di Never75
Una delle
nostre ucronie affida, già dopo il Congresso di Vienna, Nizza e Savoia alla Francia e
costringe Cavour a donare la Sardegna per ingraziarsi Napoleone III. A Never75
è venuto in mente un possibile effetto collaterale: ossia il "nostro" Garibaldi che nasce francese (nel 1807 Nizza era già francese) e francese rimane per tutta la vita senza
soluzione di continuità; in pratica, per forza di cose sarà più attivo in Francia (sua patria naturale) che non in Italia e, conoscendo il personaggio, non è difficile immaginarselo come protagonista di tutti gli avvenimenti accaduti in Francia in quel periodo.
Del resto anche la Sardegna in mano ai francesi avrebbe creato non pochi
problemi nei due dopo guerra (immaginiamo un Partito Sardo d'Azione che fa attentati a Parigi per l'indipendenza
nazionale), oppure qualche sardo potrebbe strizzare anche l'occhio a Mussolini,
salvo poi pentirsene amaramente.
Così Never75 ha pensato di sviluppare quest'ucronia...
.
1814: Il Congresso di Vienna decide l'assetto europeo post Napoleone.
Si decide di restaurare tutti i sovrani precedenti con poche eccezioni . Nonostante la Francia sia teoricamente la nazione sconfitta e da punire, in realtà l'arguto Talleyrand cerca di farla passare come vittima essa stessa di Napoleone e della rivoluzione ed è così abile nella sua retorica da far si che la Francia esca pure avvantaggiata territorialmente dal Congresso, contando molto anche sulle divisioni degli alleati.
Infatti uno dei punti di contrasto tra gli Alleati era di che farne delle antiche Repubbliche di Lucca, San Marino, Venezia e Genova.
Per quanto riguarda le prime due: la situazione è abbastanza chiara: la prima viene annessa al Granducato di Toscana, mentre la seconda, per ricompensarla di non aver accettato le avances di Napoleone che voleva ingrandirla fino all'Adriatico, rimane indipendente.
Più incerta sembra la sorte delle già gloriose Repubbliche Marinare: Genova e Venezia.
La seconda viene pretesa dall'Austria mentre la prima all'inizio verrebbe affidata alla Francia. Poi un secondo accordo invece tra Francia e Piemonte decide altrimenti: dato che la popolazione della Liguria è prevalentemente di lingua italiana (o parla comunque un dialetto italiano) è preferibile che venga annessa da uno Stato geograficamente italiano mentre (seppur a malincuore) in cambio lo Stato Sabaudo decide di donare spontaneamente la città di Nizza e la Savoia.
Una tale risoluzione però fatica molto ad essere accettata dalle altre potenze, se non che nel….
Gennaio 1815: mentre perdura il Congresso di Vienna, l'astuto Talleyrand rivela ai colleghi un piano segreto (scoperto dalle sue spie) per far fuggire Napoleone Bonaparte dall'Elba.
Immediatamente vengono prese misure d'emergenza: alcune navi battenti bandiera britannica sbarcano in gran segreto sulla piccola isola toscana e sventano il piano proprio mentre si sta attuando. Subito Napoleone ed i suoi attendenti vengono reimbarcati ma stavolta con una destinazione ben più lontana ed amena della verdeggiante Elba: l'isoletta di Sant'Elena, un possedimento britannico semisperduto nell'Oceano Atlantico. Stavolta per Napoleone è finita davvero…in quest'isola morirà 5 anni dopo per un tumore al fegato anche se voci lo danno per avvelenato.
Per ricompensare Talleyrand per l'azione di intelligence, viene approvato il suo piano di spartizione: così la Liguria va al Regno di Sardegna mentre Savoia e Contea di Nizza vanno alla Francia: ovviamente tutto questo viene deciso alla faccia delle popolazioni coinvolte e del principio di legittimità! Tali avvenimenti non eviteranno così il levarsi di numerose proteste, tutte represse nel sangue.
Come suo solito sia il Regno di Francia che quello di Sardegna non tarderanno certo a colonizzare subito a forza le terre appena conquistate, anzi.
Soprattutto il nuovo Re di Francia, Luigi XVIII fratello dello sfortunato Luigi XVI, imporrà nella Savoia e nel Nizzardo una francesizzazione forzata (c'è da dire però al riguardo che la Savoia era già abbastanza francesizzata di suo, al contrario invece di Nizza e del suo circondario).
Così verranno francesizzati i nomi delle località ex-italiane, dei cognomi, delle strade nelle due regioni. A scuola verrà imposto il francese come lingua unica e punito con multe salatissime (fino alla reclusione) l'uso della lingua italiana o del dialetto piemontese.
Un piccolo fatto di cronaca locale, destinato a restare tale se non fosse per la particolarità delle persone coinvolte: la famiglia di origine ligure Garibaldi sarà costretta d'ora in avanti a farsi chiamare Garibaldì (alla francese) ed il figlio settenne Giuseppe a cambiare nome in Joseph: un avvenimento non privo d'importanza per gli anni successivi.
1821: Primi moti insurrezionali in Italia: i primi moti insurrezionali scoppiano nel Regno delle due Sicilie ed in Piemonte dove i rispettivi sovrani sono costretti a concedere delle Costituzioni scritte che però vengono quasi subito poi revocate, con feroci repressioni.
1830: Tutta l'Europa viene scossa da un'ondata rivoluzionaria.
La prima nazione a dare l'esempio è la Francia: qui le "tre gloriose" (27-29 luglio) di Parigi costringono alla fuga il sovrano, Carlo X, che tentava di imporre un colpo di Stato assolutista , ed al suo posto viene messo Luigi Filippo d'Orléans (appartenente ad un ramo cadetto della famiglia reale) che giura fedeltà alla Costituzione. Tra gli artefici dell'insurrezione fa il suo capolino il giovane ventitreenne Joseph Garibaldì il quale però (da fervente massone e repubblicano) rimane deluso dall'esito della lotta ed amareggiato espatria e si dedica ad altre imprese nel Continente Americano.
Nel frattempo insorgono anche la Polonia ed il piccolo Belgio: a quest'ultimo andrà bene: si vedrà riconoscere l'indipendenza dall'Olanda l'anno successivo.
1831: Come per rimbalzo anche in Italia si diffondono le idee rivoluzionarie maturate oltralpe. Il primo ad insorgere è il piccolo Ducato di Modena, segue a catena una resurrezione a Roma, in Toscana e negli Stati Sardi: tutte però vengono represse nel sangue.
1848: L'anno delle rivoluzioni per antonomasia: anche qui a fare da battistrada è la Francia.
Qui una nuova insurrezione fa fuggire il 24 febbraio il re Luigi Filippo dalla nazione: viene ri-proclamata una Repubblica. Una parte dei rivoluzionari (tra i quali Garibaldì all'occasione rientrato in patria) vorrebbe una bandiera rossa anziché il tricolore: ma la proposta viene bocciata dall'Assemblea Costituente. Tra le difficoltà che la neonata repubblica deve affrontare c'è la disoccupazione, che ormai ha raggiunto cifre da capogiro, e la povertà delle classi meno abbienti che sfiora addirittura la miseria. Serpeggiano inoltre ovunque teorie e concetti socialisteggianti, altrettanto pericolosi (per i borghesi e moderati) che quelli assolutisteggianti dei monarchici. Si assiste quindi a giugno ad una rivolta spontanea, una vera e propria lotta di classe: 50.000 lavoratori parigini (tra le cui fila c'era l'ormai famoso Garibaldì) si impadroniscono in armi dei quartieri popolari di Parigi al grido di "Diritto al lavoro" e "Viva la Repubblica Sociale!".
La repressione è durissima: il generale Cavaignac che viene mandato a combattere gli insorti lascia sul campo un migliaio di vittime a cui vanno sommati i circa 15.000 incarcerati e deportati. Garibaldì riesce fortunosamente a fuggire prima di essere catturato, ma nella fuga muore l'amata moglie, Ana Maria de Jesus Ribeiro, meglio conosciuta come Annette.
Nel frattempo altre rivoluzioni scoppiano in tutta Europa: in Austria, in Ungheria, in Polonia, in Germania ed in Italia. Qui in particolar modo le rivoluzioni prendono due strade parallele: da una parte c'è la richiesta di una Costituzione
scritta (sul modello francese) e dall'altra ci sono movimenti indipendentisti che brigano per cacciare gli Austriaci dalla Penisola e costituire in qualche modo una Confederazione tra gli Stati Italiani rimasti indipendenti.
Protagonista in assoluto è il Piemonte in cui il nuovo re Carlo Alberto, non solo è il primo a concedere una costituzione, ma ben presto si mette a capo dei moti insurrezionali , varcando il Ticino e dichiarando guerra all'Austria.
Dopo l'iniziale successo, l'esercito piemontese viene sonoramente sconfitto e nel...
1849: Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Negli stessi anni capitolavano le effimere Repubbliche di Roma e Venezia, nonostante gli sforzi dei patrioti.
A guerra finita in Piemonte c'è però un astro destinato a salire sempre di più ed a splendere di luce propria: il primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour.
1851: Con un colpo di Stato il 2 dicembre il neo-presidente Luigi Bonaparte si proclama "Imperatore dei Francesi" dando così inizio al secondo Impero Francese.
Garibaldì, disgustato, ripara in Svizzera.
1856: Guerra di Crimea. Il piccolo Piemonte vi partecipa con un corpo di spedizione, a fianco di Inghilterra, Francia ed Impero Ottomano, contro la Russia zarista. È la premessa necessaria per introdurre il "caso" Italia agli occhi delle Grandi Potenze.
1858: Trattato segreto di Plombiéres tra Regno di Sardegna ed Impero Francese. In esso vengono precisati i modi e le finalità dell'accordo. L'imperatore Napoleone III si impegna ad intervenire a fianco del Re di Sardegna, Vittorio Emanale II, solo in caso di attacco da parte dell'Austria.
Lo scopo è quello di costituire una Confederazione Italiana attraverso tre obiettivi: 1) Cacciare gli austriaci dalla Penisola e donare i territori da loro posseduti al Re di Sardegna, il quale assumerà automaticamente il titolo di Re d'Italia.
2) Sostituire i Borboni del Regno delle Due Sicilie con un discendente di Murat, cugino primo di Napoleone.
3) Lasciare al Papa l'Italia Centrale e nominandolo presidente onorario della Confederazione.
In compenso la Francia otterrebbe l'isola di Sardegna e "le rispettive dipendenze".
Cavour accetta, visto che (una volta assunto il titolo di Re d'Italia) la Sardegna non ha più importanza essendo una terra quasi disabitata ed abitata da popolazioni ostili.
1859: Seconda Guerra d'Indipendenza Italiana: dopo le sanguinose battaglie di San Martino e Solforino, Napoleone III firma con gli Austriaci l'armistizio di Villafranca. In esso solo la Lombardia viene ceduta ai Savoia ma in seguito ai moti rivoluzionari che serpeggiano in tutta l'Italia Centrale si è di nuovo costretti a trovare un'altra soluzione. Così nel…
1860: Il re Vittorio Emanuele II si può annettere (previo plebiscito) anche i territori degli ex ducati di Modena e Reggio, Parma, di Toscana e delle Legazioni Pontificie, in cambio la Sardegna viene ceduta all'Impero Francese, diventandone a tutti gli effetti un suo dipartimento.
Tutto questo provoca un generico malcontento, soprattutto ad opera dei Sardi che molto si erano prodigati per una riunificazione della Penisola (seppur in forma federalista e repubblicana) tra i quali restano più famosi i nomi di Giorgio Asproni e Giovan Battista
Tuveri.
Quasi parallelamente, da Quarto parte la famosa spedizione dei Mille con a capo Nino Bixio che permette ai Savoia di annettere al proprio Regno anche l'Italia Meridionale.
Una curiosità: tra i famosi mille ci sono anche una sessantina di "francesi" tutti in realtà provenienti da terre italiane (Corsica, Sardegna e Nizzardo). Ovviamente il più famoso tra di essi è Garibaldì che è riuscito a passare di nascosto il confine ed ad imbarcarsi sotto falso nome, diventando in pratica l'insostituibile braccio destro di Bixio. (Molti storici affermano che in realtà fu lui la vera "testa" dell'impresa, ma che poi Bixio se ne accollò il merito dato che Garibaldì ufficialmente sparì improvvisamente dagli elenchi dei partecipanti dopo l'annessione).
17 marzo 1861: Vittorio Emanuele II viene proclamato Re d'Italia.
1866: Terza Guerra d'Indipendenza. L'Italia, seppur pesantemente sconfitta a Lissa e Custoza, acquista anche il Veneto: un tassello in più in vista della completa riunificazione.
1870-1: Guerra Franco-prussiana. L'imperatore Napoleone III viene sconfitto a Sèdan il 2 ottobre del '70.
A Parigi viene proclamata la terza Repubblica che decide di continuare la guerra ad oltranza.
Garibaldì (approfittando di una amnistia generale) partecipa di buon grado alle ultime operazioni belliche istituendo una "armata del Vosgi" ed il...
23 gennaio 1871: ottiene un grande successo contro i Prussiani a Digione, conquistando anche il loro vessillo. Ma la situazione ormai è insostenibile per i francesi ed il 28 gennaio il Governo è costretto a firmare una pace umiliante.
Garibaldì (che nel frattempo è rientrato nella capitale) è tra i capifila della Comune Parigina.
Nonostante i suoi sforzi però, la Comune fallisce miseramente. Considerando i suoi meriti trascorsi, una volta catturato, gli viene risparmiata la condanna ai lavori forzati o la deportazione. Viene però messo agli "arresti domiciliari" nella piccola isola di Caprera (vicino alla Sardegna) dove muore undici anni dopo, completamente dimenticato da tutti.
Sempre nel 1871 Roma diviene capitale del Regno d'Italia.
1861 - 1872: Visti i fatti
importantissimi accaduti in Francia (e per riflesso in tutta Europa) negli
anni dal 1861 al 1871 non ci fu il tempo né la voglia da parte dei
politici (imperiali prima, repubblicani poi) per impegnarsi concretamente
nell'analizzare e risolvere al meglio il "caso" Sardegna.
L'isola infatti, che conservava e conserva caratteristiche peculiari e
proprie diversissime tanto dall'Italia che dalla Francia, era stata
annessa da quest'ultima in virtù di un trattato politico. Del resto al
momento i Sardi, che mal tolleravano i Savoia e si erano già più volte
ribellati a loro fin dai tempi di Napoleone I, furono quasi contenti
dell'annessione alla Francia salvo poi (come del resto accadde ai fratelli
còrsi un secolo prima) pentirsene amaramente.
Sotto Napoleone III infatti la grande isola mediterranea fu sfruttata né
più né meno che come una colonia: i suoi porti (seppur piccoli)
servirono benissimo allo scopo di far arrivare le navi francesi dirette
alla colonizzazione del Nord Africa.
Non tenendo in nessun conto la lingua, le tradizioni locali, le peculiarità
stesse dell'isola, essa viene (né più né meno che il resto della
Francia "Continentale") francesizzata a tutti i costi: l'uso
della lingua (o lingue) sarde è proibito severamente, così come il
battezzare figli con nomi non francesi ed anche l'uso della bandiera
"dei quattro mori", emblema tradizionale sardo, viene considerato
passibile del reato di lesa maestà sia chi lo esibisce o sia anche chi
solo lo possiede.
A tutto questo è da aggiungere la povertà intrinseca dell'isola stessa,
la sua scarsa popolazione, l'assenza di industrie, la povertà diffusa ed
il brigantaggio, cose che fecero dell'isola la seconda regione più povera
dell'Impero (la prima era ovviamente la gemella Corsica).
A nulla valsero richieste esplicite di limitata autonomia avanzate da
illustri esponenti politici ed economici della Sardegna. Alla mancata
risposta delle autorità molti risposero con la forza. Si venne così a
creare una risposta armata alla penetrazione francese, simile per molti
versi all'analogo movimento del brigantaggio nel Sud Italia. La differenza
più palese con questo era che il movimento si caratterizzò subito con
evidenti intenti indipendentisti e non invece (come accadeva nel Sud
d'Italia) con un anacronistico quanto auspicabile ritorno allo status quo
con il ritorno dei Borboni e del Regno delle 2 Sicilie. Già nel 1867, il
seme del malcontento portò alla rivolta a Nuoro con i moti de "Su
Connotu", in opposizione alle vendite di terreni demaniali
sottraendoli alla pastorizia. Tale prima rivolta fu domata nel sangue.
Nel 1869 ci fu però
l'istituzione di una commissione imperiale sull'isola per indagare sul suo
stato economico e sugli eventuali rimedi per risolverlo, ma l'imminenza
della guerra franco-prussiana e poi della Comune, resero nullo ogni
intervento.
Col nascere della terza repubblica francese dopo il definitivo crollo
della Comune nel 1872, molti Sardi si illusero che le cose sarebbero
cambiate.
Pertanto al neo-parlamento Francese ben 11 deputati vennero eletti nelle
rispettive circoscrizioni.
Nonostante la loro presenza però non riuscirono a far pendere la bilancia
dalla parte giusta: come se non fosse cambiato nulla, la Sardegna continuò
ad essere destinata all'afflusso costante di marinai e fanti francesi
diretti alle colonie.
A parte le già esistenti miniere del Sulcis (che erano tra l'altro le
uniche industrie presenti che non trasformavano la materia prima e non
fornivano quindi valore aggiunto remunerativo) non ci furono altri
interventi degni di sorta, se non con la creazione ed ampliamenti di reti
ferroviarie già vecchie al momento della nascita e la costruzione di
porti e basi militari ad uso e consumo esclusivo dello Stato Francese.
Solo i piccoli commerci consentivano di sbarcare il lunario nelle città,
mentre l'agricoltura antiquata e la pastorizia nomade fornivano solo di
che mangiare. Alla fine dell'800 una febbre di rinnovamento contagiò
anche le città sarde, con distruzione di mura, bastioni e opere
architettoniche di valore storico; ciò solo per dare spazio a civili
abitazioni e fu distrutto così un patrimonio che oggi sarebbe stato
motivo di turismo culturale e quindi di benessere. Con una
situazione critica di questo tipo, non c'è da stupirsi per il proliferare
di numerosissimi partiti indipendentistici sardi (il più delle volte
rivali tra di loro) che proponevano la lotta armata o
"resistenza" come l'unico modo per liberarsi dal dominio francese
e costituirsi come nazione autonoma.
1884: Creazione del "Partitu
Sardu" ad opera di indipendentisti sardi. Tale partito segreto ha
come scopo la piena indipendenza (non semplice autonomia) da Parigi.
Curiosamente il partito è finanziato sottobanco dal governo italiano ed
ha lo scopo preminente di destabilizzare la Repubblica Francese dato che i
rapporti tra Italia e Francia sono pessimi in quegli anni.
Il partito viene dichiarato fuorilegge e man mano che vengono scoperti
covi degli attivisti, si procede ad incarcerazioni sommarie.
1884 - 1900: La Sardegna è
sempre più trascurata dal governo di Parigi che al momento ha altre
priorità come il potenziamento della propria flotta e la massima
espansione coloniale.
La grande isola mediterranea viene vista solo come un'immensa piattaforma
da cui far partire le navi dirette al Nordafrica, nulla di più. Comincia
il triste esodo dei Sardi: si calcola che dall'annessione alla Francia
(1861) agli inizi del `900 quasi 500.000 Sardi abbiano lasciato la loro isola
per altri lidi. La maggior parte diretta a Parigi o sobborgho (quasi
200.000) il resto divisi tra USA, Sud America ed altre nazioni europee.
1914: Scoppio della I guerra Mondiale. Molti giovani corsi e sardi vengono arruolati nelle fila dell'esercito francese. La maggior parte di loro spera comunque in una situazione migliore al termine del conflitto. L'Italia non è ancora scesa in campo e viene corteggiata da entrambi gli schieramenti. Pare che Germania ed Austria le propongano (in caso di vittoria) la Sardegna, la Corsica, Nizza e Tunisi. L'Italia è incerta: la proposta è allettante ma alla fine l'anno prossimo decide comunque di aderire allo schieramento opposto.
1917: In piena guerra, David Cova fonda a Cagliari con alcuni suoi amici (Egide Pilia, Philbert Farci) il giornale "Il Popolo Sardo". In esso cerca di tener viva l'aspirazione indipendentista isolana della sua terra.
1918: Francia, Italia, USA e
Regno Unito sono tra i vincitori del conflitto anche se le perdite sono
comunque pesantissime per entrambi gli schieramenti.
In Francia e nel Regno Unito poi cominciano anche ad agitarsi le rispettive
colonie: in quest'ottica anche Corsica e Sardegna (che si considerano
nulla più che colonie francesi) reclamano sempre maggiore indipendenza.
1919: Cessata la pubblicazione de "Il Popolo Sardo", David Cova fondava il periodico "Il Solco", dove venivano espressi i motivi della necessità di un regionalismo per l'Isola e l'esortazione dei sardi all'azione, nei vari campi della cultura, del lavoro, dell'arte. Presentava ai sardi, la necessità di un partito di sostegno ai parlamentari della Sardegna. Tali opere sono apertamente osteggiate da Parigi che però si limita a stare per il momento a guardare.
1920 – 1921: Fondazione del Partito Sardo D'azione, che vede tra i suoi principali aderenti, David Cova, Émile Lussu e Camille Bellién. L'amicizia di Cova con Lussu risale agli anni tra il 1919, 1920 quando Lussu andò ad abitare a Cagliari,con Pierre Mastino, nella Place Costitution, a poca distanza dal suo studio d'ingegnere che aveva sede nella Place des Martyrs. Le nuove idee diffuse dai giornali" Il Popolo Sardo" e" Il Solco" che promuovevano un nuovo modo di affrontare i problemi atavici dell'Isola attirarono l'attenzione degli intellettuali sardi nella Cagliari,da sempre, luogo d'afflusso di studenti e professionisti isolani, divenuta in questo periodo punto d'incontro dei sardi ispirati dalle idee del nuovo Partito. Alle elezioni del 1920 il successo fu grande con quattro parlamentari sardi in Parlamento e dovunque nell'Isola si osservò una rinata fiducia. Nei congressi di quegli anni David Cova definiva la Sardegna: "Cuore del Mediterraneo" per la sua centralità geografica nel mare e sosteneva la necessità di creare infrastrutture e porti per rendere più facili la comunicazione e gli scambi. Ad Oristano nel 1920 definì la città "Cuore dell'Isola", per la sua posizione di quasi equidistanza dagli altri centri, e per la sua funzione simbolica in quanto patria della Giudicessa Eleonora D'Arborea, la promulgatrice del primo codice di leggi sardo. L'anno dopo, ad Oristano,nel congresso del 17, 18 Aprile del 1921 il Partito Sardo D'azione nacque ufficialmente. Quindi sulle linee fondamentali del programma tracciate in precedenza,continuando l'opera pedagogica e divulgativa dell'idea autonomista, il Partito andava ad organizzarsi con diverse sezioni nell'Isola, registrando tra gli iscritti la maggior parte degli ex combattenti sardi.
1922 – 1939: L'avvento in
Italia del Partito Fascista pone però grandi problemi ai Sardi (ed alla
Sardegna). Mussolini rivendica infatti Sardegna e Corsica parlando di
"Italia Irredenta".
Alcuni Sardi e Corsi appoggiano le idee mussoliniane auspicando quasi
un'occupazione italiana delle due isole che possa portare minori
disuguaglianze sociali e maggior ricchezza. Altri invece (come gli stessi
Lussu e Cova) disapprovano comunque l'intervento armato italiano, pensando
che le rispettive isole si debbano liberare da sole e sperano inoltre in
una secessione pacifica da Parigi. Per di più non credono che una
sudditanza italiana sia preferibile a quella francese.
Nonostante tutto, alcuni aderenti al P.S.d.A. simpatizzano per la causa
fascista e ciò costringe le autorità francesi a dichiarare il partito
fuorilegge, accusandolo di agire come quinta colonna del Partito Fascista
Italiano, ed ad arrestarne alcuni membri.
1940: L'Italia (puntando sulla resa di Parigi al Fuhrer) dichiara essa stessa guerra alla Francia che, già inginocchiata da Hitler, si arrende. Subito Mussolini fa occupare militarmente Sardegna e Corsica puntando molto sulla "italianità intrinseca" delle due isole. In realtà la partecipazione degli isolani al locale governo collaborazionista fascista è quasi inesistente.
1943: Dopo l'armistizio di Cassibile la Corsica e la Sardegna vengono occupate da forze coloniali francesi. Uno storico italiano le considererà le prime terre italiane liberate dai nazisti.
1945: Fine della Seconda
Guerra Mondiale.
La guerra e l'occupazione italiana ha decisivamente contribuito, malgrado
il riscatto italiano dopo l'8 settembre 1943 (che verrà accuratamente oscurato
da grandissima parte della storiografia francese e singolarmente quasi
ignorato da quella italiana), ad allontanare la Sardegna (e la Corsica)
dall'Italia.
Ancora una volta si è ripetuto lo schema dell'isola occupata che si affida
ad un liberatore ed ad un capo, impersonato per di più, in questo caso,
da un personaggio dotato del carisma di de Gaulle. La sconfitta del
fascismo segna la fine ad ogni aspirazione - comunque sempre minoritaria -
di irredentismo, trascinando con sé anche la rottura dei rapporti
culturali con la Penisola e ogni prospettiva di un recupero di
cittadinanza sull'isola per le lingue sarde.
La Francia crederà per questo di aver definitivamente fatto sua la Sardegna
anche nell'anima, e d'altronde farà di tutto per vietare di fatto
qualsiasi espressione pubblica in italiano o in sardo, subito tacciate di
fascismo irredentista, premura particolarmente necessaria dopo che i Sardi sotto occupazione hanno potuto constatare la pressoché totale
intercomprensione tra lingue sarda e italiana. Ma da questo momento in poi
la Sardegna, anche per i crediti acquisiti grazie alla sua qualità di
unico Dipartimento liberato senza l'aiuto Alleato, e fatta madrina della
Resistenza nazionale, è di nuovo e più di prima libera di tornare a
concentrarsi sui propri valori più originali ed autentici, senza dover
temere l'accusa di italianismo e senza subire la soffocante tutela e la
deleteria fascinazione dell'Italia fascista Nel 1957 Vede la luce un progetto
che individua nel turismo e nell'agricoltura le risorse da sviluppare per
il futuro della Sardegna. Per il turismo si ipotizza soprattutto un
miglioramento delle vie di comunicazione interne (avviato in ritardo: a
tutt'oggi sono ancora piuttosto carenti) e un rilancio dei collegamenti
con la Francia. Anche in questo caso, si dovrà attendere la metà degli
anni settanta perché venga istituita la continuità territoriale: a
questo scopo vien progettato (l'attuazione vera e propria avverrà circa
30 anni più tardi, nel 1983) un ponte che colleghi Sardegna e Corsica.
Le condizioni generali dell'isola però non migliorano molto: l'emigrazione
diventa l'unica via d'uscita ad una situazione di crisi.
1962: L'indipendenza
dell'Algeria genera per riflesso un piano d'emergenza per gli ex-coloni
che vengono trasferiti in Sardegna e Corsica ed a cui vengono affidati
grossi appezzamenti terrieri (a scapito evidente dei nativi isolani).
È anche a causa di queste ed altre ingiustizie che viene a ricompattarsi
il fronte indipendentista e proprio quest'anno si assiste alla nascita del
"Fronte Indipendentista Sardo" e del rinato "Partito Sardo
d'Azione" che ottengono un discreto successo alle amministrative.
Allo stesso tempo avvengono anche i primi attentati dinamitardi contro
Parigi: saranno solo i primi di una lunga serie.
1963 – 1969: Il periodo di
relativo benessere (ma anche di ricrescita economica) fa rivedere in un
certo senso da parte francese il problema "Sardegna". Infatti la
grande isola viene rivalutata (dopo la perdita di quasi tutte le colonie)
come un'immensa risorsa turistica da sfruttare.
Vengono immediatamente spesi miliardi per dotarla di immense strutture
ricettive alberghiere e ciò dà il via ad un selvaggio sfruttamento
edilizio destinato (una volta di più) a ripercuotersi sugli abitanti.
Nonostante questo l'isola viene subito presa d'assalto da uomini politici
e vip che cominciano a costruirvi le proprie ville. Per la Francia è un
affare enorme.
1974: Nasce il "Fronte Armato Sardo – F.A.S." che si prefigge di restaurare la piena indipendenza dell'isola. A differenza degli altri Partiti Politici più o meno legali, quest'ultimo non esclude a priori la lotta armata.
1975 – 1976: Sono ben 30 gli attentati dinamitardi compiuti e rivendicati (nell'isola e sul continente) dal "F.A.S.". Uno di questi scuote perfino il Palazzo di Giustizia di Marsiglia.
1977 – 2000: Nonostante gli
attentati rivendicati dai vari gruppi indipendentisti occupino spesso le
prime pagine dei gornali d'Oltralpe, va detto che la situazione sarda pian
piano va migliorando.
Già dai primi anni '90 infatti a Sardegna e Corsica vengono date alcune
limitate concessioni: come l'istituzione di Università Proprie, la lingua
locale facoltativa accanto al francese ed alcuni sgravi fiscali, ma ciò
è ancora poco per accontentare i gruppi più oltranzisti, e gli attentati
continuano.
2007: Duello elettorale per
la presidenza tra Nicholas Sarkozy e Segoléne Royale.
Entrambi per accattivarsi Sardi e Corsi promettono per le due isole una
forma di autonomia (sempre però in seno allo Stato Francese, seguendo
anche l'esempio di altre nazioni europee e non come Canada e Spagna).
Alla fine le elezioni vengono vinte da Sarkozy anche grazie all'appoggio a
lui dato da alcune formazioni indipendentiste sarde.
2008 – 2009: Viene
approvato con una stretta maggioranza il pacchetto di misure autonomiste
per Sardegna e Corsica. Le due isole potranno fregiarsi del titolo di
"Nazione" anche se federate alla
Francia. Hanno diritto ad una
loro bandiera, ad un loro inno ed una Costituzione con un proprio
Parlamento Regionale.
Inoltre la propria lingua regionale viene riconosciuta come paritaria al
francese ed obbligatoria già dalle scuole primarie. Inoltre sgravi ed
agevolazioni fiscali completano l'opera, rendendo in pratica le due isole
del Mediterraneo quasi indipendenti da Parigi. Questo esempio viene molto
apprezzato a livello europeo anche perchè fatto da una Nazione per
definizione centralista ed antifederalista come la Francia. Tale esempio
verrà presto imitato a ruota da altre nazioni che si trovano in
situazioni similari (Spagna con Catalogna, Galizia, Canarie, Baleari e
Paesi Baschi; Italia con Sicilia, Veneto, Friuli; Regno Unito con Galles e
Scozia ecc.) e porterà alla piena realizzazione di quanto auspicato
all'atto della Costituzione UE stessa, cioè di ricreare veramente una
"Europa delle Regioni e dei cittadini" e non "delle
Nazioni".
FINE
.

Ed ora, un'altra idea di Never75: la Repubblica di Lucca eterna!
Oltre a Venezia e Genova con l'uragano Bonaparte perse la propria indipendenza anche la secolare Repubblica di Lucca. Anche al termine della parentesi napoleonica i confini della piccola repubblica non vennero ripristinati ma venne annessa al Granducato di Toscana.
Mettiamo che o Napoleone non se la annette (rispettandone la secolare autonomia, come fece in HL per San Marino) oppure al Congresso di Vienna viene reintegrata, cosa ne sarà di lei nei secoli successivi?
Dato il secolare spirito libertario, durante il Risorgimento potrebbe diventare in luogo della Svizzera o di San Marino, i santuario privilegiato di carbonari e rivoluzionari.
Nella prima guerra di indipendenza mi immagino i lucchesi dare il proprio piccolo ma significativo contributo alla causa indipendentista. Ovviamente, a fine conflitto, l'Austria minaccia di annettersi il piccolo Stato, ma le pressioni congiunte di Inghilterra e Francia bloccano sul nascere tale velleità.
Ovviamente anche nella Seconda Guerra di indipendenza i lucchesi pagheranno il loro contributo di sangue. A San Marino e Solferino un piccolo ma efficiente esercito lucchese combatte alleato di Piemonte e Francia.
Tale buona volontà verrà ripagata dalla Francia con il mantenimento dell'indipendenza, anzi, i suoi confini, con buonapace del Piemonte, verranno ampliati a spese del Granducato di Toscana inglobando anche una bella fetta di territorio spingendosi fino ala mare. Ovviamente, pur giubilando per la nascita del Regno d'Italia e la cacciata degli Austriaci, nessun lucchese vuole l'annessione al Regno d'Italia e così il piccolo stato, analogamente al vicino San Marino, resta libero e indipendente.
Come mi ha fatto notare l'amico Bhrg'hros, il lucchese antico era considerevolmente diverso dal fiorentino (al confronto, somigliava di più al romanesco, che è fiorentino arcaico) e non si sarebbe fiorentinizzato; niente gorgia fiorentina, più sonorizzazioni (Gavurre per Cavour).
Ovvio che la sua posizione quasi al centro della Penisola e, per di più, con uno sbocco al mare, può fare gola a parecchi. Per mantenere l'indipendenza e sganciarsi dal quasi protettorato del Regno d'Italia, la piccola Repubblica opta per l'alleanza con l'Inghilterra, specie dopo l'adesione dell'Italaia alla Triplice Intesa.
Nella prima guerra mondiale si mantiene neutrale, pur prestando alcuni suoi porti a Francia e Inghilterra. Nel primo dopoguerra, con il fascismo in Italia, le tensioni all'interno della Repubblica sono alle stelle. Da una parte c'è chi voterebbe per l'annessione al Regno d'Italia, ma i più vogliono mantenersi indipendenti.
Alla fine sono questi ultimi a prevalere, nonostante agli occhi del Duce quel piccolo Stato troppo filo-britannico viene visto come fumo negli occhi.
Proprio per far da contraltare a questa ingerenza dell'Italia Fascista nelle vicende lucchesi (viene perfino fondato un partita fascista lucchese che agisce da quinta colonna nel piccolo Stato), a Lucca molti pensano di distinguersi ancora più dagli italiani.
Analogamente a quello fatto pressappoco negli stessi anni a Malta, i lucchesi decidono di diversificarsi dal resto della Penisola fascista. Cominciano a chiamare la propria lingua "lucchese" (in pratica una variante del toscano DOC) e la considerano diversa dall'italiano standard.
Poi cambiano moneta, adottano la sterlina lucchese al posto della lira.
Mussolini, nel '39 oltre a invadere l'Albania vorrebbe provarci anche con Lucca, ma non lo fa per non peggiorare i rapporti già tesi con la Gran Bretagna.
Ovviamente ci riprova alla grande nel '41 ma ha un'amara sorpresa.
Esattamente come nella Guerra d'Inverno Russo-Finlandese di qualche anno prima, la piccola Lucca resiste tenacemente alle armate italiane, anche grazie al supporto britannico.
Quella che per Mussolini doveva essere una passeggiata romantica (Spezzeremo le reni ai lucchesi, popolo di banchieri e usurai!) si dimostra una tragedia. Quasi più che la Grecia o Jugoslavia, è proprio la piccola Lucca a dissanguare il regio esercito italiano che per conquistare pochi chilometri quadrati di territorio, perdono uomini e mezzi a volontà.
Solo grazie all'aiuto tedesco gli italiani riescono a mettere piede nella Repubblica che viene immediatamente annessa all'Impero Italiano; essi impongono subito come podestà il segretario del locale Partito Fascista.
Ovvio che, con l'intervento americano nel conflitto, Lucca è il primo lembo dell'Italia Continentale a essere liberato dagli alleati e così anche la guerra, per il nostra Paese, finisce un po' prima.
Naturalmente a fine conflitto non solo la Repubblica di Lucca è reintegrata nella sua indipendenza, ma i confini vengono arrotondati ancora un po' di più per punire l'Italia.
Nel dopoguerra i conflitti con l'Italia vengono sempre più appianati, tanto che la piccola Repubblica non solo firma con il possente vicino un patto perpetuo di amicizia e difesa, ma Lucca è, assieme a Italia, Germania, Francia e Paesi del Benelux, uno dei co-fondatori della CEE.
Nel corso degli anni successivi anche il Piccolo Stato godrà per riflesso dei benefici del Boom industriale anni '60 e crescerà molto a livello di popolazione, fino a sfiorare la soglia del milione di abitanti.
Entrerà poi fin dal 2001 nell'area EURO (peraltro gli euro lucchesi sono molto ricercati dai collezionisti!) e, nonostante la crescente crisi economica, la solidità economica della piccola repubblica non verrà mai messa in discussione.
Anzi, ci saranno molti italiani a emigrare nel piccolo Stato mentre poi molti politicanti di bassa lega auspicherebbero addirittura la fusione delle Due Nazioni, sindaci altrettanto deviati vorrebbero che viceversa fossero i propri piccoli comuni limitrofi a chiedere l'annessione alla piccola Repubblica.
Ma, naturalmente, la Serenissima Repubblica, come una signora anziana ma ancora desiderabile, cosciente della sua forza, con un sorriso allontanerebbe entrambe le proposte.
"Alleasi dell'Italia sì, suoi servi no!" E si godrebbe beatamente, alla pari del Lussemburgo, della Svizzera o del Belgio, la propria autonomia.
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A questo proposito, Stefano Giaccaglia aggiunge:
Perchè accontentarci di Lucca o dei Savoia, quando possiamo vere i Buonaparte? Come? Semplice: quando intorno al 1769 la Francia manda uomini in Corsica che non fanno un tubo, si ha la reazione di Genova, e nella guerra che ne consegue viene tirato in mezzo anche il Piemonte che si schiera con Genova. I due stati congiunti ottengono un pari grazie all'intervento inglese che non vede di buon occhio l'espandersi della Francia nel mediterraneo, e che quindi minaccia l'intervento a favore dei due stati aggrediti. quindi alla nascita Napoleone è Genovese, e studia alla Reale Accademia di Torino, impedisce ai francesi di entrare in Piemonte e anzi conquista tutta la Provenza, poi, quando a Torino scoppiano i moti portati dai venti rivoluzionari, invece di sparare sulla folla come ordinatogli, si mette al suo comando e cavalcando la fiamma della rivoluzione che si spande in tutta Italia, unifica la penisola entro il 1797. Poi quando scoppia a Venezia la rivolta che chiede l'annessione alla repubblica (di cui Napoleone si è dichiarato dittatore), suscitando la reazione dell'Austria, che già non vedeva di buon occhio l'Italia unita, e che in questo modo scatena la prima coalizione contro Napoleone dittatore d'Italia e la sua Grande Armata. Prussia e Inghilterra aderiscono subito, mentre la Francia (che nel frattempo era stata sconfitta e dove era stata restaurata la monarchia), viene costretta ad intervenire. Napoleone organizza splendidamente le forze italiane e grazie al suo genio si sbarazza subito degli austriaci arrivando a prendere Vienna, quindi attacca la Francia dove scoppia una nuova rivoluzione, e dove mette sul trono Murat... Infine con una manovra a tenaglia attacca la prussia sconfiggendola e costringendola a firmare la resa. Così il 18 maggio 1804 il senato approva la concessione a Napoleone del titolo di Imperatore degli italiani. Cosa ne dite?
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