Tutto parte da un'idea di Lord Wilmore:
Il 5 settembre 1946 a Parigi non viene firmato L'Accordo De Gasperi-Gruber. Di conseguenza gli alleati impongono un referendum popolare in Alto Adige il cui esito provvede a riassegnare la provincia a Vienna.
.
Così gli risponde Never75:
A quanto pare fu lo stesso De Gasperi a voler siglare l'accordo (senza passare per via referendaria) in quanto, da buon trentino, temeva la secessione dell'Alto Adige. Però, se si fosse tenuto un referendum in Alto Adige, lo stesso De Gasperi avrebbe insistito per farlo anche in Istria. Allora che succede? Probabilmente tutta Trieste (zona A e B) e tutta Gorizia rimangono italiane. De Gasperi potrebbe ritrovarsi come Garibaldi, uno straniero in patria.
.
Ed ecco l'intervento di Enrico Pellerito:
La proposta è veramente interessante.
De Gasperi però resta italiano, il problema riguarda la provincia di Bolzano, non quella di Trento, e Pieve Tesino, dove è nato il Nostro, era già in provincia di Trento; correggetemi se sbaglio, ma credo che la presenza in questa provincia di abitanti di madre lingua tedesca non doveva essere, già all'epoca, apprezzabile, né probabilmente mai lo è stata.
Non credo che gli "austriaci" siano proprio degli scrocconi; i benefici economici sotto forma di trasferimenti di fondi, riduzioni fiscali, et similia, li hanno fatti fruttare lavorando sodo. E fra i possibili cambiamenti negativi per l'Italia vedo una minore ritorno in termini economici (territorio non più soggetto alla nostra tassazione).
Se poi De Gasperi fosse riuscito ad ottenere un referendum in Istria, attuandolo prima che la politica terroristica delle foibe producesse i tragici risultati che sappiamo, avremmo avuto un confine militarmente più sicuro (aree d'accesso alla pianura veneto-friulana in nostre mani) e tanta gente che sarebbe rimasta a casa sua (ad esempio, la famiglia di mia madre che andò profuga in Toscana). Egoisticamente, lo scambio Alto Adige all'Austria e Istria e Venezia Giulia (non so, francamente se il retroterra fiumano optasse per l'Italia o per la Jugoslavia) a noi, mi starebbe bene.
.
Anche William Riker vuole dire la sua:
Anche a me. Ma l'entroterra fiumano aveva sì o no il 5 % di italiani. Gli italiani
erano concentrati tutti sulle coste. Dunque costa dell'Istria fino ad
Abbazia (Fiume esclusa) italiana, l'interno (Pazin/Pisino/Mitterburg
capoluogo) alla Jugoslavia. Ci sto.
.
Enrico Pellerito si mostra in disaccordo:
In effetti, l'entroterra era abitato da parecchie comunità di ceppo, lingua e tradizioni slave, ma non mancavano gli elementi che si sentivano italiani e amavano parlare l'italiano.
Proprio per questa ragione, un pezzetto dell'entroterra mi piacerebbe che restasse in Italia.
Mi spiego meglio e chiedo scusa se torno con il mio esempio familiare: mio nonno materno era istriano di Montona (oggi Motovun in Croazia), paese dell'interno, e lui era un istriano di origine dalmata, con cognome rigorosamente slavo, a sua volta rigorosamente italianizzato durante il ventennio, e aveva sposato una sua compaesana, il cui cognome però è di origini veneziane.
Nonostante la provenienza indubbiamente slava, mio nonno si sentiva italiano, tanto che nel 1915 non volle andare a combattere contro gli Italiani, dopo che lo aveva fatto contro i Russi in Galizia, e in qualche modo riuscì a riparare in a Torino.
Quando la "politica infoibistica" mostrò il suo scopo, la mia famiglia materna preferì andar via piuttosto che restare sotto il dominio di Tito, e va detto che mio nonno non era affatto un estimatore di Mussolini.
Un pezzo d'entroterra all'interno della nostra repubblica me lo concedete?
.
William Riker allora corregge il tiro:
Oh, scusa, non conoscevo il tuo retroterra famigliare. Per me va bene anche tutta l'Istria all'Italia, però bisogna evitare la disastrosa politica di Gentile che proibì l'insegnamento di sloveno e croato nelle scuole, provocando il "doppio analfabetismo": costoro parlavano sloveno o croato in casa ma non imparavano a scriverlo, e si rifiutavano di imparare a scrivere l'italiano. La regione Friuli Venezia Giulia e Istria deve avere l'autonomia dell'Alto Adige e il bilinguismo. Sei d'accordo?
.
Never75 invece sposta momentaneamente il discorso sull'Alto Adige:
Ci sarebbe un altro aspetto da prendere in considerazione, riguardo ad un Sud-Tirol austriaco.
L'Austria nel dopoguerra era anch'essa una nazione a pezzi (in proporzione forse conciata anche peggio dell'Italia) con una disoccupazione ed inflazione alle stelle e con la stessa capitale occupata e divisa in quattro: non tutti sanno che anche Vienna come Berlino era divisa in Est ed Ovest, e solo nel 1955 fu "liberata" dai Sovietici.
Credo che una volta ricongiunto l'Alto Adige all'Austria, non mancherebbero i "nostalgici" che vorrebbero tornare indietro proclamando la riunificazione all'Italia, e magari gli attentati li farebbero contro il governo di Vienna.
C'è anche da dire un'altra cosa: come vengono decisi i confini dell'Alto Adige austriaco? Ad esempio Bolzano (seppur di poco a maggioranza italiana) a chi va? Se va all'Austria (nonostante tutto) si potrebbe assistere ad un esodo di massa di italiani vagamente paragonabile a quello istriano-dalmato. Oppure attentati compiuti da italiani contro i "tedeschi".
Probabilmente fu per questo che De Gasperi (che non voleva rischiare) fece di tutto per tenersi stretto l'Alto Adige... se anziché trentino fosse stato triestino, si sarebbe comportato in maniera completamente diversa (avrebbe sacrificato volentieri l'Alto Adige salvando la "sua" Istria), ma la storia a volte è fatta anche di scelte personali.
.
Enrico Pellerito risponde a tutti e due in modo conciliante:
Nessuno deve scusarsi, non preoccupatevi. Volevo solo dire che anche nell'interno c'erano gruppi, non egemoni, di lingua italiana.
Certo, se facciamo l'ipotesi che questo referendum avvenga nel 1946, l'azione per indurre gli Italiani ad andare via era già iniziata; non credo di offendere nessuno dicendo che quella fu un'operazione di pulizia etnica, così come quelle perpetrate 45 anni dopo qualche km più a sud-est.
Stiamo parlando di fatti, sia negli anni quaranta che in quelli novanta, e non intendo strumentalizzarli politicamente. D'altra parte, mi metto anche nei panni di coloro che sentendosi slavi non potevano esternare la loro cultura, e dovettero subire le angherie del Governo italiano. Si sono rifatti, e con gli interessi.
Stante così le cose, con l'esodo degli "Italiani" già iniziato, è probabile che l'hinterland istriano avrebbe optato, a maggioranza, per diventare jugoslavo.
Sono dunque d'accordo con te sul fatto dell'autonomia e del
bilinguismo, ma nessun privilegio per il semplice fatto che si è
Italiani o Sloveni o Croati. Ai concorsi si parte tutti uguali, e
solo chi merita si piazza (tanto per fare un esempio).
Ma veniamo alla proposta di Never75. Ha detto una grande verità riguardo al fatto che la storia dipende anche da scelte "personalistiche" se mi si può passare il termine. Comunque, la quantità di "Italiani" da reinserire dopo un esodo dall'Alto Adige, e, in particolare, proprio da Bolzano, non sarebbe poi molto grande in termini numerici. Molte delle famiglie autoctone con cognomi italiani, già nell'ottocento preferirono germanizzarsi per non essere considerate subalterne rispetto ai Tirolesi. L'errore fu quello di inglobare il Sud Tirolo (Alto Adige lo battezzarono i Francesi al tempo di Napoleone) dopo il primo conflitto mondiale, e di volerlo italianizzare forzatamente.
Consideriamo che Bolzano era, come credo sia ancora, un'isola con una leggera preponderanza italofona circondata da un mare sudtirolese, e questo solo grazie alla politica del regime di farvi emigrare molti Italiani dal sud, così come si fece con Trieste. Io, quindi, credo poco ad un possibile "Hofer" italiano.
.
Questo è il parere di Falecius:
Secondo me l'entroterra giuliano avrebbe sicuramente votato Jugoslavia, le aree costiere Italia (l'entroterra di Fiume era già jugoslavo, invece). Grosso modo, metà della penisola istriana sarebbe rimasta a noi. personalmente avrei preferito così, e credo che anche gli alto-atesini.
.
Nuovo intervento di Enrico Pellerito:
In ogni caso, anche se la percentuale italofona, in tutta la Provincia, fosse stata globalmente del 15, del 25, o addirittura del 49,99 %, si sarebbe rischiato lo stesso un esodo da parte di queste persone verso l'Italia.
A meno che, successivamente al referendum che avesse visto vittoriosi i "tedeschi", il Governo italiano, richiedesse un minimo di rispetto per la popolazione di lingua italiana, proponendo sempre un accordo con Vienna, e questa, ancora sotto ferreo controllo degli alleati, abbozzasse favorevolmente a questa richiesta. Considerando il capitale di manodopera specializzata nell'area industriale, all'Austria sarebbe convenuto rispettare il gruppo italiano e tenerselo stretto, garantendo il mantenimento delle strutture industriali, e non solo di "masi", bovini e agricoltori.
.
Non può mancare il punto di vista di MAS:
Dato che mi sento tirato in ballo, voglio dire la mia. A me l'idea di dare ai Titini Fiume, il più grande centro italiano dell'Istria, proprio non va giù.
La cosa buffa è questa: Fiume e Zara avevano oltre l'80% di popolazione italiana; Abbazia, Pisino e altri centri dell'interno non arrivavano al 10%. Da un punto di vista linguistico, sarebbe giusto dare a Tito Postumia e Idria, città slovene dove gli italiani, compresi carabinieri ed altri dipendenti pubblici, non raggiungevano il 3% e che storicamente non avevano mai fatto parte dell'Italia né di alcuno stato italiano, piuttosto che aree magari slave ma croate, più assimilate al dominio veneto. Ancora oggi 100.000 istro-croati, quelli che sono li da 5-6 secoli per intenderci, si sono dichiarati istriani e non croati, che aggiunti ai 70.000 italiani, 30.000 veneti, 1.000 rumeni, 5-6.000 istro-ladini, formano lo zoccolo duro dell'irredentismo istiano.
.
Falecius, punto sul vivo, ritorna in campo:
Io ritengo che l'Istria abbia la sua storia particolare, la grande ricchezza che viene proprio dall'essere storicamente un punto di incontro e rimescolamento. Purtroppo Mussolini prima e Tito poi, per non parlare di Tudjman, hanno combattuto questa ricchezza per normalizzare la zona ai loro criteri nazionali, e l'hanno quasi distrutta, creando per di più un clima di odio e diffidenza tra i diversi popoli dell'area.
Detto questo, Fiume è un caso a parte, anzitutto perchè non si trova esattamente in Istria, né geograficamente, né storicamente (apparteneva al regno d'Ungheria come Città Libera), ma anche perché la sua italianità è indotta e recente: nel 1850, quasi nessuno dei circa 12.000 abitanti si dichiarò italiano, e in città non esistevano né scuole italiane, né scuole croate. La politica dei governi magiari dei Tisza dopo il 1867 favorì le scuole italiane (Fiume non ebbe scuole in croato per tutto il periodo ungherese), per cui i Fiumani furono in buono misura dei "convertiti" all'italianità perchè i loro genitori o nonni erano scolarizzati in italiano. Ciò non toglie che verso il 1920 la maggior parte dei Fiumani si considerasse italiana, e parlasse perlopiù italiano.
Questo è un caso quasi unico nell'Adriatico orientale; di norma, le città si slavizzarono nel corso dell'Ottocento a causa dell'emigrazione dalle campagne.
Sottolineo che, a parte la fascia istriana costiera (Pola, Rovigno, Capodistria), la presenza italiana in Dalmazia e Venezia Giulia è essenzialmente urbana, mentre le campagne sono largamente slave (anche nella provincia di Trieste, dove attualmente la città capoluogo mi risulta essere l'unica con una maggioranza italiana). Il conflitto tra slavi ed italiani, come quello tra slavi e tedeschi nella Slovenia interna e tra slavi e magiari nel Banato e in Slovacchia, è anche un conflitto tra città e campagna, tra operai ( contadini inurbati) e borghesi, tra aristocratici e contadini. La disgrazia dell'Europa centrale e balcanica, ed oggi anche in parte del Medio Oriente, è stata di fondere la presa di coscienza nazionale con quelle sociale, del dare colore nazionalistico alla rivendicazione dell'emancipazione o del privilegio socio-economico, di fare della lotta di classe una lotta nazionale. Questo è tragico. In passato l'appartenenza italiana della popolazione urbana giulio-dalmata era un dato culturale (un croato che entrava nella borghesia cittadina, poniamo, di Spalato, diventava italiano); ma questo fu possibile solo finché sloveni e croati non svilupparono una nuova cultura urbana scritta di prestigio. Da quel momento (come data potremmo prendere il 1848), il contrasto di appartenenze e la loro etnicizzazione diventarono difficili da evitare.
.
Ed ecco l'articolato intervento di MAS:
Concordo che gli ultimi tre governi (quattro con l'Austria) che hanno amministrato l'Istria (e la Dalmazia) hanno fatto esattamente il contrario di quanto andava fatto.
L'Austria ha favorito in modo plateale l'elemento slavo (che fino al 1880 non aveva un irredentismo vero e proprio, mancando uno stato di riferimento) rispetto a quello italiano che era assai più turbolento e infiammato dall'idea nazionale.
Prova ne sia che i sindaci sino al 1880 di tutti i centri costieri (istriani e dalmati) erano italiani (Ragusa, che italiana o veneta non lo era mai stata, ebbe un sindaco italiano sino al 1890), mentre nel 1910, ci erano rimasti alcuni centri istriani e Zara.
Verissimo che gli italiani erano presenti sopratutto sulla costa dove, escluso il Quarnaro, erano in assoluta maggioranza (almeno in Istria), ma erano maggioranza anche in molti centri dell'interno; l'asserzione degli italiani cittadini e degli slavi contadini è verissima. È altrettanto vero che gli slavi inurbandosi si erano in gran parte italianizzati (vedasi Fiume o la stessa Gorizia, abitata da sloveni ... di lingua italiana); molti slavi della campagna e delle isole erano nella realtà dei ladini che sino al 1800 parlavano vari dialetti romanzi (vegliota, dalmata, tergestino, bisiacco antico, istro-ladino) e che furono rapidamente slavizzati sotto il dominio austriaco.
Tra gli infoibati del 43-46, ci furono molti croati (o istro-croati, come sarebbe più corretto dire di quegli slavi che da secoli abitavano l'Istria e il Quarnaro e che utilizzavano da secoli l'italiano e il veneto come lingua dotta e interlingua); ancora oggi, nell'ultimo censimento, 100.000 croati si sono dichiarati istro-croati per distinguersi da quella miscellanea di slavi dell'interno inviati da Tito (in minoranza croati, in maggioranza serbi, macedoni, bosniaci, slovacchi della Backa e chi più ne ha più ne metta).
A Pasqua 2006 ho avuto il piacere a Cittanova di sentire l'allenatore della squadra giovanile di calcio, intento a istruire i ragazzi in veneto. Ed ecco i risultati del censimento del 1921 che non sono mai stati contestati da parte slava:
.
|
Città |
Italiani |
Sloveni |
Croati |
Tedeschi |
|
Gorizia (GO) |
75% |
22% |
- |
- |
|
Gradisca (GO) |
87% |
11% |
- |
- |
|
Monfalcone (TS) |
96% |
2,6% |
- |
- |
|
Sesana (TS) |
3% |
92% |
- |
- |
|
Tolmino (GO) |
3,3% |
96% |
- |
- |
|
Idria (GO) |
2,8% |
97% |
- |
- |
|
Postumia (TS) |
2,6% |
97% |
- |
- |
|
Tarvisio (UD) |
14% |
17% |
- |
64% |
|
Trieste (TS) |
84% |
11% |
- |
- |
|
Capodistria (PO) |
51% |
33% |
15% |
- |
|
Lussino (PO) |
68% |
- |
15% |
- |
|
Parenzo (PO) |
75% |
5% |
20% |
- |
|
Pisino (PO) |
39% |
2,5% |
57% |
- |
|
Pola (PO) |
71% |
- |
20% |
- |
|
Abbazia (FM) |
19% |
34% |
43% |
- |
|
Fiume (FM) |
79% |
3,4% |
10% |
- |
.
Ma torniamo al nocciolo del nostro discorso. Un doppio referendum, a cui avrebbero diritto di voto solo i residenti maggiorenni che abitavano le due zone prima della guerra, facendo testo l'ultimo censimento italiano del 1941, avrebbe visto una vittoria filo-austriaca di misura in Alto Adige e una altrettanto di stretta misura italiana in Istria.
Conseguenze:
1) Alto Adige:
La città di Bolzano, Laives e tutti i comuni di lingua Ladina sarebbero rimasti all'Italia, il resto (Val Venosta, Val Pusteria e Valle dell'Isarco/Adige) all'Austria; per i Sudtirolesi di Egna, Caldaro ecc. sarebbe stato quasi impossibile raggiungere il Nord della provincia (con Bolzano italiana) mentre i Bolzanini per andare in Italia avrebbero dovuto raggiungere il Trentino o il Bellunese attraverso le vallate Ladino-dolomitiche.
Alla fine si sarebbe giunti ad un accordo di libero transito come esisteva sin dagli anni '20 per i treni austriaci che, a porte chiuse, congiungevano il Tirolo orientale con quello settentrionale passando dalla Val Pusteria.
2) Istria:
Tutta la costa da Monfalcone ad Albona sarebbe rimasta italiana (l'unico comune costiero a stretta maggioranza slava in tutta la zona è rimasto paradossalmente all'Italia: Duino), il confine friulano sarebbe rimasto pressochè quello della nostra Timeline, forse con un paio di comuni sul lato destro dell'Isonzo che ci sarebbero rimasti.
Alcuni centri dell'entroterra istriano (Buie, Montona ecc.) avrebbero optato per l'Italia, compresi i due comuni a maggioranza istro-rumena in Valdarsa: si rammenti che ancor oggi Buie è il comune con la più grande minoranza percentuale italiana, superiore al 35%.
A Zara, Lagosta e a Fiume la vittoria sarebbe stata nettamente italiana, ma le due città sarebbero state assegnate per un discorso di continuità territoriale alla Jugoslavia in cambio di alcuni comuni mistilingue dell'entroterra istriano e dietro garanzie internazionali sulla protezione della maggioranza italiana di questi centri.
.
Questo infine è il contributo dato alla discussione da William Riker:
Ed ecco la cartina che ho voluto realizzare seguendo i consigli di voi tutti, in base all'idea che un Referendum avesse restituito parte dell'Istria all'Italia. Fiume è rimasta italiana, mentre Cherso, Lussino e Zara sono andati alla Jugoslavia; come contropartita, Caporetto, parte dell'entroterra goriziano e alcuni comuni mistilingui dell'interno dell'Istria tornano all'Italia.:
.

.
A questo punto a William Riker è venuta in mente un'altra ucronia:
Dopo il colpo di stato filonazista del re Pietro II, il 24 marzo 1941, e dopo l'invasione del Regno di Jugoslavia da parte delle divisioni tedesche, che mettono in ginocchio il paese in soli undici giorni, il croato Josip Broz detto Tito (perchè usava spesso la locuzione "ti to", in croato "tu questo", per impartire ordini ai suoi uomini) si pone alla testa della "Jugoslovenska Narodna Armija", l'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia, di impronta comunista. I vertici militari nazisti, d'intesa con i famigerati Ustascia croati, progettano allora di liquidare il leader indiscusso e carismatico della Resistenza Jugoslava, la cosiddetta Operazione Rösselsprung, fissata per il 25 maggio 1944. Questa operazione però fallisce. Ma se riesce?
Certamente la cattura e la morte di Tito infliggono un durissimo colpo ai partigiani, ritardando in modo decisivo la liberazione dei Balcani Occidentali; ma soprattutto nel dopoguerra, anziché entrare nell'orbita sovietica prima e tra i paesi non allineati poi, la Jugoslavia finirà nell'orbita americana: Pietro II torna in sella con l'appoggio di Churchill, la Jugoslavia aderisce alla NATO ed è anche tra i membri fondatori delle Comunità Europee. La tragedia delle foibe non si verifica e gli italiani non vengono cacciati in massa da Istria e Dalmazia, restando come consistente minoranza. Abdon Pamich non emigrerà in Italia e vincerà l'oro nei 50 Km di marcia alle Olimpiadi di Tokyo 1964 per conto del Regno di Jugoslavia.
Però, non essendovi una forte personalità come Tito a tenerli sopiti, i nazionalismi jugoslavi emergeranno anche prima, e la dissoluzione della Jugoslavia potrebbe avvenire più presto, forse in coincidenza con il Sessantotto...
.
Non si fa attendere la risposta di Enrico Pellerito:
In parte mi trovo in sintonia con la tua analisi, ma lo sviluppo della cosa lo vedo in maniera diversa.
Se lo svolgimento delle campagne belliche in Europa rimane lo stesso, avremmo, comunque, l'arrivo dell'Armata Rossa ai confini jugoslavi sempre prima degli alleati occidentali (il 3° Fronte ucraino del maresciallo Tolbuchin raggiunse i confini bulgaro-serbi il 6 settembre 1944).
Ciò significa che i Tedeschi, anche se i partigiani titini sono meno deleteri, dovranno, prima o poi, affrontare i Sovietici; questi iniziarono l'attacco il 28 settembre, e, grazie anche all'aiuto dei titini, conquistarono Belgrado il 20 ottobre.
Da quel momento preferirono dedicarsi principalmente all'Ungheria, lasciando che i partigiani locali completassero la riconquista dei territori che venivano abbandonati a sudovest dai Tedeschi, e impegnando questi lungo la linea Mostar-Visegrad-fiume Drina.
Hitler aveva deciso di non restare più invischiato nella penisola balcanica, e temendo che le truppe in loco potessero restare isolate dall'avanzata sovietica in Ungheria, preferì iniziare un ripiegamento ma senza per questo fuggire: ogni metro quadrato veniva costantemente e caparbiamente difeso, fino a quando non perveniva la direttiva di arretrare in ordine.
Questo consentì di riprendere con maggiore tenacia la resistenza in Ungheria, dove l'avanzata sovietica venne rallentata.
Vediamo cosa può succedere: i Tedeschi abbandonano la Grecia, ma tengono duro in Jugoslavia, e quindi l'avanzata alleata si potrebbe concretizzare solo in Macedonia, dove a fianco dei Sovietici combattono i Bulgari che hanno cambiato lato della scacchiera; in Serbia Tolbuchin non riesce a spingersi oltre con gli stessi tempi (manca l'aiuto prezioso dei partigiani perchè con la morte di Tito non sono più così dinamici) e allora la campagna diventa più lunga e dispendiosa ed il maresciallo sovietico si può scordare di piegare a nord ovest verso Budapest.
Non voglio annoiarvi con altre paturnie strategico-militari, ma una volta completata l'evacuazione della Grecia, della Macedonia, dell'Albania, del Montenegro, al limite della Serbia, e siamo ormai a fine novembre-inizi dicembre del 1944, le truppe di Hitler manterrebbero il fronte in Bosnia-Erzegovina, e solo un massiccio aumento delle forze sovietiche potrebbe ribaltare la temporanea situazione di stallo che si avrebbe, invece che a gennaio, già un mese prima.
Nel frattempo, proseguirebbe una violenta campagna nelle retrovie serbe, dove Sovietici e partigiani comunisti jugoslavi sarebbero impegnati dai cetnici e dai restanti volontari del movimento paramilitare Ljotic, simpatizzanti questi di Nedic, il "Quisling" locale.
La Bosnia-Erzegovina e la Croazia verrebbero raggiunte dai Sovietici solo a febbraio, e a marzo ci sarebbe sempre la controffensiva tedesca, non a Sarajevo, ma già più ad est. Per non portarla a lungo, è realistica l'ipotesi ucronica che un meno efficiente appoggio dei titini ritardi i tempi in tutta l'area di almeno un mese, forse anche di più (l'esperto MAS potrebbe dire la sua in proposito).
Quando il conflitto termina, il Gruppo di armate E (Heeresgruppe E) si trova, grosso modo, perlomeno ancora in Croazia, e tutte le aree della Dalmazia che nella realtà erano già in possesso di Tito (come Ragusa/ Dubrovnik), sono rimaste in mano ai Tedeschi. A questo punto vedo un'avanzata celere dei Neozelandesi verso Trieste, l'Istria, la Slovenia e la costa dalmata, mentre i Sovietici arriverebbero ad occupare la maggior parte della Croazia e della Bosnia-Erzegovina.
Una Jugoslavia divisa? Certamente non come la Germania occupata, ma altrettanto certamente una Jugoslavia post bellica piuttosto turbolenta, con Serbia e Macedonia massicciamente "sanitizzate" dai comunisti, mentre fascisti e monarchici conterebbero ancora parecchio nelle regioni occidentali e centrali.
Churchill premerebbe per il ripristino della monarchia, ma così come accaduto in Grecia, avremmo presto una guerra civile "omnium contra omnes", dove accanto alle ideologie ci sarebbero nazionalismi e religioni ad alimentare l'antagonismo (sperando che la cosa non degeneri, scatenando la terza guerra mondiale).
In una situazione che mantenga le ostilità solo a livello locale, una divisione molto simile all'attuale sarebbe grandemente probabile, e ovviamente le potenze mondiali non farebbero venir meno la propria influenza: all'ovest andrebbero Slovenia, Croazia, Montenegro e, probabilmente una parte della Bosnia-Erzegovina; il resto di questa, insieme a Serbia e Macedonia all'est, mentre solo per la comune dottrina politica non ci sarebbe, al momento, un problema kossovaro con l'Albania di Hoxha.
Il cemento ideologico della Jugoslavia socialista/democratica/popolare durerebbe, ovviamente, fino alla caduta del muro di Berlino; dopodichè ognun per sé. La monarchia filo-occidentale potrebbe più facilmente restare unita, evolvendosi in un federalismo molto maggiormente liberale ed egualitario grazie alle dirette pressioni occidentali.
Riguardo ai massacri e alle foibe in Istria e Dalmazia, alla fine del conflitto saremmo in zona formalmente italiana ma sostanzialmente occupata dai contingenti alleati degli USA e del Commonwealth, allora le cose avrebbero un'altra piega; viceversa, gli odi etnici, a prescindere dall'ideologia, scatenerebbero, forse in misura minore, quanto purtroppo verificatosi, e la responsabilità dei massacri sarebbero da attribuire agli ustascia, riciclatisi filo-occidentali nel nome dell'anticomunismo.
Volendo essere ottimisti, le nostre riparazioni di guerra verso la monarchia jugoslava, potrebbero anche essere costituite da maggiori compensazioni economiche e militari (cessioni di navi ad esempio) e limitare quelle territoriali.
.
Pure Falecius interviene:
Sono nel complesso d'accordo, tranne che per qualche perplessità sul Montenegro, che potrebbe rimanere alla Serbia essendo liberato dai russi e dai partigiani. La Bosnia verrebbe divisa in due; la monarchia filo-occidentale sarà divisa in Slovenia (se non diventa indipendente), Croazia-Slavonia, Krajina (l'area a maggioranza serba, col nord della Bosnia) Erzegovina e forse Dalmazia-Istria (altrimenti integrata nella Croazia, che comunque sarà il nome più probabile per l'intero stato); la Bosnia orientale con Sarajevo forma un repubblica a maggioranza musulmana in una jugoslavia comunista i cui ulteriori costituenti sono Serbia, Kosovo, Vojvodina e Macedonia, forse Montenegro. I musulmani di Bihac probabilmente abbandonano la zona per trasferirsi ad est.
Inoltre il ritardo sovietico nei Balcani potrebbe influire sullo status dell'Austria, che aderisce allo schieramento occidentale e alla NATO, e si integra alla CEE forse già negli anni '70.
Probabilmente la Croazia avrà un regime Ustascia riciclato che cadrà a metà anni Settanta come quelli iberici, immagino un ingresso nella CEE assieme alla Grecia, che agevola l'allargamento dopo il crollo del muro. Una Jugoslavia a maggioranza serba rimane probabilmente nel Patto di Varsavia, non si ha lo strappo con Mosca né di Belgrado né di Tirana; dopo il crollo del comunismo, mancando la rivalità serbo-croata, immagino una secessione pacifica della Macedonia, sul modello cecoslovacco, mentre la mancanza di interesse occidentale a favorire l'implosione e la relativa debolezza dei musulmani potrebbe impedire la deflagrazione: il paese entra nella UE nel 2004 o nel 2007, a meno che un nazionalismo serbo aggressivo non provochi reazioni bosniache e kosovare; i questo caso è possibile che il conflitto assuma connotazioni jihadiste e si saldi a quello ceceno.
.
Per ora chiude la discussione MAS:
Accettando la premessa che la morte di Tito avrebbe avuto come conseguenza una forte diminuzione dell'azione partigiana filo-comunista, dopo il cessate il fuoco (che in Jugoslavia ebbe luogo verso il 12-14/05/45) gli anglo-americani e i sovietici si sarebbero assestati su una linea che indicativamente avrebbe potuto essere la seguente:
- Slovenia tutta anglo-americana;
- Croazia, demarcazione lungo la Sava;
- Bosnia-Erzegovina tutta anglo-americana;
- Serbia, Macedonia e Montenegro tutte sotto occupazione sovietica.
In attesa del trattato di pace il confine italo-jugoslavo sarebbe stato quello ante-guerra con l'amministrazione anglo-americana dei territori annessi nel 1919-24 (e non del Friuli, la cui popolazione avrebbe partecipato al referendum istituzionale).
La Federazione Jugoslava, dopo un referendum istituzionale che avrebbe visto la vittoria repubblicana, sarebbe stata sgombrata dagli occupanti e riconosciuta neutrale (come dopo il 1955 sarebbe toccato all'Austria) e sarebbe stata governata da varie coalizioni, divenendo estremamente instabile (revanscismo serbo, indipendentismo croato e, in misura minore sloveno, ecc.).
In questo caso l'Italia cede Zara, Fiume gran parte del Carso e parte dell'interno dell'Istria e il confine resta fissato secondo la proposta americana.
Altra possibile soluzione per la Jugoslavia sarebbe stata la seguente:
- Confederazione
Croato-sloveno-bosniaca, sotto l'influenza occidentale, nel 1949 aderisce alla
Nato ed entra, come stato fondatore, nella Comunità Europea;
- Federazione Jugoslava, filo-sovietica, avrebbe aderito al Patto di Varsavia e
al Comecon.
.
Se volete contribuire alla discussione, scriveteci a questo indirizzo.