The Darién Scheme

di Paolo Maltagliati


Verso la fine del 1690 gli scozzesi, prostrati dal fatto di avere un'economia di gran lunga inferiore rispetto ai “fratelli maggiori inglesi”, ricchi e prosperi, decisero che era giunto il momento di fare qualcosa. Organizzarono una spedizione per la colonizzazione della zona del Darién, nel cuore del vicereame spagnolo della nuova Granada.

Ma il piano era mal progettato e i coloni della “Nuova Caledonia” dovettero fronteggiare malattie, clima malsano, nativi, attacchi spagnoli e l'ostilità palese del nuovo sovrano inglese, Guglielmo III, senza tenere conto delle lotte intestine tra scozzesi. Alla fine, dei 3000 uomini reclutati, ne tornarono in patria poco meno di 200.

POD: Ma cosa succede se il piano viene organizzato meglio e alla fine ha successo? Quale futuro attenderà gli scozzesi di Nuova Caledonia?

Perché alla fine il folle piano riesca a dare vita a qualcosa di duraturo occorrono diverse alterazioni della nostra timeline:

1) la catena di comando: il generale Drummond era noto all'epoca per essere un uomo d'azione, e, di solito a chi tiene i cordoni della borsa di un tale progetto, tali personaggi spirano una certa fiducia. Ma Drummond era noto anche per un'altra ragione, molto meno lusinghiera: aveva contribuito al famoso “tradimento di Glencoe”(in un pub del posto ancora vi è un cartello che reca la scritta “divieto d'accesso ai Campbell”, anche se ormai è più che altro una trovata turistica) in cui i Mc Donald, cattolici e giacobiti erano stati trucidati dal clan dei Campbell, presbiteriani e orangisti. Con i coloni della spedizione non si comportò molto meglio, dato che dopo alcune delle innumerevoli difficoltà incontrate, decise di tornare in patria con i suoi accoliti abbandonando il forte al suo destino.

2) la posizione: nella zona del Darién, certo, gli scozzesi erano sicuri che avrebbero incontrato scarse resistenze da parte spagnola, certo. Ma c'era una ragione per cui anche gli iberici disertavano quel posto: nativi molto pericolosi e clima insopportabilmente malsano. Più sicuro sarebbe stato fondare la colonia su una delle isole antistanti, che componevano l'arcipelago disabitato di San Biagio.

3) il favore inglese: Né gli inglesi, né tanto meno gli olandesi, i grandi dominatori del contrabbando nei Caraibi, volevano anche solo lontanamente sentir parlare di un nuovo concorrente, seppur piccolo. Inoltre va detto che in quel momento infuriava la guerra della grande alleanza, con gli inglesi ai ferri corti con il re Sole, che, particolare non del tutto trascurabile, aveva l'onore di aver dato una considerevole mano a Giacomo II Stuart a tentare di riprendersi il trono inglese partendo dall'Irlanda. In quel contesto Guglielmo III non voleva nemmeno sentir parlare di mettersi anche contro gli spagnoli per quattro pezzenti.

Ma che succede se, invece, a Guglielmo III viene in mente un'idea per utilizzare tale progetto per i suoi fini?

Dopo tutto fu lui ad iniziare il tentativo di pulizia etnica delle Highlands. I gaeli di Scozia, quegli incorreggibili giacobiti papisti, non potevano essere deportati, più o meno forzatamente, in modo più o meno discreto, in quell'angolo sperduto di mondo a farsi massacrare da indiani, malaria e spagnoli, che avrebbero fatto il lavoro sporco per lui?

L'unico problema sarebbe stato far andar giù la cosa agli scozzesi lowlandish di Glasgow, che certo, da buoni presbiteriani non volevano che il loro progetto economico si trasformasse in una sorta di colonia penale. Ma di fronte alle difficoltà, messi alle strette dalle condizioni disperate, forse avrebbero accettato anche queste condizioni, in cambio della sopravvivenza del loro insediamento.

Ed ecco che l'arcipelago di San Blas verrà rinominato di “Nuova Caledonia”. Gli scozzesi otterranno, dopo aver respinto diverse volte gli spagnoli (ne uccideva più la malaria che i cannoni di forte St. Andrews), la proprietà sulle isole in cambio della promessa di non mettere piede sulla terraferma. Dopo un iniziale boicottaggio commerciale da parte degli inglesi, Guglielmo III mise in opera una sorta di ricatto: per far sopravvivere l'insediamento, gli elementi dei clan di Highlanders giudicati più “nocivi” per la Gran Bretagna sarebbero stati deportati lì. Inoltre gli inglesi avrebbero sbloccato i capitali degli azionisti inglesi del “progetto Darién”(che il governo di sua maestà aveva congelato) in cambio dell'”Union Act”, che sanciva la nascita del Regno Unito(nella nostra timeline, alcuni storici sostengono che il fallimento finanziario della compagnia fu tale da mettere sul lastrico la limitata economia del regno di Scozia ed essere una delle ragioni per cui alla fine Edimburgo si convinse ad acconsentire all'unione).

Bandiera della Nuova Caledonia inglese

Bandiera della Nuova Caledonia inglese

Detto, fatto. Col tempo l'arcipelago di Nuova Caledonia si popolerà di Sinclair, McLeod, Fraser, Cameron, McDonald e Duffie. E anche qualche Stuart verrà a dargli una visitina. Carlo Edoardo, infatti, dopo la battaglia di Culloden del 1745, chiederà al governo inglese di essere esiliato lì. “Quando un re perde tutto, vuole solo tornare a casa. E casa è dove il suo cuore può riposare, in mezzo agli uomini cui deve fedeltà”. Probabilmente non furono veramente parole sue, ma rimangono un verso delle più struggenti sonate di cornamusa dei giacobiti.

In realtà, nel loro “esilio”, i rudi uomini del nord non se la passavano poi tanto male. I rapporti con gli indiani Guna furono perlopiù di natura pacifica (pochi bianchi = bianchi poco arroganti, perlomeno all'inizio), anche se non mancarono i soliti screzi così comuni nella storia delle sopraffazioni bianche a danni delle popolazioni indigene, compresi i problemi con il vaiolo. Di navi che passavano di lì, poi ve n'erano tante e fare soldi come porto franco o come contrabbandieri e pirati (i labirinti di piccole isole erano un ottimo posto per nascondersi). I governi di Madrid li odiavano, ma con gli ispano americani locali avevano relazioni piuttosto buone.

Quando ci fu la rivoluzione americana, anche a qualche Neocaledone venne qualche pensiero di ribellione nei confronti delle giubbe rosse. Ma prevalse la ragione: Carlo Edoardo convinse tutti che sarebbe stato un puro suicidio per loro, così piccoli e insignificanti, peraltro guardati da vicino dalla marina britannica, tentare di imitare le 13 colonie.

Ma i fermenti rivoluzionari non volevano lasciare quell'angolo di mondo: in principio di '800 fu la volta delle ribellioni nell'America Latina. Ci furono dei momenti di tensione con i neogranadini, che, però si risolsero presto.

Altri momenti di tensione furono al principio del ventesimo secolo. I movimenti di liberazione irlandese, inevitabilmente, non potevano non avere riflessi in isole in cui vivevano ancora degli eredi viventi degli Stuart. Dopo che casa Stewart (dopo la solenne rinuncia ai titoli la casa regnante riprese il proprio nome originario) venne colpita da un ordigno, venne messa un bomba anche nella caserma inglese di Mathieson. Un clima di tensione complicato dalla crescente ricchezza della piccola colonia, che, dal momento in cui venne costruito il canale di Panama, vide il traffico nel porto di St. Andrews (uno dei pochi scali portuali decenti nella zona) aumentare.

Con la guerra mondiale e la grande rivolta irlandese, le voci a favore di un autogoverno si moltiplicarono. L'Union Jack sulla bandiera della colonia non era particolarmente gradita, come il fatto che ogni tanto gli inglesi provassero a mandare delle task forces per far applicare la legge linguistica (divieto dell'uso pubblico del gaelico di Scozia. Lo scoto, nella variante dorica, era invece tollerato) o quella confessionale (divieto del rivestimento di cariche pubbliche da parte dei cattolici. A conti fatti era quasi dannosa per l'autorità statale, dato che alla fine tutti si rivolgevano all'informale “consiglio delle isole”, perfino gli scoti di St. Andrews).

Dopo tanta attesa, alla fine, però, gli inglesi decisero di lasciar perdere. A conti fatti non valeva la pena insistere.

L'arcipelago di Nuova Caledonia ottenne finalmente l'autogoverno nel 1929 (questione di crisi?).

Ha una propria nazionale di calcio (una delle più scarse della Concacaf) e di rugby (l'unica nazionale di rugby dell'America centrale ad aver mai partecipato ad un mondiale. Purtroppo viene sempre eliminata al primo turno).

Al giorno d'oggi le entrate principali di questi figli di San Columba derivano, come è facile immaginare, dal turismo.

Ecco la bandiera dello stato post-indipendenza:

Totale isole: 378; Abitate: 49
Abitanti: 11325
Capitale: St. Andrews
Lingue: Gaelico Scozzese, Scoto, Guna, Spagnolo
Religioni: Cristiana Cattolica, Cristiana presbiteriana, culti tradizionali indigeni
Forma di Governo: Repubblica parlamentare
P.I.L: 31765 $ (P.P.A, 2010)

Paolo Maltagliati

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