De Vita Caesaris

di Falecius


Quest'ucronia è uno spin-off del mio "de Bello Dacico", scritta basandomi su una affidabile "tavola dei popoli" che contiene informazioni più dettagliate sui rapporti con Roma, per l'area mitteleuropeo-balcanico-pontica ed il Caucaso, nel primo secolo. Secondo voi Cesare, potendo scegliere, avrebbe preferito Ottaviano, Antonio o Cesarione? Intanto, ecco la mia proposta, che parte con molti anni di anticipo rispetto al "De Bello Dacico" testé citato. Essa è concepita come l'ultima parte dell'opera di uno storiografo romano contemporaneo o di poco posteriore agli eventi che narra.

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Dopo aver conquistato la Gallia per la Repubblica romana ed aver sconfitto Pompeo, suo nemico, nella grande guerra civile, Caio Giulio Cesare era in Roma, insignito di un imperio che nessun magistrato aveva detenuto prima di lui, nemmeno un dittatore: signore incontrastato di Roma e del mondo. 

Al di là delle frontiere della Repubblica, due grandi stati soltanto vivevano liberi dal potere dei Romani, la cui signoria si estendeva a tutte le rive del mare che essi chiamavano semplicemente “nostro”. La Dacia di re Burebista, e la Partia, erede dell’antico impero persiano e, in qualche modo, della civiltà greca.

Burebista aveva aiutato Cn. Pompeo Magno durante la guerra civile che l’aveva opposto a Cesare: il dittatore voleva ora, da un lato vendicarsene, e dall’altro eliminare un crescente potere che minacciava da nord le province romane di Illiria e Macedonia. Inoltre, dopo la morte di Farnace del Ponto, il Regno del Bosforo Cimmerio era caduto nelle mani di Asandro, che aveva sposato Dynamis, figlia di Farnace; Cesare temeva che un nuovo pretendente legato alla casa di Mitridate potesse portare problemi a Roma in Oriente, tanto più che Asandro sembrava aver successo nello sconfiggere i Meoti ed i Tauri. Tutto questo disse Cesare, alle Idi di Marzo del 709 aUC, di fronte al Senato. Annunciò dunque che intendeva riunire l’esercito per una spedizione verso Oriente. In quello stesso giorno, era stata scoperta una cospirazione contro di lui, legata ad esponenti del Senato e ad alcuni dei suoi più fidi seguaci, tra cui il figlio adottivo Giunio Bruto. I cospiratori erano stati arrestati; e Cesare approfittò della circostanza per dichiarare che da qual momento in poi, avrebbe supervisionato alle nomine dei nuovi senatori; nessuno sarebbe entrato nel più alto organismo elettivo dello Stato senza il suo consenso. Questa pretesa eccedeva di gran lunga il potere che i consoli ed i dittatori, i più alti magistrati che Roma conoscesse a quel tempo, avessero mai posseduto.

Il Senato, impaurito o concorde che fosse, approvò le richieste di Cesare in blocco. Il dittatore lasciò allora in sicurezza Roma per recarsi in Macedonia, dove aveva dato ordine si riunissero sette legioni ai suoi ordini; quattro ne affidò al propretore Ventidio Basso, cui assegnò il comando in Illiria. A Roma, per dare seguito alle riforme che aveva animo di continuare, lasciò Marco Antonio, suo collega di consolato.

Cesare marciò dapprima contro i Dardani, i Moesii della piana a sud del Danubio, gli Scordisci e gli gli altri popoli che vivevano oltre la frontiera settentrionale della Macedonia; da Sirmio, nell'estate del 709, Cesare passò il fiume Danubio: sconfitti i Pannoni e dei Boii, arrivò alle Idi di agosto nel paese dei Daci. Il re dei Daci frattanto, si era reso conto della minaccia e aveva radunato un’armata di oltre centomila guerrieri; presso la sua capitale di Argedava, essa fu distrutta e dispersa da Cesare. Il re dacico fu catturato, la capitale presa e saccheggiata, i capi dei popoli alleati a Burebista sopravvissuti alla battaglia obbligati a riconoscere il dominio di Roma.

Ventidio, che aveva sottomesso i Dalmati ed altri popoli loro vicini durante l’estate, svernato in Pannonia, alla fine di febbraio irruppe nel territorio dei Boii e li disfece, procedendo fino al Danubio. Presso la capitale dei Boii, Gerulata, si ricongiunse con Cesare che passata Argedava aveva dapprima preso Apulum, capitale di una grande tribù dacica stanziata ad est di Argedava, e poi Porolissum, prima di entrare nel paese dei Carpi e poi dei Cotini, sottomettendoli facilmente, dato che la maggior parte dei loro guerrieri erano morti sotto Burebista. Caduta Gerulata, Cesare tornò ad est; Roxolani, Basterni, Costoboci, la grande tribù dacia ad est dei Carpazi, Tyrageti e altre popolazioni della Dacia orientale restavano infatti libere.

Nel settembre 710, a Tyras, Cesare li sconfisse e poco dopo raggiunse Olbia sull'Hypanis. I Sarmati Iazygi furono autorizzati a stanziarsi nella provincia di Sarmatia, tra lo Hypanis ed i Carpazi. Il resto del paese conquistato fu diviso in Dacia Superiore (tra i Carpazi e la Tisia), Dacia Inferiore (tra i Carpazi e il Danubio), Moesia (tra il Danubio e l'Emo), Dardania (tra il Danubio, la Drina e la Macedonia) Pannonia (tra il Savius e la Tisia) Carpodacia (tra i Carpazi e dell'alto corso della Tisia, a nord della Dacia Superiore) Boiohaemia (a nord del Danubio e dell'alto corso della Tisia, fino monti Asciburgo), Norico (tra l'Eno, le Alpi e il Danubio, occupato da Ventidio mentre Cesare trionfava ad est, malgrado il re locale fosse stato in passato alleato di Cesare). I Daci, i Sarmati, gli Sciti, i Galli, gli Illiri, i Traci, i Geti, i Bastarni ed i Greci stanziati nel paese ad occidente dell’Hypanis riconoscevano tutti il potere di Roma.

Cesare tornò quindi nel paese dei Boi per la strada che risaliva il Danubio, pacificando quelle regioni; in Boiohaemia si scontrò coi Suebi Marcomanni, discese nel Norico, ne depose il re, che già Ventidio aveva di fatto esautorato, e da lì partì per un attacco contro i Suebi. Essi infatti vivevano tra la Gallia e la Boiohaemia, ora romane, ed il loro territorio era importante per collegare le nuove province evitando i valichi alpini. Cesare poi ricordava bene la guerra contro Ariovisto quindici anni prima. I Suebi ed il loro vicini, i Vindelici, furono rapidamente sottomessi nel 711. Augusta Vindelicorum fu fondata sul Danubio come sede della nuova provincia di Vindelicia tra il Meno, l'Eno e il Reno. L'estate successiva, Cesare e Ventidio ritornarono in Italia per i paesi dei Brennii, dei Venosti, dei Tridentini, degli Anauni, degli Isarci, dei Trumplini, dei Sabini, dei Camunni, dei Clavennati, dei Rhaetii, dei Bergalei, dei Leponzi, degli Osceli, dei Poenini, ovvero le genti delle valli stanziate ad oriente degli Elvezi e a Sud dei Vindelici. I Rhaetii erano il popolo più numeroso e potente tra questi, e il paese a nord delle Alpi dove vivevano fu quindi organizzato come provincia di Rhaetia con capitale Curia, mentre le genti di stirpe reta, leponzia o gallica a Sud delle Alpi, di cui Venosti e Tridentini sottomessi da Ventidio che discendeva l'Adige erano i maggiori, furono annessi alla Gallia Cisalpina. Tutte queste genti furono sconfitte e molti di mloro fatti schiavi. Il bottino delle campagne di Cesare era enorme. Ancora a lungo alcune tribù, specie in Illyria e nella Rhaetia, si sarebbero ribellate a Roma di tanto in tanto, ma nel complesso il paese era assicurato. Cesare guidò allora una spedizione invernale contro i Salassi e altre popolazioni delle Alpi occidentali, alla fine del 712, per assicurare i valichi tra Italia e Gallia. La resistenza, accanita, fu infranta; i Salassi stessi furono sterminati, il paese loro e delle altri genti alpine fu divisa tra la Narbonese e la Cisalpina; nel paese dei Liguri alpini, il confine sarebbe stato al fiume Varo. Nel marzo 713, quattro anni dopo il suo annuncio in senato, Cesare trionfava su una lista di popolazioni pericolosamente lunga. Ventidio fu nominato proconsole in Asia, mentre Cesare decideva di assicurare il fianco nord prima della guerra partica, rovesciando Asandro. Accompagnato stavolta da Antonio (a Roma restava il suo giovane nipote Ottaviano come console) i recò dunque di nuovo in Ellade, che separò amministrativamente dalla provincia macedone per farne quella di Achaia, e da lì, con otto legioni, per prima cosa invase la Tracia, facendone una provincia romana, dopo che il suo re, mantenutosi neutrale nella guerra contro i Daci, aveva anche rifiutato un contingente per la guerra pontica. A Dionisopoli s'imbarcò poi per il Chersoneso Taurico, con una flotta organizzata a Bisanzio da M. Vipsanio Agrippa. Ottenuto la sottomissione quasi pacifica di Sciti e Tauri, e della città greca di Teodosia, mosse verso il Bosforo; Asandro offrì trattative di pace, ma Cesare intendeva fare del suo regno una provincia di Roma, che si sarebbe chiata Cimmeria, e chiese la resa immediata di Panticapeo, Fanagoria e Myrmikeion, la rinuncia di Asandro al trono e la consegna di Dynamis a Roma. Avendo Asandro rifiutato queste condizioni, Cesare fece porre l’assedio a Panticapeo, che si arrese dopo tre mesi; un squadra navale nel Ponto Eusino, basata a Bisanzio e Phanagoria, era stata istituita per le esigenze di questa guerra e Cesare la ordinò come flotta permanente sotto Agrippa. Da Panticapeo, Cesare fece inviare la principessa Dynamis in Roma, mentre lui passava il Bosforo Cimmerio e occupava la Sindica. Presa Tanais alla fine dell’autunno, dopo vittorie sui Meoti, i Sindi e gli Eioni, tornò verso sud raggiungendo Gorgippa nel paese degli Heniochi, dove svernò. Lasciato nel Bosforo Agrippa con due legioni, col compito di stabilire il dominio romana sulla riva settentrionale della Palude Meotide, abitata da Sarmati e Daci, e quella orientale popolata dai diversi gruppi di Meoti. Da Gorgippa Cesare procedette a Sudest, battendo uni dopo gli altri gli Heniochi, gli Achei, i Mardi ed i Cerceti, che sottomise, gli Zygi, i Sauromati e gli Epageriti, da cui invece ottenne solo schiavi e tributo, per poi passare i valichi del Grande Caucaso alla Porta dei Sarmati..

Sconfitti prima i Soani e poi gli Abasgi, i Choruxi e i Melanchleni, mosse su Dioscoride, nel regno di Colchide, il cui re aveva sostenuto Asandro l’anno precedente. Anche questo paese fu dunque assoggettato a Roma nel 714. Dopo di questo, Cesare procedette in Iberia, sconfisse il re Farnabazo, che aveva simpatizzato per Pompeo, e annetté il suo regno alla nuova provincia della Colchide, e passò ancora più ad est, nel regno di Albania. Qui fu raggiunto dalle truppe del re cliente d’Armenia, Artavasde, e di Deiotaro re dei Galati. Espugnata la capitale albana di Tabala, diede la metà sudoccidentale del paese a Tiridate e impose la clientela romana al resto, insediandovi come nuovo re Polemone, già cliente di Roma come re della Cilicia Trachea; quest'ultima fu quindi annessa alla Cilicia Pedias, già provincia romana. A questo punto, attraversata l'Armenia, riuniti gli alleati d'Asia Minore sistemò alcune questioni tra loro (in particolare, assegnò a Deiotaro l'eredità della Cappadocia, dato che re Ariobarzane non aveva eredi; il Ponto e il paesi dei Moschi divennero invece provincia romana, così da completare il controllo diretto delle coste del Ponto Eusino e assicurare contro una ipotetica risorgenza mitridatide). Questi furono gli editti detti di Samosata, dalla città in cui li emanò, capitale del regno di Commagene, cui re Antioco, che era stato alleato di Pompeo, fu deposto con l'accusa di infedeltà a Roma, ma in realtà per garantirsi il suo tesoro e lo sfruttamento del paese, giacché questi era venuto in odio ad Antonio. A questo punto, Cesare e Ventidio avanzarono contro Manu, figlio di Abgar, il re d'Osroene e vassallo dei Parti, che aveva quattordici anni prima tradito Crasso a Carrae. Presa Edessa, Ventidio, presa Nisibi tenne con quattro legioni e le truppe armene la linea del Tigri per evitare un attacco da Est, mentre Cesare con sette legioni e la fanteria di Deiotaro scendeva l'Eufrate, espugnava Hatra e Doura Europos e infine sconfiggeva l'esercito nei pressi di Seleucia; tra i caduti vi fu il re partico Pacoro. Entrato a Ctesifonte, saccheggiò la capitale dei Parti e avrebbe probabilmente proseguito, se non fosse stato raggiunto dalla notizia della rivolta a Roma ispirata forse da M. Tullio Cicerone e guidata da Sesto Pompeo in Sicilia e Quinto Labieno in Africa. Insediò dunque a Ctesifonte il principe partico Tiridate, a contendere il trono al fratello Fraate, nemico di Roma, e lasciato Ventidio in Osroene, accettò la clientela di Artavasde della Media Atropatene, prima vassallo dei Parti. Labieno si era alleato a Giarba re dei Baniuri e Bocco, re della Mauritania e della Numidia, e assieme avevano attaccato Bogud, re della Mauritania Tingitana. Nel frattempo Sesto Pompeo aveva ottenuto il controllo dell'Italia, obbligando Ottaviano ed i cesariani a ritirarsi in Gallia. Cesare passò rapidamente in Egitto e da lì in Africa, annientando i pompeiani di Labieno nel 716 a Theveste e occupando poi Cirta e Iol, capitale della Mauritania, che ridusse a provincia facendo catturare Bocco. Saputo poi della morte di Bogud in battaglia contro Giarba, mosse in aiuto di Tingis, città che si era ribellata al domino baniuro. Giarba cadde prigioniero in battaglia nei pressi di Volubilis e il suo paese fu unito alla Tingitana nella provincia di Gaetulia, estesa a sud fino al fiume Suso. Passato in Spagna, Cesare vi svernò raggiungendo Carinna, governatore locale, che aveva represso un'insurrezione pompeiana. Antonio, intanto, aveva sconfitto i pompeiani in Grecia e si preparava ad invadere l'Italia. In Spagna Cesare attaccò Asturi, Vasconi, Cantabri e Gallaeci, annettendo il loro paese alla Tarraconese, tra il marzo ed il maggio del 717, poi raggiunse Ottaviano in Gallia, lasciando a Carinna il compito di completare la conquista. Dalla Gallia Cesare ed Ottaviano passarono nella Cisalpina. Alla fine di settembre, le truppe pompeiane furono duramente sconfitte a Modena; il dittatore rientrò a Roma e fece catturare e giustiziare Cicerone, Bruto, che aveva in precedenza risparmiato e moltissimi senatori. Solo Sesto, in Sicilia, resisteva, ma la flotta di Agrippa lo bloccava. Presa Messina e sconfitto a Milazzo l'avversario, Cesare lasciò Agrippa a completarne la distruzione. Le legioni erano perlopiù rimaste fedeli al dittatore. Urgeva però che questi tornasse in Asia, dove Fraate aveva sconfitto Tiridate, recuperando Ctesifonte e minacciando il re medo Artavasde. L'altro Artavasde, re d'Armenia, s'era schierato con lui. I due re attaccarono Ventidio e lo sconfissero nei pressi di Ninive; il Romano s'era ritirato in Mygdonia e aveva occupato la Sophene, da dove intendeva attaccare dapprima l'Armenia.

Fraate era un comandante mediocre, più incline all'intrigo che alla battaglia campale, e dopo aver vagolato col suo esercito nei pressi di Nisibi per qualche mese, senza riuscire a sloggiarne le legioni, invase la vicina Gordyene, che oscillava tra l'influenza romana e quella partica. Ventidio allora tentò un'offensiva nell'Osroene, riprendendo Edessa. Tuttavia non osò spingersi oltre, in attesa di rinforzi da ovest, e temendo di trovarsi schiacciato tra parti ed Armeni. Artavasde si era intanto liberato di Polemon e aveva conquistato Albania e parte del paese dei Lesgi a nordi di questa; poi aveva invaso la provincia romana della Colchide impadronendosi dei territori di Diao e dei Moschi, e della Saspiria; dovette però ritirarsi da questa zona, incalzato da Agrippa.

Quando Cesare raggiunse la Siria nel 718, la situazione era incerta. Il dittatore scelse di occuparsi per prima cosa degli Armeni, e raggiunto Ventidio ad Amida, avanzò verso est. Artavasde disponeva di un vasto esercito, superiore per numero a quello romano, ma si lasciò intrappolare in una posizione svantaggiosa in una gola montana; malgrado la superiore cavalleria armena, fu sopraffatto e si ritirò con le poche truppe rimaste verso la capitale, Artaxata. Cesare decise di espugnarla. All'assedio di Artaxata fu raggiunto dagli amici, Deiotaro e soprattutto Agrippa, che scendeva da nord dopo aver ripreso il vecchio regno d'Iberia. La città cadde nel giugno del 719. Artavasde fu fatto uccidere e turro il suo regno conquistato.

Più a sud, Ventidio aveva ora rinforzi sufficienti per attaccare Fraate e respingerlo oltre il Tigri. Passato il fiume, occupò Arbela, capitale dell'Adiabene, e lo risalì impadronendosi della Gordyene.

Cesare ridiscese l'Arasse da Artaxata alla foce nel Mar Caspio. In due mesi impose su tutta l'Albania il dominio delle armi romane, e nel paese dei Lesgi, alle Porte Caspiche, lasciò una legione di guarnigione contro gli Alani.

Tornato a sud, ripassò l'Arasse per aiutare l'altro Artavasde, il re dell'Atropatene ormai ridotto ad esule presso il suo esercito.

Fraate, ricacciato dall'Assiria, era in Gazaca, capitale dell'Atropatene, e progettava di annientare separatamente i due eserciti romani, attrattili in quella regione montuosa e lontana dalle loro basi. Le truppe partiche erano numerose e potenti, forti di almeno cinquantamila cavalieri. Cesare aveva forse altrettanti uomini in tutto, e la sua cavalleria non superava i diecimila uomini.

La battaglia del lago Matieno, combattuta a nord di Gazaca, vide in un primo momento i parti vittoriosi. Ma Fraate, che presideva alle operazioni, non volle sfruttare il successo dei suoi arcieri a cavallo sull'avanguardia di Deiotaro e sull'ala destra dello schieramento romano; ordinò invece di attaccare l'accampamento romano per far uccidere Cesare. Immaginava infatti che i Romani, credendosi sconfitti, si sarebbero ritirati in disordine, mentre le legioni sull'ala sinistra contrattaccarono.

A quel punto una parte della cavalleria partica si trovò chiusa in una morsa. Il resto iniziò a ritirarsi. Cesare ordinò senz'altro l'inseguimento, e riuscì a bloccare il nemico tra le montagne ed il lago.

Le perdite per i Parti furono enormi, almeno ventimila i prigionieri tra cui molti nobili e comandanti, e un mese dopo Artavasde era reinsediato sul trono di Gazaca come amico ed alleato del popolo romano. Procedendo verso sudovest, Cesare raggiunse quindi Ventidio in Assiria, sconfiggendo lungo la strada un esercito del re Dario della Media Maggiore, ed insieme, alla testa di dieci legioni, ripresero Hatra e Ctesifonte, per poi procedere ancora lungo il Tigri fino a Spasinou Charax sul golfo Persico. Qui Ventidio morì di morte naturale. Fraate, con un esercito quasi distrutto, umiliato dalla perdita della Mesopotamia, fu quindi facilmente sconfitto da Tiridate, messosi a capo di una nuova ribellione, e cercò rifugio tra gli Sciti. Cesare e Tiridate si incontrarono a Susa, capitale dell'Elimaide che il Romano aveva appena conquistato, nel febbraio del 720. Il nuovo re accettava l'indipendenza dell'Atropatene sotto tutela romana e l'annessione alla Repubblica di Corduene, Sophene, Adiabene, Osroene, Characene, Babilonide, Mygdonia. La regione conquistata fu divisa nelle province di Mesopotamia, Assiria, Caldea, tranne gran parte della la Sophene (ma non la città di Amida) che andava a Deiotaro. L'Armenia fu riconosciuta come parte della sfera d'influenza romana, e data come regno a Tolomeo Cesare, figlio del dittatore romano e della regina Cleopatra d'Egitto; Artasse, figlio di Artavasde, si era infatti dimostrato infido e ostile a Roma. Inoltre la Partia doveva pagare a Cesare e ad Artavasde d'Atropatene un'ingentissima indennità.

In cambio Tiridate otteneva la pace, la restituzione dell'Elimaide, e la garanzia militare romana in caso di un tentativo di rovesciarlo. Sebbene la Partia fosse ancora troppo grande e potente per poter essere considerata uno stato cliente di Roma, di fatto Cesare aveva dimostrato la supremazia romana anche ad essa. Assicurato l'Oriente, Cesare decise di risolvere un problema minore prima di tornare a Roma. Nell'autunno di quell'anno decise la fondazione della colonia latina di Babilonia, poi lasciò a Trebonio Gallo il governo delle province mesopotamiche. Tornato in Siria, intervenne in aiuto di Erode, re dei Giudei e alleato di Roma, contro gli Arabi Nabatei, e conquistò la loro capitale Petra. Lungo la strada annetté i due piccoli regni di Emesa e Calcide, in Siria. Da Petra, passando per Ailana sul mar Rosso, avanzò fino alla posizione nabatea più meridionale, Hegra, e prima di recarsi ad Alessandria per tornare a Roma, diede alla Palestina un assetto nuovo. La regione era divisa tra le province romane di Nabatene e Celesiria, il regno di Giudea e l'Egitto, che otteneva la parte dell'Arabia Nabatea sul mar Rosso, con Hegra. Erode otteneva la Perea e la Galaaditide o Decapoli. Iturea, Batanea, Auranitide e Traconitide erano invece annesse alla Celesiria, che incorporava anche la città araba di Palmira nel deserto. La Giudea in questo modo era circondata da possessi romani o egiziani. Il 721 fu l'anno del più fastoso trionfo che Roma avesse mai visto, alla presenza di rappresentanti di della Partia e di tutti gli Stati clienti della Repubblica: Licia, Galazia, Giudea, Egitto, Armenia, Atropatene, e perfino di paesi più lontani, che con Roma non avevano quasi rapporti, come Dedan, Main e Saba in Arabia, la Bactriana e gli Alani. Il tesoro che Cesare, saccheggiando l'Est, distribuì in Italia, assieme alle grandi assegnazioni di terre ai veterani in Oriente e soprattutto nella valle del Danubio, contribuirono molto a rendere meno odiosa ai romani la perdita delle libertà repubblicane, che restavano nella forma pur sparendo nella sostanza. Antonio, in quegli anni, aveva sconfitto e fatto giustiziare Sesto, e compiuto due spedizioni in Africa contro Marmaridi e Autololi. A Roma, rafforzava le sue posizioni il giovane Ottaviano. Quanto ad Agrippa, erano finiti per lui i tempi delle fredde e incivili province sul Ponto Eusino. Cesare era ormai anziano (compiva sessantotto anni) e non intendeva condurre personalmente altre campagne. Da allora in poi avrebbe governato da Roma. Ma la Britannia, la cui conquista aveva dovuto abbandonare vent'anni prima a causa della rivolta di Vercingetorige, lo tentava.

E la Germania, non avrebbe potuto essere come al tempo di Ariovisto, una minaccia per le frontiere? Il 722 vide infatti una sollevazione e dei Morini, assistiti da Germani provenienti da nord-est, Usipeti e Sicambri in particolare. La ribellione si estese ai Suebi e ai Menapii. Carinna, incaricato del governo delle Gallie, sconfisse i Morini, i Menapii e i Sicambri, ricacciando questi ultimi oltre il Reno, e sottomise i vicini Batavi. Passato il Reno, attaccò gli Usipeti e i Suebi, ricevendo per questo aiuto in un esercito comandato da Agrippa proveniente da Sud. Nel 723, sconfitti i Suebi, Carinna iniziò l'invasione del territorio degli Usipeti e dei loro vicini Chatti, Bructeri, Tencteri ed Ampsivarii, ma dovette rientrare al campo di Mogontiacum per svernare senza aver potuto consolidare le conquiste. L'anno seguente ottenne, anche grazie agli Hermunduri alleati di Roma, una vittoria trionfale sulla lega dei popoli germanici tra il Meno e la Fuldaha; Usipeti, Tencteri, Bructeri, Marsi, Sicambri furono assoggettati, gli Ampsivarii pagarono a Roma un tributo ma rimasero autonomi. Il regno degli Hermunduri s'ingrandì a spese dei Chatti, che continuarono la guerra, e di altri popoli della Germania. A Carinna fu assegnato il trionfo. Agrippa fu inviato a raggiungerlo ed assisterlo con una flotta da basarsi a Porto Izio nel paese dei Morini. Cesare nominò Agrippa governatore della Gallia Belgica e Carinna della Germania.

I popoli d'Europa citati nel testo (grazie a Falecius)

Nel 724 furono assoggettati i Chauci ed i Frisoni fino al Visurgis; nel 725 Agrippa sconfisse anche gli Ampsivarii ed i Chatti, stavolta soggiogandoli, e il Visurgis e la Fuldaha divennero al posto del Reno il limite dell'espansione romana. Nello stesso anno Agrippa sbarcò nel paese dei Cantii e li sottomise, ma con l'autunno si ritirò.

Le nuove conquiste, compiute sotto gli auspici diretti di Cesare, furono adeguatamente celebrate in un nuovo trionfo, dove, cosa inaudita, il dittatore riceveva gli ornamenta assieme al generale vittorioso.

A Roma, la dittatura di Cesare vedeva un fiorire di opere pubbliche. Ottaviano rafforzava la sua influenza come nipote e potenziale erede del dittatore. Nelle province erano dedotte colonie. Ad Oriente, Antonio aveva il comando degli eserciti nelle province siriane e mesopotamiche, mentre quelle africane erano state affidate al proconsole M. Emilio Lepido, fedelissimo cesariano. Cresceva la gelosia di Cleopatra verso il potente Erode, mentre Tolomeo d'Armenia doveva affrontare una ribellione del principe Artasse, aiutato dai Thalii. Il problema della successione cominciava a diventare serio, con un Cesare ormai ultrasettantenne.

Ottaviano appariva il miglior candidato, ma la regina d'Egitto, Cleopatra, aveva ancora su Cesare un forte ascendente, che chiaramente sperava di usare per fare di Tolomeo l'erede di Roma, Egitto ed Armenia insieme. Cleopatra inoltre desiderava liberarsi di Erode, che accusava, non senza ragioni, di essere crudele e perfido; tuttavia il desiderio della regina era la conquista del suo regno.

Nel 726 Agrippa, tornato a Castra Treverorum sul Reno, preparava una spedizione nel territorio dei Cheruschi oltre il Visurgis. In quello stesso anno a Cesare fu riconosciuto dal Senato e dai comizi il titolo di princeps e il diritto di scegliere il suo successore.

Nel 727 Agrippa, sconfitti i Cheruschi, era giunto all'Elba e dal Mar Frisone l'aveva discesa fino alla frontiera romana della Boiohaemia. Tutta la Germania fu annessa come provincia; gli Hermunduri si sottomisero pacificamente. Portare i confini di Roma all'Elba era vantaggioso perché accorciava di molto la linea di frontiera in Germania.

Agrippa celebrò il trionfo, e con lui lo fecero Cesare ed Ottaviano.

Rimandato nello stesso anno a nord come governatore della Belgica e della Germania, Agrippa trasformò la squadra navale di Porto Izio in una flotta permanente come quelle di stanza a Panticapeo, Miseno ed Ostia.

Nel 728 morì Deiotaro e lasciò il suo regno in eredità al popolo romano. Ne furono ricavate le province di Galazia, Panfilia, Cappadocia. La fanteria pesante di Deiotaro fu integrata come legione nell'esercito romano. La nobilità galata e quella hermundura ricevettero la cittadinanza. Nello stesso anno, dopo aver sconfitto i Cantii, i Trinovanti e gli Atrebati, Agrippa fondava il campo trincerato di Londinium in Britannia.

Antonio partì con tre legioni in Arabia; prese Hegra, Nugra, Atrulla, Teima, Chabara, Marsiaba, e stava combattendo contro i Minei, ma non riuscì a sottometterli. Il caldo ed il deserto erano atroci per i Romani e lo stesso condottiero morì a Leuke Kome durante il viaggio di ritorno. Al suo posto Ottaviano fece mandare in Arabia Elio Gallo. La morte di Antonio morte fece esplodere il conflitto latente tra Cleopatra ed Erode.

L'anno seguente, 729, nel mentre gli egiziani erano impegnati in Giudea, assediando Gerusalemme, a sorpresa subirono un attacco da sud. Amanirena, Candace del Meroe, saccheggiò File e Syene. Tolomeo allora lasciò l'Armenia e si diresse attraverso la Siria, a tappe forzate, verso la Palestina.

Nel 730, proseguendo, Amanirena era avanzata profondamente lungo il Nilo, fino ad Hermoupoli, senza che nessuno la contrastasse. L'esercito armeno-egiziano, comandato da Tolomeo, si scontrò con lei a Oxyrinco; e fu sconfitto. Le forze Nubiane erano superiori per numero e coordinazione, anche se inferiori per armamento. Tolomeo stesso fu tra i caduti, e le legioni poterono ritirarsi solo con gravi perdite.

Saputo della morte del figlio e della sconfitta, Cleopatra s'uccise. In Armenia lo spodestato Artasse s'impadronì del trono.

Cesare, in quell'anno infausto, decise di partire per le esequie dell'amante ad Alessandria, sebbene avesse ormai settantasette anni; ma insieme a lui, ad Alessandria dovevano arrivare le legioni di rinforzo sotto il comando di Petronio.

Elio Gallo, tornato precipitosamente dal Main e raccolti i resti dell'esercito egiziano, era riuscito a difendere il Delta. Il primo atto del dittatore fu proclamarlo prefetto straordinario delle nuove province d'Egitto e d'Arabia.

Petronio riconquistava Menfi. Nel 731 Amanirena fu sconfitta a Thebe e Petronio si spinse ancora più a sud, saccheggiando il santuario di Napata e la città nubiana di Dongola, poi tornò indietro.

Giunsero le offerte di pace di Meroe. Le condizioni volute da Cesare erano durissime. Napata sarebbe stata la capitale della nuova provincia di Nubia, il confine tra i due paesi era stabilito alla quarta cataratta, e ad Elio Gallo fu dato l'incarico di occuparsi di Erode e dell'Arabia, a Petronio dei Marmarici del deserto libico. La guerra contro Erode finì nel 732, con la creazione della provincia di Giudea. Gallo poté allora invadere nuovamente l'Arabia.

Ottaviano, da Roma, mandò il giovane figlio adottivo Tiberio a spodestare Artasse.

Nel 733, Gallo invase per la terza volta Main. Si alleò con Saba, nemica di Main, e questo regno, una volta potente tanto da avere commerci fino a Delo, fu spartito tra due potenze. Celebrò il suo trionfo a Roma assieme a Tiberio, che aveva ridotto l'Armenia in due province (Superiore ed Inferiore) a Lepido, vincitore sui Garamanti della Phazania l'anno precedente, e ad Agrippa, conquistatore della Britannia (aveva sottomesso Cornii ed Iceni), con Cesare ed Ottaviano. I legati di Partia, Chadramut, Saba e Gataban assistevano.

Per Cesare fu l'ultimo trionfo. Si spense pochi mesi dopo, all'età di ottant'anni, lasciando il principato al nipote Ottaviano.

Se volete darmi suggerimenti o consigli, scrivetemi a questo indirizzo.

Falecius

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Ed ecco una postilla del grande *Bhrg'howidhHô(n-):

Davvero un capolavoro di lucidità e di dottrina! È quello che ho sempre desiderato, e adesso felicemente me lo trovo in omaggio, pronto da gustare, senza aver fatto nessuna fatica. Sarebbe fra l'altro quanto mai utile come testo universitario: è molto più puntuale ed equilibrato che le normali trattazioni. Probabilmente non bisognerebbe fare apprezzamenti perché c'è sempre il pericolo di presunzione, ma in questo caso il piacere vale il rischio, così azzardo l'affermazione che si tratta - a mio modestissimo parere - dell'ucronia definitiva sul POD del 44 a.C. Naturalmente resta tutto lo spazio per le variazioni da parte di ognuno, ma mi sembra proprio che la struttura - anche fine - abbia raggiunto l'optimum.

Se poi i lettori vogliono consultare un'affidabile "tavola dei popoli" che contenga informazioni sui rapporti con Roma, per l'area mitteleuropeo-balcanico-pontica ed il Caucaso, nel primo secolo, come fonti primarie, la Geôgraphik'ê Hyph'êgêsis di Claudio Tolomeo è l'opera più dettagliata e, nelle edizioni complete, corredata di carte (antiche e in proiezione moderna). Strabone è invece indispensabile per riempire la descrizione geografica di dati storici. In latino, soprattutto Plinio il Vecchio all'interno della Nâtûrâlis Historia; anche Mela e Solino sono utili. Molti di questi dati sono riversati nelle carte storiche (originariamente in latino) di Plinio Fraccaro che hanno goduto di grande diffusione grazie agli Atlanti Storici (De Agostini e Touring Club Italiano) di prima degli Anni Ottanta. Un po' meno dettagliati, ma comprensibilmente più aggiornati sulle ricerche pubblicate nel frattempo sono gli Atlanti Storici tedeschi, per esempio quello molto diffuso della Casa Editrice Westermann (ci sarebbe anche quello bavarese, ma il volume relativo all'Antichità è esaurito o almeno lo era tre anni fa). Il discrimine dovrebbe comunque essere rappresentato dal III. sec. d.C.: i dati attestati per la prima età imperiale vengono ritenuti validi anche per le epoche precedenti, invece poi il quadro dei Popoli Germanici richiede coordinate cronologiche e topografiche più circostanziate.

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C'è poi quest'idea di Paolo Giusti:

Nicola Zotti ha realizzato un interessante studio sulla situazione di Pompeo all'indomani del passaggio del Rubicone da parte di Cesare. Dalla sua analisi egli deduce che Pompeo "rinunci[ò] ad un esercito forte [Hispania] e alla mobilità strategica [Africa] a vantaggio di un potenziale finanziario che non può spendere e di una vicinanza all'Italia che non può sfruttare [Asia]", in quanto preferì il denaro dell'oriente alla mobilità dell'Africa e agli eserciti che aveva in Spagna (non a caso Cesare rischiò di essere sconfitto non tanto a Farsalo, quanto da Tito Labieno in Hispania). Ma se invece fa come suggerito da Zotti, e vince? Oltre che moderato da una schiera di repubblicani di ferro, Pompeo era anche vecchio, e ancora afflitto da quella vergogna del parvenue che lo ha perseguitato per tutta la vita. Diverrà comunque imperatore o preferirà rifondare la Repubblica? E come la rifonderà?

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Cui risponde sempre *Bhrg'howidhHô(n-):

Nel caso di una vittoria di Pompeo, c'è da chiedersi quando si sarebbero prolungate le guerre civili (che di fatto sono continuate dopo le vittorie di Cesare, a cominciare dalle Idi di Marzo). Il classico interrogativo rimane naturalmente se Pompeo, Cesare, Ottaviano ecc. abbiano determinato la Storia con le proprie personalità o se invece sia stata la struttura della Tarda Repubblica Romana a selezionare le persone adatte a occupare ciascuna nicchia. La politica provinciale di Pompeo, tollerante nei confronti degli Equites e dei loro Pubblicani, avrebbe richiesto ulteriori conquiste, possibilmente portatrici di ricchezze, e quindi anche in questo caso riemerge una domanda ricorrente: avrebbe Roma alla fine conquistato durevolmente la Partia?

Da un lato, la Storia dimostra che l'unica conquista effettiva - e non duratura - è stata con Traiano, nonostante numerosi tentativi sia prima sia dopo. Dall'altro, è lecito pensare che sia Cesare sia Pompeo avrebbero intrapreso la guerra solo in condizioni di vincerla, e a tale scopo la cruda matematica finanziaria richiede che venisse trasferita a disposizione di Roma la ricchezza dell'Egitto. Ovviamente, l'unico parallelo disponibile nella Storia precedente è quello, vago, di Alessandro il Macedone, perfettamente noto a tutti i personaggi in parola.

Alla fine quindi verrebbe da rispondere che Pompeo non avrebbe potuto agire troppo diversamente da Ottaviano e che quindi sarebbe diventato comunque imperatore (o un altro per lui), rifondando forse la Repubblica, ma in modo tale che in Egitto e in Partia il sovrano fosse Pompeo stesso.

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