Le cateratte del cielo si aprirono...

« Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto... »

(Gen 7, 20)

 

In questa lezione vogliamo svolgere alcuni calcoli relativi al racconto del diluvio universale, così da poterne appurare o meno la storicità e la scientificità. Si tratta di uno dei racconti più famosi della Bibbia, sia per la sua epica grandiosità, sia per il fatto che un racconto simile, relativo a una catastrofe primigenia che rischiò di spazzare via l'umanità al principio della sua storia, è diffuso praticamente in tutte le culture del pianeta, tanto da far parlare di "mitologema", cioè di un nucleo narrativo comune alle tradizioni di tutte le civiltà umane, anche su continenti molto distanti tra di loro, che ne rivelano l'origine comune. Approfitteremo dei calcoli necessari a far luce su tale racconto, per ripassare alcuni argomenti di geometria solida, che ci serviranno per eseguire stime delle dimensioni dell'arca e del Diluvio Universale.

I particolari della storia del diluvio sono ben noti a tutti. L'umanità, originariamente plasmata per la perfezione, rapidamente si corrompe e si abbandona ad ogni perversione. I "Giganti" (in ebraico נפלים, "Nefilim"), che nella notte dei tempi avrebbero popolato il pianeta, sono assunti dalla Genesi ad esempio di questa corruzione, anche se i motivi esatti del loro peccato non vengono precisati dall'autore Jahvista. Iddio allora decide di mandare il diluvio per "azzerare" l'orologio della storia della Terra e ricominciare tutto daccapo, ma Noè "trova grazia" agli occhi di Dio, grazie alla sua condotta retta e irreprensibile, ed allora viene scelto con la sua famiglia per attraversare indenne la furia delle acque vendicatrici e ripopolare il mondo. Chi vuole leggere nei particolari il racconto del diluvio può consultare questo altro mio ipertesto interamente dedicato a questo tema. Qui ci vogliamo invece concentrare su quei versetti del racconto della Genesi che ci aiuteranno a fare luce sul mistero nel quale è avvolto questo cataclisma, posto da tutte le tradizioni all'inizio della storia umana. E i primi che incontriamo lungo questo cammino sono quelli relativi alle dimensioni dell'arca:

« Allora Dio disse a Noè: "È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un'arca di legno di cipresso; dividerai l'arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori. Ecco come devi farla: l'arca avrà trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza. Farai nell'arca un tetto e, a un cubito più sopra, la terminerai; da un lato metterai la porta dell'arca. La farai a piani: inferiore, medio e superiore." » (Gen 6, 13-16)

L'arca è descritta dunque come un parallelepipedo rettangolo: una forma ben diversa da quella della "nave" con cui l'arca è stata immaginata in innumerevoli dipinti, film e cartoni animati. Sulla base del valore del cubito da noi adottato nel capitolo dedicato alle unità di misura, il vascello preistorico misurava 133,35 x 22,22 x 13,33 metri, per un volume totale di 39.497,3 metri cubi, perchè il volume di un parallelepipedo rettangolo si ha moltiplicando le misure dei suoi tre spigoli. Queste misure erano ben note anche ai nostri antenati, dal momento che, ad esempio, la Cattedrale di Gerace (Reggio Calabria) dalla porta principale al gradino del presbiterio ha le esatte dimensioni dell'arca di Noè! L'arca inoltre aveva tre piani, per una superficie totale di 3 x 133,35 x 22,22 metri, cioè di 5.926 metri quadrati. Come si vede, si tratta non di uno scafo ma di una cassa (tale è il significato del termine "arca", in ebraico תיבת, "tebah"), giacché il suo scopo non era quello di navigare, ma di galleggiare e nient'altro. Si tratta in ogni caso di dimensioni superiori a quelle di qualsiasi natante in legno che sia mai stato storicamente costruito fino alla fine del XIX secolo. Il veliero statunitense "Wyoming", varato nel 1909, era lungo "soltanto" 107 metri e rappresenta il più grande scafo in legno mai costruito di cui si può attestare con certezza l'esistenza, ma aveva bisogno di rinforzi di ferro per impedire le deformazioni dello scafo, e di una pompa a vapore per contrastare le infiltrazioni d'acqua: tutte tecnologie che sicuramente Noè non possedeva, e questo da solo basterebbe per mettere la parola fine ad ogni tentativo di interpretazione letterale del testo del Pentateuco.

Sant'Agostino d'Ippona (354-430) nel suo capolavoro "De Civitate Dei" afferma che le proporzioni dell'arca corrispondono a quelle del corpo umano, immagine a sua volta del corpo di Cristo e quindi della Chiesa. Invece il Padre della Chiesa Origene (182-251) controbatte le argomentazioni di chi dubita che l'arca potesse contenere tutte le specie animali del mondo, affermando con notevole sfoggio di erudizione che Mosè, allora ritenuto l'autore del libro della Genesi, era stato allevato nell'antico Egitto, dove aveva appreso l'uso del cubito reale, che come abbiamo visto era assai più lungo di quello ebraico; prendendo la misura massima di 52,81 cm si arriva ad un'arca a forma di parallelepipedo con dimensioni di 158,43 x 26,41 x 15,84 metri, per un volume complessivo di 66.276,7 metri cubi (il 168 % della misura effettuata con il cubito ebraico) e una superficie interna di 12.552,4 metri quadri (il 212 % del valore sopra calcolato). Il volume ha una notevole importanza se pensiamo al galleggiamento dell'arca, applicando il Principio di Archimede.

Quest'ultimo afferma che un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l'alto pari al peso del volume del fluido spostato, e fu messo a punto da Archimede di Siracusa (287-212 a.C.), il più geniale intelletto matematico di tutto l'Evo Antico. Questo è un ipertesto dedicato alla Matematica e non alla Fisica, per cui in esso non tratteremo nei dettagli questo argomento; chi è interessato, troverà maggiori informazioni in questa pagina dell'altro mio ipertesto dedicato alla Fisica di Tolkien. Per i nostri scopi attuali ci basterà ricordare che l'arca potrà galleggiare solo se, immersa nell'acqua, sposterà una massa d'acqua il cui peso sarà superiore al suo. Ora, nel celebre (quanto discutibile, per il modo assolutamente irrazionale in cui descrive il patriarca Noè) lungometraggio "Noah" del 2014 di Darren Aronofsky, con Russel Crowe e Jennifer Connelly, si vede che l'arca durante il diluvio è praticamente tutta immersa nelle acque, pur essendo cava, evidentemente perchè ospitava migliaia e migliaia di animali (nel film, in "animazione sospesa"), la cui massa complessiva era davvero notevole. Supponiamo che l'arca resti emersa dalle acque solo per un paio di metri; la differenza, cioè 11,33 metri, è immersa nelle acque. Il volume immerso quindi è pari a 133,35 x 22,22 x 11,33 = 33.571,2 metri cubi; assumendo che il mondo sia stato allagato dall'acqua di mare, che ha una densità di 1.024 Kg/m3, si arriva ad una massa d'acqua spostata pari a 34.376.918,2 chilogrammi: quasi 34.400 tonnellate! Il peso dell'arca a pieno carico deve dunque essere minore di questo valore. Usando invece le misure di Origene si arriva ad un volume di acqua spostata pari a 158,43 x 26,41 x 13,84 = 57.908,4 metri cubi, e quindi a una massa d'acqua spostata di 59.298.249,1 chilogrammi, dunque circa 60.000 tonnellate.

La massa dell'acqua spostata da una nave prende il nome di dislocamento dell'imbarcazione, e non va confuso con la stazza, che è invece  la somma dei volumi degli spazi interni, ermeticamente chiusi all'acqua. Il dislocamento è insomma una massa, misurata in tonnellate (negli Stati Uniti si usano le long tons, ciascuna delle quali equivale a 1.016,05 kg) mentre la stazza è un volume, misurato in tonnellate di stazza, ciascuna delle quali corrisponde a 100 piedi cubi (2,832 metri cubi). Il dislocamento dell'arca è dunque di 34.400 tonnellate (quasi 60.000 secondo Origene). Per un confronto, il celebre "Titanic" aveva un dislocamento di 59.052 tonnellate. Più difficile calcolarne la stazza. Supponiamo che l'arca sia un parallelepipedo cavo di legno con uno spessore costante di 50 centimetri; lo spazio interno sarebbe allora di 132,35 x 21,22 x 12,33 metri = 34.628,4 m3, a cui però vanno sottratti i due divisori che la separano in tre ponti, ciascuno con uno spessore di mezzo metro e quindi con un volume di 132,35 x 21,22 x 0,50 metri = 1.404,2 m3, più le travi che sostengono tali divisori. Supponendo che ce ne sia una ogni cinque metri, ne avremmo 25 in lunghezza e 3 in larghezza, per un totale di 75, che attraversano l'arca da cima a fondo attraversando i due divisori. Immaginando che siano travi sezione quadrate di mezzo metro di lato, il volume di ciascuna sarebbe di 10,33 x 0,50 x 0,50 metri = 2,58 m3 (abbiamo tolto dalla lunghezza delle travi lo spessore dei divisori). Il volume dello spazio interno sarebbe così pari a 34.628,4 – 2 x 1.404,2 – 75 x 2,58 = 31.626,2 metri cubi, un volume che equivale a 11.167,5 tonnellate di stazza. Ripetendo il calcolo usando le misure di Origene, e calcolando 28 travi portanti in lunghezza e 4 in larghezza, per un totale di 28 x 4 = 112, si arriva invece ad un volume dello spazio interno pari a (157,43 x 25,41 x 12,84) – (2 x 157,43 x 25,41 x 0,50) – (112 x 11,84 x 0,50 x 0,50) = 47.032,0 m3, equivalenti a 16.607 tonnellate di stazza, nel quale dovevano essere alloggiati Noè, la sua famiglia, tutti gli animali e i viveri. Non sembra un volume sufficiente per ospitare esemplari di tutte le specie viventi e il foraggio per nutrirli: oggi si conoscono 1,7 milioni di specie viventi, anche se un numero enorme di esse ci è ancora sconosciuto (e rischiano di estinguersi prima ancora che le scopriamo): le stime variano tra 5 e 10 milioni di specie totali. Di queste, 25.000 sono costituite da mammiferi, uccelli, rettili e anfibi, 950.000 sono le specie di insetti e circa 80.000 quelle degli aracnidi. Tralasciando gli altri vertebrati, i molluschi, i crostacei, le piante, le alghe, i funghi, e i batteri, tra vertebrati terrestri, uccelli, insetti e aracnidi, abbiamo 1.100.000 specie. Due esemplari di ogni specie sono 2.200.000 individui; e gli scettici fanno giustamente notare che nessuna arca, per quanto mastodontica, potrebbe accoglierli tutti. Ma non bisogna dimenticare che a quel tempo si conoscevano molte meno specie di oggi. Ad esempio, nel famoso kolossal "La Bibbia" (1966) di John Houston si vede Noè, interpretato dallo stesso regista, far salire sull'arca anche una coppia di pinguini, ma ho i miei dubbi che l'Autore Biblico pensasse davvero anche a questi uccelli antartici!

L'arca di Noè immaginata nel film "La Bibbia" di John Houston. Come si vede, contrariamente alle indicazioni del testo biblico, in questo film il mitico vascello è rappresentato con la forma di una vera e propria nave, con tanto di scafo

L'arca di Noè immaginata nel film "La Bibbia" di John Houston. Come si vede, contrariamente alle indicazioni del testo biblico, in questo film il mitico vascello è rappresentato con la forma di una vera e propria nave, con tanto di scafo

 

Vale la pena di eseguire alcuni confronti. La "Oasis of the Seas", nave da crociera di proprietà della compagnia di navigazione "Royal Caribbean International", è la nave passeggeri più grande del mondo, con una lunghezza di 362 metri e una stazza di 220.000 tonnellate. Invece la più grande petroliera del mondo è stata la "Batillus", lunga 414,22 metri e con un dislocamento di 663.000 tonnellate, mentre la petroliera "Seawise Giant", lunga 458,45 metri e con un dislocamento di 646.642 tonnellate, è stata la nave più lunga mai costruita. Infine la USS Theodore Roosevelt (CVN-71), lunga 333 metri e con un dislocamento di 106.000 tonnellate, è la portaerei più grande del mondo; invece la più lunga era la USS Enterprise (CVN-65), messa in disarmo il 15 marzo 2013, con una lunghezza di 342 metri e con un dislocamento di 94.781 tonnellate. Tutte decisamente più grandi dell'arca di Noè, ma bisogna ricordare quali mezzi e quali tecnologie avevano a disposizione gli uomini preistorici per eseguire il comando divino!

Genesi 6, 14 afferma che l'arca era stata realizzata in « legno di gopher » (in ebraico גפר), termine dal significato sconosciuto. La Jewish Encyclopedia ipotizza che questa espressione sia una traduzione del babilonese "gushure iş erini", cioè "travi di cedro"; la traduzione del 2008 della CEI, che parla di "legno di cipresso", non è convincente, perchè la parola ebraica usata nella Bibbia per indicare il cipresso è "erez". Altre traduzioni moderne parlano di "legno resinoso" sulla base della parola "kopher", "resina". Dando per buona l'ipotesi del legno di cedro (dopotutto anche il Tempio di Salomone fu costruito con questo legno pregiato), quest'ultimo ha una densità compresa fra 310 e 490 Kg/m3. Scegliamo il valore di 400 Kg/m3, riportato da molti testi. Usando il cubito ebraico, abbiamo visto che l'arca ha un volume complessivo di 39.497,3 m3 e un volume interno libero di 31.626,2 m3; la loro differenza, cioè 7.871,1 m3, rappresenta la struttura portante di legno, che perciò ha una massa di 7.871,1 x 400 = 3.148.440 Kg, cioè di oltre 3.148 tonnellate. L'arca sposta circa 34.400 tonnellate d'acqua, dunque la differenza, ovvero 31.252 tonnellate, rappresenta il massimo peso del carico che permette all'arca di galleggiare. Usando invece i dati di Origene, l'arca ha un volume complessivo di 66.276,7 m3 e un volume interno libero di 47.032,0 m3; la differenza è pari a 19.244,7 m3, che corrisponde a una massa di legno di cedro di 7.697.885 Kg, cioè quasi 7.698 tonnellate. L'arca secondo Origene sposta 59.298 tonnellate d'acqua, per cui il carico massimo in questo caso pesa 51.600 tonnellate: il 165 % del totale secondo il calcolo con il cubito ebraico. Naturalmente non si parla solo di materia vivente, ma anche del foraggio necessario per far sopravvivere tutti per quasi un anno là dentro, per cui ipotizzare calcoli più precisi su quanti animali sarebbero stati stivati nel transatlantico preistorico diventa davvero difficile, per non parlare dei problemi di ventilazione e di illuminazione dell'interno dell'arca.

I nostri calcoli empirici comunque sono sufficienti per stimare la quantità di legno necessario per la costruzione dell'arca con le dimensioni volute dal Signore. Consideriamo un albero di cedro del Libano alto 25 metri e con un diametro di un metro. Da esso si potrebbe ricavare una trave lunga venti metri e con una sezione quadrata di 70 centimetri di lato, per un volume totale di 20 x 0,70 x 0,70 = 9,8 metri cubi. Nell'ipotesi minimale, come si è visto, occorrerebbero 7.871,1 m3, e quindi ben 800 piante di cedro, che nell'ipotesi di Origene diventano 19.244,7 m3, cioè 1964 alberi di cedro. Ipotizzando di piantare questi alberi maestosi a 50 metri l'uno dall'altro, nel primo caso gli alberi necessari dovrebbero essere prelevati in un bosco di almeno 200 ettari, che diverrebbero quasi 500 nell'ipotesi di Origene. Ogni albero poi deve essere abbattuto, pulito dai rami, scortecciato e squadrato, e solo per queste operazioni una persona impiega un giorno per ogni albero; poi gli alberi devono essere trasportati dove viene costruita l'arca, accatastati e giuntati, ed infine occorreva calafatare il tutto con circa 300 quintali di pece bollente. Per fare tutto ciò, almeno 150 persone avrebbero dovuto lavorare per almeno 400 giorni; invece Noè ed i suoi famigliari erano soltanto in otto. Anche queste considerazioni escludono che il racconto del sesto capitolo della Genesi abbia un valore storico come oggi intendiamo questa parola.

Ma quella della Bibbia, come sappiamo, non è l'unica né la più antica delle descrizioni dell'arca. La prima descrizione della nave preistorica la troviamo nella tavoletta XI dell'"Epopea di Gilgamesh", poema che ci è pervenuto nelle tavolette a caratteri cuneiformi della biblioteca del re assiro Assurbanipal (668-631 a.C.), ma che probabilmente nella sua prima stesura risale al 1800 a.C., ed ha origine nell'epos sumerico. Esso contiene un racconto del diluvio antecedente a quello biblico, riferito in prima persona da Ut-Napishtim, il nome mesopotamico di Noè (in accadico "Colui che vide la vita"). Quest'ultimo narra al suo discendente Gilgamesh che il dio Ea, cui egli era devoto, gli consigliò di costruire un'arca per salvarsi dal diluvio inviato dagli déi perchè trovavano "fastidiosa" e "rumorosa" la presenza dell'umanità sulla Terra. Ma diamo la parola all'autore dell'Epopea, vissuto 4000 anni fa:

« Alla prima luce dell'alba la mia famiglia si riunì attorno a me, i bambini portarono pece e gli uomini tutto il necessario. Il quinto giorno misi in posa la chiglia e le coste, poi fissai il fasciame. Di un acro era la sua area di terreno, ogni lato del ponte misurava cento e venti cubiti e costituiva un quadrato. Sottocoperta costruii sei ponti, sette in tutto; li divisi in nove sezioni con paratie fra di loro. Dove era necessario infissi dei cunei, provvidi alle pertiche di spinta e caricai provviste. I portatori recarono olio in canestri, versai pece nella fornace e asfalto e olio; altro olio venne consumato per calafatare, altro ancora lo mise tra le sue provviste il nocchiero. Per la mia gente macellai buoi, ogni giorno uccisi delle pecore. Ai carpentieri diedi da bere vino come se fosse acqua di fiume, mosto e vino rosso, olio e vino bianco. Vi fu una festa allora come si fa per l'anno nuovo; io mi unsi il capo. Al settimo giorno la nave era pronta. »
("L'Epopea di Gilgamesh", Tavola XI, trad. di Alessandro Passi)

Come si vede, l'arca di Ut-Napishtim ha forma non di parallelepipedo ma di cubo, con lo spigolo di 120 cubiti, divisa non in tre ma in sette ponti, ed avente la superficie di 1 Jku, qui tradotto con "acro", cioè di circa 3600 metri quadrati. Il cubito sumerico equivaleva, come visto, a 49,50 cm, per cui lo spigolo dell'arca di Ut-Napishtim equivaleva a 59,40 metri. La sua superficie era pari a 59,40 x 59,40 = 3.528,4 metri quadrati, dunque pressappoco il valore dell'Jku, ed il suo volume equivaleva a 59,40 x 59,40 x 59,40 = 209.584,6 metri cubi. Si tratta di un volume cinque volte maggiore di quello dell'arca descritta dalla Bibbia; come se non bastasse, la sua superficie interna misura ben 24.698,5 metri quadrati, dunque superiore di oltre quattro volte alla superficie calpestabile dell'arca di Noè. Ipotizzando anche in questo caso uno spessore delle pareti di mezzo metro, il volume del legno necessario per costruire l'arca di Ut-Napishtim è facilmente calcolabile. Il legno necessario per costruire la struttura cubica esterna è pari a (59,40)3 – (58,40)3 = 10.407,9 m3, quello dei sei divisori interni è pari a 6 x 58,40 x 58,40 x 0,50 = 10231,7 m3, per un totale di 20.639,6 m3. Continuando ad ipotizzare che il Noè mesopotamico abbia usato travi di cedro da 9,8 m3 l'una, ne sarebbero state necessarie ben 2.106 (oltre due volte e mezza quelle di cui si è servito il Noè ebraico), da abbattere in un bosco estensivo di oltre 500 ettari. Inoltre, mentre la Genesi non ci dice in quanto tempo è stata fabbricata l'arca, l'"Epopea di Gilgamesh" specifica che per innalzarla occorsero solo sette giorni. In altre parole, sarebbe stato necessario abbattere, scortecciare, squadrare, trasportare nell'arsenale, fissare al loro posto e calafatare ben 300 piante di cedro al giorno. Ciò avrebbe richiesto il lavoro indefesso di centinaia di persone, le quali poi non avrebbero potuto entrare tutte nell'arca insieme agli animali, ai viveri ed anche alle ricchezze di Ut-Napishtim, dato che l'Epopea precisa che il mitico personaggio avrebbe provveduto a mettere in salvo pure il suo oro!

E non basta. L'astronomo babilonese Beroso, contemporaneo di Alessandro Magno, nella sua "Storia di Babilonia" descrive un'arca di dimensioni ancora maggiori: cinque stadi di lunghezza e due di larghezza, cioè 925 x 370 metri! La versione armena poi riporta misure da fantascienza, attribuendo all'arca una lunghezza di ben 15 stadi, cioè 2775 m! Eppure, in queste esagerazioni c'è una logica: Beroso e i suoi epigoni infatti avevano capito che solo un'arca con dimensioni chilometriche avrebbe avuto speranze di poter salvare la maggior parte degli animali del pianeta.

Foto dall'alto della cosiddetta "Anomalia dell'Ararat"

Foto dall'alto della cosiddetta "Anomalia dell'Ararat"

In ogni caso, a qualunque delle fonti si voglia dare credito, l'arca di Noè era davvero un manufatto imponente, dal momento che solo nel Novecento si poté realizzare qualcosa con le stesse dimensioni. Apparve perciò logico pensare che, di tanta imponenza, qualcosa fosse rimasto fin ai nostri giorni. E così, fin dall'antichità partì la ricerca delle reliquie del biblico vascello. Naturalmente tale ricerca ruotava intorno al possibile luogo in cui si era arenata l'arca dopo la fine del diluvio. L'Epopea di Gilgamesh afferma che l'arca si fermò sul Monte Nisir, nell'attuale Kurdistan. Il mito greco afferma invece che l'arca si arenò sul Monte Parnaso, molto venerato nell'antichità. Secondo il Corano, poi, l'arca si sarebbe fermata sul Monte al-Gūdī, identificato dalla tradizione in una collina sulla riva est del Tigri, vicino alla città di Mossul nel nord dell'Iraq; il famoso viaggiatore arabo Ibn Battuta (1304-1369) affermò di essere passato di là, e che gli abitanti della zona ritenevano che l'arca si trovasse ancora là sopra. Apparentemente il testo biblico è molto chiaro:

« Nel settimo mese, il diciassette del mese, l'arca si posò sui monti dell'Araràt. » (Gen 8, 4)

In realtà, non è chiaro cosa la Genesi intenda con il termine "Ararat". Oggi si assegna questo nome al vulcano alto 5137 metri che si trova al confine tra Turchia ed Armenia ("Ararat" in armeno significa "Creazione di Dio"), ed infatti molti hanno cercato di esplorare questa montagna alla ricerca dell'arca, a partire da Marco Polo che nel 1269 passò accanto ad essa ed affermò che l'arca si trovava sulla sua cima; molti attivi in questa ricerca sono da sempre i Testimoni di Geova, corifei di una interpretazione ultraletterale del testo biblico. In realtà però è probabile che l'Autore Sacro pensasse più genericamente alla regione di Urartu, centro di un regno esistito tra l'860 e il 585 a.C. tra le montagne dell'Armenia (il suo nome in assiro significa "il paese di montagna"). Si tratta di un'area molto vasta, tanto che cercare in essa i resti dell'arca sarebbe come frugare in ogni dove per trovare il proverbiale ago nel pagliaio. Ovviamente chi ha fede nella verità letterale del racconto biblico non si è arreso e ha continuato le ricerche, coadiuvato dai mezzi messi a disposizione dalla tecnologia moderna. Il primo fu l'erudito James Bryce (1838-1922), professore di diritto civile alla università di Oxford, che nel 1876 scalò l'Ararat oltre l'altitudine fino alla quale si possono trovare gli alberi e trovò una trave di legno lavorata a mano, che identificò con un pezzo dell'arca. Nel 1949 fu scattata una foto che mostra una possibile struttura artificiale su uno spuntone del Monte Ararat (la cosiddetta "Anomalia dell'Ararat"), ma nessuno ha mai fatto luce su quella fotografia, che secondo i più mostra solo una formazione naturale, per di più lunga un paio di chilometri, una dimensione impensabile per una barca. Molti hanno concentrato la loro attenzione sul sito di Durupınar, un'ampia zona montuosa nella Turchia orientale al confine con l'Iran, dove la particolare conformazione di una struttura rocciosa può somigliare allo scafo di una barca, ma si tratta solo di una somiglianza casuale.  L'ex astronauta James Irwin (1930-1991), pilota dell'Apollo 15, negli anni ottanta condusse due spedizioni sull'Ararat, ma non scoprì alcuna prova tangibile dell'esistenza dell'arca. Nel 1989 l'ingegnere italiano Angelo Palego condusse a sua volta una spedizione sul monte Ararat alla ricerca dell'Arca, analizzando anche immagini satellitari dell'area, ma anch'egli non conseguì alcun risultato. Il 27 aprile 2010, infine, una spedizione congiunta turca e di Hong Kong ha annunciato di avere scoperto sull'Ararat una caverna con pareti in legno a un'altitudine alla quale si ritiene non siano mai esistiti insediamenti umani, e di aver datato il legno a 4.800 anni fa, ma alcuni hanno ribattuto che il legno ritrovato sull'Ararat era stato portato lì appositamente da alcuni manovali curdi che erano a conoscenza della spedizione. Alla fine della fiera, oggi ogni tentativo di cercare vestigia archeologiche del biblico vascello, probabilmente esistito solo nella fantasia dei nostri lontani antenati, è da considerarsi confinato nella pseudoarcheologia.

Una curiosità: l'imprenditore olandese Johan Huibers ha realizzato e aperto al pubblico nel 2007 nella piccola cittadina di Schagen (Olanda settentrionale) quella che voleva essere una copia fedele dell'arca di Noè, attenendosi il più possibile alle misure riportate nelle Sacre Scritture. Essa è stata realizzata in due anni di lavoro usando 1200 tronchi di faggio e di cedro, ed ospita nel suo scafo dei modelli a grandezza naturale di coppie di animali, dalle giraffe ai coccodrilli, alle zebre, bisonti, leoni ed elefanti. Ma anche capre, galline e mucche vive e vegete, per la felicità dei più piccoli. « Il disegno dell'opera è di mia moglie Bianca », ha dichiarato Huibers. « Anche se lei ha osteggiato per lungo tempo questa mia bizzarra idea, alla fine mi ha detto: "Se dev'essere, allora che sia come l'originale", e da quel giorno ho cominciato a lavorarci ». E ha aggiunto: « L'idea di ricostruire l'imbarcazione più famosa del mondo mi è venuta dopo aver sognato nel lontano 1992 che l'Olanda veniva sommersa dalle acque. Un'angoscia che ho covato per anni. » Grazie al Cielo, la sua paura non si è concretizzata!

Chiudiamo il discorso sull'arca di Noè ricordando che, secondo la teologa britannica Paula Gonder, la descrizione della biblica nave ricorda molto da vicino la cosmologia ebraica: l'universo concepito dagli antichi Ebrei infatti era rappresentato da tre strati, con una terra abitabile a forma di disco che ha il cielo sopra di sé e lo Sheol, il mondo sotterraneo dei morti, in basso, circondati da un "oceano celeste" trattenuto dalla cupola del firmamento. I tre ponti dell'arca di Noè rappresentano allora i tre livelli di un cosmo ebraico in miniatura. Dio creò il mondo a tre livelli come uno spazio asciutto in mezzo alle acque per permettere l'esistenza dell'umanità; quando il diluvio riempie di nuovo lo spazio con le acque del caos, salvando solo Noè, la sua famiglia e gli animali, l'arca si trasforma in un microcosmo, dal quale sboccerà la vita di un nuovo universo!

Passiamo ora ad esaminare il diluvio universale nella sua globalità. Il termine "universale" indica il fatto che esso avrebbe coinvolto non solo la Mezzaluna Fertile, non solo il pianeta Terra, ma addirittura l'intero universo, riportandolo allo stato di caos primigenio, quando « le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque » (Gen 1, 2). La tradizione dell'universalità del diluvio fu alimentata dal fatto che i nostri antenati ritrovarono fin dalla più remota antichità conchiglie fossili ad alta quota sui fianchi delle montagne: a quei tempi non si aveva idea che la crosta terrestre potesse corrugarsi fino a spingere il fondo del mare ad altezze così considerevoli, e si pensò che fossero state le acque del diluvio ad arrampicarsi fin sui fianchi dei monti, superandole in altezza e depositando conchiglie ed altri resti animali ad alta quota. Fino al successo delle teorie evoluzionistiche nel XIX secolo, del resto, tutti i fossili vennero interpretati come i resti di esseri viventi periti nel diluvio. Ma davvero le acque poterono sommergere l'intero pianeta Terra?

Ecco la descrizione della catastrofe che ci dà l'Autore Biblico:

« In quello stesso giorno, eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti [...] Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto. Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. » (Gen 7, 11b-12.19-21)

« Le acque superarono di quindici cubiti », cioè, come noi sappiamo, di 6,67 metri, la cima di tutti i monti. Sappiamo che la Terra è un pianeta umido, a differenza di altri mondi come Marte, sul quale l'acqua è ben più rara. Ma le acque presenti sul nostro mondo sarebbero sufficienti per ricoprire davvero i più alti monti? Per dare una risposta a questa domanda, dobbiamo chiederci quanta acqua esiste esattamente sulla Terra. Circa il 71 % della superficie terrestre è coperta di acque, e gli oceani contengono circa il 96,5 % di tutta l'acqua della Terra (per inciso, solo il 2,5 % dell'acqua del mondo è dolce). L'immagine sottostante mostra le dimensioni di un'ipotetica sfera che potrebbe contenere tutta l'acqua terrestre rispetto alle dimensioni dell'intero pianeta Terra. Posta sopra gli Stati Uniti, tale sfera andrebbe dall'Utah al Kansas, e avrebbe un diametro di circa 1.385 chilometri, per un volume di circa 1.386 milioni di chilometri cubi. Essa conterrebbe tutta l'acqua degli oceani, deii mari, delle calotte di ghiaccio, dei laghi, dei fiumi, ma anche le acque sotterranee, l'acqua atmosferica e persino l'acqua in tutta la materia vivente.

Credits: Illustrazione di Jack Cook, Woods Hole Oceanographic Institution (©, Howard Perlman, USGS).
Fonte dei dati: il capitolo di Igor Shiklomanov "World fresh water resources" a cura di Peter H. Gleick (di), 1993, "Water in Crisis: A Guide to the World’s Fresh Water Resources" (Oxford University Press, New York).

Proviamo ora a calcolare quanta acqua sarebbe stata necessaria per ricoprire l'intera superficie terrestre con le acque, così come narra la Genesi. La cima più alta delle terre emerse è l'Everest, nella catena dell'Himalaya, con i suoi 8848 metri sul livello del mare. La Terra ha una forma complessa (geoide), ma per semplicità la riterremo una sfera con il raggio medio di 6371,005 km. Ora, il volume di una sfera di raggio R è stato determinato per la prima volta dal solito Archimede, ed è pari a:

Ne consegue che il volume della Terra è pari a 4 x 3,14 x (6371,005)3/3 = 1,08266 x 1012 km3. Sommando al raggio medio della Terra l'altezza dell'Everest si ottiene un raggio di 6371,005 + 8,848 = 6379,853. Siccome le acque hanno superato di 7 metri circa la cima dell'Everest, si arriva a 6379,860 metri. Il volume di tale sfera è pari a 4 x 3,14 x (6379,860)3/3 = 1,08718 x 1012 km3. La differenza ci dovrebbe dare l'acqua necessaria per colmare tale dislivello: per la precisione, 4,52062 x 109 km3. Questo calcolo però è inesatto, perchè questa "crosta sferica" compresa tra il livello del mare e la cima dell'Everest più sette metri non è composta solo da acqua: vi è già la crosta continentale, rappresentata da pianure, altopiani, colline e montagne. Tenere conto dei corrugamenti della Terra, sembra arduo, ma in realtà si tratta di un esercizio molto semplice, a patto di conoscere le superfici e le altitudini medie dei continenti. Eccole prese dall'Atlante Geografico" a cura di Federico Motta:

Continente

Superficie [km2]

Altezza [m]

Europa

10.522.176

340

Asia

43.869.576

960

Africa

30.309.677

750

Nordamerica

24.244.643

720

Sudamerica

17.846.012

590

Oceania

8.945.724

340

Antartide

14.000.000

2300

Moltiplicando la superficie in km2 di ogni continente per la sua altezza media in km e sommando tutti i prodotti si trova il volume delle rocce al di sopra del livello del mare: il risultato che si ottiene è di 1,3165 x 108 km3. Sottraendo tale valore dal volume della crosta sferica sopra considerata si ha un valore di 4,38896 x 109 km3, e questo è il volume effettivo delle acque che sarebbero state necessarie per sommergere il mondo con un diluvio universale. Si parla di 4.389 milioni di km3, cioè più del triplo delle acque oggi presenti sul nostro pianeta, incluse quelle contenute nella materia vivente (e quindi anche nei corpi umani, che sono composti fino al 75 % da acqua). Per completare il paragone sopra istituito, tutta quest'acqua potrebbe essere riunita in una sfera di 2031,4 chilometri di diametro: si tratta pressappoco della distanza da Berlino a Reggio Calabria! Ebbene, da dove è venuta quest'acqua?

Supponiamo che essa fosse già presente nell'atmosfera sotto forma di vapore acqueo, prima dell'inizio del diluvio. Ipotizziamo che tale vapore acqueo si comporti come un gas perfetto, e quindi obbedisca alla famosa equazione P V = n R T, dove P è la pressione, V il volume, n il numero di moli, T la temperatura assoluta ed R = 8,314 J / K mol è la costante dei gas perfetti. Il vapore acqueo dell'atmosfera terrestre è compreso al 99 % dentro la troposfera, il suo strato più basso. Lo spessore della troposfera varia molto a seconda della latitudine, passando dai 20 km all'equatore agli 8 km dei poli, ma possiamo adottare uno spessore medio di 16 km. La superficie di una sfera di raggio R è data dalla formula 4 π R2, ed usando il raggio medio della Terra sopra utilizzato si ottiene 4 x 3,14 x (6371,005)2 = 5,098 x 108 km2. Il volume della troposfera può essere stimato moltiplicando la superficie terrestre testé determinata per lo spessore della troposfera medesima, ottenendo un risultato di 8,157 x 109 km3, cui vanno sottratti gli 1,3165 x 108 km3 occupati dalle terre emerse che abbiamo appena calcolato. Otteniamo così 8,025 x 109 km3, equivalenti a 8,025 x 1018 metri cubi; ipotizziamo che il vapore acqueo occupi tutto questo volume per intero. 4.389 milioni di km3 di acqua hanno una massa di 4.389 milioni di miliardi di tonnellate, cioè di 4,389 x 1024 grammi. Una mole d'acqua equivale a 18 grammi di H2O, per cui stiamo parlando di ben 2,44 x 1023 moli di acqua. La temperatura media dell'atmosfera è di 20° C, cioè 293 Kelvin. Applicando la Legge dei Gas Perfetti se ne conclude che la pressione del vapore acqueo in queste condizioni dovrebbe essere di 2,44 x 1023 x 8,314 x 293 / 8,025 x 1018 = 7,40 x 107 Pascal; e siccome un'atmosfera equivale a 101.325 Pascal, ne risulta che la pressione atmosferica prima del diluvio avrebbe dovuto essere di oltre 730 atmosfere. In pratica, la pressione atmosferica prima del diluvio sarebbe stata 730 volte superiore a quella normale al livello del mare!! Si tratta della stessa pressione che si esercita a 7500 metri di profondità nell'oceano, dove riescono a vivere solo mostruosi e bizzarri pesci abissali. Se ne conclude che non solo i Giganti antichi, ma anche Noè e tutti i suoi familiari sarebbero morti per la pressione eccessiva prima ancora che una sola goccia di poggia cadesse dal cielo.

Naturalmente questi calcoli non sono bastati a far recedere dalle loro posizioni dogmatiche i sostenitori di una lettura letterale della Genesi. Alcuni gruppi integralisti cristiani, negatori dell'evoluzionismo e nemici dell'ecumenismo, sostengono infatti che quest'acqua non era preesistente nell'atmosfera, ma venne dallo spazio. Ma nello spazio non si conoscono nubi di vapore acqueo; e, anche se ne esistessero e la Terra attraversasse una di esse, l'attrito contro l'alta atmosfera dissocerebbe l'acqua in idrogeno ed ossigeno, anziché far piovere l'acqua sulla Terra sotto forma di diluvio. Ma non è tutto. « Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti », dice Gen 7, 12. E 40 giorni e 40 notti equivalgono a 960 ore, cioè a 3.456.000 secondi. Ciò significa che, per quaranta giorni e quaranta notti, sono caduti poco meno di 1.270 km3 di acqua al secondo! La superficie di una sfera di raggio R è data dalla formula 4 π R2, ed usando il raggio medio della Terra sopra utilizzato si ottiene 4 x 3,14 x (6371,005)2 = 5,098 x 108 km2. Siccome 1.270 km3 equivalgono a 1,27 x 1015 dm3 = 1,27 x 1015 litri e 5,098 x 108 km2 sono pari a 5,089 x 1014 metri quadrati, un semplice rapporto ci dice che per quaranta giorni di fila sono caduti 2,5 litri al secondo e al metro quadro. Ora, un litro al metro quadro in meteorologia si chiama anche un millimetro di pioggia; infatti, un decimetro cubo d'acqua piovana sopra un metro quadro, cioè sopra 100 decimetri quadri, li ricoprirebbe con uno strato spesso un centesimo di decimetro, ovvero un millimetro. Stiamo dunque parlando di 9.000 millimetri di pioggia all'ora per 40 giorni di fila: per fare un paragone, il valore più alto storicamente mai registrato è di 2.286 millimetri all'ora per un minuto! La pioggia viene definita "torrenziale" a partire da 60 millimetri all'ora in su; il diluvio universale sarebbe stato 150 volte più violenta di questo limite. Tale tasso di precipitazione continua non produrrebbe solo allagamenti disastrosi, ma devasterebbe qualunque suolo cancellando ogni opera dell'uomo, modificando i paesaggi e sradicando qualunque albero. Avrebbe ragione l'Autore Sacro a scrivere: « Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell'arca »! (Gen 7, 23) E non apparirebbe un'iperbole neppure la descrizione popolaresca del diluvio che ci dà il poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli in un sonetto datato 25 febbraio 1833:

« Vierà allora un diluvio univerzale,
C'appett'a a llui la cascata de Tivoli
Parerà una pissciata d'urinale. »

Eppure, quando Noè alla fine del diluvio invia gli uccelli esploratori, ecco che cosa accade:

« Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall'arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. » (Gen 8, 10-11)

Come potevano essere sopravvissuti degli ulivi a quel diluvio rovinoso, tale da scaricare ettolitri d'acqua al secondo sulla superficie del pianeta? E, ammettendo che non fossero stati sradicati, come potevano essere sopravvissuti al diluvio sotto chilometri d'acqua? Isaac Asimov, nella sua celebre rilettura scientifica dei primi 11 capitoli della Genesi, sostiene che gli antichi Ebrei ritenevano i vegetali niente più che delle escrescenze del terreno, non quindi dei veri esseri viventi, ma il mistero su come degli ulivi siano sopravvissuti a quell'inondazione da fantascienza senza venire disintegrati rimane fitto. Per di più il discorso potrebbe essere ripetuto per la stessa arca di Noè; come potrebbe un vascello primitivo di legno, progettato solo per galleggiare e non per navigare, essere sopravvissuto a quell'inferno di acque che si riversano a valanghe sulla Terra?

Michelangelo Buonarroti, il Diluvio Universale, Cappella Sistina: dettaglio dell'Arca

Michelangelo Buonarroti, il Diluvio Universale, Cappella Sistina: dettaglio dell'Arca

Come se non bastasse, c'è un ultimo problema: dopo 150 giorni di inondazioni, semplicemente, i 4,4 miliardi di km3 di acqua si sono... "ritirati". Dopo essere comparsa fuori praticamente dal nulla all'improvviso, tutto d'un tratto dove è andata a finire tutta quell'acqua? È impensabile che sia semplicemente evaporata, poiché come visto avrebbe saturato l'atmosfera rendendo impossibile la respirazione di chicchessia. E allora? Possibile che i pii Ebrei del sesto secolo avanti Cristo abbiano messo insieme un racconto così inverosimile? Il fatto è che, per loro, questo racconto non era affatto inverosimile. Per loro, la Terra era un disco piatto sorretto da colonne con le fondamenta nello Sheol, il regno sotterraneo dei morti, a sua volta poggiato sull'Abisso del caos. Al di sopra della Terra si trovava una cupola di cristallo chiamata firmamento, e sopra di esso vi era un immenso oceano, detto oceano celeste, il quale spiega perchè di giorno il cielo appare azzurro come il mare. Questa concezione cosmologica ci fa comprendere le famose parole del Salmo 148:

« Lodatelo, cieli dei cieli,
voi, acque al di sopra dei cieli... » (Sal 148, 4)

Nel secondo giorno della Creazione, Iddio ha steso il firmamento proprio per separare « le acque dalle acque », e creare così uno spazio asciutto nel quale alloggiare l'umanità: è evidente l'analogia con il mito babilonese del dio Marduk, che sconfisse e uccise il drago Tiamat, simbolo delle acque primigenie, ne ruppe in due il corpo ed usò una metà per creare il cielo, e l'altra per creare la terra. Ecco spiegato da dove vengono le acque del diluvio: dall'oceano che si trova sopra il cielo! Considerando che la Terra conosciuta era assai più piccola del pianeta a noi ben noto quasi in ogni sua parte (andava pressappoco dalla Grecia alla Persia, e dalla Nubia al Caucaso), appare evidente che era necessaria una quantità d'acqua assai minore di quella da noi calcolata sopra per cancellare la vita dal mondo. Inoltre, una volta finito il diluvio, le sue acque sono "sparite" perchè sono defluite nell'oceano su quale poggiava il disco terrestre. Conclusione: il racconto biblico del diluvio è compatibile solo con un modello a Terra piatta e con un oceano sopra le nostre teste: una cosmologia assai diversa da quella dell'universo in cui viviamo, come Copernico, Galilei, Newton e Hubble ci hanno insegnato.

Prima di passare al capitolo successivo, proviamo a porci quest'ultima domanda. Abbiamo appurato che una pioggia in grado di sommergere l'intera crosta terrestre nel giro di 40 giorni e 40 notti non ha potuto ragionevolmente aver luogo sul nostro pianeta. Ma allora la leggenda del diluvio da dove è nata? Non si può certo rispondere che "un mitografo se l'è sognata una notte", come fanno certi scienziati beffardi che se la ridono della Bibbia e di ogni libro sacro. Noi sappiamo che né la Bibbia né alcun altro libro sacro va deriso, bensì interpretato. Tanto più che praticamente ogni popolo, nel proprio substrato mitologico, ha il racconto di una catastrofe primigenia che, nella notte dei tempi, andò vicina a cancellare la vita dalla Terra: dal Perù alla Scandinavia, dal Canada alla Polinesia, dall'Africa centrale fino all'India, quasi tutte le religioni parlano di divinità che, per un motivo o per un altro, ma di solito per la malvagità degli uomini, tentarono di spazzarli via, e di solito utilizzando non il fuoco o altri distruttivi espedienti, ma attraverso una colossale inondazione. Come diceva Agatha Christie, « una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze fanno un indizio, tre coincidenze fanno una prova ». Dunque le coincidenze dei racconti del diluvio della Bibbia, dei poemi babilonesi, delle mitologie dei Nativi Americani e di quelle delle Hawaii, di cosa possono costituire una prova? Quale misteriosa catastrofe ebbe luogo nel buio della Preistoria, quando la scrittura non esisteva ancora e il tramandarsi della memoria storica era legato necessariamente alla trasmissione orale, che poi la avrebbe ingigantita fino alle proporzioni di un disastro cosmico?

Padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà Teologica dell'Italia Centrale, ha scritto in proposito: « Ma il diluvio è accaduto? Possiamo onestamente e legittimamente ipotizzare che a qualche probabile catastrofe del genere, certamente avvenuta, possa essere dato, nell’immaginario collettivo, il significato di un flagello per l'umanità intera, come a volte accade per terremoti o tsunami. Sebbene non al modo in cui è raccontato nella Bibbia, tuttavia può essere accaduto qualche episodio del genere, se si pensa che il racconto è ambientato in quella terra che è di mezzo ai due grandi fiumi Tigri ed Eufrate, dove anche geologicamente ben si presta a simili esondazioni.
L’umanità antica non aveva idea di come fosse fatta la terra, della sua reale grandezza, e della sua capienza umana, per cui anche un solo episodio fuori del comune che avesse coinvolto popolazioni intere, come quelle della vasta area molto abitata, poteva significare "tutta la terra" e con essa tutta l’umanità. Dunque è probabile che una eccezionale catastrofe meteorologica sia stata vista come la punizione divina per il male che imperversava nel mondo umano. »

Dunque, il ricordo di quale evento storico può essere stato trasfigurato dal mito fino ad originare il mito del diluvio? Di ipotesi ne sono state fatte tante. La più semplice, a cui allude anche Padre Athos Turchi, è legata al luogo stesso dove le grandi civiltà ebbero inizio: la Mezzaluna Fertile. I grandi fiumi che la irrigano diedero vita, fin dalla più remota antichità, ad alluvioni di proporzioni gigantesche, e dunque potrebbe essere stato facile "allargare" una di esse fino a far ritenere che una di esse avesse sommerso tutto il mondo abitato. Il primo ad avanzare questa ipotesi fu Sir Charles Leonard Woolley (1880-1960), che nel 1922 iniziò una vasta campagna di scavi nell'Iraq meridionale e riportò alla luce la biblica Ur, una delle città più antiche della Terra. Qui egli trovò uno strato di fango alluvionale spesso oltre due metri, sotto il quale vi erano solo reperti dell'Età della Pietra. Woolley interpretò questo strato come il limo depositato da una imponente alluvione avvenuta prima del 3000 a.C., con effetti devastanti su una regione già notevolmente antropizzata (la cosiddetta Cultura di Ubaid fiorì tra il 4500 e il 3500 a.C.). La vicenda di questa catastrofe ancestrale oi sarebbe stata ingigantita dai Sumeri, i quali immaginarono che un solo uomo si fosse salvato dall'inondazione, il leggendario Ziusudra (in lingua sumerica "Dai giorni prolungati"), poi divenuto Atrahasis (in accadico "Il molto saggio") tra gli Accadi e Ut-Napishtim in Babilonia e in Assira. Si tratta di un'ipotesi che gode di molto credito anche nei libri di testo scolastici, ed è stata fatta propria anche da Isaac Asimov, ma che non spiega perchè il racconto di una super-alluvione è diffuso in ogni parte del mondo, anche in aree distanti migliaia di chilometri dalla valle del Tigri e dell'Eufrate. Ad esempio, nella mitologia dei Micmac, che abitano le province marittime del Canada, la cattiveria tra gli uomini crebbe al punto che essi cominciarono a uccidersi tra di loro. Questo causò un grande dolore al dio Sole, creatore del mondo, il quale pianse lacrime che divennero pioggia, così copiosa da provocare un diluvio. I Micmac tentarono di salvarsi salendo su canoe di corteccia, ma solo un vecchio e una donna sopravvissero e ripopolarono la Terra: una leggenda che certo non può avere relazioni con l'alluvione scoperta da Sir Woolley.

Altri autori sostengono che il "diluvio" sarebbe stato causato dalla caduta di un meteorite o di una cometa nell'Oceano Indiano intorno al 2800 a.C., che avrebbe scavato un cratere di 30 km e innescato giganteschi tsunami, cioè onde anomale che avrebbero investito il golfo Persico e risalito la valle del Tigri e dell'Eufrate. Ciò spiegherebbe perchè l'Autore del Libro della Genesi scrive:

« In quel giorno eruppero tutte le sorgenti del grande abisso, e le cateratte del cielo si aprirono » (Gen 7, 11b)

L'erompere delle sorgenti dell'Abisso, che dà l'idea del sorgere delle acque dal basso anziché di una caduta dall'alto, sarebbe compatibile con un'onda di tsunami che proviene dal Golfo Persico. Un'altra ipotesi è stata avanzata nel 1998 da William Ryan e Walter Pitman, geologi della Columbia University: secondo loro nel Neolitico quello che noi chiamiamo Mar Nero era un vasto lago d'acqua dolce, il cui livello a causa dell'evaporazione si trovava oltre 100 metri sotto il livello del mare; sulle sue coste sarebbero fiorite culture tecnologicamente molto avanzate. Intorno al 5600 a.C. un terremoto avrebbe distrutto la diga naturale del Bosforo che teneva separato il Mediterraneo dal Mar Nero, e le acque salse del primo si sarebbero riversate nel secondo con una fantasmagorica cascata. I nostri antenati avrebbero visto le acque salire persino di un metro al giorno, travolgendo ogni opera dell'uomo, e sarebbero fuggiti nelle regioni circostanti, inclusa la Mesopotamia, portandovi il ricordo di una catastrofe per quei tempi inspiegabile, ed attribuibile solo all'ira degli déi. A sostegno di questa affascinante ipotesi vi sono diverse prove: tracce di un antico livello del mare in un canyon presso il Bosforo, sensibili anomalie nella distribuzione degli strati d'acqua e tracce di sedimenti fossili al di sotto del livello attuale del mare scoperte nel 2004. Non tutti però accettano la teoria dell'inondazione del Mar Nero; e comunque neanche quest'ipotesi, come quella dell'impatto meteoritico nell'Oceano Indiano, spiega perchè i Micmac del Canada condividono con i Sumeri e gli Ebrei il mito del diluvio.

Il mondo durante la Glaciazione di Würm. Si noti il livello più basso dei mari

Il mondo durante la Glaciazione di Würm. Si noti il livello più basso dei mari

Vi è però un fenomeno che ha causato davvero un innalzamento delle acque e copiose inondazioni in ogni parte del mondo, ed è legato alla Glaciazione di Würm. Questo termine indica l'ultimo evento glaciale in ordine di tempo, iniziato circa 110.000 anni fa e terminato verso il 9600 a.C. Esso trae nome dall'omonimo fiume della Baviera il cui corso segna approssimativamente l'avanzamento massimo dei ghiacciai in Europa. Al suo culmine, circa 24.000 anni fa, la maggior parte dell'Eurasia era ricoperta da una tundra fredda e inospitale, mentre le Alpi, la Scandinavia e gran parte delle isole Britanniche erano occupate da vaste calotte glaciali (ma evidenze della glaciazione sono state trovate anche in Canada, Groenlandia, Patagonia e Antartide). Il fatto che enormi quantità d'acqua fossero intrappolate dentro strati di ghiaccio spessi chilometri portò a un generale abbassamento del livello del mare: l'intero Mare del Nord si trovava all'asciutto (il cosiddetto Doggerland), la Sardegna era unita alla Corsica, la Sicilia era collegata al continente e metà del Mar Adriatico fino ad Ancona era emersa, con i fiumi appenninici, veneti e dalmati che confluivano tutti in un Po assai più lungo di quello che noi conosciamo. In generale gli oceani erano più bassi di 120 metri rispetto al livello attuale. I nostri antenati vivevano nelle steppe eurasiatiche cacciando la megafauna del Pleistocene e riparandosi dalle bufere di neve invernali nella profondità delle caverne. Qui dentro, nelle tenebre rischiarate solo da fiammelle tremolanti, gli uomini dell'Età della Pietra si riparavano coprendosi di pelli e sedendosi l'uno accanto all'altro; è probabile che essi trascorressero le interminabili giornate dell'inverno glaciale intrattenendosi con racconti, favole ed avventure di eroi leggendari: fu così che nacquero le mitologie, i poemi trasmessi oralmente e le religioni. Un giorno, però, il clima cambiò: circa 11.000 anni fa le temperature cominciarono a salire, i ghiacciai si ritirarono e si sciolsero, e il livello dei mari cominciò a crescere, prima lentamente, poi sempre più alla svelta. Le culture del tardo Paleolitico che erano nate lungo le rive dei mari videro le acque salire, come se stessero « erompendo le sorgenti del grande abisso », ed allagare i loro insediamenti, ed interpretarono questa inondazione come una punizione dei loro déi nei confronti dell'umanità peccatrice. Quando infine il livello dei mari ebbe raggiunto l'altezza attuale, iniziò una lunga estate calda che dura tuttora, e nella quale l'umanità trovò le condizioni ideali per prosperare e per fondare le grandi civiltà monumentali. Rispetto al precedente periodo glaciale, però, migliaia di chilometri quadrati erano scomparsi sotto le acque degli oceani, e gli uomini costretti ad emigrare dall'assalto dei flutti tramandarono ai loro discendenti la leggenda di una catastrofica alluvione che aveva minacciato di invadere tutte le terre emerse. Fu così che, quando fu infine inventata la scrittura, ottomila anni dopo la deglaciazione, l'antica leggenda delle acque che salivano inesorabilmente, uno choc violentissimo per quegli antichi trogloditi, venne fissato su tavolette d'argilla, dando vita al racconto del diluvio e di Noè, colui che aveva salvato l'umanità dall'estinzione, scampando alla catastrofe grazie all'avvertimento di un Dio che lo aveva in simpatia.