di Toxon
Poniamo che la Germania, alla fine dell’Ottocento, si allei con la Russia invece che con l’Austria. Tutto sommato, Prussia e Russia (e Germania e Russia), quando sono state in pace, hanno spesso collaborato con profitto. Ovviamente questa mossa danneggia le relazioni con l’Inghilterra, che si affretta ad allearsi alla Francia e all’Austria. L’Italia invece è ben contenta di entrare in una triplice alleanza rivolta verso il suo vecchio nemico.

Nel 1905 scoppia la guerra russo-giapponese. La Germania non è tenuta a intervenire al fianco della Russia, che viene sconfitta clamorosamente. Lo Zar tiene presente che non può vincere da solo e si lega in modo ancora più stretto al suo alleato. Le crisi balcaniche e marocchine danneggiano l’ordine europeo già precario. Infine, il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco legato all’organizzazione della Mano Nera uccide l’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando. L’Austria-Ungheria invia un ultimatum alla Serbia, e, dopo un mese, le dichiara guerra. La Russia scende in campo al fianco dei “fratelli slavi”, e la Francia contro la Russia; è una mossa sostanzialmente inutile, il cui unico scopo è provocare una risposta tedesca. Infatti questa non si fa attendere. Nel giro di pochi giorni l’Europa intera è in guerra.
L’esercito tedesco, che si è preparato per anni a una tale eventualità, lancia un attacco massiccio lungo il confine bavarese, cogliendo abbastanza di sorpresa gli Austriaci. Questi ultimi, dopo il primo momento di smarrimento, sbarrano però al nemico la strada per Vienna. Nelle due settimane che seguono il mondo assiste al primo esempio di guerra totale: intere città vengono bombardate, le mitragliatrici fanno strage nelle fila nemiche, perfino il Danubio si trasforma in un campo di battaglia, con duelli furibondi tra le “corazzate fluviali” delle due potenze. Ma i Tedeschi hanno dalla loro un vantaggio troppo marcato: tutti i loro uomini sono concentrati in questo fronte ristretto, mentre l’Alsazia-Lorena viene pian piano ceduta al nemico, senza quasi colpo ferire. Il 15 agosto, dopo un giorno intero di guerriglia urbana, la bandiera tedesca sventola dalle guglie della cattedrale di Santo Stefano. Dall’Hofburg abbandonato dagli Asburgo (che si sono rifugiati a Budapest) Von Falkenhayn proclama la fine dell’Impero Austriaco, che si sfascia come un castello di carte. La guerra ha cambiato radicalmente direzione.
L’Italia, non essendo legata alla Serbia, ma soltanto alla Russia, sulle prime non si era sentita in dovere di entrare in guerra. Accanto agli umori neutralisti della maggioranza della popolazione questa cautela era dovuta al timore (fondato) che la Gran Bretagna, entrando in guerra con la sua potente marina, rendesse la situazione italiana estremamente debole. Mentre però i Tedeschi avanzano a ritmo serrato nella valle del Danubio negli ambienti di governo si comincia ad avere paura di non avere nessuna parte in una spartizione prossima ventura dell’Impero Austriaco; in particolare non sfugge a nessuno che la Serbia, spalleggiata dalla Russia, ambisca a formare una grande Iugoslavia che arrivi fino a Trieste. La stessa premura con cui la cancelleria di Vienna cerca di tenere l’Italia fuori dal conflitto imbaldanzisce lo stato maggiore. Col passare del tempo gli Austriaci ventilano addirittura la proposta di cedere volontariamente una parte dei territori contesi con l’Italia, pur di mantenerla neutrale. Il 9 agosto sembra quasi che ceda il Trentino, e prima che il governo possa smentire ufficialmente la notizia, la giunta comunale di Trento dichiara, sua sponte, l’unione della città all’Italia, mentre l’esercito di quest’ultima, credendo che un trattato in proposito sia già stato firmato, corre ad occupare la città. In poche ore Vienna ha letteralmente “perduto” un’intera regione, senza che non sia stato sparato neanche un colpo, ma per evitare una guerra riconosce il fatto compiuto. Paradossalmente invece il più contrariato dall’azione italiana è il Kaiser Guglielmo II, che impone a Roma di non occupare anche i territori dei germanofoni altoatesini e chiede una regolare dichiarazione di guerra. Il facile successo di Trento dispone all’ottimismo la corte, mentre nazionalisti e interventisti manifestano continuamente. Infine, il 14 agosto, mentre le truppe tedesche sono già giunte alla periferia di Vienna, l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria. Il giorno successivo Trieste e Pola vengono occupate senza quasi colpo ferire, mentre la flotta asburgica tenta un’ultima, disperata resistenza.
Nel frattempo però la distruzione dell’Impero Asburgico e la prospettiva di un’Europa dominata completamente da Russia e Germania fanno cadere le ultime esitazioni dell’Inghilterra, che il 17 agosto scende in campo contro la Triplice Alleanza. Per quel giorno l’esercito tedesco sta rapidamente affluendo sul fronte occidentale, subito seguito da quello russo e da quello italiano, che non ha praticamente combattuto contro l’Austria. I Francesi vengono scalzati dalle posizioni raggiunte nel Palatinato; subito dopo scatta il cosiddetto piano Schlieffen, che prevede l’invasione del Belgio e un attacco a tenaglia sull’esercito francese. Quest’ ultimo è costretto a raddoppiare in pochi giorni la linea del fronte, e la sua efficienza ne risente. Inoltre l’improvviso assalto italiano lo costringe a sprecare risorse preziose. Nel mese successivo la Francia resiste strenuamente, ma le linee nemiche, rifornite dall’infinito esercito russo, avanzano inarrestabili. Il 1° ottobre Parigi viene occupata dagli eserciti alleati (della Triplice Alleanza). Il paese è allo sbando. Ciò che rimane degli eserciti anglo-francesi si attesta a sud della Loira, mentre gli Italiani arrivano fino al Rodano.
Due giorni dopo, il 3 ottobre, la Grecia, che ha stretto un’alleanza con la Russia, approfitta della situazione per liberarsi del suo nemico secolare turco. I Russi li aiutano con entusiasmo, inviando un corpo di spedizione al di là della frontiera e mandando la loro flotta a cannoneggiare Costantinopoli. Una settimana più tardi anche Bulgaria e Romania scendono in guerra, e cingono d’assedio la stessa capitale dell’Impero Ottomano. Nel frattempo la Spagna (15 ottobre) si unisce al folto gruppo di paesi alleati, con l’obiettivo di conquistare Gibilterra e il Marocco.
A questo punto la situazione inglese è drammatica, anche se molto strana. Il suo esercito ha ricevuto sonore sconfitte in Francia, tuttavia la sua struttura produttiva non è stata colpita, e il paese non ha ancora messo in campo tutto il suo potenziale. L’Inghilterra continua a dominare incontrastata i mari, conquista le colonie avversarie, invia rifornimenti e truppe ai Turchi, strangola l’economia italiana. Nel mese di ottobre la Royal Navy occupa Creta, il Dodecanneso, le Cicladi e cannoneggia Atene. Il paese è ben lontano dalla sconfitta, ma l’opinione pubblica comincia ad essere scettica nei confronti di un conflitto che, se anche fosse vinto, richiederebbe anni di lotta. E per cosa poi? Per perdere quella posizione di predominio economico tanto faticosamente costruita? Se i russo-tedeschi ormai dominano dall’Atlantico agli Urali, che senso avrebbe svenarsi per tentare di resistergli? Non sarebbe meglio dedicare le proprie energie ad affrontare al meglio il difficile dopoguerra?
Mentre prudenti colloqui vengono avviati con Berlino, la situazione britannica si complica. Il 1° novembre l’esercito inglese sbarca a Gibilterra e si spinge in territorio spagnolo, giungendo a minacciare l’Andalusia. Il giorno dopo però i Tedeschi riescono a inviare in Irlanda un discreto numero di armi e di truppe d’elite, che si uniscono alle ali più radicali dei movimenti indipendentisti. In breve tempo nell’isola divampa furiosa la guerra civile. Una settimana più tardi gli Alleati riescono a sfondare il fronte francese a Nevers, e in poco tempo l’area controllata dal legittimo governo francese si riduce a una striscia di territorio tra Bordeaux e Tolosa. Il 16 novembre l’esercito anglo-turco riesce a riportare una vittoria sui russi a Erzincan, sul Tauro, ma l’inverno incipiente non gli consente di sfruttare questo successo. Nel frattempo il Foreign Office riporta che nelle cancellerie di paesi che si ritenevano alleati come gli Stati Uniti e il Giappone sta cominciando a formarsi un partito favorevole alla guerra con l’Impero Britannico. Crescenti disordini in India e nelle altre colonie aggravano la situazione. Quando Cork, il 30 novembre cade in mano dei ribelli irlandesi (che ormai controllano un quarto del paese) e truppe ispano-tedesche battono gli Inglesi presso Cordova (3 dicembre), il governo capisce che è giunta l’ora di iniziare a pensare alla pace. I Tedeschi assicurano che non infieriranno sulla Gran Bretagna; la grande vittima del trattato di pace sarà invece la Francia. L’Inghilterra esita, ma entro una settimana cadono sia Tolosa che Bordeaux. Il 12 dicembre viene firmato l’armistizio. Per Natale era davvero tutto finito.
Le trattative di pace avvengono nel corso dell’inverno successivo, nella reggia berlinese di Charlottenburg. Per prima cosa bisogna dividersi le spoglie dell’Impero Austriaco. La Germania si annette i Sudeti e l’Austria stessa, a cui però viene risparmiata l’estrema umiliazione dell’annessione alla Prussia, e che continua a sussistere come stato all’interno del Reich. La Russia invece si annette la Galizia e la Bucovina e ottiene l’indipendenza per la Cecoslovacchia (formata da Boemia, Moravia e Slovacchia) sotto la corona di un principe di casa Romanov. La Transilvania viene annessa alla Romania mentre l’Italia, nonostante la sua scarsa partecipazione al conflitto su questo fronte, acquista il Trentino, Trieste, l’Istria, Fiume e Zara. La Serbia riesce a formare un regno unito di Iugoslavia, che continua a essere uno stato-cliente della Russia. L’Ungheria invece rimane sotto gli Asburgo, che si sono rifugiati qui dopo la fuga di Vienna. Il rispetto del vecchio imperatore Francesco Giuseppe ha impedito all’esercito tedesco e a quello russo di occupare la dimora di campagna in cui si è rifugiato, di pretendere una formale resa o di rinunciare alla sua corona, ormai più teorica che reale. Del resto quest’uomo distrutto non sopravivrà molto al crollo del suo impero. Egli muore il 4 dicembre; la notte di Natale il suo successore Carlo si proclamerà solo re dell’Ungheria, in una Budapest irreale, occupata dalle truppe russe e dallo smarrimento del crollo di un’epoca.
Durante le trattative di pace sono già emersi i primi contrasti fra Germania e Russia, che si esprimono attraverso le contese fra gli stati minori protetti dall’una o dall’altra potenza. Così il Kaiser difende l’Italia e l’Ungheria contro le richieste iugoslave e cecoslovacche sponsorizzate dallo Zar. E’ un sinistro presagio dei contrasti che turberanno presto l’ordine europeo.
A Charlottenburg viene decisa anche la spartizione dell’Impero Ottomano, che a dir la verità continuò a resistere fino a gennaio inoltrato. La Tracia Orientale viene divisa tra Bulgaria e Grecia, alla quale spetta il territorio di Costantinopoli. La Grecia inoltre occupa la costa dell’Asia Minore e una porzione consistente di entroterra, da cui comincia presto a espellere la popolazione turca. La Russia si annette invece l’Armenia storica, Trebisonda e il Kurdistan, arrivando quindi fino ai confini della Mesopotamia. Inoltre a un certo punto, in cambio del suo assenso all’occupazione italiana di Fiume, ottiene il porto di Alessandretta. La Russia ha uno sbocco sul Mediterraneo. Iraq e Siria diventano indipendenti (con una velata sottomissione allo Zar), la Germania acquisisce Palestina e Transgiordania (Guglielmo II ha molto a cuore la difesa dei luoghi santi) e l’Italia il Libano. L’Arabia Saudita raggiunge invece la piena indipendenza.
A questo punto si giunge al trattato di pace con la Francia. La Germania vuole cancellarla definitivamente come grande potenza, ed infliggere al suo vecchio rivale un colpo da cui non possa più riprendersi. Per prima cosa si annette il dipartimento di Nancy e, in seguito a un referendum (dalla validità un po’ dubbia, come la maggior parte dei referendum ottocenteschi), anche il Lussemburgo e Liegi. Il Belgio viene ricompensato con una lunga e larga striscia di territorio francese lungo il suo confine. All’inizio esso non vuole accettare, ma di fronte alla prospettive di vedere questa striscia amministrata dalla Germania ed essere chiuso in una tenaglia perde i propri scrupoli. Se non altro ora il predominio vallone sarà inattaccabile. La granduchessa del Lussemburgo viene invece compensata della perdita del suo trono con la sua incoronazione a duchessa di Bretagna, che viene restaurata fino a Nantes come stato indipendente. La Spagna acquisisce il Rossiglione e il Bèarn e l’Italia Corsica, Nizza e Savoia, “allargate” fino ad arrivare alle porte di Lione.
Si passa quindi all’impero coloniale francese. L’Italia ottiene Tunisia, Algeria e Gibuti, mentre alla Spagna va tutto il Marocco. La Germania si annette l’Africa Occidentale ed Equatoriale Francese, escluso il Senegal che rimane a Parigi. Inoltre acquisisce il Madagascar, tutti i territori francesi nell’Oceano Indiano (tranne Pondicherry, che viene annessa all’India britannica) e si spartisce con la Russia le posizioni francesi in Cina. La Russia vorrebbe anche l’Indocina, ma a Berlino cominciano ad avere paura di un alleato esteso da un angolo all’altro dell’Eurasia, e dopo un po’ di trattative riescono a convincerli a prendersi in cambio la Guiana Francese, mentre la più grande colonia francese in Asia resta sotto il vecchio padrone. Infine anche le colonie francesi nel Pacifico vengono annesse all’Impero Tedesco, tranne la Polinesia che rimane francese.
Ma è nelle clausole del trattato di pace sull’economia che si cela la vera minaccia per la Francia. Essa viene costretta a cedere gran parte del suo apparato industriale alle potenze vincitrici. Per esempio, la Peugeot si trasferisce a Mosca e la Renault a Verona. Nel complesso il paese perde più o meno tre quarti della sua capacità produttiva. A tutto questo si aggiungono richieste onerosissime di risarcimenti per i danni di guerra. Il paese, nell’immediato dopoguerra, dichiarerà bancarotta più volte, e vivrà un’inflazione tale da costringere lo Stato a stampare banconote da miliardi di franchi.
A questo punto a Charlottenburg si rivolgono all’Inghilterra. Il Kaiser aveva promesso di essere clemente e mantiene la parola. Una volta che ha dimostrato chi è il più forte (e ha sconfitto il senso di inferiorità che lo attanagliava verso il ramo inglese della sua famiglia) si può concedere il lusso di una magnanimità da cavaliere di saga tedesca. Inoltre a Berlino qualcuno comincia a pensare che è meglio avere un contrappeso alla crescente potenza russa.
L’Inghilterra infine è costretta a riconoscere come completamente indipendenti il Tibet, l’Afghanistan e l’Egitto, e qualche anno dopo anche il Turkestan Orientale seguirà un percorso simile. La Persia diventa invece uno stato vassallo di San Pietroburgo. Londra inoltre è costretta a ritirarsi dallo scacchiere mediterraneo, cedendo Gibilterra alla Spagna, Malta all’Italia e Cipro alla Grecia. Il Canale di Suez viene controllato dall’insieme delle potenze vincitrici. In Africa la Gran Bretagna deve cedere il Somaliland all’Italia, l’Uganda e una striscia di Sudan alla Germania (che così unisce il suo impero africano) e concedere l’indipendenza a Transvaal e Orange. Anche l’Irlanda diventa indipendente sotto la corona di un principe tedesco. Infine c’è qualche limitazione al tonnellaggio della flotta e un moderato risarcimento di danni di guerra. E’ un trattamento pesante, ma vedendo quel che avvien oltremanica l’Inghilterra ha di che tirare un sospiro di sollievo.
L’Europa che emerge dalla Pace di Charlottenburg è radicalmente diversa da quella che esisteva solo un anno prima. La Belle Epoque è finita. Due grandi potenze (Francia e Austria) sono state cancellate dalla politica europea, e in pratica (visto che l’Italia è ancora molto debole e che la Gran Bretagna è stata sconfitta) il continente è dominato da un direttorio russo-tedesco, che sta già però cominciando a mostrare segni di crisi. La Triplice Alleanza affronta la sua ultima guerra nel 1917, durante la seconda guerra russo-giapponese. La Russia infatti non ha dimenticato lo smacco di Tsushima e vuole approfittare della recente vittoria per vendicarsi; in ciò è aiutata dalla Germania, il cui Kaiser è violentemente nippofobo (oltre che sinofobo). Il Giappone si difende strenuamente, ma dopo più di un anno di combattimenti deve arrendersi di fronte all’inevitabile e cedere Karafuto e le Curili alla Russia, Taiwan e le Ryukyu alla Germania e abbandonare la Corea, dove Mosca si costruisce l’ennesimo stato vassallo.
Da allora in poi la situazione in Europa si fa sempre più tesa. In Francia, nel 1918, l’esercito prende il potere; Germania e Russia non intervengono militarmente, visto che comunque il nuovo regime è estremamente debole, ma per qualche anno impongono un duro embargo al paese. La dittatura militare inoltre spegnerà la breve fioritura dell’Espressionismo che si era avuto nella Parigi postbellica.
In Italia la democrazia all’inizio resiste, ma i gruppi nazionalisti hanno sempre più potere. I nuovi territori acquisiti dopo la vittoria vengono italianizzati a forza, il culto per l’esercito si impone in tutti gli strati sociali. Il Partito Fascista, fondato dall’ex-giornalista socialista Mussolini e protagonista di ripetute violenze contro gli oppositori, sale al governo per tre volte. Durante uno di questi governi, nel 1929, l’Italia aggredirà l’Etiopia e la ridurrà a colonia. L’anno precedente inoltre il paese aveva rischiato di far scoppiare una nuova guerra europea a causa del contenzioso con la Grecia per il Dodecanneso (che i nazionalisti greci vedevano come l’ultima “terra irredenta” per realizzare l’unità nazionale). Alla fine Mussolini lascia l’arcipelago allo stato vicino, ma in cambio riceve l’assenso delle grandi potenze per occupare l’Albania. Dopo la grande crisi economica del 1931 la situazione politica diverrà ancora più violenta e caotica, e per la fine degli anni ’30 i fascisti avranno praticamente instaurato una dittatura.
Anche in Germania i movimenti nazionalisti crescono sempre di più, ma sono controllati da Guglielmo II, che cerca di evitare che essi separino il culto della patria da quello della monarchia. La vittoria ha infiammato l’ego dell’imperatore, che entra più volte in conflitto con il Parlamento, pur senza arrivare mai a sfidarlo completamente. Ma ormai la situazione gli sta sfuggendo di mano, e pian piano proliferano nuovi gruppuscoli di nazionalisti, che sono razzisti, violentemente antisemiti e vagamente socialisteggianti. Uno di questi gruppi, il Partito Nazionalsocialista (o Nazista), tenterà nel 1933 di rovesciare il governo regionale in Austria. La risposta del Kaiser è durissima: il partito viene vietato, i suoi membri perseguiti e processati, il suo leader Adolf Hitler deportato in una colonia penale nel deserto del Kalahari, dove morirà di stenti pochi mesi dopo.
Tuttavia i cambiamenti maggiori avvengono in Russia, dove gli Zar, pur senza avviare un processo di democratizzazione, cercano di ottenere un appoggio popolare maggiore. Nasce un vero e proprio “culto della personalità” dei membri della famiglia Romanov, e il governo cerca di controllare la società attraverso un partito unico, diffuso in tutti gli ambienti e in tutti gli strati sociali, ciecamente devoto alla casa regnante. Del resto la crescente industrializzazione del paese rende obsoleto il vecchio regime e costringe lo Zar a cercare una nuova forma politica per mantenere il suo potere.
Il mezzo più pratico per ottenere il consenso delle masse è il nazionalismo, che in questo periodo viene esacerbato. In particolare, dopo la crisi del 1931, si rendono ormai palesi le mire russe su tutta l’Europa Orientale. Ciò porta il paese in rotta di collisione col suo vecchio alleato tedesco, il quale cerca l’alleanza dell’Italia e dell’Inghilterra. I nazionalisti italiani sono ansiosi di un’altra guerra in cui si possa mostrare la forza del proprio paese, la Gran Bretagna vuole tornare ad essere inserita nei giochi diplomatici delle grandi potenze e contenere l’avanzata dell’ “orso russo”. Entrambi i paesi quindi si legano entusiasticamente a Berlino. Nel frattempo lo Zar stringe un’alleanza di ferro con la Francia umiliata e ansiosa di revanche.
Il 23 maggio 1938 le truppe francesi entrano a sorpresa a Grasse, che era stata annessa all’Italia dal Trattato di Charlottenburg. In pochi giorni il sistema delle alleanze si mette in moto e l’Europa ripiomba nella guerra. Ma, come si suol dire, questa è un’altra storia.