L'Impero Pontico, seconda parte

di Paolo Maltagliati


Salve, mi chiamo Paolo Maltagliati, studio storia medievale all'università di Milano, e sono in particolare appassionato di storia bizantina. Ecco la seconda parte della mia ucronia pontica; per leggere la prima parte, cliccate qui.

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Le esplorazioni geografiche della prima metà del '400

I portoghesi, in questa timeline hanno nei genovesi un importante competitore. Già abbiamo accennato al fatto che intorno agli anni '40 del trecento Lanzarotto Maloccello aveva “riscoperto” per conto della sua patria le isole Canarie. I genovesi porteranno avanti con determinazione l'opera di colonizzazione delle isole, sottomettendo la popolazione locale, i Guanci. Questo popolo, fiero e bellicoso, molto simile per tratti somatici ai berberi, ma dalla carnagione e dalla capigliatura molto più chiare, che ancora oggi è da qualche folle considerato l'ultimo resto della razza atlantidea, sarà una fastidiosa gatta da pelare. Anche se gli italiani preferivano fare affari con loro, piuttosto che sterminarli, i nuovi colonizzatori dovettero combattere alcune guerre, per ridurre i capi a più miti consigli. La chiave di volta, come spesso accade, fu l'idea, nel 1386, del missionario francescano, Sant'Antonino Del Carretto, figlio di una illustre casata ligure, di tradurre il nuovo testamento nella lingua dei guanci. Operò per più di vent'anni nell'isola di Chinetta (la nostra Tenerife), dove i Guanci erano ancora numerosi e indomiti. La quasi totalità dei capi si convertì al nuovo credo, trascinando con sé la popolazione. In suo onore venne chiamata la città più grande dell'isola (e di tutte le Canarie), Villa Antonina. Anche se oggi i peculiari tratti genetici della popolazione originaria non sono più così evidenti, non è molto difficile notare come la maggior parte degli isolani, specie sulle isole occidentali (Ugolinia, Vadinia, Roccapietra e, appunto Chinetta (ossia Hierro, Palma, Gomera e Tenerife), abbiano capelli biondi e occhi azzurri.

Ma la conquista di questo arcipelago non sarà fine a sé stessa, ma fungerà da volano a ulteriori esplorazioni della costa africana. In realtà non da subito, poiché, per lungo tempo mireranno a inserirsi nell'economia del sultano del Marocco, piantando una serie di basi nelle città atlantiche maghrebine. In seguito, a partire dagli anni '30 del 400, complice la temporanea paura per Granada, questa azione si farà ancora più importante. Ma nel frattempo i portoghesi avevano bruciato le tappe ed avevano scoperto e colonizzato le Azzorre. Presto giunsero anche loro a scoprire Madeira, scoperte sì dai genovesi ma non colonizzate. Quando il regno lusitano iniziò a mandare coloni, a Genova ci si rese conto dell'errore e del pericolo. Dal 1443 al 1446 si combatté la prima guerra coloniale della storia, tra genovesi, ormai sotto l'egida del regno di Lombardia, e Portoghesi. Inizialmente il successo arrise agli italiani, che sconfissero i nemici in una battaglia al largo delle isole selvagge. Il tentativo di sbarco a Porto Santo si risolse però in un insuccesso, nel 1443. Fu poi la volta dei portoghesi passare all'attacco. Distrussero una flotta nemica nella rada di Ghira (HL: Agadir), cittadella fortificata genovese, e tentarono di assaltarla. Il colpo fallì, ma i genovesi ora non avevano più navi a sufficienza per difendere l'arcipelago delle Canarie in caso di attacco. Che puntulamente si verificò. Nel 1444 il duca di Coimbra conquistava Lanzarotto. Poi fu la volta di Chinetta. I genovesi di Rocca Teide vennero sconfitti e i guanci della zona brutalmente massacrati. A Villa Sant'Antonio, però tutti gli isolani accorsero in difesa dei genovesi, che resistettero, fino al punto di sconfiggere il nemico. A questo punto intervenne il neonato regno di Lombardia, che a Pisa fece armare una flotta da inviare contro le coste portoghesi, mentre allo stesso tempo concedeva un credito straordinario al banco di San Giorgio per armare 15 navi “da mar grosso” da inviare nelle Canarie. Leggenda vuole che quando Enrico il navigatore vide da Sagres dei mostri marini spuntare all'orizzonte ci mise un po' per capire che erano le vipere sulle vele della flotta lombarda. Ci fu battaglia al largo di capo san Vincenzo, lunga e accanita, ma l'ammiraglio Giacometto da Recco riportò alla fine una schiacciante vittoria. Poi saccheggiò Portimao e Faro, con una rapidità impressionante, che lasciò sgomenti tutti i lupi di mare dell'Algarve. La flotta genovese poté così far vela indisturbata verso Ghira, e poi a Chinetta, dove i lusitani furono facilmente sconfitti; molto più difficile fu far sloggiare gli invasori da Lanzarotto, ma, alla fine, il duca di Coimbra dovette arrendersi. Nottetempo riuscì a salvare parte della sua flotta e prendere il mare. L'ammiraglio Gian Giacomo Fieschi lo inseguì fino alle isole selvagge, ma ancora una volta, in quei mari le navi del regno di Lisbona si salvarono, arrecando perdite. Anche Giacometto da Recco, invece di continuare la sua proficua azione di pirateria si volse a tentare la conquista delle Azzorre, ma fallì, grazie anche alle intemperie. I portoghesi avevano difeso Madeira e indebolito sensibilmente i genovesi, ma anche loro avevano subito dei rovesci e non avevano più la forza di continuare. Dal canto italiano, Filippo Maria era affaccendato con svizzeri e asburgici e non aveva voglia di spendere ulteriori soldi per una vittoria totale contro gli Aviz (che in un futuro potevano tornare utili pedine nella sua rete diplomatica europea, magari contro gli aragonesi). Fu così che venne sancito il trattato di Lisbona nel 1446, tra Portogallo e Lombardia, per regolare lo statu quo. Inoltre per il futuro fu sancita la regola (in realtà molto aleatoria, ma che stranamente sembrò tenere, almeno per un po') del “chi scopre, tiene” Effetto collaterale pregevole per il duca era aver reso evidente ai genovesi l'impossibilità, ormai, nell'epoca dei grandi regni, di una loro politica estera pienamente autonoma, pena il rischio di perdere tutto. La sottomissione ai duchi lombardi della repubblica era una realtà da tempo. Ma la consapevolezza amara sopraggiunta nel gruppo dirigente ligure condurrà all'ultimo ufficiale passo 5 mesi dopo, con la sigla del patto di obbedienza.

Per una decina d'anni le flotte di esplorazione rimasero ferme, visto che entrambi i contendenti si dovevano leccare le ferite e recuperare le forze.

Ma a partire dal 1453 i genovesi trovarono il loro eroe, in grado di stare alla pari con il mito portoghese di Gil Eanes. Si chiamava Antonio da Noli, ma venne soprannominato Antoniotto Usodimare (Alcuni sostengono siano due persone diverse, ma per me sono la stessa persona. Se sitete interessati alla controversia cercate in rete). Grazie a lui anche i genovesi superarono il capo Bojador, o Boccadoro. Antonio pareggiò anche i conti con i lusitani scoprendo per primo le isole di capo Verde, che iniziarono subito ad essere colonizzate; in più, caldeggiò la costruzione di forti sul delta del fiume Gambia. Il primo, costruito nel 1461, sarà castel S. Giorgio. La colonizzazione del Gambia darà il via di lì a poco al contatto con l'impero Songhai, particolarmente proficuo per oro, sale, e, poco più tardi, schiavi. Per le Bissagos, invece, verrà battuto sul tempo dai portoghesi, che però si troveranno la sgradita sorpresa di non riuscire a sloggiare gli abitanti delle isole, feroci e bellicosi (ci riusciranno solo negli anni '30 del '900), per cui non poterle utilizzare come insediamenti e scali stabili. Per questo i lusitani ripiegheranno sulla costa della Guinea antistante per fondare i propri scali.

E Venezia?

Gli accordi con Verona e Milano avevano garantito pace, sicurezza e ottimi affari. Ma era sempre nel Mediterraneo che si facevano i soldi. Perlomeno questa era l'idea del ceto dominante della repubblica. Ma c'era chi cominciava a dubitarne. I Genovesi avevano cominciato a buttarsi nell'Atlantico e stavano accumulando ricchezze. Non c'erano le spezie a ovest, ma sale, metalli, panni lana erano sempre merci redditizie. E poi c'era l'oro africano, che lentamente cominciava ad arrivare. I veneziani pagavano tasse esorbitanti ai mamelucchi nei porti di Alessandria per pepe, zenzero, cumino e gli estratti delle piante tintorie. Avevano tentato di bypassare il problema ottenendo insediamenti sulla costa del mar Rosso, spingendosi fino a Jiddah. Ma il problema era tutto fuorché risolto. Anche perché i Trapezuntini “rubavano”, grazie ai loro amici assiri e turcomanni dei montoni bianchi, quote sostanziose del prezioso bottino. Il problema, con l'arrivo di Tamerlano, sembrava essersi risolto, ma dagli anni '20 del '400, le percentuali di merci che invece di passare dal mar Rosso, sbarcavano a Bassora e risalivano la Mesopotamia continuavano ad aumentare, ora che in quell'area sempre molto agitata si era stabilita una parvenza di equilibrio e ordine. Nel 1445 erano già arrivate a più di un terzo del totale delle spezie che transitavano dall'oriente all'Europa. E la tendenza non sembrava arrestarsi, man mano che il controllo sui mari dei Mamelucchi si indeboliva. Come se non bastasse, come abbiamo visto, gli Hanseatici preferivano rifornirsi a Riga o Danzica piuttosto che nelle Fiandre, dove si spingevano le navi grosse della Serenissima. Le alternative non erano molte: o una guerra per distruggere il commercio nel Mar Nero, contro Trebisonda, Panagiopoli e la Ltuania, o una guerra contro i mamelucchi, per costringerli ad abbassare i dazi in entrata. Ma Ambedue le alternative erano scoraggianti. Il leone di S. Marco non poteva fare tutto da solo, era troppo debole dal punto di vista militare per affrontare campagne militari terrestri contro tali colossi. Se ci si fosse limitati a battaglie navali era un conto, dato che comunque poteva vantare la flotta da guerra più potente d'Europa. Ma contro Lituania e Egitto servivano non solo navi, ma anche uomini.

Urgeva cercare alternative. La prima cosa fu stringersi ancor di più ai lombardi. Loro erano militarmente forti e ricchi, e i loro mercanti sempre in cerca di nuove occasioni per esportare ciò che veniva prodotto dagli opifici delle loro città, alcune rinomate in tutta Europa per determinati prodotti: spade e armature a Milano e Verona; le prime armi da fuoco a Brescia; Seta a Como e Lucca. Poi tessuti, in moltissime città, e i gioielli a Tortona. Mettersi a lavorare per loro poteva essere molto remunerativo, ma non risolveva il problema nell'immediato. Fu così che accorse in aiuto il genio di un eccentrico architetto, Bartolomeo Bon, che propose al doge un'idea bislacca e molto più economica di una guerra totale: perché non costruire un canale per collegare il Mar Mediterraneo al mar Rosso? In questo modo le navi venete avrebbero potuto navigare comodamente fino a Jiddah, e prelevare direttamente lì le spezie. E forse anche oltre, superando addirittura tutti gli intermediari musulmani. E battendo sul tempo i portoghesi e i genovesi, che, anche se dicevano, con le loro esplorazioni atlantiche, di puntare all'oro africano, avevano chiaramente in mente di aggirare la grossa massa continentale per arrivare alla fine anche loro, in India. Rimaneva un solo problema: come convincere i mamelucchi della bontà del progetto? L'unico modo era far balenare loro la possibilità che tutte le navi europee sarebbero passate da lì per fare i loro affari e loro avrebbero potuto guadagnare 10 volte il dazio che imponevano ai soli veneziani (che ovviamente, sobbarcandosi il peso della costruzione avrebbero viaggiato gratis). Ma era una spudorata menzogna, ed anche piuttosto fragile. L'unica speranza era una minaccia militare. Negli anni quaranta tale progetto era assolutamente fuori discussione: i lombardi avevano già mostrato una certa insofferenza quando era stato il caso di accorrere in difesa degli interessi genovesi. Non avrebbero certo iniziato una guerra nell'immediato per Venezia. Occorreva aspettare tempi migliori. Nel 1446, anche se in realtà non avevano scelta, i veneziani concepirono il patto di obbedienza come un “investimento ad alto tasso di rischio”. Impegnavano il loro stato (sottomettendosi al regno di Pavia) nella speranza che in cambio dell'indipendenza avrebbero avuto qualcuno in grado di tutelare, meglio di quanto potessero fare da soli, i loro flussi commerciali, quindi guadagnando più ricchezza. E in realtà così fu. Nel 1451, in occasione dei festeggiamenti per la nascita del piccolo Renato, figlio di Francesco Visconti, che era stato elevato al rango di viceré per la Sicilia e teneva corte a Palermo e Jolanda di Bar (figlia di Renato d'Angiò, re di Napoli), Re Can Galeazzo, particolarmente di buon umore, incontrò il doge, che si era portato dietro Bartolomeo Bon. Quest'ultimo fece uscire l'idea del “canale di Sancto Marco”. Il re pensava che scherzasse. Ma lo scherzo fu del fato, che voleva che fosse presente anche il grande architetto di corte, il Filarete. Quest'ultimo fu estasiato dall'idea, e, tanto disse e tanto fece da strappare al re la proposta di pensare seriamente alla cosa. Intanto, nel 1453, il nuovo sultano del Cairo, Fakhr ad-Din, in difficoltà economiche decise di alzare di nuovo, unilateralmente, il prezzo delle merci ad Alessandria. La corruzione veneziana dei ministri del sultano aveva fallito. In laguna si meditava guerra. Il doge chiese al sovrano il permesso di far guerra per mare contro i mamelucchi e Can Galeazzo, cui era tornato in mente il discorso del Filarete, diede il suo assenso. Il leone non aspettava altro, per ruggire. Venne profuso un immenso sforzo, pagato in parte dalle casse di Pavia, per far uscire dall'arsenale una flotta enorme, di 40 galee da guerra, al comando del capitano generale da mar, Jacopo Loredan, che si diresse alla volta di Corone. Lì si unirono 10 vascelli capitanati dal viceré di Palermo, Francesco Visconti duca di Perugia, cariche di uomini per dare l'agognato sostegno terrestre alla spedizione, perlopiù balestrieri, ma anche molti cavalleggeri, con le insegne della scala e della vipera. Gli egiziani, che non si aspettavano una tale reazione, furono colti completamente di sorpresa. In realtà il sultanato egiziano era in piena decadenza, ma fino a quel momento nessuno dei suoi vicini si era accorto di quanto profonda fosse e aveva osato sfidarlo, dato che essi erano troppo deboli e divisi per tentare un'impresa simile. Gli unici sufficientemente potenti e ambiziosi nella zona per poter mettere a segno il colpo sarebbero stati i montoni neri, ma erano impegnati a oriente in quel periodo. Le flotte cairote vennero sconfitte, una dopo l'altra, e molti piccoli porti da Bengasi ad Alessandria saccheggiati. Quando la flotta giunse nel porto di Damietta, con l'idea di tentare di prenderla (era la chiave del delta), gli italiani non dovettero fare nulla. Una ribellione popolare sconfisse la guarnigione e la città, temendo un atroce saccheggio, aprì le porte al nemico. Jacopo però non si lasciò tentare: non era giunto sin lì per impelagarsi nella conquista dell'Egitto intero, pena, fare la fine di re Luigi. Fakr-ad Din voleva sloggiare i cristiani, ma non ne ebbe il tempo: una rivolta di palazzo portò al potere un nuovo signore, Inal. Nella sua instabile posizione desiderava solo una rapida pace. Appena udì le condizioni degli occidentali rimase di stucco: volevano solo un misera striscia di terra tra il Delta e il Sinai, dalla costa mediterranea a quella del mar Rosso. Una zona paludosa, coperta di laghi amari e semi-disabitata. In più la possibilità di creare alcuni avamposti commerciali sulla costa del mar Rosso. Per Damietta era quasi un insulto. Accettò stupito, grato che i veneziani fossero così stupidi. Ormai l'Egitto stava in piedi grazie ai loro ducati e loro ancora non se ne rendevano conto.

I lavori di bonifica per la costruzione del grande canale iniziarono subito. A capo dell'impresa furono messi Bon, ( dopo la sua morte, sostituito da Pietro Solari), e il Filarete, e a tempo di record, nel giro di soli 21 anni, nel 1474, il canale di S.Marco venne ultimato. Vennero anche costruite (fu il primo lavoro) due possenti fortezze, Loredania e S. Caterina Nuova, all'imboccatura dei due mari, capolavori dell'architettura rinascimentale. Il nuovo sultano (Inal , presentendo la fine, aveva deciso di abdicare per salvarsi la vita nel 1460. Gli era succeduto Al Mu'aid per un anno. Poi quest'ultimo era stato ucciso e sostituito da Khushqadam alla fine del 1461) aveva capito troppo tardi cosa stava succedendo, ma presto decise di correre ai ripari. Inviò dei soldati per rioccupare il territorio, ma si trovò impotente di fronte ai presidi dei soldati lombardi e veneziani, tra cui i leggendari stradiotti e schiavoni. Strano a dirsi, l'impresa fu accolta con una certa indifferenza in Europa. Gli unici che compresero realmente la portata dell'evento, e, ovviamente, schiumarono rabbia e tremarono di paura furono portoghesi e trapezuntini. Ma c'era tempo. Dovevano passare ancora molti anni prima di raggiungere l'India. Il primo capitano generale della “marca del canal” fu il leggendario Alvise Ca' da Mosto, che più di tutti aveva caldeggiato il progetto. Fu lui a fondare San Marco di Nubia, nei pressi delle rovine dell'antica Berenice, che diventerà uno dei principali forti italiani sulla via per le Indie ed ingerirsi un po' come ambasciatore, un po' come pirata, nella politica degli stati rivieraschi, cambiandola per sempre.

1450- 1500: Trebisonda

- 1449: Muore Angelo I Gabras. Per la sua morte aveva deciso di non farsi tumulare nella basilica di santa Irene di Kastamon ( da lui fatta ingrandire e abbellire). Aveva fatto costruire poco lontano un'altra chiesa, più piccola, nel tipico stile del rinascimento pontico, dedicata a San Teodoro Gabras (il santo di famiglia, morto martire nel 1098). Sarà lì che verranno deposti i corpi degli imperatori della dinastia Gabras. Gli succede sul trono il figlio, Angelo II “il conquistatore,” o “l'armeno”. Amante delle arti e delle lettere e non, come il padre, solo come strumento di legittimazione e propaganda, avrà un regno relativamente meno pacifico rispetto a quello del padre, che comunque aveva avuto la sua parte di guerre, impegnato com'era a ristabilire il prestigio dell'impero presso i vicini occidentali partecipando alla loro guerra contro i turchi in maniera determinante. Gli impegni principali del nuovo sovrano, a parte quello di ristabilire stretti legami con i cugini cimmerici e i loro potenti alleati lituani (verso cui indirizzerà diversi artisti e architetti pontici), saranno di estendere l'area di influenza dell'impero nel Caucaso. L'idea del nuovo sovrano era quella di imporre il controllo trapezuntino su tutta la Transcaucasia, fino al mar Caspio, nientemeno, rendendo vassallo il regno di Georgia. Per diversi ordini di ragioni: il primo era di limitare l'influenza dei montoni neri, che avevano la loro capitale a Tabriz, e si stavano estendendo a sud e a est.

- Dopo la dissoluzione completa dei domini di Qara Usman, iniziata con la battaglia del lago di Van e terminata con la sua morte del 1422, nella battaglia di Arbil, sconfitto dall'alleanza tra gli Ashrafidi (potente famiglia di Samarra, che aveva approfittato dell'esito della battaglia di Van per rendersi, come signori di Baghdad, completamente indipendenti ed estendere il loro potere sull'Iraq), il regno d'Assiria e, infine, gli Ak koyunlu, i clan di Qara Koyunlu che non si erano mossi con lui, ma erano rimasti a Tabriz, si erano dati un nuovo capo ed avevano presto ripreso le loro campagne di conquista. Provarono a saccheggiare i domini georgiani nel 1431, mentre Angelo Gabras, da Trebisonda aveva appena dichiarato guerra a Karaman e Aydin e non poteva privarsi di grandi forze per giungere in loro aiuto. Dopo aver riportato una serie di successi, arrivarono fino alle porte di Teflis/Tbilisi, la capitale, vennero però fermati da re Alessandro in persona (di cui Pietro, che aveva partecipato con i pontici alla battaglia di Van, era il cugino) in una epica battaglia per cui il sovrano si meritò l'appellativo di “grande”. A quel punto, vista la malaparata, i Qara Koyunlu dell'est preferirono concentrarsi sull'espansione a spese dei traballanti domini degli eredi di Tamerlano in Persia.

- Ma re Alessandro di Georgia in politica interna non fu altrettanto fortunato. Per ridurre il peso della nobiltà terriera, che si prendeva sempre maggiori spazi di manovra, fomentando anche guerre private, cominciò a concedere il governo delle provincie ai membri della famiglia reale: figli, fratelli, cugini. L'idea in sé era buona, ma il sovrano aveva di gran lunga sottovalutato il livello di disgregazione del potere centrale. I suoi parenti si comportarono in modo non diverso dalle famiglie nobili del regno, governando da signori indipendenti. Venuta a mancare la figura forte del re nel 1442, le contraddizioni del sistema esplosero. L'ultimo re di una Georgia ancora unita fu infatti suo figlio Vakthang, per soli 4 anni. Quando questo lasciò il trono al fratello minore, Giorgio, il regno, in preda alla guerra civile si disfece completamente. Si formarono tre regni, rivendicanti ciascuno la totalità della Georgia. A loro volta, molti principati al loro interno ne approfittarono per staccarsi dall'autorità regia e, pur omaggiando formalmente il sovrano di turno, erano di fatto indipendenti.

- Con tale situazione alle porte di casa, è ben comprensibile la volontà di Angelo II Gabras di estendere il suo potere su quelle terre. Lo stato di debolezza della regione avrebbe, prima o poi, invogliato i Qara Koyunlu ad intervenire di nuovo. E questa volta, oltre a non esserci un potere centrale in grado di fermarli, i turcomanni erano anche molto più potenti di vent'anni prima ed erano governati da un signore capace e ambizioso, Jihan Shah. Per la sicurezza di Trebisonda si sarebbe creato un nuovo mortale pericolo. La seconda ragione era di riportare ordine (come spesso si è ripetuto, la guerra fa male agli affari) e, nel caso, modificare a proprio vantaggio la via della seta. Al contrario della via fino al golfo Persico, l'impero aveva sempre mostrato scarso interesse nell'estendere la propria influenza lungo il tragitto che conduceva in Cina, vuoi per mera disattenzione, vuoi per la presenza di forze troppo potenti da controllare. Nonostante ciò diversi greci si erano spinti lungo quella strada, sia per la variante settentrionale, da Tana, attraversando Astrakhan, Urgenc, Bukhara fino a Samarcanda, sia per quella meridionale, che attraversava Tabriz, Rayy, Nishapur, Asgabat, Mary, per poi dirigersi anch'essa a Samarcanda. Delle due la seconda, a parte per un certo periodo durante il XIII secolo e il principio del XIV, (durante la pax mongolica) era certamente la più frequentata. Per questo a Trebisonda si aveva una conoscenza più o meno precisa del primo tratto di via fino a Samarcanda. Particolarmente famoso era il “mega odeporikon”, diario di viaggio di un certo Giorgio Amiseno della metà del XIV secolo (invece, del tratto Cinese si sapeva poco: nulla più che qualche stralcio di traduzione pontica del “milione” di Marco Polo). Nel piccolo borgo di Derbent, sul mar Caspio, una delle tappe, aveva intenzione di inviare una colonia di mercanti pontici, e creare una linea di trasporti sino all'altra riva, dove si sarebbe collegata direttamente ad Asgabat. Questo avrebbe tolto, nei suoi piani, clienti ai montoni neri, che controllavano la via a sud del mare.

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Il Caucaso nel 1449 (cliccare per ingrandire)

- 1449-1455: In 6 anni di governo, Angelo II aveva concesso con parsimonia aiuti militari ed elargizioni in danaro per estendere la sua influenza sui principi georgiani confinanti. In particolare si era guadagnato la solida fedeltà dei Vardanidze (o Vartanitzes, alla greca), i signori della Guria, e i Dadiani (o Dadianoi) di Odishi. Questi ultimi controllavano il porto principale della Georgia, Poti (o Dioscoris), il che li rendeva dei vassalli importanti per il controllo economico del regno.

- 1455-1456: Dopo aver usato l'arte della diplomazia, era però il momento di usare il pugno di ferro, visto che la situazione continuava a peggiorare. Il casus belli fu la cattura e la prigionia di Giorgio, il legittimo sovrano del regno, l'unico riconosciuto da Trebisonda (Bagrat, l'usurpatore, che risiedeva a Kutaisi, aveva inviato ambasciatori verso il Ponto, per ottenere il sostegno dell'imperatore, ma Angelo II non li aveva mai ricevuti). Era stato preso da Qvarqvare II, atabeg di Samtskhe, una signoria musulmana che si era schierata inizialmente con i montoni neri nella guerra di 30 anni prima, salvo poi chiedere la pace già nel 1415. Angelo I non aveva poi avuto tempo per infliggergli subito una lezione, vista la guerra di successione, poi, molto probabilmente, se n'era dimenticato ed aveva lasciato il problema insoluto, visto che gli alleati dell'Akhistan (come si cominciava a denominare la terra dei montoni bianchi) bastavano ed avanzavano per far passare la voglia a qualsiasi staterello musulmano anche solo di avvicinarsi al confine pontico con intenzioni ostili. Grazie a questa dimenticanza, questa signoria turca, che, tuttavia, di turco aveva solo la classe dominante, visto che la maggior parte della popolazione era armena o lazi o javaki (georgiani del sud ovest), cristiana monofisita, era sopravvissuta. Il territorio dell'emirato occupava approssimativamente quello che per i bizantini erano stati, ai tempi di Basilio II, i temi di Teodosiopoli e Iberia. Della confusa situazione del regno di Georgia, di cui era formalmente vassallo, aveva abbondantemente approfittato. Prima incorporando ampi territori a est, ossia la regione detta di Tao-Klarjeti, poi intervenendo direttamente nella guerra civile, per diventare l'arbitro dei destini della Georgia. Per porsi più vicino al teatro delle operazioni aveva di recente spostato la capitale a Kars/Vanhand. Con un'armata di 20mila uomini, reclutata in Chaldia, Angelo II piombò su Kars da nord est, nella regione della Javakia, che subito gli si sottomise. La città cadde quasi subito. Giorgio venne liberato. Angelo II gli rese omaggio quale unico e legittimo sovrano di Georgia e gli promise aiuti per recuperare il trono . In cambio il re si sarebbe dichiarato vassallo dell'imperatore. Qvarqvare cercò di fuggire a est, verso Tabriz, ma, inseguito, alla volta di Ani venne catturato e ucciso dall'esercito pontico. Una volta caduta la capitale, tutti gli altri castelli si sottomisero subito, anzi, molti gli resero omaggio. Per onorare la vittoria fece costruire tre monasteri in onore di San Giorgio, San Demetrio e san Costantino imperatore sulle pendici del monte Tayk (HL:Mescit), tra l'Acampsis e l'Arasse. Per completare l'opera conquistò anche Erzurum, ribattezzandola nuovamente Teodosiopoli, (ma per gli armeni era sempre Karin, o Xarin a seconda della pronuncia) ordinando di ricostruire una cittadella. Quindi concesse il massiccio del monte e tutto il corso dell'Arasse, ormai il nuovo confine meridionale, a diverse banda, con l'ordine che lo fortificassero adeguatamente. Ancora oggi la regione tra il Tayk e l'Ararat, lungo l'Arasse è detta in greco Catoncria (evidentemente la riscoperta della mitologia greca e della riscoperta dei temi classici facevano breccia anche nel Ponto), dai giganti della mitologia greca, dotati di mille braccia, posti a guardia dei titani. Le “mille braccia” sarebbero gli altrettanti castelli sorti col tempo nella zona, mille sentinelle pronte a difendere da qualsiasi nemico quella regione impervia. Per i turchi Ak Koyunlu, quel nome venne interpretato come “terra della principessa” (Katunistan) e inventarono in merito una leggenda su una fantomatica principessa georgiana prigioniera del castello di Erzurum, e del buon imperatore che aveva mosso il suo esercito per andare a liberarla. La notizia della grande vittoria portò allo stesso tempo gioia e sgomento nei regni vicini. Gioia perché il principato di Guria e quello di Trialeti, rispettivamente nei regni di Imereti e Kartli, erano finalmente liberi da una grande minaccia che gravava sulle loro terre. Sgomento perché era chiaro che il grande imperatore non si sarebbe fermato lì.

- 1457-1460: Prima di procedere all'assoggettamento della Georgia, sulle cui modalità, a dire il vero, aveva idee piuttosto elastiche (si sarebbe anche accontentato di una sottomissione formale senza spargimento di sangue. L'importante era che i baroni di quelle regioni avrebbero obbedito a re Giorgio, servito sotto la sua bandiera, accettato la protezione trapezuntina e contingenti militari pontici sul loro territorio), Angelo II pensò bene di Procedere nella conquista dell'Armenia. Tra i contrafforti del piccolo Caucaso, dove già l'autorità regia era solitamente interpretata in modo molto vago, con la situazione creatasi dominava il caos feudale, tra piccoli emirati turchi, signori armeni, georgiani, azeri, addirittura tatari. Come misura cautelativa per evitare guai e saccheggi molti di loro si erano dichiarati vassalli dei Qara Koyunlu. Appena però un esercito trapezuntino (in questa seconda campagna il sovrano si portò dietro appena 5000 uomini, ma evidentemente bastavano, anche perché erano perlopiù i veterani degli Axuch, la banda più temuta) si stabilì ad Ani, pallida ombra della città che era stata nell'XI secolo, molti signori e signorotti corsero da lui a giurargli fedeltà. Angelo II accettò di buon grado quelle profferte da parte dei cristiani, ma confiscò le terre dei musulmani per donarle alla banda dei Bagrat, che vantava la sua discendenza da un ramo cadetto della dinastia regnante georgiana (per la precisione da un fratello di santa Tamara regina, colei che aveva reso possibile la nascita dell'impero di Trebisonda ed uno dei santi più venerati del Ponto e di tutto il Caucaso cristiano) e, ancor prima, discendente proprio dai re del regno armeno di Ani. Durante l'inverno, tuttavia, non tornò nella capitale, ma rimase lì. Non obbligò l'esercito a stare con lui, ma gli Axuch e i Bagrat decisero di rimanere comunque. Alla fine rimase ad Ani per tre lunghi anni. Da quella che diventò una “piccola capitale del Caucaso” estese il dominio sull'Armenia con lunghe “cavalcate” fino ad Echmiadzin, Erevan ed il lago di Sevan. Gli armeni erano entusiasti. Le loro leggende sul “ritorno dell'imperatore” sembravano diventare realtà. Poco importa se non regnava su Costantinopoli. Perlomeno era cristiano e non era georgiano (tra armeni e georgiani, nonostante fossero alleati contro azeri e turchi, non correva esattamente buon sangue). Innanzitutto era prodigo e tollerante. Inoltre aveva decretato il “privilegio di Ani”, ossia che il metropolita della città (aveva elevato la città a sede metropolitana) dipendesse dal patriarca armeno di Trebisonda, che non rispondeva al patriarca greco-ortodosso, ma solo all'imperatore. Era quello che si sarebbe chiamato un editto di tolleranza religiosa, che non poteva che far piacere ai nuovi sudditi. Durante la sua permanenza Angelo II ricevette la sottomissione spontanea del principe di Tashiria, che governava sulla ricca cittadina di Lori/Lore (georgiano/armeno) e sulla parte meridionale del regno di Kartli. Non si stava sottomettendo a re Giorgio, ma direttamente a lui, all'imperatore. E nonostante tutto, la cosa non gli dispiaceva affatto. Angelo II infatti non si era fatto una grande idea del sovrano detronizzato, lo considerava debole e inetto. Ma nell'ottobre del 1460 giunse una notizia meno buona. I principi Orbeliani, georgiani del sud-ovest, che abitavano nell'emirato del Syuniq (i nostri Nahicevan e Armenia meridionale) giunsero con un'ambasciata a chiedere amicizia e alleanza. Pensavano con quella mossa di poter recuperare il loro principato, governato da atabeg azeri. La cosa non avrebbe destato alcun problema se non ci fosse stato di mezzo il fatto che quella regione si trovava, stavolta non solo nominalmente, sotto il protettorato di Tabriz.

- 1461, inizio: evidentemente gli Orbeliani non erano riusciti a nascondere cosa avevano fatto, poiché qualche mese dopo Massud Vardan, l'emiro di Syuniq in persona, giungeva ad Ani per porre i suoi cortesi omaggi all'imperatore. Prima di andarsene, fingendo di farlo distrattamente, avvisò l'imperatore che aveva invitato il suo signore, il capo dei Qara Koyunlu Jihan Shah. ad una battuta di caccia nei pressi della sua capitale, Naxcivan e questi aveva di buon grado accettato.

- 1461: Alla notizia dell'arrivo imminente dei montoni neri, l'imperatore era tornato di gran carriera a Trebisonda a chiedere al senato uomini per la difesa. Per una volta non venne tirata in ballo la nomos ton demokrateia, i Qara Koyunlu erano ancora un vivido ricordo di molti vecchi e l'argomento preferito della bambinaie per spaventare i ragazzini. In realtà qualcuno obiettò che con quella inutile campagna di conquista nel Caucaso aveva risvegliato il cane che dormiva, ma ora non ci si poteva fare nulla. Insistendo per non avere un esercito più grande (pensava che i bitinidi e i paflagoni sarebbero solo stati un peso in quel contesto), Angelo II si portò dietro un esercito di 25 mila uomini, a cui si aggiunsero anche 6mila uomini provenienti dai principati georgiani suoi vassalli, al comando di Davide di Kakheti, l'unico realmente capace dei principi fedeli a Giorgio. In più si unì anche un contingente di 1000 cavalleggeri armeni provenienti in gran parte dai territori sottomessi nei tre anni precedenti, 500 guerrieri provenienti dall'Artsakh (HL:Karabakh), (comitati personali di latifondisti (sempre armeni) della regione) e persino 500 cavalieri alani, ormai secolari alleati dei greci pontici (va ricordato che da Alessio IV la guardia personale dell'imperatore di Trebisonda era formata da guerrieri alani). Da Tabriz si era però mossa un'armata grande più del doppio in direzione di Naxcivan.

- L'idea di Angelo II per fronteggiare il nemico era semplice. In realtà era l'applicazione in territorio straniero della solita strategia delle banda: fortificare posizioni impervie ed imprendibili e da lì discendere verso il basso con rapide incursioni per fiaccare l'armata nemica. Allontanare i reparti tra loro, possibilmente isolando subito le salmerie, e intrappolarli nelle gole a piccoli gruppi. Se, come sembrava, il nemico si avviava dalla direzione prevista, allora il modo migliore per applicare tale strategia era creare una catena di presidi lungo i massicci più imponenti del piccolo Caucaso, fino a creare un semicerchio che avesse come centro il lago di Sevan.

- Nel frattempo, nel campo opposto, le cose non erano esattamente accordate al tono baldanzoso dell'emiro di Syuniq. I montoni neri non volevano lo scontro, non ora che stavano faticosamente combattendo contro gli eredi di Tamerlano in Persia. E, soprattutto, non contro il Ponto. Tra i turcomanni si raccontavano ancora le storie della furia del demone Dav'ud, (Davide IV) che aveva trasformato ogni roccia del suo reame in un soldato per difenderlo, come del fatto che le acque del lago di Van si erano tinte di rosso e che anche gli Ashur avevano imparato dai loro alleati Rum il potere dei Djin, cioè quello di sparire e riapparire alle spalle del nemico per tagliargli la testa.

- La loro missione era, in origine, semplicemente di guardia ai confini, che nella loro ottica comprendevano Syuniq, Shirvan (Azerbaigian) e Daghestan, ma non certo il Gurcistan (la Georgia) e l'Eremenistan (Armenia). Avevano una sorta di allergia per i monti del Caucaso e preferivano limitarsi a dominare le pianure a sud-est. Eppure il generale Turachan Bey, che non credeva alle favole, specialmente quelle sui Rum, pensava che, nonostante tutto, poteva essere l'occasione per prendersi la rivincita con gli interessi. Nonostante fosse irritato che l'emiro di Naxcivan, per la paura si fosse giocato l'effetto sorpresa sui Rum, avvisandoli dell'imminente arrivo dei Qara Koyunlu (che, però d'altro canto non sarebbero giunti con una tale armata senza una richiesta d'aiuto così disperata da parte di un loro vassallo fedele), era comunque grato della possibilità che gli era stata offerta di recuperare i territori perduti dal suo clan in occidente e infliggere una sconfitta agli infedeli.

- 1462: Bagrat Bagration di Kutaisi, signore di Imereti, dopo aver indugiato a lungo, decide di approfittare del momento di difficoltà dell'imperatore pontico per attaccare suo fratello Giorgio, che governava sul regno di Kakheti. Giorgio chiede aiuto ad Angelo II, che è costretto a rimandare indietro 4mila dei 6uomini di Davide di Kakheti (che comunque decide di rimanere al fianco dell'imperatore).

- 1462: Battaglia del monte Vardenis. Turachan Bey, anche piuttosto stupidamente, cade nella trappola tesagli da Angelo II. Deve ritirarsi, dopo aver subito molte perdite. A questo punto accade l'impensabile. Il capo dei Qara Koyunlu invia un messo a Bagrat, che, pur in vantaggio non riesce ad infliggere il colpo risolutivo a Giorgio. In cambio del vassallaggio della Georgia ai montoni neri e l'aiuto contro Angelo II, Turachan gli offriva un consistente sussidio per sconfiggere il suo rivale. Bagrat accetta. I montoni neri si spostano quindi a est, verso le pianure, stanziandosi sulle rive del lago Mingacevir. Poi risalgono il fiume Kura per giungere a Tbilisi.

- Angelo II a questo punto non sa cosa fare. Ha reso inattaccabile l'Armenia, ma i suoi nemici stanno per assoggettare la Georgia. Se affronta Turachan in pianura, in campo aperto, il suo destino è segnato. Aggirare i monti per giungere a Tbilisi da ovest? Non la raggiungerebbe in tempo. L'unica alternativa, confidare nella ribellione contro Bagrat dei principi dell'Odishia non è molto rassicurante, così come confidare nella resistenza di Giorgio nella sua roccaforte di Sagarejo. L'unica possibilità, per fermare i turcomanni, è ricorrere alla tattica tipica usata da Bisanzio sin da tempi antichissimi per difendere i suoi lunghissimi confini: la mobilitazione di un alleato alle spalle del nemico.

- Ora, l'unico popolo ciscaucasico con cui Trebisonda aveva rapporti più o meno stabili era quello alano, grande alleato anche dei greci cimmerici di Panagiopoli. Avevano subito terribili sconfitte contro Tamerlano. Per via di ciò molti popoli di origine turca che abitavano tra le montagne si erano liberati dal dominio alano, convertendosi superficialmente all'islam. Tuttavia, grazie all'aiuto di Panagiopoli erano riusciti a fermare l'avanzata dei circassi, da ovest. Anzi, dopo che un'alleanza cimmerico-alana li ebbe sconfitti (e poi costretto il loro signore e la sua corte a convertirsi al cristianesimo), gli alani stipularono un accordo di pace e progressivamente si avvicinarono, fino a formare un'alleanza con loro, anche per limitare la vivacità dei Balxaar (una federazione di popoli caucasici di origine turca che si era alleata a suo tempo con Tamerlano). Maghas, la capitale alana sul fiume Terek era stata distrutta, e ora il loro centro principale era la citta di Dzulhath, posta più a ovest. Le distruzioni subite dai tatari sembravano acqua passata e il regno alano si stava progressivamente ristabilendo. I Vainakh, invece, popoli semitribali che abitavano a sud-est dell'Alania, erano sempre stati trascurati. Erano visti più che altro come dei seccanti briganti che saccheggiavano i mercanti sulla via tra l'Alania ed Astrakhan. Per difenderli dalle loro scorribande e da quelle, ben più terribili, dei Nogai, fiero popolo mongolo nomade, situato un poco più a nord, Trebisonda aveva negli ultimi 10-15 anni cercato l'amicizia anche del Khan dei Kumykh, altro popolo di origine altaica che controllava le steppe a nord del Daghestan, e le prime propaggini a nord-est della catena del Caucaso.

- Detto, fatto: dei 500 cavalieri giunti da Dzulhath, la capitale Alana, 30 dovevano tornare in patria per dire allo Shah degli Alani di scendere dal passo di Darial (chiamato così dal persiano Dar Elalan, porta degli alani) con tutte le forze di cui potevano disporre, per salvare Tbilisi dalla caduta. E se gli riusciva, di avvisare i Kumykh di scatenare i loro uomini in una campagna di razzia nel sud.

- Mentre i cavalieri correvano per la loro strada, Angelo II si mosse per raggiungere prima Kars, poi la Guria, e da lì, voltare verso est, per raggiungere anch'essi Tbilisi. Arrivati in Guria, i principi Dadiani e i Vardandidze si unirono all'esercito dell'imperatore, con 3000 uomini. Ad essi si unì anche Demetrio Shervasaidze, principe di Abkhazia, principato che aveva sempre tenuto una politica defilata rispetto alle beghe dell'entroterra (gli Abkhaziani si consideravano diversi rispetto al resto dei georgiani e avevano sempre cercato di farlo notare). Questa volta però era diverso: non aveva intenzione di sottomettersi ai turcomanni che, temeva, avrebbero fatto svanire le ricchezze portate nel suo dominio dai mercanti pontici e cimmerici.

- 1462: Battaglia di Tbilisi. Giorgio riesce a resistere molto più a lungo del previsto all'assedio di Sagarejo. Addirittura al sovrano di Georgia riesce una sortita notturna per raggiungere le porte di Tbilisi, accolto dal principe di Kartli come re legittimo. Turachan, furioso per esserselo fatto scappare, raggiunge Tbilisi e comincia il grande assedio, assieme alle truppe, giunte da poco, di Bagrat Bagration. L'assedio si protrae per due settimane. Dopo 13 giorni, l'accampamento degli assedianti è risvegliato da una selva di frecce. Sono gli arceri a cavallo alani, giunti dal nord in 5000, comandati dal secondo figlio dello Shah. Dopo aver compiuto una prima, devastante incursione, sembrano svanire nel nulla. Le incursioni si ripetono i tre giorni seguenti, ma stavolta all'accampamento sono preparati e i Qara Koynlu subiscono molte meno perdite, infliggendone agli attaccanti. Al quarto giorno gli esploratori avvisano che dall'est sta giungendo anche l'esercito dell'imperatore. Vista la situazione, i georgiani alleati con i turcomanni cominciano a disertare in massa. Turachan, nonostante abbia ancora un esercito numericamente considerevole, si rende conto che il morale è basso, e che le sue armate, appena entrate in contatto con quelle imperiali si sarebbero sciolte come neve al sole. Ha di fronte due alternative: o tentare il tutto per tutto e dare l'assalto alla città e prenderla, in modo da affrontare i nemici da una posizione di vantaggio o ritirarsi. La paura fa brutti scherzi però, e dal giorno della battaglia del monte Vardenis il generale era diventato improvvisamente superstizioso come tutti i suoi uomini. Pertanto leva le tende, abbandonando Bagrat Bagration al suo destino.

- 1462, fine: come se non bastasse, i Kumykh invadono lo Shirvan settentrionale, causando diversi problemi a Turachan sulla via del ritorno a Tabriz. Ma a Tabriz torna anche Jihan Shah, che, furente, gli fa tagliare la testa per la sua stupidità. Angelo II, giunto a Tbilisi non perde tempo. La prima cosa che fa è inviare a Tabriz un ambasciatore per trattare la pace. I termini sono molto ben studiati. L'imperatore chiede che Gurcistan ed Eremenistan stiano nella sua zona di influenza, mentre Azerbaijan e Shirvan in quella dei montoni neri. In sostanza nulla pretende di nuovo se non la sostituzione degli emiri di Syuniq con i principi Orbelian, per la qual cosa egli pagherà un tributo annuo e una dote per il mantenimento degli emiri in esilio. Il capo dei turcomanni, narra uno storico persiano, esclamerà: “per cosa il mio folle generale ha combattuto, se il nemico vittorioso nulla chiede per la vittoria?”, accettando con una certa superficialità le proposte dell'ambasciatore in toto. Non era evidentemente in vena di lasciar perdere la conquista di Rayy e Qom per le montagne del Caucaso. In realtà non è assolutamente vero che non cambia nulla. Giorgio VII è reinsediato come sovrano di Georgia, ma vassallo di Trebisonda. Dal suo regno sono tolte le provincie di Abkhazia, Odishia, Guria e Tashiria: i loro principi risponderanno direttamente all'imperatore. Ovviamente, anche tutte le provincie tolte dall'atabeg di Samtskhe, che sarebbero andate a finire nell'Armenia maggiore, riorganizzata in tre provincie, anch'esse direttamente dipendenti da Trebisonda. Infine il capitolo Kumykh. Praticamente tutto il territorio a nord dell'Azerbaijan e la linea costiera fino a Baku, infatti, per i Qara Koyunlu è perso, perché rivendicato dai Kumykh, che da questo momento cominciano a stanziarsi sui monti. Non che per i turcomanni di Tabriz questa sia una grande perdita, visto che quelle zone erano perlopiù abbandonate a loro stesse, ma in ottica trapezuntina, del controllo cioè delle vie commerciali del Caucaso ed il potenziamento dei porti sul mar Caspio, è un fatto di primaria importanza. Angelo II chiederà infatti al signore di questa stirpe turco-mongola il permesso di costruire basi commerciali e quartieri pontici in tutti i porti e centri sulle vie verso Derbent e Baku. Non solo. Il khan chiamerà in quell'incontro, spontaneamente, l'imperatore come “suo signore”. Questo perché a nord il mondo tataro-mongolo stava cambiando, a causa dell'espansione della Lituania, che cominciava ad interferire con la politica di Astrakhan e Nogai, a nord. I greci erano amici dei lituani, e mettersi sotto la loro protezione voleva dire aver salva la pelle, nell'ottica semplice del gran khan di Derbent, quella che di lì a poco diverrà la nuova, cosmopolita, capitale del khanato. L'unica clausola che gli pose Angelo II fu quella di concedere la libertà di culto ai cristiani all'interno del suo territorio (in cui c'era di tutto, a livello religioso: pagani, cristiani, musulmani sciti, musulmani sunniti, di lì a poco persino buddisti)

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Il Caucaso nel 1465 (cliccare per ingrandire)

- Ma Angelo II non aveva tutta questa voglia di ritornare a Trebisonda. Si era innamorato dell'Armenia e volle restarci, facendo arrabbiare non poco la nobiltà pontica. Fece di Ani la sua residenza, facendo costruire lì un palazzo imperiale, con tanto di giardini, una nuova cattedrale, insieme a tante altre chiese e monasteri disseminati in tutta l'area. Inoltre, solo per il fatto di ospitare il sovrano, la città si rivitalizzò, attirando verso di sé popolazione, di ogni ceto sociale, da tutta l'Armenia e anche oltre, con il conseguente rinnovamento dell'assetto urbanistico. Angelo II tornerà dal suo soggiorno solo per brevi periodi, mentre cercava di potenziare lo sfruttamento della via commerciale attraverso il Caucaso, con tutta una serie di facilitazioni economiche tali da portare all'apertura di fondachi pontici in tutti i principali centri toccati dalla via. Ancora oggi nella città armena c'è una statua alla sua memoria (vedi foto sottostante).

- Morirà a Trebisonda nel 1471, compianto da tutti gli armeni e dai georgiani, forse un po' meno dai pontici, in un impero che mai come allora era divenuto cosmopolita. Oltre a tutti gli effetti economici derivanti dalla conquista, c'è da ricordare anche un fatto considerevole: dalla fondazione dell'impero questa era la prima, vera, campagna militare di conquista mai affrontata.

- Il figlio di Angelo II, Isacco, esaltato dalle gesta del padre, ora che era divenuto re iniziava a fare proprio il punto di vista dei senatori. Una politica imperialistica dal punto di vista militare è costosa, ma, soprattutto, pericolosa. Più si diventa visibilmente forti, più i vicini, presi da timore, potrebbero accordarsi per giocarti un brutto tiro. Per questo, la tentazione di Isacco, una volta salito al trono, fu quella di distruggere definitivamente i Qara Koyunlu, nientemeno. Non era però così folle da provare a sfidarli. Non ora che si avviavano a diventare gli eredi dell'Ilkhan. Voleva però, perlomeno, impedire loro di penetrare in Mesopotamia. Al contrario del padre, infatti, si fidava poco dei regni clienti del medio Oriente: gli Ak Koyunlu, L'Assiria e i califfi di Baghdad, e ancor meno dell'ambiguo atteggiamento dell'occidente nei confronti di Cipro e, di conseguenza, della Cilicia. Ma ciò che più di tutto spaventava Isacco era il canale dei veneziani. Sapeva fin troppo bene che questo li avrebbe condotti, nel giro di non molto tempo in India, dirottando le ricchezze transitanti verso il golfo Persico nel mar Rosso. Urgevano provvedimenti: il primo fu di creare una compagnia che riunisse tutti gli operatori economici pontici operanti in Mesopotamia. Insieme, con l'appoggio dello stato, sarebbero stati più efficaci. Come seconda cosa, occorreva spingere per conquistare nodi strategici più vicini alla fonte. Per questo doveva, a tutti i costi, insistere per farsi dare dal Califfo il pieno possesso di quelle che erano chiamate “le isole assire del golfo”, ossia Bubiyan e Faylakah, in cui abitavano gli stranieri che commerciavano in Abadan. (che per ordine prima dei Jalayrid, poi dei califfi di Baghdad, non potevano risiedere in città). Inizialmente quasi disabitate, si erano riempite di mercanti cristiani (Assiri, Armeni e Pontici), e anzi, avevano mercati frequentati quanto quelli di Abadan e Avhaz. Ma non potevano essere fortificate, ed il flusso migratorio ed il volume d'affari degli abitanti era rigidamente controllato dalle autorità musulmane. Isacco voleva il possesso pieno di quelle isole, inviare lì un governatore, far costruire un porto decente ed una flotta militare e mercantile (mentre fino a quel momento i mercanti pontici, se volevano andare più lontano, dovevano noleggiare un posto su qualche nave dalle autorità portuali di Kuwait). Ma non era facile convincere il sultano, né mostrare i muscoli in un posto così fuori portata per l'esercito pontico. Inizialmente provò con l'arma della corruzione: offrì ad Al-Ashraf una cifra stratosferica, che tuttavia quest'ultimo rifiutò, secondo i cronisti dicendo “se mi offrite così tanto allora quello che chiedete, e del resto lo so bene, deve valere molto di più”.

- Nel 1476, tuttavia, la pressione dei Qara Koyunlu su Baghdad tornò a farsi sentire. Isacco allora decise di vendere caro il proprio aiuto militare per respingerli. Nel frattempo iniziò a finanziare le sette sufi e sciite persiane, che disprezzavano il governo di un signore turco (quindi un rozzo, barbaro, per i raffinati persiani) e per giunta sunnita. Isacco ancora non poteva sapere quali conseguenze ciò avrebbe avuto sulla storia europea.

- 1477: Battaglia di Susa: vittoria di Pirro dei Qara Koyunlu, che decidono di accontentarsi di chiedere un tributo agli Arabi. Ora però per Isacco era giunto il momento di riscuotere. Decise di inviare nei nuovi possedimenti come governatore un Michele Taronite, che aveva ricoperto la carica di megaduca di Amastri, nonostante fosse Alessandro Dadiani, il comandante georgiano del contingente pontico a Susa a pretendere l'incarico. Ma l'imperatore tenne duro. Isacco aveva visto giusto: ci voleva un uomo dell'ovest per questo lavoro, e non un montanaro dell'est.

- Isacco insistette nel desiderio di volere rapporti frequenti sui progressi nella costruzione di...tutto. Ed il suo uomo non tradì le attese: nel giro di 3 anni aveva messo mano a tutti i progetti del suo signore, in particolare porto con annesso arsenale funzionante e le prime 5 galee.

- Ma all'imperatore non bastava neanche così. Voleva anche che i suoi andassero a caccia di basi facili da presidiare, potenzialmente buone dal punto di vista strategico sulla rotta verso l'india.

- Isacco morì nel 1483. Senza figli, gli successe il fratello, Angelo III, che era stato spedito due anni prima a sostituire Michele Taronite e che aveva svolto egregiamente il suo lavoro di signore pirata del golfo Persico per conto di suo fratello. Erano state colonizzate dai pontici le isolette, apparentemente insignificanti di Khark, Lavan, Kish e Tunb, e finalmente, le isole dirimpettaie di Hormuz: Qeshm e Larak, anche se queste ultime con concessioni molto limitate.

- Restava da fare il più tratto più lungo, in mare aperto, ed Angelo III ci mise, da imperatore, lo stesso vigore che ci aveva messo da megaduca, a spingere per bruciare le tappe.

- Nel 1488 Trebisonda possedeva fondachi stabili a Okha e Kandla, sul golfo di Kutch. Ma intanto, nel 1484, i veneziani erano arrivati nel grande centro di Baroda.

- Nel 1490, Angelo III dovette inoltre fronteggiare la richiesta dei tributi arretrati per Siouniq, mai pagati, da parte del Sultano di Tabriz, come ormai amava farsi chiamare il capo dei montoni neri. Angelo III pagò coscienziosamente fino all'ultimo iperpero, dato che la precedenza, per lui, andava data alla conquista del golfo Persico ed alla difesa della Mesopotamia, ma intanto meditava vendetta per l'affronto.

- Altro screzio ci fu nel 1492 con i lombardi, i protettori dei veneziani, “il nemico invincibile”, in occasione dell'eredità dei Lusignano. Giacomo III di Cipro era morto senza eredi, ma si era sposato con Verde Visconti della Scala-Angiò, sorella di Renatino (si vedrà poi), essa aveva scritto nel proprio testamento che avrebbe lasciato in eredità il regno al fratello (che probabilmente l'aveva costretta a scrivere così). Ma, nel frattempo, Renatino era morto e la situazione, nei domini Viscontei era di gigantesco vuoto di potere. Di cui Angelo aveva prontamente approfittato, rivendicando sia l'Armenia, sia Cipro, dato che il re precedente, Giacomo II, aveva sposato Irene Gabras, sua sorella, che poi era diventata, da vedova reggente d'Armenia per Giacomo III. Alfonso di Lombardia decise che non era il caso di andarsi a impelagare in una disputa proprio in quel delicatissimo momento, per cui propose a d Angelo III una spartizione: l'Armenia sarebbe finita nella sfera di influenza di Trebisonda, mentre Cipro in quella lombardo-veneziana. Cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno, Angelo accettò, facendo incoronare la sorella regina di Cilicia, andando a porgerle omaggio a Sis. In realtà, cercò di potenziare le attività mercantili anche in Cilicia, come porto di contrabbando per i siriani, che non avevano voglia di farsi derubare dai veneziani in Egitto. Alla sua morte, la regina avrebbe ceduto il trono al figlio cadetto dell'imperatore, Michele Gabras.

Regno di Cilicia dei Gabras

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Regno di Cipro dei Lusignano

- Nel 1496 morì anche Angelo III, e gli successe Alessio V Gabras. La prima cosa che fece, nel 1499 fu di stabilire una accordo con Venezia, per garantire un minimo margine di guadagno di fronte al crescente successo di San Marco. Fu creata “la linea”, ossia il divieto da parte Veneziana di veleggiare a nord di capo Hadd in Arabia e a nord di Okha nel Gujarat, mentre Trebisonda non avrebbe tentato di colonizzare a sud di quella linea.

1450- 1500 : Costantinopoli

- 1448-1463: Impero di Costantino XI Paleologo a Costantinopoli, poi santificato dalla chiesa ortodossa. Il paese che governava era indebolito dalla lunga serie di guerre che aveva dovuto affrontare. Non commise l'errore di Andronico II di ridurre drasticamente gli effettivi dell'impero, nonostante ai confini non ci fosse nessuna diretta minaccia. Ci fu sì una riduzione, ma lenta e discreta, e, soprattutto, fu compensata dal nuovo tentativo di costruire una flotta permanente da guerra, da stanziare nei tre porti di Costantinopoli, Tessalonica e Monemvassia. Il problema fondamentale, tuttavia, era l'erario. Gli introiti doganali bizantini non erano del tutto inconsistenti, come nei peggiori periodi del trecento, ma certo molti dei mercanti che visitavano i porti romei erano italiani, che godevano della totale esenzione dalle imposte. Occorrevano altri modi per aumentare i guadagni dello stato. Ora il territorio era unito sotto la bandiera paleologa, ma giuridicamente molti grandi latifondisti, in pratica, si autogovernavano. La situazione era stata dettata dal clima generale di disordine durante l'occupazione turca e dal bisogno di guadagnarsi il favore dei nobili locali per resistere all'invasore. Vero anche che Costantino fu avvantaggiato, nel sistemare le cose, dalla morte in guerra di molti arconti e dal tradimento di altri, cosa che gli offrì il destro per cospicue confische. La situazione, poi, da questo punto vista differiva da regione a regione. In generale, la situazione andava peggiorando man mano che si andava da sud verso nord, da Mistra verso Costantinopoli. I decreti di razionalizzazione giuridica e fiscale emanati da Costantino furono tanti e tali da indurre l'imperatore a cercare di escogitare mezzi, sia per farli rispettare con la forza, sia per renderli convenienti per gli arconti. Voleva far diventare il suo regno come quello di Trebisonda, renderlo ricco e potente, quindi cominciò a imporre ai grandi latifondisti dell'impero di investire parte delle loro rendite in attività redditizie, come il commercio o la costruzione di opifici. Per una società come quella Romea, azioni sommamente disdicevoli. Lo stesso sovrano diede il buon esempio, richiamando nei suoi discorsi, (perlomeno a quanto dice Sfranze, il suo principale biografo) più e più volte, la leggenda della “corona di uova” di Giovanni III Ducas-Vatatzes, e acquistando una piccola flottiglia commerciale per inserirsi nel commercio delle spezie in Alessandria in cambio di stoffe purpuree, prodotte da un laboratorio vicino al palazzo delle Balcherne. I suoi sudditi di ceto medio-alto poterono storcere il naso finché volevano, ma, fosse per fortuna o perché veramente dotato di fiuto per gli affari, il sovrano accumulò un piccolo capitale dalla sua attività, che utilizzò per elargizioni di pane ai poveri della capitale, cosa che lo rese amato dal popolo. Lo stesso popolo che si chiedeva insistentemente perché i nobili non facevano lo stesso. In tal modo, avrebbero anche potuto offrire lavoro ai molti diseredati. Le molte terre che il sovrano fece in modo di confiscare in Tessaglia settentrionale ed in Tracia vennero messe in vendita. Ma gli acquirenti erano tenuti, per acquistarle, a possedere un'attività commerciale, in cui lo stato stesso sarebbe entrato con una percentuale del capitale ottenuto dalla vendita. Per gestire tutta la questione in modo efficiente venne creato il primo banco d'affari della Romània, che, alla maniera italiana venne chiamato “banco di S. Andrea”, poiché posto nei pressi dell'omonima chiesa. Naturalmente, anche molti monasteri basiliani vennero coinvolti nell'attività del banco, per indurli a gestire i loro inalienabili possedimenti in maniera più efficiente e razionale. Cambiare la mentalità di una classe dirigente non è certo un compito facile, né breve. Eppure, gli sforzi di Costantino erano nella direzione giusta. Riuscì a scuotere le energie più vive ed intraprendenti del suo impero, spingendole a lavorare anche per gli interessi dello stato. La grande nobiltà si divise in questo periodo in due fazioni: la prima, sotto la bandiera dei Cantacuzeni, era fortemente ostile a queste trasformazioni e scese in campo più di una volta con rivolte. La seconda, guidata dagli Asen e dai Sinadeni, era invece quella da subito coinvolta nel progetto di Costantino XI che diede all'imperatore tutto il proprio sostegno. Tanto è vero che Costantino diede in sposa la propria figlia, Sofia (avuta con Elena Paleologina minore) a Manuele Sinadeno, capo di questo partito. In dieci anni l'imperatore riuscì a costruire molto, dando inoltre una valvola di sfogo ai mercanti di Monemvassia, da lui sostenuti e protetti e per cui ottenne la costruzione di un fondaco a Ragusa ed alcuni diritti commerciali a Negroponte, in Cilicia, a Karaman, Nicea e Trebisonda. Si cominciarono a produrre sete grezze di qualità a prezzi bassi (più bassi che in Egitto, ad esempio), così come il lino. Da Chio venne impiantata la produzione del mastice e a Tebe vennero introdotte le prime cartiere. Nel complesso, in tempi relativamente rapidi cominciavano ad essere prodotte merci che, con i successori di Costantino XI, acquisirono la fama necessaria per entrare nel giro del commercio internazionale. Altro elemento molto importante furono le miniere d'argento di Neocastro/Novo Brdo/Noyeburg/Novomonte, in Macedonia. Nonostante la città si trovasse all'interno del regno Serbo, la popolazione si era data un ordinamento di stampo comunale. Era divisa in diversi quartieri nazionali, oltre alla città vecchia ai piedi del castello, abitata da serbi e albanesi. Vi era il quartiere greco (venditori di sete e stoffe), quello lombardo (cambiatori e usurai), quello sassone (che erano rinomati ed esperti minatori e fonditori). Vi erano inoltre dei miliziani che difendevano il comune dai briganti. Tutto questo era favorito dal fatto che fosse la prima città importante vicino al confine con la Romània. Infatti Costantino ebbe tutto l'interesse a stipulare trattati di amicizia con il governo della città, che era libera di esportare al grande mercato di Florina senza il pagamento dei dazi. E così al re Serbo, che pure aveva lì un governatore e traeva consistenti ricchezze da quella città, non veniva la tentazione di ridurre in cenere l'organismo comunale. Costantino in tutto questo guadagnava l'esenzione dai dazi per i suoi mercanti e,soprattutto, una quota d'investimento sullo sfruttamento delle miniere. L'iperpero, la moneta bizantina, ne trasse giovamento, tornando ad avere un valore stabile e progressivamente, tornando ad essere accettata non solo per i pagamenti nel commercio al minuto (anche se il predominio del ducato aureo veneziano, poi lombardo, nelle transazioni più grosse rimase fino al XVII secolo e oltre). Per tutta questa serie di vaste riforme economiche, Costantino chiese e ottenne l'aiuto e la collaborazione di Teodoro II Paleologo, asceso al trono di Nicea nello stesso anno in cui lui saliva a Costantinopoli, e che cercava di imitare l'amico nei suoi domini (ed era anche avvantaggiato, perché partiva da basi economiche molto più solide). I due svilupparono un forte legame, che si ripercosse anche nelle relazioni tra i due stati, mai state così buone. Anzi, ad un certo punto sorse l'idea di riunificare, in un futuro, le due metà del mondo romeo (in questo gioco, ormai, i pontici erano considerati, appunto, pontici, cioè qualcosa di diverso, anche se alleati e accomunati da una stessa eredità culturale). Per questo furono stretti diversi legami matrimoniali tra le famiglie dell'uno e dell'altro. Dei soldi che trasse dalle sue attività commerciali “private”, l'imperatore spese a piene mani per costruire Xenodochi, Nosocomi, bagni pubblici e monasteri, non tralasciando di utilizzarne anche per il restauro di molte chiese andate in rovina durante l'occupazione tatara. Il vero mecenatismo artistico però, cominciò ad essere effettuato, in particolare a Mistra, Patrasso, Monemvassia, Mani, Tebe, Livadia, Neopatria, Atene, Boudonika, Naupatto, dai nuovi ricchi, che volevano abitare in dimore che potessero stare alla pari di quelle dei signori italiani. Sorge, più che altro durante il regno dei successori, a partire dal figlio Costantino XII, succeduto al padre nel 1463, la “rinascenza romea”.

- 1463-1467: Durante i successivi 4 anni del regno di Costantino XII, vengono continuate le opere di riforma economica. Vengono inoltre trattenuti rapporti diplomatici con tutte le corti europee, Roma compresa. In particolare, viene stretta amicizia con lo stato lombardo, per forza di cose, e con quello lituano con cui in realtà esistevano rapporti da tempo, pur mediati da Panagiopoli. Infine, cosa da non trascurare, l'influenza bizantina si consolida anche fuori dai confini, specialmente in Tracia Tatara, Bulgaria e, in piccola parte, anche in Valacchia. Appena prima di morire, nel 1467, a seguito di un colpo apoplettico, Costantino XII introduce a Mistra, Tessalonica, Adrianopoli e Costantinopoli i primi laboratori di una nuova invenzione proveniente dalla Germania: la stampa a caratteri mobili.

- 1467-1479: Costantino XII non lascia eredi. Il trono passerebbe quindi nelle mani di Manuele Sinadeno, marito di Sofia Paleologina, figlia di Costantino XI. Il velleitario tentativo di Giacomo II di Cipro di reclamare il trono per sua moglie (figlia di Teodoro Paleologo, fratello di Costantino XI) non venne neanche preso in considerazione da Costantinopoli. L'unico altro Paleologo con i titoli per governare era Andrea, figlio di Tommaso Paleologo, altro fratello di Costantino XI. Ma a questo piaceva la bella vita e non fece niente per reclamare il potere. Prima di calzare la porpora, tuttavia, Manuele compie un gesto che ha dell'incredibile: chiede la benedizione di Teodoro II Paleologo di Nicea in quanto quest'ultimo è divenuto, dopo il rifiuto di Andrea, per discendenza diretta il “capofamiglia” dei Paleologi. Teodoro rimane spiazzato, ma da' la sua benedizione, molto colpito. Manuele III Prosegue con ancora maggior vigore la politica dei suoi due predecessori, ma, nel contempo, nuove nubi si addensano sull'impero. Innanzitutto deve fronteggiare l'aperta ribellione dei Cantacuzeni, che, in mancanza di un Paleologo a Costantinopoli si sentivano ancor più giustificati all'aperta ribellione contro i nuovi sovrani Sinadeni, visti come dei “parigrado” particolarmente fortunati da essersi imparentati al momento giusto con i legittimi imperatori romei. In secondo luogo il clima internazionale stava rapidamente mutando. L'era dei piccoli regni si stava avviando al termine, arrivava il periodo della formazione delle grandi potenze europee. Si stava inevitabilmente profilando un'epoca di scontri tra i grandi per l'egemonia dell'Europa e Manuele III voleva essere sicuro di non rimanerne schiacciato. Il pericolo più grande, come sempre, era rappresentato dall'Ungheria, che stava progressivamente inghiottendo la Serbia e la Valacchia ed aveva intenzione di fare la stessa cosa anche con la Bulgaria. Ma la Romània non poteva permettersi che i magiari cominciassero a dominare stabilmente anche a sud del Danubio. Per questo Manuele ricominciò a potenziare l'esercito bizantino, pur nella speranza di non doverlo impiegare mai. Chiese agli italiani e ai pontici generali che insegnassero ai greci l'utilizzo dell'artiglieria e delle armi da fuoco e rafforzò i già stretti legami con i lombardi e gli angioini, con trattati di amicizia e alleanza. Inoltre cercò di aumentare l'influenza bizantina presso i Tatari bianchi con politiche matrimoniali ed economiche. Ma il problema fondamentale era la Bulgaria. Il re Giovanni Alessandro II (Ivan Alexander) aveva recentemente scelto come favorito il duca di Dobrugia, Alexander II Bedredin. Uomo abile ed astuto, Bedredin odiava i greci. La ragione stava nel fatto che il suo ducato, posto proprio a nord del piccolo Ponto, era il principale concorrente economico di quest'ultimo. Nonostante controllasse le pur ricche città di Kilia, Pangalia, Isaccea (Sakdji), Enisala, voleva che esse diventassero il terminale privilegiato per le rotte commerciali tra Mar Nero ed Europa centrale. Ma finché il sistema dei traffici e gli equilibri di potere rimanevano quelli che erano, era una lotta senza speranza. Guadagnare ascendente su tutto il basso corso del Danubio, controllare le corti sia della Valacchia, sia della Bulgaria, era un ottimo modo per estendere la rete di traffici da lui controllata, e, allo stesso tempo, espellere i suoi concorrenti da quelle zone. Inoltre era la voce più autorevole del partito filo-ungherese. Sperava di poter usare le ambizioni territoriali del regno di santo Stefano sui Balcani per controllare progressivamente tutti i traffici dell'Europa centro-meridionale. Il duca aveva, insomma, grandi progetti.

- Il piccolo Ponto, era, in realtà, un'entità politica piuttosto strana. Formalmente, faceva parte dei domini dei pontici cimmerici. Ma non vi era un dominio diretto vero e proprio. Il megaduca, ossia il governatore, risiedeva a Mesembria, considerata la capitale di questa regione. La sua funzione, tuttavia, sarebbe stata descrivibile più come quella di un mediatore, un ambasciatore di Panagiopoli,che non come quella di un vero signore. Infatti, il territorio era suddiviso in 8 distretti amministrativi, detti “drungas” (italianizzato in “drungarie”) corrispondenti alle 8 città principali: Kaliakra, Varna, Emona, Mesembria, Anchialo, Sozopoli, Athopoli e Medea. Ogni città aveva una suo senato e un drungario, ossia un comandante militare , comunque agli ordini dell'organismo assembleare. Al contrario, il duca, in qualità di comandante della flotta, aveva il compito di controllare l'attività portuale, compresa la riscossione dei dazi ed il controllo delle dogane. Era in sostanza il vero detentore del potere esecutivo, pur mediato dal senato, che del resto lo eleggeva (la sua carica era a vita). Il senato era l'espressione di tutte le grandi famiglie della città, e, ovviamente, la carica senatoria era ereditaria. (anche se, a volte, soprattutto in momenti di difficoltà finanziaria, si vendeva il rango senatoriale a nuove famiglie di parvenues) Ogni drungaria aveva un liber iurium, che conteneva gli statuti cittadini e l'elenco di tutti i privilegi commerciali ricevuti o concessi dalla città. Per le decisioni di importanza generale per tutto il piccolo Ponto, prima di fare riferimento al Megaduca, che era inviato da Panagiopoli, si ricorreva all'ecclesia, ossia la riunione di tutti e 8 i duchi, assieme agli otto drungari. Inutile dire che alla fine si invitava anche il megaduca alle riunioni, come mediatore dei litigi che spesso sorgevano. Anche perché, pur unite da forte coscienza identitaria di fronte alle potenze straniere (e, a dirla tutta, di fronte alla stessa Panagiopoli), tra le otto città vi erano rivalità storiche, che trovavano il loro sfogo o nell'ecclesia o il giorno della festa di San Biagio, il santo patrono del piccolo Ponto, in cui, nell'omonimo villaggio, a nord di Mesembria, si disputava una gara tra galee provenienti da tutte e otto le città. Le rivalità più accese erano tra Athopoli e Medea e, soprattutto, quelle tra Anchialo, Sozopoli e Mesembria. Essendo quest'ultima la più potente non era raro che le prime due si alleassero per dargli contro (con, a volte, il contributo di Emona).

- Dal punto di vista etnico la popolazione era quanto mai varia. Ovviamente la parte del leone la facevano i greci pontici, a cui appartenevano anche la stragrande maggioranza delle famiglie nobili. Ma vi era un cospicuo numero di greci romei (soprattutto a Medea e Athopoli), bulgari, dobrugeani (che a quanto pare a Kaliakra erano molto numerosi) italiani (c'era una o più comunità italofone in ogni porto del Levante) e tatari. Inoltre si potevano anche contare anche presenze, pur in misura minore, di ungheresi, slavi del sud e turchi (ad Athopoli ve n'era una folta comunità, detta dei “disertori”: erano gli eredi di un'armata di Aydin fuggita a nord negli anni '20 del '400).

Dobrugia e Piccolo Ponto alla metà del XV secolo

- 1470: Alexander II Bedredin consiglia al sovrano bulgaro di attuare una politica aggressiva nei confronti della tataria bianca del khan Mengli. Dopotutto, essi occupavano un territorio facente parte del regno di Bulgaria storico e, comunque, ancora in parte abitato da genti bulgare. Il suo intento era chiaramente quello di mettere in difficoltà l'impero bizantino e la fazione filo-romea della corte di Tarnovo, capitanata dal principe di Vidin, Demetrio Strazmir, che dall'anno prima aveva assistito ad un progressivo aumento della tensione al confine Serbo-Bulgaro e temeva ci fosse dietro lo zampino di Buda. Per Costantinopoli il problema era di difficile soluzione. L'astio latente bulgaro verso i tatari era ormai cosa nota, ma il fatto che i tatari fossero stretti alleati dei Romei aveva frenato le azioni ostili. Ora, però la Romània sarebbe stata costretta a scegliere con chi allearsi. E, prevedibilmente, avrebbe scelto i tatari.

- 1471: Spaccatura tra Bedredin e Strazmir. Il primo tanto dice e tanto fa da riuscire a far cadere in discredito il despota di Vidin. Tuttavia quest'ultimo si trincera dietro alla sua fortezza, in netta opposizione al consiglio ed al re. Dal canto suo Ivan Alexander II dichiara finalmente la guerra contro la Tataria.

- 1472: A Costantinopoli è il tempo delle decisioni: Manuele Sinadeno ammonisce la Bulgaria, ma ancora non si decide a muovere il suo esercito attraverso i Rodopi. I tatari, comunque, guidati dal figlio del Khan, Giray riescono a sconfiggere una prima volta l'esercito bulgaro, privato delle forze di Vidin, che decide di non partecipare alla campagna.

- Sinadeno a questo punto opta per un sistema più economico della guerra per risolvere il problema: l'assassinio. Ivan Alessandro viene ucciso da un sicario. Di male in peggio: Demetrio Strazmir, l'erede più prossimo, non riesce a prendere il trono. L'assassino infatti è preso prima della sua fuga e confessa di essere stato inviato su ordine dell'imperatore costantinopolitano. Alexander Bedredin attua un colpo di stato e si fa proclamare zar.

- Demetrio ovviamente non riconosce il nuovo sovrano e si allea con i Romei e i tatari per prendere il potere. Nel frattempo però i bulgari arrivano sotto le mura di Filippopoli, la capitale tatara. L'esercito romeo, guidato da Alessio Bullote, nel frattempo, si unisce a Sofia con quello dello Strazmir.

- 1474: Battaglia di Filippopoli: I Bulgari riescono a sconfiggere i tatari e un piccolo contingente greco giunto in aiuto. Mengli viene ucciso, mentre Giray fugge con alcuni dei suoi verso Sofia, dato che è venuto a sapere che il grosso dell'esercito romeo, assieme a reparti di Vidin si trova lì.

- Manuele III nel frattempo chiede aiuto al Piccolo Ponto, a Nicea e Trebisonda per sbrogliare la difficile matassa. Ma stavolta, Trebisonda non vuole impicciarsi. Non è una guerra santa, come contro i greci e difficilmente i pontici orientali riescono a capire il senso di questi scontri, non rendendosi conto dell'importanza strategica dell'espansione dell'influenza magiara sui Balcani. Al contrario Mesembria ha seriamente paura, ma ha un esercito troppo debole per attaccare le posizioni bulgare da ovest. Attua però un blocco navale al delta del Danubio, per mettere in difficoltà l'economia dobrugeana. Nicea, invece, fa sbarcare a Costantinopoli un esercito. L'architetto Matrakis il vecchio ha per la prima volta l'idea di costruire un ponte sul Bosforo, per facilitare le operazioni di trasferimento da una parte e dall'altra dello stretto, sempre molto difficili e complesse.

- A questo punto Alexander Bedredin II comincia a chiedersi se vale la pena andare a fondo. Ma ormai è troppo tardi. La miccia è già stata accesa e non dipende più da lui. Gli ungheresi infatti spostano degli uomini in Dobrugia, per giungere “in aiuto” del loro prezioso alleato. Inoltre i serbi muovono contro Vidin, per costringere il principe Demetrio alla resa.

- Battaglia di Velbugd: Giray, Strazmir e Bullote sconfiggono un esercito serbo-ungherese avanzante da nord-ovest. Poi contrattaccano, entrando in territorio serbo.

 I movimenti ungheresi, però, mettono in allarme lombardi e lituani. Questi ultimi entrano in Moldavia. Manuele Sinadeno si impegna in un fitto scambio di lettere con Can Galeazzo Visconti e Teodoro Jagellone. Tra Romània, Lituania e Lombardia viene firmata una lega anti-ungherese.

- 1475: A questo punto re Mattia Hunyadi preferisce non forzare. Chiede la pace a Manuele III e Demetrio Strazmir, alle seguenti condizioni: il re di Bulgaria diviene alleato e vassallo del regno di Santo Stefano, ed annette tutto il territorio fino al fiume Marizza. A ovest, il principato di Vidin si annette il ducato di Sofia, e diviene alleato dell'impero romeo. La città di Filippopoli passa a Costantinopoli. In sostanza, senza impegnarsi troppo, Buda ha aumentato a dismisura la propria penetrazione e influenza a sud. A questo punto, l'unica soluzione plausibile per la Romània stava nel gettarsi tra le braccia di Pavia e Vilnius. Manuele fu fortunato: Matilde da Varano, moglie di Gian Mastino, era appena morta. Irene Sinadena, seconda figlia di Manuele, nata nel 1458, venne data in sposa a Gian Mastino Visconti della Scala il 12 settembre 1475.

(cliccare per ingrandire)

Situazione dei Balcani nel 1479, alla morte di Manuele III Sinadeno (cliccare per ingrandire)

- Dopo la morte di Manuele, fu la volta di Michele X, suo figlio. Con lui l'alleanza con i lombardi si fece sempre più forte, ma non dimenticò di ampliare la flotta bizantina, sia mercantile., sia militare. Il suo cruccio era di non poter far nulla per fermare gli ungheresi del potente Re Mattia, (che nel 1485 riuscirono a mangiarsi anche il principato di Vidin, e riducendo il regno bulgaro a “principato di Bulgaria”, affidata, facile immaginarlo, ai Bedredin) se non appoggiarsi ad altre potenze. Fu una fortuna che Mattia morisse nel 1490, dopo aver combattuto inutilmente contro i lituani per il controllo della Moldavia per una quindicina d'anni, con la regione che passava ora all'uno, ora all'altro. Ormai però era vicino il momento in cui il gran re si preparava ad una nuova campagna verso sud. Il suo unico successore era Giovanni Corvino, un bastardo, che scatenò, ovviamente, una lotta con l'imperatore Ernesto, che aveva tutta l'intenzione di riprendersi l'Ungheria. Di fronte a tale minaccia, però, la nobiltà magiara si spaccò, un'altra volta, dando origine ad una sanguinosa guerra, terminata solo nel 1499 con la pace di Praga, con cui l'imperatore metteva sul trono ungherese suo fratello Alberto, concedendo a Giovanni Corvino il titolo di Voivoda di Transilvania e principe di Valacchia. Di fronte a tali sconvolgimenti, comunque, lo stato bizantino, grazie alla sua oculata politica economica, si arricchiva, tornando un importante crocevia di traffici, in particolare la città di Monemvassia. Nel frattempo Teodoro II Paleologo, a Nicea, era morto senza eredi diretti, facendo finire la dinastia Paleologa anche in Asia. Gli successe Teodoro III della nobile famiglia dei Mancafa, che tuttavia continuò l'opera di progressiva riunificazione con Costantinopoli. Suo figlio Giorgio sarebbe stato inviato alla corte di Costantinopoli e avrebbe sposato una principessa Sinadena, la sorella dell'erede al trono Teodoro II, e i loro figli sarebbero diventati i primi sovrani del nuovo impero bizantino riunificato.

Fine del '400: nascita e ascesa delle grandi potenze

- Per quanto riguarda l'occidente, nella seconda metà del '400, i pezzi sulla scacchiera erano ormai pronti. Ora era il momento di muoverli e vedere chi sarebbe rimasto in gioco fino alla fine.

Francia

- Partiamo innanzitutto dalla Francia: Finalmente la guerra con gli inglesi era finita, con la completa cacciata di questi ultimi dal continente, a parte Calais, che comunque era circondata dai possedimenti borgognoni. Era il momento di un radicale consolidamento interno. Esso passava necessariamente per la progressiva eliminazione delle autonomie feudali e l'accentramento amministrativo e fiscale. Un lavoro che Carlo VII era disposto ad iniziare subito, andando anche contro il proprio stesso figlio. Il futuro Luigi XI, infatti, non aveva ottenuto alcun governo o appannaggio personale dal padre, e, per questo si sentiva messo da parte. Era stato relegato nella regione periferica del Delfinato (essendo il delfino...). Da lì il ragazzo aveva provato a costruirsi una rete di alleanze ed una fidata clientela, così da estendere progressivamente la propria influenza sul regno a discapito del disprezzato genitore. Il colpo più importante fu l'alleanza con Filippo il Buono di Borgogna, il duca di Savoia, e last but not least, i potenti Renato d'Angiò e Can Galeazzo Visconti della Scala. L'occasione era stata particolarmente propizia, per quest'ultimo per mettere in atto il suo progetto politico più grande: la riappacificazione e l'alleanza tra Borgognoni e Angioini. A Chambery, nel 1456, i due, con la mediazione del re lombardo e del delfino siglarono un trattato di pace. Filippo si impegnava a titolo di risarcimento per tutti gli screzi passati a vendere al re di Napoli tutti i suoi diritti e possedimenti all'interno dei vescovadi di Metz, Toul e Verdun, che passavano sotto l'influenza angioina. Se questo era senz'altro utile ai fini diplomatici italiani, non faceva altro che adirare sempre di più il re di Parigi, che cominciava a sentire il peso di un “accerchiamento” di forze ostili. Ma, eccettuato Filippo, (che però, nonostante la sua cavalleresca ingenuità, era comunque poco propenso a sfidare troppo apertamente Carlo VII), sia Renato sia Can Galeazzo erano più che disposti a sacrificare Luigi sull'altare della ragion di stato in cambio di un qualche genere di contropartita. La proposta era questa: Renato avrebbe venduto la contea del Maine e il ducato di Anjou, con annessi diritti al re, che li avrebbe ceduti come appannaggio vitalizio a Luigi (molto più controllabile da Parigi, in questo modo). In cambio il Viennois sarebbe stato ceduto agli angioini.

- Se l'accordo poteva far felice il sovrano, molto meno lo era Luigi, che si sentiva tradito. Rifiutò la proposta di mediazione di Can Galeazzo (che dall'accordo avrebbe ottenuto il titolo di gonfaloniere della Santa Chiesa per il comitato Venassino, oltre alle solite facilitazioni economiche per i lombardi) e si preparò ad attaccare la Provenza, cercando di convincere l'amico Filippo il buono a rompere l'accordo appena stipulato con Renato.

- La ribellione di Luigi non durò molto. Dopo aver perso contro gli eserciti di suo padre fuggì a Bruges, ma Filippo riuscì a convincerlo a tornare a Parigi a chiedere il perdono reale. Venne insignito del Maine e dell'Angiò, e come da contratto, il Viennois passò in mano angioina. La corona ci guadagnava due regioni centrali, importanti, anche per il controllo dell'ambigua Bretagna e perdeva una regione relativamente periferica. Che però agli Angioini serviva per avere un collegamento più facile con i possedimenti lorenesi via Savoia e Borgogna.

- Nel 1461 Luigi divenne re. Inizialmente i rapporti con i suoi potenti vassalli Renato e Filippo furono molto cordiali. In particolare con il secondo, memore del fatto che nelle diatribe col padre il duca di Borgogna era colui che l'aveva aiutato maggiormente (non pretendendo nemmeno qualcosa in cambio). Ma ben presto Luigi, più che ai debiti di riconoscenza guardò ai propri interessi come re. Interessi che passavano attraverso la medesima politica del padre.

- Il re di Francia non poteva permettere che un suo vassallo fosse più potente di lui. Carlo VII l'aveva dimostrato fin troppo bene buttando a mare gli inglesi. Ora però era il turno dei borgognoni e degli angioini, che stavano “accerchiando” il regno con i loro possedimenti. E alle loro spalle c'erano i lombardi e i loro soldi. Il primo proposito del “ragno” (come era chiamato Luigi XI) era stato quello di cercare di risollevare l'inimicizia tra Renato e Filippo. Tuttavia l'angioino era un politico vecchio ed esperto e non gli erano sfuggite le reali intenzioni di Luigi. Per un po' finse di assecondarlo. Ma anche il re era piuttosto arguto e capì che non stava ottenendo nulla di concreto. Rimase però convinto che in caso di conflitto Renato avrebbe aiutato molto più volentieri lui piuttosto che i borgognoni. Nel frattempo rafforzò ancor di più il suo potere erodendo i margini di autonomia dei grandi baroni, come i Borbone o gli Orleanesi. Ragionevolmente sicuro della loro fedeltà, passò ad usare la mano pesante contro Filippo il buono. Nel 1465 mandò a dire al vecchio Filippo che, visto che l'assassinio di suo padre era stato ormai perdonato, le città della Somme devolute alla Borgogna come risarcimento in virtù del trattato di Arras del 1435, dovevano ormai essere rese, in cambio di alcune rendite sulle entrate francesi.

- Il duca avrebbe accettato, ma si mise in mezzo suo figlio Carlo. Non era affatto sua intenzione permettere una tale onta al padre: per lui si trattava di una questione di principio. Senza porre tempo in mezzo organizzò una coalizione di grandi signori scontenti della politica prevaricatrice del re, compreso addirittura il fratello di Luigi Carlo, duca di Berry (che diventerà il suo peggior nemico).

- A Montlhery si svolse una dura battaglia tra le truppe fedeli al re e quelle della coalizione, chiamata “del bene pubblico”. La vittoria arrise ai secondi, guidati dalle truppe dei Borgognoni. La battaglia stava per concludersi senza né vincitori né vinti, quando, da ultimo, apparve sul campo Giovanni II, figlio di Renato d'Angiò, che gestiva i possedimenti francesi del casato, (mentre il padre regnava a Napoli), schierandosi contro il re, con sua somma sorpresa. Tuttavia quest'ultimo riuscì a scappare a Parigi. Gli alleati, in realtà, non avevano alcun progetto politico in mente. Il desiderio di “ottenere giustizia” li guidava, ma niente più di questo. Una volta impartita una lezione al re non sapevano bene che fare. Della qual cosa, Luigi seppe approfittarne al momento opportuno per far sopravvivere almeno una briciola della sua autorità. Chiese una tregua, poi perfezionata con il trattato di Conflans. Esso normalizzò i rapporti con i capi, cedendo sulla restituzione della Piccardia; sui diritti di successione sulla Bretagna (a cui cedette Etampes e Montfort); con gli angioini firmò un trattato di pace che riconosceva ufficialmente al ducato di Bar la diretta dipendenza dal sacro romano impero e non dalla corona di Francia, cui Renato doveva obbedienza come vassallo esclusivamente per quanto riguardava il Viennese. Inoltre gli cedeva alcuni castelli della Champagne; a Giovanni V d'Armagnac dovette cedere il viscontado di Dax e Bayonne; a suo fratello Carlo fu costretto a cedere in un primo momento il ducato di Normandia, poi, poco tempo dopo, al suo posto, quello di Guienna. Luigi da questo momento pose molta attenzione ai rapporti con i suoi vassalli, proseguendo con ancor più energia di prima la sottomissione dei piccoli. Con i grandi signori, però aveva dimostrato di avere fallito. Il suo accerchiamento non diminuiva, anzi, aumentava. Con la protezione di Carlo, dalla Guienna, Giovanni V d'Armagnac (che oltre all'Armagnac regnava anche sulla contea di Rouergue) aveva infatti creato la “lega guascone”, assieme al conte d'Albret (che oltre alla sua contea controllava anche Limousin e Perigord) e allo stesso Carlo Valois; inoltre Gastone di Foix, che era rimasto fedele all'alleanza con il re, pur non potendo fare molto, preso com'era dalla guerra civile in Navarra, aveva dovuto cedere a Giovanni V la contea di Comminges. L'idea dell'Armagnac era di creare un forte ducato Guascone, un cuneo autonomo tra Francia e penisola iberica.

- Gli anni passavano e nel 1467 a Filippo il Buono successe Carlo il Forte (il nostro Temerario) come duca di Borgogna. Egli non aveva la benché minima intenzione di ascoltare il padre e normalizzare i rapporti con il re di Francia. Semmai fece l'opposto, ponendosi come capofila di un grande fronte antifrancese. Cercò di guadagnare ai suoi piani l'Inghilterra, che però era in piena guerra civile e faticava a trovare un nuovo equilibrio. Dal canto suo non era troppo favorevole alla politica di alleanza con i Visconti, che suo padre aveva usato come appoggio politico per tenere a freno la confederazione elvetica e la Savoia e come contrappeso all'isolamento Borgognone. Ora però Digione non era più isolata contro un forte re che voleva eliminarla. Era alleato con gli Angioini, e da poco anche con gli Armagnacchi e i Bretoni. E Re Luigi si era indebolito molto: non era riuscito a sciogliere la lega del bene pubblico, sebbene fosse stato tanto abile da cadere in piedi in tutta quella burrasca, ed essa era una perenne spada di Damocle sulla sua testa.

- Il duca di Borgogna inaugurò subito una serie di campagne per ampliare ulteriormente il suo potere, sia a nord, sia a sud. Il principato vescovile di Liegi aveva pagato cara l'alleanza con il re di Francia durante la guerra del bene pubblico, ed era stato praticamente ridotto in cenere. Solo la città stessa di Liegi rimaneva sotto il potere del vescovo. Che da quel momento in poi sarebbe stata una creatura del duca. Nel 1469 acquistò l'Alsazia asburgica dal duca del Tirolo, in grave carenza di liquidi. Successivamente, nel 1471-1472, acquistò da Arnoldo di Egmont il ducato di Gheldria. Ma le sue due campagne più importanti furono quella per la conquista della Frisia e quella contro gli svizzeri, in alleanza agli angioini. Sulla prima, c'è ben poco da dire. La Frisia venne annessa ai domini borgognoni già nel 1473. La seconda invece, creò grande scompiglio internazionale e fu indirettamente causa del cambiamento dei destini d'Europa. Gli svizzeri, che avevano guadagnato l'indipendenza dagli Asburgo, più o meno un secolo prima, nonostante avessero tra i migliori combattenti d'Europa, erano divisi tra loro e avevano vicini molto potenti: Lombardi, Angioini e Borgognoni. Tutti stati con cui, prima o dopo, si erano scontrati. La confederazione delle tre leghe, come si è visto, si era svicolata per tempo dall'alleanza con i confederati per legarsi ai lombardi, di cui sarà la fedelissima alleata. Il Vallese, non altrettanto perspicace, era stato conquistato, dagli stessi lombardi. Ora era il turno del corpo centrale della Federazione. Il casus belli fu un tentativo di espansione svizzera a nord-ovest, in direzione di Basilea. La città si sarebbe ben volentieri data ai confederati, ma era sotto la pesante tutela ducale, che ogni giorno si faceva più pesante. Il duca minacciò quindi la confederazione di non tentare alcuna mossa ostile nei confronti dei suoi protetti, o l'avrebbe pagata cara. Per tutta risposta i confederati fecero due mosse: la prima fu di cercare l'aiuto dei lombardi, perlomeno come mediatori; la seconda, sollevare una lega anti-borgognone. Essa superò le più rosee aspettative degli svizzeri: Strasburgo, Ehnehim, Schlettstadt, Hagenau, Zabern, Weissenburg si unirono alla confederazione. L'entusiasmo era alle stelle. L'elettore palatino era tentennante, ma anch'egli era fortemente tentato di entrare nella partita, così come l'arcivescovo di Treviri. I vescovati di Metz e Verdun aderirono entusiasti: era la loro opportunità per lanciare un chiaro segnale agli angioini, che per il momento erano rimasti sulla finestra. Toul invece non si fidava di una facile vittoria e rimase neutrale. Ma la sorpresa fu l'unione alla confederazione dei Sabaudi, che la vedevano come l'occasione per recuperare margine di autonomia sul potente vicino, visto anche che i lombardi non si sarebbero alleati al duca. Anzi, semmai avrebbero ostacolato i suoi piani. Il problema era per gli angioini. Essi erano grandi alleati sia di Carlo, sia di Can Galeazzo e non sapevano bene che pesci prendere. Una cosa, però, Can Galeazzo si era fatto promettere dagli svizzeri, che non avrebbero chiesto l'aiuto del re di Francia.

- Ma per Luigi era l'occasione per prendersi la rivincita, anche se non si sentiva completamente sicuro di poter giocare d'attacco. Era stufo anche di suo fratello Carlo, (che era appena divenuto re, come poi si vedrà) il terzo signore più potente della lega del bene pubblico, dopo Renato e Carlo il forte. Il modo migliore di minare l'alleanza era, per lui, portare dalla sua parte i lombardi, la cui rete diplomatica stava cominciando a scricchiolare. Can Galeazzo non si fidava dei francesi, ma ancor meno, ormai, dei borgognoni e degli angioini: stava pensando di aver commesso un tragico errore a farli rappacificare e alleare tra loro. Luigi propose al re di Lombardia un accordo di natura strettamente difensiva: se gli angioini avessero attaccato la Savoia, sarebbero stati guai. Tutto sommato, però, Can Galeazzo non era troppo propenso a prendere in mano le armi. Non voleva, inoltre essere costretto a combattere su più fronti. Fece quindi un ultimo tentativo per sventare la guerra. Chiese un incontro con il vecchio Renato per far distogliere il figlio dall'alleanza con i borgognoni, o, quantomeno, restare, con il suo regno di Napoli, neutrale.

- Renato era favorevole ad un accordo di pace con la Lombardia, ma, in cambio dell'assicurazione che il figlio non avrebbe toccato la Savoia, voleva che i lombardi recedessero dal patto con il re francese. Il che, ormai, era impossibile. Si giunse pertanto alla guerra. Carlo si faceva sconfiggere dagli Svizzeri a Morat, ma Giovanni II sconfiggeva sabaudi e lombardi nei pressi di Chambery, preparandosi ad entrare in Piemonte.

- Ma ancora una volta, le manovre decisive si ebbero nel Monferrato. Lì Giovanni d'Angiò cominciò a registrare le prime difficoltà. Il Monferrato era pieno di fortificazioni difensive, impossibili da prendere senza un'artiglieria di prim'ordine, di cui non disponeva. Allo stesso tempo, suo padre aveva deciso di muovere una flotta per conquistare la Sicilia al comando del principe di Rossano, ma era stata sconfitta da Rodolfo Chiaromonte, il braccio destro del viceré Francesco. Nel frattempo, la guerra si era rapidamente estesa anche in Spagna e Francia. Le squadre navali marsigliesi e catalane, al servizio degli angioini e del duca-re Carlo di Valois dovevano affrontare le navi genovesi, toscane, ma anche valenziane e grenadiane. Inoltre, re Luigi minacciava da vicino Bordeaux. Gli unici successi gli eserciti di Carlo di Guienna li registrarono con la presa di Castelnaudary e Mirepoix. L'unico che invece di partire brillantemente per poi arenarsi, era partito male per poi cogliere importanti successi sembrava essere Carlo di Borgogna. Egli infatti sconfiggeva in modo pesantissimo prima la confederazione alsaziana, poi gli svizzeri in due battaglie: la prima a Mulhouse, mentre la seconda presso Grandson. In occasione della vittoria, aveva deciso, finalmente, di far sposare la sua unica figlia ed erede, Maria, a Renatino, il figlio della duchessa di Bar, Jolanda. La sua intenzione era legare a sé Bar e rendere i lombardi ancora meno desiderosi di proseguire la guerra (il padre di Renatino era Francesco Visconti, fratello di Can Galeazzo: l'accordo prevedeva che lui e la sua flotta sarebbero usciti dal conflitto).

- Carlo di Borgogna, tuttavia, non aveva intenzione di scendere attraverso la Savoia per dar manforte a Giovanni contro i lombardi. La sua intenzione primaria era rendere i Visconti una pedina della sua rete di alleanze, esattamente come Can Galeazzo aveva pensato di rendere suo padre Filippo. Tirare la corda più del dovuto avrebbe dato il tempo sufficiente a Luigi di chiudere la partita con suo fratello, per poi rivolgere le armi contro le Fiandre, cosa che non aveva intenzione di fare.

- Era palese che gli unici che desiderassero veramente la guerra fossero, in realtà solamente il re di Francia e Giovanni II. Il primo per rivincita, il secondo per ragioni di gloria personale. Ma quest'ultimo uscì in fretta dalla partita: nel 1475 morì, molto probabilmente per malaria. Per il re Renato era un brutto, bruttissimo colpo. Suo nipote Nicola, che governava a Nancy per contro del padre, e che si era distinto nella presa di Metz, entrata nella lega anti-borgognone, ed aveva resistito eroicamente al tentativo di invasione francese, del ducato, aiutato dal signore di St. Pol, comandante in capo delle Fiandre, era morto nel 1474. A quel punto, l'unica erede legittima dei suoi possedimenti era proprio Jolanda di Bar, moglie di Francesco Visconti, ed il loro figlio Renatino (Renato II). La situazione diplomatica mutava di nuovo, completamente. Can Galeazzo reputò il caso di abbandonare Luigi a combattere da solo. Suo fratello sarebbe stato, in pratica, il reggitore di Napoli e suo nipote il signore di Bar, Lorena, Viennois, Provenza e, forse, del Rossiglione. Per non parlare del fatto che al momento, l'unica erede del duca di Borgogna era la figlia Maria, appena sposatasi con Renatino. Logico che l'alleanza con la Francia ora poteva pregiudicare tale sviluppo (Renato poteva sempre eleggere come suoi eredi i figli di suo fratello, per esempio, e Luigi XI la Borgogna, chiunque ne fosse il padrone non voleva farsela amica, voleva annientarla), ed era quindi dannosa. Nel frattempo Carlo dalla Guienna era riuscito a spezzare l'assedio di Bordeaux, contrattaccando, grazie all'aiuto della lega guascone ed in particolare di Alain d'Albret, ansioso di riconquistare il Perigòrd ed il Limousin, possedimenti di sua moglie occupati da Luigi, le cui truppe, del resto, non riuscivano ad occupare il Foix.

- 1475, Pace di Chambery: la confederazione alsaziana doveva essere sciolta, e le sue città entrare nel ducato di Borgogna; la confederazione svizzera doveva cedere tutto il territorio a ovest del fiume Aare e divenire alleata perpetua dei borgognoni secondo gli stessi patti che legavano la confederazione delle tre leghe alla Lombardia; il titolo di duca di Savoia passava a Renato d'Angiò, mentre i fratelli Filiberto e Carlo di Savoia (su insistenza di Can Galeazzo) avrebbero governato la contea d'Aosta e le valli Pellice, Chisone e Germanasca come vassalli del loro duca; La loro madre Yolanda se ne sarebbe tornata a Parigi, in esilio da suo fratello Luigi; Il vescovato e la città di Metz sarebbero stati annesso al ducato di Lorena, mentre quello di Verdun sarebbe finito sotto il domino di Bar. Toul, che era rimasta neutrale, invece, sarebbe rimasta indipendente come città libera imperiale, così come Besançon; Il re di Francia, invece, guadagnava alla corona Perigòrd e Limousin, sottraendoli agli Albret; inoltre toglieva a suo fratello tutti i suoi possedimenti a nord del fiume Dordogne; in cambio, però doveva restituire il Rossiglione, che aveva occupato, (Carlo, mettendo Renato d'Angiò di fronte al fatto compiuto fece tempestivamente presidiare il Rossiglione dai suoi uomini, sostenendo che Giovanni d'Angiò aveva la regione in qualità di suo vassallo. In compenso, donava la contea di Mirepoix agli Albret, a mo' di compensazione per i territori che avevano perso) e Narbona (ai Foix); inoltre, doveva cedere agli Armagnac alcuni territori sulla riva sinistra della Garonna, in cambio dei territori della Rouergue a nord del fiume Tarn ed a sud del fiume Lot.

Spagna

- Nella penisola iberica erano invece successi degli importanti rivolgimenti, che vennero denominati dai cronisti iberici del tempo “la ruyna de la España”.

- Tutto era cominciato con la guerra di successione di Navarra: Giovanni II d'Aragona aveva sposato molto tempo addietro l'ultima erede della dinastia regnante di Pamplona, gli Evreux. La regina aveva stabilito che il regno passasse in eredità non al marito, ma direttamente al figlio, Carlo, che come erede al trono di Navarra fu insignito del titolo di “Principe di Viana”. Ma la regina morì e Giovanni si risposò. Il re divenne ben presto succube della sua nuova consorte, che non voleva vedere i figli del primo matrimonio salire al trono, né in Aragona, né in Navarra. Giovanni decise pertanto di usurpare il regno di Pamplona al figlio e tra padre e figlio scoppiò una guerra feroce. Gli altri figli si divisero, prendendo le parti chi del fratello, chi del padre. Ma il fatto più orribile, dopo una prima riconciliazione, fu l'assassinio dello stesso Carlo di Viana per ordine della matrigna, che poi fece avvelenare la figliastra Bianca per mano di sua figlia Eleonora e suo marito, Gastone IV di Foix, che vennero insigniti del titolo di luogotenenti di Navarra da Giovanni. A questo punto, nel 1462 le cortes di Barcellona si ribellarono apertamente a Giovanni, invocando l'aiuto ora della Castiglia, ora del Portogallo, ma con scarso successo. La svolta avvenne nel 1466, quando decisero di darsi un nuovo re, andando a pescare in Francia. Chiesero aiuto a Giovanni II di Napoli, ma egli fu frenato sia dal padre, sia da Filippo il buono, sia da Can Galeazzo, al tempo i suoi principali alleati. In sostanza, gli stessi suoi amici non vedevano di buon occhio un' estensione troppo grande dell'impero angioino, in particolare i lombardi, che pensavano con terrore all'idea che una sola potenza dominasse tutte le coste del Mediterraneo occidentale. Lo stesso re Renato aveva il sentore che se il figlio avesse insistito si sarebbe creata una grande coalizione contro di lui, e non era il caso. Nel frattempo anche Giovanni d'Aragona pensava di munirsi di alleati oltre i Pirenei. Chiese aiuto infatti a re Luigi, che in cambio di aiuto gli aveva chiesto la cessione del Rossiglione. Ma gli eventi di quegli anni avevano diminuito di molto la forza d'urto del sovrano francese. Temeva ancora una qualche possibilità di azione ostile della lega del bene pubblico per scalzarlo dal trono.

- Pertanto accolse sì, l'invito dell'aragonese, ma, molto subdolamente, fece credere di avere l'intenzione di rendere vassalla la Navarra e l'Aragona al regno di Francia, con la possibilità di accrescere enormemente il suo ancora traballante potere. A questo punto, il più era fatto: Giovanni d'Angiò vendette, con il consenso delle cortes, le sue rivendicazioni al trono (derivanti dall'essere l'erede di uno dei candidati del compromesso del 1412) a Carlo di Guienna, ansioso di fare un altro dispetto al fratello. Ma era proprio quello che voleva Luigi: il rischio che suo fratello ce la facesse c'era, ma intanto si logorava in una guerra difficile che lo avrebbe tenuto lontano dalla Francia per un po'. Un nemico in meno in una fase delicatissima. Carlo promise a Giovanni d'Angiò, in cambio, di cedere a lui il Rossiglione. Richiese inoltre l'aiuto della lega guascone degli Albret e degli Armagnac.

- Per i Foix fu troppo: fedeli alleati del re Luigi durante la guerra del bene pubblico, l'avevano pagata con la Comminges. Ora che tentavano di riavvicinarsi alla lega di Albret-Armagnac-Carlo Valois, ecco che quest'ultimo dichiarava guerra al suo grande alleato e protettore Giovanni d'Aragona. Questa volta però non aveva voglia di stare dalla parte di quello che temeva potesse essere il perdente, perciò stipulò con Carlo il trattato di Tarbes (1467): in cambio dell'aiuto militare, anche lui sarebbe entrato a pieno diritto nella lega guascone; inoltre se Carlo fosse riuscito a divenire re, avrebbe comunque garantito i diritti di Gastone come sovrano di Navarra assieme alla moglie. Un tradimento in piena regola. Carlo e i suoi alleati, assieme alle armate radunate dai catalani, impartirono una serie di sonore sconfitte a Giovanni e suo figlio Ferdinando. Oltretutto, anche Ferdinando (il nostro Ferrante) di Granada voleva essere della partita. Era furioso del fatto che le cortes di Barcellona non l'avessero neanche preso in considerazione (era comunque figlio di Alfonso), ma da Carlo ebbe l'assicurazione che in cambio dell'aiuto navale gli avrebbe concesso quantomeno una parte del regno di Valencia, e, forse, le Baleari.

- Dal 1467 al 1469 le cose andarono molto bene: Carlo, deciso ad averla vinta, chiese a suo fratello Luigi XI di non aiutare Giovanni d'Aragona: in cambio i due si sarebbero rappacificati con buona grazia. Luigi era più propenso a vedere il suo caro fratellino pendere da una picca o divorato dai pesci della Senna, ma pensò di usare la cosa a proprio vantaggio, anche perché non aveva la benché minima intenzione di mandare a morire i suoi soldati in Aragona (li voleva vicini a sé e pronti a schiacciare le ribellioni di tutti i vari baroni che pensavano di passare dalla parte della lega del bene pubblico). Fu così che il re di Francia stipulò con Carlo il trattato di Chateauroux: il duca di Guienna avrebbe dovuto, in caso fosse diventato re, cedere il ducato di Berry alla corona.

- Ovviamente Luigi non aspettò a vedere chi fosse il vincitore per cominciare a mandare i suoi uomini a governare il Berry, ma Carlo non se ne accorse, preso com'era dalla campagna. Tuttavia, al contrario dei catalani, gli aragonesi e i valenziani diedero la loro fedeltà a Giovanni e gli diedero una considerevole mano a resistere. Non bastava, ma intanto l'aragonese guadagnò tempo prezioso per giocare la carta della disperazione. Chiese aiuto ai castigliani, con cui non aveva ottimi rapporti, ma che sicuramente non avrebbero perso l'occasione. Fece sposare il proprio figlio Ferdinando alla sorellastra di re Enrico l'impotente, Isabella. Gli aiuti castigliani cominciarono a fluire dalla Murcia, mentre la lega guascone respinse un tentativo di invasione della Navarra, a fatica.

- Dal 1469 al 1471 Giovanni e suo figlio Ferdinando riguadagnarono posizioni, ma, esaurito l'impeto delle armate castigliane, si giunse in una posizione di stallo. Luigi XI poi si stava riprendendo e Carlo cominciava a capire che a Chateauroux sui fratello non era stato poi così sincero, per cui cominciava ad avere fretta di concludere le ostilità. Si giunse così alla capitolazione di Pedralbes: Giovanni II d'Aragona rimaneva re d'Aragona e Valencia a sud dell'Ebro (assieme a Saragozza ed il suo contado), mentre Carlo di Valois, duca di Guienna diveniva re di Catalonia e conte d'Aragona a nord dell'Ebro. La Baleari passavano al regno di Granada, ed il Rossiglione a Giovanni d'Angiò.

- Ma per la penisola iberica non era ancora finita. Era giunto infatti il momento per un'altra guerra di successione, quella castigliana.

- Già si è visto come Giovanni di Castiglia non fosse esattamente il prototipo del re forte e e volitivo. Il figlio Enrico, detto “l'impotente” fu anche peggio, e le conseguenze furono catastrofiche.

- Giovanni si era sposato due volte: la prima con Maria, sorella di Alfonso il Magnanimo, che gli aveva dato suo figlio Enrico; la seconda volta con Isabella del Portogallo, che gli portò Alfonso e Isabella. Alla morte di Giovanni Enrico salì sul trono. Dal suo primo matrimonio non nacquero eredi. Dal secondo, con Giovanna Aviz del Portogallo, nacque una figlia, Giovanna. Ma Enrico non era detto l'impotente a caso: presto vennero diffuse voci, a corte, che la regina, nota per le frequenti relazioni extra-coniugali, avesse concepito una bastarda. Enrico non volle, o non seppe, fronteggiare la nobiltà, schierata contro di lui e la situazione prese una piega sempre peggiore. I suoi due fratellastri, Alfonso e Isabella, cominciarono a tramare per toglierli il trono. Alla fine Enrico, a Toros de Guisandos, fu costretto a firmare un trattato in cui riconosceva l'illegittimità della figlia, che veniva chiamata “la Beltraneja”, dal nome del presunto padre. Alfonso era molto più capace e, di fatto, governava l'est del paese, mentre a ovest appoggiavano Enrico e sua figlia. A dare respiro venne la guerra tra Giovanni d'Aragona e i catalani, che impegnò per un po' Alfonso (che aveva convinto la sorella Isabella a sposarsi con Ferdinando d'Aragona). Sul più bello però l'aspirante usurpatore morì. A Enrico parve essersi liberato da un incubo. Ma la sorellastra Isabella non era da meno, e tenne le redini della fronda nobiliare con ancora maggiore caparbietà. A spingerla, inoltre, c'era il marito: erede di un regno dimezzato, era fermamente intenzionato a guadagnare a ovest quello che aveva perso a nord a danno di Carlo di Guienna.

- Dal canto suo Enrico, sentendo la fine avvicinarsi, cercò di convincere quest'ultimo a sposare la figlia, per darle modo di avere un appoggio politico nella guerra di successione che sapeva sarebbe sicuramente scoppiata alla sua morte e che non sapeva come impedire. Ma Carlo aveva appena iniziato una nuova guerra contro Luigi e non poteva permettersi di scendere di nuovo in guerra contro gli aragonesi. Così non se ne fece nulla. Enrico nel 1474 morì. Provvide al matrimonio la regina madre, che fece sposare sua figlia Beltraneja con re Alfonso di Portogallo. Appena in tempo. La guerra scoppiò subito. Nell'ovest del paese Giovanna venne accolta come la legittima regina. Ma Burgos, Toledo, Siviglia, Huelva, Cordoba innalzavano il vessillo della rivolta, ed invocavano il tempestivo arrivo di Isabella e Ferdinando. Alfonso Aviz era potente, ma non a sufficienza per affrontare l'esercito della maggior parte dei nobili castigliani, unito a quello aragonese, da solo. E' vero che nemmeno Ferdinando poteva contare su eserciti smisurati, essendo il suo regno la pallida ombra di quello di Alfonso il Magnanimo (e in più c'è da dire che l'Alfonso il Magnanimo di questa timeline era più debole rispetto a quello della nostra), ma non era solo. Gastone V di Foix aveva ereditato l'abitudine paterna di tenere il piede in diverse scarpe contemporaneamente, e, mentre continuava a mostrarsi fedele alleato di Carlo di Guienna e di tutta la lega guascone, aveva pensato bene di normalizzare i rapporti con Ferdinando. Come re di Navarra, chiese a Ferdinando, una volta impossessatosi di Toledo, di cedergli la Biscaglia in cambio di un aiuto contro i portoghesi. Nonostante il suo vecchio e demoralizzato padre, che gli aveva lasciato le redini da dopo la capitolazione di Pedralbes gli ricordasse quanto fossero doppiogiochisti i navarrini, Ferdinando e Isabella cedettero, e accettarono.

- Nel frattempo, anche Alfonso si trovava degli alleati. Sebbene Ferrante di Granada fosse impegnato a dare una mano a suo suocero Can Galeazzo con azioni di pirateria nel Mediterraneo contro gli angioini (per la Spagna era una fortuna che borgognoni, angioini, lombardi ed il re di Francia fossero impegnati a scannarsi tra loro per la Savoia e per la Svizzera, altrimenti le conseguenze sarebbero state ben più gravi), il suo esercito avrebbe trovato volentieri il tempo per qualche incursione in Andalusia in appoggio ai portoghesi.

- Gli eserciti nemici si scontrarono diverse volte, dal 1475 al 1478, ma nessuno dei due schieramenti riuscì ad avere nettamente la meglio. La Beltraneja, con il consorte controllavano saldamente il Leòn, la Galizia e le Asturie, mentre Isabella e Ferdinando tenevano Murcia e le due Castiglie. Dal canto proprio, invece, gli alleati, una volta ottenuti i vantaggi territoriali che desideravano non si impegnarono più di tanto. Gastone V era parzialmente scusabile, in quanto impegnato al fianco di Carlo, Giovanni d'Armagnac e Alain d'Albret contro Luigi XI, ma Ferrante no. Aveva conquistato per sé stesso Cadice, Sanlucar, Huelva. Aveva anche tentato di prendere Siviglia, ma all'arrivo di un'armata castigliana aveva preferito togliere il disturbo. A est e a nord aveva conquistato Murcia e Jaen, ma aveva fallito i bersagli grossi di Alicante e Cordoba. Anzi, alle porte di quest'ultima città era stato sconfitto. Non in modo grave, ma abbastanza da convincerlo a ritirarsi in tempo per poter godere dei vantaggi ottenuti. Ferdinando trattò con lui la pace alla fine del 1476, concedendogli Murcia, Huelva e la regione di Marisma, ossia la foce del Guadalquivir.

- Alla fine, a Toros, nel 1478 venne sancita una tregua tra le parti della durata di dieci anni: la Beltraneja si teneva il Leòn, Isabella e Ferdinando il resto.

Regno di Castiglia, Valencia
e Aragona

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Regno di Navarra

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Regno di Granada

Regno di Portogallo e Leòn

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Regno di Catalogna

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Italia

- Passiamo ora all'Italia: se Luigi XI dovette sfidare le pulsioni centrifughe di molti suoi vassalli, Can Galeazzo, in Lombardia, non fu da meno. Alla morte di suo padre Filippo Maria, nel 1450, molti pensarono fosse giunta l'ora per scrollarsi di dosso l'ingombrante peso del “re di Lombardia”. I ceti patrizi di molte città ancora non si erano pienamente abituate all'idea di essere governate da un vero e proprio sovrano. Soprattutto non avevano afferrato ancora il concetto che era il signore che concedeva loro margini d'autonomia, non loro che concedevano al signore di prendere alcune decisioni per tutelarli meglio. Tra il 1452 ed il 1453 scoppiarono una serie di rivolte nobiliari in tutta l'Italia centro-settentrionale. E il re pensava che sotto ci fosse lo zampino del papa, che mal tollerava l'idea di essere schiacciato tra due regni potenti. Ciò, però su cui poté contare Can Galeazzo a differenza di Luigi in Francia era la rivalità reciproca tra città e città. Mentre oltralpe i signori più potenti si erano riuniti nella lega del bene pubblico, qualsiasi forma d'intesa trasversale tra le città ribelli, nel regno di Lombardia, prima o poi falliva. Al di là del fatto che mancasse un talento coordinatore, gli odi reciproci e storici erano qualcosa di lento a sopirsi, ed erano una facile breccia in cui Can Galeazzo riusciva ad inserirsi con un sistema alla divide et impera.

- In un certo senso si può dire che fu proprio Can Galeazzo a creare il regno di Lombardia, più che le intuizioni del padre. Fu lui infatti a trasformare un'accozzaglia di territori vari uniti (e molti speravano ancora in modo del tutto temporaneo) dalla fedeltà ad un unico padrone, ma che per il resto si comportavano in modo del tutto indipendente, in un vero e proprio stato. Cercò innanzitutto di razionalizzare l'amministrazione, prendendo le mosse dagli statuti di Gian Galeazzo per il ducato di Milano e applicandoli progressivamente a tutto il territorio sotto il suo controllo. Ogni città del dominio poteva avere i propri codici e i propri privilegi, ma si può dire che, molto abilmente, svuotò tali istituzioni dall'interno. Su imitazione della Francia, istituì un parlamento (nel senso tardo-medievale e più etimologico del termine) a Pavia, con rappresentanti del dominio. Per organizzarlo imitò il sistema del maggior consiglio Veneziano, solo su base molto più larga: un numero limitato di famiglie patrizie, con seggi ereditari. In realtà questa mossa di democratico non aveva proprio nulla. Non era affatto una concessione alle autonomie cittadine o nobiliari. Al contrario, in questo modo i maggiorenti dello stato erano attirati verso il suo centro, dove si potevano gestire e controllare. Le uniche che sarebbero sfuggite, almeno per un po', a questa regola sarebbero state le “città libere”, ossia Genova, Venezia, e, in misura minore, Ancona e le quattro toscane (Firenze, Pisa, Lucca e Siena). Ma, comunque, non poteva permettere che esse fossero uno stato nello stato, pertanto, anche dopo il “patto di soggezione” del 1446, il lavoro per irregimentarle dentro la cornice del regno di Lombardia fu continuo da parte di Can Galeazzo. Innanzitutto le spogliò del potere sul loro contado: per Firenze si trattava di Prato o Arezzo, per Genova della Liguria, per Venezia di Treviso, Aquileia e Ceneda. In pratica, il loro status privilegiato non doveva estendersi oltre le loro mura. Poi passò alla gestione dell'impero coloniale. Se è infatti vero che i governatori d'oltremare rispondevano innanzitutto alla loro piccola madrepatria, è anche vero che Can Galeazzo fece in modo che quest'ultima rispondesse in una certa misura del loro operato a lui.

- A corte vennero create le figure di “maestro dell'oltremare di Levante” e “maestro dell'oltremare di Ponente”, il cui compito era di mediare tra Venezia e Genova da una parte, e il re dall'altra. In pratica, il sovrano voleva un gruppo di veneziani e genovesi sempre a corte per rispondere delle azioni della loro città e per diramare a queste ultime le sue volontà e i suoi progetti. (nota: per ora si parla ancora di Mediterraneo e poco oltre, ma da qui a qualche anno queste figure avranno ben altro raggio d'azione). Ben presto le città toscane rinunciarono all'idea di sviluppare un impero coloniale sotto l'egida lombarda, concentrandosi in modo per loro molto vantaggioso sulle attività bancarie. Pisa e Ancona svilupparono l'attività cantieristica, come punto d'appoggio per Genova e Venezia.

- Gian Galeazzo era un amministratore estremamente abile, ma non poté evitare la grande ribellione “delle arti” del biennio 1459-1461. Il re era convinto che uno dei più acerrimi nemici del proprio potere fossero le “arti”. Le corporazioni dei mestieri erano caste chiuse, che col tempo si erano fatte sempre più rigide nei loro regolamenti. Esse erano le sole capaci di alleanze trasversali inter-cittadine e il loro potere era potenzialmente in grado di paralizzare il suo. Per questo decise di abolirle. Le conseguenze sarebbero state di portata enorme. Molte botteghe sarebbero state costrette a chiudere se si fossero trovate davanti ad una reale concorrenza, oppure a vendere a prezzi più bassi. La ribellione fu generale: molti patrizi di diverse città si unirono contro la decisione del re. Addirittura, radunarono un esercito, pagato a proprie spese e innalzarono il vessillo della “lega lombarda” per la libertà dal tiranno. Galeazzo dovette fuggire da Milano e trincerarsi a Pavia. E fece l'unica cosa che poteva fare: si accattivò il popolino, sobillandolo contro la lega. Una riedizione della tradizionale lotta tra popolo grasso e popolo minuto. Guadagnando tempo in questo modo organizzò la controffensiva: da una parte attenuò i suoi provvedimenti, proponendo ai capi della lega un nuovo accordo. Le corporazioni non sarebbero state definitivamente abolite, ma avrebbero dovuto modificare i loro statuti, divenendo libere associazioni di mutuo soccorso, sicuramente molto meno vincolanti e rigide di prima. Dall'altra chiamò a raccolta il proprio esercito, guidato da Gian Giacomo Piccinino. Come prevedibile, la lega si spaccò al suo interno, e molte città, per timore di confische e ritorsioni accettarono in cambio dell'amnistia le proposte del re. Pistoia, Prato, Modena e Cremona furono le ultime a cedere, dopo aver visto i campi intorno alle loro città ridotti ad un cumulo di cenere. Appena le acque si furono calmate, fu per Can Galeazzo l'occasione per far calare la mannaia su elementi della nobiltà urbana particolarmente pericolosi per il suo potere. Una sua ulteriore mossa fu quella di, progressivamente, abolire molti dei dazi interni, allo scopo di aumentare il volume di affari.

- Ma, a dispetto di quanto possa sembrare, il re limitò a poche occasioni il suo comportamento da spietato tiranno, e si dedicò con molto fervore al patrocinio delle arti. Sotto la sua ala fiorirono i più grandi talenti di tutta la storia artistica italiana, mentre agli architetti affidava la costruzione di opere grandiose, come la grande opera di canalizzazione della pianura padana, che mise in comunicazione molte città lombarde tra loro per via d'acqua. Fece costruire un nuovo, imponente castello visconteo a Pavia, così come a Vigevano, Verona e Bologna e una stupenda residenza di caccia nei pressi di Sirmione.

- Con gli anni '70 il clima si surriscaldava dal punto di vista della politica estera. Le guerre di successione si facevano frequenti e molti stati si avviavano a fare il salto di qualità e divenire grandi potenze. Can Galeazzo comprese che non poteva rimanere isolato. Tuttavia aveva la netta impressione che i suoi alleati di sempre si stessero allontanando da lui. Giocò la carta dell'alleanza con Luigi XI più che altro per mostrare i muscoli agli angioini e ai borgognoni, e nel frattempo, pensò ad alleanze alternative, sempre con l'arma matrimoniale. Fece sposare Gian Mastino con Irene Sinadena, figlia dell'imperatore bizantino. Questo avrebbe aumentato senza dubbio l'ostilità con gli ungheresi, ma l'impero bizantino stava tornando una pedina importante nello scacchiere levantino su cui occorreva scommettere. Convinse suo fratello Francesco a far sposare sua figlia Verde (nata nel 1458) a sposare re Giacomo II di Lusignano, re di Cipro e Cilicia. Cosa che ai trapezuntini non fece affatto piacere.

- Quando ormai il matrimonio era stato concluso, nel 1474, ecco che cambiò di nuovo tutto. Renato d'Angiò perdeva figlio e nipote. Grazie al gioco dei matrimoni combinati, angioini, lombardi e borgognoni tornavano vicini tra loro. E tra gli amici stretti di Can Galeazzo c'erano austriaci, granadiani e ora anche i bizantini e i ciprioti.

Le esplorazioni geografiche e gli imperi coloniali nella seconda metà del '400 e nel primo '500

- Nel frattempo, i genovesi e i veneziani si facevano valere anche a di là delle colonne d'Ercole e del canale di S. Marco. Dal controllo sulla zona del canale, i veneziani estesero la loro influenza sulle coste africane del mar Rosso grazie all'energia del capitano generale Alvise Cadamosto, che fondò nel 1476 San Marco di Nubia, facendone la prima sede della capitania generale d'Eritrea. Il forte crebbe in modo molto rapido, poiché diventò uno snodo principale delle rotte tra l'India e Loredania. Questo fu grazie al modo di agire del Cadamosto, che sbaragliò, con la sua opera di pirateria la concorrenza musulmana sul mar Rosso. Durante gli anni successivi il raggio d'azione del Leone di San Marco si estese sempre più. Vennero inviati ambasciatori al regno d'Etiopia, che divenne il primo alleato stabile della regione. Nel frattempo, verso i primi anni '80, cominciarono però le incursioni dei beduini contro le colonie costiere, che spinsero Alvise ad interessarsi dell'entroterra, tanto da fargli inviare appelli a Venezia perché giungessero soldati per aumentare il controllo delle piste carovaniere verso l'interno. Quando morì, nel 1483, gli successe Lazzaro Querini, che si associò i due fratelli Giovanni e Sebastiano Caboto. Il nuovo capitano generale aveva le idee ben chiare: rendere ancora più efficiente e capillare la rete veneziana, spingendola più a sud; formare basi stabili in India; puntare decisamente a togliere agli omani il controllo degli stretti. Tutto questo senza dimenticare di dare una regolata ai beduini dell'interno.

- Il problema, su quest'ultimo punto, era che nella Nubia regnava il caos. I regni di Makuria e Alodia erano praticamente morti e i nomadi begi imperversavano su tutto il territorio. Inizialmente non era intenzione dei veneziani ingerirsi troppo in quanto accadeva tra il Nilo e il mare, ma, volenti o nolenti, finirono per farlo. Tra la fine del '400 e i primi decenni del '500, contribuirono militarmente a spianare la strada ai Fungi, un'etnia che invase la Nubia e creò un forte regno, che si avvaleva degli amici veneziani per il controllo delle piste carovaniere e l'organizzazione militare. Ovviamente tutto questo per i Fungi aveva un prezzo: la loro conversione al cristianesimo. La zona dal punto di vista religioso era ancora molto fluida; l'islam aveva fatto notevoli progressi, ma in molte aree era diffuso solo in modo molto superficiale, mentre la chiesa copta stava lentamente scomparendo, tranne che in Etiopia (che però se la doveva vedere con il sultanato islamico somalo di Adal, più a sud). Ovviamente anche l'animismo era molto diffuso. I veneziani, più per prassi che per reale spirito di proselitismo, si portarono dietro francescani, domenicani e barnabiti, che (ri)diffusero il cristianesimo tra diverse popolazioni della zona. Persino la chiesa copta riguadagnò consensi, grazie al fatto che il patriarca copto di Alessandria iniziò ad usare i veneziani per inviare in Nubia monaci e coloni, che acquisirono un ruolo importante a Sennar e Dongola, le capitali del regno Fungi. La moschea di Dongola venne (ri)trasformata in Cattedrale, e vennero ricostruite le antiche diocesi. Alla lunga vi furono contrasti tra copti e cattolici, ma la tolleranza del regno contribuì a non esasperarle oltre modo. In generale, si può dire che i Begi e gli Alodiani tornarono copti, mentre i Fungi e gli Shilluk (altro popolo del regno) erano prevalentemente cattolici, con i Dinca che restarono animisti o al più si sottomisero alla chiesa copta etiope. Ovviamente senza dimenticare una comunque consistente popolazione musulmana.

- Per quanto riguarda l'attività contro gli Omani, il problema necessitava una riorganizzazione dell'attività cantieristica veneziana: si dovevano costruire navi più maneggevoli, ma allo stesso tempo capaci di avventurarsi nelle correnti oceaniche, come già stavano facendo i genovesi. Le galee erano utili solo fin tanto che non si oltrepassava il mar Rosso. Nacque così, “l'arsenal novo”, a Chioggia, dove si facevano le “Persiche”, navi di nuova concezione per attraversare l'oceano indiano. La prima battaglia contro il sultanato fu per conquistare, nel 1484, l'isola di Socotra, che permetteva di controllare tutto il commercio entrante nel Mar Rosso.

- Ma il 1484, più che per la conquista di Socotra, venne ricordato perché per la prima volta delle navi cristiane attraccavano in un porto indiano. Si trattava di Baroda, nel Gujarat. Con grande i disappunto dei fratelli Caboto, i signori di quelle terre erano altri musulmani. Poco, male; i veneziani erano abituati a trattare con sovrani infedeli (Lo stesso rapporto con i mamelucchi, che sembrava ormai definitivamente incrinato, nel giro di una trentina d'anni si riprese, dato che, anche se i veneziani si prendevano una fetta consistente, il volume di affari transitante per l'Egitto aumentò vertiginosamente). Il problema fu più che altro la scoperta che altri europei li avevano preceduti in quelle zone: si trattava dei mercanti trapezuntini che avevano le loro basi ad Avhaz e Hormuz. I pontici erano giunti fin lì.

- In un primo momento, i veneziani utilizzarono il loro solito metodo, di chiedere ai sovrani dei quartieri di città, nei quali insediare i loro mercanti e coloni. Baroda fu la prima ad avere un fondaco di S. Marco, poi fu la volta di Daman, Diu, Surat, Dadra e Goa.

- Nel 1492, quando i veneziani sbarcarono a Ceylon, erano diventati sufficientemente forti da inserirsi nella politica locale, allo stesso modo con cui avevano operato nel Mediterraneo un paio di secoli prima. La situazione politica era piuttosto instabile ed era perciò difficile capire chi fosse meglio non far arrabbiare e chi farsi amico. Ma, a parte il sultanato di Delhi, comunque piuttosto lontano dal loro raggio d'azione, ed il regno di Vijayanagar, cui i veneziani manderanno diverse ambasciate, gli altri stati erano continuamente in guerra, la qual cosa era un'ottima occasione per fare soldi con l'aiuto militare. In particolare, si comparono l'amicizia del sultano del Gujarat aiutandolo a respingere gli assalti dei Rajput di Mawar.

- In un impeto di generosità, il sultano concesse loro l'isola di Diu, nel 1498, salvo poi volersi rimangiare il regalo, cosa che non gli riuscirà mai. Anzi, ogni volta che i sultani cercheranno di far sloggiare i veneziani perderanno sempre un nuovo pezzo del loro dominio. Più liscia andò con il Maharajah di Kandy, nell'isola di Ceylon, che poco fece per opporsi ai nuovi venuti.

- Ma l'India stessa, man mano, fu superata. All'inizio del 1500 le navi veneziane raggiunsero finalmente le isole delle spezie, Malacca, Sumatra, Giava, Bali, poi Calimatta e Selvessa (il Borneo e Sulawesi), ed infine le Molucche. Infine, un navigatore di origini empolesi, si arruolò nella “muda granda delle persiche”, animato da una enorme sete di conoscenza. E scoprì un'isola grande quanto un continente, nei primi anni del '500. In suo onore, l'isola, di cui a malapena si intuivano le coste settentrionali, verrà chiamata Corsalia.

- I genovesi, negli stessi anni, decisero che era una perdita di tempo stare ad esplorare le coste africane per raggiungere l'oceano indiano, solo per trovarsi nell'impossibilità di fare concorrenza ai veneziani. I portoghesi insistettero, raggiungendo il capo di Buona Speranza nel 1492, e raggiungendo l'India 2 anni dopo, cominciando una sfida impari con il leone di San Marco. Ma, sia i portoghesi, sia i genovesi cominciarono a pensare che ci poteva, ci doveva essere una via più corta per colmare il vantaggio costituito dal canale.

- Se la terra era veramente tonda, allora si poteva arrivare in Cina navigando verso occidente. E vi erano dei navigatori disposti a farlo. Tra questi, il portoghese Vasco da Gama, che il 12 ottobre 1492, partendo da Faro, sbarcò sull'isola di Guahani, ribattezzandola Sao Salvador. Era appena stato scoperto il continente che verrà poi chiamato “America”.

- Per i genovesi era un bel problema: rischiavano di rimanere beffati. Organizzarono così anche loro delle spedizioni esplorative, capitanate da Cristoforo Colombo. Partendo dalle Canarie, durante il suo primo viaggio tenne una rotta più meridionale di quella di da Gama, giungendo all'isola della Santissima Trinità (HL: Trinidad).

- Nei primi anni del '500, dopo otto anni, Lisbona pareva proprio in netto vantaggio, avendo colonizzato le isole più grosse: Cuba, Portugheisa (Haiti) e la Giamaica. I Genovesi erano stati cacciati a sud est, nella zona delle piccole Antille, e a nord, nelle isole di San Giorgio (HL: Bahamas). Ma dall'isola della Santissima Trinità si erano messi a viaggiare verso sud, lungo la costa, di quello che, a tutta apparenza era un vero e proprio continente.

La fortuna degli Angiò-Visconti della Scala-Valois-Trastamara-Asburgo (sic!)

Dal 1480 al 1516, i molteplici intrecci dinastici degli anni precedenti danno vita ad una superpotenza, avvolta tra le spire della vipera viscontea. Le principali tappe sono:

- 1477: muore Carlo il forte di Borgogna. Ereditano sua figlia e suo marito. Luigi XI scatena una guerra contro Renato, ma deve vedersela, ancora una volta, con il blocco angioino-lombardo, che respinge un suo tentativo di invasione della Piccardia e del ducato di Borgogna. Riesce però a ottenere che Rethel, Eu, Iles e Nevers passino nelle mani della corona, assieme alla contea di Vertus; poi Semur, Chinon e, soprattutto, lo Charolais. L'inevitabile prezzo da pagare per la formazione del “regno di Lotaringia”, dalla fusione dei domini borgognoni con quelli angioini (rimangono esclusi Napoli e la contea di Provenza). Il sacro romano imperatore concede a Renatino persino il titolo elettorale (e per giunta, su insistenza di Renatino, l'imperatore lo deve concedere anche allo zio Can Galeazzo).

- 1480: Renato d'Angiò muore. Eredita tutto, come previsto, suo nipote Renatino Visconti della Scala Angiò, che però preferisce rimanere nei suoi domini transalpini, lasciando la gestione del regno di Napoli al padre Francesco, insignito, per l'occasione del titolo di principe di Salerno. Nel frattempo nasce Filippo Maria (nome molto lombardo), figlio di Renatino e Maria di Borgogna.

- 1481: Muore Gian Mastino Visconti della Scala, principe di Verona (che Can Galeazzo aveva deciso essere il titolo degli eredi al trono) ed erede al trono di Lombardia, senza lasciare figli, se non illegittimi. Can Galeazzo, dopo un periodo di forte crisi depressiva, decide di lasciare il suo regno alla figlia Bona e a suo nipote Alfonso di Granada. Suo fratello Francesco non è d'accordo, dato che vorrebbe che la Lombardia fosse ereditata da lui, ma Can Galeazzo è irremovibile. Sua moglie Sinadena rimane a Verona, su insistenza di Can Galeazzo.

- 1485: Muore Can Galeazzo Visconti della Scala. Scoppia subito la lotta tra Ferrante di Granada e Francesco per il trono. Ferrante riesce a farsi amico Carlo di Guienna e Catalonia. Frattura in seno alla lega del bene pubbllico: Bretoni e Guasconi appoggiano le rivendicazioni di Alfonso. Carlo VIII, figlio di Luigi XI, nell'ambito di un tentativo di riconciliazione con lo zio, appoggia anch'egli gli Alfonsiani. Alla fine, nel 1487 si giunge all'accordo di riconciliazione generale: Francesco ottiene il titolo di re di Sicilia, lasciando la Lombardia alla sorella Bona. Carlo VIII si riconcilia con lo zio e con lo stesso Renatino. Sembrano tutti amici, ormai, ma le apparenze ingannano...Nel frattempo Alfonso, re di Lombardia, si sposa con Margherita d'Asburgo, figlia di Massimiliano d'Asburgo, arciduca d'Austria, e sua unica erede. Hanno subito una figlia, Giovanna. Muore di parto Maria di Borgogna, e la figlia Bianca muore poco dopo. E' un grande lutto per Renatino, che cade in depressione.

- 1486: Muore Francesco Visconti della Scala. Suo figlio si deve sobbarcare anche il controllo del regno di Napoli e Sicilia, cosa che del resto fa volentieri. Lascia la sua corte di Nancy per andare a Napoli per dimenticare il dolore della morte della moglie. Affida la reggenza della Lotaringia al grande amico Francesco II di Bretagna, la qual cosa mette in considerevole allarme Carlo VIII. Ma Renatino si premura di rassicurare il re di non avere alcuna intenzione ostile. Ribadisce che non è intenzionato a risposarsi, meno che mai con la figlia di Francesco II, Anna.

- 1490: Nonostante il bel sole del golfo giovasse all'animo tormentato di Renatino, questo non bastò per rimetterlo in salute. Venne tumulato A Napoli, ma il suo cuore venne conservato in un reliquiario e portato a Nancy, perché riposasse vicino alla moglie. La situazione però, per la Lotaringia, era tragica. Francesco II di Bretagna era morto nel 1488, non prima di far risposare Massimiliano d'Asburgo con la sua tredicenne figlia Maria. Renatino, prima di morire, aveva conferito, con l'assenso anche di re Alfonso di Lombardia, (cui Renatino affidava la reggenza di Napoli, Sicilia e Provenza), la reggenza della Lotaringia a Massimiliano. Che, di suo, si trovava già a Nancy per difendere con la forza delle armi, la dote di sua moglie dalle grinfie di Carlo VIII. Massimiliano fece appello a Carlo di Catalonia e ai Guasconi, ma questi, rimasero neutrali, grazie alla corruzione francese. Ai punti, vinse Carlo. La Francia si mangiò tre quarti del ducato di Borgogna e il pays de Retz, ma fallì nel tentativo di mettere piede in Piccardia e nel Barrois. L'invasione della Bretagna si era arrestata alle porte di Rennes. A questo punto Carlo propose un accordo a Massimiliano, reggente per il decenne Filippo Maria: o la Borgogna ducale o la Bretagna. Massimiliano scelse per la Bretagna, e Digione passò, finalmente, sotto Parigi.

- 1494: Muore Ferrante Trastamara di Granada. La corona di Granada e Tingitania passava così a suo figlio Alfonso, già re di Lombardia. Intanto il re si accorda con Massimiliano, duca di Bretagna e arciduca d'Austria per dare in sposa la sua primogenita Giovanna a Filippo Maria. Lui ha 14 anni, lei ne ha 9.

- 1503: Massimiliano, il defensor Lotharingiae, muore. E scoppia subito la guerra per le sue terre. Luigi d'Orleans, re di Francia dal 1498, non perde tempo e cerca di finire il lavoro lasciato in sospeso dal suo predecessore. Cerca di nuovo di invadere Fiandra, Lorena e Bretagna. Ora, però, Filippo Maria non è più un pargolo, e dimostra di saper difendere il regno di cui è titolare sconfiggendo Luigi XII a Langres. Anche in Fiandra il suo luogotenente Rinaldo di Saint Pol riesce ad avere la meglio sui francesi. Filippo Maria a questo punto sogna di riprendersi Digione. Anche perché nel suo schieramento ora vi sono Alfonso (che da quando aveva capito che Filippo Maria non era un ragazzino viziato aveva lentamente smesso di farsi chiamare rex Italiae), il figlio di Carlo Valois, i guasconi e, novità delle novità, anche Enrico VII Tudor, che, con un accordo segreto tra lui, Alfonso e Filippo Maria, si era risposato con Anna di Bretagna appena morta Elisabetta di York. Grande ritorno degli inglesi in terra di Francia a 50 anni esatti dalla fine della guerra dei cent'anni. Alla fine, Luigi XII fu costretto a riconoscere la piena sovranità della Bretagna (ma non l'unione con il regno di Inghilterra) e la cessione alla Lotaringia di una striscia di terra a est di Senna e Saona, con Langres e, in particolare Digione. E' vero che Filippo Maria non aveva riconquistato la Borgogna, ma il fatto di averne recuperato, pur come città di confine, la capitale, era un colpo simbolico molto importante. Anche perché ormai, l'ostilità contro “i regnicoli” come erano detti i francesi sotto Parigi, si era ormai diffusa anche tra la popolazione.

- Ma anche a est si era combattuto, stavolta: Filippo Maria aveva affidato ad Alfonso la difesa dei domini austriaci di sua moglie e della Provenza. Il sovrano aragonese non era stato altrettanto fortunato. L'imperatore alleato con i francesi, aveva varcato il Danubio e sconfitto Alfonso in diverse occasioni, strappandogli l'Austria propriamente detta e gran parte della Stira. Poi Alfonso si era ripreso, e aveva sconfitto l'imperatore sassone presso Marienburg (Maribor), nella Stira settentrionale, e nel Tirolo, con il determinante aiuto delle tre leghe. Alla fine, nel 1506, ottenne di cedere al Wettin “solamente” l'arciducato e la Stiria (tranne Maribor, che venne incorporata nella Carniola), tenendosi Carniola, Tirolo e Carinzia. Filippo Maria lo insignì dei titoli di Conte del Tirolo e duca di Carinzia e Carniola e quello di principe di Salerno, Monreale e Arles (per indicarlo come suo luogotenente a Napoli, Sicilia e Provenza). Pur giovane, Filippo Maria si accorse che era difficile dirigere i suoi sparsi possedimenti, pertanto non insistette troppo a far notare ad Alfonso che si stava prendendo un po' troppi meriti su territori che di diritto appartenevano a lui. Ma con il figlio di Alfonso, Ferrante II, cosa sarebbe successo?

- La risposta alla domanda rimane insoluta, dato che tale situazione non durò molto. Margherita era morta nel 1508, avendogli dato tre figli cresciuti oltre i 6 anni: Giovanna, Ferrante e Maria. Ma Ferrante, promesso sposo di Caterina d'Aragona, figlia di Ferdinando d'Aragona e Isabella (in ottica di un'alleanza anti-portoghese), morì prima che gli accordi venissero formalizzati, nel 1509. Al che, Alfonso fu costretto a prendere in considerazione l'idea di concedere i propri domini al genero Filippo Maria, di cui era, in un certo senso, l'usurpatore per quanto riguardava Napoli, Provenza e Sicilia. Filippo dovette attendere altri sette anni, prima di entrare in possesso dei suoi personali domini italiani e quelli della moglie. I due sposi vennero incoronati, “per grazia di Dio re di Lotaringia, Italia e Granada” in una solenne cerimonia, a Roma dallo stesso pontefice Giulio II, che, nonostante avesse un'alta concezione di sé, e del proprio ruolo di pontefice massimo, nulla poteva fare se non concedere, nonostante i mugugni dell'imperatore.

Vessillo di Filippo Maria

Regno d'Italia

Regno di Lotaringia

(cliccare per ingrandire)

Ecco la titolazione completa: “Filippo Maria, per grazia di Dio e per intercessione della Beata Vergine Maria re di Granada e Tingitania, duca di Murcia,e conte di Huelva, re di Maiorca, re d'Italia, Lombardia, Napoli e Sicilia, duca di Milano, duca di Verona, doge supremo di Venezia, Genova e Noli, podestà perpetuo di Lucca Pisa e Siena, primo gonfaloniere di giustizia di Firenze, re di Lotaringia, duca e conte di Borgogna, barone di Montbeliàrd, conte di Ferrette, conte di Brisgau, conte d'Alsazia, visconte del Vaud, duca di Piccardia, conte di Boulogne, conte di Vermandois, conte di Artois, conte di Fiandra, conte di Hainault, duca di Brabante, duca di Lussemburgo, duca di Limburgo, conte di Namur, duca di Gheldria, conte di Zutphen, conte di Olanda, conte di Zelanda, duca di Lorena, duca di Bar, conte di Viennois, conte di Savoia, conte di Provenza, conte del Tirolo, duca di Carniola, duca di Carinzia, re di Cipro e di Gerusalemme”.

Trebisonda: 1500 – 1550

- Nel 1501, ebbe luogo una svolta importantissima per tutta la storia futura: Ismail, capo dei Kizil Bash (turbanti rossi), una setta militare sciita, riuscì a far sollevare l'intera Persia contro il dominio dei montoni neri. I ribelli ebbero un fondamentale sostegno in Trebisonda che fornì uomini e mezzi a Ismail ed i suoi. Quando Alessio V presentì vicino il momento della caduta degli acerrimi nemici, riuscì a convincere il senato a mandare un esercito a sostegno di Ismail per la conquista di Tabriz. Nel frattempo, gli uzbechi dilagavano nel Khorasan, con la scusa di difendere i loro fratelli turchi (contro cui però, avevano ampiamente combattuto anche prima della rivoluzione dei Kizil bash e che avevano tutta l'intenzione di tenere per sé la Persia). Nel 1503 i signori turchi superstiti cercarono di rifugiarsi nel nord e verso ovest, con poca fortuna, per sfuggire alla vendetta dei persiani. Nel 1505, Ismail venne incoronato a Tabriz Shahanshah di Persia e fondatore della dinastia dei Safawid. Come prima cosa, rese lo sciismo religione di stato. Inizialmente dovette sopprimere diverse ribellioni sunnite, ma nel complesso non furono particolarmente rilevanti. Era la prima volta, dal tempo dei Fatimiti, che lo sciismo diveniva religione ufficiale di uno stato islamico. Poco dopo Ismail decise di fare un gesto inaudito per qualsiasi sovrano musulmano: rese visita all'imperatore a Trebisonda. Alessio V lo accolse con tutta la pompa e lo sfarzo possibile, per fare la giusta impressione al nuovo sovrano della Persia. Ismail si sentiva in grandissimo debito nei confronti dei greci, che avevano reso possibile il rovesciamento dei Qara Koyunlu. Per cui promise al sovrano pontico “l'eterna amicizia” della Persia. Alessio inizialmente lo poté ascrivere tra i suoi successi diplomatici, ma non immaginava quale cambiamento comportasse negli equilibri del mondo la nascita di un nuovo impero persiano.

- 1508 – 1513: Lo Shah non ebbe molto tempo per consolidare il proprio potere, dato che gli uzbechi già minacciavano le frontiere nord-orientali. Dopo le difficoltà iniziali, i persiani recuperarono il Khorasan e si avvicinarono alle città carovaniere dell'Asia centrale, strappate dal popolo turco agli eredi di Tamerlano, che accolsero Ismail come una sorta di liberatore, almeno inizialmente (era pur sempre uno sciita). Nel frattempo, Trebisonda colse i frutti dell'amicizia con i persiani: il possesso pieno dell'isola di Larak, facilitazioni commerciali a Tabriz, Ray, Qom, Esfahan, Ecbatana (Hamadam), Qazvin e Zanjan, e, soprattutto, Hormuz. In particolare, Alessio premette molto per l'allargamento della sfera di influenza persiana sulle città carovaniere dell'Asia centrale e sull'Afghanistan: grazie alla protezione militare di Ismail, i mercanti pontici avrebbero potuto arrivare in India perlomeno via terra, se non ci riuscivano via mare per la concorrenza veneziana.

- 1519: I persiani schiacciano definitivamente gli uzbechi, che sono costretti a giurare fedeltà allo Shah. Sulla punta delle loro spade restaurano un khanato di Transoxiana fantoccio esteso a tutta la Transoxiana, che più tardi prenderà il nome di emirato di Samarcanda, con Baber, un erede di Tamerlano, come Khan. L'autorità persiana si estende fin quasi all'Indo, con i sovrani di Sind e Baluchistan che giurano fedeltà allo Shah. Ibrahim Lodi, sultano di Delhi, invia ambasciatori con ricchi doni.

- 1521: Alessio V muore, dopo aver lottato tutta la vita per far rimanere Trebisonda al centro dei grandi scambi internazionali. Gli succede il giovane Andronico, suo nipote, dopo che suo figlio, Davide, era morto dopo un attacco epilettico. Ma il vero detentore del potere è suo zio Michele, che, in teoria, avrebbe dovuto fungere da reggente con l'altro fratello di Davide, Giovanni, che però è inviso a gran parte dei senatori. Nell'impero pontico scoppia la “persomania”, voga artistica che vuole fondere lo stile pontico con quello persiano (o, spesso, semplicemente imitare quest'ultimo) nell'architettura e nella letteratura.

- 1522: Dopo una serie di screzi e tensioni, la Persia decide di dichiarare guerra agli Ashrafidi di Baghdad. Sebbene questi siano alleati con Trebisonda, i pontici non possono far altro che stare a guardare, visto che la potenza persiana è imbattibile. Anzi, consigliano(tramite il patriarca di Trebisonda che dirama una nota a tutti i metropoliti della regione) ai cristiani mesopotamici di non fare nulla, anzi, piuttosto, spianare la strada agli invasori. I Mamelucchi, non avendo ancora molto chiaro con chi hanno a che fare, commettono la fatale imprudenza di sostenere Baghdad. L'idea dei sovrani egiziani, che attraversavano una fase di ripresa, era quella di estendere la propria influenza sulle valli di Tigri ed Eufrate, per porsi come guida dell'islamismo sunnita e ricominciare, in prospettiva, a mettere in riga tutti i cristiani che commerciavano nel vicino oriente. I veneziani, che pur non amavano i persiani per la troppa armonia tra questi e i pontici, cercarono di convincere il sultano egiziano a non commettere errori imprudenti. Al che il sovrano del Cairo reagì con minacce. Detto, fatto. Gli italiani inviarono ambascerie allo Shah, per offrire amicizia e sostegno nel caso volessero arrivare con il loro esercito fino in Siria e Egitto, ricordandogli che era suo diritto, in quanto erede degli Ilkhan, vendicarsi della sconfitta patita da Kutboga contro i mamelucchi di Baibars nel 1260 ad Ain Jalut. Il figlio di Ismail non era particolarmente bellicoso; tuttavia era schiavo delle decisioni della sua guardia d'elite, i turbanti rossi, cui non sapeva porre un adeguato freno. La campagna contro Baghdad non destò particolari difficoltà. Gli assiri, Karaman, i cilici si affrettarono ad inviargli omaggi. Ma poi i persiani proseguirono verso nord-ovest. Prima fecero tappa a Ninive, imponendo agli assiri la sottomissione all'impero safawide, tramite il pagamento di un tributo. Poi proseguirono verso Aleppo, sede di un governatore mamelucco. Entrarono nella città incontrando ben poca resistenza. Gli egiziani si affrettarono a concentrare un esercito a Damasco, per fermare la penetrazione persiana in Siria, mentre i persiani indugiavano occupando Homs e Hamah. Ad Al Qutayfah avvenne lo scontro decisivo, in cui l'esercito egiziano venne spazzato via. A quel punto la situazione precipitò. Scoppiò una rivolta generale in tutto l'Egitto. Il sultano venne ucciso da una sua guardia, che cercò di prendere il suo posto. Gli italiani ne approfittarono, conquistando Damietta, Pelusio, Tanis, Al Mansura. Con la flotta, occuparono diversi porti palestinesi: Gaza, Ascalona e Giaffa, da cui partì una delegazione alla volta di Damasco, per rendere omaggio allo Shah, offrire aiuto per l'occupazione dell'Egitto, in cambio chiedendo un accordo di massima per la sua spartizione. Lo Shah, tuttavia, non era intenzionato a prendere possesso dell'Egitto. Per il momento era troppo lontano e difficile da controllare, per i suoi gusti. Inoltre, nonostante puntasse a mantenere proficui e cordiali rapporti con loro, non si fidava comunque molto degli italiani Decise quindi di concedere agli italiani solamente la penisola del Sinai (da Damietta ad Ascalona e compreso il porto di Aqabah), in cambio di un censo ricognitivo annuo. Inoltre insistette nel non concedere ai Veneziani la possibilità di organizzare spedizioni e comunità nell'interno del suo regno. La Palestina e la Siria sarebbero state governate da un vizir persiano. Per quanto riguarda l'Egitto vero e proprio, avrebbe, per ora, continuato ad avere un sultano, ma fedele alle direttive di Tabriz(anche se in realtà, piuttosto abbandonato a sé stesso, in seguito) . Gli italiani non avevano guadagnato molto, soprattutto grazie all'influenza pontica: Trebisonda non voleva un collegamento troppo comodo tra il Mediterraneo e la Persia, cosa che avrebbe relativizzato la sua importanza. Ma tutto sommato non era poi così grave: l'Egitto era nel caos e i persiani non avevano voglia di porvi ordine. Da quel momento, la terra dei faraoni sarebbe diventata, progressivamente, un informale protettorato italiano.

1524: I litigi tra Michele e Giovanni, i due reggenti per il giovane Andronico, fanno in modo che Trebisonda non si accorga del momento di difficoltà dello Shah di Persia, ottima occasione per aumentare ulteriormente l'influenza trapezuntina a Tabriz. Tra i turbanti rossi ed il sovrano si era infatti giunti allo scontro. Quella che era stato l'ordine militare che aveva permesso ad Ismail di conquistare il potere, ora era completamente fuori controllo. Per 10 anni ci fu una cruenta lotta tra i partigiani dello Shah e i Kizil Bash, che, alla fine vennero sconfitti. Questo però non impedì al sovrano di estendere l'influenza del suo vasto impero ulteriormente: verso il 1530 i montoni bianchi dovettero giurare sottomissione.

1533: Andronico Gabras prende in mano la situazione e depone suo zio Michele, fautore di una politica di progressivo ridimensionamento della flotta, giudicata inutile e costosa, ora che la maggior parte degli introiti commerciali provenivano per vie di terra. La nuova condotta di governo ha come immediata conseguenza la riorganizzazione dei possedimenti pontici nel golfo Persico sotto un'unica autorità centrale. Inoltre si tenta una politica di riavvicinamento con gli italiani, per modificare gli accordi sulla navigazione in India. Il risultato sono gli accordi di Hormuz del 1533: viene ribadito il divieto di costruire colonie fisse nelle rispettive sfere di influenza, ma viene eliminato il divieto di libero commercio: i pontici e gli italiani possono così scambiarsi finalmente i loro prodotti e viaggiare liberamente tra India orientale, golfo Persico e mar Rosso. Nel frattempo, però, i persiani, nonostante i loro problemi interni non accennano a terminare la loro corsa verso ovest. Nonostante gli sforzi diplomatici Andronico non riesce a impedire che Karaman venga sconfitta e divenga una nuova provincia persiana. Ora l'impero confina direttamente con il nuovo impero bizantino riunificato e con il mar Egeo, e comincia ad impensierire gli stati europei.

1535: Giovanni Gabras muore. Andronico si trova solo a governare, ma più che occuparsi di politica, preferisce far costruire un nuovo, lussuoso palazzo per le vacanze a Bafra, una delle sue residenze preferite, e patrocinare diversi artisti, giunti da ogni dove. Tra gli altri, si possono annoverare: Bartolomeo Berecci, architetto italiano affascinato dall'oriente, che contribuì alla costruzione del palazzo dell'imperatore; Basilio Amada (italianizzato) di Sinope, che, affascinato dalla cultura persiana, introdusse nel mondo pontico l'arte tutta musulmana della calligrafia artistica(alcuni suoi manoscritti miniati si possono vedere nel museo di Trebisonda); Alessio Ayalos di Calcedonia, famoso poeta di corte, particolarmente importante per aver dato origine alla tradizione delle Domestichà, brevi poesie amorose e intimistiche.

Fortunatamente, il periodo di Andronico non fu famoso solo per la leggendaria lussuosa vita di corte. Fu famoso soprattutto per la corte del nobile Pietro Raios, molto simile per vita e temperamento al principe Enrico il navigatore di Portogallo. Egli fu nominato governatore generale del “Ponto Persico” da Giovanni Gabras, dopo che per anni si era battuto contro la politica di Michele. Raios infatti, era un vecchio lupo di mare e guardava con sospetto la diminuzione dei fondi per il comparto navale. Poi Giovanni morì e Andronico non si dette pena, negli anni a venire, di sostituirlo, come era uso fare per i governatori provinciali. Anche i senatori lo adoravano e per questo poté avere mano libera praticamente su qualsiasi cosa concernente il governo della flotta dell'oceano indiano e delle isole del golfo. Particolarmente famosa è la sua attività da cartografo e le sue mappe del mondo sono tra le prime che raffigurano il continente americano. Da governatore ammiraglio razionalizzò il governo e la struttura economica del territorio sotto il suo controllo. Creò una scuola navale a Bubeia (Bubyan), riorganizzò il traffico commerciale pontico tra i porti del golfo, su cui estese il controllo. Sotto di lui la flotta pontica meridionale raddoppiò per numero e triplicò per tonnellaggio (promosse infatti, la costruzione di navi più grosse, che imitavano le persiche veneziane). Fu tra i promotori dell'accordo con gli italiani e fu tra i primi a viaggiare in prima persona verso i porti indiani che erano stati appena aperti. Anzi, se l'accordo fu possibile, fu proprio grazie a lui ed alla sua opera di pirateria contro i porti Omani, che gli fece guadagnare il rispetto dei veneziani. Si prodigò anche che la sua opera non morisse con lui. Innanzitutto si avvalse ben presto dell'alleanza di Alvise Gritti, il bailo italiano a Hormuz. La loro amicizia contribuì molto ad alleggerire i rapporti tra Trebisonda e Pavia in quell'angolo di mondo. Inoltre si associò due promettenti allievi: il primo fu Alessio Porfiro, noto per il suo “Viaggio nelle indie”, che racconta le sue avventure nell'oceano Indiano; il secondo Basilio Sillaro, poi più noto come Matrakis, che scrisse diversi trattati di strategia nautica(peraltro da lui stesso illustrati) che sono ancora adesso studiati. I tre rimasero in attività fino agli anni '60 del '500 e contribuirono in modo determinante allo sviluppo della marineria pontica e agli equilibri geopolitici di quella regione.

Nel frattempo in madrepatria le cose cambiarono rapidamente. Nel 1538 Andronico propose al parlamento di alzare raddoppiare il kommerkion, la tassa doganale, da 1/20 ad un 1/10 del valore della merce trasportata, assieme ai costi di deposito delle merci nei fondachi. In più, propose che anche la trattenuta sulle lettere di cambio venisse aumentata. Dato che si trattava di un palese suicidio economico dettato dal fatto che il sovrano aveva bisogno di soldi per finanziare i suoi grandiosi progetti edilizi, il parlamento rifiutò la modifica. Ma Andronico non se ne diede per inteso. Con le sue guardie fece circondare il senato e mise agli arresti i senatori. La sua svolta assolutistica, però, non trovava molti sostenitori nemmeno da parte della stessa famiglia imperiale. Giovanni, figlio dello zio Michele caduto in disgrazia, e Angelo, figlio dello zio Giovanni, si accordano per seppellire l'ascia di guerra ed unire i due rami cadetti contro il ramo principale della famiglia. Angelo, più giovane, acconsentì che nel caso di successo della ribellione, il sovrano sarebbe stato Giovanni. In cambio Angelo avrebbe ottenuto il titolo di tesoriere imperiale. Il ribelle, appellandosi (il fatto che lo facesse un aspirante sovrano è apparentemente paradossale, ma anche segno del mutare dei tempi) alle leggi contro l'assolutismo regio cercò di sobillare il patriziato contro Andronico. Quest'ultimo però non aveva alcuna intenzione di arrendersi. Fece di Bafra la sua base e chiamò a sé i realisti, che, comunque, non erano così pochi come si potrebbe pensare. Non ci fu, come altre volte, la classica divisione tra costa ed entroterra o tra est ed ovest. Per esempio, se Bafra e Amiso erano realiste, Sinope non lo era, in questo alleata, come mai era capitato, a Trebisonda. La Paflagonia interna era per il parlamento, la Bitinia no, anche se Amastri era per i ribelli.

Le relazioni di interesse e le clientele intrecciate che portavano ad aderire a questa o quella fazione sono infatti così complesse che andrebbero analizzate caso per caso.

Comunque, sia per maggiore coesione interna, sia per evidenti limiti strategici, l'esercito del parlamento vinse. Nel 1542, dopo quattro duri anni di lotte, Andronico V venne catturato e costretto a fare la marcia funebre reale da vivo, consegnando egli stesso nelle mani del metropolita di Kastamon lo scettro da dare a re Giovanni II, per poi essere messo agli arresti. L'incoronazione si fece però attendere perché Angelo Gabras, con l'aiuto di un team di giuristi, fu costretto a redigere un nuovo documento per regolamentare con precisione i limiti dei poteri del re rispetto al parlamento, tra cui quello di non poter levare nuove tasse senza l'approvazione senatoria, tanto per citare la più importante. Mentre in occidente, culla del diritto e delle repubbliche si assiste, in molti casi, al trionfo dell'assolutismo monarchico, un impero orientale si evolve in senso sempre più repubblicano.

Nel frattempo però, la situazione internazionale era peggiorata ancora: Nel 1540 , per la seconda volta, Costantinopoli era caduta in mani non cristiane. Approfittando dei problemi dei lituani a est, gli ungheresi avevano decise di sferrare un colpo decisivo contro i romei, alleati degli italiani. Costantinopoli, già da 10 anni prima si era prontamente dichiarata vassalla dei persiani, che erano paradossalmente molto più teneri nei confronti dei cristiani, rispetto agli altri musulmani(ma questo, in realtà, perché il loro scopo primario era unire il mondo musulmano, almeno in origine).

Né i bizantini, né, tanto meno, ungheresi e italiani avevano preso sul serio questa specie di espediente per sopravvivere. Quando l'esercito magiaro giunse sotto le porte di Costantinopoli, l'imperatore Giorgio IV decise di cedere la città senza combattere, affinché non venisse saccheggiata. Ma, piuttosto che stare ad accogliere i nuovi padroni, preferì scappare con parte cospicua del tesoro imperiale alla volta della Morea, sotto protezione italiana. L'esercito magiaro non aveva ancora invaso la Grecia. Giorgio però era demoralizzato e disperava della capacità di resistenza del suo impero, tanto che decise di porre quanto restava del suo impero sotto la diretta protezione italiana, in cambio di un seggio per sé e per le più importanti famiglie romee nel maggior consiglio. Gli stessi Visconti non si aspettavano una tale piega degli eventi. Ma, nello stesso momento, i persiani decisero di prendere in mano la situazione. Non potevano tollerare che un loro vassallo venisse abbattuto. Era una palese mancanza di rispetto nei loro confronti. Pertanto, decisero di avanzare e reclamare per sé le provincie asiatiche dell'impero. Vista la situazione di completo caos, i romei aprirono agli invasori le porte, in cambio della garanzia che la loro religione e i loro beni non fossero toccati. Ma i persiani erano, sotto questo aspetto, una garanzia di tolleranza maggiore rispetto ai magiari, che stavano attuando politiche piuttosto restrittive rispetto alla libertà di culto nel loro paese. I cattolici erano salvi, per ora, ma gli ortodossi erano sicuramente dei sudditi di serie B, sotto il regno filo-protestante degli Hunyadi di Budapest. Oltretutto, i romei erano rassicurati dalla grande amicizia che legava i pontici a Tabriz e dal fatto che, al di là di qualche moschea in più, nella Cilicia, nell'Assiria e nell'Anatolia orientale non era cambiato gran ché, da quando in quelle regioni si era insediato un governatore persiano.

Vista la situazione, gli italiani decisero, anche al prezzo di venire tacciati come traditori del cristianesimo da parte del papa(cui però i sovrani di Pavia ribadivano che un calvinista è anche peggio di un infedele), di rafforzare gli accordi di amicizia con la Persia siglando una formale alleanza anti-magiara, delineando loro un'approssimativa spartizione dell'ormai ex-impero bizantino.

I veneziani chiedevano poco: in sostanza, si trattava di Albania, Epiro, Acarnania, Etolia, Morea, Attica, Beozia, Tessaglia e Macedonia. Ai persiani, i veneziani lasciavano volentieri Costantinopoli(fatte salve le garanzie sulla loro comunità), la Tracia, propria e bianca, la Bulgaria e Vidin. Più, nel caso, la Valacchia.

Gli ungheresi certo non si aspettavano un così rapido capovolgimento della sorte: vennero prima scacciati da Costantinopoli(che, come Nicea, si dimostrò ben felice di dar man forte ai nuovi invasori), poi duramente sconfitti nella battaglia di Adrianopoli del 1541. Ma i persiani non erano così invincibili: combattere tra le montagne era una cosa cui non erano abituati, ed i Rodopi diventarono un'efficace linea di difesa per i magiari. Così, nel 1543, la guerra si concluse con la più classica delle paci: quel che si è conquistato si tenga, quel che si è perso, si lasci senza troppi rimpianti. Gli ungheresi avevano guadagnato la Bosnia, la Macedonia, la Tessaglia settentrionale e la Tracia Orientale. Gli italiani avevano mantenuto l'Erzegovina, guadagnato, la Zeta, l'Albania ed il resto della Grecia. Anche Tessalonica era stata occupata dalla flotta, ed era rimasta un'enclave in territorio ungherese. Infine venivano i persiani, che avevano guadagnato l'Asia romea, assieme alla Tracia occidentale e alla valle della Marizza. Anche se molto presto i magiari avrebbero compreso che gli Shah non si sarebbero accontentati solo di questo. Serbi, bulgari e macedoni non aspettavano altro.

Anche se non mancava qualche vantaggio(il fatto che una sola potenza governasse dall'Egeo al golfo Persico, per molti aspetti rendeva tutto più semplice ai mercanti pontici), questa nuova situazione rischiava di isolare, rispetto all'Europa, l'impero di Trebisonda, che ora dipendeva esclusivamente, per la sua sopravvivenza, dalle buon grazie dello Shah. Inoltre, l'avvicinamento dei persiani all'Italia non era certo un evento da festeggiare, poiché rischiava, in un futuro prossimo, di togliere il monopolio pontico sui commerci a lunga distanza della Persia. Pur tuttavia, Giovanni II non poteva certo fare molto per alterare il corso degli eventi. L'unica via percorribile era quella del buon viso a cattivo gioco, impegnandosi a rafforzare il controllo dei gangli economici del gigantesco mostro politico sorto rapidamente ai suoi confini (con il suo fondamentale supporto), e cercando di farlo senza dare troppo nell'occhio.

Il gioco della politica internazionale stava diventando troppo grande e pericoloso per il Ponto. D'ora in poi per Trebisonda si apre una nuova fase politica, in cui cercherà di mantenere con forza le proprie posizioni, lottando disperatamente per non scomparire dalla cartina dell'Europa.

(cliccare per ingrandire)

Le guerre di religione in Europa.

Da molto tempo, in particolare dalla fioritura delle grandi monarchie nazionali, la chiesa cattolica ed il primato papale hanno dovuto fronteggiare le pretese di controllo regio sui beni ecclesiastici e sulle decime. Il fatto che una quota non indifferente di capitale sia impossibile da incamerare e che, anzi, vada a quello che, dopotutto, poteva essere considerato uno stato straniero, non era certamente molto gradevole. A ciò si aggiungeva anche la questione delle elezioni vescovili, su cui gli stati più potenti pretendevano di avere voce in capitolo. Questi problemi fanno nascere, nel corso del XIV e del XV secolo tutta una serie di accordi “speciali” per la gestione delle decime e delle prebende diocesane. Ma anche così, la latente ostilità contro la ricca e opulenta curia papale viene continuamente alimentata dai principi, in particolare francesi e tedeschi.

A peggiorare la situazione viene il processo di “accerchiamento” di Roma da parte della potenza Viscontea. Inevitabile che Roma venga accusata, all'alba del XVI secolo, di essere ormai una succursale di Pavia, succube alle direttive di re Filippo Maria.

I più attivi in questo genere di propaganda sono, facile intuirlo, l'imperatore ed il re francese.

Essi trovano inizialmente in Giulio II un alleato, pronto persino a sollevare un'alleanza militare contro il Visconti. Purtroppo però, il progetto rimarrà sempre e solo sulla carta. Dopo un duro braccio di ferro, il papa Farnese incornerà solennemente Filippo Maria e sua moglie re di Italia, Lotaringia e Granada. (per l'incoronazione, viene raccontato che Giulio II cercasse di convincere Filippo a farsi incoronare con la corona ferrea. Il Visconti, con la scusa che era troppo piccola per la sua testa, declinò cortesemente l'offerta. In realtà sia il papa, sia Filippo Maria sapevano che solo il vero re d'Italia poteva indossarla senza essere colto dalla malasorte, come successe a tutti coloro che avevano preteso di portarla da dopo Carlo Magno. Nonostante Filippo credesse di meritarla, forse era meglio essere prudenti). Questo fu un ulteriore, duro colpo per la credibilità del Pontefice.

Fu in questo clima che un monaco agostiniano sassone, dopo un viaggio a Roma che l'aveva profondamente colpito(in maniera negativa, per il lusso e l'opulenza di certi vescovi), ed in seguito ad uno scontro con l'avido collettore di decime papale Johan Tetzel, affisse sulle porte della cattedrale di Wittenberg le sue 99 tesi. Il suo nome era Martin Lutero. Per lui ciò che poteva salvare l'uomo, condannato alla dannazione per colpa del peccato originale era la “sola gratia”. Le opere che l'uomo intraprendeva in questa vita, all'interno del suo libero arbitrio non erano per nulla bastanti a portare l'uomo verso il paradiso, e men che meno le buone opere dei santi presso cui gli uomini intercedevano in forme a dir poco superstiziose, per non dire semipagane.

Come è facile immaginare, il pontefice, il debole Leone X, decise di spedirgli subito una bolla di scomunica. Ma Lutero aveva guadagnato consensi in modo molto rapido e quando gli arrivò la bolla di scomunica decise di bruciarla in pubblico, come gesto di sfida. E la faccenda da qui iniziò a complicarsi.

Infatti, il vecchio e astuto imperatore Ernesto Wettin, facendo proprie le posizioni del predicatore, sostenne che Roma era ormai un ostaggio di Pavia. Non solo, ormai erano loro, i pontefici romani, ad essere caduti nell'eresia. Per questo lui, “il pio e giusto romano imperatore esortava il ritorno alla purezza della vera fede, schierandosi contro i troppi peccati commessi in nome del santo Pietro”.

Per Ernesto era un nuova occasione per porsi alla testa di una coalizione anti-viscontea. Stavolta adducendo anche delle ragioni teologiche.

Non è chiaro se Ernesto avesse messo in conto che Leone X avrebbe osato scomunicare anche lui oppure no. Di fatto, nel 1523 gli arrivò una bolla in cui il papa diceva: “siamo addolorati che quella che dovrebbe essere la spada della cristianità si abbandoni a esecrabili e blasfeme accuse nei confronti della Santa Madre da cui solo poteva trarre l'autorità per dirsi sacro, romano e imperatore. Per questo motivo esortiamo gli imperiali elettori ad eleggere un nuovo sovrano, giusto e retto”.

Il Wettin usò le parole della bolla per dimostrare che aveva ragione: la realtà era che il papa voleva dare a Filippo Maria o a suo figlio Galeazzo il titolo imperiale!

el mentre, però anche il mondo cattolico si era interrogato sulla necessità di un gesto così da parte del pontefice. Tutto sommato, sostenevano molti, era pur vero che alla Chiesa occorreva liberarsi dalla corruzione dilagante e dall'asservimento ai giochi politici dei principi.

Ma le voci moderate furono presto tacitate, dall'una come dall'altra parte.

Intanto, i principi tedeschi si dividevano nelle due fazioni. Ovviamente filopapali erano tutti gli stati troppo vicini al confine con la Lotaringia, per timore che Filippo Maria cogliesse il destro per atteggiarsi a difensore del papa e li aggredisse. Tra di loro si posso annoverare i principati vescovili renani (Colonia, Magonza, Treviri), ciò che rimaneva degli staterelli svevi, il Palatinato, Clèves, Mark, Munster. La Baviera, per prudenza, preferì rimanere neutrale. Altri, più subdolamente, si atteggiavano a sostenitori del papa per guadagnare margine di autonomia nei confronti del potere imperiale, che era diventato fin troppo potente negli ultimi 50 anni. In questo gruppo si possono contare come principali il Brunswick, l'Assia e l'Ansbach.
Infine vi erano i fedeli alleati dell'imperatore, come il Magdeburgo, la Pomerania, il Meclemburgo, i teutonici di Prussia, le città anseatiche, il Brandeburgo e l'Oldenbugo.

La situazione precipitò ulteriormente quando, nel 1529 gli elettori vescovili renani e l'elettore palatino sostennero che il titolo imperiale sarebbe dovuta andare a Filippo Maria, che era nella privilegiata condizione di essere elettore doppio, come re di Lotaringia e re di Lombardia. 6 voti su 9 sarebbero una maggioranza sufficiente per dichiarare Ernesto Wettin deposto. Ma Ernesto reagisce tempestivamente: dichiara che suo padre Federico fu costretto a concedere la dignità elettorale a Lombardia e Lotaringia e quindi, in quanto elettori per concessione imperiale e non in virtù della bolla d'oro di Ludovico il Bavaro, può benissimo ritirare il privilegio e darlo a due sovrani che lo meritano di più. Ergo, al loro posto, concede la dignità elettorale a Luneburgo e Meclemburgo. Risultato: maggioranza di 5 a 9 per Enrico.

[nota: da ricordare quali sono gli elettorati base: i vescovi di Colonia, Magonza e Treviri; i principi di Palatinato, Brandeburgo, Sassonia ed il re di Boemia(notare che anche Ernesto conta per due, dato che tiene sia Sassonia, sia Boemia]

A questo punto Filippo Maria, che effettivamente è attratto dal titolo imperiale e deciso di approfittare del caos creatosi ma che, allo stesso tempo, non si sente ancora pronto ad un nuovo scontro frontale con Ernesto, lancia una sconvolgente provocazione: l'ultimo sacro romano imperatore di tutto l'occidente fu Ludovico il pio, niente meno. La spartizione di Verdun fece in modo di spartire la pretesa imperiale equamente nelle tre parti. Il detentore del titolo fu poi il lato germanico solo perché egli aveva incorporato manu militari anche Lotaringia ed Italia, per via dei disordini interni di queste ultime. Ma ora la situazione era cambiata: Lotaringia e Italia erano tornate unite e pacificate e non per merito dell'imperatore. Per questo la situazione era tornata come nell'843, per cui sia il re di Francia, sia il re Sassone, sia il re di Lotaringia e Italia potevano egualmente spartirsi il titolo imperiale. Argomentazione cavillosa e non del tutto storicamente corretta, certo, ma che visto anche il peso di chi la proponeva, fece una certa presa. Per Filippo Maria, poi, era anche un tentativo per guadagnarsi i favori del re di Francia(anche lui investito di aura imperiale, cosa che non dispiace mai, per quanto formale e inutile possa apparire).

Il re di Francia sembrò lasciarsi incantare dalle belle e lusinghiere parole dei giuristi di Filippo Maria. Galeazzo, da Nancy(fa il viceré per conto del padre) era tuttavia convinto che fosse tutta scena. Ungheresi e lituani invece, per il momento, preferiscono non esporsi. Tutti esitano a fare la prima mossa. Anche perché nel frattempo la Germania(e con essa Boemia, Moravia, Polonia e Ungheria) è tutta in tumulto: predicatori luterani, riformatori di ogni ordine e grado e bellicosi fanatici la attraversano in lungo e in largo, spesso sobillando il popolo contro i principi allo scopo di creare la società dei miti e dei giusti. La qual cosa genera gravi guerriglie contadine, facili da estendere e difficili da domare.

Ernesto Wettin morì nel 1531. Simbolicamente questa data segna l'inizio delle “guerre di religione”.

1 fase: germanica

Eredita il trono di Sassonia Giovanni Federico, detto “il giusto”, il quale decide di rompere finalmente gli indugi e ridurre alla fedeltà all'impero tutti i principi ribelli che guardano a Filippo Maria e ai Visconti. A Forcheim affronta e sconfigge un esercito composto da forze del vescovo di Wurzburg, il duca di Ansbach e della libera città di Norimberga(che avevano chiesto ai bavaresi di dar loro man forte, ma questi ultimi si erano rifiutati).

Tuttavia l'azione scatena Galeazzo, al quale Filippo Maria sta lasciando sempre maggior margine decisionale, anche perché nel 1530 decide di affidargli la corona di Lotaringia. Il giovane Visconti decide di organizzare la cosiddetta “lega santa”, per riunire sotto la sua guida i principi cattolici contro l'imperatore. A Halle, nel 1532 essi fanno solenne giuramento di combattere contro la tirannia dei Wettin, nemici della fede cattolica. Per tutta risposta, a Erfurt si riuniscono in dieta i principi fedeli all'imperatore. Alla dieta vi sono anche messi del re di Francia e un legato svedese, per chiedere aiuto alle potenti città anseatiche per ottenere aiuto nella loro guerra per sciogliere l'unione di Kalmar, dominata con il pugno di ferro dai danesi.

La prima battaglia tra i due schieramenti avviene in Oldenburgo, nel 1533. Il conte di Demenhorst, pur rimanendo cattolico, aveva deciso di mantenere la sua lealtà nei confronti dell'imperatore. Purtroppo per lui, la sua scelta lo mette in una posizione estremamente infelice, per via della collocazione geografica del suo dominio. Infatti dirimpetto a lui sta la libera città di Brema, collegata all'Hansa. I danesi, che ritengono che spezzare la potenza navale anseatica sia indispensabile per sconfiggere una volta per tutte Gustavo Vasa di Svezia, chiedono aiuto a Galeazzo per sottomettere Brema. Demenhorst, che si trova proprio in mezzo, non torna sui propri passi e decide di allearsi alla città e fronteggiare i due nemici. L'Oldenburgo non può però nulla contro la potente cavalleria borgognona e i terribili picchieri fiamminghi, che hanno ereditato molte delle tecniche inizialmente ideate dagli svizzeri (che dopo la loro sottomissione hanno diffuso nella Lotaringia i loro modi di combattere). Un esercito levato dall'imperatore giunge troppo tardi per un soccorso. La fortuna lo salva dal disastro, tuttavia: i danesi e gli hannoveriani giunti in appoggio dell'esercito lotaringio, più che aiutarlo lo rallentano, intralciandolo nella manovra di accerchiamento e parte delle armate protestanti riesce a riparare all'interno delle mura di Brema, a questo punto impossibile da conquistare se non dopo un lungo assedio.

La guerra in Germania, tuttavia prosegue a singhiozzo, con pochi successi decisivi da ambo le parti, poiché il terreno principale del conflitto si sposta nel mar Baltico e in Svezia, con i Danesi e gli Svedesi che si trovano inaspettatamente ad interpretare il ruolo di campioni della cause, rispettivamente, cattolica e protestante.

2 fase: svedese

Mogens Goye, la mente occulta dietro al trono danese, riesce a ottenere l'ingresso del suo regno nella “lega santa”, convincendo Galeazzo a investire risorse e denaro per aiutare Copenaghen contro gli svedesi. Il ragionamento del Visconti non era così superficiale: una nuova unione di Kalmar alleata dei Visconti era un ottimo contraltare settentrionale all'impero; inoltre permetteva l'accesso dei mercanti fiamminghi nell'area baltica, dominata dalle città anseatiche, ottima occasione per scardinare la loro potenza economica(senza contare che erano il serbatoio di capitale dei Wettin).

Filippo Maria era contrario: vedeva il conflitto con l'impero come qualcosa di inutile e senza sbocchi, che andava sanato al più presto, prima che il re di Francia fosse in grado di risolvere i suoi problemi interni ed approfittare dell'occasione. In questo forse entrava anche la morte di sua moglie, che aveva intensamente amato. L'inclinazione all'inquietudine e alla depressione ereditata dai suoi avi aveva preso il sopravvento in età avanzata. Per questo motivo prese la decisione di far incoronare suo figlio anche come re d'Italia, abbandonandolo con il consiglio “figliolo, fa' come vuoi. Ma vedo solo male in queste tue decisioni”. Fatto ciò, si ritirò a Serra San Bruno, come monaco, per svanire dalla storia. Morirà nel 1540.

Ad ogni modo, la durissima guerra navale tra fiamminghi e anseatici nel Baltico impedì agli svedesi di ricevere i rifornimenti sperati dall'Hansa e consentì ai danesi di guadagnare le posizioni che avevano perso, soprattutto riuscendo a tirare dalla propria parte i norvegesi. Dalla Scania riuscirono a recuperare quasi tutto lo Smaland, assieme al Bohuslan e il grande porto di Goteborg; inoltre conquistarono le isole di Oland, Gotland e le isole teutoniche di Osel. Tuttavia, l'assalto alle isole Aland, fondamentali per il controllo del traffico da e verso Stoccolma, fallì e permise agli Svedesi di recuperare morale sufficiente per recuperare qualche posizione nel Gotaland. Ma non fu tanto questo, quanto la furbizia di Gustavo a salvare la Svezia da un nuova unione di Kalmar. Riuscì infatti a convincere Galeazzo che fosse meglio avere due stati scandinavi, invece di uno solo, forse troppo potente e irrequieto. I danesi ci misero del loro per convincere il Visconti. Infatti Galeazzo chiese che Gotland divenisse un porto franco con condizioni di favore per i suoi fiamminghi, una sorta di libera repubblica mercantile. I danesi, giustamente, si opposero, ma con meno tatto del dovuto. Gli svedesi, venuti a sapere la cosa giurarono prontamente che avrebbero protetto l'inviolabilità di Gotland come porto franco del Baltico, senza tentare mai più di conquistarla per sé.

Nel 1538 Giovanni Federico e Galeazzo stipularono, dopo tante inutili fatiche belliche, una tregua, detta “di Osnabruck”(dal luogo dove venne redatta). Galeazzo rinunciava a qualsivoglia titolo imperiale, ma Giovanni Federico doveva togliere l'aggettivo “romano” dal suo titolo. Questo accordo era il preludio alla pace tra svedesi e danesi, che venne stipulata pochi mesi dopo. Gotland divenne effettivamente un porto franco, aperto sia ai fiamminghi, sia agli anseatici, con un discreto guadagno per i primi, che mettevano in serio pericolo il monopolio anseatico nel Baltico. Fu in questa data che nacque per la prima volta, sull'esempio del canale di San Marco in Egitto, l'idea di costruire un canale tale da collegare Brema a Kiel, per evitare il controllo dello Skagerrak da parte dei nemici danesi. In definitiva, era un'altra partita che si chiudeva in pareggio. Conseguenza tangibile, tuttavia, della guerra fu che la Svezia si convertisse al luteranesimo mentre i re danesi, in forza dell'alleanza con i Visconti, decisero di rimanere cattolici a oltranza(anche se con un atteggiamento religioso piuttosto tollerante per quanto riguardava il regno di Norvegia, verso cui i protestanti danesi e goti erano liberi di fare vela).

3 fase: balcanica

Lo svolgimento e la conclusione di questa fase sono già state descritte brevemente prima, con la spartizione dell'impero bizantino tra Ungheria, Italia e Persia. Quel che resta da capire sono gli antefatti che condussero a tale situazione. Sin dall'inizio degli screzi tra Visconti e Impero, infatti, quest'ultimo aveva cercato di fare pressioni sull'Ungheria, perché entrasse nell'alleanza luterana. Gli Hunyadi, tuttavia, nicchiavano. Non avevano molta voglia di impegolarsi in un conflitto di portata così vasta, mettendosi contro l'Italia, con cui se non proprio buoni, i rapporti erano perlomeno stabili. Nel frattempo, i riformatori di ispirazione luterana entrarono anche in Ungheria, dove vennero accolti con favore. Re Mattia II preferiva rimanere, personalmente, cattolico, ma non ostacolò la diffusione delle idee riformate nel suo paese. La nuova religione fece particolarmente fortuna in Transilvania, governata dal duca Stefano Bathory, regione popolata anche da molti sassoni. Stefano divenne un fervente seguace della riforma, anche grazie all'attività di predicazione di Giorgio Utjesenovic, chiamato comunemente “fratello Giorgio”. Quando l'opera missionaria di quest'ultimo, però, oltrepasso i confini del paese per penetrare in Bosnia, i rapporti con gli italiani peggiorarono bruscamente.

Il debole Mattia II si fece presto influenzare dall'ingombrante figura di Bathory e si convinse a riprendere il piano di suo nonno di espansione contro la Romània, in modo da mettere in difficoltà i Visconti, impegnati in altri teatri bellici. Il sogno Ungherese di un libero sbocco sul Mediterraneo, del resto, era ancora uno dei principali obiettivi politici del regno di Santo Stefano e certamente i baroni del regno avrebbero visto con estremo favore una nuova, grande, campagna militare verso sud. Tuttavia, gli inizi furono più difficili del previsto. Gli Ungheresi si trovarono infatti di fronte una rivolta dei principi serbi e bulgari, che da ortodossi, si sentivano molto discriminati dalla crescente usurpazione delle loro terre da parte dei signori magiari. Fecero quindi causa comune con i Romei e, per un momento, sembrò che la campagna morisse prima ancora di cominciare. Tuttavia Bathory era deciso ad andare fino in fondo: riuscì a domare la ribellione serba; poi marciò verso Sofia e la rase al suolo. Infine oltrepassò la Marizza e sconfisse duramente gli eserciti dell'imperatore Giorgio IV presso Filippopoli. Il quale poi, come sappiamo, abbandonò subito l'impari lotta e si gettò tra le braccia di Galeazzo. Nel frattempo, il bano di Croazia, uno de principali alleati di Bathory, Invadeva la Bosnia, scarsamente difesa dagli italiani, che mai si sarebbero aspettati un così rapido sviluppo degli eventi. Conquistò Jaice, la capitale, ma venne fermato da Alvise Venier, al comando del suo temibile esercito di “schiavoni”, che, pur croati, proprio non ne volevano sapere di abbandonare i loro santi e adeguarsi all'andazzo religioso di Zagabria. Essi riuscirono a conquistare La Zeta e fermare gli invasori in Erzegovina, prima che l'intervento persiano e l'assassinio di Stefano Bathory, grazie al quale venne meno il principale artefice della politica aggressiva magiara, ponessero un'inattesa fine di quella dura battaglia sui monti, fatta di continue imboscate e azioni di disturbo.

Nel frattempo, si faceva strada un nuovo, radicale, modo di intendere la riforma, che avrà di lì a poco un certo successo tra gli ungheresi, i croati e i bosniaci: il calvinismo.

La guerra civile francese

Mentre i Visconti si presentavano al mondo come la spada del cattolicesimo, non mancavano all'interno dei loro stati voci che spingevano in senso riformista. Lo stesso Galeazzo comprese bene che sarebbe stato impossibile continuare a difendere l'establishment cattolico ancora per molto, se non ci fossero stati dei passi in avanti per sanare le molte storture del sistema. Si fece quindi promotore dell'organizzazione di un concilio generale della chiesa che discutesse seriamente dei problemi e cercasse delle adeguate soluzioni. Il re di Francia nel frattempo, pur non avendo alcuna seria intenzione di appoggiare la religione luterana, aveva approfittato del calo di credibilità della chiesa romana, e della guerra tra l'imperatore e Galeazzo per definirsi nel 1534 “capo supremo della chiesa di Francia”, staccandosi finalmente dalla sottomissione al papa. Nasceva così ufficialmente la chiesa gallicana. Ovviamente, un'evoluzione del genere non poteva essere indolore: uno degli obiettivi principali del sovrano era incamerare i consistenti beni ecclesiastici sul suolo del regno. Gli espropri furono duri e generarono ribellioni in diverse parti del regno, in particolare nel nord e nell'est, in Normandia, nella Champagne, Nel Retz. Per non dimenticare il fatto che molte frange nobiliari si posero in aperta opposizione al sovrano.

Ma non era ancora finita: nel 1536 a Pau trovò accoglienza un riformatore molto persuasivo, Giovanni Calvino, che da quel momento iniziò a diffondere le sue idee radicali in tutta la Guascogna, la Navarra, poi nel resto della Francia meridionale e, tempo dopo, nel resto d'Europa. I catalani, al contrario, non si fecero molto influenzare dalle sette evangeliche e perlopiù rimasero cattolici. Gli eventi generarono una spaccatura in seno alla lega guascone: gli Albret e i guiennesi decisero di seguire il re di Francia e aderire anch'essi al gallicanesimo, mentre i Foix e gli Armagnac si convertirono alla nuova religione evangelica, ponendosi in aperto contrasto con Parigi. Che però, per il momento, aveva altre mene a cui pensare. Infatti il duca Antoine di Borbone si era deciso a proclamarsi campione della causa cattolica e aveva, ovviamente, chiesto aiuto ai Visconti.

L'idea di sostituire gli acerrimi nemici Valois con una dinastia più malleabile era un prospettiva più che allettante per Galeazzo, che non si fece scrupoli nel finanziare i nemici del re . Più scettiche erano le banche italiane e fiamminghe, che non erano certo entusiaste di prestare altro denaro al sovrano per i suoi disegni imperialistici.

La guerra tra Francesco I Valois, Carlo III Valois re di Barcellona e Antonio di Borbone ed giovane Enrico di Guisa, suo principale alleato fu senza esclusione di colpi, e non mancarono massacri dall'una e dall'altra parte. Anche il sovrano inglese, Arturo I per tramite di Enrico Tudor, duca di Bretagna, sosteneva la causa cattolica. I Valois, accerchiati, parevano senza speranza, specialmente dopo che Galeazzo ebbe firmato la pace con gli Ungheresi. Carlo III concluse nel frattempo per il figlio Filippo un'alleanza dinastica con la sorella minore dell'imperatore, implorandolo, nel frattempo, di appoggiare la loro causa rompendo la tregua con il Visconti. Dopo una serie di indugi, Giovanni Federico accettò, costringendo per l'ennesima volta i Visconti ad un conflitto su più fronti. Facile previsione, l'iniziativa in Francia passò nelle mani del fronte gallicano, che ottenne anche il sostegno economico e militare della lega guascone, in cambio del suo riconoscimento come res publica non più vassalla della corona di Francia(era la sanzione giuridica di una realtà che esisteva, de facto, da più di 50 anni). Nel 1545 i Guisa riuscirono a catturare Enrico, il figlio di Francesco I. I Borbone invece erano stati messi alle corde da Carlo III e suo figlio Filippo. Il Valois-Barcellona era un personaggio fortemente ambizioso. In cuor suo desiderava ottenere il trono di Francia, che, ne era convinto, spettava a lui di diritto. Non considerava valido il patto di Vervins, con cui il suo avo Carlo II aveva lasciato che il trono di Parigi passasse al ramo dei Valois-Orleans per non dover passare ad altri il trono catalano. Gli storici, solitamente, sospettano infatti che sia stato proprio lui ad indurre i Guisa a far assassinare Enrico, promettendo loro che avrebbe ritirato il gallicanesimo se fosse divenuto re, assieme ad altri favori personali. Dopo tale evento Carlo III avrebbe fatto intense pressioni su un disperato Francesco per essere riconosciuto erede al trono, stralciando il patto di Vervins. Che siano vere o no tali dicerie, effettivamente, dopo la morte di Enrico, Carlo era divenuto il campione della causa gallicana. I Guisa avevano perso tutta la loro credibilità e non bastava loro nemmeno il sostegno bretone e lotaringio. Con la battaglia di Breteuil, del 1546, riusciva a riprendere la Normandia. Poco dopo, Galeazzo, dopo aver finalmente compreso quanto suo padre avesse ragione da vendere, propose un incontro per una pace generale con l'imperatore, il re di Francia, il re d'Inghilterra ed i rappresentanti dei principi tedeschi. L'incontro si tenne l'anno dopo, poco dopo la morte di Francesco I. Il parlamento di Parigi non ci mise molto a decidere di mettere la corona in testa a Carlo III Valois-Barcellona, che divenne ufficialmente Carlo IX di Francia.

Carlo IX, Galeazzo, Giovanni Federico, Riccardo IV d'Inghilterra(figlio di Arturo), i plenipotenziari del papa, gli elettori, i re di Danimarca e Svezia, molti principi tedeschi, Giorgio Mancafa-Sinadeno, legati di Giacomo V Stuart di Scozia, di Mattia II d'Ungheria, di Manuele Gediminas Jagellone di Lituania, della lega Guascone e molti altri ancora parteciparono alla grande pace generale di Aquisgrana del 1547, che stabilì il principio del cuius regio, eius religio, ossia che ogni principe nell'ambito dell'impero avrebbe avuto il diritto di imporre la propria religione al suo popolo. Venne inoltre stabilito che i territori di Italia e Lotaringia non facevano più parte dell'impero germanico, e che pertanto, i loro sovrani non sarebbero più stati elettori. Vennero definiti ulteriormente i confini tra regno di Francia e Lotaringia, che, in cambio del riconoscimento di Carlo IX come legittimo sovrano sia della Francia che della Catalogna, glissando sul fatto che si fosse dichiarato capo supremo della chiesa nel suo paese, acquistava le contee di Eu e Aumale.

L'unità religiosa dell'Europa occidentale si era definitivamente spezzata.

A Est

Anche nell'est europeo erano mutate molte cose dalla metà del '400. Lo stato lituano (che si potrebbe benissimo dire stato russo-lituano) era ormai la potenza egemone della regione. Per lungo tempo dovette tuttavia affrontare il principato di Moscovia, che durante la seconda metà del ‘400 incorporò gran parte dei principati circostanti (Ryazan, Perm, Uglic).

La situazione non si presentava favorevole per gli Jagelloni. Infatti molti principi delle aree di confini tra la sfera di influenza moscovita e quella lituana decisero di cambiare schieramento e porsi sotto la protezione dei sovrani di Mosca, senza che Teodoro II riuscisse a prendere adeguati provvedimenti per evitarlo.

Gli screzi tra i due stati portarono ad un ventennio di “guerra fredda”, in cui sembrava che la Moscovia avesse guadagnato appeal nei confronti della nobiltà russa. Tutto sommato i lituani, anche se culturalmente e religiosamente affini ai russi era pur sempre degli stranieri!

Addirittura, nacquero dei partiti filo moscoviti nelle regioni del nord, che grazie alla loro stretta alleanza con gli Jagelloni avevano ripreso un ruolo economico di primo piano nell’area baltica.

La svolta avvenne per T’ver. Un tempo questo principato era stato il principale avversario di Mosca per ambizione egemonica su tutti i principati russi. All’alba del 1479 era tuttavia in grande decadenza. Tradizionalmente i sovrani di T’ver erano filo-lituani, in odio ai moscoviti. Tuttavia il principe Michele venne progressivamente indotto, dagli eventi, a mutare la propria politica, intrattenendo relazioni sempre più strette con Ivan III di Moscovia. Ivan aveva tutta l’intenzione di spodestarlo, ma interpretò alla perfezione il ruolo di alleato disinteressato. Ben presto però Michele Gediminas, appena succeduto al padre Teodoro II sul trono di Vilna, intercettò il carteggio segreto tra T’ver e Mosca, che parlava con molta libertà di fomentare una possibile ribellione su vasta scala a Novgorod, tale da permettere al partito filo-moscovita di rovesciare il domino jagellone sull’antica repubblica. Prima di scatenare la propria furia e porre un freno una volta per tutte ai maneggi moscoviti, tentò tuttavia una mossa diplomatica alquanto azzardata: avvicinare il khan tataro di Kazan. L’impresa non era facile: nella zona di Kiev i lituani, influenzati dai greci pontici che gestivano una considerevole porzione degli scambi tra mar Nero e mar Baltico, avevano consolidato il loro dominio, sconfiggendo diverse volte l’indebolita orda d’oro e in seguito sottomettendo Astrakhan, khanato che sembrava avviato, grazie alla sua felice posizione, a prendere il ruolo di guida del mondo tataro. Per questo motivo (nonostante in realtà Kazan ne avesse guadagnato, approfittandone tra l’altro per estendere il proprio dominio a meridione) a Kazan vi era un forte partito ostile ai lituani.

Ma le cose erano destinate a mutare: anche Kazan temeva un’espansione della Moscovia, potenzialmente molto più pericolosa per i tatari rispetto ai lituani. Tra Ilham Ghali e Michele Gediminas venne stipulato un accordo militare che impengava i tatari a compiere le loro devastanti scorrerie a largo raggio contro il territorio del principe Ivan, mentre i lituani avrebbero attaccato a nord. Nel frattempo il sovrano Jagellone cercò di intavolare trattative interlocutorie con Ivan per dargli l’errata impressione di essere in una posizione di debolezza e difficoltà, inducendolo ad abbassare la guardia.

I tatari attaccarono e, senza troppi ripensamenti, i moscoviti concentrarono le loro forze a sud per fronteggiarli. 
Mal gliene incolse: i lituani marciarono su T’ver. Non ebbero neanche bisogno di impegnarsi troppo. La città insorse contro il principe Michele, che fini sgozzato, e aprì le porte all’esercito invasore senza che Ivan, colto alla sprovvista, potesse fare nulla per impedirlo. Ma stavolta i lituani non avevano intenzione di andarsene mettendo sul trono un principe fantoccio, come altre volte. Decisero di fare di T’ver una cittadella fortificata e base per un’armata sempre pronta a colpire.

Ivan III non poteva lasciare l’iniziativa del nemico. Quando già i principi occidentali già tornavano a volgersi a Vilna, decise di sferrare un’offensiva contro Michele Gediminas. I due eserciti si scontrarono sulle rive del fiume Ugra. La vittoria, anche se costosissima in termini di vite umane, arrise ai lituani. Il principe Ivan fu costretto nel 1483 a firmare un trattato che sanciva i confini delle aree di influenza tra Moscovia e Lituania favorevole a quest’ultima. Ovviamente non si arrese, ma ormai sembrava che il pallino del gioco fosse finito definitivamente nelle mani degli Jagelloni. Tentò di rovesciare le sorti con campagne nel 1494 e nel 1501. Ma i risultati non furono quelli sperati e gli sforzi bellici provarono il paese causando malcontento serpeggiante e una fronda nobiliare interna filo-lituana.

Quando nel 1503 Ivan morì, suo figlio Basilio dovette domare una rivolta prima di poter vedersi garantito il diritto di regnare, rimanendo quasi ucciso in uno scontro con i ribelli.

Fu forse per questo fatto o per mero opportunismo politico che decise di cambiare la politica nei confronti della Lituania: decise semplicemente di sottomettersi all’alta autorità del re di Vilna, salutato come “Gosodar dei russi e dei lituani”. Questo fatto non era in sé grave dal punto di vista di un’effettiva perdita di potere de facto del signore di Mosca, ma fu foriero di importanti conseguenze per la storia dell’Europa orientale, in particolare quando la monarchia Jagellone diventerà forte a sufficienza da domare le spinte centripete e non accontentarsi più di una labile rete di controllo sui nobili della Rus’.

Sarà comunque un’avventura né lunga né facile, ostacolata dai successivi problemi di natura religiosa ed etnico-linguistica.

Con l’avvento della riforma, la maggior parte delle comunità tedesche che vivevano nei centri commerciali del Baltico si convertirono al luteranesimo. Esso, tollerato per evidenti interessi economici non poté non influenzare le chiese ortodosse. In realtà il problema non fu non solo o non tanto strettamente dottrinale: il concetto che solo la grazia poteva salvare l’uomo era troppo alieno alla cultura ortodossa. Quello che fece invece presa fu una spinta al rigorismo nell’ambito devozionale, con un accento ad una fede vissuta in un modo più intimistico e personale rispetto alle grandi manifestazioni comunitarie. Uno dei principali promotori di questa riforma fu Maksim il greco, da cui poi il suo movimento venne denominato “chiesa Massimiana”. Non si giunse, come in occidente ad un vero e proprio scisma. Gli Jagelloni erano filo-massimiani e il loro controllo sull’organizzazione episcopale della Rus’ metta in atto a partire dagli inizi del XVI secolo, con la razionalizzazione delle sedi metropolitane, rendeva difficile una secca scomunica. Non mancarono tuttavia momenti di intenso dibattito tra i teologi. In generale, si può dire che il movimento ecclesiale si diffuse soprattutto nel nord del paese, con conseguenze evidenti a livello architettonico.

Un secondo interessante fattore che si venne a creare per via dell’imperfetta dominazione lituana fu la progressiva diversificazione culturale e linguistica tra i Rus’, tanto che alla fine dell’età moderna ben difficilmente si poteva immaginare un passato comune.

Il dominio Jagellone per tutto il XVI secolo fu infatti diviso in quattro porzioni: le “terre della corona”, rappresentanti la regione di espansione iniziale dei lituani; le “terre nere”, ossia le aree intorno ai fiumi Dnepr e Don, fortemente influenzate dalla cultura pontica; le “terre del vece”, ossia le terre appartenenti alle ex-repubbliche di Novgorod e Pskov, più la Permia, fortemente influenzate dall’elemento finnico; le “terre dei principi”, ossia le terre controllate non direttamente dalla corona ma dai principi secondo un grado più o meno alto di fedeltà, comprendenti anche il principato di Moscovia.

In ognuna di esse si crearono e progressivamente ampliarono delle differenze linguistiche e culturali notevoli, che diedero origine a quattro divisioni degli slavi orientali, rispettivamente i russi bianchi, i russi neri o variaghi, gli sneghli(letteralmente “russi delle nevi”), e i grandi russi. (nella nostra timeline rispecchierebbero i primi due i bielorussi gli ucraini, gli ultimi i russi. Da noi una cultura peculiare nordica invece è assente, dato che le originalità della regione si appiattirono presto dopo la conquista da parte della Moscovia, che eliminò molto rapidamente la tradizionale autonomia novogordiana).

L’Europa alla conquista del mondo

Sud America

Mentre i conflitti infuriavano in Europa, i portoghesi e gli italiani si sfidavano per la colonizzazione del nuovo mondo, con i fiamminghi ad interpretare il ruolo di interessati alleati e comprimari degli italiani.

Per quanto riguarda il nuovo mondo, il regno di Lisbona fu molto fortunato. Nel 1522 l’esploratore portoghese Tristao da Cunha scoprì nel cuore del centroamerica l’impero azteco, con cui volle entrare in relazioni commerciali. Lui ed i suoi uomini restarono ammirati dalla magnificenza della capitale Tenochtitlan, ma anche inorriditi dai sacrifici umani che si svolgevano nei suoi templi. D’altro canto il popolo mesoamericano non osava inizialmente far loro del male, credendo che essi fossero degli dei. I portoghesi crearono un avamposto sulla costa, Belem. Assieme ai coloni giunsero però anche dei missionari, con l’intenzione di convertire quelle popolazioni pagane. Un gruppo di frati francescani fu massacrato dagli aztechi e da quel momento le relazioni peggiorarono bruscamente, fino allo scoppio della guerra. Tristao, con l’aiuto di una forza di 3500 uomini e grazie alle ribellioni interne conquistò l’impero azteco. Fu una lotta lunga e difficile quella che permise, nel 1525 di creare la provincia del nuovo Portogallo. Tenochtitlan venne ribattezzata Nossa Senhora das Graças, anche se questo non pose termine alle ostilità, visto che le ultime sacche di resistenza si arresero solo 15 anni dopo. Fu solo grazie all’insistenza di Tristao da Cunha che ciò poté rivelarsi possibile, dato che il re Giovanni III riteneva tutta la vicenda inutilmente costosa. Nella sua ottica, non aveva senso, infatti, impelagarsi in guerre, che rischiavano di impoverire le non infinite risorse del regno, che non portassero a vantaggi commerciali immediati. Non che non fosse interessato alla colonizzazione ed allo sfruttamento del nuovo mondo, anzi. Tuttavia la sua idea era quella di creare una serie di basi marittime da cui controllare i flussi economici dell’entroterra senza un impegno militare su vasta scala. Più confacenti al suo stile, nel frattempo erano state fondate da altri esploratori anche altre colonie in terraferma, in particolare Panama, sullo stretto che separava il Pacifico (il primo ad attraversarlo per compiere il giro del mondo fu un altro portoghese, Fernão de Magalhães) dall’Atlantico, ma il timore che gli italiani, che stavano sviluppando le loro colonie più a oriente, marciassero verso ovest e si accaparrassero più terre tagliandoli fuori dal sud America, indusse ad intensificare le spedizioni esplorative verso la costa andina. Quello che scoprirono andò al di là delle loro previsioni. Scoprirono il grande e organizzato impero degli Inca. Al contrario degli aztechi, i portoghesi riuscirono a mantenere le relazioni con gli andini stabili. Man mano il regno di Lisbona ottenne il diritto di costruire basi commerciali lungo la costa ed il diritto di commerciare nelle principali città dell’impero, da Quito a Cuzco. Vista la mala parata con gli aztechi, con i missionari si usò maggiore discrezione. Non potevano andarsene a zonzo per l’impero inca bruciando idoli, ma solo officiare nelle chiese loro assegnate. Furono tuttavia gli sforzi di Simao Rodrigues, gesuita, che si adoperò per imporre criteri meno restrittivi a permettere l’inizio dell’opera missionaria nell’impero Inca. Infatti non furono i francescani e i domenicani, bensì l’ordine da poco fondato dei gesuiti a metterlo in opera. Essi puntavano molto di più ad entrare in contatto con la cultura del paese in cui erano ospiti, per poter adattare il messaggio evangelico al contesto locale. La compagnia di Gesù ottenne uno straordinario successo. Il culto del sole razionalizzato e rielaborato in ottica escatologica fece presa in molti ambienti delle Ande. I (pur rari, perlomeno in relazione alla cultura azteca) sacrifici umani caddero in disuso. Dopo qualche decennio si giunse perfino al battesimo dell’imperatore Pachacútec II, “il rifondatore”. I tumulti non mancarono, tuttavia: Negli anni ’70 del ‘500 vi fu una guerra civile sanguinosa. I portoghesi e i loro cannoni determinarono la sconfitta della pur forte, anche se ormai minoritaria, fazione pagana ed il definitivo trionfo di Pachacútec II, primo Quapac(Imperatore) cristiano, fedele alleato (o sarebbe meglio dire pupazzo?) della corona di Lisbona. Nel frattempo, il portoghese (assieme alla cultura occidentale) divenne una lingua molto diffusa nell’impero, assieme al Quechua e all’Aymara, le due lingue ufficiali. Nel frattempo, i portoghesi avevano ottenuto di fondare colonie su cui esercitare dominio diretto in “tutte le terre poste sull’oceano Pacifico a nord di Quito e a sud di Coquimbo ” , cosa che col tempo condurrà alla fondazione di 2 vicereami portoghesi.

Gli italiani non erano rimasti con le mani in mano e si erano impegnati a colonizzare le coste del continente che davano sul mar dei Caraibi e sull’oceano atlantico. Con i portoghesi, alla fine si giunse all’informale accordo che si sarebbero divisi in due le aree di influenza sul Sudamerica: il Pacifico ai portoghesi, l’Atlantico agli italiani. Cosa che ovviamente lasciava la penetrazione nell’interno una causa di conflitti per il secolo a venire.

Sud Est asiatico

La guerra fredda italo-portoghese si combatteva anche nelle indie orientali, anche se a parti invertite: infatti qui gli italiani si erano guadagnati un considerevole vantaggio, grazie al controllo di alcuni porti indiani. Progressivamente, all’impero commerciale visconteo si erano aggiunte anche colonie nell’Arakan, a Malacca, Palembang, Bali, Makassar. Ma controllare le rotte dei commerci tra la Cina e l’India non era così semplice. Quando infatti Malacca cadde nella sfera di influenza italiana, parte del traffico marittimo verso quella città si spostò verso altri centri, come Johor. Inizialmente gli italiani non si preoccuparono troppo della cosa, ma quando i portoghesi cominciarono a mettere piede anch’essi nell’Indonesia, furono spinti a cercare di creare una rete commerciale più capillare e delle colonie più forti e solide. Nel corso del XVI secolo il perno del sistema commerciale dell’Indonesia italiana divenne la grande colonia dell’isola di Madura, da cui controllava, come stati vassalli, il regno di Bali ed il sultanato di Makassar. Anche il sultanato di Banten, che controllava lo stretto di Sunda era sotto lo stretto controllo della “compagnia di San Marco”, la compagnia che gestiva le indie orientali italiane. Stessa cosa valeva anche per il sultanato di Sulu ed il regno di Tondo, più a nord, i raccordi tra la rete commerciale indonesiana e quella cinese.

I portoghesi invece, cercarono di guadagnare influenza su Johor, cercando di farne il contraltare di Malacca, e guadagnarono l’amicizia dei sultani di Aceh e del Brunei. Costruirono un’importante colonia sull’isola di Natuna Besar; altre importanti colonie furono sull’isola di Labuan e su quella di Palawan. Per contrastare i dazi di Sulu e per entrare nelle Molucche, crearono basi pirate sulle isole Tagallhes (le nostre Filippine centrali) e si guadagnarono la sottomissione del rajah di Cebu e del sultanato di Ternate, due grandi fallimenti per gli italiani.

I portoghesi tentarono di insidiare anche il nascente mercato italiano con la Cina. Inizialmente i ming trovarono i “barbari bianchi” come un’interessante novità. Non era lor intenzione concedere troppo spazio a questi mercanti. La Cina era ricca, non aveva bisogno di gran parte delle merci che gli italiani fornivano. L’unica cosa utile poteva essere la loro perizia navale contro le scorrerie dei pirati giapponesi. Lo stesso Giappone si presentava per gli italiani come un mercato più aperto e disponibile, visto che mancava un’autorità assoluta in grado di proporre una politica convintamente isolazionista. Le prime basi costruite dagli italiani furono sull’isola di Taiwan, poco considerata dai cinesi, che la ritenevano “un’inutile palletta di fango in mezzo al mare”. La compagnia di San Marco si alleò con il regno di Ryukyu per attuare una politica aggressiva nei confronti della pirateria giapponese, per fare un piacere a cinesi e coreani e aumentare la loro benevolenza nei confronti degli occidentali. Gli italiani intensificarono così la loro pressione sui daimyo del Kyushu, riuscendo a guadagnarsi in questo modo l’amicizia coreana, che si materializzò con il permesso di fondare una base sull’isola di Queju. I Ming, al contrario guardarono sempre con una certa sufficienza la compagnia di San Marco. Nonostante tutto gli concessero di fondare una base sull’isola di Chonming, non lontana dall’importante porto di Ningbo. Poco dopo arrivarono i portoghesi, che, però, al contrario degli italiani, portavano al celeste impero valuta d’argento dalle miniere peruviane, cosa che interessava il governo cinese più delle spezie indonesiane e del cotone indiano. Si creò così nel corso del tardo XVI secolo un sistema doppio: a sud del Chang Jang gli intermediari tra la Cina e l’Indocina erano i portoghesi, che avevano comprato Macao. Al nord invece si era creato un sistema triangolare tra Indonesia, Giappone e Corea, gestito dagli italiani che avevano rilevato i Ryukyu. Questo sistema contribuì molto al cambiamento del clima culturale coreano, che divenne, pur lentamente, sempre più aperto agli influssi occidentali in ambito economico e militare, ed infine anche religioso. Anche il Kyushu fu toccato dall’influenza occidentale, che condusse ad un progressivo avvicinamento del Giappone alla Corea dal punto di vista diplomatico(e, conseguentemente, un progressivo allontanamento della Corea dalla Cina Ming, nonostante i Joson rimanessero fedeli vassalli di Pechino) Il punto di raccordo tra i due circuiti era Tianjin, il “porto di Pechino”.

Fine della Seconda Parte; per leggere la terza parte, cliccare qui

Paolo Maltagliati

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