palazzo Venezia?"
"Ah! Vi ho riconosciuto, cavalier Mussolini!" sbottai io a quel punto: "Mi chiedevo giusto perchè non vi avevo ancora incontrato su uno dei precedenti mondi infernali. Ma sono uno stupido, perché avrei dovuto immaginarlo: proclamare la Repubblica Sociale Italiana, un mero fantoccio al soldo dell'occupante nazista del nostro Bel Paese, era più che sufficiente per farvi condannare da Re Minosse tra i traditori della patria!"
"E non solo!" ringhiò il fondatore del Fascismo, una dottrina che ancor oggi trova seguaci in Italia, a più di tredici secoli dalla sua sconfitta militare. "Quel parruccone su Venere mi ha addebitato anche la morte di 750.000 italiani, in guerra o durante la Resistenza, e persino il tentativo di fuga in Svizzera con addosso un'uniforme tedesca, allorché i maledetti rossi mi riconobbero e mi fucilarono a Giulino di Mezzegra." Poi, con lo stesso tono con cui arringava i suoi seguaci prima della vittoriosa Marcia su Roma, continuò:
"Vattene dunque, Dante Alighieri, nemico giurato di noi fascisti, e racconta pure ciò che vuoi di me quando tornerai tra i tuoi compagni di partito Democratici. Ma non dimenticarti di dire che in mia compagnia hai incontrato anche un tipo non certo migliore di me, a dispetto del suo aspetto tranquillo e minuto. Quello che ha avuto la lingua così pronta a rivelarti il mio nome è infatti Deng Xiaoping, tra i primi compagni di Mao Zedong e veterano della Lunga Marcia cinese. Molti alla sua epoca lodarono questo sporco comunista per aver riallacciato le relazioni tra la Cina e l'Occidente e per aver dato il via ad una politica molto poco collettivista e moltissimo di libero mercato, ma Minosse fu di diverso avviso: non gli perdonò di aver represso nel sangue la rivolta di piazza Tienanmen, facendo ammazzare 3000 giovani di buone speranze solo per conservare il potere nelle mani sue e degli altri dannati rossi della sua cricca. Potrai dire: « Ho incontrato l'inventore del "socialismo con caratteristiche cinesi", là dove i peccatori stanno freschi! »"
"E se ti chiederanno «
Chi altri c'era? »", riprese Deng, evidentemente irritato dalle parole di
Mussolini, "digli che hai visto anche quegli allegri compagnoni di Vidkun
Quisling, Philippe Pétain, Wang Jingwei e molti altri che non hanno esitato a
vendere la propria Patria al nemico in cambio di onori, denaro e potere. Dì
loro che sul satellite Disnomia sono trasformati in macabri pupazzi di neve l'agente Gibbs dei Servizi
Segreti degli Stati Uniti d'America, che morì precipitando nel Mar Caspio dopo
aver tradito il suo presidente, ed anche Ivan Ogareff, che pagò il suo
tradimento sulla Terra per mano di Michele Strogoff, e qui riceve gli interessi.
E qui a fianco a me c'è anche il dottor Michaels, che ebbe l'onore di essere
l'unico medico della storia ucciso da un globulo bianco, quale compenso per il
tradimento del proprio paese."
"Davvero non sopporto questi traditori", dissi a Gus mentre tornavamo rapidamente verso il treno, che già fischiava come se volesse avvertirci che neppure esso voleva soffermarsi troppo a lungo insieme a quella gentaglia. "Hanno peccato quand'erano vivi, pazienza; hanno rifiutato di pentirsi e di convertirsi, amen, la Giustizia Divina li ha colpiti senza pietà. Il problema sta nel fatto che costoro continuano a tradirsi tra di loro anche dopo morti. Non ti sei accorto come l'uno faceva a gara a sbugiardare l'altro? Sapevano bene che il loro massimo desiderio consisteva nel venire dimenticati, eppure continuavano a rivelare i nomi dei loro compagni di pena, come se la soddisfazione per un atto così vile desse sollievo alla loro pena."
Mentre salivamo sul convoglio ed esso cominciava a prendere velocità per staccarsi dalla bassa gravità di Eris, la mia Guida mi rispose con il suo tono paterno: "Purtroppo, amato Dante, tutti costoro continuano a rivivere in eterno il momento in cui tradirono e rovinarono così per sempre il destino della loro anima. Per Mussolini la Guerra Partigiana non è mai finita, così come Ivan Ogareff continua a rivivere in eterno il momento in cui Strogoff lo ammazzò. Fa parte della loro condanna eterna. E così, anche le rade volte in cui si parlano l'un l'altro, non possono far altro che comportarsi anche in quel momento come la loro natura bugiarda impone, e cioè tradirsi vicendevolmente. Se tu dicessi loro che hai un callo sul piede destro, e se essi fossero liberi dal ghiaccio, puoi essere certo che farebbero a gara a pestarti quel piede come se fosse in palio un oro alle Olimpiadi del Sistema Solare."
"Vuoi dire che ho fatto bene ad assestare un calcione in testa al Duce?" domandai io, incredulo che Virgil potesse approvare una condotta del genere. Quest'ultimo infatti mi incalzò, mentre già il treno dei dannati superava la luna Disnomia:
"Hai fatto bene nell'ottica di quei traditori, perchè tu stesso l'hai tradito. Ma da uno come te, che ha sempre combattuto le idee di dittatori del calibro di Mussolini e Deng Xiaoping, francamente io mi sarei aspettato qualcos'altro."
Deglutii asciutto, facendo più rumore di uno sturalavadini. "E cioè?"
"Cioè che tu capissi l'antifona e, anziché metterti a giocare a football con la testa di un dannato che soffre già abbastanza di suo, lo inducessi a venire tradito dai suoi stessi compagni di pena, come in effetti è avvenuto."
"Sono desolato, Maestro", risposi, avvampando di vergogna. "So di averti deluso, non è così?"
"Mi avresti deluso se non avessi riconosciuto il tuo errore dopo che io te l'ho fatto notare. Come tu stesso hai imparato in questo Sistema Solare esterno, infatti, non c'è niente di peggio che perseverare nell'errore anche dopo aver riconosciuto che si è trattato di un peccato grave. Questa, Dante, è la via più sicura per essere condotto davanti a Minosse e ritrovarti su uno di questi mondi e lune a farti travolgere dalla bufera, maciullare da Cerbero, cuocere vivo dentro un vulcano, squartare da un demonio o attuffare nel metano ghiacciato come un pollo di Barnard II in gelatina."
"Vuoi dire che dopotutto ho imparato qualcosa, nel corso del nostro viaggio?" chiesi io, speranzoso.
"Secondo me sì", mi confortò sorridendo il buon Grissom. "Però i rendiconti si fanno solo alla fine di una spedizione interplanetaria, no? E non solo il nostro viaggio non è ancora finito, ma non siamo ancora giunti neppure all'estremità dell'Inferno."
"Da questo", ribattei io preoccupato, "devo arguire che sulle ultime lune ghiacciate del Disco Diffuso c'è qualcosa di così orripilante da far passare in secondo piano persino le orbite vuote di Murdstone e la cortese simpatia di Benito Mussolini?"
"Lo saprai quanto prima, Dante: guarda laggiù, Persefone è già davanti a noi."
Nota:
Cefalonia e Nikolaevka sono due tragici episodi della Seconda Guerra Mondiale,
che videro la morte di migliaia di soldati italiani, nel primo caso sterminati
dai soldati tedeschi per rappresaglia contro l'Armistizio dell'8 settembre 1943,
nel secondo uccisi dai sovietici durante gli scontri sul fronte russo.
Il norvegese Vidkun Quisling (1887-1945), il francese Philippe Pétain
(1856-1951) e il cinese Wang Jingwei (1883-1944) furono celebri
collaborazionisti, i primi due con gli occupanti nazisti, il terzo sotto
l'occupazione militare giapponese, nel corso della Seconda Guerra Mondiale (il
nome di Quisling è addirittura divenuto sinonimo di collaborazionista per
antonomasia).
L'agente Gibbs dei Servizi Segreti degli Stati Uniti d'America è un personaggio
del noto film del 1997 "Air Force One", il quale tradisce il
presidente interpretato da Harrison Ford, schierandosi con il capo dei
terroristi kazaki interpretato da Gary Oldman.
Ivan Ogareff è il traditore russo descritto da Jules Verne nel suo noto romanzo
"Michele Strogoff": tentò di aprire le porte della fortezza di
Irkutsk alle orde di Feofar Khan, prima di essere ucciso in duello dallo stesso
Strogoff, creduto erroneamente cieco.
Il dottor Michaels è invece un personaggio del film "Viaggio
Allucinante" (1966), nel quale tenta di sabotare il viaggio di un
sottomarino all'interno del corpo di uno scienziato al quale occorre salvare la
vita riducendogli un ematoma cerebrale.
.
Canto XXXIII
« ...e come 'l pan per fame si
manduca,
così 'l sovran li denti a l'altro pose
là 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca »
(Inf. XXXII, 127-129)
Prendete un deserto arido come quello dei Gobi, portatelo a quindici miliardi di chilometri dal Sole e raffreddatelo fino a 25 K; avrete un'idea di quella che è la superficie di Persefone, l'ultimo estremo avamposto del Disco Diffuso prima del vuoto interstellare, o almeno così credevo prima di iniziare questo mio impossibile viaggio. Un planetoide buio, dalla superficie rossastra quasi come quella di Marte, che impiega più di mille anni per compiere un'orbita completa attorno al sole, che non ha stagioni perchè il sole visto da esso è indistinguibile dalle altre migliaia di astri che punteggiano il cielo, eppure che ha un diametro di tremilacinquecento chilometri, in una regione di spazio in cui usualmente l'oggetto più rosso misura sì e no come un condominio. Per secoli dopo la sua scoperta, sull'orlo stesso del Sistema Solare, gli astronomi si sono interrogati sulla possibile origine di questo mondo isolato e quasi fuori posto. Un corpo della Fascia di Edgeworth-Kuiper strappato dalla sua orbita naturale a causa dell'interazione gravitazionale con Urano e Nettuno, e scagliato nel buio vuoto tra i sistemi stellari? O un grosso corpo della Nube di Oort che è stato catturato su un'orbita più interna in seguito al passaggio di una stella vicina al sole, miliardi di anni fa? O ancora un corpo che è nato fuori dal Sistema Solare e poi è stato scagliato in esso come una palla di neve da chissà quale profondità siderale, e che quindi sfugge completamente ad ogni nostro tentativo di catalogazione?
In ogni caso, quando vi misi
piede constatai quanto avevano torto i miei docenti che attribuivano il colore
rossastro di Persefone, assolutamente inusuale per un corpo di quel genere, alla
povertà di metano ghiacciato, il che la distinguerebbe nettamente dal suo sposo
Plutone, ed invece all'abbondanza di una specie di fango di idrocarburi chiamato
Tolina, che io avevo già visto una volta nel Quadrante Gamma della nostra
galassia, dopo essere passato attraverso il Tunnel Spaziale Bajoriano, scoperto
dal comandante Benjamin Sisko nel lontano 2369. Infatti, desideroso di
verificare la bontà della teoria sostenuta con forza anche dal professor
Latini, presi una manciata di quel fango color ferro e lo esaminai con il mio
tricorder; Virgil non ebbe nulla da ridire, nonostante il tempo che potevamo
trascorrere all'Inferno fosse ormai quasi scaduto.
"Vediamo un po'... ferro, fosforo, azoto... Ehi, ma... che strano! Rilevo tracce organiche... Lipidi, enzimi... Cosa ci fanno simili sostanze su questo mondo posto agli estremi confini del Sistema del Sole? Vediamo di eseguire un'analisi spettrografica di questi composti... eeeh? Ma... Gus..."
Inorridito, buttai via il pugno di fango ghiacciato che tenevo in mano e mi rialzai di scatto, girando il capo all'intorno come se mi aspettassi che quel pianeta morto prendesse vita, partorendo orribili zombie pronti a divorarmi. Incrociai lo sguardo di Virgil, ma esso era impassibile come sempre.
"Gus, ti rendi conto? La superficie di Persefone è sì coperta di fango, ma un fango nel quale domina l'emoglobina cristallizzata. In altre parole, Persefone è ricoperta da un oceano di sangue gelato!"
"Lo sapevo", si limitò ad annuire la mia Guida senza fare una piega. "Gli antichi pagani chiamavano questo mondo maledetto con il nome di Flegra."
"Ma allora... quello che vediamo è il sangue raggrumato che piovve al suolo durante la Guerra di Flegra!"
"Sì", annuì di nuovo Grissom, come se parlasse di un semplice mattatoio per animali d'allevamento. "Qui si combatté la decisiva battaglia tra gli Angeli rimasti fedeli al Signore, capitanati da Michele, e quelli che gli si erano ribellati, guidati da Lucifero, prima che le ere del mondo avessero inizio. Quello che vedi è il sangue malefico dei demoni che venne sparso in quell'epica zuffa."
"Ma come mai si trova in queste estreme profondità del cosmo, lontano dal cuore del Sistema Solare?"
"Perchè gli stessi angeli lo spinsero lontano dall'orbita della Terra, presso la quale allora incrociava. Non volevano che un simile ricettacolo di orrore orbitasse vicino al mondo degli Uomini, rischiando di contaminarlo con il Puro Male di cui esso ancora trasudava. Ricordi cosa accadde all'equipaggio della Event Horizon nel 2040, quando tentò il primo balzo iperspaziale della storia dell'uomo, ritrovandosi nel bel mezzo di una dimensione malefica? Questo avrebbe potuto accadere a tutti gli uomini, con un planetoide come Flegra che incrociava nelle vicinanze. Ecco perchè fu spinto lontanissimo, in una regione dello spazio in cui appare « fuori posto » come diresti tu, ed ecco perchè fu destinata ad accogliere alcuni tra i peggiori elementi che il genere umano ricordi: i traditori dei propri stessi amici."
"Ho quasi paura a mettere piede su questo antico sangue congelato insieme all'odio che lo fece sgorgare", mormorai io, avvicinandomi ancor più a Gus, "come se dovessi attraversare le Paludi Morte, ai piedi degli Emin Muil, e mi dovessi imbattere ad ogni piè sospinto nei pallidi fantasmi dei guerrieri antichi!"
"Vedrai bensì dei fantasmi", replicò Grissom, la cui voce si era fatta dura come l'acciaio, "ma saranno le ombre dei traditori, cioè quanto resta di loro dopo che la Vita è fuggita, e di loro sono rimaste solo la Cattiveria e il desiderio impotente di Vendetta."
Spronato da lui, ma tutt'altro che sopraffatto dall'entusiasmo, mi accinsi ad attraversare quell'oceano crudele di sangue rappreso, su cui dominavano il gelo dell'assenza di Dio ed un insopportabile fetore di morte, domandandomi quali orrori mi attendessero in agguato tra quelle dune ferrigne e sotto quel cielo senza Sole. Naturalmente la mia insana curiosità fu ben presto accontentata.
Avevamo mosso solo pochi passi fuori dalla pensilina della stazione infernale, quando io vidi due anime fatte di plasma ghiacciato, conficcate nella stessa buca e posizionate in modo che la testa dell'uno fosse sopra quella dell'altro, come se costituisse il suo cappello. E, quale orrore! Come si addenta un panino quando si ha fame, così la testa di sopra addentò quella di sotto là dove il cervello si congiunge alla nuca! Probabilmente l'eroe klingon Kahless non mostrò meno furia nel divorare le tempie del suo nemico Kaplan dopo averlo ucciso ed essere stato da questo ferito a morte, un gesto di rabbia che gli costò la riprovazione dei suoi déi e gli impedì di accedere all'immortalità, come mi aveva raccontato il mio amico klingon Worf.
Tanta era la furia con cui la testa di ghiaccio si accaniva sul suo compagno di pena, che io trattenni a stento un fiotto di vomito salitomi fin nel gargarozzo. Visto che io ero fuori combattimento, impegnato com'ero a combattere con il mio stomaco, nel quale sembrava essersi annidato uno sciame di vespe giganti di Alfa Lirae IX, fu Virgil a rivolgersi a lui interpretando il mio desiderio:
"Tu che mostri tanto bestiale odio contro colui cui stai rodendo il cranio, dicci chi sei e perché lo fai, perchè il mio compagno di viaggio è ancora vivo, è destinato a tornare sulla Terra e, se tu a buon diritto lamenti qualche offesa ricevuta da lui, sapendo chi voi siete, potrà ravvivare la tua memoria, se la lingua con cui parla non si secca prima."
Quel peccatore sollevò la bocca dal fiero pasto, mentre il plasma fuoriusciva dalla ferita dell'encefalo del suo compare, rapprendendosi immediatamente e "riparando" il capo che egli aveva così devastato. Quindi ci guardò negli occhi, con globi oculari trasformati anch'essi in cristalli di ghiaccio, e si lamentò come se la sua voce provenisse dal centro stesso di Persefone:
"Ahimè, tu vuoi che io rievochi un dolore disperato che mi schiaccia il cuore solo a rimembrarlo. Ma se le mie parole possono portare ancora infamia al nome del traditore che sono condannato a rodere in eterno, allora voi due mi vedrete piangere e parlare al tempo stesso. Io non so chi siete, e quale astronave vi ha portati fino a questo estremo orlo dell'Inferno, ma probabilmente entrambi conoscete i nostri nomi: io sono Julien Danglars, e questi è Fernando Mondego."
Io rialzai il capo di scatto, incredulo di trovarmi di fronte a due tra i peggiori traditori di tutti i tempi, e il dannato dovette accorgersi della mia sorpresa, perchè proseguì:
"Sì, sono il Barone Danglars, colui del quale fu scritto: « Come mai, fin dalla prima volta che vedono una così laida creatura, non riconoscono il serpente dalla fronte schiacciata, l'avvoltoio dal cranio rotondeggiante, lo sperviero dal becco adunco? » Sono io, che ero geloso di Edmond Dantès, perché Pierre Morrel, l'armatore della nave « Pharaon » su cui lavoravo come scrivano, lo voleva nominare capitano al posto mio. Nonostante lui mi considerasse un amico, ero geloso di lui ed ero disposto a tutto pur di rovinarlo. E quest'altro essere ignobile, noto a tutti come il Conte di Morcerf, era innamorato di Mercedes, la fidanzata di Edmond, ed sarebbe stato disposto a qualsiasi bassezza pur di averla. Cosa non possono fare due menti malvagie come le nostre quando si coalizzano tra di loro, eh? Infatti quest'uomo mi convinse ad accusare Dantès di tradimento ai danni dello stato, dopo la Restaurazione, perchè egli si era fermato all'isola d'Elba ed aveva accettato di consegnare il dispaccio di un bonapartista, pur essendo all'oscuro di tutto. Con il mio aiuto egli riuscì ad incastrarlo e a farlo rinchiudere nel terribile Castello d'If, davanti a Marsiglia, per ben quattordici anni. Intanto io venni promosso capitano della « Pharaon », come sognavo, ma in seguito abbandonai l'incarico e mi trasferii in Spagna, dove lavorai presso un banchiere. In seguito ad una serie di fortunate speculazioni, nelle quali dimostrai tanta abilità quanto cinismo, divenni milionario; acquistato il titolo di Barone tornai in patria, e ben presto diventai il più ricco banchiere di Parigi. Invece Mondego si arruolò, guadagnò denaro e reputazione durante varie campagne militari in Grecia e, una volta tornato in Francia con il titolo di conte, sposò l'adorata Mercedes. Insomma, sembrava che il nostro tradimento ai danni di Dantès ci avesse fruttato fortuna ed onori. Non sapevamo che era avvenuto l'incredibile."
"Non sapevate che Edmond
Dantès non solo era sopravvissuto alla prigionia in quell'orribile cella, ma
anzi era evaso e, con l'aiuto dell'abate Faria, era divenuto straricco,
recuperando il tesoro degli Spada nascosto sull'isola di Montecristo", gli
ribattei io con voce tagliente, dopo che ero finalmente riuscito a mettere a
cuccia il mio tubo digerente: spesse volte la rabbia che nasce dall'udire le
cattive azioni altrui, vince anche la nausea che esse provocano
nell'ascoltatore.
Danglars mi scrutò e pianse, ma il suo pianto si trasformò immediatamente in una crosta di ghiaccio sulle sue gote.
"Proprio così; e, dopo aver tanto sofferto per causa nostra, preparava ai nostri danni un'atroce vendetta, riparandosi dietro le identità fasulle del Conte di Montecristo, di Lord Wilmore e dell'Abate Busoni. Assistito da non so quale demonio, egli aveva acquistato al mercato degli schiavi di Costantinopoli Haydée, la giovane figlia del prode Alì Tebelen, Pascià di Giannina, che proprio Mondego aveva tradito e consegnato ai suoi nemici mentre era ufficiale in Grecia. E proprio grazie anche alla decisiva testimonianza della bellissima Haydée, una pantera che non aspettava altro che di affondare gli artigli nella gola del traditore di suo padre, lo sciagurato Fernando, che nel frattempo era assurto a tanto onore da diventare membro della Camera dei Pari, fu dichiarato colpevole al termine del processo che lo vedeva imputato per il tradimento di Alì Tebelen. Egli si rese conto che la sua vita era distrutta e, quando scoprì che la moglie Mercedes e il figlio Albert lo avevano abbandonato per sempre, mise fine con un colpo di rivoltella alla sua miserabile vita. Il treno della Morte lo portò fin qui, in questo miserabile buco dell'universo, ed i suoi innumerevoli tradimenti degli amici che si fidavano di lui gli valsero di essere sepolto in questa buca di antico sangue raggrumato."
"Ma il tuo destino fu anche peggiore, non è vero?" domandai io, con tono meno aspro di quello adoperato poco prima nei suoi confronti.
"Sì", annuì l'ombra di Danglars, simile ad un troll scandinavo dei ghiacci, che non poteva più nemmeno piangere per colpa delle lacrime congelate. "A causa delle trame di Montecristo ero sull'orlo della rovina, e l'unico modo per uscirne era dare in sposa mia figlia Eugénie al principe Andrea Cavalcanti, che allora non sapevo essere il figlio dell'unione adulterina tra il Procuratore del Re Gérard de Villefort e mia moglie Hermine: la dote in denaro che pensavo di ricevere avrebbe risollevato le sue finanze. Ma quella stupida non voleva, e pretendeva di essere lei a scegliersi il suo amore, del tutto indifferente alla distruzione della reputazione della sua famiglia. Dietro le mie minacce, Eugénie sembrò accettare di sposare Andrea, ma ora so che voleva solo guadagnare tempo per ingannarmi!
Qualche giorno dopo, gran parte della Parigi « bene » si trovava riunita a casa mia per assistere alla firma del contratto di matrimonio tra Eugénie ed il principe Cavalcanti. Ma ecco sul più bello arrivare nella mia residenza quel maledetto Conte di Montecristo, che Lucifero possa divorarlo in eterno dentro una delle sue tre fauci! Ed ecco che, mentre i preparativi per la firma del contratto stavano per essere ultimati, egli si mise a raccontare come nulla fosse che aveva fornito al Procuratore del Re Villefort delle nuove prove sull'omicidio di Gaspard Caderousse, il quarto traditore che con me Fernando, Villefort e me aveva partecipato al piano per incastrare Edmond Dantès. Pochi istanti dopo i gendarmi irruppero in casa nostra per arrestare Andrea, spiegandoci che si trattava in realtà di un evaso di nome Benedetto, e che era accusato dell'omicidio di Caderousse. Purtroppo il falso Cavalcanti si era già dileguato, messo sull'avviso dalle parole di Montecristo. Egli venne catturato la mattina seguente, ma ormai il matrimonio che doveva risollevare le mie finanze era andato a rotoli. E non è tutto: quella dannata sera persi anche mia figlia, la quale aveva approfittato della confusione generale per fuggire di casa in abiti maschili, insieme alla sua amante lesbica. E io che non avevo mai sospettato nulla di tutto ciò! In una sola sera ero stato rovinato: niente più soldi, e la mia reputazione distrutta. E voi non sapete quanto contasse la reputazione, nella Francia dei miei tempi!
Tutto quello che mi rimaneva era una somma di cinque milioni e mezzo di franchi, di cui cinque milioni dovevano essere resi agli ospizi il cui patrimonio io amministravo. Naturalmente quell'arpia del Conte di Montecristo ne approfittò per venire a chiedermi la restituzione del credito di cinque milioni di franchi che vantava nei miei confronti. Non potei far altro che pagargli cinque assegni da un milione di franchi l'uno. in cambio di una ricevuta di altrettanti soldi con il quale il nostro conto è regolato, ma non avrei più potuto restituire quel denaro agli ospizi, che si fidavano di me. Non mi restò che fuggire a Roma per riscuotere dalla casa Thomson e French la lettera di credito in contanti, e poter vivere in maniera agiata per il resto dei miei giorni con quei soldi rubati.
Era mia intenzione stabilirmi sotto falso nome a Vienna; ma, appena lasciata Roma, la mia carrozza venne sequestrata da un brigante del luogo, tale Luigi Vampa, che capeggiava una banda di tagliagole ed era al soldo del maledetto Edmond Dantès. Fui rinchiuso in una buia cella nelle catacombe di San Sebastiano, e il cibo e le bevande mi venivano passate solo in cambio di quantità esorbitanti di denaro. Naturalmente io non potei far altro che pagare per non morire di fame e di sete, e che, nel giro di due settimane, non mi rimasero che cinquantamila franchi. Io feci di tutto per evitare di spendere tale cifra, sperando di essere liberato prima di morire di stenti, e poter così condurre perlomeno una vita dignitosa con quel denaro; ma i miei carcerieri si mostrarono irremovibili: o i soldi, o il cibo. Ahi, dura terra, perchè non t'apristi?
Alla fine, esausto dopo tante sofferenze, ridotto ad uno straccio umano, reso disperato e quasi cieco dalla fame, crollai e supplicai quel bandito di Vampa di lasciarmi libero in cambio degli ultimi soldi che mi restavano. Sei davvero crudele, se non soffri pensando ciò che provavo in quei momenti; e se non piangi, per cosa sei solito piangere? Ed ecco, in quel momento Vampa si fece da parte e vidi dietro di lui la figura spettrale del Conte di Montecristo, che mi disse con voce glaciale:
« Io sono Edmond Dantès, che tu hai fatto imprigionare togliendogli tutto ciò che aveva; e così io ho giurato a me stesso di togliere a te pure tutto quello che avevi. E siccome tu hai lasciato morire di fame mio padre Louis Dantès, così io ho giurato a me stesso che ti avrei lasciato morire di fame come un cane. Ma, ora che ti vedo distrutto ai miei piedi, non mi fai più schifo, mi fai pena. Vattene dunque, riprovevole essere, tienti i tuoi cinquantamila franchi, mentre i cinque milioni che hai verranno restituiti agli ospizi da te defraudati. Analogamente a Satana, per un momento io mi sono creduto simile a Dio e mi sono arrogato il diritto di giudicare e di punire i peccati altrui; con te non ricadrò nello stesso orrore e, per quel poco che ciò può valere, ti perdono. Luigi, dagli da mangiare e buttalo fuori. »
E così venni finalmente liberato. Avevo con me i cinquantamila franchi, ma i miei capelli erano diventati candidi come la neve, ed io ero ridotto a un relitto d'uomo, tormentato dal rimorso per ciò che avevo fatto. Anni dopo morii in estrema povertà tra le strade di Roma, quando ormai Edmond Dantès era già partito per sempre verso una destinazione ignota, per rifarsi una nuova vita confortata dall'amore della giovane e bellissima Haydée. E, ironia delle ironie, morii di fame in un ospizio, io che agli ospizi avevo creduto di poter rubare cinque milioni di franchi per poter vivere tra lussi ed agi: alla fine, per porre fine alla mia disdicevole esistenza, più che il dolore poté il digiuno."
Quando ebbe detto ciò, riprese il misero teschio con i denti, che contro quell'osso furono più forti di quelli di uno smilodonte di Catreus VII.
Ahi Francia, vituperio dei popoli di quel bel continente che ha nome Europa, poiché le nazioni circostanti tardano troppo a punirti, si muovano le isole dell'Atlantico e del Mediterraneo, la Gran Bretagna, l'Irlanda, l'Islanda, la Sardegna, la Corsica, ed ostruiscano le foci dei tuoi grandi fiumi, la Senna, la Loira, la Garonna, il Rodano, il Reno, sì che, essi, esondando, anneghino tutta la tua popolazione! Perchè entro i tuoi confini i perseguitati si trasformano in persecutori, pensano di sostituirsi all'Onnipotente per giudicare i malvagi, e addirittura si mettono essi stessi a tramare nell'ombra contro coloro che tramavano contro di loro e contro i loro cari. Sì, o Conte di Montecristo, o Lord Wilmore, o Abate Busoni, o come preferisci che ti chiami: se Danglars, Montego, Villefort e Caderousse ti avevano fatto tanto male gratuitamente, non dovevi coinvolgere nella tua vendetta anche degli innocenti come Édouard, il figlio del Procuratore del Re, che pagò così duramente le colpe di suo padre e di sua madre. La sua stessa giovane età lo rendeva innocente, o novella Tebe d'Europa, e questo vale anche per Albert de Morcerf, che stava per essere ucciso in duello solo per gli orribili tradimenti di suo padre!
Noi passammo oltre, con negli occhi ancora il terribile spettacolo di quell'anima che divorava in perpetuo il cervelletto del suo antico compagno di merende, e vedemmo gente che non stava certo meglio di lui. Mi colpì in particolare la posizione di quegli spiriti, che erano completamente conficcati nel duro sangue ghiacciato a braccia spalancate, tranne che per il volto, che unico emergeva nel vuoto cosmico che circondava Persefone. Il pianto stesso lì non lascia piangere, perchè le lacrime congelano dentro le orbite, impedendo alle ombre di dare sfogo al proprio atroce dolore come si fa su questa terra, piangendo a dirotto.
Ed io, alzando gli occhi al cielo, vidi in lontananza nell'oscurità di quel cielo tenebroso un punto rosso, che brillava come un occhio maligno nelle profondità dell'universo. A quel punto io non potei fare a meno di domandare a Grissom:
"Maestro, cos'è quel planetoide che mi sembra di veder sorgere sopra l'orizzonte? Persefone non è dunque l'estrema frontiera solida del Sistema Solare, al di là del quale vi sono solo labili nuclei cometari e pulviscolo interstellare?"
"Caro Dante, presto raggiungerai l'ultima fermata del Treno della Morte, ed allora alla tua domanda risponderà ciò che vedrai, non ciò che ti dirà la mia voce."
"O anime crudeli che vagate per questo mondo di ghiaccio, fintanto che vi è concesso di restare fuori dalla gelida buca in cui trascorrerete l'eternità, levatemi dal viso queste dure croste di ghiaccio, così che io possa sfogare per poco tempo con il pianto il dolore che mi strazia il cuore, prima che il gelo di Persefone mi tappi gli occhi di nuovo!"
Mi resi conto che a parlare così era stata un'anima che, per via degli occhi congelati, non aveva potuto accorgersi che io ero vivo, e non un dannato destinato a restare lassù per sempre. Io decisi di cogliere la palla al balzo:
"Se vuoi che faccia come dici, dimmi chi sei; e se io non ti libero gli occhi, ebbene, Dio m'è testimone, che possa giungere fino all'estrema profondità dell'Inferno!"
Ed egli rispose: "Io sono Albrecht von Manfred, governatore militare del sistema stellare di Wolf 359 per conto del Governo Federale Terrestre. Sono qui perchè, trovandomi in forte contrasto con due viceammiragli della Flotta Stellare che avrebbero dovuto aiutarmi a respingere eventuali attacchi dei Borg contro il Sistema Solare, come ai tempi del capitano Picard, li invitai sulla mia astronave per concordare con loro una linea d'azione comune; ad un segnale convenuto, tuttavia, dei mercenari toydariani sbucarono fuori e li uccisero, così che io potei accentrare il controllo della flotta là riunita nelle mie mani."
Io subito esclamai: "Ammiraglio von Manfred! Sono anch'io un ufficiale della Flotta Stellare, e la conosco molto bene! Ma... è morto? Quando lasciai il Sistema Solare per l'ultima volta, era ancora vivo e vegeto!"
Ed egli a me: "Come stia e cosa faccia il mio corpo
nel mondo dei vivi, purtroppo lo ignoro. Non lo sai che Persefone ha questo vantaggio,
su tutti gli altri mondi infernali? Il più delle volte l'anima dei peccatori vi
viene relegata prima ancora che la parca Atropo recida il filo della sua vita.
Appena l'anima tradisce un caro amico, infatti, il suo peccato è così grave
che il Re dell'Universo non ammette che alcun pentimento possa lavare lo spirito
da un peccato tanto esorbitante; subito esso è strappato dal corpo ed imbarcato
sui Treni dei Morti con destinazione Persefone, mentre nel suo corpo prende
dimora un demonio, che gli permette di vivere fino al compiersi naturale dei
suoi giorni.
Certamente questo fu il destino delle anime che mi circondano: se volgi lo sguardo attorno, vedrai Muhammad Zia-ul-Haq, generale pakistano che tradì il suo presidente Alì Bhutto cui aveva giurato fedeltà, facendolo impiccare sotto false accuse per prendere il suo posto ai vertici dello stato. Vedrai anche Jack Sparrow, il pirata che tradì i suoi amici Will Turner ed Elizabeth Swann, per pagare il proprio debito con il mostruoso pirata anfibio Davy Jones. E vedrai entrambi i coniugi Thénardier, i quali tradirono prima la povera Fantine, riducendo in schiavitù la piccola Cosette che la madre aveva loro affidato, e poi Jean Valjean, che ritenevano un ricco pollo da spennare.
Ma vedrai soprattutto Kelden Amadiro, proprio qui alle mie spalle. Tu lo sai bene, se giungi ora nell'altro mondo: sono già molti anni che il direttore dell'Istituto Federale di Robotica è racchiuso nell'orribile ghiaccio ematico di questo planetoide silenzioso."
"Io credo che tu mi stia ingannando", gli risposi pronto io, "perchè Kelden Amadiro non è ancora morto, ed anzi mangia, beve, se la spassa e continua a progettare cervelli positronici di robot!"
"Nessun inganno, credimi! Egli tradì il suo amico Han Fastolfe, eminente esperto di robotica, ne provocò la morte sulla colonia di Aurora e sognò di costruire un esercito di robot con cui conquistare il potere, prima che il detective Elijah Baley e il suo aiutante robot Daneel Olivaw lo smascherassero e lo costringessero a tornare ai suoi studi, limitandosi a regnare sul proprio laboratorio. Tuttavia non avevano sconfitto lui, bensì il diavolo che aveva preso dimora nel suo corpo appena egli aveva tradito il giusto Fastolfe.
Ma ora stendi la mano, ti prego, ed aprimi gli occhi!"
Io però me ne andai senza aprirglieli e senza più parlare, facendo ritorno al treno maledetto che già sbuffava per rimettersi in movimento. E credetemi, fu un atto di cortesia comportarsi da villano nei suoi confronti.
Ahi, gente della colonia di Aurora, uomini che avete ormai dimenticato di essere nati sulla Terra, e nei confronti del vostro pianeta madre vi comportate come se foste degli alieni! Perchè non siete ancora stati dispersi dalla faccia dell'universo? Infatti, insieme al peggiore spirito della Flotta Stellare, io vidi uno di voi aurorani la cui anima già si gode il ghiaccio orrendo di Persefone, ed in corpo pare ancora vivo sul vostro pianeta!
Nota:
In
questo canto, più che in tutti i precedenti, troviamo un vero e proprio
melting-pot di saghe e personaggi diversi, tutti accomunati da un'unica
spiacevole caratteristica: tradirono i loro migliori amici.
Tanto per cominciare, la
"Event Horizon" è l'astronave maledetta che compare nel film horror
"Punto di non ritorno", diretto nel 1997 da Paul Anderson. Nel corso
del primo tentativo di viaggio interstellare, essa giunge in una dimensione di
puro male, e tutti coloro che l'hanno abbordata cominciano a sperimentare
visioni terrificanti. Un mezzo spaziale più che degno dell'Inferno, quindi.
Le Paludi Morte sono poi uno dei luoghi più spettrali descritti da Tolkien nel
secondo capitolo del Libro IV del "Signore degli Anelli"; in esse ebbe
luogo la Battaglia dei Tre Eserciti che pose fine alla Seconda Era, e i fantasmi
di uomini, elfi ed orchi caduti nell'epico scontro si affollano nelle loro acque fredde
e tenebrose. Decisamente un altro allegro paesaggio degno del nostro Inferno.
Tideo, il quale « si rose
/
le tempie a Menalippo per disdegno » come dice Dante, è qui sostituito da
Khaless, eroe mitologico del popolo klingon nell'universo di Star Trek; la
storia narrata su di lui in questo canto è però mia invenzione di sana pianta.
Danglars e Mondego sono due personaggi del romanzo di Alexandre Dumas padre
"Il Conte di Montecristo", che ha avuto una grande influenza su di me
fin dall'infanzia; logico veder qui punito in eterno il loro atroce tradimento.
La loro storia narrata nel canto XXXIII ricalca passo passo (con qualche
semplificazione) la trama del romanzo di Dumas, aggiungendo rispetto ad esso
solo il destino tragico (in corpo e in anima) del disonesto banchiere Danglars.
L'invettiva finale contro i francesi non esprime ovviamente sentimenti xenofobi,
ma fa semplicemente da contraltare a quella dantesca contro gli odiati pisani.
Il personaggio di Albrecht von Manfred è inventato di sana pianta, ma modellato
su quello di frate Alberigo dei Manfredi. Da notare che la prevenzione di un
attacco dei Borg appartiene all'universo di Star Trek, mentre i Toydariani,
piccoli umanoidi alati, appartengono invece a quello di Star Wars.
In sua compagnia si trovano in questo girone il dittatore pakistano Muhammad
Zia-ul-Haq (1924-1988), il ben noto Jack Sparrow (protagonista del ciclo dei
"Piraiti dei Caraibi" immortalato da Johnny Depp) e i coniugi
Thénardier, i "cattivissimi" del romanzo di Victor Hugo "I
Miserabili" nonché nemici mortali di Jean Valjean.
Kelden Amadiro invece è uno dei protagonisti dei romanzi di Isaac Asimov
"I Robot dell'Alba" e "I Robot e l'Impero", appartenenti al
"Ciclo dei Robot". Alla medesima saga appartengono anche Han Fastolfe
e i due invincibili detective Elijah Baley e Daneel R. Olivaw, arcinoti a
chiunque ami i romanzi di Asimov. Io mi sono limitato ad identificare la colpa
di Amadiro, certamente uno dei peggiori cattivi partoriti dalla mente del
massimo scrittore di fantascienza del XX secolo, con un tradimento dettato da
sete di potere, onde giustificare la sua condanna ad una pena tanto atroce. Con
lui davvero siamo oramai alla soglia della bolgia di coloro che tradirono
pianeti interi!
.
Canto XXXIV
«
"Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira",
disse 'l maestro mio, "se tu 'l discerni" »
(Inf. XXXIV, 1-3)
La tremenda Persefone con i suoi oceani di sangue ghiacciato era ormai alle nostre spalle, e il mio cuore si era rappacificato con se stesso dopo le invettive che mi erano sorte alla gola udendo l'abisso in cui erano caduti i traditori dei loro più cari amici. Eppure, nonostante questo, mentre il Treno dei Dannati continuava imperterrito il suo crudele viaggio lontano dal calore vivificante del Sole, araldo della vita ed emblema del Dio unico fin dai tempi del faraone Akhenaton, io non mi sentivo tranquillo, ed osservando la sconfinata vastità di quel tappeto di stelle e nebulose che è il nostro universo, mi rendevo conto che qualcosa non andava. Ci misi un bel po' però a mettere a fuoco nella mia mente quale fosse il problema.
Quando ci fui riuscito, mi rivolsi a Grissom che era rimasto taciturno fin da quando avevamo abbandonato al suo destino l'anima dell'ammiraglio Albrecht von Manfred:
"Permetti una parola, Maestro mio?"
"Dì pure, Dante."
"Tu mi hai insegnato che questo treno maledetto, condotto dai suoi mostruosi macchinisti, è deputato a trasportare le anime perdute nella parte più esterna e malvagia dell'Inferno."
"Certo, figlio mio. Non è quanto tu stesso hai visto, nel corso del nostro lunghissimo viaggio?"
"Sicuro, Gus. Ma mi è sorto un dubbio."
"Spara."
Strano, pensai io: per una volta non legge il mio desiderio direttamente nella mia mente, e mi lascia il tempo di formulare la mia domanda.
"Suppongo che il treno proceda, prima di invertire la sua direzione di marcia, finché ci siano dannati da portare a destinazione nella loro dimora eterna."
"Si capisce. Dov'è dunque il problema."
"Gus, il treno non ha ancora fatto dietrofront per tornare su Io. È questo, il problema. Ciò può significare una cosa sola."
"Che ci sono ancora dannati da portare a destinazione. Mi pare ovvio, Dante."
"Sì, ma non è tutto. Vuol dire che ci sono ancora dei mondi esterni sui quali tuffarli in un ghiaccio di azoto, metano, idrogeno, sangue o chissà quale altra diavoleria."
"Anche la logica di questa tua deduzione mi sembra impeccabile e degna del leggendario Mister Spock."
La flemma dimostrata da Virgil in quell'occasione cominciava a diventare irritante. Solo l'Imperatore Cartagia, da me incontrato una volta sulla stazione orbitante Babylon 5, era riuscito ad innervosirmi di più; e tutti sanno che il sovrano di Centauri Prime era pazzo almeno quanto Caligola.
"Maledizione, Gus! Non ci sono mondi esterni conosciuti nel Sistema Solare, al di là dell'estremo avamposto di Persefone! Solo nubi di polvere e serbatoi cometari."
"Se è per questo, prima di iniziare questo allucinante viaggio credevi che anche il Buco Nero Antisolare non fosse altro che una leggenda metropolitana, narrata dagli astronauti alle prostitute Edo con cui si accompagnano nei bordelli di Rubicun III. Fino a che non ti ci sei trovato dentro con la tua « Beatrice », si intende."
La risposta di Virgil mi lasciò letteralmente spiazzato. "Come? Stai forse dicendomi che..."
"Che c'è almeno un altro corpo celeste nel sistema solare, a tutti ignoto? Tu stesso ti darai la risposta quando considererai che i dannati da noi visti su Persefone non avevano ancora toccato il fondo dell'abiezione in cui un'anima umana può precipitare, e dunque ci deve essere un mondo che dia ricettacolo ai peggiori peccatori che la faccia del cosmo abbia mai conosciuto."
"Non capisco. Se già tradire i propri parenti o la propria patria è gravissimo, cosa ci può essere di peggio che tradire i propri migliori amici, coloro che si fidano completamente di noi?"
"Eppure, che tu ci creda o no, Dante, c'è di peggio." La sua calma glaciale ora non mi infondeva più irritazione, bensì paura. Sì, paura di incontrare i fantasmi di puro Male che si agitano nei più riposti recessi del cuore umano, e sono capaci di trasformarci in licantropi assetati di sangue, totalmente dimentichi della nostra natura ragionevole. Avevo paura di toccare il fondo dell'Inferno, di vedere il male nel suo stato più puro ed orripilante, perchè ciò voleva dire guardare Satana faccia a faccia.
"Sì, Dante, c'è di peggio che tradire un fratello o un amico", continuava intanto Gus, senza dar segno di essersi reso conto del terrore che mi aveva assalito da capo a piedi. Si può tradire un intero pianeta, un intero mondo, un'intera umanità, un'intera razza intelligente, per pura sete di potere. Si può arrivare a credersi un dio, e a pretendere dalla propria gente il culto e la venerazione che spettano solo all'Onnipossente. Si può ingannare tutti coloro che credono in noi, convincendoli di essere l'unica divinità. Si può perseguitare i fedeli del Dio vero, coloro che predicarono solo perdono e carità, pretendendo che tutti osannino solo noi, le cui statue sono poste sugli altari per la pubblica venerazione. Si può pretendere di inviare milioni di innocenti al macello in sanguinarie guerre interplanetarie, solo per dissetare la nostra sconfinata ambizione di potenza e la nostra sacrilega invidia nei confronti del Creatore."
Pallido in viso, spaventato com'ero dalla profondità della nequizia di cui un cuore umano è capace, non trovai altro modo di rispondere a Gus che citando un saggio vissuto ai suoi tempi:
"Evidentemente è proprio vero che i cattivi hanno capito qualcosa che ai buoni sfugge!"
"Evidentemente è proprio vero", si limitò a rispondermi Virgil, come sempre distaccato dall'abisso di orrore nel quale eravamo vieppiù sprofondato, e quasi indifferente alle atroci sofferenze eterne che là venivano inflitte ai dannati.
"Ma dimmi, Gus: quale mondo può essere così crudele, gelido e tenebroso da accogliere simili spregevoli esseri?"
Gus non rispose, ma mi indicò con un cenno di guardare nella direzione di marcia del treno. Io seguii il consiglio e non credetti ai miei occhi.
Là dove non doveva esserci se non il vuoto cosmico, vidi una sfera rossa come i motori di un'astronave resi incandescenti dai gas di scarico un secondo prima del suo decollo. Era davvero incredibile, perchè posso garantirvi che lo spazio al di là dell'orbita di Persefone era sta esplorata in lungo e in largo, senza trovarvi traccia di alcun pianeta. Credo che un uomo che entri in una stanza chiusa da anni e vi trovi una forma di vita sporocistica insediatavi chissà come e chissà quando, non provi meno sorpresa di quanta ne sperimentai io in quel momento!
"Sì", mi disse Virgil, equivocando per una volta sulla domanda che mi stavo ponendo dentro di me: "Quest'astro è quello che hai visto sorgere su Persefone, che risulta visibile da tutti i mondi esterni destinati ad accogliere i Traditori, onde ricordare loro in eterno quale colosso di crudeltà governò le loro vita, ed ora le loro morti!"
"Ma dalla Terra questo mondo non è visibile", esclamai io, accorgendomi che quell'astro era un vero pianeta di roccia e ghiaccio, non una palla di neve sporca come i corpi del Disco Diffuso, e che il suo diametro era all'incirca uguale a quello della Terra. Subito Gus mi rispose:
"Esso è celato agli occhi dei mortali. È il Pianeta Perduto, sprofondato nell'oblio fin dalla notte dei tempi, e solo i trapassati e chi si trova nel loro mondo possono vederlo."
Mentre il disco rosso fuoco del mondo invisibile occupava ormai quasi tutto il nostro orizzonte, la mia bocca non poté far altro che articolare un nome ormai quasi dimenticato e relegato nei confini del mito:
"PROMETEO!"
"Sì, Dante", annuì Gus, mentre il nostro convoglio si dirigeva verso il Polo Nord del mondo maledetto. "Il nono pianeta del sistema solare, di cui le antiche leggende predicono l'esistenza, e che seminò così tanti lutti sulla Terra nel XXVII secolo, al tempo delle Guerre dei Robot."
Com'è noto a tutti, 600
anni fa l'umanità, che aveva ormai spremuto fino all'osso praticamente ogni
risorsa del Pianeta Terra, era alla ricerca sui mondi esterni di metalli
preziosi, metano, isotopi dell'idrogeno per alimentare i reattori nucleari ed
altri materiali, di cui la nostra tecnologia ormai non poteva più fare a meno.
Fu allora che il dottor Oedo, noto anche con il "nome di battaglia" di
Galax, annunciò la scoperta, tramite osservazioni indirette dello spettro della
radiazione cosmica di fondo al di là dei confini stessi del Sistema Solare, di
un nono pianeta che impiegava oltre 20.000 anni per compiere una rivoluzione
completa attorno al Sole, Prometeo, e le cui risorse naturali avrebbero potuto garantire un futuro all'umanità.
La maggior parte del mondo accademico non gli credette, escludendo che potesse
esistere un grande pianeta sul bordo interno della Nube di Oort; l'unico che gli
diede retta purtroppo fu il cancelliere Doppler, un ricco e malvagio scienziato a capo di un'organizzazione paramilitare
che tiranneggiava i territori un tempo appartenuti a Russia, India, Cina ed
Indocina. Mosso da un'ideologia in parte esoterica e satanista che ricordava per
molti versi il nazismo, egli decise di fare del nuovo pianeta la patria di una nuova razza di eletti.
E così scoppiò una terribile guerra fra i Mechasatan, i mostri meccanici
inviati da Doppler a distruggere la base Yasdam, il quartier generale
volante
del suo diretto concorrente Oedo, ed il fortissimo Danguard, il robot costruito
appositamente per respingere gli attacchi del perfido Cancelliere. Alla fine,
dopo mille duelli, la base Yasdam
decollò dalla sua rampa di lancio in Giappone ed iniziò il lungo viaggio verso il pianeta
promesso, Prometeo, in gara con il Planester, la base volante di Doppler. Quando
finalmente giunsero là dove doveva trovarsi Prometeo, a quanto se ne sa né
Yasdam né Planester ne trovarono traccia, si accusarono a vicenda di aver
sbagliato i calcoli o di aver scompaginato i computer altrui ed ingaggiarono una
lotta mortale, dalla quale il Planester uscì distrutto e Doppler perse la vita.
Yasdam fu allora riutilizzata per estrarre elementi industrialmente preziosi
dagli oggetti del Disco Diffuso, e nessuno parlò più di Prometeo, fatta
eccezione per i mitografi e per gli esperti di leggende metropolitane.
"Quello che quei mitografi non sanno, è che Prometeo non è affatto un mito."
Queste parole di Virgil, che non aveva certo smesso di leggermi nel pensiero, ebbero l'effetto di scuotermi dai miei pensieri, mentre il Treno delle Ombre si avvicinava alla sua ultima, orribile fermata. Io non potei fare a meno di chiedergli:
"Lo vedo. Ma come mai ora lo vediamo se nessuno, né Doppler né Oedo né Ichimonji Takuma, il pilota del Danguard noto anche come Arin, riuscì a trovarlo quando questa regione di spazio fu esplorata in lungo e in largo?"
"Perchè questo pianeta è maledetto in eterno", risuonò la voce gelida di Grissom, mentre le ruote del convoglio si posavano sui binari della stazione, sfrigolando sinistramente. "Un tempo era noto come Antiterra."
"Antiterra? Il pianeta che, secondo l'astronomo greco Filolao, ruota sulla stessa orbita della Terra diametralmente opposto ad essa rispetto al Sole, e perciò nascosto dal suo fulgore? Ma non esiste e non è mai esistito!"
"Non esiste più, ma è esistito eccome", ribattè Grissom mentre mani invisibili aprivano le porte del nostro vagone. "Avrebbe dovuto essere un Eden per tutti gli uomini, appena fossero giunti ad un livello tecnologico tale da permettere i viaggi spaziali. La Somma Sapienza la aveva pensata infatti come un secondo, naturale ricettacolo per la razza umana, qualora la Terra fosse diventata troppo stretta per contenere il numero crescente di tutti i suoi abitanti. Per questo la aveva assegnata a Lucifero, il più bello degli Arcangeli, colui che avrebbe dovuto portare sulla Terra la Luce della Sapienza Divina. Ma, dopo la ribellione di Lucifero e la sua cacciata dal Paradiso, l'Antiterra, nelle cui vicinanze allora incrociava il planetoide Flegra, divenne il rifugio di tutti gli angeli che avevano seguito Lucifero nella loro ribellione, e fu così corrotta dal Male. Era un unico, sterminato giardino lussureggiante, e guarda ora com'è ridotta."
Sceso sulla pensilina, mi guardai intorno e trasalii. Tutt'attorno a me si stendeva un terrificante deserto nucleare, distrutto dalle onde d'urto, dalle nubi incandescenti e dalle radiazioni mortali. Neppure durante la Guerra dei Cloni, che fu sanguinaria più di ogni altra combattuta nell'ultimo secolo, io vidi mai un mondo ridotto in uno stato tanto pietoso, al punto che ebbi paura anche solo di rimanere su quella superficie radioattiva e spolpata come un osso nel becco di un avvoltoio gigante di Gamma Puppis III.
"Non aver paura", mi spronò Virgil, precedendomi in mezzo a quella disperante desolazione: "La speciale tuta che l'Onnipotente ti ha fornito ti proteggerà da ogni radiazione nociva; e, quanto a me, nessuna reazione nucleare può ormai più danneggiarmi."
Allora mi feci coraggio e lo seguii su quel suolo sbriciolato e fumigante. "È per questo che appariva così rosso dallo spazio, non è vero? Per colpa dell'energia sprigionata dalle radiazioni."
"Esattamente, Dante. I demoni usarono ogni terrificante arma in loro possesso per cercare di prevalere sulle armate celesti, guidate dalla spada fiammeggiante di San Michele, ma ogni bomba da essi scagliata contro i buoni cambiò direzione e si schiantò sull'Antiterra sulla quale si erano arroccati, perchè ogni nequizia del Maligno finisce sempre per ritorcersi contro di lui. Subito dopo bastò un cenno dell'Onnipotente perchè l'Antiterra fosse scagliata lontanissimo dal Sole, nel vuoto tra il Disco Diffuso e la Nube di Oort, ed affinché gli uomini non fossero mai tentati di colonizzarla e di essere contagiata dal suo Male assoluto, essa venne maledetta e sottratta per sempre agli occhi dei mortali: solo ai morti e a te che viaggi dietro speciale licenza della Somma Potestà, è concesso vederla."
"Ma allora sia Galax che Doppler erano in cattiva fede!" esclamai io, sorpreso.
"No, Galax no. Da antiche fonti esoteriche aveva conosciuto l'esistenza dell'Antiterra e pensava che fosse ancora meravigliosa ed ubertosa com'era all'inizio dei tempi; egli credeva sinceramente che essa potesse diventare un nuovo Eden per l'Umanità, com'era nel progetto iniziale del Creatore. Non a caso lo battezzò Prometeo, come il coraggioso eroe antidiluviano che sfidò gli déi per rubare loro il fuoco e donarlo gratuitamente agli Uomini. Solo Doppler era a conoscenza del fatto che si trattava di un pianeta infestato dai demoni, e sperava di asservirli a sé per conquistare l'intero Universo. Non sapeva che è sempre Satana a possedere il cuore dell'uomo, mai il contrario."
Subito dopo però mi fissò con due occhi terribili e attraverso me lanciò un severo rimprovero all'umanità tutta:
"Lo vedi, Dante Alighieri? Lo vedi dove porta, la ribellione contro il Creatore e contro il Creato? In verità ti dico: così diventerà anche la Terra, oltre all'Antiterra, se negli uomini lo spirito diabolico trionferà sull'amore insegnatovi dal Redentore!"
Se mi fossi tolto la tuta e mi fossi esposto io pure al gelo di quel vuoto cosmico, che non superava i 15 Kelvin, certo non sarei rabbrividito quanto rabbrividii al solo pensiero che la bella Firenze, l'Italia e la Terra tutta fossero ridotte a così spaventoso deserto di cenere e di morte. Proprio per scacciare quella agghiacciante visione domandai al mio maestro:
"Dimmi, Gus, dove sono i sommi traditori? Pensavo di vedere anche le loro teste fuoriuscire dal ghiaccio, come su Plutone, Eris e Persefone."
"Il loro peccato è stato troppo grave, per consentire loro di tenere la testa di fuori", mi replicò Virgil, che aveva lasciato l'espressione corrucciata per tornare ad una severa ma meno astiosa nei confronti dei miei contemporanei. "Ora li vedrai, ma per questo dovremo scendere nelle viscere del pianeta."
Io stavo per rispondergli che avrei preferito farmi un cocktail a base di plutonio, piuttosto che scendere nel cuore cattivo di quel mondo morto, quando dietro di me udii un fischio ed uno sferragliare di ruote sui binari. Mi voltai giusto in tempo per vedere, al colmo dell'orrore, il Treno dei Morti ripartire e sollevarsi con leggerezza da quella superficie maledetta.
"Noooo!" urlai, in preda al parossismo. "Guarda, Gus! Malacoda ci sta tendendo un altro inganno: vuole abbandonarci per sempre sul pianeta dell'eterno dolore, nascosto agli occhi di tutti!"
"Datti una calmata, Dante", rispose tuttavia la mia Guida, tranquilla come sempre, osservando il convoglio dei dannati, ormai vuoto, che compiva nel cielo un'ardita inversione ad U, per dirigersi di nuovo verso il Sistema Solare interno. "È tutto previsto. Il Treno che ci ha portati qui non effettua altre fermate, e ritorna direttamente su Io, un posto dove non è previsto che noi rimettiamo piede. Il Signore stesso provvederà per noi un nuovo mezzo di trasporto."
Ciò detto, osservò un punto luminoso lontano nel cielo nerissimo e gli fece un ampio cenno di saluto. Immediatamente il punto infuocato si mosse lasciando dietro di sé una scia a forma di M, dal che io capii che quella era la nave del Messo Celeste, venuto egli pure a prendere congedo da noi.
Mentre quella astronave benedetta si dileguava a sua volta, sentii l'intera crosta bruciata dell'Antiterra tremare con una scossa violenta, che per poco non mi fece finire a gambe all'aria, mentre un muggito terrificante, simile all'urlo di dolore di un animale ferito, raggiungeva le mie orecchie attraverso quella roccia e quel ghiaccio banditi dalla faccia del cosmo.
"Maestro, cos'è stato?" domandai io, atterrito al punto da non avere più il coraggio di muovermi, come se ogni mio passo disturbasse il sonno di un mostro addormentato. "Ho già assistito a terremoti di inaudita potenza, come quello di 11 gradi Richter su Iconia che spazzò via quasi ogni traccia dell'evoluta civiltà che la abitava; ma mai, dopo di essi, il pianeta colpito ha urlato di dolore!"
Virgil non parlò, ma mi fece cenno di seguirlo verso quello che sembrava un grande cratere, aperto da chissà quale terrificante ordigno nella notte dei tempi. Io gli tenni dietro, e vidi che al centro del cratere si apriva una buca, nella quale era possibile scendere perchè dal suo bordo cominciava una serie di gradini rozzamente scolpiti nel ghiaccio.
"Io lì non ci entro!" cominciai a protestare io, quando già Grissom aveva posto i piedi sul primo scalino. "Chissà quali terrori da secoli aspettano lì dentro solo che io arrivi, per fare di me un solo boccone, e..."
"Scegli, Dante", mi rimproverò bonariamente ma fermamente il mio mentore. "Vuoi dar retta alla tua paura e restare per sempre su questa superficie spolpata, o seguirmi là sotto e vedere nuovi mondi e nuove schiere di spiriti, certamente più rassicuranti di quelli che finora ci siamo lasciati alle spalle? Ricordati che nessuna Risurrezione può avere luogo, se non c'è stata prima una discesa agli inferi."
Io riconobbi che aveva adoperato un giro di parole molto forbito per darmi del vigliacco. E così, non potei far altro che seguirlo giù dalla scalinata. Ben presto dovemmo accendere le torce elettriche da polso incorporate nelle nostre tute; e fu allora che rischiai davvero un infarto del miocardio. Infatti, appena ebbi acceso e rivolto il fascio di luce verso la parete di ghiaccio di quel cunicolo, scorsi un viso che mi scrutava con occhi sbarrati e la bocca spalancata in un urlo di dolore congelato per sempre. Feci un balzo indietro e per poco non caddi dalle scale.
"Niente paura, figliolo", mi tranquillizzò Grissom, illuminando con la propria torcia uno spirito completamente incastonato dentro il ghiaccio, come un insetto dentro un frammento d'ambra. "Quest'essere fece molto male al suo popolo, rendendosi responsabile della morte di due milioni di cambogiani, cioè di un terzo dei suoi sudditi, ma a te non potrà mai arrecare alcun tipo di danno."
"Escluso un colpo
apoplettico causato dallo spavento", borbottai io, osservando quell'ometto
basso e tozzo, dai lineamenti marcatamente orientali, che a prima vista sembra
essere incapace di commettere un genocidio di quelle proporzioni. Ripresi a
scendere i gradini, cercando di dimenticare gli occhi sbarrati di quel dannato,
ma avevo fatto solo pochi passi che vidi davanti a me una mostruosità anche
peggiore, ed anch'essa completamente incastonata nel ghiaccio di Prometeo.
Si trattava inequivocabilmente di una donna, ma la pelle del suo capo era candida come la neve, ed al posto dei capelli aveva tubi di gomma e di metallo che le uscivano dal cranio. Il busto era inoltre inserito in un corpo bionico, parzialmente stritolato dalla morsa dei ghiacci. Quel cyborg non guardava verso i pellegrini che discendevano la scala dannata, ma aveva gli occhi bionici rivolti verso l'alto, quasi in un'estrema sfida all'Onnipotente, lei che parimenti onnipotente si era creduta.
"Costei fu la Regina di tutti i Borg, e venne uccisa dall'androide Data prima di riuscire ad assimilare tutto il genere umano", mi spiegò Gus, nonostante io la avessi riconosciuta. "Centinaia di razze ella riuscì a trasformare in macchine, prima che la sua morte violenta le liberasse tutte dalla schiavitù alla Collettività."
Le passai accanto con una stretta al cuore, quasi temendo che quelle braccia meccaniche potessero sfondare la loro bara di ghiaccio, afferrarmi e trasformare me pure in un drone grazie alle sue dannate nanosonde. Riuscii ad accantonare questo irrazionale timore solo quando vidi davanti a me, esso pure confitto nel ghiaccio, ma a testa in giù, uno dei personaggi che avevamo citato in superficie; era impossibile riconoscerlo, a causa della sua testa a pera senza l'ombra di un capello sopra e delle sue orecchie a punta.
"Il Cancelliere Doppler!" esclamai io, incredulo. Gus mi tenne subito dietro:
"Sì, Dante. Lui voleva penetrare il segreto dell'Antiterra, ed almeno in questo è stato accontentato: come vedi, su Prometeo c'è arrivato davvero, anche se da dannato e non da conquistatore!"
Atterrito dalla visione di quell'uomo che tanti danni aveva fatto in vita, cristallizzato per sempre là dove era piombato in seguito alla distruzione di Planester, e della sua bocca semiaperta in cui un urlo di rabbia impotente era stato soffocato dalla durezza del ghiaccio ultore, mi feci un rapido segno di croce. Ed ecco, di nuovo un terremoto di potenza inaudita scosse l'intero pianeta invisibile, tanto che frammenti di ghiaccio si staccarono dalle pareti del budello in cui scendevamo, ed un nuovo, terrificante ruggito di dolore fece tremare ogni fibra ed ogni cellula del mio corpo.
"In nome di Dio, Gus, che cos'era?"
"Era il Male Personificato, Dante. Sarà meglio che ti prepari a vederlo, perchè se non gli passeremo accanto non potremo uscire dal Regno della Perdizione."
Ciò detto, riprese a scendere i gradini di quella che avevo capito essere la rampa d'accesso ad una sorta di bunker sotterraneo. Esitai ad avanzare, poiché ormai avevo compreso chi avrei incontrato e cosa avrei visto laggiù, nelle misteriose profondità del più misterioso mondo del Sistema Solare. Ma mi feci forza al pensiero che quello sarebbe stato l’ultimo orrore a cui avrei assistito nel corso di quel mio viaggio da incubo.
Scendemmo pian piano, poiché l'antichissima scala scavata direttamente nella roccia e nel ghiaccio di metano che conduceva al fondo di quell’abisso si faceva sempre più ripida e più scivolosa man mano che si scendeva: gli scalini erano sempre più stretti e più alti, e a causa delle mie calzature, adatte per far presa su ben altro tipo di terreno, e possibilità di scivolare erano ahimè molto elevate. Più di una volta infatti i miei piedi rischiarono di scivolare sui gradini lisci e malsicuri, ma tutte le volte pregai Beatrice affinché mi assistesse, e riuscii a mantenermi faticosamente in equilibrio. Gus, che si era reso conto delle mie difficoltà, più di una volta si fermò allo scopo di lasciarmi riprendere le forze. Non furono rare le volte in cui fu costretto ad esortarmi: "Su, Dante, manca ancora poca strada!" oppure: "Siamo quasi arrivati", come avrebbe fatto una qualsiasi guida di Altair XII sul Monte Himalaya 3. In nessun caso però, ed in questo gli fui immensamente grato, accompagnò le su frasi con tono ironico o di rimprovero.
Durante la nostra discesa in quell'orrendo Maëlstrom spaziale ebbi modo di vedere altri perfidi che tradirono interi popoli o addirittura interi pianeti: Grissom mi mostrò Re Leopoldo del Belgio, Mao Zedong, Jean-Bédel Bokassa, Idi Amin Dada ed altri dittatori terrestri i quali, a differenza dei loro colleghi puniti su Eris o su Giove, misero in atto dei veri e propri genocidi sia nei loro stati che in quelli altrui. Mi mostrò inoltre l'imperatore Palpatine, i suoi degni compari Ming e Rebo, il comandante Hydargos insieme al suo diretto superiore Gandal, la malvagia Koros, l'infido Baltar, il Dottor Inferno, la Regina dei Moguru dai quattro occhi, il Grande Darius con la bocca sulla fronte ed infiniti altri, che trascinarono miliardi di abitanti della Galassia verso la distruzione.
Non saprei dirvi quanto durò la nostra calata nel Profondo Abisso del Male, privi come eravamo di mezzi per misurare il tempo; all’incirca però mi pare abbastanza corretto valutare in una giornata e mezza terrestre la nostra discesa, togliendo le inevitabili pause. Ad un certo punto non ce la feci proprio più, non solo di quei gradini scivolosissimi ma anche di vedere orrendi criminali tutt'attorno a me che mi fissavano con occhi morti attraverso il ghiaccio in cui si erano rappresi gli un tempo azzurrissimi oceani dell'Antiterra, e mi accasciai come morto, nell’angusto spazio tra un gradino e la parete, tra l’altro con l’altissimo rischio di piombare giù fino in fondo a quella rampa.
"Non ce la faccio più, Gus! Devo fermarmi qui per ora! Proseguiremo domani…ti prego!" Esalai quest’ultima parola con un fare così implorante e lamentevole che oggi me ne vergogno ancora! Gus però non era del mio stesso avviso:
"Non possiamo attendere oltre, Dante. Il tuo salvacondotto per il Regno Infernale è quasi giunto al termine. Se non rispettiamo la nostra tabella di marcia, rischieremo di rimanere confinati in questo Mondo di Ghiaccio e Morte per sempre!"
Assai più che una pillola di energia concentrata, le parole di Grissom funzionarono da toccasana! Il solo pensare a rimanere incatenati in quell’abominevole luogo, dove i Morti sono davvero morti due volte, mi ridiede d’improvviso energie che mi pareva non avere mai avute, e subito scattai in piedi. Gus sorrise e, per consolarmi, aggiunse:
"Oltretutto non manca poi molto: puoi già sentire il frullare delle ali del nostro Arcinemico!"
Era vero. Mi accorsi in quel momento della brezza che stava spirando e che si faceva via via più fredda e forte man mano che scendevamo.
"Gus... Pant, pant... ma Prometeo non possiede atmosfera!" esclamai, tirando il fiato. "Da dove viene quest’aria così gelida, che sembra capace di far congelare persino una fiamma?"
"Volta quell'angolo e guarda davanti a te", rispose lui, indicandomi la giravolta con un dito. "Vexilla Regis prodeunt inferni!"
Non potei fare a meno di obbedire. Svoltato l'angolo, tuttavia, mi accorsi che la scala finiva dentro una grotta di roccia e ghiaccio, e che essa era così grande da ospitare una buona parte della flotta stellare. E ciò che ospitava quell'immensa caverna mi provocò uno choc così subitaneo che, ancora più delle altre volte, credetti di morire dallo spavento, né saprei dire se trascorsero minuti od ore prima di riprendermi completamente. Davanti a me, nel bel mezzo della grotta, c'era infatti un'ala di pipistrello, così grossa che avrebbe potuto tranquillamente fare ombra ad una città intera. E al di là di essa vidi delle corna ossificate e ritorte, grandi da sole come sequoie millenarie.
Ali e corna appartenevano ad un gigante, ma mi rendo conto che questo termine era estremamente riduttivo: basti pensare che, in proporzione, le dimensioni mie erano più simile a quelli dei robot giganti già visti nella Fascia di Edgeworth-Kuiper, che loro stessi a quelle di quel malefico colosso. I suoi occhi erano grandi pressappoco come il raggio di uno dei primitivi dischi volanti interstellari, e una sua sola unghia era il doppio di un uomo. Il suo corpo era ricoperto di un vello rosso come il sangue, i cui peli raspavano in continuazione contro le pareti di quel pozzo. Il calore maligno che si sprigionava dalle sue membra faceva sublimare il ghiaccio del nucleo di Prometeo, e poi il battito delle sue immense ali di pipistrello faceva il resto, provocando le terribili bufere di idrogeno, azoto e metano che avevamo avvertito fin dall’inizio della discesa.
Quanto io divenni allora gelato e senza respiro, o lettore, non domandarmelo, perchè non lo scrivo, giacché ogni termine stato insufficiente per descrivere ciò che provai in effetti in quell'istante. Per un po’ non fui né morto né vivo, similmente ai condannati presenti nelle camere di stasi, i quali, condannati a morte, non vengono subito uccisi, ma vengono lasciati in uno stato di vita vegetativa, e molti possono rimanere in quella condizione “temporanea” per interi lustri, cosicché se nel futuro la loro innocenza fosse completamente provata, si possano far ritornare in vita. Non caddi per lo spavento giù nell’abisso solo perchè Grissom mi tenne ben saldo da dietro: il mio Maestro mi aveva prudentemente raggiunto, in quanto giustamente temeva che i miei sensi mi tradissero alla vista di quel bestione.
"Ci sei, Dante?" mi domandò premurosamente, come per farmi sentire che non mi aveva abbandonato. Io annuì, rientrando faticosamente in me stesso, e mi schiacciai contro il cornicione che ruotava tutt'intorno alla caverna, permettendo una vista a 360 gradi di quell’Orrore senza fine. Gus mi invitò a precederlo camminando lungo quello stretto cornicione, ma dovette assicurarmi che non mi avrebbe recato alcun danno; anzi, che il sommo Campione del Male era del tutto inerme nei nostri confronti. Ed era vero perchè, mentre giravamo intorno alle sue ali che sbattevano in continuazione, Lucifero non sembrò neppure accorgersi della nostra presenza.
L’imperatore del Regno del Dolore era letteralmente conficcato nel cuore di roccia e ghiaccio del pianeta Prometeo: io potevo vederne testa e petto, fino al punto in cui noi umani abbiamo l’ombelico, mentre il resto era sepolto nel ghiaccio. La Bestia possedeva ben tre paia d’ali, le quali sbattevano continuamente, quasi a tempo con il suo respiro affannoso e rantolante; ma l'aspetto più spaventoso del Mostro erano i suoi tre volti, uno più orrendo dell’altro, che uscivano dal suo capo ed i cui occhi piangevano fiumi di lacrime gelate; queste ultime gocciolavano lungo i suoi menti ed il suo corpo, mischiati a bava sanguinosa e repellente.
"Non oso immaginare", commentai rivolto più a me che a Gus, "come deve essere stato bello un tempo costui, visto che tutto nei Regni Infernali è proporzionato al Male commesso!"
"Se egli fu tanto splendido quanto oggi è orripilante, e nonostante questo osò ribellarsi al suo Creatore, davvero da lui può procedere ogni più astuta nequizia", si limitò ad annuire Gus in segno di approvazione.
Delle tre teste demoniache
che spuntavano dall’unico cranio, quella di sinistra era rossa come il sangue,
quella in mezzo gialla come la bile e l’ultima a destra più nera delle stesse
nubi di polvere oscura nelle quale le stelle non sono visibili. In più vidi che in ognuna delle sue bocche era
contenuto un uomo. Non li potei distinguere chiaramente, a causa della
lontananza, però potevo sentire i loro
discorsi per via della eco perfetta che risuonava in quella specie di tomba. La cosa
strana era, però, che quei dannati a differenza di altri né si lamentavano
della loro malasorte né bestemmiavano, ma continuavano invece a litigare tra di
loro!
Gus mi porse di nuovo la speciale visiera in modo da permettermi di distinguere anche i loro visi, oltre che ad udirne le voci soltanto.
"Comunista di merda!* Non vedi dove ci hanno condotto le tue stronzate di idee! Tu che ironizzavi sulle divisioni del Papa e continuavi a dirmi che Dio non esisteva! Se non ti davo retta, a quest'ora non eravamo qui!" disse, emettendo anche una zaffata di alito gelato quello posto a sinistra, all’interno della bocca di sinistra.
"Taci, carcassa di letame austriaco ambulante! Se tu nel 1941 non mi avessi attaccato di sorpresa, come un vigliacco, a quest'ora assieme ci saremmo spartiti il Mondo! Non solo hai tradito il tuo popolo, ma anche i tuoi alleati!" gli fece eco quello imprigionato nella bocca di destra, appartenente alla testa nera.
"Stupido sovietico! Come se non avessi capito che tu eri lì ad aspettare che mezza Europa si scannasse a vicenda per poterla assalire comodamente alle spalle! Se non avessi avuto l'inverno dalla tua a salvarti le chiappe, a quest'ora la tua Russia avrebbe fatto la fine di Cartagine in fiamme, e tu con essa!"
E mentre diceva questo
cercava anche di tenersi in bilico tra i due incisivi sporgenti di Lucifero.
"Però, inverno o meno, io in quell'occasione mi sono salvato! Tu invece hai fatto la fine del topo in gabbia! Davvero una misera fine, degna di un ratto di fogna quale tu sei!" Ed anche costui stava facendo i salti mortali per evitare che le fauci fameliche lo divorassero.
"Almeno la mia Nazione ora è di nuovo potente. E pur avendo perso la guerra la MIA Germania ha prosperato per secoli! La TUA URSS invece, nonostante tutte le tue purghe, è crollata meno di 50 anni dopo la tua misera fine, ed i tuoi concittadini si sono ritrovati a mangiare pane e cipolla per decenni... Ah, Ah, Ah!"
Ma, dicendo questo, perse l’equilibrio e cadde sulla lingua bavosa del Mostro.
"Ma la volete smettere voi due di sbraitare? È da secoli che continuate a rimuginare le stesse cose trite e ritrite", esclamò quello in mezzo che se ne era stato zitto fino a quel momento. Costui, a differenza degli altri due, aveva tratti decisamente non umani: era alto più di due metri, aveva la pelle di un colore brunito come quello del bronzo, due orecchie a punta come quelle di un lupo, due occhi rossi come sangue privi di iridi e circondati da ciglia nerissime e lunghissime, nonché una barba blu divisa in ciuffi appuntiti, ed in testa portava un elmo fatto con il cranio di chissà quale animale alieno.
"Siete entrambi dei dilettanti!" proseguì quel malvagio, scoprendo dei denti appuntiti come quelli degli squali corazzati di Deneb II. "Non siete riusciti a realizzare neanche un decimo dei vostri sogni di sterminio! Io invece ho fatto più di tutti e due: sono riuscito a convincere la popolazione della mia stella, Vega, a partire alla conquista del nostro braccio della Galassia, e ad eliminare gran parte degli abitanti di una trentina di mondi, incluso Fleed, il più ricco e prospero della Lega dei Mondi! La cosa che più mi rincresce è di condividere ora questo supplizio eterno con due incompetenti come voi!" E, ciò detto, scivolò rumorosamente anche lui.

"Tu non dovresti neanche parlare né la tua razza dovrebbe continuare ad esistere!" strillò in un ultimo impeto di rabbia quello di sinistra, cercando di rimettersi in piedi. "Più inferiori di voi alieni ci sono solo gli Ebrei, e se non sbaglio il tuo sogno di conquista fu spezzato da Goldrake, il quale..."
Furono le sue ultime parole perché Lucifero, nel frattempo, evidentemente stufo marcio di quelle pantomime che sarebbero anche state buffe, se purtroppo i loro contenuti non fossero stati così agghiaccianti, con la sua lingua avviluppò tutto intero il corpo di quest’ultimo e lo cacciò dritto in gola, triturandolo poi ben bene coi suoi denti simili a macine degli antichi mulini.
"È questa la fine a cui sono destinati coloro che furono gli uomini più malvagi mai esistiti nella Galassia", sentenziò freddamente Gus: "traditori dell’intera loro razza, fosse essa Umana o Vegana, che invece avevano giurato di proteggere! I loro efferati crimini, tra cui la triste invenzione dei Treni della Morte, furono così gravi e numerosi che, se si mettessero in fila una per una le vittime di tutti e tre, riempirebbero senza lasciare spazio alcuno tra loro l’intera distanza tra il Sole ed Alfa Centauri!"
Questa affermazione mi parve invero un po’ esagerata, ma lo lasciai proseguire.
"Perfino le malefatte e sozzure di altri tiranni loro contemporanei, peraltro in un secolo che ne profuse in abbondanza, impallidiscono al loro confronto. E così l’Onnipotente ha deciso di relegarli qui, dilaniati ferocemente dalle fauci di Lucifero, che fu il loro vero Signore in vita così come ora lo è nella Morte."
Rimasi a riflettere su queste ultime parole, mentre egli mi indicava una nuova scala che correva senza corrimano lungo il perimetro della grotta, scendendo a spirale verso il fondo. Confesso che mi sentii un vero colpo al cuore quando mi accorsi che avrei dovuto scendere altri gradini, tanto più che quella scala era priva di protezioni dalla parte dell'abisso, e c'era il rischio di scivolare e di precipitare là in fondo. Ma non ci fu tempo per protestare o per rifiutarsi di scendere, giacché vidi il mio Maestro chiamarmi con un cenno della mano guantata ed iniziare a scendere lungo quella paurosa rampa. Se fossi rimasto lassù da solo, ci sarei rimasto per sempre, in quanto non avrei mai avuto il coraggio di affrontare la discesa da solo. Così lo raggiunsi e mi tenni stretto alle sue spalle, iniziando a scendere a mia volta. Il brutto era che l'antro si stringeva verso il basso, e così fatalmente la scalinata mi portava ancora più vicino al vermo reo che fora il pianeta Prometeo.
"Avanti, non temere!" mi incitò Gus con quel suo tono paterno che lui solo sapeva usare. "Dobbiamo per forza girarci attorno, per poter uscire da qui."
Vincendo il disgusto, continuai la discesa comprendendo come doveva sentirsi il professor Otto Lidenbrock, quando iniziò il suo periglioso Viaggio al Centro della Terra. Più di una volta le smisurate ali del Mostro ed il suo pelame immondo mi sfiorarono, ma il momento più brutto fu quando dovemmo praticamente attraversare la sua mano sinistra aperta, che egli teneva praticamente sopra la scala in modo che le sue dita artigliate formassero involontariamente una sorta di arcate che era obbligatorio attraversare. Quando fummo all'altezza del suo stomaco, mi chiesi che fine avesse fatto il tiranno da lui ingoiato poc’anzi, ma Gus non mi diede il tempo di porgli nessuna domanda.
Ci trovammo infine proprio sul fondo di quella tomba, in cui il Primo Ribelle è sepolto per l'eternità assieme alla sua superbia ed alla sua prepotenza bestiale. Eravamo giusto dietro il corpo di Lucifero, e questa fu una fortuna, perché se ci fossimo trovati davanti a lui saremmo stati sepolti dalle lacrime e dal vomito che precipitavano dai suoi tre volti, immediatamente cristallizzati dal gelo ed altrettanto rapidamente sublimati a causa del contatto con il corpo incandescente del Signore d'ogni Male. Le sue sei ali torreggiavano spaventose sopra di me, tanto che mi sembrò di trovarmi ancora sotto uno degli smisurati alberi di Arbor VI, i quali possono toccare tranquillamente il chilometro d'altezza, protendendo i loro rami su una superficie vastissima.
"Sai cosa penso, Gus?" gli dissi a quel punto io, che andavo rimuginando già da un po'. "Io credo che questo demonio rappresenti una mostruosa caricatura dell'Unico Dio. Come Egli è Uno in Tre Persone, anche Satana ha tre volti in una testa sola. All'Onnipotenza di Dio Padre si contrappone la faccia centrale, gialla come la malattia per indicare la sua assoluta impotenza. Alla Sapienza smisurata di Dio Figlio egli oppone la faccia di destra, nera come l'ignoranza. Ed all'Amore sconfinato di Dio Spirito Santo egli risponde con la faccia di sinistra, rossa come l'odio. Eppure, nonostante questo tuo vero e proprio travestirsi da Dio, egli resta in ogni caso una sua pallida e tragica caricatura. Mentre JHWH è onnipresente, egli è prigioniero in sempiterno dentro il mondo nel quale cercò stolidamente rifugio dopo la sconfitta da parte di Michele. Le ali che un tempo egli spiegava maestose sull'universo, ora sono buone solo per creare un inutile vento, e le bocche con cui egli doveva annunciare la Parola Divina, servono solo per triturare i tre peggiori dannati della storia del cosmo. La stessa potenza che egli tanto mise in mostra nella Guerra di Flegra, ora serve solamente per scuotere la morta sfera di Prometeo, ogni volta che soffre sentendo pronunciare il nome santissimo d'Iddio."
Quasi a confermare le mie parole, Satana si torse tutto per il dolore emettendo un mugolato bestiale e producendo un nuovo, terrificante terremoto, che però durò solo pochi secondi. Dal canto suo Grissom annuì compiaciuto, contento che fossi arrivato da solo a quella conclusione. "Bravo, Dante", mi gratificò: "hai fatto passi da gigante, da quando ti sei trovato sotto la mia ala protettrice. Ma la notte volge ormai al termine, ed è ora di partire, perchè abbiamo visto tutto."
Ciò detto, mi indicò un pertugio tra il vello del Signore delle Tenebre e lo strato di ghiaccio e roccia che lo seppelliva. Subito si appigliò al vello cisposo del demonio, cominciando a scendere, e mi invitò a fare altrettanto.
"Er... ripensandoci, dopotutto anche quella scala non è poi malaccio..."
"Muoviti, Dante", mi spronò per l'ennesima volta Virgil: "Non possiamo più usare la scala che abbiamo usato per scendere, poiché quella serve solo per scendere, ma non per salire. Nessuno può riemergere da questo Abisso di Male, se non percorrendo la Strada dell'Espiazione!"
Io mi chiesi cosa intendesse, ma intanto fui costretto a vincere il ribrezzo, ad appigliarmi al pelame dell'Antidio e a scendere a mia volta dietro a Gus. A un certo punto egli si fermò e si girò, con non poca fatica visto che quel burrone era strettissimo, e mi invitò a fare altrettanto, poi riprese a salire con me dietro, tanto che credetti di ritornare su nell'Inferno.
Appena, aiutato da Gus, riuscii ad uscire da quel budello e a mettere i piedi sulla superficie di quel nuovo ipogeo, mi accorsi con stupore che sopra di me si ergevano le zampe rovesciate di Lucifero. Del tutto spiazzato, domandai alla Guida: "Ma come è possibile che egli ora sia sottosopra?..."
"Abbiamo superato il centro di gravità di Prometeo", mi spiegò pazientemente il pioniere dell'astronautica. "Di conseguenza siamo sull'altra faccia della parete di roccia e ghiaccio che imprigiona per sempre l'Avversario di Ogni Bene. Abbiamo lasciato per sempre l'Inferno, e ci attende un nuovo cammino in tutt'altra dimensione e sotto tutto un altro cielo."
"Meno male!" questa volta non ce la feci a trattenere le parole che mi uscirono spontanee dalla gola. "Ma come usciremo da questa cupa caverna, illuminata solo dai nostri proiettori da polso? Non vedo aperture di sorta..."
L’Onnipotente provvederà ad aprirci la porta", si limitò a rispondermi Virgil. Ed ecco, prima ancora che avesse finito di parlare un lampo illuminò l'oscurità di quella vera e propria tomba, ed una sfera di luce si materializzò a cinque metri da noi, così splendida che dovetti torcere da essa lo sguardo, ormai abituato dall'oscurità.
Appena il bagliore incandescente fu scemato, vidi comparire dal nulla una navicella. bianchissima come quella del Messo Celeste, ma priva di insegne. Ci misi poco a fare due più due:
"È l'ultimo regalo del Ministro di Dio che ci ha protetti lungo il cammino alla periferia dell'Inferno, vero?"
"Precisamente. Egli ha dovuto materializzarlo qui perché la Perfidia assoluta che domina il Regno di Lucifero avrebbe interferito con i suoi comandi. Forza, a bordo: si parte!"
Così dicendo mi spinse verso
il portellone della navetta, che si aperse da sola per farci entrare, ed
altrettanto rapidamente si chiuse dietro di noi. Mentre Gus si metteva ai
comandi, gli obiettai:
"Voglio proprio vedere come farai a scavare una galleria attraverso il ghiaccio malefico dell'Antiterra, per portarmi fuori da questo immenso cimitero."
Mentre egli accendeva i motori, increspò le labbra in un sorriso. "Dante, Dante, il nostro viaggio nello spazio è finito. Per uscire c’è un’altra strada, che non attraversa più le tre classiche dimensioni spaziali, lunghezza, larghezza e profondità. Ora ci attende un'altra avventura, non meno straordinaria di quella che ci ha condotti fino a qui."
Prima che potessi replicargli alcunché egli decollò, e davanti a noi si aperse un cunicolo tempo-spazio, un ponte di Einstein-Rosen come quello che avevo visto poco distante da Bajor, ma che stavolta era stato creato artificialmente. Immediatamente Gus vi si infilò; io non feci neppure in tempo a stupirmi, che già la navicella prodigiosa fuoriusciva nello spazio ordinario, viaggiando letteralmente alla velocità del pensiero. Finalmente, all'altra estremità del cunicolo spaziotemporale io potei ritrovare le meravigliose costellazioni e nebulose che trapuntano il firmamento creato da Dio nella Sua infinita Sapienza, e quindi uscimmo a riveder le stelle.
Nota:
l'Imperatore Cartagia è un personaggio della serie TV "Babylon 5",
che in Italia è purtroppo passata quasi inosservata: in quest'Inferno spaziale
non poteva mancare un riferimento anche ad essa.
Rubicun III è invece il pianeta abitato dagli Edo su cui l'equipaggio dell'Enterprise-D
arriva nell'episodio della prima stagione di "Star Trek - The Next
Generation" intitolato "Il Giudizio".
La citazione "i cattivi hanno capito qualcosa che ai buoni sfugge" è
di Woody Allen.
La vicenda dell'Antiterra ipotizzata dal filosofo pitagorico Filolao di Crotone
(470-390 a.C.) che si trasforma nel pianeta Prometeo, inseguito come un nuovo
Eden nella serie Danguard,
è puramente frutto della mia fantasia. Naturalmente ho leggermente modificato
la filosofia di base dell'anime, adattandola ai miei scopi. Assolutamente
inventata di sana pianta è anche la leggenda del pianeta introvabile ai confini
del Sistema Solare.
Durante la loro discesa all'interno di Prometeo, Dante e Virgil incontrano molti
personaggi ben noti. Il primo è il dittatore cambogiano Pol Pot (1926-1998),
che effettivamente sterminò un terza della popolazione del suo paese nel folle
sogno di realizzare in pratica il "paradiso comunista" in terra.
La seconda è la Regina Borg, uccisa da Picard e Data nel film "Star Trek,
Primo Contatto".
Il terzo è il Cancelliere Doppler, cui si è fatto riferimento in precedenza
nel narrare la vicenda della corsa al pianeta Prometeo. Vengono poi citati:
Palpatine, il malvagio imperatore della Saga di "Star Wars"; Ming, il
signore del pianeta Mongo nella saga di Flash Gordon; Rebo, il dittatore di
Saturno nella celebre serie a fumetti "Saturno contro la Terra" ideata
dal grande Cesare Zavattini; Hydargos
e Gandal, i nemici storici di Goldrake;
Koros, la cattivissima della serie Daitarn
III; Baltar, colui che tradì le Dodici Colonie consegnandole agli invasori
Cyloni nei telefilm di Battlestar
Galactica; il Dottor Inferno, contro cui si
batte Mazinga
Z; la Regina dei Moguru, che osteggia i quattro robot della serie Astrorobot,
Contatto Y; il Grande Darius, dittatore degli Zelani nella saga di Gaiking.
Infine, il professor Otto Lidenbrock rappresenta un tributo a quello che
certamente è uno dei romanzi che più influirono su di me quando lo lessi nella
mia infanzia: l'arcinoto "Viaggio al Centro della Terra", scritto nel
1867 da Jules Verne.
.
A questo punto vi anticipo solo l'incipit del Purgatorio:
Per correr miglior rotte
accende i razzi
oramai l'astronave del mio ingegno,
che lascia dietro a sé sì crudi spazi...
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