Gesù a Roma

di Never75


POD: Pompeo Magno nel 63 a.C. conquista Gerusalemme. Per assicurarsi il controllo romano nella Giudea Pompeo assegna la carica di sommo sacerdote di Gerusalemme ad Ircano II che ebbe anche il titolo di etnarca della Galilea, Giudea e Perea. Insieme a Ircano II per governare quelle regioni Pompeo mise come amministratore l'idumeo Antipatro (padre di Erode il Grande).

Inoltre, sempre allo scopo di bilanciare le diverse fazioni in lotta tra loro ed allo stesso tempo conquistare le élites locali alla causa di Roma, assegna la cittadinanza Romana ai personaggi più in vista. In modo particolare la cittadinanza romana viene data ad un certo Giacobbe di Betlemme, discendente alla lontana dal grande Re Davide, proprio allo scopo di assicurarsi l'appoggio di una delle famiglie (simbolicamente) più importanti di Israele.

Giacobbe assume quindi il nome romano di Gneo Pompeo Giasone (per analogia tra il nome ebraico Giacobbe ed il greco Giasone)

In seguito, con i disordini e le guerre civili, prima tra Cesare e Pompeo, poi tra i Cesaricidi contro il Triumvirato ed infine tra Antonio e Cleopatra contro Ottaviano, Giacobbe sceglie di andare a vivere in un luogo più isolato, nel piccolo villaggio di Nazareth in Galilea, dove si dedica alla professione di carpentiere e capo mastro.

Lì si sposerà ed il suo figlio maggiore sarà Giuseppe, che più tardi prenderà in sposa Miriam (sempre dello stesso villaggio di Nazareth), colei che darà alla luce Gesù, detto il Cristo.

Ecco come prosegue la storia in un ipotetico Vangelo di Luca:

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Capitolo 21

[1]Tutta l'assemblea si alzò, lo condussero da Pilato [2]e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re». [3]Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». [4]Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest'uomo». [5]Ma essi insistevano: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui». [6]Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo [7]e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme.
[8]Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. [9]Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. [10]C'erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. [11]Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. Non volle neppure lui condannarlo poiché si era informato ed era venuto a conoscenza che Gesù era in realtà un cittadino Romano. [12]
[13]Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, [14]disse: «Mi avete portato quest'uomo come sobillatore del popolo; ecco, l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; [15]e neanche Erode, infatti ce l'ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. [16]Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò». [17]. [18]Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!». [19]Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. [20]Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. [21]Ma essi urlavano: «A morte, a morte!». [22]Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». [23]Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse messo a morte; e le loro grida crescevano. [24]Pilato allora non se la sentì di condannare a morte un cittadino Romano ed ordinò quindi che il processo di Gesù fosse demandato al Tribunale di Cesare. Per cui, dopo aver fatto rilasciare Barabba, fece imbarcare Gesù con una scorta di soldati su una nave ed al più presto questa partisse per Roma. [25]. 
[26] Nell'attesa della partenza, Gesù venne messo sotto custodia. Gli venne però concessa una certa libertà ed a nessuno dei suoi amici fu impedito di dargli assistenza. Mentre lo conducevano via, [27]lo veniva a visitare una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. [28]Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. [29]Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. 
[30]Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! [31]Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?». [32] All'udire la notizia che Gesù fosse diretto a Roma, alcune donne, sua madre, i suoi fratelli ed i suoi seguaci vollero seguirlo. Di questo informarono anche Pietro e gli altri apostoli. Tutti quanti, in comune accordo, decisero quindi di partire pure essi in gran segreto per Roma, per seguire da vicino lo svolgimento del processo al loro Maestro. [33] * Alcuni di loro, in qualità di testimoni, riuscirono perfino a farsi imbarcare sulla stessa nave in cui era tenuto Gesù.

* Quest'ultimo versetto è dagli esegeti unanimemente riconosciuto come un'aggiunta posteriore, poiché manca nei manoscritti più autentici. Si pensa sia stato inserito solo per giustificare (con la presenza degli apostoli e di altri testimoni autorevoli) una conoscenza così dettagliata dei fatti avvenuti sulla nave in cui era imbarcato Gesù, e di cui lui solo sarebbe stato in teoria a conoscenza.

Capitolo 22

[1]Quando fu deciso che ci si dovesse imbarcare per l'Italia, consegnarono Gesù, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Cornelio. [2]Salirono su una nave di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d'Asia [3]Il giorno dopo fecero scalo a Sidone e Giulio, con gesto cortese verso Gesù, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. [4]Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari [5]e, attraversato il mare della Cilicia e della Panfilia, giunse la nave a Mira di Licia. [6]Qui il centurione trovò una nave di Alessandria in partenza per l'Italia e li fece salire a bordo. [7]Navigarono lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all'altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non permise loro di approdare, presero a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone, [8]e costeggiandola a fatica giunsero in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale era la città di Lasèa. In tutto questo tempo, Gesù continuava ad insegnare la Buona Novella ai propri carcerieri e compagni di prigionia e non furono poche le conversioni tra di loro. [9]Essendo trascorso molto tempo ed essendo ormai pericolosa la navigazione poiché era gia passata la festa dell'Espiazione, Gesù li ammoniva dicendo: [10]«Vedo, o uomini, che la navigazione comincia a essere di gran rischio e di molto danno non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». [11]Il centurione però dava più ascolto al pilota e al capitano della nave che alle parole di Gesù. [12]E poiché quel porto era poco adatto a trascorrervi l'inverno, i più furono del parere di salpare di là nella speranza di andare a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale. 
[13]Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, convinti di potere ormai realizzare il progetto, levarono le ancore e costeggiavano da vicino Creta. [14]Ma dopo non molto tempo si scatenò contro l'isola un vento d'uragano, detto allora «Euroaquilone». [15]La nave fu travolta nel turbine e, non potendo più resistere al vento, abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. [16]Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Càudas, a fatica riuscirono a padroneggiare la scialuppa; [17]la tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per fasciare di gòmene la nave. Quindi, per timore di finire incagliati nelle Sirti, calarono il galleggiante e si andava così alla deriva. [18]Sbattuti violentemente dalla tempesta, il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; [19]il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l'attrezzatura della nave. [20]Da vari giorni non comparivano più né sole, né stelle e la violenta tempesta continuava a infuriare, per cui ogni speranza di salvarci sembrava ormai perduta. 
[21]Da molto tempo non si mangiava, quando Gesù, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Sarebbe stato bene, o uomini, dar retta a me e non salpare da Creta; avreste evitato questo pericolo e questo danno. [22]Tuttavia ora vi esorto a non perdervi di coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite in mezzo a voi, ma solo della nave. [23] E detto questo si levò e si mise nel mezzo della nave, sgridò il vento e i flutti minacciosi; essi cessarono e si fece bonaccia. [24]Allora disse loro: «Dov'è la vostra fede?». Il tribuno che lo aveva in custodia, i soldati della scorta e gli altri prigionieri furono intimoriti e meravigliati da quell'avvenimento e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui che dà ordini ai venti e all'acqua e gli obbediscono?». [25]
[26]Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell'Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l'impressione che una qualche terra si avvicinava. [27]Gettato lo scandaglio, trovarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, trovarono quindici braccia. [28]Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. [29]Ma poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e gia stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prora, Paolo disse al centurione e ai soldati: [30]«Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo». [31]Allora i soldati recisero le gòmene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare. 
[32]Finché non spuntò il giorno, Gesù esortava tutti a prendere cibo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell'attesa, senza prender nulla. [33]Per questo vi esorto a prender cibo; è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo in qualche isola a comprare viveri per tutta questa gente». [34]C'erano infatti circa duecento membri dell'equipaggio su quella nave, esclusi i prigionieri. Egli disse ai soldati: «Fateli sedere tutti.». [35]Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. [36]Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede agli inservienti affinché li distribuissero alla folla. [37]Tutti mangiarono e si saziarono, sentendosi rianimati, e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.[39]Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave, gettando il frumento in mare. 
[40]Fattosi giorno non riuscivano a riconoscere quella terra, ma notarono un'insenatura con spiaggia e decisero, se possibile, di spingere la nave verso di essa. [41]Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare; al tempo stesso allentarono i legami dei timoni e spiegata al vento la vela maestra, mossero verso la spiaggia. [42]Ma incapparono in una secca e la nave vi si incagliò; mentre la prua arenata rimaneva immobile, la poppa minacciava di sfasciarsi sotto la violenza delle onde. I soldati pensarono allora di uccidere i prigionieri, perché nessuno sfuggisse gettandosi a nuoto, [43]ma il centurione, volendo salvare Gesù, impedì loro di attuare questo progetto; diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiunsero la terra; [44]poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra. 
[45] C'era chi però non sapeva nuotare e rischiava quindi di affogare. Gesù, che aveva già raggiunto la riva opposta, invitava anche questi ultimi a farlo dicendo loro di non avere timore e che non sarebbe accaduto loro alcun male. Nessuno perì in quella traversata ed il tutto con grande stupore dei soldati.

Capitolo 23

[1]Una volta in salvo, si venne a sapere che l'isola si chiamava Malta. [2]Gli indigeni trattarono i naufraghi con rara umanità; accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. [3]Mentre Gesù raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. [4]Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: «Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere». [5]Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. [6]Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio. 
[7]Nelle vicinanze di quel luogo c'era un terreno appartenente al governatore dell'isola, chiamato Publio; questi li accolse e li ospitò con benevolenza per tre giorni. [8]Avvenne che il padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria; Paolo l'andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì. [9]Dopo questo fatto, anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati; [10]li colmarono di onori e al momento della partenza li rifornirono di tutto il necessario. 
[11]Dopo tre mesi salparono su una nave di Alessandria che aveva svernato nell'isola, recante l'insegna dei Diòscuri. [12]Approdarono a Siracusa, dove rimasero tre giorni [13]e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l'indomani arrivammo a Pozzuoli. [14]Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma. [15] Arrivati a Roma, fu concesso a Gesù di abitare per suo conto con un soldato di guardia. 
[16]Dopo tre giorni, egli convocò a sé i più in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. [18]Questi, dopo avermi interrogato, volevano rilasciarmi, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. [19]Ma continuando i Giudei ad opporsi, fui inviato dal Governatore al cospetto stesso di Cesare, senza intendere con questo muovere accuse contro il mio popolo. [20]Ecco perché vi ho chiamati, per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d'Israele che io sono legato da questa catena». [21]Essi lo ascoltarono con grande stupore e meraviglia. Egli istruì quindi anche loro circa la sua missione e la venuta del Regno, compiendo pure lì guarigioni e prodigi straordinari. 
[22]E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio; egli dal mattino alla sera espose loro accuratamente, rendendo la sua testimonianza, cercando di convincerli citando loro i passi della Legge di Mosè e ai Profeti. [23]Alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere [24]e se ne andavano discordi tra loro, mentre Gesù diceva questa sola frase: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia, ai nostri padri: 
[25]Và da questo popolo e dì loro: 
Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete; 
guarderete con i vostri occhi, ma non vedrete. 
[26]Perché il cuore di questo popolo si è indurito: 
e hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchi; 
hanno chiuso i loro occhi 
per non vedere con gli occhi 
non ascoltare con gli orecchi, 
non comprendere nel loro cuore e non convertirsi, 
perché io li risani. 
[27]Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l'ascolteranno!». [28]. 
Vi erano infatti anche molti pagani che abitavano lì vicino ed avendo udito dai soldati della nave e dagli altri prigionieri che erano con lui di tutti i miracoli che aveva compiuto, furono incuriositi ed a frotte si affollavano alla sua porta. [29]. 
Nel frattempo erano arrivati a Roma anche i suoi apostoli, la madre ed i suoi fratelli, le donne ed altri discepoli. Presero alloggio vicino a lui. Ogni giorno passavano per rendergli visita ed apprendere da lui nuovi insegnamenti. [30] Ammaestravano anche le folle che incontravano sulla strada e nelle sinagoghe ed erano molti i convertiti fra di essi.

Capitolo 24

Non era trascorso ancora un anno dacché Gesù era stato portato prigioniero a Roma, che a lui si rivolse un centurione dei Pretoriani, alle dirette dipendenze del Prefetto del Pretorio Macrone di stanza a Roma. [1] Il servo del centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. [2]Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, [3]perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Non avevano ancora terminati i Giudei di riferirgli questa frase, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, neanche se lo potessi; [4]per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. [5]Anch'io infatti sono uomo sottoposto a un'autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all'uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa». [6]All'udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». [7]E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Un altro giorno ecco venire alla sua casa una donna Romana di origine plebea e si mise a gridare, quando ancora si trovava sull'uscio: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». [8]Ma egli non le rivolse neppure una parola. 
Allora i discepoli che erano in casa con lui, gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro?». [9]Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». [10]Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». [11]Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». [12]E' vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». [13]Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.
Da quel momento i più si convinsero che la Missione di Gesù fosse per tutti, Gentili e Giudei, Greci e Romani e folle immense composte da persone di ogni estrazione sociale facevano anticamera davanti alla casa in cui lui era imprigionato, o, non potendo arrivare direttamente a lui, si rivolgevano ai suoi seguaci. [14]
Tra i molti che accorrevano a lui vi erano anche importanti famiglie di origine senatoria od equestre. Alcuni dei loro figli volevano unirsi a lui ed entrare tra le fila dei suoi seguaci.
Gesù li ammoniva, dicendo loro: "Se volete essere perfetti, andate, vendete quello che possiedi, datelo ai poveri e avrete un tesoro nel cielo; poi ritornate qui e seguitemi». [15]
Udito questo, molti giovani se ne andarono tristi; poiché avevano molte ricchezze. 
Altri invece fecero come aveva detto lui e continuarono a stare con lui tutti i giorni ascoltandone le parole e mettendone in pratica tutti gli insegnamenti.[16]
Gesù allora diceva a quelli che erano rimasti: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. [17]Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli». [18]A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: «Chi si potrà dunque salvare?». [19]E Gesù, fissando su di loro lo sguardo, disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». 
All'udire questo anche molte matrone si unirono a lui, e dopo aver venduto i propri gioielli, mettevano a disposizione della Comunità ciò che restava delle loro sostanze. [20]

Capitolo 25

Mentre Gesù ed i suoi discepoli erano ancora in attesa della data del processo, ed erano già trascorsi quasi due anni dal giorno in cui erano partiti da Cesarea, venne la notizia che Tiberio Cesare era deceduto a Capri. [1]
Al suo posto venne acclamato Gaio Germanico come nuovo Cesare.
Costui era geloso dell'autorità che Gesù aveva presso la popolazione Romana e decide quindi di metterlo a morte.
Si era ormai vicini alla data della Pasqua Ebraica. [2]Gesù, avendo sentore della sua fine, la sera prima della sua condanna scelse di trascorrerla un'ultima volta coi suoi discepoli più cari.
Li radunò tutti e dodici nella casa in cui era tenuto prigioniero. [3]Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». [4]Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, [5]perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. [6]Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio». [7]Dopo Gesù disse loro: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti:
Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge, [8]ma dopo la mia risurrezione, vi precederò nella Capitale».
La notte stessa giunsero alla sua casa un distaccamento di pretoriani guidati dallo stesso Macrone. 
Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, «Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? [9]Ogni giorno ero in questa casa e non avete mai steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre».
Dopo averlo preso lo condussero in gran segreto nel carcere detto Tulliano.
Per ordine di Germanico Cesare, Gesù venne percosso ed umiliato, con l'accusa di essersi proclamato Dio e Re dei Romani. [10] Nonostante fosse un cittadino Romano, venne ugualmente flagellato ed i pretoriani, schernendolo, gli posero sul capo una corona intrecciata con spine dicendogli "Salve, o Re dei Romani!" . Gli misero anche in mano per spregio una canna e con quella lo percuotevano mentre gli sputavano.
Tutti i suoi discepoli erano rinchiusi in casa, avendo gran timore dei Romani. Pure i Senatori, che in cuor loro avevano in disprezzo Gaio Germanico, non fecero nulla per non urtare il loro Principe. [11]
Gesù fu condotto poi sul colle del Campidoglio, lì fu spogliato delle sue vesti ed, in dispregio a tutte le leggi vigenti, fu condannato ad essere crocifisso.
Solo la madre ed il discepolo che lui amava gli furono vicini tra i suoi seguaci della Galilea in quegli ultimi istanti. [12]
Gesù diceva sulla croce: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». 
Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. 
[13]Il popolo stava a vedere disapprovando tutto quanto; anche tra i senatori scuotevano il capo poiché pensavano che Gesù fosse un uomo giusto. Altri tra i presenti, invece, in ossequio all'Imperatore, lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». [14]Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: [15]«Se tu sei il re dei Romani, salva te stesso». [16]C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Romani. 
[17]Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. [18]Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò. 
[19]Visto ciò che era accaduto, Macrone glorificava Dio: «Veramente quest'uomo era giusto». [20]Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. [21]Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti. 
[22]C'era un uomo di nome Valerio Catullo, membro del Senato, persona buona e giusta. [23]Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. [24]Si presentò da Cesare e chiese il corpo di Gesù. [25]Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. [26]Era il giorno della Parascève e gia splendevano le luci del sabato. [27]Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Catullo; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, [28]poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

Capitolo 26

[1]Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato. [2]Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro; [3]ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. [4]Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti. [5]Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? [6]Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, [7]dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno». [8]Ed esse si ricordarono delle sue parole. [9]E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. [10]Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli. [11]Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse. [12]Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto. 
[13]Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino sulla Via Appia[14]e conversavano di tutto quello che era accaduto. [15]Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. [16]Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. [17]Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; [18]uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Roma da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». [19]Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; [20]come il nostro imperatore lo ha consegnato per farlo condannare a morte. [21]Noi speravamo che fosse lui a liberare Roma ed a restituirci la libertà che da parecchio tempo ci fu tolta; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. [22]Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro [23]e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di semidèi, i quali affermano che egli è vivo. [24]Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
[25]Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola delle sibille! [26]Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». [27]E cominciando da Virgilio e citando tutti i libri Sibillini, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. [28]Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. [29]Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. [30]Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. [31]Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. [32]Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». [33]E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Roma, dove trovarono riuniti i Dodici e gli altri che erano con loro, [34]i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». [35]Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. 
[36]Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». [37]Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. [38]Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? [39]Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». [40]Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. [41]Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». [42]Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; [43]egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 
[44]Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». [45]Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: [46]«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno [47]e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Roma. [48]Di questo voi siete testimoni. [49]E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto». 
[50]Poi li condusse fuori verso Ostia e, alzate le mani, li benedisse. [51]Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. [52]Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Roma con grande gioia; [53]e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Mihály Munkácsy (1844-1900), Gesù davanti a Caligola, 1881, dipinto ad olio su tela, 417 x 636 cm, Déri Museum (Debrecen)

Mihály Munkácsy (1844-1900), Gesù davanti a Caligola, 1881,
dipinto ad olio su tela, 417 x 636 cm, Déri Museum (Debrecen)

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Qui termina il racconto di Luca, quanto succedette in seguito lo possiamo ricavare in parte dal libro degli Atti degli Apostoli, scritto dallo stesso Luca, ed in parte dalle notizie provenuteci dagli storici Latini Svetonio e Tacito e dall'Ebreo, poi convertitosi al Cristianesimo, Flavio Giuseppe. Ecco in breve la sintesi degli avvenimenti successivi.

38 d.C. – 40 d.C.: 40 giorni dopo la Resurrezione di Cristo. Nella casa romana in cui Gesù era prigioniero, si radunano gli apostoli ed all'improvviso uno sbuffare di vento e fiamme irrompe nella stanza e lingue di fuoco si dispongono su ognuno degli Apostoli presenti, inclusa Maria, la madre di Gesù.
Dopo la discesa dello Spirito Santo, Pietro tiene un accorato discorso esprimendosi in perfetto latino all'Urbe, indicando in Gesù il Messia e Salvatore dell'Umanità.
Anche gli altri discepoli fanno discorsi simili, rivolgendosi ad ognuno dei passanti nella loro lingua nativa, fossero essi Greci, Siriani, Arabi, Cretesi, Galli, Germanici od Etruschi.
Tale discorso infiamma gli animi di tutti: Senatori, schiavi, liberti e soldati.
Gaio Germanico (Caligola) si intimorisce ancora di più e dà ordine di imprigionare Pietro, dopo aver fatto assassinare lo stesso Macrone, pure lui convertitosi alla nuova fede.
Pietro però riesce a fuggire miracolosamente alla prigione del carcere Tulliano (oggi detto Mamertino) grazie all'aiuto di un angelo.
Caligola dà allora ordine di imprigionare e condannare tutti i seguaci di Cristo: hanno luogo le primissime persecuzioni. Una delle prime vittime è Stefano, un Ebreo della diaspora che aveva conosciuto Gesù a Gerusalemme e poi aveva deciso di seguirlo a Roma.

41 d.C.: Caligola però non fa in tempo ad ordine nuovi piani poiché nel frattempo cade a sua volta vittima di una congiura, ordita da Senatori e Pretoriani. Al suo posto viene insediato come Imperatore l'anziano zio Claudio il quale inaugura un periodo di tolleranza per i cristiani.
Sono anni di assestamento per la Chiesa primitiva. Nonostante le persecuzioni caligoliane (nelle quali cadono anche vittime illustri come i due apostoli di nome Giacomo), tuttavia la Chiesa si rafforza all'interno ed all'esterno.

42 – 54 d.C.: Risale a questa data il Primo Concilio Ecumenico della Chiesa, tenutosi a Roma. In esso, tra le varie cose, viene ribadita la priorità e diversità del Cristianesimo dall'Ebraismo. In pratica il Cristianesimo non è una semplice costola del Giudaismo (come tante altre) ma una religione diversa da essa. In pratica ai Pagani che chiedono di esser battezzati non è più richiesta loro la precedente conversione all'Ebraismo con riti annessi e connessi (circoncisione).
Ad un rafforzamento del Cristianesimo in Roma si ha però un indebolimento dello stesso nei luoghi stessi della sua nascita, nonostante la fervente predicazione di Giacomo (detto "fratello del Signore" uno dei pochi parenti di Gesù che erano ritornati in Israele dopo la Resurrezione del Maestro).
I pochi cristiani lì presenti infatti cadono presto o tardi vittime degli Ebrei Ortodossi che tra l'altro (ma questo lo vedremo meglio dopo) vedono nei Cristiani nulla più che degli Ebrei traditori che se la intendono coi Romani. Alla luce dei tragici avvenimenti successivi, non gli si potrebbe dare del tutto torto.
Sempre in questo Concilio viene ribadita la missionarietà della Chiesa. Così gli apostoli rimasti e gli altri discepoli decidono di divulgare la Lieta Novella a tutto l'Ecumene.
Particolare influenza avranno i viaggi missionari di Saulo-Paolo, un fariseo convenuto a Roma per testimoniare contro Gesù ma che dopo la sua Resurrezione diventa uno dei suoi testimoni più coraggiosi. Pietro invece preferisce rimanere in Italia e gira una ad una le città della Penisola. Una leggenda pare che tra i vari miracoli da lui compiuti ci fosse anche la guarigione di una donna di Spoleto gravemente ammalata che non sarebbe stata altro che la madre del futuro imperatore Vespasiano.

54 – 68 d.C.: Principato di Nerone. Dopo essere asceso alla porpora imperiale in seguito all'avvelenamento del padre adottivo Claudio per opera dell'intrigante madre Messalina, Nerone sceglie per i primi anni di applicare una politica sostanzialmente positiva nei confronti dei cristiani. Dà quindi loro il permesso per costruire nuovi luoghi di culto ed anzi dona lui stesso diversi averi alle comunità cristiane, grazie anche all'interessamento della seconda moglie Poppea, simpatizzante cristiana.
In seguito però all'incendio di Roma del 64 d.C. ed alla sventata congiura ordita dai senatori nel 65 d.C., Nerone comincia a vedere nei cristiani un pericolo, soprattutto perché vede in essi dei possibili rivali alla sua pretesa divinizzazione. 
Così, anche allo scopo di diminuire ulteriormente l'influenza senatoria nella Penisola, bandisce la seconda grande persecuzione dell'Urbe contro i cristiani (la maggior parte di senatori si era nel frattempo convertita alla nuova fede).
Cadono vittime illustri tra cui lo stesso Pietro (nonostante la richiesta di grazia proveniente dal suo generale Vespasiano) e Paolo, oltre a molti altri.

66 d.C.: scoppia la ribellione in Giudea. Le cause sono molteplici: a motivi politici si sommano anche quelli religiosi. Agli Ebrei ortodossi non fanno piacere le preferenze accordate dal Governo Centrale alla nuova setta dei Cristiani (da loro ritenuti eretici peggio dei Samaritani).
Anche se in seguito Nerone punì gli stessi Cristiani (accusandoli ingiustamente, tra le altre cose, di aver incendiato Roma) agli Ebrei questo non bastò come forma di ravvedimento anche perché la rapacità dei governatori di Giudea aveva raggiunto vette inaudite.
Ma le maniere di questo strano Principe non piacciono a nessuno e, mentre altre ribellioni scoppiano qua e là per tutto l'Impero, ben presto anche Nerone viene messo fuori gioco da una congiura (che stavolta riesce). Siamo alla fine del 68.

68-69 d.C.: Il famigerato anno dei quattro imperatori. Alla morte di Nerone si succedono ben quattro pretendenti: Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano. Alla fine dell'anno sarà quest'ultimo a spuntarla, divenendo il primo luglio del 69 d.C. l'unico ed incontrastato imperatore.

70 d.C.: Tito, il figlio maggiore dell'imperatore Vespasiano, assedia Gerusalemme. Tuttavia, su indicazione del padre, ormai segretamente convertitosi alla nuova fede, il Tempio viene risparmiato in quanto luogo delle prime predicazioni del Cristo. Così anche altri luoghi santi (Nazareth, Betlemme, Santo Sepolcro, Monte Tabor, Betania, ecc.) vengono risparmiate dalle Legioni ed in questi luoghi vengono anzi costruite delle Chiese Cristiane.
Fu lo stesso Giuseppe Flavio, un Ebreo convertitosi pure lui al Cristianesimo, a rivelare a Tito l'ubicazione esatta dei luoghi santi.

70 – 79 d.C.: Principato di Vespasiano. Sono anni di ulteriore diffusione della Predicazione di Cristo. Secondo gli storici ed esegeti più autorevoli è proprio in questo clima di pace che vengono scritti i tre vangeli canonici (il primo è Marco, a seguire Matteo e Luca).

79 – 81 d.C.: Al padre Vespasiano succede lo stesso figlio maggiore Tito. Pure lui si dimostra molto tollerante con i Cristiani professandone segretamente il culto.
Un aneddoto (forse leggendario) la dice lunga sui rapporti con la primitiva Chiesa. Pare che un giorno Tito ebbe un colloquio con Cleto (secondo successore di S. Pietro alla guida della Chiesa di Roma) il quale, in seguito ad una profezia, lo avvisò che un imminente sciagura si sarebbe presentata nei pressi del Monte Vesuvio, nei pressi di Neapolis.
Tito, preso da allarme, fece immediatamente allestire una flotta che si recò proprio sul luogo indicatogli dal presule. Ovviamente non si poté evitare l'eruzione del Vesuvio che sarebbe comunque di lì a poco avvenuta, in compenso, però furono molte le vite portate in salvo grazie ai provvidenziali (è il caso di dirlo!) soccorsi.

81 – 96 d.C.: Tito però muore prematuramente, lasciando il trono al fratello Domiziano. Costui, imbevuto ancora degli antichi miti pagani, non riconosce la fede cristiana ritenendosi (al pari di Nerone) egli stesso una divinità (Ercole) reincarnatasi.
Si hanno così delle sporadiche persecuzioni sia direttamente contro i Cristiani stessi che contro il Senato, principale finanziatore della Chiesa.

96 – 98 d.C.: A Domiziano (caduto pure lui vittima di una congiura ordita da Senatori e Pretoriani cristiani) succede il mite Cocceio Nerva. 
Costui non solo revoca tutte le persecuzioni contro la Nuova Fede, restituendo pure ad essa tutti i beni confiscatigli da Domiziano negli anni precedenti, ma pure ammette come religio licita il culto di Gesù detto il Cristo. Nerva vorrebbe addirittura blandire i vecchi dei ed imporre a tutti il nuovo culto del Cristo tuttavia la proverbiale mitezza e l'interesse a tenersi buona anche la parte più conservatrice del Senato, lo spingono verso una politica di compromesso.
Cosi una statua di pietra del Cristo viene posta assieme a quelle degli altri dei da venerare nel Colle Campidoglio, trasformando così la vecchia religione olimpica in un autentico enoteismo.
Si ha un primo passo verso la vera ufficializzazione della fede cristiana a livello politico.

98 – 117 d.C.: Principato di Traiano. La Chiesa si va affermando sempre di più tanto a livello religioso (radicandosi anche tra le campagne di tutto l'Impero) quanto a livello organizzativo e politico. Sono gli stessi imperatori ora a chiamare ed a preferire senatori cristiani a quelli pagani, foraggiando indirettamente le nuove conversioni.
L'apostolo Giovanni (anzianissimo) può così rientrare dall'esilio e conclude serenamente i suoi giorni nella stessa capitale, ospite personale dell'Imperatore, dove conclude il suo Vangelo e (secondo la Tradizione) pure l'Apocalisse.
In questi anni l'Impero Romano raggiunge anche il massimo della sua estensione territoriale.
Ma le preferenze accordate ai Cristiani non piacciono agli Ebrei, specie quelli restati in Israele.

117 – 138 d.C.: Principato di Adriano. E' proprio durante il Regno di Adriano che il Cristianesimo raggiunge il primato di religione più praticata. I vecchi culti pagani vengono ormai praticati solo in aree ben ristrette.
L'enorme acume politico dell'Imperatore lo spinge a rinunciare al titolo di pontefice massimo (in quanto ancora paganeggiante nel nome) che invece diventa l'appellativo del vescovo di Roma che ha ormai assunto una certa preminenza gerarchica sugli altri episcopati.
Tra le varie riforme dell'Imperatore c'è da ricordare la sua proposta di riedificare daccapo la città di Gerusalemme, distruggere quel poco che rimane di ebraico presente in essa e costruire ed ingrandire le numerose chiese cristiane presenti in Palestina.
Un suo editto poi proibisce la circoncisione in tutto l'Impero Romano, giudicandola una pratica inutile e superata poiché Cristo ha salvato e redento con la sua morte tutta l'Umanità.
Per gli Ebrei questa è la goccia che fa traboccare il vaso e nel 132 scoppiò un'altra terribile rivolta giudaica fomentata da Simon Bar Kokhbà.
Le conseguenze sono terribili per i ribelli: Gerusalemme viene ancora una volta devastata. Tutto viene distrutto dalle fondamenta salvo le basiliche ed i monumenti cristiani più importanti. L'Ebraismo viene pressoché cancellato poiché Adriano lo considerò la causa delle continue ribellioni. Proibì la Torah, il Calendario giudaico e mise a morte gli studiosi delle "Scritture". I Rotoli sacri furono formalmente bruciati nel Tempio. Gerusalemme divenne Aelia Capitolina e ai Giudei fatto divieto di entrarvi. Più tardi si permise loro di piangere la loro umiliazione una volta all'anno a Tisha B'Av. 
Adriano fu comunque una persona aperta e colta, pronta al dibattito intellettuale. Divenne amico personale di molti filosofi e teologi della sua epoca che lo accompagnavano anche spesso nei suoi viaggi fino ai confini dell'Impero. Saggiamente rinunciò alla maggior parte di conquiste di Traiano (le terre oltre l'Eufrate, l'Arabia, ecc.) che avrebbero visto l'Impero Romano in perenne conflitto con quello dei Parti, preferendo quindi stipulare patti di alleanza e collaborazione con questi ultimi.
Fu amante delle Arti, mecenate e fine letterato egli stesso. Ristrutturò il Pantheon a Roma ridedicandolo a Gesù Unico Salvatore. Larghissima diffusione ebbe anche, durante il suo regno, il culto alla Vergine Maria, Madre di Gesù, il cui culto e devozione soppiantarono presto quelli prestati a divinità femminili pagane quali Atena-Minerva, Artemide-Diana ed Hera-Giunone.
Purtroppo però il suo comportamento nella vita privata non fu altrettanto all'altezza di quella pubblica. Durante un viaggio in Egitto si innamorò perdutamente di un giovinetto, tale Antinoo. Nonostante egli si ritenesse un cristiano praticante, non ebbe nessun problema ad iniziare una relazione con il giovanetto.
Questo suo atteggiamento fu enormemente riprovato dall'allora vescovo di Roma, nonché Pontefice Massimo, Telesforo che rammentò al non più giovane Imperatore l'esempio di re David. Quando nel 130 Antinoo misteriosamente morì, fu facile per il papa attribuire a Dio stesso la causa della morte del giovinetto, avvenuta per punire il fedifrago imperatore.
Adriano comprese il suo errore e chiese umilmente perdono del suo peccato a Telesforo in quanto vicario di Cristo. E' la prima volta nella Storia dell'Occidente che un imperatore chiede perdono al papa delle sue azioni riconoscendone indirettamente la superiore autorità spirituale. Ma non sarà di certo l'ultima.

138 – 161 d.C.: Principato di Antonino.
Tale sovrano si comporterà (secondo i cristiani dell'epoca) in modo tanto cristiano da vedergli riconosciuto dal Senato il titolo di "Pio" e dal Pontefice Massimo (detto anche papa) quello di "Defensor Fidei", attributo che dopo di lui entrerà a far parte a pieno titolo della intitolatura ufficiale degli Imperatori Romani.

161 – 180 d.C.: Principato di Marco Aurelio.
La Chiesa cresce sempre di importanza a livello politico e di pari passi procede anche la sua gerarchizzazione. Ormai il Vescovo di Roma è il capo indiscusso di tutta la Chiesa, tanto quella di lingua greca che latina. Tulle le altre sedi di episcopati (Lione, Gerusalemme-Aelia Capitolina, Milano, Alessandra, Antiochia, Efeso, ecc.) sono a lei subordinate.
Il papa può imporre a tutti i cristiani la sua volontà in virtù dell'appoggio (anche militare) datogli senza riserve dall'Imperatore. Così anche eresie e focolai di ribellione alla sua autorità vengono presto debellate. Questo è ad esempio il caso della setta dei Montanisti (ribelle tanto al papa che all'imperatore) che viene crudelmente perseguitata sotto lo stesso Regno di Marco Aurelio.
Così pure le filosofie stoiche ed epicuree possono essere liberamente professate (lo stesso Marco Aurelio scriverà trattati filosofici di matrice stoica) solo nell'ottica cristianizzata delle stesse.
In pratica il Cristianesimo Romano diventa l'unica e vera professione religiosa ammessa in tutto l'Impero. Le altre sette che erano state in precedenza risparmiate vengono ora bandite per sempre, la confisca dei beni è la pena minore che viene comminata ai pochi che ancora non hanno abbracciato la Religione di Stato.
Solo gli Ebrei, seppure parzialmente, sono esentati dalla conversione. E questo solo perché rimangano come esempio vivente negativo.
Sul colle Campidoglio (nei pressi del luogo in cui Gesù fu crocifisso) nel frattempo Marco Aurelio farà costruire un'imponente basilica che diventerà anche la sede temporale del Vicario di Cristo.
Inoltre vengono ampliate (sempre a Roma) le Basiliche seguenti:
> Santo Sepolcro sul Campidoglio: luogo in cui Gesù fu ucciso e fu sepolto
> Cenacolo nei pressi del Campo Marzio (luogo in cui Cristo tenne l'ultima sua cena cogli apostoli nonché casa romana in cui Egli stesso rimase agli arresti domiciliari per due anni circa)
> Basilica del "Quo Vadis?" lungo la Via Appia, quando Gesù risorto appare a Cleopa ed all'altro discepolo
> Basilica dell'Ascensione: Ad Ostia Antica.
> Queste quattro chiese paleocristiane legate intimamente alla presenza di Cristo divennero ben presto mèta di pellegrinaggi. Ad esse se ne affiancarono in seguito altre tre:
> Basilica di Santa Maria Maggiore: situata sulla cima dell'Esquilino, è ritenuta fin dall'epoca apostolica la residenza della Vergine Maria negli ultimi anni della sua vita terrena.
> Basilica di San Giovanni: nei pressi del Laterano. Luogo in cui San Giovanni evangelista ed apostolo morì quasi centenario nei primi anni del Principato di Traiano. In una teca di metallo prezioso viene ancor oggi conservato il suo prezioso corpo.
> Basilica di San Pietro in Vaticano, luogo in cui l'apostolo Pietro venne martirizzato sotto Nerone. Lì Marco Aurelio fece rinvenire il corpo (miracolosamente ancora intatto) dell'Apostolo. Accanto ad esso fece seppellire anche il corpo dell'Apostolo Paolo, ucciso poco fuori Roma.

180 – 192 d.C.: Principato di Commodo.
Nonostante governasse l'Impero in modo assai discutibile con eccessi che a molti ricordarono quelli di Nerone o Domiziano, Commodo continuò nella politica del padre nei confronti dei cristiani. In modo particolare assai fortunosamente venne rinvenuta nei pressi del Santo Sepolcro la vera croce con cui venne ucciso Gesù.
Pare che l'Imperatore avesse a bella posta fatto uccidere un soldato per constatare di persona l'autenticità della reliquia. Non si sa se il soldato venne resuscitato, fatto sta che ancor oggi la Vera Croce fa bella mostra di sé nella Basilica.

Periodo dal 192 d.C. al 284 d.C.: Sono i famosi anni dell'anarchia militare. Tranne la breve parentesi Severiana (193 – 235 d.C.) di solito l'Impero viene retto da Imperatori che governano per brevissimi periodi di tempo e finiscono quasi sempre assassinati.
In un tempo in cui l'autorità politica si fa più incerta, acquisiscono invece sempre maggiore autorità i pontefici. La Chiesa infatti, nei periodi di crisi, diventa un vero e proprio punto di riferimento per la popolazione. Ben presto tribunali ecclesiastici sorgono in concorrenza con quelli civili, con la connivenza più o meno esplicita del potere politico di turno.
Sorgono però anche numerose eresie in seno e, purtroppo, a causa della debolezza in generale del potere politico, non sempre si riescono a debellare.

284 – 305 d.C.: Con Diocleziano pare che le cose vadano meglio, tanto per l'Impero che per la Chiesa.
L'Imperatore assume caratteri sempre più assolutistici. L'Impero, per poter essere meglio amministrato, venne diviso in quattro parti (Tetrarchia) amministrate da un vice-Imperatore (Massimiano) e da due subordinati (detti "Cesari") con il compito di subentrare a loro volta ai due Imperatori "ufficiali" e nominare quindi nuovi "Cesari" come loro successori. A complicare ulteriormente il meccanismo, tutte le quattro parti dell'Impero vengono a loro volta divise in Diocesi e Prefetture.
Preso atto ormai che l'amministrazione civile da sola non ce l'avrebbe fatta a sostenere la complessa burocrazia, Dicoleziano fu il primo Imperatore ufficiale ad affidare il comando diretto delle Provincie, Diocesi e Prefetture a sacerdoti o vescovi che ricopriranno così tanto incarichi civili quanto religiosi. Questo fenomeno, sempre più utilizzato in futuro, porterà poi alla presenza dei vescovi-conti di Età Medievale.
Inoltre, per assicurare la pace interna all'Impero. Diocleziano stabilirà durissime persecuzioni contro eretici e scismatici. In modo particolare vengono duramente punite le dottrine eretiche del sacerdote Ario, che sosteneva che Gesù non fosse di natura divina come il Padre. Tale dottrina venne dichiarata eretica dal Concilio di Roma del 300 d.C., presieduto dallo stesso Imperatore.
I beni degli ariani vengono confiscati e consegnati ai cattolici. Gli ariani scampati alle persecuzioni devono trovare rifugio oltre i confini dell'Impero, presso i Parti.
Inoltre è con Diocleziano che, per la prima volta nella Storia Romana, le guerre assumono un significato religioso. In modo particolare il vittorioso conflitto contro i Parti (297 d.C.) venne propagandato dall'Imperatore come una guerra voluta da Dio contro i pagani idolatri.

Un primissimo passo verso la formulazione teologica del termine "guerra santa".
Un ultimo appunto va fatto sulla decisione di Diocleziano di spostare la capitale amministrativa dell'Impero d'Occidente a Milano e Treviri. Roma rimane capitale simbolica e religiosa. La mancanza quindi dell'Imperatore da Roma farà sì che il potere del pontefice e della sua "corte" personale formata da presuli verrà sempre più affermandosi a scapito delle autorità politiche rimaste.
Ben presto, mutuando il Senato, a Roma si forma una vera e propria Assemblea con scopi consultivi istituita dallo stesso pontefice. La sua assomiglianza col Senato viene vieppiù accentuata dal fatto che molte famiglie senatoriali vi entrano a far parte. Nasce così il primo embrione del Collegio Cardinalizio.

306 d.C.: Il sistema tetrarchico però non funziona e ben presto i successori comandati di Diocleziano cominciano già a litigare tra di loro non appena l'anziano imperatore si dimette.
Una nota importante, sempre relativa a questi anni, è il fatto che l'Impero Romano si sta sempre più diversificando tra la sua parte Occidentale e quella Orientale, anche a causa della diversa religione professata.
Infatti mentre l'Occidente è ancora quasi tutto cristianizzato, sia per via della predicazione di Cristo che dei viaggi missionari di Paolo, tutti rivolti in Occidente (vedi nota), lìOriente è ancora in larga parte pagano. Solo Gerusalemme, in quanto sede vescovile già dalla prima età apostolica, si può definire una città completamente cristiana (anche per via delle persecuzioni ebraiche sotto Tito ed Adriano) mentre nel resto dell'Oriente vengono praticati ancra gli antichi culti. In modo particolare trova diffusione il Mithraismo (praticato specificatamente da militari), il culto di Cibale ed Attis, quello di Iside. Un'altra nuova religione (nuova per i Romani) risulta pure lo zoroastrismo, arrivato direttamente dalla Persia, che però valicando i confini dell'Impero trova una nuova linfa.
C'è anche da dire che molte parti dell'Impero Orientale furono instabili già dal III^ secolo (Egitto, Regno di Palmira) e solo a stento vennero riportate nel seno dell'Impero.
Tutto questo aveva anche come basi l'intolleranza religiosa degli Imperatori Romani, tesi a propagandare il Cristianesimo Romano come unica dottrina a scapito di tutte le altre. In popolazioni dall'antichissima storia religiosa (come l'Egitto) questo non poteva piacere. Inoltre, mentre in Occidente gli Imperatori seppero abilmente conquistarsi il favore della nuova religione offrendo poteri ed onori alla Chiesa ed al pontefice (identificando il destino di Roma con quello della Chiesa stessa), in Oriente ciò non fu possibile in quanto già nella stessa Palestina i primissimi cristiani di fede ebraica avevano identificati nell'Impero e nei Romani la causa stessa della morte di Cristo. Prese così piede, in queste Provincie d'Oriente, uno strano movimento (denominato dagli storici: zelotismo cristiano o neo-zeolitsmo) in cui fattori religiosi, etnici, politici si mischiavano tra di loro a triplo filo. In pratica questa nuova dottrina (condannata pure essa dal Concilio di Roma del 300 ma in Oriente ancora diffusa) vedeva nella Chiesa di Roma la prostituta di Babilonia e negli Imperatori Romani la Bestia del Mare (tutti passi ricavati dall'Apocalisse di Giovanni) in quanto asservita al vero Satana (l'Impero Romano stesso che ha crocifisso Cristo). Ad appoggiare questa nuova setta c'erano sia gli Ebrei sopravvissuti alle Guerre Giudaiche, sia cristiani-ebrei (che avevano come punto di riferimento originario il Vescovo Giacomo, fratello del Signore), sia Provinciali stanchi delle angherie del Potere Centrale e che vedevano nel movimento un modo come un altro per opporsi a Roma, sia alcuni vescovi d'Oriente le cui posizioni teologiche erano entrate in conflitto con quelle del Papa di Roma ed erano state ritenute eretiche (e quindi perseguitabili) da questi.
Lo scopo di questo movimento era di propagandare la lotta ramata di Liberazione sia contro il potere politico che quello religioso. Le stesse ribellioni dell'Egitto (nel 294 d.C.) furono in larga parte dovute all'opera di questa religione.
Nonostante (ufficialmente) il Patriarca di Gerusalemme (essendo l'Autorità vescovile più forte in Oriente, con una sorta di primato onorifico anche su Antiochia, Alessandria e Damasco) condannasse ripetutamente questa dottrina, in realtà essa continuava a crescere, foraggiata da insigni membri dei Patriarcati stessi.

Anni 306 – 337 d.C.: Il nuovo periodo di anarchia militare venne superato dalla proclamazione di Imperatore d'Occidente da parte di Costantino I. In seguito lo stesso Costantino sconfiggerà il collega d'Oriente Licinio (324) accusandolo (forse ingiustamente) di essersi segretamente convertito alla setta neo-zelotista e diventerà unico imperatore.
Il nuovo Imperatore capì che era l'Oriente la spina del fianco dell'Impero, a causa delle frequenti rivolte delle sue Provincie, molto spesso causate proprio da fattori religiosi. Per questo, ritenendo ormai l'Occidente sicuro ed affidandolo de-facto al Pontefice, sceglie di edificare ex-novo una Capitale lungo il Bosforo, più o meno dove sorgeva l'antica Bisanzio. Costatino scelse questo luogo come capitale (ribattezzandola NOVA ROMA) sia per non subire eccessive ingerenze da parte dei Vescovi d'Oriente (cosa che sarebbe certamente accaduta se avesse assunto come capitale la sede di un Patriarcato storico) sia per ridimensionare i Patriarcati storici stessi, istituendone uno nuovo (il Patriarcato di Costantinopoli, appunto) nominando lui stesso il Patriarca (ovviamente di strettissima fede cristiana ortodossa, per temere derive neo-zelotiste) ed attribuendogli un'Autorità pressoché assoluta sulle Chiese d'Oriente, pur ritenendolo subordinato al Papa di Roma.
Allo stesso scopo Costantino istituì un Senato nella nuova capitale d'Oriente di cui fecero parte le più importanti famiglie di Roma (e di stretta fede ortodossa) obbligate a trasferirsi lì per ordine dello stesso Imperatore.
Cominciò poi una durissima serie di persecuzioni rivolte tanto ai culti pagani ancora vivi e vegeti nelle campagne e città più piccole d'Oriente che al neo-zelotismo.
In Occidente il Papa, lasciato praticamente solo a comandare, diventa nei fatti l'autentico sovrano di quella parte di Impero e da lui (direttamente od indirettamente) dipendono tutte le decisioni politiche importante, tra cui quella di nominare o no gli Imperatori successivi. Sempre più poi il Senato Romano assume le caratteristiche di organo consultivo alle dirette dipendenze del Pontefice.
Nonostante però l'energica politica di questo Imperatore, le due parti del suo regno assumeranno sempre più caratteristiche diverse.

337 – 377 d.C.: In seguito alla morte di Costantino I (che divide nuovamente l'Impero tra i suoi figli) si susseguirono una lunga teoria di guerre civili e per la successione.
Da segnalare, proprio per rimarcare ormai il potere che il pontefice Romano aveva assunto in quegli anni, era il fatto che ormai spettava a lui (e non più al Senato) convalidare o meno la nomina degli Imperatori (tanto d'Oriente, quanto d'Occidente). In modo particolare colpisce la scomunica lanciata contro Costantino II (340 d.C.) e Giuliano (363 d.C.) avvenuta quest'ultima post-mortem e che tuttavia condannò l'Imperatore alla damnatio memoriae anche per i secoli futuri.
Il pontefice diventa arbitro assoluto della politica imperiale (almeno teoricamente) sua è la facoltà di nominare imperatori o di disconoscerli (qualora non si fossero dimostrati all'altezza del loro compito). Tale facoltà, ricavata da giuristi cristiani in base all'interpretazione dei passi biblici riferiti all'Antico Regno d'Israele (Samuele che dà ordini a Saul, Natan che rimprovera David, Elia e Geremia che puniscono i re successivi) fa comodo agli Imperatori stessi in quanto giustifica il loro potere pressoché assoluto come volontà divina e quindi ineffabile.
In pratica però il potere del Papa ha valore incontrastato solo nella Parte Occidentale completamente cristianizzata. In Oriente, dove la sua autorità non è incontrastata (nonostante le persecuzioni le varie religioni ed eresie sono ancora vive e diffuse ed anzi, rialzano il capo ogni volta che in Oriente si verifica un vuoto di potere) i suoi ordini e dettami sono molto meno recepiti ed applicati.
Inoltre appaiono discriminanti (per i destini dei due Imperi) gli avvenimenti degli anni immediatamente successivi alla:

Battaglia di Adrianopoli (378 d.C.) I Goti di Fritigerno sconfiggono i Romani di Valente in una delle peggiori sconfitte mai subite dall'Impero Romano (lo stesso Valente cade sul campo)
La notizia della disfatta arriva ben presto alle orecchie degli abitanti delle Provincie Orientali che ne approfittano subito per scatenare l'ennesima ribellione.

380 d.C.: L'Egitto è la prima Provincia a proclamarsi indipendente. Il Patriarca di Alessandria Pietro II (fedele al papa di Roma) viene ucciso dalla folla. Viene nominato come nuovo Imperatore il filosofo pagano e neoplatonico Eunapio di Sardi.
Quasi contemporaneamente anche in Palestina scoppia un'altra Guerra. Fomentata questa da ebrei, ebrei-cristiani (fedeli alla Chiesa di Gerusalemme, detta anche di Giacomo, che aveva mantenuto fortissimi legami con l'Ebraismo classico) e neo-zeloti.
I ribelli organizzati in bande armate (ed approfittando della debolezza dei presidi Romani) riescono a penetrare nelle città di Diocesarea ed Aelia Capitolina, annientano la guarnigione romana e proclamano la rinascita dello Stato di Israele indipendente. A capo della rivolta si pose un certo Isacco il cui padre, peraltro, aveva già tentato una rivolta contro i Romani una trentina di anni prima.
Approfittando del momento di crisi dell'Impero Romano, il Re Persiano Ardashir II nello stesso anno occupa tutta l'Armenia dichiarandola proprio protettorato (in barba a tutti gli accordi precedenti che invece ripartivano la stessa Armenia in due parti).
I Goti scampati alla guerra intanto si stanziano lungo l'alto corso del Danubio.

380 – 392 d.C.: Impero di Teodosio in Oriente. A risollevare momentaneamente le sorti dell'Impero Romano ci pensa Teodosio, forse l'ultimo vero Imperatore.
Nominato già co-reggente da Graziano, in seguito all'avvallo del Papa ed alla morte di quest'ultimo, Teodosio non ci mise molto a sbarazzarsi del rivale ed a governare come unico sovrano d'Oriente. In Occidente invece regnerà Valentiniano II fino al 392 d.C.
Teodosio prese ormai atto che era impossibile riunificate completamente l'Impero, per cui pensò lucidamente a salvare il salvabile.
Stipulò una pace coi Persiani in cui cedette loro tutta l'Armenia ed altre Regioni di confine. Questo trattato (che imperatori precedenti avrebbero giudicato umiliante) per lo meno allontanò per una generazione lo spettro di future guerre che l'Impero non poteva permettersi.
Ignorò le pretese indipendentistiche di Egitto ed Israele ma al tempo stesso non fece nulla per intervenire militarmente, riconoscendoli de facto come Stati Sovrani.
Stanziò poi i Goti nella Provincia di Tracia dando loro lo status giuridico di foederati. I Goti si sarebbero potuti autogovernare (pur rimanendo fedeli a Roma ed al suo imperatore) con l'impegno di assicurare a Roma truppe e tributi.
In pratica dell'Impero d'Oriente restavano ormai solo Grecia ed Asia Minore sotto l'effettivo controllo politico-militare.
In compenso i confini occidentali rimasero pressoché intatti.

392 – 398 d.C.: Alla morte di Valentiniano II, Teodosio rimane imperatore unico per sei anni.
Dopo aver cercato di imporre la Pax Romana in Oriente, Teodosio passa gli ultimi anni della sua vita a sistemare le cose in Occidente.
Sebbene cristiano ortodosso praticante, Teodosio non approva il crescente potere che il Papa Romano sta avendo su questa parte del Mondo. Più volte viene ai ferri corti col Papa o coi Vescovi locali (celebre lo scontro nel 390 d.C. contro Ambrogio di Milano).
Allo scopo di ridimensionare l'autorità di vescovi e prelati (le cui cariche religiose continuano ad accumularsi a quelle di funzionari civili), del Concilio Papale (ormai anche de facto subentrato al Senato) Teodosio pensa negli ultimi anni di vita ad elaborare una Nuova Costituzione Generale dell'Impero. Ma la sua salute sempre più precaria gli impedirà di concludere l'opera.
Alla sua morte lascia l'Impero d'Occidente al figlio Onorio e ciò che rimane dell'Oriente ad Arcadio. Raccomanda entrambi i suoi figli al magister militum Stilicone ed allo stesso pontefice.
Con lui si chiude per sempre un'era.

398- 430 d.C.: Regni di Arcadio II e del figlio Teodosio II in Oriente. Nestorio, Patriarca di Costantinopoli tra il 381 ed il 430, cominciò ad affermare che in Gesù Cristo convivevano due nature distinte, l'uomo e il Dio; di conseguenza anche Maria era madre solo della persona umana. 
Per il momento la Chiesa d'Oriente era ritornata all'ovile romano, con la nomina (da parte di Papa ed Imperatore) di un nuovo Patriarca fedele all'ortodossia.
In realtà per comprendere lo sviluppo di queste teorie bisogna calarsi nel contesto in cui furono formulate. 
Il potere della Chiesa Orientale ( ridottasi peraltro a causa dei recenti moti indipendentisti) era per il suo stesso statuto subordinata a quella Occidentale (rappresentata nella figura del Papa) ed all'Imperatore che quando risiedeva nella Capitale ne poteva controllare l'agire, quasi considerando il patriarca come uno dei suoi funzionari.
Inoltre il potere era minato anche da pressioni esterne al Cristianesimo (i movimenti zelati, zoroastriani, mithraici e neopagani) che da interne alla Chiesa Orientale stessa (il monofisismo che al contrario affermava l'esistenza di una natura sola).
In poche parole Nestorio, con questa originale teoria, voleva manifestare tanto la propria indipendenza dalla Chiesa di Roma, quanto la propria forza all'interno, schiacciando (o volendo fare) le opposizioni (tanto ortodosse quanto monofisite).
Teodosio II, per risolvere una volta per tutte la questione, d'accordo con il "collega" Occidentale, fece proclamare un Concilio Ecumenico, tenutosi poi dopo la sua morte a Marsiglia nel 431 d.C. 
Il fatto che il Concilio venne tenuto in una città dell'Occidente, già la diceva lunga sul probabile esito dello stesso. 
In effetti il Nestorianesimo venne condannato come dottrina eretica ed il suo Patriarca venne rimosso. A poco servì a Nestorio la consolazione che anche il monofisismo era stato condannato pure esso.
Ma i seguaci di Nestorio non mollarono e, rifugiatisi in Armenia e nelle zone esterne a Roma (Egitto, Israele, Impero Partico) continuarono a professare indisturbate la loro fede. Lo stesso fecero i Monofisiti.
Tutte queste diatribe religiose capitano già in un momento criticissimo per i due Imperi Romani.
Infatti già nel 399 Alarico Re dei Visigoti (il cui popolo, lo ricordiamo, era stato già stanziato sotto Teodosio I^ in Tracia in qualità di foederato) invade l'Impero d'Oriente. Occupa nel 400 d.C. il Pireo ed Atene e sottopone la città ad un terribile assedio.
L'anno successivo si prepara a marciare diretto verso la Capitale stessa, Costantinopoli. Fu fermato però dalle truppe di Stilicone, generale supremo (magister militium della Parte Occidentale dell'Impero) giunte in rinforzo
Sconfitto, l'esercito vandalico si dirige poi verso la Pannonia.
Nel 410 d.C. mancando l'appoggio dell'esercito Occidentale (occupato a respingere altri gruppi di barbari penetrati nelle Gallie) Alarico ci riprova assalendo di nuovo il debole Impero Orientale.
Nel 411 d.C. il suo esercito da Nord penetra nei Balcani senza quasi colpo ferire e si accampa alle porte di Costantinopoli che assedia per tre anni.
Nel 414 d.C. una terribile epidemia penetra nel campo Visigoto e spinge Alarico, con un esercito già allo stremo, a rinunciare alla conquista. Per il momento la seconda Roma è salva. Alarico, in cambio di un forte riscatto, decide a ritirarsi di nuovo in Tracia ottenendo però un ulteriore arrotondamento dei propri confini. Inoltre si accorda con Teodosio II per un tributo annuo che gli Imperatori d'Oriente dovranno corrispondere al suo popolo quale vitalizio perpetuo. In pratica l'Impero Orientale viene reso vassallo del Regno Visigotico.

398 – 430 d.C. in Occidente: L'Occidente, benché pure esso sottoposto a minacce ed invasioni (come vedremo) dei popoli barbari, seppe resistere meglio ad essi anche grazie alla maggiore pacificazione religiosa interna. Mentre infatti l'Oriente risultava diviso ancora in numerose sette spesso in lotta tra loro (per non parlare di Egitto e Palestina perse già ai tempi di Teodosio) in Occidente il cattolicesimo romano la cui ortodossia venne sancita ufficialmente dal già citato Concilio di Marsiglia, regnava pressoché incontrastato. Un'importante conseguenza futura fu anche la relativamente facile conversione delle popolazioni barbariche pagane che penetravano nei suoi confini, creando disagi ed attriti molto minori con le popolazioni romanizzate.
Infine la figura stessa del Papa, il cui primato in Occidente era già pressoché incontrastato almeno dai tempi di Adriano, fu un'ulteriore garanzia rispetto alla lunga serie di deboli ed inetti imperatori, assicurando una politica forte ed energica.
Vediamo però più nel dettaglio gli avvenimenti di questi anni.
Nel 406 d.C., a causa di forti spinte proveniente dal popolo nomade degli Unni, altre tribù barbariche Alani, Vandali e Suebi, varcano il fiume Reno, gelato e sguarnito di truppe.
Nel 409 d.C. penetrano in Gallia. Stilicone, accorso dall'Oriente, si muove contro di loro e li blocca, infliggendo alla Confederazione barbarica una tremenda sconfitta.
Se in Occidente ci fosse stato di nuovo un Imperatore come Teodosio, avrebbe agito con fermezza alla bisogna e si sarebbe preoccupato di schiacciare definitivamente il pericolo barbarico. Ma sul trono occidentale regnava il debole Onorio il quale, invece, per tutta risposta, sentendosi minacciato dà ordine di trasferire la capitale da Milano a Ravenna (perché più difendibile). Inoltre, ingelosito dalla prodezza di Stilicone, gli ordina immediatamente di rientrare a corte, impedendogli di fatto di assestare il colpo di grazia a Gunderico. Stilicone è costretto quindi a ritirarsi ed a lasciare l'opera incompiuta.
Papa Innocenzo I coglie la palla al balzo per intromettersi nella vicenda. Con il pretesto di agire segretamente su mandato di Onorio, si reca personalmente a Vienne (nelle Gallie) e chiede un colloquio col re Gunderico. E' da notare la particolarità dell'autonomia con cui questa decisione venne presa.
Da abile politico quale era, papa Innocenzo I, decide si ritagliarsi una propria fetta di potere approfittando sia della debolezza (mentale e politica) dell'Imperatore Onorio, che della lotta tra questi ed il generale Stilicone. Infatti in Occidente si erano formati due partiti, quello della Corte (facente riferimento all'imperatore) e quello di Stilicone, formato per lo più da soldati o da cittadini di origine barbarica (come lo stesso generale). Quasi a rimarcare le distanze tra le due formazioni (e consapevolmente stabilirsi come arbitro tra loro due) il Papa opta a sua volta per una politica autonoma ed indipendente da entrambi, ribadendo concettualmente la superiorità del potere religioso su quello politico.
Così, in qualità di Capo della Chiesa e Vicario di Cristo, il Pontefice accoglie Gunderico e le sue truppe nei confini dell'Impero. Assegna loro una grossa fetta di territori al di qua ed al di là dei Pirenei. Stipula con essi un trattato di pace in cui li riconosce foederati dell'Impero ed al loro popolo viene affidato un quarto delle terre. In cambio essi promettono di convertirsi in massa al Cattolicesimo Romano (essendo per la maggior parte pagani, al cosa non crea loro più di tanto problemi) e lo stesso Gunderico viene battezzato la notte di Natale del 410 d.C.
La convivenza di Vandali, Alani e Suebi con la popolazione romanizzata sulle prime si fa difficile ma una serie di fattori concomitanti (la stessa fede, il fatto che gli stessi prefetti in larga parte vescovi delle diocesi spagnole e galliche si impegnarono in prima persona per accogliere ed integrarli, oltre alla necessaria collaborazione coi Romani per combattere altri invasori, nemici ad entrambi) la rese tutto sommato abbastanza indolore, favorita anche dai numerosi matrimoni misti.
Il trattato di pace stipulato dal Papa non fu molto gradito a Ravenna né da parte di Onorio (che non lo riconobbe) né da parte di Stilicone. Innocenzo di fronte alla corte riunita ribadisce la sua scelta accusando a sua volta Onorio di debolezza e vigliaccheria per non essersi assunto le proprie responsabilità di fronte ad un avvenimento così grande, minacciandolo addirittura di scomunica se il trattato non venisse ratificato.
Inoltre afferma solennemente la superiorità della posizione sua (in quanto vicario di Cristo, Re dei Romani) rispetto a quella degli Imperatori d'Occidente e d'Oriente, ritenuti entrambi solo dei "vicari di vicari di Cristo"
Never75Il dovere di fedeltà alla famiglia imperiale assicurato a Teodosio I in punto di morte, spinge sulle prime Stilicone a prendere le difese dell'Imperatore.
Onorio, nonostante tutto, è giocoforza costretto a riconoscere (seppure a malavoglia) il trattato di pace stipulato dal papa. I rapporti tra i due restano però tesissimi. 
Innocenzo si rifugia a Roma, accolto dalla popolazione della città come un generale vittorioso. Agli occhi dei Romani (abbandonati dai loro imperatori) sono ormai i pontefici a rappresentare il vero potere politico.
Nel Senato gli viene addirittura proposta un'ovazione per avere salvato la Pax Romana dalla minaccia barbarica.
Nonostante l'evidente esagerazione di come alcuni avvenimenti vennero interpretati, si può già intuire come la figura e posizione dei pontefici abbiano acquistato una autorità ed autorevolezza superiore a qualsiasi altra nel panorama occidentale.
Contemporaneamente a questi fatti, tra il 410 ed il 420 d.C., la Penisola Britannica viene attaccata ed invasa da tribù barbare provenienti dalla Germania (Angli, Sassoni, Juti) oltre che da incursioni di Pitti e Scotti (oltre il Vallo di Antonino) e di pirati irlandesi (per via mare).
L'estrema distanza della Britannia, oltre che la sua relativamente poca importanza logistica ai fini della sicurezza dell'Impero, fanno sì che venga abbandonata al suo destino.
Né il papa né l'imperatore si prendono la briga (eccettuati sporadici messaggi ed inviti a resistere destinati alle popolazioni romane e romanizzate lì presenti) di intervenire politicamente o militarmente.

Never75

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