L'impero di Alessandro

di Det0


336 a.C. Filippo II di Macedonia è assassinato in una congiura; gli succede il giovane figlio Alessandro III.

335 a.C. Dopo la morte di Filippo alcune città greche come Atene e Tebe vedono la possibilità di riconquistare la liberta ma Alessandro risponde con la distruzione di Tebe: in pochi giorni la città è rasa al suolo e i suoi abitanti(circa 30000) sono venduti come schiavi.

334 a.C. Dopo aver eliminato i nemici prossimi e aver fermato ogni moto rivoluzionario Alessandro decide di rivolgersi all’Oriente: in primavera una spedizione di 30000 soldati e 5000 cavalieri parte dalla Grecia.
Nella battaglia di Granico, in Frigia, le truppe macedoni sconfiggono quelle persiane e in poco tempo si impossessano di tutte le città della Ionia.

333 a.C. Dopo l’avanzata di Alessandro in tutta l’Anatolia l’esercito macedone e quello persiano al completo al comando del Gran Re Dario III si affrontano presso Isso, in Cilicia; la vittoria macedone è totale: Dario è costretto a scappare e a lasciare in mano al nemico i tesori imperiali e la sua stessa famiglia, mentre le truppe persiane, senza un comandante, si disperdono.
Anziché inseguire il nemico nel cuore dell’Asia Alessandro decide di impadronirsi delle regioni costiere; sottomette la Siria e poi la Fenicia, qui è trattenuto a lungo dall’assedio di Tiro, che alla fine capitola, poi si spinge verso l’Egitto dove è accolto come liberatore e discendente dei faraoni.
Intanto Dario III aveva già riorganizzato l’esercito ma prima di scontrarsi in battaglia contro Alessandro decide di venire ad un accordo con il macedone: Dario avrebbe lasciato ai macedoni tutti i territori che avevano conquistato in cambio del mantenimento dei territori orientali all’Impero Persiano.

331 a.C. Alessandro dopo molti risentimenti accetta ed è firmata la Pace di Gaugamela, con la quale viene istituita la “pace eterna” tra i due imperi, macedone e persiano.
Dopo la pace stipulata con Dario III Alessandro torna vittorioso a Pella e comincia la divisione delle nuove terre tra i suoi più fidati uomini: all’amico Clito viene affidato il controllo dell’Egitto, al generale Parmenione quello della Siria e al generale Perdicca, il più fidato di Alessandro, l’Anatolia.

329-327 a.C. Dopo la morte del governante Parmenione le città di Biblo, Tiro e Sidone si ribellano al dominio macedone, un convoglio di truppe parte dall’Egitto per calmare le rivolte ma lo stesso imperatore Alessandro si vede costretto ad intervenire, le ribellioni in Siria si susseguono una dopo l’altra e occupano l’imperatore in una campagna militare di ben 2 anni; durante i quali la sua avversaria greca Atene si distacca dalla dominazione macedone.

325 a.C. Dopo aver placato i dissapori in Siria, e dopo averla affidata a Clito, Alessandro torna in Grecia e le sue truppe fanno fare ad Atene la stessa fine che era toccata a Tebe vent’anni prima: la città è rasa al suolo e gli abitanti venduti in Persia; la vendita degli schiavi ateniesi ai persiani fu vista dalla popolazione come un atto spietato ma aprì le porte ad una grandissima intensificazione dei commerci tra Oriente e Occidente: Alessandria e Damasco diventano grandissimi empori commerciali e inviano le merci via mare a tutto l’impero, le conseguenze degli scambi non furono solo commerciali, ma ben presto studiosi greci e macedoni si recavano in Oriente a studiare e scambiarsi idee.

324 a.C. Alessandro sposa la principessa macedone Dalia, di origini epirote, dalla quale ha un figlio che chiama con il suo stesso nome.

323 a.C. Alessandro III di Macedonia muore, suo figlio è posto sotto la tutela del generale Antipatro, viceré in Macedonia.

319 a.C. Lotte tra Clito e Perdicca per il controllo di Cipro, i due contingenti si affrontano in una battaglia navale presso Rodi.

317 a.C. Altra battaglia tra le truppe di Clito e Perdicca presso Gordio; Antipatro si vede costretto ad intervenire.

316-309 a.C. Mentre continuano le lotte tra i governatori di Siria e Anatolia, a Pella Alessandro IV viene educato eccellentemente: i suoi maestri, sia greci sia persiani, gli insegnano l’arte, le lettere, la filosofia e persino la medicina; formando così uno dei personaggi più colti e straordinari della storia, tantoché sarà chiamato “stupor mundis”, la meraviglia del mondo.

Nel 314 muore Perdicca e Clito ne approfitta dichiarando, nel 313, l’indipendenza del Regno di Tiro.
In risposta a Clito Antipatro nel 310 attacca Alessandria d’Egitto e se ne impossessa, nel 309 muove i suoi uomini verso la Siria.

308 a.C. Alessandro IV, ormai sedicenne, decide di mettere fine alla guerra civile tra i governatori istituiti da suo padre; prepara una flotta ed entra ad Alessandria d’Egitto, dove cattura Antipatro.

306 a.C. Alessandro IV giunge fino a Tiro, dove Clito esce dalle mura e si prostra ai suoi piedi chiedendo perdono; questa scena è marcata da un famoso dialogo tra Alessandro e Clito, proprio quest’ultimo disse: «Sono il migliore amico di tuo padre, lui mi perdonerebbe», Alessandro rispose: «Anch’io ti perdonerei, se fossi mio padre!».

305 a.C. Alessandro IV giustizia Clito e Antipatro nell’anfiteatro di Pella.

302 a.C. Dopo altre rivolte in Siria, Alessandro decide di spostare la capitale dell’impero nella cittadina greca di Bisanzio, che (nella modestia che lo accomuna al padre) rinomina Alessandria.

L’Impero Macedone sotto Alessandro IV, con la divisione in province e gli stati satelliti (cliccare per ingrandire)

L’Impero Macedone sotto Alessandro IV, con la divisione in province e gli stati satelliti (in arancione)

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300-295 a.C. Le città greche sono in lotta con i cartaginesi in Sicilia, Alessandro decide, nel 298 di inviare delle truppe per aiutare le colonie in Sud Italia.

294 a.C. Una congiura organizzata da Cassandro, figlio di Antipatro rifugiatosi a Pergamo, elimina Alessandro IV dal trono di Macedonia; Cassandro entra ad Alessandria e si proclama imperatore.
Il regno di Cassandro non è semplice, tra le rivolte dei fedeli al vecchio imperatore e i primi attacchi celtici nei Balcani.

292-288 a.C. Pannoni, Galati e altri popoli celtici si dirigono verso i Balcani, l’imperatore Cassandro per un primo tempo riesce a fermarli sul Danubio, poi anche le tribù illiriche cominciano a premere sul confine dell’Epiro(alleato della macedonia).
Nel 289 l’imperatore subisce una grave sconfitta al confine illirico; approfitta della situazione un nobile epirota e abile condottiero: Pirro.

288 a.C. Pirro guida una spedizione contro Alessandria approfittando della crisi dell’impero, conquista la città e si fa proclamare imperatore.

285-283 a.C. Dopo aver respinto i Galati (285), che si stanziano nell’attuale Serbia, Pirro firma un'alleanza con le tribù illiriche (284) e le rende socie dell’impero (283).

280 a.C. Roma dichiara guerra a Taranto, la città greca chiede l’aiuto dell’imperatore Pirro, che parte dall’Epiro con un esercito di 20000 fanti, 3000 cavalieri, 1000 frombolieri e alcuni elefanti da guerra, da poco entrati a far parte delle fila degli eserciti macedoni.
Il primo scontro si svolge ad Heraclea, la falange macedone non sbaraglia i romani ma l’intervento degli elefanti, che i romani affrontano per la prima volta, ribalta le sorti della battaglia e le truppe romane sono sbaragliate da quelle macedoni, però queste subiscono quasi 4000 perdite.

279-275 a.C. Pirro poi si dirige verso nord e si scontra nuovamente contro i romani presso Ascoli Satriano(279), anche qui Pirro vince ma le perdite tra le sue fila sono di nuovo elevate.
Poi Pirro si trasferisce in Sicilia per combattere i Cartaginesi, qui, però, subisce alcune gravi sconfitte e decide, date le recenti sconfitte e le alte perdite nel suo esercito, di proporre un’alleanza a Cartagine(277).
Il patto prevede la tregua in Sicilia e il rifornimento di truppe cartaginesi alle fila di Pirro per combattere i romani e, se avesse riscontrato successi, l’intera Sicilia sarebbe andata sotto il controllo punico.
Cartagine accetta la pace e invia a Pirro ben 10000 fanti, che, sommati ai rimanenti del suo esercito, permettono al macedone di scontrarsi nuovamente con Roma, questa volta a Malevento(275), i romani subiscono una delle più imbarazzanti sconfitte della loro storia, le loro truppe vengono completamente annientate da quelle greco - cartaginesi che possono, così, avanzare ancora verso Roma, che sembra non arrendersi.

271 a.C. Le truppe di Pirro assediano Capua che cade in pochi mesi, poi avanzano ancora verso il territorio laziale.

270 a.C. L’esercito di Pirro e di Roma si scontrano ancora presso Pomezia, qui le truppe romane tentano un ultima disperata difesa ma non c’è niente da fare, la vittoria di Pirro è schiacciante e il generale è pronto a marciare sull’Urbe; ma, poco prima della partenza per la città, il console Quinto Ogulnio Gallo propone a Pirro una resa, in cambio dell’incolumità di Roma i macedoni avrebbero avuto il possesso di tutta l’Italia meridionale, fino al fiume Sangro, fatta eccezione per le città campane di Cuma, Napoli e Capua, che sarebbero rimaste colonie romane.

269 a.C. Dopo aver accettato l’accordo con Roma e aver esteso i domini dell’impero nel sud Italia, Pirro dona la Sicilia a Cartagine e firma un’alleanza con la città africana; nel viaggio di ritorno verso la Grecia si ammala e poco dopo lo sbarco delle navi, muore. Ad Alessandria cominciano dei tumulti per la successione al trono.

Dopo le gravi sconfitte Roma era entrata in una fase di declino, lo stesso era accaduto nell’impero macedone dopo la morte di Pirro; così Cartagine approfittò della situazione per espandere il proprio potere.

264-259 a.C. Cartagine si scontra con Roma per il controllo delle rotte tirreniche, le flotte si affrontano presso Alalia(in Corsica) nel 264, e nelle acque antistanti l’antica colonia fenicia di Pyrgi nel 261; in entrambe le battaglie Roma subì immense sconfitte e Cartagine continua ad attaccare.
Nel 260 le truppe cartaginesi sbarcano sull’isola d’Elba e poco dopo in Etruria, Roma non riesce ad organizzare una difesa e ben presto s’arrende, lasciando a Cartagine il pieno controllo su Sardegna e Corsica e riprendendo il possesso dell’Etruria dietro al pagamento di un pesante tributo.
Anche in oriente la situazione non è migliore: nel 264 il figlio dell’imperatore Cassandro, Filippo IV, aveva dichiarato l’indipendenza del Regno di Pergamo; nel 262 Antigono II Gonata aveva reso indipendente la Repubblica di Rodi e nel 259 la Lega di Corinto si era staccata dal dominio macedone; altre piccole città e stati dell’Asia minore, poi, si erano resi indipendenti formando piccoli regni o principati.

255-225 a.C. Mentre l’Impero Macedone era sul punto di scomparire a Roma si usciva dalla crisi grazie alle conquiste militari dei “Trimarci”; tre abilissimi consoli e generali romani: il primo, Marco Emilio, nel 255 conquistò ampie zone della Romagna e della Pianura Padana, morì durante l’assedio di Mantova, la conquista della pianura fu poi ultimata, dieci anni dopo, da Marco Fabio, che oltre a questa conquistò la Costa Azzurra e sottomise i Veneti.
Infine, nel 231, il più grande dei “tre marchi”, Marco Pomponio, si spinse fino alla Spagna(divisa tra Roma e Cartagine per il fiume Ebro) e all’Aquitania, dove morì; altre conquiste vennero riportate nei successivi 10 anni da personalità di minore importanza, ma furono annesse la Rezia e la Galizia, e furono sottomessi i Baschi e i Cantabri (che però rimasero solo con il titolo di alleati).
Nel 226 il popolo romano stravedeva per Marco tantoché volle eliminare l’altro console, da quel momento Marco Pomponio divenne l’unico governatore di Roma, che si trasformò, così, in un impero.

229-203 a.C. Negli ultimi decenni del secolo II a.C. anche la Macedonia trovò nuovo splendore.
Tra il 229 e il 221 il nipote di Antigono II, Antigono III Dosene, re di Rodi, aveva portato guerra ai principati indipendenti di Pamfilia e Cilicia, alle città di Smirne e Efeso e inoltre aveva preso il controllo di Cipro e Creta; poi nel 222 giudò una spedizione mirata alla riconquista della Grecia e, grazie all’aiuto del re spartano Cleomene III, riuscì a riportare sotto il suo controllo tutte le città della Lega di Corinto in un solo anno.
Suo figlio Filippo V dichiarò Rodi provvisoria capitale dell’Impero Macedone, in quanto Alessandria era in preda alle rivolte, e partì per la riconquista di Egitto(220-212), Siria(212-206), degli ultimi regni indipendenti dell’Asia Minore(206-204) e nel 203 attraversò vittorioso il Bosforo, riunificando l’Impero Macedone.

215-207 a.C. Mentre i macedoni riconquistavano il loro impero, i loro “alleati eterni”, i persiani, avevano incrementato a dismisura il loro potere, in soli dieci anni sotto la guida di Dario IX il Conquistatore, avevano annesso al loro impero buona parte della Penisola Arabica, si erano spinti fino in India e persino in Scizia.

202-201 a.C. Lotta tra Macedonia e Cartagine per il controllo di Creta, in poco più di un anno sono combattute alcune delle più grandi e aspre battaglie navali della storia, che alla fine vedono entrambe le fazioni stremate ma comunque Creta rimane in mano ai Macedoni.

200 a.C. Dopo la sanguinosissima Guerra di Creta Cartagine, Roma e la Macedonia firmano la Pace di Cnosso o “Pace dei Quattro Imperi”, con la quale il patto di “eterna alleanza” firmato dai macedoni con i persiani si espande alle altre due potenze del Mediterraneo: Roma e Cartagine.!"

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I Quattro Imperi nel II secolo a.C. (cliccare per ingrandire)

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Alessandro in Arabia

di Konstantinos XI

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Supponiamo che Alessandro giunga in salute fino alla veneranda età di 80 anni e che il figlio Alessandro IV divenga il suo degno erede.

Dopo la morte di Efestione e la pausa invernale ad Ecbatana, Alessandro inizia a studiare i nuovi piani militari. Le prossime direttrici d'espansione sulle quali intende muoversi sono tre:

-l'esplorazione dell'Arabia
-l'annessione della Magna Grecia 
-la conquista della "fenicia occidentale" lungo la costa africana

La priorità di Alessandro, nella primavera del 322, è l'Arabia.

La flotta di Nearco salpa dal porto di Hormusia mentre l'armata di Alessandro partendo da Alessandria Susiana scende lungo la costa.

Alessandro fonda la città di Alessandra Arabica sulla costa di fronte ad Hormusia, fondamentale nodo strategico che permette di chiudere il Golfo Persico come fosse un mare interno ed il breve tratto di mare che separa Hormusia da Alessandra Arabica permette il transito di mercanti ed eserciti tra la Persia e l'Arabia.

Alessandro entra nel paese di Magan, già satrapia Persiana, terra prospera, ricca di metalli preziosi, spezie e profumi. 

Presso la città portuale di Muscat, fondamentale crocevia tra la via dell'India e la Persia, Alessandro viene accolto con gli onori dovuti all'Imperatore di Persia. Alessandro conferma alla città la stessa autonomia e gli stessi privilegi concessi dai sovrani Achemenidi, ed in cambio ottiene la sua sottomissione.

Gli abitanti di Muscat parlano ad Alessandro di un grande e potente regno più a sud, e di un'altro regno ancora dall'altra parte del mare, un misterioso regno che, dalle descrizioni, gli ricorda molto l'Egitto.

Nearco ed i geografi di corte elaborano una teoria secondo la quale l'Arabia non sia che una grande area desertica posta tra la Persia e l'Egitto, e che proseguendo verso sud-ovest lungo le sue coste ci si sarebbe dovuti imbattere in questa terra posta a meridione della Nubia e forse addirittura al Mar Rosso, cosa che permetterebbe di ricevere rifornimenti direttamente dalla satrapia egiziana.

Alessandro, affascinato, ordina una spedizione navale che, in caso di successo, rechi a Tolomeo l'ordine di marciare verso sud con le armate egiziane per ricongiungersi con Alessandro e conquistare questi ricchi paesi.

Nella primavera del 321 Alessandro ed il suo corpo di spedizione entrano in Yemen da nord-est, mentre alcune navi riescono a raggiungere il Sinai e da li a recapitare il messaggio di Alessandro a Tolomeo, che allestisce un poderoso corpo di spedizione ed una flotta armata.

Tolomeo decide di partire in tardo autunno, per evitare la calura estiva, e sceglie di scendere lungo l'antica strada militare egizia che porta al cuore della Nubia, verso l'antico regno di Kush, mentre la flotta costeggerà la costa facendo scalo nei vari empori mercantili greci che sorgono lungo le due sponde del Mar Rosso.

Alessandro nel frattempo si scontra presso Shabwa con un esercito costituito da una coalizione composta dai regni di Hadhramaut e Saba'. La vittoria è schiacciante per i veterani persiani e macedoni, che si accingono ora a virare lungo la costa in direzione dell'importante centro di Qana'. Alla vista dell'armata macedone, il sovrano dell'Hadhramaut si sottomette senza combattere ed il Hadhramaut ottiene lo stesso status di Magan.

Prima della fine dell'estate Alessandro marcia sulla ricca capitale dello Himyar, Aden, che cade solo dopo un lungo assedio durato quattro mesi. Lo Himyar viene incorporato al regno di Hadramaut.

Con l'autunno incipiente Alessandro marcia verso l'arido entroterra, e presso Timna sbaraglia una nuova coalizione formata dai Qataban e dai Sabei. La vittoria è netta ma più sofferta della precedente, ed Alessandro stesso rischia la vita nel successivo assedio di Timna, ma anche il Qataban è sottomesso ed annientato. Ora Alessandro medita vendetta sul regno Sabeo, che si è ampliato grazie all'annessione dello Zafar dopo la sconfitta dello Himyar.

Alessandro in autunno è alle porte della capitale montana Sana'a, che lo impegnerà molti mesi.

Tolomeo si scontra con i Kushiti a Napata e dopo averli costretti a ripiegare li assedia nella capitale Meroe, che cade solo a fine dicembre; poche settimane dopo cade anche Sana'a, assediata da Alessandro.

Caduta Sana'a, Alessandro punta sulla roccaforte di Ma'rib, sulle montagne, mentre un contingente minore entra nella città di Zafar, che li accoglie come liberatori. Diversi axumiti presenti nella città, rei di aver supportato i sabei contro i macedoni, vengono linciati dalla folla o consegnati agli ufficiali macedoni.

In primavera Tolomeo marcia lungo il fiume Atbara, affluente del Nilo che lo incrocia poco a nord di Meroe, per addentrarsi verso l'altopiano etiopico, dove secondo guide locali il regno di Axum occupa il territorio tra l'altopiano ed il mare.

Fino all'autunno seguente Tolomeo non riesce ad avanzare significativamente sull'altopiano etiopico, le malattie, le paludi, il caldo afoso, gli animali feroci e gli attacchi dei guerrieri axumiti decimano l'armata egiziana.

Anche Alessandro incontra difficoltà nello stanare i ribelli sabei dalle loro roccaforti sui monti e lascia Cratero, al comando di una forza di 5.000 soldati in particolare Persiani ed Ipaspisti, di stanza a Sana'a con il compito di eliminare le ultime sacche di resistenza, mentre l'esercito si dirige su Zafar, dove Alessandro conta di riorganizzare le forze prima di attraversare il golfo e sbarcare in territorio axumita.

Nel frattempo Nearco è duramente impegnato nella campagna di liberazione delle acque del golfo, infestate dai pirati.

La flotta egiziana arriva da nord solamente ad autunno inoltrato e getta l'ancora sull'isola di Barim, al centro dello stretto che separa Arabia ed Etiopia.

Con l'arrivo dell'inverno la navigazione nel turbolento Golfo di Aden è sconsigliabile, quindi Alessandro rimane bloccato a Zafar, dove riorganizza i territori appena sottomessi in due satrapie distinte, l'Arabia Persica, con capitale Alessandria Arabica, e l'Arabia Eudamonia, con capitale Zafar. Progetta inoltre la costruzione di un'imponente fortezza sull'acropoli di Sana'a e di un'altrettanto imponente fortezza sull'isola di Barim, che controlla lo stretto, battezzato in suo onore "Porte di Alessandro". Aden, principale porto della regione, nei progetti di Alessandro diventerà un'imponente città fortificata alla stregua di Tiro ed Alessandria d'Egitto.

Nello stesso periodo, Tolomeo riprende l'avanzata in territorio etiope e sconfigge un modesto esercito axumita presso la località di Gondar, sulle sponde del lago Tana, per poi marciare sulla capitale Axum.

E' l'anno 319 e sono ormai tre anni che Alessandro è in campagna nell'Arabia meridionale.

Alle prime avvisaglie della primavera Alessandro e l'esercito sbarcano sulla sponda etiopica dello stretto, dove il macedone fonda la città di Berenice Epideires, primo caposaldo macedone in terra etiopica con lo scopo di fungere da avamposto per la guarnigione della fortezza di Barim, per poi marciare verso nord con l'obiettivo di conquistare e sottomettere i due principali porti axumiti, Arsinoe, a pochi giorni di marcia da Berenice, ed Avalites, situata molto più a nord e termine della strada d'accesso più facile e diretta per Axum.

Arsinoe cade dopo un mese d'assedio, bloccata da terra e dal mare.

Nel frattempo Tolomeo arranca sull'altipiano, dove gli etiopi lo bersagliano con continue azioni di disturbo.

Entro l'inizio dell'estate Alessandro è alle porte di Avalites, mentre Tolomeo ha optato per un dietro front e passare l'estate presso il lago Tana, dove la disponibilità di cibo ed acqua oltre al clima temperato gli permettono di recuperare le forze in vista della marcia sulla capitale che, secondo gli esploratori, è molto vicina ma tutte le forze axumite vi si stanno concentrando nei pressi.

Avalites cade verso la fine di agosto, ed Alessandro si premura di raderla al suolo e deportare tutti gli abitanti ad Arsinoe.

Con il primo fresco autunnale sia Tolomeo che Alessandro marciano su Axum.

Tolomeo assedia Axum con il suo corpo di spedizione, composto da una falange macedone di 3.000 veterani, 5.000 fanti egiziani e circa 1.000 cavalieri. 2.000, tra malati e feriti, sono rimasti al campo presso il lago Tana, altri 4.000 sono morti durante la spedizione.

La città di Axum è difesa da tutti gli uomini che l'impero di Axum è riuscito a salvare dall'assalto concentrico dei macedoni, 5.000 uomini di guarnigione ed un totale di circa 15.000 affluiti nelle settimane precedenti da tutte le città e le tribù dell'impero. Il loro equipaggiamento non è ovviamente all'altezza di quello macedone, ma sono agguerriti e determinati a non cedere un palmo agli invasori.

L'assedio è caratterizzato da numerose e micidiali sortite, che disturbano significativamente le operazioni degli assedianti. Tolomeo spera che il sovraffollamento riduca presto la città alla fame, visto che la stagione fredda riduce il rischio di malattie e garantisce un discreto rifornimento di acqua. Inoltre la città non è troppo lontana dal campo, il che permette, con una buona linea di rifornimento, un afflusso cotante di acqua ed un habitat alquanto ricco di cacciagione. Ciò che lo preoccupa invece è il numero dei nemici, in quanto il lento stillicidio dell'assedio è molto più drammatico per le sue esigue truppe che per il robusto contingente nemico, e se decidessero di sferrare una sortita in forze, magari mentre alcuni distaccamenti sono a caccia, potrebbero infliggere loro una rovinosa sconfitta.

Ma la cosa che più preoccupa Tolomeo è che non ha ancora idea di dove si trovi Alessandro, visto che stando alle informazioni ricevute alla partenza si dovrebbe trovare sull'altra sponda del mare e moltissime miglia più a sud. Invia quindi un drappello di 50 cavalieri verso la costa con il compito di individuare la propria flotta e ricevere notizie fresche. Farsi inviare rinforzi da Alessandria richiederebbe troppo tempo e probabilmente sarebbero già moti quando li avrebbero raggiunti. Anche la guarnigione di 5.000 uomini lasciata a Meroe sarebbe inutile, arriverebbe ormai in estate e sguarnire il paese di Kush appena sottomesso significherebbe perderlo in pochi giorni di rivolte.

L'unica alternativa è sfruttare la superiorità tecnica dei suoi uomini per schiacciare quei "selvaggi"...o almeno costringerli alla resa negoziata.

L'assedio continua per oltre un mese, e la penuria di legname nei dintorni non permette a Tolomeo di dotare come vorrebbe l'esercito di torri ed altre macchine d'assedio in maniera massiccia per sferrare l'attacco finale. Inoltre i primi esemplari di torri, arieti e mangani costruiti con legno ben stagionato sono andati distrutti in un incendio appiccato durante una sortita notturna, ed il legname verde ed umido non costituisce affatto una buona garanzia agli occhi dei suoi genieri. Ma aspettare che il legname asciughi e stagioni sufficientemente richiede tempo, che Tolomeo ritiene di non avere.

Ad ottobre inoltrato un grande esercito compare alle spalle della città di Axum.

Tolomeo teme sia arrivata una nuova armata di soccorso alla città, ed occhio e croce sembra sia altrettanto numerosa della guarnigione. Tolomeo ordina all'esercito di ritirarsi dall'assedio e di disporsi sul campo in ordine di battaglia.

Il ritorno dei cavalieri inviati da Tolomeo in cerca di notizie fa esplodere di felicità l'esercito greco: l'armata che sta giungendo è quella di Alessandro, che marcia alla testa delle sue truppe dopo aver sottomesso l'intera parte orientale dell'impero axumita ed ora intende decapitare definitivamente questo avversario.

Dopo tre anni, della forza di spedizione originaria non sono rimasti che 20.000 uomini dei 40.000 partiti dalla susiana, alcuni dei quali sono rimasti di guarnigione nelle terre sottomesse di recente, tra i quali i 5.000 agli ordini di Cratero in Sana'a, ma quasi 10.000 sono i morti durante questa campagna arabica.

Alessandro schiera in prima linea la falange dei 5.000 Argiraspidi, ed ai suoi lati le cavallerie dei 2.000 Immortali a sinistra e 3.000 Hetairoi sulla destra, dove cavalca anche Alessandro stesso. In seconda linea si schierano 2.000 arcieri persiani e poi i vari reparti degli 8.000 uomini della fanteria persiana.

Ora il rapporto numerico è a favore dei macedoni, senza contare l'enorme superiorità tecnica e di esperienza.

La città è accerchiata e nel giro di un mese, con la costruzione delle nuove macchine d'assedio, ma soprattutto di scale, la città è presa d'assalto ed entro la fine di novembre la città è presa e l'impero axumita annientato.

Di tutti gli uomini, abitanti e guerrieri, assediati ad Axum, Alessandro ne fece trucidare 10.000. I capi tribù, i nobili ed notabili axumiti, il sovrano e la sua famiglia vennero crocifissi presso le porte della città. Metà della popolazione urbana rimanente, principalmente donne e bambini, vennero deportati presso i centri costieri di più facile controllo da parte macedone, i ragazzi sufficientemente giovani e forti per servire sotto le armi vennero ridotti in schiavitù ed avviati verso le navi, dove sarebbero in seguito salpati con l'esercito in direzione Persia, per venire addestrati ed inquadrati nelle unità macedoni. La capitale del più vasto e potente impero del corno d'africa è ora ridotta a poco più che ad un cumulo di macerie, abitata solo da vecchi, malati e feriti.

Ora Tolomeo veniva congedato, assieme a parte delle sue truppe, e rientrava in Egitto, mentre Alessandro intende marciare verso sud, lungo la costa, per sottomettere le città mercantili della terra di Punt, fondamentale area di transito dall'India della via delle spezie.

E' l'inverno del 318 quando Alessandro fa ritorno a Babilonia.

La campagna lo ha tenuto lontano per quasi cinque anni, durante i quali l'Impero ha avuto una fase di relativa calma nonostante gli attriti interni ed i problemi di convivenza tra l'elemento greco e quello persiano. Seleuco figlio di Antioco, satrapo di Babilonia e compagno d'armi di Alessandro, ha retto il trono in nome del giovane Alessandro IV, nato poco prima che Alessandro partisse per la spedizione arabica.

Ora che l'Impero ha inglobato la terra di Kush nella satrapia d'Egitto ed è stato esteso sino all'intera arabia, alle coste etiopi ed ottenuto la sottomissione delle città di Punt, Alessandro intende pianificare una campagna in occidente, ma ha ancora forti dubbi su quali obiettivi privilegiare, visto che i possedimenti della ricca colonia fenicia di Cartagine sono un boccone più che appetibile, ed Alessandro ha buoni motivi per aprire le ostilità, visto che Cartagine aveva inviato aiuti a Tiro durante l'assedio della città da parte macedone, ma ora le città fenicie sono parte dell'impero ed in un momento così delicato sarebbe un rischio averle in rivolta, tanto più che i mercanti fenici continuano ad essere il cardine della rete commerciale di tutto l'Impero, soprattutto ora che la sua estensione ha raggiunto aree di importanza commerciale vitale.

Sotto consiglio di Seleuco, Alessandro decide di interrompere le campagne per qualche anno e dedicarsi al consolidamento dell'Impero.

Nel 316 a.C. Alessandro, ormai quarantenne, ha dedicato gli ultimi due anni a rinsaldare il suo impero. Villaggi e città sono ora ricche metropoli adorne di templi e palazzi marmorei, imponenti opere viarie collegano ogni città dell'impero, merci preziose allietano la vita dei cittadini, e moltissimi greci e macedoni hanno ceduto ormai ai lussuosi piaceri ed alle raffinatezze dell'opulento oriente.

La minacciosa avanzata di Chandragupta, primo sovrano del grande imparo Maurya, ha raggiunto l'Indo ed il regno cliente del Re Poro, amico personale di Alessandro. Ma il Re dei Re è riuscito ad ottenere la pace con un compromesso, stabilendo il confine del proprio impero sulle sponde dell'Indo e conferendo in cambio a Poro il governo della satrapia d'Arachosia. Chandragupta, al quale è ben nota la fama della grandiose gesta del macedone, accetta l'accordo. Per il momento.

L'apertura delle vie di comunicazione tra macedoni e maurya porta non solo in occidente un grandioso afflusso di merci pregiate, ma anche un reciproco scambio culturale. In particolare affluiscono nelle grandi città dell'Impero, Babilonia, Alessandria d'Egitto, Tiro, Damasco, Atene, sempre più spesso gruppi di monaci buddisti, la cui predicazione trova molti seguaci ma anche molti oppositori.

E poi?

Konstantinos XI

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Ma non basta, ci sono queste geniali idee di Perchè no?:

Durante l’incontro fatidico della battaglia di Isso, Dario III Codomano é fuggito abbandonando tutto in mano al Macedone. E se le cose vanno un’altra maniera ? Dario III sembra avere avuto la fama di buon guerriero durante la gioventù: e se, vedendo Alessandro di fronte a lui, decide di combatterlo personalmente e la battaglia si trasforma in un duello tra sovrani  La morte di Dario III sul posto avrebbe come conseguenza la salita al trono di uno satrapo, probabilmente Besso (Artaserse V). Cosa avviene se Besso sale sul trono di Persepoli controllando ancora tutta la Persia e avendo la possibilità e la legittimità (visto che Dario III é morto in battaglia) per governare e contrattaccare ? Farebbe meglio del predecessore nel respingere il Macedone troppo fortunato?

Alternativa alla precedente. Alessandro non uccide Dario III, ma quest’ultimo non riesce a fuggire e viene catturato insieme al suo Stato Maggiore e alla famiglia reale. Conoscendo il mito di Alessandro, quest’ultimo lo avrebbe risparmiato e trattato onorevolmente. Ovviamente lo avrebbe manipolato senza rimorsi e fino a che non gli fosse stato più utile. Dario III sarebbe stato obbligato a firmare un trattato nel quale riconosceva Alessandro come suo erede legittimo, marito di sua figlia Stateira e reggente dell’impero persiano. In questa maniera Alessandro riuscirebbe a farsi obbedire senza ribellione dai Persiani, o dovrebbe lo stesso conquistare la Persia a lui ostile, servendosi di Dario III come di una bandiera per invocare alla fedeltà nei confronti della dinastia legittima? Avendo sposato Stateira, forse Alessandro avrebbe avuto più presto un figlio, metà persiano, sostenuto dai Persiani e capace di essere mantenuto sul trono dopo la morte del Macedone con il sostegno di Stateira e Perdicca contro i Diadochi? Il progetto di fusione tra Macedoni e Persiani sarebbe riuscito meglio con il pretesto di mantenere il controllo sull’impero ereditato, e non conquistato? E Dario, che fine fa? Muore forse in età avanzata esiliato a Pella, dopo essere stato mostrato in gran pompa in tutte le città greche per celebrare il trionfo di Alessandro, con l’obbligo di compiere sacrifici per i morti greci delle guerre persiane a Maratona, Salamina, Platea e Termopili?

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Gli risponde Bhrghowidhon:

In entrambi i casi l'Impero si sarebbe conservato solo espandendosi ulteriormente. È significativo che le leggende fiorite intorno ad Alessandro su questo argomento si incentrino proprio sui tipici obiettivi geopolitici di un Impero del genere: il Mediterraneo da un lato, l'India dall'altro. Tali miti sono in effetti la drammatizzazione di considerazioni strategiche molto concrete. Un'ulteriore conferma è che lo stesso obiettivo - con diversa base di partenza - era quello dell'Impero Romano nella sua fase più matura (da Cesare a Teodosio).

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E Massimiliano Paleari aggiunge:

Molto interessante l'ipotesi di una dinastia persiano/macedone iniziata con Alessandro e la figlia di Dario. Si può ipotizzare quindi la nascita di un grande impero ellenistico dalla Valle dell'Indo fino alle Colonne d'Ercole. Si, perchè Alessandro non deve inseguire per mesi attraverso remote contrade i resti delle forze persiane e, dopo aver legittimato in questo modo la presa sulla Persia e sulla Media, si rivolge decisamente verso Occidente. La Magna Grecia, Marsiglia, Roma, l'Etruria e Cartagine entrano a fare parte del grande impero. A questo punto gli enormi problemi logistici dati dalla vastità dei territori conquistati impongono, come più tardi per l'Impero Romano, una suddivisione tra Oriente e Occidente. Il figlio persiano di Alessandro, inizialmente sotto tutela, diviene Imperatore d'Oriente, mentre Alessandro, ormai cinquantenne, è Imperatore d'Occidente. Si tratta di un Impero geograficamente più sbilanciato verso oriente e verso sud rispetto a quello Romano. Non è impossibile immaginare una sopravvivenza di tale impero per alcuni secoli. Del resto i regni ellenistici eredi del grande Alessandro sono sopravvissuti in alcuni casi a lungo (i Tolomei in Egitto ad esempio). Le conseguenze culturali, religiose e geopolitiche nel lungo periodo potrebbero essere enormi. Il Mediterraneo potrebbe essere ancora oggi un "lago" greco (o di lingue neo-greche, invece che neolatine), mentre l'Europa continentale comprenderebbe una area linguistica celtica ben più vasta di quella che conosciamo oggi. Possiamo inoltre forse immaginare la diffusione anche ad Occidente dello Zoroastrismo, che sostituisce il Cristianesimo, probabilmente senza soppiantare del tutto le tradizioni pagane ma innestandosi in qualche modo sulle stesse. In alternativa il Cristianesimo si diffonde fino all'Indo. Infine, se è probabile immaginare che ad Ovest tale impero crolli, forse anche prima dei Romani della nostra timeline, sotto i colpi dei Barbari, l'Impero greco/persiano a Est (dall'Egitto all'Indo, dalla Nubia alla Grecia) potrebbe forse arrivare al confronto con le grandi invasioni islamiche del VII secolo della nostra era più "attrezzato". Del resto gli Arabi riescono a dilagare verso la Siria bizantina e la Persia proprio perché queste due potenze erano appena uscite esauste da un lungo ed estenuante conflitto per il controllo delle zone di frontiera. Ma se le colonne di cavalieri arabi avessero dovuto confrontarsi con un fronte compatto ellenistico (greco/persiano), cementato da secoli di osmosi culturale, politica e religiosa, la storia sarebbe andata nello stesso modo? Poco probabile. L'Islam non si sarebbe diffuso fuori dalla penisola arabica. La Mecca e Medina sarebbero entrati a fare parte dell'Impero Ellenistico d'Oriente in seguito alla decisione di prevenire possibili nuove incursioni da sud.

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Bhrghowidhon concorda:

Condivido da tempo l'analisi (in prospettiva ucronica) sulle origini dell'espansione islamica; non nego le possibilità di espansione linguistica greca e soprattutto religiosa zoroastriana, solo sulla prima andrei più cauto perché le alternative sono davvero numerose (aramaico e fenicio in primis e soprattutto assenza di sostituzioni linguistiche, per la stessa ragione che ridimensiona le dinamiche imperiali islamiche); altrettanto evitabile (benché possibile) mi pare la divisione in parte orientale e occidentale, per il fatto che la maggiore estensione dell'Impero verso Oriente rispetto a quello Romano non è uno sbilanciamento, bensì un enorme rafforzamento.

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E Massimiliano annuisce:

Si certo. Ho utilizzato il termine "sbilanciamento" in maniera impropria. Volevo solo dire che rispetto all'Impero Romano questo Impero ellenistico ucronico avrebbe avuto il suo baricentro ben più a est. Condivido anche l'opinione che questo sarebbe stato un punto di forza: i grandi agglomerati statali/imperiali orientali (Cina, India, Persia etc..) si sono dimostrati storicamente più longevi e capaci di risorgere anche dopo periodi di disintegrazione. Per quanto riguarda la lingua penso invece che il Greco si sarebbe decisamente imposto sui "concorrenti". Se già nella nostra timeline è stato capace per secoli di essere la lingua franca di tutta la parte orientale dell'Impero Romano e anche ben oltre i suoi confini, oltre che essere compreso dalle elites intellettuali e dai commercianti ad Occidente, in questo scenario utopico si sarebbe decisamente imposto sostituendosi al latino. Immaginiamoci ad esempio un impero ellenistico che ad occidente occupa le isole maggiori (Sicilia, Sardegna, Corsica, Baleari), la nostra penisola fino alla linea del Po, la zona costiera attorno a Marsiglia (città greca), alcune aree costiere della penisola iberica e alcuni avamposti al di là delle Colonne d'Ercole (nell'attuale Portogallo), il Nordafrica. Cartagine è stata sconfitta. Che lingua si parlerebbe? Il Greco, non vedo alternative. Se non immaginiamo una espansione imperiale verso l'interno del continente europeo, possiamo ipotizzare attacchi da parte della "galassia" gallo/celtica nei 2-3 secoli seguenti verso le enclave greco/ellenistiche e nella nostra penisola, ma in ogni caso molte delle aree citate avrebbero mantenuto l'imprinting linguistico greco, così come nella nostra timeline hanno mantenuto quello latino pur avendo subito l'invasione dei popoli germanici.

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Bhrghowidhon però gli fa notare:

C'è una differenza essenziale, che è quella che mi induce a preferire lo scenario senza prevalenze linguistiche: nella Storia vera c'è stata una massiccia sostituzione di lingue *native* e la causa è stata di natura politico-ideologica (nota col molto fuorviante nome di "conversione religiosa"), mentre prima di allora ciò che si diffondeva erano le lingue veicolare, non le lingue materne. Ora, le cosiddette conversioni religiose sono state elaborate a partire dall'epocale conflito romano-persiano, che è proprio il grande assente in questa ucronia; ne consegue di necessità che non avrebbero avuto luogo conversioni religiose (leggasi: mobilitazioni politiche delle Masse) allo stesso livello né comunque con la stessa sovrastruttura simbolica e il primo fenomeno a saltare sarebbe stato di sicuro il più complesso e difficile, la sostituzione di lingua.

Come l'Impero Achemenide, anche questi suoi succedanei avrebbero avuto quattro o più lingue veicolari - lo stesso Impero Romano ne aveva cinque (latino, greco, aramaico, copto, punico) - che sarebbero state verosimilmente persiano, aramaico, copto, punico, greco e forse armeno, etrusco e iberico (in area indiana anche qualche varietà medioindoaria), ma appunto come lingue veicolari, mentre tutte le altre si sarebbero mantenute come native, con possibile parziale eccezione per il sicano, il nordpiceno e qualche altra varietà locale in declino. Non escluderei nemmeno la sopravvivenza scritta dell'accadico.

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Interviene a questo punto Paolo Maltagliati:

Tendo a concordare con il fatto che non ci sarebbe stata necessariamente di una lingua dominante, sulla base di una semplice osservazione post rem: nella stessa storia bizantina in cui sono più ferrato, la storia dell'impero più ideologicamente cristiano che si possa trovare(lo so, tale definizione andrebbe circostanziata, ma ai fini di questo discorso passatemela) infatti, il greco per lungo tempo è stato semplicemente una lingua veicolare incapace di sostituire le lingue native, prova anche del fatto che il fenomeno della radiazione linguistico culturale ellenistica sia un tantino sopravvalutata. Un grande punto di svolta linguistico è stato, più o meno, il regno di Eraclio, che coincide con la lotta mortale per recuperare l'Egitto e la Siria ai Sassanidi, e poi la definitiva (per un po' non vista come tale, ma di fatto definitiva lo fu) perdita delle regioni orientali sotto l'arrembante avanzata musulmana, cui fa seguito una "rievangelizzazione" di molte regioni, dovuta ad una militarizzazione anche culturale di fronte al nemico. Il galata, il neofrigio, l'isaurico (giusto per fare esempi), anche se non si hanno dati certi, scomparirono definitivamente proprio a seguito di tale situazione e non in epoca romana.

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Massimiliano riprende il filo del discorso:

Certo, la differenza tra lingua veicolare e lingue native non va sottovalutata. Detto questo, non dimentichiamoci questi elementi: il Mediterraneo, anche quello occidentale, era già "fecondato" lungo le coste qua e là da insediamenti in cui il Greco era la lingua nativa dei colonizzatori (Italia meridionale, Sicilia, Marsiglia etc..). Uno stabile impero greco/ellenistico inglobante i territori costieri mediterranei avrebbe finito per diffondere la lingua greca anche per gli usi domestici, così come il latino ha finito per soppiantare in Gallia, in Italia settentrionale e nella Penisola Iberica le parlate celtiche e liguri. Per quale motivo ciò che è riuscito ai Romani non sarebbe stato alla portata degli eredi di Alessandro, portatori ed eredi della raffinata cultura greca? Il Greco sarebbe stato la lingua dell'amministrazione, dell'esercito, della cultura e poi anche del commercio. A quel punto gli spazi di sopravvivenza delle parlate locali si sarebbero ridotti e poi atrofizzati. Chiaramente la precondizione è una continuità di governo sui territori citati per qualche secolo, diciamo almeno fino alle prime grandi invasioni barbariche del III Secolo d.C., chance che la lingua greca in realtà non ha avuto. Non dimentichiamoci poi il ruolo della religione. Una Chiesa unificante (non importa se una forma di Cristianesimo o una di Zoroastrismo) avrebbe utilizzato quasi certamente il Greco come lingua di fede nel bacino del Mediterraneo.

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Chiudiamo per ora con l'ulteriore proposta di Perchè no?:

Un piccolo dettaglio trovato nelle storie delle guerre tra diadochi, riguardante il ruolo di Eumenio di Cardia, greco al servizio di Filippo e poi di Alessandro il Macedone. Ha svolto la funzione di segretario e generale con il titolo di archigrammata, e fu l’autore delle Cronache del Regno di Alessandro in modo assai meno epico di Callistene, servendo da fonte per Plutarco ed altri storici posteriori. Come gli altri compagni di Alessandro, Eumenio diventò uno dei Diadochi e fu implicato nelle loro guerre. Partigiano di Perdicca, vincitore di Cratero, nemico di Antigono, fu nel 319 alla testa delle truppe reali nella difesa dell’unità dell’impero, e riuscì con la diplomazia e la forza a riunire attorno a sé la maggior parte dei satrapi asiatici, tra i quali Seleuco; fu nominato autokrator dell’Asia prima di essere tradito e vinto da Antigono e giustiziato. Tra i molti dimenticati di queste guerre, Plutarco ha scelto di farne un modello di strategia e di organizzazione (fu lui a organizzare e mantenere le vie di comunicazione per la spedizione verso Est di Alessandro).

È conosciuto anche per un’invenzione geniale: nel 319 Eumenio dirige l’esercito reale (anche se é difficile dargli ancora questo nome) e riesce a riunire un certo numero di satrapi e diadochi attorno a lui. Per unificare tutti attorno al ricordo del Macedone, Eumenio instaura la cerimonia del trono vuoto. Ogni decisione era presa in comune (Eumenio aveva anche deciso l’elezione dei generali e dei ufficiali nel suo esercito in una maniera più o meno democratica) durante un consiglio che riuniva i principali satrapi e generali davanti a un trono d‘oro puro, dove erano posate la corona, la spada e tutte le altre insegne reali macedoni e persiane. Davanti al trono c’era una tavola d’oro dove i consiglieri bruciavano l’incenso in onore del dio Alessandro. e davanti al quale dovevano prosternarsi. Ovviamente questa cerimonia durò fino alla sconfitta di Eumenio nel 316. Il consiglio nato da questa cerimonia era conosciuto come il "Governo della Tenda", dominato da Eumenio che ne era il generalissimo.

Ma se alla battaglia di Paretacena Eumene e le truppe dei satrapi suoi alleati riescono a sventare il tradimento del generale Peuceste, sconfiggono e uccidono Antigono? Allora Eumenio e i suoi avranno grandi possibilità di riconquistare l’Asia minore e la Macedonia, dove il reggente Polipercone era suo alleato, e ora si unisce all’assamblea dei satrapi. In posizione di forza Eumenio, fedelissimo degli Argeadi (come Greco non sperava di governare da solo), mette al sicuro Alessandro IV che potrà diventare adulto. La cerimonia del trono vuoto sopravivvrà fino a quando Alessandro IV potrà salire sul trono del padre e diventare lui stesso l’oggetto dell’adorazione dei satrapi. Ma in queste condizioni Alessandro IV diventerebbe presto un sovrano con compiti unicamente religiosi, rinchiuso nel suo palazzo dietro la barriera delle cerimonie religiose di adorazione da parte dei generali dell’esercito che vedono sempre in lui il figlio del Macedone, e naturalmente del popolo. Il Governo della Tenda é ufficializzato, l’imperatore perde le redini del governo a profitto dell'autokratôr Eumenio e dei suoi successori (non tutti della sua dinastia, dipende dalla bilancia dei poteri). L’impero macedone diventa da questo momento in poi una confederazione piuttosto lasca di satrapie molto autonome, spesso in guerra l'una contro l’altra, dove il re fa la funzione di simbolo di unità con un esercito reale potente ma controllato dagli ufficiali di corte.

Eumenio stesso si fa assegnare le satrapie di Cappadocia e di Paflagonia che governava già, e dove la città da lui fondata, Eumenia, avrà un ruolo simile a quello di Pergamo per la sua bellezza e la sua biblioteca. Penso però che Tolomeo potrebbe, nella sua qualità di guardiano della salma di Alessandro, fare la funzione di rivale indipendente dell’impero macedone dal suo Egitto. Le due potenze potrebbero avere la stessa relazione che nella nostra Timeline ebbero gli Egiziani con i Seleucidi. Comunque un impero macedone, anche lasco, sopravvive e può imporre la sua potenza. Chissà se Asoka potrà in queste condizioni conquistare l’indipendenza dell’India; lo stesso discorso baleper la Battriana, Roma potrebbe penetrare nell’Est del Mediterraneo, approfittando forse delle solite guerre private tra satrapi. L’impero macedone crollerebbe nella divisione interna fra re deboli o, al contrario, potrebbe espandersi ancor di più, in guerre destinate a unificarli?


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