26/1/71: Novilunio

di Agatha Christie


— Ciao, Luna, dalla pelle d'argento e le chiome d'oro puro...

Ernesto era seduto sul tetto di casa sua, con gli occhi rivolti alla minuscola falce luminosa, che nonostante la sua piccolezza riusciva a rischiarare gran parte del cielo, ormai quasi color pece. In mano teneva un foglietto sgualcito sul quale c'erano annotate parole in versi. Ernesto, infatti, di giorno, invece che giocare con i bambini della sua età, passava il suo tempo scrivendo poesie per la Luna. Ogni sera si arrampicava sull'albero adiacente alla sua casetta e da lì saltava sulle tegole del tetto (rischiando sempre di farne cadere qualcuna) e si sistemava comodamente appoggiato al comignolo. Allora toglieva dalla tasca il suo foglietto e incominciava a declamare i versi alla Signora, Regina della Notte, che sedeva su uno scranno di pietre preziose ed era servita da centinaia di stelle, pronte ad obbedire ad ogni suo ordine.

Durante i noviluni era sempre molto triste. Di solito saliva ugualmente al suo punto di osservazione, ma, invece di leggere le poesie, stava per ore a sospirare, guardando con astio le stelle, come se fossero state loro a convincere la Signora a non venire allo scoperto. Ernesto, a scuola, aveva imparato il motivo per cui la Luna è crescente o calante e perché a un certo punto poi sparisce del tutto. Tuttavia non voleva crederci, preferiva pensare che le stelle, invidiose, l'avessero nascosta affinché lui non potesse ammirarla. Fu proprio durante un novilunio, per la precisione la notte del 26 gennaio del 1971, per di più giorno dell''undicesimo compleanno di Ernesto, che al bambino accadde qualcosa di veramente memorabile.

Il bambino era appoggiato al comignolo, teso per catturare ogni piccolo sbuffo di calore e vapore, tutto infagottato in un vecchio cappotto che aveva ereditato da qualche cugino che, stufo di portarlo, l'aveva regalato a lui. D'un tratto udì un rumore. Qualcuno era lì sul tetto assieme a lui e si stava avvicinando tentando di non farsi notare. Ernesto rabbrividì. Chissà chi era questo invasore! Cosa gli avrebbe fatto? Magari era uno dei bambini del paese che era venuto a spiarlo per poi prenderlo in giro con gli altri.

“ Proprio mentre la Luna non c'è? Con la sua luce avrei potuto vedere chi è!” pensava Ernesto, impaurito.

Con circospezione si tese in avanti e con una voce che avrebbe dovuto sembrare ferma urlò:

— Chi va là?

Lo sconosciuto, ormai scoperto, si avvicinò quanto bastava affinché Ernesto riuscisse a vederlo.

Il bambino rimase stupito. Lo sconosciuto era un ragazzo sui diciotto anni che lo guardava con un sorrisetto beffardo. Ernesto lo riconobbe come uno di quegli strani tipi di cui sentiva spesso parlare sua mamma e che ogni tanto vedeva nelle fotografie dei giornali, immortalati mentre erano impegnati in rivolte o manifestazioni che lui non riusciva ad afferrare. Non poteva essere altro che un hippy. Lo si capiva subito guardando i jeans sbrindellati e i capelli così lunghi che "offendevano la decenza" come diceva sua mamma.

— Ciao — disse semplicemente il ragazzo.

Ernesto, per tutta risposta lo guardò con sospetto e una punta di disgusto. Non credeva che sarebbe stato prudente fidarsi di uno che aveva appena finito si spiarlo e che in più era anche uno di quegli hippy.

— Chi sei?— gli chiese il bambino con malagrazia.

Lo sconosciuto fece un ghigno e si mise a sedere vicino a Ernesto, che velocemente si ritrasse e si allontanò di qualche centimetro. Con noncuranza il ragazzo tirò fuori una sigaretta dalla tasca e la accese con un fiammifero. Ne tirò fuori un'altra e la mise sotto il naso del bambino. Poi sembrò accorgersi di quanti anni potesse avere Ernesto e, ridacchiando, se la rimise in tasca.

— Allora come stai, Ernesto?— cominciò lo sconosciuto.

Ernesto emise un brontolio di cui si poterono intuire solo le parole "mio nome" e "chi sei".

— Allora, fratello, — disse il ragazzo senza dargli retta — mi hanno detto che ti piace parlare con la luna. Non ti hanno mai spiegato che è solo un sasso? Non dirmi che non hai sentito che quegli americani sono riusciti ad andarci sopra.

Eccome se lo aveva sentito. Era successo circa due anni prima e le radio non avevano parlato d’altro per giorni. A quei tempi era rimasto affascinato ad ascoltare ogni notiziario in attesa di cogliere qualsiasi indizio che riconducesse alla sua Signora. Non sapeva nemmeno lui cosa aspettarsi, forse il ritrovamento di una ciocca dorata, di una scarpetta di cristallo. Invece nulla. Tuttavia, benché gli americani fossero convinti che la luna non fosse altro che un sasso, Ernesto non cambiò mai idea e nemmeno fu colto da dubbi. La sua Signora esisteva, lui lo sapeva e tanto bastava.

— Forse, però, non hai tutti i torti — Il bambino fu ridestato di colpo dai suoi pensieri. Lo sconosciuto non rideva più. — Perché tutto dovrebbe essere davvero quello che sembra?

Il ragazzo tirò una boccata di fumo dalla sigaretta. — Ti faccio un esempio: dall’alto tutte le persone che vedi sono uguali. È impossibile perfino distinguere gli uomini dalle donne. Nessuno può essere riconosciuto. Anche tu e tutti i tuoi amici, i tuoi parenti. Da questo punto di osservazione, puoi essere confuso con una formica, sembri in tutto e per tutto una formica. Però, per cambiare subito idea basta avvicinarsi un po’ di più. Allora le persone diventano persone , gli amici amici. È quello che fai tu quando sali quassù. Non fai altro che avvicinarti di un passo alla verità.

Ernesto ascoltava. Non si chiedeva più chi fosse quello strano ragazzo senza nome. Gli pareva di conoscerlo da sempre. E forse era proprio così.

Lo sconosciuto schiacciò la sigaretta contro una tegola e la gettò via. Da una tasca dei jeans bucati estrasse una mazzo di carte. — Ti va una partita?

Ernesto annuì. Non guardava più sofferente verso il cielo. Adesso guadava solo il suo interlocutore. 
Giocarono a carte fino a mezzanotte senza scambiarsi più neanche una parola.

Ernesto continuava ogni sera a salire sul suo tetto per guardare la Luna, ma sembrava cambiato. Non scriveva più poesie.

Sua mamma rimase sconvolta, una volta, quando lo vide salire sul tetto con in mano, non il suo solito taccuino, ma una carta da gioco di un mazzo che non era quello di casa. E rimase ancora più stupita quando lo sentì sussurrare al cerchio luminoso:

— Asso di quadri, stavolta ho vinto io!

Agatha Christie


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