La maledizione di Sant'Elena

di Riccardo Querciagrossa


Tutto ebbe inizio intorno all'anno 250 circa d.C., quando Caio Flavio Valerio Costanzo detto Cloro (“il pallido”), potente ufficiale dell’esercito romano, conobbe in una taverna di Drepanum (in Anatolia) una giovane donna, cameriera o locandiera, forse di stirpe celtica dell’antica Galazia anatolica.

Costanzo Cloro se ne innamorò e la rese sua concubina. Alcuni dicono che la sposò, ma la notizia non è certa e neppure probabile, considerata la diversissima estrazione sociale della coppia.

Se anche non poté sposarla, Costanzo Cloro fece di tutto per nobilitare Eilan, a partire dalla romanizzazione del suo nome, che divenne Helena (nome fatale, dai tempi dell'Iliade!).

Elena, come ora la chiameremo per comodità, assunse anche il cognomen di famiglia, cioè Flavia Costanza, dopo aver dato alla luce, nel 272, un figlio maschio di nome Costantino.

Elena Flavia Costanza volle che Costantino fosse allevato alla corte di Nicomedia, nella reggia dell’imperatore Diocleziano, prevedendo per il figlio una luminosa carriera.

Inoltre, come tutte le donne di origini oscure che assurgono alla gloria, cercò di far dimenticare il suo passato.

La più importante scelta della sua vita, e carica di conseguenze epocali, fu la decisione di aderire ad una religione nota per la severità dei suoi costumi, ossia il cristianesimo.

Scelta coraggiosa, se consideriamo che Diocleziano, l‘Augustus maximus, era un grande persecutore dei cristiani.

Ma la concubina di Costanzo Cloro era considerata una “intoccabile”: il suo compagno era divenuto infatti prefetto del pretorio di Massimiano Augusto, Tetrarca e reggente della pars occidentalis dell’Impero.
Il momento principale della carriera di Costanzo Cloro si ebbe quando, nel 296, riuscì a sedare una pericolosa ribellione in Britannia. Fu allora che le truppe lo acclamarono "imperator”.

Al reale imperatore, Diocleziano, che ormai trascorreva una vecchiaia dissipata nel suo palazzo privato di Spalato, la notizia non piacque affatto, perché poteva mettere in crisi il complesso sistema della Tetrarchia da lui ideato, cioè la divisione dell’impero in quattro parti, rette da due Cesari e due Augusti. Tale sistema prevedeva che gli eredi, i Cesari, fossero ufficialmente adottati dagli Augusti. Pertanto, per salvare la facciata, ordinò al collega Massimiano, Augusto d’Occidente, di adottare Costanzo Cloro come Cesare e Tetrarca delle Gallie, e di dargli in moglie la figlia più grande, nata dal primo matrimonio, Teodora Massimiana.

La condicio sine qua non del patto politico era che Costanzo lasciasse definitivamente Elena e non riconoscesse Costantino come erede.

Detto fatto: Costanzo Cloro mollò Elena e sposò Teodora, da cui ebbe poi due figli.

Elena Flavia Costanza non la prese bene e, per mostrare che non si arrendeva facilmente, assunse il cognome onorifico di Giulia, in quanto “ex moglie”, seppur solo more uxorio, di un Cesare.

E poi, nell’attesa della riscossa, meditò in segreto il suo disegno politico e religioso.

Nel 305 Diocleziano e Massimiano abdicarono dalle loro cariche di Augusti in favore di Galerio e di Costanzo Cloro, che però morì prematuramente l’anno seguente, a Eburacum (l’odierna York). Alcuni arrivarono a dire che era stata la vendetta morale di Elena.

La morte di Costanzo infatti creò la crisi immediata della Tetrarchia.

Elena Giulia Flavia Costanza convinse il figlio Costantino, che si trovava pure lui in Britannia, a reclamare l'Impero per diritto di nascita, contro il legittimo Cesare, Valerio Severo.

Le truppe acclamarono Costantino “imperator” e marciarono con lui sulle Gallie.

Qui Costantino, seguendo le orme del padre, si alleò con il vecchio Massimiano Augusto, di cui sposò una figlia più giovane, nata dal secondo matrimonio, Fausta, e divenne così Cesare e Tetrarca delle Gallie.

Quando però si trovò in disaccordo con Massimiano, non esitò ad accusarlo di tradimento e a farlo uccidere senza pietà, per poi proclamarsi Augusto d’Occidente.

Gli si opponeva Massenzio, figlio di Massimiano, insediatosi a Roma.

Costantino, esortato dalla madre, marciò su Roma. Fu in questa occasione che Elena suggerì al figlio la condizione per la vittoria: aderire al cristianesimo e alla Croce. Forse fu lei stessa a pronunciare la fatidica frase "In hoc signo vinces".

Elena sapeva che il Cristianesimo era forte e poteva consolidare il potere di suo figlio.

Massenzio fu sconfitto dai costantiniani al Ponte Milvio, presso le mura della Città Eterna, e morì annegato nel Tevere.

Costantino fu benedetto dal Vescovo di Roma, Silvestro, che lo riconobbe Imperatore d’Occidente. Le leggende dicono anche che Silvestro lo guarì da una grave malattia con le sue preghiere. E’ probabile che Elena abbia avuto un ruolo fondamentale nel mettere in giro queste voci, dati i suoi rapporti strettissimi con papa Silvestro.

E Costantino, per rendere grazie a Dio delle vittorie conseguite, giunto a Milano, nuova capitale dell’Impero d’Occidente, nel 313, concesse, come è noto, libertà di culto a tutte le religioni, ma di fatto ostacolò tutti coloro che non aderirono al Cristianesimo, reso poi da Teodosio religione di stato.

Così fu aperta di fatto la via che portò nel giro di pochi decenni all’instaurazione del cristianesimo noi lo conosciamo secondo il Credo del Concilio di Nicea, presieduto dallo stesso Costantino nel 325.

Diocleziano era morto nello stesso 313, l’anno fatale, dopo aver assistito al fallimento di tutte le sue scelte politiche e alla morte del suo stesso erede Galerio, nominando poi come nuovo Cesare dell’Impero d’Oriente un certo Massimino Daia.

Negli ozi di Spalato, Diocleziano vedeva sfaldarsi tutta l'opera della sua vita e dei suoi quarant’anni di regno, in particolare la Tetrarchia e la lotta al cristianesimo, vanificati da Costantino e da sua madre.

Massimino Daia fu sconfitto dall’usurpatore Licinio, che lo costrinse al suicidio.

Elena esortò Costantino a partire alla volta dell’Oriente, per approfittare del momento caotico dell’insediamento di Licinio.

Pregò molto Elena, consapevole di essere la donna che avrebbe trasformato l’Impero in un’unica grande Ecclesia.

Costantino, forte delle preghiere materne e dell’abilità dei suoi veterani, si recò in Oriente e, dopo una guerra durata dal 317 al 324, sconfisse e uccise anche Licinio, e si trovò ad essere l’unico sovrano dell’Impero.

Fu allora, nel meraviglioso e ricco Oriente, che Costantino concepì il disegno di trasferire la capitale suprema a Bisanzio, trasformandola in Costantinopoli, un eterno monumento a se stesso e un baluardo dell’ortodossia cristiana.

Lasciò la reggenza di Roma e dell’Occidente a sua madre, cui diede l'appellativo di Augusta, riservato alle genitrici dei principi.

Elena Giulia Flavia Augusta, Imperatrice Madre Dei gratia, aveva però un ultimo sogno ancora da realizzare: diventare Santa.

Per questo fece enormi elargizioni al solito vescovo di Roma Silvestro (uno dei papi più longevi e fortunati della storia), prelevandole naturalmente dall'erario di Roma, e riempì la corte di preti, aprendo una stagione che avrebbe avuto nel Medioevo la massima fioritura.

Ma non bastava. Per aumentare la sua aura di gloria e purezza, Elena Augusta compì un pellegrinaggio in Terrasanta dove “per miracolo” trovò un chiodo della Vera Croce su cui fu martirizzato il Salvatore.

Vuole la leggenda che Elena, supportata da Eusebio di Cesarea e mal sopportata da Atanasio di Alessandria, recatasi subito dal vescovo di Roma, Silvestro, affinché facesse riconoscere e benedire ufficialmente la sacra reliquia.

Nel 329, Flavia Giulia Elena Augusta Imperatrice spirò nella sua reggia di Treviri e subito si aprì il processo di canonizzazione della donna che aveva convertito un Impero, segnando la storia dell’umanità.

Fu fatta Santa. I suoi resti mortali sono conservati in un’urna nella Chiesa di Santa Maria in Aracoeli, a Roma. Ma la sua storia non finisce qui.

Il pio Teodosio formalizzò il cristianesimo come unica religione ammessa al culto, e suo figlio, il devoto Onorio, imperatore d’Occidente trasferì il famoso chiodo della Vera Croce a Milano, e lì la lasciò, quando fuggì, inseguito dai Visigoti, per rintanarsi a Ravenna, l'ultima capitale. 

Sua sorella Galla Placidia, ipocrita bigotta e ambiziosa, cercò di emulare Elena assumendo la reggenza per suo figlio, l’inetto Valentiniano III, a cui pare che Dio non avesse perdonato l’ordine di far uccidere il generale Ezio, vincitore di Attila, con le sue mani. La leggenda dice che un cortigiano avesse urlato all’imperatore: “Valentiniano, ti sei tagliato la mano destra con la sinistra”.

L’impero cadde in mano agli Eruli, agli Ostrogoti, ai Bizantini e infine ai Longobardi, che ricavarono dal chiodo della Vera Croce un diadema, che poi fu adornato di pietre preziose.

Era la cosiddetta Corona Ferrea, con cui tutti coloro che dai Longobardi fino a Napoleone, vennero consacrati Re d’Italia.

Triste fu la sorte di molti dei re Longobardi, ariani, che cinsero veramente la Corona Ferrea, mentre felice fu il regno di Teodolinda, un’altra piissima emula della Santa Imperatrice Elena.

Gli imperatori del Sacro Romano Impero furono devoti al Papato solo fino ad Enrico III, dopodichè sappiamo che l’Imperatore Enrico IV ed i suoi successori divennero per la Chiesa il Nemico, l’Anticristo, il 666, la Bestia dell’Apocalisse.

Le dinastie si succedettero nella disgrazia: Salii, Hohenstaufen, Asburgo.

Carlo V d’Asburgo, che pure fu un fervido cattolico, pagò la terribile macchia del Sacco di Roma del 1527, da parte dei suoi Lanzichenecchi, con il fallimento del suo disegno di Impero universale.

Ultimo a cingere la Corona Ferrea e a cadere nella maledizione fu Napoleone Bonaparte.

Conquistata l'Italia, l'Empereur, che non era per nulla pio e gradito ai Papi, prese nelle sue mani la Corona Ferrea, a Milano, e pronunciò la memorabile frase: "Dio me l'ha data, e guai a chi la tocca!"

Ma Dio forse non era molto d'accordo ed escogitò la più coerente delle punizioni. Dove morì infatti Napoleone?

Nell'isolotto di Sant'Elena, esule e sconfitto.

Sì, proprio lei, Sant'Elena Flavia Costanza Giulia Augusta Imperatrice, la cui potenza postuma fece così scalpore che da allora nessuno osò più toccare la Corona Ferrea, la quale attualmente riposa in pace, dimenticata da tutti, nel Duomo di Monza.

Riccardo Querciagrossa

L'imperatrice Sant'Elena

L'imperatrice Sant'Elena

Nota dell'Autore: Sant'Elena Imperatrice è una figura che mi ha sempre appassionato molto, e quindi ho compiuto diverse ricerche su di lei, ma tutte impostate in maniera "alternativa" all'agiografia ufficiale della Santa.
Io ho voluto, una volta tanto, attingere da fonti meno accreditate, che ora sarebbe lungo elencarvi, ma che certamente erano molto fantasiose.
In verità riguardo ad Elena ci sono molte leggende e poche certezze: io ho raccolto una parte di queste leggende "apocrife" ed ho tentato di abbozzare una sorta di "Codice Sant'Elena", anche come base di un eventuale romanzo, impresa che però ho abbandonato perché troppo ardua.
La maggior parte delle fonti ufficiali su Elena provengono da Eusebio di Cesarea, che era il vescovo amico personale di Costantino, ed Eusebio non avrebbe scritto una mezza riga su Elena senza l'approvazione di Costantino.
La storia della Corona Ferrea è interessantissima, anche perché, pur sapendo tutti che, secondo la datazione al carbonio-14, la manifattura risulta essere di epoca longobarda, quasi tutti sono affascinati dall'idea della forgiatura sacra e del fatto che Elena avrebbe dichiarato che solo chi credeva in Dio poteva cingere quella corona senza temere sciagure.
Mi scuso comunque personalmente con la buonanima di Sant'Elena per aver rivelato il mestiere che faceva a Drepanum, molto prima di diventare santa!!

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Se avete commenti in proposito, scrivetemi a questo indirizzo.


Mo' vi racconto anch'io una storia. Tutti voi avete certamente sentito parlare del "fuoco di Sant'Antonio". Perchè tale malanno ha proprio questo nome? Tutto deriva da un'antica leggenda...

Un giorno, a causa dei peccati degli uomini, il Signore Dio tolse loro il fuoco. Gli uomini morivano di freddo, ed allora decisero di chiedere aiuto a Sant'Antonio, che stava nel deserto della Tebaide in eremitaggio, a pregarlo affinché facesse qualcosa per loro. Sant'Antonio, nonostante avesse già quasi cento anni, ebbe compassione di loro e, siccome il fuoco era all'Inferno, decise di andare a prenderlo. Naturalmente non era un'impresa facile, perché i diavoli non gli avrebbero permesso di portare fuori il fuoco impunemente: speravano infatti di corrompere gli uomini, costringendoli a cedere loro le loro anime in cambio del fuoco.

Ciò nondimeno, con il suo inseparabile porchetto e con il suo bastone di legno di ferula, Sant'Antonio si presentò alla porta dell'Inferno e bussò.

"Apritemi! Ho freddo e mi voglio riscaldare."

I diavoli alla porta videro subito che quello non era un peccatore ma un santo, e ribatterono:

"No, no! Ti abbiamo riconosciuto, sei Sant'Antonio! Non ti apriamo, tu potresti benissimo essere venuto per rubarci il fuoco e portarlo agli uomini!"

"Come dite? Sono un po' sordo, non vi sento", replicò il Santo egiziano, facendo il finto tonto. I demoni aprirono un po' di più la porta per gridare a quello scocciatore di andar via, ma subito nella fessura della porta si intrufolò il porchetto.

Cari miei, appena dentro l'animale si mise a scorrazzare con una tale furia da mettere lo scompiglio ovunque, rovesciando cataste e passando tra le gambe dei demoni senza che nessuno riuscisse ad agguantarlo.

Ad un certo punto, i diavoli non ne poterono più. Finirono perciò per rivolgersi al santo, che era rimasto fuori dalla porta.

"Quel tuo porco maledetto ci mette tutto in disordine! Vienitelo a riprendere, ma bada di non toccare nulla e di non prendere nulla!"

Sant'Antonio entrò nell'inferno, toccò il porchetto col suo bastone e quello se ne stette subito quieto.

"Visto che ci sono", disse Sant'Antonio, "mi siedo un momento per scaldarmi."

E si sedette su un sacco di carbone, proprio sul passaggio dei diavoli.

Infatti, ogni tanto, davanti a lui passava un diavolo di corsa. E Sant'Antonio, col suo bastone di ferula, giù una legnata sulla schiena!

Ad un certo punto i diavoli, arrabbiati, esclamarono:

"Questi scherzi non ci piacciono. Adesso ti bruciamo il bastone!" Infatti lo presero e ne ficcarono la punta tra le fiamme.

Il porco, in quel momento, ricominciò a buttare all'aria tutto: cataste di legna, uncini, torce e tridenti. E i diavoli avevano un bel da fare a mettere a posto. Non ci riuscivano e non riuscivano neppure ad acchiappare quel... dia-volo di porchetto.

"Se volete che lo faccia star buono", propose Sant'Antonio, "dovete ridarmi il mio bastone."

Gielo ridiedero ed il porchetto stette subito buono. Dopo un po' il santo col suo bastone se ne uscì, ed i diavoli tirarono un sospiro di sollievo.

Ma il bastone era di ferula, ed il legno di ferula ha il midollo spugnoso. Se una scintilla entra nel midollo, questo continua a bruciare di nascosto, senza che di fuori si veda. Così i diavoli non si accorsero che Sant'Antonio aveva rubato loro il fuoco nel bastone.

Appena fu fuori, Sant'Antonio salì su una montagna altissima, alzò il bastone con la punta infuocata e la girò all'intorno, facendo volare le scintille, e cantò:

"Fuoco, fuoco, per ogni loco;
per tutto il mondo, fuoco giocondo!"

Da quel momento, con grande contentezza degli uomini, ci fu il fuoco sulla Terra. Al Signore Dio piacque la furbizia di Sant'Antonio, e così chiuse un occhio. E Sant'Antonio tornò nel suo deserto a pregare.

Lord Wilmore


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