ovvero: una storia alternativa della Repubblica di Venezia dal 1715 ai giorni nostri
Così ci ha scritto un giorno l'amico Stefano Bergonzi:
Innanzi tutto un caloroso
saluto allo staff del sito da me ritenuto uno dei più belli della rete... I
vostri lavori sono veramente appassionanti!
E, facendo affidamento sulla vostra competenza, vi chiederei di ricostruire una
Timeline dove la Serenissima Repubblica non viene inglobata nell'impero
Austro-Ungarico dopo il congresso di Vienna, ma continui a sopravvivere come
potenza Mediterranea (non so, magari alleandosi contro Napoleone, o fondando un
rilevante impero coloniale).
Vi ringrazio anche solo per l'attenzione. Firmato: un
fan di Utopiaucronia.

Per accondiscendere alla richiesta del cortesissimo amico Stefano, Massimiliano Paleari ha scritto questa appassionante ucronia:
Riassunto: In questo narrazione ucronica si immagina che nel 1715 (punto principale di divergenza dalla timeline reale) la Repubblica di Venezia riesca a conservare la Morea (Peloponneso) strappata ai Turchi nella guerra del 1684-1687 a costo di enormi sacrifici. La Morea resta sotto il dominio veneziano anche grazie al taglio dell'Istmo di Corinto, opera portata a termine dalla Serenissima nel 1714, e al contemporaneo ammodernamento e rafforzamento della flotta (punti secondari di divergenza dalla timeline reale). Da questo momento si sviluppa una storia alternativa che vede la Serenissima non soccombere nel 1797 ma conservare l'indipendenza fino ai giorni nostri. Si dipaneranno quindi curiosi intrecci e sovrapposizioni con personaggi ed avvenimenti della nostra realtà. Il quadro finale che ne esce è quello di una timeline complessivamente "positiva", in cui Venezia non commette gli errori e gli orrori (o ne commette meno) in cui cade l'Italia appartenente alla nostra linea del tempo. Buona lettura.
Gli storici tendono a considerare inevitabile e in qualche modo "attesa" la caduta della Repubblica di Venezia nel 1797, ritenuta moribonda al termine di un secolo di continua decadenza e stagnazione.
Eppure la Serenissima, malgrado fosse solo l'ombra della potenza di un tempo, fin quasi all'epilogo finale si mostrò capace di farsi rispettare nell'arena internazionale. Nel 1785 e nel 1786 ad esempio la flotta da guerra veneta, al comando del "Capitano da mar" Angelo Emo, bombardò i porti di Sfax, Tunisi e Biserta per punire i Pirati Barbareschi che infastidivano le rotte commerciali veneziane.
Emo morì improvvisamente nel 1792, dopo aver tentato inutilmente di riformare la flotta sul modello di quella inglese.
Sia come sia, la debole e sfiduciata classe dirigente della Serenissima, a partire dall'ultimo Doge Lodovico Manin e dal Senato, non osarono opporre resistenza al "brigante corso". Il 12 maggio il Maggior Consiglio si riunì per l'ultima volta. Il Doge espose le ragioni che consigliavano di accogliere le imposizioni napoleoniche in merito al cambiamento della Costituzione. I sì furono 512, i no solo 20, gli astenuti 5. La Repubblica di Venezia finì così ingloriosamente.
L'effimera municipalità democratica filofrancese, con scarso seguito tra la popolazione, succeduta al Governo oligarchico, fu immediatamente tradita da Napoleone che a Leoben aveva già concordato la cessione di Venezia all'Austria in cambio del Belgio e della Lombardia con Mantova.
Il Trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 sancì poi questi accordi. Il territorio della Repubblica Veneta a sinistra dell'Adige, compresa Venezia, l'Istria e la Dalmazia passarono sotto la dominazione austriaca. Venezia, saccheggiata, privata dei cavalli di san Marco, spogliata di moltissime opere d'arte, il 18 gennaio 1798 fu sgomberata dai Francesi del generale Serrurier per essere consegnata agli Austriaci, che le tolsero la libertà di cui aveva goduto per più di undici secoli.
Eppure anche in quei drammatici frangenti non mancarono forti segnali di attaccamento alla vecchia repubblica. Nella terraferma veneta le popolazioni contadine insorsero contro i Francesi e le guardie civiche formate dai pochi "giacobini" locali (per lo più esponenti della borghesia cittadina e del patriziato minore insofferenti del governo oligarchico veneziano) al grido di "Viva San Marco!".
Anche alcune città si ribellarono ai soprusi francesi e dimostrarono attaccamento alla Serenissima.
Tra tutti citiamo l'episodio più famoso, quello delle "Pasque Veronesi". I montanari dell'altopiano di Asiago, che nell'ambito della Serenissima avevano sempre goduto di un'ampia autonomia ricambiata con un forte sentimento di fedeltà verso Venezia, addirittura armarono di propria iniziativa alcune centinaia di uomini con il proposito di calare a valle in difesa della patria minacciata. Qua e là le pur scarne milizie venete, formate in gran parte dai fedeli Schiavoni Dalmati, dimostrarono, anche con i fatti, il fermo proposito di resistere. A Perasto, cittadina oggi in Montenegro alle Bocche di Cattaro (Kotor), la bandiera di San Marco fu ammainata solo il 23 agosto 1797, più di tre mesi dopo la caduta ufficiale della Serenissima. E' stata tramandata fino ai giorni nostri la commovente dichiarazione pronunciata in quell'occasione dal "Capitan" Giuseppe Viscovich, comandante veneziano di Perasto:
« In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenisimo Dominio, al Gonfalon de la Serenisima Republica, ne sia de conforto, o citadini,... Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tuta l’Europa, che Perasto la gà degnamente sostenudo fin a l’ultimo l’onor del Veneto Gonfalon, onorandolo co sto fato solene, e deponendolo bagnà del nostro universal amaro pianto... Par 377 ani le nostre sostanse, el nostro sangue, le nostre vite le xè sempre stàe par Ti, S.Marco; e felicisimi senpre se gavemo reputà, Ti co nu, nu co Ti, e senpre co Ti sul mar semo stài ilustri e virtuoxi. Nisun co ti ne gà visto scanpar, nisun co Ti ne gà visto vinti e spauroxi!... Ma xa che altro no ne resta da far par Ti, el nostro cor sia l’onoradisima tò tonba, e el più duro e el più grando elogio le nostre làgreme. »
Tutto fu però inutile di fronte alla volontà di resa sancita dal Senato e dal Doge. Del resto, anche se i vertici della Serenissima avessero voluto resistere, che alternative praticabili avrebbero avuto (se si esclude quella di un'eroica ma senza speranza resistenza a Venezia stessa)?
Senza una base territoriale sufficientemente sicura in cui riparare, probabilmente la storia non sarebbe cambiata. La stessa Dalmazia veneta non era difendibile, dal momento che gli Austriaci, in quel frangente complici di Napoleone nella spartizione dei territori di San Marco, erano in procinto di annetterla.
Ma se il Serenissimo Governo Veneto avesse potuto disporre, oltre che di maggior coraggio, anche di un territorio abbastanza ampio e fuori dall'immediato raggio d'azione di Napoleone e degli Austriaci, magari facilmente difendibile con l'aiuto della flotta inglese dell'ammiraglio Nelson? Ad esempio il Peloponneso... Oppure l'ancor più lontana Creta...
Si... però, c'era un "piccolo" problema: Venezia aveva abbandonato la Morea (Pelopponeso) nel 1715. Per non parlare di Creta, definitivamente perduta fin dal 1669.
A questo punto occorre fare un piccolo salto indietro nel tempo al fine di riprendere il filo degli avvenimenti prima dell'inizio del nostro racconto ucronico.
Dopo una durissima guerra ventennale per la difesa di Candia (Creta) attaccata dai Turchi, nel 1669 i Veneziani sono costretti ad evacuare definitivamente l'isola. Per Venezia si tratta di una perdita importante: Creta era considerato il "gioiello" dei possedimenti d'oltremare. Nella guerra di Candia tra l'altro la Repubblica di Venezia si era letteralmente dissanguata, sia letteralmente che dal punto di vista finanziario.
Nel 1683 i Turchi vengono fermati e battuti alle porte di Vienna. Nel 1684 si forma la Sacra Lega, una sorta di riedizione della Lega Santa che circa 100 anni prima aveva sconfitto i Turchi a Lepanto.
Vi aderiscono la Polonia, l'Austria, la Toscana, lo Stato della Chiesa e la Serenissima. Il teatro di operazioni principali è quello del bacino del Danubio, dove gli Asburgo scacciano i Turchi da Budapest.
Per Venezia è l'occasione di prendersi una rivincita sugli Ottomani. La perdita di Candia, che risale a soli 15 anni prima, brucia ancora. Dapprima si pensa addirittura di tentare la riconquista dell'isola, ma poi questa opzione viene scartata. Si decide quindi di attaccare la Morea (il Pelopponeso), più vicina alle basi veneziane delle Isole Ionie e della stessa Dalmazia veneta. I Veneziani, guidati dal Capitano da mar e poi Doge Francesco Morosini, passano da una vittoria all'altra. Nel 1687 la Morea è interamente in mani veneziane. Per alcuni mesi i Veneziani riescono anche ad occupare Atene nell'Attica, allora ridotta ad un piccolo villaggio di 5000 anime. Fu nell'assedio dell'acropoli di Atene che il Partenone, trasformato in una polveriera dai Turchi, fu quasi interamente distrutto in seguito ad un colpo di mortaio veneziano andato a segno. Poi (saggiamente) si ritirano nel Peloponneso, dal momento che l'Attica era indifendibile.
Morosini, ormai onorato con l'appellativo di "Peloponnesiaco", prima di rientrare a Venezia per godersi il meritato trionfo, ordina ad un gruppo di genieri del suo seguito di studiare la possibilità di realizzare un canale che tagli l'Istmo di Corinto. Il fatto è storicamente accertato, ma poi il canale non venne realizzato (perlomeno non dai Veneziani alla fine del XVII secolo).
Da questo punto inizia la narrazione ucronica degli avvenimenti.
Malgrado il notevole sforzo finanziario già profuso fino a quel momento, il Senato veneto decide di accogliere le proposte di Morosini relativamente alla costruzione del canale che deve separare la Morea dall'Attica. Accanto agli innegabili futuri vantaggi commerciali (l'accorciamento delle rotte verso il Mediterraneo orientale), il canale può costituire una formidabile barriera difensiva contro il sempre possibile ritorno offensivo dei Turchi. L'opera, pur ardua e complessa per la tecnologia dell'epoca, non è di impossibile realizzazione (e del resto i Veneziani possono contare su una secolare esperienza in materia di scavo di canali). L'ostacolo vero è di natura finanziaria, ma il Governo della Serenissima riesce ad ottenere un prestito congiunto dai banchieri fiorentini e da quelli genovesi. I lavori possono così partire alacremente e il canale sarà ultimato nel 1714, appena in tempo per la nuova guerra contro il Sultano. Contemporaneamente viene riorganizzata ed ammodernata la flotta con un ulteriore sforzo finanziario, a cui concorrono anche i capitali privati delle famiglie patrizie più ricche.
Nel 1715 così, quando i Turchi tentano la riconquista della Morea, si trovano di fronte non il vecchio vallo bizantino rinforzato approssimativamente dai Veneziani (come nella timeline reale) ma il formidabile ostacolo del canale di Corinto. La non imponente ma moderna e ben equipaggiata flotta della Serenissima inoltre fa buona guardia impedendo sbarchi a sorpresa dei Turchi. Il 7 settembre 1715 le navi veneziane intercettano al largo di Negroponte una poderosa flotta di invasione ottomana diretta in Morea e la fanno a pezzi. Il Sultano, in difficoltà anche nei Balcani, rinuncia alla riconquista del Pelopponeso.
Il corso reale degli eventi sancì invece con la Pace di Passarowitz del 1718 il ritorno della Morea sotto il dominio Ottomano, dando così il colpo di grazia alle speranze di rinascita della Serenissima, perlomeno come media Potenza nel Mediterraneo.
Al contrario, con la Morea saldamente in possesso di Venezia, nel XVIII la Serenissima riprende fiducia nelle proprie forze e nelle proprie possibilità. L'oligarchia al potere, invece di concentrarsi quasi interamente sulle rendite agricole dell'entroterra e di trastullarsi nella godereccia ma inconcludente e dispendiosa vita mondana veneziana, continua a guardare al mare e ai suoi traffici con interesse.
La Morea, povera ma semi spopolata, diviene terra di emigrazione per Veneti, Veneziani e Dalmati in cerca di fortuna, attratti anche dalle forti agevolazioni fiscali concesse dal Governo. Nel corso del XVIII nel Pelopponeso veneto vengono introdotte tecniche agricole più moderne e si aprono anche piccoli opifici.
Intanto a Venezia la cantieristica navale, rinnovata nelle tecniche anche dalle necessità delle guerre intraprese, registra un rinnovato sviluppo. Il prestigio acquisito con le vittorie contro i Turchi fa sì che arrivino commesse per l'allestimento di navi anche dagli altri Stati italiani, dall'Austria e persino dalla lontana Russia degli Zar.
Il prestigio militare di Venezia ha benefiche ricadute anche nell'ambito della fabbricazione di armi, da sempre fiore all'occhiello della Serenissima. I piccoli opifici del Bresciano, sommersi dagli ordini, hanno l'opportunità di ingrandirsi adottando tecniche di produzione innovative importate dall'Inghilterra.
Infine, si sviluppa notevolmente anche l'industria cartiera e la contigua produzione libraria. Venezia si conferma come la più grande esportatrice di libri. Basti pensare solo alla produzione di Bibbie e messali in Greco per il Clero ortodosso (nei territori dell'Impero Ottomano era difficoltoso stampare libri liturgici al di fuori ovviamente del Corano).
Insomma, il quadro economico complessivo appare molto più dinamico e positivo rispetto alla timeline reale. Forse questa Venezia ucronica lascia ai posteri "meno Canaletto, meno Goldoni e meno Casanova", ma più concretezza.
Nel 1756 Venezia, dopo un paziente lavoro diplomatico (la diplomazia veneziana era reputata tra le migliori del mondo), si allea con la Russia. Mentre lo Zar attacca i Turchi in Crimea e nel Caucaso, i Veneziani si lanciano alla riconquista di Creta. Nell'isola era nel frattempo scoppiata una rivolta antiturca, sobillata dagli stessi Veneziani. Le truppe venete riescono a sbarcare nella parte occidentale dell'isola, mentre l'Armada da mar blocca i Dardanelli. La guerra si trascina per quasi due anni tra alterne vicende. Ad un certo punto i Veneziani si trovano in difficoltà a causa dell'ostinata resistenza turca, ma alla fine la resa di La Canea, assediata da terra e dal mare, segna la fine della guerra. I Turchi ottengono di poter sgomberare l'isola senza essere molestati. Nei decenni successivi anche Creta, risvegliatasi dal sonnolento dominio ottomano, sarà teatro di una certa rifioritura economica, così come già avvenuto per la Morea.
La rivoluzione francese è vista con sospetto dall'oligarchia al potere a Venezia, che comunque riconosce il governo del Direttorio, secondo una logica di "realpolitik" da sempre seguita dalla diplomazia della Serenissima. Quando Napoleone Buonaparte (non ancora "Bonaparte") si affaccia nella penisola, Venezia (tutto questo senza divergenze rispetto alla timeline reale) proclama una assoluta neutralità.
Francesi e Austriaci violano la neutralità veneziana quasi contemporaneamente scontrandosi ed attraversando il Veneto occidentale. All'inizio di aprile del 1797 Il Doge Lodovico Manin, conscio di non poter combattere contemporaneamente contro Austriaci e Francesi, decide di uscire dallo stato di imbelle neutralità optando per il "male ritenuto minore" e fa votare dal Senato la dichiarazione di guerra alla Francia. Gli Austro/Veneti vengono però duramente sconfitti da Napoleone nella battaglia dei Monti Berici nei pressi di Vicenza. A Padova il "Battaglione Spartano" formato dai fieri granatieri di Morea e due compagnie di fanteria leggera Morlacca (i Morlacchi erano popolazioni slave dell'entroterra dalmata, fedelissime a Venezia) si fanno massacrare per permettere ai resti del piccolo esercito veneziano di terraferma di rinchiudersi a Venezia. Intanto l'Armada da Mar fa buona guardia attorno alla laguna, impedendo possibili sbarchi francesi dalla parte del mare. Gli Austriaci nel frattempo chiedono a Napoleone una tregua, che ottengono.
Napoleone, infuriato per le sollevazioni antifrancesi che scoppiano alle spalle delle proprie linee e indispettito per la quasi assoluta mancanza di sostenitori locali (in questa timeline, come abbiamo visto, la nascente borghesia e la piccola nobiltà delle città venete dell'entroterra hanno maggiori motivi per restare fedeli alla Serenissima) intima al Doge di abdicare e di modificare sostanzialmente la costituzione della Serenissima, al fine di trasformare la Repubblica oligarchica in una municipalità giacobina. Sarebbe di fatto la fine della Serenissima.
Il 12 maggio 1797 il Senato, convocato dal Doge, discute su che risposta dare all'ultimatum del generale Corso. Molti Senatori propendono per una resistenza ad oltranza nella stessa Venezia; altri, seppur in minoranza, per la resa. Alla fine prevalgono le lucide argomentazioni del Doge Lodovico Manin. Ecco la trascrizione letterale del suo discorso, tradotto in Italiano dal Veneto:
« Resistere a lungo a Venezia, senza aiuti esterni che non si profilano all'orizzonte, sarebbe impossibile ed inutile - esordisce il Doge - In città, la cui popolazione è aumentata a dismisura con l'afflusso di sfollati dalle province invase e per la presenza delle truppe, le scorte alimentari sono appena sufficienti per un mese e vi è il rischio concreto di epidemie. Non possiamo contare in alcun modo sull'aiuto degli Austriaci, che anzi nei territori del Veneto orientale da loro occupati rimuovono le nostre autorità civili e disarmano le nostre guarnigioni, mentre mi è appena giunta notizia di concentramenti di truppe asburgiche in Dalmazia, pronte a marciare su Zara. D'altro canto accettare le richieste di Napoleone equivarrebbe alla fine della nostra millenaria repubblica. Ci resta un'unica soluzione praticabile: sgomberare Venezia senza capitolare e trasferire il Governo della Repubblica e il maggior numero possibile di soldati in Morea con l'Armada da mar. Là potremo forse contare anche sulla protezione della flotta inglese che naviga nel Mediterraneo. »

La proposta dell'avveduto Doge è accolta quasi all'unanimità dal Senato. In pochi giorni è tutto pronto e l'Armada da mar salpa in direzione della Morea insieme al Doge, al vessillo di San Marco, alla maggior parte dei membri del patriziato aventi incarichi di governo con le loro famiglie e a 3500 soldati. Dopo una sosta a Perasto, il convoglio raggiunge la Morea il 25 maggio senza incidenti di rilievo. Le poche navi francesi presenti nell'area non possono fare nulla per fermare la flotta veneziana riunita.
I Francesi il 1 giugno 1797 entrano in Venezia, dove si costituisce una effimera municipalità democratica con i pochi "giacobini" presenti. Ma il vessillo di San Marco non è stato ammainato; si è solo trasferito in Morea (un po' come fecero i Savoia che si rifugiarono in Sardegna durante il periodico napoleonico).
Poco dopo Napoleone si accorda con gli Austriaci, ai quali cede il Veneto e la Dalmazia in cambio di Lombardia e Belgio (anche qui senza sostanziali divergenze rispetto alla nostra Timeline). Nel gennaio del 1798 gli Austriaci entrano a Venezia sgomberata dai Francesi. In Dalmazia invece qua e là devono aprirsi la strada combattendo. Zara cade solo in aprile, dopo un assedio prolungato e dopo che i "pirati" Uscocchi di Senj, alleati degli Asburgo, l'hanno bloccata anche dalla parte del mare occupando le isole Kornati prospicienti la città. Knin nell'entroterra, difesa dai fedeli Morlacchi, capitola solo a maggio.
Perasto e le Bocche di Cattaro invece, dove hanno gettato l'ancora due fregate inglesi, restano sotto controllo veneziano.
Intanto la Serenissima, che controlla comunque ancora la Morea e Candia, sottoscrive un formale trattato di alleanza con la Gran Bretagna. Da questo momento in poi l'amicizia con l'Inghilterra, in questa fase in funzione antifrancese, diverrà una costante fondamentale della diplomazia veneta.
Intanto Napoleone parte alla conquista dell'Egitto. Il 1 agosto 1798 la flotta inglese dell'Ammiraglio Nelson, validamente appoggiata anche dalle navi veneziane, sbaraglia quella francese ad Abukir.
Napoleone riesce solo a stento a rientrare in Francia.
Si forma una nuova coalizione antifrancese, di cui la Serenissima fa parte. Con la mediazione inglese si decide di rinviare alla fine della guerra la sistemazione definitiva del Veneto e della Dalmazia. Gli austro-russi comandati dal Generale Suvorov dilagano in Italia settentrionale. Ai combattimenti partecipa anche un piccolo contingente dell'esercito veneto. In questo modo il Doge può riaffermare, almeno simbolicamente, la sovranità della Serenissima su Venezia e sugli antichi domini di terraferma.
Napoleone comunque riesce a battere nuovamente gli Alleati e Venezia resta sotto l'occupazione austriaca. Le truppe del Doge intanto concorrono anche alla caduta della Repubblica Partenopea. Le fregate di San Marco bombardano il porto di Bari e occupano le Isole Tremiti, che da quel momento passano sotto la sovranità veneziana.
Nel 1803 Napoleone tenta uno sbarco in Morea, ma le navi francesi vengono intercettate da quelle veneziane e nella battaglia di Capo Matapan il Leone di San Marco, con l'aiuto di alcune navi inglesi, costringe i Francesi a ripiegare.
Nel 1805 Bonaparte, dopo le battaglie di Ulma e di Austerlitz, ha comunque l'Europa continentale ai suoi piedi. L'Austria è costretta a cedere il Veneto e la Dalmazia a Napoleone. Questi territori entrano per il momento a far parte del Regno d'Italia, vassallo dell'Impero francese.
Dal 1806 al 1814 l'entroterra veneto e la Dalmazia sono scossi da continue "insorgenze" al grido di "Viva San Marco". Sono in molti a odiare il dominio italico, che ha portato solo una pesante tassazione, mai conosciuta sotto la Repubblica di Venezia, e la coscrizione obbligatoria (Napoleone aveva continuamente bisogno di "carne da cannone" per alimentare le sue guerre di conquista).
Molti renitenti alla leva si danno alla macchia e formano bande che alimentano la guerriglia antifrancese e antimilanese (la capitale del Regno d'Italia era Milano). A differenza che nella timeline reale, qui inoltre gli "insorgenti" possono guardare con speranza oltremare, verso la Morea e Creta, dove il vessillo di San Marco non è stato mai ammainato e dove la vecchia Repubblica sopravvive. Del resto, specie in Dalmazia, qua e là l'invio di rifornimenti agli insorti e piccoli sbarchi di truppe della Serenissima alimentano continuamente la guerriglia.
Come vedremo in seguito, l'attaccamento alla Repubblica dimostrata da tanti Veneti e Dalmati avrà un peso non indifferente quando al Congresso di Vienna dovrà essere decisa la sorte di queste terre.
Nel 1814 Napoleone, dopo il disastro della Campagna di Russia, è costretto ad abdicare. Le truppe del Regno Italico, malgrado una valorosa resistenza sulle linee del Tagliamento e poi dell'Adige, si ritirano verso Milano.
Il Doge capisce che è il momento di agire in fretta, per impedire che gli Austriaci occupino interamente tutti i vecchi territori della Serenissima sgomberati dai Francesi e dagli Italici, mettendo le diplomazie davanti al fatto compiuto. Sulle isole della Dalmazia i presidi francesi che non si sono ritirati vengono messi sottto assedio dalle truppe regolari della Serenissima. Sulla costa le bande di insorgenti occupano i centri abitati issando la bandiera del Leone e battendo sul tempo i reparti asburgici in avanzata. Il Veneto è controllato dagli Austriaci, ma il 12 maggio (data simbolica) 1814 la Flotta da mar riunita, con lo stesso Doge, arrivano a Venezia, tra il tripudio della popolazione. Qui il demoralizzato presidio italico, che ancora teneva la città, si arrende senza combattere. Per gli Austriaci diventa ora più difficile dichiarare che vi sia una "vacatio"di poteri legittimi nei vecchi territori della Serenissima.
Così la Repubblica di Venezia, che aveva dato un valido contributo al blocco continentale antinapoleonico, sostenuta anche dalla diplomazia inglese, viene completamente restaurata nel 1815 dal Congresso di Vienna, malgrado qualche tentativo in senso contrario dell'Austria. Venezia si limita a subire qualche aggiustamento territoriale in Dalmazia a favore degli Asburgo, ma nulla di più.
Durante il periodo della Restaurazione a Venezia si introducono importanti riforme istituzionali.
Dimostrando un raro esempio di senso dello Stato e di generosità (assai raro nella storia), la tradizionale oligarchia al potere, che già durante il periodo napoleonico aveva dovuto fare qualche concessione ai maggiorenti greci di Morea e di Candia in cambio della loro fedeltà, comprende che la Repubblica per sopravvivere ha bisogno di cambiamenti. Occorre far condividere almeno in parte il potere ai Greci, ai Dalmati e ai Veneti di terraferma, per garantirsi anche in futuro la coesione dello Stato.
Il territorio della Repubblica viene diviso in 9 Provveditorati:
Provveditorato della Lombardia Veneta (comprendente Bergamo, Brescia e Mantova)
Provveditorato del Veneto "da tera" (comprendente le città venete dell'entroterra)
Provveditorato di "Venexia" (comprendente la città lagunare, Chioggia e Mestre)
Provveditorato del Friuli e della Carnia (con Udine)
Provveditorato dell'Istria (con Pola)
Provveditorato di Dalmazia (con Zara e Spalato)
Provveditorato delle Isole Ionie
Provveditorato di Morea
Provveditorato di Candia
Ogni Provveditorato elegge su base censitaria un Senato locale che affianca il Provveditore nominato dal Doge. Inoltre ogni Provveditorato, a prescindere dal numero degli abitanti, elegge, sempre su base fortemente censitaria, 7 componenti del Gran Consiglio (ad eccezione di Venezia che ne nomina 10), che a loro volta eleggono il Doge (il quale, almeno teoricamente, può quindi essere scelto anche tra un non veneziano). Il vecchio Senato della Serenissima, formato esclusivamente dalla nobiltà lagunare, sopravvive con la funzione di Camera Alta, ma le sue prerogative vengono nel tempo ridotte (un po' come per l'evoluzione della Camera dei Lord inglese).
Come si vede si tratta di un'architettura istituzionale abbastanza equilibrata che apre le stanze del potere anche ai non Veneziani. Questi ultimi nello stesso tempo conservano una certa egemonia, sia perché vengono eletti anche dagli altri Provveditorati (dove si sono radicate famiglie patrizie greco/veneziane, dalmato/veneziane e veneto/veneziane), sia per la suddivisione territoriale dei Provveditorati, che avvantaggia i territori del vecchio "dominio de tera", dove i legami e gli intrecci (anche di sangue) con la vecchia oligarchia veneziana sono più forti.
Venezia si avvia così ad evolvere, seppur lentamente e progressivamente, da Città Stato in una vera Repubblica Federale dove trovano rappresentanza tutte le etnie presenti.
Inoltre la Serenissima, con lungimiranza, decide di mantenere in vigore, ed anzi di estendere anche ai territori di Oltremare, il codice civile napoleonico. Viene quindi paradossalmente conservata una innovazione del vecchio nemico che contribuirà al futuro progresso della Repubblica.
Nel 1830 le Legazioni Pontificie (Bologna, Ferrara e le Romagne), l'Umbria e le Marche (sull'onda delle notizie provenienti da Parigi dove Carlo X, momarca assolutista, è costetto ad abdicare) insorgono contro l'inetto e opprimente dominio del Pontefice. Le milizie papaline e le famigerate "centurie nere" (queste ultime, anche nella reale timeline, erano squadracce formate da elementi turbolenti e spesso anche da veri e propri delinquenti, utilizzati dalle autorità delo Stato della Chiesa per incutere il terrore tra i "liberali") passano però alla controffensiva e iniziano a soffocare la rivolta. Il Generale Zucchi (un ex ufficiale del Regno Italico di napoleonica memoria), chiede aiuto alla Serenissima, alla quale del resto guardano con simpatia i liberali di ogni dove per la relativa aria di tolleranza e di libertà che si respira nei territori dove sventola il Leone di San Marco.
I Veneziani si accordano con il Granduca di Toscana (che a sua volta aveva iniziato timide riforme del suo Stato in senso liberale) ed intervengono congiuntamente. I Lorena occupano l'Umbria.
L'esercito della Serenissima entra in Bologna, dilaga in Romagna e penetra nelle Marche. A Castelfidardo, nei pressi di Ancona, le raccogliticcie milizie papaline vengono facilmente sconfitte dai Veneziani, aiutati dai liberali di Zucchi.
Il conflitto del 1830-31 vede così il rafforzamento territoriale del Granducato di Toscana, che ora comprende anche l'Umbria, e l'espansione di Venezia fino alle Marche. I 2 Stati inoltre siglano un importante accordo di alleanza e di cooperazione. Tale accordo si rileverà importante nel 1859, come vedremo tra poco.
Ora comunque si aggiungono al territori della Serenissima i seguenti nuovi Provveditorati:
Provveditorato dell'Emilia veneta (comprendente Bologna e Ferrara)
Provveditorato di Romagna (comprendente Ravenna, Forlì e Pesaro)
Provveditorato delle Marche (comprendente Ancona e Macerata)
Ne consegue ovviamente una prolungata crisi diplomatica con il Papa, che giunge a minacciare la scomunica nei confronti dei vertici politici della Serenissiama e del Granduca. Nel 1833 la questione è finalmente risolta con il versamento al Pontefice di una grossa indennità per le perdite territoriali subite, mentre un Congresso internazionale sotto l'egida congiunta francese ed austriaca (a cui aderisce anche Venezia), sancisce per il futuro la salvaguardia del residuo potere temporale del Papa (ormai limitato al solo Lazio). Un piccolo corpo internazionale formato dalle Potenze Cattoliche (Francia, Austria e Spagna) sbarca a Civitavecchia a protezione del Pontefice e ad ulteriore garanzia degli accordi presi.
Sul piano del "balance of powers" bisogna tenere a mente che in questa timeline gli Austriaci hanno meno influenza in Italia rispetto al corso reale degli eventi. Gli Asburgo occupano sì Milano e svolgono il ruolo di "protettori" nei confronti dei piccoli Ducati centrali di "Parma e Piacenza" e di "Modena" (come nella timeline reale) ma sono tenuti a freno dalla presenza del relativamente forte Stato Veneto, che tra l'altro ora è anche alleato con il Granducato di Toscana e di Umbria, senza contare i perduranti rapporti privilegiati con la potente Inghilterra.
Nel 1848 Re Carlo Alberto, nella speranza di annettersi Milano (tradizionale obiettivo dei Savoia), corre in aiuto dei cittadini di quella città insorti contro gli Austriaci (le Cinque Giornate di Milano). Dopo gli iniziali successi ha però la peggio ed è costretto ad abdicare in favore di suo figlio, che diviene Re con il nome di Vittorio Emanuele II. In questo frangente Venezia resta neutrale e non viene coinvolta nel conflitto.
Nel 1859 il Piemonte ci riprova e questa volta, con il determinante aiuto francese e in nome dell'unità d'Italia, riesce a scacciare gli Austriaci dalla Lombardia e ad occupare anche i Ducati austriacanti di Parma e Piacenza e di Modena. Ma l'espansione sabauda si ferma qui. Napoleone III da una parte (attraverso dure pressioni diplomatiche sul Piemonte), e Venezia dall'altra, impediscono che il Granduca di Toscana e di Umbria Leopoldo II perda il trono per mano dei Piemontesi e dei loro agenti locali. Il Governo della Serenissima, timorosa che l'eccessivo espansionismo sabaudo rompa gli equilibri di forza in Italia, in virtù anche dell'alleanza in vigore invia addirittura un contingente militare in Toscana a puntellare la traballante dinastia dei Lorena.
Nel 1861 un Congresso internazionale sancisce la divisione della Penisola italiana tra i seguenti Stati, uniti in una vago patto confederale sotto il simbolico patronato del Pontefice: Regno d'Italia Nord Occidentale (Dinastia dei Savoia); Granducato di Toscana e Umbria (Dinastia dei Lorena); Stato Pontificio (limitato al solo Lazio); Regno delle Due Sicilie (Dinastia dei Borbone di Napoli).
Niente quindi unità d'Italia sotto l'egida dei Savoia in questa timeline.
Venezia, pur partecipando al Congresso, preferisce non aderire alla Confederazione Italica. Ritiene sufficientemente tutelato il suo entroterra dai Patti di Neutralità o di Alleanza sottoscritti con gli altri Stati italiani. Inoltre Venezia si sente uno Stato multinazionale, in cui l'elemento "italiano" (sarebbe meglio dire veneto in questo caso) ne rappresenta solo una delle componenti, insieme a quella slavo/dalmata e a quella greca, con forti contaminazioni reciproche.
A questo proposito, apriamo una piccola disgressione linguistica. Che lingua si sarebbe parlata a metà ottocento nella Repubblica di Venezia? Lingua ufficiale sarebbe stato ovviamente il veneziano, localmente parlato con forti contaminazioni e prestiti dalle lingue locali: avremmo così avuto uno slavo/veneto, un greco/veneto, un dalmatico/veneto, un istrorumeno/veneto, un morlacco/veneto. Le ultime tre nella timeline reale sono lingue romanze balcaniche scomparse o sul punto di scomparire. Il Morlacco (un tempo diffuso tra i pastori dell'Erzegovina e delle Alpi Dinariche) è parlato da sole 22 persone (censimento del 1991). L'Istrurumeno da poche centinaia. Il Dalmatico, un tempo diffuso con diverse varianti lungo tutta la costa dalmata, è oggi una lingua morta. Tuone Udaina (in Italiano Antonio Udine), di professione barbiere, che visse e che morì nel 1898 sull'isola di Veglia (oggi la Croata Krk), fu l'ultima persona in grado di parlare la lingua dalmatica. Ma nella multinazionale Repubblica di Venezia le cose sarebbero andate probabilmente in maniera diversa. Senza l'imposizione di una vera lingua nazionale unificante, questi idiomi non sarebbero stati soffocati. Il Veneto sarebbe stato una sorta di lingua franca per tutti, mentre le diverse comunità etniche avrebbero continuato ad utilizzare, soprattutto tra le mura domestiche, la lingua materna.
Ma torniamo alla narrazione degli eventi storici. La Serenissima, che aveva partecipato con propri capitali insieme ai Francesi alla sua costruzione, si avvantaggia sul piano commerciale e politico dall'apertura del Canale di Suez nel 1869. Il Mediterraneo orientale torna ad assumere valore strategico, dal momento che ora le merci provenienti o dirette dall'Asia e in Asia non sono più costrette a circumnavigare l'Africa.
Nel 1875 l'Egitto, soffocato dal debito estero, è costretto a vendere per 4 milioni di sterline la quota posseduta nella società di gestione del Canale in parte agli Inglesi e in parte al Governo della Serenissima. Nel 1882 durante una guerra civile, truppe britanniche e venete intervengono congiuntamente in Egitto a protezione degli interessi comuni . L'Egitto divenne così di fatto un condominio anglo-veneto, pur restando sotto la sovranità formale della Sublime Porta.
Venezia intanto consolida l'alleanza strategica con l'Inghilterra. La prima gioca ovviamente un ruolo subalterno rispetto alla seconda e funzionale agli interessi britannici globali, ma si tratta di una subalternità "dorata" di cui non esita ad avvantaggiarsi. Ad esempio, mentre nel 1878 gli Inglesi occupano Cipro, Venezia si annette Rodi e le isole vicine. In questo modo il Sultano "paga" l'appoggio diplomatico anglo/veneto nella guerra contro la Russia. Nasce così anche il Provveditorato del Dodecaneso.

Nel 1884 la flotta veneziana, rimodernata grazie ai lucrosi introiti provenienti dal Canale di Suez, si presenta davanti alle coste eritree con il consenso inglese. L'Eritrea, controllata svogliatamente dai Turchi, che nella zona mantengono solo una piccola guarnigione, viene occupata senza colpo ferire.
Qualche anno dopo è la volta della Somalia, mentre gli Inglesi consolidano il controllo del Sudan.
Per la Gran Bretagna la presenza veneziana nel Corno d'Africa costituisce un elemento di stabilità in quanto fa da contrappeso e argine alle mire francesi nella regione. Somalia ed Eritrea non sono costituite in Provveditorati ma divengono "possedimenti d'oltremare" (colonie) retti ciascuno da un governatore che risponde direttamente al Doge. I Veneziani, grazie anche alla tradizionale abilità diplomatica, riecono addirittura a concludere con il Negus Abissino un trattato di alleanza (nota come il Trattato di Uccialli) che pone di fatto l'Etiopia nella sfera di influenza della Serenissima.
Verso la fine dell'Ottocento anche nei territori della Serenissima attecchisce il movimento socialista, specie tra la nascente classe operaia di Mestre e di Marghera, nel bresciano e tra i contadini romagnoli (la Romagna era del resto da sempre considerata una terra turbolenta). Nel 1912 in Romagna scoppiano violenti disordini (in cui si distinguono i giovani Pietro Nenni, leader locale del Partito Popolare Repubblicano, e Benito Mussolini, sanguigno esponente del Partito Socialista Veneto). L'introduzione di alcuni miglioramenti salariali e l'allargamento della base elettorale, unitamente ad una situazione economica relativamente florida grazie anche al traffico commerciale con l'Oriente, disinnescano però la minaccia di rivolgimenti sociali più radicali. Inoltre le popolazioni dei territori d'oltremare, che possono contare su propri rappresentanti all'interno del Gran Consiglio, restano fedeli alla classe dirigente della Serenissima, di cui anzi ormai fanno parte integrante.
Nel
1900 fanti di marina veneziani, partecipano, nel quadro dell'alleanza delle 8
nazioni, alla repressione della rivolta dei Boxers. Questo episodio frutta a
Venezia l'acquisizione di una concessione sulle coste della lontana Cina. A
molti secoli di distanza da Marco Polo, i Veneziani rimettono piede in quelle
terre lontane. Questo fatto, di per sé di importanza modesta, suscita però
forti emozioni tra l'opinione pubblica della Serenissima, e contribuisce un poco
a stemperare ulteriormente le tensioni sociali sempre serpeggianti.
Nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la Serenissima dichiara la
propria neutralità.
Ma nel 1915 i Turchi entrano nel conflitto a fianco delle Potenze Centrali: attaccano l'Egitto e bombardano le posizioni venete a Creta e nel Dodecaneso. Venezia si trova, suo malgrado, a scendere in guerra contro l'Impero Ottomano. Non però con Austria e Germania, almeno per il momento.
La
confederazione Italica, che intanto aveva proseguito un lento e graduale
processo di unificazione commerciale e doganale, guidata dal Cancelliere
Giolitti, resta prudentemente fuori dal conflitto.
Alla fine del 1915 il cretese Eleftherios Venizelos (nella
timeline reale degli eventi Venizelos, nato a Creta, è un importante politico
greco; è lui a spostare la Grecia durante la Prima Guerra Mondiale nel campo
dell'Intesa) viene
eletto Doge. Per la Repubblica di Venezia è un evento epocale. Per la prima
volta la massima magistratura dello Stato è assunta da un non Veneto. Nel suo
programma vi è la completa equiparazione di tutte le etnie della Repubblica e
maggiori poteri per i vari Provveditorati, in un'ottica compiutamente
federalista, pur nel quadro della tradizionale fedeltà allo Stato.
Ma le riforme caldeggiate da Venizelos devono essere per momento accantonate. Nel 1916, in seguito all'affondamento di un bastimento asburgico che trasportava rifornimenti ai Turchi da parte di uno dei primi sottomarini in dotazione alla Veneta Serenissima Armata (il nuovo nome ufficiale della marina veneta), l' Austria dichiara guerra a Venezia.
Gli Austro-ungarici dilagano rapidamente nell'entroterra veneto, solo momentaneamente rallentati sul Piave. Le truppe della Serenissima, per evitare il rischio di essere accerchiate (un secondo corpo di spedizione austroungarico era calato su Verona) si rinserrano nella laguna veneziana protetti soprattutto dalla flotta. Anche in Dalmazia Venezia è costretta a cedere il passo: gran parte dell'entroterra è perduto e i Veneziani riescono solo a difendere le isole del litorale e poche posizioni sulla terraferma.
Nel
dicembre dello stesso anno un corpo di spedizione anglo/franco/australiano
sbarca a Mestre in soccorso delle truppe venete. Il fronte si stabilizza quindi
su un perimetro difensivo a copertura di Venezia e del suo immediato entroterra.
La situazione rimarrà sostanzialmente cristallizzata fin quasi alla fine del
conflitto.
Intanto nel 1917, provenendo dall'Egitto, un corpo coloniale congiunto
anglo/veneto occupa la Cirenaica sconfiggendo i Turchi. Lo stesso fanno i
Francesi in Tripolitania, invasa dalla Tunisia.
La Prima Guerra Mondiale termina come nella timeline reale, con la sconfitta dell'Impero Ottomano e degli Imperi Centrali. A fine ottobre del 1918 l'Austria, indebolita anche dagli innumerevoli fermenti nazionalistici sviluppatisi tra le etnie del suo composito impero, cede di schianto. Le truppe della Serenissima, appoggiati dal corpo di spedizione alleato, passano all'offensiva e in pochi giorni dilagano fino a Trento e Trieste incontrando solo una debole resistenza. I Veneziani si impossessano anche della flotta imperiale asburgica, alla fonda nel porto di Trieste.
La Serenissima siede al tavolo dei vincitori, tra le Potenze dell'Intesa. Recupera i territori veneti temporaneamente occupati dagli Austriaci e annette il Trentino (ma non l'Alto Adige) e Trieste (nascono quindi i Provveditorati del Trentino e della Venezia Giulia). E' costretta però a cedere una fetta consistente dell'entroterra dalmata, che passa al neocostituito Regno di Jugoslavia. A Venezia è assegnata anche un'area di influenza in Anatolia, di fronte al Dodecaneso, ma Mustafa Kemal Ataturk, il leader nazionalista della Turchia moderna, costringe i Veneziani nel 1921 a sgomberare questi territori.
Intanto in Russia hanno preso il potere i Bolscevichi. I Veneziani avevano inviato in Siberia, insieme a Francesi ed Inglesi, un corpo di spedizione a sostegno dei Bianchi, che intendevano combattere i "Rossi" e contemporaneamente continuare la guerra contro gli Imperi Centrali. Ma nel 1919, con i Bianchi in rotta, le truppe veneziane tornano a casa dopo aver raccolto tra le proprie fila ex prigionieri di guerra asburgici di origine trentina e triestina, ormai divenuti cittadini dello Stato Veneziano.
L'immediato dopoguerra è comunque segnato da disordini, scontri politici e da una perdurante crisi economica. Le campagne e le città venete, già devastate dalla guerra, sono in subbuglio. I massimalisti del PSV (Partito Socialista Veneto) e il PCV (Partito Comunista Veneto) guidano operai e contadini in scioperi ed occupazioni di terre. La violenza dilaga. E' il cosiddetto "biennio rosso".
Inoltre crescono i disordini anche nei territori di oltremare: qui le rivendicazioni sociali si mescolano con le istanze nazionalistiche di parte delle popolazioni greche e slave inglobate nei territori della repubblica. I cittadini greci della Serenissima ora subiscono l'attrazione di uno Stato Ellenico indipendente (costituitisi al termine della Prima guerra Mondiale), comprendente grosso modo i territori già Ottomani della Grecia continentale e le isole dell'Egeo, con capitale Atene. Allo stesso modo tra le popolazioni dalmato/slave alcuni iniziano a guardare in direzione del neocostituito Regno di Jugoslavia.
Contemporaneamente
cresce tra molti ex combattenti smobilitati della Serenissima un forte
risentimento per la "vittoria mutilata". Non solo non è stata ottenuta la
frontiera naturale del Brennero sull'arco alpino, ma si sono persi in Dalmazia
territori che facevano parte della Serenissima da secoli, mentre nulla è stato
acquisito in Medio Oriente delle spoglie dell'Impero Ottomano, diviso in aree di
influenza tra Francia e Regno Unito.
Nel 1919 in un famoso bar di Piazza San Marco, Benito Mussolini, l'ex maestro
elementare romagnolo (non dimentichiamoci che in questa timeline la Romagna è
parte della Serenissima fin dal 1849), già leader massimalista del PSV, che
durante la Prima guerra Mondiale si era spostato su posizioni patriottiche e
aveva partecipato al conflitto con il grado di caporale in un reparto di
fanteria di marina, fonda i Fasci Veneti di Combattimento. Il programma politico
è piuttosto confuso: generiche istanze sociali con venature socialisteggianti
si mescolano con il patriottismo, il culto del reducismo degli ex combattenti di
San Marco nella Grande Guerra e un certo fastidio per il programma federalista
del Doge Venizelos, considerato un pericolo per l'unità della Repubblica.
Nel 1922 Mussolini giunge a progettare una marcia su Venezia con i suoi manipoli di squadristi, al fine di rovesciare Venizelos, di reprimere le sinistre e di impedire l'evoluzione federalista dello Stato.
La
situazione è caotica. Il 28 ottobre 1922 le colonne fasciste provenienti da
Ferrara, da Verona, da Belluno e via mare da Zara arrivano all'imbocco del ponte
stradale e ferroviario che porta a Venezia attraverso la laguna. Il ponte è
difeso da un cordone di fanti di marina, tra cui vi sono molti ex commilitoni
dello stesso Mussolini. Al grido comune di "Viva San Marco" i due gruppi
fraternizzano. Il Ras di Ferrara Veneto Balbo guida velocemente gli squadristi
verso Piazza San Marco. Venizelos, insieme ad alcuni esponenti del Gran
Consiglio e ad alcuni reparti rimasti fedeli al Governo legittimo, si imbarca e
trova scampo a Spalato.
Intanto Mussolini si fa proclamare Doge per acclamazione dai suoi e da parte
dello stesso popolino di Venezia, che non aveva mai amato troppo lo "straniero"
Venizelos.
La situazione però non migliora. Nell'entroterra veneto continuano e anzi aumentano gli scontri e le violenze che vedono contrapposti i fascisti ai comunisti e ai socialisti massimalisti. Creta (e non ci si sarebbe aspettati niente di diverso) si dichiara a favore di Venizelos, così come gran parte della Dalmazia, le Marche, la Lombardia veneta e le città di Padova e di Rovigo. La Serenissima è sull'orlo di una disastrosa guerra civile dall'esito incerto.
La situazione viene sbloccata dallo stesso Venizelos, che si dimette dalla carica dogale pur continuando a svolgere un ruolo politico di primo piano. Il giovane Giacomo Matteotti, nato a Fratta Polesine vicino a Rovigo, leader dell'ala riformista del Partito Socialista Veneto, promuove la creazione di una vasta alleanza che riunisce i Partiti Federalisti moderati (il Partito Federalista Democratico Dalmata e il Partito di Morea), la componente socialdemocratica del PSV e il nuovo Partito Popolare Veneto, di ispirazione cristiana e centrista, forte soprattutto nelle campagne venete e in Trentino. Si tratta, diremmo oggi, di una alleanza di centro sinistra che esclude le estreme. Nel giro di poche settimane Mussolini è costretto ad abbandonare Venezia e si rifugia a Milano, da cui negli anni successivi vagheggerà senza successo la costituzione di una Repubblica Sociale Italiana.
Viene eletto nuove Doge lo stesso Giacomo Matteotti, che essendo veneto rassicura maggiormente l'opinione pubblica moderata dei territori italiani della Serenissima. Ma il programma federalista di Venizelos viene portato avanti. Nel 1927 viene promulgata la nuova Costituzione, scritta sul modello di quella Elvetica. I Provveditorati, con qualche aggiustamento territoriale, diventano Cantoni dotati di larghissima autonomia. Vengono riconosciute come lingue ufficiali di Stato, oltre all'Italoveneto, anche il Greco e il Croatodalmata, mentre sono tutelati per Legge in quanto idiomi minoritari l'Istrorumeno, il Dalmatico, il Morlacco e l'Armeno (gli Armeni erano già da secoli presenti a Venezia; ancora oggi vi è un quartiere armeno, anche nella nostra timeline; alla fine della Prima Guerra mondiale molti Armeni, in fuga dai Turchi, trovarono rifugio nel territorio della Serenissima). La stessa denominazione ufficiale della Repubblica di Venezia cambia: ora si chiama Repubblica Federale Veneziana.
Lentamente
la situazione torna alla normalità. Nella seconda metà degli anni '20 si
assiste ad una ripresa dell'economia. Nel 1928 vengono inaugurate regolari linee
aeree che collegano Venezia con i più remoti territori della Repubblica, oltre
che con l'Egitto, la Cirenaica e i due Governatorati del Corno d'Africa.
La crisi economica mondiale del '29 fa però sentire i suoi effetti anche nella
Serenissima. Aumenta nuovamente la disoccupazione. Negli anni '30 molti Veneti
sono costretti ad emigrare in Sudamerica, terra che sembra offire buone
prestazioni.
Nel 1938 in Cirenaica (condominio anglo/veneto) vengono scoperti abbondanti giacimenti di petrolio. Si crea subito una società mista anglo/veneta per l'estrazione e lo sfruttamento commerciale del petrolio. Prenderà il nome di SAVI, Società Anglo Veneziana Idrocarburi (EVOS, English Venethian Oil Company nella dizione inglese). Nei decenni successivi, divenuta una delle c.d. "8 Sorelle" (le principali compagnie di estrazione del petrolio che hanno monopolizzato a lungo il mercato degli idrocarburi) , contribuirà non poco al benessere economico della Serenissima.
Inizia anche a svilupparsi il turismo, per il momento con caratteristiche d'élite, soprattutto verso Rodi e Creta, dove si costruiscono grandi e lussuosi alberghi.
In questa timeline Hitler non è riuscito a prendere il potere in Germania. Senza l'esempio di Mussolini, l'ex imbianchino austriaco non va oltre il 10% dei voti. La NSDAP (ma non Hitler, che aveva dichiarato "tutto il potere o niente") guidata ora dall'ex Asso della Prima guerra Mondiale Hermann Goering, accetta alla fine di entrare nel 1933 in una coalizione di centro/destra guidata dal Cancelliere Von Papen. Quindi niente Seconda Guerra Mondiale e nessun Olocausto del popolo ebraico.
Nel 1939 scoppia però una guerra "locale", che poi prenderà il nome di III Guerra Balcanica, che vede Venezia protagonista. Tra la Repubblica Federale Veneziana e il Regno di Jugoslavia i rapporti erano stati sempre tesi. Gli Jugoslavi non nascondono di guardare alle coste adriatiche come confine naturale del loro Stato. Il 1 settembre 1939 scoppia un incidente di confine tra l'Albania di Re Zog, in buoni rapporti con Venezia, e il Regno di Jugoslavia. Da Belgrado si invoca una marcia su Tirana. Re Zog chiede aiuto a Venezia, che invia a Valona e Durazzo alcune navi. Gli Jugoslavi a questo punto dichiarano guerra sia all'Albania che a Venezia. La piccola Austria del Cancelliere Dolfuss (in questa timeline non vi è stato ovviamente l'Anchluss) vede in tutto questo l'occasione per recuperare almeno Trento e, con Trieste, uno sbocco sul Mare Adriatico. L'Austria scende quindi in guerra a fianco della Jugoslavia. Venezia si trova attaccata lungo tutte i suoi estesi confini terrestri. La guerra va male per Venezia. Gli Austriaci da nord e gli Jugoslavi da Est riescono ad isolare e circondare Trieste. In Albania le truppe albanesi e quelle venete ripiegano verso i porti di Durazzo e di Valona. L'inverno 1939-1940 segna una stasi nei combattimenti, ma in primavera l'offensiva austro-jugoslava riprende vigore. Trieste cade il 25 aprile 1940. Zara è sotto il tiro dell'artiglieria jugoslava. Nel frattempo anche il Montenegro scende in guerra contro Venezia. I Montenegrini attaccano in direzione di Scutari. Infine nel gugno del 1940 è la Grecia a dichiarare guerra a Venezia, nella speranza di riunire alla madrepatria ellenica il Pelopponeso, Creta e Rodi. La debole Grecia può fare però ben poco sul mare, per cui i Greci si limitano ad occupare una fetta di Albania meridionale abitata da una minoranza ellenica.
Venezia è in difficoltà, ma perlomeno, grazie anche alla saggia politica federalista adottata negli ultimi decenni, le popolazioni slave e greche all'interno dei suoi confini, tranne poche eccezioni, non sembrano attratte dai "fratelli" d'olteconfine in guerra con la Serenissima, e restano fedeli a San Marco. Del resto le condizioni di vita nella Repubblica Federale Veneziana sono di gran lunga superiori a quelle presenti nelle relativamente arretrate Grecia e Jugoslavia.
A questo punto Venezia, con un colpo da maestro, riesce a tessere le fila di un'alleanza antijugoslava e antigreca. Convince Ungheresi e Rumeni ad attaccare la Jugoslavia (gli Ungheresi restano però neutrali nei confronti dell'Austria), mentre i Bulgari aggrediscono la Grecia nel tentativo di riprendersi in Tracia uno sbocco sul Mar Egeo. Greci e Jugoslavi sono costretti a parare le nuove minacce alle loro spalle e devono sguarnire i fronti dalmata e albanese. Venezia può passare così alla controffensiva, recuperando i territori perduti e spingendosi addirittura fino a Sarajevo, ben accolta dalla componente musulmana della città che si era già sollevata contro le truppe Jugoslave, formate in gran parte da Serbi. Solo Trieste continua a rimanere in mano austriaca.
Il 1 ottobre 1940 finalmente le grandi Potenze, preoccupate anche per un possibile ulteriore allargamento del conflitto (l'Unione sovietica aveva iniziato a concentrare truppe in Bessarabia), intimano ai combattenti il cessate il fuoco.
Viene convocata una conferenza internazionale a Nizza. Il Trattato di Pace che ne segue vede Venezia di nuovo all'interno dei confini di anteguerra (viene però garantito all'Austria il libero transito delle merci da e per Trieste). Il Regno Jugoslavo viene invece smembrato. Al suo posto nascono: la Repubblica di Slovenia; il Regno di Croazia, di Bosnia e di Erzegovina (dove si insedia l'ex Imperatore Asburgico con il titolo di Re di Croazia, Re di Bosnia e Mangravio di Erzegovina); il Regno di Serbia, che ingloba anche il Montenegro (in modo da mantenere uno sbocco sul mare).
La Macedonia viene spartita tra Bulgaria, Albania e Grecia. L'Albania si annette anche il Kosovo ma perde la regione meridionale che confina con la Grecia. I Bulgari inoltre riacquistano uno sbocco sul Mar Egeo a spese della Grecia.
Questa sarà l'ultima guerra europea. A partire dagli anni '50 si fa forte la spinta verso una integrazione tra i Paesi della vecchia Europa, anche per evitare altri possibili conflitti. Nasce il MEC (Mercato Comune Europeo), che vede Venezia tra gli Stati fondatori. E' proprio a Venezia anzi che vengono siglati gli accordi istitutivi.
Nel 1946 l'Egitto era tornato ad essere indipendente, ma Venezia e Londra continuano a svolgervi un discreto "tutoraggio" politico/economico. I Veneziani e gli Inglesi incoraggiano la Cirenaica a dichiararsi indipendente dal Cairo, per poter meglio tutelare così i forti interessi petroliferi che entrambi hanno nell'area. Nel 1956 un ufficiale nazionalista egiziano, Nasser, prende il potere in Egitto: immediatamente dichiara la nazionalizzazione del Canale di Suez e la riannessione alla madrepatria della Cirenaica. Nell'ottobre del 1956 paracadutisti inglesi e fanti di marina veneziani intervengono nella zona del canale e a Bengasi. Si giunge infine ad un compromesso: il Canale di Suez passa definitivamente sotto il totale controllo egiziano, ma Bengasi conserva la propria indipendenza. Gli interessi veneziani (e quelli inglesi) in Cirenaica sono così salvaguardati.
Nel 1962 Venezia, assecondando la generale ondata anticolonialista montante nel Terzo Mondo, concede l'indipendenza alla Somalia e all'Eritrea, ma conserva in quei Paesi basi militari e truppe, oltre che una forte influenza sull'economia locale. Eritrei e Somali non si fidano dell'Etiopia, e preferiscono poter contare sulla protezione veneziana.
Nel 1980 in Unione Sovietica (con 10 anni di anticipo rispetto alla nostra timeline) crolla il Comunismo. Intanto prosegue il processo di integrazione europea.
In gran parte dei territori d'oltremare della Serenissima l'economia è trainata dal turismo. In Veneto e nelle alte regioni italiane si è imposto un fiorente e dinamico modello economico basato sulla piccola e media industria (specie tessile, abbigliamento e calzaturiero). Le griffe veneziane sono famose in tutto il modo.
Il 12 maggio 1997, festa nazionale, si celebrano a Venezia e in tutti i territori della Repubblica grandi festeggiamenti per il bicentenario del "Gran Rifiuto" (così è ricordata la decisione del Doge Lodovico Manin di non piegarsi alle intimazioni di Napoleone ma di riparare in Morea insieme al Gonfalone della Serenissima). In tutte le Piazze della Repubblica si grida gioiosamente:
« SAN MARCO VIVE, VIVA SAN MARCO! »

Postfazione – un'autocritica a questo racconto ucronico (e relativa risposta)
Commentando
questo racconto ucronico, si potrebbe obiettare che si è sottovalutato il peso
dei nazionalismi sviluppatisi a partire dall'Ottocento. Le spinte
nazionalistiche dei Greci, dei Serbi, dei Croati e degli stessi Italiani
avrebbero potuto probabilmente disgregare la Serenissima anche se essa fosse
sopravvissuta a Napoleone. Provo a rispondere con le seguenti argomentazioni.
Il lungo e ininterrotto Governo di Venezia su territori compositi ha potuto in
questa timeline da una parte ingenerare forti identità localistiche, distinte
dalle nazionalità di riferimento (ad esempio i Greci di Creta hanno iniziato a
sentirsi più Cretesi che Greci, accentuando le differenze culturali e anche
linguistiche con i loro "fratelli"), dall'altra rafforzare un senso di identità
comune sovranazionale "Veneziano e Serenissimo", simboleggiato dal Leone di San
Marco, dal mare, dalla storia e dai nemici comuni.
Inoltre, l'assetto federalista dato dallo Stato Veneto a se stesso a partire
dall'Ottocento e compiuto definitivamente nella prima metà del Novecento, ha
contribuito in questa timeline a disinnescarne le tensioni nazionaliste.
Infine, non bisogna dimenticare che la relativa prosperità dello Stato Veneto
in questa timeline, soprattutto se confrontata con la situazione socioeconomica
dei suoi vicini (ad eccezione forse dell'Austria, che però per ragioni storiche
non attraeva molto i sudditi e poi i cittadini della Serenissima), ha svolto un
ruolo non indifferente nel cementare la fedeltà alla Repubblica. Non a caso
l'unica veramente pericolosa crisi politica interna, il tentativo di Mussolini
di sovvertire le istituzioni legittime, avviene in un momento di crisi economica
e di forte scontro sociale.
E se qualcuno non fosse ancora convinto, ricordo che vicino a noi abbiamo sotto
gli occhi uno Stato confederale non molto grande, formato da diverse nazionalità
e circondato da Stati nazionali più grandi che teoricamente dovrebbero
esercitare un forte potere attrattivo sui cittadini dello Stato confederale che
parlano la stessa lingua di quella dello Stato nazionale contiguo. Avete
indovinato di chi sto parlando? Beh, la risposta è molto facile. Si tratta
della Svizzera. Quindi perché no in Europa una Repubblica Confederale Veneziana
accanto alla Confederazione Elvetica?
Se volete farmi sapere che ne pensate, scrivetemi a questo indirizzo.
.
Così commenta in proposito l'amico Stefano d'Adamo:
A parte la difficoltà di tenere assieme nazionalità diverse come veneti, slavi e greci (il paragone svizzero è improprio: prima di tutto quella è gente di buonsenso, abituata da secoli a una stretta convivenza e storicamente poco portata alle discordie civili, in secondo luogo il territorio elvetico è contiguo, non diviso dal mare in vari tronconi), vorrei segnalare un'ovvia correzione. Al congresso di Vienna, natürlich, l'Austria invece di prendersi inutili pezzettini di Dalmazia (Fiume le basta e avanza) si ingoia la Lombardia orientale (Crema, Brescia, Bergamo) da attaccare al suo Regno Lombardo, volenti o nolenti i "viva San Marco" locali, se non altro per minime ragioni geostrategiche - altrimenti l'unico collegamento di Milano con l'Austria sarebbe attraverso lo Stelvio!!! Altrimenti i rinforzi austriaci nel 1849, da dove diavolo vengono? tutto un esercito marciando lassù? Difficile. Il Tonale e la direttrice Giudicarie-val Sabbia sono decisamente più praticabili, per tacere del trasporto lacustre sul Garda (condiviso con i veneziani). E comunque anche così vi sarebbero grossi problemi nel 1849 per l'Austria: dopo le prime sconfitte non vi sarebbe alcuna ritirata nel Quadrilatero. Peschiera xe veneta, Mantova è troppo defilata in un cul de sac; non resterebbe che fortificarsi in Valtellina e in Valcamonica, dietro la linea Colico-Bergamo-Brescia. E' vero d'altrocanto che non vi sarebbe alcuna insorgenza veneziana alle spalle; i veneziani però non collaborerebbero in alcun modo, a meno che l'Austria non glir enda la Lombardia orientale (ma ormai è tardi, e l'attrazione di Milano fa aggio su quella di Venezia). Anche ponendo che nel 1849 l'Austria vinca e umili i piemontesi a Novara, dieci anni dopo questi ultimi non si muoverebbero senza avere l'appoggio armato dei francesi, questo è sicuro. Quindi, come OTL, i francesi calano in treno da Susa verso il Ticino, e gli austriaci sono cacciati. Garibaldi li finisce in Valtellina, mentre gli svizzeri guardano, un po' compiaciuti, un po' preoccupati. Il Mincio diviene il confine tra il nuovo Regno d'Italia e Sardegna (nel 1860 Vittorio Emanuele cede "solo" la Savoia: Garibaldi a muso duro, minacciando la rivoluzione in Parlamento, lo convince a tenersi Nizza). L'Italia "vera" non s'ha da fare e non si farà: con queste premesse, è normale, e forse davvero meglio così per tutti.
Un'altra questione è quella dellos tato greco, che OTL nasce da una rivoluzione antiturca negli anni Venti dell'Ottocento. "Qui", che succede? Io propenderei per una ripetizione in cui i greci guardano naturalmente a Venezia, accettandone la guida e l'appoggio, al punto, nel momento della massima difficoltà, da rinunciare a uno stato nazionale proprio in vista di una fusione completa con la Serenissima. Questo implicherebbe per la Repubblica una decina d'anni guerra con i turchi fino al 1830 circa, più altri round:
a) durante la guerra di Crimea, che ci sarebbe lo stesso;
b) durante quella del '76-78;
c) nel '97;
d) durante le guerre balcaniche del '12-'13? Ci sarebbero?
e) durante la Grande Guerra, forzosamente, dalla primavera del '15, trascinatici più dagli intrighi anglofrancesi che da volontà propria.
Finita la Grande Guerra, però, rischia di finire anche la luna di miele greco-veneziana, sempre che sia durata fin qui. Il principio di nazionalità à la Wilson spingerà a un'indipendenza greca, e non può essere nientemeno che Venizelos stesso a gestirla se si vuole evitare che scorra del sangue. La crisi fascista del '22 può essere il catalizzatore finale. A quel punto Venezia è fuori dal Mediterraneo Orientale, forse conserva alcune basi militari (a Corfù, Zante, Creta, Rodi, Cipro) e un'alleanza di ferro se la cosa si risolve per il meglio. Stesso discorso, nello stesss periodo, per la Dalmazia: se il trend secolare della slavizzazione non si è fermato - e non è facile, neppure con un Ottocento di marca veneta invece che asburgica, saranno guai. E' prevedibile un conflitto violento, lungo e sanguinoso tra "serenissimi" e "jugoslavi", non necessariamente legato al solo piano etnico, ma con risvolti sociali (la borghesia con Venezia, i contadini e i pescatori poveri con gli slavi) e ideologici (liberali, cattolici e socialisti con Venezia, ortodossi e etnonazionalisti con gli slavi); prevedo una possibile vittoria venezian, nonostante tutto, ma al prezzo dell'abbandono di molta parte dell'interno dalmata (Knin ecc.) alle locali "krajne ante litteram".
Se no emerge un Hitler a scatenare la seconda guerra mondiale, anche il conflitto più limitato prospettato nel 1939-40 sarebbe comunque una campana a morto per lo Stato veneziano multietnico. Ben che vada nel 1950 la Serenissima controllerebbe dal Mincio al Quarnaro, con le isole relative, il confine a un passo da Fiume (veneziana) e una stretta alleanza militare con l'Austria (o la Germania, se come probabile se la pappa "democraticamente") da una parte e la Gran Bretagna dall'altro, tanto per cambiare (niente II Guerra Mondiale, niente babau sovietico nel cuore d'Europa e quindi niente americani a dettare legge). Sul futuro del possesso di Romagna e Marche (Ascoli inclusa? come se la passerebbero gli ascolani, bollati come "terroni" per l'accento, e molto più logicamente legati alla Roma papalina?), anche lì, solo la struttura federale interpretata con rigore elvetico darebbe un futuro allo Stato. E poi, la questione italiana: il probabile terrorismo irredentista legato al passato movimento fascista dove lo mettiamo? Le mene "piemontesi" per mettere le mani su tutto il possibile (i Savoia sempre brutta gente erano) e garantirsi uno sbocco anche sull'Adriatico?
Presuppongo quindi che alla fine lo stato sarebbe stato più omogeneo, nel senso di un'italianità "adriatica" e comunque italiana, nel senso che il veneto sotto il Po proprio non loc apiva nessuno, l'italiano era almeno noto alle persone istruite (e nelle Marche centrali, anche alla gente comune che ne parlava un dialetto).
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Cui Massimiliano replica puntualmente:
Per il quanto riguarda il paragone con la Svizzera, non direi che lì non vi siano state discordie civili. Senza andare molto indietro nel tempo, ricordo come nel 1847 vi sia stato un vero e proprio conflitto armato tra i Cantoni liberali e 7 Cantoni cattolici e conservatori riuniti nel Sonderbund (Lega Separata). Questi ultimi cercarono addirittura l'alleanza dell'Austria. Nel Canton Ticino nel 1890 Liberali e Conservatori si combattevano a schioppettate. E' vero poi che la Svizzera può contare sulla continuità del proprio territorio, a differenza della Serenissima, ma è altrettanto vero che valicare in inverno catene montuose senza gli ausili della moderna tecnologia può essere altrettanto disagevole che andare per mare.
Con questo non sostengo che Venezia si trovasse nella stessa situazione della Svizzera, ma solo sottolineare come in linea di principio la presenza di forti tensioni interne non sempre determini la dissoluzione di una compagine statale.
Per quanto riguarda la contemporanea presenza di tre distinte nazionalità (l'Italiana, la Slava, la Greca), vi è un altro elemento da tenere presente. In tutti e tre i casi le nazionalità conviventi all'interno della Serenissima erano, da un punto di vista geopolitico, culturale e a volte anche linguistico e storico, "periferiche" rispetto ai "motori catalizzatori" delle rispettive identità nazionali (Lubiana, Zagabria e Belgrado per gli Slavi; Atene per i Greci; Torino, Firenze e Roma per gli Italiani). Questo fatto avrebbe potuto indebolire di molto i movimenti nazionalistici su base etnica, a patto ovviamente di una evoluzione in senso autenticamente federale dello Stato Veneziano.
Personalmente credo che gli elementi fortuiti, anche di relativa modesta entità, giochino un ruolo non indifferente negli avvenimenti e nelle evoluzioni della storia, ed è per questo motivo che ho iniziato, divertendomi, a scrivere scenari ucronici.
Al Congresso di Vienna l'Austria avrebbe preferito annettersi la Lombardia Veneta piuttosto che qualche avanzamento in Dalmazia, in modo da garantirsi migliori collegamenti con Milano? Certamente si! Ma nella timeline ucronica proposta Venezia è uno Stato alleato della Gran Bretagna, che partecipa per circa 17 anni a tutte le coalizioni antinapoleoniche e che dà un costante e attivo contributo (relativamente modesto certo, ma non del tutto ininfluente, specie per mare) alle operazioni militari e al blocco continentale. Tutto questo avrà un certo peso al tavolo della pace. Si può ipotizzare un compromesso di questo tipo: la Lombardia Veneta viene assegnata alla Serenissima ma all'Austria è consentito il libero transito di truppe da/per Milano attraverso le province di Bergamo e Brescia e lungo direttrici chiaramente determinate.
Per quanto riguarda la questione dello Grecia indipendente, nella timeline alternativa proposta immagino che essa nasca soltanto dopo la Prima Guerra Mondiale con la totale dissoluzione dell'Impero Ottomano o, al massimo, pochi anni prima (nel 1912-1913) in seguito a qualcosa che assomiglia alle prime due Guerre Balcaniche della nostra timeline. Penso che la cosa non sia del tutto inverosimile. Senza il retroterra della Morea (che resta veneziana) difficilmente la guerra di indipendenza greca degli anni '20 dell'Ottocento si sarebbe accesa o si sarebbe sviluppata con la medesima intensità. E' proprio in Morea infatti che si accende e si alimenta nella timeline reale la rivolta antiturca.
Immagino inoltre che Venezia non partecipi ai conflitti balcanici minori del resto dell'Ottocento, un pò perché questi non avvengono (non c'è ancora uno Stato Greco indipendente che vuole espandere i propri confini a spese dell'Impero Ottomano), un pò perché, paga degli assetti territoriali conseguiti, intuisce che cacciarsi ulteriormente nel ginepraio dei conflitti interbalcanici e in quello che vede da una parte il declinante ma ancora non trascurabile Impero Ottomano e dall'altra i recenti o recentissimi Stati di Serbia, Montenegro, Romania e Bulgaria, può essere molto pericoloso per uno Stato comunque relativamente piccolo e relativamente debole dal punto di vista militare.
Per quanto riguarda la questione dell'irredentismo slavo (o jugoslavo che dir si voglia), sono convinto che in una Dalmazia che resta veneziana (non italiana, attenzione) nel corso dell'Ottocento gli avvenimenti avrebbero preso una piega molto diversa. I confini etnici sarebbero stati molto più sfumati, il bilinguismo molto diffuso e alla fine avrebbe forse prevalso un sentimento identitario "veneziano" (non nel senso etnico del termine, ma inteso come fedeltà ad una patria multinazionale e federale) cementato ormai da secoli di storia comune. Nel Novecento non vi sarebbe stata la contrapposizione aggressiva tra il nazionalismo italiano e quello slavo, o, se vi fosse stata, avrebbe assunto forme molto più attutite.
Per quanto riguarda la questione delle Marche meridionali (l'Ascolano), concordo con il mio interlocutore. Probabilmente prima o poi si sarebbero staccate per entrare nella confederazione Italica proposta nella timeline alternativa.
Non concordo invece su un altro punto. Credo che uno Stato Veneziano indipendente possa sopravvivere solo in quanto Stato multinazionale (non malgrado sia uno Stato multinazionale). Se si riduce ad essere uno Stato italiano del Nord/est o poco più è destinato inevitabilmente, in qualsiasi timeline, ad essere assorbito da una compagine statale più grande egemone nella penisola italiana (nella timeline da me proposta la Confederazione Italiana). Del resto è proprio questo il punto centrale del racconto: San Marco vive perché nel XVIII secolo riesce a conservare la Morea e a riconquistare Creta, accentuando così il carattere multinazionale della propria compagine statale.
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L'amico Toxon ha un'altra idea:
Se nell’Ottocento Venezia sopravvive e ha ancora un po’ di possedimenti greci (Isole Ionie, Candia, Morea, ecc…) forse il nazionalismo greco sarebbe più forte che nella nostra Timeline. Una Repubblica di Venezia ancora vitale infatti vedrebbe la nascita di una forte borghesia greca, che inevitabilmente sarebbe conquistata dal nuovo nazionalismo. Inoltre, se la Repubblica, durante il periodo napoleonico, resiste nei territori greci, questi avrebbero tutte le ragioni per chiedere un peso politico molto maggiore all’interno dello stato. Venezia, stretta tra nazionalisti italiani e nazionalisti greci, riuscirà a mantenere "un piede in due scarpe" e a completare due processi di unificazione mantenendo le strutture del suo stato intatte? Secondo me no; a Venezia potrebbe invece avvenire una specie di "Ausgleich" tra le due metà della Serenissima: da Perasto in su ci sarebbe la "Repubblica Italiana di Venezia", impegnata a contendere ad Asburgo e Savoia il controllo della penisola; dalle Ionie in giù invece ci sarebbe una "Repubblica Greca di Venezia", impegnata a completare l’unità nazionale combattendo contro il moribondo Impero Ottomano. Tra l’altro queste metà avrebbero buon gioco a contenere e/o assimilare le "nazionalità soggette" (Croati e forse Sloveni per la parte italiana, Turchi e forse Albanesi per la parte turca, dipende da come e quanto si espanderà lo stato); ciò però comporterebbe la fine della tolleranza veneziana, e quindi la perdita definitiva di una parte dello "spirito" della vecchia Serenissima. La "Repubblica Italo-Greca di Venezia" riuscirà a sopravvivere o farà la stessa fine dell’Impero Austro-Ungarico?
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Anche Renato Balduzzi vuole dire la sua in proposito:
La Serenissima scelse sempre di restare neutrale nello scontro tra Napoleone ed i suoi nemici, ed è finita come sappiamo. Se si fosse invece alleata all'Austria in funzione anti-francese, magari dopo il Congresso di Vienna sarebbe stata restaurata nei suoi territori precedenti con in più qualche arrotondamento in Lombardia che la farebbero combaciare con il Lombardo-Veneto.
Se la Serenissima rimanesse alleata dell'Austria, in modo da permetterle di controllare i ducati emiliani e la Toscana, inevitabilmente si scontrerebbe con il regno di Sardegna.
A questo punto tento due divergenze: la prima è che la Serenissima rimanga amica dell'Austria. Questo porta a una guerra contro i Savoia e infine alla sua annessione. Tuttavia, permane un fermento indipendentista analogo a quello catalano che cercherà la secessione dell'antica Repubblica durante la Grande Guerra e infine dopo la Liberazione, quando potrebbe aver luogo un referendum per chiedere ai cittadini lombardo-veneti l'opinione sull'indipendenza.
Tra l'altro, se la Serenissima venisse annessa direttamente nei primi anni dell'unità d'italia forse non ci sarebbe la questione dell'Istria e della Dalmazia, e probabilmente solo Trieste rimarrebbe sotto l'Austria. La I guerra mondiale potrebbe concentrarsi piuttosto su Trento, con la conquista dell'intero Tirolo. Una linea di espansione potrebbe aspirare alla conquista di Lugano e Bellinzona, trascinando la Svizzera in guerra a fianco degli imperi centrali. Oggi potrebbero non esistere in Svizzera cantoni la cui lingua ufficiale è l'italiano.
Intanto le gatte da pelare della politica interna svizzera sarebbero soprattutto di matrice etnonazionalistica: sloveni, croati, istrorumeni, dalmati, montenegrini avrebbero spinto per avere una maggiore autonomia. Qui, se il Gran Consiglio si fa furbo, una riforma in senso federale, con particolare autonomia amministrativa per le regioni di lingua non romanza risolverebbe in gran parte i problemi.
Un'altra prospettiva è il "tradimento" della Serenissima nei confronti dell'Austria, per allinearsi alla Gran Bretagna e alla Francia. Data l'aria che tirava in quel periodo, un'alleanza con l'Austria sarebbe stata per Venezia un suicidio: prima o dopo i Savoia l'avrebbero conquistata con l'appoggio dei potenti alleati occidentali. In caso contrario Venezia, essendo un alleato, è inattaccabile. Possiamo essere certi che un qualsiasi referendum per l'annessione al regno d'italia avrebbe dato esito negativo (al di là del fatto che si trattava di uno stato centralista, potevano i Serenissimi accettare spontaneamente il dominio di un re?). Durante la I guerra mondiale l'Italia avrebbe potuto dichiarare guerra all' "irredenta" Repubblica e irrompere al di là del Ticino e del Po. Questo, chiaramente, se Venezia non scende prima in guerra contro l'Austria per la conquista di Trieste e della Slovenia, in modo da unire i suoi possedimenti territoriali, oppure non si allea preventivamente con l'Italia nel timore di una guerra di aggressione, guadagnandoci magari qualche arrotondamento in Trentino.
Nella Seconda Guerra Mondiale sicuramente Mussolini tenterebbe di metterci piede, e ci riuscirebbe con successo grazie all'aiuto della Germania nazista. Anzi, forse la Germania cercherebbe di riprendersi il suo porto mediterraneo, Trieste. Il Doge e il Gran Consiglio, si rifugerebbero in Gran Bretagna insieme a De Gaulle e da lì guiderebbero la resistenza.
Alla fine del conflitto la Serenissima tornerebbe ai suoi confini naturali (tranne forse alcune zone della Jugoslavia) ed entrerebbe nella NATO. Negli anni '60 il processo di industrializzazione sarebbe più lento a causa della scarsità di manodopera di provenienza meridionale, che piuttosto che scavalcare la frontiera privilegerebbe Torino. Negli anni '70, la Serenissima entrerebbe nell'UE e infine, nel 2002, adotterebbe l'Euro.
Secondo me, in ogni caso, per sopravvivere la Repubblica di Venezia deve strutturarsi su base federale, in modo da tenere a bada le sue eterogenee componenti etniche.
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