Correva l’anno 8 Dopo Cristo, ma nessuno lo sapeva e Roma era ancora pagana.
L’impero era in pace. Augusto aveva fissato i confini sul Danubio e sull’Elba. Il fronte occidentale sembrava tranquillo. I Germani stavano diventando Romani. Così sembrava almeno.
Veled, Stan e io sapevamo che non era vero. Venivamo dal futuro e sapevamo che in Germania stava per scoppiare una grande rivolta che, alla lunga, avrebbe portato l’Impero alla rovina. Era essenziale che i Germani accettassero l’autorità di Roma: con le buone o con le cattive!
Publio Quintilio Varo, il governatore della Germania Inferiore, aveva deciso di usare le maniere forti e si era fatti nemici quasi tutti. Bisognava fermarlo, ma come?
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Mentre Stan e Vel cercavano di capire la politica dell’Impero, io me la spassavo con le romane.
Per un po’ di tempo ho filato anche con Iulilla, la nipote d’Augusto. Ma sono stato con tante altre, patrizie e plebee!
Una volta, al Foro, Vel mi chiede:“Leo, quando ti deciderai a mettere la testa a posto? Perché non ti trovi una brava ragazza?”
“Di questi tempi è difficile, ti pare? E poi non stiamo mai fermi nello stesso luogo e nello stesso tempo. Certo se trovassi una come te...”
Vel distoglie lo sguardo.
“Leo, tu dici questo solo perché qui sono l’unica donna del tuo secolo...”
Prima che me ne renda conto, le dico:
“Sento che potrei amarti in ogni luogo e in ogni tempo!”
Vel fa finta di ridere, ma sa che dico sul serio. E guardandola capisco che forse anche lei...
Mentula! La moglie del mio miglior amico!
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Vel e Leo avevano cercato di mettere Varo sotto accusa, per corruzione, ma quel cunnus aveva amici troppo potenti. Un senatore aveva candidamente detto a Veled: “Tutti i governatori si arricchiscono con le loro province. Varo ha un po’ esagerato, ma dopotutto il suo mandato scade tra un anno...”
Tra un anno sarebbe stato troppo tardi! Ormai per salvare Roma dovevamo salvare anche Varo.
* * *
Siamo partiti per la Germania.
Al mercato degli schiavi di Roma avevo comprato, per pochi sesterzi, Ataulfo, un germano, zoppo e malandato, che mi aveva insegnato la lingua dei Cherusci, la tribù d’Arminio.
Arminio in realtà si chiama Herman. Aveva militato per un breve periodo in una legione e aveva imparato dai romani quanto poteva bastare per sconfiggerli.
Anche Heinrich, un fratello di Herman, si era arruolato in una legione, ma lui era rimasto fedele a Roma. I romani non sono capaci di pronunciare il suo nome. Lo chiamano Flavo perché è biondo (in latino flavus).
Un giorno io Stan siamo stati a trovare Flavo, con la scusa di chiedere notizie di suo fratello.
Flavo ha circa la mia stessa altezza e corporatura. Vedendolo, mi è venuta un’idea...
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Prima di prendere la decisione finale, Stan aveva voluto conoscere Arminio. Stan era andato al villaggio dove stava la sua famiglia, mentre io ero rimasto con Vel e Ataulfo, nei pressi del campo romano.
Un giorno Vel decide di andare da Varo, spacciandosi per la figlia di un senatore. Quando torna ha un diavolo per capello.
“Quel porco! Io cercavo di convincerlo ad essere prudente con i Germani e quello non mi stava neanche a sentire. Ha osato perfino mettermi le mani addosso...”
Mi viene da ridere.
“Che ti aspettavi, Vel? I romani sono stati sempre dei maschilisti. E’ già tanto che ti abbia lasciato andare”
“Leo, tu sei peggio dei romani. Per te le donne sono solo delle bambolette, buone per il sesso e nient’altro”
Mi viene spontaneo risponderle:“La maggior parte delle donne sì. Ma tu no!”
Vel mi guarda scettica.
“Perché sono la moglie di Stan?”
“Purtroppo sì. Se solo ti avessi conosciuta prima di lui...”
Veled cerca di fermarmi.
“Leo, basta! Non dire cose di cui ti potresti pentire!”
Mi avvicino a lei.
“Ormai non posso più fermarmi. Vel, ti ho amato dal primo giorno che ti ho visto. Perché credi che io sia venuto con te in questa pazza avventura nel Tempo? Ti ho seguito ad Atene, a Roma e in Germania. L’ho fatto solo per te! Non mi dire che non l’avevi capito!”
“Leo, io sono la moglie di Stan!”
“Vel, io so che tu ami me. Guardami in faccia e dimmi che non è vero, se ne sei capace.!”
Vel ha un attimo d’esitazione, e io ne approfitto per baciarla.
Per un attimo, lei risponde al bacio. Ne sono sicuro. Poi si stacca e mi molla un ceffone.
“Leo, vai via! Tornatene ad Atene, a Roma o dove mentula ti pare. Va in qualunque luogo e in qualunque secolo, ma stai lontano da me e da Stan. Hai capito?”
Ho capito. Sto per borbottare qualche parola di scusa, ma vedo improvvisamente Vel cambiare espressione. Mi volto. C’è Stan.
Vel prova a parlare, ma Stan la interrompe.
“Ho visto e sentito tutto. Leo, sei il più gran bastardo di tutti i tempi! Vel, dovremo parlare, ma prima mi devi dire che cosa vuoi fare con Varo e Arminio. Lasciamo stare?”
Veled esita prima di rispondere.
“Stan, non possiamo lasciar perdere tutto proprio adesso. Hai visto Arminio?”
“No, quando sono arrivato al suo villaggio, ho scoperto che era già partito con tutto il tuo esercito. Aspetta Varo alla Selva di Teutoburgo”
Vel ha un gesto di stizza.
“Varo è partito, con tre legioni. Ho cercato di parlarci prima ma... lasciamo perdere! Quel cunnus si meriterebbe di fare una brutta fine, ma pensa agli altri legionari, pensa a Roma!”
“D’accordo. Dobbiamo raggiungere Varo...”
Vel e Stan parlano tra loro, come sei io non esistessi. Ma non possono fare così. Non dopo tutto quello che abbiamo passato insieme...
“Vel, Stan, devo venire anch’io. Ricorda il nostro piano!”
Stan mi guarda con odio.
“Non posso impedirtelo. Fa quello che mentula ti pare!”
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Prendiamo i cavalli e partiamo. Corro davanti a tutti, corre come un matto. Appena dietro di me c’i sono Veled, Stan, Ataulfo e altri due schiavi che abbiamo comprato in Germania. Corro, corro sempre più forte, cercando di non pensare...
* * *
Ecco la retroguardia delle legioni. Mi avvicino al centurione più vicino e mi presento:
“Legionario Flavo a rapporto. Ho un messaggio per Publio Quintilio Varo”.
Il centurione mi accompagna dal governatore.
Avevo ripassato la mia parte più volte. Varo non conosceva Flavo, ma sapeva chi era. Mi avrebbe dato retta?
Trovo Varo che si fa portare in lettiga. Che vergogna!
“Publio Quintilio Varo, sono il legionario Flavo, della tribù dei Cherusci. Mio fratello Arminio ha tradito Roma. Ti aspetta nella foresta, per attaccarti”
“Quid dicis! Arminio è cittadino romano! “
Il governatore non sembra credermi ma intanto la colonna si è fermata.
“Chi mi dice che non sei tu il traditore? Che vuoi trascinarmi in un agguato?”
“Se così fosse, avresti un buon motivo per fermarti, ti pare?”
Il mio ragionamento non fa una piega. Varo ordina alle legioni di fermarsi lì per la notte. Fa preparare le fortificazioni del campo e manda due esploratori nella foresta.
Dopo due ore torna un legionario solo, con una freccia infilata nella gamba. Poi arriva Arminio e tutti i Germani. I Romani non hanno fatto in tempo a completare la palizzata. Combattono valorosamente, ma i Germani sono più del doppio e hanno tanta rabbia in corpo.
I romani sembrano avere la peggio, quando mi viene in mente un’idea folle. Gridando più forte che posso, in lingua germanica, sfido direttamente Herman. Gli dico che il fratello Heinrich vuole combattere con lui. Sento Arminio rispondere, in latino:
“Heinrich, parli con un accento schifoso. Ti sei dimenticata la tua lingua? Sei diventato un servo dei Romani?”
“Fatti avanti, se sei tanto bravo!”
Romani e Germani smettono di combattere per assistere al duello.
Herman ed io ci studiamo. Herman non vede Heinrich da molti anni. L’elmo mi copre la maggior parte della faccia, ma dubito che Arminio mi possa scambiare veramente per suo fratello.
Herman sta per parlare, ma io lo distraggo con un colpo di taglio, che il germano para a fatica. A questo punto il capo dei Cherusci non può più tirarsi indietro: deve combattere e basta!
Mi accorgo subito che Arminio è forte, ma non sa nulla di scherma. Dopo poche mosse lo trafiggo nel punto debole della sua corazza.
Arminio mi guarda sbalordito. Prima di morire fa in tempo a sussurrare:
“Du bist Heinrich nicht!”
Fortunatamente nessuno dei Germani lo sente.
Mentre affondo la mia daga dentro il corpo d’Arminio, sento un tuono fortissimo. Comincia a piovere con una violenza impressionante. I r omani pregano Giove, i Germani invocano Thor, ma é evidente che gli dei sono a favore dei romani.
I germani scappano e cercano di disperdersi. I legionari li inseguono. E’ una carneficina!
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La sera sono costretto a dormire al campo romano. Vel e Leo sono riusciti ad allontanarsi senza farsi notare, ma io sono il festeggiato e Varo non mi perde di vista nemmeno per un momento. E’ evidente che Varo è geloso di me, anche se faccio il modesto e cerco di dare tutto il merito al “mio comandante”.
Varo mi dice che vuol portarmi al villaggio d’Arminio per farmi nominare capo dei Cherusci al posto di “mio fratello”. Decido di squagliarmela a tarda notte, cercando di non farmi notare dalle sentinelle.
Sto per andare a coricarmi, quando un legionario mi viene a chiamare. Varo vuole parlarmi di nuovo. Nella tenda di Varo c’é un germano biondo che mi guarda in cagnesco.
“Il legionario qui presente dice di chiamarsi Flavo. Dice che due romani sono venuti una volta a fargli delle strane domande e si è preso lo scrupolo di venire ad avvisarmi...”
Cerco di parare il colpo gridando: “Quest’uomo è un impostore!”
Comincio ad imprecare, gridando tutte le parolacce in germanico che conosco. Alcune parole addirittura me le invento, ma Varo non capisce niente e Flavo è preso completamente di sorpresa.
Sempre gridando, brandendo la spada, mi avvicino alla porta...e me la squaglio!”
Sento una fitta di dolore alla schiena. Flavo deve avere fatto in tempo a colpirmi, ma mi sembra solo un graffio.
Uscendo dalla tenda grido in latino:
“Allarme! Vogliono uccidere Varo!”
Tutti i legionari corrono verso la tenda del comandante e io monto sul primo cavallo che vedo. Corro al galoppo ma sento che la spalla mi fa male.
Comincia a mancarmi il fiato. Mi tocco la spalla: c’è poco sangue. E’ solo un graffio... mi pare!
Arrivo nel posto in cui avevo l’appuntamento con Vel e Stan.
Vel mi corre incontro. Prima di raggiungerla, mi mancano le forze e cado a terra.
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Sono sdraiato su una stuoia. Vel mi ha fatto spogliare e ha cercato di medicarmi. La sento mormorare: “Emorragia interna...”
Cerco di dire a Vel delle belle parole, ma non ci riesco. Ho freddo. Le stringo la mano. Lei trattiene a stento le lacrime. Mi dice:
“Va tutto bene, Leo...”
Bene una mentula!
Anche Stan mi sta vicino. Mi supplica di perdonarlo. Dice che io sono stato e sarò sempre il suo migliore amico.
Gli sussurro:
“Vade ad infera!”
Invece ci vado io!
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Sono un po' nervoso mentre entro nella cabina della Cronocabina. Il professore cerca di dissipare i miei dubbi.
«Farai un salto indietro nel tempo di soli 30 anni. Ti ritroverai nella stessa stanza in cui sei adesso. Potrai uscire in strada per vedere la città com'era nel 1981.»
«A me interessare solo tornare. Posso premere subito il pulsante di rinvio?»
«No! Devi aspettare almeno due ore. Sarà solo un breve viaggio nel passato.»
«Fai tutto facile, prof! Perché devo essere sempre io a collaudare le tue invenzioni?»
«Perché gli altri non si fidano! E tu hai bisogno della borsa di studio. Pensa alla tua tesi!»
Prima che io possa replicare, il professore preme un pulsante e io mi trovo avvolto in una specie di nebbia. Almeno così mi sembra attraverso i vetri della cabina. Poi ho un senso di vuoto. La cabina si rovescia...
* * *
Dalle pareti trasparenti della Cronocabina entra un raggio di sole. Mi rialzo tutto indolenzito. A fatica riesco ad aprire la porta della cabina, incastrata tra un albero e una roccia. Intorno a me non c'è traccia di case, nessun segno di presenza umana.
La città da cui sono partito non esiste più.... o forse non esiste ancora. Se ho viaggiato nel tempo sono andato indietro molto più di 30 anni. Il professore ha toppato!
Provo a premere il pulsante di rinvio. Niente da fare. Forse tra due ore funzionerà. Almeno dovrebbe!
Cerco di scoprire dove mi trovo. A pochi passi dalla Cronocabina scopro, tra la vegetazione incolta, una specie di sentiero. Sono stati uomini a tracciarlo? Non importa. Lo seguo. Una direzione vale l'altra.
Il sentiero mi porta su una collina. Poco prima della cima trovo finalmente una traccia di presenza umana: un lungo solco scavato nel terreno, forse da un aratro. Più avanti trovo ceppi di alberi tagliati. Mi fermo alla vista di una capanna...
Ho paura ad andare avanti. Mi trovo probabilmente in un'epoca preistorica. In quella capanna potrebbe vivere anche un cannibale. Vorrei scappare il più lontano possibile, ma cosa racconterei poi al professore, se riesco a tornare?
Proseguo fino a una radura da cui provengono dei rumori. Nascosto da un cespuglio vedo due uomini. Non si accorgono di me perché sono troppo occupati a lottare tra di loro.
I due combattenti sembrano molto giovani, poco più che ragazzi. Non hanno la barba ma lunghi capelli arruffati. Sono vestiti con rozzi panni di lana e si combattono con delle corte spade.
Mi arrampico su un albero per vedere meglio il duello. Uno dei due uomini, quello più alto e grosso, sta avendo la meglio. Quello più piccolo fa fatica a parare i colpi dell'altro. Indietreggia, scivola e cade a terra. Il grosso urla qualcosa che non capisco e alza la spada per dare all'avversario il colpo mortale...
Il ramo dell'albero su cui mi sono arrampicato cede. Cado a terra con un tonfo. Il combattente più grosso si volta e il piccolo ne approfitta per rialzarsi e colpirlo alle spalle. Il grosso cade a terra in una pozza di sangue. Il piccolo estrae la spada dal corpo del nemico ucciso. Si guarda intorno. Quando si accorge dell'albero con il ramo spezzato io sono già lontano.
Corro a precipizio lungo il sentiero su cui sono venuto. Salto il solco con un balzo e filo giù fino alla base del colle. Individuo il punto in cui ho lasciato la Cronocabina. Mi infilo lì dentro e provo a premere il bottone di rinvio. Stavolta funziona!
* * *
Racconto al professore la mia avventura. Il prof. mi dice candidamente:
«Deve essere saltato un relais. L'assorbimento di energia è stato dieci volte superiore a quello che avevo previsto. Sei andato tra il 700 e l'800 A.C. Faremo un altro tentativo domani...»
Ho un sussulto.
«Non ci penso nemmeno! Ho già rischiato la pelle. Forse ho anche cambiato la storia. Per colpa mia un uomo è morto.»
«Sì, ma un altro si è salvato. Che differenza vuoi che faccia, duemilaottocento anni dopo?»
«E se il morto fosse stato un mio antenato?»
«Tu sei qui, no? Non è mica tanto facile cambiare la storia. Se anche cambiasse qualche piccolo dettaglio, non te ne accorgeresti nemmeno!»
Discuto a lungo con il prof. sui possibili paradossi temporali. Con un gran mal di testa esco dallo studio del professore, a Piazza della Suburra. Cerco la mia macchina: una vecchia Cinquecento, che avevo parcheggiato, accanto a un cassonetto per i rifiuti, in una traversa di Via Cavour. Vedo con sollievo che sul parabrezza non ci sono multe.
Ma è proprio la mia macchina? Controllo la targa:

È la mia Cinquecento ma, non so perché, ho la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato. Ripenso a quello che diceva il professore:
Se anche cambiasse qualche piccolo dettaglio, non te ne accorgeresti nemmeno!
Scaccio via il pensiero e metto in moto. Se non trovo troppo traffico. faccio in tempo a vedere il derby alla televisione con i miei amici.
Forza Rema!