Il popolo del freddo


223 a.C., Gallia Transalpina

La terra tremava sotto i passi pesanti di decine di soldati, sconvolgendo la quiete del piccolo villaggio gallico. Cani e polli impauriti scorrazzavano da tutte le parti, e dalle abitazioni facevano capolino donne e bambini, un misto di curiosità e paura negli occhi; la schiera romana avanzò fino a quello che sembrava essere il centro del villaggio, poi si fermò bruscamente su ordine del comandante, Caio Petronio. Quest'ultimo smontò da cavallo e andò incontro al capo del villaggio (che era uscito frettolosamente dalla sua casa per accogliere i nuovi arrivati) fissandolo con durezza; il capo, un vecchio dall'aria fragile ma dallo sguardo deciso, gli parlò in gallico con voce rispettosa ma non umile; era chiaro che non intendeva lasciarsi intimidire. Petronio allora si rivolse al suo aiutante di campo, Lucio Stilio, che era originario della Gallia Cisalpina e comprendeva la lingua di quella gente: "che cos'ha detto?"

"Vi ha porto il suo saluto e vi ha chiesto che cosa vi porta in questo luogo, signore - rispose Stilio - che cosa volete che gli dica?" Il comandante squadrò il vecchio, poi parlò con voce dura: "digli che sono qui in cerca di informazioni sui popoli che abitano questa zona, specialmente quelli che dimorano al di là di queste montagne di fronte a noi; in particolare voglio sapere quali di questi popoli nutrono sentimenti ostili nei confronti dei romani. digli anche che non ho tempo da perdere!" Stilio tradusse, e il gallo rispose con lo stesso tono gentile, accompagnato però da una nota di ammonimento; "dice di non poterci aiutare, poiché il suo è un villaggio piccolo e poco importante che raramente intrattiene rapporti con le comunità vicine. Però ci ha dato un avvertimento: se teniamo alle nostre vite non dobbiamo oltrepassare quei monti, poiché nel farlo scateneremmo la collera degli dei ostili che vi dimorano; a suo dire nessuno che abbia osato avventurarvisi è mai tornato indietro." Un mormorio timoroso si diffuse nella truppa romana: molti di quei soldati erano infatti estremamente superstiziosi. Petronio, accortosene, contrasse il volto in una smorfia di pura rabbia: "vecchio pazzo! Pensi dunque di prendermi in giro con queste fantasie? Ti sembro forse un imbecille?? Dimmi subito ciò che sai se tieni alla tua lurida pelle!!!" sguainò il gladio e lo puntò alla gola dell'uomo, che sussultò ma rimase in silenzio. Il comandante romano stava già per decapitarlo, ma una voce lo fermò." Aspettate un momento signore! Non credo sia necessario ucciderlo!" Petronio si voltò. A parlare era stato il capomanipolo Marco Vero, un uomo di grande valore, veterano di molte battaglie, che godeva di grande rispetto tra gli uomini ed era noto per la sua misericordia. Petronio lo guardò freddamente:" resta al tuo posto , Vero. Non possiamo permetterci di essere teneri con questa gente; tutte le spedizioni inviate da Roma oltre quelle montagne sono scomparse nel nulla. Siamo stati mandati qui proprio per scoprire cosa ne è stato, e per farlo abbiamo bisogno di tutte le informazioni possibili; dunque non contraddirmi più e pensa solo al tuo dovere, che è quello di servire la res publica!" Detto ciò si rivolse nuovamente al vecchio: "ascoltami bene gallo, perchè te lo ripeterò una volta sola; se non mi dirai la verità ucciderò tutta la tua gente e raderò al suolo quest'ammasso di capanne!!" Stilio tradusse e il gallo impallidì.

Ogni traccia di determinazione svanì dai suoi occhi. Cadde in ginocchio ai piedi di Petronio e iniziò a proferire suppliche con voce tremante. "Come avrete già intuito mio signore, vi scongiura di non attuare la vostra minaccia - disse Stilio con un mezzo sorriso - e vi assicura che non sa chi o che cosa si nasconda dietro quelle montagne; sa solo che , qualunque cosa sia, è estremamente pericoloso." Il comandante romano fissò il vecchio per un lungo istante. Sembrava indeciso sul da farsi. Alla fine disse: "sei un tipo fortunato gallo... il mio istinto mi dice che non stai mentendo... lo leggo nei tuoi occhi terrorizzati. Puoi smettere di tremare come un coniglio. Non ti ucciderò". Poi rimontò a cavallo e si rivolse alla truppa: "andiamo, uomini!" Scopriremo cosa si nasconde dietro quelle montagne, e se rappresenta una minaccia per Roma la distruggeremo!" Un grido d'assenso più o meno convinto si levò dalla truppa che si mise in marcia, lasciando il villaggio e dirigendosi verso le oscure e nebbiose montagne che gli si paravano davanti.

Il giorno dopo stavano già salendo lungo le ripide pendici montuose, dopo essersi lasciati alle spalle la vasta pianura dove sorgeva il villaggio gallico; i soldati marciavano in fila per due, armati fino ai denti e pronti a tutto, con i cavalieri che li proteggevano sui fianchi. Ma per il momento non v'era alcun segno di pericolo. Tutto sembrava tranquillo. Nonostante ciò Vero, che camminava tra le prime file, era inquieto. Da tutto il giorno era perseguitato da una strana sensazione... come se qualcuno li osservasse. Ma ogni volta che si guardava intorno non vedeva nulla di strano... era tutto tranquillo... troppo tranquillo; i boschi che li attorniavano erano pervasi da una calma quasi innaturale, resa ancor più inquietante dalla nebbia.

"forse mi sto solo facendo suggestionare" pensò, e volse lo sguardo al resto della truppa; in tutto erano 360 uomini: 260 soldati armati di pilum e gladio, 60 arcieri e 40 cavalieri. Una cosa era certa: chiunque avesse intenzione di attaccarli non avrebbe avuto vita facile. Poi guardò davanti a sè e vide Petronio; il comandante romano cavalcava leggermente distanziato dal resto della truppa, guardandosi intorno con aria cupa e sospettosa; Vero sorrise tra sè e è. Per il suo atteggiamento scontroso e solitario Petronio era stato soprannominato dagli uomini "l'Orso", anche a causa del suo fisico corpulento e della sua folta barba scura. Ma Vero sapeva che dietro a quel caratteraccio si celava un animo nobile e coraggioso, profondamente dedito alla causa di Roma. Inoltre, anche se non dimostrava loro la minima gentilezza, il comandante amava profondamente i suoi uomini, e mai li avrebbe abbandonati. Al fianco di Vero marciavano i suoi compagni di manipolo, uomini fidati e onesti, che lui considerava come fratelli. Uno di loro, Druso, ruppe il silenzio:" sapete una cosa ragazzi? io non mi sento affatto tranquillo... siamo in una zona completamente inesplorata e stiamo andando incontro a chissà quale potente nemico... secondo me era meglio chiedere rinforzi a Roma."

"Cos'è, hai paura per caso? - chiese sarcastico Cornelio, un omaccione dal fisico imponente e dal cranio rasato - Se è così non temere... ci penserò io a proteggerti quando inizierà la battaglia... anche perchè a differenza di te non vedo l'ora di menare le mani!" Druso avvampò di rabbia a quelle parole, e rispose:"bada a come parli, spaccone, o ti dimostrerò che non sei così tosto come pensi!"

" Piantatela - disse Vero con voce severa - e conservate la vostra rabbia per quando e se dovremo combattere."

"Comunque sarebbe stato molto meglio se avessimo torturato quel vecchio - intervenne un altro soldato, Orosio - così almeno ci avrebbe detto qualcosa di utile su questo fantomatico pericolo che ci attende... sono convinto che quel bastardo sapesse molto più di quanto volesse far credere."

"Come tuo solito credi di poter risolvere qualunque problema con la violenza - gli replicò Vero - ma se usassimo sempre questi metodi non saremmo mai amati dai popoli che sottomettiamo... e appariremmo come dei volgari tiranni."

"Risparmiami la predica! - sbuffò Orosio - Io so solo che in questo momento stiamo rischiando la pelle, e che, come ha detto il comandante, non possiamo permetterci di essere troppo gentili con questi pezzenti." Vero non rispose, preferendo chiudere lì la conversazione. Tanto sapeva che lui e Orosio non sarebbero mai stati d'accordo su quell'argomento. Le loro idee e la loro indole erano troppo diverse.

Continuarono a marciare, avvolti nella nebbia e nel silenzio. Infine il sole svanì dietro la linea dell'orizzonte, e Petronio diede ordine di fermarsi e di predisporsi per la notte; gli esploratori localizzarono un posto adatto presso un fiumiciattolo, e tutti si misero al lavoro per montare l'accampamento e preparare il pasto serale.

In meno di un'ora l'oscurità avvolse ogni cosa come un manto nero; l'unica luce proveniva dall'accampamento romano, dove i soldati si erano riuniti in piccoli gruppi intorno ai fuochi di bivacco per riscaldarsi e mangiare.

Ai limiti del campo numerose sentinelle montavano la guardia, pronte a dare l'allarme in caso di attacco improvviso. Ma era ancora tutto tranquillo.

Vero era seduto presso uno dei fuochi insieme ai membri del suo manipolo, 14 uomini in tutto, e in quel momento stava ascoltando Cornelio che si vantava delle proprie prodezze sessuali in un bordello di Clusium, tra le sonore risate dei commilitoni; sebbene fosse anche lui divertito dal racconto, dentro di sé sentiva ancora l'inquietudine che lo aveva perseguitato per tutto il giorno; aveva come la sensazione che quella quiete innaturale fosse solo la calma prima della tempesta... ma non osava dire nulla per paura di influenzare negativamente i suoi uomini. Non voleva mostrarsi debole davanti a loro e dare così un pessimo esempio. Inoltre i compagni sembravano tutti allegri e scherzosi. Perchè rovinare quell'atmosfera? La conversazione intanto si era spostata nuovamente sulla loro attuale situazione; "questa missione è persino troppo facile - stava dicendo Fabio, uno dei soldati - non c'è neanche l'ombra di un nemico e la zona che stiamo attraversando non è neanche tanto impervia...è quasi una scampagnata!”

“Hai ragione - disse un altro soldato, Sempronio - magari questo fantomatico pericolo non esiste nemmeno, e il massimo che troveremo sarà qualche barbaro spaventato!”

“ E' la stessa cosa che devono aver pensato i componenti delle precedenti spedizioni... prima di sparire nel nulla!" disse una voce dura; a parlare era stato Orazio, il più anziano del gruppo: aveva i capelli precocemente bianchi, e occhi azzurri e glaciali; il suo volto, sfregiato da una lunga cicatrice, aveva un'espressione perennemente corrucciata. Non parlava molto e non era per nulla socievole, ma i suoi compagni d'armi nutrivano un grande rispetto nei suoi confronti, ben conoscendo il suo valore e la sua esperienza, tanto preziosi in battaglia.

"Dì un po’ - chiese Sempronio con aria seccata - vuoi forse portare sfortuna?”

“Sto solo dicendo che voi ragazzi siete troppo sicuri di voi stessi - rispose Orazio - e questo vi porta a sottovalutare le eventuali minacce; se coloro che ci hanno preceduti in questi luoghi sono spariti senza lasciare traccia ci sarà un motivo, quindi vi consiglio di non abbassare troppo la guardia.”

“Sono d'accordo con te - disse Druso -  e rimango della mia idea: era meglio chiedere rinforzi a Roma, piuttosto che andare allo sbaraglio incontro a chissà quale pericolo.”

“Dunque secondo te ho agito avventatamente ordinando di proseguire invece di restare in quel villaggio gallico?" tuonò una voce profonda alle sue spalle; tutti si voltarono. Caio Petronio emerse dall'ombra guardandoli severamente. Il suo ampio mantello rosso ondeggiava intorno alla sua corazza, scintillante per la luce del fuoco. La faccia di Druso perse istantaneamente ogni traccia di colore:

"N-no signore... - balbettò - io...io volevo solo dire che f-forse sarebbe stata consigliabile maggiore... prudenza, ecco!"

Lo sguardo di Petronio si fece ancora più severo: "molti usano la scusa della prudenza per celare la loro codardia! - disse - se noi romani avessimo sempre agito con eccessiva cautela, evitando ogni rischio, non avremmo raggiunto la nostra attuale grandezza; la gloria richiede sempre dei sacrifici, ricordatevelo bene. Ora, per stavolta passi, ma la prossima volta che sento un discorso di questo tipo non ve la farò passare liscia!" Con queste parole si voltò e uscì dalla luce del falò, sparendo nelle tenebre.

Druso tirò un sospiro di sollievo, mentre la sua faccia riprendeva lentamente colore."Ti è andata bene -  gli disse Vero con un sorriso -: avresti potuto fare una brutta fine.”

“ Sicuramente hai fatto una figura di merda" fece Cornelio, e tutti scoppiarono a ridere. Nel frattempo, ai limiti dell'accampamento, il soldato semplice Gaio Demetrio faceva la guardia in silenzio, tentando di ignorare il freddo e la fame. Ma non era solo quello a disturbarlo. Quel posto non gli piaceva...non gli piaceva affatto. Da tutto il giorno aveva la sensazione che un nemico invisibile fosse in agguato tra quei boschi, pronto a colpirli, e l'oscurità rendeva quel timore ancora più reale.

Aveva le orecchie tese, pronte a cogliere il minimo rumore sospetto. Ma in quel momento si udiva solo il lento scorrere del vicino ruscello e il verso di qualche uccello notturno nascosto tra gli alberi. A qualche centinaio di metri di distanza riusciva a scorgere le sagome scure delle altre sentinelle, appostate nei punti strategici intorno al campo. Sembrava che nemmeno loro vedessero qualcosa di strano. Un scoppio di risa gli giunse alle orecchie; a quanto pareva all'accampamento se la stavano spassando.

Demetrio desiderò ardentemente essere lì con gli altri al calore del fuoco,e si rallegrò ricordandosi che mancava poco alla fine del suo turno di guardia. Improvvisamente sentì un fruscio provenire da un gruppo di cespugli di fronte a lui; che diavolo era stato? Si avvicinò lentamente, con tutti i sensi all'erta e la lancia stretta in pugno. Scrutò tra le foglie illuminandole con la torcia, ma non vide nulla. Ad un certo punto udì nuovamente il fruscio e scorse un fugace movimento tra due cespugli a pochi passi da lui. Alzò la lancia per colpire e si preparò a gridare aiuto, ma in quel momento le foglie si aprirono e ne uscì una faina, che passò di corsa davanti a Demetrio e si dileguò nel sottobosco. Il soldato romano abbassò l'arma e si rilassò:

"Meno male", pensò: "era solo una schifosa bestiaccia. Falso allarme."

Aveva appena formulato quel pensiero quando sentì uno strano rumore proprio dietro di sé; fece per voltarsi, ma non ne ebbe il tempo: sentì un dolore lancinante alla schiena, che lo paralizzò, impedendogli perfino di gridare. Abbassò gli occhi e con orrore vide la sua corazza spaccarsi in due come il guscio di una conchiglia, e una lama ricurva e affilata fuoriuscire dal suo petto grondando sangue: L'uomo fu pervaso da una sensazione di terrore e di incredulità. La lama si ritirò, e la fitta di dolore fece quasi perdere i sensi a Demetrio, che non sentì più le gambe e cadde riverso sulla schiena, perdendo sangue come una fontana. Tentò di urlare, ma dalla sua bocca non uscì alcun suono. Si sentì soffocare, e fu scosso da violenti tremiti; allora capì: stava morendo... ormai era spacciato. alzò lo sguardo e rimase pietrificato dall'orrore; alla debole luce lunare vide il suo assassino che lo sovrastava: sembrava un uomo, ma era mostruoso. Aveva un fisico incredibilmente robusto e muscoloso, e una testa deforme: la fronte era bassa e sporgente, il volto era largo e piatto e il mento era quasi inesistente. Aveva lunghi capelli neri e indossava una strana armatura, con inciso sopra un simbolo simile ad una sorta di stella a sei punte. Tra le mani stringeva un'arma che era una specie di incrocio tra un'ascia e una lancia, con in cima una lama ricurva sporca di sangue. Era con quella che lo aveva trafitto. Demetrio non poteva credere a ciò che vedeva; gli pareva di essere in un incubo. Il mostro lo guardò per alcuni istanti con aria impassibile, poi alzò la strana scure e la calò sulla testa dell'uomo; l'ultima cosa che Demetrio vide fu l'arco scintillante dell'arma che scendeva verso di lui. Poi, più nulla.

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Intanto all'accampamento i soldati stavano consumando avidamente la loro cena, composta da legumi e carne salata; "Accidenti - esclamò Cornelio con la bocca piena - se solo potessi avere un po' del vino che ci siamo portati dietro, questo sarebbe un pasto perfetto!”

“Non pensarci nemmeno!  - disse Vero - quel vino è per le occasioni speciali...l o berremo solo dopo la vittoria...e poi io a te ti conosco: se ti lasciassimo anche solo avvicinare al vino te lo scoleresti tutto in dieci secondi, e crolleresti a terra ubriaco marcio!”

“Non è vero!!! - rispose Cornelio - io il vino lo reggo benissimo! potrei bere per un'intera notte e restare perfettamente lucido!”

“Si, certo, come no!!!"risposero in coro Vero e gli altri soldati, ridendo.

All'improvviso si udirono delle grida provenire dalla parte opposta del campo, e numerosi uomini corsero in quella direzione; "ma che diamine succede?" disse Vero alzandosi. poi udì qualcuno gridare: "al fuoco, al fuoco!!! presto, accorrete tutti!!”

“Forza ragazzi, venite con me. Dobbiamo aiutarli!" esclamò Vero, e si precipitò verso la zona dello scompiglio, seguito dai suoi uomini. Appena giunsero sul posto videro uno spettacolo impressionante: uno dei carri delle provviste era interamente avvolto dalle fiamme, che si stavano propagando anche al terreno circostante; numerosi uomini, con secchi d'acqua e bastoni, lottavano già per domare l'incendio.

"Per Giove! Il vino sta bruciando!!" urlò Cornelio con un'espressione di puro orrore.

"Non pensare al vino, idiota, e vieni a darci una mano!!!" gli gridò Vero, afferrando un secchio e unendosi agli altri. Ben presto le fiamme furono spente, ma ormai del carro e del suo contenuto non rimaneva che un ammasso di cenere fumante.

"Come è potuto accadere? Chi è stato??" gridò il comandante Petronio furibondo.

"Non lo sappiamo signore - disse una delle sentinelle - nessuno l'ha visto."

All'improvviso qualcuno gridò: "Hanno ammazzato Demetrio!!!"

Grida di rabbia e di sorpresa si levarono immediatamente dagli uomini. Petronio accorse, scortato da una dozzina di soldati, e vide una scena raccapricciante: il corpo di una delle sentinelle giaceva tra i cespugli con il cranio spappolato e il petto perforato. Era circondato da un lago di sangue. Il comandante distolse lo sguardo e ordinò: "L'aggressore non può essere andato lontano. Trovatelo!”

“Sissignore!" rispose un capomanipolo, che subitò partì con una quindicina di uomini armati fino ai denti.

Petronio rivolse un ultimo, fuggevole sguardo al cadavere martoriato, quindi ritornò verso il centro dell'accampamento. Lucio Stilio gli si avvicinò.

"Dunque, cosa mi dici?" chiese il comandante.

"A quanto pare il bastardo che ha ucciso la sentinella ha usato la torcia di quest'ultima per dare fuoco al carro e poi si è dileguato, - rispose Stilio -  ma, come avete detto voi, non può essere lontano. Non ci sfuggirà."

Petronio pregò che il suo aiutante avesse ragione. Tuttavia le sue speranze andarono in fumo quando, alcune ore dopo, la squadra di ricerca ritornò a mani vuote:

"Mi dispiace signore - disse trafelato il capomanipolo - abbiamo seguito le tracce, ma esse scompaiono nel nulla presso il ruscello a meno di un chilometro da qui. L'assalitore sembra essersi volatilizzato.”

“Quali sono i vostri ordini signore?" chiese Stilio con aria preoccupata.

Petronio rimase silenzioso per diversi secondi, quindi rispose: "A quanto pare il nostro misterioso nemico è uscito allo scoperto... e si è dimostrato maledettamente abile! Da adesso in poi non possiamo permetterci alcun errore. Dite agli uomini di prepararsi: partiremo alle prime luci dell'alba."

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Il mattino seguente la colonna romana era di nuovo in marcia; tuttavia il nervosismo serpeggiava tra gli uomini per via dell'attacco notturno, e tutti erano sul chi vive, come molle pronte a scattare. Petronio sembrava il più inquieto di tutti, e lo si capiva dal fatto che era molto più scontroso del solito. Cavalcava in silenzio e con l'aria più cupa che un'uomo potesse assumere, senza rivolgere la parola a nessuno; Vero e Orazio marciavano fianco a fianco, le mani perennemente poggiate sull'elsa dei gladii. Nemmeno loro avevano voglia di parlare.Avevano subito un attacco e uno di loro era stato barbaramente ucciso... ormai erano in guerra... non c'era più tempo per gli scherzi e le risate. Dopo alcune ore di cammino il piccolo esercito si trovò a passare per una stretta gola, ai cui lati si ergevano aspre sporgenze rocciose e si aprivano ampi crepacci: quello era il punto più alto della montagna che stavano risalendo... una volta oltrepassato quello avrebbero avuto via libera per la vallata sottostante; "secondo te perchè ci hanno attaccati in quel modo? - chiese Vero a Orazio - voglio dire..si sono limitati ad uccidere uno dei nostri e a bruciare un carro di provviste invece di attacarci in massa... che senso ha?"

"Ha senso eccome - rispose l'anziano soldato - con quell'attacco hanno voluto darci un avvertimento: è come se ci avessero detto "andatevene o farete tutti una fine orribile". " E come si comporteranno ora che stiamo continuando ad avanzare?" chiese ancora l'altro."

"Cosa vuoi che ne sappia? -  replicò Orazio - sarò anche un veterano saggio ed esperto come dicono, ma non ho tutte le risposte! Per ora so solo che dobbiamo uscire al più presto da questa fottuta gola... è il posto perfetto per un'imboscata."

"Coraggio - disse Vero - una volta che lo avremo oltrepassato sarà tutta discesa... e inoltre avremo una visuale molto migliore." Aveva appena finito di parlare quando improvvisamente si sentì un potente scoppio proveniente dalle rocce sopra di loro, come se qualcuno avesse gettato una manciata di castagne su un braciere acceso; in quello stesso istante uno dei soldati a cavallo lanciò un grido e cadde a terra stecchito, con un buco fumante nel petto. Gli altri uomini non si erano ancora ripresi dalla sorpresa quando in un attimo entrambe le pareti rocciose sopra di loro risuonarono di innumerevoli esplosioni identiche alla prima: decine di soldati romani caddero a terra morti, sebbene apparentemente nulla li avesse colpiti, e tra gli altri si scatenò il panico; tutti cercarono di mettersi al riparo tra le rocce, mentre Petronio urlava ordini a destra e a manca, tentando di mantenere la calma: "non disperdetevi! Restate compatti e proteggetevi con gli scudi! gli arcieri si dispongano e rispondano al tiro nemico!!!" Gli arcieri obbedirono e scagliarono una miriade di dardi contro le rocce sovrastanti, ma nessuno sembrò andare a segno; un istante dopo ci fu una nuova serie di esplosioni, e la maggior parte degli arcieri crollarono a terra morti, grondando sangue.

Vero, che nel frattempo si era riparato con i suoi uomini sotto una roccia larga e sporgente, non aveva mai visto niente di simile: era come se li stessero attaccando con dei dardi invisibili."E' pazzesco! - disse Cornelio con rabbia - quelli ci stanno decimando e noi non riusciamo nemmeno a vederli!"

"Forse... forse quel vecchio gallo aveva ragione... abbiamo attirato contro di noi la collera degli dei!" disse Druso con voce spaventata. Vero intanto osservava la situazione... che in quel momento era disastrosa.

Innumerevoli dei loro soldati giacevano morti sul sentiero, e i superstiti erano inchiodati tra le rocce sotto il tiro incessante di quei micidiali dardi invisibili; dovevano reagire o per loro sarebbero stati guai seri.

Proprio in quel momento Vero vide un gruppo di una ventina di cavalieri sfidare coraggiosamente il tiro nemico e imboccare uno stretto sentiero che sembrava portare fino alla cima della parete rocciosa dove si trovava il nemico; alla loro testa c'era il comandante di cavalleria Giulio Terenzio, un uomo giovane ma dall'enorme coraggio. Il suo intento era chiaramente quello di prendere i nemici alle spalle; Vero pregò che ci riuscisse. In quel momento però le esplosioni cessarono e un forte clamore risuonò nella gola, inducendolo a voltarsi: i nemici erano finalmente usciti allo scoperto per il combattimento corpo a corpo, e ora sbucavano a centinaia dai crepacci che si aprivano ai lati della gola, fiondandosi sui romani; avevano strane armi e armature e gridavano selvaggiamente... ma ciò che impressionò maggiormente Vero fu il loro aspetto: quelli non erano esseri umani... erano mostri! avevano una testa massiccia e squadrata, con la fronte  sporgente, un naso incredibilmente pronunciato e un volto piatto, quasi privo di mento.

Impugnavano delle armi simili a delle doppie falci, che roteavano con mortale abilità, sventrando e decapitando tutti i soldati romani che si paravano loro davanti. Erano dotati di una  forza spaventosa! Ma Vero non si lasciò prendere dal panico: finalmente aveva un nemico da affrontare, per quanto mostruoso potesse essere; con un urlo di sfida uscì allo scoperto e si gettò nella mischia, seguito a ruota da Cornelio e dagli altri compagni; uno di quei mostri vibrò un tremendo colpo di falce verso di lui, ma Vero si abbassò schivandolo e con un affondo del gladio trapassò l'armatura del nemico sventrandolo. Un altro mostro si avventò su di lui, ma fu subito trafitto alla gola dalla lancia di Cornelio. "Un'altro di meno! - esclamò quest'ultimo ponendosi al fianco di Vero - allora questi bastardi non sono invincibili come sembrano!"

"A quanto pare sono forti ma non molto veloci - rispose Vero - dobbiamo puntare su questo!"

"Ricevuto" disse l'altro, e scagliò nuovamente la lancia trafiggendo al petto un altro nemico; Vero a sua volta ne decapitò un altro con un micidiale fendente. Intorno a loro anche Orazio e gli altri soldati combattevano animosamente. In lontananza Vero vide il comandante Petronio: aveva raccolto a sè un gruppetto di ardimentosi, e con il loro aiuto stava tentando di resistere alla schiacciante superiorità numerica dei mostri. la battaglia infuriava per tutto il passo, e le urla dei moribondi si mescolavano al clamore delle armi che si incrociavano; ben presto però apparve chiaro che i romani stavano per essere sopraffatti. Quei mostri erano troppi, e troppo forti. Ad un certo punto Vero e i suoi si ritrovarono quasi circondati e dovettero ritirarsi verso la parete rocciosa;  Sempronio fu decapitato da un colpo di falce, e la sua testa volò a terra descrivendo un arco di sangue; Fabio fu quasi tagliato in due da un altro colpo, e crollò tenendosi le budella tra le mani. Cornelio allora si gettò sui nemici con un grido di rabbia, mulinando selvaggiamente il gladio e amputando così numerosi arti. Ma gli altri nemici si chiusero intorno a lui, separandolo dai suoi compagni; Vero e Orosio tentarono di raggiungere l'amico, ma una mezza dozzina di mostri si pararono loro davanti bloccandoli. Quei maledetti erano davvero troppi! Sebbene fosse accerchiato Cornelio resistette strenuamente ma alla fine uno dei nemici riuscì a colpirlo alle spalle facendolo cadere. Prima che potesse rialzarsi un altro mostro gli tagliò di netto il braccio con un colpo di falce; il soldato romano ululò di dolore. Infine un altro mostro ancora gli sferrò un colpo alla testa, finendolo. "Nooooooooo!!!!!!!!!" Urlò Vero inorridito.

Stava per gettarsi di nuovo nella lotta, ma Orosio lo trattenne per un braccio, indicandogli uno stretto passaggio tra le rocce: "è inutile Vero, sono troppi! Dobbiamo infilarci lì dentro, è l'unica via di salvezza!"Vero esitò un attimo, poi lo seguì. Anche se il suo cuore gridava vendetta, la ragione gli diceva che l'unica cosa da fare era fuggire. La battaglia era persa. Nel frattempo Giulio Terenzio guidava i suoi cavalieri lungo il ripido sentiero sassoso che avevano imboccato prima, galoppando a tutta velocità; doveva assolutamente riuscire ad arrivare alle spalle dei tiratori nemici senza farsi scoprire... se ce l'avesse fatta avrebbe dato a quei figli di cagna una bella lezione... e forse sarebbe riuscito a salvare i suoi compagni. Guardò di fronte a sè. Ormai erano quasi arrivati in cima alla cresta rocciosa. Improvvisamente da una macchia di cespugli davanti a loro si levò una schiera di soldati nemici:avevano volti orribili e deformi, erano avvolti in mantelli bianchi e azzurri e imbracciavano delle armi stranissime, simili a  lunghi bastoni metallici, che stavano puntando verso i cavalieri romani; "E' una trappola! - gridò Terenzio ai suoi - state atten... " Non ebbe il tempo di finire la frase. dalla punta delle armi nemiche esplosero lampi di fuoco, e i cavalieri stramazzarono al suolo uno dopo l'altro, fulminati da quei misteriosi dardi invisibili. Mentre rotolava agonizzante nella polvere Terenzio formulò un ultimo pensiero: "ma per quale cazzo di motivo non abbiamo dato retta a quel vecchio gallo?" Pochi attimi dopo spirò. Intanto Vero avanzava tra le rocce aguzze che si ergevano nello stretto passaggio, seguito da Orosio e da altri due soldati, Claudio e Valerio. "Che cosa facciamo adesso, Vero? -  chiese Claudio - siamo rimasti soli!"

"Non possiamo abbandonare così il comandante Petronio e gli altri... fatemi pensare un attimo!" rispose il capomanipolo con voce cupa. Ma proprio in quel momento udirono un'esplosione provenire da sopra di loro, e uno spuntone roccioso vicino alla testa di Vero andò in frantumi."Maledizione!  - gridò Vero - ci hanno preso di mira con quei dannati dardi invisibili... mettetevi al riparo!" Corsero tutti e quattro verso un grosso masso, ma soltanto Vero riuscì a raggiungerlo e a nascondercisi dietro; gli altri tre caddero colpiti a morte dai dardi nemici. Vero rimase acquattato dietro la grande roccia , con la terribile consapevolezza di essere rimasto solo. Anche i rumori della battaglia nella gola erano quasi del tutto cessati, e ciò significava che quasi tutti gli altri soldati romani erano morti. Ad un certo punto i tiratori nemici uscirono allo scoperto; erano in due, avvolti in degli ampi mantelli azzurri orlati di bianco con al centro una sorta di stella a sei punte, e impugnavano degli strani bastoni metallici, dalla cui punta usciva un sottile filo di fumo. Uno dei due si accorse che Orosio era ancora vivo e gli puntò contro il bastone, premendo col dito una sorta di piccola leva situata sotto di esso. Dalla punta della strana arma uscì subito una vampa di fuoco, e la testa di Orosio saltò in aria. Sangue,ossa e materia cerebrale volarono in tutte le direzioni. Il mostro rise a quello spettacolo, e si rivolse al compagno in una lingua incomprensibile; quest'ultimo fece un gesto d'assenso e scoppiò anch'egli a ridere. Vero strinse i pugni per la rabbia; stava per uscire dal suo nascondiglio e balzare addosso ai due, quando sentì un rumore alle sue spalle. Si voltò appena in tempo per vedere un altro mostro che stava per colpirlo con uno di quei bastoni metallici; tentò di proteggersi, ma era troppo tardi e l'avversario lo colpì alla testa. Marco Vero crollò a terra e perse conoscenza.

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Quando riprese i sensi fu a causa di un violento scossone; aprì lentamente gli occhi, rimanendo per un attimo accecato dalla luce del sole. La testa gli faceva un male pazzesco, e al tatto capì di trovarsi disteso su un pavimento di legno. Ma come era arrivato lì? E cos'era quel rumore? Sembravano zoccoli. Forse era morto e si trovava nell'aldilà; tuttavia aveva sempre immaginato il regno dei morti come un posto buio e tetro, dove la luce solare non arrivava. Ad un tratto la sua mente tornò lucida, e Vero si ricordò che quel mostro non lo aveva colpito con uno dei mortali dardi invisibili, ma, trovandosi a distanza troppo ravvicinata, aveva usato la sua strana arma a mò di mazza, dandogliela in testa; lo aveva stordito ma non lo aveva ucciso."Dunque sono ancora vivo", pensò. "Incredibile!"

A poco a poco la vista gli si snebbiò, e l'uomo vide davanti a sè una fila di sbarre metalliche, oltre la quale scorreva un paesaggio verde e soleggiato; in quel momento capì dove fosse finito: era in una gabbia montata su di un carro... lo avevano fatto prigioniero e lo stavano portando chissà dove. Si drizzò a sedere, e il dolore alla testa aumentò di colpo; si portò una mano alla fronte, e quando la ritirò vide che era macchiata di sangue: quel bastardo non ci era certo andato leggero nel colpirlo! "Ben svegliato" disse una voce familiare alle sue spalle. Vero si girò e vide altri tre uomini che sedevano all'altra estremità della gabbia, pesti e laceri, ma non feriti; li riconobbe subito:"Druso! Orazio! Comandante Petronio! Siete vivi... credevo di essere ormai l'unico superstite!"

"Già - rispose Petronio con amarezza - ma considerata la situazione in cui ci troviamo forse sarebbe meglio essere morti; solo gli dei sanno cosa intendono fare di noi queste creature!"

" Forse... forse ci hanno risparmiato solo per divertirsi a torturarci nei modi più orribili, o per esibirci come trofei!" disse Druso, pallido e tremante; "stai zitto!!! - gli ribatté Orazio - siamo già abbastanza spaventati senza che tu ci prospetti questi scenari!"

"Io non sono spaventato... sono furioso - disse Petronio digrignando i denti - quei maledetti hanno fatto fuori tutti i miei uomini... e potete star certi che alla prima occasione ne ammazzerò qualcuno con le mie mani... mi uccideranno, ma almeno me ne andrò con onore."

"Anch'io farò lo stesso - rispose Vero cupo - se dovrò morire, sarà combattendo."

" Noi non possiamo morire" sentenziò Orazio. Gli altri tre si voltarono a guardarlo; "abbiamo il dovere di avvisare Roma della minaccia che questi mostri rappresentano - proseguì il veterano - avete visto quanto sono temibili... hanno armi che uccidono con la forza del tuono, devono essere un popolo di stregoni! Se decidessero di invadere l'Italia sarebbe una catastrofe; dobbiamo assolutamente riuscire a fuggire e a dare l'allarme."

Ci fu un momento di silenzio, poi Vero disse: "credo che tu abbia ragione... ma se vogliamo uscire da qui sarà meglio pensare a qualcosa... e in fretta anche! Ogni minuto che passa ci allontana sempre di più dalla salvezza." Infatti mentre parlavano il carro si stava rapidamente allontanando dalle montagne e si addentrava sempre di più nel territorio di quei mostri. Vero si guardò intorno; si trovavano in una pianura verdeggiante, ricca di foreste, e stavano percorrendo una strada ampia e lastricata che sembrava partire dalla base delle montagne che si stavano lasciando alle spalle. Il carro era scortato da una dozzina di mostri a cavallo, armati di quei terribili "bastoni tonanti".

A Vero sfuggì un'imprecazione: non sembrava esserci alcuna possibilità di fuga; oltretutto i loro carcerieri li avevano anche spogliati di armi e vestiti; le uniche cose che avevano addosso erano delle pelli di animale. "Io non ho idee. E voi?" chiese il capomanipolo; gli altri scossero tristemente la testa: per il momento non potevano fare un bel niente... erano in balìa del nemico. La carovana continuò la sua marcia, mentre a poco a poco il paesaggio circostante cambiava: al posto dei boschi c'erano enormi campi coltivati, dove si vedevano innumerevoli di quelle creature intente a zappare, arare e seminare; "Per Ercole!" esclamò Druso, "avete visto gli strumenti che usano? e quegli aratri? Sono incredibilmente sofisticati! Noi romani non siamo ancora a questo livello!"

Gli altri dovettero ammettere che aveva ragione: che usassero la magia o no, quei mostri erano in possesso di una tecnologia enormemente più avanzata di quella romana. Durante il tragitto oltrepassarono numerosi villaggi che sorgevano ai margini della strada, i cui abitanti li osservarono incuriositi. Alla fine, dopo molte ore di viaggio, la carovana giunse finalmente alla meta; "per tutti gli dei!!" Esclamò Petronio vedendo dove erano diretti; davanti a loro si innalzavano delle mura imponenti, sopra le quali si potevano scorgere centinaia di sentinelle. Un pesante cancello di ferro venne sollevato, permettendo al carro e alla sua scorta di entrare; Vero si guardò intorno strabiliato: si trovavano in una vera e propria città, dall'aspetto strano e meraviglioso allo stesso tempo; la maggior parte delle case, costruite in pietra, erano colorate di bianco e azzurro ed erano a forma di cupola, con finestre lunghe e strette: tra di esse sorgevano numerosi edifici di dimensioni maggiori, dalle architetture bizzarre e fantastiche; Vero e gli altri si guardavano intorno a bocca aperta. Nel frattempo migliaia di quei mostri (uomini, donne, vecchi e bambini) si accalcavano ai lati delle strade per osservarli mentre passavano. Orazio, accortosene, cominciò a fare gesti osceni alla folla, urlando insulti e minacce; "lo so che non possono capirmi - disse a Vero, che lo guardava stupito - ma almeno così mi sfogo!"

"Oh, per Giove... guardate dove ci stanno portando!" disse Druso con gli occhi sbarrati. Tutti si voltarono. Sopra di loro si stagliava una fortezza gigantesca, con torri altissime a forma di guglia, ed era proprio là dentro che erano diretti; un gruppo di guardie stava già spalancando un grande portone per permettere l'accesso al carro. Vero e i suoi compagni si guardarono, timorosi: sapevano che ormai era impossibile fuggire... dovevano rassegnarsi ed accettare il loro destino, qualunque esso fosse. Il carro e la sua scorta entrarono nella fortezza, svanendo nell'oscurità che regnava all'interno. Pochi istanti dopo il pesante portone di legno fu richiuso dietro di loro.

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Per un momento si trovarono nell'oscurità più totale; stavano infatti attraversando una sorta di corridoio. Dopo pochi secondi però sbucarono in un ampio cortile, e il carro si fermò bruscamente. I quattro prigionieri si guardarono intorno sgomenti : da dove si trovavano potevano vedere le alte mura e le ancor più alte torri della fortezza che li circondavano, sovrastandoli. Nessuna possibilità di fuga. Nessuna via d'uscita. Ora erano veramente soli. Alcune guardie robuste e armate di strane spade ricurve e dentellate aprirono la gabbia e ordinarono ai romani di uscire, facendosi capire con bruschi gesti della mano e urla gutturali; "credo sia meglio non contraddirli" mormorò Druso, e scese dal carro, seguito dopo un istante dagli altri tre. A quel punto le guardie li immobilizzarono e legarono loro le mani con delle corde; Petronio tentò di opporre resistenza, ma fu subito dissuaso da un violento pugno nello stomaco. Il comandante ansimò e barcollò, ma riuscì a non cadere. "Per il momento non possiamo far nulla - gli sussurrò Vero - dobbiamo aspettare un momento più propizio."

"Non credo che ne avremo uno -  rispose amaramente Petronio - dà retta a me, ormai l'unica cosa che possiamo fare è affrontare la morte con coraggio, da veri romani."

Non ebbe il tempo di dire altro. Le guardie li spinsero in avanti, costringendoli ad entrare in una porticina e , una volta dentro, a salire una lunga ed apparentemente interminabile scalinata che pareva condurre nel cuore stesso della fortezza. Dopo alcuni minuti la salita terminò, e i quattro furono condotti per un ampio ed esteso corridoio, le cui pareti erano finemente lavorate. Osservandole, Vero rimase stupito dalla loro bellezza: su tutta la superficie delle pareti erano scolpite immagini raffiguranti scene di vita quotidiana d'ogni sorta, dalla caccia al lavoro nei campi; vi erano anche numerose scene di combattimento, in cui si vedevano quei mostri nell'atto di lottare contro quelle che sembravano essere varie tribù di barbari. Evidentemente i romani non erano i primi a scontrarsi con quella misteriosa civiltà. Mentre Vero avanzava insieme agli altri, si domandò per l'ennesima volta per quale motivo li avessero risparmiati, e cosa intendessero fare di loro. Tuttavia aveva la sensazione che la risposta si trovasse proprio alla fine di quel corridoio. Notò che il numero delle guardie che li scortavano era raddoppiato; evidentemente volevano scoraggiare sul nascere qualsiasi tentativo di fuga o ribellione da parte loro. A un tratto il corridoio si aprì in un salone immenso, con imponenti colonne ed ampie vetrate colorate, dalle quali la debole luce del sole filtrava venendo bizzarramente distorta. I muri erano dipinti di un color azzurro tenue, attraversato da sottili linee bianche che in alcuni punti s'intrecciavano, formando strani e complessi disegni. I prigionieri furono condotti attraverso l'enorme sala. Vero sentì del morbido sotto i suoi piedi e si accorse che stavano camminando su un lungo tappeto, che all'apparenza era interamente composto da pellicce di animali intrecciate tra loro.

Quando arrivarono in fondo alla sala un'esclamazione di sorpresa uscì dalle bocche di tutti e quattro i romani: la parete di fronte a loro era quasi interamente ricoperta da un'ampia bandiera azzurra, al centro della quale era disegnata una stella a sei punte bianca. Al di sotto della bandiera c'era un grande trono di legno rivestito d'argento, sul quale sedeva uno strano personaggio: era chiaramente molto vecchio, ma negli occhi scuri e profondi si scorgeva un bagliore inquietante; i capelli e la barba erano lunghissimi, ancora neri ma con numerose striature bianche. Il volto piatto era solcato dalle rughe. Era vestito con una lunga tunica color blu scuro con orlature bianche, grigie e azzurre, e tra le mani grinzose reggeva uno scettro di legno accuratamente lavorato, alla cui punta era stata data la forma di una testa stilizzata; quest'ultima era ornata da lunghe piume marroni che a Vero parvero di fagiano. Non appena giunsero ai piedi del trono le guardie li colpirono duramente alle spalle, costringendoli ad inginocchiarsi. I'anziano mostro guardò i prigionieri per un lungo istante con aria perfettamente calma, quindi rivolse loro un largo sorriso e disse:

"Benvenuti nelle mie terre, romani. Vi aspettavo con ansia."

Vero e i suoi compagni lo fissarono a bocca aperta: il vecchio aveva parlato in perfetto latino!

"Immagino vi stiate chiedendo come io possa parlare la vostra lingua; ebbene l'ho appresa dai membri delle spedizioni che vi hanno preceduti; li abbiamo catturati con grande facilità", continuò il mostro.

"Aspetta un attimo - intervenne Petronio - vuoi forse dire che i soldati romani delle precedenti spedizioni sono ancora qui... vivi??"

"No - rispose il vecchio impassibile - li abbiamo giustiziati tutti alcuni giorni fa. Ormai non ci servivano più a nulla."

"Maledetto!!! - urlò Petronio rabbiosamente - te la faremo pagare!!!"

"Niente affatto - ribatté il vecchio - voi farete esattamente quello che vi dirò io... o la vendetta del mio popolo si abbatterà sul vostro."

"Ma... chi siete voi?" domandò Orazio; "noi siamo il Popolo Del Freddo - rispose il mostro - abitiamo queste terre da più tempo di quanto voi possiate lontanamente immaginare... il nostro dominio è immenso, e si estende su territori di cui non sapete nemmeno l'esistenza... questa è solo una delle nostre tante città, e non è nemmeno la più grande; in quanto a me... governo questa zona, ma anch'io sono un semplice suddito. Il nostro capo supremo, il re di tutti i re, risiede nella nostra capitale, a grande distanza da qui."I quattro romani restarono affascinati e al tempo stesso angosciati dalle sue parole: se quello che aveva detto era vero, quegli esseri rappresentavano un pericolo enorme non solo per Roma, ma anche per tutte le altre civiltà del mondo conosciuto. "Siamo sempre rimasti nei nostri territori, limitandoci ad osservare la vostra razza da lontano - proseguì il vecchio - e mentre voi sprecavate il vostro tempo guerreggiando e scannandovi a vicenda, noi ci univamo in un unico, grande impero, diventando sempre più forti e sviluppando una tecnologia avanzatissima; le nostre armi, che a voi potrebbero sembrare magiche per la loro capacità di colpire a distanza istantaneamente, sono in realtà il frutto di una nostra invenzione, che abbiamo chiamato "polvere da sparo"... credo si dica così nella vostra lingua... la quale rende il nostro esercito invincibile; e mille altre sono le tecnologie di cui siamo dotati e che ci rendono superiori a voi... grazie ad un'invenzione chiamata "stampa", per esempio, siamo in grado di diffondere la cultura in ogni angolo del nostro impero, rendendola accessibile a tutti... a differenza del vostro popolo, che è ancora per la maggior parte rozzo e ignorante!"

"Ora basta! - disse Vero esasperato - piantala di lodare il tuo popolo e dicci una volta per tutte cosa vuoi da noi!!" Il vecchio si accigliò, apparentemente infastidito, ma poi disse:"è molto semplice, romano; voglio che ve ne andiate da qui e che torniate nella vostra patria."

"Cosa!!??" esclamarono all'unisono i quattro romani; che accidenti significava? Li stava forse prendendo in giro? Il mostro parve compiacersi del loro stupore, e sorrise freddamente: "avete capito bene: ho intenzione di lasciarvi liberi."

"Ma... ma per quale ragione, se posso chiedertelo?" Disse Druso con voce incerta.

"E' semplice - rispose il vecchio - voglio che riferiate al governo di Roma della nostra esistenza, raccontandogli di tutto ciò che avete visto nelle nostre terre; così sapranno di non avere di fronte dei semplici barbari da quattro soldi, ma un popolo forte e potente, perfettamente in grado di sconfiggerli; è per questo che ho ordinato di uccidere tutti i soldati romani tranne un piccolo gruppo (in questo caso voi) e di condurre quest'ultimo al mio cospetto in modo che potesse ammirare la grandezza della nostra civiltà... descrivendola poi una volta tornato a Roma. Inoltre voglio che riferiate un messaggio al vostro governo da parte nostra: se oseranno inviare altre spedizioni contro di noi, non esiteremo ad invadere la terra chiamata Italia e a sterminare tutti coloro che vi dimorano; normalmente non amiamo uscire dai nostri territori, ma stavolta lo faremo volentieri se questo servirà a porre fine per sempre alla vostra minaccia." Vero e gli altri rimasero in silenzio a quelle parole. Non potevano credere di essere stati risparmiati... tuttavia erano anche feriti nell'orgoglio per l'umiliazione che quell'essere spregevole stava infliggendo loro. Alla fine Petronio alzò la testa e parlo con grande lentezza, come se ogni parola gli costasse uno sforzo immane:

"Va bene... faremo come vuoi... riferiremo il tuo messaggio".

"Molto bene - disse l'anziano mostro, con gli occhi che gli brillavano di soddisfazione - allora è tempo che ve ne andiate. Vi daremo dei cavalli e delle provviste per il viaggio, e vi faremo scortare fino alle montagne. E se, da ora in avanti, vedremo anche uno solo di voi romani mettere il suo brutto muso nelle nostre terre, potete star certi che metteremo in atto la nostra minaccia; e ora sparite!" Fece un leggero cenno col capo, e le guardie afferrarono i romani e li portarono via.

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Cinque giorni dopo...

I quattro cavalieri galoppavano veloci nella pianura erbosa, mentre il sole tramontava lentamente, tingendo il cielo di rosa. Ormai erano vicini alle Alpi: entro breve sarebbero ritornati in territorio amico."Non riesco ancora a credere che ci abbiano lasciati andare!" disse Orazio scuotendo la testa; "eppure è cosi - disse Druso - a quanto pare gli dei ci hanno protetto".

"Già. Peccato che non abbiano protetto anche tutti gli altri: Lucio Stilio, Cornelio, Orosio, Fabio... sono tutti morti." commentò amaramente Vero.

"E purtroppo temo che non saranno gli ultimi - disse Petronio - poiché sono quasi certo che a Roma vedranno questa civiltà di mostri come un pericolo da debellare a tutti i costi... ma ora è inutile fare queste supposizioni; quando saremo tornati a casa riferiremo ciò che sappiamo e staremo a vedere."

Continuarono a cavalcare, in silenzio. Vero si voltò per un attimo e gettò un ultimo sguardo alle oscure montagne che si stavano lasciando alle spalle... insieme all'incubo che avevano vissuto. Non aveva idea di come Roma avrebbe reagito una volta saputo dell'esistenza del Popolo Del Freddo, ma di una cosa era certo: il suo mondo stava per cambiare profondamente... da quel momento in poi niente sarebbe stato più come prima.

FINE

Blade87

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