Fascismo postbellico


Maggioriano apre le danze con questa proposta:

Vi immaginate se l'Italia avesse capitolato il 12 Settembre e non l'8, come sarebbe cambiata la storia? Intanto l'esercito ne sarebbe stato informato e avremmo potuto cacciare i Tedeschi dal nostro paese. In definitiva la guerra sarebbe durata meno a lungo e l'Italia avrebbe potuto presentarsi al tavolo della pace tra i vincitori. Magari avrebbe conservato l'Istria ed avrebbe annesso il resto del Tirolo, oltre a conservare la Libia . Avremmo avuto un'Italia più ricca, o meno povera, che avrebbe potuto diventare una grande potenza politica, oltre che economica.

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Subito gli tiene dietro l'amico Ipotetico Sole, che risponde con questa cronologia:

Cronologia del 12 settembre: ore 13 del 12 settembre 1943: L'Eiar trasmette il seguente comunicato: "S.E. il Maresciallo Badoglio ha firmato un accordo di armistizio a Nettunia con il generale Eisenhower, nel castello Sangallo. Da questo momento Il Regno d'Italia dichiara guerra alla Germania e al Giappone".

ore 15.00 del 12 settembre 1943: Truppe aviotrasportate americane si paracadutano su Anzio, Nettuno e Roma. Alle ore 18.00 il generale Eisenhower si reca in udienza privata da Pio XII.

13 settembre 1943: Vittorio Emanuele III abdica in favore di Umberto II, nuovo Re d'Italia, che invita Badoglio a costituire un corpo di volontari che vada a combattere per la liberazione del Pacifico assieme alle truppe Usa. Il corpo partirà il 1° gennaio 1944.

15 settembre 1943: i carabinieri di Milano liberano la città dalle truppe Naziste, mentre a Torino i gruppi dei partigiani comunisti e democristiani occupano la sede del municipio, dopo che le truppe tedesche hanno abbandonato spontaneamente la città della Mole.

1° ottobre 1943: Passando per la Svizzera, che concede il transito alle truppe anglo-americane e italiane, inizia l'invasione della Baviera.

24 ottobre 1943: L'Armata Rossa entra a Berlino, mentre dal Marocco inizia l'invasione della Spagna franchista, che sebbene neutrale, viene considerata pericolosa da americani e inglesi. 2 novembre 1943: Franco si arrende. A Madrid viene instaurata una repubblica moderata. Si prepara l'attacco alle ultime truppe tedesche a Parigi, dove Hitler si è rifugiato dal 23 ottobre 1943.

30 novembre 1943: Parigi Libera! Hitler viene arrestato dalle truppe alleate. Fine della seconda guerra mondiale in Europa.

1° gennaio 1944: Le prime truppe italiane arrivano nel Pacifico, ma il Giappone, non vuole capitolare. L'Urss dichiara guerra al Giappone.

6 febbraio 1944: Prima che gli Usa possano portarla a termine, l'Urss di Stalin fa esplodere la prima bomba atomica sulle isole Sakhalin.

23 febbraio 1944. Ultimatum al governo giapponese.

25 febbraio 1944. I Giapponesi a sorpresa, col progetto nazista della Bomba A, mentre la Russia e l'America litigano su cosa fare con la nuova arma, bombardano con un attacco kamikaze con un atomica Manila, nelle Filippine.

26 febbraio 1944: 2 bombe atomiche vengono sganciate su Tokio e Kyoto. Fine dell'Impero giapponese. Resa di quello che rimane del Giappone, Simbolicamente una bomba porta la falce e il martello dell'Urss e una è americana.

1° gennaio 1945: al tavolo dei vincitori a Parigi, L'Italia mantiene l'Istria ma perde le colonie.

1° giugno 1945: Il referendum isituzionale vede vincere la Monarchia col 56%. Primo ministro è il comunista Palmiro Togliatti, che però in ossequio del risultato elettorale invita la Dc a collaborare. per l'instaurazione di un governo di stampo laburista all'inglese.

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A sua volta William Riker avanza una proposta alternativa, basandosi sulla puntata di "Correva l'anno", con Paolo Mieli, del 16 maggio 2007:

Una delle questioni aperte tra gli storici è perchè mai Benito Mussolini scese in guerra accanto ad Hitler, se poi andò incontro ad una serie impressionante di rovesci militari. Se avesse atteso il 1942, come aveva preannunciato ad Hitler all'indomani dell'attacco alla Polonia, probabilmente si sarebbe reso conto che Hitler non sarebbe riuscito a vincere, e non sarebbe sceso in campo al suo fianco. Lo storico Paolo Mieli ha risposto (durante la suddetta puntata di "Correva l'anno") che Benito si decise a quel passo perchè non poteva fare altrimenti: tutta la sua propaganda era rivolta unicamente alla vittoria dell'Italia Fascista in un grande conflitto europeo, per acquisire lo stato di grande e non più di media potenza, e nel giugno 1940 effettivamente la Germania sembrava aver già vinto la guerra, con la sola Inghilterra che resisteva disperatamente, dopo aver incassato secche sconfitte in Norvegia e a Dunkerque. Dunque il Duce non poté far altro che prendere quell'ultimo treno per partecipare alla spartizione dell'Europa, anche se in effetti, dopo la "pugnalata alle spalle" alla Francia, occupò solo Mentone e preferì andare a cercare miglior fortuna in Grecia (sappiamo con che risultati). D'altro canto, aggiunge Mieli, almeno un effetto positivo questa discesa in guerra l'ha avuto: costringere le dittature nazifasciste a fare la guerra per davvero, dopo averla predicata istericamente per anni, a perderla, e a levarsi di mezzo, presumibilmente per sempre.

Ma supponiamo che il Duce abbia resistito alla tentazione (magari ascoltando i parei di Galeazzo Ciano, o del Re, o di Pio XII, tutti fermamente contrari all'avventura bellica) almeno fino al 1942, dopo di che comincia a sfilarsi dall'alleanza militare con il dittatore tedesco, adducendo qualche scusa; intanto prosegue la costruzione del "Vallo Littorio" lungo il confine del Brennero, cominciato già dal 1939 (in realtà Mussolini fin dal principio si fidava poco di Hitler, e faceva bene), definendolo "la nostra Linea Maginot". L'8 settembre 1943, improvvisamente, Mussolini si schiera con gli Alleati. Hitler tenta l'invasione dell'Italia ma il Vallo Littorio resiste, grazie anche all'aiuto degli angloamericani, subito accorsi in sostegno dell'Italia. Questa politica dà i suoi frutti: la Germania cade prima perchè è assaltata anche da sud, e l'Italia ottiene una zona di occupazione della Germania, poi ceduta alla Germania Ovest. Il risultato è che il regime fascista sopravvive alla guerra come quello franchista, ed anzi si presenta più saldo che mai. Ma allora che fine farà? Alla morte di Mussolini, le alternative sono due. O, come accade in Spagna alla morte di Francisco Franco, re Umberto II riprende in mano le sue prerogative, smantella lentamente lo stato fascista ed indice libere elezioni, vinte presumibilmente da socialisti e comunisti. Oppure a Mussolini succede un subalterno: il figlio Vittorio, o Galeazzo Ciano, o Grandi, o Pavolini, magari dopo una resa dei conti tra gerarchi con relativo bagno di sangue. Allora il regime sopravvive, ma allora verrà abbattuto da una sollevazione di piazza simile alla Rivoluzione dei Garofani in Portogallo.

Secondo voi, quale di queste opzioni si sarebbe verificata?

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A questo punto l'amico *Bhrghowidhon risponde da vero esperto qual è:

Secondo Riker e Mieli, "almeno un effetto positivo questa discesa in guerra l'ha avuto: costringere le dittature nazifasciste a fare la guerra per davvero, dopo averla predicata istericamente per anni, a perderla, e a levarsi di mezzo, presumibilmente per sempre". So che la domanda posta è un'altra (v. sotto), ma non vorrei lasciare sotto silenzio un accenno alle possibili alternative a tale - molto paradossale - "effetto positivo". Molto schematicamente, le possibilità implicite nell'(anti)ipotesi (ossia nella mancanza di Seconda Guerra Mondiale) sono quattro:

1) sopravvivenza fino a oggi (e oltre) di tutti i regimi variamente autoritarî dell'epoca (quindi anche Polonia, in un certo senso Slovacchia, sicuramente Ungheria, Romania, Jugoslavia, Grecia, Turchia e, a maggior ragione, Spagna e Portogallo);

2) loro sopravvivenza solo fino a un certo punto del secondo Novecento, poi sostituiti da regimi:

(a) capitalistico-parlamentari
(b) socialisti
(c) dell'uno o dell'altro tipo a seconda del luogo;

3) sopravvivenza fino a oggi (e oltre) delle sole Germania nazionalsocialista e Italia fascista;

4) loro sopravvivenza limitata, seguììta dall'avvento di regimi:

(a) capitalistico-parlamentari
(b) socialisti
(c1) capitalista in Germania e socialista in Italia
(c2) viceversa

(i punti 2a, 4a, 4c2 e in parte 2c corrispondono, per quanto riguarda l'Italia, allo scenario di Riker)

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Non credo che alcuno di noi abbia il tempo di svolgere un tema del genere; purtroppo non sono in grado neppure di sviluppare un quadro delle possibilità di Unione Europea in ciascuno dei casi elencati, se non un cenno brevissimo: in generale, l'avvento di regimi socialisti, in quanto non determinati dall'occupazione militare sovietica, non può essere liquidato con l'idea che nel 1989 (o in qualunque altra circostanza analoga) sarebbero comunque stati sostituiti dall'inizio di un processo di integrazione euroatlantica sotto l'egida degli Stati Uniti; il parallelo va cercato piuttosto (a) nelle vicende della Jugoslavia e dell'Albania, quindi in uno schema abbastanza in continuità con quanto avvenuto in occasione delle Guerre Balcaniche all'inizio del XX. secolo, oppure (b) nella situazione finlandese, quindi con una socialdemocrazia di tipo scandinavo e una società di più lenta "globalizzazione" rispetto al resto d'Europa (queste considerazioni valgono per i punti 2 e 4); lo sviluppo economico della Spagna postfranchista, del Portogallo postsalazarista e di altri Stati più o meno 'piccoli' dell'Unione Europea va ricondotto fondamentalmente ai finanziamenti da parte di quest'ultima, a loro volta determinati in misura decisiva della crescita dell'economia tedesca in una situazione di disimpegno militare e di collaborazione multilaterale con gli Stati vicini, in particolare con la Francia: senza tutto ciò (o con un suo forte ritardo), anche l'Unione Europea avrebbe assunto forme del tutto diverse e, anzi, i precedenti storici (1916-1918) indurrebbero a pensare che una forma di unione economica continentale sarebbe stata promossa dalla Germania (nazionalsocialista,nella presente ipotesi) anziché dai Paesi Atlantici, quindi un'Unione Europea nata dal Patto d'Acciaio anziché dalla N.A.T.O. (questa possibilità vale soprattutto per il punto 1); il punto 3 è il più paradossale: in ultima analisi si avrebbe un'Unione Europea a ferro di cavallo, comprendente un arco occidentale (Portogallo, Spagna, Francia, BeNeLux, Regno Unito, Irlanda), uno settentrionale (Danimarca, Svezia, Finlandia, con eventuali altre combinazioni di Paesi Nordici) e uno orientale (Paesi Baltici - sempre nell'ipotesi che si verificassero i fatti del 1991 - e in ogni caso Danzica, Polonia, Cechia, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Cipro ed eventuali altri, inclusa la Turchia) fino a Malta. Al centro rimarrebbero la Germania dell'agosto 1939 e l'Italia fascista, di fatto 'neutrali' (rispetto ai Blocchi e, dopo il 1989-1991, alla N.A.T.O.) come la Svizzera, ma molto più militarizzate e in alleanza reciproca (ammesso che l'alleanza perdurasse; in alternativa si potrebbe immaginare un rapporto sempre più ostile, come tra Jugoslavia e Albania).

 Senza la Seconda Guerra Mondiale, l'Ebraismo dell'Europa Orientale sarebbe forse salvo (ma resta aperta la questione dell'utilizzo politico dell'antisemitismo nell'URSS di Stalin), tranne che, in questa ipotesi, nei due Paesi del Patto d'Acciaio (ciò vale anche per il punto 4 e, a meno di un'introduzione di leggi razziali - soprattutto in Ungheria e Romania - per gli altri punti, 1 e 2).

 Non ci sono punti di confronto adeguati per il punto 3; con molta generalizzazione, si può pensare alla Corea del Nord, ma anche la vicenda del Viêt Nam può offrire spunti di riflessione. Non si può escludere che si potesse avere sviluppo economico anche molto notevole pur in assenza totale di 'democrazia' occidentale e in presenza di una potente 'seconda classe media' costituita dai militari e/o dai quadri di Partito.

 In definitiva: diversamente dall'opinione di Paolo Mieli, mi sembra che se non ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale il risultato sarebbe stato sì probabilmente peggiore (punto 1 o 3) per la nostra personale libertà, ma innegabilmente migliore per il Mondo (milioni di morti in meno).

Ma torniamo all'ipotesi ucronica di Riker: "supponiamo che il Duce abbia resistito alla tentazione (magari ascoltando i parei di Galeazzo Ciano, o del Re, o di Pio XII, tutti fermamente contrari all'avventura bellica) almeno fino al 1942, dopo di che comincia a sfilarsi dall'alleanza militare con il dittatore tedesco, adducendo qualche scusa; intanto prosegue la costruzione del "Vallo Littorio" >lungo il confine del Brennero, cominciato già dal 1939." Per la riuscita dell'ipotesi ucronica, il "Vallo" dovrebbe estendersi lungo tutto il confine alpino (incluso quello con la Francia, la Svizzera e la Jugoslavia), v. sotto. La Wehrmacht può però passare dal confine occidentale oppure - come si pensava seriamente nel 1943-1945 (oltre che nel 1915-1918) - dalla Svizzera (Linea Cadorna).

Giungiamo così a: "Questa politica dà i suoi frutti: la Germania >cade prima perchè è assaltata anche da sud." Sta qui il punto critico. Teniamo presente che, senza le "deviazioni" in Jugoslavia, Grecia e Africa (e sia pure con un eventuale utilizzo di qualche contingente in più per occupare, in "sostituzione" degli Italiani, le regioni alpine della Francia di Vichy nel 1942), il Reich avrebbe anzitutto plausibilmente preso Mosca (non so se anche Leningrado) nel 1941 e con buona verisimiglianza iniziato già allora l'offensiva originariamente principale, quella a Sud verso la Ciscaucasia e il basso bacino della Volga, cosicché sarebbe giunta al punto di esaurimento delle materie prime e delle risorse logistiche (ciò che ha di fatto determinato la fine dell'offensiva non solo in Russia, ma in definitiva in tutto il teatro europeo) in una posizione considerevolmente più forte rispetto a quanto avvenuto nella realtà. Chiaramente la questione cruciale è se la Wehrmacht riuscisse a impadronirsi, in tal caso, del petrolio del Caucaso oppure no. Ammettiamo pure che no (dato che la resistenza sovietica in Transcaucasia, pur isolata dal resto dell'URSS, sarebbe stata pressoché certamente alimentata dagli Angloamericani attraverso un Îrân persuaso con le buone o con le cattive); resta comunque il fatto che la controffensiva sovietica avrebbe dovuto materialmente avanzare per estensioni maggiori di quelle storiche.

Se tutto il resto del quadro resta inalterato (quindi con la Normandia e Tolone) e ammesso un punto di partenza degli Alleati dal Brennero anziché dalla Sicilia, l'aggiunta di un arretramento delle posizioni sovietiche significa che, pur con gli inevitabili rallentamenti, il Fronte Occidentale (unico alternativo a quello Orientale, dato che non ci sarebbe stato quello Balcanico) sarebbe giunto non solo a Berlino, ma probabilmente a Varsavia e forse nei Paesi Baltici (dubbio, nel caso di resistenza vittoriosa di Leningrado) prima dell'Armata Rossa.

Quasi inevitabilmente (in quanto gli Angloamericani - ritenendosi oltretutto giustificati dalla situazione prebellica - avrebbero tolto non solo alla Germania, ma indirettamente anche all'URSS, territorî annessi dal 1939), ciò avrebbe causato la - dal Führer tanto auspicata - rottura tra Occidentali e Sovietici.

Ora, storicamente alle sacche rimaste in mano tedesca l'8 maggio del 1945 è stata intimata la resa senza condizioni, decisa ormai da anni; tuttavia, una vera rottura tra Angloamericani e URSS nelle condizioni qui descritte avrebbe più probabilmente indotto a far cadere l'accordo sulla priorità dell'obiettivo della resa incondizionata tedesca che a mantenerlo a tutti i costi.

Nell'ipotesi che le residue sacche della Wehrmacht al momento dell'incontro tra Fronte Occidentale e Fronte Orientale fossero sufficientemente consistenti - ipotizzerei, per esempio, una permanenza dell'occupazione tedesca in Bielorussia e Ucraina, al massimo fino alla Crimea e, a Nord, con l'aggiunta di qualche area baltica - va presa in seria considerazione l'eventualità che gli Angloamericani si accontentassero di un armistizio con questo residuo orientale di "Grande Germania", casomai inducendone la trasformazione in regimi nazionalistici e autoritarî 'locali' (pur con malcelabili origini nazionalsocialiste).

Dato che, ovviamente, l'Armata Rossa avrebbe continuato l'offensiva, dando priorità alla riconquista dei territorî acquisiti fin dal 1921 rispetto alle annessioni del 1939, è lecito chiedersi se gli Angloamericani avrebbero lasciato al proprio destino l'Ucraina e la Bielorussia ex-naziste oppure, in un clima appunto anticipato di scontro Est-Ovest (e in termini di Guerra non Fredda, bensì combattuta), le avrebbero rifornite fino al punto di renderne vittoriosa la 'resistenza'. È chiaro che solo gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di attuare una politica simile e sicuramente il Presidente Franklin Delano Roosevelt non l'avrebbe praticata, in quanto contraria al suo (per l'epoca veramente audace) disegno geopolitico, ma è del tutto concepibile che un suo successore avrebbe potuto accettare di giungere in Europa Orientale a uno scontro abbastanza simile a quella che storicamente è stata la Guerra di Corea. Certo la determinazione sovietica sarebbe stata molto maggiore in Ucraina e Bielorussia che in Corea, ma il fattore dello squilibrio determinato dal possesso dell'arma atomica sarebbe potuto essere decisivo per indurre Stalin a un compromesso tanto gravoso.

Riker propone poi: "l'Italia ottiene una zona di occupazione della Germania, poi ceduta alla Germania Ovest"- Molto interessante; dato che le zone di occupazione non erano a caso (né rispecchiavano l'avanzamento del Fronte Occidentale, che non era diviso tra Americani, Inglesi e Francesi), ma piuttosto riflettevano precedenti storici (Francia in Renania, Gran Bretagna in Bassa Sassonia), direi che anche l'ipotizzata zona di occupazione italiana - evidentemente da ricavare per sottrazione da quelle che nella realtà sono state della Francia, Gran Bretagna e America - dovrebbe rispondere agli stessi criterî (vicinanza al confine, interesse geopolitico).

In questo caso, poiché le assegnazioni meno comprensibili storicamente sono quelle in Austria (Tirolo nazionalsocialista, cioè Vorarlberg e Tirolo Settentrionale, alla Francia; Salisburghese e Alta Austria - a Sud del Danubio - agli USA; Tirolo Orientale, Carinzia e Stiria alla Gran Bretagna), mi sembra inevitabile concludere che all'Italia fascista sarebbe stata assegnata proprio tutta questa parte di Austria (in pratica l'intero Stato tranne la Bassa Austria con Vienna, il Burgenland e l'Alta Austria a Nord del Danubio). La cessione avverrebbe quindi all'Austria e non alla Germania Ovest, a meno che quest'ultima non arrivi a includere anche (questa parte di) Austria.

Tuttavia, per lo scenario delineato sopra ( Fronte Orientale molto più arretrato) e anche senza arrivare a ipotizzare una guerra con l'URSS, è possibile che le zone di occupazione della Germania non prevedessero una presenza sovietica. In tal caso, è verosimile che la zona britannica si estendesse al Mecklenburgo e alla Sassonia Prussiana (probabilmente anche più a Est), la zona francese includesse invece la Renania Settentrionale e Westfalia (quindi non britanniche) e quella americana tutto il resto (Alta Sassonia e tutti i rimanenti territorî già prussiani), eventualmente con zona di occupazione polacca (se non annessione) in Prussia Orientale e parti della Slesia e Pomerania. Resterebbe da stabilire l'assegnazione della zona austriaca che storicamente è stata di occupazione sovietica: americana (compensata dalla cessione di Stoccarda alla zona francese?) o italiana (che a questo punto includerebbe tutta l'Austria)?

Infine, la domanda cruciale: quale opzione si sarebbe verificata, in caso di sopravvivenza postbellica del Fascismo? In linea generale il parallelo spagnolo e quello portoghese non esauriscono le possibilità; la successione in un regime autoritario è stata più spesso caratterizzata da un periodo di "interregno" più o meno collegiale, a volte con regolamenti di conti ma senza arrivare per forza alla guerra civile, dopodichè (qui sta il brutto) è emersa una nuova figura, di solito (molto) più giovane, su cui si incentra un nuovo culto della Personalità.

L'anomalia dell'Italia fascista era tuttavia costituita dalla presenza della Monarchia, che, al contrario di quanto sembra dalla vulgata, giocava un ruolo decisivo. Quindi, tutto sommato, oserei pensare che l'eventualità relativamente più probabile fosse di un governo del Re attraverso un esecutivo di militari e contraddistinto da un lato da una perdurante repressione soprattutto anticomunista e, dall'altro, da una politica estera di stretta collaborazione con la Francia, specialmente nel caso di un'uscita di quest'ultima dalla N.A.T.O.

Data la perdurante ostilità interadriatica tra Jugoslavia e Italia (che conserva l'Albania, a quel che mi risulta, no?), i rapporti con la Grecia (dei Colonnelli?) sono difficili da determinare (il Dodecaneso è un elemento molto negativo); molto verosimile un saldo legame con la Bulgaria, più che mai nel caso di alleanza franco-sabauda, e forse, anche se sembra un po' in contraddizione, con la Turchia (dei Militari?). Forte appoggio all'indipendenza maltese dalla Gran Bretagna, ma inevitabile diffidenza di Malta nei confronti dell'imperialismo italiano.

Una delle incognite più grandi è costituita dalla politica araba: dapprima ambigua (filoaraba per ostilità verso le altre Potenze Coloniali, ma fermamente repressiva in Libia; antiisraeliana ma non troppo filoegiziana nella Crisi di Suez), poi filofrancese in Algeria per timore di estensione della rivolta alla Libia (che presumibilmente avverrà prima o poi), dopodiché neutralista e filoaraba (come Malta) dalla Crisi del Petrolio fino agli Anni Ottanta.

 Agli inizî del XXI. secolo l'Italia avrebbe quindi da tempo un sovrano nella persona di Vittorio Emanuele IV, divieto formale di costituzione di partiti comunisti o socialisti, una rivalità endemica tra Militari e Correnti del PNF, un altalenante sviluppo economico accompagnato da corruzione generalizzata a tutti i livelli, una stanca insistenza di facciata su temi di propaganda nazionalistica, un serpeggiante razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati e per il resto una sostanziale apatia dei Sudditi nei confronti della Politica, con l'eccezione di un estremismo utopico dilagante - quasi 'obbligatorio' - in vasti settori dell'Intelligencija.

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Dopo il meritato applauso a *Bhrghowidhon, ecco invece come risponde Sandro Degiani:

Secondo me l'Italia sarebbe passata, con storia travagliata o meno, alla Repubblica. Nessun regime fascista è mai riuscito a perpetrarsi dopo la scomparse del Leader: Franco in Spagna, Ataturk in Turchia, Pinochet in Cile e così via.. il sistema politico dittatoriale non riesce a creare una successione credibile e solida. Il dittatore stesso stronca ogni personalità rivale e si circonda di mediocri preparando il crollo politico alla sua morte.

Ci sarebbe stato un transitorio monarchico, ma anche i Savoia non avevano personalità carismatiche da imporre, solo in Spagna c'è stato un Re ben preparato che ha saputo succedere a un dittatore. Ma Juan Carlos è una eccezione. Forse Umberto I poteva fare qualcosa ma era lui stesso un Repubblicano... poco propenso alla perpetrazione della monarchia. Non parliamo degli attuali Savoia.... questo sono proprio reali da operetta.

Senza la Guerra ed inseriti in un contesto filoamericano molto forte saremmo decollati economicamente? Forse no, senza la spinta della ricostruzione non avremmo avuto il piano Marshall ed boom economico degli anni '60. Poca industrializzazione e molto turismo e servizi.

Saremmo diventati un tranquillo e relativamente ricco paese, una Svizzera del Sud...

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E Never75 ha replicato:

Probabilmente il fascismo, per sopravvivere alla contestazione ed al terrorismo, sarebbe degenerato in una dittatura alla sudamericana... Ed il suo collasso, probabilmente o sarebbe avvenuto ad inizio anni Ottanta o al massimo dopo il 1989.

E in analogia alla Russia, avremmo avuto anche in questa Timeline una forma di cesarismo populista, magari non berlusconiano.

Le possibili varianti alla rottura del '68 potrebbero essere:

1) Un fascismo morbido, leggermente più democratico, simile al franchismo di quegli stessi anni. In questo caso il passaggio dalla dittatura alla democrazia parlamentare potrà essere quasi impercettibile, ma ci sarebbe comunque anche se molto lentamente.

2) Una rivoluzione sostanzialmente non particolarmente cruenta alla portoghese od alla greca con ristabilimento della democrazia parlamentare, magari in forma federalista (per evitare le probabili tendenze secessioniste)

3) Meno probabile: una guerra civile. In questo caso alla guerra tra fascisti e democratici, si sommerebbero le tendenze secessionistiche di alcune regioni (Alto Adige, Sicilia, Sardegna, forse Lombardia e Veneto ma soprattutto pensiamo all'Istria-Dalmazia se l'avessimo ancora tutta che casino sarebbe nato!) e delle colonie.
Anche i "democratici" potrebbero spaccarsi al loro interno (filosovietici Vs filoamericani oppure democristiani Vs socialisti-comunisti) e produrre una guerra civile nella guerra civile (come accadde in HL in Grecia poco dopo la guerra o in Spagna nel maggio del '37).

Il rischio "Jugoslavia '89" in quest'ultima opzione sarebbe stato ben più che una mera ipotesi, ma una quasi-certezza!!

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Never75 allora ci scrive:

Un'altra ipotesi alternativa: la monarchia dei Savoia come si porrebbe in tutto questo? O meglio, Mussolini (o chi per lui) la terrebbe ancora in vita, formalmente e quasi del tutto simbolicamente, o se ne sbarazzerebbe al più presto, proclamandosi al contempo Capo anche di Stato oltre che di Governo?

Già prima del '39 mi pare che lo stesso Hitler avesse caldamente invitato il Duce a far fuori i monarchi italiani non fidandosi (giustamente) di loro e della loro secolare politica voltagabbana. Paradossalmente, se esautorati, i Savoia potrebbero diventare (in esilio, ovviamente) i paladini della Monarchia Parlamentare. E magari ridiventare re d'Italia a dittatura finita. Questo, ovviamente, se gli stessi Savoia fossero più credibili...


Ed ecco infine la grande proposta di Dans (In parentesi quadre gli eventi della nostra timeline):

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  1939: Italia neutrale e postfascista

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06.11.'37: l'Italia aderisce al patto anti-Comintern

11.03.'38: Anschluss dell'Austria alla Germania

16.04.'38: Accordi di Pasqua: riavvicinamento tra Italia e Gran Bretagna 5-9.05.'38: visita di Hitler in Italia

POD: Nel 1938 Mussolini, consigliato da Galeazzo Ciano, rifiuta di introdurre in Italia le leggi razziali solo per compiacere Hitler. Vittorio Emanuele III, che nutre una spontanea e sprezzante avversione per il cancelliere tedesco, lo sostiene. Hitler se ne risente.

29-30.09.'38: Conferenza di Monaco: i Sudeti passano alla Germania.

Gennaio '39: Mussolini accoglie Chamberlain a Roma, nel clima degli Accordi di Pasqua. Ciano è avvertito di non procedere a rivendicazioni antifrancesi nel discorso alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, qualche giorno prima dell'incontro. L'Italia si riavvicina a Francia e Gran Bretagna per riequilibrare il peso crescente della Germania nazista sul Brennero.

Mussolini limita l'impegno italiano a fianco della Germania ad un allineamento non basato su impegni scritti [aprile '39: occupazione dell'Albania; maggio '39: firma del Patto d'Acciaio]

16.03.'39: invasione della Cecoslovacchia.

1°.09.'39: invasione della Polonia

02.09.'39: Mussolini dichiara l'Italia "non belligerante". Chamberlain offre a Mussolini, in cambio della mancata discesa in guerra a fianco di Hitler "adeguate compensazioni territoriali"; in privato, si parla del ritorno all'Italia di Corsica, Nizza e il controllo della Tunisia. Tuttavia, per ora, nulla è messo per iscritto per non pregiudicare i rapporti degli inglesi con De Gaulle.

Mussolini accetta e congiuntamente a Franco dichiara la propria neutralità al conflitto. Nella decisione ha parte la decisa ostilità del delfino Galeazzo Ciano a Hitler.

Con l'appoggio britannico, viene composto un blocco di neutrali che impedisce alla Germania di giungere al Mediterraneo: il Patto di Ferro tra Italia, Jugoslavia, Romania, Bulgaria, contro il revisionismo ungherese e tedesco.

- aprile '40: attacco a Danimarca e Norvegia

- maggio '40: attacco alla Francia

14.06: occupazione di Parigi [10.06: dichiarazione di guerra dell'Italia: apertura del fronte africano e del fronte etiopico]

22.06: l'armistizio tra Germania e Francia prevede il passaggio dell'intera flotta francese ai tedeschi: gran parte della marina si auto-affonda nei porti francesi. Alcune navi sono sequestrate dalle SS prima che i marinai possano agire. Le navi presenti nei porti coloniali si ammutinano e si rifugiano nei porti inglesi. In Provenza, la marina francese si pone sotto la protezione dell'Italia, rifugiandosi nei porti di San Remo e di Imperia.

Lo stesso succede in Corsica dove, rifugiatasi la marina francese a Livorno, riprendono respiro i movimenti separatisti e indipendentisti (Flnc). In assenza di un'effettiva sovranità statale, sono i separatisti a governare diverse zone del paese. Hitler accusa Mussolini di dare effettivo appoggio agli inglesi e ai loro alleati francesi rivoltosi, e di non riconoscere la legittima autorità del governo del maresciallo Pétain a Parigi.

1941: De Gaulle occupa, con l'aiuto degli inglesi, i mandati amministrati dal governo di Vichy (Nord Africa, Medio Oriente)

1942: disordini in Corsica. Mussolini decide di intervenire, "a salvaguardia degli interessi delle genti corse, da sempre parte della cultura e della stirpe italica." La marina italiana occupa i porti di Ajaccio, Aleria, Bastia, mentre l'esercito riporta l'ordine nell'isola. Churchill appoggia in silenzio l'operazione, De Gaulle protesta vivacemente. L'azione dimostra a Hitler la distanza tra De Gaulle e Mussolini.

- agosto '40: operazione Leone Marino: intimidire la Gran Bretagna per attaccare l'Urss

- ottobre '40: occupazione della Romania [attacco italiano alla Grecia] [febbraio '41: operazione Marita: Jugoslavia e Grecia]

- giugno '41: operazione Barbarossa per l'invasione dell'Urss

- settembre: conquistata Kiev;

- dicembre: Rommel entra trionfalmente a Mosca

- entrata in guerra del Giappone contro l'URSS: occupazione di Vladivostok, verso la Siberia ma il governo di Hiranuma (interni, pro-guerra) e Toyoda (esteri, neutralista) si rifiuta di penetrare in profondità in Siberia.

Stalin deve trasferire il governo a Ekaterinburg, mentre Stalingrado resiste all'avanzata nazista fino al gennaio '43. Poi l'Armata Rossa deve ritirarsi oltre gli Urali.

Durante la guerra l'Italia diviene rifugio per i molti ebrei che fuggono dalle persecuzioni naziste nei Balcani e nella Francia occupata.

Con i trattati di pace del dopoguerra vengono assegnate all'Italia la sovranità sulla Corsica e il mandato fiduciario sulla Tunisia, oltre che il mantenimento delle colonie: Dodecaneso, Libia, Etiopia, Eritrea e Somalia.

Ne deriva la mortale avversione di De Gaulle contro Mussolini e Churchill.

Mussolini deve comunque rinunciare ai propositi di acquisizione di Nizza.

Il regime fascista continua la sua vita ammorbidendo le sue posizioni più radicali e abbandonando le grandi adunate di popolo, dato che il consenso al regime si è comunque affievolito, nonostante l'adesione dell'Italia al Piano Marshall.

Il regime intende mantenere le colonie e questo provoca rivolte croniche in Etiopia, oltre che l'azione terrorista dei separatisti del FNLC in Corsica.

Si rinsalda tuttavia l'alleanza mediterranea con Franco, Salazar e successivamente con i colonnelli greci. Nel '52 viene firmato il Patto Mediterraneo [1957 Trattato di Roma sulla CEE]

Gli anni '60 portano con sé la fine biologica di Mussolini ('61), cui succede Ciano, e la nuova coscienza della seconda generazione di fascisti.

Tra il '60 e il '65 il regime, non potendo sostenere la guerriglia indipendentista nelle colonie, concede loro l'indipendenza. Si forma un Consiglio Italico Intermarino, paragonabile al Commonwealth, per lo scambio economico privilegiato tra madrepatria ed ex-colonie.

Le rivolte libertarie del '68 in America e Francia si trasformano in Italia in un moto di popolo che spinge per libere elezioni e il ritorno ad un sistema multipartitico. Nel '73 Ciano indice libere elezioni. In parlamento il PNF mantiene la maggioranza, ma vi entrano anche popolari e socialisti.

Secondo i risultati delle elezioni Galeazzo Ciano è eletto Primo Ministro di Sua Maestà Umberto II (Vittorio Emanuele III è morto nel '47), ma il suo governo comprende anche elementi liberali e popolari, mentre i socialisti organizzano l'opposizione. Il Pci, tuttavia, rimane fuorilegge anche per il deciso rifiuto degli USA, sostenitori esterni del regime e della transizione democratica. I comunisti si organizzano in gruppi paramilitari e bande armate che tentano di minare la transizione con metodi terroristici (Brigate Rosse, colonna Livorno '21); la repressione però è durissima: schieramento dell'esercito e pena di morte; il primo ad essere fucilato è Renato Curcio.

Nel '77 muore anche il 74enne Ciano, onorato con funerali di Stato e sepolto assieme a Mussolini all'Ara Pacis, già mausoleo di Augusto. L'anno dopo la prima alternanza conferma la riuscita della transizione democratica. Il Pnf di Almirante cede il posto di Primo Ministro a Saragat, del Partito Repubblicano, sostenuto da socialisti e popolari. Saragat spinge per una profonda revisione dell'ormai logoro Statuto Albertino, in senso liberale, regionalista, europeista e democratico, attraverso un'Assemblea Costituzionale. Viene adottata una legge elettorale proporzionale a collegi piccoli, con esiti maggioritari, sul modello spagnolo.

Nell'83 la tornata elettorale conferma al governo i socialisti di Amato, mentre la morte di Umberto II porta al trono Vittorio Emanuele IV, il cui carisma sarà sempre in discussione, e mai come quello del padre, vero artefice del ritorno dell'Italia alla democrazia. Nell'86 l'Italia entra nella CEE (fondata nel '57 con i Patti di Parigi), assieme a Spagna e Portogallo.

Con la nuova Costituzione Regionalista del 1988, tutti i partiti politici sono legittimati, e in Parlamento entra anche una piccola forza comunista, alleata al Psi, oltre ai nuovi movimenti dei Verdi; intanto la maggioranza politica cambia: al governo tornano i popolari di Fanfani, con una maggioranza di destra in cui il Pnf (18%) rimane subalterno al Ppi (35%).

Nel '92 l'Italia è tra le nazioni fondatrici dell'Unione Europea.

Nel '93 alle elezioni l'alleanza Pnf-Ppi viene sconfitta e diventa capo del governo Achille Occhetto, socialista, con un'alleanza di sinistra che comprende verdi e comunisti. Al Nord si sviluppa il movimento indipendentista della Lega Nord Padania, che viene però rifiutato come alleato sia da Occhetto che da Fanfani, fino a sgonfiarsi tra il '96 e il '99.

Nel '95, a Fiuggi, Gianfranco Fini, subentrato ad Almirante, trasforma il Pnf in Destra Nazionale, abbandonando almeno ufficialmente l'eredità fascista e portandosi in un'area di destra liberale europea. Nel '98 Fini vince le elezioni, in alleanza con i popolari; Fini appoggia l'azione di Clinton in Kosovo e l'invasione dell'Afghanistan da parte di Bush.

Nel 2003 le elezioni consegnano il governo di nuovo alle sinistre; premier è Massimo D'Alema (Psi), che ritira l'appoggio di Fini a Bush e rifiuta di inviare truppe italiane al seguito di quelle americane e inglesi in Iraq, allineandosi con Francia, Germania e Spagna.

 

== I governi dell'Italia libera ==

1973: Pnf-Ppi-Psi gov. Almirante (Pnf)
1978: Ppi-Psi(-Pli-Pri) gov. Saragat (Pri)
1983: Psi-Ppi gov. Amato (Psi)
1988: Ppi-Pnf gov. Fanfani (Ppi)
1993: Psi-Pci-Verdi gov. Occhetto (Psi)
1998: Dn-Ppi gov. Fini (Dn)
2003: Psi-Pci-Verdi gov. D'Alema (Psi)

 

** I Savoia **

Vittorio Emanuele III (1869 - 1947)
Umberto II (1904 - 1983)
Vittorio Emanuele IV (1937)
Emanuele Filiberto I (1972)

 

** Il PNF **

- Benito Mussolini (Predappio (Fc) 1883 - Roma 1961 [Giulino di Mezzegra (Co) 1945])
- Galeazzo Ciano (Livorno 1903 - Roma 1977 [Verona 1944])
- Pietro Badoglio (Grazzano Monferrato (At) 1871 - 1956)
- Italo Balbo (Ferrara 1896 - Roma 1963 [Tobruk 1940])
- Giorgio Almirante (Salsomaggiore 1914 - Roma 1988)
- Gianfranco Fini (Bologna 1952)

 

** I Popolari **

- Giulio Andreotti (Roma 1919)
- Ciriaco De Mita (Nusco (Av) 1928)
- Amintore Fanfani (Arezzo 1908 - Roma 1999)
- Marco Follini (Roma 1954)
- Pierferdinando Casini (Bologna 1955)

 

** I Socialisti **

- Filippo Turati (Canzo (Co) 1888 - Roma 1955)
- Pietro Nenni (Faenza (Fc) 1891 - Roma 1980)
- Saragat (Torino 1898 - Roma 1988)
- Giuliano Amato (Torino 1938)
- Massimo D'Alema (Roma 1949)
- Piero Fassino (Torino 1949)

 

** I comunisti antisistema **

- Antonio Gramsci (Cagliari 1891 - Roma 1954 [1937])

 

Fonti & spunti: "Nuova Storia Contemporanea", ottobre 2004

 

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