Ripensando agli avvenimenti drammatici della primavera 1940, tre collaboratori di questa lista, Demofilo, Mas ed Enrico Pellerito, hanno pensato a due possibili ucronie che evitino la discesa in campo dell'Italia e lo scoccare dell'« ora delle decisioni irrevocabili ». Cominciamo con quella di Demofilo:
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20 marzo 1940: Sua Santità, Papa Pio XII, una settimana dopo la visita di stato in Vaticano da parte dei reali d'Italia, il Re Imperatore Vittorio Emanuele III e la regina Elena, ricambia la visita: è un fatto storico, è il primo pontefice che ritorna al Quirinale dopo la breccia di Porta Pia e la presa di Roma nel 1870. Durante il colloquio, durato più di due ore, nello "studio della vetrata", il pontefice rivela tutta la sua preoccupazione nei confronti del sovrano e del principe di Piemonte Umberto, erede al trono; Pio XII non vuole che il paese entri in guerra. Alla fine del colloquio viene deciso che sarà il sacerdote Giovan Battista Montini, entrato nella Segreteria di Stato nel 1923 e responsabile degli affari ordinari dal 1937, ad avere contatti costanti con la casa reale attraverso il ministro della real casa, il duca Pietro d'Acquarone. Grande assente è naturalmente il Duce, Benito Mussolini, non invitato all'incontro.
25 marzo 1940: Acquarone incontra privatamente, nella sede del ministero della guerra, il maresciallo Pietro Badoglio, il quale ribadisce che le forze armate regie non sono assolutamente preparate per poter affrontare una guerra, anche se si prevede breve. Successivamente i due decidono di rivedersi verso sera e all'incontro partecipano anche Montini e Galeazzo Ciano, ambasciatore italiano alla Santa Sede, ex-ministro degli esteri e genero di Mussolini: Montini dichiara di avere dei contatti con il Foreign Office e il Dipartimento di Stato, i quali gradirebbero una neutralità italiana nel conflitto.
29 marzo 1940: Acquarone, Montini, Badoglio e Ciano si incontrano per la seconda volta negli uffici della Segreteria di Stato e Ciano porta un documento nel quale un gruppo di gerarchi che fanno parte del Gran Consiglio del Fascismo sono contro ogni tipo di intervento militare a sostegno della Germania; i firmatari sono: il maresciallo d'Italia Emilio De Bono, il governatore della Libia Italo Balbo, il presidente della camera dei fasci e delle corporazioni Dino Grandi, il professore Giuseppe Bottai e lo stesso Ciano. Nel documento si chiede che, come recita l'articolo 5 dello Statuto Albertino, i poteri sulle forze armate ritornono nelle mani del capo dello stato, cioè il sovrano. Seguiranno altri incontri tra i quattro.
13 marzo 1940: Acquarone comunica a Vittorio Emanuele III i risultati dei numerosi incontri e presenta la bozza dei "gerarchi ribelli" che deve essere presentata ed approvata durante il Gran Consiglio del Fascismo del 20 marzo successivo.
14 marzo 1940: Montini porta a Acquarone e a Ciano un messaggio del Santo Padre che benedice l'operazione per la "salvaguardia del nobilissimo valore della pace".
16 marzo 1940: incontro notturno al Quirinale tra il Re Imperatore, Acquarone, Badoglio e il gruppo dei gerarchi fascisti firmatari del documento. Ciano dichiara che l'ala oltranzista del regime potrebbe far man bassa e chiedere le teste dei firmatari con l'obbligo di entrare in guerra nei primi mesi dell'estate. Vittorio Emanuele III rimane in silenzio per tutta la riunione.
17 marzo 1940: colazione di lavoro tra i "gerarchi ribelli" che si ritrovano in una piccola trattoria nella periferia di Roma: Grandi e Ciano ribadiscono che è fondamentale la presentazione e l'approvazione del documento per la salvezza del paese. Grandi poi, grazie ai contatti in Gran Bretagna e Stati Uniti, che aveva maturato quando era ministro degli esteri, comunica che gli Alleati garantirebbero aiuti all'Italia in caso di neutralità. Nel tardo pomeriggio Acquarone incontra per l'ennesima volta Badoglio, Montini e Ciano e comunica la titubanza del sovrano per un gesto che "non va fino in fondo contro l'azione di Mussolini". Ciano allora domanda "cosa bisogna fare?" e non capisce cosa significhi "un'azione più profonda". Verso sera Vittorio Emanuele III ha una breve telefonata con Pio XII.
19 marzo 1940: ore 5,35, un gruppo di agenti dei Servizi Segreti Militari penetrano a Villa Torlonia, residenza di Benito Mussolini, e prelevano il Duce portandolo con un'autoambulanza al Quirinale. Qui egli ha un lungo incontro con Vittorio Emanuele III e Badoglio, e alla fine dell'incontro viene trasmesso urgentemente un radiomessaggio alle 9,45: "Attenzione! Attenzione! Sua Maestà il Re Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro e segretario di stato presentate da sua eccellenza, il cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro e segretario di stato, sua eccellenza, il maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio". Mussolini viene incarcerato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, in un sito sconosciuto ed isolato dove morirà per avvelenamento il 12 settembre 1940. Il governo Badoglio intanto, formato da alcuni "gerarchi ribelli", da monarchici e militari, attua un giro di vite contro l'ala estrema fascista con arresti e processi in direttissima e lo scioglimento dello stesso Partito Nazionale Fascista, della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, del Gran Consiglio del Fascismo e del Tribunale Speciale. Badoglio, in un messaggio alla nazione, ricorda che il paese "è difensore della pace".
Epilogo: l'Italia resterà fuori dalla guerra, la quale durerà meno e si concluderà con la sconfitta della Germania. Il paese avvierà un graduale processo di democratizzazione, simile a quello della Spagna, rimanendo monarchico.
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Ed ecco ora quella di Enrico Pellerito di Palermo:
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Il “se Mussolini non fosse entrato in guerra a fianco di Hitler”, è stato abbastanza trattato sia da autori quali Giampietro Stocco e Andrea Farneti, sia sul sito di UtopiaUcronia (non li cito tutti perché sono stati parecchi a dibattere sull’argomento e dimenticarne uno solo sarebbe scortese).
Comune a tutte le interpretazioni è il fatto che la decisione sulla fine della neutralità resta appannaggio di Mussolini. In effetti era il solo che poteva assumersi tale responsabilità, stante la sua posizione al vertice. Orientamenti contrari all’entrare in guerra erano presenti, e se ne facevano carico autorità militari e del PNF, e oggi appare chiaro che pure Vittorio Emanuele III non fosse proprio entusiasta a compiere tale passo. Pur non di meno, e qui mi trovo in accordo con Paolo Mieli, il Duce dichiarerà la guerra, vittima della sua stessa politica e quasi catalizzatore di coloro che in Italia volevano che si entrasse nel conflitto, e purtroppo non erano pochi.
Ma se Mussolini - assertore della “non belligeranza” fino a quando i trionfi militari di Hitler lo avrebbero indotto a cambiare opinione - per causa di forza maggiore non fosse stato più il capo del governo in quella fatale primavera?
POD: il 2 gennaio 1940 Mussolini riceve il Presidente del Consiglio albanese Shefqet Bej Verlaci, ma l’incontro deve essere interrotto perché il Duce non si sente bene; nonostante l’immediato intervento del suo medico personale, Mussolini muore per un ictus fulminante.
Chi prende il suo posto nella guida della nazione?
Per Vittorio Emanuele III potrebbe essere il momento buono onde risolvere il problema di questo ambiguo duopolio che si è creato in Italia fra monarchia e regime.
Nominando immediatamente come capo del governo un militare di sua fiducia (toh! forse Badoglio?) e contando sulle forze armate, il Re sarebbe in grado di smorzare qualsiasi velleità dei membri del PNF a voler mantenere il potere e di contenere eventuali reazioni da parte delle camicie nere della MVSN.
Ma perché fare ciò? Sono gli anni che nella nostra TL verranno definiti del consenso; moltissimi Italiani si sentono fascisti ma pur sempre rispettosi della monarchia, e al momento nessuno vuole avventurarsi nel conflitto europeo.
E poi mantenere questa situazione fa comodo al Re e a quei gruppi di potere capitalista che insieme a lui hanno voluto Mussolini premier nel 1922, permettendo di reprimere le forze sovversive della sinistra che minacciavano l’ordine su cui poggiava l’Italia Sabauda.
Il nuovo leader della nazione, a certe condizioni, deve dunque essere del PNF. Ma chi?
La mia opinione è che fra tutti i gerarchi il più capace ad imporsi per temperamento, intelligenza e dote di leadership, sia Italo Balbo, all’epoca Governatore della Libia, lì inviato in una sorta di esilio voluto da Mussolini, proprio per le qualità dimostrate da Balbo.
Alla notizia della morte di Mussolini, Balbo si precipita subito a Roma. E mentre l’Italia tutta (o quasi) piange il suo Duce, che giace in una camera ardente predisposta a Palazzo Venezia, nello stesso edificio si svolge una riunione del Gran Consiglio del Fascismo; è la prima volta che tale riunione non viene convocata dallo stesso Duce ma indetta, data la situazione, dal Segretario del PNF Ettore Muti.
Stavolta sono stati gli stessi componenti del Gran consiglio a volere riunirsi, proprio per stabilire chi dovrà prendere il posto di Mussolini.
La riunione, alla quale Balbo partecipa di diritto in qualità di Quadrumviro della Marcia su Roma, sarà lunga e convulsa, ma alla fine, grazie anche all’appoggio di altri gerarchi moderati e contrari alla guerra (ricordiamo Ciano, Grandi, Bottai, Federzoni, De Bono) perché anti-tedeschi o in certi casi addirittura filo-britannici, Balbo viene candidato quale capo di governo e nominato tale dal Re; i sostenitori della guerra e dell’alleanza con la Germania, come Farinacci, Pavolini e Muti, devono abbozzare.
A favore di Balbo gioca pure una certa vicinanza a casa Savoia, nonostante lui sia stato in gioventù un fervente repubblicano. Esiste un rapporto che va oltre la cordialità con il principe Umberto e la consorte Maria José, conosciuti bene quando questi si sono recati in visita in Libia: ci sono vedute politiche comuni nell’interesse della nazione e del suo futuro.
La nomina di Balbo dimostra al resto del mondo che l’Italia si è da subito data una nuova guida senza alcun turbamento o scossa nel regime o nella nazione, e che il popolo ha accolto tale nuovo cambiamento con mesta gioia solo perché afflitto dall’improvvisa dipartita di Mussolini.
Balbo fa intendere da subito le sue intenzioni in politica estera, che “…vanno nello stesso solco tracciato dal Duce, e cioè amicizia con la Germania ma mantenimento dello status di non belligeranza per le obbiettive carenze che impediscono alle nostre forze armate di scontrarsi con nemici potenti come Francia e Gran Bretagna, che sono in grado di portare letali offese sul suolo della nostra Patria”.
Di fronte a tali intendimenti, sono pochi quelli che esprimono dissenso. D’altra parte, la compagine governativa e le posizioni occupate non hanno subito cambiamenti; lo stesso Ciano, che aspirava a prendere il posto del suocero è stato tranquillizzato sul fatto che, agendo in sintonia con il nuovo capo della nazione, nel futuro sarà di fatto al suo fianco in un’informale sorta di novello consolato romano (la stessa cosa pensa Dino Grandi per la sua posizione), ma Balbo surclassa tutti e due per capacità e li terrà di fatto fuori dalla stanza dei bottoni.
Balbo non vuole assolutamente permettere che la scelta dell’Italia possa essere strumentalizzata da parte alleata o germanica; il suo scopo è riuscire a temporeggiare per riarmarsi, e solo fra tre anni decidere se proseguire nella neutralità.
L’eventualità di scendere in guerra a fianco di Hitler lo ripugna letteralmente, ma neanche si sente a suo agio nel pensare ad una guerra contro il dittatore tedesco; a meno che non sia l’ex caporale ad attaccare, Balbo intende fortemente impegnarsi ad evitare che l’Italia faccia uno dei soliti giri di valzer che hanno contraddistinto la sua passata politica estera.
Bisogna quindi attentamente
evitare incidenti o crisi con chiunque dei contendenti, senza per questo
mostrarsi deboli o arrendevoli, e nel contempo mantenere un rapporto amichevole
con
“Che per il momento non si parli più – dirà riservatamente Balbo a Grandi – di denunciare il trattato italo-tedesco. Le conseguenze per noi potrebbero essere nefaste”.
Pertanto in questa ucronia abbiamo che:
Balbo non rimane ucciso nell’abbattimento del suo aereo in Libia;
i colloqui (26 febbraio 1940) tra Balbo e l’inviato di Roosevelt, il Sottosegretario di Stato americano Sumner Welles, si svolgerebbero in un contesto diverso, proprio perché Roosevelt ha personalmente conosciuto Balbo e tenderebbe ad avere un rapporto preferenziale con l’Italia nel tentativo di mantenerla fuori dal conflitto;
Balbo è anche lui convinto che prima o poi gli USA interverranno contro la Germania, e sa bene qual’è il livello industriale (e di riflesso militare) della potenza oltre atlantica;
Ribbentrop, nella qualità di latore della, quasi minacciosa, richiesta di Hitler ad entrare in guerra (10 marzo 1940), non troverebbe quindi Balbo ricettivo.
Conseguentemente:
Hitler dispone di preparare un piano per l’invasione dell’Italia (onde punirla per il suo atteggiamento) da compiersi successivamente all’eliminazione dell’URSS da lui già contemplata;
non abbiamo il Patto tripartito, se non un accordo politico di rispetto delle varie sfere d’influenza, senza alcun impegno o vincolo di carattere militare, questi ultimi presenti e valevoli solo per Germania e Giappone.
Riguardo ai Balcani, vorrei citare quanto espresso da Stephen F. Hampson, collaboratore alla “Storia della Seconda Guerra Mondiale” ed. Rizzoli Purnell: “…Hitler era convinto che (i Balcani) sarebbero caduti in suo potere non appena avesse conquistato l’Unione Sovietica. L’ambizione personale di Mussolini accelerò la fine della loro neutralità e sconvolse il calendario di Hitler…”
Ed allora: non avendo Balbo, a differenza di Mussolini, intenzione di fare guerre parallele (anche perché dobbiamo pensare a rinforzarci e a procedere nella costruzione del “Vallo Alpino del Littorio” alla frontiera del Brennero) la nostra risposta politica al passaggio della Romania nell’orbita tedesca potrebbe essere una maggiore intesa con la Bulgaria (dopotutto la regina è una Savoia) e un avvicinamento a Metaxas, compiendo atti concretamente distensivi, onde far sì di allontanare la Grecia dalla Gran Bretagna e impedire ai Tedeschi di corteggiare Atene.
Nei Balcani si svilupperebbe una sorta di “guerra delle cancellerie”, con pressioni, accordi, intese e assicurazioni, tutto in chiave diplomatica, e dove l’Italia sarebbe “avversaria” sia della Germania che della Gran Bretagna.
Non essendoci alcuna campagna di Grecia non ci sarebbe effettiva presenza britannica nei Balcani, e Hitler non avrebbe necessità di intervenire in nostro aiuto, quindi non chiederebbe alla Jugoslavia di permettergli di attraversarne il territorio per invadere la Grecia, né di farla aderire al Patto tripartito (che, come detto, non sarebbe quello della nostra TL);
Quindi nessuna adesione di Belgrado a tale Patto, nessun colpo di stato che fa infuriare Hitler, nessuna “Operazione Punitiva”, nessun motivo per Balbo di intervenire in Jugoslavia, rischiando di essere trascinato nel conflitto, che non coinvolgerebbe più neanche Grecia e Bulgaria.
Tutto ciò comporta che i Tedeschi attaccano l’URSS da quattro a sei settimane prima del 22 giugno 1941, per come previsto nei programmi originari dell’operazione “Barbarossa”.
A differenza della nostra TL, la Germania ha il vantaggio di avere sul fronte orientale anche quelle truppe (non numericamente decisive in effetti) che altrimenti sarebbero destinate ad operare in Africa e a presidiare i Balcani.
Ovviamente Rommel parteciperebbe alla campagna contro l’URSS; ma, attaccando prima, i Tedeschi incontrerebbero la difficoltà del tardo disgelo che manteneva in piena i fiumi di frontiera in quello scorcio del 1941, e la tempistica della guerra sul fronte orientale si svilupperebbe, grosso modo, come quella reale.
Non credo, quindi, come ipotizza Dans, che la vittoria arriderebbe ai Tedeschi entro la fine dell’anno, anche ricorrendo alle unità paracadutiste di Göering e a margini di tempo più ampi per raggiungere Mosca. Avremmo la partecipazione di “volontari” italiani (fra cui Farinacci e Pavolini) alla campagna di Russia, così come faranno gli Spagnoli.
Nel frattempo, lo sviluppo degli eventi comporterebbe sempre l’occupazione da parte dei Britannici di Irak, Siria e Libano tra la primavera e l’estate del 1941; nella stessa estate, Regno Unito e URSS conquisterebbero l’Iran; nel dicembre 1941 si ha l’entrata in guerra di USA e Giappone ed il conflitto in Asia procederebbe così come nella nostra TL; ripresa dell’offensiva tedesca in URSS nell’estate 1942 e successiva battuta d’arresto a Stalingrado.
L’invasione del Nord Africa francese non sarebbe più necessaria, mentre lo sbarco in Francia (operazione Sledgehammer) potrebbe verificarsi già nell’agosto o settembre del 1942 (molto più probabilmente nella primavera del 1943, con forze già più adeguate ed addestrate) non limitandosi a creare teste di ponte sul continente, con lo scopo di alleggerire la pressione nazista sull’URSS e soddisfare la richiesta di Stalin di un secondo fronte, ma proprio in funzione di invadere la “Fortezza Europa” ed avanzare verso la Germania.
Nel corso degli sbarchi, verosimilmente vi sarebbero molte perdite per gli alleati, così come nelle prime battaglie sul suolo francese, sia a causa dell’inesperienza USA sia per il fatto che i Tedeschi sono impegnati su una minor estensione dei fronti (niente campagna d’Italia, niente partigiani italiani, slavi e greci) e possono dispiegare più divisioni ad Ovest; · ma dopo qualche mese la potenza anglo-americana comincerebbe ad aver ragione dell’accanita resistenza germanica, per come si è effettivamente verificato, grazie anche alla massiccia superiorità aerea.
Quando gli alleati mettono piede in Francia, Hitler chiede in tono perentorio a Pétain e a Balbo di intervenire in suo favore, ma non ottiene quanto richiesto; anzi, Ciano comunicherebbe a Ribbentrop la fattiva preoccupazione per la massiccia potenza dispiegata dalle nazioni anglosassoni, nei cui confronti l’Italia può fare ben poco, nonostante il suo rafforzamento; furibondo, Hitler prenderebbe la decisione di invadere sia la Francia di Vichy che l’Italia; forse, però, il suo Stato Maggiore potrebbe convincerlo del fatto che se con la prima operazione si otterrebbe più spazio di manovra, la seconda risulterebbe inutile, in quanto amplierebbe solo l’area del conflitto, disperdendo le forze tedesche; quindi la vendetta nazista contro la fedifraga Italia viene nuovamente rimandata alla fine della guerra, mentre la Wehrmacht procederebbe ad occupare il resto della Francia, ma ci sarebbe resistenza da parte dei Francesi.
Le offensive sovietiche e anglo-americane si svolgerebbero un poco più lentamente e con molti più sacrifici in termini di vite umane a loro carico, ma gli esiti non potrebbero essere così tanto diversi da quelli della nostra TL; stando così le cose, la fine della guerra in Europa potremmo collocarla anche da sei a dieci mesi prima del maggio 1945; Hitler si toglierebbe la vita mentre gli alleati occidentali sarebbero prossimi al famoso bunker; i sovietici incontrerebbero le linee avanzate anglo-americane molto più a Est, se non sulla Vistola, sul vecchio confine tedesco-polacco; la Germania verrebbe occupata dalle truppe degli USA, del Commonwealth e della Francia, con una successiva presenza sovietica a Berlino; l’URSS non si espanderebbe in tutta la parte orientale del continente, avendo alla fine occupato a seconda dei tempi, solo la Romania, parte della Polonia, la Prussia orientale e gli stati baltici, ovvero anche il resto della Polonia e parti dell’Ungheria e della Slovacchia.
In ogni caso, Stalin riannetterebbe quanto a suo tempo ottenuto prima del conflitto con la Germania (paesi baltici, Polonia orientale, zone strappate alla Finlandia dopo la “Guerra d’inverno”, Bucovina e Bessarabia); in più, farebbe cadere nel proprio cesto la nuova Polonia e la Romania, instaurando in questi paesi regimi comunisti. È probabile cercherebbe di fare la stessa cosa se, terminato il conflitto non nell’estate ma alla fine del 1944, mantenesse il dominio sull’Ungheria orientale e la Slovacchia, costituendo queste come nazioni indipendenti sotto l’egida sovietica.
Il fascismo resterebbe in vita in Italia fino alla metà degli anni settanta, e gli USA ci guarderebbero come un alleato, ma da prendere con le pinze; certo è che, dopo la fine del conflitto, l’Italia affronterebbe una sempre più virulenta guerriglia nei territori d’oltremare, per non parlare di un possibile terrorismo all’interno dello stesso territorio nazionale; la nostra economia non sarebbe molto sviluppata e avremmo gli stessi problemi degli analoghi regimi iberici, fino ad una conclusione molto simile a quella portoghese.
Che ad assistere alla fine del fascismo sia presente o meno Balbo, secondo me a questo punto non è più importante; interessante sarebbe constatare che un’invasione tedesca dell’Italia sarebbe in effetti avvenuta, quando migliaia di turisti germanici, benestanti grazie al boom economico del dopoguerra, sarebbero venuti in vacanza nel Bel Paese, dimostrandosi invero sprezzanti nei confronti di una nazione economicamente più debole e pur sempre considerata sleale.
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Questo infine è il parere al riguardo di Mas:
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Con l'Italia neutrale, secondo me la posizione della Germania sarebbe stata molto più forte.
Nessun impegolamento nei Balcani (invio di truppe in Romania nell'Agosto del '40 e basta), in Nord africa e nel Mediterraneo in Generale.
L'attacco alla Russia, sarebbe iniziato il 15/05/41 con 37 giorni d'anticipo (era previsto per quella data senza Marita e Merkur, o Jugoslavia e Grecia, qual dir si voglia); l'assedio di Leningrado sarebbe iniziato ai primi d'Agosto e non il 9/09 e la città sarebbe caduta per inedia (da fine dicembre fu approvvigionata mediante strade e una ferrovia costruite sul Ladoga ghiacciato); l'attacco a Mosca sarebbe iniziato ai primi d'ottobre (non facendo la diversione Sud) o a fine mese (facendola, come nella ns. LT) con 40 gg. di tempo prima che il Generale Inverno e le truppe "Siberiane" potessero lanciare la controffensiva; Rostov sarebbe stata occupata a metà ottobre e non il 21/11 e le posizioni tedesche sarebbero state ben consolidate evitando la ritirata da quella città del 29/11/41.
Chiaramente la caduta di Mosca e Leningrado e la loro NON liberazione durante l'inverno avrebbero procurato un grave scossone al morale dei Sovietici; se anche non si fossero arresi nell'inverno del '41 (rinfrancati dall'intervento americano), i tedeschi sarebbero partiti per l'offensiva estiva del '42 da posizioni molto più avanzate e sarebbero riusciti ad occupare Stalingrado e il Caucaso e probabilmente avrebbero organizzato un'offensiva in Lapponia per occupare Murmansk (unico approdo possibile per i rifornimenti anglo americani, in quanto il porto di Arcangelo d'inverno è inagibile), vincendo la resistenza russa.
A questo punto il grosso dell'esercito tedesco si sarebbe schierato sulla costa atlantica e nessuno sbarco sarebbe mai stato possibile (ricordiamoci che, nella ns. LT. lo sbarco in Normandia, con solo una piccola frazione della Wehrmacht in Francia, non fallì solo a causa dei madornali errori di Hitler che disimpegnò le riserve strategiche non la mattina del 06/06 ma a metà luglio, con gli americani a Saint Lo!).
Gli americani avrebbero potuto vincere la guerra solo nell'agosto del '45 gettando le atomiche sulla Germania (l'avrebbero mai fatto? parliamo di gettarle sui tedeschi non sui "Musi gialli"), sempre che i tedeschi non li avessero anticipati (loro l'avrebbero fatto, invece).
Per il ns. intervento a fianco della Germania, il trattato di Parigi avrebbe dovuto assegnarci la Dalmazia, la Corsica, Malta, la Tunisia e la contea di Nizza, anziché toglierci le Colonie e l'Italianissima Istria!
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Chiudiamo infine con questa idea di Enrica S.:
Alla fine di maggio 1940, mentre il blitz tedesco travolgeva l'esercito francese e inseguiva il corpo di spedizione britannico fino alle spiagge di Dunkerque, il governo di Paul Reynaud decise, contro la volontà del presidente, che non esisteva altra via d'uscita che chiedere la resa alla Germania. Per evitarlo, la Gran Bretagna rispolverò un vecchio progetto avveniristico di Jean Monnet, il futuro padre del Mercato Comune Europeo, il quale fin dagli anni venti aveva proposto un patto federativo tra le due maggiori democrazie europee. Fu preparato un documento in cui si proponeva una incredibile Unione Franco-Britannica con una moneta comune e un comando militare unificato. Nella dichiarazione congiunta si affermava che ogni cittadino francese avrebbe avuto automaticamente la cittadinanza britannica, e che ogni cittadino britannico avrebbe avuto la cittadinanza francese. A Londra si sperava che questo gesto avrebbe convinto i francesi a continuare la guerra. In Francia, tuttavia, Reynaud non riuscì a convincere il governo a prendere la proposta britannica in seria considerazione: la maggior parte dei ministri diffidava della Gran Bretagna, le attribuiva intenzioni egemoniche e paradossalmente considerava un male minore la resa alla Germania. Reynaud si dimise e il Parlamento francese si suicidò, conferendo i pieni poteri al maresciallo Philippe Pétain che firmò l'armistizio nella foresta di Compiègne, sullo stesso vagone ferroviario in cui era stata firmata la resa della Germania alla fine della Prima Guerra Mondiale. Ora, però, che accade se i deputati e i ministri francesi sono più astuti, e accettano la proposta di Londra, dando vita ad un patto federativo? Come cambia la Guerra Mondiale, se la Francia non si arrende subito? E se l'Unione Franco-Britannica sopravvive alla guerra, e diventa l'embrione di una futura Europa unita da vincoli federali, con l'adesione di Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e poi anche della Germania Occidentale?
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Così le risponde Bhrghowidhon:
Prima ci sarebbe stata l'occupazione di tutta la Francia. Naturalmente, a guerra finita e vinta dagli Angloamericani, sarebbe un bel sogno avere a disposizione già un nucleo così potente dell'Unione Europea; resta il dubbio che gli Stati Uniti, i quali di fatto si sono annessi la Germania e l'Italia, cedessero alla Francobritannia le proprie conquiste...