Tutto parte da un'idea di William Riker:
Todor Zhivkov, detto "Tato", fu il più longevo segretario comunista dell'Europa orientale, e dominò la vita politica bulgara dal 1958 al 1989; la sua fedeltà a Mosca fu tale che la Bulgaria si meritò il titolo di "sedicesima tra le quindici repubbliche dell'URSS". Proprio l'eccessiva subordinazione del regime nei confronti dell'Unione Sovietica fu una delle ragioni che spinsero i generali Cvjatko Anev e Ivan Todorov-Gorunja a un tentativo di colpo di stato nel 1965.
Il golpe, fondamentalmente filocinese (la Bulgaria aveva intessuto crescenti relazioni commerciali con quel paese negli anni precedenti), venne sventato, anche se i congiurati se la cavarono con condanne alla detenzione abbastanza miti (a Imre Nagy era andata sicuramente peggio). Uscito rafforzato dal fallito putsch militare, Zhivkov continuò ad esercitare un potere assoluto sul suo paese fino alla rivoluzione del 1989, provocando tra l'altro una catastrofe ecologica nel fiume Danubio e l'esodo di centomila turcofoni, che egli voleva slavizzare a forza.
Ma se il colpo di stato riesce? Come cambia la storia della Bulgaria? Sofia lascia il COMECON come l'Albania e si accosta alla Cina? A fine anni ottanta questo paese evolverà pacificamente verso la democrazia come Ungheria e Polonia, o conoscerà una rivolta cruenta come nella vicina Romania?
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Enrico Pellerito parte allora a ruota libera:
Premetto che nello sviluppo di questo POD mi sono accorto, per l'ennesima volta, quanto possono essere veramente "stretti" i plausibili margini di manovra, anche volendo immaginarsi il peggio, confutando così le mie prime ipotesi sul possibile progresso degli eventi.
Tutto sommato, il rispetto di determinati impegni, come quelli probabilmente presi a Yalta, hanno garantito il mantenimento di un equilibrio e credo che su questo ci sia una convergenza di opinioni tra tutti noi che scriviamo su questa lista.
I fatti che ho potuto appurare sembrerebbero questi: nell'ottobre del 1964, il generale Ivan Todorov Gorunja, già comandante partigiano nel Fronte della Patria (una coalizione di movimenti antifascisti, comprendente anche i comunisti, operante in Bulgaria durante il secondo conflitto mondiale), ritiene che la dirigenza di Todor Zhivkov stia deviando da quelli che sono i principi del Marxismo-Leninismo; ciò comporta il rischio che la Bulgaria possa cedere all'azione dell'imperialismo USA (?!?)
E' questa la reale motivazione? o piuttosto la voglia di dare un'impronta nazionalistica alla leadership della Bulgaria?
Agli occhi di Gorunja, Todor Zhivkov appare troppo subordinato al Cremlino, nonostante quest'ultimo abbia fatto parte, insieme ad Anton Tanev Jugov e a Encho Staikov, del cosiddetto gruppo dei "nazionali", che sin dal 1954 aveva progressivamente estromesso i "moscoviti" (in effetti stalinisti) di Valko Cervenkov. Ma Gorunja ha ragione, in quanto al posto dei russofili stalinisti sono arrivati alla guida della Bulgaria non dei nazionalisti, ma sempre dei russofili, supini stavolta a Chruscev.
Oppure, c'è la longa manus di Pechino dietro a questo tentativo di sovvertire Zhivkov, considerando l'incremento delle relazioni commerciali (e quindi politiche e culturali) fra Bulgaria e Cina popolare a partire dal 1958, sebbene questi contatti siano poi man mano diminuiti dopo il 1961?
Facciamo un mix di tutto questo, senza dimenticare che, spesso, a spingere verso certe scelte può semplicemente essere la bramosia del potere.
Gorunja decide di agire per riportare, secondo lui, la Bulgaria nell'alveo del socialismo reale, coinvolgendo nella cospirazione, fra gli altri, il ministro degli Esteri Tsolo Krasztev (già ambasciatore in Corea del Nord e noto pro-cinese), il comandante della guarnigione di Sofia, generale Cvjatko Anev e Zunàchst Vraca, un autorevole membro del PC bulgaro.
Il colpo di stato dovrà avvenire attraverso l'arresto dei membri deviazionisti durante una riunione del Comitato Centrale del Partito comunista bulgaro.
Il giorno 8 aprile del 1965 (certo ne è passato tempo dalla supposta ideazione del golpe) però ad essere arrestato è il generale Anev; appresa la notizia, Gorunja si suicida, o forse "viene" suicidato, chi lo sa? Un'altra fonte parla del suicidio di Gorunja all'interno della cella dove viene messo dopo il suo arresto; la sostanza non cambia poi molto.
Il successivo 12 aprile, vengono arrestati gli altri congiurati, che saranno processati tra il 14 e il 19 giugno; le pene, così come riportato da Riker, sono invero lievi: a 9 dei golpisti vengono comminati dagli 8 ai 15 anni di reclusione, mentre altre 192 persone riceveranno condanne di entità minore, in media fino a 3 anni di carcere.
Questi, come detto i fatti reali, ma ho letto che tentativi di colpo di stato contro Zhivkov, tra il 1965 e il 1971, ve ne sarebbero stati almeno più di sei!
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Tornando ora al POD immaginato dal nostro webmaster, vediamo quale sviluppo potevano prendere gli avvenimenti se i golpisti avessero ottenuto successo.
Aprile 1965: durante una riunione del Comitato Centrale del Partito Comunista Bulgaro (facciamo che sia stata indetta per il giorno 8 di quel mese), Zhivkov viene arrestato con l'accusa di deviazionismo; la totalità dei suoi collaboratori e molti dei membri del partito a lui vicini vengono pure ristretti all'interno di alcune caserme.
Radio Pechino esalta l'avvenimento, subito seguita dalle felicitazioni espresse da Radio Tirana.
Le nazioni facenti parte della NATO e quelle neutrali d'Europa, Jugoslavia in prima fila, restano attonite, in attesa di vedere che piega prendono gli avvenimenti; ovviamente tutti mettono in stato di allerta le forze armate.
Al Cremlino, Breznev è alle prese con la prima grossa gatta da pelare da quando è diventato Primo segretario del PCUS, ma è ben intenzionato a fare sentire la preminente volontà dell'URSS in tale avvenimento.
Dopo i primi contatti ufficiali con il nuovo governo di Sofia, i Sovietici comprendono che, nonostante le assicurazioni, l'intenzione dei Bulgari è quella di sganciarsi da Mosca; probabilmente i primi passi saranno la fuoriuscita dal Patto di Varsavia e dal Comecon (così come operato dall'Albania nel 1961, sebbene, formalmente, Tirana faccia ancora parte di tali organizzazioni).
Vengono immediatamente posti in essere negoziati tendenti ad evitare questo allontanamento da parte dei Bulgari; contatti continui avvengono tramite l'ambasciatore sovietico a Sofia.
Il ministro degli Esteri dell'URSS, Andrej Gromiko, parte da Mosca per la capitale balcanica, accompagnato da una numerosa delegazione.
Nel frattempo, il KGB si sta dando da fare per contattare i propri corrispondenti presenti tra le file del governo e delle forze armate bulgare, ma pare che gli elementi su cui si faceva affidamento siano nell'impossibilità di essere d'ausilio; molti di questi erano fra coloro che facevano parte dell'entourage di Zhivkov, trovandosi ora nell'impossibilità di agire.
Un contro colpo di stato, ad opera degli stessi Bulgari fedeli a Mosca, è quindi impossibile.
Come prassi, vengono attivate le strutture dello Stavka (l'alto comando supremo delle forze armate sovietiche) preposte alla stesura e all'aggiornamento dei piani relativi a simili situazioni (come già fatto in Ungheria 9 anni prima), solo che la mancanza di truppe dell'Armata rossa stanziate in loco rende più difficoltosa la gestione di un'eventuale soluzione militare di questa crisi.
I colloqui a Sofia durano alcuni giorni, senza però giungere ad una soluzione; sebbene si muovano con cautela, i Bulgari sono chiaramente intenzionati ad avvicinarsi a Pechino e la richiesta di proseguire i colloqui a Mosca non viene accettata; su questo punto Krasztev è irremovibile.
Al rientro a Mosca, durante un vertice al quale sono ovviamente presenti i massimi responsabili dell'URSS, Gromiko non può altro che puntualizzare quanto ha già comunicato da Sofia nei giorni precedenti.
Durante questo stesso vertice, viene per la prima volta espressa quella che in seguito verrà definita "dottrina Breznev", cioè l'impossibilità, per i paesi satelliti di Mosca, ad allontanarsi dai principi imposti dal Cremlino.
Breznev stesso conclude la lunga e pesante riunione affermando che non sarà la distanza dei confini, così come avvenuto per l'Albania, ad impedire di "...schiacciare questo tradimento. Se a Sofia contano sull'interposizione territoriale della Romania, sperando di evitare quanto successo a Budapest nel 1956, sono degli illusi."
Passano i giorni: le riunioni indette dalle organizzazioni come il Patto di Varsavia e il Comecon, vengono ormai puntualmente disertate dagli ufficiali e dai funzionari bulgari.
Di fatto non si hanno che formali contatti tra la Bulgaria e le altre democrazie popolari dell'Europa dell'Est, a parte la Romania e la Jugoslavia, mentre quelli con la Cina e l'Albania sono diventati sempre più intensi.
A Sofia è iniziato il processo alla "cricca di Zhivkov", mentre un notevole repulisti è stato fatto negli apparati del partito, delle amministrazioni civili e nelle forze armate.
Molte persone sono state arrestate, mentre è iniziato ad un programma di rinnovamento culturale e politico, dove non ci sarà spazio per menzionare i legami e i punti di contatto tra il popolo bulgaro e quello russo (a partire dalla comunanza dell'alfabeto cirillico).
Falliti tutti i tentativi diplomatici per far rientrare quella che viene ormai chiamata l'eresia bulgara, al Cremlino si decide (mantenendo sempre una parvenza di trattativa per non insospettire Gorunja e i suoi) di dare allo Stavka il via libera all'operazione "Titano", l'invasione della Bulgaria; l'inizio è programmato per la tarda notte del 30 maggio (scelto anche perché sarà un novilunio).
A questo punto si può ipotizzare che tale azione preveda l'utilizzo esclusivo di truppe sovietiche, ovvero (e la ritengo la cosa più probabile) che si operi un intervento nominalmente gestito dal Patto di Varsavia (nel concreto dallo Stavka sovietico) con la partecipazione delle altre nazioni facenti parte del blocco socialista.
L'Armata Rossa è stata sempre pronta a reprimere i movimenti controrivoluzionari nelle nazioni satelliti facenti parte del suo dominio: ha appoggiato la polizia della DDR durante le rivolte operaie del 1952-53, ha agito pesantemente in Ungheria nel 1956, ha minacciato di farlo allorquando, nello stesso anno, ci sono stati disordini in Polonia. Ma nel 1965 l'organizzazione militare del Patto di Varsavia è una realtà più che consolidata, ed è altamente probabile che Mosca avrebbe voluto dimostrare al mondo intero che è, appunto, tutto il blocco socialista che si muove per soffocare le controrivoluzioni antimarxiste. Quanto realmente accaduto nel 1968 in Cecoslovacchia, è al riguardo emblematico.
Dando, quindi, per scontata l'adesione delle altre nazioni del Patto (con una possibile eccezione che ora si analizzerà), questa compartecipazione potrà pure essere simbolica, stante le distanze in gioco, ma è comunque importante che ci sia.
L'eccezione, ovviamente, è rappresentata dalla Romania di Ceausescu; questi, proprio in quel periodo, è salito al potere a Bucarest da pochi giorni, in quanto il suo predecessore Gheorghiu-Dej è morto il 19 marzo 1965.
Gheorghiu-Dej aveva già impostato una via nazionale al comunismo rumeno, cercando, per quanto possibile e senza creare troppe irritazioni, di mantenere un certo grado di autonomia da Mosca.
Sappiamo che Ceausescu avrebbe ancor più accentuato questa politica, ma è possibile che lo faccia già nei primi giorni del suo "regno" in presenza di una simile crisi?
Come si sarebbe comportato di fronte ad una pressante richiesta da parte di Mosca a consentire il passaggio dei reparti del Patto di Varsavia per invadere la Bulgaria?
Forse avrebbe potuto astenersi dal partecipare con proprie truppe all'azione, ma questo, in fin dei conti, diventa un aspetto marginale; resta il fatto che quando non intervenne in Cecoslovacchia nel 1968, non aveva certo l'incomoda posizione territoriale nella quale si ritroverebbe, se il POD in questione si sviluppa come sin qui immaginato.
Tra il Distretto militare sovietico di Kiev e la Bulgaria insiste la Romania, e c'è il concreto rischio che di fronte ad un netto diniego a consentire il passaggio delle truppe sovietiche, i paesi ad essere invasi saranno ben due. Vale la pena rischiare così tanto? Forse Ceausescu potrebbe proporsi come mediatore, onde garantire che la Bulgaria abbia maggiore autonomia da Mosca, pur sempre restandone satellite; sarebbe una sorta di "Cicero pro domo sua", ottenendo una sorta di precedente benestare a quanto egli stesso intende prefiggersi.
Se però le cose precipitano, fin dove potrà tirare la corda con il Cremlino?
D'altra parte, dovremmo chiederci se anche Mosca può tirare troppo questa corda; mostrare nei fatti ben due anelli deboli, nella catena che lega le nazioni dell'Europa orientale all'Unione Sovietica, è certamente qualcosa che agli occhi del mondo imperialista andrebbe evitato.
Questo stato di cose potrebbe pure indurre gli USA e la NATO a considerare fattibile l'inizio di una politica aggressiva verso l'Est, con lo scopo di fiaccare sempre più Mosca, isolarla progressivamente dai suoi alleati con appropriate misure diplomatiche e, probabilmente, economiche, giungere perfino ad attaccare per concludere, una volta e per tutte, questa contesa.
Ma qui diventa preminente non perdere posizioni a rischio anche di far sembrare una scampagnata quanto accaduto 9 anni prima in Ungheria; non ci si può permettere che un solo tassello venga meno, non è consentibile alcuna defezione; la Bulgaria non deve essere persa e per questo è necessario utilizzare il territorio rumeno, e se anche a Bucarest intendono porre problemi, le conseguenze dovranno essere chiare e d'esempio per tutti. Anzi, potrebbe essere l'occasione per chiarire definitivamente a tutto il mondo come devono andare le cose.
Lo Stavka sa benissimo che, nell'eventualità di dover riportare con la forza l'ordine socialista in Bulgaria, non basterebbe lanciare una divisione di paracadutisti su Sofia (che è il massimo consentito dagli aerei da trasporto sovietici), né sbarcare truppe a Burgas e a Varna e da lì avanzare verso occidente e la capitale bulgara.
Nessun affidamento sui soli paracadutisti, perché sarebbero esposti ad una pronta reazione dei Bulgari in un'area, come quella di Sofia, lontana centinaia di chilometri dalla più vicina base sovietica; immaginare che ciò possa bastare per permettere di occupare la capitale bulgara, prendere prigionieri i vertici del locale governo nazionale e insediare una dirigenza amica che imponga di non lottare contro le nazioni sorelle, vincolate al "Patto di amicizia, cooperazione e mutua assistenza", è solo pura utopia. Ci vorrebbe almeno un intero corpo aviotrasportato e non è detto che basterebbe.
Neanche la sola avanzata da Burgas e Varna verso ovest garantirebbe la buona riuscita dell'invasione: la Flotta del Mar Nero poteva eliminare la marina bulgara senza alcun problema, ma poi sarebbero stati necessari massici sbarchi di truppe e un'incessante spola di navi da Odessa e da Sebastopoli per trasportare personale, mezzi e rifornimenti onde alimentare e consentire avanzata e conquista. Non penso proprio ci sarebbero state sufficienti navi trasporto per sostenere un siffatto impegno logistico; se invasione deve essere, è necessario che si agisca scendendo dalle pianure della Valacchia, per cui non si può prescindere dall'attraversamento della Romania, con il principale asse di penetrazione proveniente dall'Oltenia, indirizzato quanto più velocemente possibile verso Sofia.
Le pressioni su Ceausescu sarebbero quindi massime.
Ritengo, dunque, molto difficile che il leader rumeno possa temporeggiare, o addirittura propendere per un risoluto no.
E nonostante la possibilità di usare la rete ferroviaria rumena, una volta giunti sul Danubio e in Dobrugia, per gli invasori non si tratterebbe certo di una passeggiata: buona parte del territorio bulgaro è montuoso e difficile da conquistare per qualsiasi esercito. A questo si aggiunga che l'Armata Popolare Bulgara, stante l'esigenza di dover fronteggiare da sola un'eventuale invasione da parte della Grecia e della Turchia, proprio per espressa volontà di Mosca è stata dotata di armi ed equipaggiamenti in quantità notevole, onde consentire il rallentamento dell'azione NATO in attesa dell'arrivo di rinforzi dall'URSS; conseguentemente, lo Stavka corre il serio rischio di dover affrontare una campagna militare sanguinosa e lunga, che comporterà l'afflusso costante di truppe e rifornimenti lungo una linea di collegamento terrestre che deve essere certa e protetta.
La resistenza bulgara, comunque tenace, costringerebbe gli invasori a penosi combattimenti per superare i valichi tra le catene dei Balcani Occidentali e Centrali, ma alla fine, penso entro due o tre settimane, massimo un mese, i Bulgari avrebbero dovuto cedere; è altamente probabile che i profughi verso la Macedonia jugoslava e verso Grecia e Turchia non sarebbero stati pochi.
Escluderei, però, coinvolgimenti da parte di Tito e della NATO, al di là di qualche aiuto materiale (se non armi e munizioni, certamente cibo e medicine) e le tanto veementi, quanto sterili, proteste verbali per via diplomatica.
Diversa la situazione ai confini tra URSS e Cina: se dietro al golpe di Gorunja c'è Pechino, qui è probabile qualche incidente, così come sarebbe accaduto nella nostra Timeline (marzo 1969), ma nessuno avrebbe rischiato più di tanto.
Questo è la prospettiva ucronica così come lo vedo io: nessuna terza guerra mondiale, ma il rischio di poter assistere al massacro del popolo bulgaro.
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Falecius aggiunge:
E se invece Ceausescu s'impuntasse? Se a fronte della pressione sovietica si costituisse un'alleanza balcanica di paesi comunisti ma non filosovietici, comprendente Jugoslavia, Bulgaria, Albania e Romania (magari con una alleanza difensiva), col sostegno di Pechino e, segretamente, della stessa NATO? E' in effetti poco probabile, ma le conseguenze sarebbero notevoli, fino al punto di poter anticipare lo stesso crollo del blocco sovietico...
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Ecco il parere in proposito di Enrico Pellerito:
Indubbiamente la tua ipotesi è realistica; considera che nel tentativo creare un'alleanza degli slavi meridionali, già ci avevano provato i Bulgari con la Jugoslavia all'indomani del secondo dopoguerra, poi la cosa fallì per svariati motivi, compreso il progressivo allontanamento di Belgrado da Mosca.
Ma di fronte ad un immediato attacco contro la Romania, ci sarebbe ancora la volontà di costituire tale alleanza?
Presupposto sarebbe il poter disporre di forse sufficienti a resistere all'ondata dell'Armata Rossa, sulla quale, a parte i simbolici contingenti delle altre nazioni del Patto, ricadrebbe l'onere del conflitto.
Ad ogni modo, Pechino cosa potrebbe fare, una volta che Romania e Bulgaria venissero conquistate? Intervenire direttamente nella guerra?
Diciamo la verità, la Cina non sarebbe stata all'altezza di poter competere militarmente con l'URSS; anche se capace di poter lanciare centinaia di migliaia di uomini contro l'oriente sovietico, avrebbe dovuto pagare lo scotto di una tecnologia di gran lunga inferiore.
Nella peggiore ipotesi, i Sovietici sarebbero stati disposti a colpire il fronte avanzante cinese anche con ordigni nucleari.
E al riguardo, resta ancora avvolto nel mistero se effettivamente lo abbiano fatto nel 1969, duranti gli scontri sull'Ussuri.
Nessuno ha interesse a dire se ciò è effettivamente accaduto, nei i Russi, tantomeno oggi, né gli Americani (gli unici all'epoca che se ne sarebbero potuti accorgere) né, ovviamente i Cinesi.
Tornando al "fronte" balcanico, anche in presenza di probabili e rapidi aiuti militari NATO (parliamo esclusivamente di forniture materiali, non certo di truppe) l'Armata rossa sarebbe giunta all'occupazione di Romania e Bulgaria (controllare e "pacificare" sarebbe stata tutta un'altra cosa e avrebbe richiesto tempo, lutti e costi).
I Sovietici avrebbero combattuto anche eventuali unità jugoslave e albanesi sui territori bulgari e rumeni, ma si sarebbe ben guardati dal penetrare nella Macedonia jugoslava, evitando, in tal modo, di mettere la NATO nell'imbarazzo di dover decidere in merito a possibili interventi.
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Così gli risponde Falecius:
Allora: a livello militare, Romania e Bulgaria, anche mettendoci sostegno jugoslavo e albanese, appoggio militare NATO e tintinnar di sciabole cinese (non credo che Mao fosse tanto pazzo da rischiare una guerra per la Bulgaria), sarebbero state un semplice "no match" per l'Armata Rossa.
Mi chiedo però se l'URSS avrebbe rischiato un intervento militare contro due paesi alleati, la cui natura imperialistica sarebbe stata evidente anche ai ciechi; certamente ci sarebbero stati malumori anche al vertice perlomeno in Polonia (dove se non ricordo male c'era Gomulka) ed Ungheria (Kadar era comunque stato inizialmente dalla parte di Nagy prima dell'intervento russo) e probabilmente anche in Cecoslovacchia, e facilmente un indebolimento, se non addirittura una scissione, nei maggiori partiti comunisti d'Occidente (già in parte screditati dai fatti d'Ungheria di nove anni prima). I costi ideologici, insomma, potevano essere consistenti, al punto forse di rendere problematica la tenuta del Patto di Varsavia, anche se ne escluderei in ogni caso il collasso.
Non ho dubbi che invece, in caso di fedeltà romena, l'invasione della Bulgaria insubordinata sarebbe stata probabilmente attuata senza vere difficoltà e al prezzo di qualche fuoriuscito dai partiti comunisti italiano e francese.
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Enrico replica allora:
L'aspetto "occidentale" del problema, cioè le ripercussioni all'interno dei partiti comunisti europei dove era presente e consentita la dialettica (al di là del nostrano centralismo democratico, che era pur sempre il frutto di discussioni, di contraddittori e confronto fra i membri della Segreteria e dei comitati del PCI) non mi aveva neanche sfiorato la mente.
Ecco quanto è importante discutere su ciò che inventiamo a livello ucronico.
La possibilità di conseguenze nefaste, sia all'Est sia all'Ovest, a livello politico va certamente considerata.
La soluzione migliore per Mosca sarebbe stata, in qualsiasi caso, risolvere con un contro colpo di stato ad opera di elementi legati al
Cremlino.
Questo laddove la situazione fosse giunta a quanto si è ipotizzato, dato che la prevenzione, come ben sappiamo, è meglio della cura.
Ora, se le misure di sorveglianza e salvaguardia del regime non fossero bastate ad avvisare ed evitare simili sconvolgimenti, se non ci fosse stata la possibilità di un'azione a livello locale che garantisse l'ordine socialista o il ripristino di questo, abbiamo sotto gli occhi quali sono le iniziative che Mosca ha preso o avrebbe preso: Ungheria e Cecoslovacchia penso ci fanno intendere il modus operandi di Mosca.
Jugoslavia e Albania rappresentano, a mio avviso, eccezioni molto particolari; ambedue le nazioni decisero di rompere con l'URSS in frangenti temporalmente significativi: la prima quando ancora il dominio sovietico sui regimi comunisti in Europa non era del tutto consolidato e perfezionato, la seconda proprio per la mancanza di continuità territoriale, esigendo per la sua invasione l'utilizzo di uno strumento anfibio di cui Mosca avrebbe potuto disporre soltanto tempo dopo la defezione di Hoxha.
Nell'ipotesi che stiamo valutando, ritengo che il Cremlino, pur riflettendo attentamente sui "costi ideologici" cui tu fai riferimento, che io non avevo molto considerato e che sono invece importantissimi, non si sarebbe discosto molto da quanto già operato in simili frangenti, per come sopra ricordato.
Resta, comunque, da considerare un fatto: anche senza aiuto diretto di Belgrado e Tirana, anche senza l'afflusso di aiuti materiali NATO (e in tutto questo vanno vagliati anche i tempi) e il "tintinnar di sciabole cinese", per l'Armata Rossa non sarebbe stata una gita, anche se si fosse trattato solo di entrare in Bulgaria.
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