Stavolta parliamo di re Artù, vi va?
Anzitutto: chi era veramente quest'eroe semileggendario ?
Una cosa è certa: si tratta di una figura storica, non di un personaggio da romanzo come don Rodrigo o di una figura paradigmatica come Gregor Samsa. Secondo me si tratta di uno dei capi bretoni che animarono la vittoriosa resistenza dei Celti della Cornovaglia contro la conquista anglosassone alla fine del V e all'inizio del VI secolo d.C. La prima fonte britannica che parla di Artù è infatti un accenno del « Gododdin », testo del VI secolo dove appare come capo guerriero. Più tardi gli « Annales de Cambrie » del X secolo menzionano la vittoria ali Artù a Mont-Badon nel 516 e la battaglia di Camlann in cui Artù e Mordret si uccisero a vicenda (537). La materia assume poi tratti epici nell'« Historia Brittonum », cronaca in latino di Nennius del X secolo, e nel « Roman de Brut » di Robert Wace (XI secolo) dedicato all'omonimo nipote di Enea, mitico avo dei Bretoni. Da tali testi il vescovo Goffredo di Monmouth trasse l'« Historia Regum Britanniae » (1135): l'opera mischia storia e tradizioni celtiche e cristiane, con l'intento di dotare i britanni di un eroe nazionale pari a Carlo Magno. Nell'Historia troviamo Merlino, Vortigern, Uter Pendragorn, Ginevra, ma nessun accenno a Parsifal, Lancillotto o al Sacro Graal, che entra nella saga solo nell'incompiuto poema « Perceval » (1190) di Chrétien de Troyes e nel « Parzifal » di Wolfram von Eschenlbach. In precedenza, gli eroi arturiani erano comparsi nei Lais di Marie de France (1167), poemetti amorosi e fantastici, e nei due Tristano di Béroul e di Thomas (1165-70). Nei poemi di Chrétien, di Wolfram e di altri contemporanei il calice è un vaso sacro dotato di mistici poteri. Solo nel poema di Robert de Roron Le Roman de « L'Estoire du Graal » (1202) compare il Calice del sangue di Cristo custodito da Giuseppe di Arimatea. A Roron seguì la monumentale « summa » arturiana costituita da Lancelot, La cerca del Graal, La morte di Artù, opera di più autori che, dalla metà del '200, ispirò poeti, musicisti, cineasti: dall'anonimo « Sir Gawain e il cavaliere verde » del 1360 alla « Morte di Artù » di sir Thomas Malory del 1485, fino alle opere di Wagner Lohengrin (1848), Tristano e Isotta (1865), Parsifal (1882); ma anche al film « I cavalieri della Tavola Rotonda » (1954) con Mel Ferrer, Ava Gardner e Robert Taylor, ed allo splendido lungometraggio Disney « La Spada nella Roccia » (1963).
Fin qui, quello che se ne sa. Vediamo ora di ricamarci un po' su.
.
Dunque, Artù è figlio di Uter Pendragon, gran re di Britannia, e di Igerna, vedova del duca Hell di Cornovaglia. Nasce nel castello di Tintangel nel 458 d.C. e muore sul campo di battaglia di Camlann nel 537 d.C. Incomincia a regnare nel 474, a sedici anni, dunque il suo regno dura circa 63 anni. Le vicende dell'inizio del suo regno sono descritte nel poema "Il regno dell'Estate », opera di Taliesin, bardo del V secolo contemporaneo del leggendario gran re, sul quale anch'io mi baserò, come fece Manzoni con la sua proverbiale pergamena.
Il titolo di Gran Re era antichissimo in Britannia; risale infatti alla distruzione di Atlantide, avvenuta nel 9603 a .C., perché alcuni coloni di Atlantide in Britannia, una delle più ricche province dell'impero poseidonico, scamparono alla catastrofe e, orfani della madrepatria, crearono una federazione di città e di tribù, ognuna dotata di un suo re, ma con a capo un unico Gran Re, il cui titolo era elettivo e non ereditario. Neppure l'invasione romana da parte di Claudio del 51 d.C. pone fine alla tradizione del Gran Regno, che dura ormai da quasi 100 secoli, perchè i sacerdoti druidici considerano Gran Re l'imperatore di Roma, e tutte le tribù accettano di giurargli obbedienza, spinte dalla necessità di cercare la protezione delle legioni romane per resistere alle prepotenti scorrerie dei Pitti e degli Scoti. A questi, sul morire del IV secolo, si sommano le invasioni degli Juti e dei Sassoni, provenienti dalla penisola Scandinava. I britanni sono già cristiani, convertiti da San Patrizio e san Giorgio verso il 300 d.C., mentre i Sassoni sono ancora pagani (la loro divinità somma è ippomorfa, essi infatti vengono definiti "i popoli del cavallo"), e perciò sono temuti dai britanni quanto un vampiro teme l'acqua santa.
Il primo Gran Re romano era stato Claudio, mentre l'ultimo è Onorio, perché nel 410 d.C. l'inetto figlio di Teodosio il Grande è costretto a ritirare le proprie legioni dalla Britannia, peraltro mai completamente romanizzata, per difendere le Gallie e l'Italia dagli attacchi dei visigoti. Dopo un inutile appello a Roma, i re e i duchi dei Britanni, riunitisi in concistoro a Londinium, ex capitale della Britannia romana, decidono di eleggere in proprio un nuovo Gran Re: Caio Aurelio Liburno, l'ultimo governatore romano dell'isola, molto amato dai britanni per il suo buon governo. Questi peraltro ha sposato una britanna, considerata discendente dell'ultimo Gran Re locale prima della conquista da parte di Claudio.
Aurelio accetta il difficile compito, segnato dalla continua avanzata dei Sassoni, e muove loro guerra cingendo la spada druidica dei Gran Re antecedenti la conquista romana, che si diceva forgiata in cielo dagli dei (era infatti fabbricata con ferro meteoritico, non proveniente quindi da questa terra). Riesce a bloccarli ad Eburacum (oggi York) ma, nonostante abbia regnato saggiamente per 22 anni, dal 410 al 432, egli viene rovesciato ed ucciso dalla rivolta nazionalistica antiromana capeggiata dal fanatico Vortirgern, il quale non perdona ad Aurelio di non essere nato nell'isola. E' questa l'occasione dell'ultimo appello delle città britanniche a Roma, che chiedono protezione contro Vortirgern; naturalmente la città eterna, che langue sotto il malgoverno di Valentiniano III e sotto la minaccia degli Unni, non muove un dito, e così Vortirgern si impossessa facilmente del trono ed uccide tutti i figli di Aurelio, tranne i più giovani: Moin ed Uter. Questi riparano fortunosamente a Benoic nell'Armorica o Piccola Bretagna, regione della Gallia dove molti Britanni si sono rifugiati per scampare alla minaccia dell'invasione sassone, e dove i due transfughi di sangue reale sono ben accolti dal vecchio re cristiano Celidon, padre di Ban e Bohor, e discendente dal leggendario capo Nascien, che secondo la tradizione era stato convertito da Giuseppe d'Arimatea.
Vortirgern regna per dodici anni, segnati da una dittatura sanguinosa e da continue vittorie riportate dai Sassoni, tanto che il tiranno è costretto ad abbandonare Londra agli invasori e ad asserragliarsi nel Galles. Sotto il suo regno si hanno le prime notizie di Merlino, astronomo e letterato, profondo conoscitore sia della cultura romana che di quella druidica, che nonostante la giovane età (ha circa trent'anni) diviene popolarissimo per la sua profonda sapienza, da lui tradotta in cure mediche dispensate gratuitamente a tutti, nobili e miserabili. Egli diventa così uno dei riferimenti dell'opposizione interna al regime di Vortirgern, che lo manda in esilio sull'isola di Man, dove egli approfondisce i suoi studi sulle stelle e sui poteri delle piante; per questo il popolo gli attribuisce poteri magici e lo considera un grande negromante, anche a causa dell'alone di mistero che lo avvolge. Difatti nessuno ha idea di quale fosse la sua famiglia o la sua città natale, tanto che inizia a correre voce che egli sarebbe figlio di una suora e di uno dei demoni che, secondo le credenze popolari, causerebbero gli incubi.
Nel 444, così come aveva predetto Merlino, i figli di Aurelio rientrano in patria assieme all'alleato Ban di Benoic, assediano l'usurpatore nella fortezza romana di Caer Leon (Caer = castello in gallese), ed egli muore miseramente, arso vivo nell'incendio della piazzaforte, poi ricostruita e trasformata nella nuova capitale britannica. Morto prematuramente Moin, Uter diventa l'unico erede del Gran Regno, e governa da solo dal 447 al 459 con il titolo di Pendragon ("figlio del dragone"), già appannaggio dei Gran Re preromani. Merlino diventa il suo fidato consigliere e gli consegna la spada di suo padre, su cui egli stesso ha fatto incidere le parole ENSIS C. A. LIBURNI (spada di Caio Aurelio Liburno) per rimarcare l'illegittimità del trono di Vortirgern.
Ma la Britannia non è affatto pacificata: i Sassoni premono anche sulla Cambria e sulla Cornovaglia, e fallisce la spedizione militare con cui Uter tenta di riconquistare Londra e la Britannia meridionale. E così egli deve affrontare una ribellione di re gallesi, scontenti per la mancata realizzazione delle profezie di Merlino, che parlavano di brillanti vittorie militari e della riconquista di tutta l'isola (tale profezia si realizzerà invece con Artù). Proprio per mettere al riparo il Gran Regno dai colpi di testa di qualche barone assetato di potere, Merlino si fa consegnare il figlio che Uter ha avuto da Igerna e lo mette al sicuro, affidandolo al nobile romano Oreste e a sua moglie, che lo cresceranno in compagnia del loro figlio Caio (colui che verrà chiamato Keu dai britanni e sarà siniscalco del Gran Re).
La nascita del bambino è avvolta nella leggenda. La voce popolare racconta che Uter, sposato infelicemente e senza figli con una nobildonna irlandese, impalmata nella speranza di ottenere aiuti dai fratelli celti dell'isola vicina, si sia innamorato di Igerna, la bellissima moglie del duca Hell di Tintangel, signore della Cornovaglia occidentale. Per soddisfare il desiderio di Pendragon, ed anche nella speranza che a questi nascesse finalmente un erede, Merlino avrebbe fatto assumere al re le sembianze del duca Hell, in modo che, una sera in cui questi non si trovava nel suo castello, Uter sarebbe penetrato indisturbato in esso, avrebbe raggiunto le stanze della duchessa, e per essere certi che il rapporto andasse a buon fine Merlino avrebbe fatto magicamente durare la notte per ben ventiquattro ore. Si tratta ovviamente di leggende popolari; l'unica cosa certa è che pochi giorni dopo Hell muore in uno scontro con ignoti sicari, secondo alcuni inviati dallo stesso Uter, timoroso che Hell scopra la sua tresca con la moglie. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso, alimenta il malcontento nobiliare contro Uter e lo porta alla morte.
Infatti un anno dopo, presso il guado dell'Hysen, re Uter cade in un'imboscata tesagli dai suoi nemici; si difende con coraggio, ma alfine viene sopraffatto dal numero. Prima di cadere, conficca la propria spada in una fenditura della roccia viva, da cui nessuno riesce più ad estrarla. Merlino profetizza che solo il successore legittimo di Uter potrà riprenderla. Il popolo dei Britanni comincia ad attribuire quel segno alla magia dell'incantatore Merlino, e storpia ben presto la scritta ENSIS C. A. LIBURNI in EXCALIBUR, nome con cui la mitologica arma è passata alla storia!
Alla morte di Uter segue un lungo interregno, segnato da violenze e disordini causati dai nobili che guerreggiano tra di loro per il potere, dilaniando quanto resta del Gran Regno. Periodicamente si tengono Diete per tentare di imporre la pace, ma esse regolarmente si traducono in memorabili zuffe; spesso vengono indetti tornei o combattimenti simulati, ed il vincitore ha il diritto di tentare di estrarre la famosa Spada nella Roccia dalla sua vagina di pietra, perché la profezia di Merlino esercita una notevole suggestione sia sul popolo minuto che sui nobili britanni.

E si arriva così alla Pentecoste del 474 d.C., quando Oreste e suo figlio Caio si recano a Caerleon per prendere parte all'annuale giostra d'armi; il giovane Artù segue i due in veste di scudiero del fratello, maggiore di lui di quattro anni. Secondo la tradizione, Artù dimentica di prendere con sé la spada del fratello, e quando torna alla locanda a prenderla, essa è chiusa perché i locandieri sono andati anch'essi alla giostra. Impaurito per le conseguenze della propria sbadataggine, e timoroso dell'ira del padre e dei fratelli, egli fugge nel bosco, ma vicino al fiume Hysen scopre l'elsa di una spada che spunta dalla roccia; egli non sa che è quella miracolosa di suo padre, ma la afferra, la tira, la estrae e la porta al fratello: è questo il celebre episodio miracoloso della « spada nella roccia ». Quando Caio si accorge che quella spada è Excalibur, cerca di dare a bere al padre di averla estratta lui, ma Oreste non gli crede, si fa raccontare la verità, poi mostra a tutti i baroni che la spada è stata estratta e narra come il giovane che è riuscito nell'impresa non sia suo figlio, ma gli sia stato consegnato in fasce da Merlino in persona. Questi interviene, conferma la sua versione e rivela che in realtà Artù è figlio di Uter Pendragon. Secondo i romanzieri, Artù sarebbe stato riconosciuto immediatamente come Gran Re da tutti i nobili, ma in realtà le cose non stanno così. La stragrande maggioranza dei baroni infatti si rifiuta categoricamente di riconoscere come re uno sconosciuto, soprattutto, perché teme di perdere il potere ed i privilegi conquistati in un quindicennio di anarchia. Le prime battaglie che Artù deve affrontare sono proprio contro quegli stessi baroni che dovrebbero sostenerlo ed acclamarlo, ed esse lo tengono impegnato fino al 477, anno in cui la rivolta viene finalmente schiacciata. Sempre secondo la tradizione, Artù ed il suo principale rivale Leodegrant, re del Galles del nord, si sfidano a duello, il quale dura per ventiquattr'ore e si conclude con il nobile britanno che si ritrova Excalibur puntata alla gola. "È inutile, non riconoscerò mai come re uno scudiero!" grida in faccia ad Artù. Quest'ultimo ammette allora: "Hai ragione. Allora creami tu stesso cavaliere!" e gli mette Excalibur in mano. Dopo un minuto che sembra lungo un secolo, l'altro gli batte tre volte la spada sulle spalle, poi gliela restituisce: "Per Dio, per San Giorgio, per San Michele, io ti faccio cavaliere. Alzati, Artù Pendragon: ora riconosco in te il coraggio di tuo padre Uter!" e gli si inchina dinanzi. Comincia così il regno di Artù, destinato ad essere uno dei più lunghi della storia, e ad essere ricordato come il « Regno dell'Estate », cioè come l'epoca felice predetta dalle antichissime saghe celtiche risalenti addirittura all'epoca di Atlantide, e confermata da ultimo dal già citato bardo Taliesin.
Ma i guai per Artù sono appena cominciati. Infatti il gallo-romano Siagrio, guidando quella che viene giustamente definita « l'ultima legione », tenta nel 478 la riconquista della Britannia, approfittando del disordine in cui è caduto il Gran Regno a causa della rivolta dei baroni. Fortunatamente i nobili si stringono compatti attorno al Gran Re ed i romani sono ricacciati. Artù vede così consolidato definitivamente il suo potere, e pone la sua residenza principale nel castello di Camelot, variamente identificato dai moderni, ma probabilmente posto ai confini orientali della Cornovaglia. A questo punto, al Pendragon manca solo un erede, e per procurarselo cerca una politica di alleanze matrimoniali. Leodegrant, che si è distinto per valore nei combattimenti contro i romani, concede sua figlia Gweniweahr in sposa ad Artù, e questa è la famosa Ginevra della tradizione cavalleresca. Tra i doni di nozze di Leodegrant al suo sovrano c'è anche una famosa tavola rotonda che Artù fa porre nella sala delle udienze a Camelot; invita quindi a corte tutti i giovani rampolli dell'aristocrazia britanna e, per superare le antiche divergenze, li crea tutti Consiglieri della Corona. Il Consiglio si riunisce appunto attorno alla Tavola Rotonda per significare che anche il Re non è altro che il Primus inter Pares. Tra i campioni chiamati a far parte del Consiglio si annoverano Caio/Keu, nominato siniscalco del Re, Lionel, Gawain (il Galvano dei romanzi cavallereschi), Perceval (il Parsifal di Wagner) e soprattutto Lancelot, il Lancillotto di Chretien de Troyes.
Un'altra minaccia si profila però all'orizzonte:
quella dei Sassoni, i quali verranno sconfitti a Monte Baedun (Mont-Badon) solo
nel 489, dopo dieci anni di aspre guerre; essi vengono costretti da Artù a
divenire stanziali, a convertirsi al cristianesimo e ad accettare la supremazia
del Gran Re, cui sono costretti a pagare pesanti tributi. In tal modo tutta la Britannia
viene riunificata sotto lo scettro di Artù. Ad essa va ad aggiungersi
A questo punto, Artù si sente abbastanza forte per iniziare delle campagne sul continente. Infatti i Sassoni che vivono nella Germania settentrionale (oggi chiamata appunto Sassonia) hanno aiutato i loro fratelli emigrati in Britannia, e non cessano di incitarli alla ribellione e di compiere opere di pirateria contro le coste britanniche. E così, lasciato il Regno nelle mani di Merlino, Keu e Ginevra, nel 490 Artù varca la Manica e porta la guerra sul continente, sconfiggendo a più riprese non solo i Sassoni, ma anche tutti i loro alleati germanici. È la rivincita dei celti sugli invasori tedeschi. Tra il 490 ed il 501 egli si trattiene in Europa, tornando a Camelot solo per tre volte; il suo sforzo bellico è però coronato da successo, portando all'assoggettamento non solo dei Sassoni continentali ma anche dei Turingi, dei Baiovari e degli Juti. Siccome i Normanni norvegesi accorrono in aiuto dei fratelli Juti, Artù batte anche loro e li riduce all'impotenza, grazie all'aiuto dei Gauti svedesi, acerrimi nemici dei norvegesi. Tutti questi popoli diventano tributari di Artù nel quadro di un vasto impero romano-barbarico di religione cristiana.
I Franchi però si preoccupano dell'ascesa dei Britanni, e decidono di allearsi con i Sassoni per scacciarli dal continente. Clodoveo subisce una dura disfatta a Trouville-sur-Mer dove Artù ha unito le sue forze a quelle di Gondobaldo, sovrano dei Burgundi, ed a quelle del vecchio re Ban di Benoic, i cui reami venivano minacciati seriamente dall'espansionismo dei Franchi (499). Clodoveo conserva il trono ma deve riconoscere l'indipendenza dei celti d'Armorica e dei Burgundi, deve rinunciare ad uno sbocco sul mar Mediterraneo e deve accettare il vassallaggio ad Artù. Inutile dire che anche i Burgundi diventano satelliti del Gran Re, così come gli Svevi o Suebi che hanno invocato il suo aiuto contro l'espansionismo dei Visigoti di re Alarico II.
Questi ultimi, così come gli Ostrogoti di Teodorico, per non fare la stessa fine dei Franchi pensano bene di venire a patti con il vincitore. Questi nel 500 decide di recarsi in pellegrinaggio a Roma in occasione del mezzo millennio dalla nascita di Gesù, e con lui va Lancillotto, inviato da suo padre nella capitale della cristianità: è questa l'occasione del primo incontro tra Artù e colui che diverrà il massimo campione della Tavola Rotonda. A Roma avviene l'incontro tra Alarico II, Teodorico ed Artù, patrocinato da papa Simmaco (498-514), dei quali i tre padroni dell'Occidente sono ospiti in Laterano. Essi si giurano pace perpetua, stipulando un vero e proprio patto di non aggressione, passato alla storia come « pace dei tre re ». Ostili all'alleanza restano il re dei Vandali Trasamondo, nemico giurato di Teodorico, e l'imperatore d'oriente Zenone, il quale teme che ad una coalizione celto-germanica potrebbe venire in mente di partire alla conquista di Costantinopoli. Il trattato entra immediatamente in vigore e così, quando un contingente bizantino sbarca in Puglia perché Zenone tenta di mostrare i muscoli ai suoi tre nemici, Artù invia subito un corpo di spedizione guidato da Lancillotto in aiuto di Teodorico. Il prestigio assunto da Artù dopo le sue leggendarie imprese spinge papa Simmaco ad incoronare Artù imperatore d'occidente; il Gran Re dei Britanni tuttavia è poco interessato a questo titolo, a differenza di Carlo Magno lo considera puramente onorifico, ed anzi riparte subito per la sua isola, dove gli è giunta notizia che Morgana sta tessendo un complotto alle sue spalle per rovesciarlo ed imporre come sovrano il marito Lot. Morgana riesce ad ottenere il perdono di Artù e, sempre secondo la leggenda, ha un rapporto incestuoso con lui dal quale nasce un figlio, Mordret. In seguito ad un secondo complotto contro di lui da parte della sorellastra, tuttavia, Artù la farà definitivamente incarcerare e decapitare nel 506. La sua fama di persona malvagia e senza scrupoli, forse in parte immeritata, farà sì che il popolo trasformi la sua figura in quella di una crudele fattucchiera, dedita a riti satanici e a losche trame contro il Gran Regno e contro la fede cristiana, tanto che Morgana viene creduta sopravvissuta al capestro e resa immortale grazie alle astuzie del demonio. A creare questo spaventevole alone di leggenda contribuisce Merlino, il quale proprio in quegli anni scompare nel nulla, dopo aver detto addio al suo sovrano ed essere partito per l'isola di Avalon, dove però nessuno riuscirà mai più a rintracciarlo. Il popolino credulone ritiene che egli sia stato imprigionato negli abissi da una rediviva Morgana, oppure che si sia sacrificato in una lotta con lei all'ultimo sangue, ma la sorte del saggio incantatore resta un autentico mistero.

A partire dalla sparizione di Merlino comincia il secondo periodo del regno di Artù: la vera e propria saga dei cavalieri della Tavola Rotonda, che compiono imprese clamorose in ogni parte del mondo mentre il Gran Re non si muove più dalla Britannia, assorbito dalle cure del regno. L'eroe per eccellenza di questa saga é sicuramente Lancillotto del Lago. Ha 21 anni in meno di Artù, essendo nato nel 479 da Re Ban di Benoic e da Elena, detta la regina dei Grandi Dolori per le sofferenze che ha dovuto sopportare nella propria vita, dalla strage della sua famiglia ad opera dei Franchi, fino alla perdita dell'unico figlio. Infatti quando Lancillotto ha solo pochi mesi Ban deve affrontare un tentativo da parte di Clodoveo di annettersi la Piccola Bretagna, ed Elena si trova costretta alla fuga; lasciato per breve tempo sulla sponda del Lago Incantato, secondo la tradizione il bimbo viene rapito da Viviana, la Signora del Lago, che si dice abitasse in un castello subacqueo; Elena non regge al colpo e muore di dolore. Invece il Lago altro non è che un mare di nebbie, nella cui valle, protetta dalle brume e dalla cattiva fama, vive l'Incantatrice, famosa anche per i suoi amori con Merlino. Lancillotto ha comunque 18 anni quando Viviana lo riporta a Benoic da suo padre e lo fa investire cavaliere, in tempo per partecipare alla guerra contro gli odiati Franchi ed alla spedizione in Italia. Alla morte di Artù, avrà 54 anni. Epiche le imprese da lui compiute ed ingigantite dalla tradizione; tra queste ricordiamo:
a) il salvataggio del Gran Regno dall'invasione delle armate di Galeotto, signore delle Isole Lontane (identificabili con l'arcipelago danese), e la conquista dell'amicizia di lui, tanto che è Galeotto a mediare il primo incontro di Lancillotto con Ginevra (forse tale tradizione adombra un tentativo di invasione da parte dei Danesi, concluso felicemente con un matrimonio pacificatore);
b) la sua lunga prigionia nel Castello delle Pulzelle, di cui sconfigge poi la perfida regina, liberando i cavalieri che vi sono proditoriamente rinchiusi nell'oblio del mondo (forse la sconfitta di una tribù di Pitti a conduzione matriarcale);
c) l'avventura che ispirerà il celeberrimo romanzo "Il Cavaliere della Carretta", in cui si umilia per cortesia fino al punto di permettere di essere portato in giro legato su di una carretta, come si conviene ai felloni senza onore (impossibile rintracciare il nucleo storico alla base di quest'evento);
d) la celeberrima tresca con Ginevra, la sterile moglie di re Artù. Le cose vanno più o meno così: mentre Artù è impegnato in una battuta di caccia, Meleagant il Fellone rapisce Ginevra e pretende di sposarla per poter avanzare pretese sul Gran Regno, affermando di essere il discendente di altri Gran Re preromani. Lancillotto la libera dal castello di Meleagant, ma tra loro due nasce la passione. Entrambi sono divisi tra la fedeltà al loro re e l'amore reciproco, così si limitano ad un rapporto platonico (a quei tempi ogni cavaliere aveva la sua dama), ma nel 535 Mordret rivela al re la tresca, ed Artù ordina il loro arresto. Lancillotto fugge, ma Ginevra è catturata e condannata al rogo. È già legata alla pira quando Lancillotto irrompe sulla piazza con i suoi soldati, uccide Galvano in duello, libera Ginevra e la porta con sé nel suo regno in Armonica. Qui però Ginevra sceglie di ritirarsi in convento per fare ammenda dei propri peccati, e dunque la Tavola Rotonda ha cessato di esistere per un peccato che non è mai stato né sarà mai consumato: tragico scherzo del destino.
Certamente però, la più avventurosa tra tutte le epopee legate in qualche modo alla leggendaria figura di Artù resta quella legata al nome del prode Galahad ed alla ricerca del Sacro Graal, il calice in cui Gesù istituì il sacramento dell'Eucaristia la sera dell'Ultima Cena, e che fu poi usato dal pio Giuseppe d'Arimatea per raccoglierne il Preziosissimo Sangue stillante dalla Croce. Secondo una leggenda molto diffusa nell'isola, era stato lo stesso San Giuseppe d'Arimatea a portare il sacro vaso dalla Palestina nella Britannia, attraverso mille peripezie, mentre suo figlio Alano il Grosso aveva costruito il castello di Crobenic, d'intesa con re Nascien, da lui stesso convertito dopo essere stato miracolosamente guarito dalla lebbra al solo contatto con il Graal. Proprio da Nascien discende re Pelles, signore di Crobenic e custode del Graal, il quale inganna Lancillotto, partito alla ricerca del Sacro Vaso, convincendolo a giacere con sua figlia Elaine, detta « la portatrice del Graal » perché nelle cerimonie religiose era solita portare il Graal in processione reggendolo sopra la testa; da tale rapporto amoroso nasce per l'appunto Galahad, destinato a diventare il « cavaliere senza macchia e senza paura ». Come conseguenza, secondo la leggenda Pelles viene punito perché perde il regno, e sua figlia non può più portare il Graal, che da allora viene portato da mani invisibili; Lancillotto invece, non essendo più « senza macchia », perde la possibilità di conquistare il Graal, e può guardarlo solo attraverso un velo. In realtà il Graal era il calice in cui il sacerdote druidico, durante le solenni cerimonie religiose nella Britannia preromana, raccoglieva il sangue delle vittime sacrificate sull'altare. Com'è noto, il Cristianesimo non ha mai cancellato con un colpo di spugna le tradizioni preesistenti, ma si è integrato con esse, come testimonia la data del 25 dicembre, che nell'antica Roma segnava la festa dedicata al dio Sole, e per i cristiani divenne la festa della nascita del nuovo Sole, Gesù Cristo. Così l'antico calice della religione sciamanica era stato sì conservato, ma la tradizione ne aveva fatto il calice dove era stato raccolto il sangue della vittima per eccellenza, il Salvatore dell'umanità. Probabilmente Giuseppe d'Arimatea si trasferisce realmente in Britannia, dove tenta la prima evangelizzazione dell'isola, e Nascine è il primo sacerdote druidico ad accettare il sincretismo tra la vecchia e la nuova religione. Dunque Elaine è l'ultima discendente di una schiatta di sacerdoti di questa religione « mista », che adora Cristo attraverso i simboli dell'antica religione; e sappiamo che giacere con la sacerdotessa o « prostituta sacra » è una delle caratteristiche della religione sciamanica, visto che era praticato anche nella Palestina preisraelitica, perché i profeti si scagliano ripetutamente e terribilmente contro questa pratica. Ad essa non si sottrae neppure Lancillotto, che così concepisce un nuovo « druido cristiano », Galahad appunto. Ciò avviene probabilmente nel 515, quando Lancillotto ha 36 anni.
Come suo padre, Galahad viene allevato da Viviana nella roccaforte del Lago, essendo Elaine morta prematuramente e sepolta in una tomba ancor oggi mostrata ai turisti, sulla costa della piccola Bretagna (dentro i confini, dunque, del regno di Lancillotto); il giovane cavaliere viene presentato da Viviana alla corte di Artù all'età di 19 anni, e muore a soli 21 anni in Terrasanta, dove si è recato alla ricerca del Graal, nell'anno 536. Sempre secondo la tradizione, tale decesso avviene nella città di Sarras, dopo aver guardato dentro il Graal, dove ha potuto vedere la Ragione, il Principio e la Fine di tutte le cose. Che la storia sia stata deformata dal mito ce lo dice il fatto che da Sarras discenderebbe il nome Saraceni, in un'epoca (quella dei regni romano-barbarici) in cui i Saraceni e l'Islam non esistevano ancora. In realtà il Graal rimane in Britannia, e solo per giustificare il fatto che se ne sono perse le tracce, verrà inventata la leggenda secondo cui lo spirito beato di Giuseppe d'Arimatea lo avrebbe portato con sé in Paradiso assieme all'anima di Galahad. In realtà esso verrà distrutto dai Sassoni dopo la loro conversione al cattolicesimo, un po' perché simbolo pagano (si sa che i neofiti sono sempre degli integralisti), ed un po' perché parte dell'odiata cultura dei rivali celti.
Ed arriviamo così all'ultimo capitolo della saga, immortalato da sir Thomas Mallory ne « La morte d'Arthur ». Artù è infatti l'ultimo dei Grandi Re, giacché secondo la tradizione Ginevra non gli ha dato figli (questo sarebbe il prezzo pagato alla sua grandezza come sovrano); egli ha avuto bensì un figlio, Mordret, ma questi, approfittando del disordine in cui è caduto il regno dopo la ribellione di Lancillotto e la guerra tra i campioni della Tavola Rotonda, gli si ribella e cerca di rovesciarlo con un complotto. Infatti nel 537 Artù, che porta ancora in testa l'alloro di imperatore d'occidente, decide di rispondere all'appello dei romani che, schiacciati sotto la dittatura di Teodato, il quale ha fatto imprigionare e strangolare Amalasunta, sovrana legittima e figlia di Teodorico, morto nel 526, ne invocano l'intervento per liberarli e ripristinare l'antica repubblica romana. Nonostante abbia già 79 anni, Artù decide di partire per Roma, ma le sue navi hanno appena lasciato la Cornovaglia, che Mordret ed i baroni suoi alleati, decisi a vendicare Morgana, occupano il regno imprigionando tutti i cortigiani. Artù torna indietro e si scontra con l'esercito del figlio a Camlann, oggi Camelford, il 17 luglio del 537 d.C. Lì padre e figlio si uccidono a vicenda. Per ordine di Artù, Excalibur viene gettata in mare affinché nessuno possa rivendicare legittimamente il Gran Trono. Lancillotto prende il comando delle operazioni belliche e sconfigge i ribelli, ma non riesce a farsi riconoscere Gran Re, perché subito si scatena una violenta guerra civile per la successione. I Sassoni ne approfittano per riconquistare l'indipendenza, i Franchi pure (anzi, inizia la loro irresistibile ascesa), e l'impero di alleanze e di vassallaggi creato da Artù sul continente, come era accaduto a quello di Alessandro e come accadrà a quelli di Tamerlano e di Napoleone, si sfascia senza lasciare alcuna traccia. Al gran regno di Britannia succede il più modesto Regno di Galles, ultimo ridotto dei celti contro lo strapotere dei Sassoni, che riescono ad instaurare il loro predominio sulla Britannia con la nascita dell'Eptarchia, i « Sette Regni », poi unificati dal Wessex nel nono secolo. Tale predominio durerà incontrastato fino alla battaglia di Hastings nel 1066, e all'arrivo delle truppe normanne di Guglielmo il Conquistatore.
E dei protagonisti dell'epopea arturiana, che ne è? Keu è già morto da alcuni anni, Galvano è caduto in battaglia contro Lancillotto, Ginevra si è ritirata in convento dove muore in odore di santità, Galahad è caduto nella cerca del Graal, mentre Lancillotto, dopo aver vendicato la morte di Artù cui é rimasto sempre fedele, a dispetto dei tradimenti amorosi, si ritirerà in un convento sconosciuto, l'eremo di Saumar, dove vivrà monaco fino a 90 anni, si dice come premio per la sua conversione alla vita contemplativa: morirà dunque nel 569, e farà in tempo a vedere la Britannia spartita fra i sette regni sassoni. Piuttosto, che Artù, dopo 79 anni di vita, non abbia mai avuto neppure un erede, non è credibile: probabilmente ne aveva uno stuolo. E allora, come mai la tradizione non ne fa cenno? La risposta è semplice. Questi figli furono indegni del padre, o perché si schierarono con Mordret, o perché dopo la morte di Artù guerreggiarono tra loro all'ultimo sangue per accaparrarsi il trono, lasciando così campo libero ai conquistatori Sassoni, che distrussero il Gran Regno calpestandolo sotto gli stivali. E così, la tradizione li ha scartati, facendo cenno al solo Mordret per metterne in risalto la fellonia, ed ha esagerato le gesta dei cavalieri della Tavola Rotonda, i veri « figli spirituali » del Pendragon, oscurando le imprese dei figli legittimi di Artù. Ma, come fa notare Montanelli nella sua « Storia di Roma », gli eroi spuntano solo negli eserciti battuti, per cercare di mettere in ombra la sconfitta ed esaltare le imprese dei singoli a discapito della rotta generale. Gli eserciti vittoriosi non hanno bisogno di eroi, ed infatti Giulio Cesare nei suoi Commentarii non ne cita nessuno. Ma, sorprendentemente, è proprio l'indegnità dei figli carnali di Artù a farci pervenire un'epopea così splendida: non avendo avuto un seguito, l'impero dei Britanni resta nella fantasia come modello di un'epoca felice e splendida, segnata dalle imprese cavalleresche di personaggi indimenticabili, ben degni di dare compimento alla profezia secondo cui quello di Artù sarebbe stato il solo ed unico Regno dell'Estate.
E tale esso resta anche agli occhi di noi, uomini del XXI secolo, perché le leggende, a differenza degli uomini e dei regni, non muoiono mai.
.
Ecco in proposito il parere del nostro esperto *Bhrg'howidhHô(n-) sull'effettiva storicità della saga di cui abbiamo parlato in questa ucronia:
Mi si chiede se la figura di re Artù è storica. In generale, sulla storicità dei fatti e personaggi epici o leggendarî cerco di tenere un atteggiamento pluralista e massimalista:
- pluralista in quanto non rifiuto nessuna identificazione concreta (limitandomi ad aggiustare - a volta purtroppo dalle fondamenta - le argomentazioni linguistiche, che spesso sono francamente erronee);
- massimalista in quanto cerco di guadagnare alla storia il più possibile della materia epica o leggendaria.
Nel caso di Re Artù, quindi, al momento mi sono costruito uno schema che prevede la confluenza di nove temi; in ordine cronologico di confluenza nella costituzione del Ciclo:
- uno celtico preistorico (il fondo mitologico dell'epica dei
Britanni);
- uno storico romano-imperiale (il contingente alanico in Britannia Settentrionale, v.
il testo di Howard Reid sotto consigliato);
- due storici tardoimperiali (Ambrogio Aureliano da un lato e la regalità tardobritannica dall'altro);
- due epici germanici (uno di mediazione anglosassone, l'altro - di inserimento più tardo - di matrice francone);
- uno iranico preistorico (la mitologia alanica delle Steppe, inserita secoli dopo dalla nobiltà franco-bretone di origine alanica tardoantica nel Continente, v. di nuovo Reid);
- uno gallico di mediazione galloromana inseritosi in Francia;
- uno classico, greco-micrasiatico (Arktorios), attestato nell'antichità e confluito per ultimo nella materia romanzesca.
Il primo, il quinto-sesto, il settimo, l'ottavo e il decimo tema sono a loro volta di origine in ultima analisi indoeuropea, e quindi confluiscono almeno in parte tra loro.
Per quanto riguarda l'onomastica, Artorio, lat. *Artorîus*, dal britannico *Artorîjos*, a sua volta trasformazione di *Artorîgios *"figlio, discendente di *Arto-rîxs*" (*Arto-rîxs *"re degli Orsi (= guerrieri)" o "re (protetto) dal (Dio-)Orso (totem)").
*Arthwr *è invece l'esito del britannico *Arto-wiros *"uomo degli orsi" o "uomo-orso", ma l'omofona forma *Arthwr *è anche l'esito di *Arkturos*, mutuato molto tardi (altrimenti suonerebbe †*Arthir*) attraverso il latino *Arctûrus* dal greco *Arktouros * "Boote, Guardiano dell'Orsa (Maggiore)".
*Uthr* (in britannico *ouktros*) significa terribile, in origine era epiteto di *Arthwr*, poi è stato interpretato come nome di suo padre (di quest'ultimo i testi più antichi non fanno menzione): *Uther *di per sé significa invece "superiore" (in britannico **Ouxteros*, da **Oup-tero-s*; il superlativo è *Oup-samo-s *> **Ouxsamos*) e *Pendragon* (in britannico *Penno-drakonos*), ovviamente, "che ha un serpente (drago) sulla testa", quindi *Uther Pendragon *suonava, all'epoca, **Ouxteros Pennodrakonos *e in latino sarebbe stato **Ucter(us) Pennodraconus*.
Ed ora, un minimo di bibliografia per chi voglia approfondire l'argomento.
Un classico è Myles Dillon - Nora C. Chadwick, "The Celtic Realms", London, Widenfeld and Nicolson, 1967 (xii, 346 p.).
In italiano è stato tradotto il molto innovativo Howard Reid, "Arthur the Dragon King", London, Headline Book Publilshing (A Division of Hodder Headline), 2001 ["La storia segreta di Re Artù. Le radici barbariche della più grande leggenda britannica" (I volti della storia 133), traduzione di Franco Ossola, Roma, Newton & Compton Editori, 2003 (242 p.), ISBN 88-8289-799-0].
In rete il meglio che abbia mai trovato è http://www.britannia.com/history/h12.html
La carta http://www.britannia.com/history/ebkmap.html è migliore di quelle sulle monografie a stampa.
.
Se volete fornire spunti o suggerimenti, scrivetemi a questo indirizzo.