di Demofilo
Vi faccio leggere qui sotto alcune versioni alternative della storia della cosiddetta "Prima Repubblica"...
Cosacchi a San Pietro (ma non troppo...)
Riprendendo una puntata straordinaria de "La Storia siamo Noi" di Gianni Minoli, andata in onda nel marzo 2006, ecco un'ucronia su un possibile successo del Fronte Democratico Popolare alle elezioni politiche dell'apocalittico 18 aprile 1948. Vittoria dei socialisti e dei comunisti del Fronte Popolare con il 50,8% dei voti, seguiti dalla Democrazia Cristiana di De Gasperi, che insieme ai partitini laici (socialdemocratici, repubblicani e liberali) tocca quota 35,7%. I restanti voti vanno all'Uomo Qualunque di Giannini e alla destra monarchica di Vincenzo Selvaggi.
Incertezza sul possibile nuovo esecutivo della repubblica. Viene eletto presidente della Camera il comunista Giorgio Napolitano, mentre al Senato diventa presidente il liberale Benedetto Croce. Alla presidenza della repubblica va il democratico del lavoro Ivanoe Bonomi, il quale convoca al Quirinale il cattolico democratico Giuseppe Dossetti. Questi forma un esecutivo moderato e riformista con Nenni all'Interno, De Gasperi agli Esteri, Togliatti alla Giustizia, Longo al Lavoro e politiche sociali, La Pira all'economia e finanze con delega al bilancio, Parri alla Difesa. Per l''Italia, senza più tensioni sociali, inizia un'era di pace e prosperità.
Dossetti Superstar
Il Terzo Congresso della Democrazia Cristiana a Venezia, tenutosi il 2-6 giugno 1949, è teatro di una forte resa dei conti all'interno del partito dello scudocrociato. Dopo il consueto inno "Bianco Fiore, simbolo d'amore!" e le bandiere bianche e scudocrociate che sventolano nel Centro Fiere che ospita l'assise dei democratici cristiani, il segretario politico Giuseppe Cappi apre con una relazione che illustra la situazione del governo e del partito. Nel pomeriggio interviene il fondatore e presidente del consiglio Alcide De Gasperi che ricorda la possibile convergenza fra le varie anime del partito, senza spezzare l'unità dei cattolici in politica. Durante la notte iniziano le riunioni delle varie correnti del partito bianco.
Nella mattina del 3 giugno prende la parole l'ex-segretario del partito Attilio Piccioni, esponente di "Politica Popolare", area vicina a De Gasperi, che ricorda il ruolo svolto dal partito nella costruzione della democrazia in Italia. Nel pomeriggio abbiamo gli interventi del ministro dell'interno Mario Scelba, di Giuseppe Spataro e del sottosegretario alla presidenza del consiglio, il giovane Giulio Andreotti. Il giorno seguente si apre invece con l'intervento della destra del partito, capeggiata da Stefano Jacini e Carmine De Martino e facente parte del gruppo dei "vespini"; assunsero tale nome dal luogo di fondazione, il Vespa Club di Roma.
Nel pomeriggio si registrano le prime contestazioni alla linea liberista pura e selvaggia espressa durante l'intervento di De Martino, definito "la quinta colonna della Confindustria". Il 5 giugno, terza giornata del congresso, è la sinistra democratica cristiana a tenere banco. Nella mattinata è alla ribalta "Politica Sociale", erede diretti del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, capeggiata da Giovanni Gronchi con Achille Grandi, Giuseppe Rapelli e Fernando Tambroni, mentre nel pomeriggio prende la parola Giuseppe Dossetti, leader di "Cronache Sociali", affiancato da Giorgio La Pira, Amintore Fanfani e da illustri intellettuali cattolici come Giuseppe Lazzati e Achille Ardigò.
Nello stesso pomeriggio sono ufficializzate le varie candidature: Paolo Emilio Taviani per "Politica Popolare", Carmine De Martino per i "vespini", Giovanni Gronchi per "Politica Sociale" e Giuseppe Dossetti per "Cronache Sociali". Durante la notte c'è un incontro a tre tra De Gasperi, Gronchi e Dossetti. Nella mattinata del 6 giugno 1949, ultimo giorno di Congresso per la Democrazia Cristiana, mentre De Martino conferma la candidatura alla segreteria, interviene Gronchi indicando come candidato unico per "Politica Popolare", "Politica Sociale" e "Cronache Sociali" Giuseppe Dossetti. Il ministro Scelba, Giuseppe Pella e Tambroni abbandonano l'assise mentre don Luigi Sturzo benedice l'intesa e il candidato Giuseppe Dossetti, che viene eletto quarto segretario del partito.
Alla presidenza onoraria viene nominato don Sturzo, alla presidenza del partito Gronchi, responsabile amministrativo Tavini e responsabili del settore giovanile Andreotti e Tina Anselmi. Il "Popolo" viene affidato a Giuseppe Spataro e la "Discussione" a La Pira. La Democrazia Cristiana conferma naturalmente pieno appoggio all'esecutivo De Gasperi e apre la cosidetta "terza fase sociale" per il governo in materia di politiche contro la disoccupazione, a favore delle famiglie e dei lavoratori. Mentre la Democrazia Cristiana ha questa evoluzione, in linea con il precetto degasperiano "un partito di centro che guarda a sinistra", il cosiddetto "Partito Romano" di Scelba, Pella e Tambroni fonda con Luigi Gedda il movimento "Patto Cristiano-Comitati Civici", dove ben presto confluisce la destra cattolica tradizionalista, con esiti minimi in termini di voti e lo sconcerto dello stesso papa Pio XII. In questo modo rientrano nel partito di De Gasperi i cristiani sociali di Gerardo Bruni: è la fine dell'unità politica dei cattolici...
Il microfono di Dio
Ricordate padre Riccardo Lombardi, il "microfono di Dio", il fido cavaliere che, insieme al professor Luigi Gedda, portava avanti la battaglia "Per un Mondo Migliore" di papa Pio XII? Ebbene, nel 1952 si tengono a Roma le elezioni Comunali. Pio XII paventa la vittoria del blocco del socialcomunisti che presentano come candidato il liberale ed ex-presidente del consiglio Francesco Saverio Nitti. Chiama Gedda e Lombardi e li invita a contattare don Luigi Sturzo, il maestro di Alcide De Gasperi, con il compito di convincere il leader della Democrazia Cristiana a formare un polo con le forze conservatrici della destra. In particolare il Partito Nazionale Monarchico di Enzo Selvaggi, il fronte dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini e il Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Sturzo rifiuta giustificandosi per motivi di salute. Pio XII decide quindi di contattare il presidente del consiglio che però rifiuta categoricamente, opponendo la storica dichiarazione: "la DC è un partito di centro che guarda a sinistra". Il papa, a questo punto, decide di mollare l'operazione, sotto il consiglio del sostituto alla segreteria di stato, monsignor Giovan Battista Montini. Gedda e Lombardi non hanno quindi più il supporto del papa, ma l'appoggio dell'ala tradizionalista del Vaticano, in particolare i cardinali Ottaviani e Siri. Il "microfono di Dio" decide di formare una lista dei "Comitati Civici", simbolo una croce sotto una corona di spine, che contiene cattolici tradizionalisti, monarchici, qualunquisti e missini con candidato al Campidoglio Luigi Gedda. La DC e gli alleati (Psdi, Pri e Pli) candidano Giulio Andreotti, sottosegretario alla presidenza del consiglio mentre le sinistre Nitti. Dopo un'infuocata campagna elettorale vince Andreotti e la coalizione di governo con il 54% dei voti, sconfitta per Lombardi e la sua "operazione" che non supera il 15%
L'altro Quirinale
L'elezione del Presidente della Repubblica è sempre stato uno dei passi più complicati del nuovo sistema istituzionale, poiché si sono sempre intrecciati interessi pubblici e privati nel designare gli inquilini del Colle. Ecco cosa ho pensato se le elezioni del Capo dello Stato fossero andate diversamente.
28 giugno 1946: l'Assemblea Costituente, eletta il precedente 2 giugno, nomina capo provvisorio dello stato il noto filosofo e storico napoletano, il liberale Benedetto Croce. Infatti dopo una lunga discussione è scelto un sostenitore della monarchia, sconfitta al referendum, vista soprattutto la portata di tale causa che è stata superata dai repubblicani con soli due milioni di voti. Inizialmente infatti si era pensato all'ultimo presidente della camera dei deputati, il liberale Enrico De Nicola, ma dopo un suo rifiuto si decide per un altro napoletano, liberale e monarchico: Benedetto Croce, appunto.
11 maggio 1948: per la prima volta le due camere riunite, il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati, eleggono in seduta comune il capo dello stato. Inizialmente il Partito Liberale e il Partito Repubblicano propongono la candidatura dell'economista liberale Luigi Einaudi, ministro del bilancio, appoggiato anche dai settori conservatori della Democrazia Cristiana, dal Fronte dell'Uomo Qualunque, dal Partito Nazionale Monarchico e dallo stesso Movimento Sociale Italiano. Successivamente però il presidente del consiglio Alcide De Gasperi propone il conte Carlo Sforza, ministro degli affari esteri in carica; tale scelta viene motivata con la sua fede antifascista, repubblicana ed europeista. La sinistra socialcomunista, il Partito Socialista Democratico e i quadri generali della Democrazia Cristiana appoggiano tale scelta e Carlo Scorza diviene il secondo inquilino del colle.
29 aprile 1955: dopo un settennato voluto soprattutto dai progressisti, i conservatori della Democrazia Cristiana impongono che la carica di nuovo Presidente della Repubblica vada a Mario Scelba, presidente del consiglio in carica e per tanti anni ministro dell'interno, nonché leader della corrente di destra Forze Libere. Così il Parlamento riunito in seduta comune elegge il terzo capo dello stato grazie al voto favorevole della Democrazia Cristiana, del Partito Liberale, della destra monarchica e missina. Vanno poi registrati il voto negativo del Partito Comunista e del Partito Socialista e l'astensione di socialdemocratici, repubblicani e del senatore a vita don Luigi Sturzo, ex-maestro di Scleba, in dissenso per la scelta "calata dall'alto".
6 maggio 1962: i giorni preannunciano una possibile staffetta al Quirinale tra Scelba ed un altro esponente della destra del partito dello scudo crociato, Antonio Segni, ministro degli esteri in carica e già presidente del consiglio e responsabile di numerosi dicasteri in altrettanti governi dal 1951 in poi. Ma questa volta è il Partito Repubblicano a proporre l'elezione di Ugo La Malfa, ministro del bilancio in carica. La sua candidatura è appoggiata dal governo di centro-sinistra di Amintore Fanfani con l'assenso sia del Partito Comunista che di alcuni esponenti del Partito Liberale, mentre le destre votano contro. Ugo La Malfa diviene quindi il quarto Presidente della Repubblica Italiana.
28 maggio 1969: questa volta la Democrazia Cristiana candida ufficialmente Giovanni Leone, ex presidente del consiglio e della camera dei deputati, mentre il Partito Socialista Unificato (Psi + Psdi) candida Giuseppe Saragat, esponente storico del centro-sinistra e più volte ministro. Di fronte a queste due posizioni nette e non modificabili, interviene l'abile tessitura politica di Aldo Moro, ministro degli esteri in carica, che decide di candidare Aminore Fanfani, presidente del Senato della Repubblica. Ed è così che il "candidato non ufficiale" alla fine viene eletto alla carica di capo dello stato con i voti della coalizione di governo in carica e dei comunisti, mentre liberali e destre si astengono.
15 maggio 1976: l'elezione del Presidente della Repubblica avviene sotto la cappa del terrorismo politico e mentre nascono i "governo di unità nazionale" tra il centro-sinistra e i comunisti. Di fronte ad una politica che continua ad allontanarsi dalla gente e con un paese in preda alla paura del terrorismo, il candidato è uno solo: Aldo Moro, ministro dell'interno in carica e fautore del centro-sinistra e dell'unità nazionale. Aldo Moro diviene così il sesto inquilino del Quirinale grazie a voti della larga coalizione di governo e l'astensione del Movimento Sociale Italiano.
30 aprile 1983: con Bettino Craxi a Palazzo Chigi inizia ufficialmente un decennio dove il Partito Socialista Italiano diventa vero arbitro della politica italiana. E così è proprio il presidente del consiglio a proporre l'elezione di Sandro Pertini. Il centro-sinistra, il Partito Liberale e il Partito Comunista votano a favore mentre si registra il voto contrario della destra missina poiché Pertini è stato comandante partigiano e fiero antifascista. Sandro Pertini continuerà l'opera di Moro lanciando messaggi per rinnovare la politica e le istituzioni.
12 maggio 1990: questa volta a capo dello stato è candidato ufficialmente Giulio Andreotti, presidente del consiglio in carica con alle spalle ben sei esecutivi da lui guidati e numerosi dicasteri. Andreotti ha l'appoggio del cosiddetto "Pentapartito" (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli), l'astensione del Partito Comunista, il voto favorevole del Movimento Sociale Italiano e il voto contrario di Democrazia Proletaria e del Partito Radicale. Durante il suo settennato vedrà la fine la cosiddetta "Prima Repubblica", dovuta a numerose cause (crollo del Muro di Berlino, Tangentopoli, ecc...) e si avrà la nascita di un nuovo assetto transitorio.
13 maggio 1997: l'elezione del nuovo capo dello stato matura dopo un difficile confronto tra il governo di centro-sinistra e le opposizioni di destra. Saranno infatti il presidente del consiglio Romano Prodi e il ministro dell'economia Carlo Azeglio Ciampi a proporre la candidatura della popolare Rosa Russo Jervolino al Quirinale. Dopo l'iniziale posizione favorevole di Gianfranco Fini e di Alleanza Nazionale, tutto il Polo dà l'appoggio alla Jervolino: è il primo Presidente della Repubblica donna della storia della Repubblica Italiana. La Lega Nord vota contro poiché "è del Sud" (tsk).
22 maggio 2004: questa è una delle elezioni più difficili. Il governo di destra della Casa delle Libertà ha infatti proposto la candidatura del presidente del consiglio in carica, Silvio Berlusconi, che però viene bocciato per ben sette votazioni da franchi tiratori della sua stessa maggioranza. A questo punto è lo stesso presidente della Margherita Francesco Rutelli a proporre la candidatura del senatore a vita Oscar Luigi Scalfaro, appoggiata dall'Ulivo, dall'Italia dei Valori, dal Partito della Rifondazione Comunista, dall'Udc e da ampi settori di Forza Italia. Oscar Luigi Scalfaro diviene il decimo Presidente della Repubblica; durante la votazioni la Lega Nord, Alleanza Nazionale e lo stesso Silvio Berlusconi votano contro.
L'Anno dei Miracoli (o no?)
Il grande storico Silvio Lanaro ha definito il 1968 "L'Anno dei Miracoli", o anche "L'Anno degli Studenti".
Mentre la protesa studentesca scoppia nei principali campus degli Stati Uniti, nei prestigiosi atenei d'Europa e nei centri universitari dell'America Latina e del Giappone, in Italia tutto sembra tranquillo. Sembra, naturalmente! Infatti la protesta vera e propria inizia il 1 marzo 1968 con la famosa "Battaglia di Valle Giulia" a Roma, evento scandito da canzoni come "Il Primo marzo sì, me lo rammento, saremo stati più di cinquecento, e caricava giù la polizia, e gli studenti la mandavan via!"
Ad ogni modo gli incidenti intorno alla "Sapienza" di Roma sono un campanello d'allarme per il governo, presieduto dal democratico cristiano Aldo Moro. Il Consiglio dei Ministri del 15 marzo 1968, approva il testo della nuova riforma universitaria, elaborata dal ministro della pubblica istruzione (naturalmente con delega all'università e alla ricerca scientifica), la democratica cristiana Franca Falcucci. Tale testo dà agli atenei italiani una maggiore autonomia nei confronti del ministero e del governo, con piani di studi diversi, una didattica ammodernata ai tempi e un rapporto meno intransigente tra docenti e studenti.
In questo modo le possibili "rivendicazioni materiali" da parte del Movimento Studentesco, nato in quei giorni a Milano e Roma, erano praticamente cadute. L'iter parlamentare avrebbe confermato la riforma Falcucci e entrata in vigore ufficialmente per l'anno accademico 1968/1969. Ad ogni modo le varie dimostrazioni non finirono dopo Valle Giulia. Alcuni gruppi infatti prendono d'assalto, il 7 giugno 1968, la sede del "Corriere della Sera", accolgono con uova marce la borghesia milanese mentre questa entrava alla prima del Teatro La Scala di Milano il 7 dicembre 1968, e lanciano pomodori contro la discoteca "La Bussola" di Viareggio, durante la notte di Capodanno, per rovinare, come diceva il volantino, "la festa dei padroni".
A parte comunque queste operazioni di facciata, il Movimento Studentesco è privo di una sua anima e la condanna più forte viene dalla penna di Pier Paolo Pasolini nel "Il PCI ai giovani", nel quale condanna i "figli di papà che si scontravano con la polizia, figli di povera gente". In sostanza Pasolini contesta l'anima stessa della protesta, portata avanti da figli di imprenditori della borghesia medio-alta. durante il 1969 fortunatamente tutto cambierà con lo scioglimento del movimento, dopo numerosi scontri interni. Và ricordato che nel 1968 si sarebbe completata l'unificazione del Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni e del Partito Socialdemocratico Italiano del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat nel Partito Socialista Unificato (dicitura utilizzata dai riformisti di Giacomo Matteotti nel 1922 dopo la scissione), premiato naturalmente dall'elettorato con un forte 20,2%.
Berlusconeide
Silvio Berlusconi, noto imprenditore edilizio ed editore, si reca, il 10 maggio 1982, nelle sede nazionale del Partito Comunista Italiano, a via delle Botteghe Oscure per un incontro privato con il segretario Enrico Berlinguer. Durante la discussione Berlusconi, nominato "cavaliere del lavoro" dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone, dichiara di aver sempre "ammirato e votato il PCI, il più grande partito del socialismo democratico presente nell'Europa Occidentale", e decide di "offrire le sue televisioni alla causa rossa".
Dopo un'iniziale di titubanza, Berlinguer accetta e la falce e martello riempie regolarmente gli schermi delle televisioni private di Berlusconi. Tra i due sarebbe nata un'inattesa amicizia e Berlinguer avrebbe fatto da testimone alle seconde nozze dell'imprenditore con l'attrice di teatro Veronica Lario nel 1983, e sarebbe stato il padrino anche del figlia Barbara, nata nel 1984. E proprio durante la primavera del 1984 Berlinguer manca dalla scena politica per un mese, passato all'ospedale di Arcore e ritorna più in forma che mai. Nel 1986 organizza infatti il XVII Congresso del Partito Comunista Italiano (9-13 aprile 1986 a Firenze) e avvia la "terza fase socialdemocratica" trasformandolo in Partito del Socialismo Europeo ed entrando nei governi di centro-sinistra guidati da Ciriaco De Mita. Al Congresso di Rimini del 10-13 maggio 1993 Berlinguer diventa presidente onorario, Silvio Berlusconi nuovo segretario nazionale e Massimo D'Alema suo vice...
Il Secondo Segni
Elezioni politiche del 27 marzo 1994: ai blocchi di partenza di presentano il Patto per l'Italia, coalizione che unisce il Partito Popolare di Mino Martinazzoli, il Patto Segni di Mario Segni, il Partito Repubblicano Italiano di Giorgio La Malfa, i Socialisti Democratici di Giuliano Amato, la Rete per il Partito Democratico di Leoluca Orlando, Alleanza Democratica di Willer Bordon, i Cristiano Sociali di Pierre Carniti, la Federazione dei Laburisti di Valdo Spini e con l'appoggio di movimenti regionali come il Sudtiroler Volkspartei, la Lega per l'autonomia Alleanza Lombarda e la Liga Fronte Veneto; l'Alleanza dei Progressisti che unisce il Partito Democratico della Sinistra di Achille Occhetto, i Socialisti Riformatori per l'Europa di Giorgio Benvenuto, la Sinistra Repubblicana di Giorgio Borgi, il Partito della Rifondazione Comunista di Armando Cossutta, il movimento Agire Solidale di Giuseppe Lumia e la Federazione dei Verdi con Carlo Ripa di Meana; e il Polo delle Libertà e del Buon Governo formato da Forza Italia di Silvio Berlusconi, il Movimento Sociale Italiano di Gianfranco Fini, la Lega Nord di Umberto Bossi, l'Unione Democratica di Raffaele Costa e il Centro Cristiano Democratico di Pierferdinando Casini.
Dopo una campagna elettorale infuocata si svolgono così le prime elezioni con il nuovo sistema elettorale maggioritario, introdotto grazie ai referendum promossi da Mario Segni e dal suo movimento Popolari per la Riforma. Alta risulta l'affluenza alle urne e il risultato è il seguente: Partito Popolare 24,1%, Partito Democratico della Sinistra 21,3%, Forza Italia 20,1%, Patto Segni 11,3%, Movimento Sociale Italiano 7,9%, Lega Nord 7,1%, Rifondazione Comunista 3,2%, Federazione dei Verdi 2,2%, Partito Repubblicano 2,1%, altre liste 0,7%. Il Patto per l'Italia raggiunge quota 37,5%, seguito dal Polo delle Libertà e del Buon Governo con il 35,1% e successivamente l'Alleanza dei Progressisti.
Il democratico di sinistra Luciano Violante è eletto presidente della Camera, mentre il popolare Nicola Mancino è presidente del Senato. Il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro incarica Mario Segni per la formazione del nuovo esecutivo, che vede naturalmente la presenza della coalizione che ha vinto le elezioni, cioè il Patto per l'Italia, e l'appoggio del Partito Democratico della Sinistra, dei Socialisti Riformatori per l'Europa, della Sinistra Repubblicana e della Federazione dei Verdi.
Il governo è così costituito: Mario Segni presidente del consiglio, ministro dell'interno il repubblicano Enzo Bianco, ministro degli esteri il democratico di sinistra Massimo D'Alema, ministro della giustizia il socialista Giuliano Amato, ministro dell'economia, delle finanze, del tesoro e del bilancio Carlo Azeglio Ciampi, ministro dello sviluppo economico il popolare Romano Prodi, ministro del lavoro e delle politiche il democratico di sinistra Pierluigi Bersani, ministro della pubblica istruzione il popolare Giuseppe Fioroni, ministro della sanità la popolare Rosy Bindi, ministro dell'università e della ricerca scientifica il giovane popolare Enrico Letta, ministro delle infrastrutture e dei trasporti il pattista Artuto Parisi, ministro dell'agricoltura e delle risorse forestali e marittime il pattista Paolo De Castro, ministro dell'ambiente e della salvaguardia del territorio il verde Francesco Rutelli, ministro della cultura e dei beni culturali la democratica di sinistra Giovanna Melandri.
Viene avviato un profondo risanamento dei conti pubblici, la privatizzazione delle industrie di stato, una stagione di forti liberalizzazioni, la riforma delle pensioni, più flessibilità nel mercato del lavoro e forti aiuti alla ricerca scientifica. In questo modo si apre la cosidetta "Seconda Repubblica", con un tripolarsimo formato da una coalizione moderata e riformista di centro-sinistra, un polo liberista e conservatore di destra e un'estrema sinistra radicale e massimalista: forse l'unico modo per risolvere veramente i mali di questo paese.
E con questo siamo già alla Seconda Repubblica...