1966, Marigolds for Vietnam

di Dans


Nel 1966, durante la guerra del Vietnam, l'Italia e la Polonia provano ad intavolare una trattativa diplomatica, tramite i rispettivi ambasciatori a Saigon, Giovanni D'Orlandi e Janusz Lewandowski, per giungere ad un compromesso globale sul Vietnam che fosse accettabile tanto dagli Stati Uniti che dal Vietnam del Nord (l'operazione Marigold).

Tramite una serie di colloqui tripartiti presso l'ambasciata d'Italia, con  l'ambasciatore americano a Saigon, Henry Cabot Lodge, Lewandowski, in diretto contatto con Hanoi, può stilare una lista di 10 punti che riassuma la posizione americana e che possa fare da base per un negoziato diretto tra Washington e Hanoi.

La lista, stilata per l'incontro del 30 novembre, comprende i seguenti punti:

1- gli USA sono interessati ad una soluzione pacifica tramite negoziato
2- l'obiettivo non è la resa degli avversari degli USA; lo status quo nel Sud deve essere cambiato
3- gli USA non sono interessati ad una presenza militare permanente o a lunga scadenza nel Sud
4- gli USA sono pronti a discutere proposte che coprano tutti i problemi importanti
5- gli USA non si opporrebbero ad un governo del Sud in base alla volontà popolare, con la partecipazione di chiunque attraverso libere elezioni democratiche
6- la riunificazione sarà decisa dai vietnamiti una volta ristabilita la pace ed organi rappresentativi
7- gli USA sono pronti ad accettare e rispettare una vasta e completa neutralità del Sud
8- gli USA sono pronti a cessare i bombardamenti sul Nord, senza che ciò comporti un riconoscimento o conferma del Nord sull'infiltrazione delle sue forze nel Sud
9- gli USA non accetteranno una riunificazione sotto la pressione delle armi
10- non è realistico aspettarsi che gli USA dichiarino in futuro l'accettazione dei 4 punti di Hanoi.

Il 3 dicembre Cabot Lodge fa sapere la risposta di Washington, che acconsente ad un incontro con un rappresentante nordvietnamita a Varsavia per il 6 dicembre o poco dopo, pur mantenendo delle riserve interpretative sui punti 2 e 8 della lista.

Dal 5 al 7 dicembre a Varsavia il ministro degli esteri polacco Rapacki e  l'ambasciatore americano Gronouski sono a colloquio; Rapacki vorrebbe risolvere il problema delle divergenze interpretative prima di inoltrare il documento ad Hanoi, ma deve rinunciarvi, inoltrando il tutto il 6 dicembre.

Tuttavia, il 13 e 14 dicembre, una serie di bombardamenti colpisce direttamente Hanoi e Haiphong, colpendo anche il Liceo Polacco: un possibile effetto collaterale, ma una diretta provocazione per Hanoi, che dopo la diminuzione dei bombardamenti a novembre (dovuta per gli americani al cattivo tempo, ma per i nordvietnamiti segnale dell'instaurazione dei contatti) quantomeno non si aspettavano un'intensificazione oltre che una ripresa degli stessi. Il Politburo di Hanoi trancia quindi il collegamento tramite Varsavia.

Eppure i bombardamenti vengono confermati, il 6 dicembre, da personalità (Johnson e Rusk) che sono ben al corrente del tentativo diplomatico e degli avvertimenti di Rapacki e Fanfani sul possibile effetto negativo.

Secondo quanto riportato dal giornalista comunista australiano Wilfred Burchert l'anno dopo, Hanoi aveva accettato le riserve americane ed un suo rappresentante era già in viaggio per Varsavia, quando gli Stati Uniti ripresero i bombardamenti su Hanoi.

...e se...

1) Rapacki trasmette immediatamente i 10 punti ad Hanoi
2) colloquio USA-RDV a Varsavia il 9 dicembre, interlocutorio ma positivo
3) McNamara preme su Johnson perché sospenda i bombardamenti su Hanoi e Haiphong durante lo svolgimento dei colloqui
4) il piano di pace Lewandowski-D'Orlandi può essere messo in atto.

5 dicembre 1966:
Gronouski incontra Rapacki e Michalowski, suo collaboratore esperto del Vietnam
Rapacki richiede a Gronouski una precisazione dell'affermazione sulle divergenze interpretative sui 10 punti; Gronouski nega in modo completo di essere autorizzato a fare qualcosa di simile prima di aver contattato il proprio governo; Rapacki, comprendendo la necessità di urgenza nelle trattative, soprassiede e si convince ad inviare immediatamente ad Hanoi il testo dei 10 punti di Lewandowski ritenendo che i chiarimenti richiesti avrebbero potuto essere forniti dagli Stati Uniti nel corso del primo contatto con l'ambasciatore nordvietnamita, "nel caso che esso abbia luogo" [1].

6 dicembre 1966:
1) incontro in Texas tra Johnson e i suoi consiglieri per discutere una possibile pausa dei bombardamenti: Johnson si lascia convincere da Rostow e dai militari, contro il parere di McNamara, a mantenere immutata la scaletta delle incursioni aeree. Gronouski viene informato.
2) il governo nordvietnamita accetta la proposta americana di colloqui a Varsavia e autorizza il suo ambasciatore a prendere parte al primo, interlocutorio, incontro. Richiede che ai successivi prenda parte un rappresentante speciale, già in viaggio per Varsavia. Ribadisce che la RDV non tollererà il tentativo americano di negoziare da una posizione di forza ( = una intensificazione dei bombardamenti). Rapacki informa Gronouski e fissa il primo colloquio tra i due ambasciatori il giorno successivo.

7 dicembre 1967:
Primo colloquio tra Gronouski e l'amb. RDV a Varsavia, alla presenza di Rapacki e Michalowski.
- l'amb. RDV richiede una esposizione precisa ed ufficiale della posizione americana, in modo da potere passare, nelle successive consultazioni, alla discussione delle "differenze di interpretazione".
- Gronouski riafferma la volontà della parte americana a dare inizio ad un negoziato, chiedendo conferma dell'identica volontà nordvietnamita. Chiede di fissare il luogo e la data delle future riunioni. Replica che non è autorizzato a dare esposizione ufficiale della posizione americana, ma che può confermare i 10 punti di Lewandowski, fatte salve le "qualificazioni" di Cabot Lodge.
- l'ambasciarore RDV esprime la sua delusione per quest'ultimo punto, ribadendo che non è interessato al pensiero di Lewandowski, ma a quello di Washington. Conferma la volontà della Repubblica Democratica del Vietnam di giungere ad una soluzione globale del conflitto tramite negoziato [2]. E' d'accordo nel fissare data e luogo dei prossimi incontri, alla presenza del rappresentante speciale inviato da Hanoi, e richiede se Washington vuole ugualmente inviare un rappresentante speciale. Propone come sede il ministero degli esteri polacco e come data l'11 dicembre. Ribadisce che ogni futuro incontro sarà annullato nel caso Washington cerchi di negoziare da una posizione di forza; lamenta, a questo proposito, i pesanti bombardamenti americani su Hanoi del 2 e 4 dicembre, chiaramente un'intensificazione dell'azione aerea americana, e secondo alcuni una diretta provocazione.
- Rapacki ribadisce a Gronouski che futuri bombardamenti su Hanoi e Haiphong potrebbero essere fatali per la continuazione dei colloqui, e chiede se Washington non ritiene utile una pausa. Conferma la disponibilità polacca per un nuovo incontro presso il ministero in data 11 dicembre.
- Gronouski accetta data e luogo proposto per il futuro incontro. Informa che il governo degli Stati Uniti, a fini di maggiore segretezza, non intende per ora inviare rappresentanti speciali. Dichiara che l'andamento dei bombardamenti sul Vietnam del Nord non ha niente a che vedere con gli sforzi in corso dei governi polacco e americano per avviare un negoziato americano-nordvietnamita. Notifica la decisione Usa di mantenere invariato il calendario e gli obiettivi dei bombardamenti sul Nord Vietnam, come stabiliti da mesi:
a) in primo luogo, perché ogni possibile sospensione dei bombardamenti deve essere accompagnata da una identica e reciproca concessione, ad es. la fine delle infiltrazioni vietcong al Sud, secondo la formula dichiarata dal presidente Johnson a San Antonio
b) in secondo luogo, per evitare che una tregua aerea attiri le attenzioni della stampa come segno di un negoziato latente, che deve essere mantenuto segreto
- l'amb. RDV esprime la sua profonda delusione anche riguardo a questo punto. Afferma che, in base alla formula San Antonio per la reciprocità e identità della cessazione dei bombardamenti, la RDV potrebbe continuare a non bombardare gli Stati Uniti. Afferma che il Fronte Nazionale di Liberazione del Sud Vietnam è una forza politica autonoma da Hanoi, per la quale il governo della RDV non può parlare. Ribadisce che ulteriori bombardamenti su Hanoi e Haiphong metteranno fine ai colloqui ancora prima del loro inizio, dimostrando la mala fede degli Stati Uniti.
- Rapacki invita Gronouski a richiedere al proprio governo di considerare la possibilità, se non di una pausa, almeno di una safe area attorno ad Hanoi e Haiphong, al fine di mostrare la propria volontà negoziale. Informa che la stessa Polonia non avrebbe potuto continuare nel suo ruolo di mediatrice se non fosse stata convinta che da parte americana si era posto fine all'intensificazione dei bombardamenti [3]. Richiede all'ambasciatore RDV se tale concessione sarebbe ritenuta significativa.
- l'amb. RDV risponde, a titolo personale, che tale concessione, per quanto limitata, potrebbe essere presa in considerazione dal Politburo
- Gronouski ribadisce che ciò che può venire interpretato come intensificazione, può essere in realtà solo la ripresa di un ritmo normale dopo una pausa dovuta al cattivo tempo. Accetta di inoltrare la richiesta al Segretario di Stato Rusk.

Gronouski telegrafa a Rusk:
- l'avvenuto primo contatto, e l'apparente volontà negoziale dei nordvietnamiti
- il futuro colloquio con il rappresentante speciale inviato da Hanoi, stabilito per l'11 dicembre
- la richiesta nordvietnamita di una esposizione precisa ed ufficiale della posizione americana, da poter essere confrontata e discussa rispetto ai 10 punti di Lewandowski
- la richiesta nordvietnamita di una cessazione dei bombardamenti, almeno relativa ad Hanoi e Haiphong, a pena della cessazione dei contatti.
- la mancanza di garanzie nordvietnamite rispetto a questo punto e all'operato del FLN al sud.

Rapacki telegrafa a Rusk circa la necessità di una sospensione dei bombardamenti su Hanoi. Telegrafa a Lewandowski pregandolo di intercedere presso D'Orlandi e Lodge.

8 dicembre 1967:
Saigon: Lewandowski compie una visita allarmata presso D'Orlandi, lamentando il pericolo dei bombardamenti del 2-4 dicembre per la continuazione dei negoziati, pregando D'Orlandi di farlo comprendere a Lodge e a Rusk, in visita a Saigon il giorno successivo.
New York: Fanfani riceve un passo di Rapacki del 6 dicembre riguardo la pericolosità di ulteriori bombardamenti.

9 dicembre 1967:
Saigon: Cena all'ambasciata americana con Cabot Lodge, D'Orlandi e Rusk. D'Orlandi riceve un telegramma di istruzioni di Fanfani, che lo esorta ad intercedere presso Rusk per la sospensione dei bombardamenti su Hanoi, anche in base agli elementi emersi dal colloquio di Varsavia. D'Orlandi fa del suo meglio.

Varsavia: Gronouski riceve informazioni dettagliate dal Dipart. di Stato per il prossimo colloquio:
- dare lettura dei 10 punti, chiedendo conferma dell'identità del testo
- sottolineare che il testo, pur nel linguaggio di Lewandowski, presenta un quadro generale della posizione americana, sulla base del quale poter avviare negoziati diretti.
- rimandare un negoziato di sostanza sui 10 punti alle trattative vere e proprie.
- sulla riserva americana relative alle "importanti differenze d'interpretazione", rispondere che il chiarimento delle naturali molteplici interpretazioni di una dichiarazione tanto complessa e delicata sarebbe stato lo scopo normale del negoziato da avviare.
- a proposito del punto 8 (cessazione dei bombardamenti), riproporre l'idea della fase A - fase B (avanzata da Lodge il 14 luglio ed accennata da Lewandowski ad Hanoi)
- non addentrarsi nel punto 2 (cambiamento dello "status quo" a Saigon), in quanto il più problematico ("troublesome").


Il Dipartimento di Stato informava inoltre Gronouski di non voler al momento riformulare i 10 punti di Lewandowski, in quanto ciò:
a) obbligherebbe gli Stati Uniti ad assumere alcune posizioni più rigide
b) ogni formulazione direttamente attribuibile agli Usa potrebbe essere usata per mettere in difficoltà il governo di Saigon o i rapporti degli USA con esso.
Riferendosi ai termini utilizzati da Lewandowski, gli Usa possono sempre dire di non accettare i termini precisi utilizzati da Lewandowski, mantenendo con ciò un margine di manovra.
Si augura, inoltre, che venga evitata ogni ulteriore discussione con i polacchi sul problema vietnamita, e chi i polacchi non intendano partecipare ai negoziati.

Hanoi: bombardamenti americani sulla città, anche se più lievi di quelli del 2-4 dicembre
Il Politburo telegrafa a Varsavia per far sapere che, se questo è l'impegno degli americani nel negoziato, i colloqui si possono considerare chiusi.

Varsavia: L'amb. RDV a Varsavia comunica a Rapacki l'annullamento del colloquio previsto per l'11 dicembre. Rapacki convoca Gronouski e, dopo avergli ricapitolato l'andamento del tentativo di pace, osserva l'intempestività dei bombardamenti americani e comunica la decisione del governo di Hanoi di annullare il colloquio dell'11 dicembre, a seguito dei bombardamenti subiti dalla città di Hanoi. Gronouski avverte il Dipartimento di Stato che Marigold è in gravissimo pericolo e suggerisce che gli Stati Uniti si impegnino a non bombardare Hanoi e Haiphong durante i contatti miranti all'apertura dei negoziati [4].

10 dicembre 1967:
Washington: Rusk, di ritorno, è informato:
- delle istruzioni inviate dal Dipartimento di Stato a Gronouski
- del telegramma di Gronouski con:
1- l'immediato annullamento del colloquio dell'11 dicembre
2- la minaccia vietnamita di chiudere i colloqui di Varsavia
3- la richiesta di impegno americano a non bombardare Hanoi e Haiphong
- del telegramma di Cabot Lodge avente lo stesso fine

Rusk telefona a Johnson e consiglia una riunione del NSC per il pomeriggio, al fine di discutere gli avvenimenti di Varsavia e la proposta di Gronouski.

Riunione del National Security Council:
- Rusk informa della minaccia di Hanoi di terminare i colloqui, già avviati, e della proposta di Gronouski di impegno a non bombardare Hanoi e Haiphong
- i militari si oppongono, sostenendo che già troppi obiettivi militari sono stati cancellati dalla lista
- McNamara fa notare che i bombardamenti sul resto della RDV continuerebbero, non creando il rischio di una ripresa delle infiltrazioni al Sud, e che la sospensione sembra necessaria al fine di mantenere aperto una canale diplomatico finora insperato e che sta portando alla possibilità di negoziati diretti
- Rusk informa che, secondo lui, sarebbe possibile, ai fini del negoziato e della segretezza, continuare a dichiarare pubblicamente la continuazione dei bombardamenti, sospendendoli nei fatti per quanto riguarda un raggio di 10 miglia marine attorno ad Hanoi e Haiphong, ed aggiungendo, ai fini di reciprocità, la richiesta della stessa safe zone attorno a Saigon.
- Johnson è d'accordo con Rusk e approva la sospensione tacita attorno alle città.

Rusk telegrafa a Gronouski: gli Usa si impegnano a rispettare una tacita sospensione dei bombardamenti per un raggio di 10 miglia marine attorno ad Hanoi e Haiphong, a patto che i colloqui non vengano interrotti e che i vietcong facciano lo stesso attorno a Saigon. Non verranno modificate le informazioni date all'opinione pubblica in proposito, a fine di riservatezza.

Varsavia: Gronouski informa Rapacki dell'intesa. Rapacki replica che il governo di Hanoi non può prendere impegni da parte del FLN, e si rifiuta di trasmettere la comunicazione all'amb. RDV; suggerisce a Gronouski di far cadere la condizione di reciprocità, se veramente interessato al dialogo. Gronouski telegrafa a Rusk.

11 dicembre 1967:
Washington: Rusk parla con Johnson e McNamara. Johnson decide di provare a fondo la carta negoziale e di lasciar cadere la pregiudiziale di reciprocità sulla safe zone. Rusk telegrafa a Gronouski.

Varsavia: Gronouski comunica le istruzioni ricevute a Rapacki. Rapacki ne parla con Michalowski. Michalowski si reca presso l'amb. RDV per informarlo dell'impegno americano. L'amb. RDV telegrafa ad Hanoi.

Hanoi: il Politburo della RDV accetta l'impegno USA e autorizza l'ambasciatore RDV e lo speciale rappresentante ad un rinnovato dialogo con Gronouski.

12 dicembre 1967:
Varsavia: l'ambasciatore RDV convoca Rapacki e lo informa dell'accettazione da parte di Hanoi. Un nuovo incontro è fissato per il 13 dicembre. Rapacki convoca Gronouski e lo informa dell'avvenuta accettazione da parte di Hanoi e del nuovo appuntamento per i colloqui. Gronouski telegrafa a Rusk il buon fine dell'operazione.

Washington: Rusk telefona a Westmoreland e chiede la modifica al calendario dei bombardamenti, con la sospensione di ogni azione in un raggio di 10 miglia marine da Hanoi e Haiphong.

13 dicembre 1967:
Secondo colloquio tra Gronouski, l'amb. RDV a Varsavia e il rappresentante speciale di Hanoi, alla presenza di Rapacki e Michalowski
- l'ambasciatore RDV si felicita per il compromesso raggiunto e afferma la necessità che nessuna delle due parti, in futuro, cerchi di approfittare dei colloqui per ottenere vantaggi militari
- Gronouski dà lettura del testo dei 10 punti di Lewandowski e chiede conferma dell'identità del testo in possesso alla RDV
- l'amb. RDV conferma l'identità del testo in possesso di Hanoi con quello di Washington. Richiede una esposizione precisa ed ufficiale della posizione americana, in modo da potere discutere delle "differenze di interpretazione".
- Gronouski risponde che il Dipartimento di Stato non intende farlo, ma intende base il negoziato sul testo dei 10 punti che, pur nel linguaggio di Lewandowski, presenta un quadro generale della posizione americana, sulla base del quale poter avviare negoziati diretti, rimandando un negoziato di sostanza sui 10 punti alle trattative vere e proprie.
- l'amb. RDV richiede almeno chiarificazioni sulla riserva americana relative alle "importanti differenze d'interpretazione"
- Gronouski risponde che il chiarimento delle naturali molteplici interpretazioni di una dichiarazione tanto complessa e delicata sarebbe stato lo scopo normale del negoziato da avviare.
- l'ambasciastore RDV chiede a quali dei 10 punti si riferiscano le differenze interpretative.
- Gronouski cita, come esempio non esaustivo, i punti 2 e 8. A proposito del punto 8 relativo alla cessazione dei bombardamenti, Gronouski propone in maniera personale che potrebbe risultare accettabile ad entrambe le parti una scansione in due fasi per una intesa globale di de-escalation: una fase A con la cessazione americana dei bombardamenti sul Nord Vietnam, senza contropartita; una fase B con reciproche concessioni da definirsi, ad esempio l'arresto dell'invio di ulteriori forze in Vietnam e l'arresto delle infiltrazioni dal Nord Vietnam.
- l'amb. RDV ritiene interessante la questione e dichiara che riferirà al proprio governo. Richiede ulteriori informazioni a proposito del punto 2, sul cambiamento dello status quo a Saigon.
- Gronouski ritiene di non essere autorizzato a dare ulteriori spiegazioni, neanche a livello personale, sul punto 2.
- Rapacki ribadisce che sarà opportuno lasciare la discussione relativa al contenuto dei 10 punti al negoziato formale da definire.
- l'ambasciatore RDV è d'accordo. Ne propone l'inizio entro una settimana, in modo da avere informazioni dettagliate da Hanoi. Il prossimo incontro è fissato per il 20 dicembre.

Durante la settimana Gronouski chiede a Rapacki di far sì che dal prossimo colloquio siano presenti solo rappresentanti americani e nordvietnamiti, non polacchi. Gronouski si dispiace per la poca considerazione americana dei buoni uffici polacchi, ed esprime le sue perplessità sulla buona riuscita di un negoziato diretto. Aggiunge che probabilmente i rappresentanti nordvietnamiti non accetteranno un negoziato senza la presenza di terze parti.
Rapacki inoltra la richiesta americana ai nordvietnamiti, che rifiutano, e riporta il rifiuto a Gronouski.
Gronouski telegrafa il rifiuto a Rusk, ed accetta la presenza dei polacchi al negoziato.

1-20 gennaio 1966:
Continua il negoziato a Varsavia sui 10 punti:

1- Soluzione pacifica tramite negoziato (problema del non vantaggio)
Gli Usa si ricollegano alla formula di San Antonio, e chiedono l'esplicita esclusione di quelle che considerano possibili azioni in malafede di Hanoi:
- attacchi alle posizioni americane nella zona demilitarizzata
- ondate di terrorismo urbano su larga scala
- accresciute infiltrazioni
in un periodo in cui non ci fossero bombardamenti americani e fossero in corso conversazioni di pace, rivelerebbero malafede da parte di Hanoi.

Azioni escluse dalla RDV in caso di inizio dei negoziati e fine dei bombardamenti:
- attacco contro Khe Sanh
- invasione delle due provincie settentrionali del Vietnam del Sud o tentativo di separarle dal resto del paese
- lancio di una seconda ondata di attacchi contro una o più città
- mossa a sensazione, ad es. un attacco su Camp Carroll
[considerazioni di Davidson presentate da D'Orlandi a Su]
"Ovvio che da momento in cui le due parti si incontreranno, simili cose non potranno verificarsi"
--> Hanoi può aderire formalmente alla formula del Non-Vantaggio, impegnandosi in realtà a ben poco

2- Cambiamento dello status quo a Saigon
Gli Usa iniziano col fare intendere semplicemente l'avallo alla procedura costituzionale del 1966-67, considerata da Hanoi una farsa. Hanoi richiede un governo di ampia coalizione, che includa anche membri del FLN, ed escluda come "criminali di guerra" i membri del presente governo Ky. Washington chiede che il punto sia lasciato per ultimo, Hanoi replica che sarà fondamentale per la riuscita globale del negoziato. Alla fine il compromesso è per un governo di coalizione, secondo la formula 10+2+2, con 2 rappresentanti del FLN e 2 membri del governo Ky, presieduto da Tran Van Do, già ministro degli esteri di Ky. Il governo tecnico di coalizione di Tran Van Do avrà il compito di organizzare elezioni libere e democratiche, entro un anno, su tutto il territorio del Sud Vietnam

5- Governo del Sud in base alla volontà popolare, con la partecipazione di chiunque attraverso libere elezioni democratiche.
Le elezioni libere e democratiche nel Sud porteranno alla costituzione del nuovo governo a Saigon.

6- Riunificazione una volta ristabilita la pace ed organi rappresentativi
Condizioni per la riunificazione:
- fine della guerriglia vietcong
- instaurazione di un Parlamento rappresentativo a Saigon
- decisione del Parlamento, eventualmente supportata da un referendum popolare
- tempo: circa 2 anni

7- Rispetto Usa della neutralità del Sud 
3- ritiro di truppe e basi Usa
Da effettuarsi gradualmente, nel periodo che intercorre tra lo stabilimento del Parlamento e la decisione sulla riunificazione del Vietnam (tendenzialmente 2 anni)

8- Cessazione dei bombardamenti sul Nord
Impegni nordvietnamiti in caso di cessazione totale dei bombardamenti:
(Harriman)
- cessazione degli attacchi coi lanciarazzi su Saigon e altri centri del Sud
- limitazione delle infiltrazioni attraverso la zona smilitarizzata

9- Gli Usa non accetteranno una riunificazione sotto la pressione delle armi
- Nuova Commissione Internazionale di Controllo: USA, URSS, Polonia, Italia
- garanzia "forte" delle superpotenze: possibile ripresa del conflitto in caso di non rispetto degli accordi da parte di Hanoi e del FLN

20 gennaio 1967:
i negoziati si interrompono prima della definizione dei dettagli

Febbraio 1968:
offensiva del Tet, prima della conclusione e firma degli accordi
- USA e RDV si rendono conto che una vittoria puramente militare sul campo è impossibile per entrambi
- Johnson annuncia l'apertura di negoziati diretti ad un accordo, e il suo ritiro dalle elezioni presidenziali

Aprile 1968: Accordi di Losanna:
Intesa globale USA-RDV
- governo di coalizione a Saigon, formula 10+2+2; esilio di Ky, 2 membri militari, 2 membri Fln
--> governo tecnico elettorale x elezioni generali nel 1968: Tran Van Do, già ministro degli esteri di Ky
- status intermedio del Vietnam del Sud come paese neutrale
- fine dei bombardamenti americani sul Nord Vietnam
- fine della guerriglia vietcong al Sud
- sganciamento graduale delle truppe Usa dal Vietnam e smantellamento delle basi
- riunificazione da decidersi una volta pacificato il Sud e dotato di organi rappresentativi
- nuova commissione internazionale di controllo, con garanzia delle grandi potenze (Usa e Cina)

Settembre 1968: elezioni generali al Sud
- FLN maggioranza relativa, buon risultato di cattolici e buddisti, confermato Tran Van Do
- Assemblea Costituente del Vietnam del Sud
- insediamento della Commissione Internazionale

Novembre 1968: elezione di Nixon

Conseguenze a medio termine:
- maggiore disponibilità di fondi, armi ed equipaggiamenti per la NATO:
maggiore credibilità della garanzia americana sull'Europa [Melvin Laird, segretario alla Difesa 1969-73, trova che 10 miliardi $ di armi ed equipaggiamenti assegnati alla Nato erano stati usati sottobanco in Vietnam]
--> effetto su Euromissili, eurocomunismo
- minore sviluppo economico del Giappone e conquista dei mercati europei [sviluppo iniziale sui mercati del Sud Est asiatico, drogati dalla maggior circolazione di dollari]
- minor deficit di bilancio e indebitamento estero degli Stati Uniti
--> minore slittamento del dollaro: possibile "fine dolce" di Bretton Woods anziché il crollo del 1971
- Italia: trasformazione del PSI in una forza socialdemocratica saldamente alleata alla DC, crollo del PSIUP, diminuzione del PCI.

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Riferimenti:
- Mario Sica, Marigold non fiorì, ed. Ponte alle Grazie, Firenze 1991
- Giovanni D'Orlandi, Diario Vietnamita

Note:

[1] posizione assunta da Rapacki dopo tre giorni di inutili trattative con Gronouski
[2] posizioni prospettate da Rapacki a Gronouski negli incontri del 5-7 dicembre
[3] parole di Rapacki a Gronouski il 7 dicembre
[4] Reazioni e posizioni effettivamente tenute dopo la chiusura nordvietnamita a seguito dei bombardamenti del 13-14 dicembre, qui anticipata rispetto ai bombardamenti del 9, a fini politico-diplomatici. Cfr. Sica, pp. 82-83.

Dans

La profezia del compagno Fidel!

La profezia del compagno Fidel!

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Diamo ora la parola a Generalissimus, che ha tradotto per noi questo video di Youtube:

 E se l'America avesse "vinto" la Guerra del Vietnam?

Prima che passi allo scenario, lasciate che vi spieghi perché ho messo la parola "vinto" fra virgolette: la Guerra del Vietnam non fu una guerra puramente americana, anche se gli USA rimasero coinvolti pesantemente negli anni '60 e '70 il conflitto stava infuriando dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il Vietnam dichiarò la sua indipendenza dalla Francia.
Il conflitto in Vietnam può essere descritto solo come diviso in due fasi: mezza rivoluzione per l'indipendenza e mezza guerra civile.
La prima fase venne combattuta contro il colonialismo francese e giapponese, e la seconda fra il Nord e il Sud divisi.
La seconda fase fu quella nella quale rimasero coinvolti gli Stati Uniti, ma questa fase non fu solo un conflitto tra Comunisti e non Comunisti, ed è per questo che il titolo è leggermente fuorviante, visto che non sarebbe stata l'America a vincere la Guerra del Vietnam, ma sarebbe stata una vittoria sudvietnamita col sostegno americano.
Perciò lo scenario tecnicamente è un "e se i Sudvietnamiti avessero vinto la loro guerra civile e gli Americani avessero ottenuto più influenza in Indocina?", ma questo non sarebbe stato un titolo attraente.
Ora che abbiamo definito i contorni, passiamo allo scenario.
Diciamo che sono gli anni '60 e che gli USA hanno inviato truppe in Vietnam: l'America sta sostenendo in tutto il governo sudvietnamita e sta utilizzando truppe di terra contro i Vietcong e l'NVA.
Gli USA come riuscirebbero a vincere questo intervento contro il nord Comunista e interrompere il diffondersi del Comunismo? Beh, la soluzione migliore per una fine rapida dell'espansione del nord sarebbe un'invasione su vasta scala del Vietnam del Nord, ma questo è impossibile, dato che qualsiasi invasione di una nazione Comunista avrebbe fatto automaticamente precipitare gli USA in una situazione da Terza Guerra Mondiale contro URSS e Cina.
Gli USA non possono semplicemente bombardare il Vietnam del Nord fino a costringerlo alla sottomissione, come dimostra la storia lo abbiamo fatto tante volte ed esso ha semplicemente cambiato i percorsi di approvvigionamento o usato tecnologie più semplici per raggiungere i suoi obiettivi.
L'unico modo per vincere la guerra era l'invasione militare completa del nord con truppe di terra e tutto il resto.
Questo video considererà due scenari: uno in cui non ci sono minacce di ritorsione da parte di URSS e Cina e l'America invade il Vietnam del Nord, e il secondo nel quale l'America riesce a creare un governo stabile a Saigon e riesce a respingere le aggressioni del nord al punto che NVA e Vietcong non riescono più a combattere.
Scenario 1: per qualche motivo a Sovietici e Cinesi semplicemente non importa nulla del Vietnam del Nord, quindi gli USA possono far partire l'invasione.
Le truppe americane assaltano presto Hanoi, rovesciano il governo Comunista e installano un governo filoamericano.
Come sarebbero il mondo e il Vietnam, se gli Americani ce la facessero? Beh, prima di tutto il Vietnam verrebbe unificato sotto l'influenza americana, il governo del sud controllerebbe anche il nord, gli investitori americani avrebbero commerciato anche con l'appena conquistato nord, i media americani avrebbero dichiarato la Guerra del Vietnam un enorme successo e l'avrebbero usata per mostrare la potenza americana.
La principale minaccia per gli USA e l'appena unificato Vietnam sarebbe una potenziale invasione cinese del nord, nel caso la Cina cambi idea sull'occupazione americana.
Gli USA farebbero piani segreti che comprenderebbero tutte le opzioni per contrastare questa minaccia cinese, verrebbero inviate più risorse nel nord e le basi militari verrebbero trasferite lì, così da sedare ogni rivolta dei Vietnamiti Comunisti.
Questa ribellione tra i Nordvietnamiti sarebbe una minaccia importante per l'occupazione americana, il Comunismo era molto popolare tra i villaggi rurali, perciò la campagna sarebbe stato un focolaio della ribellione contro gli Americani.
Molti Vietnamiti paragonerebbero gli Americani invasori ai Francesi e nutrirebbero un forte risentimento verso gli Occidentali che hanno rovesciato il loro governo.
Il Comunismo, per i Vietnamiti, era un fronte unito contro il colonialismo, ed è per questo che Ho Chi Minh divenne Comunista.
Per i Vietnamiti il Comunismo non era sacro per le sue teorie anticapitaliste, ma semplicemente per le idee anticolonialiste espresse dai Comunisti, perciò presumo che ci sarebbe una rinascita del Comunismo e l'America dovrà affrontare una ribellione Comunista.
Questa ribellione probabilmente verrà sedata dalla potenza di fuoco americana, ma il risentimento continuerà ad esserci, anche se sarà solo temporaneo; alla fine, dopo anni di occupazione, forse alla metà degli anni '70, gli Americani inizieranno a ritirare le truppe dal Vietnam.
Sarà più o meno come la vietnamizzazione della nostra TL, ma invece della guerra riguarderà il potere politico vietnamita.
In questo scenario il Vietnam avrebbe influenze occidentali come il Giappone o la Corea del Sud, il suo governo avrebbe legami con gli Americani e la sua economia sarebbe capitalista, se questa nazione prospererà o meno lo lascio alle vostre opinioni.
Scenario 2: gli Americani rendono completamente inutile l'Esercito del Vietnam del Nord e neutralizzano tutte le forze Comuniste.
Questo potrebbe avvenire tramite un'enorme campagna di bombardamento e una riuscita interruzione del Sentiero di Ho Chi Minh, a prescindere da quanto questo sia improbabile.
Dopo aver fatto questo, le forze americane dedicano più risorse all'installare un governo stabile nel Vietnam del Sud e rimangono coinvolte nella regione fino ai giorni nostri, come in Corea.
Il Vietnam del Nord perde lentamente e gradualmente il sostegno della Cina, e quando i Cinesi instaurano relazioni con gli USA il paese rimane isolato.
Ma, proprio come nelle relazioni tra Cina e Corea del Nord, i Cinesi a volte sosterranno il governo di Hanoi contro gli USA.
L'Esercito del Vietnam del Nord viene reso inutile, ed è incapace di organizzare un attacco su vasta scala al sud, i Vietcong vengono distrutti e ogni forma di guerriglia è inutile contro le forze sudvietnamite meglio addestrate.
In pratica questo scenario sarebbe molto simile a quello della Corea: il Vietnam del Sud lentamente si riformerebbe, diventando sempre più democratico con l'aiuto dell'Occidente, e migliorerebbe la sua economia, ma questa è solo una previsione ottimistica, potrebbe benissimo rimanere una dittatura come nella nostra TL.
Oggi Vietnam del Nord e del Sud sono ancora divisi e i loro popoli desiderano l'unificazione, il nord è ancora sostenuto dalla Cina e il sud dall'Occidente, anche se le relazioni sarebbero normalizzate e nessuna delle grandi potenze desidera creare tensioni.
Forse il Vietnam del Nord rispecchierebbe il Vietnam odierno, o diventerà una folle dittatura in stile Corea del Nord? lascerò decidere voi.

La Guerra del Vietnam segnò profondamente gli Stati Uniti, perché l'idea che gli USA avessero perso una guerra contro i guerriglieri vietnamiti dopo aver sconfitto i Nazisti e battuto l'Inghilterra imperiale fu scioccante per molti Americani, dei quali molti persero fiducia nel sistema dopo aver visto le atrocità e le cose fatte dalle truppe americane all'estero, e questo cambiamento mise fine al modo in cui gli USA guardavano al mondo e al modo in cui si comportavano.
Una domanda interessante alla quale rispondere sarebbe "e se la Guerra del Vietnam fosse andata in modo diverso? E se gli Stati Uniti avessero vinto la guerra?" Questa è la domanda di questa storia alternativa.
Parte 1: il Sudest asiatico.
I motivi per i quali gli USA persero la Guerra del Vietnam sono molti, il primo è che i Vietnamiti combatterono una campagna di guerriglia, gli USA non avevano un'unica area da conquistare per sconfiggere così l'NVA, e perciò quando gli Americani si avvicinavano all'NVA bastava semplicemente ritirarsi in silenzio nella giungla, riorganizzarsi lì e rimettersi in forze, e il secondo motivo principale è che la patria nordvietnamita era protetta: dopo aver combattuto la Guerra di Corea, nella quale i Cinesi intervennero dopo che gli Americani misero all'angolo la Corea del Nord, prolungando il conflitto, gli USA non volevano davvero attaccare un'area confinante con la Cina, perché i Cinesi li avrebbero attaccati dopo che essi avrebbero invaso il Vietnam del Nord, e anche senza aiuto cinese i Nordvietnamiti si sarebbero potuti ribellare e ottenere nuove truppe nella loro patria.
Generalmente l'unico modo per affrontare le tattiche di guerriglia è far sì che la popolazione locale non possa supportare la guerriglia, e le opzioni per fare questo vanno dal veramente orribile al leggermente meno orribile: da una parte dello spettro c'è l'uccidere e annientare la popolazione locale, così che non ci sia una base economica che alimenti la guerriglia, dall'altra parte c'è il togliere il cibo ai villaggi locali, così che ne abbiano abbastanza per sostentarsi ma non abbastanza per nutrire i guerriglieri.
Questo lascia gli USA con un enigma, perché a meno di non far commettere crimini di guerra ai soldati, rimangono poche possibilità per affrontare i guerriglieri e praticamente rimane solo la strategia usata dagli Inglesi in Malesia, ovvero controllare la quantità di cibo che arrivava ai villaggi, in modo che potessero nutrirsi da soli ma non nutrire i guerriglieri, però anche così gli USA dovrebbero affrontare i Nordvietnamiti che riforniscono i Vietcong di armi, e questo mix rende la vittoria significativamente più difficile.
Quindi perché gli USA vincano la guerra i Nordvietnamiti dovrebbero decidere di non combattere una campagna di guerriglia, ma una guerra convenzionale.
Con questo tipo di guerra gli USA avrebbero una potenza di fuoco e un addestramento migliori, e riuscirebbero facilmente a sconfiggere le forze nordvietnamite e cacciarle oltre il confine.
Il primo e più ovvio effetto di una vittoria americana in Vietnam sarebbe che Vietnam del Nord e del Sud rimarrebbero entità separate.
Il Vietnam del Sud probabilmente si trasformerà in un qualcosa tra le Filippine e la Corea del Sud, dato che ha elementi di entrambe le culture, e quindi sarebbe una nazione del secondo mondo con legami con gli USA e un sistema capitalista e democratico.
Al Vietnam del Nord sarebbero potute accadere due cose dopo la guerra: la prima è quella che avvenne nel nostro mondo, dove è diventata semplicemente un'altra nazione Comunista ed è sopravvissuto al crollo dell'Unione Sovietica.
La seconda possibilità è che reagisca alla crescente ricchezza del sud trasformandosi in un paese più estremista, come la Corea del Nord, e in questo mondo il Vietnam del Nord somiglierebbe parecchio a quel paese.
Parte 2: gli Stati Uniti.
Per mia esperienza diretta, i movimenti contro la guerra si diffondono solo quando un paese perde una guerra, perciò, se gli USA vincessero la Guerra del Vietnam in fretta non ci sarebbe il tempo di organizzare l'enorme movimento contro la Guerra del Vietnam, che a sua volta non potrebbe appellarsi alla popolazione generale, perché il pubblico americano vedrebbe la Guerra del Vietnam come un'enorme vittoria in stile Guerra del Golfo.
La Guerra del Vietnam cambiò molto il movimento hippie: prima della guerra gli hippie avevano pochissimi scopi, si radunavano semplicemente con chi la pensava come loro, ma grazie alla Guerra del Vietnam poterono accogliere tutti quelli che non volevano essere reclutati, e questo li spinse in politica, cambiando completamente la natura della fine degli anni '60.
Perciò, in un mondo dove la Guerra del Vietnam è finita prima e gli USA hanno vinto, gli hippie non verrebbero mai coinvolti nella politica e noi non avremmo mai avuto la musica di protesta, gli stereotipi degli hippie che molti hanno imparato a detestare, e la parte liberale degli anni '60 avrebbe una vibrazione politica molto differente.
Gli hippie esisterebbero comunque in questo mondo, ma svanirebbero perché non hanno mai avuto uno scopo per esistere e non hanno mai avuto il posto nella politica che hanno avuto nella nostra TL, e sarebbero più come i beatnik o le flapper.
Un altro cambiamento culturale che subirono gli Stati Uniti a causa della Guerra del Vietnam fu la perdita di fiducia nel governo.
Quella in Vietnam fu la prima guerra trasmessa completamente in televisione, e perciò fu la prima guerra della quale la popolazione poté vedere gli orrori del fronte direttamente nelle sue stanze, e agli Americani questo non piacque affatto.
Pensavano che il governo dovesse rendere il conflitto meno sanguinoso, e le notizie delle atrocità commesse dalle truppe americane fecero crollare sempre di più la loro fiducia nel governo, facendogli iniziare a pensare che non fosse molto competente e non stesse conducendo bene la guerra.
Oggi solo il 20% della popolazione americana si fida del governo, e penso che in questa TL la percentuale sarebbe più alta anche con gli scandali Watergate ed NSA.
Parte 3: il resto del mondo.
L'altro grande cambiamento negli Stati Uniti non sarebbe nella sfera culturale, ma nella politica estera: il Vietnam segnò così tanto gli USA che la loro politica estera divenne molto più cauta, così da evitare di far scoppiare un altro Vietnam, ma con una vittoria in quella guerra avverrebbe il contrario: gli Stati Uniti penserebbero di poter essere coinvolti con truppe americane in qualsiasi nazione del terzo mondo contro i Comunisti, e questo condurrebbe ad una vittoria degli USA e all'espansione del capitalismo.
Perciò è più probabile che in questo mondo gli Stati Uniti usino truppe contro le nazioni Comuniste, perché questa strategia ha già funzionato in Corea e Vietnam.
Probabilmente pochi di voi sanno della Guerra dell'Ogaden, perciò la spiegherò brevemente qui: negli anni '70 la Somalia era uno stato sostenuto dai Sovietici, mentre l'Etiopia era sostenuta dall'Occidente, ma nel 1977 l'Etiopia subì un colpo di stato Comunista e allo stesso tempo la regione etiope dell'Ogaden, etnicamente somala, si ribellò contro il governo centrale.
La Somalia, per aiutare i suoi cugini in Etiopia, invase quel paese, ma l'Unione Sovietica non fu affatto felice di ciò, tolse gli aiuti alla Somalia e li diede all'Etiopia.
Allo stesso tempo l'Occidente iniziò a rifornire la Somalia perché sconfiggesse l'Etiopia Comunista, ma alla fine gli Etiopi batterono i Somali con l'aiuto dei Comunisti.
In questo mondo gli Stati Uniti aiuterebbero i Somali contro l'Etiopia perché preoccupati dal fatto che i Comunisti potrebbero prendere il controllo di tutto il Corno d'Africa, controllando così tutto il traffico in transito lungo il Canale di Suez, e perciò gli USA coadiuverebbero militarmente la Somalia contro l'Etiopia con truppe di terra come fecero in Corea e Vietnam, visto che la cosa ha funzionato in tutte e due le occasioni precedenti.
Se l'invasione italiana dell'Etiopia nel 1938 ebbe problemi, gli USA vincerebbero la guerra molto in fretta, diversamente dagli Italiani che trovarono difficoltà nello sconfiggere l'Etiopia, e quello italiano fu francamente il peggior esercito della Seconda Guerra Mondiale.
E così l'Etiopia verrebbe conquistata dalle potenze occidentali, e dopo la guerra si allineerebbe con l'Occidente.
In questa TL la Somalia non precipiterebbe mai nel caos totale come nella nostra TL, a causa degli investimenti americani per sconfiggere l'Etiopia, dei soldi che le truppe americane spenderebbero in quel paese, e dei rifornimenti che raggiungerebbero la Somalia.
Dopo la Corea, il Vietnam e l'Etiopia la maggior parte delle nazioni Comuniste capirebbero la follia dell'invadere un paese non Comunista, temerebbero la vendetta americana e negli anni '70 e '80 non vedremo molte guerre simili.
Vedremo anche un'espansione degli alleati americani, visto che i paesi inizierebbero a pensare che avere gli USA come alleati sarebbe un'ottima idea, considerato che ti proteggerebbero da tutti i paesi vicini che vogliono farti del male.
Questo terrorizzerebbe l'URSS, che inizierebbe a temere che gli USA stiano diventando troppo potenti e che il Comunismo stia perdendo importanza, e quindi tenterebbe con ogni mezzo di tenersi stretti i suoi alleati, agendo molto più bruscamente e militarmente in caso di minacce ad uno di essi.
Ma dato che la maggior parte degli alleati o possibili alleati in pericolo dell'Unione Sovietica sono in Africa o in America, e quindi inaccessibili direttamente a causa del controllo degli oceani da parte della US Navy, l'URSS investirebbe pesantemente su Cuba perché agisca al posto suo, concedendole denaro e armi.
Se la Cuba Comunista cadrà dopo il collasso dell'Unione Sovietica a causa dei maggiori investimenti Sovietici è dubbio.

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Altra fatica di Generalissimus, che stavolta ha tradotto questo video:

E se Castro non fosse mai arrivato al potere?

Per molti Americani Cuba è una nazione Comunista da prima che nascessero.
Per più di 50 anni Cuba è stata sottoposta ad un embargo da parte degli Stati Uniti, anche se per uno strano caso le relazioni stanno di nuovo migliorando tra gli un tempo feroci nemici.
Perché Cuba è diventata Comunista? Per diversi fattori: il coinvolgimento americano, il sostegno ad un dittatore e l'ascesa di Fidel Castro, che portò Cuba sotto il dominio di un unico partito.
La sua ascesa al potere fu una delle più influenti del 20° secolo e portò la Guerra Fredda a due passi dagli USA, iniziando quasi una guerra nucleare come risultato.
Ma ora dopo mezzo secolo la diplomazia è tornata a far sentire la sua voce, e questo fa sorgere la domanda: e se le comunicazioni fra gli USA e Cuba non si fossero mai interrotte? E se in una TL alternativa Castro non arrivasse mai al potere? E se non rendesse mai Cuba Comunista? Beh, ecco uno scenario, ma prima di arrivarci ecco un po' di storia veramente semplificata, se volete saltarla cliccate su Castro.
Cosa condusse davvero alla Rivoluzione cubana? Le sue origini risalgono alla nascita di Cuba.
Fin dalla Guerra Ispano-Americana Stati Uniti e compagni avevano forti interessi nelle risorse, nei territori e nel governo cubani, trovarsi a 200 chilometri da una potenza in ascesa non era la situazione migliore per la piccola isola-nazione.
L'Emendamento Platt nella costituzione cubana praticamente lasciava gli USA in controllo dei diritti e degli affari cubani senza che l'isola venisse annessa.
Questo emendamento venne abolito negli anni '30 col trattato tra i due paesi, ma la partnership tra Cuba e l'America rimase pesantemente sbilanciata fino agli anni '50, le compagnie statunitensi controllavano le risorse più importanti come lo zucchero e altre coltivazioni.
Avanti veloce fino al 1952: Cuba sta per tenere le elezioni ma, sapendo che le avrebbe perse, Fulgencio Batista organizza un colpo di stato militare contro il governo, cancellando le elezioni e sospendendo la costituzione democratica del 1940.
Questa mossa fece infuriare molti, incluso un giovane avvocato candidato al governo di nome Fidel Castro.
Sotto il governo di Batista la corruzione e le influenze esterne dilagarono, i mafiosi aprirono casinò all'Avana, le imprese americane utilizzavano la terra come volevano, e il suo dominio divenne disprezzato da molti Cubani impegnati in politica.
Credendo che il governo non potesse essere cambiato dall'interno, Fidel, assieme a suo fratello Raul e un centinaio di altri ribelli, attaccarono una base militare per impossessarsi delle armi, ma quest'azione si concluse in fallimento, con la maggior parte dei ribelli giustiziati ed entrambi i fratelli sbattuti in prigione.
Batista li rilasciò a causa della pressione, e i Castro fuggirono in Messico per elaborare nuovi piani.
Fidel, Raul e un medico argentino chiamato Ernesto "Che" Guevara trovarono nuovi sostenitori e tornarono a Cuba nel 1956, solo per essere massacrati di nuovo ed essere costretti a fuggire sulle montagne.
Batista pensava che nessuno sarebbe potuto sopravvivere sulla Sierra Maestra, ma da quella zona Castro ottenne altri sostenitori e il suo esercito raggiunse le 300 unità.
Nei due anni successivi il suo esercito, il Movimento del 26 Luglio, rimase sulle montagne, guadagnandosi lentamente il sostegno dei locali mentre combatteva le forze di Batista.
In tutta Cuba il risentimento contro il regime esplose, e nel 1957 un fallito tentativo di assassinio contro Batista da parte di alcuni studenti e la brutale repressione degli oppositori del suo governo portarono gli USA a prendere le distanze da Cuba.
Castro ottenne il riconoscimento internazionale per la sua guerra contro il dittatore e venne lodato dai media di tutto il mondo.
All'epoca Castro non stava combattendo per il Comunismo, era semplicemente un combattente per la libertà.
Nel 1958 Batista inviò oltre 10.000 soldati nella Sierra Maestra per porre fine all'offensiva di Castro, ma quest'operazione finì in fallimento e Castro riuscì ad andare all'offensiva contro il governo.
Nel 1959 Batista capì che il suo regno era finito e scappò da Cuba per andare in esilio.
Castro condusse il suo esercito attraverso l'isola, conquistando facilmente le città lungo il suo percorso ed entrando all'Avana da eroe.
Ma la sua immagine di eroe iniziò a venire erosa, dato che i piani di Castro per una Cuba democratica divennero una promessa a vuoto.
All'inizio ci furono delle purghe contro gli ex sostenitori di Batista, ma poi Castro si rivolse gradualmente contro i non Marxisti, anche se erano dei suoi ex alleati.
Presto Cuba divenne uno stato Comunista monopartitico.
E se Castro non arrivasse mai al potere? Diciamo che in questa TL alternativa Castro viene ucciso invece di essere catturato e mandato in carcere per l'assalto alla base militare, entrambi i fratelli Castro, Fidel e Raul, vengono giustiziati prima ancora del processo.
Fidel non pronuncia mai il suo famoso discorso La Storia mi Assolverà, il Movimento del 26 Luglio non nasce perché entrambi i suoi fondatori sono morti, "Che" Guevara non va mai a Cuba ad aiutare la rivoluzione e non diventa un'icona mondiale.
Questo non vuol dire che la rivoluzione si fermerà, dato che alla fine degli anni '50 Batista era estremamente odiato da tutti i Cubani.
Il suo regime uccideva migliaia di civili, censurava la stampa, metteva a tacere gli oppositori politici e trasformò Cuba in uno stato di polizia.
Se il movimento di Castro fosse finito prima di iniziare è probabile che altri gruppi avrebbero preso il suo posto, uno di questi era il Direttorio Rivoluzionario Studentesco, che lanciò attacchi contro i sostenitori di Batista.
Anche senza Castro, il regime di Batista aveva i giorni contati, e in questa TL Batista perde comunque il sostegno del governo americano per via della sua repressione degli oppositori.
In questa TL ci vorrebbe più tempo perché cada, ma sembra che sarà una conclusione inevitabile.
Il futuro di Cuba dipende da chi prenderà il potere dopo la caduta di Batista, molto probabilmente sarà un moderato che mira ad elezioni democratiche e giuste.
Molti ribelli, inclusi quelli che hanno combattuto con Castro, non combattevano per il Comunismo, ma per la democrazia.
In HL il gabinetto di Castro includeva moderati che volevano le elezioni, prima di fuggire dopo aver visto le vere intenzioni di Castro.
Senza Castro è molto improbabile che Cuba diventi uno stato Comunista, molto probabilmente sarà uno stato democratico con idee Socialiste, come gli stati europei e latinoamericani moderni.
In questa TL alternativa Cuba avrebbe una democrazia legittima basata sulla costituzione del 1940, presumendo che il governo rimanga stabile nei successivi 50 anni.
Questo non significa che sarà tutto rose e fiori, anche senza Castro e monopartitismo a dominare Cuba ci sarebbero limitazioni alla libertà di parola e ad altre forme di espressione politica.
Castro portò alcuni cambiamenti positivi a Cuba, le sue riforme del welfare sociale aiutarono a colmare il divario tra ricchi e poveri, emanò nuove leggi per eliminare le discriminazioni razziali e di genere e fece arrivare l'istruzione nelle parti rurali di Cuba.
Se al potere ci fosse un leader più conservatore è probabile che in questa TL alternativa il progresso sociale a Cuba sia molto meno avanzato, e gli USA controllerebbero ancora la maggior parte delle risorse di Cuba.
Amo l'America, è la mia patria, ma è arcinoto che alle nazioni potenti piace controllare quelle più piccole, e questo veniva visto perfino come un problema da John Kennedy, che affermava "Credo che tra tutti i paesi del mondo, inclusi quelli sotto il dominio coloniale, la colonizzazione economica, l'umiliazione e lo sfruttamento siano peggiori a Cuba, in parte a causa delle politiche del mio paese durante il regime di Batista".
Essendo a soli 200 chilometri dalla costa, la situazione geografica sfortunata rendeva quelle isole un inevitabile forziere per gli interessi americani, senza la presa del potere da parte dei Comunisti e l'isolamento del paese Cuba sarebbe rimasta una repubblica delle banane al servizio delle compagnie americane.
Forse in questa TL alternativa ci saranno delle riforme per distribuire meglio le risorse tra la popolazione cubana, le riforme terriere sarebbero il problema più urgente.
L'Avana oggi sarebbe un'importante città turistica per i paesi americani vicini, ma non sarebbe la Las Vegas che era sotto Batista, semplicemente perché la mafia non avrebbe molta influenza, ma sarebbe comunque una delle città più prospere dell'emisfero occidentale.
Gli effetti della mancanza di Castro sono chiarissimi, cambierebbe la gran parte della situazione politica in America Latina.
Castro era più del leader influente che tendiamo a considerare oggi, non voleva diffondere il Comunismo solo a Cuba, ma anche nel resto del mondo.
Finanziò movimenti di guerriglia di sinistra in America Latina e contro le potenze coloniali in Africa, mandando persino truppe in Nicaragua e Angola.
In questa TL alternativa le rivoluzioni Socialiste non vengono finanziate dal governo cubano, e così gli USA non finanziano dittatori di estrema destra per combattere le milizie di sinistra cubane.
La Crisi dei Missili cubana ovviamente non avviene, trasformando la politica della Guerra Fredda.
La Crisi dei Missili terrorizzò l'URSS e gli Americani a tal punto che stabilirono una linea di comunicazione, così che quella situazione non si ripetesse mai più.
La demografia di Miami e della Florida meridionale cambierebbe, nella nostra TL ci fu un esodo da Cuba quando Castro prese il potere.
Senza la salita al potere dei Comunisti ci sarebbe una minore influenza ispanica in Florida.
Questo è solo uno degli innumerevoli scenari, ma una cosa è certa: senza Castro è molto improbabile che Cuba passi al Comunismo.
Cuba sarebbe come una qualsiasi delle democrazie latinoamericane, non perfetta ma certamente con più libertà politiche rispetto alla nostra TL.
Sarebbe ancora sotto una forte influenza americana, ma a causa delle pressioni forse le risorse potrebbero essere restituite al popolo cubano, ma questa è un'ipotesi ottimistica.

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Sempre Generalissimus ha tradotto per noi un altro video di Youtube:

E se il piano terroristico contro Cuba prendesse il via?

Gli Stati Uniti erano arrabbiati per la perdita di Cuba.
Immensamente arrabbiati.
Arrabbiati come quando vi ritrovate con la connessione wi-fi lenta.
I generali erano arrabbiati perché Cuba era passata al Comunismo e per l'imbarazzo della Baia dei Porci, ma avevano una soluzione.
Una soluzione oscura ed estrema: attacchi terroristici contro la propria stessa popolazione.
Questa era l'Operazione Northwoods, un piano per detronizzare Castro, ora reso pubblico, consegnato al Presidente Kennedy dagli Stati Maggiori Congiunti nel 1962.
Il piano serviva ad ottenere il sostegno in patria per un'invasione di Cuba.
Gli USA avrebbero commesso ogni tipo di attacco terroristico contro i propri cittadini, dato la colpa a Castro, e fatto chiedere la guerra ad un'opinione pubblica infuriata.
Gli USA si sarebbero poi appellati alla comunità internazionale, definendo Cuba una minaccia per l'emisfero occidentale da rimuovere.
Kennedy rifiutò questo piano, e alla fine Lyman Lemnitzer, che firmò il piano, venne rimosso dall'incarico, diventando Comandante Supremo Alleato della NATO.
L'Operazione Northwoods non andò più avanti di così, e a Cuba e USA venne risparmiata la guerra.
I generali persero quel round contro Kennedy e non ci furono attacchi contro gli Americani.
Due anni dopo ci fu l'Incidente del Golfo del Tonchino e gli USA iniziarono le operazioni in Vietnam.
Ma cosa succederebbe se in una TL alternativa l'Operazione Northwoods partisse, o, irrealisticamente, con l'approvazione di Kennedy, o, più probabilmente, alle sue spalle? Ecco uno dei tanti scenari: il documento non parla di inscenare un solo incidente, perciò non sappiamo al 100% come sarebbe stato eseguito il piano, ma abbiamo un'ampia gamma di idee, perciò menzionerò solo i suggerimenti presenti nel documento reso pubblico sull'Operazione Northwoods.
C'erano piani per: inscenare un attacco a Guantanamo; far esplodere una finta zattera di rifugiati cubani; attaccare davvero Guantanamo; far esplodere una vera zattera di rifugiati cubani; dirottare un aereo civile; uccidere Cubano-Americani innocenti o fare attentati dinamitardi nelle principali città americane; abbattere un aereo passeggeri, nello specifico uno pieno di studenti universitari; ehm, un incidente in stile "ricordatevi della Maine"; e una non specificata diffusa campagna terroristica dei Comunisti cubani nelle principali città americane.
Dopo uno qualsiasi di questi attacchi gli USA avrebbero dato immediatamente la colpa a Castro, fornendo prove artefatte.
L'invasione di Cuba ottiene il pieno supporto da parte di un pubblico americano infuriato, e i cittadini patriottici correrebbero ad arruolarsi per suonarle ai Cubani.
Il piano fu suggerito nel Marzo 1962, e quindi la Crisi dei Missili non era ancora avvenuta, e non sarebbe scoppiata che in estate, quando i Russi iniziarono a costruire siti di lancio sull'isola.
Per i generali l'Unione Sovietica non era una preoccupazione, perché Cuba non faceva parte del Patto di Varsavia, ma se gli USA l'avessero invasa questo sarebbe risultato in enormi tensioni con l'URSS o una guerra nucleare.
Non è facile dire come sarebbero cambiate le relazioni se scoppiasse un conflitto simile con Cuba.
Una guerra convenzionale, comunque, porterebbe via le vite di migliaia di Americani e Cubani innocenti, secondo il Pentagono un'invasione americana di Cuba avrebbe causato almeno 18.000 morti americani e innumerevoli morti cubani.
In questa TL Castro verrebbe rovesciato in modo relativamente rapido, o verrà ucciso o verrà costretto alla clandestinità, ma questo non vuol dire che i problemi degli Americani sarebbero finiti.
Alcuni Cubani prenderebbero le armi contro gli Statunitensi a causa della storia di incursioni americane nell'isola, e gli Americani si ritroverebbero a combattere contro la guerriglia.
Non è facile prevedere come sarà questo nuovo governo cubano, questo è solo uno scenario, dato che ci sono innumerevoli modi in cui potrebbe andare questa TL alternativa.

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C'è poi la proposta di Massimo Berto:

Secondo voi, se JFK non fosse diventato Presidente per un qualsivoglia motivo, sarebbe cambiato qualcosa di decisivo nella storia d'America?

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Bhrghowidhon gli replica:

Sarei orientato per il no; naturalmente dipende soprattutto da chi ci fosse al suo posto, ma il Presidente non è appunto decisivo se non in guerra.

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Ed ecco il contributo di Enrico Pellerito:

Relativamente all'influenza che la mancata elezione di JFK alla Casa Bianca avrebbe potuto significare, certo è che qualcosa fu smossa nel 1960 quando gli Usa, pur con una maggioranza popolare risicata, scelsero di mandare un democratico a governare.
C'era voglia di cambiamento, le tensioni sociali e razziali stavano diventando un fastidio per molti Wasp, sempre più consapevoli che mantenere steccati e inferriate all'interno del corpo sociale non avrebbe portato a nulla di buono.
E c'era un'altrettanta voglia che le cose restassero, così com'erano e per sempre; la metà degli Americani si opponeva al processo d'integrazione ed anche ad una maggiore assistenza pubblica.
Una nazione spaccata e la prova che la situazione rischiasse di precipitare non sono le rivolte dei ghetti neri, ma anche gli attentati al Presidente, al leader del movimento dei diritti civili per gli afroamericani, il reverendo, per finire con Bob Kennedy.
Senza alcuni importanti passi sostenuti dall'amministrazione federale, il contrasto alla discriminazione razziale non ci sarebbe stato; chiaro che fu una politica cauta e che sarebbe stato necessario del tempo, cosa che gli attivisti radicali di colore non gradivano, ma fu un inizio e dopo le cose non sarebbero più potute essere le stesse.
Johnson, sebbene a differenza di JFK non intendeva ritirarsi dal Vietnam, aggravò il processo bellico, accontentando i vertici politici, militari e industriali che per differenti ma convergenti motivazioni, volevano l'acuirsi del conflitto, eppure sul tema dei diritti civili e dell'assistenza sociale non venne meno e il Civil Rights Act, il Medicare e il Medicaid lo testimoniano.
E per ultimo ci metto l'incentivato programma spaziale, che non sono affatto certo i repubblicani avrebbero sostenuto con la stesso peso.

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Anche Federico Sangalli dice la sua:

Questo è ciò che ho pensato io:

35esimo Presidente: Richard M. Nixon, Repubblicano, California, 1961-1966
Invase Cuba e il Vietnam nel 1961. L'anno seguente si sfiorò la guerra mondiale con la Crisi dei Carri Armati di Berlino. Tagliò i fondi alla nascente NASA e collaborò con John Edgar Hoover per contrastare il movimento dei diritti civili, a suo dire manipolato dai comunisti. A seguito di un fallito attentato nel 1963 da parte di uno squilibrato comunista e delle crescenti difficoltà nei conflitti esteri, divenne sempre più paranoico, fino a giungere al punto di spiare la sede del partito democratico alla vigilia della sua rielezione. Questo sfociò nello Scandalo Watergate che lo portò alle dimissioni nel 1966.
Elezioni:
1960 Richard M. Nixon (R-California)/Henry Cabot Lodge Jr (R-Massachusetts) vs Lyndon B. Johonson (D-Texas)/Humbert Humphrey (D-Minnesota)
1964 Richard M. Nixon (R-California)/Henry Cabot Lodge Jr (R-Massachusetts) vs Humbert Humphrey (D-Minnesota)/Terry Sanford (D-South Carolina)

36esimo Presidente: Henry Cabot Lodge Jr, Repubblicano, Massachusetts, 1966-1969
Diplomatico abbastanza abile, passò il resto del suo breve mandato a cercare di ritirare onorevolmente le forze via dal pantano cubano-vietnamita, cosa che si tradusse con la caduta di Saigon nel 1968 a seguito dell'Offensiva del Tet.

37esimo Presidente: Robert F. Kennedy, Democratico, Massachusetts, 1969-1977
Primo cattolico alla Casa Bianca e primo democratico dal 1953, fu il grande paladino dei diritti civili e della pace nel Mondo. Si ritirò definitivamente da Cuba e spinse forte l'acceleratore dell'esplorazione spaziale, coronata con lo sbarco sulla Luna di John Glenn nel 1977.
Elezioni:
1968 Robert F. Kennedy (D-Massachusetts)/Ralph Yarborough (D-Texas) vs Henry Cabot Lodge Jr (R-Massachusetts)/George Romney (R-Michigan)
1972 Robert F. Kennedy (D-Massachusetts)/Ralph Yarborough (D-Texas) vs Ronald Reagan (R-California)/Charles Percy (R-Illinois)

38esimo Presidente: Ralph Yarborough, Democratico, Texas, 1977-1981
Conosciuto soprattutto per essere stato il grande patrono/autore del Civil Rights del 1978. Perse la rielezione dopo essere stato giudicato troppo debole nella Crisi Iraniana del '79.
Elezioni:
1976 Ralph Yarborough (D-Texas)/Eugene McCarthy (D-Minnesota) vs Ronald Reagan (R-California)/James Rhodes (R-Ohio)

39esimo Presidente: George H.W. Bush, Repubblicano, Texas, 1981-1985
Pose fine alle missioni spaziali Apollo e cercò di contrastare l'aumento del debito e la crisi energetica aumentando le tasse e tagliando la spesa, cosa che in ultima analisi gli costò la rielezione.
Elezioni:
1980 George H.W. Bush (R-Texas)/ Kit Bond (R-Missouri) vs Ralph Yarborough (D-Texas)/Eugene McCarthy (D-Minnesota)

40esimo Presidente: Gary Hart, Democratico, Colorado, 1985-1989
Fu il testimone dei grandi accordi per il disarmo con l'Unione Sovietica di Gorbaciov, ma lo scoppio dello Scandalo Sexygate (o Scandalo Monkey, dal nome dello yacht ove il Presidente incontrava la sua amante) durante la sua campagna per la rielezione fu fatale per la sua carriera politica, tant'è che rinunciò a ricandidarsi per un secondo mandato, cosa che non accadeva dal 1928. Ebbe anche la prima donna vicepresidente, la Sindaca di San Francisco Diane Feinstein.
Elezioni:
1984 Gary Hart (D-Colorado)/ Diane Feinstein (D-California) vs George H.W. Bush (R-Texas)/ Kit Bond (R-Missouri)

41esimo Presidente: Robert "Bob" Dole, Repubblicano, Kansas, 1989-1993
Ex capogruppo repubblicano al Senato, beniamino dei conservatori fiscali e primo disabile (aveva un braccio atrofizzato) a diventare Presidente, sfruttò le sue conoscenze dei meccanismi congressuali per approvare una serie di riforme fiscali che ridussero notevolmente il debito pubblico. Sfortunatamente questo volle dire alzare le tasse e questo lo portò alla sconfitta per la rielezione.
Elezioni:
1988 Robert "Bob" Dole (R-Kansas)/ Jeanne Kirkpatrick (R-Oklahoma) vs Diane Feinstein (D-California)/Michael Dukakis (D-Massachusetts)

42esimo Presidente: Edmund Gerald "Jerry" Brown Jr, Democratico, California, 1993-2001
Dopo un decennio di tasse e politiche miranti più al pareggio di bilancio che agli sgravi per i cittadini, gli americani chiesero a gran voce un cambiamento di rotta e supportarono la campagna a tinte populiste del popolare Governatore del Golden State. Da Presidente si impegnò in una campagna anticorruzione e di decentramento amministrativo, sebbene il suo tentativo di introdurre un limite di mandato per i membri del Congresso fallì senza grandi speranze. Fu noto anche per aver voluto il primo vicepresidente nero della Storia, il Reverendo, Senatore del Distretto di Columbia e leader del movimento dei diritti civili Jesse Jackson.
Elezioni:
1992 Edmund Gerald "Jerry" Brown Jr (D-California)/ Jesse Jackson Sr (D-District of Columbia) vs Robert "Bob" Dole (R-Kansas)/ Jeanne Kirkpatrick (R-Oklahoma)
1996 Edmund Gerald "Jerry" Brown Jr (D-California)/ Jesse Jackson Sr (D-District of Columbia) vs Jeanne Kirkpatrick (R-Oklahoma)/ Lamar Alexander (R-Tennessee)

43esimo Presidente: John Sidney McCain, Repubblicano, Arizona, 2001-2009
L'America non era ancora pronta per un Presidente nero, per giunta per uno mezzo socialista come Jackson, e gli preferì l'eroe di guerra McCain, che ebbe ben presto modo di mostrare le sue attitudini belliche nella Guerra al Terrorismo e con le invasioni di Afghanistan, Iraq e Corea del Nord. Fu l'autore di importanti leggi sulla sicurezza e sulla prima legislazione contro i contatti tra finanza e politica dai tempi di Franklin Delano Roosevelt. Comunque il cattivo andamento della guerra in Medio Oriente, la Crisi di Formosa del 2007 e lo scoppio della crisi economica nello stesso anno affissarono il giudizio sulla sua presidenza.
Elezioni:
2000 John Sidney McCain (R-Arizona)/Fred Dalton Thompson (R-Tennessee) vs Jesse Jackson Sr (D-District of Columbia)/ Anne Richards (D-Texas)
2004 John Sidney McCain (R-Arizona)/Fred Dalton Thompson (R-Tennessee) vs John Kerry (D-Massachusetts)/ Albert Arnold "Al" Gore (D-Tennessee)

43esimo Presidente: Albert Arnold "Al" Gore, Democratici, Tennessee, 2009-2017
Paladino dell'ambiente, noto sopratutto per aver firmato gli Accordi di Parigi sul Clima. Sostenitore di una moderata riforma sanitaria (GoreCare), durante la sua Presidenza dovette affrontare le conseguenze delle Primavere Arabe e delle successive guerre civili e il braccio di ferro con la Russia per l'Ucraina.
Elezioni:
2008 Albert Arnold "Al" Gore (D-Tennessee)/ Russ Feingold (D-Wisconsin) vs Fred Dalton Thompson (R-Tennessee)/John Kasich (R-Ohio)
2012 Albert Arnold "Al" Gore (D-Tennessee)/ Russ Feingold (D-Wisconsin) vs John Kasich (R-Ohio)/ Robert "Bob" Corker (R-Tennessee)

44esimo Presidente: Russ Feingold, Democratico, Wisconsin, 2017-attualmente in carica
Primo ebreo alla Presidenza, vinse le presidenziali con un programma di riforme sociali in favore della comunità, comprendenti un sistema sanitario gratuito e pesanti regolamentazioni per le speculazioni di Wall Street. Uno dei maggiori problemi della sua amministrazione sono le violenze suscitate da gruppi estremisti di estrema destra, di matrice neonazista ed ispirati dall'ex candidato repubblicano Donald Trump.
Elezioni:
2016 Russ Feingold (D-Wisconsin)/Barack Hussein Obama (D-Illinois) vs Donald John Trump (R-New York)/Michael Richard "Mike" Pence (R-Indiana).

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Bhrghowidhon domanda:

Tanto di cappello, come sempre avviene! Complimenti davvero. E quindi c'è ugualmente qualcosa di simile agli Attentati dell'11 settembre?

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E Federico gli replica:

In linea di massima il rapporto tra Jihadismo ed Occidente nell'ultimo mezzo secolo si è sviluppato con il seguente schema: gli USA, per via saudita, finanziano, armano ed indottrinano milizie islamiste afghane perchè si oppongano agli invasori sovietici (1981-1989)-queste milizie, chiamate Talebani, prendono il potere in Afghanistan (1992) e formano un'organizzazione terroristica chiamata Al Qaeda (1988)-gli USA intervengono contro l'Iraq nella Prima Guerra del Golfo e per farlo inviano truppe in Arabia Saudita-scomparso il nemico sovietico, Al Qaeda e il suo leader Bin Laden sono oltraggiati dalla presenza di truppe infedeli nella terra culla dell'Islam e dichiarano le tradizioni occidentali e liberali (in grande ascesa dopo la vittoria nella Guerra Fredda) come il nuovo nemico (1990-1992)-primi attentati di Al Qaeda, sottovalutati dagli USA(1993-1999). Bill Clinton si fa sfuggire la cattura di Bin Laden in Sudan(1998)-si insedia George W. Bush, la cui compagnia petrolifera è una compartecipata con la Famiglia Bin Laden e ha fatto affari coi Talebani. Con colpevole negligenza vengono ignorati i rapporti e le prove di un complotto terroristico contro gli Stati Uniti (2001)- 11 Settembre 2001...
Poi il resto è noto, dalla morte di Bin Laden all'invasione dell'Iraq, dalla nascita dell'ISIS alle Primavere Arabe. In questa TL la linea rimane generalmente integra, o meglio così su due piedi non vedo motivi per cui dovrebbe interrompersi: Bush finanzia i Talebani come in HL, Dole partecipa alla Prima Guerra del Golfo e Brown, con il suo carattere anti-sistema ancor più marcato di Bill Clinton, avrebbe probabilmente ancora più difficoltà di lui a farsi autorizzare una missione di guerra in Sudan. McCain potrebbe probabilmente essere più attento di Bush sull'argomento e questo potrebbe influire sugli Attentati dell'11 Settembre: difatti non ho specificato quale attentato abbia dato il via alla Guerra al Terrorismo, ponendo che un tale attacco possa avvenire comunque, seppur solo parzialmente o in altra data.

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Aggiungiamo questa postilla di Generalissimus:

Ricordate il periodo in cui sembrava che tutte le opere di Stephen King dovessero prima o poi subire il destino di una trasposizione cinematografica o televisiva? Beh, da febbraio 2016 è andata in onda sul portale Hulu la miniserie in 10 episodi « 22/11/63 », tratta da una delle ultime e più atipiche opere del prolifico autore del Maine, pur con qualche modifica, a detta degli sceneggiatori. L'insegnante delle superiori Jake Epping scopre un portale per tornare indietro nel tempo fino al 1958. Gli viene l'idea di impedire l'assassinio di Kennedy e riesce a realizzarla, ma dovrà fare i conti con le conseguenze. Per qualche strano motivo, la maggioranza delle opere che prevedono un Kennedy sano e salvo dopo Dallas si trasformano in distopie...

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E Pavel Tonkov commenta:

L'ho letta, purtroppo è una distopia. Tempo fa avevo letto un libro molto simile intitolato « Nella città dei governatori » scritto da Simone Zagagnoni nel 2012. È la storia di un ingegnere informatico di Ferrara che acquista una casa nel centro storico della Città Estense. e scopre che nella cantina c'è una botola che lo porta nella Ferrara all'inizio del IX secolo.

JFK in stile Pop Art

E ora, un'idea di Perchè No?: JFK sopravvive all'attentato di Dallas!

Un'ucronia dove John F. Kennedy non è mai stato assassinato è davvero affascinante! Immagino la cosa in questi termini: Kennedy va a Dallas come nella nostra Timeline, ma un incidente qualunque fa cambiare il percorso della Limo One, o una lieve pioggia (o un avvertimento) lo fa passare su una macchina coperta. Nel caso più improbabile possiamo immaginare il solito eroe americano dei film che lo salva (avete mai visto questo film di Clint Eastwood dove fa un agente della scorta presidenziale?). Oppure l'attentato avviene ma fallisce, solo il governatore del Texas o ancora meglio Jackie Kennedy muoiono.

Kennedy é sano e salvo, il paese é sotto shock per la morte della first lady e piange oceani di lacrime davanti alle immagini del piccolo John Jr. davanti alla tomba della madre. L'effetto di simpatia é tale che Kennedy é rieletto senza problemi.

Oswald é accusato di aver sparato e sarà poi "eliminato", ma Kennedy e suo fratello scoprono ben presto le prove della congiura e del piano di "quasi colpo di stato" che era stato elaborato. Il primo ad essere tolto di mezzo é Lyndon B. Johnson, che era implicato, e che perde la vicepresidenza sotto accusa di corruzione. Robert Kennedy diventa il vice di suo fratello mentre Ted diventa Attorney General. Lo stesso accade al capo della CIA e a diversi grandi capi di industrie militari, del petrolio e della mafia che sono scoperti ma eliminati progressivamente e discretamente, in una vera guerra civile segreta tra servizi segreti.

Avendo bisogno di calma all'estero e di alleati, Kennedy si mostra ben pià morbido con l'Est ed inizia un dialogo con l'altro K. per una distensione più profonda. Quando Krushev é minacciato di essere rimosso dalla direzione dell'URSS, Kennedy lo appoggia e esige di trattare solo con lui. Una distensione riuscita sarebbe favorevole al collerico K. e potrebbe contribuire a mantenerlo al potere. Chissà, forse potrebbe nascere una guerra meno fredda, forse un trattato come l'Entente Cordiale?

Kennedy nella stessa ottica potrebbe ritirare prima le truppe dal Vietnam, lasciando due paesi con una certa guerriglia nel Sud più o meno estesa (il Vietnam sarebbe riunificato più tardi sul modello dello Yemen in un periodo meno teso). Al posto del 'Nam, Kennedy potrebbe lottare contro certi regimi sudamericani pericolosi (di destra o sinistra) per tenere occupata la macchina di guerra mentre sta per decapitarla.

Anche la fine della segregazione razziale avviene prima e più facilmente se Kennedy é li per assicurare i diritti (Johnson la fatto anche lui, ma in questa TL sarebbe più deciso, la protezione di Martin L. King sarebbe rafforzzata e non sarebbe assassinato). Kennedy potrebbe cosi crearsi una vasta clientela nella popolazione nera e liberale.

Kennedy vedrebbe ancor più la corsa al spazio come una maniera pacifica di mantenere la rivalità contro il "nemico" sovietico, e Armstrong potrebbe fare il suo balzo da gigante sulla Luna già nel 1967. La corsa allo spazio diventa la passione di Kennedy, lui potrebbe sostenerla anche dopo aver lasciato il potere, creando una fondazione all'origine delle innovazioni per la creazione di aerei spaziali, di una stazione spaziale e lunare e infine per il viaggio verso Marte.

In tutto il suo mandato JFK continua a giocare al vedovo in nero per emozionare la folla, anche se é un segreto di pulcinella che le sue "relazioni" effimere si contano a decine al punto che regolarmente ancor oggi nuovi figli illegittimi appaiono anche dopo la sua morte nel 2004. E se JFK sposasse Marylin Monroe, a sua volta sopravvissuta?

Nel 1967 Kennedy lascia il potere, ma la sua macchina da guerra é talmente forte che Robert Kennedy vince la candidatura democratica e succede a suo fratello alla Casa Bianca con Martin L. King come vice (forse questo é un po' troppo azzardato!) per altri otto anni di presidenza che cambiano ancora di più l'America. Però nel 1975 avviene la rivincita repubblicana, e dopo una folla di scandali finanziari che implicano la mafia e di scandali sessuali, Ted Kennedy é sconfitto (forse gli Americani ne avevano abbastanza della dinastia Kennedy) e lascia il posto a Nixon, che non farà niente di buono e riporta la TL a maggior conservatorismo, ma non torna alla guerra fredda com'era prima. Questo sarà l'opera di Reagan anni dopo.

Nel 1992, dopo anni di potere repubblicano, sarebbe il turno di John Jr. Kennedy di essere eletto con Bill Clinton come vice, proseguendo la dinastia democratica Kennedy sempre basata sul progresso tecnico e sociale. J.J. Kennedy potrebbe a questo punto dare una mano al giovane Barack Obama che inizia la sua carriera politica. Inoltre ho pensato che il vice di Obama potrebbe essere non Biden ma Caroline Kennedy, figlia di JFK e sorella di John John... chi più ne ha, più ne metta!

La mia è un'idea con conseguenze gigantesche, ma si può anche immaginare una presidenza Kennedy negativa con più corruzione e affari che progresso...

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Il contributo di Generalissimus ha fatto venire quest'idea alla prolifica Enrica S.:

Il filmato più nitido dell’attentato a Kennedy del 22 novembre 1963 è quello girato da Abraham Zapruder. In esso si vede una donna molto vicina all'auto del presidente al momento della sua morte, e che sembra aver ripreso tutto con una macchina fotografica (ma secondo alcuni con una telecamera). Dopo lo sparo, la gente scappa via terrorizzata ma lei no, si guarda intorno indifferente e poi va via con calma. Nonostante accurate ricerche dell'F.B.I., nessuno è mai riuscito a dare un nome a quella donna, che da allora è conosciuta con il nickname di Lady Babushka, avendo i capelli raccolti appunto con un babushka, un foulard solitamente indossato dalle anziane russe. C'è persino chi la ha creduta una viaggiatrice del tempo, venuta dal futuro per scattare fotogrammi di quel momento storico. Supponiamo però che, poco dopo l'attentato, la polizia arresti "Lady Babushka", scoprendo con grande sorpresa che si tratta di Galina Leonidovna Brežneva, figlia primogenita del Secondo Segretario del Comitato Centrale e Presidente del Presidium del Soviet Supremo Leonid Brežnev. Quest'ultima afferma che si trovava lì per semplice turismo, e che ha assistito per caso all'assassinio di Kennedy, ma ben presto emerge il fatto che è entrata negli USA sotto falso nome e che in passato ha avuto abboccamenti con vari esponenti del KGB. Alla fine Galina confessa che il mandante dell'omicidio di Kennedy è suo padre, deciso ad eliminare il popolare e giovane presidente della superpotenza rivale e ad addossare la colpa dell'omicidio al Primo Segretario del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e Presidente del Consiglio dei Ministri dell'URSS Nikita Sergeevič Chruščëv, così da potergli succedere dopo averlo silurato: Brežnev si era deciso a mettere in atto questo complotto dopo che Chruščëv a suo dire si era mostrato debole nella Crisi dei Missili di Cuba dell'anno precedente. Che cosa accade?

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Così le replica Federico Sangalli:

Ipotesi più probabile: il supervisore FBI per le indagini, Agente James Patrick Hosty, chiama due plotoni di agenti e gli ordina di far allontanare nessuno, neppure gli altri investigatori/interrogatori/poliziotti/uomini delle pulizie dal luogo dell'interrogatorio, pena sparare a vista, poi va direttamente da J. Edgar Hoover a riferire. Conoscendo Hoover, questa storia dovrebbe riuscire a fargli alzare un sopracciglio. A questo punto Hoover lancia un programma per coprire tutto, i vari testimoni sono "arruolati", promossi, corrotti, pensionati in una base radar in Alaska, fatto scivolare in bagno al momento sbagliato e via dicendo, quindi il Direttore prende tutto il dossier e va dal neopresidente Lyndon Baines Johnson. Conoscendo LBJ, passerà un buon quarto d'ora a imprecare con esclamazione pesantemente accentate in texano. Quindi concorderà col piano d'azione predisposto da Hoover perché "se si scopre che quell'Oswald ha anche solo mezzo cugino russo il Mondo potrebbe finire domani mattina". A questo punto tocca a Johnson prendere il dossier e chiedere di aprire la linea diretta col Cremlino: Tovarisch Nikita ha già chiamato per fare le condoglianze all'America qualche giorno prima e ora sta bevendo un po' della sua amata vodka ucraina quando squilla il famigerato Telefono Rosso. All'altro capo Johnson, per mezzo di un traduttore che riesce a eliminare l'accento texano ma non la freddezza nella voce del Presidente USA, lo informa di tutta la faccenda, facendogli sapere di aver già ordinato di recapitare tutte le prove per via aerea super raccomandata a Mosca. Johnson conferma l'idea di non rivelare nulla, di attribuire l'assassinio a un folle solitario e di cancellare dagli archivi ogni riferimento a Galina, facendo credere che non sia stata mai identificata, per evitare un disastroso conflitto tra le due potenze. Ma, l'assassinio di un Presidente americano non può certo restare impunito, è una questione di sicurezza e onore nazionale, per cui Johnson informa Nikita che tra ventiquattr'ore esatte ordinerà alla CIA di identificare, dare la caccia e assassinare in maniera più o meno occulta tutti i responsabili implicati nel complotto a partire dallo stesso Breznev. Chruscev convoca immediatamente una riunione ristretta dei massimi vertici del Politburò, a cui espone i fatti e le prove: il Consiglio alla guida dell'Unione Sovietica concorda sull'enorme rischio l'intera Unione per l'atto sconsiderato di un suo ambizioso oligarca, né sconfessa pienamente l'operato e dà mandato affinché si provveda al più presto, senza clamore e senza l'umiliazione di dover sopportare le azioni dei sicari della CIA. Chruscev quindi fa da Breznev stesso e gli consegna l'ordine del Politburò e una pistola d'ordinanza con un sol colpo. Quindi se ne va. Il giorno dopo il Presidente del Presidium Leonid Breznev viene trovato morto suicida con due bottiglie di vodka vuote e una pistola con le sue impronte a fianco. Funerali di stato, si annuncia che la figlia distrutta dal dolore a scelto di ritirarsi in una fattoria da qualche parte nella ridente Jakuzia mentre anche ad altri funzionari sovietici accadono altri "incidenti", a volte da parte dell'Agenzia, a volte per "pulizia interna" del KGB. Se la cospirazione fosse molto estesa e comprendesse altri membri dell'ala dura Chruscev potrebbe sopravvivere politicamente e continuare a guidare l'URSS, in caso contrario un rovesciamento avverrà lo stesso primo o poi anche se con altre modalità e un diverso leader come successore.

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Anche Perchè No? dice la sua in merito:

Un'ucronia ancora più fantasiosa: le teorie del complotto attorno alla morte di JFK non si sviluppano mai. Lady Babushka si fa conoscere e spiega che non correva perché le gambe le facevano male (e non amava Kennedy, troppo giovane). I diversi silenziosi sospetti dall'altra parte della barriera spiegano che erano li perché c'era un'ombra fresca, il famoso tizio con l'ombrello infatti non esce mai con quella perché é un tizio prudente (non si sa mai quando il tempo può peggiorare). Oswald non si fa uccidere da Ruby e può spiegare senza riserve che ha fatto tutto da solo anche se che non sa esattamente com'é riuscito a sparare cosi bene. La teoria del complotto dell'assassino di JFK potrebbe essere definita come la madre di tutti i complottismi. Senza quella forse la peste del complottismo non farebbe i danni che fa oggi.

P.S. Dimenticavo... Un altro personaggio losco rivela (segretamente) all'FBI di essere un viaggiatore del tempo e dunque non aveva nessuno motivo contro il presidente, dopo altre verifiche salta fuori che c'erano 50 altri turisti del futuro sul posto, tutti onesti cittadini che avevano pagato caro per vedere l'evento, la maggior parte felici di essere interrogati dai poliziotti del XX secolo, un bel ricordo per loro!

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Ed ecco la nuova traduzione di un video di Youtube fatta per noi da Generalissimus:

E se JFK non fosse mai stato assassinato?

Il Presidente John F. Kennedy è uno dei presidenti più famosi della storia degli Stati Uniti: era giovane e carismatico, e anche se fu una figura speciale della politica americana divenne più famoso con la morte.
La storia di quest'uomo assassinato così all'improvviso in pubblico orripilò e affascinò allo stesso tempo il mondo.
Molte persone oggi si fanno la domanda alla quale ora cercherò di rispondere: e se JFK non venisse mai assassinato? E se continuasse ad essere presidente per la maggior parte degli anni '60? Quali sarebbero gli effetti sulla società americana e magari anche sul mondo? Guardando indietro agli eventi della sua presidenza e ai fatti storici, cercherò di predire come potrebbe sembrare questa TL alternativa se JFK sopravvivesse.
Quando la gente immagina un mondo con JFK in vita questo è praticamente un mondo dove Lyndon Johnson non diventa presidente.
Quando Kennedy fu ucciso Lyndon Johnson divenne presidente, e anche se entrambi avevano opinioni simili sulla politica interna le loro qualità come politici crearono risultati molto differenti per gli USA.
Perciò in questo scenario la cosa più precisa da fare è chiedersi cosa avrebbe potuto fare Kennedy di diverso da Johnson, guardando anche all'importanza che ebbe Johnson nel dare forma all'America di oggi.
Gli anni '60 erano dominati dalla violenza razziale e dalla rapida crescita del movimento per i diritti civili, leader come Martin Luther King Jr. chiedevano la fine della segregazione e di altre pratiche ingiuste fin dagli anni '50.
JFK simpatizzava con la lotta della popolazione nera, al punto che arrivò a telefonare alla moglie di MLK dopo il suo arresto e a fare pressioni per il suo rilascio, ma Kennedy non si espresse mai in modo chiaro riguardo ad essa fino agli ultimi giorni della sua presidenza.
Perché? Aveva paura di perdere il sostegno dei Democratici bianchi del sud in vista delle elezioni del 1964.
Quando alla fine parlò in favore dei diritti civili affrontò il dibattito come una questione morale, sottolineando che se l'America era davvero libera tutti gli Americani andavano trattati in maniera eguale.
La segregazione pubblica era ancora in vigore in tutti gli Stati Uniti dieci anni dopo che il processo Brown contro Board of Education l'aveva messa al bando nelle scuole pubbliche, i bianchi sia del nord che del sud non volevano che i neri si integrassero.
Il Civil Rights Act non serviva solo a mettere al bando la segregazione in pubblico, ma anche perché il governo federale proteggesse i diritti di tutte le razze, i generi ecc.
Ma JFK non visse abbastanza per veder passare la sua legge, dato che venne ucciso mentre era in esame.
Non fu fino alla presidenza di LBJ l'anno seguente che la legge finalmente passò, perciò, in questa TL alternativa dove Kennedy non muore, cosa accade? Il movimento per i diritti civili potrebbe subire un rovescio.
Perché? Le relazioni di JFK con il Congresso non erano buone, a cominciare dal fatto che aveva sconfitto Nixon con un vantaggio minimo e che era molto giovane rispetto all'età media dei membri del Congresso, e alla sua morte il suo Civil Rights Act era nel limbo alla United States House Committee on Rules, dove praticamente veniva tenuto in ostaggio perché non gli fosse permesso di progredire.
Ma la morte di Kennedy cambiò tutto, rimosse un Democratico del nord dalla presidenza e lo sostituì con un Democratico del sud, Lyndon Johnson.
Questa svolta fondamentale, ironicamente, salvò la legge di Kennedy, Johnson portò la torcia di Kennedy e si espresse in modo perfino più chiaro di JFK sui diritti delle minoranze.
Non gli importava di pestare troppi piedi così facendo, solo 5 giorni dopo la morte di JFK Johnson fece un comizio a favore dell'approvazione del Civil Rights Act, dicendo che se non avesse agito in questo modo avrebbe mancato di rispetto alla memoria di Kennedy.
LBJ aveva una cosa che Kennedy non aveva: l'influenza.
Aveva un passato al Congresso e sapeva come funzionava, sapeva come scansare le trappole che avrebbe utilizzato, usava il suo famoso "trattamento Johnson", stando in piedi davanti ai suoi interlocutori per convincerli o intimidirli senza mezzi termini e portarli dalla sua parte, arrivando a dire ad uno degli oppositori della legge: "Se ti metti in mezzo io ti travolgerò".
E nonostante tutti i giochi politici, gli aggiramenti e le tecniche dell'amministrazione Johnson il Civil Rights Act del 1964 venne approvato per il rotto della cuffia dopo 83 giorni di filibustieraggio.
In questa TL alternativa Kennedy non avrebbe l'influenza politica per far passare una simile legge, anche se prendesse a prestito tutta l'abilità di un Democratico del sud con ottime connessioni per farla passare, un Democratico del nord disprezzato non avrebbe alcuna possibilità.
O la legge sarebbe entrata in vigore dopo molto più tempo, o sarebbe stata scartata, o sarebbe stata molto meno efficace che nella nostra TL.
A causa di ciò, Martin Luther King e gli altri leader per i diritti civili chiederebbero ancora riforme contro la segregazione, se il governo federale non costringe gli stati a fermare le Leggi Jim Crow le proteste e la violenza razziale sarebbero più prolungate.
Vedremmo più repressioni della polizia, più autobombe e più assassinii, in pratica una strada più sanguinosa per porre fine alla segregazione che nella nostra TL finì prima.
In questa TL alternativa, senza il Civil Rights Act, leggi come il Voting Rights Act e il Title IX arriverebbero più tardi rispetto alla nostra TL.
Ci sarebbero comunque, ma se Kennedy fosse ancora vivo il movimento per i diritti civili avrebbe subito una sconfitta semplicemente perché JFK non aveva l'influenza di Johnson.
Parlando dell'influenza di Johnson nel Congresso, la presidenza di LBJ apportò immensi cambiamenti agli Stati Uniti: usò le stesse tattiche per le sue nuove riforme sulla legislazione, dichiarando guerra alla povertà e creando programmi per la sua Grande Società, un po' come fece Roosevelt per il suo New Deal.
L'amministrazione di Johnson portò direttamente al Medicaid, al Medicare, alla PBS, ad una maggiore sicurezza sociale, alla National Endowment for the Arts e a numerosi progetti conservativi e abitativi.
In questa TL anche Kennedy dichiarerebbe guerra alla povertà, dato che pianificava di fare le stesse cose di Johnson una volta rieletto.
Le politiche di Johnson altro non furono che continuazioni dei piani di JFK, ma Kennedy non avrebbe espanso le sue riforme così drasticamente come LBJ.
Kennedy avrebbe facilmente sconfitto il Repubblicano Barry Goldwater nel 1964, questo è fuor di dubbio.
L'atteggiamento di Goldwater verso la Guerra Fredda spaventava molti negli USA, e nella nostra TL questo condusse Johnson ad una delle vittorie più nette nella storia degli Stati Uniti.
Anche Kennedy avrebbe vinto e sarebbe rimasto presidente fino al 1968.
Non si può parlare di JFK senza chiedersi come avrebbe gestito il Vietnam: la guerra non ci sarebbe stata? O sarebbe caduto nella stessa trappola nella quale cadde Johnson e avrebbe inviato truppe americane nel sudest asiatico? Beh, osserviamo la mentalità di Kennedy durante la presidenza: Kennedy non voleva intervenire in Vietnam, non voleva che le truppe americane venissero coinvolte in una guerra diretta contro il Vietnam del Nord, ma non era neanche un mollaccione.
Era un anticomunista della linea dura ma realista, sapeva che non tutte le situazioni potevano risultare in una vittoria americana, ma avrebbe fatto tutti gli sforzi possibili per impedire l'espansione Comunista.
Non è possibile comprendere quanto Kennedy diffidasse dei suoi consiglieri militari, spesso andava contro le loro opinioni perché voleva percorrere una strada più pacifica e questo lo si può vedere col Laos e Cuba, dove non fece aggravare la situazione fino al conflitto aperto. Ogni volta JFK faceva quello che decideva lui.
In questa TL alternativa, visto che John F. Kennedy vive abbastanza per affrontare la grande sfida, il Vietnam, gli USA non si fanno coinvolgere completamente nella guerra.
JFK non si fidava dei suoi generali e del loro ottimismo riguardo al conflitto, aveva capito i pericoli che avrebbe potuto portare un simile pantano politico.
Kennedy avrebbe fatto tutto il possibile per minimizzare la situazione in Vietnam, sapeva che il pubblico avrebbe rapidamente chiesto una guerra se i Comunisti avessero avuto la meglio.
Aveva ragione: oggi dimentichiamo quanto in fretta gli Americani chiesero la guerra contro il Vietnam, la Gulf of Tonkin Resolution, il documento che diede inizio al coinvolgimento americano, venne approvata con una maggioranza schiacciante al Congresso.
Meno male che non agiamo più in modo così avventato.
La personalità come leader di Kennedy gli avrebbe impedito di far aggravare la situazione come fece Lyndon Johnson.
Ovviamente credeva nella Teoria del Domino e capiva la minaccia posta dal Vietnam del Nord, ma se la guerra ci fosse comunque sarebbe molto diversa.
I bombardamenti massicci, le missioni cerca e distruggi, le cataste di morti, furono tutte soluzioni ideate da Johnson, non da Kennedy.
Anche con uno sforzo americano completo per sconfiggere il Vietnam del Nord il Sud sarebbe caduto comunque, JFK sarebbe il presidente che ha perso il Vietnam.
Immagino che in questa TL alternativa oggi ci sarebbe un grande dibattito su se l'America si sarebbe dovuta far coinvolgere o meno.
Da un semplice punto di vista del costo umano oltre 60.000 soldati americani e innumerevoli Vietnamiti non muoiono nei combattimenti, ovviamente i Vietnamiti morirebbero comunque, ma non al livello della nostra TL.
Senza la Guerra del Vietnam le relazioni tra i cittadini americani e il governo sarebbero diverse, le immagini che i primi vedevano ogni sera non sostenevano la storia di una guerra riuscita che vantava l'amministrazione Johnson.
Il movimento hippie, o per meglio dire, la controcultura degli anni '60, esisterebbe comunque.
La controcultura fu creata da diversi fattori, dal movimento per i diritti civili al femminismo alla semplice ribellione contro la famiglia degli anni '50 alla "Il Carissimo Billy".
Scusa Nixon, ma gli hippie sarebbero esistiti comunque.
Comunque il movimento contro la guerra fece arrivare la controcultura tra i ragazzi delle università e i giovani, quelli coinvolti personalmente dalla leva.
Senza la guerra questa controcultura avrebbe impiegato più tempo per apparire nella società americana.
In questa TL alternativa è probabile che sia Nixon che Johnson si candidino alle presidenziali, ma è difficile predire chi vincerà, lo scenario diventa estremamente complesso, troppo per le dimensioni di questo video, lo lascerò alla vostra immaginazione.
Perché Kennedy fu così importante? Servì solo per due anni, perché ha avuto un impatto così duraturo? Credo fu perché Kennedy incarnava il futuro speranzoso dell'America.
Resiliente ed intelligente, il suo sogno era quello dell'America, la sua tragica fine pose fine a quel sogno e la riportò alla realtà.
Dopo la morte di Kennedy ci fu sicuramente un cambiamento: le rivolte razziali, la svolta culturale, gli Americani impantanati oltreoceano, gli anni '60 e '70 furono decenni difficili per gli Stati Uniti e perciò guardano indietro non è difficile vedere JFK come l'ultima sfavillante speranza di ciò che avrebbe potuto essere.
Certamente ci furono molti progressi dopo la sua morte, ma ci furono certamente anche molta sfiducia, tensione e ribellione.
Se JFK fosse sopravvissuto forse molte cose sarebbero state differenti, ma non lo sapremo mai davvero, questo era solo uno scenario tra le innumerevoli possibilità.

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Massimo Berto interloquisce:

Se fosse sopravvissuto, presumo che la linea di successione a JFK sia la seguente:

1960-1968 John Fitzgerald Kennedy
1968-1972 Richard Nixon 
1972-1980 Robert Francis Kennedy (vittoria sul filo di lana, Vicepresidente George Wallace)
1980-1988 Ronald Reagan
1988-1992 George H. Bush
1992-2000 Bill Clinton 
2000-2008 George W. Bush
2008-2016 Barack Obama (Vicepresidente John John Kennedy)
2016-oggi John John Kennedy (Vicepresidente Andrew Cuomo)

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Ancora Generalissimus aggiunge:

Mi è venuta un'idea: e se non fosse Kennedy a perire sotto i colpi fatali di un cecchino quel giorno del 1963, ma la sua controparte Sovietica Chruščëv?

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Pavel Tonkov rincara la dose:

E se invece Viktor Il'in riesce ad assassinare Brežnev il 22 gennaio 1969? Come cambia la storia dell'Unione Sovietica senza di lui?

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Federico Sangalli replica:

Kosygin o Podgornyj, ovvero gli altri due membri della troika che con Breznev aveva inizialmente retto lo stato sovietico dopo la rimozione di Chruscev, anche se all'epoca era ormai chiaro che Breznev era il grande autocrate. Più probabile una successione di Alexei Kosygin, all'epoca Premier dell'Unione Sovietica e propugnatore di una politica riformista, per il periodo 1969-1980, a cui poi potrebbe succedere Podgornyj tra il 1980 e il 1983. Con una politica riformista già lanciata negli anni settanta (e continuata sotto un Andropov 1983-1984 e poi un Gorbaciov) e senza l'economia brezneviana (stagnazione e spese folli per il riarmo) é anche possibile che l'URSS sopravviva.

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Pavel non si accontenta:

Può anche accadere il contrario: al posto di Brežnev viene eletto alla guida del PCUS il "falco" Mihail Suslov che, pur essendo scettico sull'invasione della Cecoslovacchia, fu favorevole all'intervento in Afghanistan ed alla repressione di Solidarność in Polonia. Alla sua morte nel 1982 gli succede Konstantin Černenko e, come ipotizzato nell'ucronia della Guerra Fredda eterna, nel 1985 viene eletto Viktor Grišin e nel 1999 è la volta di Vladimir Putin. Qui Putin guida un governo collegiale composto, ovviamente, da conservatori: Igor' Smirnov, Alaksandr Łukašenka, Saparmyrat Nyýazow, Islam Karimov, Viktor Janukovyč, Heydər Əliyev, Nursultan Nazarbayev, Vladimir Žirinovskij.

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Ritorna in campo Generalissimus:

C'è anche una variante nostrana a questo scenario. il Primo Ministro Giovanni Leone cade sotto i colpi di un cecchino. Segni fa partire il Piano Solo?

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Aggiungiamo la proposta di Michal I:

Nel 1967, poco prima della Guerra dei Sei Giorni, Nasser rimescolò completamente le carte in tavola, dove la tavola è il Sinai, e le carte sono la strategia egiziana nella regione in caso di guerra con Israele. La strategia precedente a questa folle manovra, voleva un esercito egiziano impegnato nella tattica della difesa elastica, al fine di logorare l'esercito Israeliano (perché, come disse Nasser: "Il nostro dovere è quello di infliggere almeno 10000 perdite al nemico. Non importa se, per farlo, noi dovremo perdere 100000 uomini, perché, se per noi sarà facile rimpiazzare la perdita di questo numero di uomini, per gli Israeliani sarà un grave problema rimpiazzare anche solo 10000 perdite."), per poi passare al contrattacco assieme agli eserciti giordano, siriano e iracheno e schiacciare Israele.

Ora, una delle principali cause della sconfitta Egiziana fu proprio questo rimescolamento di carte. Ma... se Nasser non attuasse tale rimescolamento? Israele ci sarebbe ancora, ai giorni nostri? Senza il "nemico Sionista", su cosa farebbe leva la propaganda di Khomeini? Il progetto dell'Unione Araba di Nasser (durato poco per via delle divergenze tra Siria ed Egitto sul modo di approcciare la questione Israeliana) resterà in piedi? Se sì, si estenderà? Ci sarà la guerra in Iraq (personalmente non credo)? Quanto sarà estesa, alla data attuale l'Unione Araba? E... senza possibilità di agire in Medio Oriente, dove rivolgeranno gli U.S.A. la loro politica estera?

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Gli replica però Yoccio Liberanome:

Israele avrebbe comunque vinto, anche se a prezzo di spaventose perdite. Già nella prima guerra arabo-israeliana ci furono pesanti perdite e per di più erano assolutamente impreparati a una guerra di tali porzioni. Anni dopo senza quello squilibrio di risorse avrebbero certamente vinto comunque.

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E ora, il fondamentale contributo di Federico Sangalli:

Oggi, alle 18:01 del 4 aprile 2018, sono passati esattamente 50 anni da quel tragico sparo che il 4 aprile 1968 uccise brutalmente il Reverendo Martin Luther King Jr, 39 anni, leader del movimento dei diritti civili, Premio Nobel della Pace nel 1964 e uno dei più grandi uomini che abbia mai calcato questo pianeta, sul balcone della Stanza 306 del Lorraine Motel di Memphis, Tennessee, lasciando un padre, una madre, una giovane moglie e quattro figli. Uomo di fede, pastore battista, nemico numero uno dell'ineguaglianza, del razzismo, dell'oppressione e della povertà, primo alfiere del pacifismo, della tolleranza e dell'uguaglianza, rivoluzionario e moderno martire, King rappresenta una delle più importanti icone del Anni Sessanta, del Novecento e in generale della grande lotta che, da Abramo Lincoln in poi, è stata portata avanti contro le ingiustizie e le sopraffazioni in ogni luogo, tempo e ambito. Mentre si celebra e si ricorda il suo grande messaggio ho pensato fosse perlomeno doveroso proporre un'ucronia in merito, la più ovvia forse, ma anche quella di maggior impatto: cosa sarebbe successo se quel 4 aprile King fosse sopravvissuto?

Sarebbe sicuramente rimasto il leader del movimento dei diritti civili, che, con la progressiva concessione dei diritti civili agli afroamericani, sarebbe stato allargato dai neri anche alle altre minoranze, in primis gli ispanici. King era poi uno dei più grandi esempi di Socialismo Cristiano (o Cristianesimo Socialista che dir si voglia) e un forte portatore di una vasta denuncia sociale contro la società capitalista modello americano, che si può riassumere con la sua famosa frase "In questo paese c'è il libero mercato per i poveri e il socialismo per i ricchi!". Non è un caso che l'attuale massimo esponente americano di questa critica sia portata avanti da un uomo, Bernie Sanders, che allora militava attivamente nelle file del movimento di King. Possiamo quindi immaginare che il suo messaggio non si sarebbe esaurito ma anzi si sarebbe allargato anche più in generale ai poveri, ai diseredati e agli esclusi dal sistema americano. In un periodo in cui l'America sperimentò forse la sua più grande mancanza di moralità da parte dei pubblici ufficiali, con le menzogne, i sotterfugi, gli inganni e gli atti sanguinosi dell'Amministrazione Nixon, King avrebbe potuto probabilmente diventare una sorta di "coscienza morale della Nazione". King non era un politico e non aveva ambizioni in tal senso ma potrebbe pensare che l'unico modo per compiere il suo disegno, profondamente radicato nella sua fede cristiana, sia andare in soccorso di un'America stanca, svuotata dal fallimento del '68, sporca del sangue dei Kennedy, macchiata dalle menzogne di Nixon e ferita dagli atti di Johnson. King, un nero, un predicatore, avrebbe potuto diventare Presidente degli Stati Uniti? Non lo so, ma in ogni caso la sua finestra in tal senso durerebbe forse un decennio al più: quando morì i medici che eseguirono l'autopsia rivelarono che aveva il cuore di un sessantenne, con ogni probabilità per il grande sforzo di essere stato alla guida del movimento dei direttivi civili, perennemente sulle barricate, scampando a una dozzina di tentativi di omicidio, minacciato dall'FBI, e tuttavia sempre in prima linea, per quasi 13 lunghi anni. Difficilmente King avrebbe potuto imbarcarsi in un'avventura faticosa come la politica dopo la prima metà degli Anni Ottanta. Cosa ne pensate? Quale sarebbe stato il futuro di Martin Luther King senza quella maledetta pallottola, quel 4 aprile 1968?

Chiedo scusa se non porto avanti uno sviluppo più impegnativo, ma, per pignoleria mia e rispetto al personaggio, annuncio la mia intenzione di scrivere un'ucronia più completa e dettagliata in merito. Tutti voi siete autorizzati per iscritto a pretendere la mia ucronia tra sei mesi e a sollecitarmi se non l'avessi ancora ultimata. Per iniziare ho scritto il suo ucronico Discorso di Memphis, quello che avrebbe dovuto tenere al raduno che si sarebbe svolto due ore dopo il suo assassinio per protestare contro le pessime e segreganti condizioni di lavoro imposte dal Sindaco di Memphis, Henry Loeb, ai lavoratori e alle lavoratrici neri del settore sanitario comunale e che qui tiene dopo essere scampato al tentativo di omicidio: per non arrogarmi alcun ruolo o potere soprannaturale, ho ripreso e unito parti di altri discorsi dello stesso King (e in parte anche del suo buon amico, Bobby Kennedy) e passi biblici da lui spesso usati, nella speranza di poter dare almeno una pallida rappresentazione di cosa avrebbe potuto dire. I suoi discorsi, sopratutto "I have a dream" e "I saw the Promise Land", sono tra i migliori esempi dir retorica e passione della Storia umana e colpisce il fatto che entrambi furono improvvisati. Non pretendo che la mia volgare imitazione possa competere e, se piacerà, entro domani trascriverò anche questi due discorsi per farne capire lo spessore e l'ispirazione.

Grazie a tutti per la lettura.

« Fratelli,
so che molti di voi avranno saputo del tentativo di assassinarmi poche ore fa e so anche che molti di voi saranno arrabbiati per questo, ma la nostra rabbia, per quanto forse giusta, verso l’atto, per quanto malvagio, di un nostro fratello bianco malato, non deve farci dimenticare gli insegnamenti di Nostro Signore: "Per amore dei miei fratelli e dei miei amici, io dirò "La Pace sia dentro di te!". Queste parole furono pronunciate quasi duemila anni fa e il loro significato grondante di Giustizia ed Amore deve illuminare oggi le nostre coscienze, le coscienze di tutti i Figli di Dio.
Quello di cui abbiamo bisogno, oggi, negli Stati Uniti d’America, non è la Divisione;
quello di cui abbiamo bisogno, oggi, negli Stati Uniti, non è l’Odio;
quello di cui abbiamo bisogno, oggi, negli Stati Uniti, non è la violenza o l’illegalità, ma l’Amore e la Saggezza e la Compassione l’uno verso l’altro, e un rinnovato e rinvigorito sentimento di Giustizia verso tutti quelli che ancora soffrono nel nostro Paese, che siano bianchi o che siano neri. La battaglia che stiamo conducendo qui non riguarda solo i lavoratori di Memphis o il Sindaco Loeb, ma riguarda l’Anima stessa nella nostra Comunità, di tutta l’America, e il Giudizio che, un giorno, Dio e i nostri discendenti ci daranno, come oggi noi giudichiamo le persecuzioni di Nerone e l’oppressione biblica dei Faraoni. La questione è la Giustizia, la questione è il rifiuto di trattare “esseri umani creati uguali dallo stesso Creatore” in modo equo ed onesto.
Da qualche parte, una volta, lessi che, in America, c’è il Diritto alla Libertà d’Assemblea.
Da qualche parte una volta, lessi che, in America, c’è il Diritto alla Libertà di Parola.
Da qualche parte, una volta, lessi che, in America, c’è il Diritto alla Libertà di Stampa.
E da qualche parte, una volta, lessi che la Grandezza dell’America sta nel Diritto di protestare per i Diritti. La questione dell’Ingiustizia non può essere oscurata da quella della Violenza, non dobbiamo permetterlo: non lasceremo che i cani e gli idranti dei Violenti ci facciano deporre il nostro Credo e i nostri Ideali. Non lasceremo che qualunque sopruso o attacco contro di noi ci facciano desistere e voltare dall’altra parte. Noi andremo avanti. Come ho detto ieri, non mi preoccupo delle minacce e delle intimidazioni: Dio mi ha permesso di salire in cima alla Sua montagna e di guardare aldilà. E allora ho visto la Terra Promessa. Un giorno potrei non essere più con voi, ma voglio che sappiate, stasera, che noi, come Popolo e come Comunità, avremo la nostra Terra Promessa! Come narrano le antiche parole dei Salmi “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché Tu sei con me”. Non ho paura, non ho timore, non temo alcun uomo come mio nemico, perché ho visto la Gloria della Venuta del Signore. Vengo in pace, perché so che questa è la Sua Volontà. »
(Trascrizione del Discorso di Memphis, di Martin Luther King Jr, Memphis, Tenneessee, 4 aprile 1968)

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Passiamo alla domanda postaci da Inuyasha Han'yō:

« In confidenza posso affermare che non prevedo assolutamente di candidarmi a qualunque cosa negli anni 1964, 1966, 1968 o 1972... Chiunque pensi che io possa candidarmi a qualunque cosa che inizi in qualunque anno è fuori di melone. » Questa frase fu pronunciata da Richard Nixon nel 1964, durante un'intervista. Ovviamente le cose andarono diversamente, come ben sappiamo.; candidatosi nel 1968 fu eletto alla presidenza e fu rieletto nel '72, rimanendo in carica fino al '74, quando fu costretto a dimettersi a causa dello scandalo Watergate. E se invece non si fosse candidato? Chi sarebbe stato lo sfidante di Hubert Humprey per la casa bianca? Che piega avrebbe preso la storia?

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Così gli ha risposto Federico Sangalli:

Il Presidente HHH

Ecco, dopo avervi devoluto diverse ore altrimenti destinante a meritato riposo, spero di aver assemblato qualcosa di soddisfacente, sforzandomi di essere sia esauriente (le elezioni del 1968 sono state davvero un punto di svolta per il riposizionamento dell'elettorato e di conseguenza dell'ideologia dei partiti, da un punto di vista etnico, sociale ed economico) sia chiaro (potrei davvero scriverci uno o due libri sopra questa roba, anche se forse più per logorroica che per conoscenza). I dati delle primarie e del voto delle delegazioni è basato sui reali movimenti politici locali del Partito Repubblicani e sui veri voti delle singole delegazioni stato per stato. Il calcolo dell'elezione finale è stato fatto basandosi sulle reali percentuali prese nel 1968, rimodellate in base a tendenze storiche, caratteristiche dei candidati e gruppi sociali locali. Il breve "siparietto" con Walter Cronkite l'ho messo per aggiungere un po' di suspense e staccare un po' da quello che assomigliava un po' ad un mattone per gli occhi: è rimodellato su alcune telecronache reali portate avanti dall'anchorman della CBS, compresa la sua celebre frase finale "E questo è tutto!". Spero di aver fatto bene, ma giudicherete voi: se così non è, credetemi che non s'è fatto apposta.

Dunque, l'anno è il 1968: gli strascichi dell'Offensiva del Tet ancora infiammano il Vietnam, mentre un'America ferita nell'orgoglio è attraversata da gravi tumulti sociali, proteste anti-belliche e rivolte razziali. Martin Luther King è morto, Bobby Kennedy e, per citare Woody Allen nei panni dell'americano medio, "neanch'io mi sento molto bene". Lyndon Johnson è così impopolare da essere stato costretto a ritirarsi da uno sconosciuto Senatore del Minnesota, Eugene McCarthy, in favore del suo Vice-Presidente e a sua volta ex Senatore del Minnesota Humbert Humphrey. Tra i repubblicani la via sembra spianata per Nixon, dietro il quale si apprestano a radunarsi i moderati e molti conservatori, ma ha sorpresa l'ex Vice-Presidente ed ex Senatore della California annuncia la sua intenzione di tenere fede alla promessa del 1962 e rimanere fuori dalla politica. A fine Anni Sessanta il Partito Repubblicano stava spostandosi verso Destra, un percorso iniziato già a metà Anni Cinquanta con l'anticomunismo dello stesso Nixon ma all'epoca ancora sotto traccia (Eisenhower non era molto distinguibile da un democratico medio, nominò giudici della Corte Suprema liberali e combattere il segregazionismo mandando i parà in Arkansas), giunto poi a una svolta con la nomina di Barry Goldwater nel 1964, un Senatore dell'Arizona leader dell'ala conservatrice repubblicana, che corse con una piattaforma di estrema destra che in sostanza si proponeva di mantenere la segregazione, vincere in Vietnam usando armi nucleari e arrestare tutti i comunisti. Goldwater fu inoltre il primo mettere l'accento su una campagna di deregolamentazizzazioni e liberismo che avrebbero trovato poi eco nella vittoria di Reagan (che non a caso scriveva i discorsi per Goldwater all'epoca; fu così che entrò in politica). Tuttavia vi era ancora una forte componente centrista-liberale, i cosiddetti RINO (Republicans In Name Only, soprannome dispregiativo datogli dai conservatori che pretendevano di essere i veri repubblicani), che anzi ritenevano la disastrosa sconfitta subita da Goldwater quattro anni prima come l'indicazione che una svolta a Destra fosse destinata al fallimento. La candidatura di Nixon finì per unire il partito dietro una figura rispettata e moderatamente conservatrice, che unì centristi, liberali moderati, conservatori non estremisti e indipendenti in un prodromo di quella che sarebbe diventata la celebre "Maggioranza Silenziosa", che finì con l'emarginare i due poli opposti. La mancata candidatura di Nixon lascia la base disorientata e il partito diviso. Inizialmente il Governatore del Michigan George Romney sembrò il favorito (un sondaggio di metà 1967, prima del ritiro di Nixon, lo dava al 25%, subito dopo il 39% dell'ex Vicepresidente californiano): un ex imprenditore di successo, che aveva amministrato il suo stato molto bene, era un noto sostenitore dei diritti civili ed era un fedele mormone, di cui era stato missionario. Poteva quindi riunire facilmente affaristi, liberali e religiosi dietro di lui, insieme a molti indipendenti e abbastanza moderati da vincere la partita. Il problema era la Guerra in Vietnam: Romney l'aveva sostenuta finché non era apparso chiaro il disastro e allora era diventato il candidato più pro-pace tra i repubblicani. La gente voleva davvero la pace e avrebbe forse perdonato la giravolta politica del governatore ma le sue gaffe furono micidiali: rispondendo a una domanda sul perché avesse cambiato idea, Romney disse infatti di aver subito il lavaggio del cervello ("brainwashed") dai militari e dai diplomatici. Ovviamente intendeva dire che l'establishment lo aveva ingannato come tutti gli altri traviandolo dalla reale comprensione del conflitto, ma la gaffe divenne una sorta di barzelletta che distrusse la sua credibilità e ne affondò la candidatura: il 28 febbraio egli si ritirò ufficialmente dalla corsa presidenziale, pur mantenendo la sua influenza politica. In sostanza il campo si divise in due: da un lato Nelson Aldrich Rockfeller, 60 anni, Governatore di New York e al suo secondo tentativo presidenziale, leader dei liberali, dall'altro il "giovane" Ronald Wilson Reagan, 57 anni, neo-eletto Governatore della California e alla sua prima avventura nazionale, sostenuto dai conservatori. Rockfeller tese a presentarsi come il candidato pragmatico e moderato, capace di vincere quei voti che erano scappati e andati persi nel 1964 a causa dell'eccesso destroso, e andava decisamente forte nel New England. Reagan all'opposto si presentava come il giovane sfidante idealista, sincero conservatore e patriota, desideroso di dare una frustata d'orgoglio a un'America ferita, e tirava bene sopratutto nel Sud e nel Midwest. Le primarie, su dodici stati assegnati, ne assegnarono 3 a Rockfeller (New Hampshire, Pennsylvania, New Jersey) e 5 a Reagan (Wisconsin, Nebraska, Oregon, Illinois, California. Quattro (Ohio, South Dakota, Massachusetts, Indiana) si affidarono invece ai "favorite sono", figli favoriti (dello Stato), ovvero dei popolari politici locali che ricevevano i voti del loro stato e avrebbero poi mosso i delegati a loro discrezione. Quando la Convention Repubblicana si aprì il 5 agosto a Miami Beach, Florida, nessun candidato aveva la maggioranza (a dir la verità, non ce l'aveva neanche Nixon in HL, per soli undici voti, ma, essendo chiaramente lui il candidato, vi fu scarsa opposizione e ricevette spontaneamente i voti rimasti), dando vita a quella che in gergo "Brokered Convention", una Convention "rotta", cioè divisa, spezzata e senza un candidato chiaramente in vantaggio sugli altri. Un primo sondaggio tra i delegati (in totale 1333, con una maggioranza pari a 667) riuniti lì, in Florida, dava Rockfeller in vantaggio con 357 voti, con Reagan a 337. Circa 188 delegati sembravano intenzionati a votare per candidati terzi e favorite sons (tra i quali Romney rimaneva il preferito, con 56 voti), mentre ben 414 delegati per ora non si sbilanciavano. Durante i primi due scrutini la maggior parte degli indipendenti (stati rurali che in HL votarono Nixon) si spostò su Reagan, che balzò a 627, a soli quaranta voti dalla nomination, mentre Rockfeller si fermò a 503. Restavano altri 200 delegati fermi sui loro candidati locali. Il secondo giorno ci fu una battaglia furiosa per aggiudicarsi le delegazioni incerte: Goldwater, alleato di Reagan, attaccò duramente Rockfeller per una relazione extraconiugale che gli era già costata la nomination quattro anni prima ma il campo era ormai così polarizzato che i sostenitori del newyorchese non demorsero e anzi contrattaccarono, ricordando il disastroso epilogo della candidatura del Senatore dell'Arizona. Reagan accusò Rockfeller di essere troppo morbido e liberale, in un momento di grave crisi per il paese, e affermò che solo lui avrebbe avuto "la mano ferma" per "ristabilire la Legge e l'Ordine che fanno grande l'America", ma Rockfeller accusò a sua volta l'avversario, affermando che quello che faceva realmente grande l'America era "il rispetto della Legge e della Costituzione" compresi "i diritti e le tutele della popolazione nera americana" che i conservatori volevano invece "vendere ai segregazionisti del Sud per un pugno di voti!". Anche il secondo giorno finì in nulla di fatto. Il terzo giorno il Comitato Direttivo del Partito convocò una riunione tra i due candidati nel tentativo di trovare una mediazione ma fallì: il Presidente del Comitato Ray Bliss, un politico minore dell'Ohio, era conosciuto e riconosciuto come un grande mediatore, specie nei confronti dei voti indipendenti e moderati e il suo motto era "Assimilare, non eliminare", ma le condizioni erano troppo avverse. Rockfeller uscì comunque speranzoso: Bliss aveva passato gli ultimi tre anni a cercare di riparare ai disastri di Goldwater per cui era fiducioso che non avrebbe aperto la strada al suo pupillo californiano. Effettivamente Bliss era seriamente preoccupato che l'estremismo di Reagan e la sua connessione con Goldwater potessero danneggiare nuovamente la reputazione del Partito Repubblicano e subito dopo andò a parlare on Romney e i candidati indipendenti. Poi, tra il quinto e il sesto scrutinio, Romney chiese la parola e annunciò il suo pieno sostegno a Rockfeller: l'endorsement del Governatore mormone del Michigan generò un vero e proprio esodo di voti centristi, già sotto pressione più o meno indiretta da parte dell'establishment del partito, in favore di Rockfeller. Reagan cercò di controbilanciare annunciando che avrebbe scelto come vicepresidente il Senatore dell'Illinois Charles Percy, conscio che se la delegazione dell'Illinois lo avesse votato compatta avrebbe vinto la nomination. Ma si rivelò troppo poco e troppo tardi e il suo annuncio venne coperto dagli endorsment in favore del newyorchese: il sesto scrutinio terminò con Rockfeller vittorioso a 678 voti, appena undici in più della maggioranza, con Reagan fermo a 635 e con una ventina di voti dispersi. In ultima analisi Reagan sapeva fare ottimi discorsi ma era ancora inesperto, "acerbo" politicamente, con appena un anno come governatore della California e con come uniche referenze quelle di un vecchio senatore estremamente destroso, e non riuscì a convincere un partito che temeva di ripetere il disastro se non fosse stato in grado di assumere un profilo rassicurante, conservatore ma inclusivo e in cui la maggioranza degli americani avrebbe potuto riconoscersi (in HL questo profilo fu Nixon, ma senza di lui Rockfeller è quello che risponde meglio a questa richiesta, molto più di Reagan). Restava la scelta del vicepresidente: i conservatori si aspettavano una nomina gradita, ma Rockfeller nominò invece Romney come suo compagno di corsa, lasciando intendere un accordo politico sulla scelta dei delegati.

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I vari ticket presidenziali ai blocchi di partenza. Da sinistra, il Governatore di New York Nelson Rockfeller e il suo collega del Michigan George Romney per il Partito Repubblicano, il Vice-Presidente Hubert Humphrey e il Senatore dell'Oklahoma Fred Harris per il Partito Democratico e per finire il Governatore dell'Alabama George Wallace e il Generale Curtis LeMay per il neonato Partito Indipendente Americano.

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Terminate le primarie, iniziò la campagna vera e propria. Alcuni lobbisti di area conservatrice aveva formulato una strategia, denominata "Southern Strategy" che presupponeva di catturare i voti del Sud, finora tradizionale bacino dei democratici, appellandosi all'opposizione per le leggi sui diritti civili, ma Rockfeller rifiutò cons degno una simile campagna e così fece Romney. Se anche lo avessero fatto, sarebbero apparsi decisamente poco credibili, con la loro ben nota fama di governatori liberali e pro-diritti civili di due stati con alcune delle città a più alta presenza di afroamericani. George Wallace riuscì così a calamitare gran parte del consenso conservatore nel Sud: la sua speranza non era tanto vincere la Presidenza, cosa che si rendeva conto essere un po' fuori portata, ma semmai impedire a chiunque di ottenere una maggioranza di Grandi Elettori, cosa che avrebbe obbligato la Camera dei Rappresentanti a scegliere il nuovo Presidente, un voto politico e umiliante, meno legittimo di un'investitura popolare, che avrebbe permesso ai deputati del Sud di strappare concessioni in cambio del loro vitale sostegno. Nonostante le divisioni tra i conservatori, Rockfeller sembrava in vantaggio su Humphrey nei sondaggi, a causa sopratutto dalla sfiducia nei confronti dell'amministrazione democratica uscente causata dalla Guerra in Vietnam. Per recuperare Humphrey si lanciò in un'aggressiva e intensa campagna elettorale, sperando di ripetere l'exploit di Harry Truman, che nel 1948, dato per sconfitto da tutti i sondaggisti, aveva vinto trionfalmente le elezioni. Rockfeller era deciso tuttavia a rimanere in vantaggio ma soffriva sopratutto delle critiche da destra, che gli rimproveravano di non essere abbastanza conservatore per vincere la Presidenza: il Governatore di New York ricordò quindi il suo sostegno alla polizia durante i suoi anni come governatore, le sue leggi anti-droga e il suo forte sostegno alla pena di morte come credenziali per una credibile politica "Law and Order" che rispondesse alla richieste di stabilità di molti cittadini, spaventati dall'ondata di tumulti che stava attraversando il paese all'indomani dell'Offensiva del Tet e dell'assassinio di Martin Luther King. Tuttavia molti a Destra non gli credettero mentre a Sinistra i più concordavano con Humphrey, che accusava le politiche "Law and Order" di essere solo una copertura per pregiudizi segregazionisti bianchi. Tuttavia anche questo contrattacco ebbe poco effetto, perché Rockfeller di tutto poteva essere accusato tranne che di essere un segregazionista: egli ribadì il sostegno alle leggi costituzionali americane, comprese le sentenze della Corte Suprema che avevano stabilito la desegragazione delle scuole. I due candidati facevano poi a gara nel sostenere l'estensione delle politiche della "Great Society", una sorta di secondo New Deal iniziato da Kennedy e continuato da Johnson: Humphrey ricordava la sua parte nella "Guerra alla Povertà" dichiarata da Johnson, Rockfeller si vantava dell'estensione del Medicaid nello stato di New York, che aveva reso il welfare newyorchese il più esteso d'America. Entrambi promettevano di allargare e difendere i diritti civili e erano favorevoli a una Corte Suprema liberale, concordando su molti temi, come l'aborto. Tuttavia paradossalmente Humphrey era quello che aveva più difficoltà a riunire dietro di sé l'elettorato liberale a causa della sua associazione con il Presidente Johnson e le sue politiche bellicose in Vietnam: Humphrey fu spesso criticato dai dimostranti pacifisti come un ipocrita ed ebbe difficoltà ad assumere una posizione chiara sul conflitto, nel timore di entrare in collisione con LBJ. A fine agosto Rockfeller era in vantaggio di sette punti nei sondaggi nazionali e il New York Times scriveva "La vecchia coalizione democratica si sta disintegrando, con un ignoto numero di membri dei sindacati che rispondono alle lusinghe di Wallace, i neri che minacciano di disertare il voto per protesta, i liberali disillusi sulla guerra del Vietnam e tentati da Rcokfeller, il Sud perso. In un tentativo di rimontare, il Vice-Presidente uscente scelse il giovane Senatore dell'Oklahoma Fred Harris, noto per la sua opposizione alla guerra e per le sue posizioni anti-segregazioniste, come suo compagno di corsa, sperando di attirare l'elettorato giovanile, i voti del Midwest, lasciati "scoperti" dal ticket repubblicano All Northern Liberal, e dei pacifisti. Per distanziarsi da Johnson e dalla sua amministrazione i democratici smisero di chiamarlo "il Vice-Presidente Humphrey", sostituendolo con un più congeniale "il candidato democratico Humbert Humphrey". L'ex Senatore del Minnesota si appellò per una nuova "politica della gioia" che superasse quella della disperazione e della divisione e ottenne un forte sostegno dai sindacati, che riuscirono a recuperare la maggior parte dei voti operai passati a Wallace: questi dal canto suo raggiunse il suo picco nei sondaggi a metà settembre, quando toccò il 29% (con Rockfeller e Humphrey pari al 35%), ma iniziò a declinare dopo la scelta del Generale Curtis LeMay come candidato vicepresidente, i cui commenti entusiasti in favore dell'uso delle armi nucleari in Vietnam destarono terrore e preoccupazione. Con il supporto per Wallace che via via svaniva nel Nord e nell'Ovest del paese, Humphrey riuscì finalmente a passare in testa. Humphrey sfidò quindi Rockfeller e Wallace a un dibattito televisivo, che si tenne nell'ottobre del 1968. Fu un dibattito memorabile: Humphrey attaccò duramente Wallace come un razzista bigotto che cercava di aizzare e sfruttare gli impulsi più violenti degli americani, Wallace si presentò come l'unica vera alternativa rispetto a due candidati dell'establishment fin troppo simili. Rockfeller mantenne un atteggiamento calmo, cercando di assumere l'aria presidenziale del saggio statista e molti lo lodarono per questo, ma in ultima analisi le sue risposte furono in gran parte oscurate dagli scontri tra gli altri due candidati. Al termine del dibattito Humphrey annunciò poi finalmente una chiara presa di posizione sul Vietnam, chiedendo esplicitamente la fine dei bombardamenti. Contemporaneamente Eugene McCarthy, il senatore idolo del movimento pacifista e precedentemente sconfitto da Humphrey alle primarie, fece un endorsement ufficiale ad Humphrey. Tutto ciò contribuì a dare una netta spinta al candidato democratico, spinta che si solidificò quanto Johnson annunciò la fine dei bombardamenti e l'avvio di trattative di pace coi vietnamiti il weekend prima delle elezioni. I membri dello staff repubblicano avevano immaginato una "Pace di Hallowen", come fu soprannominata, come tentativo da parte dell'amministrazione uscente di rafforzare Humphrey e avevano preparato una contromossa: informato della cosa da Bryce Harlow, un ex consigliere di Eisenhower che aveva ancora molte fonti alla Casa Bianca, l'assistente Bob Haldeman elaborò un piano che prevedeva, con l'aiuto di Anne Chennault, una giornalista cinese, moglie del famoso aviatore Claire Chennault e rappresentante della potente lobby asiatica repubblicana, del Senatore del Texas John Tower e dell'altro assistente John Mitchell, di contattare segretamente il governo sudvietnamita, presieduto dal Generale Van Thieu, per convincerlo a rifiutare e dunque far fallire i negoziati di pace in cambio della promessa di migliori condizioni dopo la vittoria dei repubblicani. Ma quando gli venne proposto Rockfeller esplose, definendolo "il più viscido tentativo di sovvertire l'ordine costituzionale americano dai tempi di Benedict Arnold" e licenziando immediatamente Mitchell, Haldeman e Harlow. Rockfeller preferì attaccare l'accordo annunciato chiamandolo una "falsità" inventata da Lyndon Johnson per ingannare gli americani, come aveva già fatto più volte, e per favorire il suo candidato. La cosa ebbe un certo effetto e quando infine si giunse al fatidico giorno i sondaggi mostravano Humphrey leggermente in vantaggio col 43%, Rockfeller secondo col 35% e Wallace stabilmente terzo al 22%.

La sera di martedì 5 novembre 1968 milioni di persone attesero davanti alla televisione che Walter Leland Cronkite Jr, il più amato ed autentico anchorman americano, definito "l'uomo più fidato d'America" dai sondaggi e "colui che sussurra all'Americano Medio" da Lyndon Johnson, annunciasse i risultati delle elezioni sulla CBS.

Ore 19:15, Ora della Costa Est
"Signore e signori, buonasera. Qui è Walter Cronkite, della CBS Evening News, per uno speciale sui risultati delle elezioni presidenziali che si sono tenute oggi, martedì 5 novembre 1968. Pochi minuti fa si sono chiusi i seggi in Indiana e Kentucky e stiamo ricevendo i primi exit poll: sembra che l'Indiana e i suoi 13 Grandi Elettori possano essere attribuiti con sicurezza a Rockfeller, ripeto, Nelson Rockfeller risulta in vantaggio in Indiana di circa sette punti percentuali. In Kentucky invece è ancora troppo presto per dichiarare un vincitore, con Rockfeller e Humphrey entrambi attestati sul 41%. In attesa di nuovi sviluppi dal Kentucky, possiamo già dare i primi risultati degli stati di Georgia, South Carolina, Vermont e Virginia, i cui seggi si sono chiusi subito dopo quelli dell'Indiana e del Kentucky: in Georgia possiamo confermare fin da subito una vittoria di George Wallace, il candidato indipendenti, che risulta avanti di ben quindici punti sugli altri due candidati. In South Carolina il margine risulta ancora troppo stretto per dichiarare un vincitore, con la vittoria contesa tra Wallace e Rockfeller. Possiamo invece attribuire con ragionevole certezza gli stati di Vermont e Virginia al candidato repubblicano, Nelson Rockfeller, che risulta in testa di quasi dieci punti in entrambi. Finora Rockfeller è in testa con 28 Grandi Elettori, seguito da Wallace con 12. Ci interrompiamo ora per una breve pausa pubblicitaria, torniamo alle 19:45 per i nuovi aggiornamenti, non mancate!"

Ore 19:45
"Signore e signori, bentornati sulla CBS, qui è lo speciale elezioni del Cronkite Evening News. Sono appena arrivati gli exit poll di North Carolina, Ohio e West Virginia e cercheremo di vederli subito, prima di tornare in Kentucky e South Carolina dove la gara è ancora aperta. In North Carolina Wallace e Rockfeller sono testa a testa per aggiudicarsi questo importante stato del Sud, con Wallace leggermente in vantaggio sull'avversario. Si tratta poi di un buon momento per il candidato democratico e Vice-Presidente degli Stati Uniti Hubert Humphrey, che risulta primo sia in Ohio sia in West Virginia, i primi due stati vinti dai democratici questa sera. Mentre in Kentucky la battaglia all'ultima scheda si sta ancora consumando, possiamo iniziare a dire con certezza che in South Carolina George Wallace è riuscito a portare a casa un'altra vittoria. Ripeto, Wallace vince la Sith Carolina e i suoi 8 Grandi Elettori. In questo momento abbiamo Humphrey passato in testa con 33 voti, Rockfeller secondo a 28 e Wallace terzo a 20. Quanto al voto popolare per ora sembra che Humphrey sia in testa con il 44% delle preferenze, Rockfeller al 36% e Wallace al 20%. Ora una pausa pubblicitaria, ci rivediamo alle 20, quando il grosso degli stati avranno chiuso i loro seggi. Arrivederci da Walter Cronkite"

Ore 20:10
"Bentornati con noi, signori e signore. Pochi minuti fa hanno chiusi i seggi gli stati di Alabama, Connecticut, Delawere, Florida, Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts, Mississippi, Missouri, New Hampshire, New Jersey, Oklahoma, Pennsylvania, Rhode Island, Tennessee e Distretto di Columbia. Come immaginare si tratta di una gran mole di dati, per cui, in attesa di averli il più possibile completi, ritornerò prima al Kentucky: sembra che nello Stato dei Prati il Vicepresidente Humphrey abbia ottenuto una nuova vittoria, seppur solo di 2 punti percentuali. Quindi il Kentucky e i suoi 9 Grandi Elettori vanno ad Hubert Humphrey. Ma abbiamo ora i risultati degli altri stati: possiamo già dire adesso con certezza che George Wallace risulta vincente in Alabama con un ampio distacco. In Connecticut e Delawere sembra vi sia un testa a testa tra Rockfeller e Humphrey. In Florida stiamo assistendo a una sorprendente gara a tre tra Wallace, Humphrey e Rcokfeller, tutti e tre appaiati attorno al 33%. Humphrey risulta essere saldamente in testa in Maine e, seppur di un margine più ristretto, in Illinois. Anche il Massachusetts, stato natale del compianto Presidente Kennedy, è saldamente democratico mentre il Maryland è sospeso tra i due candidati tradizionali. In Mississippi Wallace è in testa con percentuali molto alte mentre in Missouri sembra che sia Humphrey a guidare la gara, ma il margine è ancora troppo sottile per poter fare previsioni. Stessa cosa in New Jersey, mentre Rockfeller risulta di gran lunga il vincitore in New Hampshire. In Oklahoma, stato natale del candidato vicepresidente democratico Fred Harris, sembra che i repubblicani abbiano un solido vantaggio, mentre la Pennsylvania è ancora incerta. Washington DC e il Rhode Island si confermano roccaforti democratiche dando i loro voti ad Hubert Humphrey mentre sembra che Wallace sia in vantaggio in Tennessee. A questo punto Humphrey ha 94 Grandi Elettori sicuri, Wallace 48 e Rockfeller 40, con molti stati incerti. Una pausa pubblicitaria, signori e signore, e torneremo tra poco con nuovi commenti sull'evoluzione del voto di questa sera!"

Ore 20:35
"Buona sera, signori e signore, abbiamo appena saputo che George Wallace è stato dichiarato vincitore in Arkansas, stato che ha dichiarato la chiusura dei suoi seggi dieci minuti fa. Sembra inoltre che i democratici abbiano prevalso in Connecticut mentre i repubblicani sono passati in testa in Delawere. Florida, Maryland, Pennsylvania, New Jersey, North Carolina e Missouri risultano invece ancora incerti. Ma abbiamo qui John Chancellor, che ha seguito come corrispondente esterno queste elezioni per noi: cosa ne pensi di questi risultati, John?"

"Beh, Walter, Humphrey sta facendo un lavoro straordinario: io ero lì, a Chicago, mentre la polizia e i manifestanti se le davano durante la Convention, e il fatto che ora Humphrey sia in testa la dice lunga su come la sua campagna sia riuscita a recuperare la fiducia degli americani. Potrebbe anche riuscire a eguagliare il suo eroe, Harry Truman, e la grande rimonta del 1948, ma sarei comunque prudente: finora hanno votato un gran numero di stati ex Confederati, in cui Wallace va particolarmente bene, e di note roccaforti democratiche, come il Massachusetts e l'Illinois, quindi è naturale che questi candidati ne siano avvantaggiati. Credo che Rockfeller recupererà nelle prossime ore, cercando di contendere la vittoria a Humphrey, anche se bisogna ammettere che l'emorragia degli elettori conservatori nei confronti di Wallace si sta rivelando particolarmente dannosa per i repubblicani. In ogni caso credo che dovremo attendere ancora un paio d'ore, e in particolare il voto di Pennsylvania, New York, California, Michigan e Texas per sapere il vincitore."

"Ancora un paio d'ore quindi, grazie John. Possiamo intanto annunciare che George Wallace si è aggiudicato la North Carolina, salendo dunque a 67 Grandi Elettori. Humphrey invece è a 102 e Rockfeller a 43. Ora una breve pausa pubblicitaria, prima di nuovi risultati elettorali. Arrivederci!"

Ore 21:15
"Buonasera, signori e signore, qui è Walter Cronkite e questa è CBS Evening News. Poco fa hanno chiuso i seggi in Arizona, Colorado, Kansas, Louisiana, Michigan, Minnesota, Nebraska, New Mexico, New York, North Dakota, South Dakota, Texas, Wisconsin e Wyoming, ma prima devo annunciare che il New Jersey è stato dichiarato vinto da Nelson Rockfeller. Secondo i primi exit poli possiamo proiettare Rockfeller come vincitore in Arizona, Kansas, Nebraska, New Mexico, i due Dakota e il Wyoming, oltre al suo stato natale di New York. Si tratta di una grande vittoria per i repubblicani che volano così a 135 Grandi Elettori. Ricordo che ne sono necessari 270 per vincere l'elezione. Il candidato democratico Hubert Humphrey risulta in vantaggio invece in Minnesota e Texas, il che lo porta a 127 Grandi Elettori. George Wallace sarà invece quasi certamente il vincitore della Louisiana, cosa che gli da 77 Grandi Elettori. In Colorado, Michigan e Wisconsin invece la situazione è ancora troppo incerta per poter chiamare un vincitore, ma è certo che questo sarà Rockfeller o Humphrey. Risulterebbe inoltre confermata la voce che circa mezz'ora fa attribuiva il Missouri ai democratici: ripeto, Hubert Humphrey ha vinto il Missouri e va così a 149 Grandi Elettori, con Rockfeller a 135 e Wallace a 77. Ora vi lascio a un'incredibile offerta, ma rimanete con noi per nuovi risultati e commenti su queste straordinarie elezioni. A tra poco!"

Ore 22:05
"Buonasera, signori e signore, qui è Walter Cronkite che vi parla, dallo speciale della CBS sulle elezioni presidenziali il cui spoglio è tutt'ora in corso. Poco fa hanno chiuso i seggi in Iowa, Montana, Nevada e Utah ma prima devo annunciare che Rockfeller risulta in testa in Michigan mentre Humphrey avrebbe conquistato il Maryland, il che lascia Humphrey in leggero vantaggio, 158 a 155. Ora, sappiamo che sia Baltimora, in Maryland, sia Detroit, in Michigan, hanno una notevole comunità di colore e vorrei quindi cogliere l'occasione per chiedere a David Brinkley come le questioni etniche e razziali hanno influito su questo voto, David?"

"Sicuramente hanno pesato molto, Walt: l'assassinio del Reverendo King è stata un'immane tragedia e i tumulti razziali che ne sono conseguiti confermano il grado di tensione tra bianchi e neri. Anche tra i candidati poi si nota la differenza, con Wallace che cavalca apertamente il cavallo del segregazionismo, cosa che lo rende popolare nel Sud ma ben poco al di fuori. Risulta poi interessante notare come la popolazione di colore si sia divisa in questi ultimi stati: mentre in Maryland e in Illinois ha confermato la sua tendenza democratica, in Michigan e New York vi è stata una notevole affluenza nera in supporto di Rockfeller e del suo vicepresidente Romney, Governatore del Michigan. Questo significa che i repubblicani non hanno perduto la capacità di parlare alle minoranze, cosa che invece era risultata acclarata quattro anni fa"

"Grazie, David, per la perfetta analisi. Possiamo ora confermare che Iowa, Montana e lo Utah, quest'ultimo in modo plebiscitario, probabilmente in sostegno al vicepresidente Romney, un noto mormone, si sono schierate per i repubblicani. In Nevada è ancora troppo presto per fare una previsione precisa. Il conteggio è Rockfeller 173, Humphrey 158, Wallace 77. Fondamentali risulteranno, come predetto dal nostro buon vecchio John Chancellor, California, Pennsylvania, Wisconsin e Florida. In quest'ultimo stato in particolare sembra che Wallace sia passato leggermente in vantaggio ma è ancora troppo presto. Tra un'ora avremo il voto della West Coast, non mancate di seguirci!"

Ore 23:07
"Buonasera, signori e signore, qui è Walter Cronkite che vi parla, in attesa dei primi risultati degli scrutini della Costa Ovest. Possiamo già annunciare una vittoria democratica alle Hawaii mentre Rockfeller è in testa in Oregon. La California e lo Stato dello Washington risultano invece ancora troppo incerti per poterli assegnare. Humphrey ha inoltre vinto il Colorado e sembra sia ora passato in vantaggio in Florida. Rockfeller è ancora in testa con 183 Grandi Elettori, seguito da Humphrey a 168 e Wallace fermo a 77. In attesa dei risultati di Florida, Pennsylvania, California, Wisconsin, Nevada, Alaska e Washington possiamo già darvi i primi risultati del nuovo Congresso: sembra infatti che i democratici abbiano mantenuto la maggioranza in entrambe le camere, con un maggioranza pressapoco invariata alla Camera e perdendo quattro senatori al Senato. Si preannuncia una gara all'ultimo conteggio..."

Ore 00:21
"E ne abbiamo la conferma: il Nevada, la Pennsylvania e il Wisconsin sono stati dichiarati vinti da Hubert Humphrey. In Florida sembra che ogni scheda sia decisiva mentre c'è ancora un certo margine d'incertezza lungo la Costa Ovest..."

Ore 1:12
"Buonasera, cari telespettatori: hanno appena chiuso i seggi nell'ultimo stato a votare, l'Alaska, e possiamo già dire con certezza, per ampiezza del margine e numero di rilevazioni concordi, che si tratta di una vittoria repubblicana. Lo stato dello Washington è andato invece ai democratici. Il contatore rileva 218 Humphrey, 186 Rockfeller, 77 Wallace. Aspettiamo ora gli ultimi dati dalla California e dalla Florida, i cui voti si riveleranno decisivi: se infatti i democratici riusciranno a vincere otterranno la Presidenza, in caso contrario toccherà alla Camera dei Rappresentanti scegliere il nuovo Presidente tra i tre candidati più votati, ovvero Rockfeller, Humphrey e Wallace. Attualmente i democratici controllano sia la Camera sia il Senato e sembra che sarà così anche nel prossimo Congresso ma è incerto se le delegazioni del Sud, nominalmente democratiche, supporteranno il liberale Humphrey senza cedere piuttosto ai richiami di Wallace e del suo American Indipendent Party, cosa su cui il Governatore dell'Alabama ha sempre puntato e potrebbe portare a un inedito stallo nella nostra Repubblica, che diverrebbe ostaggio delle richieste dell'uomo più segregazionista del Paese. Ma ora aspettiamo, tutto è nelle mani degli elettori della California e della Florida..."

Ore 1:35
"Ora abbiamo i dati definitivi e possiamo annunciarlo senza timore di smentita: con un margine di cinque punti in California e di due in Florida i democratici vincono entrambi gli stati. Possiamo ora proiettare con sicurezza Hubert Horatio Humphrey come il 37esimo Presidente degli Stati Uniti d'America, ripeto Hubert Humphrey è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Egli ha vinto le elezioni con 275 Grandi Elettori, in 21 Stati. Il suo più prossimo sfidante, Nelson Rockfeller, ne ha vinti 186, in 23 Stati, mentre il terzo candidato George Wallace ne ha ottenuti 77, in 8 Stati. Abbiamo ricevuto notizia che sia Wallace sia Rockfeller hanno chiamato il nuovo Presidente-Eletto per condire la vittoria e congratularsi con lui. Si è trattata di una gara appassionante e penso di interpretare il pensiero di tutti dicendo che è anche questo che rende grande l'America. Ora è finita: Hubert Humphrey è il nuovo Presidente degli Stati Uniti e questo è tutto. Da Walter Cronkite, CBS Evening News, buonanotte!"

Nota bene: la soprastante cartina è stata realizzata con un sistema di calcolo (Electoral College Calculator and Map Generator - Dave Leip's Atlas) che usa colori diversi rispetto a Wikipedia. Il Rosso sono i Democratici e il Blu i Repubblicani (prima del 2000 era comune, poi venne deciso di uniformare i colori e furono scelti quelli attuali), mentre il Verde è il Partito Indipendente Americano. Le varie sfumature e quindi l'intensità del colore indicano con quanta forza, cioè con quale percentuale, quello stato è stato vinto: più è chiara, più esile è stato il margine. Si va in ordine di dieci, quindi per esempio, in questa cartina, il verde acqua (Nord Carolina e Arkansas per il PIA) o il lilla (Florida per i democratici) significa una percentuale compresa tra il 30 e il 40%, all'opposto il coloro più scuro (lo Utah per i repubblicani) in questo caso corrisponde a una percentuale tra il 70 e l'80%.

Parlando in parole molto povere, i repubblicani non erano riusciti a mettere insieme quella vasta maggioranza di moderati e conservatori generalmente scontenti dell'amministrazione democratica (cosa che a Nixon invece riuscì in HL, ndr), anche se più per ostilità verso Johnson che verso i democratici, con i moderati he avevano votato per Rockfeller e i conservatori che avevano almeno in parte scelto Wallace, e questa divisione aveva consegnato la Casa Bianca a Humphrey. Parlando di statistiche, Rockfeller era riuscito ad andare molto bene tra i ricchi e meglio del solito tra i neri e gli italiani, ma aveva perso molto terreno nel resto della popolazione, specie tra i lavoratori a basso reddito, gli abitanti delle zone rurali e i membri dei sindacati, che avevano scelto in maggioranza Humphrey ma con comunque alte percentuali di elettori di Wallace (in HL Nixon vinse anche nella classe media e tra gli abitanti delle aree rurali, oltre a conquistare un membro del sindacato su tre. A latere questa elezione segnò l'inizio della fine dell'influenza politica e quindi economica dei sindacati, dato che i lavoratori affiliati agli stessi iniziarono a disobbedire agli endorsement delle loro stesse organizzazione-i sindacati appoggiavano quasi tutti Humphrey-, determinando la lenta erosione e disgregazione). I repubblicani ne uscivano sconfitti e azzoppati pesantemente al Sud, dove la Southern Strategy sembrava morta prima ancora di nascere e dove invece Wallace sembrava fare il bello e il cattivo tempo, ma comunque messi meglio di quattro anni prima e con le loro posizioni in New England rafforzate. I democratici confermavano la forza della sinergia con i sindacati e le minoranze, ritornavano senza scossoni il partito della pace e dei diritti civili e riconquistavano i giovani, mentre geograficamente perdevano la loro vecchia roccaforte sudista per puntare sui Grandi Laghi e le loro metropoli operaie ad alta presenza nera e sulla West Coast con le sue università ribelli. Questo consolida la mia idea del mantenimento del Partito Repubblicano come partito liberalconservatore del centro-nord e della fascia sociale medio-alta, con il Partito Democratico a fare il partito liberalprogressista del centro-nord e della fascia sociale medio-bassa e il PIA a fare il partito conservatore-regionalista del Sud e della fascia basso-rurale.

Sliding Doors: l'altra possibilità latente è che Reagan riesca a vincere la nomination nonostante gli sforzi della dirigenza, anticipando Rockfeller e offrendo la vicepresidenza al Senatore dell'Illinois Charles Percy, cosa che ha cascata innesca il passaggio della pesante delegazione dell'Illinois dalla sua parte e poi dei voti terzi. Meno probabile della vittoria di Rockfeller ma non impossibile, anzi possibilissimo: Reagan probabilmente avrebbe sabotato i negoziati di pace come effettivamente fece Nixon, visto che nel 1980 fece lo stesso, promettendo segretamente a Khomeini un accordo migliore se avesse continuato la Crisi degli Ostaggi di Teheran fino a dopo le elezioni, in modo da umiliare Carter, ma in ultima istanza questo risulterebbe indifferente, sia perché la possibilità di un reazionario alla Casa Bianca costringerebbe il Nord Vietnam a fare concessioni tali da far partire la pace (in HL invece, con due candidati che promettevano di fare la pace meglio dell'altro, Hanoi si mostrò tiepida, cercando di spingere gli americani a fare loro delle concessioni se volevano tanto la pace prima del voto, e consci che, comunque sarebbe andata, alla fine avrebbero vinto) sia perché Reagan avrebbe spaventato i moderati e litigato con Wallace per il voto dei conservatori reazionari, lasciando di nuovo Humphrey vincitore, probabilmente con un margine anche superiore a quello con Rockfeller.

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Il Presidente Hubert Horatio Humphrey, HHH per gli amici, mentre balla con la First Lady Muriel Humphrey al Ballo Inaugurale, il 20 gennaio 1969. Alla sinistra il suo predecessore, l'ormai ex Presidente Lyndon Baines Johnson con sua moglie Lady Bird Johnson.

Federico Sangalli

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