L'agente dello Spectrum


Salve a tutti! Ho iniziato un altro racconto ucronico, ambientato in un mondo dove l'impero romano non è mai caduto! per realizzarlo ho impiegato anche nomi e idee presi da altri racconti che ci sono nel sito di Utopiaucronia... buona lettura!

PREMESSA:

Benvenuti in un mondo diverso…un mondo dove l’Impero Romano non è mai caduto e domina incontrastato buona parte del mondo, contrastato solo dalla Cina nazionalista di Hu Jintao e dal Nuovo Impero Persiano governato dallo spietato Saddam Hussein. La Russia non rappresenta più una minaccia, in quanto dopo la sconfitta inflittale dai romani nella Grande Guerra del 2702-2707 (calendario romano) è ridotta ad uno stato povero e debole, economicamente dipendente dall’impero. Il Giappone è da secoli sotto il dominio cinese, anche se molte sette segrete giapponesi tramano ancora per liberare il proprio paese. In questa realtà il cristianesimo non è mai diventato religione di stato, ed è solo uno dei tanti culti praticati nell’impero, la cui religione principale è ancora quella pagana. L’America è stata scoperta dai romani, che l’hanno battezzata Iperborea (questa l’ho “rubata” a Riker…) e l’ hanno interamente colonizzata; tuttavia buona parte dei coloni iperborei si è ribellata formando una nazione autonoma di stampo democratico, L’Unione Iperborea (UI); così oggi il continente iperboreo è diviso in due: la parte nord-occidentale costituisce l’ UI, mentre la costa orientale è ancora territorio romano. Gli abitanti dell’UI, sebbene discendano dai coloni romani, hanno sviluppato costumi molto diversi da essi e anche una lingua diversa, simile al nostro italiano, ma con forti influenze degli idiomi dei pellerossa. Anche l’Australia è stata scoperta dai navigatori romani e battezzata Atlantide. Il continente atlantideo è tuttora territorio romano, così come l’India, l’Africa e il Sudamerica (che in questa realtà si chiama Iperborea Meridionale). La lingua più parlata al mondo è il latino moderno (come l’inglese da noi), e la tecnologia è molto più avanzata di quella del nostro mondo. I romani hanno già iniziato la colonizzazione della luna e hanno creato un avamposto su marte. Ora entreremo in questa realtà e la esploreremo con gli occhi di Aurelio Rufo Metello, agente speciale dello Spectrum, il potentissimo servizio segreto dell’Impero Romano, e lo seguiremo nelle sue difficili missioni nei vari angoli di questo mondo così diverso.

 

L'AGENTE DELLO SPECTRUM

22 gennaio 2759 (secondo il calendario romano), ore 19 e 11, al largo di Iperborea:

Era sera ormai; il sole scendeva lentamente facendo capolino dietro l’orizzonte, inondando il mare di luce dorata e tingendo il cielo di rosa. Un forte vento spazzava la coperta della grande nave da carico, facendo ondeggiare maestosamente la grossa bandiera che si ergeva sul pennone, sopra il ponte di comando; la bandiera era rossa e raffigurava un’aquila dorata ad ali spiegate, circondata ai lati da due trecce di foglie d’alloro. Il simbolo dell’Impero Romano. Il capitano Gaio Vatreno  si appoggiò sul parapetto di ferro, guardando con aria assorta lo spettacolo di fronte a sé: la nave infatti stava entrando in quel momento nella baia di Nova Eburacum, la più grande e popolosa città romana in Iperborea.  Volgendo lo sguardo alla propria sinistra Vatreno vide che stavano passando vicino all’isolotto roccioso sul quale sorgeva l’imponente statua della Dea Roma: la scultura era enorme, alta 106 metri, e raffigurava la dea con indosso un elmo da battaglia e una lunga veste; il braccio destro stringeva in mano un gladio ed era proteso verso il cielo, fungendo simbolicamente da saluto e da monito a tutti coloro che giungevano in Iperborea. Oltre l’isola con la statua si potevano chiaramente vedere i maestosi grattacieli che si ergevano dalla costa,  i quali erano già sfavillanti di luci, come pure il resto della città. Tutto però era sovrastato da un colossale grattacielo, più alto e maestoso di tutti gli altri: la Torre Di Cristallo, progettata dal celebre architetto romano Orosio Iunio Mannone. Alta più di 600 metri, era composta per buona parte da vetro, e splendeva come un gioiello nell’oscurità. Nella baia c’erano imbarcazioni di ogni genere, forma e dimensioni, anch’esse ben illuminate. Vatreno, osservando quella scena, si tranquillizzò: tutto sembrava tranquillo, e ciò lo rassicurava, visto ciò che lui e il suo equipaggio trasportavano illegalmente nella stiva: ben 10 quintali di neo-oppio che aspettavano solo di essere comprati a caro prezzo e distribuiti per le strade e per i bassifondi della città; il neo-oppio era stato ottenuto modificando geneticamente le normali piante di oppio, creando così la droga più potente e diffusa mai esistita. Vatreno l’aveva provata, una volta, e quella volta gli era bastata: era stata un’esperienza sconvolgente, ai limiti della realtà, e Vatreno non capiva come potessero esserci tanti imbecilli che la consumavano in tutto il mondo. Ma a lui non importava, bastava che pagassero. Scrutò attentamente il cielo, che ormai si stava facendo nero. Un elicottero da turismo volteggiava pigramente sopra la baia, e un aereo di linea sorvolava la città preparandosi all’atterraggio. Anche in aria era tutto tranquillo. Bene, pensò Vatreno, non potevano permettersi di correre alcun rischio. Uno dei suoi uomini, Lucio, gli si avvicinò. Si era unito da poco alla banda di trafficanti di droga ma aveva subito dimostrato grandi capacità, diventando in pochi mesi uno dei più fedeli aiutanti del capitano. Era piuttosto giovane, sulla trentina, ed era alto e atletico. Portava i capelli neri tagliati a spazzola, e aveva intensi occhi blu. “La roba è pronta per essere scaricata-disse Lucio- e tutti gli altri sono di sotto.” “Perfetto- rispose Vatreno accarezzandosi l’ispida barba grigia-aspettate il mio ordine, come al solito.” Lucio annuì e si allontanò. Il capitano si volse di nuovo a guardare la baia. Pensò a tutti gli Aurei che lui e i suoi avrebbero guadagnato quel giorno e sorrise. Era davvero una serata magnifica.

Un’ora dopo la nave attraccò in una zona buia e malfamata del porto, dove dominavano oscurità, sporcizia e desolazione. Dal ponte uno degli uomini di Vatreno accese e spense una torcia elettrica a intervalli regolari, puntandola verso un grosso capannone abbandonato che sorgeva a poche decine di metri dalla banchina. Dopo un istante dall’interno del capannone giunse una risposta, anch’essa sottoforma di luce lampeggiante. Quello era il segnale convenuto: i compratori del neo-oppio erano sul posto, pronti a concludere l’affare. Fu calata una scaletta di ferro e Vatreno scese sulla banchina, scortato da due dei suoi uomini. Il capitano non dovette aspettare che qualche secondo: dall’ingresso del capannone infatti uscì un gruppo di uomini, che si diresse velocemente verso Vatreno e i suoi. Il capitano allora sussurrò qualche parola all’auricolare che portava all’orecchio e subito il portellone della stiva si aprì; ne uscirono gli altri uomini dell’equipaggio trasportando a braccia le pesanti casse di legno contenenti la droga. Il capo dei compratori si avvicinò al capitano e disse: “salve, Vatreno. Come sempre sei in perfetto orario. Vogliamo concludere?” “certo - rispose l’altro - la roba è proprio qui dietro, in quelle casse. Prima però voglio vedere i soldi.” “certo, certo, non preoccuparti. Ormai ti conosco” rispose  il criminale con tono ironico. Fece un cenno ad uno dei suoi scagnozzi, il quale aprì una valigetta zeppa di Aurei in contanti e la mostrò a Vatreno. Quest’ultimo sorrise compiaciuto e si volse verso i suoi, ordinando loro di venire avanti con le casse. Entro pochi minuti l’affare sarebbe stato concluso. Tuttavia il capitano notò che Lucio non era tra gli uomini. Dov’era finito? Forse era rimasto nella stiva…ma per quale motivo? Vatreno decise di non curarsene, e si volse di nuovo verso il suo acquirente per concludere la transazione.

Nel frattempo Aurelio Rufo Metello era appostato nell’abitacolo di una gru abbandonata, spiando di nascosto la transazione che stava avvenendo a pochi metri da lui. Si era gettato fuoribordo al momento dell’attracco senza che nessuno lo scoprisse, quindi si era rifugiato lì dentro, pronto ad agire…finalmente. Aveva passato molti mesi come infiltrato nella banda di Vatreno, sotto il falso nome di Lucio, attendendo l’occasione buona per prenderli in trappola. Il capo dei trafficanti ormai si fidava di lui, ritenendolo uno dei suoi elementi migliori. Ma la realtà era ben diversa…Aurelio era infatti un agente dello Spectrum, il servizio segreto romano, il quale tentava da tempo di stroncare il traffico transoceanico di neo-oppio. E ora finalmente l’ora era giunta. Aurelio, vedendo che i criminali stavano per completare lo scambio, decise che non era più il caso di attendere oltre; attivò il micro-comunicatore nascosto nel suo orologio da polso e diede ordine ai suoi uomini (appostati tutt’intorno al molo) di entrare in azione. Subito dopo uscì fulmineo dal suo nascondiglio e puntò la sua mitraglietta interfector P-48 contro i trafficanti, i quali, riconoscendolo, rimasero di stucco. “fermi dove siete - urlò Aurelio - in nome dell’imperatore, vi dichiaro in arresto!”

Ci fu un momento di completo silenzio. Poi Vatreno contrasse il volto in una smorfia di furore e, estraendo la pistola, urlò “maledetto traditore!!!” Ma non ebbe il tempo di sparare, perché in quell’istante un largo buco gli si aprì nel torace, spargendo sangue in tutte le direzioni. Il capitano crollò a terra, con un’espressione di incredulità stampata negli occhi ormai vitrei. Subito dopo venti uomini dello Spectrum uscirono dai loro nascondigli, circondando gli altri criminali e intimando loro di arrendersi. I narcotrafficanti indugiarono per qualche secondo, con le mani ancora sul calcio delle pistole; poi, vistisi spacciati, gettarono le armi e si arresero. Aurelio, con in mano la mitraglietta ancora fumante, sorrise soddisfatto: un’altra operazione si era conclusa con un pieno successo… mesi e mesi passati sotto copertura non erano stati uno spreco, dopotutto.

22 gennaio 2759, ore 4.05, Mesopotamia, da qualche parte nel deserto:

L’interno dell’imponente fortezza sotterranea era avvolto nel silenzio e nella penombra. Ma dietro la calma apparente si nascondeva una febbrile attività; nella sala di controllo principale decine di uomini in camice bianco da laboratorio erano chini sugli schermi dei loro computator, scambiandosi informazioni e verificando gli ultimi dati. Tutto era pronto per l’inizio dell’esperimento. Amir El-Basir, capo del progetto Sole Ardente, osservava le operazioni dalla sua postazione, con i suoi aiutanti al fianco. In fondo alla grande sala si ergeva l’imponente massa argentea e ovale del reattore a fusione, un mostro metallico in attesa di essere destato dal suo sonno profondo. Uno degli aiutanti, dopo aver parlato tramite auricolare con i tecnici, si accostò al capo-progetto sussurrandogli che l’esperimento poteva iniziare. Una luce maligna brillò negli occhi di Amir, mentre un largo sorriso gli increspava la folta barba scura. “Molto bene - disse - procedete!” Il suo aiutante impartì un secco ordine nell’auricolare, e subito i tecnici attivarono l’impianto; un cupo ronzio si diffuse nell’ambiente, mentre gli uomini lasciavano ordinatamente la sala. Rimasero solo Amir e i suoi aiutanti, i quali si misero al riparo dietro ad uno schermo trasparente antiradiazioni, dietro il quale potevano comunque osservare lo svolgersi dell’esperimento. Indossarono tutti degli occhialetti protettivi e si volsero a guardare il reattore: il mostro si stava svegliando, lentamente ma inesorabilmente: a poco a poco il ronzio crebbe d’intensità, mentre una luce bianca si propagava nella sala, dapprima debole, poi sempre più accecante. Il ronzio cessò. Ci fu un momento di totale silenzio. Poi, attraverso i pannelli di controllo che mostravano l’interno del reattore, Amir scorse una grossa sfera di luce bianca, perfetta. Era sospesa tra le pareti del reattore, come un piccolo sole. “Successo pieno, capo-progetto - disse un altro degli aiutanti fissando i dati che affluivano sullo schermo - la reazione è stabile”. Amir si sentì pervadere dalla gioia. Ora avevano il controllo dell’energia a fusione, una forza che sarebbe divenuta l’arma risolutiva con cui il Nuovo Impero Persiano avrebbe sottomesso l’intero pianeta…e la prima a cadere sarebbe stata Roma.

24 gennaio 2759, ore 18.00, in volo sul Mar Tirreno:

L’aereo di linea della Icarus, la compagnia aerea di punta dell’impero romano, sfrecciava tra le nuvole; era largo e piatto, con ali quasi inesistenti, e si muoveva a velocità impressionante; Aurelio guardò fuori dal finestrino e vide il Tirreno scorrere sotto di lui, mentre il velivolo scendeva lentamente di quota. entro pochi minuti sarebbe stato a Roma. Il volo da Nova Eburacum era durato poco più di un’ora, grazie ai propulsori a idrogeno liquido dell’aereo. Ormai tutti i velivoli del mondo erano stati equipaggiati con quella nuova tecnologia, che aveva reso immensamente più agevoli i viaggi da un capo all’altro del pianeta. Aurelio distolse lo sguardo dal panorama esterno e accese il computator portatile che teneva sulle ginocchia, connettendosi subito ad Interaranea, la rete virtuale che collegava i calcolatori di tutto il globo. Come aveva previsto c’era un messaggio di posta elettronica per lui su una frequenza criptata: digitò la parola-chiave e lo aprì. Il messaggio era breve. Diceva soltanto il luogo e l’ora dove avrebbe dovuto farsi trovare quella sera. D’altronde i suoi capi non erano tipi da perdersi in formalità. L’unica firma era una grande “S” rossa, simbolo dello Spectrum. Aurelio rispose confermando l’appuntamento, quindi spense il computator proprio mentre gli assistenti di volo annunciavano ai passeggeri che l’aereo si trovava già su Roma. Aurelio si mise nuovamente a guardare fuori dal finestrino; nonostante non fosse certo la prima volta che vedeva Roma dall’alto, quello spettacolo non mancava mai di mozzargli il fiato, e non se lo sarebbe perso per nessuna ragione: dapprima vide l’imponente mole di Caput Mundi, la torre-faro più alta del mondo (più di 500 metri), la quale si ergeva su un isolotto artificiale al largo di Ostia ed era collegata alla terraferma da un lungo ponte di metallo. La torre, modellata a forma di ascia bipenne e rivestita di bianco, era assolutamente spettacolare. Poi l’aereo virò, superando Caput Mundi e sorvolando finalmente Roma. La città era immensa e sembrava estendersi in tutte le direzioni. Nel corso dei secoli si era ingrandita a dismisura, inglobando Ostia e tutti gli altri centri abitati vicini; con i suoi 12 milioni di abitanti era una delle città più popolose al mondo. Aurelio la osservò estasiato, ammirando i numerosissimi monumenti che, grazie al costante restauro a cui erano sottoposti, continuavano a sfidare il tempo perfettamente intatti: il Colosseo, il Circo Massimo, il mausoleo di Adriano e molti altri ancora; anche i marmorei edifici del Foro Romano, nei quali si continuava a svolgere la maggior parte della vita politica della città, si ergevano in tutto il loro splendore. Sul Palatino sorgeva un edificio colossale, fatto di marmo candido e sorretto da colonne ciclopiche; si trattava del Summum Templum, il più grande tempio mai costruito in onore della dea Vesta, ed era così enorme da essere visibile perfino dallo spazio. Aurelio si sentì eccitato come un bambino mentre l’aereo sorvolava il gigantesco monumento. Più oltre, vicino al centro città, vide un grande quadrilatero grigio, riconoscendolo subito: era la stazione centrale Augusta, la più grande stazione ferroviaria del mondo, dalla quale partivano i rapidissimi treni a levitazione magnetica diretti in ogni angolo d’Italia; era anche il centro nevralgico della metropolitana di Roma, poiché si estendeva sottoterra per ben dieci livelli; la metro della città era la più estesa mai realizzata, con ben ventitrè linee interamente automatizzate. I treni infatti non avevano bisogno di piloti, poiché erano controllati da un potente supercomputator situato proprio all’ultimo livello di Augusta. L’aereo passò oltre, puntando verso la periferia, dove si trovava l’aeroporto internazionale Aquila. Guardando verso le colline ai confini della città Aurelio scorse un’ampia area delimitata da un alto muro, all’interno della quale vi erano dozzine di edifici dalle forme bizzarre; ai piedi della collina presso la quale sorgeva quello strano complesso si ergevano decine di grandi stelle di metallo dorato, disposte in modo da formare la costellazione della Lupa, la più importante nell’astronomia romana. Aurelio conosceva quel luogo: si trattava di Urbs Mirarum, la città del cinema famosa in tutto l’impero, nella quale vivevano gli attori e i registi più amati e venivano girate le pellicole più spettacolari. L’aereo oltrepassò anche Urbs Mirarum, abbassandosi ulteriormente e preparandosi all’atterraggio. Aurelio si staccò dal finestrino e allacciò la cintura di sicurezza. Era meraviglioso essere di nuovo a casa!

24 gennaio 2759, ore 21.30, Roma:

Aurelio camminava spedito lungo uno dei marciapiedi di Piazza dell’Impero; era ormai sera e faceva piuttosto freddo, ma per lui non era un problema, poiché era ben coperto da una pesante giacca di pelle. Mentre camminava ammirò la piazza intorno a sé, la quale traboccava di traffico e di vita. Gruppi di ragazzi attraversavano la strada ridendo, tra le imprecazioni degli automobilisti. Grossi mezzi pubblici caricavano e scaricavano passeggeri alle fermate. Paninari sorridenti vendevano cibo a destra e manca dai loro chioschi colorati. Il tutto era sovrastato dall’imponente mole dell’Ara Legionarii, il marmoreo monumento fatto costruire nel 2708 dall’imperatore Massimiliano per celebrare le migliaia di soldati romani caduti durante la Grande Guerra contro la Russia comunista di Stalin. L’edificio, interamente bianco, era decorato da numerosissime statue in bronzo raffiguranti dei della guerra alla guida dei loro carri e legionari in atteggiamento da battaglia. Era separato dal resto della piazza da un’alta cancellata di ferro, e sulla facciata anteriore era dotato di un’ampia scalinata d’ingresso, sopra la quale, appese a delle aste, sventolavano le bandiere purpuree con l’aquila dorata. In cima alla scalinata c’era una serie di bracieri fiammeggianti mantenuti costantemente accesi, e accanto ad essi montavano la guardia i vessilliferi; erano armati di lunghe lance, avevano il capo coperto da pelli di lupo ed avevano un aria perennemente minacciosa. Quella scena solenne strideva notevolmente con il caos della piazza sottostante, pensò Aurelio divertito. Affrettò il passo. Ormai mancavano pochi minuti all’appuntamento. Attraversò rapidamente la grande piazza e giunse davanti al museo delle cere, all’imbocco di Via dell’Impero. Era lì che doveva incontrarsi col suo superiore; quest’ultimo non si fece attendere: “sono contento di vederti, Aurelio. Mi sembri in gran forma!” disse una voce alle spalle dell’agente. Aurelio si voltò e si trovò davanti Marco Servilio, il suo diretto superiore allo Spectrum. L’uomo indossava un completo nero di una certa eleganza, e pareva insensibile al freddo. Portava anche un paio di occhiali scuri modello Argus III, speciali lenti collegate ad un microprocessore bionico situato nel nervo ottico che gli permettevano di vedere senza problemi nonostante la cecità: Servilio infatti aveva perso la vista alcuni anni prima nel corso di una pericolosa missione in Sudafrica, ma grazie a quell’innovativa tecnologia il problema era stato risolto. I due uomini si sorrisero e si strinsero calorosamente la mano. “facciamo una passeggiata” disse tranquillamente Servilio; “volentieri” rispose Aurelio. I due si incamminarono lungo Via dell’Impero, la quale era affollata quanto la piazza. Era per quello che l’avevano scelta come punto d’incontro; in mezzo alla folla e alla confusione c’erano meno rischi di essere seguiti o ascoltati da eventuali spie. “Innanzitutto ti faccio i miei complimenti - disse Servilio - l’operazione di Nova Eburacum è stata un successo molto importante, e grazie ad essa abbiamo inflitto un duro colpo al traffico internazionale di neo-oppio.” “Ti ringrazio - replicò Aurelio sarcastico - ma non penso che tu abbia voluto vedermi solo per congratularti con me…c’è dell’altro…una nuova missione in vista, immagino.” “Immagini bene - disse l’altro con un mezzo sorriso - ma si tratta di una missione molto più importante… e pericolosa di quella che hai appena portato a termine. Inoltre è segretissima, classificata a livello Omega, quindi non posso parlartene qui. Sappi solo che si svolgerà in medio oriente. Tra tre giorni dovrai presentarti alla centrale, dove ti verranno forniti tutti i dettagli.” Dentro di sé Aurelio ebbe un moto di frustrazione ma riuscì a nasconderlo: aveva sperato di godersi alcune settimane di meritato riposo, e invece ecco che veniva subito catapultato in un'altra missione. Del resto, sapeva che la difesa della patria era molto più importante dei suoi interessi personali. Era il motivo per cui amava il suo lavoro. “Nessun problema - disse - sono pronto ad affrontare qualunque pericolo…come sempre.” “Ne sono felice - rispose Servilio con voce improvvisamente cupa - perché stavolta avrai bisogno di tutto il tuo coraggio e di tutta la tua fortuna per uscirne intero. Ora è meglio che vada. Ciò che avevo da dirti te l’ho detto. Ci vediamo tra tre giorni.” Si voltò e sparì, inghiottito dalla folla. Aurelio continuò a camminare col capo chino, ripensando con inquietudine alle ultime parole del suo superiore: avrai bisogno di tutto il tuo coraggio e la tua fortuna per uscirne intero. Di che tipo di missione poteva mai trattarsi?

[continua]

Blade87


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