Pasticcio in salsa longobarda


Questa è l'ucronia longobarda ideata dal nostro webmaster William Riker:

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Alla morte del re longobardo Cuniberto, nel 700 d.C., gli succede il figlio minorenne Liutberto, affiancato in qualità di tutore da Ansprando, duca di Asti. Tuttavia Ragimberto, duca di Torino, affronta Ansprando presso Novara, lo vince e depone Liutberto dopo appena otto mesi di regno. Alla morte di Ragimberto gli succede il figlio Ariberto II, che fa catturare ed uccidere la moglie e i figli di Ansprando, tranne il più giovane, Liutprando, che il padre è riuscito a tenere con sé. Nel marzo 712 finalmente, con l'aiuto dei Bavari, Ansprando riesce a raccogliere un esercito e cala in Italia, ingaggiando battaglia con l'esercito di re Ariberto II; lo scontro si protrae fino al calare delle tenebre ed ha un esito incerto fino all'ultimo. In un primo momento Ariberto II sembra avere la meglio, tanto che i Bavari sono sul punto di abbandonare il campo, ma a questo punto il re commette un grave errore, rientrando immediatamente a Pavia per celebrare il successo. I suoi soldati, offesi da quello che ritengono un atto di viltà, lo abbandonano, e le sorti della battaglia si capovolgono all'improvviso. Ariberto II tenta di abbandonare la capitale e di rifugiarsi presso i Franchi, ma annega nel Ticino, trascinato a fondo dal tesoro che cercava di portare con sé. Gli stessi partigiani di Ariberto II, conquistati dal suo carisma, eleggono Ansprando come loro sovrano, tuttavia questi muore dopo appena tre mesi di regno e lascia il trono al figlio Liutprando, il più grande tra tutti i sovrani longobardi. Ma che accade se Ariberto II non lascia il campo di battaglia, vince ed uccide sia Ansprando che Liutprando? Sul trono longobardo permane la dinastia bavarese. L'alleanza tra Bavari e Longobardi potrà impedire a Carlo Magno di conquistare il regno longobardo? E i Longobardi riusciranno a unificare l'Italia?

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Ed ecco come l'amico *Bhrg'hówidhHô(n-) ha commentato e sviluppato l'ucronia:

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Nonostante il grande ritardo di questa risposta (purtroppo il tempo è molto minore al desiderio), non voglio che vada perduta l'occasione di discutere una proposta così interessante: sul tema di fondo mi ero ossessivamente appassionato e arrovellato nel 1984 e nel 1986; spero adesso di essere libero dalle preclusioni di allora. Discutiamo passo passo la proposta di ucronia.

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Riker:

Che accade se Ariberto II non lascia il campo di battaglia, vince ed uccide sia Ansprando che Liutprando? Sul trono longobardo permane la dinastia bavarese.

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*Bhrg'howidhHô(n-):

Paradossalmente, fra l'altro, dal momento che permane grazie alla vittoria militare contro i Bavari (ma non è un fatto inaudito; le politiche dinastiche erano svincolate dai legami etnici e appunto perciò è verosimile che Ariberto II potesse arrivare a una politica diamicizia coi Bavari, in particolare attraverso l'autorità dei Franchi a sua volta raggiungibile con la mediazione degli Alemanni, coi quali il re lithingo era in ottimi rapporti)

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Riker:

L'alleanza tra Bavari e Longobardi potrà impedire a Carlo Magno di conquistare il regno longobardo?

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*Bhrg'howidhHô(n-):

A Carlo Magno forse (certo due circostanze aggiuntive - l'assenza di sconfitte arabe come a Poitiers e soprattutto una conquista 'islâmica di Costantinopoli - basterebbero ciascuna ad aumentare in modo decisivo la probabilità della permanenza dei Longobardi nello status di alleati e non sudditi dei Franchi); tuttavia, più in generale, la mancata confluenza del Regno Longobardo nella compagine imperiale dei Franchi avrebbe comportato due alternative 'peggiori' dal punto di vista della germanicità della stirpe: 1) la regionalizzazione in Ducati locali (soprattutto Pavia, Spoleto, Benevento) destinati a lungo termine a essere assorbiti dal sistema delle città romano-italiche (Ravenna, Roma, Napoli ecc.) nell'àmbito di una egemonia pontificia indipendente da Bisanzio 2) oppure - all'epoca meno probabilmente - l'annessione diretta all'Impero d'Oriente.

Naturalmente, col IX. secolo, comincia a porsi seriamente un'ulteriore possibilità, la conquista araba di Roma e della Penisola.

Tra i quattro scenarî (riconquista bizantina, Longobardia franca, Italia regionalizzata- cattolica, Italia 'islâmica) forse sarebbe stato più probabile quello della frammentazione in Ducati vagamente legati da vincoli di alleanza subordinata a Roma: immagino che non dispiaccia a Riker, ma d'altra parte è ben diverso dall'idea di una sorta di pre-Stato proto-'nazionale' tra le Alpi e il mare e in (almeno) tutta la Penisola Appenninica che, a quanto credo di capire, costituirebbe la possibile (e mancata / rimpianta) occasione storica per la Monarchia lithinga nella proposta "in salsa longobarda" qui discussa.

Per tale motivo è interessante cercare quali spazî possono essere stati disponibili nel secolo VIII. per un quinto scenario - all'origine una variante del secondo (Longobardia franca) in prospettiva più 'conservatrice' - nel quale, sostanzialmente, la massima parte dell'Italia bizantina passasse sotto controllo longobardo (e specificamente della sede regale, Pavia) evitando al contempo un legame con la Monarchia franca che andasse oltre i limiti di una stretta alleanza (per quanto subordinata).

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Riker:

E i Longobardi riusciranno a unificare l'Italia?

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*Bhrg'howidhHô(n-):

Verosimilmente sì, anche se nel giro di qualche secolo e con diverse possibilità di successo a seconda della regione, ossia dei confini che intendiamo porre alla nozione di "Italia". Di fatto, una parte notevole di queste vicende "alternative" coincide con quelle della Storia reale; l'unica differenza - davvero trascurabile dal punto di vista etnico - è che i Re a Pavia sono stati di stirpe carolingia e non bavarese.

Moneta di Liutprando

Moneta di Liutprando

1) L'Esarcato di Ravenna, la Pentapoli, il Ducato di Perugia, la Corsica e (con Desiderio) l'Istria sono stati realmente annessi, sia pure molto tardi o solo temporaneamente, dai Re longobardi dopo Ariberto II (specialmente Liutprando e Astolfo): ciò che è stato possibile a loro lo sarebbe stato anche ad Ariberto II e ai suoi successori Lithingi, nell'ipotesi qui seguìta che mantenessero una politica di alleanza con i Franchi (e i Bavari).

2) Il Ducato di Roma, sempre più svincolato dall'Impero d'Oriente, non è mai stato conquistato dai Longobardi, ma con Carlo Magno si è venuto di fatto a trovare sotto la sovranità del Re franco che era al contempo anche Re d'Italia: ciò è significativamente avvenuto a séguito della massima pressione longobarda su Roma (quindi quando è stato chiaro che la conquista longobarda sarebbe stata imminente, a meno di un mutamento geopolitico più grande, che infatti è stato abilmente provocato) e in ogni caso rappresenta esso stesso la versione 'morbida' di una confluenza del Papato nel sistema del Regno egemone in Italia (quindi possibile anche nell'eventualità, qui discussa, che ciò che è stato il Regno d'Italia da Carlo Magno in poi rimanesse - anche di nome - Regno dei Longobardi).

3) I Ducati di Gaeta, Napoli e Amalfi sono stati lentamente ma progressivamente erosi dal Ducato di Benevento e poi dai suoi successori (Principati di Salerno e di Capua); tuttavia l'unificazione politica si è avuta solo a opera dei Normanni, che territorialmente hanno rappresentato una gemmazione dei Principati Longobardi: nel quadro della proposta qui discussa possiamo ipotizzare, per massimo di economia, che le conquiste normanne avvenissero, nel X. secolo, entro l'àmbito ormai presumibilmente feudale del postulato Regno Longobardo non conquistato dai Franchi.

4) La stessa ipotesi è lecita per i residui Temi di Apulia (Laggobardía) e Calabria di ininterrotta continuità bizantina, con l'ulteriore conforto della politica di Ottone II di Sassonia, da cui risulta che, se l'unificazione politica del Meridione d'Italia è stato un obiettivo primario della più settentrionale delle Dinastie imperiali tedesche (nella prospettiva di una restaurazione dell'Impero Romano, Occidentale in stretto legame con quello Orientale, sulla base delle quattro principali componenti etniche - Romana, Germanica e Slava di fronte naturalmente a quella Greca), almeno altrettanto è ipotizzabile che lo fosse per i virtuali Sovrani Longobardi del X. secolo.

5) La Sicilia non viene mai nominata tra gli obiettivi territoriali, anche se remoti, dei Longobardi, anche per il motivo che non aveva fatto parte dei dominî gotici (in quanto soggetta ai Vandali), aspirazione ultima di Alboino. Naturalmente, il legame della Sicilia col Meridione della Penisola è stato particolarmente forte in tutte le epoche di egemonia greca, fino ai Bizantini inclusi; dopo di allora e in conseguenza della fase araba è stato continuato dai Normanni e da quanti, sul loro esempio, hanno tentato la conquista dell'Impero d'Oriente a partire dall'Occidente (dagli Svevi fino alle progettate 'Riconquiste' di Costantinopoli ottomana). L'ipotesi qui portata avanti suggerisce dunque di considerare la Sicilia come possibile obiettivo remoto di un Regno Longobardo in fase avanzata di espansione in direzione meridionale grazie a una qualche forma di 'controllo' della forza di conquista dei Normanni (cfr. punto 3.).

6) la Sardegna è stata in alcune occasioni oggetto di mire territoriali da parte longobarda. In realtà, una conquista dal Continente ha avuto luogo solo molto più tardi, a opera di Repubbliche Marinare dove la tradizione longobarda è stata relativamente (Genova) o decisamente (Pisa) tarda; l'unico periodo in cui si può parlare di un effettivo, per quanto indiretto, legame con l'Impero (Sacro Romano Germanico) è quello di Re Enzo, dunque irrecuperabilmente lontano da quello longobardo, anche se in continuità logica con le direttrici geopolitiche di espansione a partire dai Principati Longobardi meridionali: Normanni - Sicilia - Svevi - Federico II - Re Enzo (mentre gli effettivi tentativi longobardi storicamente avvenuti erano partiti da più a Nord).

7) Venezia è stata sottomessa ai Franchi nell'805-806(-807) - insieme a Zara e al resto della Dalmazia - e nell'810-812 (in quest'ultima occasione, dal punto di vista veneziano, il Re Pipino era giustamente considerato "longobardo"); in entrambe le occasioni la conquista è stata evitata dall'arrivo della Flotta Bizantina (misura eccezionale e mai più ripetuta in séguito) e non è stata ritentata perché marginale nell'àmbito della politica generale con cui i Carolingi hanno perseguito il disegno di passare da una percezione geopolitica in cui l'unico Impero era quello Romano - d'Oriente - a una nuova in cui il titolo imperiale (sia pure non romano) era riconosciuto anche a loro.

Ciò che avrebbero fatto i Longobardi sarebbe potuto essere in parte diverso: se all'epoca della conquista di Ravenna Astolfo aveva ottenuto la neutralità dei Veneziani (più tardi ricompensandoli territorialmente) , dopo la conquista dell'Istria da parte di Desiderio si è creata una frattura interna al Dogato, poiché, mentre le autorità politiche preferivano la dipendenza (generalmente solo nominale) dalla lontana autorità di Costantinopoli, il Patriarcato a Grado era invece costretto a preferire la sottomissione a chi controllava l'Istria piuttosto che l'esistenza di un confine tra la Sede Patriarcale e i territorî (istriani) dipendenti.

Quanto avvenuto a séguito della campagna di Desiderio in Istria è perfettamente concepibile anche nell'eventualità di una permanenza della dinastia lithingia al potere: conquista dell'Istria, più tardi sottomissione di Venezia, Grado, Zara e resto della Dalmazia. A questo punto si sarebbe creata una situazione fino ad allora inedita: città costiere di tradizione romana sotto dominio longobardo di contro a un vasto Entroterra appartenente ad altra compagine politica (nel caso specifico, i Croati).

8) Il confine alpino, fin dal VI. secolo sotto il controllo dei Franchi (diretto, nelle Alpi Occidentali; attraverso Coira o con la mediazione dei Bavari nelle Alpi Centrali).

Ariberto II aveva particolari legami con gli Alemanni, presso i quali in particolare (all'interno del variegato complesso delle dipendenze dei Franchi) è verosimile che intendesse rifugiarsi. La documentazione archeologica del Sopraceneri (Canton Ticino), in particolare nell'area presso Bellinzona, ha fatto ipotizzare che Longobardi e Alemanni condividessero alcuni presidî militari e, a Nord dello Spartiacque Alpino, sono state riconosciute tracce toponomastiche longobarde in alcune aree vallive laterali (meridionali) della Sopraselva (Canton Grigioni), che apparteneva politicamente ed eccelsiasticamente alla Rezia Curiense (Coira). Ciò non può, naturalmente, significare che la persistenza di un Regno Longobardo avrebbe fatto gravitare su di esso gli Alemanni, ma suggerisce due considerazioni per quanto riguarda i fenomeni di lunga durata che avrebbero potuto interessare l'ipotizzata continuazione della Monarchia lithingia: a) l'appartenenza di tale Regno Longobardo all'àmbito 'imperiale' dei Franchi - da postulare per necessità geopolitica - avrebbe trasformato una politica di alleanze dinastiche intragermaniche (in piena continuità con la situazione politica ricostruibile per la fase preromana, con la differenza - non del tutto tale, a ben vedere, data la costanza della centralità della Gallia - che allora si trattava di una circolazione etnicamente gallo-germanica) in un (ri)modellamento delle identità etniche delle popolazioni 'arimanniche' (di guerrieri germanici non appartenenti alla nobiltà) coinvolte; b) come per gli Alemanni (specialmente a Sud dell'Altipiano Elvetico) e i Bavari (nella regione di Salisburgo) - nonché gli stessi Franchi nella Valle della Mosella - (per i quali tutti il processo di germanizzazione delle regioni un tempo romane - e in quanto dislocate lungo il Limes renano-danubiano linguisticamente romanizzate in misura relativamente intensa - risulta attuarsi in forme definitive solo molto tardi, nei secoli X.-XII.), così anche per i Longobardi sarebbe forse concepibile qualche possibilità di espansione assimilatoria sul piano etnico e linguistico, sia nelle aree di stanziamento più intenso (Neustria e "Austria", quest'ultima nell'accezione longobarda territorialmente coincidente con la Rêgiô X augustea di Venetia et Histria) sia in quelle meridionali peninsulari (Benevento) in cui comunque risultano dalla documentazione un forte impatto socioeconomico e una particolare arcaicità di tipo marginale-'coloniale' dei Longobardi.

Si può obiettare che il momento storico, nel 712, fosse ormai troppo tardo per conseguenze di tal genere, ma va tenuto presente che anche un possibile miglior candidato, il regno di Grimoaldo (di cui quello di Ariberto II. aveva e avrebbe ripreso molti caratteri, se non altro per continuità di parte politica, per reazione 'nazionale' longobarda dopo la fase di romanizzazione e italicizzazione con Bertarido e Cuniberto), si era svolto dopo l'epoca - convenzionalmente fatta terminare nel 643, anno dell'Editto di Rotari - in cui da qualche decennio a questa parte (proprio dal 1984...) la ciclica successione delle polemiche accademiche tende a collocare la fine dell'uso attivo della lingua longobardica.

Senza dubbio, il 'successo' storico dei Longobardi - se non altro, la sopravvivenza della loro etnia anche al di fuori dei lignaggi genealogici delle famiglie ghibelline di nobiltà pre-francone - sarebbe stato facilitato dalla concomitanza dei seguenti fattori: i) persistenza di una divisione religiosa del Regno (Politeisti, Ariani, Ebrei, Cattolici Tricapitolini, Cattolici Ortodossi, eventuali Cattolici Monoteliti), che avrebbe comportato la continuità etnica entro ciascuna Religione / Confessione (come nelle Diocesi Asiatiche dell'Impero) e la sopravvivenza linguistica delle tradizioni a esse associate (incluse, nel caso dei Longobardi Ariani, la Liturgia e la Bibbia Gotiche); ii) prevenzione di accordo diretto in funzione antilongobarda tra il Papato e i Franchi - sarebbe stata possibile se i Franchi da un lato non avessero avuto particolare necessità di appoggio papale nel perseguimento - soprattutto contro Costantinopoli - dell'obiettivo imperiale e dall'altro avessero avuto particolare convenienza ad associarsi il Regno Longobardo secondo modelli e modalità 'bavaresi' (ossia senza unione personale a scapito della dinastia locale) ai fini di ulteriore espansione verso Oriente; iii) maggiore debolezza o addirittura crollo di Bisanzio (di fronte ai Persiani e Avari prima o agli Arabi e Bulgari poi) e conseguente precoce eliminazione di uno dei principali centri di irriducibile ostilità, Ravenna; iv) precoce pressione arabo-'islâmica nel Tirreno, in modo tale da indebolire o neutralizzare, da un lato, la superiore potenza bizantina nelle Isole, nel Meridione e lungo le coste della Penisola e da coagulare, dall'altro, intorno a Pavia e ai Ducati (in particolare Benevento) le forze prevedibilmente anti-'islâmiche (anzitutto il Pontefice) come avvenuto più tardi con conseguente rafforzamento delle Marche Carolinge e dei Normanni.

Come si vede, alcuni dei fattori citati (soprattutto il primo) avrebbero avuto massima efficacia nei primi tempi del Regno Longobardo, ma altri (in particolare l'ultimo) sarebbero stati decisivi solo in fase tarda, quindi la consueta tesi dell'intrinseca 'condanna al fallimento' dell'esperienza storica longobarda deve essere riveduta alla luce dell'analisi di tutte le dinamiche geopolitiche ed etniche allora in atto e che più spesso del solito sono state in bilico tra esiti macroscopicamente diversi.

Lo scenario più lontano dalla Storia reale, ma pur sempre nei limiti della verosimiglianza storica, tra quelli ricavabili dal quadro esposto dovrebbe essere: i) cristallizzazione delle appartenenze religiose anche nell'(ex-)Impero d'Occidente senza politiche assimilatorie o persecutorie; in Longobardia, sarebbe la Confessione Ariana a rappresentare l'affiliazione non marcata dell'etnia longobarda, caratterizzata dal mantenimento delle lingue germaniche a tutti i registri (dalla lingua informale, praticamente altotedesca, fino alla Liturgia e alla Sacra Scrittura, in gotico) e distribuita soprattutto nelle aree di colonizzazione recente (disboscamenti in area padana, alpina e appenninica) nonché, in forme di coabitazione di tipo 'centroasiatico' (città multietniche con diversità linguistica quartiere per quartiere o addirittura casa per casa), intorno alle Sedi dei Ducati e delle Gastaldie; ii) neutralizzazione del controllo territoriale sulle città romano-italiche e in particolare sul Ducato Romano da parte del Pontefice; politica di conquiste franco-longobarde in area adriatica orientale, mediodanubiana e balcanica fino alla Grecia (espansione in territorio slavo fino al punto di rendere superflua l'operazione di 'provocazione' dei Magiari in funzione antimoravo-bizantin a); iii) Costantinopoli musulmana con sette secoli di anticipo; verosimile arabizzazione delle coste egeo-anatoliche ellenofone; successive espansioni califfali in luogo delle Rinascite bizantine; temporaneo vuoto di potere nell'Italia ex-bizantina e conseguenti conquiste longobarde; iv) spartizione arabo-longobarda dell'eredità bizantina nel Tirreno meridionale e successivo tentativo di conversione dei Longobardi all'Islâm (realmente preso in considerazione nel VII. secolo in Italia); presumibile insuccesso e conseguente scontro, con prevedibile superiorità araba e corrispondente rafforzamento presso la Chiesa Romana della percezione di assedio, quindi politica di massima distensione nei confronti della Monarchia longobarda.

Resta al di fuori della presente ipotesi l'eventualità che lo sbarco 'saraceno' a Roma dell'846 porti alla conquista definitiva dell'Urbe o meno. E' ovvio che un parallelismo spinto con la storia iberica comporterebbe, con l'omologo appenninico della Reconquista, una più radicabile settentrionalizzazione (e, in quest'ipotesi, almeno parziale germanizzazione) della Penisola, ma d'altro lato è anche ragionevole pensare che la conquista arabo-'islâmica di entrambe le Capitali imperiali cristiane (Costantinopoli nel 673-677 o nel 712-718, Roma nell'846), soprattutto se affiancata dall'espansione nella Penisola Iberica e, se possibile, in almeno parte della Gallia, avrebbe potuto rendere definitiva l'islamizzazione e in notevole misura più estesa l'arabizzazione delle coste mediterranee settentrionali. Tutto ciò, comunque, è già stato ampiamente discusso in altre occasioni e, se influenza questa ucronia, non ne viene in pari misura influenzato.

*Bhrg'hówidhHô(n-)

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Anche Renato Balduzzi ha voluto dire la sua:

Nella nostra timeline sembra che la lingua longobarda sia completamente scomparsa solo nell'anno 1000. Supponiamo invece che in certe aree dell'Appennino tosco-emiliano sopravvivano comunità longobardofone per tutto il Secondo Millennio. Nel corso dei secoli le comunità appenniniche potrebbero sentire il forte influsso culturale della vicina Toscana e adottare, per i documenti ufficiali, il toscano, ma parlando comunque il longobardo nella vita di tutti i giorni. La lingua si arricchirà notevolmente di prestiti lessicali e grammaticali dell'italiano ma rimarrà una certa specificità etnica, analogamente a quella dei Cimbri del Veneto. Qualche comunità potrebbe trasferirsi nel contado delle città prossime all'Appennino, come Firenze o Arezzo, e influenzare le parlate locali che poi, dopo il grande fenomeno dell'inurbamento del 1200, influenzeranno a loro volta anche le parlate cittadine. Forse la lingua germanica porterà i longobardi dell'Appennino ad essere più portati alla fedeltà imperiale, e quindi ad essere disposti ad ospitare l'esule Dante Alighieri, di simpatie politiche ghibelline. La Divina Commedia quindi potrebbe essere intrisa di costrutti di origine germanica che per forza di cose entrerebbero nella futura lingua italiana. Quali? Solo un bravo germanista potrebbe rispondere...

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Cui risponde il solito *Bhrg'hówidhHô(n-):

Una delle tesi che sostengo da un quarto di secolo (heheh...) è che la nobiltà ghibellina abbia compreso al proprio interno una parte significativa di persistenza della nazione longobarda. Le aree maggiormente indiziabili dovrebbero quindi trovarsi all'interno delle varie anfizone geopoliticamente caratterizzate dalla frantumazione in Feudi Imperiali (non solo l'Appennino, a fortiori non solo quello Tosco-Emiliano).

Un indizio positivo in tal senso è l'attestazione, in epoca sveva, del toponimo Haenohim a Morbegno (Sondrio; allora Contado e Diocesi di Como), una formazione non solo integralmente germanica (*hagena-awa-haimi-z "casa avìta nel boschetto") come gran parte dei nomi di luogo longobardi, ma addirittura partecipe delle trasformazioni fonetiche medio-altotedesche, quindi rimasto tedesco (e perciò verosimilmente longobardo) dopo il 1000 (del resto, il gallico è rimasto parlato in Val d'Ossola fino al XIII. sec.).

Più che a Dante, tuttavia, penserei prima a Fazio degli Uberti. Il resto però è tutto da 'conquistare': quanto più avesse resistito la nazione longobarda (cioè tedesca), tanto maggiore sarebbe stato il contrasto con quelle romanze. L'esito sarebbe stato simile - benché per cause in parte opposte - alla polverizzazione degli insediamenti tedeschi in Europa centro-orientale; anzi, un'eventuale continuazione della Confessione ariana (assai indicata come fattore di identità nazionale) avrebbe creato una situazione paragonabile all'Ebraismo ashkenazitico di lingua yiddish / jiddisch (un altro parallelo è dato dalla nobiltà hussitica boema, stavolta in funzione di resistenza nazionale slava antitedesca). Ancora, Movimenti simili ai Valdesi avrebbero trovato probabilmente un'accoglienza favorevole nelle Valli Ghibelline.

Col tempo, la situazione sarebbe diventata insostenibile; tra lo Scisma d'Occidente e la Guerra dei Trent'Anni il rischio di una persecuzione come quella contro gli Ugonotti sarebbe stato altissimo (cfr., nello stesso periodo, la Caccia alle Streghe contro le sacche di Paganesimo in ultima analisi preromano). Come per i Maestri carpentieri gallici, comunque, è prevedibile una confluenza nella Massoneria; paradossalmente, però, questa è stata contro la Nobiltà francone e in generale germanica transalpina, mentre a Sud delle Alpi ci si attenderebbe un'alleanza con la Nobiltà germanica (in effetti più longobarda che francone, anche se quest'ultima era ugualmente una componente fondamentale del Ghibellinismo cisalpino).

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