4 novembre 1995

di Ipotetico Sole

Nota: le ucronie riportate in questa pagina sono meri voli di fantasia e non esprimono posizioni o giudizi a carattere politico e ideologico.

Che cosa sarebbe successo se, nel novembre 1995, Ygal Amir avesse mancato i colpi contro Ytzhak Rabin, primo ministro laburista di Israele? La storia del Medio Oriente come sarebbe cambiata?

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4 novembre 1995: Ygal Amir, estremista della destra israeliana, viene arrestato dai poliziotti mentre si avvicina al primo ministro Rabin, con in mano una pistola. Si scopre che il giovane fanatico voleva uccidere il leader laburista.

6 novembre 1995: Rabin convoca il leader dell'opposizione Benjamin Nethaniayu per chiedere ragione delle voci che portano ad un diretto collegamento tra Amir e lui. il leader conservatore smentisce ma si dimette dalla carica di partito.

12 novembre 1995: segretario del Likud diviene Ariel Sharon, generale come Rabin e rivale politico di Rabin. Sharon compie un passo storico, accettando di sostenere dall'esterno il governo Rabin-Peres nel processo di pace con l'Autorità Nazionale Palestinese.

4 gennaio 1996: Yasser Arafat smantella anche le milizie di Hamas e chiede che per il 15 marzo 1996 Israele riconosca il nuovo stato palestinese in cisgiordania e nella striscia di Gaza.

12 gennaio 1996: Rabin accetta e invita Arafat a proporre un piano per una Gerusalemme doppia capitale.

23 febbraio 1996: ad Amman, capitale della Giordania, Re Hussein, Bill Clinton e Rabin accolgono Arafat con in mano uno statuto che prevede la doppia capitale ma anche il ritorno a Gaza di un milione di palestinesi dall'estero.

24 febbraio 1996: Rabin chiude le trattative, perchè ritiene che un milione di palestinesi a Gaza, decreterebbero la necessità di più terra, ma è disposto ad accettarne il ritorno di 600mila.

25 febbraio 1996: Arafat dopo avere minacciato di abbandonare le trattative, viene convinto da Bill Clinton ad accettare la proposta di Rabin con la promessa che questo sarà il patto dei dieci anni, che verrà rivisitato nel febbraio 2006, da entrambe le parti e da un quartetto, Usa, Russia, Onu e Unione europea.

15 marzo 1996: Nasce la Repubblica Palestinese, con capitale di stato Ramallah, dove risiede Arafat e quella amministrativa Gaza. Rabin pronuncia discorso all'assemblea nazionale palestinese e parla di "Pace per due popoli, Sogno che si è fatto realtà".

24 marzo 1996: L'Iran rompe le relazioni diplomatiche con Arafat e dichiara necessarie sanzioni dal mondo islamico nei confronti del neostato palestinese.

2 aprile 1996: a sorpresa, una grande sorpresa, Saddam Hussein riceve a Baghdad, la visita di Shimon Peres, ministro degli esteri di Rabin. Il dittatore iracheno è disposto a riconoscere Israele e la repubblica di Palestina a patto che termini l'embargo nei confronti dell'esportazioni petrolifere.

4 maggio 1996: Tareq Aziz, primo ministro fidato di Saddam, vola a Tel Aviv per firmare un accordo commerciale tra i due paesi e lo scambio di credenziali tra gli ambasciatori.

12 maggio 1996: Clinton accetta la proposta di denuclearizzazione avanzata dall'Iraq in cambio dell'aiuto tecnologico per la costruzione di centrali a fissione nucleare.

15 maggio 1996: L'Iraq firma la pace definitiva con Israele a Bruxelles nella sede della Nato, che si fa da garante, con delle truppe di interposizione della indipendenza militare anche della repubblica palestinese.

23 maggio 1996: Rabin chiede le elezioni anticipate per ottenere un mandato completo per la pace ma prima cambia la legge elettorale: si passa ad un maggioritario uninominale all'inglese.

4 luglio 1996: Il Labour vince col 43% dei voti in quasi tutti i collegi maggioritari e con questa vittoria Rabin decide di portare avanti il secondo passo del suo mandato: la pace con la Siria.

23 luglio 1996: a Sharm el Sheik, sotto gli auspici egiziani, il presidente anziano Assad, ottiene il Golan da Rabin in cambio della fine della occupazione siriana dal Libano congiuntamente al ritiro israeliano dai territori del sud del paese.

ovembre 1996: Bob Dole sconfigge a sorpresa Bill Clinton nelle presidenziali americane, vice presidente Kemp.Un repubblicano alla casa Bianca,che però decide di continuare sulla strada di Clinton nel processo di pace in Medio Oriente.

2 febbraio 1997: Rabin va a Washington a conoscere il nuovo presidente che ha nominato segretario di stato l'ex generale Colin Powell. Tra i tre perfetta intesa, sull'idea di organizzare una conferenza coi paesi del golfo persico per arrivare con un successivo passo al riconoscimento da parte della Lega araba della esistenza di Israele.

24 giugno 1997: Re Fahd invita a titolo personale Rabin come illustre personalità ebraica ad una riunione della Lega araba come ospite. La Lega decide di aprire un dibattito sui recenti cambiamenti in Medio Oriente e decide di riconoscere Israele e di stabilire con il paese ebraico una partnership commerciale.

2 giugno 1997: L'Iran elegge Kathami alla presidenza. Il presidente riformista decide di andare a chiudere la questione israeliana andando di sua iniziativa, nonostante il parere contrario dei pasdaran, a Tel Aviv.

4 novembre 1997: Iran e Israele stringono normali rapporti diplomatici. Il medio oriente, almeno quello statuale ha fatto la pace con Gerusalemme. Le organizzazioni estremiste combatteranno per anni fino al 2001, quando dopo l'11 settembre, decideranno di interrompere in seguito alla decisione americana di dichiarare la guerra a tutte le organizzazioni che ledono la sicurezza americana nel mondo.

3 giugno 2002: Rabin muore a Gerusalemme a 80 anni, nel suo letto di casa.

Ipotetico Sole

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Passiamo alla proposta di Generalissimus:

Quando Saddam Hussein invase il Kuwait, e prima ancora dell'intervento americano, Osama bin Laden chiese al Re Fahd dell'Arabia Saudita di poter combattere contro gli Iracheni al comando della sua "Legione araba", formata da volontari Musulmani provenienti da tutto il mondo, così che non sarebbe stato necessario chiedere il supporto degli Stati Uniti.
Ma Re Fahd non gli diede affatto ascolto, e concesse così il permesso agli Americani di utilizzare il paese come base per le operazioni in Iraq.
Ma cosa accadrebbe se invece il re saudita desse il via libera a bin Laden?

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Gli replica Enrico Pellerito:

Interessante la seconda ucronia, ammesso che la "Legione araba" fosse in grado di affrontare e battere le forze armate irachene.
Temo che prima o poi l'intervento militare delle Nazioni Unite sarebbe stato necessario, ma la proposta di Raffaele Ucci è davvero interessante e merita di essere sviluppata.
Credo sia ormai assodato che gli Usa fecero pressione sui Sauditi mostrando foto dove si vedevano le truppe irachene in Kuwait posizionate come se stessero per preparare un'ulteriore avanzata verso sud, mentre in realtà stavano approntando posizioni difensive; così le foto furono manipolate, re Fahd ne rimase impressionato e diede il via libera all'uso del proprio paese come base principale per le operazioni.
Vi era anche una evidente situazione geografica, con ripercussioni, quindi, sulla strategia e sulla logistica, dato che solo dall'Arabia Saudita si poteva entrare direttamente in Kuwait.
Però re Fahd è propenso a seguire il consiglio di Bin Laden e decide di ottemperare alle decisioni delle Nazioni Unite utilizzando dal proprio territorio esclusivamente le proprie forze armate, quelle kuwaitiane riparate in Arabia Saudita e la "Legione araba".
Ciò non impedisce alle aeronautiche militari degli altri paesi che scelgono d'intervenire, di appoggiare le suddette forze.
L'utilizzo delle sole basi aeree saudite potrebbe non provocare malumori fra coloro che la pensano come Osama, ma onde evitare problemi, ci sono infrastrutture usufruibili negli altri paesi che si affacciano sul Golfo (Bahrein, Emirati, Oman e Qatar).
Poi c'è la Turchia, che in Hl aveva messo in allarme le forze armate e schierato nel sud-est dell'Anatolia la propria 2ª Armata, non superando, però, mai il confine, oltre a far rischierare velivoli belgi, britannici, italiani, statunitensi e tedeschi.
Fin qui stiamo nella realtà verificatasi.
Escludendo la Giordania per gli stretti rapporti economici che la legavano a Baghdad, c'è poi un altro paese confinante con l'Irak: la Siria.
Hafiz al-Asad aveva già deciso di partecipare alle operazioni e aumentare l'importanza del proprio paese in questo frangente comporterebbe un rientro diplomatico non da poco, con un corposo "dividendo" nei confronti dell'Occidente.
Se anche Siria e Turchia decidono di far acquartierare sul proprio territorio i contingenti britannici, francesi, statunitensi e degli altri partecipanti, per eventuali operazioni combinate insieme ai propri eserciti, la sola minaccia avrebbe messo in seria difficoltà lo Stato Maggiore di Saddam, che in queste condizioni si sarebbe trovato costretto, rispetto a quanto effettivamente accaduto, a diminuire i reparti schierati lungo la frontiera meridionale.
A questo punto, si può plausibilmente ipotizzare che a liberare materialmente il Kuwait siano le forze islamiche stanziate in Arabia Saudita?

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E Federico Sangalli aggiunge:

A questo punto è immaginabile che l'Iraq venga sconfitto non da una coalizione occidentale ma da una araba? Avremmo infatti Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo che si sentono minacciati da Saddam Hussein, la Siria desiderosa di spartirsi la torta, la Turchia pronta ad impedire ai Kurdi di formare una nazione indipendente al momento del collasso iracheno e l'Iran(il nemico comune ha la precedenza! Quegli eretici di Ryad possono aspettare!). L'Iraq è con ogni probabilità sconfitto ma questo apre il capitolo sulla spartizione: sicuramente ai turchi il Nord ed è giocoforza che almeno una parte del Sud sciita vada all'Iran. Direi il Nord alla Turchia, con un pezzo alla Siria, tutta la sponda orientale del Tigri/Eufrate all'Iran e quella occidentale all'Arabia Saudita. Bin Laden impone a Baghdad una giunta integralista(qualche idea sul leader?), modello Talebani, e inizia a litigare subito con gli Sciiti per il controllo della Mesopotamia. Come giustamente fatto notare da Enrico, il riavvicinamento siriano agli USA e la decapitazione di Saddam Hussein lascerebbe Hamas ed OLP soli: soltanto Gheddafi gli offrirebbe appoggio. Francamente ritengo che Gorbačëv poco potesse fare senza compromettere gli aiuti occidentali di cui aveva un forte bisogno. Anche Israele, con ora due potenze integraliste come Iran e Arabia Saudita che sono d'accordo solo nell'odiarlo, potrebbe venire a più miti consigli. La famosa stretta di mano tra Arafat e Rabin con Bill Clinton in mezzo non sarebbe solo una stretta di mano ma uno storico accordo di pace che si concluderebbe con il risultato positivo dei colloqui dell'agosto 2001. E ho l'impressione che quei grandi attentati vi saranno ancora, ma il 28 novembre 2001, per vendicare l'umiliante sconfitta araba nella Battaglia del Ponte(634; così come l'11 settembre fu per vendicarsi della sconfitta subita a Vienna nel 1683), quando 4 aerei di linea si schianteranno su Teheran e sulla città santa sciita di Qum, dando inizio ad un terribile conflitto mediorientale che potrebbe anche sfociare in una guerra nucleare, se l'Iran eredità le ricerche di Saddam e sviluppa l'atomica e se Bin Laden e i sauditi si rivolgono ai loro alleati-fantocci in Pakistan.

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Enrico torna alla carica:

Badiamo, però, al fatto che le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite prevedevano la liberazione del Kuwait; se ci si spinge oltre (e in questo caso a farlo sarebbe la coalizione araba) si potrebbe rischiare un'escalation.
Anche se Gorbačëv aveva garantito a Bush di non prendere le parti di Saddam, in cambio di non ingerenze Usa per quanto riguardava le agitazioni indipendentiste nel Baltico e nel Caucaso, di fronte ad un'invasione dell'Irak non sono affatto certo che resterebbe con le mani in mano (sempre considerando che gli aiuti economici che stava ricevendo erano vitali).
So bene che la cosa può apparire strana: non ha reagito Putin quando Bush junior invase l'Irak nel 2003 e lo farebbe l'Urss del 1991 nelle condizioni in cui si trovava?
Certamente l'Urss non era messa tanto bene e di conflitti con gli islamici ne aveva già fin sopra i capelli, però non è detto che le pressioni di coloro che nell'agosto di quell'anno provarono ad estromettere Gorbačëv non si sarebbero fatte sentire.
Già durante Desert Storm alcuni esponenti dei vertici militari sovietici criticavano l'atteggiamento del proprio governo nel non far nulla per aiutare un paese ritenuto "amico"; c'è il rischio che qualcosa possa avvenire all'interno della compagine sovietica, anche un anticipo del golpe, con conseguenze che possiamo soltanto immaginare.
Con una Siria che potrebbe (il condizionale resta d'obbligo) essersi avvicinata all'Occidente, perché non mantenere un riferimento locale in un Irak, prima che questo sparisca come entità formalmente baathista e moderatamente islamista?
Pure lo stesso Occidente potrebbe ritenere rischioso l'abbattimento del Rais; la scelta di eliminare Saddam non era ancora maturata e l'amministrazione statunitense riteneva che mantenere in essere il dittatore iracheno poteva risultare, tutto sommato, ancora utile, specialmente come freno all'Iran.
Nell'ambito delle varie cancellerie dovevano esserci continue discussioni, su come si stavano evolvendo gli scenari internazionali durante quegli anni frenetici.
Si rischia un conflitto tra la coalizione araba e coloro che non vogliono l'invasione dell'Irak?
Oppure i Sauditi, onde evitare problemi, cercano di portare a miti consigli bin Laden, ma questo rivolgerà la "Legione araba" contro Ryad?
Nel caso, invece, le cose vanno per come prevede Federico Sangalli e nessuno ostacola la spartizione dell'Irak, Washington per prima spingerà Ankara a prendersi quanto più possibile.
Concordo che successivamente siamo di fronte ad un panorama che può portare ad una futura deflagrazione tra Sciiti e Sunniti.

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Liutprand ha voluto scherzarci su:

Berlusconi ha dichiarato che in Iraq ci sono "Sanniti, Sciiti e Curdi"... Vi risulta che anche Benevento sia compresa?  :)

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Aggiungiamo il contributo di MorteBianca:

Durante il conflitto Arabo-Israeliano l'unica costante è stata la perdita di territori, di conflitto in conflitto, da parte della Palestina a favore di Israele.

Inizialmente la Palestina aveva solo pochi, frammentati insediamenti ebraici dove, con il progetto Sionista, sempre più famiglie si sono trasferite fino a formare un piccolo "Stato nello Stato" nel Nord della Palestina, con problemi di violenza da ambo le parti. Con la risoluzione ONU la Palestina venne divisa fra due stati abbastanza eguali considerate le popolazioni. Ma con il conflitto arabo-israeliano Israele occupò gran parte dei territori, a fine conflitto ovviamente, originariamente assegnati alla Palestina, lasciando soltanto Gaza e West Bank alla Palestina, che poi si divise alle elezioni (ai moderati West Bank, Gaza ad Hamas) spaccandosi in due nazioni de facto.

Da quel momento tuttavia, per via della momentanea occupazione della West Bank, Israele aveva avviato una colonizzazione dei territori occupati, si venne a creare un nuovo contesto demografico che ridusse ancor di più il territorio palestinese. La Palestina venne ulteriormente ridimensionata, venendo frammentata in numerose enclavi circondate da territori de facto annessi ad Israele, che tra l'altro costruì il Muro di Separazione molto oltre il confine politico reale, e costruendo di conseguenza. Le zone frantumate della Palestina, poi, non erano davvero parte della Palestina. Quasi tutte le isolette palestinesi erano sotto il controllo politico della Palestina e quello militare/di sicurezza di Israele, solo pochi territori erano totalmente autonomi.

Israele, nonostante le proteste della comunità internazionale per le colonie illegali, con la difesa americana all'ONU il governo continuò non solo a permetterle, difenderle, fornire loro elettricità e acqua (togliendole spesso ai nativi) ma anche ad incentivarne ufficialmente di nuove. Di fatto la Palestina veniva vista come una zona di conquista, una fertile terra vergine da conquistare. Con il nuovo attentato nella Striscia di Gaza Israele decise di aumentare la stretta sulla Palestina: Gaza viene nuovamente invasa, l'autonomia politica e militare è tolta, e viene anche imposta una perenne legge marziale, i militari viaggiano via per via cercando le cellule terroristiche mentre il mondo guarda impotente.

Le zone occupate della Palestina vengono ufficialmente annesse senza se e senza ma nonostante le proteste. Ora non è più una questione dibattuta. Le enclavi Palestinesi sono trattate come nuove zone di conquista (sotto dominio militare Israeliano), e solo la provincia Jenin è lasciata autonoma (essendo a stragrande maggioranza araba), ma deve pagare delle ingenti riparazioni. Inizia la colonizzazione intensiva della Palestina: gli Israeliani hanno incentivi a muoversi e comprare terra Palestinese. Qualora i palestinesi non vendano possono prelevarla forzosamente, dato che una nuova legge permette di ripagare la vittima con una somma pecuniaria (di fatto viene legalizzato il furto di terreno). Le zone ricche di risorse minerarie vengono subito occupate e privatizzate, le sorgenti d'acqua vengono messe in mano Israeliana. Le isole di felicità degli israeliani sono protette, high-tech (hanno persino il wi-fi) e con tutti i servizi di una nazione da primo mondo. Ci sono efficienti sistemi di trasporto che collegano i nuovi insediamenti al resto del mondo. Israele passa dall'essere una serie di isolotti in campo arabo ad un campo blu con isolotti arabi. Il terreno viene irrigato dai sistemi innovativi che il governo utilizza per evitare gli sprechi d'acqua (fondamentali in una nazione così), e ben presto il deserto palestinese diventa una terra verde, fertile con un'aria umida e un microclima più temperato. Le piccole città crescono e ne nascono sempre di nuove. Qualora i Palestinesi protestino in modo violento (Secondo la nuova norma Israeliana con "Rivolta Violenta" si intende anche un avvicinamento eccessivo alle forze dell'ordine senza autorizzazione orale) nuove e più severe punizioni vengono impartire sulle comunità arabe, che vengono quindi chiuse in piccoli ghetti privi di risorse, isolati dal mondo e sempre più degradati, dove il crimine e (ovviamente) la violenza aumentano, cosa che però rende ancora più facili le retate poliziesche. Questo aumenta non solo il divario arabo-Israeliano, ma anche l'isolamento della comunità araba, che viene sempre di più raccolta in queste piccole "riserve" dove viene tenuta sotto controllo. I palestinesi che invece vivono a contatto con gli Israeliani si ritrovano a vivere come cittadini di serie B, più facilmente accusabili, senza diritto a processo o avvocato, che possono essere detenuti senza accuse, in un clima di aperto apartheid, vengono inoltre rese molto più lasse le leggi anti-discriminatorie, e i luoghi di culto centrali sono chiusi a palestinesi e musulmani. Quando un ghetto diventa troppo violento o affollato il governo può chiedere lo sfratto di interi quartieri per farne zone residenziali, pagando però il trasferimento ad un ghetto più grosso, o a Jenin. I Palestinesi insomma vengono prima accumulati nei piccoli puntini verdi della mappa e poi scacciati in punti di raccolta più grossi o nella Riserva più larga. Il nuovo presidente Khalif Miz Graham, detto "il Trump Israeliano", viene eletto a furor di popolo nonostante le sue dichiarazioni inverosimili sull'intenzione di costruire un Muro con la Giordania (pagato da quest'ultima), di voler annettere una volta per tutte tutti i territori che non sono nella provincia Jenin, e di rendere Jenin stessa comunque una zona amministrata militarmente da Israele. "Viviamo in un'epoca anti-semita" Dice Graham "In cui i confini sanciti nella Torah sono ristretti per accomodare questi barbari". Graham parla con aperta ostilità di Egitto, Siria, Libano e Giordania (da cui vorrebbe riprendere diversi territori), delle donne palestinesi (che considera macchine da parto sforna terroristi), dei musulmani (che vorrebbe far identificare) e dei palestinesi stessi. Sotto Graham le politiche di sicurezza si inaspriscono, è molto più facile per i Palestinesi venire arrestati o danneggiati in qualsiasi modo dallo stato per infrazioni anche minime, perdendo i pochi diritti e le poche possessioni che hanno, le repressioni nei ghetti aumentano sempre di più (vengono trattati come zone di guerra ormai, con i militari che pattugliano gli edifici), e la politica dei "Quattro No". Se un Palestinese commette un primo reato subisce il carcere e la multa. Se ne commette un secondo viene esiliato in un ghetto, se ne commette un terzo viene buttato nelle isolette autonome, se ne commette un quarto viene mandato a Jenin, bandito per sempre da tutti i territori controllati da Israele. Al solito, qualsiasi Palestinese può vendere i propri terreni (o comunque venirne espropriato) e/o decidere di trasferirsi nei ghetti, nelle zone autonome, in Jenin o in altri paesi arabi e Israele si farà carico del viaggio.

Dopo 20 anni di governo Graham Israele ha ormai il controllo demografico totale, tutti i ghetti palestinesi in territorio Israeliano originale sono stati chiusi, ogni zona autonoma ha un solo ghetto dove i palestinesi sono ammassati, quasi tutti i palestinesi ora vivono a Jenin. Israele continua le proprie colonizzazioni illegali dei territori occupati dopo la Guerra Civile in Siria e del Territorio Occupato del Libano (Hezbollah era stata accusata da Graham di avere armi batteriologiche, ma dopo l'invasione l'accusa si è rivelata infondata).

Dopo il ritiro di Graham giunge il turno di Jorg Kimitz, centrista cresciuto in un Kibbutz dove fu uno dei fautori della privatizzazione e, da quel momento, un grande imprenditore.

Kimitz si fa considerare il candidato di mezzo, non conservatore come Graham, e si accorda con i Socialdemocratici e i Laburisti Israeliani: maggiore wellfare e tassazione in cambio del supporto per le politiche etniche. L'estrema sinistra Israeliana protesta ma viene isolata, diventando irrilevante politicamente.

Kimitz sostiene nuove politiche in campo etnico: ora che Israele ha attratto con numerosi bonus gli ebrei da tutto il mondo (anche di dubbie origini) raddoppiando la propria popolazione nel corso di 50 anni totali dall'elezione di Donald Trump, trova molto più comodo favorire l'integrazione dei Palestinesi rimasti:

1) I Palestinesi ebrei otterranno la cittadinanza immediata, con tutti i bonus.
2) I Palestinesi che sposano un cittadino israeliano otterranno la cittadinanza israeliana con tutti i benefici.
3) I nati in territorio Israeliano a partire da una certa data saranno retroattivamente Israeliani.

Si è infatti venuto a creare il problema degli "Arabi fantasma", tutti quei Palestinesi che vivono in uno stato che non gli appartiene e vi nascono addirittura dentro pur riconoscendosi come cittadini di Jenin (l'ex Palestina). Sempre più Palestinesi rientrano in questa categoria, ormai la Soluzione dei due Stati pare impossibile da rendere pratica (e gli Israeliani, anche usando la definizione più stretta, sono la maggioranza ovunque tranne che a Jenin e nei pochi ghetti rimasti). I giovani palestinesi sono disillusi e vogliono interagire con il mondo moderno, civilizzato e comodo fuori dal ghetto. Sempre più palestinesi vendono le proprie case, le proprie attività e i propri terreni ad imprenditori israeliani che ne fanno nuovi edifici, nuove imprese e nuove strade per Israele. I ghetti che si "Aprono" in pochi anni diventano città completamente diverse, quelli che resistono decadono lentamente.

Con l'occupazione finale di Jenin, avvenuta a causa dell'ultima Intifada, la Palestina cessa formalmente di esistere (anche se in teoria resta un territorio politicamente autogestito). I palestinesi criminali sono deportati a Jenin e, se persistono, vengono buttati fuori proprio come accade per i palestinesi "Alieni" (Arabi di altre nazioni, palestinesi irregolari), e mandati in altre nazioni arabe vicine. Nel giro di pochi decenni l'identità palestinese è cancellata persino dai libri di storia (dove si parla semplicemente di "Arabi"), tutto il territorio viene ricolonizzato e "Civilizzato", è uso dare ai figli cognomi e nomi ebraici (per evitare discriminazioni), le strade stesse cambiano nome. Jenin, ultima zona di Israele a maggioranza araba, diventa l'ultima riserva per tutti i Palestinesi che vogliono vivere in una provincia bilingue (nel resto di Israele l'identità unica riconosciuta è quella Israeliana).

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C'è poi l'idea contraria di Enrica S.:

Il 14 giugno 2007 Hamas, dopo una campagna militare rapida e violentissima, conquista la Striscia di Gaza. Che accade se vi proclama subito un emirato islamico indipendente sia da Israele che dall'Autorità Nazionale Palestinese, e pretende di assumere il controllo militare dello spazio aereo, delle frontiere terrestri e delle acque territoriali della Striscia, che ai sensi degli accordi di Oslo era rimasto a Israele? Lo slogan diverrà « due popoli, tre nazioni »? Con quali conseguenze?

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Le risponde Massimiliano Paleari:

Hamas aveva vinto le elezioni legislative per il parlamento palestinese e, anche se proprio nella Striscia di Gaza aveva (e ha) i massimi consensi, possedeva (e possiede) importanti roccaforti elettorali nella stessa Cisgiordania. Pertanto un Emirato Arabo Indipendente nell'ottica di Hamas avrebbe significato due cose:

1) Hamas come unica fonte di potere e di rappresentanza legale del popolo palestinese (non solo nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania e in prospettiva per i territori della stessa Israele)

2) La striscia di Gaza rappresenta solo la base territoriale atttualmente liberata della Grande Palestina

Non avrebbe quindi significato l'abbandono della prospettiva della distruzione dello Stato di Israele...

Pertanto e apparentemente in questa logica Israele non avrebbe avuto altra scelta che intervenire manu militari con modalità ancora più pesanti delle operazioni effettivamente lanciate nel 2008 e nel 2009. Facile e triste immaginare un grave bilancio di morti e feriti nei combattimenti casa per casa (Gaza è forse l'area più densamente popolata del mondo).

Ma proviamo ad immaginare un altro scenario. Se Hamas proclama una tregua unilaterale (quindi niente attacchi missilistici contro Israele) dopo la presa del potere nella Striscia e si concentra invece sul consolidamento dell'Emirato di Gaza, forse le teste pensanti israeliane avrebbero potuto valutare che la logica del "dividi ed impera" tutto sommato giova a Israele. Fatah e l'Autorità Palestinese in Cisgiordania, oggettivamente indeboliti, sarebbero stati costretti a negoziare da una posizione di debolezza con Israele. In cambio degli aiuti israeliani (anche militari), L'autorità Palestinese sarebbe stata costretta a permettere addirittura nuove colonie ebraiche in Cisgiordania. Ma questo avrebbe finito per provocare nuove spaccature nella società palestinese, accrescendo le posizioni più radicali (Hamas in testa). In questa "perversa spirale" Fatah sarebbe costretta ad appoggiarsi sempre più a Israele finendo per diventare una sorta di "regime collaborazionista" ma ricattando implicitamente Israele (senza di noi arriva l'Emirato anche in Cisgiordania).

Alla fine quindi Israele sarebbe giunta alla conclusione (diciamo nel 2012) che l'unica soluzione e l'eradicazione di Hamas e dell'Emirato da Gaza. L'Egitto è indebolito per le note vicende e non si muove. Dopo 15 giorni di feroci combattimenti, Gaza è sotto controllo israeliano. Le milizie di Fatah (scortate dagli Israeliani) rientrano a Gaza, anche se la situazione resta molto tesa...

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E adesso, un'idea di GJXIII, alias Gianni Isidori:

La Primavera Italiana

Le stragi di mafia del 1992-1993 proseguono con gli attentati allo Stadio Olimpico di Roma al termine di Roma-Juventus con la morte di oltre 300 persone tra forze dell’ordine e cittadini, e le stragi del treno Milano-Reggio Calabria con 100 vittime; nel tardo autunno del 1993 il presidente della repubblica Francesco Cossiga, rieletto per un secondo mandato, rimane vittima di un attentato mafioso contro la sua residenza di Castel Fusano, su cui viene fatto schiantare un piper imbottito di esplosivo dopo che il pilota si è gettato con il paracadute. Lo Stato risponde avviando un giro di vite contro i principali capi di Cosa Nostra, i cui capi mandamento ad uno ad uno vengono assicurati alla giustizia dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, super capo dell’antimafia, e dai magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Alla presidenza della Repubblica viene eletto il socialista Bettino Craxi, che è riuscito ad insabbiare le inchieste contro di lui perchè il paese era distratto dall'offensiva mafiosa senza precedenti. Trovandosi il paese in una vera e propria guerra, Mani Pulite è passata in secondo piano e il Pentapartito non ha cessato di esistere.

Inferocita dall'azione di dalla Chiesa, Falcone e Borsellino, la Cupola mafiosa intensifica l'azione terroristica e la strategia "libanese". Le forze di polizia riescono a malapena a sedare le numerose manifestazione di cittadini impauriti che si abbandonano a violenze contro le forze di polizia, accusate di non difenderli a sufficienza, Craxi allora, in qualità di capo supremo delle forze armate, nel gennaio del 1994 ordina il coprifuoco dalle 20 di sera alle 8 di mattina, e l'Italia conosce una svolta autoritaria. Siccome il Parlamento non lo segue, il Presidente della Repubblica scioglie le camere e indice le elezioni politiche per la tarda primavera del 1994.

Nel febbraio del 1994 viene presentato alla Nazione il Partito della Rinascita Democratica (PRD), fondato da un giornalista fino ad ora semisconosciuto, Licio Gelli, classe 1919, Gran Maestro di una loggia massonica denominata Propaganda due. La campagna elettorale procede senza esclusione di colpi tra la DC, ancora alleata con PLI e PRI, il PDS (ex PCI) alleato con i Verdi, e il PRD alleatosi con il PSI di Gianni de Michelis. Il PRD accende l'opinione pubblica proponendo una guerra senza quartiere alla mafia, "come quella degli USA di Bush in Iraq", e accusa i partiti tradizionali di impotenza nei confronti delle cosche. E così, nelle elezioni del 13 maggio 1994, il PRD stravince le elezioni con oltre il 50% delle preferenze, e con il premio di maggioranza raggiunge la maggioranza assoluta dei seggi sia alla Camera che al Senato. Il PSI è ridotto al rango di comprimario del PRD, e così praticamente un solo partito può guidare una nazione in cui le opposizioni sono praticamente cancellate.

Licio Gelli forma il nuovo governo, affidando il ministero chiave degli Interni a un 50enne rampante imprenditore brianzolo, Silvio Berlusconi. Oltre che dal PRD e dal PSI, il governo è sostenuto dall'MSI di Gianfranco Fini, che ottiene il ministero della Difesa. Nei successivi cinque anni di legislatura, Gelli fa approvare una riforma costituzionale che rafforza i poteri del premier, concentrando il potere nelle proprie mani e svuotando letteralmente le funzioni del Parlamento. Anche la Magistratura è sottoposta al potere politico, e il giornale "La Repubblica" viene chiuso. Le Sinistre e i giovani cattolici danno vita a forti manifestazioni di protesta, che però sono represse dalla Polizia e dall'Esercito con arresti sommari. Dopo aver subito duri scacchi, la Cupola mafiosa decide di parlamentare con lo Stato, raggiunge un accordo di non interferenza e ritorna nell’ombra, cosicché Gelli può vantarsi di averla sconfitta.

Nel 1998 Giovanni Paolo II raggiunge il culmine del suo Pontificato con le visite Pastorale in Russia e nella Repubblica Popolare Cinese dopo un intenso lavoro diplomatico durato ben quattro anni e condotto dal Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Giulio Andreotti. Nel 1999 le elezioni legislative si rivelano un nuovo plebiscito a favore del PRD, che ingloba il PSI e l'MSI.

Nelle elezioni presidenziali del 2001, il fondatore del PRD sale al Quirinale, e alla presidenza del Consiglio dei Ministri nomina il suo delfino Silvio Berlusconi. Con lui l’Italia diventa uno stato offshore. Intanto la Russia elegge Presidente uno sconosciuto imprenditore petrolifero che risponde al nome di Vladimir Putin, grande amico di Berlusconi. Dopo un referendum, Putin restaura in Russia la monarchia e si fa incoronare Zar con il nome di Vladimir I. Il 1 gennaio 2000 entra in vigore l'unione federale tra Stati Uniti, Canada e Messico, guidata dal Presidente Martin Luther King.

Nel 2003, dopo aver esibito delle presunte prove che Muammar Gheddafi finanzi la guerra al terrorismo di Al Qaeda, responsabile degli attentati dell'11 settembre 2011, Berlusconi ordina l'invasione dell'ex colonia con il tacito assenso di Cina e Russia, mentre l'Unione Europea si pronuncia contro. Gheddafi è liquidato e i suoi figli fuggono in Niger, a Tripoli è insediato un governo fantoccio che stringe un patto federativo con l'Italia e le permette di sfruttare gli immensi giacimenti di petrolio. In Libia inizia però la guerriglia contro gli occupanti italiani, questa sì finanziata da Bin Laden.

Martin Luther King, Presidente della Confederazione Nordamericana, condanna l'invasione italiana e l'occupazione della Libia, e tronca i rapporti diplomatici con l’Italia inserendola nell’elenco degli Stati Canaglia e facendo approvare sanzioni contro di essa, ma l'Impero Russo di Putin ignora le sanzioni e continua a fare affari con Berlusconi. L'Italia è anche espulsa dall'Unione Europea, e si ritrova sempre più isolata. Ormai il potere politico in Italia si esprime esclusivamente a livello personale, e una ristretta lobby economica e politica ha in mano tutte le leve del potere, vivendo nel lusso mentre le condizioni economiche del popolo peggiorano. Quando nel 2008 scade il mandato presidenziale di Licio Gelli, Silvio Berlusconi assume anche la carica di Presidente della Repubblica, dando vita a un'autocrazia personale. I Partiti di opposizione continuano ad esistere, ma con peso politico nullo, la DC è accusata di acquiescenza nei confronti del regime e il PDS (ora DS) e i Verdi sono posti fuorilegge. Le elezioni del 2004, del 2009 e del 2014 continuano ad assegnare maggioranze bulgare al PRD, mentre Berlusconi si fa rieleggere Presidente nel 2015.

Nel 2017 però Berlusconi si monta la testa e propone di tenere un referendum per restaurare la monarchia in Italia e farsi nominare sovrano, instaurando una dinastia. La misura è colma: ribellioni di piazza esplodono in tutta Italia dopo quasi 25 anni di una finta democrazia. È quella che viene chiamata la Primavera Italiana. L'Esercito viene mandato a sedare le rivolte, ma esse dilagano a macchia d'olio.

A questo punto sorge l'astro di Luca Bonini Moro, figlio di Maria Fida Moro, a sua volta figlia di Aldo Moro, ex Presidente del Consiglio democristiano morto nel suo letto nel 2002. Luca Bonini Moro è eletto Segretario della rinata Nuova Democrazia Cristiana (NDC) con l'appoggio dell'anziano Papa Giovanni Paolo II, ormai 97enne. Luca Bonini Moro denuncia all’opinione pubblica italiana e mondiale le scorrettezze sull’esito del voto del lontano 1994, mostrando alla stampa internazionale le prove che solo grazie a brogli il PRD aveva preso il potere e si era impossessato dello Stato. Moro inoltre rivela l'accordo con la Cupola e denuncia complicità politiche con la mafia sin dal lontano attentato all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. La successiva indagine della magistratura, guidata dai vecchi magistrati antimafia di Palermo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e dal Procuratore di Milano Antonio di Pietra, conferma che in effetti nel 1994 le elezioni politiche furono taroccate con brogli elettorali mirati.

Il Primo Ministro e Presidente della Repubblica Silvio Berlusconi è così costretto alle dimissioni da una rivolta popolare paragonabile alle rivolte di massa in Egitto, Tunisia e Siria, e parte alla volta dell'esilio in Russia dove regna il suo vecchio amico Vladimir I, nella dacia presidenziale all’estremo nord della Siberia orientale, mentre l'82enne Bettino Craxi si rifugia in America Latina; il Venerabile Licio Gelli non viene arrestato solo perchè ha 98 anni. Si ricostituiscono i vecchi partiti, baluardi per una nuova stagione democratica. Alle elezioni della primavera 2018 con il sistema elettorale proporzionale la NDC diventa il primo partito con il 32 %, mentre il Partito Democratico della Sinistra, nuovamente legalizzato, con segretario il giovane Nichi Vendola, raggiunge il 30 %, il 41enne Luca Bonini Moro viene eletto Primo Ministro e forma un governo di larghe intese per la ricostruzione della democrazia: Nichi Vendola diventa Ministro del Lavoro e Roberto Craxi, leader del nuovo PSI che ha sconfessato l'accordo di suo padre con Gelli, è Ministro della Giustizia. Presidente della Repubblica è eletta al primo turno per la prima volta una donna, Rosaria Bindi. L'Italia è riammessa nell'Unione Europea ed è sciolto il legame con la Libia.

Seguono anni di grande risveglio culturale. Nel 2022 viene costituita la Federazione delle Nazioni Unite Europee, cui partecipano 37 stati dall'Islanda alla Georgia; la capitale è Bruxelles, ma Roma è indicata come sede del Ministero Europeo della Difesa, rafforzando ancora di più la guida del nuovo corso democratico. Il vecchio Papa Giovanni Paolo II si spegne all’età di 102 anni, al suo posto viene eletto il Cardinale argentino Leonardo Sandri, primo Papa proveniente dall'America Latina, che sceglie il nome di Giovanni Paolo III come continuatore dell’opera dei suoi predecessori.

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Lo stemma di Giovanni Paolo III e il logo delle Olimpiadi di Roma

Alle elezioni politiche del 2022 Roberto Craxi vince e viene eletto alla Presidenza del Consiglio a capo di un governo formato da NDC, PSI e Liberali, mentre nel 2025 Luca Bonini Moro è eletto alla Presidenza della Repubblica. Nel 2024 i Giochi della XXXIII Olimpiade si tengono a Roma, e nello stesso anno l'Italia vince i Campionati Europei di Calcio organizzati in casa sua. Nel 2026 infine l'ex Presidentessa Italiana Rosaria Bindi è eletta alla presidenza della Federazione Europea.

GJXIII

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Per l'occasione, presentiamo anche questa ucronia di William Riker:

Negli anni sessanta e settanta il governo bianco e razzista del Sudafrica creò una serie di "riserve" per i neri dette Bantustan, nelle quali sperò di riuscire a trasferire tutta la popolazione di colore; in tal modo il Sudafrica sarebbe stato popolato solo più da bianchi. Dei dieci Bantustan creati, quattro furono formalmente eretti a "stati indipendenti" (nessuno stato però li riconobbe come tali) e a sei fu concesso l'autogoverno. Ben presto le redini dei Bantustan furono prese da politici neri corrotti e da mafie locali, che fecero comunella con il governo di Pretoria. La fine dell'apartheid in seguito all'ascesa al governo di Nelson Mandela segnò anche la fine dei Bantustan.

Quello creato per l'etnia Tswana, chiamato con il nome pressoché impronunciabile di Bophuthatswana, che era anche il più ricco, fu l'unico che si oppose alla reintegrazione nel Sudafrica, poiché i governanti locali facevano buoni affari intascando tutti gli aiuti che il governo sudafricano aveva in teoria destinato alla popolazione. Il gruppo più numeroso della minoranza bianca nel bantustan, l'Afrikaner Weerstandsbeweging (AWB), colse l'opportunità per provare a restaurare una situazione simile all'apartheid, alleandosi con il presidente nero Lucas Mangope e mettendo in atto un vero e proprio golpe, ma il tentativo fallì a causa delle violenze perpetrate dall'AWB, Mangope fu destituito ed il 27 aprile 1994 il Bophuthatswana cessò di esistere insieme a tutti gli altri Bantustan, reintegrati nel Sudafrica del post-apartheid.

Ma che accade se, grazie all'alleanza con qualche stato confinante come Botswana e Zimbabwe, Mangope ce la fa a mantenere l'indipendenza della sua signoria personale? Che succede se uno stato razzista sopravvive fino al presente nell'Africa Australe?

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Così osserva il buon *Bhrg'howidhHô(n-):

Occhio che, se ci mettiamo a far la gara di pronunciabilità, basta andare a prendere la lingua !xũ con 150 fonemi (rispetto alla ventina media in Europa), di cui 95 consonantici, la metà dei quali eiettivi (cioè come il bacio, il kick al cavallo, la negazione specialmente siciliana e simili)!

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Never75 sorridendo gli obietta:

Senza offese (ci mancherebbe), ma anche il nick che ti sei scelto tu non scherza!

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Al che *Bhrg'howidhHô(n-) non può che ammettere:

Ah, ah, ah! È vero, infatti la successione /bhr-/ iniziale o /bhl-/ iniziale esiste solo in indoeuropeo preistorico e in indoario; il resto però è semplicemente un nome lungo, ma senza combinazioni strane di foni, mentre posso assicurare che i nomi nelle lingue della famiglia khoi-san (le lingue dei cosiddetti Boscimani od Ottentotti) hanno fonemi davvero incredibili!

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Aggiungiamo l'idea di Inuyasha Han'yō:

Nel manga ucronico "Full Metal Panic" ci viene mostrato un 1998 alternativo, dove la guerra fredda è ancora in corso (infatti sussistono l'URSS e il patto di Varsavia) e la Cina è dilaniata da una sanguinosa guerra civile tra il nord e il sud del paese. Quali POD occorrono per arrivare a un contesto simile?

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Gli risponde Marco Molinari:

Andropov non muore così presto e riesce ad introdurre le riforme necessarie a far sì che lo Stato sovietico possa sopravvivere. Cambio della strategia in Afghanistan: il regime comunista, fra l'altro, garantirà amnistia a tutti i gruppi ribelli che deporranno le armi; in Cina le proteste in piazza Tienanmen degenerano in una vera e propria guerra civile. I sovietici appoggiano più o meno indirettamente i rivoltosi.

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Questa invece è stata proposta da Enrica S.:

Quali modifiche ucroniche bisogna apportare alla nostra Timeline affinché esista davvero, sulle coste iraniche dello Stretto di Hormuz, lo stato di Qumar, un paese fittizio del Medio Oriente, ricco di petrolio e sostenitore di terroristi che compare nella serie televisiva americana « West Wing - Tutti gli Uomini del Presidente », Andata in onda negli USA dal 1999 al 2006?

Le risponde Tommaso Mazzoni:

Forse nella zona si sono con successo asserragliati gli Zengidi quando i Qajar hanno conquistato l'Iran...

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Iacopo Maffi invece propone:

Oppure gli inglesi comprano il porto di Hormuz dallo scià, modello hong kong. Oppure ancora i pirati arabi occupano la zona, ispirati dagli inglesi in funzione antirussa. Comunque "emirato" è una titolatura che sa poco di iraniano e più di arabo, almeno in ambito moderno. E Qumar sembra una parola araba.

Effettivamente nella zona abitano degli Arabi, ma sono i Khamseh, una confederazione di varie tribù che ha finito per identificarsi come araba solo in contrasto con gli iranici e i turchi. Comunque sono nati nel 1860, ed anche il loro nome ha una fonetica poco araba.

Jabal Nafusa(h) è un toponimo reale, ma si riferisce ad un altopiano in Tripolitania. È chiaramente arabo, lingua poco usata nei toponimi iraniani. Jasken non mi pare esista, ma dal suono parrebbe persiano. Tutto parlerebbe di un'occupazione araba "moderna".

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E Andrea Mascitti suggerisce:

Gli inglesi e i sovietici, dopo l'invasione dell'Iran durante la seconda guerra mondiale, decidono a fine guerra di spartirsi l'impero, e gli inglesi nella loro zona d'influenza creano quel paese...

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Al che Iacopo chiosa:

O avviene un colpo di stato comunista nel dopoguerra e gli USA salvano lo Stretto.

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Prima di chiudere, ecco la nuova idea di Massimiliano Paleari: la Federazione Centroasiatica!

Dopo il crollo dell'URSS e il fallimento della CSI, emerge in Kazakhistan un politico carismatico che nel giro di qualche anno riesce a riunire in una federazione (in realtà piuttosto accentrata) tutte le repubbliche centroasiatiche dell'ex Unione Sovietica. Il collante "ideologico" è trovato nell'identità "non russa" di questi territori, bensì turco/mongolica, anche se la lingua russa resta paradossalmente la lingua veicolare. Questo nuovo Stato, ricchissimo di materie prime, rifiuta ogni ingerenza russa e al contempo cinese, mentre cerca e ottiene l'alleanza dell'India e la benevola neutralità degli Usa.

A intervenire nell'Afghanistan dei Talebani è autonomamente la Federazione Centro Asiatica all'indomani dell'11 settembre, non la coalizione occidentale. La Federazione sostiene infatti da tempo l'Alleanza del Nord, in cui Uzbechi e Tagiki fanno la parte del leone. I Talebani sono battuti e l'Afghanistan entra a far parte della Federazione Centroasiatica. A questo punto sale alle stelle la tensione con il vicino Pakistan. Che accade?

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Gli ribatte Paolo Maltagliati:

Se il collante è l’identità turco/mongolica, cosa indurrebbe il Tagikistan a farvi parte?

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E Rivoluzionario Liberale rincara la dose:

Mi suona molti irrealistica, poteva esserlo nel XX secolo, ma oggi no. L'Unione Centroasiatica può sussistere solo come unione semplicemente economica, come un Benelux ad esempio, ma senza un entità politica; un'unione politica forte e FF.AA. unificate richiederebbero uno stato egemone e un partito egemone all'interno di questo stato, e una personalità egemone all'interno del partito. Al limite tali stati potrebbero arrivare a una federazione tipo UE uniti alla Turchia e all'Azerbaigian (forse anche candidati Mongolia e Sinkiang Uighur), ma come unione doganale, non politica.

Nel caso di un'unione politica bisogna vedere cosa fanno i potenti vicini, Russia, Cina, Pakistan e India. Questo scenario poteva essere realistico nella prima metà del XX secolo, non dopo il 1945 con i grandi blocchi.

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Paolo anmuisce:

Concordo. Se si deve fare, il momento ideale è tra la fine della prima guerra mondiale e l’inizio della rivoluzione russa. Ma anche così, il processo nazionalistico in quelle zone doveva essere ben più maturo rispetto alla nostra Timeline per generare qualcosa del genere. Poi dopo la seconda guerra sarebbe diventato uno stato satellite dell’URSS.

Postilla: pensate che Kazakhstan e Uzbekistan erano gli stati più restii ad accettare lo scioglimento dell’Unione Sovietica prima e della CSI poi. Temevano che, andati via i russi, la macchina statale si sarebbe disintegrata. Non avevano del tutto ragione, ma nemmeno del tutto torto.

Sulla del tutto superflua questione del Tadzikistan, che avevo sollevato: se tale federazione ha un progetto espansionistico in Europa centrale, l’unità ideologica potrebbe essere fornita, per un paese del genere, più che da un’unità turco-mongolica, da un risorgimento islamico (che peraltro è già presente nella nostra Timeline in quei paesi), ma ciò alienerebbe gli americani (e anche i russi e gli indiani).

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Prende allora la parola *Bhrg'howidhHô(n-):

La questione del Tadžikistan / Točžikiston è importante, potenzialmente sarebbe area persiana (ma rispetto a un'eventuale continuità, inevitabilmente attraverso territorio afghāno, si porrebbe la questione della Confessione religiosa), mentre alle quattro Repubbliche Centroasiatiche turco-tatare (più specificamente che turco-mongole, come sarebbero solo in prospettiva) del Kazachstan / Qazaqstan, Uzbekistan / Ŭzbekiston, Kyrgyzstan e Turkmenistan / Türkmenistan si aggiungerebbe piuttosto l'Azerbajdžan / Azerbaycan. L'Afghānistān sarebbe interessato da entrambe le pertinenze; una soluzione unitaria complessiva risolverebbe anche la storica rivalità turco-persiana, ma in più dieci secoli non si è ancora trovata...

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La palla torna a Massimiliano:

Provo a difendere la mia ipotesi ucronica dalle osservazioni e (più che legittime) contestazioni apportate. Non credo che il momento migliore per la nascita di tale Federazione Centroasiatica sia la fine della 1° Guerra Mondiale e la guerra civile russa. In quel periodo le condizioni socio/politiche delle popolazioni autoctone (non slave) erano troppo arretrate per concepire e attuare un piano del genere. Erano messe male anche dal punto di vista del potenziale militare, di fatto appannaggio dei Russi (Bianchi o Rossi che fossero). Forse la cosa avrebbe avuto successo nel contesto delle aspirazioni "panturaniche" di una componente dei Giovani Turchi, ma questo poteva avvenire solo a seguito di una vittoria o perlomeno di una "patta" dell'Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale.

Non trovo invece assurdo uno scenario del genere a seguito della dissoluzione dell'Urss. Immaginiamo negli anni '90 un politico carismatico di quest'area, che riesce a fare la voce grossa ad un Eltsin debilitato dall'alcool e a una Russia dal rublo deprezzato e preda degli appetiti degli oligarchi. Una sorta di Putin kazako ad esempio, figlio ovviamente della monenklatura comunista ma svelto a riciclarsi come campione dei popoli centro asiatici oppressi da 200 anni di colonialismo russo! Prima da vita ad una federazione solo economica, poi, complici anche alcune rivolte islamiche nei vicini Paesi, interviene e trasforma in poco tempo l'unione economica in un vero e proprio Stato federale. A quel punto il potenziale geopolitico ed economico (soprattutto in termini di materie prime) di questo nuovo Stato sarebbe niente affatto irrilevante. Se si allea con l'India, Afghanistan e Pakistan diventano i naturali punti di convergenza dell'asse indo/centroasiatico. Gli Usa lasciano fare (in fondo la Federazione Centroasiatica è nemica del qaedismo in nome di un Islam molto meno estremista). Con la Cina viene firmato un patto segreto di non ingerenza, soprattutto in relazione alla questione uigura, e così anche Pechino se ne sta tranquilla. La Russia di Putin deve vedersela con la questione cecena, e poi tutto sommato i Russi residenti nella Federazione non sono perseguitati, malgrado la retorica "anticolonialista".

Il miglioramento generale delle condizioni di vita dei cittadini, grazie soprattutto agli introiti del gas e delle altre materie prime, contribuiscono a rafforzare la popolarità del nuovo Stato centroasiatico trascendendo le storiche rivalità interetniche.

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Ritorna in campo Paolo:

Mi hai scoperto, avevo in mente proprio le aspirazioni panturaniche. Ad ogni modo, il punto finale sarebbe la tua risposta al problema da me sollevato e ottimamente argomentato da *Bhrg'howidhHô(n-) sulle annose rivalità turco-persiane, nel qual caso tra Tadziki e Yaghnobi contro gli Uzbechi? (tra l’altro nel 2012 mi sembra che sia riscoppiata la guerra civile tra le due etnie in Tadzikistan).

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E ora, l'idea di feder:

Come voi tutti sapete, per via del rigido trattamento talebano nei confronti della minoranza sciita durante il loro primo governo, l'Iran ha intensificato i rifornimenti per l'Alleanza del Nord. Le relazioni dell'Iran con i talebani sono ulteriormente deteriorate nel 1998, dopo che questi hanno preso il controllo del consolato iraniano a Mazar-i Sharif e giustiziato alcuni diplomatici iraniani. A seguito di questo incidente l'Iran è quasi entrato in guerra con i talebani, ma l'intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti ha fatto desistere le intenzioni iraniane. E se invece la guerra scoppiasse? Come gestirebbero la situazione i capi della repubblica islamica?

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Alessio Mammarella si mostra sorpreso:

Questo è un particolare che non conoscevo. L'Iran quasi in guerra contro i taliban ma viene fermato dall'ONU (quindi per volontà occidentale?). Ciò nello stesso anno in cui Al Qaeda balza agli onori delle cronache con attacchi terroristici contro le ambasciate americane di vari paesi africani e il Presidente Clinton ordina bombardamenti "mirati" in Sudan e Afghanistan. L'Iran è stato fermato perché gli Stati Uniti avevano già in mente di agire in Afghanistan? Oppure c'era proprio intenzione da parte di Osama Bin Laden o in generale del vertice jihadista di attirare qualcuno in Afghanistan per combattere? Quindi, non riuscendo ad attrarvi gli "infedeli" sciiti sono passati a stuzzicare la superpotenza americana?

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feder risponde:

Fermato dagli Stati Uniti, cosa ancora più incredibile. Questo incidente ha causato furore pubblico in Iran e molti osservatori erano preoccupati che l'Iran si sarebbe impegnato in una risposta militare per l'attacco. All'epoca, più di 70.000 truppe iraniane furono schierate lungo il confine afghano. Una mediazione delle Nazioni Unite disinnescò la situazione e tutti gli ostaggi (iraniani detenuti all'interno dell'ambasciata, n.b.). Più tardi, nel febbraio '99, Iran e talebani cercarono di appianare le divergenze, ma le relazioni tra i due soggetti non migliorarono. Ancora oggi, l'8 agosto (data del massacro) viene ricordato come il giorno nazionale dei giornalisti in Iran.

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Federico Sangalli annuisce:

Sì, allora come oggi ci fu e c’è il sospetto che gli USA agirono perché stavano appunto cercando di convincere i Talebani a permettere la costruzione dei loro oleodotti, cosa che ovviamente non sarebbe stata possibile se Teheran avesse occupato il paese. Quanto alla fattibilità della cosa probabilmente gli iraniani avrebbero potuto avere più successo, anche solo perché dubito che si affiderebbero alla pessima classe dirigente che gli americani misero su dopo l’invasione, anzi nel 1998 Massoud sarebbe ancora vivo e senza dubbio sarebbe lui ad assumere la guida del paese, trasformando l’Afghanistan in una confederazione decentrata basata su cantoni e villaggi (ammirava il modello svizzero) con ampie autonomie locali e tenuta insieme dalla figura cerimoniale del Re Zahir (un pashtun, che dunque si sentirebbero più tutelati) e dal carisma di Massoud come Primo Ministro e catalizzatore dell’identità nazionale afghana (ammirava anche De Gaulle). Inoltre non so quali sporchi e brutali trucchi abbiano usato ma i Pasdaran mi sono sembrati sapere il fatto loro quando si è trattato di annichilire l’ISIS e le sue milizie.

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Interviene Fabio Roman:

Sbaglio, o l'uccisione di diplomatici può essere considerato un atto di guerra, visto che le loro sedi dispongono dello status dell'extraterritorialità (vedi anche molto più recentemente l'omicidio di Khashoggi, che essendosi svolto all'interno dell'ambasciata saudita non permette ai responsabili di essere perseguiti dalla giustizia turca) ? L'Iran avrebbe avuto tutto il diritto di reagire, ma questi niet sono quelli che accadono a chi si rifiuta di vendere il petrolio al prezzo che fa comodo all'acquirente...

Sui trucchi dei Pasdaran, poi, è acclamato che gli USA sostenessero i talebani in Siria in quanto li ritenevano "ribelli moderati", utili sia a fermare l'ISIS che a mettere pressione su Assad, cercando di spingerlo a delle dimissioni che poi alla fine non sono mai avvenute.

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Generalissimus ammette:

Sì, irrompere in un'ambasciata straniera e uccidere chi vi si trova dentro è un atto di guerra.

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E Alessio ne deduce:

Quindi la cosa sembra contraddittoria: gli Stati Uniti sono stati dei benefattori dei taliban perché li hanno salvati da una guerra contro l'Iran praticamente pronta a cominciare e sono stati "ringraziati" con il super-attentato dell'11/9. Perché sembra che Bin Laden intendesse "attirare" gli occidentali in quel paese montuoso che aveva già era stato una disgrazia per l'Armata Rossa?

Provo a fare delle previsioni, un passo alla volta. (Desclaimer: più da un punto all'altro il ragionamento si fa sempre più speculativo).

- Se non ci fosse stato quell'attentato, gli americani non si sarebbero sognati di invadere l'Afghanistan (come non si sognano, per esempio, di invadere il Myanmar) e allora forse negli anni successivi ci sarebbe stato qualche altro episodio che avrebbe acceso la miccia tra Iran e Afghanistan.

- Se l'Iran fosse stato impegnato contro i taliban nel paese vicino, probabilmente non avrebbe avuto risorse per interessarsi all'Iraq, dove quindi gli americani avrebbero avuto più facilmente ragione dei locali miliziani sciiti (vi ricordate quando ci fu la battaglia dei ponti di Nasiriya? C'è stato un periodo in cui gli sciiti iracheni erano particolarmente agitati).

- Se gli occidentali avessero gestito più facilmente l'occupazione dell'Iraq, non avrebbero mai flirtato con dei gruppi sunniti pieni di ex baathisti per usarli in funzione anti-sciita. Siccome sappiamo che da quei gruppi lì è uscito poi fuori l'ISIS...(attenzione, lungi da me sostenere come fanno certi complottisti che l'ISIS sia una creazione della CIA... però diciamo che per vie traverse dei contatti e degli aiuti sono stati sfruttati per creare qualcosa di imprevisto... i più colti parlano di "eterogenesi dei fini"").

- Senza ISIS, la successiva guerra civile siriana avrebbe avuto una dinamica diversa: i cosiddetti "ribelli moderati" (che moderati non erano, ma non erano neppure dei demoni) non avrebbero visto i loro ranghi svuotati e le armi appena ricevute finire a una fazione "terza". Sarebbero rimasti focalizzati sull'obiettivo assegnato, quello di far fare ad Assad la fine di Gheddafi e costruire a Damasco un governo di coalizione (sulla cui stabilità e funzionalità non sarei ottimista, ma sorvoliamo). I russi da parte loro avrebbero avuto più pudore a intervenire, perché senza dei terroristi assoluti come quelli dell'ISIS ci sarebbe stata una motivazione meno solida (e non ci sarebbe stato neppure l'appoggio iraniano, se l'Iran fosse stato ancora impegnato a combattere i taliban).

- Se Putin non avesse deciso di rompere le uova nel paniere a Obama in Siria, è possibile (questa è una mia personale convinzione) che non ci sarebbe stata l'Euromaidan in Ucraina sostenuta con tanto accanimento dall'amministrazione Obama.

- Se senza intervento russo in Siria e senza Euromaidan la situazione internazionale sarebbe stata più tranquilla, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad attuare il piano Bolton per Siria e Iraq:

- Se fosse stato attuato un piano del genere per la Turchia sarebbe stato un enorme trauma (i turchi non hanno mai voluto uno stato curdo, per non dover riconoscere i curdi come minoranza nazionale e per non dover avere rispetto per la cultura curda a causa di rapporti ufficiali/di buon vicinato con uno stato curdo) e allora è possibile che Erdogan sarebbe stato considerato "negligente" per non aver impedito questa evoluzione e sarebbe non avrebbe avuto il necessario sostegno per resistere al golpe contro di lui. Oggi quindi la Turchia sarebbe probabilmente retta da un regime militare provvisorio, in attesa di ripristinare una normale dinamica democratica.

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Lord Wilmore poi ci ha domandato:

E se si arrivasse stabilmente ad una partizione dell'Afghanistan tra un governo appoggiato dall'Occidente e un emirato islamico creato dai Talebani e sostenuto dalla Cina? Voi cosa ne pensate?

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Gli risponde Alessio Mammarella:

Secondo me il governo del nord dovrebbe avere comunque buoni rapporti con l'Iran e i paesi ex sovietici dell'Asia Centrale. Quello sarebbe il difficile secondo me, perché è davvero molto radicata l'idea che il nemici dell'occidente siano l'Iran e la Russia, mentre tutto sommato estremisti sanguinari come i Talebani "se non ci danno fastidio vanno bene".

In ogni caso, lo sapete che io quando vedo bandiere o mappe non so resistere... Questa è una mappa di un mondo alternativo in cui l'Afghanistan non esiste. I suoi territori sono divisi tra:

- Iran: le province più occidentali (teoricamente potrebbero essercene altre per ragioni etnico-linguistiche, ma l'Iran è un paese già molto grande, Teheran è lontana, e ho voluto ridurre al minimo la sua parte);
- Turkestan meridionale (uno stato che dovrebbe riunire Uzbekistan e Turkmenistan): una manciata di province afghane settentrionali abitate da uzbeki e turkmeni;
- Tagikistan: le province nord-orientali abitate da tagiki, che in pratica porterebbero il paese a raddoppiare come estensione (non ho fatto calcoli sulla popolazione, ma sarebbe interessante);
- Pakistan: le province orientali e meridionali abitate da Pashtun e una serie di popolazioni minoritarie che hanno una scarsa incidenza complessiva

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Chiudiamo per ora con la proposta di Generalissimus:

Sconcertato dal recente scandalo della Sagawa Kyubin del 1992, il Maggiore Shinsaku Yanai della Forza Terrestre di Autodifesa giapponese si mise in testa che per risolvere il problema della corruzione dilagante in Giappone in quel periodo servisse un colpo di stato dei militari che esautorasse il governo civile.
Forse il suo progetto avrebbe anche trovato qualche simpatia, ma il Maggiore Yanai spifferò tutto quello che aveva in mente ad una rivista.
Ovviamente i suoi superiori la presero malissimo, e Shinsaku Yanai divenne il detentore del poco invidiabile primato di primo ufficiale giapponese a doversi dimettere per aver pubblicato un articolo.
Ma cosa accadrebbe se il Maggiore Yanai facesse più fatti e meno parole e si trasformasse in una brutta gatta da pelare per il Primo Ministro Miyazawa?

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Cui risponde Perchè No?:

Stronach Bruce, che conosceva degli ufficiali che lavoravano con Yanai, afferma che questo professore di storia militare era visto come un tizio da non prendere sul serio, senza nessun appoggio nella JSDF. Ha imbarazzato i suoi superiori, eccitato i media e fatto ridere il Giapponese medio. Stronach si serve di questo affare per illustrare la differenza di mentalità giapponese tra il 1930 e oggi: l'opinione pubblica giapponese all'epoca non poteva neanche pensare sul serio a un golpe. Era improbabile come il golpe-farsa di Mishima. Yanai non ha proposto un suo programma politico a parte mettere fine alla corruzione dei politici. Il suo scopo era puramente nazionale e non internazionale. Aggiungerei anche che l'imperatore Akihito non era suo padre, e non avrebbe riconosciuto un governo illegale e militare.

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