Entriamo nel giardino botanico...
storia e simbologia delle specie vegetali a noi più (o meno) note

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Il tubero nemico del sole
Cominciamo con la patata, nome scientifico Solanum tuberosum, appartenente alla famiglia delle Solanaceae. Non si conoscono varietà spontanee, né si sa da quale specie originaria di Solanum si sia originata la patata odierna. Coltivata in tutto il mondo dalle zone temperate a quelle subtropicali, in condizioni climatiche molto differenti, riveste particolare importanza nei climi temperati, tanto da rappresentare una delle più importanti colture non cerealicole. I suoi tuberi possono essere utilizzati come alimento base, come raccolto da reddito, come mangime per animali e come fonte di amido per molti usi industriali. Oggi è coltivata in oltre 150 paesi, che hanno prodotto 75 milioni di tonnellate su 360 miliardi di ettari: Cina, India, Ucraina, Russia e Stati Uniti d'America rappresentano il 53% della produzione. Quando arrivò dalle Americhe (pare già con il primo viaggio di Colombo), tuttavia, fu catalogata come pianta velenosa e sconsigliata, nonostante i nativi americani la consumassero senza problemi di sorta, e tale rimase fino al '700. Come mai? Il fatto è che il suo tubero contiene la solanina (infatti la patata appartiene alla famiglia delle Solanacee) che, se esposta al sole, si decompone in sostanze tossiche, che possono dare gravi disturbi. Evidentemente i primi contadini spagnoli tenevano i mucchi di patate al sole, sbagliando. Nel '700 però ci si rese conto dell'errore, le patate cominciarono ad essere conservate al buio e al fresco dei sottoscala o delle cantine, e tutto cambiò. La patata divenne la base dell'alimentazione di molti popoli, tanto che, quando nell'800 una malattia delle patate distrusse i raccolti in Irlanda, mezzo milione di irlandesi morirono di fame, e un milione furono costretti ad emigrare negli USA, tra cui gli antenati del futuro Presidente Kennedy (la regina Vittoria donò di tasca sua 5.000 sterline alla popolazione bisognosa, nonostante non fosse particolarmente amata dagli irlandesi).

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Le radici viola
La carota è una pianta erbacea dal fusto di colore verde appartenente alla famiglia delle Apiaceae (un tempo note come Ombrellifere), il suo nome scientifico è Daucus carota ed è diffusa in Europa, in Asia e nel Nord Africa. Le carote moderne vennero domesticate e coltivate per la prima volta in Afghanistan circa 5000 anni fa. Non è certo che i Romani la conoscessero: in un affresco su un muro di una taverna ad Ostia Antica tornata di recente alla luce è visibile una radice (più precisamente si parla di "fittone") con la forma di una carota, ma è più probabile che si tratti di una pastinaca, chiamata anche carota bianca, una varietà meno pregiata. Il famoso gastronomo Apicio infatti ci ha tramandato diversi modi per cuocere la pastinaca. Di certo sappiamo che le carote odierne, dolci e croccanti, furono introdotte nel bacino del Mediterraneo dagli Arabi: arrivarono in Spagna nel XII secolo, in Italia nel XIII, in Francia nel XIV e in Inghilterra nel XV. Oggi è possibile trovare al supermercato delle carote viola, le ho trovate anch'io al Tigros non lontano da casa; molti le schifano, credendole opera di ingegneria genetica, e quindi catalogandole tra i tanto demonizzati OGM (ed invece sono stati prodotti per il bene dell'umanità, come i vaccini). Chissà cosa direbbero se sapessero che quello era il colore originario delle carote vere e proprie. Come racconta Dario Bressanini in uno dei suoi libri, nei quadri dei pittori fiamminghi del '400 si vedono già le carote sui banchi del mercato, ma sono tutte carote viola, tendenti al nero! Nessuna ingegneria genetica, magari orchestrata dagli alieni per conto di Bill Gates: un giorno dal suo orto un contadino estrasse per puro caso delle carote gialle, nate così per una casuale mutazione genetica che aveva prodotto un'abbondanza di carotenoidi, ed ebbe il buon senso di non buttarle via, ma di assaggiarle. Trovatele ottime, cominciò a trapiantarle, a riprodurle, ad incrociarle, fino a che il viola sparì o quasi, soppiantato dal giallo delle carote moderne, che si impose rapidamente sul mercato. Le carote viola oggi hanno ancora scarso mercato, guardate con sospetto per i motivi che ti ho elencati sopra. Ma forse, un giorno...

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La drupa di Cerasunte
Tecnicamente la ciliegia è una drupa, un frutto con una parte carnosa che circonda un nocciolo coriaceo. Il termine inglese (cherry), quello tedesco (kirsche), il francese (cerise), il portoghese (cereja), lo spagnolo (cereza), il lombardo (scirées), il piemontese (ciresa), il veneto (saresa), il friulano (cjariese), il siciliano (cirasa) derivano tutti dall'antico francese o lingua d'oil cherise, a sua volta disceso dal greco κέρασος (kérasos), che s riferisce all'antica città di Cerasunte nel Ponto, oggi Giresun in Turchia, da cui, secondo Plinio il Vecchio, Lucullo (quello dei famosi pranzi) importò a Roma nel 72 a.C. i primi alberi di ciliegio. L'areale indigeno della ciliegia si estende attraverso la maggior parte dell'Europa, dell'Asia occidentale e parti dell'Africa settentrionale, e il frutto è stato consumato sin dalla preistoria, come testimoniano i reperti archeologici. Le ciliegie sono arrivate in Nord America fin dal primo insediamento dell'attuale New York, ancora chiamata Nieeuw Amsterdam, quando ancora era sotto la sovranità olandese: il primo contratto d'acquisto di varie piante da frutto, tra cui 73 ciliegi, a opera di un certo Cornelius van Tienhoven, è datato 18 giugno 1639! Il frutto può nascere da due diverse specie di alberi: il ciliegio dolce (Prunus avium), che produce le ciliegie che siamo abituati a consumare come frutta fresca, e il ciliegio acido (Prunus cerasus), che produce amarene, visciole o marasche, da usare in gastronomia (leggi gelato alla panna variegato amarena, o il famoso liquore chiamato maraschino). Distillando il succo di ciliegie si ottiene un noto liquore, lo cherry; e nel preludio della famosa opera di Pietro Mascagni "Cavalleria Rusticana" si sente Compare Turiddu intonare: « O Lola ch'ai di latti la cammisa / si bianca e russa comu la cirasa... » Oggi il primo produttore mondiale è la Turchia, seguita dagli USA. In Italia sono diffuse due categorie di ciliegie: i duroni, più grandi e scuri, e le tenerine, più chiare e piccole. La ciliegia ha addirittura un suo santo protettore: San Gerardo dei Tintori, copatrono di Monza, che si festeggia il 6 giugno! Secondo uno studio della Michigan State University, le antocianine contenute in elevate quantità nelle ciliegie inibiscono la cicloossigenasi, enzima che risponde ai processi infiammatori segnalando la sensazione di dolore; insomma, esse agiscono in modo simile all'aspirina, ma senza però effetti collaterali. Le antocianine hanno inoltre un'azione antiossidante. Secondo un altro studio della stessa università, una dieta ricca di ciliegie avrebbe dimostrato di poter ridurre i fattori di rischio associati a malattie cardiache e diabete di tipo due nei ratti; che abbiano tali effetti benefici anche sull'Homo sapiens non è dimostrato, ma non ci sarebbe da stupirsene, a patto naturalmente di non farne indigestione perchè, come dice il proverbio, una ciliegia tira l'altra...

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La pesca del lupo
Il pomodoro tecnicamente è una bacca, nativa dell'America Meridionale tra Ecuador e Perù, anche se i più lo ritengono di origine messicana, perchè i primi a coltivarlo in maniera intensiva furono gli Aztechi, che lo chiamavano xitomatl. Ad introdurlo in Europa sarebbero stati i reduci del famigerato sterminatore seriale Hernán Cortés, verso il 1540, mentre in Italia arrivò per la prima volta non a Napoli ma a Pisa, il 31 ottobre 1548, quando Cosimo de' Medici ricevette in regalo un cesto dei pomodori nati da semi a loro volta donati alla moglie, Eleonora di Toledo, dal padre, Viceré del Regno di Napoli. Il termine pomodoro risale al botanico senese Pietro Andrea Mattioli che nel 1544 lo definì "mala aurea", e da qui in italiano "pomo d'oro", perchè le bacche all'epoca erano piccole e di color oro; solo in seguito, tramite incroci, i frutti divennero rossi e sugosi. Invece i francesi lo chiamarono pomme d'amour, "pomo d'amore", perchè si riteneva avesse proprietà afrodisiache (ma io non me ne sono mai accorto). Nel 1640 la nobiltà di Tolone regalò al famoso cardinale Richelieu quattro piante di pomodoro come atto di ossequio, e sempre in Francia era usanza per gli uomini offrire piantine di pomodoro alle dame, come atto d'amor cortese. Inizialmente si pensò che fosse una pianta velenosa, come molte altre portate dall'America, tuttavia venne coltivata come pianta puramente decorativa, e così nel seicento potevi vedere tanti pomodori ciliegini che adornavano i giardini dei nobili, e marcivano senza che nessuno li assaggiasse. Da qui anche il nome latino Lycopersicum, "pesca del lupo", cioè buono da mangiare solo per chi è abituato a mangiare di tutto in mancanza di meglio. In seguito a poco a poco ci si rese conto che, come nel caso della patata, era ottimo da usare in cucina, anche se inizialmente solo nelle salse per condire la carne, e il suo nome scientifico divenne Lycopersicum esculentum, cioè "squisito" (ancora oggi però l'esatta classificazione del pomodoro è ancora oggetto di dibattito, alcuni lo comprendono nello stesso genere della patata, altri in un genere diverso). Antonio Latini, nel suo "Lo scalco alla moderna", trattato di cucina del 1692 (lo scalco era il capocuoco), descrive la ricetta della salsa di pomodoro alla spagnola, diffusa nella cucina napoletana. Non si sa quando si cominciò ad usarlo per condire la pasta o la pizza, ma siccome il pomodoro trovò l'ambiente soleggiato ideale per la sua coltivazione su tutte le rive del Mediterraneo, ci è lecito ipotizzare che ciò avvenne proprio a Napoli. Di sicuro quando nel 1889 il pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito ideò la pizza Margherita (pomodoro, mozzarella e basilico) in onore della regina d'Italia Margherita di Savoia, oggi nota solo per questa pizza e per le innumerevoli corna che il marito e cugino Umberto I le mise, il pomodoro era già diventato uno dei simboli stessi del capoluogo partenopeo.

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La bacca ricca di nicotina
E veniamo alla melanzana o, per meglio dire, alla Solanum melongena. Dal punto di vista botanico, anche se nessuno lo direbbe, è una bacca e fa parte delle Solanacee, per cui è imparentata con il pomodoro, il peperoncino e la patata, anche se questi ultimi vengono dal Nuovo Mondo, mentre la melanzana è originaria del Vecchio Mondo. Come il pomodoro se ne possono mangiare buccia e semi, ma, come la patata, si mangia solitamente cotta. Il frutto contiene numerosi semi piccoli e morbidi, che hanno un sapore amaro perché contengono o sono ricoperti di alcaloidi nicotinoidi, proprio come il tabacco! E la melanzana ha la più alta concentrazione di nicotina di qualsiasi altra pianta, tabacco a parte. La melanzana è nutrizionalmente povera di macronutrienti e micronutrienti, ma la capacità del frutto di assorbire oli e sapori nella sua polpa attraverso la cottura ne ha diffuso a dismisura l'uso nelle arti culinarie di tutto il mondo. In Italia venne inizialmente chiamata petronciana o petronciano. Per evitare fraintendimenti sulle sue proprietà, la prima parte del nome venne mutata in mela, dando così origine al termine melangiana e poi melanzana. Esiste anche una paraetimologia in cui il nome melanzana veniva popolarmente interpretata come "mela insana", proprio perché non è commestibile da cruda. Dalla forma araba con l'articolo (al-bādhingiān) derivano invece le forme catalana (albergínia), francese, tedesca e inglese britannica (aubergine), mentre, da quella senza articolo derivano la forma spagnola (berenjena) e quelle portoghesi (bringella, bringiela, anticamente beringela). I nomi in uso nei paesi di lingua inglese ("eggplant", cioè "pianta delle uova") furono originariamente applicati a cultivar bianche, che assomigliano molto alle uova di gallina!
Non c'è consenso sul luogo di origine della melanzana: la specie vegetale è stata descritta come originaria dell'India, dove continua a crescere spontaneamente, dell'Africa oppure dell'Asia meridionale. È stata sicuramente coltivata in Asia sin dalla preistoria. La prima testimonianza scritta conosciuta della pianta si trova nel Qimin Yaoshu, un antico trattato agricolo cinese completato nel 544 d.C. I numerosi nomi arabi e nordafricani, unitamente alla mancanza degli antichi nomi greco e romano, indicano che fu coltivata in tutta l' area mediterranea dagli Arabi nell'Alto Medioevo; essi poi lo introdusse in Spagna nell'VIII secolo. Un saggio sull'agricoltura di Ibn Al-Awwam scritto in al-Andalus, la Spagna araba del XII secolo, descrive come coltivare le melanzane. La prima citazione nel mondo cristiano  è nel tardo catalano medievale. La melanzana non è registrata in Inghilterra fino al XVI secolo; un test di botanica inglese del 1597 descriveva la "mela madde": « Questa pianta cresce in Egitto quasi ovunque, producendo frutti delle grandi dimensioni di un grande cetriolo... E' cresciuta anche nei nostri giardini di Londra, dove ha prodotto fiori, ma l'inverno si avvicina prima del tempo della maturazione, e i frutti simili ad uova di anatra sono marciti nonostante fosse un anno straordinariamente temperato... » A causa del colore violaceo e del sapore amaro dei semi, un tempo si credeva che il frutto fosse estremamente velenoso, proprio come accaduto alla patata. In effetti fiori e foglie possono essere velenosi se consumati in grandi quantità per la presenza di solanina. La melanzana ha un posto speciale nel folclore: secondo la tradizione italiana del XIII secolo, la melanzana poteva causare addirittura la pazzia. Nell'Egitto del XIX secolo, si diceva che la follia fosse "più comune e più violenta" quando le melanzane sono di stagione in estate. In alcune culture popolari, invece, sognare melanzane è considerato un segno di buon auspicio.

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La scatola dei semi
Il peperone è il frutto della Capsicum annuum, originaria come patate, pomodori e tabacco del Centro America, dei Caraibi e del Sud America; per la precisione è la più comune e ampiamente coltivata dei cinque peperoni domestici. Il genere capsicum prende il nome dal latino "capsa", cioè "scatola", a causa della sua somiglianza con un contenitore che ne racchiude i semi; secondo altri però viene dalla voce verbale greca "capto" ("mordo"), a causa del sapore pungente. Invece "peperone" deriva dal latino "piper", cioè "pepe". La specie comprende un'ampia varietà di forme e dimensioni di peperoni, compresi i peperoni dolci e alcune varietà di peperoncino come il peperoncino e il pepe di cayenna; cultivar discendenti dal peperone selvatico americano si trovano ancora nelle regioni più calde delle Americhe. Per spezzare il monopolio delle repubbliche marinare nel commercio del pepe gli esploratori portoghesi, nel XV secolo, si impegnarono a circumnavigare l'Africa in cerca di una via marittima alternativa per le Indie, mentre Cristoforo Colombo scelse  di "buscar el Levante por el Poniente", scoprendo casualmente l'America, dove non cresceva il pepe bensì il peperoncino, che gli indigeni chiamavano "ají" o "chile". Colombo capì subito che quegli strani baccelli erano diversi dal pepe, a cui li accomunava solo la piccantezza. Tuttavia, forse per consolarsi di essere arrivati nel posto sbagliato, in America anzichè nelle isole delle pregiate spezie, gli spagnoli diedero ai frutti del Capsicum annuum il medesimo nome che usavano per il pepe, "pimienta", e la confusione si estese alle altre lingue europee, dall'inglese pepper al francese piment o poivron, fino al serbo pȁpar, da cui deriva il tedesco Paprika. In Italia questa novità proveniente dal continente americano fu detta inizialmente pepe d'India, poi, dal XVIII secolo, peperone; infine, dalla seconda metà dell'Ottocento, solo le varietà più grandi e non piccanti furono chiamate "peperoni", mentre per le più piccole e piccanti fu coniato il termine peperoncino.
Sebbene il nome della specie, "annuum", significhi "annuale", in realtà la pianta non è annuale ma in assenza di gelate invernali può sopravvivere per diversi anni e crescere fino a diventare una grande erba perenne arbustiva. Capsicum annuum comunque è particolarmente produttivo nei climi caldi e secchi. I singoli fiori sono di colore bianco sporco, a volte violaceo, mentre lo stelo è densamente ramificato e alto fino a 60 cm. Sebbene sia generalmente autoimpollinante, gli insetti impollinatori aumentano le dimensioni dei frutti e la velocità di maturazione, oltre a garantire uno sviluppo simmetrico. Le varietà di peperoni producono frutti di differenti forme: allungata, conica, a prisma e persino a globo, superfici lisce o costolute, e un sapore che può essere sia acre sia dolce. I colori più comuni dei peperoni sono verde, giallo, arancione e rosso, ma se ne trovano anche marrone, bianco, lavanda e viola scuro, a seconda della varietà. I frutti acerbi sono verdi o, meno comunemente, giallo pallido o viola, benché la varietà Permagreen mantenga il suo colore verde anche a piena maturazione. Nel 2020, la produzione mondiale di peperoni è stata di 36 milioni di tonnellate, guidata dalla Cina con il 46% del totale e seguita da Messico, Indonesia e Turchia. Un peperone rosso crudo contiene il 94% di acqua, il 5% di carboidrati, l'1% di proteine e una quantità trascurabile di grassi; 100 grammi di peperoni forniscono 26 calorie e sono una ricca fonte di vitamina C, contenendo il 158% del valore giornaliero. Un peperone rosso fornisce il doppio della vitamina C e otto volte il contenuto di vitamina A di un peperone verde. I peperoni vengono consumati sia freschi (crudi o cotti) sia essiccati: ad esempio il peperone crusco, tipico della cucina lucana. I peperoni maturi possono essere verdi, gialli, arancioni o rossi. Mille sono le possibili ricette, a partire dalla squisita peperonata o i peperoni ripieni, ma è apprezzabile anche la pizza ai peperoni. Viene anche utilizzato come antipasto, condito con olio e sale, eventualmente rosolato su una superficie molto calda (una volta si usava la parte superiore della stufa) fino a renderlo morbido e poi privato della buccia. In Piemonte è servito anche come antipasto in grosse fette, ricoperte sulla superficie interna di bagna càuda. Vi sono anche delle varietà ornamentali che tendono ad avere frutta e fogliame con colori insoliti come il nero e il viola. Il peperone è infestato dalla tignola del tubero della patata (Phthorimaea operculella), un insetto le cui femmine usano le foglie per deporre le uova. Sono i composti chimici chiamati capsinoidi a fornire i sapori distintivi nelle varianti di peperone; in particolare, la capsaicina crea una sensazione di bruciore in bocca, che in casi estremi può durare anche diverse ore dopo l'ingestione. Per descrivere la piccantezza dei peperoni e dei peperoncini (e di altri alimenti) si usa la cosiddetta Scala Scoville, ideata nel 1912 dal farmacista statunitense Wilbur Scoville (1865-1942). In pratica, il peperone si differenzia dal peperoncino perché non contiene la capsaicina: un peperone ha pertanto valore zero nella Scala Scoville. Ultima curiosità. In una delle strisce del capolavoro di Bill Watterson, "Calvin & Hobbes", il pestifero bambino protagonista del fumetto viene mandato a letto senza cena, e nell'ultima vignetta telefona in pizzeria: "...and extra pepperoni!" Un bambino che ordina pizza con aggiunta di verdure? Implausibile, e infatti in inglese "pepperoni" non sono i peperoni, che come detto si chiamano "peppers", bensì il salame piccante, per via della suddetta confusione tra peperoni e pepe!

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L'ortaggio sotto cui nascono i bambini
Il cavolo (Brassica oleracea) è un ortaggio appartenente alla famiglia delle brassicacee,  che comprende molte cultivar molto comuni utilizzate come verdure, come cavoli, broccoli, cavolfiori, cavoli, cavoletti di Bruxelles, verze: tutti utilizzati per le loro grandi riserve di cibo, che vengono immagazzinate durante l'inverno nelle sue foglie. La sua forma spontanea, il cavolo selvatico, originario dell'Europa meridionale e occidentale, è una pianta rustica con un'elevata tolleranza al sale e alla calce. Tuttavia la sua intolleranza alla concorrenza di altre piante in genere limita la sua presenza in natura alle scogliere calcaree, come le scogliere di gesso su entrambi i lati del Canale della Manica. La Brassica oleracea selvatica è una pianta biennale che nel primo anno di vita forma una robusta rosetta di grandi foglie. Le foglie sono più carnose e più spesse di altre brassicacee, un adattamento che lo aiuta a immagazzinare acqua e sostanze nutritive nel suo difficile ambiente di crescita. Nel suo secondo anno, utilizza i nutrienti immagazzinati per produrre una spiga floreale alta da uno a due metri, con numerosi fiori gialli. Uno studio del 2021 ha suggerito che la Brassica cretica diffusa in Grecia e nelle isole dell'Egeo sia all'origine della Brassica oleracea domestica, supportando così l'opinione che la sua coltivazione abbia avuto origine nella regione del Mediterraneo orientale, con successiva mescolanza con altre specie di Brassica. Invece l'analisi genetica di nove popolazioni selvatiche sulla costa atlantica francese ha indicato la loro comune origine selvatica, derivante da piante domestiche fuggite da campi e giardini.
Le tante cultivar oggi note sono suddivise nei seguenti gruppi: gruppo acephala, al quale appartengono il cavolo nero toscano, il cavolo gallego e il cavolo riccio; gruppo alboglabra, a cui appartiene il broccolo cinese; gruppo capitata, di cui fanno parte il cavolo cappuccio e il cavolo rosso; gruppo gemmifera, a cui appartiene il cavoletto di Bruxelles; gruppo gongylodes, a cui appartiene il cavolo rapa; gruppo tronchuda, di cui fa parte il cavolo portoghese. Invece le varietà botrytis (il cavolfiore e il broccolo romanesco) e italica (il cavolo broccolo) sono considerate parte della specie Brassica cretica. Il cavolo cinese e il cavolo di Pechino sono in realtà cultivar della specie Brassica rapa, mentre i broccolini sono un ibrido creato in Giappone.
Il nome "cavolo" (in provenzale "cauls", in tedesco "kohl", in gallese "cawl") deriva dal latino "caulus", a sua volta dal proto-indoeuropeo *keh₂u-li-, da cui anche il sanscrito कुल्या ("kulyā"), il greco antico καυλός ("kaulós", "radice") e il lettone "kauls" ("osso"), visto che alcune specie della famiglia sono legnose alla base. Invece "Brassica" era il nome che Plinio il Vecchio dava a piante simili ai cavoli; si discute se il gallese "bresych", il greco medioevale "βράσκη" e il tipo slavo "broskva" siano mutuati dal latino o di diretta ascendenza indoeuropea. Invece "oleracea" viene dal latino antico "helus", a sua volta, dal proto-italico "*helos", dal proto-indoeuropeo "*ǵʰélh₃-s", da "*ǵʰelh₃-" ("fiorire; giallo"), affine al proto-germanico *gulaz ("giallo"), da cui l'odierno "gelb" in tedesco, "geel" in olandese, "gul" in danese e "yellow" in inglese.
Gli storici ritengono che sia coltivato da migliaia di anni, ma la sua storia come pianta domesticata non è chiara prima dell'epoca greca e romana, quando era già un ortaggio da giardino ben consolidato. Il botanico greco Teofrasto (371-287 a.C.) menziona tre tipi di rhaphanos (ῤάφανος): uno a foglia riccia, uno a foglia liscia e uno selvatico. Riferisce anche la leggenda dell'antipatia tra cavolo e vite, poiché gli antichi credevano che i cavoli coltivati ​​vicino all'uva avrebbero conferito il loro sapore al vino, cosa che ovviamente non ha riscontri scientifici. Attraverso la selezione artificiale per vari tratti fenotipici, nel corso dei secoli si sono ottenute varietà della pianta con drastiche differenze nell'aspetto. La preferenza per foglie, gemma terminale, gemma laterale, gambo e infiorescenza ha portato alla selezione di varietà di cavolo selvatico nelle molte forme conosciute oggi. In particolare la preferenza per il consumo delle foglie ha portato alla selezione di piante con foglie più grandi da raccogliere. Si pensa che quello che oggi chiamiamo "cavolo" sia comparso intorno al V secolo a.C., ma secondo alcuni la varietà di cavolo con foglie più fitte e gemme terminali non comparve prima del I secolo d.C. Marco Porcio Catone (234-149 a.C.) nel De re rustica" scrisse: «Brassica est quae omnibus oleribus antistat; eam esto vel coctam vel crudam » (« È il cavolo quello che supera ogni altro vegetale; si può mangiare sia cotto, sia crudo ») Le preferenze di selezione del fenotipo in Germania hanno portato a una nuova variazione dalla cultivar: selezionando steli più grassi, nell'alto Medioevo comparve la variante nota come cavolo rapa. Alcuni documenti del XV secolo d.C. indicano le prime attestazioni di cavolfiore e broccoli in tutta l'Italia meridionale e in Sicilia, ma secondo alcuni questi tipi potrebbero non essere diventati cultivar se non circa 100 anni dopo. Un'ulteriore selezione in Belgio nel XVIII secolo ha portato ai cavoletti di Bruxelles.
Il tipico sapore delle brassicacee lo dobbiamo al gene TAS2R38, che codifica un recettore accoppiato con le proteine ​​G, mediato da molecole come propiltiouracile e feniltiocarbamide che si legano al recettore del gusto e avviano la segnalazione che conferisce vari gradi di percezione del tipico sapore. Tutte le verdure della famiglia delle brassicacee contengono glucosinolati e isotiocianati, che assomigliano al propiltiouracile, e quindi gran parte dell'amarezza tipica di queste verdure è mediata da TAS2R38. I recettori del gusto amaro della famiglia TS2R si trovano anche nelle cellule della mucosa intestinale e del pancreas sia nell'uomo che nei roditori. Questi recettori influenzano il rilascio di ormoni coinvolti nella regolazione dell'appetito, come il peptide YY e il peptide-1 simile al glucagone, e quindi possono influenzare l'apporto calorico e lo sviluppo dell'obesità. Pertanto la percezione del gusto amaro può influenzare i comportamenti alimentari influenzando sia il sapore che la regolazione ormonale metabolica. Gli individui con almeno una copia dell'allele PAV percepiscono le molecole nelle verdure che assomigliano al propiltiouracile con un sapore amaro, e di conseguenza possono sviluppare un'avversione per queste verdure; al contrario, gli individui con due aplotipi AVI amano anche il sapore amaro. Gli aplotipi PAV e AVI sono i più comuni, sebbene esistano altri aplotipi che conferiscono una sensibilità al gusto amaro intermedia. Questa avversione al gusto del cavolo può applicarsi alle verdure in generale, e da qui il tipico rifiuto di molti bambini di nutrirsi di verdure (e di cavoli in particolare).
Il cavolo ha un modesto contenuto nutrizionale, con piccole quantità di glucidi e ancor meno di proteine. Per i composti minerali e i microelementi presenti in ampia varietà, è invece molto utile per ricostituire le riserve minerali dell'organismo. Per l'elevato contenuto in fibre e per la presenza di parte cellulare vegetale ha elevato potere saziante se unito, come è tradizione a legumi o carboidrati. I più importanti composti minerali contenuti sono zolfo, calcio, fosforo, rame, iodio, selenio, magnesio. Tutti i cavoli (soprattutto se freschi) sono ricchi di vitamine, soprattutto di vitamina C. Per i suoi effetti di ricostruzione vitaminica, rimineralizzante e soprattutto promotrice del movimento intestinale, svolge azione preventiva di molti tumori e, costituendo massa diluente e tampone chimico, combatte le ulcere gastro-duodenali. Per la forte azione osmotica delle foglie fresche, queste sono usate per disinfiammare le contusioni.
Quasi tutte le brassicacee hanno mostrato una straordinaria capacità di raccogliere e fissare nei propri tessuti i minerali contenuti nel suolo, no solo quelli essenziali per l'alimentazione umana, ma anche metalli pesanti, che spesso sono tossici, quali cromo, piombo, arsenico, cadmio. Coltivando piante di cavolo a scopo alimentare è bene assicurarsi che i suoli non siano inquinati da tali metalli.
Le diverse varietà di cavoli hanno numerosi impieghi in cucina: sono molto usati nella cucina italiana, europea e asiatica, sia crudi sia cotti. Per ciascuna varietà esistono mille ricette anche molto particolari, come la famosa cassoeula milanese, tipico piatto invernale a base di verze e di cotiche di maiale, chiamata in italiano bottaggio (probabilmente derivato dal termine francese "potage"), che mia nonna era abilissima a preparare. Il nome deriva probabilmente dal cucchiaio con cui si mescola ("cassœu") o dalla pentola con cui la si prepara (casseruola). Esiste un'altra spiegazione per il nome: per tradizione il piatto veniva preparato dagli operai dei cantieri edili una volta che l'edificio era giunto al tetto, e perciò il nome potrebbe derivare dall'attrezzo utilizzato per mescolarla durante la cottura, per l'appunto la "cazzuola". Esiste un piatto,  La cassoeula, così come viene preparata oggi, nasce tardi, all'inizio del XX secolo, ma le sue varianti più antiche sono di origine incerta e controversa. Probabilmente il piatto deriva ed è legato alla ritualità del culto popolare di Sant'Antonio abate, festeggiato il 17 gennaio, data che segnava la fine del periodo delle macellazioni dei maiali. I tagli di carne utilizzati per la cassœula erano quelli più economici e avevano lo scopo di insaporire la verza, elemento invernale basilare della cucina contadina lombarda nei secoli scorsi. La leggenda vuole che la cassœula nasca da un soldato spagnolo che, invaghitosi di una giovane donna milanese, cuoca di una famiglia nobile, le abbia insegnato la ricetta e che in seguito la donna abbia proposto con successo il piatto ai suoi datori di lavoro. Nella tradizione culinaria popolare europea vi sono altri piatti con ingredienti simili, come le diverse forme di "potée" francesi (minestre a base di cavolo e maiale) o il "Kasseler" ("càssola" nella pronuncia italiana) della tradizione tedesca, consistente in tagli di maiale affumicato servito con un contorno di cavolo verza. Il piatto nazionale della Polonia è il bigos, anch'esso a base di verza.
Non dimentichiamo poi i crauti (in tedesco "Sauerkraut", letteralmente "erba acida"), uno dei prodotti più frequenti nella dieta germanica, al punto da formare all'estero, insieme a patate e salsicce, il cliché culinario generalmente attribuito ai tedeschi (come pasta e pizza per gli italiani). La loro preparazione è a base di cavolo cappuccio, le cui foglie sono tagliate a piccole strisce e sottoposte a fermentazione naturale controllata, per circa due mesi, con aggiunte di sale da cucina, pepe e aromi. Il procedimento, usato principalmente come metodo di conservazione, modifica il profilo organolettico del vegetale e conferisce ai crauti il tipico sapore deciso e leggermente aspro. Il risultato è un alimento ricco di vitamine e sali minerali. I crauti favoriscono la digestione, poiché rinforzano la flora intestinale, allontanando così batteri e virus patogeni. Questo risultato si ha solo se mangiati crudi, perchè nella cottura tutti i fermenti vivi e le vitamine termolabili, così importanti per la nostra flora intestinale e non solo, vengono compromessi irrimediabilmente. In realtà i crauti appartengono alla tradizione gastronomica non solo di aree di lingua tedesca come Germania, Austria, alcuni cantoni svizzeri e Alto Adige, ma anche di Paesi come Slovenia ("kislo zelje"), Ungheria, Croazia, Polonia ("kapusta kiszona"), Ucraina, Russia (Квашеная капуста, "kvašenaja kapusta"), Repubblica Ceca ("kysané zelí"), Bosnia ed Erzegovina e Serbia ("kiseli kupus"). I crauti vengono usati nei piatti tradizionali anche in Romania, chiamati "varză murată". In Italia sono diffusi nei territori un tempo asburgici come il Friuli-Venezia Giulia (con il nome di "capuzi") e nell'Emilia occidentale (con il nome di "sacrao"). In Trentino, e in particolare nella zona del Tesino, e nella parte di Veneto che confina con esso, sono consumate le verde o verdòle, con una preparazione pressoché identica, se non nel taglio delle foglie (tagliate in piccoli quadretti) e per la durata della fermentazione (40-50 giorni).
Una curiosità: quando vengono cotti, tutti i cavoli emanano un cattivo odore perché sono ricchi di composti di zolfo, che vengono liberati dalla cottura. I solfuri, in gran parte isotiocianato di metile, svaniscono al 90% dopo 8 minuti di cottura, e l'estrazione è totale dopo 16 minuti.
Una tra le storie più celebri che un tempo venivano raccontate ai bambini che chiedevano come sono nati, oltre a quella della cicogna, afferma che essi sarebbero stati raccolti proprio sotto le foglie di questi ortaggi. Ma perchè proprio sotto i cavoli? Per molti secoli nelle regioni dell'Europa centrale il cavolo era l'alimento che durante l'inverno garantiva vitamine e minerali. Da sempre simbolo di fecondità e di vita, veniva raccolto dopo nove mesi dalla semina, ovvero da marzo a settembre, proprio quanto dura la gestazione dei bambini. La piantagione e la raccolta dei cavoli erano affidati a donne che venivano chiamate levatrici, proprio come quelle che aiutavano la futura mamma durante il parto, perché le contadine avevano il compito di recidere il “cordone ombelicale” che legava il cavolo alla terra; da qui la leggenda che i bambini fossero trovati sotto ai cavoli.
Un altro modo di dire assai celebre alle nostre latitudini è senza dubbio « salvare capra e cavoli », detto di chi vuole raggiungere due obiettivi apparentemente inconciliabili tra di loro. Il detto nasce da un famoso esercizio di logica che, secondo la tradizione, sarebbe stato inventato da Alcuino di York (735-804), teologo e pedagogo inglese, che nel 782 fu chiamato da Carlo Magno a dirigere la Schola Palatina di Aquisgrana, una delle prime scuole pubbliche al mondo, destinata ai futuri funzionari del Sacro Romano Impero. Un contadino deve trasportare da una riva all'altra di un fiume un lupo, una capra e dei cavoli, ma ha a disposizione solo una barchetta che oltre al contadino non può trasportare più di una cosa per volta, e naturalmente bisogna impedire che il lupo mangi la capra o la capra mangi i cavoli. Qual è l'esatto ordine di azioni necessario per raggiungere l'obiettivo? Assumendo che il lupo, in quanto carnivoro, a differenza della capra non mangi i cavoli, ecco la soluzione. Il contadino deve traghettare per prima la capra; poi tornare indietro e traghetta i cavoli; riporta indietro la capra (per non lasciarla con i cavoli) e traghettare il lupo (che può restare con i cavoli); infine tornare indietro a prendere la capra. Tra andata e ritorno, sono sette viaggi in tutto!
Molte altre espressioni legate a "cavolo" fanno oggi parte del linguaggio comune: testa di cavolo, non fare un cavolo, commettere una cavolata, incavolarsi. Nessuna di questa è però legata alle molte proprietà delle brassicacee, derivando piuttosto da un eufemismo scherzoso, laddove si vuole evitare di usare uno dei tanti termini popolari con cui si indica l'organo genitale maschile (pare che derivi da "ocazzo", antica denominazione del maschio dell'oca, oppure dal greco κύαθος, "kýathos", cioè "mestolo"). Ma l'odore sulfureo del cavolo cotto può aver contribuito in larga misura alla sostituzione.
Chiudiamo con una nota storica dal tono agrodolce. Con la scoperta dell'America cominciò l'epoca dei viaggi navali su lunghe distanze, e tale fatto pose una questione drammatica: come contrastare l'insorgenza dello scorbuto, una malattia terribile e spesso letale, che oggi sappiamo dovuta a carenza di acido ascorbico (vitamina C) presente in agrumi, pomodori, peperoni e kiwi. Con la navigazione costiera, l'assenza da terra durava solo per pochi giorni, e il cibo fresco durava abbastanza bene per tale periodo, per cui nel passato non si erano mai verificati casi di malattia particolari. Invece, navigando per lunghi periodi senza toccare terra e senza cibi freschi, insorsero subito nei marinai gravissimi inclusi perdita di denti, emorragie gengivali e sottoungueali, apatia, irritabilità, perdita di peso, dolori muscolari e articolari. Nel 1747 il medico scozzese James Lind (1716-1794), imbarcato sulla HMS Salisbury della marina da guerra britannica, condusse il primo studio clinico accurato su questa malattia, annotando scrupolosamente i sintomi dei marinai affetti dallo scorbuto e scoprendo che tali sintomi, che portavano alla morte certa, erano scongiurati se nella dieta erano presenti agrumi, non facili allora da reperire, oppure cavoli, reperibili con facilità anche nei paesi nordici. Ben presto tutte le navi oceaniche ebbero a bordo una grossa scorta di cavoli freschi, che permetteva, grazie alla vitamina C in essi contenuta, di poter fare viaggi di molte settimane senza toccare terra. Nella soste a terra, in qualsiasi posto del mondo, erano molto ricercati i cavoli (o gli agrumi, secondo la latitudine) per ricostruire le scorte. Grazie ai cavoli e agli agrumi la colonizzazione giunse rapidamente in ogni angolo del mondo e divennero possibili nel 1700 e 1800 le campagne di pesca di mesi in mare aperto delle navi baleniere, che in poche decine di anni provocarono lo sterminio di cetacei e di foche raggiungendo tutti gli oceani del pianeta. Involontariamente, dunque, i cavoli condussero a due delle piaghe del mondo moderno: il colonialismo, specie in Africa e in Asia, e la caccia ai mammiferi marini, che li ha portati sull'orlo dell'estinzione. Quando si dice: teste di cavolo...

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L'ortaggio di Maratona
Tocca al finocchio. Il suo nome latino è Foeniculum vulgare (è un diminutivo di "faenum", che significa "fieno", forse perchè era usato nell'alimentazione animale) ed è una angiosperma della famiglia delle carote. È un'erba perenne resistente, con fiori gialli e foglie piumate. È originario delle coste del Mediterraneo, ma si è ampiamente diffuso in mezzo mondo, specialmente sui suoli asciutti vicino alle coste e sulle rive dei fiumi. Il nome greco del finocchio è marathos (μάραθος), e il luogo della famosa battaglia di Maratona significa letteralmente "pianura dei finocchi". Pensate che questa parola è attestata per la prima volta nella forma micenea lineare B, come ma-ra-tu-wo! Nella "Teogonia" di Esiodo, Prometeo ruba agli dei la brace ardente nascondendola in un gambo cavo di finocchio. Il finocchio è una delle nove piante invocate nel canone pagano anglosassone delle nove erbe magiche, messo per iscritto nel X secolo. Nel XV secolo, i coloni portoghesi di Madeira notarono l'abbondanza di finocchi selvatici e vi fondarono una città chiamata Funchal, dal portoghese "funcho" ("finocchio"), oggi capoluogo dell'isola. La poesia "Il calice della vita" di Henry Wadsworth Longfellow (1842) si riferisce ripetutamente alla pianta e menziona la sua presunta capacità di rafforzare la vista: « Sopra le piante inferiori, torreggia / il Finocchio dai fiori gialli; / e in un'epoca precedente alla nostra / era dotato di poteri meravigliosi / visione perduta da ripristinare. »
È un'erba molto saporita e, insieme all'anice, dal sapore simile, è uno degli ingredienti primari dell'assenzio. I fiori sono prodotti in ombrelle composte con 20–50 minuscoli fiori gialli ciascuna su pedicelli corti. Poiché il seme nel frutto è attaccato al pericarpo, l'intero frutto viene spesso erroneamente chiamato "seme". Si consuma la grossa guaina bianca di forma bulbosa, detta grumolo, che si sviluppa alla base, messa in vendita con un breve ciuffo di fusti e foglie. Il suo colore bianco è dato dalla tecnica dell'imbianchimento, una rincalzatura che si effettua a cadenza regolare nel corso dello sviluppo del grumolo, o almeno due settimane prima della raccolta. La raccolta dei grumoli avviene in tutte le stagioni, secondo le zone di produzione, dopo circa 90 giorni dalla semina. Richiede frequenti e abbondanti irrigazioni e preferisce un clima temperato di tipo mediterraneo. Il Foeniculum vulgare 'Purpureum' o "finocchio a foglia di bronzo", è invece ampiamente diffuso come pianta decorativa da giardino. La comune distinzione tra "finocchio femmina" e "finocchio maschio" è solo formale: il primo è di forma allungata e il secondo di forma tondeggiante; il finocchio maschio è più apprezzato sotto l'aspetto merceologico perché meno fibroso e più carnoso. Oggi il maggior produttore mondiale è l'India, seguita a ruota da Cina e Bulgaria. Il bulbo, il fogliame e i frutti della pianta del finocchio sono utilizzati in molte delle tradizioni culinarie del mondo. Il frutto essiccato del finocchio è una spezia aromatica al gusto di anice, marrone o verde quando è fresco, che diventa lentamente grigio opaco man mano che il frutto invecchia; con il finocchio si fanno anche ottime tisane diuretiche, disintossicanti e carminative.
Chiudiamo con qualche curiosità. L'espressione "lasciarsi infinocchiare" deriva dall'abitudine dei commercianti di vino di offrire spicchi di finocchio a chi si presentava per acquistare il vino contenuto nelle botti, perchè il grumolo contiene sostanze aromatiche che modificano leggermente la percezione dei sapori, rendendo saporito il successivo assaggio di un vino di qualità scadente o prossimo a diventare aceto. Purtroppo in tante culture "finocchio" è diventato sinonimo spregiativo di gay (lo usa anche Monica Vitti ne "La ragazza con la pistola"). Secondo una leggenda popolare, ai tempi dell'Inquisizione i semi di finocchio sarebbero stati gettati sugli omosessuali che venivano bruciati sul rogo, al fine di mitigare la puzza di carne bruciata, ma non vi è alcuna prova oggettivamente documentata che questo sia ma stato fatto (e il rogo era riservato agli eretici, non ai gay). Una spiegazione più probabile ritiene che il finocchio selvatico venisse usato come ripiego per aromatizzare i cibi quando non si avevano i soldi per comprare le pregiate e costose spezie provenienti dall'Oriente (ancor oggi in Toscana col finocchio si dà l'aroma al salame, producendo la famosa "finocchiona"), e quindi "finocchio", se riferito a una persona, sarebbe qualcuno che vale davvero poco, un uomo che non è neppure un uomo. Secondo altri invece "finocchio" in quest'accezione sarebbe un'allusione metaforica alla forma arrotondata del grùmolo, che ricorda vagamente quella delle natiche umane. Una metafora, in ogni caso, che è meglio non usare mai!

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La lanterna del peccatore
E veniamo alla zucca. Con questo termine vengono identificati i frutti di diverse cultivar appartenenti alla famiglia delle Cucurbitaceae, in particolare alcune specie del genere Cucurbita: Cucurbita maxima, Cucurbita pepo e Cucurbita moschata (ma anche specie appartenenti ad altri generi come ad esempio la Lagenaria vulgaris o zucca ornamentale). Le specie del genere cucurbita variano di numero da 13 a 40 a seconda degli autori: la grande diversità delle varietà coltivate e la facilità con cui le specie di Cucurbita si ibridano tra loro portano infatti a molta confusione nella loro nomenclatura. Il termine "zucca" deriva probabilmente dal latino "cucutia", con caduta della cu- iniziale e con la metatesi tra c e z, ed infatti nei dialetti dell'Italia meridionale è sopravvissuto il termine "cocuzza". Secondo la professoressa Rosa Ronzitti dell'università di Genova, "cucutia" deriverebbe dal latino classico "cutis", "pelle, involucro, guscio di frutto" (da cui anche "cute"), forse dall'indoeuropeo *(s)keu-t-, "coprire, avvolgere" o da *keu-, "rigonfiamento, per la sua forma. Altri invece propongono una derivazione dal latino sūc(c)us,-i, a sua volta dall'indoeuropeo *seu(H)-, "succo, umido", ad indicare il suo uso dopo l'essiccazione come contenitore di liquidi vari, ma anche la sua caratteristica succosità.
Dal punto di vista evolutivo, il genere Cucurbita è di origine relativamente recente: risale infatti solo all'Olocene (iniziato 10.000 anni fa), mentre la famiglia delle Cucurbitacee risale al Paleocene: sono stati ritrovati dei semi di una specie simile alla attuale Bryonia, rinvenuti a Shirley Canal, nel Montana, e risalenti a 50 milioni di anni fa. Abbiamo sufficienti testimonianze archeologiche per affermare che le Cucurbitacee, alcune specie delle quali (quelle "a fiaschetta") erano diffuse anche nel Vecchio Mondo, cominciarono a essere coltivate per la prima volta in maniera sistematica nel Centro e Sud America, e in particolare negli stati messicani di Puebla, Oaxaca, e Mexico. La coltivazione era già praticata in epoca precolombiana praticamente in tutta l'America centrale, e le zucche nei loro paesi di origine sono conosciute con il nome di ayotes, dal Náhuatl ayotli. Di solito le zucche erano coltivate in una triplice combinazione detta milpera, con il mais e i fagioli. In Perù è stata trovata ceramica Mochica con rappresentazione della pianta dell zucche. Sull'onda dei Conquistadores furono trapiantate in Europa, Asia e Africa, però tardarono a diffondersi; la facilità e lo scarso impegno nella sua coltivazione portarono a utilizzarla molto come alimento per animali.
Le specie del genere Cucurbita sono piante erbacee annuali e dioiche. In generale striscianti o rampicanti, nella varietà silvestre raggiungono vari metri di lunghezza, lanciando dei viticci con i quali si aggrappano alla vegetazione adiacente. Le foglie sono in genere palmate. I frutti presentano una grande varietà di dimensioni a seconda della specie, arrivando a vari chilogrammi di peso, con notevoli variazioni anche nella forma: se ne producono di larghi, cilindrici, sferici, con colori che vanno dal giallo pallido al verde intenso. La parte esterna del frutto si indurisce e ingrossa con l'avanzare della maturazione. La zucca è comunemente usata nella cucina di diversi popoli: la polpa di zucca si consuma cotta, i semi si mangiano abbrustoliti e salati, mentre se crudi sono utilizzati per le lori proprietà vermifughe. Inoltre da essi viene estratto un olio commestibile dal gusto delicato. La zucca è un frutto che si presta a numerose ricette: si consuma cucinata al forno, al vapore, nel risotto o nelle minestre, fritta nella pastella, alcune si conservano tagliate a fette ed essiccate. Particolarmente famosi sono i tortelli alla mantovana, ripieni dell'omonima varietà di zucca. Le specie più usate in cucina in Italia sono la Cucurbita maxima, come la Zucca Marina di Chioggia, e la Cucurbita moschata, come la Zucca di Napoli. Della zucca si consumano anche i fiori, solamente quelli maschili, quelli cioè con il gambo sottile, che dopo l'impollinazione sono destinati ad appassire: vengono fritti dopo essere stati impanati. Primo produttore al mondo ancora una volta è la Cina, seguita da India, Ucraina e Russia. In particolare la specie Cucurbita pepo è quella che noi chiamiamo comunemente "zucchina", i cui frutti cilindrici e di colore verde scuro sono colti e consumati immaturi (io ne sono ghiotto).
Anche la zucca, nella sua apparente banalità, ha una simbologia molto complessa. In Occidente essa ha spesso connotazioni dispregiative: l'iniziale ignoranza delle sue qualità nutritive e la minore fertilità dovuta alle condizioni climatiche dell'Europa rispetto al clima più caldo dell'America ha probabilmente contribuito in maniera determinante a questa svalorizzazione. Già per i Romani (che ne coltivavano le varietà del Vecchio Mondo) la zucca era simbolo di stupidità e di follia: "sei uno zuccone!" è ancor oggi epiteto tipico degli studenti teste di legno. Seneca portò questa svalutazione al massimo grado con la sua opera satirica "Divi Claudii Apokolokyntosis", cioè "Inzuccatura del Divo Claudio", evidente parodia dell'Apotheosis (divinizzazione) degli imperatori romani: il povero Claudio, dopo la morte probabilmente per mano della seconda moglie Agrippina, anzichè deificato si ritrova trasformato in una zucca! (Κολοκύνθη) Del resto Seneca aveva i suoi motivi per avercela con Claudio, che dietro istigazione della prima moglie Messalina lo aveva esiliato da Roma. Nel Medioevo la zucca venne riabilitata e la sua ricchezza di semi la portò a diventare simbolo di resurrezione dei morti. Come tale appare in alcune opere d'arte ai piedi di Cristo. Inoltre le zucche essiccate e svuotate erano usate come borracce dai pellegrini che si recavano a visitare i tradizionali Luoghi Santi (Roma, Monte Sant'Angelo, Santiago de Compostela, la Terrasanta), e come tale la troviamo nelle rappresentazioni di Giacomo Maggiore, di Cristo sulla via di Emmaus e dell'Arcangelo Raffaele. Lo storico dell'arte Cesare Ripa (1555-1622) torna a considerarla simbolo di stupidità e speranza fallace, perché in pochissimo tempo cresce e in altrettanto breve tempo avvizzisce e cade a terra. Con lo stesso significato la rintracciamo nella Satira VII di Ludovico Ariosto (1474-1533): « Fu già una zucca che montò sublime / in pochi giorni tanto, che coperse / a un pero suo vicin l'ultime cime. [...] / "Ma tu che a un volger d'occhi arrivi in cielo, / renditi certa che, non meno in fretta / che sia cresciuto, mancherà il tuo stelo." » Secondo Anton Francesco Doni (1513-1574) l'espressione "avere sale in zucca" deriva « dall'usanza antica di portare il sale nelle zucche vuotate ed essiccate, per cui avere la zucca vuota o essere senza sale in zucca erano le definizioni popolari per persone senza cervello o con limitata intelligenza. » Ma ormai, sulla scia dell'arrivo dalle Americhe di migliori qualità di zucche, era tempo per la sua definitiva riabilitazione: Borso d'Este (1413-1471), Duca di Ferrara, pose la zucca nel proprio stemma: essa era coltivata nei terreni sabbiosi lungo il fiume Po, che proprio Borso aveva bonificato restituendoli all'agricoltura; e giusto in questo periodo comparve a Ferrara la celebre ricetta dei "cappellacci" di zucca. Le nuove cultivar di zucche provenienti dall'America furono subito identificate, per la grandezza, la bellezza e la ricchezza di semi, come portatrici di denaro e prosperità. A partire dalla metà del Cinquecento la zucca americana, nelle sue numerosi varianti, apparve con sempre maggior frequenza nei quadri che mostravano scene di natura morta o di mercato, ma che, in realtà, nascondevano sottotraccia finalità grottesche legate alla sessualità, potendo alludere alle rotondità femminili e alla gravidanza, come possiamo osservare in un quadro di Joachim Beuckelaer (1530-1573) intitolato "Mercato di Campagna": l'uomo ritratto, un venditore di selvaggina, cinge le spalle e tocca il seno di un'ortolana che appoggia la mano sinistra, allusivamente, su alcune zucche, quasi a promettere un futuro rapporto sessuale. Nel quadro di Vincenzo Campi (1536-1591) intitolato "Pescivendola" si vede in primo piano un polpo che avviluppa una zucca (fuori contesto merceologico) con i suoi tentacoli: i pesci erano rappresentazioni della sessualità maschile, mentre la zucca lo era di quella femminile. Il polipo che abbraccia la feconda zucca è immagine traslata dell'accoppiamento umano.
Infine, nei paesi anglosassoni (ma si va sempre più diffondendo anche nel nostro) la zucca è da sempre simbolo della festa di Halloween (dall'inglese All Hallows' Eve, letteralmente "vigilia di Ognissanti"): una grossa zucca gialla della varietà Aspen, la quale produce grossi frutti globosi che possono arrivare a pesare anche dieci chili, viene scavata per ricavarne una rudimentale lanterna mediante l'apertura di finestre che simulano bocca e occhi. Secondo il mito, nella notte del 31 ottobre la zucca esposta fuori casa cattura gli spiriti maligni, imprigionandoli per sempre. Ma perché è stata scelta proprio la zucca? Secondo un lugubre mito, Jack O'Lantern era un fabbro irlandese con il vizio dell'alcol, ma particolarmente astuto. La sera del 31 ottobre Jack si recò alla sua locanda preferita per bere, ma lungo la strada si imbatté nel diavolo in persona, pronto ad impossessarsi della sua anima. Jack prese tempo e chiese al demonio di poter almeno bere il suo ultimo bicchiere e, non avendo soldi con cui pagarlo, l'uomo convinse il diavolo a trasformarsi in una moneta con cui avrebbe potuto comprare il suo amato liquore. Quando Belzebù lo ebbe fatto, tuttavia, Jack infilò la moneta in tasca accanto ad una corona del rosario, la quale impedì al demonio di riprendere la sua forma originaria. Quando però egli morì come tutti si muore, non vene ammesso in Paradiso perché era stato un peccatore, e neppure il diavolo lo volle all'inferno, memore dello scherzo che gli aveva combinato. E così, il povero Jack fu condannato a vagare per il mondo per l'eternità; il diavolo gli concesse solo un po' di fuoco che gli illuminasse la strada nel buio. Per mantenere la fiamma accesa il più a lungo possibile, Jack ripose il fuoco in una rapa svuotata, che divenne così una lanterna. Da allora, secondo i superstiziosi, nelle notti di Halloween sarebbe possibile scorgere nel buio la fiammella di Jack, in viaggio senza una meta. Infatti, un tempo nella tradizione inglese si utilizzavano le rape intagliate per scacciare gli spiriti. Come si è arrivati alla zucca? Nel 1845 l'Irlanda fu colpita da una grave carestia che portò alla migrazione di massa di tanti irlandesi che si trasferirono in America. La comunità irlandese stanziata negli Stati Uniti e in Canada continuò a rispettare le proprie tradizioni popolari di origine celtica ma, non avendo a disposizione le rape nella nuova terra, le sostituì con le zucche, più facili da reperire e di dimensioni più grandi. Da qui nacque negli Stati Uniti la tradizione delle zucche di Halloween, che divenne il simbolo definitivo di Halloween a metà Novecento. Alcuni storici hanno collegato la festa di Halloween a quella pagana e celtica di Samhain, o addirittura a presunti culti satanisti, ma in realtà Halloween era una festa tipicamente cristiana accolta dal popolo irlandese dopo la conversione. I primi cristiani ricordavano tutti i Santi Martiri il 13 maggio, festa dei Lemuralia nell'antica Roma, ma il papa siriano Gregorio III (che nulla aveva a che fare con il mondo celtico) il 1° novembre 732 consacrò un oratorio a San Pietro dedicato alla memoria di tutti i martiri, e non ci sarebbe alcuna prova che Gregorio III sia stato influenzato da festività pagane nella scelta di questa data (altri storici attribuiscono il cambio di data della festa a Papa Gregorio IV). Ciò che va rigettato di Halloween non è dunque la sua connessione con i Santi e con i defunti, ma il carattere di "Carnevale horror" che ha assunto negli Stati Uniti d'America per motivi puramente commerciali, così come altre feste in origine cattoliche, da San Valentino allo stesso Natale, sono state stravolte per diventare unicamente culti del dio denaro. Meglio dunque omaggiare la zucca come simbolo di una donna in gravidanza, che di un'anima in pena condannata a non trovare requie per l'eternità!

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Il profumo del pitale
Ora, sperando di farvi cosa gradita, vi dirò qualcosa sugli asparagi. Quelli che noi chiamiamo così sono in effetti i turioni, ovvero i giovani getti commestibili che si ramificano dai rizomi, cioè fusti modificati che crescono sotto terra formando un reticolo, della pianta nota come Asparagus officinalis, una angiosperma monocotiledone oggi diffusa in tutti i continenti, Antartide esclusa. Essa cresce fino a un metro e mezzo di altezza, ed è una specie dioica, cioè porta fiori maschili e femminili su piante diverse, come i kiwi (dei quali ti parlerò in un altro messaggio). Solo raramente si trovano piante ermafrodite. Il frutto è una piccola bacca rossa di alcuni millimetri di diametro, tossica per l'uomo. Il nome deriva dal greco "aspharagos", che è a sua volta derivato dal persiano "asparag", ossia germoglio. Alcuni lo credono originario delle Americhe come patate e pomodori, e invece abbiamo le prove che fu coltivato e utilizzato nel Mediterraneo dagli Egizi e in Asia Minore migliaia di anni fa: una pianta di asparagi sembra essere raffigurata come offerta votiva su un fregio egizio risalente al 3000 a.C.! Greci e Romani lo mangiavano fresco quando era di stagione e lo essiccavano per l'uso invernale. L'imperatore Augusto coniò l'espressione "più veloce della cottura degli asparagi" per un'azione rapida e incisiva, come racconta Svetonio nelle sue Vite dei Cesari. Una ricetta per cucinare gli asparagi è riportata in una delle più antiche raccolte di ricette sopravvissute, il "De re coquinaria" di Apicio (I secolo d.C.). Catone e Plinio descrissero accuratamente non solo il metodo di coltivazione, ma anche quello di preparazione degli asparagi. Agli imperatori romani gli asparagi piacevano così tanto, che sembra che abbiano fatto costruire delle navi apposite per andarli a raccogliere! Nel II secolo d.C. il medico greco Galeno menzionò gli asparagi come un'erba benefica, ma con il declino dell'impero romano il loro valore medicinale cominciò a passare in secondo piano. Nel XVI l'opera "Il giardino profumato" dell'arabo al-Nafzawi celebrava il presunto potere afrodisiaco degli asparagi. Gli asparagi furono portati in Nord America dai coloni europei già nel 1655: Adriaen van der Donck, un immigrato olandese, menzionava gli asparagi nella sua descrizione delle pratiche agricole olandesi nel Nuovo Mondo, e nel 1685 una delle pubblicità di William Penn per attirare i compatrioti in Pennsylvania includeva pure gli asparagi in un lungo elenco di colture che crescevano bene nel clima americano! Anche i nativi americani essiccavano gli asparagi per successivi usi officinali. Il consumo frequente di asparagi porta ad un tipico odore dell'urina per via dei composti a base di zolfo che contengono, ed infatti Proust scriveva: «  L'asparago trasforma il mio vaso da notte in un flacone di profumo! »  Il raccolto di asparagi è così popolare in California che la città di Stockton organizza ogni anno un festival per celebrarlo, mentre la contea di Oceana, nel Michigan, si è autoproclamata "capitale mondiale degli asparagi" ed ospita un festival annuale con tanto di parata e di elezione di "regina degli asparagi". Tale titolo però le è conteso dalla città tedesca di Schwetzingen. Molte altre città tedesche, tra cui Norimberga, organizzano uno Spargelfest annuale, che celebra il raccolto degli asparagi bianchi, e si tiene persino un campionato di rapidità nella sbucciatura degli asparagi! In Germania gli asparagi vengono spesso consumati con prosciutto, uova sode, patate e una salsa al burro fuso che anch'io da giovane ho potuto apprezzare. Consiglio anche a voi di assaggiarla appena possibile!

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Cuore di articiòc
Vi ricordate il Cynar, del liquore creato nel 1948 dall'imprenditore veneziano Angelo Dalle Molle e reso popolarissimo negli anni sessanta e settanta da un celeberrimo Carosello con il grande Ernesto Calindri, che lo sorseggiava nel bel mezzo di una strada trafficatissima di auto e motocicli tipica del Miracolo Economico? "Cynar: contro il logorio della vita moderna..." Gli estimatori del Cynar, peraltro a gradazione alcolica relativamente bassa (16%), sapevano che esso era a base di carciofo perchè questo pungente ortaggio era raffigurato sull'etichetta sotto il suo nome, ma ben pochi erano al corrente che il liquore veneto è debitore al carciofo anche del nome. Infatti il nome scientifico del carciofo, una angiosperma dicotiledone della famiglia delle Asteracee, è Cynara scolymus. La parola italiana "carciofo" deriva dalla diffusione nel Mediterraneo dell'arabo "ḵuršūf". Nei dialetti dell'Italia settentrionale viene chiamato "articiòc", termine simile ad altre lingue europee: in francese è artichaut, in inglese artichoke, in tedesco Artischocke. Probabilmente tale termine è stato preso in prestito dallo spagnolo alcachofa, a sua volta discesa dall'arabo andaluso medievale "al-kharshūfa" (incluso l'articolo determinativo arabo al). La forma araba kharshūfa è ancora usata oggi nell'arabo maghrebino, probabilmente dalla parola "hardafa", che significa "squama".
Documentazioni storiche e linguistiche sembrano indicare che la domesticazione del carciofo dal suo progenitore selvatico, Cynara cardunculus, una delle tante specie che porta il nome generico di cardo (vedi più sotto), sia avvenuta in Sicilia, a partire dal I secolo dopo Cristo; ed infatti in alcuni orti casalinghi della Sicilia centro-occidentale ancora oggi si conserva un'antica cultivar che, sotto il profilo biologico e molecolare, sembrerebbe una forma di transizione tra il cardo selvatico ed alcune delle varietà di carciofo oggi diffuse. La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente era una varietà selvatica, e pare che le si attribuissero poteri afrodisiaci. Il cardo è citato come pianta da giardino già da Omero ed Esiodo, e Plinio il Vecchio menzionò la coltivazione del "carduus" a Cartagine e a Cordova. Nella mitologia greca si narra che Zeus (vecchio maiale) si innamorò della bellissima ninfa Cynara, di carattere ritroso e solitario. La ninfa lo respinse e Zeus, colmo di rabbia, la trasformò nel carciofo, come lei spinoso, ma dolce e saporito, verde e viola come gli occhi della ninfa. Nel XII secolo fu menzionato nel compendio agricolo composto da Ibn al-'Awwam a Siviglia, e in Germania da Santa Ildegarda di Bingen, nominata Dottore della Chiesa da Papa Benedetto XVI. Nel XV secolo il carciofo era già consumato in Italia: apparve in Toscana verso il 1466. La tradizione dice che fu introdotto in Francia da Caterina de' Medici, la quale adorava i cuori di carciofo, quando si sposò con il re Enrico II di Francia. Gli olandesi introdussero i carciofi in Inghilterra: abbiamo notizie che nel 1530 venivano coltivati nell'orto di Enrico VIII. I colonizzatori spagnoli e francesi dell'America lo portarono in quel continente nel secolo XVIII, rispettivamente in California e in Louisiana. Paradossalmente, oggi in California i cardi sono diventati un'autentica piaga, esempio tipico di specie aliena invasiva in un habitat in cui non si trovava precedentemente. Anche Luigi XIV era un grande consumatore di carciofi. A Vittorio Amedeo II di Savoia (1666-1732), primo Re di questa casata, si attribuisce l'aforisma: « l'Italia è come un carciofo, va mangiata foglia per foglia » (e così infatti fece il suo discendente Vittorio Emanuele II).
L'Italia è il primo produttore di carciofi al mondo, seguita da Egitto e Spagna. Da qualche anno in qua, a causa di un'epidemia che ha colpito gli asparagi, in Perù si è cominciato a coltivare i carciofi al fine di esportarli nei paesi europei, facendo del Perù il quarto produttore mondiale. Il carciofo cotto non salato contiene l'82% di acqua, il 12% di carboidrati, il 3% di proteine e il 3% di grassi; una porzione da 100 grammi di carciofi cotti fornisce 74 calorie, è una ricca fonte di acido folico ed una fonte moderata di vitamina K, magnesio, sodio e fosforo. Inoltre il carciofo contiene la cinarina, un polifenolo derivato dell'acido caffeico che apporta benefici alle funzionalità epatiche. Il basso contenuto calorico del carciofo fa sì che sia indicato nelle diete dimagranti. Oltre che in mille gustose ricette, come i celeberrimi carciofi alla giudia della tradizione romana, il carciofo può essere utilizzato per realizzare tisane (il tè l carciofo è molto apprezzato in Vietnam) e anche per composizioni floreali ornamentali. Infine, il decotto di carciofo può stimolare la crescita dei capelli. E scusate se è poco!

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Il cereale che ha bisogno della calce
Il mais (Zea mays) è un cereale domesticato per la prima volta dalle popolazioni indigene nel sud del Messico circa 10.000 anni fa. Il fusto frondoso della pianta produce infiorescenze pollinifere (dette "fiocchi") e ovulifere ("pannocchie") separate; le seconde, una volta fecondate, producono i cosiddetti grani di mais, che in realtà sono frutti e non semi.  Infatti il pericarpo del frutto è fuso con il tegumento detto "cariosside", tratto tipico delle graminacee. La pianta di mais è spesso alta 3 m, sebbene alcuni steli possano crescere fino a 13 m di altezza. Una pannocchia contiene comunemente 600 chicchi. Sono di vari colori: nerastri, grigio-bluastri, porpora, verdi, rossi, bianchi e gialli. Quando viene macinato, il mais produce più farina con molta meno crusca rispetto al grano. Manca il glutine proteico del frumento e, quindi, produce prodotti da forno con scarsa capacità di lievitazione. Una variante genetica che accumula più zucchero e meno amido nella pannocchia viene consumata come verdura e si chiama mais dolce. Le spighe giovani possono essere consumate crude, ma man mano che la pianta matura (di solito durante i mesi estivi), la pannocchia diventa più dura e si secca fino a diventare immangiabile. Entro la fine della stagione di crescita, i chicchi si seccano e diventano difficili da masticare senza cottura. Mentre i mais gialli derivano il loro colore dalla luteina e dalla zeaxantina, nei mais di colore rosso la colorazione del chicco è dovuta agli antociani e ai flobafeni.
Il mais è diventato un alimento base in molte parti del mondo, con la produzione totale di mais che oggi supera quella del grano o del riso. Nel 2021 la produzione mondiale totale è stata di 1,2 miliardi di tonnellate. Solo negli Stati Uniti nel 2021 ne sono stati coltivati 384 milioni di tonnellate; seguono a ruota Cina, Brasile, Argentina, Ucraina e India. Oltre ad essere consumato direttamente dall'uomo, il mais viene utilizzato anche per l'etanolo da mais (uno dei più importanti biocarburanti), l'alimentazione animale e altri prodotti come l'amido di mais e lo sciroppo di mais. La sua fermentazione e la sua distillazione danno origine a bevande alcoliche come il whisky (il nome deriva dal gaelico "uisce beatha", "acqua di vita"). L'amido di mais può anche essere trasformato in plastica, tessuti, adesivi e molti altri prodotti chimici.
La parola mais deriva dalla forma spagnola della parola indigena Taíno "mahiz" che indicava questo cereale. Il mais come oggi lo coosciamo è stato selezionato dall'uomo, ed è necessario l'intervento umano per la sua propagazione. Il fatto che i chicchi cadano o meno dalla pannocchia da soli è una chiave utilizzata in archeologia per distinguere il mais adomesticato dal suo antenato che si propaga naturalmente, il cosiddetto teosinte. La maggior parte degli storici ritiene che il mais sia stato domesticato nella valle di Tehuacán oppure nell'adiacente valle del fiume Balsas del Messico centro-meridionale. Uno studio del 2002 ha dimostrato che tutto il mais odierno è nato da un singolo domesticamento nel Messico meridionale circa 9.000 anni fa. Lo studio ha anche dimostrato che i più antichi tipi di mais sopravvissuti sono quelli degli altopiani messicani. Successivamente, il mais si è diffuso da questa regione nelle Americhe lungo due percorsi principali, coerentemente con un modello basato sulla documentazione archeologica che suggerisce che il mais si sia diversificato negli altopiani del Messico prima di diffondersi nelle pianure; avrebbe raggiunto le valli andine della Colombia tra il 7000 e il 6000 a.C. Sono state trovate prove della coltivazione di mais in Perù risalenti a circa 6700 anni fa. Gli Olmechi e i Maya coltivavano numerose varietà di mais in tutta la Mesoamerica; a partire da questa regione si è sviluppata una rete commerciale basata su eccedenze e nuove varietà di colture di mais. Verso il 1000 a.C. gli Olmechi avevano organizzato il loro calendario, i lori miti e la loro visione del mondo con il mais al centro del loro simbolismo. I Mapuche del Cile centro-meridionale coltivavano mais insieme a quinoa e patate in epoca precolombiana, tuttavia la patata era il loro alimento base. L'espansione dell'Impero Inca fece sì che il mais venisse commerciato e trasportato in tutto il Sudamerica.
Per i Maya, che lo chiamavano ixim, il mais era la divinità principale, protagonista di un ciclo mitologico che narrava la sua morte per decapitazione e la sua successiva rinascita all'inizio dell'attuale era del mondo come pianta alimentare, ma non solo: come grande albero cosmico al centro dell'universo e sovrano primordiale. Con il mais gli deì avevano impastato il corpo dell'uomo, istituendo così una fondamentale analogia tra il ciclo vitale della pianta e quello umano. Come alimento per i popoli precolombiani il mais aveva un ruolo così centrale che la parola "waaj", il nome della pagnotta di mais cotta al vapore dentro le foglie che avvolgono la pannocchia, era utilizzato come termine generico per "alimento", come avviene con l'italiano "pane". Lo stesso valeva per gli Aztechi che a quella pagnotta ("tamalli" in lingua náhuatl) aggiunsero un diverso sistema di preparazione, il quale prevedeva la cottura alla piastra di una sorta di frittella detta "tlaxcalli" e oggi nota come tortilla (uno dei cibi simboli del Messico). Con una particolare varietà di mais gli Aztechi facevano anche una specie di popcorn detto "momochtli". Le zuppe erano la principale forma di preparazione del mais anche nel mondo andino, dove gli Incas lo chiamavano sara. Tra l'altro, il famoso "astronauta di Palenque", una raffigurazione sulla pietra tombale del re-sacerdote Pakal, risalente al 692 d.C., che secondo gli ufologi rappresenta una vera e propria astronave con tanto di pilota alieno, in realtà (come riconosciuto da tempo dagli archeologi) rappresenta la discesa agli Inferi di Pakal lungo il fusto dell'albero cosmico di mais!!
Dopo l'arrivo degli europei nel 1492, i coloni spagnoli scoprirono il mais, lo portarono in Europa e lo introdussero in altri paesi, ed esso si diffuse nel resto del mondo grazie alla sua capacità di crescere in climi diversi. La coltivazione intensiva iniziò molto probabilmente nel sud della Spagna nel 1525, dopodichè si diffuse rapidamente nel resto dell'Impero Spagnolo compresi i suoi territori in Italia e, da lì, in altri stati italiani. Il mais aveva molti vantaggi rispetto al grano e all'orzo: produce due volte e mezzo la loro energia alimentare per unità di superficie coltivata e può crescere ad altitudini e climi estremamente variabili, da regioni relativamente secche con solo 250 mm di pioggia annuale a regioni umide con oltre 5.000 mm. Per l'errata credenza che venisse dall'Asia fu chiamato granoturco, e così è conosciuto ancor oggi. Nel XVII secolo era un alimento comune per i contadini dell'Europa sudoccidentale, in Italia specialmente sotto forma di polenta, anche se, nel capitolo VI dei "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni, Renzo trova il cugino Tonio intento a preparare « una piccola polenta bigia, di grano saraceno », evidentemente ancora il cereale più diffuso nel milanese nel novembre 1628. Da notare che il mais conobbe un destino simile a quello della patata: esso infatti provocò epidemie di pellagra, una malattia terribile che conduce alla pazzia e che uccise migliaia di persone. Ai tempi si credeva che fosse dovuta, come per la patata, a qualche tossina contenuta nel mais, ma le ricerche non diedero esito e si continuò a morire di pellagra, sino a che non ci si accorse che in Messico si consumavano vagonate di mais, eppure la pellagra era sconosciuta. Solo nel 1935 ci si rese conto che la pellagra era dovuta a carenza di vitamina D, abbondante in tutti i cereali. Abbonda anche nel mais, ma la cuticola esterna impedisce al chicco di rilasciarla. Gli Aztechi e gli altri popoli precolombiani avevano imparato a mettere a bagno il mais in acqua e calce, così da sciogliere la cuticola e liberare la vitamina D (un processo chiamato nixtamalizzazione); gli spagnoli però non avevano esportato questo processo in Europa, probabilmente nell'errata convinzione che si trattasse solo di un rito pagano. Quando fu introdotto anche in Europa, usando procedimenti chimici anche più efficaci del bagno nella calce, la pellagra a poco a poco sparì, e oggi è ridotta a pochi casi facilmente curabili. Come vedete, anche gli erboristi del passato sbagliavano, e di grosso!

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Il pane dei tropici
La manioca (Manihot esculenta, chiamata anche "yuca" in lingua Arawak e "kappa" o "maricheeni" in lingua Malayalam, è un arbusto legnoso della famiglia delle Euforbiacee, originario del Sud America. Sebbene sia una pianta perenne, la manioca è ampiamente coltivata come coltura annuale nelle regioni tropicali e subtropicali per il suo tubero commestibile e ricco di amido, una delle principali fonti di carboidrati per le popolazioni andine. La manioca viene consumata prevalentemente bollita, ma grandi quantità vengono utilizzate per estrarre l'amido di manioca, chiamato tapioca o cassava, che viene utilizzato per alimenti, mangimi e scopi industriali.
Pianta arbustiva, perenne, dicotiledone, alta da uno a cinque metri, ha rami fragili a scorza liscia. Le foglie sono semplici, alterne e caduche, costituite da lembi multilobati lunghi da 10 a 20 cm e attaccati allo stelo da piccioli lunghi fino a 30 cm. I fiori unisessuali sono raggruppati in infiorescenze con fiori maschili in alto e femminili alla base. Il frutto è una capsula contenente tre semi. Poiché i semi germinano con difficoltà, per la riproduzione si usano le talee prelevate dalla coltura precedente. La radice tuberizzata della manioca è lunga e affusolata, con una polpa soda e omogenea racchiusa in una scorza staccabile, spessa circa 1 millimetro, ruvida e marrone all'esterno. Le cultivar commerciali possono avere un diametro da 5 a 10 centimetri, una lunghezza compresa tra 15 e 30 cm e un peso tra i 900 e i 2.300 grammi. Lungo l'asse della radice corre un fascio vascolare legnoso, e la polpa può essere bianca o giallastra. Ogni pianta produce normalmente 5-10 tuberi. Le radici di manioca sono molto ricche di amido e contengono piccole quantità di calcio (16 milligrammi per 100 grammi), fosforo (27 mg per 100 g) e vitamina C (20,6 mg per100 g), ma sono poveri di proteine ​​e altri nutrienti. Al contrario, le foglie di manioca sono una buona fonte di proteine ​​per l'alimentazione animale e umana, ma sono carenti dell'aminoacido metionina.
La manioca è la terza più grande fonte di carboidrati alimentari nei tropici, dopo riso e mais, un alimento di base così importante che almeno 800 milioni di persone in tutto il mondo dipendono dalla manioca come alimento principale. La manioca svolge un ruolo particolarmente importante nell'agricoltura nei paesi in via di sviluppo, in particolare nell'Africa subsahariana, perché è una delle colture più resistenti alla siccità, in grado di crescere su terreni poveri e con scarse precipitazioni, e perché è una pianta perenne che può essere raccolta all'occorrenza. La sua ampia finestra di raccolta leconsente di agire come riserva di carestia ed offre flessibilità agli agricoltori poveri di risorse perché serve come coltura di sussistenza o da reddito. Le condizioni ottimali per la coltivazione della manioca sono temperature medie annue comprese tra 20° e 29°C, precipitazioni annue comprese tra 1.000 e 2.500 mm e un periodo di crescita annuale non inferiore a 240 giorni. La manioca è ben adattata entro latitudini 30° nord e 30° sud, ad altitudini comprese tra il livello del mare e 2.000 m sul livello del mare. La manioca viene raccolta a mano sollevando la parte inferiore del fusto, estraendo le radici dal terreno e rimuovendole dalla base della pianta. Essa viene propagata tagliando lo stelo in sezioni di circa 15 cm, piantate prima della stagione delle piogge. La manioca è una coltura altamente produttiva se si considera l'energia alimentare prodotta per unità di superficie terrestre al giorno: 250.000 kcal/ha, rispetto a 156.000 kcal/ha per il riso, 110.000 kcal/ha per il frumento e 200.000 kcal/ha per il mais. La manioca cruda contiene il 60% di acqua, il 38% di carboidrati, l'1% di proteine ​​e ha un contenuto di grassi trascurabile. Una confezione da 100 grammi di manioca cruda fornisce 160 kilocalorie di energia alimentare e il 25% del valore giornaliero di vitamina C,. L'amido di manioca cotto ha una digeribilità superiore al 75%. Con 60 milioni di tonnellate annue (il 20% del totale), la Nigeria è il più grande produttore mondiale di manioca, seguita dalla Repubblica Democratica del Congo con 41 milioni, dalla Thailandia con 29, dal Ghana con 21,8 e dall'Indonesia con 18,3. Nel 2020 la produzione globale di radice di manioca è stata di 303 milioni di tonnellate. La Thailandia è il più grande esportatore di amido di manioca.
Ma attenzione! Le radici, le bucce e le foglie di manioca non devono essere consumate crude perché contengono due glucosidi cianogenici, la linamarina e la lotaustralina. Questi vengono decomposti dalla linamarasi, un enzima presente in natura nella manioca, liberando acido cianidrico. La manioca è classificata come dolce o amara, con le varietà amare che ne contengono quantità molto maggiori di  glucosidi cianogenici. Deve dunque essere adeguatamente preparata prima del consumo, poiché una preparazione impropria della manioca può lasciare abbastanza cianuro residuo da causare intossicazione acuta, paralisi parziale, atassia (un disturbo neurologico che colpisce la capacità di camminare, noto come konzo) e anche la morte. Gli agricoltori spesso preferiscono le varietà amare perché scoraggiano parassiti, animali e ladri (una dose di 25 mg di glucoside cianogenico di manioca puro, che contiene 2,5 mg di cianuro, è sufficiente per uccidere un topo! Durante la crisi in Venezuela alla fine degli anni 2010, sono state segnalate dozzine di morti a causa del fatto che i venezuelani ricorrevano al consumo di manioca amara per arginare la fame. Casi di avvelenamento da manioca sono stati documentati anche durante la carestia che accompagnò il "Grande balzo in avanti" in Cina (1958-1962). Le società che tradizionalmente mangiano manioca generalmente sanno che un breve ammollo della manioca non è sufficiente, ma l'ammollo per 18-24 ore può rimuovere fino a metà del livello di cianuro. Per alcune varietà dolci con radici più piccole, la cottura è sufficiente per eliminare ogni tossicità. Il cianuro viene portato via nell'acqua di lavorazione e le quantità prodotte nel consumo domestico sono troppo piccole per avere un impatto ambientale. Invece la produzione industriale di farina di manioca può generare abbastanza cianuro e glicosidi cianogenici negli effluenti da avere un grave impatto ambientale.
Passiamo alla storia. Manioca deriva da un termine in lingua Guarani attraverso il francese "manioc". La parola tapioca viene invece dalla lingua Tupi (Brasile) "tipioca" "succo di manioca pressata", da "tipi", "residuo", e "og", "spremere"; la parola cassava discende invece dal francese "cassave" attraverso lo spagnolo "casabe", dalla parola "caçabi" in lingua Taino. É stato dimostrato che le popolazioni selvatiche di Manihot esculenta sottospecie flabellifolia sono le progenitrici della manioca domesticata. Esse sono concentrate nel Brasile centro-occidentale, dove probabilmente la manioca fu domesticata per la prima volta 10.000 anni fa. Si possono trovare anche varietà delle moderne specie domestiche che crescono allo stato selvatico nel sud del Brasile. Del polline fossile di manioca è stato rinvenuto nel sito archeologico di San Andrés, nelle pianure del Golfo del Messico, risalente al 4600 a.C. La più antica prova diretta della coltivazione della manioca proviene invece da un sito Maya di 1.400 anni fa, Joya de Cerén in El Salvador. Con il suo alto potenziale alimentare, essa divenne ben presto un alimento base per le popolazioni native del Sud America settentrionale, della Mesoamerica e del popolo Taino nelle isole caraibiche, che la chiamavano yuca e la coltivavano utilizzando una forma di agricoltura ad alto rendimento; non a caso, essa è spesso raffigurata nell'arte nativa. Il popolo Moche ad esempio raffigurava spesso la yuca nelle sue ceramiche. Nei primi anni della loro occupazione dell'America, gli spagnoli non volevano mangiare manioca o mais, che consideravano velenosi e poco nutrienti, perchè legati a culti pagani. La coltivazione e il consumo di manioca continuarono tuttavia sia nell'America portoghese che in quella spagnola, ed anzi la produzione in serie di pane di manioca divenne la prima industria cubana fondata dagli spagnoli, perché il clima tropicale cubano non era adatto alla semina del grano. La manioca dal Brasile fu introdotta in Africa dai commercianti portoghesi nel XVI secolo. Nello stesso periodo fu anche introdotta in Asia attraverso commercianti portoghesi e spagnoli, e piantata nelle loro colonie a Goa, Malacca, Indonesia orientale, Timor e Filippine. Ecco perchè oggi il mais e la manioca sono importanti alimenti di base, sostituendo le colture africane native, in paesi come la Tanzania. La manioca è diventata una coltura importante anche in Asia: viene coltivato principalmente per l'estrazione di amido e la produzione di biocarburanti in Thailandia, Cambogia e Vietnam. Secondo una leggenda la manioca sarebbe stata introdotta nel 1880 nello stato del Kerala, nell'India meridionale, dal re di Travancore, il Maragià Vishakham Thirunal, come sostituto del riso dopo che una grande carestia aveva colpito il suo regno, ma vi sono casi documentati di coltivazione di manioca in quello stato prima del suo regno. La manioca è talvolta chiamata "il pane dei tropici", ma non va confuso con l'albero del pane asiatico (Artocarpus altilis) o africano (Treculia africana).
Il genoma completo dell'aplotipo della manioca africana è stato completamente sequenziato e reso disponibile utilizzando la tecnologia Hi-C. La ​​diversità genetica è vitale quando la produttività è diminuita a causa di parassiti e malattie e i piccoli proprietari tendono a conservare pool genetici meno produttivi ma più diversificati.
Purtroppo grandi quantità di manioca immagazzinata vanno sovente perdute a causa dell'infestazione da insetti, con perdite tra il 19% e il 30% del prodotto raccolto. In Africa i problemi maggiori li davano la cocciniglia della manioca (Phenacoccus manihoti) e l'acaro verde della manioca (Mononychellus tanajoa), che potevano causare perdite di raccolto fino all'80%. Questi parassiti dilagarono negli anni '70 e '80, ma sono stati messi sotto controllo in seguito all'istituzione del Centro di Controllo Biologico per l'Africa dell'Istituto Internazionale di Agricoltura Tropicale (IITA), il quale ha scoperto che due nemici naturali sudamericani, Anagyrus lopezi (una vespa parassitoide) e Typhlodromalus aripo (un acaro predatore), controllano efficacemente rispettivamente la cocciniglia della manioca e l'acaro verde della manioca. Invece il batterio Xanthomonas axonopodis provoca la peronospora della manioca. Questa malattia ha avuto origine in Sud America e ha seguito la manioca in tutto il mondo, rendendosi responsabile di perdite e carestie quasi catastrofiche negli ultimi decenni. Il virus del mosaico della manioca africana fa appassire le foglie della pianta della manioca, limitando la crescita della radice; la diffusione di questo virus in Africa negli anni '20 dovuta alla mosca bianca e al trapianto di piante malate in nuovi campi portò a una gravissima carestia. Verso la fine degli anni '80 in Uganda si è verificata una mutazione che ha reso il virus ancora più dannoso, causando la completa perdita delle foglie. Questo virus mutato si è diffuso a una velocità di 80 chilometri all'anno, e dal 2005 è stato trovato in Uganda, Ruanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo. Un'altra delle principali minacce alla coltivazione in tutto il mondo è rappresentata dalla vasta gamma di nematodi parassiti della manioca in tutto il mondo: essi includono Pratylenchus brachyurus, Rotylenchulus reniformis, Meloidogyne incognita e Meloidogyne javanica. Purtroppo la ricerca sui parassiti nematodi della manioca è ancora agli inizi: poiché i nematodi hanno una distribuzione apparentemente irregolare nei campi agricoli di manioca, non è facile definire chiaramente il livello di danno diretto attribuito ai nematodi e successivamente quantificare il successo di una contromisura. Visto che i nematocidi si sono rivelati poco efficienti, l'uso di cultivar resistenti è il metodo di gestione più pratico di questa infezione.
La manioca subisce un deterioramento fisiologico post-raccolta una volta che i tuberi vengono separati dalla pianta principale, e questo rappresenta uno dei principali ostacoli che impediscono agli agricoltori di esportare manioca all'estero e di generare reddito. La manioca fresca può essere conservata come la patata, usando il tiabendazolo o la candeggina come fungicida, quindi avvolgendola nella plastica, ricoprendola di cera o congelandola, ma tali strategie si sono rivelate economicamente o tecnicamente impraticabili. L'ingegneria genetica (il progetto chiamato "BioCassava Plus") ha portato alla nascita di varietà di manioca con una migliore durata dopo il raccolto, ma si sa bene la diffidenza del grande pubblico verso gli OGM.
I piatti a base di manioca sono ampiamente consumati dovunque venga coltivata la pianta (ovviamente deve essere cotta correttamente per disintossicarla prima di essere mangiata). Un metodo di lavorazione sicuro noto come "metodo di bagnatura" consiste nel mescolare la farina di manioca con acqua in una pasta densa, stenderla in uno strato sottile su un cesto e poi lasciarla riposare per cinque ore a 30 °C all'ombra. In questo lasso di tempo, circa l'83% dei glicosidi cianogenici viene scomposto dalla linamarasi. La radice della varietà dolce ha un sapore delicato e può sostituire le patate; può essere trasformata in una farina che viene utilizzata in pane, torte e biscotti.
In diversi paesi dei Caraibi con la tapioca si produce un alimento simile al pane, chiamato "casabe" in Repubblica Dominicana e Porto Rico; ad Haiti lo si mangia con burro di arachidi o latte, a Porto Rico con olio e aceto. La farina di manioca viene usata anche per fare alcune varianti locali della "empanada": due esempi sono la "catibía" dominicana e le "pasteles" portoricane, ripiene di manzo, pollo o maiale, un piatto tipicamente natalizio. In Giamaica con la tapioca si realizza il tradizionale "bammy", un pane basso originariamente tipico dell'etnia Arawak. Altre ricette caraibiche a base di tapioca sono la "moussa" haitiana fatta con tapioca bollita, il "sancocho" dominicano, un bollito misto di verdure, e le "arepitas de yuca" dominicane, fettine di radice di manioca fritte.
In El Salvador, Costa Rica e altri paesi dell'America centrale la "yuca" viene bollita, fritta o usata per preparare zuppe. Fra i piatti tipici salvadoregni a base di manioca si possono citare la "yuca frita con chicharrón", manioca fritta nell'olio servita con una salsa chiamata "curtido" e carne di maiale o sardine, e il "pan con pavo", un panino fatto con farina di manioca, di forma simile a una baguette, farcito con carne di tacchino marinata. In Costa Rica sono molto diffusi panini di manioca con carne di maiale e lime. A Panama si mangia un panzerotto fritto di farina di manioca ripieno di carne speziata, che prende il nome di "carimanola".
In Bolivia la manioca si mangia in moltissimi modi. Fritta, viene spesso accompagnata con una salsa piccante nota come "llajwa", formaggio, o "choclo" (mais essiccato). Sono moltissimi anche i piatti tipici brasiliani in cui si impiega la manioca, qui chiamata "mandioca", "macaxeira" o "aipim" a seconda delle zone: dalla "vaca atolada", un bollito di carne e manioca, al "pirão", pezzetti di pesce cotti nella farina di manioca, al "pão de queijo", un pane al formaggio; cotta da sola, la farina di manioca viene chiamata "farofa", e costituisce uno degli elementi principali dell'alimentazione quotidiana del brasiliano medio. Sempre in Brasile la manioca bollita viene usata per fare un budino dolce molto popolare. In Colombia con la manioca si fa un tipo di pane chiamato "pandebono", un panzerotto chiamato "bollo de yuca", servito con burro e formaggio, e un dessert a base di manioca, anice, zucchero e marmellata di guava detto "enyucado". In Ecuador la manioca viene mangiata bollita o affettata e fritta ("yuquitos"), e diversi tipi di pane e panzerotto come i "bolitos de yuca", in genere ripieni di formaggio. In Paraguay la manioca si mangia in tutti i pasti, in genere bollita o nella forma di "chipa", un pane al formaggio che si prepara nelle festività. Nella Guyana il succo della manioca amara viene bollito fino a fargli raggiungere la viscosità di uno sciroppo e poi insaporito con spezie; la salsa che se ne ottiene, nota come "cassareep", serve come base per la preparazione di diverse salse e condimenti, ed è alla base di uno dei piatti nazionali della Guyana, il "pepperpot guyanese". La "casa de farinha" è il luogo dove in Brasile è effettuata tradizionalmente la lavorazione della radice di manioca per ottenere la farina di tapioca, in particolare nelle regioni Nord e Nordest, usando metodi tradizionali ereditati dalle popolazioni indigene, che furono le prime a coltivare la manioca; oggi però la trasformazione industriale è in aumento.
In Nigeria e in molti altri paesi dell'Africa occidentale, tra cui Ghana, Camerun, Benin, Togo, Costa d'Avorio e Burkina Faso, vengono solitamente grattugiate e fritte in olio di palma per conservarle. Il risultato è un alimento chiamato "gari". Il processo di fermentazione riduce anche il livello di antinutrienti, rendendo la manioca un alimento più nutriente. In Sierra Leone vengono usate come alimento anche le foglie della pianta; vengono lavate ripetutamente per renderle meno amare, e poi pestate insieme con l'olio di palma per realizzare una salsa. In Africa centrale la manioca viene generalmente bollita e poi pestata in una sorta di purè o porridge chiamato "fufu" o "cuscus", che viene talvolta mischiato a spezie e poi cotto; viene anche cucinata alla griglia dopo essere stata marinata per alcuni giorni in acqua salata. In Africa orientale, dove la manioca è nota come "mihogo", la si fa soprattutto fritta a pezzetti, talvolta con una salsa chiamata "pilipili", ottenuta dalla cottura di peperoncini piccanti in olio di palma. Nelle campagne si prepara un porridge di manioca, che viene chiamato "ugali" in Tanzania, "nshima" in Zambia e "mwanga" dai Kikuyu del Kenya. In Repubblica Centrafricana esiste una grande varietà di ricette basate sulla manioca, che viene usata anche per fare pane e biscotti. Un piatto tipico della Costa d'Avorio è l'"attiéké", a base di polpa fermentata di manioca grattugiata o fatta a granelli, spesso servito come accompagnamento di carni stufate.
In India la manioca si mangia spesso con piatti al curry, insieme con pesce o carne; due esempi sono il "kappayum meenum" (letteralmente "manioca con pesce") e il "kappa biriyani" ("manioca con carne"), molto popolari nello stato di Kerala. In Indonesia la manioca si chiama "singkong" e viene bollita, fritta o cotta al forno. A Giava si mangia un piatto a base di radice di manioca essiccata chiamato "gaplek", ma anche le foglie della pianta sono usate in molte ricette: per esempio nel "gulai daun singkong" (foglie di manioca in latte di cocco), nell'"urap" (un'insalata mista) e nel "buntil" (un involtino vegetariano). Nelle Filippine la manioca viene bollita con lo zucchero e usata per fare torte e altri dolci.
Possono essere prodotte anche numerose bevande alcoliche a base di manioca: "cauim" e "tiquira" (Brasile), "kasiri", "parakari" o "kari" (Venezuela, Guyana, Suriname), "impala" (Mozambico), "masato" (Amazzonia peruviana) e "tarul ko" (Darjeeling e Sikkim, India).
I tuberi di manioca e il suo fieno sono utilizzati in tutto il mondo anche come mangime per animali. Il fieno di manioca viene raccolto in una fase di crescita giovane, da tre a quattro mesi, quando raggiunge il mezzo metro di altezza; viene quindi essiccato al sole per uno o due giorni fino a quando il suo contenuto finale di sostanza secca si avvicina all'85%. Il fieno di manioca contiene un alto contenuto proteico (20-27% di proteine ​​grezze) e tannini condensati. La manioca viene anche utilizzata in numerosi prodotti per il bucato disponibili in commercio, in particolare come amido per camicie e altri indumenti: usare l'amido di manioca diluito in acqua e spruzzarlo sui tessuti prima della stiratura aiuta a irrigidire i colletti. In Repubblica Centrafricana la manioca viene persino utilizzata per realizzare una sorta di vernice utilizzata per imbiancare le pareti esterne degli edifici.
In tempi recenti è iniziata una ricerca a tappeto per valutare l'uso della manioca come materia prima per biocarburanti a base di etanolo. Nell'ambito del piano di sviluppo per l'energia rinnovabile nell'undicesimo piano quinquennale nella Repubblica Popolare Cinese, l'obiettivo era aumentare la produzione di etanolo da materie prime non cerealicole a 2 milioni di tonnellate; il 22 dicembre 2007 a Beihai è stato completato il più grande impianto di produzione di etanolo da manioca, con una produzione annua di 200mila tonnellate. Inutile dire però che questa pratica sottrarrebbe un'importante fonde di amido a molte popolazioni già afflitte da malnutrizione cronica.
La manioca ha applicazioni nella medicina tradizionale di alcuni dei paesi in cui è coltivata. Le radici delle varianti amare sono usate per trattare la diarrea e la malaria; le foglie possono essere impiegate come analgesici e per ridurre l'ipertensione. I cubani impiegano la manioca nel trattamento dei sintomi della sindrome del colon irritabile.
Un tubero così utile e diffuso fin a tempi immemorabili non poteva non entrare nel mito dei popoli per i quali è indispensabile; riportiamone uno tratto dalla mitologia dei Tupí, uno dei più grandi gruppi di popolazioni indigene del Brasile prima della sua colonizzazione, che si stabilirono per la prima volta nella foresta pluviale amazzonica circa 2.900 anni fa, per poi migrare verso sud e occupare gradualmente la costa atlantica del sud-est del Brasile. Secondo il mito, la figlia di un capo Tupí rimase incinta nonostante lei asserisse di non aver giaciuto con alcun uomo. Suo padre non le credette, volle vendicarsi dell'uomo che aveva portato la vergogna nella sua famiglia e insistette perché lei le rivelasse il suo nome. Poiché si rifiutava di farlo, suo padre la tenne prigioniera all'interno di una capanna e decise di ucciderla per evitare il disonore. Con questo pensiero in mente il capo della tribù si addormentò, e sognò un uomo dalla pelle bianca vestito da guerriero. Questi gli disse che sua figlia gli stava dicendo la verità e che non aveva avuto alcun contatto con un uomo, quindi gli ingiunse di prendersi cura di sua figlia perché un giorno avrebbe portato un grande dono a tutta la sua tribù. Il padre decide di dare retta al sogno, e dopo nove lune piene sua figlia diede alla luce una bambina la cui pelle era bianca come la luna e i suoi occhi scuri come la notte. Ciò provocò la sorpresa non solo dell'intera tribù, ma anche delle tribù vicine che erano venute a visitare la neonata perché non potevano credere che fosse bianca. Maní crebbe forte e bella fino al suo primo compleanno, quando morì improvvisamente senza segni di malattia o dolore. Il capotribù era così disperato che seppellì la bambina nella sua stessa capanna. Sua madre annaffiava la sua tomba ogni singolo giorno, come era usanza nella sua tribù. Un giorno uno strano tipo di pianta spuntò dalla tomba di Maní, e poiché nessuno ne aveva mai visto una uguale, la lasciarono crescere e nessuno nella tribù osava toccarla. Notarono anche che quando gli uccelli mangiavano i frutti della pianta, mostravano strani sintomi, come se fossero ubriachi. Qualche tempo dopo si aprì una crepa nella terra e la gente della tribù vi trovò un tubero che aveva lo stesso colore della pelle del corpo della bambina defunta. Raccolsero il tubero da terra, lo sbucciarono e lo cucinarono, e scoprirono con sorpresa che aveva un sapore delizioso e aumentava la loro forza; con esso prepararono anche una bevanda che poteva far addormentare facilmente. Così, da quel giorno in poi, iniziarono ad utilizzare la radice come alimento base e la chiamarono "mandioca", che in lingua Tupí significa "casa" ("oca") di Maní.
Esistono versioni alternative di questa legenda. Padre Carlos Teschauer (1851-1930), missionario gesuita in Amazzonia, ne ha riportata una nei suoi scritti. In essa si racconta come il capo della tribù stesse per uccidere sua figlia quando un guerriero bianco gli apparve in sogno e gli disse di non farlo perché sua figlia gli stava dicendo la verità, e che lei davvero non aveva avuto rapporti con nessun uomo. In questa versione il bambino nato dalla fanciulla era un maschietto che si chiamava Maní. Stavolta il figlio non solo visse a lungo, ma insegnò anche alla sua tribù molte cose. Disse loro anche che dopo un anno dalla sua morte avrebbero dovuto aprire la sua tomba affinché fosse rivelato loro il tesoro più grande di tutti, una radice che produce pane, e così fu.
Un'altra leggenda diceva che uno spirito buono era sceso sulla Terra e aveva mostrato ai nativi le proprietà della manioca, insegnando loro a estrarre lo spirito maligno che vi abitava (cioè il cianuro), ma non insegnò loro a farla riprodurre. Successivamente una delle donne della tribù, mentre vagava per la foresta, incontrò un bellissimo giovane cacciatore che non era altro che la manioca personificata. Egli la sedusse e da questa unione nacque una figlia. Quest'ultima condusse la tribù alla piantagione dell'arbusto e insegnò loro come riprodurlo dalle sottili porzioni del fusto.
Chiudiamo con un antico proverbio del Congo: « Un pezzetto di manioca non è mai troppo caldo per chi è affamato! »

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Le palline d'oro di San Nicola
Il mandarino (Citrus reticulata) è un agrume dolcissimo di forma sferoidale, un po' appiattito all'attaccatura, che si lascia cogliere facilmente. L'albero è un arbusto alto poco più di due metri, che in alcune varietà raggiunge i quattro metri e le cui foglie sono piccole e profumatissime. Il tronco dell'albero e i rami principali sono spinosi. I fiori sono portati singolarmente o in piccoli gruppi all'ascella delle foglie. Gli agrumi sono solitamente autofertili, cioè possono essere impollinati all'interno dello stesso fiore, oppure sono senza semi, e quindi non richiedono impollinazione. La polpa del frutto è di colore arancio chiaro, costituita da spicchi facilmente separabili, molto succosa e dolce, entro la quale si trovano numerosi semi. La buccia è di colore arancione, sottile e profumata, e consente una facile pelatura del frutto, in quanto scarsamente attaccata alla polpa: spesso la buccia addirittura si distacca dalla polpa ancora prima che il frutto venga colto dal ramo, il che gli conferisce un aspetto "ammaccato". Il mandarino si separa anche facilmente in spicchi. I frutti possono essere senza semi o contenerne un piccolo numero; sono dolci da gustare e possono essere consumati interi o spremuti per ricavarne il succo, avendo un profumo agrodolce e aromatico come la clementina. Un albero adulto può forniare da 400 a 600 frutti all'anno. Può essere coltivato in aree tropicali e subtropicali, e si rovina facilmente con il freddo. I mandarini sono normalmente consumati come frutta fresca o lavorati nella produzione di marmellate e frutta candita. Dalla buccia si estrae un olio essenziale che è un liquido di colore giallo oro leggermente fluorescente, utilizzato come aromatizzante per caramelle, gelatine, gelati, gomme da masticare e prodotti da forno. Viene utilizzato anche come aromatizzante nei liquori. Chimicamente si tratta perlopiù di d-limonene, che spesso viene sofisticato con l'olio ricavato dal frutto intero non maturo. La buccia, chiamata chenpi, viene utilizzata fresca o essiccata come spezia per insaporire piatti dolci e salse. Gli spicchi di mandarino in scatola vengono sbucciati per rimuovere il midollo bianco prima dell'inscatolamento; altrimenti diventano amari. I segmenti vengono pelati utilizzando un processo chimico: innanzitutto vengono scottati in acqua calda per allentare la pelle; quindi vengono immersi in una soluzione di lisciva, che elimina la parte bianca e immangiabile. Infine gli spicchi vengono sciacquati più volte in semplice acqua. Una volta preparati adeguatamente, i mandarini vengono sottoposti a un trattamento termico per rimuovere i batteri che possono causare deterioramento, per poi venire confezionate in contenitori ermetici. È possibile aggiungere anche acido ascorbico.
Nella medicina tradizionale cinese, la buccia essiccata del frutto viene utilizzata per migliorare la digestione.
Il nome mandarino si può riferire tanto alla pianta quanto al suo frutto. Tale nome era dato agli antichi funzionari politici imperiali cinesi, ed è passato al frutto in quanto quei funzionari erano vestiti con un mantello arancione. Il nome latino Cĭtrŭs (f., II. declinazione) è giustificabile come formazione primaria indoeuropea *(s)khₐĭ-t-rŏ́-s, "chiaro, luminoso", mentre "reticulata" deriva dall'aspetto retato della buccia.
Gli agrumi sono coltivati da almeno 4.000 anni, e una serie di incroci successivi ha generato almeno 25 specie diverse. Di solito associamo le arance e i limoni al sole delle regioni mediterranee, ma in realtà la domesticazione degli agrumi è iniziatain Estremo Oriente. I primi documenti scritti che citano gli agrumi sono il testo cinese "Tributo a Yu", del XXII secolo a.C., dove vengono menzionate alcune specie di agrumi, probabilmente mandarini e pomelo, e l’indiano "Vajaseneyi sambita" (800 a.C.) che cita i cedri e i limoni. Come racconta il chimico e divilgatore scientifico Dario Bressanini nei suoi saggi (ad esempio "Contro natura", scritto nel 2015 con Beatrice Mautino), l'albero genealogico degli agrumi è rimasto a lungo misterioso, fino a quando il sequenziamento del genoma di alcuni agrumi ha permesso di ricostruirne parzialmente i complessi rapporti di parentela. La scoperta più sorprendente è il fatto che quasi tutti gli agrumi coltivati al mondo sono il risultato di incroci di sole tre specie: il cedro (Citrus medica), il pomelo (Citrus maxima) e, a sorpresa, proprio il nostro mandarino. Il cedro è stato il primo agrume a raggiungere l’Europa: probabilmente originario dell'India, è coltivato nel Sudest asiatico da migliaia di anni e fu introdotto nel Mediterraneo dalla Persia da Alessandro Magno. Usato per il suo aroma, era l’unico agrume diffuso in epoca romana, e fu Plinio il Vecchio a battezzarlo citrus, nome poi esteso a tutti gli agrumi. Invece il pomelo sembra un grande pompelmo, largo fino a 30 cm di diametro, ma con una forma un po’ a pera e con molta parte spugnosa bianca non commestibile (il cosiddetto albedo); è nativo del Sudest asiatico ed è stato introdotto in Spagna dagli Arabi, insieme ad altri agrumi, attorno all’anno 1000. È arrivato in Italia nel XVII secolo grazie al capitano inglese Philip Chaddock, che lo esportò anche in Giamaica, e per questo in Liguria questo agrume è chiamato sciaddocco.
La coltivazione del Citrus reticulata invece ebbe inizio in Cina ed arrivò in Europa a partire da Portogallo e Spagna, dove cominciò a diffondersi intorno al XV secolo. Negli Stati Uniti d'America la varietà più coltivata è la satsuma o mikan, importata nel 1876 dal Giappone; da notare che Satsuma, oltre al nome di una regione dell'isola di Kyūshū, è anche una città dell'Alabama cresciuta con i mandarineti. Questa varietà viene coltivata anche in Sicilia, assieme all'avana e al paternò. Da non dimenticare il mandarino tardivo di Ciaculli, dal sapore zuccherino, che viene coltivato nell'omonima frazione di Palermo, nel cuore della pianura Conca d'oro. Viene denominato "tardivo" per via di una maturazione prolungata fino ai primi giorni del mese di marzo. Nel Regno Unito e negli USA il mandarino viene chiamato anche tangerine, perchè venne importato pel la prima dal porto marocchino di Tangeri. Si tratta in realtà di due distinte varietà: il vero mandarino è di colore arancio chiaro e leggermente appiattito; il peduncolo si trova in una piccola infossatura. Il tangerino invece è un ibrido del mandarino con l'arancio, perciò la buccia è di clementine arancio acceso; il peduncolo esce da una piccola protuberanza (come in certi limoni); le foglie sono più larghe. Sebbene il mandarino ancestrale fosse amaro, la maggior parte delle varietà di mandarini commerciati oggi derivano dall'ibridazione con il pomelo, che conferisce loro un sapore molto dolce. Sempre più importanza hanno oggi le varietà senza semi, il cui genoma è stato modificato per ottenere dei triploidi (sono presenti tre cromosomi di ogni tipo) invece dei normali diploidi con i semi. I dieci maggiori produttori di mandarino nel 2018 sono stati la Repubblica Popolare Cinese con 19.035.444 tonnellate, la Spagna con 1.978.581, la Turchia con 1.650.000, il Marocco con 1.208.789, l'Egitto con 1.068.351, il Brasile con 996.872, gli Stati Uniti d'America con 804.670, il Giappone con 773.700, l'Italia con 699.832 e la Corea del Sud con 646.218 tonnellate.
Citrus japonica è invece il cosiddetto mandarino cinese o kumquat (il nome deriva dalla pronuncia cantonese dei caratteri 金橘, letteralmente "tangerino d'oro"); è originario della Cina (in letteratura le prime descrizioni risalgono al XII secolo), ed è stato a lungo coltivato in Giappone. Furono introdotte in Europa nel 1846 da Robert Fortune (1812-1880), collezionista della London Horticultural Society. Il frutto sembra una piccola arancia ovale lunga 3–4 cm e larga 2–4 cm; a seconda della varietà la buccia si presenta dal giallo al rosso e viene prodotto generalmente dal tardo novembre fino a febbraio. Differisce dalle altre specie di Citrus per il fatto che durante l'inverno entra in un periodo di letargo in cui non mette più nuove gemme o getti.
Tutti gli altri agrumi coltivati sono risultati di incroci. Come spiega sempre Bressanini, quello più importante, dal punto di vista economico, è l’arancia dolce (Citrus sinensis), prodotta soprattutto in Brasile, nel Mediterraneo, in Cina e negli USA, anche se negli ultimi anni si è osservata una riduzione del mercato proprio a favore del mandarino. Non esiste allo stato selvatico perché è il risultato di un incrocio, probabilmente avvenuto 4000 anni fa, tra il mandarino e il pomelo. Non sappiamo se l’incrocio sia avvenuto casualmente o se sia stato operato dall’uomo, ma quel nuovo frutto dolce e succoso fu immediatamente apprezzato e coltivato e, forse, ulteriormente reincrociato con il mandarino. Poiché è il risultato di uno o pochissimi incroci originari, la sua biodiversità è estremamente bassa. Il bacino del Mediterraneo, nonostante vi sia stato introdotto dagli Arabi solo nel Basso Medioevo, ne costituisce il principale centro di diversificazione genetica, con varie mutazioni, in tre regioni distinte. La principale è la penisola Iberica, caratterizzata da arance bionde e dolci. Le popolari Washington Nave sono le più diffuse al mondo, e sono state inizialmente coltivate in Spagna e Portogallo. La seconda area di diversificazione comprende la Tunisia, Malta e la Sicilia. Le arance Tarocco sono oggi le più coltivate in quel gruppo, ora. La terza area di diversificazione delle arance è il Vicino Oriente. L’arancia amara (Citrus aurantium), detta anche arancia di Siviglia, non è l’antenata dell’arancia dolce come alcuni credono, ma è anch’essa un incrocio tra il mandarino e il pomelo. Introdotta in Italia nel Medioevo con il nome di melangolo, la si usava per aromatizzare carne o pesce. Ora il suo uso è limitato a bevande e marmellate. L’arancio amaro si è incrociato con il cedro, probabilmente tra il Nordvest dell’India e il Sud della Cina, e ha generato il limone (Citrus limon). Mosaici romani del I secolo della nostra era dimostrano che il limone era già conosciuto, forse portato dai mercanti, ma non vi sono prove di una sua coltivazione nell'Impero Romano. Portato dagli Arabi in Sicilia, le prime coltivazioni risalgono al Basso Medioevo. Cristoforo Colombo lo portò a Haiti nel suo secondo viaggio del 1493, e da lì si diffuse nel continente americano. E il pompelmo (Citrus paradisi)? Incredibilmente, esso nacque solo nel XVIII secolo sull’isola di Barbados grazie ad un incrocio tra l’arancio dolce e il pomelo. Ancora più recente (le prime menzioni scritte sono datate 1902) è l’incrocio casuale tra un mandarino mediterraneo e un arancio dolce, che ha generato la clementina (Citrus clementina): il primo frutto fu scoperto da Fra Clément Rodier (1839-1904), da cui prese il nome, nel giardino del suo orfanotrofio a Misserghin, in Algeria. Nel 1925 è stata importata in Spagna, dove sono state trovate alcune mutazioni genetiche interessanti, ed ora è l'agrume più coltivato nel bacino del Mediterraneo. Infine il lime (Citrus aurantifolia) arrivò nel 1500 nei Caraibi e in Messico grazie agli esploratori spagnoli, dando il via nel Nuovo Mondo a una coltivazione importante ancora oggi. È il risultato di un incrocio tra il cedro e il Citrus micrantha, un agrume selvatico originario delle Filippine, descritto per la prima volta nel 1915 da Peter Jansen Wester (1877-1931), che lavorava per l'Ufficio Filippino dell'Agricoltura. Poiché gli agrumi sono generati da incroci, si potrà forse in futuro creare nuovi incroci con le caratteristiche desiderate di aroma, sapore, forma, colore eccetera, ma anche e soprattutto resistenti alle malattie come il "citrus greening", provocato dal batterio Huanglongbing (HLB), che sta danneggiando le piantagioni di tutto il mondo.
Torniamo ora al nostro mandarino. 100 g di polpa di mandarino crudo forniscono 53 kcal di energia, 13,34 g di carboidrati, 1,8 g di fibra, 0,81 g di proteine e 0,31 g di grassi. Contengono altresì vitamina A, beta carotene, tiamina (B1), niacina (B3) e ben 26,7 mg di vitamina C (32% del valore giornaliero), oltre a calcio, magnesio, fosforo e potassio. Essendo ricchissimi di vitamina C, gli agrumi come il mandarino hanno contribuito a debellare una malattia terribile, lo scorbuto, che provoca emorragie gengivali e sottoungueali, apatia, irritabilità, perdita di peso, dolori muscolari e articolari. Esso colpiva in particolare i marinai durante i lunghi viaggi per mare lontano dalla costa; la celebre circumnavigazione del globo effettuata da Ferdinando Magellano tra il 1519 e il 1522 si concluse con più dell'80% dell'equipaggio morto a causa di questa malattia, le cui motivazioni (e dunque le cui possibili cure) restarono a lungo ignote. Solo nel 1747 un medico scozzese della marina da guerra britannica di nome James Lind condusse il primo studio clinico accurato riportato sino a oggi a bordo della HMS Salisbury, dimostrando l'efficacia del succo di limone e di lime per combatterla (oggi sappiamo che la vitamina C è essenziale per la formazione del collagene e aiuta a mantenere l'integrità del tessuto connettivo).
Tradizionalmente i mandarini sono frutti associati al Natale: l'usanza di consumarli durante le festività natalizie risale al 1880, quando gli immigrati giapponesi in Canada e negli Stati Uniti iniziarono a ricevere mandarini dalle loro famiglie in patria come regali per il nuovo anno (da qui l'iniziale nome di "japanese oranges"). La tradizione si diffuse tra la popolazione non giapponese e verso est in tutto il paese: ogni raccolto di novembre era rapidamente spedito verso est tramite ferrovia, sui cosiddetti "treni arancioni", con vagoni merci dipinti di questo colore, così da avvisare tutti lungo il percorso che gli irresistibili agrumi venuti dal Giappone erano arrivate in tempo per le feste, tanto che, per molti americani, l'arrivo dei mandarini giapponesi segnava l'inizio delle vacanze natalizie. Questa tradizione giapponese si fuse con le tradizioni europee legate alla Calza di Natale e, in Italia, della Befana. Secondo una ben nota leggenda medioevale, infatti, San Nicola, vescovo di Mira in Abatolia nel IV secolo, avrebbe nascosto delle monete d'oro nelle calze di tre ragazze povere in modo che potessero sposarsi (il loro padre avrebbe invece voluto avviarle alla prostituzione per pagarsi la dote). A volte la storia viene raccontata con palline d'oro al posto delle monete d'oro, e siccome nei paesi anglosassoni San Nicola ha dato vita alla leggenda di Santa Claus (poi diffusa in ogni dove dalla grancassa pubblicitaria della Coca Cola), i mandarini sono diventati la metafora di queste palline d'oro. Per questo vengono messi nelle calze di Natale o della Befana, insieme a monete di cioccolato avvolte in carta dorata.
I mandarini a partire dall'inizio del 1900 vennero coltivati ​​anche negli Stati Uniti, ma il Giappone rimase un importante fornitore. Le importazioni statunitensi di questi agrumi giapponesi furono sospese a causa delle ostilità con il Giappone durante la seconda guerra mondiale. Sebbene fossero una delle prime merci giapponesi autorizzate nuovamente all'esportazione dopo la fine della guerra, l'ostilità residua portò al rebranding di queste arance come "mandarini" al posto del vecchio nome di "arance giapponesi". La tradizione del mandarino natalizia era ed è molto viva in Canada, grazie all'importazione dal Giappone attraverso il porto di Vancouver. Ritroviamo infatti questo frutto anche nella letteratura canadese, in particolare nel romanzo "Il Flauto di Latta" di Gabrielle Roy (1909-1983). una delle maggiori scrittrici canadesi francofone, in cui un mandarino rappresenta un regalo di lusso per il figlio moribondo della povera famiglia Lacasse, intorno di cui è intessuto il romanzo. I mandarini sono citati anche nel romanzo "As for me and for my house" (1942) di Sinclair Ross (1908-1996). Ma il mandarino era già al centro di una poesia di Liu Hsun (462-521 d.C.): « Al mattino del primo gelo / il giardiniere lo stacca e ne fa dono: / il profumo si espande; appena schiusa, / la sua fragranza si riversa / sugli invitati. » Nulla da stupirsi se questi piccoli, dolcissimi agrumi sono oggi annoverati tra le principali tradizioni culinarie del Natale cristiano.

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Il frutto del Paradiso
Il melo domestico (Malus domestica) è una pianta da frutto appartenente alla famiglia delle Rosacee; si tratta di una delle più diffuse piante da frutto coltivate dall'uomo. L'etimologia della parola "melo" è incerta, e sono state avanzate molte teorie in proposito. Secondo quella che va per la maggiore, essa deriverebbe dal latino tardo "melum" e questo dal latino classico "malum", dal greco antico μῆλον, "mèlon", a sua volta derivante dal dorico μᾶλον, "màlon". Tale termine potrebbe essere messo in relazione con la radice indoeuropea *mal - dal significato di "essere molle", "dolce", ed avere forse un legame con le parole "malva", "miele" e "molle". Elizabeth Fenwich nel 2016 ha invece messo in relazione il latino malum e il greco μᾶλον con l'ittita māḫlaš, ("vite"), il lidio μῶλαξ ("vino") e l'armeno մոլ (mol, "stolone") da un termine indoeuropeo *móh₂l- ("pianta culturalmente importante”). L'inglese "apple", il tedesco "apfel", lo scozzese "aipple", il bretone "aval", l'olandese "appel", lo svedese "äpple" e il danese "æble" deriverebbero poi dal germanico proto-occidentale *applu , dal proto-germanico *aplaz" e dal proto-indoeuropeo *h₂ébōl o *h₂ébl̥, "frutto", da cui anche il gallese "afal", l'irlandese "úll", il lituano "óbuolỹs", il russo я́блоко ("jábloko") e forse il greco antico ἄμπελος, ("ámpelos"), "vite". Infine, l'italiano "pomo" discenderebbe dal proto-italico "poomos" e dal proto-indoeuropeo *h₂po-h₁ém-os ("tolto") , da *h₂epo ("fuori", da cui l'inglese "off"), da cui *po-, più *h₁em- ("prendere"), da cui *emō; dalla stessa radice deriverebbero il greco "poìa", "erba" e "poiëo", "produco, genero".
Per quanto oggi ne sappiamo, il centro di origine del melo selvatico, progenitore del melo coltivato Malus domestica, pare sia il Kazakistan nella zona di Almaty. Questa specie è la progenitrice di tutte le specie attualmente esistenti, e quindi la madre di tutte le mele. Questa pianta ha origini che si perdono nella notte dei tempi; nel 1929 il biologo sovietico Nikolai Vavilov (1887-1943), noto per essere rimasto vittima delle paranoiche purghe staliniane, ne ha rintracciato dei fossili in Kazakistan, ai piedi delle Montagne Celesti del Tian Shan, ai confini con la Cina. L'evoluzione di Malus domestica sarebbe iniziata nel Neolitico. Le prime notizie sulle piantagioni di melo risalgono al XIII secolo a.C., epoca in cui era certamente coltivato in Egitto e in Asia Minore. Furono gli Arabi che, mediante avanzati sistemi agricoli, ampliarono le varietà di mele e le tecniche per produrne in tutto il mondo. Oggi questo frutto è così popolar che "mela/o" e "pomo" sono diventati persino la radice di altri termini per indicare alberi da frutto o ortaggi, come "melograno", "melocoton" e "pomme de terre"!
Il melo è un piccolo albero deciduo di altezza tra 3 e 10 metri, con una chioma densa ed espansa e un apparato radicale superficiale. Le foglie sono alterne e semplici, a lamina ovale, leggermente seghettate, con apice acuto e base arrotondata, di 5-12 centimetri di lunghezza e 3–6 cm di larghezza, glabre superiormente e con una certa peluria sulla pagina inferiore. Il picciolo è lungo 2–5 cm. I fiori sono ermafroditi di colore bianco-rosato esternamente e bianco internamente, hanno una corolla composta da 5 petali, e sono riuniti in infiorescenze, in numero di 3-7. La fioritura avviene in primavera, simultaneamente al germogliamento delle foglie. L'impollinazione è affidata ad insetti pronubi. Si può ricavare miele dai fiori, ma essendo questi poco appetiti dalle api, la produzione si concentra quasi esclusivamente nelle zone di estesa coltivazione come la Campania, l'Emilia-Romagna e il Trentino-Alto Adige. Il frutto si forma per accrescimento del ricettacolo fiorale insieme all'ovario, ed è perciò in realtà un falso frutto (anche se quasi tutti lo ignorano); ha forma una globosa, generalmente di 5–9 cm di diametro, prima verde e a maturazione, tra estate e autunno, con colore variabile dal giallo-verde al rosso. Non ci crederete, ma il vero frutto, derivato dall'accrescimento dell'ovario, è in realtà costituito da quello che noi chiamiamo torsolo, di consistenza più coriacea rispetto alla polpa. Il pericarpo contiene cinque carpelli, ciascuno dei quali contiene da uno a tre semi.
Il melo è una pianta che tollera benissimo il freddo e, con l'eccezione di qualche varietà, può sopportare temperature fino a −25 °C, ma le gelate tardive possono procurare seri danni alla coltivazione; la sensibilità alle gelate dipende dal periodo di fioritura delle diverse coltivazioni. Può essere coltivato ovunque, ma preferisce un clima fresco, un terreno ricco di humus e le zone che si trovano tra i 600 e i 1.000 metri sopra il livello del mare. La pianta teme la siccità e i ristagni idrici. Il melo è caratterizzato da autoincompatibilità. Di conseguenza i semi generati sono sempre figli di due genitori differenti, e ciò limita la selezione artificiale delle caratteristiche interessanti per la coltivazione. Pertanto si ricorre largamente all'innesto per moltiplicare gli esemplari che esprimono meglio le caratteristiche di una certa varietà, in modo da passare tali caratteristiche alle nuove piante. Tale pratica tuttavia abbassa la varietà genetica tra gli esemplari e rende le coltivazioni più sensibili alle malattie ed ai parassiti. Il melo è colpito da varie malattie causate da funghi, tra cui la ticchiolatura del melo, l'oidio, la moniliosi, il cancro delle pomacee e il marciume radicale lanoso. Tra gli insetti pericolosi per quest'albero, i più importanti sono la cocciniglia di San Josè (Quadraspidiotus perniciosus), l'afide grigio (Dysaphis plantaginea) e i lepidotteri Cydia pomonella, Orgyia antiqua e Cossus cossus. Inutile dire che vengono coltivati anche molti OGM. Gli obiettivi del miglioramento genetico riguardano l'ottenimento di piante resistenti agli insetti, in particolare ai rodilegno, difficilmente contrastabili, al colpo di fuoco batterico, alla ticchiolatura, oidio e afidi. Si punta anche all'ottenimento, per le varietà commerciali più note, di cloni autofertili.
La produzione mondiale di mele nel 2018 è stata di 86,1 milioni di tonnellate; la Cina da sola ha contribuito per il 46% del totale con 39,2 milioni di tonnellate, seguita a grande distanza da Stati Uniti (4,7 milioni), Polonia (4,0 milioni), Turchia (3,6 milioni), Iran (2,5 milioni) e Italia (2,4 milioni). Esistono circa 7.000 varietà di mele, differenti per colore, consistenza, sapore e contenuti nutrizionali. Alcune di queste varietà sono tradizionali, altre sono note per la loro denominazione commerciale. Tra queste ricordiamo l'Annurca (di piccole dimensioni rispetto alle altre mele, di forma tondeggiante con epidermide rossa striata, polpa bianco giallastra, croccante, dolce, gradevolmente acidula), la Braeburn (con buccia di colore rosso scuro o scarlatto, polpa compatta e croccante, sapore dolce-acidulo), l'Elstar (di colore rosso e giallo, saporita, succosa), la Fuji (di forma tondeggiante, con buccia di colore rosso-rosato, polpa croccante e succosa, ricca di fruttosio), la Golden Delicious (di origine americana, di forma tondeggiante, con buccia di colore giallo, polpa croccante e compatta, sapore dolce leggermente acidulo), la Granny Smith (con buccia verde intenso, polpa croccante, particolarmente ricca di magnesio), la Jonagold (incrocio fra Golden Delicius e Jonathan ottenuto nel 1953, di sapore succoso, agrodolce, molto aromatico), la Pink lady (incrocio di Lady Williams e Golden Delicious, con buccia avente sfumature di colore rosa), la Red Delicious (con buccia di colore rosso), la Renetta (di forma irregolare, con buccia rossa e verde), la Renetta Grigia (tipica della zona di Barge, con forma schiacciata, buccia ruvida e rugginosa, polpa grossolana dal colore bianco-crema, sapore acidulo), la Royal Gala (dalla buccia rosso intenso con venature giallo chiaro, polpa soda e croccante, sapore dolce leggermente aspro), la Seuka (autoctona della provincia di Udine e molto diffusa nelle Valli del Natisone), la Stark Delicious (con buccia rossa, sapore aromatico, particolarmente ricca di carotene e retinolo, ma con Iron Man non c'entra nulla) e la Stayman Winesap (con buccia ruvida di colore giallo-verde punteggiata di rosso, polpa soda e croccante, sapore agrodolce). La mela è presente in Italia con circa 2.000 varietà, ma una definizione precisa è difficile data la sovrapposizione storica di innumerevoli denominazioni, e le grande quantità di specie estinte o ormai irreperibili. Dal 1990 in tutto il Regno Unito il 21 ottobre si celebra l'Apple Day, un festival voluto dall'ente di beneficenza "Common Ground" per sostenere la biodiversità con canti popolari e giochi per bambini nei frutteti.
La mela è senz'altro il frutto più destagionalizzato del mondo, dato che ormai lo si trova tutto l'anno, ma ciò richiede la presenza di impianti che provvedano alla sua conservazione e ne prmettano la disponibilità su di un ampio arco di tempo. La maturazione naturale varia da fine agosto a metà ottobre, mentre la disponibilità alla conservazione naturale dei frutti è drasticamente diversa nelle differenti varietà; dati gli elevati contenuti in acidi organici, di norma la conservazione va da uno a quattro mesi; nella conservazione industriale sono importanti le condizioni fisiche in cui questa avviene. Dopo il raccolto, i frutti sono conservati a temperature da 1,0° a 3,5°C con umidità relativa del 60-70%. Per conservazioni prolungate si ricorre a celle frigorifere con atmosfera controllata, più ricca di azoto. Le mele coltivate sono spesso piene di antiestetici puntini neri provocati dagli insetti; per renderne l'aspetto più appetibile le mele sono continuamente irrorate con antiparassitari, e sottoposte a ceratura prima di essere messe in vendita, per renderle così lucide (per questo oggi si sconsiglia di mangiarle senza sbucciarle, nonostante la buccia sia ricchissima di fibra).
La mela ha un potere antiossidante molto elevato, con notevoli variazioni in funzione del tipo di mela considerata, in quanto contiene provitamina A, vitamine B1, B2, B6, E e C, acido citrico, acido malico, niacina e acido folico, insieme a flavonoidi e carotenoidi. Un noto proverbio afferma che « una mela al giorno toglie il medico di torno », in riferimento alle proprietà benefiche sulla salute dell'organismo possedute dal nostro falso frutto. Le mele sono destinate prevalentemente al consumo casalingo, sia immediato (vengono consumate anche  fette di mela essiccate) che in cucina per la preparazione di primi, secondi, marmellate, gelatine e soprattutto diversi dolci. Ricorderò qui solo lo strudel di mele, oggi considerato un dolce tipicamente tedesco ("strudel" in tedesco significa "vortice", essendo fatto di pasta arrotolata), ma in realtà è un dolce antichissimo, risalente addirittura all'VIII secolo a.C., ovvero al tempo degli Assiri; un dolce simile si serviva anche nell'Antica Grecia del III secolo a.C. Una delle ricette all'origine dell'odierno strudel è probabilmente l'antico dolce baklava che seguì fedelmente le conquiste territoriali ottomane; dal 1526 il sultano Solimano il Magnifico ne diffuse la ricetta nei territori da lui conquistati, ovvero fino all'Ungheria. I continui contatti tra l'impero ottomano e quello austriaco fecero sì che anche la ricetta dello strudel passasse ai domini di casa d'Austria, di cui l'Ungheria entrò a far parte nel 1699, e da qui arrivò in Trentino, Sudtirol, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, dove oggi viene tradizionalmente preparato.
La mela si presta anche ad essere utilizzata per preparare in casa maschere di bellezza antietá e impacchi nutrienti per capelli secchi. Molte mele sono destinate alla produzione di succhi, di olio di semi di mela (molto utilizzato nei paesi del nord Europa, ottenuto come sottoprodotto dalla produzione del succo), di creme di bellezza e di produzione di alcol da distillazione da fermentati. Dalla fermentazione alcolica delle mele (ma a volte anche delle pere) è possibile ricavare una bevanda alcolica chiamata sidro. La parola "sidro" nacque nella lingua d'oïl attorno al 1130, precedentemente veniva chiamato auppegard; i marinai baschi lo chiamavano sagarnoa o sagardoa (in basco letteralmente "vino di mela"). In Grecia il sidro era conosciuto con i nomi semitici di σικερίτης "sikerítēs" o σίκερα "síkera", dall'ebraico שֵׁכָר "šēkār", passato poi al latino sīcera, da cui deriva la parola moderna sidro. La parola "šēkār" è legata ad ad una radice semitica che significa "ubriacarsi": la incontriamo in Genesi, 9,20, quando Noè si ubriaca e Cam pecca guardandone le nudità, e in Deuteronomio 32,42, quando nel Cantico di Mosè al Faraone viene fatto dire: « Inebrierò di sangue le mie frecce, si pascerà di sangue la mia spada! » Da "šēkār" deriverebbe anche l'arabo "sukkar", da cui l'italiano "zucchero". La documentazione archeologica ha evidenziato il più antico sidro sinora noto in Spagna, nella Valle Ambrona, risalente alla metà del III millennio a.C.; l'analisi del residuo di un coccio di ceramica ha dimostrato la presenza di un sidro di pera selvatica. Il sidro fu menzionato da Plinio di Vecchio, il quale ci dice che era tipico dell'attuale Austria, dovr rta utilizzato per fini curativi. Anche l'aceto di sidro di mele veniva utilizzato dai romani per dissetare e dagli Egizi per curare. Questo liquore è documentato nei trattati medici del 1588 del medico normanno Julien Le Paulmier, studioso dell'università di Caen e medico personale dei Re di Francia Carlo IX e di Enrico III, che ne esaltò le proprietà terapeutiche, digestive, diuretiche e antinfluenzali. Fu introdotto in Inghilterra nel 1066 da Guglielmo il Conquistatore, e i primi documenti noti scrivono di produzione di sidro nelle campagne dello Herefordshire. Questa bevanda infatti è oggi molto diffusa nel Regno Unito, maggior consumatore e produttore al mondo, in Francia (specie in Bretagna e Normandia) e Spagna (dove la produzione è particolarmente concentrata nelle Asturie e nei Paesi Baschi). In Italia è meno popolare, ma la si può trovare nei pub in stile anglosassone. La gradazione alcolica varia da 2 a 7%; il tipico sapore acidulo le è conferito dalla presenza di acido malico. Ne è molto diffusa anche la preparazione casalinga. "Il sidro" ("The Cyder") è il titolo di un poemetto in due canti del 1709, opera del poeta inglese John Philips (1676-1709), ispirato alle "Georgiche" di Virgilio, nel quale si descrivono le tecniche necessarie per produrre il sidro. Nel celebre romanzo "Madame Bovary" (1856) di Gustave Flaubert (1821-1880) si racconta come a Papà Rouault piacesse avere sempre il sidro forte in tavola, per mostrare come l'uomo non badasse a spese quando si trattava del suo tenore di vita.
E ora, qualche cenno allo sterminato mondo di leggende e tradizioni che riguardano il nostro frutto che, per le sue caratteristiche, ha colpito l'immaginazione umana di ogni tempo, entrando nel folklore e nella mitologia di quasi tutti i popoli. Spesso ha assunto una valenza erotica: nell'antichità la mela era simbolo di fertilità e in particolare quella rossa dell'amore. Nell'antica Grecia, lanciare una mela a qualcuno equivaleva a una dichiarazione d'amore o era un chiaro invito per un convegno amoroso. Testimonianze di tale uso si trovano nelle "Nuvole" di Aristofane (450-385 a.C.), in cui si consiglia ai giovani di non frequentare i bordelli perché « mentre, a bocca aperta, guardano una qualche bella prostituta, lei potrebbe coinvolgerli gettando loro una mela », e nei "Dialoghi delle cortigiane" di Luciano di Samosata (circa 120-190 d.C.), nei quali una cortigiana si lamenta perché il suo amante « getta la mela ad altre » piuttosto che pensare a lei. Callimaco (310-245 a.C.) negli "Aitia" e Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-18 d.C.) nelle sue "Heroides" narrano il mito di Aconzio e Cidippe: il giovane Aconzio, non sapendo come conquistare la bella Cidippe, di cui si è innamorato, fa in modo che rotoli nelle sue vicinanze una mela su cui lui ha inciso la frase « Giuro per il santuario di Artemide che sposerò Aconzio ». Quando la ragazza raccoglie la mela e legge l'iscrizione ad alta voce, il suo diviene un vero e proprio giuramento e, nonostante sia promessa a un altro uomo, dopo varie peripezie suo padre non può fare altro che concederne la mano al giovane. Nel mondo occidentale il "frutto proibito" di Adamo ed Eva (Gen 2,16) è stato identificato con una mela, mentre in oriente prevalgono altre identificazioni (dal fico al melograno); secondo alcuni tale identificazione è dovuta, oltre al fatto che il frutto dell'albero « era buono da mangiare e gradito agli occhi » (Ge 3,16) proprio come la mela, anche al suo antico significato erotico, lasciando intendere che il peccato dei due progenitori aveva anche una valenza sessuale. Tale valenza può essere rintracciata anche nel famoso "pomo della discordia" che avrebbe dato origine alla guerra di Troia. Zeus desiderava unirsi a sua cugina Teti, ma la dea Temi (la Giustizia) lo aveva avvertito che Teti avrebbe partorito un figlio più forte di suo padre, e così, per non correre il rischio di essere spodestato dalla carica di re degli déi, diede in sposa Teti al mortale Peleo, uno degli Argonauti, da cui ebbe il figlio Achille. Alle nozze tra Teti e Peleo erano stati invitati tutti gli déi tranne Eris, la Discordia, che per vendicarsi gettò sulla tavola del banchetto una mela d'oro con la scritta Στην πιο όμορφη (Stin pio ómorfi). "Per la più bella". Siccome Era, Athena e Afrodite si disputarono quel dono, Zeus decise di affidare il giudizio al più bello tra i mortali, Paride, figlio di Priamo. Questi consegnò il pomo ad Afrodite che gli aveva promesso l'amore della donna più bella del mondo: Elena, moglie di Menelao, Re di Sparta. Paride rapì Elena e scatenò la guerra di Troia, nella quale Era ed Athena parteggiarono per vendetta per gli Achei (la storicità dell'evento è oggetto di dibattito: probabilmente Omero unificò in un'unica, grandiosa epopea duecento e più anni di scontri tra i Micenei e la Confederazione Assuwa, di cui Wilusa, cioè Ilio, faceva parte). Da notare che nel libretto "Il pomo d'oro" scritto nel 1667 da Francesco Sbarra (1611-1668), la "mela della Discordia", inizialmente assegnata da Paride ad Afrodite come nel mito classico, viene infine donata da Zeus a Margherita Teresa di Spagna, il cui matrimonio con l'imperatore Leopoldo I d'Asburgo è celebrato nel poemetto. In tal modo, non solo il nostro falso frutto diventa una "mela della Concordia", ma anche simbolo stesso dell'Impero ("Reichsapfel") in nome di una nuova "pax romana"!
La mela però può presentarsi anche come elemento di inganno e di divisione, ad esempio nel mito di Atalanta. L'eroina annunciò che solo chi la avesse battuta in una gara di corsa la avrebbe sposata, i concorrenti sconfitti sarebbero stati uccisi. Melanione, follemente innamorato di lei, chiese aiuto ad Afrodite, la quale gli consegnò tre mele d'oro da utilizzare durante la corsa. Egli, seguendo il consiglio della dea, le lasciò cadere una a una sul terreno: Atalanta si fermò a raccoglierle e perse la gara. Del resto, anche il pomo della discordia divide, poiché crea contrasto tra le tre dee che lo desiderano. Viene dal mondo germanico la mela avvelenata offerta dalla matrigna a Biancaneve, che la fa cadere in coma ma non la uccide, poi resa famosa in tutto il mondo dal lungometraggio animato di Walt Disney del 1939. Il grande scienziato britannico Alan Turing (1912-1954), uno dei padri del'informatica, fu arrestato perchè gay (all'epoca l'omosessualità era un reato nel "civilissimo" Regno Unito) e condannato alla castrazione chimica; caduto in depressione a causa degli ormoni che era costretto ad assumere, il grande matematico morì in circostanze poco chiare il 7 giugno 1954, ma verosimilmente si suicidò addentando una mela da lui intrisa di cianuro di potassio, perchè era un grande fan dei cartoni animati di Walt Disney. In suo onore, Steve Jobs (1955-2011) scelse come logo della multinazionale da lui fondata proprio una mela morsicata, come quella di Biancaneve, e la chiamò "Apple"! (la mela morsa su un lato è anche il simbolo dell'azienda olandese "Mentadent", ma in tal caso si riferisce solo agli effetti benefici del suo dentifricio sui denti, resi in grado di morsicare anche la mela più dura). Chi rovina la reputazione di un ambiente stimato è definito comunemente una "mela marcia", e negli USA un nativo che ha perso i contatti con la propria identità culturale è chiamato da altri nativi americani "mela", tipico insulto che indica un individuo che è « rosso fuori, bianco dentro »!
Talvolta la mela per il suo aspetto e la sua dolcezza è legata al tema delle gioie ultraterrene. Tali sono i "pomi delle Esperidi" custoditi da un drago in un giardino incantato ai confini del mondo, che Eracle dovette rubare nella sua undicesima fatiche, ma anche le mele mistiche che danno il nome ad Avalon ("Isola delle Mele", perche "aval" in gallese significa "mela"). Nei miti celtici quest'isola viene descritta come il luogo dove dimorano le anime dei morti; essa é ricoperta da grandi foreste lussureggianti, è attraversata da lunghi fiumi e in essa regna l'eterna primavera. Di solito viene identificata con il colle su cui sorgeva l'abbazia di Glastonsbury perchè d'inverno esso emerge dalle nebbie come un'isola; da qui il fortunatissimo bestseller "Le nebbie di Avalon" di Marion Zimmer Bradley (1930-1999). Dopo la cristianizzazione della Britannia si disse che ad Avalon sarebbe arrivato Giuseppe d'Arimatea, in fuga dalla Palestina insieme ad alcuni compagni, portando con sé il Sacro Graal, il calice nel quale aveva raccolto il sangue di Gesù dopo la crocifissione, e lo avrebbe nascosto in un pozzo. Questa leggenda potrebbe derivare dal fatto che in alcuni pozzi del luogo si raccoglie naturalmente acqua rossastra per via di alcune alghe, che ricorda il sangue di Gesù. Nel ciclo arturiano si afferma che ad Avalon fu sepolto re Artù, il quale vi riposa nell'attesa di ritornare quando il mondo necessiterà ancora di lui. Per inciso, anche la ex capitale kazaka Almaty deve il suo nome ai meleti: in lingua kazaka significa infatti "posto delle mele"!
Ritroviamo la mela dell'Aldilà anche nell'antica ballata inglese "Thomays the Rymour" ("Thomas il rimatore"), inoltre, la Regina delle Fate avverte il protagonista di non mangiare alcuna mela o pera che cresca nel suo giardino, perché mangiare il cibo dei morti gli impedirebbe di tornare nel mondo dei vivi. Una nota superstizione dei costruttori di barche sosteneva che portasse sfortuna costruire una barca con il legno di un melo, perché questo legno un tempo era utilizzato per fabbricare bare, e quindi fosse una porta verso l'altro mondo. Anche nel manga e anime "Death Note" il dio della morte Ryuk adora le mele e mangia praticamente solo quelle, mentre nella saga cinematografica dei "Pirati dei Caraibi" targata Disney il capitano Hector Barbossa, interpretato dall'attore Geoffrey Rush, è particolarmente ghiotto di mele verdi, frutto che ricorderebbe a Rush l'infanzia trascorsa nelle campagne inglesi.
Il tema del meleto incantato ai confini del mondo torna anche in un mito delle popolazioni del Caucaso, in cui si narra che sul melo nel giardino dei Narti, dai fiori azzurri splendenti, crescesse una mela d'oro, una sola alla volta, magica, brillante e capace di guarire ferite e malattie. Nonostante la guardia che i Narti facevano all'albero, di notte qualcuno riusciva sempre a rubare la mela, che poi durante il giorno ricresceva. Quando toccò a Uaerhaeg fare la guardia, egli mandò nel giardino i due figli Aeshaertaeg e Aeshar, che riuscirono a scoprire chi rubava la mela: al tramonto, tre colombe giungevano sui rami dell'albero e prendevano il pomo. I due fratelli Narti ne ferirono una e, seguendo le tracce di sangue, arrivarono al regno del genio delle acque, Donbettyr, posto sotto le acque del mare. Lì Aeshaertaeg prese in sposa la figlia del dio Dzerasse, che si trasformava in colomba insieme alle sue sorelle per rubare la mela.
Da qui alla mela come simbolo di immortalità, il passo fu breve. Ne consegue la già citata identificazione del frutto proibito di Adamo con una mela, ma anche il mito celtico in cui Lug, dio supremo del pantheon irlandese, portò in dono al re Cormac un ramo di un albero dell'isola di Avalon, adorno di tre mele, che rappresentava la regalità eterna. Nella mitologia scandinava, Idun è la dea che nutre gli Asi con le sue miracolose mele d'oro, le quali donano loro l'eterna giovinezza. Un giorno giorno la dea Idun venne attirata dal dio Loki in un bosco, dove le disse che vi erano delle mele con proprietà particolari. Il gigante Pjazi, messosi d'accordo con Loki e trasformatosi in aquila, rapì la dea con tutte le sue mele d'oro. L'assenza di Idun causò l'invecchiamento degli dei e questi, furibondi, diedero la colpa di tutto ciò a Loki. Quesi, per riscattarsi, sotto forma di falco volò a liberare la dea trasformata in noce, ma il gigante in forma di aquila lo inseguì. Giunti alla barriera di fuoco che protegge Asgard, il gigante prese fuoco e morì, così finalmente Idun tornò dagli dei con le sue mele magiche che continuarono a conferire ad essi l'eterna giovinezza. Nel folclore americano invece è ben nota la leggenda di Johnny Semedimela, originata da una figura storica, John Chapman (1774-1845), pioniere che introdusse coltivazioni di mele in gran parte della Pennsylvania, Ohio, Indiana, Illinois, Ontario e dell'attuale West Virginia. Secondo la leggenda, quando era ormai vecchio non ci vedeva più bene ma continuava a piantare semi di mela, finché non salì su una collina occupata da una nuvola; continuò a piantare semi anche nella nuvola, che lo portò direttamente in Paradiso (anche nella patria dell'industria moderna, le leggende millenarie sono dure a morire!!) Durante il capodanno ebraico ("Rosh Hashanah") è consuetudine mangiare mele immerse nel miele per evocare un "dolce anno nuovo", e negli Stati Uniti, ma anche in Danimarca, Finlandia e Svezia, una mela fresca era un regalo tradizionale da parte dei bambini per la loro maestra fin dal XIX secolo. Il simbolismo della mela negli USA è ancor oggi fortemente associato agli insegnanti, e le mele restano un tema popolare per regali e premi assegnati ad insegnanti esemplari.
Siccome la mela può conferire l'immortalità o l'eterna giovinezza, sovente diventa oggetto di una prova di coraggio. Il caso più noto è quello della mela posta sulla testa del figlio di Guglielmo Tell, che l'eroe dovette centrare con la sua balestra. Questo racconto fondativo della moderna Confederazione Elvetica è da molti ancor oggi ritenuto storico, ma la maggior parte dei medievalisti lo ritiene leggendario per l'assenza di testimonianze coeve che citino il leggendario balestriere di Uri che avrebbe sconfitto e ucciso il balivo austriaco Gessler, anch'egli personaggio sconosciuto alla storia: il primo riferimento all'eroe svizzero appare in un manoscritto del 1470, il "Libro bianco di Sarnen", compilato da Hans Schriber (morto nel 1479) per raccontare le origini della Confederazione Elvetica. Il racconto di Schriber però è sospettosamente simile ad alcuni miti scandinavi. Ad esempio, nel "Gesta Danorum" scritto nel XII secolo dal monaco danese Saxo Grammaticus (1150-1220), si racconta di Toko, un abile cacciatore che si vantava troppo delle sue abilità di arciere. Il Re di Danimarca Harald Dente Azzurro (933-986) lo costrinse allora a colpire una mela posta sulla testa del figlio. Toko aveva deciso che, se avesse fallito il bersaglio, con una seconda freccia avrebbe ucciso il re, e per questo finì imprigionato dal sovrano. Scappò poi dalla prigione e uccise il tiranno in un agguato. Troppe somiglianze per non pensare che il mito di Guglielmo Tell sia stato ispirato da queste saghe nordiche. Ma non è tutto: secondo la leggenda fu una mela caduta in testa a Isaac Newton (1642-1727) ad ispirargli la scoperta della legge di gravitazione universale: in effetti suo padre era morto prima della sua nascita e la madre si risposò con un altro uomo, da Isaac mai amato, che possedeva ampi frutteti in campagna, nei quali Isaac trascorse la giovinezza. La caduta della mela in testa potrebbe configurarsi in tal caso come la moderna versione della prova (intellettuale) da superare per giungere alla comprensione dei misteri della scienza.
Detto tutto questo, sarà solo un caso se la casa discografica inglese fondata dai Beatles nel 1968 si chiama Apple Records? O se una delle più note trasmissioni televisive per bambini si chiamava "Melevisione"? Ma, anche se non ci crederete, c'è anche una versione odierna del mito del giardino delle esperidi e di quello della dea Idun! Infatti la mela è il simbolo della città di New York, appunto soprannominata "Big Apple" ("Grande mela"). Per la prima volta quest'espressione compare nel 1909, nel libro "The Wayfarer in New York" di Edward Sandford Martin (1856-1939), in cui si dice: « Lo stato di New York è un melo, con le radici nella valle del Mississippi ». Negli anni venti il termine fu riproposto sul quotidiano "The Morning Telegraph" dal cronista sportivo John J. Fitzgerald (1893-1963), che si riferiva all'ippodromo di New York, volendolo intendere come « il sogno di qualunque giovanotto che abbia gettato una gamba in groppa ad un purosangue e la meta di ogni fantino ». Negli anni settanta il soprannome fu reso ulteriormente popolare da una campagna di promozione turistica della città. Nel 1997 il sindaco Rudolph Giuliani, per rendere omaggio al giornalista che aveva reso famoso il soprannome, battezzò "Big Apple Corner" l'angolo tra la West 54th Street e Broadway, dove John J. Fitzgerald aveva abitato dal 1934 al 1963. Ebbene sì: New York è il moderno Giardino delle Esperidi dell'attuale Cultura Pop!!

New York, la Grande Mela!

New York, la Grande Mela!

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I dolci frutti che non piacciono ai Marines
L'albicocco (Prunus armeniaca) è un albero appartenente come il melo alla famiglia delle Rosacee. È una pianta latifoglia e caducifoglia alta 8–12 m, con un tronco fino a 40 cm di diametro e una chioma densa e ampia. Le foglie sono cuoriformi, lunghe 5–9 cm e larghe 4–8 cm, con una base arrotondata, una punta e un margine finemente seghettato. I fiori hanno un diametro di 2–4,5 cm, con cinque petali da bianchi a rosati; vengono prodotti singolarmente o in coppia all'inizio della primavera. La fioritura avviene, come in tutti gli alberi del genere Prunus, prima della comparsa delle foglie. Il frutto è una drupa, di diametro pari a 1,5–2,5 cm (più grande in alcune cultivar moderne), con colore dal giallo all'arancione, spesso sfumato di rosso sul lato più esposto al sole; la sua superficie può essere liscia o vellutata con peli molto corti (in termini botanici è definita "pubescente"). Come per tutte le piante da frutto, questi ultimi sono verdi, duri e difficili da staccare dall'albero quando sono ancora acerbi. La polpa è solitamente succulenta, e il suo gusto può variare dal dolce all'aspro. Il singolo seme o "nocciolo" è racchiuso in un guscio duro, con una consistenza granulosa e liscia ad eccezione di tre creste che scendono lungo un lato.
Quanto all'etimologia, la parola "albicocca" e l'antico inglese abrecock (da cui l'inglese moderno) derivano dal medio francese aubercot o abricot, a sua volta dallo spagnolo albaricoque e dal catalano a(l)bercoc. Questo viene dall'arabo الْبَرْقُوق‎ (al-barqūq, "le prugne"), la cui origine è incerta. Forse proviene dal greco bizantino βερικοκκίᾱ (berikokkíā), e questo dal greco tardo πραικόκιον (praikókion), che a sua volta potrebbe essere un calco del latino "persica praecoquus", cioè "pesca di maturazione precoce".
L'albicocca oggi più comunemente coltivata era conosciuta in Armenia fin da tempi molto antichi, ed è stata coltivata lì per così tanto tempo che in Grecia e a Roma si pensava avesse avuto origine lì: nel "De re rustica", trattato di agraria romana di Lucio Giunio Moderato Columella (4-70 d.C.), questa piante è infatti detta "armeniacum", da cui il suo nome "armeniaca" della specie. Tuttavia ciò è contraddetto da studi genetici, che confermano invece l'ipotesi proposta da Nikolaj Ivanovič Vavilov (1887-1943) che l'addomesticamento di Prunus armeniaca sia avvenuto in Cina. L'albicocco domestico si sarebbe poi diffuso a sud verso l'Asia meridionale e ad ovest verso l'Asia occidentale (compresa l'Armenia). L'albicocca giapponese (Prunus mume) è un'altra specie di albicocca ampiamente coltivata, solitamente per usi ornamentali; nonostante il nome, anch'essa è originaria della Cina ed è stata introdotta in Giappone in tempi antichi.
Un clima secco è ottimo per la maturazione dei frutti; l'albicocco preferisce terreni ben drenati con un pH compreso tra 6,0 e 7,0. Esso è leggermente più resistente al freddo del pesco, tollerando temperature invernali fino a -30°C , ma un fattore limitante nella cultura dell'albicocca è rappresentato dalle gelate primaverili: tendono a fiorire molto presto (all'inizio di marzo nell'Europa occidentale), il che significa che il gelo primaverile può far cadere i fiori. Inoltre gli albicocchi sono sensibili agli sbalzi di temperatura durante la stagione invernale: i Cina gli inverni possono essere molto freddi, ma le temperature tendono ad essere più stabili che in Europa e soprattutto in Nord America, dove in inverno possono verificarsi grandi sbalzi di temperatura. L'ibridazione con il Prunus sibirica o albicocca siberiana, resistente a -50°C ma con frutti non succulenti e quindi meno appetibili, offre opzioni per l'allevamento di piante più resistenti al freddo. Le cultivar di albicocca vengono solitamente innestate su portainnesti di prugne o pesche. Il rampollo della cultivar fornisce le caratteristiche del frutto, come il sapore e le dimensioni, ma il portainnesto fornisce le caratteristiche di crescita della pianta. Alcune cultivar di albicocco sono autocompatibili, quindi non necessitano di alberi impollinatori; altri no: le varietà Moongold e Sunggold, ad esempio, devono essere piantate in coppia in modo che possano impollinarsi a vicenda. Quella che è nota come "albicocca nera" o "albicocca viola" (Prunus dasycarpa), è in realtà un ibrido di albicocca e prugna ciliegia (Prunus cerasifera); invece la cosiddetta "percocca" è un varietà di pesca con polpa compatta, gialla o bianca, coltivata in diverse regioni italiane ("percochi" o "pr'quech" a Bari, "pricuechi" a Otranto, "pescoche" in Italia settentrionale). Nel 2020 la produzione mondiale di albicocche è stata di 3,72 milioni di tonnellate; i maggiori produttori di albicocche sono state la Turchia con 750.000 tonnellate, l'Uzbekistan con 493.842, l'Iran con 342.479, l'Algeria con 242.243 e l'Italia con 229.020. La città di Malatya è il centro dell'industria turca delle albicocche per antonomasia.
Tra i funghi patogeni che colpiscono l'albicocco i più pericolosi il corineo, la moniliosi, l'oidio (Podosphaera oxyacanthae), il mal del piombo parassitario, il fusicocco e i marciumi radicali da Armillaria mellea e Rosellinia necatrix. Tra gli insetti, i più importanti sono la mosca mediterranea della frutta (Ceratitis capitata), la tignola orientale (Cydia molesta), l'anarsia (Anarsia liniatella), il rodilegno rosso (Cossus cossus), la cocciniglia bianca (Diaspis pentagona) e l'aspidioto (Quadraspidiotus perniciosus). Tra i batteri ricordiamo il tumore batterico (Agrobacterium tumefaciens), la scabbia (Pseudomonas syringae) ed il cancro batterico delle drupacee (Xantomonas campestris). Danni ingenti alle coltivazioni di albicocchi sono provocati anche dal virus della Sharka (Plum Pox Virus). A differenza delle pesche, invece, le albicocche non sono colpite dall'arricciamento delle foglie.
100 grammi di albicocche crude forniscono 48 calorie e sono composte per l'11% da carboidrati, l'1% da proteine, per meno dell'1% da grassi e per l'86% da acqua. Le albicocche crude sono una fonte moderata di vitamina A e vitamina C (12% del valore giornaliero ciascuna). Altre sostanze fitochimiche in esse contenute sono i polifenoli, comprese le catechine e l'acido clorogenico. I composti del gusto e dell'aroma includono saccarosio, glucosio, acidi organici, terpeni, aldeidi e lattoni. Molto consumate sono le albicocche secche: quando le albicocche vengono essiccate, la concentrazione relativa di nutrienti aumenta, con vitamina A, vitamina E , potassio e ferro con valori giornalieri superiori al 25%.
I semi di albicocca contengono amigdalina, un composto velenoso. In media i semi di albicocca amari contengono circa il 5% di amigdalina e i semhi dolci circa lo 0,9%; questi valori corrispondono allo 0,3% e allo 0,05% di cianuro. A causa del loro contenuto naturale di amigdalina, gli usi culinari del nocciolo sono limitati. L'olio ricavato dai semi di albicocca è sicuro per il consumo umano senza trattamento perché l'amigdalina non è solubile in olio. I gusci macinati sono usati nei cosmetici come esfoliante, offrendo un'alternativa ecologica alle microsfere di plastica. Dai noccioli di albicocca può essere ricavato un latte vegetale.
E ora, l'albicocca nella cultura. I cinesi associano l'albicocca all'istruzione e alla medicina: ad esempio, la parola 杏壇 (letteralmente "altare dell'albicocca") è ancora ampiamente usata nella lingua scritta nel senso di "circolo scientifico". Zhuang Zhou, filosofo cinese vissuto nel IV secolo a.C. al tempo degli "Stati Combattenti", raccontò una storia intitolata "Il Vecchio Pescatore" che Confucio (Kǒng Fūzǐ, 551-479 a.C.) avrebbe insegnato ai suoi studenti in una piazza circondata, guarda caso, da un bosco di albicocchi. L'origine dell'associazione cinese dell'albicocca con la medicina non è chiara: secondo i più deriverebbe dall'uso comune dei semi di albicocca come componente nella medicina tradizionale cinese, e in particolare dalla storia di Dong Feng (董奉, circa 200-260 d.C.), un medico vissuto durante il cosiddetto Periodo dei Tre Regni, che non richiedeva alcun compenso ai suoi pazienti tranne che piantassero alberi di albicocche nel suo frutteto dopo essersi ripresi dalle loro malattie. In tal modo egli avrebbe avuto a disposizione un grande giardino di albicocchi, che gli avrebbero garantito un rifornimento costante di ingredienti per le sue medicine. Pensate che il termine "esperto dell'albicocco" (杏林高手, Xìnglín gāoshǒu) è ancor oggi usato in Cina come riferimento poetico ai medici!
Il fatto che la stagione delle albicocche sia assai breve ha dato origine all'espressione comune in arabo egiziano e palestinese "fel meshmesh"  (في المشمش) per riferirsi a qualcosa che non accadrà mai o ad una promessa avventata. Nelle cucine del Medio Oriente e del Nord Africa ,e albicocche sono usate per preparare la Qamar al-Din (قمر الدين, letteralmente "Luna della religione"), una densa bevanda all'albicocca che è un appuntamento fisso durante l'ifṭār, il pasto serale consumato dai musulmani che interrompe il loro digiuno quotidiano durante il mese di Ramadan. Si ritiene che la Qamar al-Din abbia avuto origine a Damasco, dove fu coltivata per la prima volta la varietà di albicocche più adatta a preparare tale bevanda. L'espressione idiomatica turca "bundan iyisi Şam'da kayısı" (letteralmente "l'unica cosa migliore di questa è un'albicocca a Damasco") significa "non c'è niente di meglio di questo".
Da segnalare come l'allora giovane, in futuro grandissimo storico, Jacques Le Goff (1924-2014) scherzò sul bilancio fallimentare delle crociate, concludendo, nel suo noto volume "La civiltà dell'Occidente medievale" (1964), che l'unico frutto ricavato in Europa dalle spedizioni militari in Medio Oriente era... l'albicocca!
Nella cultura ebraica, le albicocche sono comunemente mangiate come parte del Tu Bishvat seder, piatto tradizionale di frutta secca e semi consumato nella festa del Capodanno degli Alberi, che cade il 15 del mese di Shevat.
Naturalmente, l'albicocca è il frutto nazionale dell'Armenia, che cresce principalmente nella pianura dell'Ararat ed è spesso raffigurata nelle opere d'arte di quel paese. Ritroviamo l'albicocca anche in numerosi dipinti occidentali, in particolare nature morte: tra le altre, la "Natura morta con albicocche, ciliegie, conchiglie e insetti" di Balthasar van der Ast (1594-1657), il "Ramo di albicocche" di Georg Flegel (1566-1638), le "Albicocche in una ciotola di ceramica, con prugne su una mensola di pietra" (1631) di Louise Moillon (1610-1696),  la "Natura morta con cinque albicocche" (1704) di Adriaen Coorte (circa 1665-1707), la "Natura morta con albicocche e ciliegie" (1740 circa) di Luis Meléndez (1716-1780), le "Albicocche su un piatto, (1877) del grande Paul Cézanne (1839-1906), le "Albicocche, mandorle e vaso bianco" (1943) di Henri Charles Manguin (1874-1949) e le "Albicocche" di Andy Warhol (1928-1987).
Al contrario di quanto avviene nelle culture orientali, tuttavia, presso i Marines statunitensi è considerato eccezionalmente sfortunato mangiare o possedere albicocche, specialmente vicino ai carri armati. Anche solo chiamarle per nome chiamerebbe la malasorte, per cui vengono invece chiamati "cots" ("culle", ma in realtà diminutivo di "apricots"), "frutto proibito" o "A-fruit". Questa superstizione è stata documentata almeno a partire dalla guerra del Vietnam, ed è spesso considerata originaria della seconda guerra mondiale: molti degli AAV ("Assault Amphibious Vehicle", ovvero "Veicolo Anfibio d'Assalto") mandati a conquistare le isole del Pacifico portavano con sé questi frutta, poiché spesso facevano parte delle razioni alimentari d'ordinanza, e così i militari cominciarono a sussurrarsi l'un l'altro che tutti gli AAV distrutti con i membri dell'equipaggio all'interno avessero un solo carico in comune: le albicocche. Naturalmente non ci sono molte prove a sostegno di questa affermazione, poiché molti veicoli che non trasportavano il "frutto proibito" hanno incontrato la stessa sorte; ma la guerra è così orrenda ("Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie", scrisse Ungaretti) e così priva di razionalità, che nel corso di essa ci si aggrappa a qualunque superstizione irrazionale, pur di esorcizzare la morte. E, in questo caso, a farne le spese sono state proprio le dolci albicocche.

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I fiori rosa di Lucio Battisti
Il pesco (Prunus persica) è un albero a foglie decidue del genere Prunus, che come abbiamo visto comprende il ciliegio, l'albicocco, il mandorlo e il susino, ed alla famiglia delle Rosacee. Il pesco è classificato con il mandorlo nel sottogenere Amygdalus, distinto dagli altri sottogeneri per il guscio del seme ondulato. A causa della loro stretta parentela, i noccioli di pesca hanno un sapore molto simile a quello delle mandorle, e sono spesso usati per realizzare una versione economica del marzapane, nota come "persipan". Il pesco cresce fino a 7 m di altezza e larghezza, ma se potati correttamente i peschi sono generalmente alti e larghi 3-4 m. I peschi hanno una vita relativamente breve rispetto ad altri alberi da frutto: in alcune regioni i frutteti vengono ripiantati dopo 8-10 anni, mentre in altre gli alberi possono produrre in modo soddisfacente per 20-25 anni o più, a seconda della loro resistenza a malattie, parassiti e danni invernali. Le foglie sono lanceolate, misurano 7–16 cm in lunghezza e 2–3 cm in larghezza. I fiori vengono prodotti all'inizio della primavera, prima delle foglie; sono solitari o appaiati, con diametro di 2,5–3 cm, di colore rosa, con cinque petali. Il nostro albero produce frutti succosi commestibili chiamati pesche e nettarine, che appartengono alla stessa specie, anche se commercialmente sono considerate frutti diversi. La buccia delle nettarine (in Italia dette anche "pesche noci") è priva della peluria tipica della buccia della pesca; si ritiene che responsabile della differenza tra i due frutti sia una mutazione in un singolo gene (MYB25). Le nettarine sono addirittura erroneamente ritenute un incrocio tra pesche e prugne, poiché la mancanza di peluria sulla buccia può farla apparire più rossastra di quella delle pesche, contribuendo al loro aspetto simile a quello di una prugna. Le pesche e le nettarine, come le ciliegie, le prugne e le albicocche, sono drupe, hanno polpa gialla o biancastra e profumo intenso; la polpa è molto delicata e si ammacca facilmente, ma è più consistente in alcune varietà commerciali, soprattutto quando è verde. Il singolo, grande seme è rosso-marrone, di forma ovale, lungo circa 1,3–2 cm e circondato da un guscio simile al legno. Le pesche a polpa bianca sono tipicamente molto dolci con poca acidità , mentre le pesche a polpa gialla hanno tipicamente un sapore acidulo, sebbene anche questa caratteristica vari notevolmente da cultivar a cultivar. Entrambi i colori hanno spesso del colore rosso sulla buccia. Le pesche a polpa bianca a bassa acidità sono le varietà più popolari in Cina, Giappone e nei paesi asiatici limitrofi, mentre europei e nordamericani hanno storicamente favorito le cultivar acide a polpa gialla. La varietà nota come "pesca indiana" matura nell'ultima parte dell'estate e può avere un colore che va dal rosso e bianco al viola.
Il nome della specie, "persica", da cui deriva la stessa parola "pesca" e i suoi corrispondenti in molte lingue europee (francese "pêche", inglese "peach", tedesco "Pfirsich", olandese "perzik", catalano "préssec", portoghese "pêssego", danese "fersken", finlandese "persikka"), deriva dall'antica credenza europea che il pesco fosse originario della Persia: gli antichi romani infatti si riferivano alla pesca come "malum persicum" ("mela persiana"), ma in realtà l'albero fu domesticato e coltivato per la prima volta nella Cina orientale. Endocarpi fossili con caratteristiche indistinguibili da quelle delle moderne pesche sono stati recuperati da depositi del tardo Pliocene a Kunming, risalenti a 2,6 milioni di anni fa. In assenza di prove che le piante fossero per altri versi identiche al pesco moderno, a questi fossili è stato assegnato il nome Prunus kunmingensis. Fino a poco tempo fa si credeva che la coltivazione fosse iniziata intorno al 2000 a.C., ma prove più recenti indicano che la domesticazione avvenne già nel 6000 a.C. nella provincia cinese di Zhejiang. I noccioli di pesca più antichi provengono dal sito di Kuahuqiao, vicino a Hangzhou. Gli archeologi indicano la valle del fiume Yangtze come il luogo in cui probabilmente ebbe luogo la prima selezione di varietà di pesche favorevoli al consumo umano. Le pesche sono state menzionate negli scritti e nella letteratura cinese a partire dall'inizio del primo millennio a.C. Una pesca addomesticata apparve in Giappone già nel 4700-4400 a.C., durante il periodo Jōmon. Era già simile alle moderne forme coltivate, dove i noccioli di pesca sono significativamente più grandi e più compressi dei noccioli precedenti; questa cultivar di pesca è stata certamente portata in Giappone dalla Cina, anche se, paradossalmente, nella stessa Cina questa varietà è attualmente attestata solo in date successive al 3300 a.C. In India la pesca apparve per la prima volta intorno al 1700 a.C., durante il periodo della cosiddetta (e per molti versi ancora misteriosa) civiltà Vallinda.
La coltivazione del pesco raggiunse la Grecia nel 300 a.C. Comunemente si ritiene che Alessandro Magno li abbia introdotti in Grecia dopo aver conquistato la Persia ed essere giunto sino in India, ma non è stata trovata alcuna prova storica di questa affermazione. Le pesche erano ben note ai Romani già nel I secolo d.C.; le più antiche rappresentazioni artistiche conosciute del nostro frutto si trovano in due frammenti di pitture parietali ad Ercolano, conservatesi a causa dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., e ora conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. I reperti archeologici mostrano che le pesche erano ampiamente coltivate nell'Europa continentale romana, ma la produzione crollò intorno al VI secolo; qualche ripresa della produzione si ebbe con il cosiddetto Rinascimento Carolingio del IX secolo. Si parla della coltivazione del pesco in Spagna nel trattato agricolo di Ibn al-'Awwam, scritto nel XII secolo. La pesca fu portata nelle Americhe dagli esploratori spagnoli nel XVI secolo e alla fine arrivò in Inghilterra e in Francia nel XVII secolo, dove era un regalo pregiato e costoso. L'orticoltore George Minifie (1597-1646) avrebbe portato le prime pesche dall'Inghilterra nelle colonie nordamericane nella prima metà del XVII secolo, piantandole nella sua tenuta di Buckland in Virginia. Sebbene Thomas Jefferson coltivasse alberi di pesco a Monticello, gli agricoltori americani non iniziarono la produzione commerciale fino al XIX secolo nel Maryland, nel Delaware, in Georgia, nella Carolina del Sud e infine in Virginia.
Invece la storia della nettarina non è chiara; la prima menzione registrata in inglese è del 1616, ma probabilmente erano state coltivate molto prima all'interno dell'areale nativo del pesco nell'Asia centrale e orientale. Sebbene alcune fonte affermino che le nettarine furono introdotte negli Stati Uniti da David Fairchild del Dipartimento dell'Agricoltura nel 1906, in realtà già l'edizione del 28 marzo 1768 della "New York Gazette" menziona una fattoria di Long Island, nello stato di New York, dove si coltivavano nettarine.
La "pesca del nettare di miele" di Shanghai era una componente chiave sia della cultura nutrizionale che dell'economia agraria dell'area in cui sorge la moderna megalopoli di Shanghai, la città più popolosa del mondo., e i peschi non mancavano mai nei giardini di tale città. Quando la modernizzazione e l'occidentalizzazione ne hanno sconvolto l'aspetto, la "pesca del nettare di miele" di Shanghai si è quasi estinta del tutto: gran parte della Shanghai moderna è purtroppo costruita su quelli che erano vasti frutteti di pesche.
Nell'aprile 2010 un consorzio internazionale, l'International Peach Genome Initiative, che comprendeva ricercatori provenienti da Stati Uniti, Italia, Cile, Spagna e Francia, ha annunciato di aver sequenziato il genoma del pesco. La sequenza è composta da 227 milioni di nucleotidi disposti in otto pseudomolecole che rappresentano gli otto cromosomi della pesca. Inoltre sono stati previsti 27.852 geni codificanti proteine ​​e 28.689 trascritti codificanti proteine. Particolare enfasi in questo studio è stata riservata all'analisi della diversità genetica nel genoma del pesco e al modo in cui è stato plasmato da attività umane come la domesticazione e la selezione. Sono stati riscontrati importanti "colli di bottiglia" storici, uno legato alla presunta domesticazione originaria che si suppone sia avvenuta in Cina circa 4.000-5.000 anni fa, il secondo dovuto alla precoce diffusione del pesco in Europa. Questi "colli di bottiglia" hanno evidenziato la sostanziale riduzione della diversità genetica associata alle attività di domesticazione.
Il pesco cresce in un areale abbastanza limitato nei climi secchi, continentali o temperati, poiché gli alberi hanno un fabbisogno di freddo che le zone tropicali o subtropicali generalmente non soddisfano se non ad altitudini elevate (ad esempio in alcune aree di Ecuador, Colombia, Etiopia, India e Nepal). La maggior parte delle cultivar richiede 500 ore di raffreddamento da 0° a 10°C, perchè durante il periodo di raffreddamento si verificano reazioni chimiche chiave, anche se la pianta appare dormiente. Una volta completato il periodo di raffreddamento, la pianta entra in un secondo tipo di dormienza, il periodo di quiescenza, durante il quale le gemme si rompono e crescono quando si raggiunge un clima caldo sufficientemente favorevole alla crescita. Gli alberi possono solitamente tollerare temperature comprese tra -26° e -30°C, sebbene i boccioli dei fiori della stagione successiva vengano solitamente compromessi a queste temperature, impedendo un raccolto per quell'estate. Un altro vincolo climatico è il gelo primaverile: gli alberi fioriscono abbastanza presto (a marzo nell'Europa occidentale) e il fiore viene danneggiato o cmpromesso se le temperature scendono al di sotto di -4°C. Se i fiori non sono completamente aperti, però, possono tollerare qualche grado in meno di freddo. Anche i climi con precipitazioni invernali significative a temperature inferiori a 16°C non sono adatti alla coltivazione del pesco, poiché la pioggia favorisce l'arricciamento delle foglie, che è la più grave malattia fungina per questi alberi da frutto. Per questo i fungicidi sono ampiamente utilizzati per la coltivazione delle pesche in tali climi, con oltre l'1% delle pesche europee che superavano i limiti legali di pesticidi nel 2013! Infine, per la maturazione del raccolto è necessario il caldo estivo, con temperature medie del mese più caldo comprese tra 20° e 30°C.
I peschi hanno bisogno di pieno sole e di una disposizione che consenta un buon flusso d'aria naturale per favorire l'ambiente termico per l'albero; vengono piantati all'inizio dell'inverno, e durante la stagione di crescita necessitano di un approvvigionamento idrico regolare e affidabile, con quantità maggiori appena prima del raccolto. Inoltre i peschi hanno bisogno di fertilizzanti ricchi di azoto più di altri alberi da frutto. Senza una fornitura regolare di fertilizzanti, le foglie del pesco iniziano a ingiallire o mostrano una crescita stentata. I fiori su un pesco sono tipicamente diradati perché se tutte le pesche su di un ramo giungessero a maturazione, sarebbero sottodimensionate e mancherebbero di sapore: i frutti vengono diradati a metà stagione. Le pesche fresche si ammaccano facilmente, quindi non è bene conservarle a lungo: sono più saporite quando maturano sull'albero e si mangiano il giorno stesso del raccolto. Nei giardini recintati costruiti in pietra o mattoni, che assorbono e trattengono il calore solare e poi lo rilasciano lentamente, aumentando la temperatura contro il muro, le pesche possono essere coltivate a spalliera addirittura fino alle isole britaniche. Le tipiche cultivar di pesco iniziano a dare i loro frutti nel loro terzo anno.
Sono note centinaia di cultivar di pesche e nettarine, classificati in due categorie: "freestone" e "clingstone". Le prime sono quelle la cui polpa si separa facilmente dal nocciolo, le seconde sono quelle la cui polpa vi si aggrappa saldamente. Alcune cultivar sono parzialmente freestone e clingstone, quindi sono chiamate "semifree". I tipi freestone sono preferiti per essere consumati freschi, mentre i tipi clingstone servono per l'inscatolamento. La selezione artificiale ha favorito cultivar con maggiore compattezza, colore più rosso e peluria più corta sulla superficie del frutto: queste caratteristiche facilitano le spedizioni e le vendite nei supermercati, migliorando l'attrattiva visiva. Tuttavia, questo processo di selezione non ha necessariamente portato a un aumento del sapore. Le pesche hanno una durata di conservazione breve, quindi i coltivatori commerciali in genere piantano un mix di diverse cultivar per avere frutta da spedire per tutta la stagione. Tra le cultivar italiane di pesche vi sono Springcrest, Springbelle, Royal Gem, Royal Glory, Flavorcrest, Redhaven; tra quelle di nettarine vi sono Sbergia, Big Top, Stark Redgold, Venus, Rita star, Maria Laura, Adriana, Independence, Caldesi. La "merendella" è una pesca dalla pelle liscia e colore bianco-verde, con polpa aderente al nocciolo, diffusa in Sicilia e soprattutto in Calabria, in particolare nella fascia ionica catanzarese. La "pesca saturnina" o "pesca tabacchiera" o "platicarpa" ha forma schiacciata (le comuni pesche sono per lo più sferiche) e sapore intenso. Un pesco è anche una buona fonte di polline per le api mellifere.
Il primo parassita ad attaccare l'albero all'inizio dell'anno, quando scarseggia altro cibo, è la forbicina (Forficula auricularia), che si nutre di fiori e foglie giovani durante la notte, impedendo la fruttificazione e indebolendo gli alberi appena piantati. Infestano i peschi anche le larve di alcune specie di falene come la piralide del pesco (Synanthedon exitiosa), la tignola gialla del pesco (Conogethes punctiferalis), Abagrotis orbis, Lyonetia prunifoliella, Phyllonorycter hostis, la piralide degli alberi da frutto (Maroga melanostigma), la falena a macchie bianche (Orgyia thyellina) e l' avvolgifoglie del melo (Archips termias). Il pesco viene attaccato anche dall'acaro rosso europeo (Panonychus ulmi) e dal famigerato coleottero giapponese (Popillia japonica). I peschi sono purtroppo soggetti a una diffusissima malattia chiamata arricciamento delle foglie, che di solito non colpisce direttamente il frutto, ma riduce la resa del raccolto defogliando parzialmente l'albero. Diversi fungicidi a base di rame possono essere utilizzati per combattere tale malattia. Il frutto è suscettibile anche al marciume bruno.
Nel 2020 il primo produttore mondiale di pesche e nettrine era naturalmente la superpotenza cinese con 15,00 milioni di tonnellate (il 61% del totale mondiale), seguita dalla Spagna con 1,31, dall'Italia con 1,02, dalla Turchia e dalla Grecia con 0,89, a fronte di una produzione mondiale di 24,57 milioni di tonnellate. Lo stato americano della Georgia è noto come "Stato delle pesche" per la sua significativa produzione di pesche iniziata già nel 1858. Il fiore simbolo dello stato del Delaware è il fiore di pesco dal 1995, e la torta di pesche è diventata nel 2009 il suo dolce ufficiale.
La polpa di pesca cruda è composta per l'89% da acqua, per il 10% da carboidrati, per l'1% da proteine ​​e contiene una quantità trascurabile di grassi. Una pesca cruda di medie dimensioni, del peso di 100 grammi, fornisce 39 kilocalorie, 9,54 g di carboidrati, 8,39 g di zuccheri, 1,5 g di fibre e contiene piccole quantità di nutrienti essenziali, ma nessuno è una percentuale significativa del valore giornaliero. Comunque le pesche fresche sono una fonte moderata di antiossidanti e vitamina C, necessaria per la costruzione del tessuto connettivo all'interno del corpo umano. I polifenoli totali in 100 g di peso fresco sono 14-102 mg nelle nettarine a polpa bianca, 18-54 mg nelle nettarine a polpa gialla, 28-111 mg nelle pesche a polpa bianca e 21-61 mg nelle pesche a polpa gialla. I principali composti fenolici identificati nella pesca sono l'acido clorogenico, le catechine, l'acido gallico e l'acido ellagico. Circa 110 composti chimici contribuiscono all'aroma della pesca, inclusi alcoli, chetoni, aldeidi, esteri, polifenoli e terpenoidi. Contenendo amigdalina, anche se in dosi minori che in altre specie del genere Prunus, i semi delle pesche sono tossici se consumati in grandi quantità.
L'intolleranza alla pesca è una forma relativamente comune di ipersensibilità alle proteine ​​contenute nelle pesche e nei relativi frutti, così come nelle mandorle. I sintomi variano da effetti locali (sindrome orale allergica, orticaria da contatto) a reazioni sistemiche più gravi, tra cui anafilassi (orticaria, angioedema, sintomi gastrointestinali e respiratori). Le reazioni avverse sono legate alla "freschezza" del frutto: la frutta sbucciata o in scatola può essere tollerata.
Chiudiamo come sempre con il significato della pesca nella cultura. Le pesche non sono solo un frutto molto popolare, ma sono anche rivestite di simbolismo in molte tradizioni culturali. Com'è noto, i fiori di pesco sono molto apprezzati nella cultura cinese. Gli antichi cinesi credevano che il pesco possedesse più vitalità di qualsiasi altro albero perché i loro fiori compaiono prima che spuntino le foglie. Quando i primi imperatori della Cina visitavano i loro territori, si dice che fossero preceduti da stregoni armati di bastoni di legno di pesca per proteggerli dai ogni sorta di malefizio. Alla vigilia di Capodanno, i magistrati locali tagliavano rami di legno di pesco e li mettevano sopra le porte delle loro case per proteggersi dalle influenze malvagie. Durante il periodo Han (202 a.C. - 220 d.C.) gli archi di legno di pesco venivano usati per scagliare frecce in ogni direzione nel tentativo di dissipare il male, mentre sigilli o figurine di legno di pesco custodivano cancelli e porte. I semi di pesca (桃仁, "táo rén") sono un ingrediente comune della medicina tradizionale cinese per dissipare i ristagni di sangue, contrastare l'infiammazione e ridurre le allergie. In un frutteto di peschi in fiore, Liu Bei, Guan Yu e Zhang Fei prestano giuramento reciproco di fratellanza nel capitolo iniziale del classico romanzo cinese "Il Libro dei Tre Regni" (XIII secolo). Un pesco che cresceva su un precipizio era il luogo in cui il maestro taoista Zhang Daoling metteva alla prova i suoi discepoli. In Cina il termine "pesca morsicata" divenne sinonimo di "omosessuale" (come "finocchio" in Europa); tale termine fu usato per la prima volta dal filosofo Han Fei (280-233 a.C.), raccontando un aneddoto in cui il cortigiano Mizi Xia addentò una pesca particolarmente deliziosa e diede il resto al suo amante, il duca Ling di Wei, in modo che anche lui potesse assaggiarlo.
In Corea la pesca è considerata il frutto della felicità, della ricchezza, degli onori e della longevità. La rara pesca con semi doppi è considerata un auspicio propizio di un inverno mite. È una delle dieci piante e animali immortali, quindi le pesche compaiono in molti minhwa (dipinti popolari coreani). I coreani ritengono ancor oggi che pesche e alberi di pesco scaccino gli spiriti, quindi le pesche non vengono poste sui tavoli per la venerazione degli antenati, a differenza di altri frutti.
Per quanto riguarda il Giappone, basti dire che secondo il Guinness dei Primati la pesca più dolce conosciuta è stata coltivata a Kanechika, in Giappone, con un contenuto zuccherino del 22,2%. Momotarō (桃太郎, "il ragazzo della pesca") è il personaggio di una fortunata fiaba giapponese, che prende il nome dalla pesca gigante da cui è nato: essa fu pescata mentre andava alla deriva in un fiume da un'anziana donna che non aveva avuto figli e che si era recata al fiume per lavare i panni. La donna e suo marito scoprirono il bambino mentre cercavano di aprire la pesca per mangiarla, ed egli spiegò loro di essere stato inviato dal cielo per essere loro figlio. Secondo un'altra versione, invece, la donna mangiò un pezzo della pesca e tornò giovane e bella, e quando il marito tornò a casa convinse anche lui a cibarsene; la coppia, rinvigorita dai poteri della pesca, quella sera stessa concepì un figlio. Infatti la pesca è considerata in Giappone un simbolo di fertilità, per la sua forma che ricorda il fondoschiena di una donna. Comunque, una volta cresciuto, il ragazzo lasciò la famiglia per andare ad affrontare gli "oni", orchi che vivevano nell'isola di Onigashima; lungo la strada incontrò un cane, una scimmia e un fagiano, che accettarono di aiutarlo nella sua missione. Insieme ai suoi amici animali, Momotarō penetrò nel forte di Ura, sconfisse il capo degli oni e sottrasse alle creature un prezioso bottino, grazie al quale la sua famiglia e i suoi nuovi amici poterono vivere per sempre negli agi. Aggiungiamo che due parole giapponesi tradizionali per il colore rosa corrispondono agli alberi in fiore: una per i fiori di pesco (momo-iro) e una per i fiori di ciliegio (sakura-iro).
I protagonisti di The Tale of Kieu si sono innamorati di un pesco, e In Vietnam il fiore di pesco che sboccia è il segnale della primavera, e i bonsai di pesco sono usati come decorazione nel nord del Vietnam durante il capodanno vietnamita (Tết), che diede il nome a un episodio della Guerra del Vietnam ("Offensiva del Tết"). Una leggenda vietnamita racconta che nella primavera del 1789, dopo aver marciato verso Ngọc Hồi e aver ottenuto una grande vittoria contro gli invasori della dinastia Qing cinese, l'imperatore del Vietnam Quang Trung (1753-1792) ordinò a un messaggero di galoppare fino alla cittadella di Phú Xuân (ora Huế) e consegnare un ramo di pesco in fiore all'imperatrice Ngọc Hân; ciò sarebbe avvenuto il quinto giorno del primo mese lunare, due giorni prima della prevista fine della battaglia. Il ramo di fiori di pesco inviato dal nord al centro del Vietnam non fu solo un presagio di vittoria dell'Imperatore alla sua consorte, ma anche l'inizio di una nuova primavera di pace e felicità per tutto il popolo vietnamita. Inoltre, poiché la terra di Nhật Tân aveva donato gratuitamente proprio quel ramo di fiori di pesco all'Imperatore, esso divenne il fedele giardino della sua dinastia.
Nell'Egitto ellenistico la pesca era il frutto sacro di Arpocrate (Hor pa khred, ossia Horus il fanciullo), dio protettor dell'infanzia: per questo ancora oggi le guance dei bambini sono paragonate alla buccia della pesca.
Quanto all'Europa, a Marsiglia si diceva che bastava addormentarsi con la schiena appoggiata a un pesco e restarci per due o tre ore, per far passare la febbre che si sarebbe trasmessa all'albero, le cui foglie sarebbero ingiallite e cadute. Molti artisti famosi hanno dipinto nature morte con frutti di pesco in risalto o alberi di pesco in varie ambientazioni: Caravaggio, Vicenzo Campi, Pierre-Auguste Renoir, Claude Monet, Édouard Manet, Henri Fantin-Latour, Severin Roesen, Peter Paul Rubens e Vincent Van Gogh. Gli studiosi dell'arte suggeriscono che molte composizioni siano simboliche: ad esempio, Jack Tresidder sostiene che gli artisti del Rinascimento usavano la pesca per rappresentare il cuore e una foglia attaccata al frutto come simbolo della lingua, implicando così che stavano dicendo la verità che usciva loro dal cuore; una pesca matura era anche un simbolo per indicare uno stato di buona salute. I dipinti di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610) introducono un notevole realismo dipingendo foglie di pesco che sono appassite, scolorite o, in alcuni casi, sono rose dai vermi, condizioni comuni nella moderna coltivazione della pesca. In letteratura, Roald Dahl (1916-1990) intitolò il romanzo fantasy dei suoi figli "James and the Giant Peach" perché una pesca è "più bella, più grande e più morbida di una ciliegia". E poi, come non ricordare Lucio Battisti e la sua “Fiori rosa, fiori di pesco”?

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La drupa che ispirò Pablo Neruda
Anche la prugna (Prunus domestica) è una pianta da fiore del genere Prunus e della famiglia delle Rosacee. Comprende molte varietà di alberi da frutto conosciuti come prugne, anche se non tutti quelli che noi chiamiamo "alberi di prugne" appartengono a questa specie. L'albero ha la tipica forma ad ombrello o ad alberello, di medie dimensioni: da 3-4 fino a 6-8 metri d'altezza, a seconda della varietà. Talvolta nodoso, presenta fiori solitamente bianchi che sorgono già all'inizio della primavera. Il frutto ovale o sferico varia in dimensioni, ma può raggiungere un diametro massimo di 8 centimetri. La polpa è generalmente dolce, però esistono anche varietà acide che necessitano di essere cotte con zucchero per essere commestibili. Come tutti i frutti degli alberi del genere Prunus, la prugna contiene un unico grande seme, solitamente chiamato nocciolo, che non è commestibile e viene scartato durante il consumo. I frutti si raccolgono a più riprese da giugno a ottobre, con la possibilità di ottenere fino a cinque raccolte. Per stabilire il grado di maturazione si valuta la resistenza della polpa (misurata con uno strumento chiamato penetrometro), il rapporto solidi solubili/acidità totale e la variazione del colore di fondo della buccia. La prima raccolta è generalmente la migliore, fino ad arrivare poi alle ultime che presentano frutti di seconda qualità. Data la natura organolettica della polpa, conservare in frigo questo frutto si rivela quasi inutile, in quanto la polpa tende ad imbrunire.
La parola "prugna" viene dal latino "prunum" attraverso il latino volgare "prunĕa", a sua volta dal greco "proynon". Alcuni lo fanno derivare dalla radice indoeuropea "brhux-mnĕi-ŏ-", "scuro", attraverso l'anatolico "*prumnĕiă" probabilmente per il colore del frutto. Siccome il pruno selvatico è pieno di spine, la parola "pruno" è passata in italiano ad indicare ogni genere di arbusto spinoso, come il biancospino e il rovo, usati per le siepi (che certamente non producono prugne commestibili!). Il termine in questo senso è usato anche da Dante nella selva dei suicidi: « Allor porsi la mano un poco avante, / e colsi un ramicel da un gran pruno; / e 'l tronco suo gridò: "Perché mi schiante?" » (Inf. XIII,31-33) Da qui viene il senso figurato di "fastidio, dolore" assunto da questa parola, come il famoso letto dell'Innominato, che secondo Manzoni era diventato "un covile di pruni" a causa dei rimorsi che lo perseguitavano, e che lo avrebbero condotto all'improvvisa conversione. Il frutto, per distinguerlo dall'albero, viene chiamato anche susina, ed anche l'etimologia di questa parola è discussa. Secondo alcuni viene da Susa, una delle capitali della Persia achemenide, presunta città d'origine della pianta; secondo altri viene da "succiare" ("succhiare") attraverso una voce dialettale, come il toscano "sucina". Secondo alcuni, però, il termine susina andrebbe riferito alla sola specie Prunus salicina, originaria di Cina e Vietnam.
Originario dell'Asia, e in particolare della zona del Caucaso, in seguito il prugno cominciò ad essere coltivato anche in Siria, principalmente a Damasco. I Romani, verso il 150 a.C., lo introdussero nel bacino del Mediterraneo, ma furono i combattenti della Prima Crociata a portarlo in tutta l'Europa intorno al 1100 d.C., dapprima in Francia e poi nelle altre nazioni. Forse rinselvatichita, si diffuse nell'Europa centrale, giungendo con la variante Juliana fino alla Danimarca e alla Scandinavia meridionale.
Grazie ai coloni europei, oggi il prugno è coltivato in tutto il mondo: i maggiori produttori di prugne nel 2018 sono stati la Cina (6,8 milioni di tonnellate), la Romania e la Serbia (842.000 tonnellate), gli Stati Uniti (368.000 tonnellate) e l'Iran (313.000 tonnellate), a fronte di una produzione complessiva mondiale di 12.608.678 tonnellate. L'irrigazione si dimostra fondamentale durante il periodo di fioritura. La potatura è diversa in base alla specie: per il susino europeo è importante lasciare una buona quantità di gemme. Le sottospecie si incrociano facilmente, tanto che si possono trovare numerose forme intermedie: la loro dolcezza e acidità possono variare molto, i colori variano dal viola-bluastro al rosso, arancio, giallo o verde chiaro.
Le varie specie di prunus sono raggruppate in tre principali categorie: il gruppo asiatico-europeo (Prunus domestica, Prunus insititia, Prunus. cerasifera); il gruppo sino-giapponese (Prunus salicina); e il gruppo americano (Prunus americana). Tra i pruni europei ricordiamo: la Agostana, varietà di origine italiana caratterizzata da frutti piccoli di colore rosso con polpa gialla e gusto gradevole, utilizzati anche per realizzare liquori e confetture; la Anna Späth, originaria dell'Ungheria ma commercializzata in Germania per la prima volta dal vivaista Ludwig Späth (1793-1883) da cui il nome, con frutti medio-grandi, una buccia che varia dal rosso porpora al blu violetto ed una polpa giallo-verdastra, soda e zuccherina, non particolarmente succosa; la Bianca di Milano, che, produce frutti di forma rotonda con buccia verde chiaro e polpa gialla e zuccherina; la Stanley, la varietà più coltivata, più produttiva e di qualità superiore, i cui frutti di grandi dimensioni sono eccezionali per l'essiccazione, data la maturazione tardiva; la San Pietro, con frutti di forma ovoidale e una buccia inizialmente verde che tende a colorarsi di giallo a maturazione completa (è tra le prime varietà di prugne a maturare); e la Verdacchia, varietà italiana di origini molto antiche, che ha frutti succosi e dolci dalla forma allungata con buccia e polpa di colore giallo-verdastro. Tra i pruni sino-giapponesi, ricordiamo la Burbank, con frutti grandi caratterizzati da una buccia rossa scura ed una polpa gialla, molto produttiva; la Goccia d'oro, detta anche Shiro, che come suggerisce il nome è contraddistinta da frutti di colore giallo dorato; la Sangue di Drago, con buccia rosso-viola e polpa gialla molto dolce; e la Santa Rosa, caratterizzata da frutti piuttosto grandi e di forma sferica, la cui buccia è color rosso scuro, mentre la polpa è gialla o sfumata di rosa. Non dimentichiamo poi la California Blu, ovviamente originaria della California, che è contraddistinta dai caratteristici frutti color blu-violaceo e dalla forma per lo più tonda.
Infine, "Pluot" è il nome commerciale attribuito ad un gruppo di cultivar di un ibrido realizzato alla fine del XX secolo da Floyd Zaiger (1926-2020). Questa drupacea fu ottenuta da una ibridazione multipla ed è composta per tre quarti dal susino e per un quarto dall'albicocco. Il nome dell'ibrido deriva infatti dalla crasi fra "plum" (in inglese, "prugna"), e "apricot" ("albicocca"). Molto commercializzata nei mercati ortofrutticoli statunitensi, in Italia è nota come prugnocca, anche se la legge imporrebbe di non tradurre o modificare i nomi imposti da chi ha creato l'ibrido. L'aspetto esteriore del frutto, chiamato anche "uovo di dinosauro", è quello di una susina, ha un sapore molto dolce ed è ricco di provitamina A.
Le prugne vengono coltivate a scopo commerciale nei frutteti, ma i moderni portainnesti consentono di coltivare singole prugne in spazi relativamente piccoli. La loro fioritura e fruttificazione precoci fa sì che richiedano un luogo riparato dal gelo e dai venti freddi. Purtroppo è una pianta molto delicata, che subisce le aggressioni di molti parassiti. Tra di essi si annoverano l'eriofide del susino (Aculus fockeui), l'afide verde del susino (Brachycaudus helychrysi), l'afide farinoso del susino (Hyalopterus pruni), la cocciniglia del susino (Sphaerolecanium prunastri), la mosca mediterranea della frutta (Ceratitis capitata), la carpocapsa delle susine (Grapholita funebrana), l'oplocampa delle susine (Hoplocampa minuta) e il buprestide dei fruttiferi (Capnodis tenebrionis). Un'altra grave avversità è rappresentata dalle gazze ladre. Una menzione a parte la merita Taphrina pruni, un fungo ascomicete che attacca il susino, di cui colpisce i frutti provocando la loro degenerazione nei cosiddetti "bozzacchioni del susino", immangiabili: i frutti vengono colpiti quando hanno raggiunto un certo grado di sviluppo e si deformano assumendo una forma allungata e ricurva; la loro superficie diventa grinzosa e rugosa e poi suberosa. Il frutto assume un colore giallastro e quindi grigiastro e poi dissecca, trasformandosi in una "mummia" ricoperta da una muffa biancastra. A rendere universalmente nota questa patologia è stato Dante Alighieri, che nel suo "Paradiso" scrive: « Ben fiorisce ne li uomini il volere; / ma la pioggia continüa converte / in bozzacchioni le sosine vere » (Par. XXVII, 124-126) Con questa metafora tratta (come molte altre dantesche) dal mondo agricolo, Beatrice intende rimarcare il fatto che l'uomo nasce naturalmente inclinato al bene, ma poi crescendo perde la sua innocenza e si corrompe, come le prugne che la pioggia trasforma in bozzacchioni, guasti e privi di ogni sapore, a causa della mancanza di una guida spirituale e politica nel mondo (i funghi parassiti non erano noti ai tempi del Ghibellin Fuggiasco, e la malattia era attribuita al maltempo, che in effetti può favorire la crescita dei funghi). All'epoca non restava che eliminare i rami colpiti dalla malattia, ma oggi Taphrina pruni è efficacemente combattuta mediante trattamenti preventivi con anticrittogamici a base rameica alla caduta delle foglie e alla ripresa vegetativa.
Le prugne forniscono 42 kcal per 100 grammi, contengono acqua per l'80% e apportano sali minerali, potassio e vitamine, in particolare la vitamina C. La buccia è ricca di potenti antiossidanti. Il potere calorico delle prugne secche è ancora più elevato, 220 kcal per 100 grammi, perché gli zuccheri sono più concentrati. Le prugne secche si possono ottenere così: si lavano e si asciugano le prugne, si eliminate il nocciolo con l'apposito strumento, si mettono le prugne in una pentola piena di acqua bollente, ed appena la buccia inizia a gonfiarsi (dopo circa 2 minuti) si scolano, si asciugano, le si dispone in una teglia coperta con carta da forno e le si cuoce in forno ventilato a 80°C per due ore. Si può anche disporle su un vassoio metallico, coprirle con un velo e lasciarle essiccare al sole per una settimana.
E ora, un po' di poesia. Oltre alla suddetta citazione dantesca, il poeta cileno Pablo Neruda (pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, 1904-1973) nelle sue Odi Elementari, scritte nel 1954, ha dedicato alcune poesie a diversi alimenti, tra cui ortaggi e frutta: limoni, cipolle, cocomeri, arance, carciofi. Anche alla prugna è dedicata una poesia, dove viene rappresentata come il frutto della memoria, perché il poeta, tenendone una tra le mani, rivive momenti della sua infanzia, ricordando le emozioni e le scoperte di quando era "un ragazzino silvestre". Ecco una strofa della poesia: « Da allora / la terra, il sole, la neve / le raffiche / della pioggia in ottobre / per le strade, / tutto, / la luce, l'acqua, / lasciarono / nella mia memoria / odore / e trasparenza / di prugna. / La vita / ovalizzò in un calice / il suo splendore, la sua ombra, / la sua freschezza. / Oh bacio / della bocca / nella prugna, / denti / e labbra / pieni / dell'ambra odorosa / della liquida / luce della prugna. »
Chiudiamo con una curiosità storica davvero insolita. A Bra, in provincia di Cuneo, c'è un esemplare di Prunus spinosa che fiorisce in pieno inverno. Secondo la tradizione, la sera del 29 dicembre 1336 la giovane Egidia Mathis, prossima al parto, stava rientrando a casa. Si fermò, come suo solito, per una preghiera davanti a un'edicola dedicata alla Vergine. Qui venne raggiunta con cattive intenzioni da alcuni soldati di ventura che stazionavano nelle vicinanze. La povera Egidia invocò la Madonna e all'improvviso arrivò dal bosco una dignitosa matrona, sfolgorante di luce, tanto che i soldati pensarono bene di tagliare la corda. Per lo spavento Egidia venne colta dalle doglie e partorì di lì a poco, confortata da quella misteriosa presenza che infine scomparve senza rivelare la propria identità. La giovane corse in paese col neonato, raccontò i fatti e tornò sul posto insieme ad alcuni parenti. Essi si accorsero con stupore che gli alberi di prugne, attorno all'edicola, erano coperti di fiori. Da allora il luogo diventò meta di pellegrinaggi; nel 1626 venne eretto il primo Santuario della Madonna dei Fiori, detto anche Santuario Antico, uno dei più visitati del Piemonte. Si rese poi necessaria la costruzione di un ulteriore santuario, più grande, la cui prima pietra fu posta nel 1933. La fioritura si ripete ogni anno alla fine di dicembre, preceduta qualche volta da un'ulteriore fioritura per l'Immacolata. In genere dura una ventina di giorni, ma può protrarsi anche più a lungo. A ogni mancata fioritura hanno fatto seguito eventi drammatici, come negli inverni del 1914 e del 1939, vigilie della prima e della seconda guerra mondiale, quando il "miracolo" non si verificò. Non accadde neppure nel 1877, e poco dopo morì Papa Pio IX, che aveva promulgato il dogma dell'Immacolata Concezione. Si dice che i fiori apparvero però il 20 febbraio del 1878, in concomitanza con l'elezione del successore, Leone XIII. Fin dal ‘700 sono stati compiuti studi scientifici volti a comprendere le ragioni della fioritura fuori stagione, e se ne è occupato anche il CICAP, l'organizzazione italiana degli scettici per antonomasia, ma finora non è stata trovata alcuna particolarità nel terreno o nel microclima, per cui l'unica spiegazione scientifica è un'insolita (ma non impossibile) mutazione genetica della pianta. Ma le leggende sono belle indipendentemente da qualsiasi debunking, e così ringraziamo il Cielo per aver fatto nascere una pianta di susine che fiorisce persino sotto la neve!

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I grandi frutti che Piero Chiara voleva rubare
L'anguria (Citrullus lanatus) è una pianta da fiore della famiglia delle Cucurbitacee che prende il nome dal suo frutto commestibile: è molto coltivata in tutto il mondo, con più di 1.200 varietà. Si tratta di una pianta annuale che può strisciare per terra o essere rampicante. Gli steli sono lunghi fino a 3 metri, e quelli di nuova crescita hanno peli gialli o marroni che scompaiono con l'invecchiamento della pianta. Le foglie misurano da 60 a 200 millimetri di lunghezza e da 40 a 150 mm di larghezza, e di solito sono trilobate. Come quasi tutte le specie del genere Citrullus, l'anguria ha viticci ramificati. Le piante sono monoiche, cioè hanno fiori unisessuali maschili o femminili, bianchi o gialli, portati su fiori lunghi 40 millimetri e dotati di gambi pelosi che crescono all'ascella delle foglie. I fiori maschili predominano all'inizio della stagione; i fiori femminili si sviluppano successivamente. Il grande, iconico frutto è una specie di bacca modificata chiamata "peponide" con una scorza spessa detta esocarpo e un centro carnoso detto endocarpo. Le piante selvatiche producono frutti fino a 20 cm di diametro, mentre le varietà coltivate possono superare i 60 cm! La buccia del frutto è di colore verde scuro e solitamente screziato o striato, e la polpa, contenente numerosi semi sparsi all'interno, può essere rossa o rosa, ma in certe varietà arancione, gialla, verde o bianca. Esiste anche un'anguria amara, Citrullus amarus, che si è naturalizzata nelle regioni semiaride di diversi continenti ed è designata come "pianta infestante" in alcune parti dell'Australia occidentale, dove viene chiamata "melone maiale".
L'anguria dolce fu descritta per la prima volta da Carlo Linneo nel 1753 e le venne dato il nome Cucurbita citrullus. Fu riassegnata al genere Citrullus nel 1836, con il nome Citrullus vulgaris, dal botanico tedesco Heinrich Adolf Schrader (1767-1836). Il nome attuale Citrullus lanatus fu assegnato nel 1916 dai botanici giapponesi Jinzō Matsumura (1856-1928) e Takenoshin Nakai (1882-1952). Il latino Cĭtrŭllŭs viene dall'indoeuropeo *kĭ-tr-ŏn-(ĕ)lŏ-s, "piccolo cranio per antonomasia", mentre l'epiteto "lanatus" si riferisce alle parti lanose della pianta giovane.
Il nome anguria, comune in Italia Settentrionale, deriva dal greco tardo ἀγγούριον,ʼăggŏ́u̯rĭŏn (dove -gg- si pronuncia -ng-), diminutivo di ʼắggŏu̯rŏn ("cetriolo selvatico"), dal composto indoeuropeo *hₐăṅg-ŏ-u̯r-(i̯)ŏ-m, "che ha una protezione a vaso". ed entra nel lessico della lingua italiana in epoca bizantina attraverso l'Esarcato di Ravenna. Oggi in greco moderno αγγούρι (angúri) significa "cetriolo". Il nome "cocomero", prevalente invece in Italia Centrale deriva dal latino cucumis, "cetriolo"; da qui deriva anche "cucumbra", termine usato nelle Marche. Il nome "pateca", comune in Liguria, deriva dal francese "pastèque", a sua volta dal portoghese "pateca", dall'arabo بطيخه "baṭīḫa", "cocomero". In Abruzzo il nome "citrone" o "cetrone" deriva dal latino "citrium", "cetriolo". Il nome "melone d'acqua", diffuso in Italia meridionale, deriva dal francese melon d'eau, a sua volta dal latino mēlōne(m). In Sardegna viene usato il nome "síndria" o "sandia", vocaboli derivanti rispettivamente dal catalano síndria e dallo spagnolo sandía, a loro volta provenienti dall'arabo سِنْدِيَّة sindiyya, dal sanscrito सिंधु "sindhu", "fiume" (nome sanscrito del fiume Indo, da cui l'attuale regione pakistana del Sindh). In Calabria è conosciuto come "zipangolo" ("zuparacu", "pizzitangulu"), termine la cui etimologia è incerta. Il nome Zipangolo potrebbe provenire da Cipango o Zipangu, nome dato da Marco Polo al Giappone, area di notevole diffusione del frutto, dal cinese 日本國 "Rìběnguó", ossia "Paese della Radice del Sole". "Zuparacu", usato specialmente della provincia di Catanzaro, viene da alcuni spiegato come "lo zio parroco", con riferimento alle lunghe file ordinate e rettilinee dei semini neri, che ricordano i bottoni delle tuniche sacerdotali.
Prima del 2015 si presumeva che la specie selvatica più vicina a Citrullus lanatus fosse il melone senza viticci Citrullus ecirrhosus delle regioni aride del Sudafrica, sulla base di un esemplare erroneamente identificato nel XVIII secolo. Tuttavia, dopo l'analisi filogenetica, si ritiene ora che il parente più stretto di Citrullus lanatus sia Citrullus mucosospermus dell'Africa occidentale (coltivato dal Senegal alla Nigeria), che talvolta è anche considerato una sottospecie di Citrullus lanatus. Secondo altri il progenitore del moderno cocomero domestico potrebbe essere un melone della regione del Kordofan dell'attuale Sudan, il quale condivide con l'anguria domestica la perdita del gene dell'amarezza, pur mantenendo un sapore dolce, a differenza di altre varietà selvatiche africane provenienti da altre regioni: forse il melone di Kordofan era già coltivato nella Valle del Nilo nel 2000 a.C. Il melone lanoso amaro fu formalmente descritto nel 1794 da Carl Peter Thunberg (1743-1828) e gli venne dato il nome Momordica lanata, ma fu riassegnato al genere Citrullus nel 1916 dai già citati Matsumura e Nakai.
Le angurie venivano originariamente coltivate per il loro alto contenuto di acqua e venivano conservate per essere consumate durante le stagioni secche, non solo come fonte di cibo, ma come metodo per immagazzinare l'acqua. Il famoso esploratore David Livingstone (1813-1873) scrisse che la pianta del cocomero cresceva nel deserto del Kalahari, e ritenne che essa avesse avuto origine lì, dove è conosciuta come "tsamma" ed è famosa per l'elevato numero di frutti che produce, fino a cento per ogni esemplare: per questa ragione è una fonte di acqua abituale per gli abitanti della zona, oltre a fungere da cibo sia per gli uomini sia per gli animali. In Botswana la pianta è conosciuta con il nome di "lerotse" ed è considerata sacra, con foglie purificanti. Come scrisse il famoso antropologo Sir James George Frazer (1854-1941) nel suo celebre saggio "Il ramo d'oro" (1915), fra i beciuani è d'obbligo purificarsi prima di consumare i nuovi raccolti. La purificazione avviene in gennaio, all'inizio del nuovo anno, in un giorno stabilito dal capo tribù: tutti i maschi adulti tengono le foglie del lerotse in mano e le schiacciano, ottenendone un succo che applicano agli alluci e all'ombelico; poi ciascuno di essi si reca alla propria abitazione e spalma tutti i membri della propria famiglia con questo succo. Solo dopo che questa purificazione è stata completata, la gente è libera di mangiare i nuovi raccolti.
Alcuni semi di anguria sono stati trovati nella regione del Mar Morto negli antichi insediamenti di Bab edh-Dhra e Tel Arad. Molti semi di anguria selvatica risalenti a 5000 anni fa sono stati scoperti a Uan Muhuggiag, un sito preistorico della Libia sudoccidentale che risale al 3500 a.C. circa. Non è dato sapere quando l'anguria sia stata coltivata per la prima volta, ma il primo raccolto a essere stato registrato è documentato in alcuni geroglifici nell'Antico Egitto e avvenne quasi 5000 anni fa. Il frutto veniva spesso deposto nelle tombe dei faraoni come mezzo di sostentamento per l'aldilà, e nella mitologia egizia l'anguria aveva origine dal seme del dio Seth. Nel VII secolo i cocomeri venivano coltivati ​​in India e nel X secolo raggiunsero la Cina. I Mori introdussero il frutto nella penisola iberica, e ci sono prove che venisse coltivato a Cordova nel 961 e a Siviglia nel 1158. Si diffuse verso nord attraverso l'Europa meridionale, forse limitato nella sua avanzata dalle temperature estive insufficienti per buoni raccolti. Il frutto cominciò ad apparire negli erbari europei nel 1600 e fu ampiamente piantato in Europa nel XVII secolo in poi, ma senza troppa fortuna, poiché le prime angurie non erano dolci ma amare, con polpa bianco-giallastra, ed erano anche difficili da aprire. Attraverso la selezione, le angurie in seguito acquisirono un sapore migliore e divennero più facili da aprire. I Conquistadores e gli schiavi africani introdussero l'anguria nel Nuovo Mondo: i coloni spagnoli la coltivavano in Florida nel 1576. Veniva coltivata in Massachusetts nel 1629 e nel 1650 in Perù, Brasile e Panama . Nello stesso periodo i nativi americani lo coltivavano nella valle del Mississippi e in Florida. Durante la guerra di secessione americana, le angurie erano comunemente coltivate dagli ex schiavi neri liberati e divennero uno dei simboli dell'abolizione della schiavitù. Dopo la fine della guerra civile, nel Sud l'associazione dei neri con l'anguria diede vita a un brutto stereotipo razzista secondo cui i neri condividevano un presunto appetito vorace per l'anguria, un frutto a lungo associato alla pigrizia e alla sporcizia.
Le angurie senza semi furono sviluppate nel 1939 da scienziati giapponesi che furono in grado di creare ibridi triploidi senza semi che inizialmente rimasero rari perché non avevano sufficiente resistenza alle malattie. Le angurie senza semi sono diventate più popolari a partire dal 2000, raggiungendo quasi l'85% delle vendite totali di angurie negli Stati Uniti nel 2014. Nel 1954 Charles Fredrick Andrus, un orticoltore del Laboratorio Agronomico dell'USDA a Charleston, nella Carolina del Sud, è riuscito a produrre un'anguria resistente alle malattie e all'avvizzimento, il cosiddetto "melone grigio di Charleston". La sua forma oblunga e la crosta dura lo rendevano facile da impilare e spedire; la sua adattabilità permetteva di coltivarlo su un'ampia area geografica, produceva raccolti abbondanti ed era resistente alle più gravi malattie dell'anguria, come antracnosi e fusarium. Nel 1963 J.M. Crall dell'Università della Florida produsse "Jubilee" e l'anno successivo C.V. Hall della Kansas State University produsse "Crimson Sweet". Queste non vengono più coltivate in larga misura, ma il loro lignaggio è stato ulteriormente sviluppato in varietà ibride con rese più elevate, migliore qualità della polpa e aspetto attraente. Per capire se un'anguria è matura al punto giusto, bisogna avvicinare il frutto all'orecchio e percuoterne la superficie esterna con il pugno: si dovrebbero udire rintocchi armoniosi e profondi che gli esperti paragonano a quelli di un violoncello.
Le angurie sono piante coltivate nei climi tropicali a temperati, che necessitano di temperature superiori a 25°C per prosperare. Le angurie hanno un periodo di crescita più lungo rispetto agli altri meloni, e possono impiegare 85 giorni o più dal momento del trapianto affinché il frutto maturi. Negli orti domestici i semi vengono solitamente seminati in vasi coperti e trapiantati nel terreno. Le condizioni ideali sono un terriccio sabbioso ben drenato con un pH compreso tra 5,7 e 7,2. La qualità più diffusa è la "Crimson Sweet", che si presenta rotonda e per lo più allungata, di colore verde chiaro alternato a strisce verde scure. Altra qualità famosa è la "Sugar Baby", inconfondibile in quanto è piccola, tonda e di colore verde scuro. I maggiori produttori di angurie nel 2018 sono stati la Cina con 62.803.768 tonnellate, l'Iran con 4.113.711, l'India India con 2.520.000, il Brasile con 2.240.796 e l'Algeria con 2.095.757. La produzione italiana nel 2020 è stata di 677.727 tonnellate, di cui 568.326 da coltivazioni all'aperto e 109.401 da coltivazioni in serra.
Il frutto dell'anguria è composto per il 91% da acqua e contiene il 6% di zuccheri. Un ettogrammo di polpa d'anguria cruda produce 30 kcal e contiene 7,55 g di carboidrati, 0,61 g di proteine, 0,4 g di fibre, 0,15 g di grassi e basse quantità di nutrienti essenziali: solo la vitamina C è presente in un contenuto apprezzabile, pari al 10% del valore giornaliero. Nella scorza dell'anguria è abbondante l'amminoacido citrullina. E' possibile ottenere anche un olio di semi di anguria.
Gli agricoltori della regione giapponese di Zentsuji hanno trovato il modo di coltivare angurie... cubiche, coltivando i frutti in scatole di metallo e vetro e facendo loro assumere la forma del contenitore La forma cubica è stata originariamente pensata per rendere i meloni più facili da impilare e conservare, ma queste "angurie cubiche" possono costare anche il triplo di quelle normali, quindi si rivolgono principalmente ai ricchi consumatori urbani. Sono state sviluppate anche stravaganti angurie a forma di piramide.
Tra gli insetti il più importante parassita dell'anguria è l'afide Aphis gossypii. Tra le malattie da funghi vi sono l'oidio (causato da Erysiphe cichoracearum e da Sphaerotheca fuliginea), la peronospora (causata da Pseudoperonospora cubensis), la muffa grigia (causata da Botrytis cinerea) e il nerume (causato da Alternaria alternata). Tra le micotossine vi è la patulina. Alcune varietà coltivate in Giappone e in altre zone dell'Estremo Oriente sono suscettibili all'appassimento dovuto al fusarium. L'innesto di tali varietà su portainnesti resistenti alle malattie garantisce una certa protezione.
L'anguria è un frutto dolce, comunemente consumato in estate, solitamente a fette, tagliato a dadini nelle macedonie o bevuto come succo: il succo di anguria può essere miscelato con altri succhi di frutta o trasformato in vino. Scarso è invece il suo impiego per la trasformazione industriale a causa della bassa conservabilità del frutto, dovuta all'elevato contenuto di zuccheri fermentescibili. La polpa del frutto presenta un elevato potere diuretico e depurativo, mentre i semi hanno effetto lassativo. Un famoso proverbio afferma che "con l'anguria si mangia, si beve e ci si lava la faccia" per via del suo altissimo contenuto idrico, che sfugge quando lo si taglia e lo si morde. Ancora oggi a Roma, il giorno di Ferragosto, ci si può imbattere nei "cocomerari" che vendono le fette al grido di "Taja ch'è rosso!" Nei paesi tropicali l'anguria si mangia spesso servita su un vassoio assieme ad altri tipi di frutta, come ananas, mango o papaya. I semi hanno il sapore di nocciola e possono essere essiccati e tostati o macinati per dar vita a una farina. Le bucce dell'anguria possono essere mangiate, perché il loro sapore sgradevole può essere superato con la marinatura: a volte sono consumate come verdura, saltate in padella o in umido.
Questo frutto, re del colore e della forma, uno dei più usati anche nell'arte dell'intaglio, è celebrato in famosi quadri di grandi maestri come Caravaggío o Matisse. L'anguria è da sempre sinonimo di allegra convivialità. Secondo una leggenda, per la sua forma a palla, è stato uno dei primi strumenti di gioco degli dei. Secondo la religione egizia l'anguria nasceva dal seme del dio Seth, divinità del deserto e dei morti, e perciò il nostro frutto veniva spesso deposto nelle tombe dei faraoni come per il sostentamento nell'aldilà. I nobili egiziani lo offrivano agli ospiti in visita quale ristoro dalle fatiche e dalla sete.  Del resto, non è un caso se l'anguria rientra tra i rimpianti degli Ebrei in fuga dalla schiavitù. Insieme all'abbondanza di pesci, di cetrioli, di porri, di cipolle e di aglio, pare che, nonostante la manna, anche l'anguria mancasse ai figli di Israele: quella di Numeri 11,5-6 è l'unica citazione nella Bibbia riconducibile con buona approssimazione agli "avatichim", ma essi compaiono in altre fonti ebraiche: le angurie sono infatti citate nella Mishnah e nel Talmud di Gerusalemme.
Ricordiamo anche l'anguria nera Densuke, una varietà molto singolare coltivata nella città di Toma, nell'isola settentrionale di Hokkaido, che rappresenta un'eccellenza giapponese: raggiunge al massimo gli 8 kg ed ha pochi semi; a causa della sua costante necessità di cure, si ottiene solo una modesta quantità di frutti l'anno dalla forma sferica (si stima poco meno di 100 esemplari) ma con un sapore molto dolce e con una polpa croccante di un colore rosso vivido. Il suo confezionamento richiede una cura particolare: viene infatti inserita in un'elegante scatola di cartone, insieme ad altre protezioni, per fare in modo che non subisca ammaccature, e insieme viene incluso il suo certificato di origine. L'anguria Densuke è considerata un dono per occasioni speciali, e viene portata come omaggio durante i matrimoni, come augurio buon auspicio in occasione delle festività, ed è regalata come gesto di riconoscimento per un favore ricevuto. In passato infatti, la frutta in Giappone assumeva spesso una connotazione spirituale, e veniva scelta come offerta agli dei. Da qui, la tradizione di portare un frutto pregiato come ringraziamento a una persona che ci ha aiutato, o a cui vogliamo bene.
Chiudiamo con la letteratura. In occasione dell'ottantesimo compleanno dello scrittore russo Lev Tolstoj (1828-1910), il corrispondente del giornale "Kazanskij telegraf" nel 1908 scrisse parole divenute famose: « Peccato che con Tolstoj non si possa fare come con un cocomero e tagliarlo a metà, per tenere solo quello che ci piace e buttare il resto dalla finestra », cioè tenere la metà che ci fa comodo (l'artista e il romanziere) e buttare via invece lo scomodo pubblicista, filosofo e teologo: parole ancor oggi attuali in Russia nella recezione della figura e dell'eredità di Tolstoj, che continua a essere un polo di attrazione e repulsione, un idolo e un eretico, insomma un forte segno di contraddizione. Pablo Neruda (1904-1973) scrisse tra l'altro un'"Ode all'Anguria": « L'albero dell'estate / intenso, / invulnerabile, / è tutto il cielo azzurro, / sole giallo, / stanchezza a goccioloni... » "Zucchero di cocomero" è un romanzo di Richard Brautigan (1935-1984) pubblicato nel 1968, che parla di una comunità di tipo hippy (l'autore lascia intendere che si tratti di una comunità di sopravvissuti a qualche cataclisma atomico) in cui le cose sono fatte quasi tutte di zucchero di cocomero. "Dove crescono i cocomeri" è un romanzo di Cindy Baldwin pubblicato nel 2018, che affronta il tema molto delicato della malattia mentale della madre della protagonista (il cui padre coltiva per l'appunto angurie in North Carolina). Infine, nel suo superclassico "Le avventure di Pierino al mercato di Luino", pubblicato nel 1980, lo scrittore Piero Chiara (1913-1986) racconta le peripezie di se stesso bambino nel mercato della sua città natale, nelle felici giornate d'estate sul Lago Maggiore, ed una di queste avventure riguarda proprio il furto di golosi poponi dalla bancarella di un fruttivendolo!

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I legumi dei fumetti
L'arachide (Arachis hypogaea) è una leguminosa, quindi parente di piselli e fagioli, coltivata principalmente per i suoi semi commestibili. È ampiamente coltivata nei tropici e, come la maggior parte degli altri legumi, ospita batteri simbiotici che fissano l'azoto nei noduli radicali. Ciò implica che essa richiede meno fertilizzanti contenenti azoto e migliora la fertilità del suolo, rendendola preziosa nelle rotazioni delle colture, oltre ad essere importante sia per i piccoli che per i grandi produttori a scopo commerciale. Le arachidi sono simili per gusto e profilo nutrizionale alle noci e alle mandorle; ma siccome la definizione botanica di una noce è "un frutto la cui parete ovarica diventa dura a maturità", l'arachide non è classificata come una noce, anche se sono spesso considerate come tali per scopi culinari. Inoltre sono adatte alla produzione di olio. A differenza della maggior parte delle altre leguminose, i baccelli di arachidi si sviluppano sottoterra (si parla di "geocarpia") piuttosto che al di sopra del suolo, e per questo la specie ha ricevuto da Carlo Linneo il nome hypogaea, che significa "sotto terra". Invece "arachide" deriva dal greco "rhákhis", "spina dorsale", con il prefisso a- privativo, perché i fiori sono privi di rachide, l'asse principale di ogni infiorescenza.
E ora, un po' di storia. Il genere Arachis è originario del Sudamerica, a est delle Ande. Le arachidi coltivate sono nate da un ibrido tra due specie selvatiche di arachidi, Arachis duranensis e Arachis ipaensis. L'ibrido iniziale sarebbe stato sterile, ma il raddoppio cromosomico spontaneo ne ha ripristinato la fertilità, formando quello che in genetica viene definito anfidiploide o allotetraploide. L'analisi genetica suggerisce che l'ibridazione potrebbe essersi verificata solo una volta e avrebbe dato origine ad Arachis monticola, una forma selvatica di arachide che si trova in poche località limitate nel nordovest dell'Argentina e nel sudest della Bolivia, e poi per selezione artificiale ad Arachis hypogaea. Il processo di domesticazione attraverso la selezione artificiale ha reso Arachis hypogaea radicalmente diversa dai suoi parenti selvatici: le piante domestiche sono più cespugliose, più compatte, hanno una diversa struttura del baccello e semi più grandi. Dal suo centro primario di origine la coltivazione si è diffusa in Perù, Ecuador, Brasile, Paraguay e Uruguay. A poco a poco si sono evolute migliaia di varietà autoctone di arachidi, classificate in sei varietà botaniche e due sottospecie. I più antichi resti archeologici conosciuti di baccelli di arachidi sono stati datati a circa 7.600 anni fa (forse si trattava di una specie selvatica o di Arachis hypogaea nella prima fase della domesticazione) e sono stati trovati in Perù, dove le condizioni climatiche secche sono favorevoli alla conservazione del materiale organico. Quasi certamente la coltivazione dell'arachide è anteriore a questa data nel centro di origine, dove il clima è più umido. Molte culture precolombiane, come i Moche, raffiguravano le arachidi nelle loro opere d'arte. All'arrivo degli spagnoli i conquistadores trovarono in vendita nel mercato della capitale azteca Tenochtitlan il tlalcacahuatl (il nome nahuatl della pianta, da cui il nome in spagnolo "cacahuete" e il primo nome italiano, "cacaoetti", oggi non più in uso). I commercianti spagnoli hanno successivamente diffuso le arachidi in tutto il mondo (ecco perchè in Italia erano chiamate anche "spagnolette"!) e la coltivazione è ora diffusa in tutte le regioni tropicali e subtropicali. In Africa occidentale ha sostanzialmente sostituito una pianta coltivata della stessa famiglia, l'Arachis bambara; in Asia è diventato un pilastro agricolo, e quel continente è ora il più grande produttore al mondo di arachidi. La produzione annuale mondiale di arachidi sgusciate nel 2016 è stata di 44 milioni di tonnellate; il primo produttore oggi è la Cina (con il 38% del totale mondiale!), seguita da India, Nigeria, Stati Uniti e Sudan. La coltivazione delle arachidi ha assunto particolare importanza negli Stati Uniti, passando da pianta da giardino a foraggio per animali fino a quando il consumo umano non è esploso negli anni '30; il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha avviato un programma per incoraggiarne la produzione agricola tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, tanto che in italiano sono note anche come "noccioline americane" per antonomasia. Il burro di arachidi è stato inventato negli anni 1880 e 1890 proprio negli Stati Uniti e in Canada.
Le arachidi possono essere tostate con il guscio o sgusciate, anche in un forno domestico se stese in una padella e cotte a una temperatura di 177 °C per 15-20 minuti (sgusciate) e 20-25 minuti (nel guscio). Le arachidi bollite sono uno spuntino popolare in India, Cina, Africa occidentale e Stati Uniti meridionali. L'olio di arachidi è spesso usato in cucina perché ha un sapore delicato e un punto di fumo relativamente alto. A causa del suo alto contenuto di grassi monoinsaturi, è considerato più salutare degli oli saturi ed è resistente all'irrancidimento. Invece il burro di arachidi è una crema spalmabile a base di arachidi tostate a secco e macinate; spesso contiene ingredienti aggiuntivi che modificano il gusto o la consistenza, come sale, dolcificanti o emulsionanti. Esso viene servito spalmato su pane o toast e utilizzato per preparare panini, ma anche in una serie di dolciumi, come le barrette di cereali. Gli statunitensi spendono la bellezza di 800 milioni di dollari in burro di arachidi all'anno, e il suo abuso nella dieta è uno dei responsabili della piaga dell'obesità in America (da un rapporto medico del 2021 risulta che il 31,1% degli adulti statunitensi è sovrappeso, il 42,5% è obeso e il 9% ha un'obesità grave). Alcuni (lo 0,6% della popolazione degli Stati Uniti, per esempio) riferiscono di avere avuto reazioni allergiche in seguito al consumo di arachidi; i sintomi possono essere particolarmente gravi e possono andare dalla forte lacrimazione allo shock anafilattico, che è generalmente fatale se non trattato tempestivamente. Peraltro, a causa del loro uso diffuso negli alimenti preparati e confezionati, evitare le arachidi può essere difficile, ed è importante leggere con cura gli ingredienti e le avvertenze sulle etichette dei vari prodotti. E non è tutto. Se le piante di arachidi sono soggette a grave siccità durante la formazione dei baccelli, o se i baccelli non vengono conservati correttamente, possono essere contaminati dalla muffa Aspergillus flavus, che può produrre sostanze cancerogene chiamate aflatossine. Il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti testa ogni camion carico di arachidi crude per l'aflatossina; quelli contenenti livelli di aflatossina superiori a 15 parti per miliardo vengono distrutti.
Ma attenzione a mettere le noccioline americane sul banco degli imputati perché, se consumate con la debita moderazione, le arachidi possiedono diverse proprietà benefiche per la salute: abbassano il rischio cardiovascolare, riducono il rischio di cancro, contrastano l'ipercolesterolemia, promuovono la salute del sistema nervoso e della pelle e promuovono la salute del feto e della donna in gravidanza. Inoltre, possono aiutare a combattere efficacemente la malnutrizione nei paesi poveri, essendo la base di farine e bevande ad alto contenuto proteico, energetico e di nutrienti, sviluppate per essere utilizzate come alimento terapeutico per alleviare le carestie nei paesi del Quarto Mondo. L'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'UNICEF, il Progetto Peanut Butter e Medici Senza Frontiere hanno utilizzato e raccomandato questi prodotti per aiutare a salvare i bambini malnutriti nei paesi in via di sviluppo; e ciò dimostra una volta per tutte che non vi sono alimenti buoni o cattivi. Buono o cattivo è l'uso che l'Homo sapiens ne fa!
Com'è noto a chi bazzica il mondo dei fumetti, è proprio ingoiando intere delle speciali spagnolette dal guscio indistruttibile che l'imbranato e giuggiolone Pippo (Goofy nell'originale inglese), spalla comica di Topolino, diventa l'invincibile Super Pippo (Super Goof negli USA), creato come evidente parodia di Superman da Del Connell, Bob Ogle e Paul Murry e comparso per la prima volta nell'ottobre 1965 (in Italia su "Topolino" n° 540 del 3 aprile 1966): il goffo supereroe indossa un pigiama come costuma, conserva le arachidi miracolose dentro il cappello, e per attivare la supervista a raggi X manovra una delle sue lunghe orecchie come se fosse una manopola. Infine, chi non conosce i Peanuts? I famosi bambini terribili guidati dal saggio e timidissimo Charlie Brown, creati nel 1950 dal grande Charles M. Schultz (1922-2000), vennero chiamati "Peanuts" ("Arachidi", letteralmente "noci-piselli") dal loro editore perché tale termine indicava a teatro la sezione con i posti più economici, e a volte era usato per indicare un pubblico composto da bambini; in realtà il loro autore avrebbe voluto chiamarli "Li'l Folks" (letteralmente "personcine" in slang americano), ma tale nome fu bocciato per eccessiva assonanza con altre strisce quotidiane a fumetti ("Li'l Abner" di Al Capp e "Little Folks" di Tack Knight). Schulz ha disegnato ininterrottamente le loro strisce per 50 anni, senza avvalersi di assistenti, nemmeno per i testi e la colorazione; praticamente smise solo pochi giorni prima di morire, e chiese nel suo testamento che la serie non venisse continuata da altri disegnatori. Grazie, Charles, per averci regalato delle "Arachidi" così sagge!

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Il regalo di Athena
Il nome dell'ulivo deriva dal latino olīvum, e quindi da oleum, a sua volta dal greco arcaico ἔλαιϝον (élaiwon) e dal greco classico ἔλαιον (élaion). La forma "ulivo", come anche "uliva", è più frequente in Toscana; la forma "olivo", del tutto prevalente nella letteratura scientifica, è tipica del Veneto, di parte della Sardegna, dell'Emilia-Romagna e del Lazio settentrionale; nel Sud prevalgono termini dialettali. L'ulivo è un albero sempreverde la cui attività vegetativa è pressoché continua, ha crescita lenta ed è molto longevo: in condizioni climatiche favorevoli può diventare millenario e arrivare ad altezze di 15-20 metri. Un ulivo a Mouriscas, in Portogallo, ha un'età stimata di 3.350 anni, e quindi fu piantato approssimativamente all'inizio dell'Età del bronzo! La pianta comincia a fruttificare dopo 3-4 anni dall'impianto, inizia la piena produttività dopo 9-10 anni e la senescenza è raggiunta dopo i 40-50 anni; a differenza della maggior parte degli altri alberi da frutta, la produzione non diminuisce negli alberi molto anziani. Il fusto è cilindrico e contorto, con corteccia di colore grigio o grigio scuro e legno duro e pesante. Le foglie sono opposte, coriacee, ellittico-lanceolate, con picciolo corto e margine intero, spesso ripiegato. La pagina inferiore è di colore bianco-argenteo per la presenza di peli squamiformi; la parte superiore invece è di colore verde scuro. Il fiore ermafrodito è piccolo, con calice di quattro sepali e una corolla di petali bianchi. I fiori sono raggruppati in infiorescenze a grappolo, chiamate "mignole", e crescono nell'ascella delle foglie dei rametti dell'anno precedente. La fioritura avviene, secondo le cultivar e le zone, da maggio alla prima metà di giugno. Il frutto è propriamente una drupa globosa, a volte asimmetrica, formata da una parte "carnosa" (polpa) che contiene l'olio e dal nocciolo legnoso e rugoso. Il peso del frutto varia tra 1 e 6 grammi a seconda della specie. Ottobre-dicembre è il periodo della raccolta, da olio o da mensa. I cinque Paesi con la maggiore superficie olivicola sono la Spagna (2,24 milioni di ettari), la Tunisia (1,62 milioni), l'Italia (1,15 milioni), la Turchia (0,9 milioni), la Grecia (0,73 milioni). I primi cinque Paesi produttori di olio di oliva sono la Spagna, l'Italia, la Grecia, la Tunisia e la Turchia, ma le tendenze attuali vedono una forte espansione dell'olivicoltura in Marocco, Sudafrica e Australia.
E ora, un po' di storia. Le prove fossili indicano che l'olivo ha avuto origine 30 milioni di anni fa nell'Oligocene, in quello che oggi corrisponde all'Italia e al bacino del Mediterraneo orientale. Già 100.000 anni fa le olive venivano consumate dagli esseri umani in Africa, sulla costa atlantica del Marocco; gli ulivi selvatici, o oleastri, erano presenti e raccolti nel Mediterraneo orientale fin da 19.000 anni fa. Foglie fossilizzate di ulivo sono state trovate nei paleosuoli dell'isola vulcanica di Santorini (Mar Egeo) e datate a circa 37.000 anni fa. Sulle foglie sono state trovate impronte di larve di mosca bianca dell'olivo; lo stesso insetto si trova comunemente oggi sulle foglie di ulivo, a dimostrazione del fatto che le relazioni coevolutive pianta-insetto non sono cambiate da allora. Il genoma delle olive coltivate riflette la loro origine dalle popolazioni di oleastri nel Mediterraneo orientale. Si pensa che la pianta dell'ulivo sia stata coltivata per la prima volta circa 7.000 anni fa nelle regioni mediterranee. Per migliaia di anni gli ulivi sono stati coltivati principalmente per l'olio delle lampade, con scarso interesse per il sapore e l'uso culinario. Già nel 3.000 a.C. le olive venivano coltivate a Creta, come dimostrano noccioli di olive e frammenti di legno trovati in antiche tombe: potrebbero essere stati una delle fonti di ricchezza della civiltà minoica.In Egitto questi rami di ulivo importati da Creta assunsero significati rituali, infatti sono raffigurati come offerte sul muro del tempio di Aton e vennero usati per realizzare le ghirlande trovate nella tomba di Tutankhamon. L'ulivo era una delle poche coltivazioni che prosperavano nei suoli sassosi e montagnosi della Grecia, dove il grano non attecchiva; per questo i Greci iniziarono una serie di ondate migratorie che li portarono in Asia Minore, in Magna Grecia e in tutto il bacino del Mediterraneo, alla ricerca di terre coltivabili a grano, dove esportarono anche la coltivazione degli ulivi. Per questo l'ulivo è una pianta centrale nella storia delle civiltà che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, e d conseguenza di tutto l'Occidente. Nell'antica Grecia l'ulivo era considerato un albero sacro, a tal punto che Aristotele, nella "Costituzione degli Ateniesi", affermava che chiunque veniva sorpreso a maltrattare un ulivo, veniva punito con l'esilio. Secondo Plinio il Vecchio, al centro del Foro Romano crescevano una vite, un fico e un ulivo (l'orto è stato ricreato nel XX secolo. Il poeta romano Orazio lo menziona in riferimento alla propria dieta, che descrive come molto semplice: "Quanto a me, le olive, le indivie e le malva liscia forniscono sostentamento". Vitruvio nel suo "De Architectura" descrive l'uso del legno di ulivo carbonizzato per legare insieme muri e fondamenta. Gli antichi Romani non usavano il sapone, considerato un costoso cosmetico: nelle loro terme, sorte come funghi in tutto l'Impero, si ungevano il corpo d'olio e poi lo raschiavano via insieme allo sporco. La cultura dell'olio di oliva è giunta sino a noi, attraverso il Medioevo, per opera di alcuni ordini religiosi, fra cui in particolare i Benedettini ed i Cistercensi. I Benedettini, devoti alla regola della preghiera e del lavoro, persuadevano contadini ed operai agricoli a non abbandonare le terre ma a dedicarsi a colture redditizie quali l'olivo. Il grande animatore dei Cistercensi fu Bernardo Chiaravalle, detto "l'ultimo dei padri della Chiesa", i cui monaci insegnarono ai contadini, provati dallo stato di semischiavitù in cui si trovavano, a dissodare i campi, a piantare colture da reddito, a rendersi indipendenti come fattori di produzione. Non si videro mai tanti oliveti e vigne come dal Mille al Quattrocento, gli anni d'oro dei monaci Benedettini e Cistercensi. I coloni spagnoli portarono l'ulivo nel Nuovo Mondo, dove la sua coltivazione prosperò in Perù, Cile e Argentina; le prime piantine dalla Spagna furono piantate a Lima da Antonio de Rivera nel 1560. La coltivazione dell'ulivo si diffuse rapidamente lungo le valli dell'arida costa del Pacifico del Sud America, dove il clima era simile a quello mediterraneo, poi i missionari spagnoli del XVIII secolo portarono l'albero in California, dove parimenti trovò il clima ideale: fu coltivato per la prima volta nella Missione San Diego de Alcalá nel 1769, e l'ulivicoltura divenne gradualmente un'impresa commerciale di grande successo dal 1860 in poi. In Giappone, la prima piantagione riuscita di ulivi avvenne nel 1908 sull'isola di Shodo, che divenne la culla della coltivazione dell'olivo in Giappone. Nel 2016 è iniziata la produzione di olio d'oliva in India, con alberelli di ulivo piantati nel deserto del Thar nel Rajasthan. A causa del riscaldamento climatico in corso, nel 21° secolo sono state stabilite con successo numerose aziende agricole di produzione di olive su piccola scala a latitudini piuttosto elevate in Europa e Nord America. Si stima che nel 2005 nel mondo ci fossero circa 865 milioni di ulivi, la stragrande maggioranza dei quali nei paesi del Mediterraneo!
La simbologia connessa all'ulivo è ricchissima e antichissima. L'olio d'oliva è stato a lungo considerato sacro, e tutti i popoli hanno sempre considerato questa pianta un simbolo della pace, di gloria e di abbondanza. Le fronde dell'ulivo venivano offerte ritualmente alle divinità e ai potenti come emblemi di benedizione e purificazione, e venivano utilizzate per incoronare i vincitori di gare atletiche e di  guerre sanguinose. Sull'ulivo si narrano numerose leggende. Set, terzo figlio di Adamo, avrebbe piantato sulla tomba del padre tre semi provenienti dal Giardino di Eden, da cui sarebbero germinati un albero di ulivo, uno di cedro e uno di cipresso. La colomba, per annunciare a Noè la fine del diluvio universale, gli portò un ramoscello d'ulivo che teneva stretto nel becco, e da quel momento l'ulivo assunse un duplice significato: diventò il simbolo della rinascita, perché, dopo la distruzione operata dal Diluvio, la terra tornava a fiorire; ma diventò anche simbolo di pace perché attestava la fine del castigo e la riconciliazione di Dio con il genere umano. Omero cita l'ulivo varie volte nell'Iliade e nell'Odissea. I ciclopi avevano bastoni e clave fatti col legno d'ulivo. Anche Odisseo ricavò, dal tronco di un grosso ulivo, il palo che conficcò nell'occhio di Polifemo, e Penelope ottiene la prova definitiva che lo sterminatore dei Proci era in effetti suo marito perchè sapeva che il loro letto nuziale non si poteva spostare da una stanza all'altra, essendo stato ricavato dallo stesso Odisseo da un enorme ceppo d'ulivo. Quando Cecrope, metà uomo e metà serpente, fondò una nuova città nell'Attica, si proposero come patroni della nuova città sia Poseidone che Athena. Il primo offrì in dono a Cecrope il cavallo, la seconda l'ulivo. L'antico re scelse la seconda, e per questo la città si chiamò Atene; fino al 2001 sulle monete italiane da 100 lire (ricordate?) era infatti raffigurata la dea Athena vicino ad un alberello d'ulivo, suo albero sacro. Secondo  Teofrasto, il padre della botanica (IV secolo a.C.), lo stesso ulivo di Atena cresceva ancora sull'Acropoli, e vi si trovava ancora nel II secolo d.C. (del resto gli ulivi sono assai longevi). Secondo la tradizione i gemelli Romolo e Remo vennero allattati dalla lupa sotto un ulivo. Per i Giudei l'ulivo era simbolo della giustizia e della sapienza: nel Primo Libro dei Re, Salomone, durante la costruzione del Tempio di Gerusalemme, « fece due cherubini di legno d'olivo, alti dieci cubiti… fece costruire la porta della cella con battenti di legno d'olivo… lo stesso procedimento adottò per la porta della navata, che aveva stipiti di legno d'olivo » (1Re 6,31-33). Gli antichi re di Israele (ma anche della Mesopotamia e della Siria) venivano "unti" con l'olio santo, da cui il titolo di Messia ("Unto"), in greco reso con la parola "Cristo" (da cui Cristiani). L'oliva è elencata in Deuteronomio 8,8 come una delle sette specie prodotte in abbondanza dalla Terra d'Israele, e secondo l'Halakha, la legge rabbinica obbligatoria per tutti gli ebrei, l'olio d'oliva è l'olio più consigliato e migliore possibile per l'accensione delle candele dello Shabbat. Nel libro del profeta Osea il Dio di Israele è addirittura paragonato alla magnificenza dell'ulivo. Nella Domenica delle Palme Gesù fu ricevuto calorosamente dalla folla che agitava foglie di palma e ramoscelli d'ulivo; nell'Orto degli Ulivi egli trascorse le ultime ore prima della Passione. L'olio d'oliva usato nelle liturgie cristiane prende il nome di Crisma; viene utilizzato nei sacramenti del battesimo, dell'estrema unzione, della confermazione e dell'ordinazione dei nuovi sacerdoti. Molti di noi hanno in casa un ramoscello di ulivo benedetto la Domenica delle Palme. L'allegoria dell'Ulivo nella Lettera di San Paolo ai Romani si riferisce alla dispersione e al raduno di Israele, paragonando gli Israeliti a un ulivo domestico e i Gentili a un ramoscello di ulivo selvatico. L'olivo e l'olio d'oliva sono menzionati sette volte nel Corano, e l'oliva è lodata come un frutto prezioso. Si dice che Maometto abbia detto: "Prendi olio d'oliva e massaggialo, è un albero benedetto". Le olive sostituiscono i datteri (se non disponibili) durante il digiuno del Ramadan, e le foglie di ulivo sono usate come incenso in alcuni paesi musulmani del Mediterraneo. A Creta, il giorno del loro matrimonio, gli sposi piantano un albero di ulivo poiché si crede che, in tal modo, il loro amore crescerà vigoroso e immarcescibile e darà molti frutti. Quando i coniugi muoiono, i figli legano attorno al suo tronco un drappo bianco in segno di lutto. "L'Ulivo" era il nome della coalizione con cui Romano Prodi sconfisse Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 1996, permettendo poi l'ingresso dell'Italia nell'euro fin dal 1999, e un ramo di ulivo è presente nello stemma della nostra Repubblica Italiana. Anche il celebre stemma degli Stati Uniti, utilizzato per la prima volta nel 1782, raffigura un'aquila che stringe un ramoscello d'ulivo in uno dei suoi artigli, a indicare il potere della pace. Due ramoscelli d'ulivo compaiono parimenti nella bandiera bianca di Cipro greca, sotto il profilo dell'isola color del rame. La bandiera delle Nazioni Unite adottata il 30 ottobre 1947 rappresenta una mappa del mondo in proiezione azimutale centrata sul Polo Nord, circondata da due rami di ulivo; gli odierni terrapiattisti credono erroneamente che essa sia una prova del fatto che i fondatori dell'ONU ritenessero la terra piatta (che grulli!) Anche nell'immaginaria bandiera della Federazione Unita dei Pianeti nel franchise di "Star Trek" appare un globo stellato compreso tra due rami di ulivo, simbolo di pace e di armonia. Io ho un bell'ulivo nel mezzo del mio giardino, ma non è mai stato innestato e produce olive amare; io comunque lo tengo come albero ornamentale, circondato dalla nuvola del suo ricco apparato simbolico!

In quest'eccezionale pareidolia le nodosità di un tronco di ulivo ricordano le mani di Dio, protese verso la Terra!

In quest'eccezionale pareidolia le nodosità di un tronco
di ulivo ricordano le mani di Dio, protese verso la Terra!

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Il frutto che in realtà è un'infiorescenza
Dopo l'ulivo, restando in tema di citazioni evangeliche, passiamo al fico, oggetto di una famosa maledizione da parte di Gesù. Si tratta del frutto commestibile del Ficus carica, un piccolo albero della famiglia delle Moraceae, originaria della regione mediterranea. Viene coltivato fin dall'antichità ed è oggi ampiamente diffuso in tutto il mondo, sia per i suoi frutti che come pianta ornamentale. Il genere Ficus contiene oltre 800 specie di piante tropicali e subtropicali! La pianta di fico può crescere fino a 7 metri di altezza, con corteccia bianca liscia e grandi foglie che presentano da tre a cinque grandi lobi. Quello che noi consideriamo il suo frutto è in realtà un'infiorescenza molto particolare, tanto da ricevere un nome scientifico apposito: siconio. Ha forma di lacrima, lunga da 3 a 5 cm, di colore variabile dal verde al rossiccio fino al bluastro-violaceo; è cava, e al suo interno sono racchiusi i fiori unisessuali, piccolissimi; una piccola apertura apicale, detta ostiolo, consente l'entrata degli insetti pronubi. I veri frutti, che si sviluppano all'interno dell'infiorescenza (che diventa perciò un'infruttescenza), sono numerosissimi piccoli acheni. La polpa che circonda i piccoli acheni è succulenta e dolce, e costituisce la parte commestibile. La linfa lattiginosa delle parti verdi è irritante per la pelle umana. Nell'emisfero settentrionale i fichi freschi sono di stagione dalla fine dell'estate all'inizio dell'autunno; tollerano il gelo stagionale moderato e possono essere coltivate anche nei climi continentali dalle estati caldi. I fichi possono essere consumati freschi o essiccati, oppure trasformati in marmellate, panini, biscotti e mille altri tipi di dolci. Poiché la frutta matura non si conserva a lungo e deperisce i fretta, la maggior parte della produzione commerciale viene essiccata o trasformata. I fichi crudi contengono circa l'80% di acqua e il 20% di carboidrati,  e sono una fonte moderata di fibre alimentari. Nel 2018 la produzione mondiale di fichi crudi è stata di 1,14 milioni di tonnellate, guidata da Turchia, Egitto, Marocco e Algeria. In alcune antiche medicine popolari mediterranee, la linfa lattiginosa della pianta del fico veniva utilizzata per ammorbidire i calli, rimuovere le verruche e scoraggiare i parassiti. Il cosiddetto "prurito del droghiere" è una irritazione cutanea caratterizzata da una dermatite pruriginosa che si verifica entrando in contatto con acari come Carpoglyphus passularum (un acaro della frutta), di solito maneggiando datteri, prugne e, appunto, fichi.
L'etimologia della parola "fico" è discussa. Secondo alcuni il latino "ficus" deriva dal greco "sykon", termine usato dagli antichi Elleni per indicare il frutto, dal fenicio "pequ", e questo dal precedente accadico "pīqu" o "sīqu", "fessura", termine attestato fin dal 2300 a.C. per indicare l'organo sessuale femminile, evidentemente per somiglianza di aspetto (da qui deriverebbe anche il termine volgare "fica" o "figa"). Secondo altri invece "ficus" deriva dal greco "Phiyo", "produco", per via della sua fecondità, o dall'ebraico "phag", più o meno con lo stesso significato; ma anche in questo caso il verbo "produco" potrebbe invece riferirsi ai figli. In ogni caso, i riferimenti letterari alla connotazione sessuale del frutto del fico sono numerosissimi: ad esempio la dea mesopotamica Ishtar secondo il mito assunse la forma del fico divino Xikum, "la madre primordiale al centro della terra", protettrice del dio Dumuzi o Tammuz, anch'esso divinità della fertilità maschile; e il termine indicante il fico è usato come sinonimo dell'attributo genitale femminile già da Aristotele. Alcuni frutti fossili di Ficus potentilloides, una specie estinta del Miocene inferiore, sono stati trovati nella miniera di Kristina a Hrádek nad Nisou, nella Boemia settentrionale, e questi fossili sono in tutti simili ai frutti di Ficus carica. Il fico è stata una delle prime piante coltivate dall'uomo: nove fichi fossili risalenti al 9200 a.C. sono stati trovati nel villaggio neolitico di Gilgal nella Valle del Giordano, 13 km a nord di Gerico. Questa datazione precede di mille anni la domesticazione del grano, dell'orzo e dei legumi, e potrebbe quindi essere il primo esempio noto di agricoltura! Secondo una leggenda induista il dio Visnù sarebbe nato sotto un fico. I fichi erano molto diffusi nell'antica Grecia, e la loro coltivazione è stata descritta sia da Aristotele che da Teofrasto, il padre della botanica. Aristotele notò che, come nei sessi degli animali, i fichi hanno individui di due tipi, il fico coltivato che porta frutti, e il caprifico selvatico che permette all'altro di portarli. I fichi erano anche un cibo comune per i Romani. Catone il Censore nel suo "De Agri Cultura" (160.C.), prima opera della letteratura latina giunta integralmente a noi, elenca diversi ceppi di fichi coltivati all'epoca in cui scrisse il suo manuale: il Marisco, l'Africano, l'Ercolano, il Saguntino e il Tellanio nero. I fichi lavorati con il miele erano considerati una leccornia sulle tavole dei ricchi. I frutti venivano utilizzati inoltre per ingrassare le oche per la produzione di un precursore del patè. Si diceva che il primo imperatore romano, Augusto, fosse stato avvelenato dalla moglie Livia Drusilla con i fichi del suo giardino nei quali era stato iniettato del veleno quando erano ancora acerbi, onde agevolare la salita al trono di suo figlio Tiberio. Il fico nel Medioevo veniva coltivato dall'Afghanistan al Portogallo; nel 1769 i missionari spagnoli guidati da Junipero Serra (1713-1784), canonizzato nel 2015 da Papa Francesco, portarono i primi fichi in California dove la varietà Mission, da loro coltivata, è ancora oggi popolare. La cultivar Kadota è la più antica ancora coltivata, citata dal naturalista romano Plinio il Vecchio che nella "Naturalis Historia" registra trenta varietà di fichi.
Anche il fico è uno degli alberi con la simbologia più ricca, risalente addirittura all'era dei cacciatori-raccoglitori del Paleolitico ed al culto dell'antica Dea Madre. Nella Genesi, dopo aver disobbedito ed essersi accorti di essere nudi, Adamo ed Eva si coprirono intrecciando foglie di fico (Genesi 3,7): un'evidente allusione al fatto di aver scoperto la sessualità e le sue deviazioni peccaminose dopo aver mangiato il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Allo stesso modo, le foglie di fico sono state a lungo utilizzate per coprire i genitali di figure nude in pittura e scultura, ad esempio nella "Cacciata dal giardino dell'Eden" di Masaccio. Inoltre, secondo l'Aggadah (raccolta di testi omiletici del Talmud), lo stesso frutto proibito dell'Albero della Conoscenza nel Giardino dell'Eden non era una mela, ma un fico, lasciando intendere che il peccato di Adamo e di Eva non fosse legato alla gola, ma alla lussuria. Il libro del Deuteronomio (8,7-8) dice che il fico era una delle sette specie di piante citate per illustrare la fertilità della terra di Canaan: si tratta di sette piante originarie del Medio Oriente che possono fornire cibo tutto l'anno, e l'elenco è organizzato per data di raccolta, con il fico al quarto posto a causa della maturazione del suo raccolto principale durante l'estate. La citazione biblica "ciascuno sotto la sua vite e il suo fico" (Michea 4,4) è stata usata per denotare pace e prosperità, tanto che era comunemente usata per riferirsi alla vita che sarebbe stata condotta dai coloni nel West americano, ma anche da Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, nella sua rappresentazione della futura patria ebraica: « Il nostro scopo è menzionato nel Primo Libro dei Re: "Giuda e Israele abiteranno al sicuro, ciascuno sotto la propria vite e il proprio fico, da Dan a Beersheva". » Il presidente degli Stati Uniti George Washington, scrivendo nel 1790 alla sinagoga di Newport, nel Rhode Island, usò la medesima metafora per assicurare l'uguaglianza di tutti i cittadini americani di fronte alla legge, indipendentemente dalla loro fede. La Sura 95 del Corano è chiamata al-Tīn (in arabo "Il fico"), poiché si apre con il giuramento "Per il fico e l'oliva". Si dice che il Profeta Maometto andasse matto per i fichi, e la raccolta di massime "Sahih al-Bukhari" (IX secolo) mette in bocca a Maometto quest'affermazione: « Se dovessi menzionare un frutto che è disceso dal paradiso, direi che il fico è uno di essi perché i frutti paradisiaci non hanno noccioli [...] Mangia da questi frutti perché prevengono le emorroidi e combattono la gotta. »
Il celebre racconto della maledizione del fico si trova nel Vangelo di Marco 11,12-25 e in quello di Matteo 21,18-22, mentre Luca lo sostituisce con la parabola del fico sterile (Lc 13,6-9) e Giovanni lo omette completamente. Nell'apocrifo Vangelo dell'Infanzia di Tommaso (3,2) Gesù dice: «...ecco, anche tu ora sarai seccato come un albero, e non porterai foglie, né radici, né frutti ». La maggior parte degli esegeti ritiene che Marco (il primo vangelo messo per iscritto e utilizzato come fonte da Matteo e Luca) usi la maledizione del fico sterile come metafora del Tempio di Gerusalemme: Gesù e i suoi discepoli sono in cammino verso Gerusalemme quando Gesù maledice un fico perché non dà frutti; a Gerusalemme il Redentore scaccia dal tempio i cambiavalute; e la mattina dopo i discepoli scoprono che il fico è appassito ed è morto, con il messaggio implicito che il tempio è maledetto e appassirà perché, come il fico, non è riuscito a produrre il frutto della giustizia. Infatti in 13,28 Marco fa usare di nuovo a Gesù l'immagine del fico per rendere chiaro che Gerusalemme cadrà e la nazione giudaica sarà dispersa prima che la generazione allora vivente sia estinta. Invece secondo Matteo il fico appassisce subito dopo che la maledizione è stata pronunciata, portando avanti la narrazione fino all'incontro di Gesù con Scribi e Farisei e la sua maledizione contro di loro e contro il Tempio. Gesù risponde alle espressioni di stupore dei discepoli con un breve discorso sulla fede e sulla preghiera, e in Matteo 24,32-35 il secondo Evangelista segue da vicino Marco nel presentare la parabola dell'albero come segno della venuta certa del Figlio dell'Uomo. Nell'Apocalisse di Giovanni (6,12-13) è scritto: « Quando l'Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò simile al sangue, e le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. » Famosa è poi una citazione di Dante Alighieri: « Rispuose adunque: "I' son frate Alberigo; / i' son quel da le frutta del mal orto, / che qui riprendo dattero per figo." » (Inferno XXIII,119-121) Significa "qui ricevo una punizione assai maggiore della mia colpa, così come il dattero è più dolce del fico". La parola "fico" si usa in varie locuzioni popolari: "serbare la pancia ai fichi", cioè evitare i pericoli, avendo cara la pelle; "fare fico", non riuscire in un'impresa; "t'ho conosciuto fico!", a una persona che si dà grandi arie ed è venuta dal nulla; "non me ne importa un fico" o "un fico secco", cioè non me ne frega niente; "fare le nozze coi fichi secchi", cioè, fare in forma dappoco cosa che dovrebbe essere solenne. Anche la celeberrima espressione "sei un figo!", tanto cara al linguaggio giovanile, è stata associata al fico in quanto oggetto simbolico dell'appetito sessuale altrui, anche se per alcuni linguisti andrebbe invece ricondotta ad una storpiatura romanesca dell'aggettivo italiano "efficace". Chissà chi ha ragione.

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L'albero di Granada, o forse no
Ora ho deciso di parlarvi del melograno (Punica granatum), un arbusto deciduo fruttifero della famiglia delle Litracee, di cui un tempo avevo un esemplare nel mio giardino. Il nome melograno deriva dal latino medievale pomum, "mela", e granatum, "con semi". Forse derivante dall'antica parola francese per il frutto, pomme-grenade, il melograno era conosciuto nel medioevo come "mela di Granada", un termine che oggi sopravvive solo nei blasoni araldici. Questa però è una paretimologia popolare, che confonde il latino "granatum" con il nome della città spagnola di Granada, il quale deriva invece dall'arabo"collina degli stranieri". Secondo altri "granade" deriva dal francese antico "grenat" per metatesi dal latino medievale "granatum", "di colore rosso scuro", per descrivere il colore della polpa del melograno. Il nome della melagrana nell'antico egiziano era "rmn" (le vocali sono congetturali perchè non venivano scritte), da cui derivano l'ebraico rimmôn e l'arabo rummân. Dall'arabo il termine passò ad altre lingue, come il portoghese (romã) e il maltese (rummien).
Il melograno è originario dell'Asia sudoccidentale, ma è presente dall'epoca preistorica nell'area costiera del Mediterraneo: è probabile che vi sia stato diffuso dai Fenici, dai Greci, dai Romani e in seguito dagli Arabi. Fu di sicuro uno dei primi alberi da frutto ad essere coltivati nel Mediterraneo. L'esocarpo carbonizzato del frutto è stato identificato nei livelli della prima età del bronzo di Gerico, ma anche a a Cipro e Tirinto. Una grande melagrana secca è stata trovata nella tomba di Djehuty, il maggiordomo della regina Hatshepsut (XVIII Dinastia, 1478-1458 a.C.); i documenti cuneiformi mesopotamici menzionano melagrane dalla metà del terzo millennio a.C. in poi. Nell'iconografia la melagrana fa le sue prime apparizioni nel IV millennio a.C. in Mesopotamia, a Uruk e a Susa. Resti di melograno impregnati d'acqua sono stati identificati nelle navi naufragate presso Uluburun intorno al XIV secolo a.C. al largo della costa della Turchia. Altri reperti sulla nave includono profumi, avorio e gioielli d'oro, suggerendo che i melograni a quell'epoca fossero considerati un bene di lusso. Altri ritrovamenti archeologici di resti di melograno della tarda età del bronzo sono stati trovati principalmente in residenze signorili, a sostegno di questa ipotesi. Kandahar è famosa in Afghanistan per i suoi melograni di alta qualità. Sebbene non sia originario della Corea o del Giappone, il melograno vi è ampiamente coltivato e vi sono state sviluppate molte cultivar. E' molto utilizzato per i bonsai per via dei suoi fiori e per l'insolita corteccia contorta degli esemplari più vecchi. Fu introdotto in America latina dai colonizzatori spagnoli nel 1769, ed è attualmente coltivato ampiamente in Messico e negli Stati Uniti d'America. Il nome latino Punica deriva infatti dal nome romano della regione costiera della Tunisia, e  è sinonimo di cartaginese; le piante furono così nominate perché a Roma i melograni giunsero da quella regione. La pianta può raggiungere i 5-6 metri di altezza e vivere anche oltre 100 anni, è un piccolo albero o un arbusto con portamento cespuglioso. Ha una forte tendenza a produrre polloni radicali e a costituire una boscaglia fitta. La perdita invernale delle foglie è tardiva rispetto ad altre specie cedue, avviene al finire dell'autunno o inizio dell'inverno. I fiori sono di un colore rosso vivo, di circa 3 cm di diametro e hanno tre-quattro petali; la fioritura avviene a maggio. Il frutto è una bacca (detta Balausta) di consistenza molto robusta, con buccia dura e coriacea, ha forma rotonda o leggermente allungata, a volte quasi esagonale, con dimensione fortemente condizionata dalla varietà e, soprattutto, dalle condizioni di coltivazione. Il frutto ha diverse partizioni interne robuste che svolgono funzione di supporto per i semi, detti arilli, fino a 600 per ogni frutto, separati da una membrana detta cica. I semi, di colore rosso, in alcune varietà sono circondati da una polpa traslucida colorata dal bianco al rosso rubino, più o meno acidula e, nelle varietà a frutto commestibile, dolce e profumata. Il frutto reca in posizione opposta al picciolo una caratteristica robusta corona, residuo del calice fioreale. Il frutto matura a ottobre-novembre a seconda delle varietà. Il melograno viene coltivato per i suoi frutti e come albero e arbusto ornamentale in parchi e giardini. Gli esemplari maturi possono sviluppare più tronchi scultorei a corteccia contorta. I melograni sono resistenti alla siccità e possono essere coltivati in zone asciutte con un clima piovoso invernale mediterraneo o in climi piovosi estivi. Nelle zone più umide, possono essere soggetti a marciume radicale a causa di malattie fungine. Possono tollerare il gelo moderato, fino a circa -12°C. Vi sono più di 500 cultivar cui è stato dato un nome! I principali produttori a livello globale sono India e Cina, seguiti da Iran, Turchia, Afghanistan, Stati Uniti, Iraq, Pakistan, Siria e Spagna. Secondo il Guinness dei Primati, la melagrana più grande mai raccolta al mondo veniva dalla Cina, pesava 1,85 chili per un diametro di 48,7 centimetri! Fino a qualche decennio fa il melograno era poco diffuso nella cultura italiana, ma oggi sempre più spesso questo frutto è presente nella nostra dieta alimentare quotidiana, ed è uno tra i frutti più richiesti e di tendenza del momento. In Messico i semi di melagrana sono usati per preparare una ricetta tradizionale, il "chile en nogada", piatto caratteristico perché la sua presentazione rispecchia i colori della bandiera tricolore messicana (il rosso dello strato superiore di melagrana, il bianco della crema di noci ed il verde del chile). Ogni anno si tiene a Goychay (Azerbaigian) il Festival del Melograno, che presenta le specialità della cucina locale a base di melagrane e fa sfoggio delle danze e delle musiche tradizionali del paese; esso ha tradizionalmente luogo in ottobre, il periodo di maturazione delle melagrane. In Daunia la melagrana è rinomata per essere uno degli ingredienti principali del grano cotto ("cicce cutte" in dialetto lucerino), un dolce che si prepara per la Commemorazione dei Defunti. Come tutti gli altri ingredienti (grano, cioccolato, noci, etc.), i chicchi di melagrana utilizzati per preparare questa ricetta hanno una simbologia che richiama contemporaneamente la morte e la prosperità. Nei frutti maturi, il succo ottenuto dalla spremitura dei semi ha un sapore aspro dovuto al basso pH (4,4) e all'alto contenuto di polifenoli, che possono causare macchie rosse indelebili sui tessuti. Tale succo è usato nelle miscele di succhi, contorni frullati e bevande alcoliche, come cocktail e vino. Nella tradizione armena si produce il vino di melagrana, che giunge a superare la gradazione alcolica di 11 gradi. Il succo di 100 grammi di semi di melograno contiene il doppio degli antiossidanti presenti nella stessa quantità di more, il triplo rispetto ai mirtilli e il quadruplo rispetto alle arance. Si usa la melagrana anche per le sue proprietà medicinali: la scorza dei frutti raccolta in autunno, ricche di tannino, viene tagliata a pezzetti e fatta essiccare all'aria. La polvere ottenuta, utilizzata come decotto, ha proprietà astringenti. I semi hanno proprietà blandamente diuretiche, e si usano anche per la preparazione di sciroppi e della Granatina. Dalla scorza si ottiene una tonalità di giallo tipicamente utilizzata negli arazzi arabi. Dal colore del frutto invece trae origine il rosso granata, un bordò scuro particolarmente noto per essere il colore sociale della squadra di calcio del Torino, che quando ero ragazzo era la mia squadra del cuore, e infatti i suoi giocatori sono noti come "i granata"!
Anhe il melograno ha una ricchissima simbologia: per il colore dei numerosi semi, di un rosso traslucido brillante, racchiusi in un involucro robusto, il frutto ha colpito l'immaginazione umana fin dal buio della Preistoria; il contrasto è ancora più accentuato dal fatto che la pianta vive in ambienti semidesertici. Il libro dell'Esodo (28,33-34) prescrive che le melagrane siano raffigurate sugli abiti rituali dei Grandi Sacerdoti. La melagrana è uno dei sette frutti elencati nella Bibbia (Deuteronomio 8,8), come ricchi prodotti della Terra Promessa. Il Primo Libro dei Re (7,13-22) descrive le melagrane rappresentate sui capitelli che erano sul fronte del Tempio di Salomone in Gerusalemme. La corona, che nella simbolistica ebraica indica la santità, è rappresentata dalla "corona", residuo del calice fiorale che permane nella parte apicale del frutto. Inoltre, secondo il Talmud, la melagrana sarebbe simbolo di onestà e correttezza, dato che conterrebbe 613 semi, cioè quante  le 613 prescrizioni scritte nella Torah, (365 divieti e 248 obblighi) osservando le quali si ha certezza di tenere un comportamento conforme al volere di Dio. Ed infatti ancor oggi i rotoli della Torah, quando sono avvolti, sono protetti da gusci in argento a forma di melagrane (rimmonim)! Sempre secondo il Talmud, il frutto dell'Albero della Vita del Giardino dell'Eden non era una mela ma una melagrana, rappresentando con i suoi chicchi il testicolo umano, e quindi un antico simbolo di fertilità e di benedizione. Anche nel Cantico dei Cantici (6,11 e 7,13) non a caso l'amata è paragonata ad un giardino pieno di alberi di melograno, e l'amore sarà consumato proprio quando gli alberi saranno fioriti. Secondo il Corano, il melograno cresce nel giardino del paradiso (Sura 55,68). Nella Sura 6,99 e 141 i melograni sono elencati tra le buone cose create da Dio. Nella mitologia greca, quando Proserpina fu rapita da suo zio Ade (che non riusciva a trovare una sposa disposta a vivere per sempre con lui nel Regno dei Morti), le venne offerta della frutta, ed ella mangiò solo sei semi di melograno. Ignorava però che chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l'eternità. Alla fine si giunse a un compromesso con la mediazione di Zeus: Proserpina, personificazione della Primavera, sarebbe vissuta sei mesi sulla terra con la madre Demetra (la Cerere dei Romani) e sei mesi negli inferi con il marito Ade, dando così vita al ciclo delle stagioni. Anche in questo mito il melograno rimanda all'unione sessuale, e quindi al matrimonio e alla fertilità. Si racconta che le donne ateniesi mangiassero i semi del frutto del melograno per acquisire fertilità e prosperità, e che le spose romane usassero intrecciare tra i capelli rami di melograno. La melagrana è anche presente nell'iconografia cristiana, sugli abiti e i paramenti dei sacerdoti per le funzioni religiose, oltre che sui capitelli medievali. Nel Medioevo la Vergine Maria era sovente raffigurata con una melagrana fra le mani; nella cosiddetta Madonna Salting di Antonello da Messina, ora alla National Gallery di Londra, è Gesù Bambino a tenere in mano una melagrana: in questi casi il frutto è un simbolo anticipatore della Passione. Per il colore del suo succo la melagrana richiama infatti da sempre il sangue. Nell'iconografia cristiana diventerà quindi simbolo di martirio, un martirio fecondo come il frutto pieno di semi; sarà anche un riferimento alla teologia di Cristo Signore glorioso e della sua Chiesa "corpo mistico" che racchiude in sé il popolo salvato e sparso nel mondo, seme santo e santificante. In Grecia ancora oggi quando si compra una nuova casa è uso mettere quale primo dono presso l'Iconostasi (l'altare domestico) una melagrana come simbolo di abbondanza, fertilità e buona fortuna. Nell'Induismo, uno dei nomi del dio Ganesha è "Bijapuraphalasakta", cioè "colui che gradisce la frutta dai molti semi" (la melagrana): ogni parte della pianta (radici, corteccia, fiori, foglie) è usata nella medicina Ayurveda. Il simbolo della melagrana non poteva mancare nella Massoneria, dove simboleggia l'unione di tutti i fratelli uniti nella Massoneria Universale. Nello stemma posto nella bandiera della Spagna è presente una melagrana con due foglie che si biforcano. La melagrana era pure presente nell'emblema della regina d'Inghilterra Caterina di Aragona (1485-1536), la sfortunata prima moglie di Enrico VIII; in seguito all'incapacità di dare alla luce un figlio maschio al Re fu ripudiata, e contro il parere del Papa Clemente VII il re sposò in seconde nozze Anna Bolena, dando inizio allo scisma anglicano. Non appena regina, come primo decreto Anna Bolena cambiò la decorazione del blasone con un falcone bianco che becca i chicchi della melagrana, come sfida alla regina precedente. Ma la cosa non le portò fortuna: benché bellissima, anch'ella non riuscì a dare al lussurioso e obeso sovrano un figlio maschio (fu madre della futura Elisabetta I), e così fu ripudiata con la falsa accusa di incesto e decapitata il 19 maggio 1536 (il suo fantasma, secondo i superstiziosi, si aggirerebbe ancora nella Torre di Londra, ma si sa che un castello britannico senza il suo bravo fantasma non è un castello britannico). Molto probabilmente il termine francese moderno che indica il melograno, granade, ha dato il nome alla famigerata arma da lancio chiamata granata: nei suoi primi modelli era costituita da un guscio rotondeggiante contenente un grande numero di pallini di metallo che, in seguito all'esplosione dell'ordigno, venivano proiettati all'intorno per arrecare gravi danni ai soldati avversari (se l'uomo è bravo a fare una cosa, è ad uccidere i suoi simili). Esiste anche un minerale chiamato granato, per probabile riferimento al colore della melagrana. Infine, non dimentichiamo la triste poesia dedicata da Giosuè Carducci alla morte del figlio Dante: « L'albero a cui tendevi / la pargoletta mano, / il verde melograno / dai bei vermigli fior... » Ma è meglio decisamente pensare a questo frutto e ai suoi semi come simbolo di fertilità e di vita, non siete d'accordo?

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L'albero del traditore
Anche se può sembrare incredibile, il cosiddetto albero di Giudasiliquastro (Cercis siliquastrum) appartiene alla famiglia delle leguminose. Cercis, il nome del genere, deriva dal termine greco "kerkís", perchè il frutto ha la forma di di una "spola"; invece siliquastro deriva dal latino siliqua, ovvero "baccello". Esso si presenta come un albero a foglie caduche alto fino a 10 metri, ma può diventare anche un arbusto. Cresce molto lentamente, ha la corteccia di colore grigio-nerastro, tendente al rossiccio nei rami giovani, le foglie hanno forma di cuore e un aspetto liscio e lucido; appaiono abbastanza tardivamente, in aprile; in autunno assumono un bel colore giallo e cadono a novembre inoltrato. I fiori sono ermafroditi, con corolla di colore rosa o bianca. Sono riuniti in racemi che compaiono prima delle foglie, in marzo-aprile; caratteristica di questa specie è la caulifloria, cioè i fiori spuntano direttamente dalla corteccia dei rami e del tronco. I frutti sono dei caratteristici baccelli scuri, molto numerosi, che pendono dalla pianta e restano attaccati ad essa fino alla fine dell'inverno. Il siliquastro cresce in tutta l'Europa del Sud e in Asia minore, fino ad un massimo di 500 metri di quota. È una pianta tipica del bosco di latifoglie, ma cresce difficilmente in boschi umidi e ombrosi, mostrando elevata capacità di adattamento e arrivando a colonizzare i pendii aridi e scoscesi e addirittura i luoghi sassosi, come cave e pareti rocciose naturali. Di sicuro preferisce i terreni calcarei e sassosi, ed è abbastanza resistente al freddo. A differenza di molte altre piante di cui ti ho parlato, i frutti non sono commestibili; sono i fiori che vengono usati in cucina nella preparazione di varie ricette, come ad esempio la minestra o la marmellata di fiori. Come tutte le altre leguminose, è una pianta in grado di catturare l'azoto dall'atmosfera e, grazie a dei batteri che vivono in simbiosi con lui nelle sue radici, lo rilascia nel terreno, arricchendolo. È molto usato come albero ornamentale nei giardini e per le alberature stradali, grazie alla sua resistenza all'inquinamento.
E ora, veniamo come sempre al suo simbolismo. Il nome popolare "albero di Giuda" fa riferimento ad antiche leggende, legate alle prime comunità cristiane, riguardanti le vicende degli ultimi giorni di Gesù narrati nei Vangeli. Infatti esso è molto diffuso in Asia Minore, e da qui nacque la convinzione che fosse originario della Giudea, da dove si sarebbe diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo. Per via della sua intensa fioritura approssimativamente in corrispondenza del tempo di Pasqua, e del repentino apparire dei fiori di un intenso colore lilla-violaceo sulla nuda corteccia, ancor prima delle foglie, i primi Cristiani lo utilizzarono per rappresentare simbolicamente il tempo della Passione di Cristo ed il colore dei paramenti liturgici relativi a tale periodo liturgico. Non basta: la nostra pianta è legata all'episodio secondo cui sotto di essa il traditore Giuda Iscariota avrebbe dato il famoso bacio a Gesù e, più tardi, tormentato dal rimorso, vi si sarebbe impiccato (secondo alcuni l'ampia diffusione di questa credenza suggerirebbe che il siliquastro avesse già un particolare significato mitologico presso alcuni culti precristiani europei, ma non ne abbiamo le prove). Anche le bacche color rosso vivido sembrano fare riferimento al sangue di Giuda, e lo stesso albero appare "traditore" come Giuda Iscariota poiché i suoirami appaiono robusti ma, in realtà, sono fragili e si spezzano facilmente se vi si sale sopra. Occhio, perchè l'albero di Giuda non va confuso con lo Spino di Giuda (Gleditsia triacanthos), che al contrario è originario delle Americhe e fu in seguito portato in Europa: anch'esso produce baccelli, ma fa parte della famiglia delle Fabacee e il suo nome fa riferimento al fatto che è coperto di spine, e quindi alla corona di spine di Gesù, senza altri riferimenti all'Iscariota.
Val la pena di sottolineare come nel Nuovo Testamento siano confluite due tradizioni diverse sulla morte di Giuda (Iscariota significa "Uomo di Kariot" da "Κ-qəriyyôṯ", originario quindi della città di Kariot, nell'estremo sud della Giudea, ai confini del Negev). In Matteo 27,5 Giuda, pentito di aver tradito sangue innocente, butta i trenta denari nel Tempio e va ad impiccarsi, e con quei soldi i sacerdoti comprano il campo del vasaio, detto da allora "campo di sangue" (Akeldamà), per la sepoltura degli stranieri. Invece in Atti 1,15-20 San Pietro racconta agli altri Apostoli che Giuda non si è affatto suicidato, ma con i trenta denari ha comprato lui il campo del vasaio; in esso però è precipitato (da un albero?), il suo corpo si è squarciato e le sue viscere si sono sparse all'intorno, da cui il nome di "campo del sangue". Evidentemente la tradizione matteana e quella lucana sono tra loro incompatibili, e fanno riferimento a distinte e indipendenti tradizioni sulla fine di Giuda, che sarebbe stata comunque brutta, anzi bruttissima. Una terza tradizione è riportata da San Papia di Ierapoli, discepolo di Giovanni Evangelista e vissuto all'inizio del II secolo: secondo lui Giuda, dopo il tradimento, andò in giro vagabondando, con il corpo così gonfio da non poter passare lì dove un carro poteva passare con facilità; e morì travolto da un carro, con le viscere che uscirono dal suo corpo. La mistica Anna Katharina Emmerick, le cui visioni ispirarono il film "La Passione di Cristo" di Mel Gibson, propose una sintesi delle due versioni canoniche: « Spinto dall'estrema disperazione, il traditore prese la cintura e si impiccò a un albero. Subito dopo il suo corpo crepò e io vidi le sue viscere spargersi per terra. » In tempi moderni qualcuno ha provato a "riabilitare" la figura di Giuda: visto che Gesù non si decideva a scacciare gli odiati Romani, Giuda (che sarebbe stato vicino agli Zeloti di Barabba) avrebbe cercato di forzare la mano al Signore, facendolo arrestare nella convinzione che egli avrebbe chiamato gli angeli in sua difesa; quando vide che ciò non accadeva, e che Gesù sarebbe stato crocifisso per causa sua, egli si tolse la vita. Secondo altri invece i sacerdoti, per ottenere l'aiuto di Giuda, lo avrebbero ingannato prospettandogli la minaccia di un arresto di Gesù da parte dei Romani e la possibilità di evitarlo se il Sinedrio avesse potuto interrogare preventivamente Gesù; così appare anche nel "Gesù di Nazaret" di Zeffirelli. In ogni caso, come diceva Papa Benedetto XVI, nessuno di noi è certo che Giuda si sia effettivamente dannato, e lo dimostrerebbe quanto detto dal Sacro Cuore in visione a Santa Caterina da Genova: «...Se tu sapessi ciò che io ho fatto di Giuda! »

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L'albero del pubblicano
Adesso vi parlerò di un'altra pianta ampiamente citata nella Bibbia, e in particolare nell'episodio dell'incontro tra Gesù e Zaccheo. Il sicomoro (Ficus sycomorus) è una pianta appartenente alla famiglia delle Moracee, e dunque è parente stretta del fico comune, di cui abbiamo già parlato. Il suo nome deriva dal greco sykómoros, composto di "sŷkon", "fico", e "móron", "mora" (infatti il sicomoro in inglese è detto anche fig-mulberry, cioè fico-gelso). La pianta cresce spontanea nel sud della penisola Arabica e in alcune regioni dell'Africa, dal Senegal al Sudafrica, nonché in ristrette aree del Madagascar; è inoltre coltivata fin da epoche remote in Egitto Israele, Palestina e Siria.  Cresce fino ad un'altezza di 20 metri e raggiunge i 6 metri di larghezza, con una chioma ampia e tondeggiante. La corteccia va dal verde-giallo all'arancione, mentre le foglie hanno forma ovale con apice rotondo. Raggiungono i 14 cm di lunghezza per 10 cm di larghezza, e sono disposte a spirale intorno ai rami. Come accade per il fico, quello che comunemente viene ritenuto il suo frutto è in realtà una grossa infiorescenza carnosa piriforme, detta siconio, all'interno della quale sono racchiusi i fiori unisessuali, piccolissimi; la piccola apertura apicale (ostiolo) consente l'entrata degli insetti impollinatori; i veri frutti, che si sviluppano all'interno dell'infiorescenza, sono dei piccoli acheni. Occorre far notare che le diverse specie di Ficus hanno in genere un rapporto stretto e specifico con i loro impollinatori, che sono tutti imenotteri della famiglia Agaonidae; invece il sicomoro rappresenta l'eccezione che conferma la regola, in quanto può essere impollinato da due differenti agaonidi, Ceratosolen arabicus e Ceratosolen galili, che condivide con un'altra specie africana, Ficus mucuso.
Anche il sicomoro ha una lunga storia, che vale la pena di essere narrata. Nella mitologia egizia era consacrato alla dea Hathor, la dea a forma di vacca con il sole tra le corna, patrona della gioia, dell'amore, della maternità e della bellezza; in quanto patrona degli alberi, era invocata come la "Signora del sicomoro". La mitologia egizia narra che all'arrivo della primavera, l'Uovo Cosmico plasmato da Ptah e da lui deposto sulle rive del Nilo si apriva e ne usciva Ra/Osiride, il Sole. Il fiume viveva in simbiosi col dio del sole. Con questa resurrezione cessava finalmente il pianto di Iside (sempre alla ricerca del suo amato Osiride) e, per festeggiare la fine del suo dolore, si mettevano in scena gli episodi del mito di Osiride, culminanti nella resurrezione del dio, che avveniva quando dalle zolle alla base del sicomoro sacro iniziavano a spuntare i germogli di grano e orzo. Il sicomoro era insomma considerato un albero cosmico, il sacro pilastro Djed, simbolo di immortalità, di vittoria sulla morte, di rinascita, ed il suo legno era usato per la fabbricazione dei sarcofagi. In Grecia il sicomoro era considerato sacro a Dionisio e a Priapo, il dio lubrico della fecondità. A Roma invece era sacro a Marte, padre di Romolo e Remo che secondo il mito erano nati dalla sua unione con Rea Silvia, la giovane vestale di Alba Longa. La cesta che li accoglieva fu affidata alle acque del Tevere, ma per volere divino si fermò in una pozza sotto un sicomoro, all'ombra del quale Romolo e Remo sarebbero stati allattati dalla lupa. Secondo alcune fonti, il fico che si ergeva alle pendici del colle Palatino era proprio quel mitologico sicomoro, e per questo nella civiltà romana il sicomoro fu sempre considerato un albero fausto, venerato soprattutto dai pastori, che gli portavano offerte di latte. Il sicomoro è citato otto volte nella Bibbia. Nel Salmo 78,47 i i sicomori sono elencati insieme alle viti tra le fonti di cibo distrutte dalle piaghe d'Egitto: « Distrusse le loro viti con la grandine e i loro sicomori con la brina ». Questo versetto implica che il Ficus sycomorus non poteva sopravvivere nelle regioni montuose. In 1Cronache 27,28 il re Davide nomina un ufficiale per prendersi cura degli ulivi e dei sicomori delle colline pedemontane occidentali. In 1Re 10,27 e 2Cronache 1,15 e 9,27 si dice che il re Salomone rese i cedri (un albero preziosissimo) comuni come i sicomori. Nel condannare l'arroganza del suo popolo, il profeta Isaia (9,10) usa un contrasto tra sicomori e cedri. Nel Libro di Amos, redatto nel Regno di Giuda attorno al 750 a.C., il profeta omonimo asserisce di essere stato, prima di dedicarsi alla missione profetica, "un pastore e pungitore di fichi di sicomoro" (7,14), il che testimonia che in quell'epoca l'albero era già presente e coltivato in Israele. Nella Mishnah, uno dei testi fondamentali dell'ebraismo post-70 d.C., colossale interpretazione della Torah, sono delineati i confini dei vari distretti della Terra d'Israele, e l'Alta Galilea è definita come l'area a nord di Kfar Hananya dove il sicomoro non cresce; esso invece cresce nella Bassa Galilea. Il trattato Berakhot della Ghemara, la parte del Talmud contenente i commentari rabbinici e le discussioni sorte sull'interpretazione della Mishnah, menziona il sicomoro in riferimento alla sua decima benedizione. I primi cristiani pensavano che l'albero al quale si impiccò Giuda Iscariota fosse un sicomoro, poiché i suoi rami appaiono robusti, ma in realtà sono fragili e si spezzano facilmente, dunque sono "traditori". Così facendo però gli davano una connotazione negativa, in contraddizione con il suo largamente diffuso significato di vita e di risurrezione. Le successive tradizioni dunque associarono piuttosto l'albero di Giuda al Siliquastro, del quale abbiamo già parlato. Anche nella religione dei Kikuyu, popolo Bantu del Kenya, il sicomoro è un albero sacro: tutti i sacrifici a Ngai, il Creatore supremo, vengono eseguiti sotto questo albero. Ogni volta che un sicomoro cade, questo è interpretato come un cattivo presagio e gli anziani devono eseguire particolari rituali di purificazione, ancora oggi praticati.
E ora, l'episodio biblico più famoso. Nel Vangelo secondo Luca 19,1-10 si narra di una visita di Gesù a Gerico; il capo dei pubblicani, un certo Zaccheo, essendo basso di statura, per vedere Gesù salì su un sicomoro; Gesù lo vide e lo chiamò, dicendogli che sarebbe venuto a cena a casa sua. Tutti gli abitanti di Gerico ne furono scandalizzati, perchè i pubblicani, esattori delle tasse per conto dei Romani, erano considerati dei collaborazionisti e quindi dei traditori, oltre che dei lestofanti, chiedendo molto di più di quanto dovuto per impossessarsi della differenza; ma Zaccheo annunciò a Gesù che avrebbe donato la metà dei suoi beni ai poveri e, se aveva rubato a qualcuno, avrebbe restituito quattro volte tanto. "Oggi la salvezza è entrata in questa casa", è il commento del Redentore. Questo il commento in proposito di Papa Francesco: « La folla, quel giorno, ha giudicato Zaccheo, lo ha guardato dall'alto in basso; Gesù, invece, ha fatto il contrario: ha alzato lo sguardo verso di lui. Lo sguardo di Gesù va oltre i difetti e vede la persona; non si ferma al male del passato, ma intravede il bene nel futuro; non si rassegna di fronte alle chiusure, ma ricerca la via dell'unità e della comunione; in mezzo a tutti, non si ferma alle apparenze, ma guarda al cuore. Gesù guarda il nostro cuore, il tuo cuore, il mio cuore. Con questo sguardo di Gesù, voi potete far crescere un'altra umanità, senza aspettare che vi dicano "bravi", ma cercando il bene per sé stesso, contenti di conservare il cuore pulito e di lottare pacificamente per l'onestà e la giustizia. Non fermatevi alla superficie delle cose e diffidate delle liturgie mondane dell'apparire, dal maquillage dell'anima per sembrare migliori. Invece, installate bene la connessione più stabile, quella di un cuore che vede e trasmette il bene senza stancarsi. E quella gioia che gratuitamente avete ricevuto da Dio, per favore, gratuitamente donatela, perché tanti la attendono! E la attendono da voi. »

Il cosiddetto "sicomoro di Zaccheo" a Gerico

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L'erba che minacciò il villaggio di Asterix
Ora vi voglio parlare del loglio, meglio noto (grazie a una famosissima parabola evangelica) come zizzania. Lolium è un genere di graminacee della sottofamiglia delle Pooidee), originario dell'Europa, dell'Asia e dell'Africa settentrionale, ma è stato coltivato e naturalizzato in Australia e nelle Americhe. Il loglio è diploide ed è strettamente imparentato con la festuca. Il genere Lolium contiene alcune specie diffusissime nei prati e largamente utilizzate come pascolo e come fieno per il bestiame, rappresentando un mangime altamente nutriente. È la principale erba da pascolo in Nuova Zelanda, dove ogni anno vengono prodotti circa 10 milioni di chilogrammi di sementi certificate. Il loglio è anche utilizzato nei programmi di controllo dell'erosione del suolo. La specie più diffusa in tutto il mondo e utilizzata sia per i prati che come coltura foraggiera è il Lolium perenne. Come molte erbe della famiglia delle Poacee, ospita un fungo simbiotico endofita, Epichloë, oppure il suo parente stretto Neotyphodium, entrambi membri della famiglia delle Clavicipitacee. Alcune specie, in particolare Lolium temulentum, sono infestanti, per di più possono manifestare una forte resistenza agli erbicidi, e possono avere un forte impatto sulla produzione di grano e altre colture (e Gesù lo sapeva molto bene); il loglio annuale o Lolium rigidum ad esempio è una delle infestanti peggiori dell'Australia meridionale. Come se non bastasse, il polline di loglio è una delle principali cause del raffreddore da fieno.
Sicuramente la specie più pericolosa per gli agricoltori di tutto il mondo è Lolium temulentum, detto anche loglio ubriacante, spontanea e con fiori a spiga rossa. La pericolosità di questa pianta è ben nota fin dai tempi antichi, soprattutto per l'alto potere intossicante. Infatti il termine latino temulentum ("ubriacante") è riferito agli effetti derivanti dall'ingestione di farine contaminate da funghi del genere Claviceps, produttori di alcaloidi tossici che possono causare forti emicranie, vertigini, vomito ed offuscamento della vista. Tali effetti sono dovuti alla presenza di un micelio fungino che invade la pianta durante lo sviluppo, esattamente come avviene nella segale con la Segale Cornuta, da cui viene estratta l'LSD. Si pensi che il botanico greco Teofrasto affermava nel suo "De causis plantarum" (8,7 §1) che il grano può addirittura trasformarsi in zizzania, poiché i campi seminati a frumento si scoprono essere tutti di zizzania quando vengono mietuti! Anche se ciò ovviamente è falso, purtroppo l'eliminazione della zizzania dai campi di cereali è resa difficoltosa dal fatto che la somiglianza tra queste due piante è così grande che in alcune regioni la zizzania viene chiamata "falso grano", almeno finché non compare la spiga. Le spighe di Lolium temulentum sono più sottili di quelle del grano, sono orientate lateralmente al rachide e hanno una sola gluma (brattea), mentre quelle di frumento sono orientate con la parte piatta al rachide e presentano due glume. Il grano inoltre apparirà marrone quando è maturo, mentre la zizzania è nera.
L'etimologia del termine "Lolium" non è nota. Il latino "zizania" invece deriva dal greco "zizanion", che da taluni è fatto derivare da "sinoo", "nuoccio", e da altri da "izano", "perisco", con raddoppiamento dell'iniziale. Dalla stessa radice vengono anche l'arabo "zivan" e il farsi "sevan". La parola francese per zizzania è "ivraie", dal latino "ebriacus", "intossicato", termine che esprime la nausea per aver mangiato la pianta infetta, che può essere anche fatale.
Ciò che ha reso famosa la zizzania in tutto il mondo, anche dove questa pianta non cresce, è la celebre parabola di Gesù contenuta in Matteo 13,24-30. In essa, mentre il padrone di un campo di grano dorme, il suo concorrente vi semina volontariamente del loglio, operazione che, per quanto scritto sopra, in una civiltà essenzialmente contadina era da considerarsi fra le più criminali. Nessuno se ne accorge finché non spuntano le spighe, e a quel punto i braccianti chiedono al padrone del campo se devono strappare l'erba nociva, ma egli risponde di no, perchè altrimenti correrebbero il rischio di strappare anche il grano buono. Solo al momento della mietitura i braccianti falceranno sia il grano che il loglio, ed il primo lo riporranno nei silos, pronto per essere macinato in farina, mentre il secondo lo legheranno in fasci per bruciarlo, giacché ad altro non può servire. Una sintesi di questa parabola si trova anche nell'apocrifo Vangelo di Tommaso: « Gesù disse: "Il regno del Padre è come un uomo che aveva dei semi. Il suo nemico venne di notte e piantò zizzania in mezzo al buon seme. L'uomo non permise che togliessero la zizzania. Disse loro: Che non andiate a togliere la zizzania, e togliate con essa il grano. Poiché il giorno del raccolto la zizzania sarà palese; saranno presi e bruciati." » (Vangelo di Tommaso, 57) Il Vangelo di Matteo 13,37-42 fornisce la spiegazione della parabola (alcuni biblisti hanno supposto che questa sia un'aggiunta da parte dei copisti, ma non c'è motivo per dubitare dell'autenticità di questo brano, visto che anche di altre parabole si fornisce la spiegazione). Più che predicare la teoria della retribuzione (i buoni in Paradiso, i cattivi all'inferno), con questa parabola il Salvatore intende rispondere ad una domanda che riecheggia da duemila anni: perchè c'è il Male nel mondo? Se Dio è buono e detesta il Male, perchè non lo sradica subito? Forse perchè non può farlo? Ma allora non è onnipotente? La parabola del grano e del loglio fuga ogni apparente contraddizione: Dio non elimina i malvagi perchè per farlo occorrerebbe una tale catastrofe, una sorta di nuovo diluvio universale, da spazzare via anche i buoni che non meritano alcun castigo (è l'obiezione principale mossa al racconto anticotestamentario del diluvio di Noè: forse anche i bambini erano colpevoli e degni di essere sterminati?) I giustizialisti, coloro che vorrebbero vedere immediatamente la punizione dei peccatori, vorrebbero forzare la mano a Dio, il quale invece conferma che i Suoi tempi non sono i nostri tempi. « Il padrone del campo non confonde il bene con il male. Sa che quello è salutare e che questo è nocivo alla salute, ma non permette che i suoi servitori si precipitino, perché vuol dar tempo alla misericordia. Gesù ci insegna a moderare gli impeti e a saper attendere: ciò che è male può cambiare in qualcosa di buono. La conversione è possibile e c'è sempre speranza che si produrrà. » (Francisco Varo)
Questo concetto riecheggia anche in un noto brano dell'Apocalisse di Giovanni: « Quando l'Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: "Fino a quando, Sovrano, Tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?« Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro. » (Ap 6,9-11) A tutti dunque è chiesto di pazientare, perchè solo alla fine del mondo ogni colpa non perdonata sarà punita, e chi vuole sostituirsi a Dio accelerando i tempi diventa a sua volta un assassino, un criminale, un terrorista. Da questa parabola deriva il diffuso modo di dire "seminare zizzania", cioè disseminare di elementi conflittuali un determinato ambiente rimanendo nell'ombra (il Maligno agisce nottetempo mentre gli altri dormono, come dice Mt 13,25). Da essa deriva anche il detto "Separare il grano dal loglio", ossia separare gli elementi di qualità migliore da quelli dannosi tra essi nascosti. Sulla scia di questa parabola, Dante cita la zizzania almeno in due occasioni: Purgatorio II,124 e Paradiso XII,119. Non possiamo stupirci se, nell'ordinare il massacro di tutti i Danesi in Inghilterra nel giorno di San Brizio, il 13 novembre 1002, Re Etelredo II lo Sconsigliato (978-1016) affermò spietatamente che  « tutti i Danesi che erano spuntati su quest'isola, germogliando come zizzania tra il grano, dovevano essere distrutti da un giusto sterminio. »
Ma vi sono altri riferimenti alla nostra pianta nella storia dell'uomo. La zizzania è uno dei tanti ingredienti della pozione che Mitridate VI, re del Ponto (111-63 a.C.), avrebbe assunto ogni giorno per rendersi immune da ogni avvelenamento. La zizzania è menzionata anche nella Satira 2.6 di Orazio (65-8 a.C.), dove viene mangiata dal topo di campagna mentre serve ai suoi ospiti cibi più elaborati. Il loglio inoltre è citato nel Talmud. I campi da tennis, compresi quelli dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club, la sede del Torneo di Wimbledon, di solito sono seminati a loglio.
Si noti che esiste anche il genere Zizania, che comprende piante erbacee monocotiledoni annuali, anch'esse appartenenti alla famiglia delle Poacee; è affine al genere Oryza (a cui appartiene il comune riso), ma a differenza di esso, che è adatto a climi con temperature piuttosto elevate e relativamente costanti, il genere Zizania è adatto in genere a climi più freschi, se non decisamente freddi. Alcune specie del genere Zizania vengono commercializzate come riso selvatico (definito negli Stati Uniti ed in Canada "wild rice", "indian rice" o "water oats"). Il loglio però non appartiene a tale genere; le piante del genere Zizania poi sono decisamente diverse dal grano comune e non possono essere confuse con esso, ed erano molto probabilmente sconosciute in Palestina.
Per concludere, la fama della zizzania è giunta fino a René Goscinny (1926-1977), l'ideatore del personaggio di Asterix. La quindicesima avventura dell'eroe gallo dai lunghi baffi biondi e dall'elmo alato si intitola infatti "Asterix e la zizzania" ("La zizanie" nell'originale francese; il titolo della versione tedesca, "Streit um Asterix", cioè "Litigio per Asterix", banalizza e fa perdere il riferimento al loglio). In essa Giulio Cesare, resosi conto di non poter avere la meglio con la forza sui Galli del villaggio in Armorica, almeno fintanto che questi restano uniti, decide di rompere l'armonia interna al loro villaggio inviando presso di loro un carcerato romano, il noto seminatore di discordia Tullius Detritus, dotato della capacità quasi sovrumana di indurre al litigio coloro che gli sono accanto, praticamente con la sua sola presenza. Per questo egli si presenta nel villaggio proprio nel giorno del compleanno del suo capo Abraracourcix annunciando di voler fare un dono all'"uomo più importante del villaggio" e deponendo il suo regalo ai piedi di uno stupito Asterix. Questo fatto genera ovviamente l'invidia di Abraracourcix, la rabbia di sua moglie Beniamina, la gelosia di Obelix, l'ira di Asterix che insiste con il proclamare che Detritus non è suo amico, e il sospetto degli altri membri del villaggio (il baloon dei Galli contagiati dal virus della zizzania ha un caratteristico color verde bile). Le cose si aggravano quando Detritus mette in giro la voce che Asterix e Panoramix hanno venduto ai Romani il segreto della pozione magica. Di fronte alla sfiducia dimostrata, Panoramix, Asterix e il fedele Obelix decidono di abbandonare il villaggio, il che lascia costernati gli altri abitanti. Detritus invita subito l'esercito romano ad attaccare il villaggio, ora che è privo dei suoi principali difensori e della pozione magica, ma Asterix riesce a convincere i compagni che la colpa è tutta del diabolico piano di Detritus, e di nuovo tutti uniti riescono a sgominare i Romani.  Dopo la vittoria Asterix riesce anche a ritorcere la zizzania contro il suo seminatore, ringraziando pubblicamente Detritus per l'aiuto dato loro nello sconfiggere i Romani: questi gli credono, accusano Detritus di intelligenza con il nemico e lo riportano subito in gattabuia. Nel consueto banchetto finale Panoramix conclude: "Sono litigiosi, illogici, eccentrici... ma in fondo vanno capiti, sono solo umani." Come ripete spesso Papa Francesco, Dio ci guardi dallo spargere zizzania!

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L'umile pianta che salvò gli scozzesi
Proseguiamo con la rassegna delle piante citate nella Bibbia; oggi tocca al cardo. Carduus è un genere di piante da fiore della famiglia delle Asteraceee e della tribù delle Carduee. La famiglia delle Asteraceee, probabilmente originaria del Sud America, è la più numerosa del mondo vegetale, comprendendo oltre 23.000 specie distribuite su 1 535 generi! Questo genere in particolare comprende 92 specie native dell'Europa (comprese le Canarie), Asia (fino al Giappone) e Africa mediterranea. In Italia Carduus è un genere molto diffuso e lo si può trovare praticamente ovunque, anche perché le sue specie sono molto robuste e crescono bene in qualsiasi ambiente e nelle condizioni più disparate. Il genere Carduus è purtroppo noto per il suo numero sproporzionatamente elevato di erbacce nocive rispetto ad altri generi di piante da fiore. Si tratta solitamente di erbe annuali o biennali, a volte perenni. Nelle piante con un ciclo di crescita biennale, il primo anno si produce al più una bassa rosetta basale di foglie, mentre il secondo anno fiorisce completamente. Tuttavia se il clima è sufficientemente caldo può fiorire già durante il primo anno di vita. Il numero dei capolini per ogni pianta può variare oltre che dalla specie anche dalle caratteristiche del sito in cui si trova la pianta e può andare da 1 a oltre 100. Le varie specie in Europa crescono fino fra 10 cm e un metro e mezzo di altezza, ma in America può arrivare a 4 metri. Gli steli eretti sono alati e spinosi e di solito sono ricoperti di peli lanosi. Le foglie sono di forma generalmente lanceolata; la lamina può essere lievemente dentata oppure incisa profondamente in 10 e più lobi; il margine fogliare è quasi sempre spinoso, con spini che possono essere morbidi o pungenti e duri; la disposizione delle foglie lungo il fusto è alterna e quelle basali formano una rosetta. L'infiorescenza è formata da capolini fiorali, ognuno costituito da numerosi fiori tubulosi; il capolino fiorale è sorretto da un peduncolo nudo o bratteato; l'involucro, cilindrico o emisferico o ovoidale, è circondato da diverse serie (10 o più) di squame spinose, che a volte divergono dal corpo centrale in modo eretto, e a volte sono anche riflesse verso il basso. La forma delle squame è importante come carattere distintivo della specie. I frutti sono acheni lisci di colore chiaro e di forma oblunga leggermente compressa. Gli acheni sono "carrucolati", ossia hanno delle protuberanze per agevolare il distacco dei semi. La fecondazione avviene di solito tramite l'impollinazione dei fiori. I semi sono trasportati per alcuni metri dal vento per merito del pappo, un'appendice piumosa e leggera avente la funzione di favorire la dispersione dei semi per l'azione del vento (disseminazione anemocora). In alcune specie invece la dispersione è affidata soprattutto agli insetti come le formiche (disseminazione mirmecoria). Ogni pianta può produrre migliaia di semi (possono arrivare a 1.000 semi e più per capolino (oltre 100.000 in totale) che vengono dispersi circa un mese dopo la fioritura. Sembra che un singolo seme rimanga attivo nel suolo fino a 10 anni, e questo naturalmente non facilita il controllo di queste piante, che diventano facilmente invasive al di fuori del loro areale nativo, ad esempio in Australia e negli Stati Uniti. Specie come Carduus acanthoides, Carduus nutans, Carduus pycnocephalus e Carduus tenuiflorus diventano facilmente erbacce in habitat come i pascoli sovrasfruttati. Anzi, Carduus nutans è allelopatico, in quanto produce composti che inibiscono la crescita e lo sviluppo di altre piante. Gli agenti di controllo biologico dei parassiti che sono stati usati contro i cardi includono il tonchio della testa del cardo (Rhinocyllus conicus), il punteruolo della corona del cardo (Trichosirocalus horridus) e la mosca della corona del cardo (Cheilosia corydon). La ruggine del cardo muschiato (Puccinia carduorum), che altri non è se non un fungo, può essere usato anche contro Carduus nutans. Alcune specie di Carduus servono come piante alimentari per le larve di alcuni Lepidotteri, tra cui Coleophora therinella.
Il nome italiano "cardo" è generico, in quanto nel linguaggio comune si riferisce a diversi generi e specie di piante. Tra i generi che vengono chiamati "cardo", oppure hanno una o più specie che comunemente si chiamano con questo nome, citiamo Carduus, Carduncellus, Carlina, Centaurea, Cnicus, Cynara, Echinops, Galactites, Jurinea, Onopordum, Scolymus, Silybum, Tyrimnus, tutti della famiglia delle Asteracee.
Il nome "cardo" deriva dal latino volgare "cardus", che come il persiano "khar" (e l'italiano "carciofo") va ricollegato alla radice "kas", cioè "raschiare", "grattare"; da qui derivano anche il latino "carere", "pettinare", e l'italiano "cardare" la lana. Qualcuno ha fatto derivare "cardo" da un'altra radice, e precisamente dal greco "ardis", "punta dello strale", alludendo alla spinosità delle piante di questo genere; ma questa va probabilmente considerata una paretimologia. Probabilmente "cardo" va correlato alla parola Cardonnacum, "luogo pieno di cardi"), che è all'origine di Chardonnay, il nome del famoso vitigno realizzato per produrre lo champagne. Il nome di una delle specie più diffuse, il Carduus crispus o cardo crespo, deriva dal latino "crispus", "arricciato", in riferimento alle sue foglie.
Alcune parti di queste piante, se raccolte quando sono ancora giovani, vengono utilizzate per l'alimentazione umana. Tra le diverse varietà di cardi, lo "Spadone" è la varietà che comunemente viene interrata all'inizio dell'autunno per dare vita ai cosiddetti "cardi gobbi", tra cui si distinguono quelli di Nizza Monferrato. In seguito a quest'operazione le costole diventano bianchissime, tenere e gobbe. I cardi gobbi, a differenza dei comuni cardi, sono ottimi anche crudi. Tra le altre varietà c'è il Gigante di Romagna, che può superare il metro e mezzo di altezza, contraddistinto da foglie chiare e l'assenza di spine. Tutti i cardi, affinché diventino più teneri e perdano il sapore amaro, devono essere sottoposti a imbianchimento, cioè alla crescita in assenza di luce tramite fasce di plastica nera o altri materiali. Per questo motivo non bisogna raccogliere cardi che abbiano le coste verdastre, perché quasi sicuramente saranno fibrosi e più amari. Il Cardo Mariano (Cardus marianum) è invece una varietà selvatica, conosciuta soprattutto per la sua azione epatoprotettiva.
Dopo l'acquisto i cardi si possono conservare per 4-5 giorni in luogo freddo (purché non geli) in una cassetta coperta con un telo umido scuro. Nella parte bassa del frigorifero si mantengono per circa una settimana in un sacchetto di plastica con qualche foro; non devono essere bagnati, altrimenti iniziano a marcire. I cardi vanno puliti al momento dell'utilizzo perché anneriscono molto, come i carciofi. Una volta tagliati, vanno sciacquati e conservati fino alla cottura o alla consumazione da crudi in una boule con acqua acidulata con succo di limone. La parte commestibile è il gambo, che va fatto cuocere per almeno 30-60 minuti. I cardi lessati si possono saltare al burro e insaporire con formaggio grattugiato e noci tritate grossolanamente; saltare in padella con olio e acciuga; gratinare al forno con besciamella o con formaggio; preparare come le melanzane alla parmigiana; unire a costine di maiale cotte in umido con ceci; impanare o friggere in pastella. Il cardo si sposa molto bene con le acciughe sotto sale, infatti è un accompagnamento obbligatorio per la famosa bagna cauda, la salsa bollente piemontese a base di acciughe, olio e aglio. Al cardo sono riconosciuti basso contenuto calorico e alto effetto di sazietà: un mix ottimale per posizionarsi ai primi posti tra gli ortaggi consigliati nelle diete autunnali e invernali. Contiene il potassio in buona quantità, ferro, sodio, calcio e fosforo. Tra le vitamine sono presenti B1, B2 e B3. Oltre a queste troviamo anche la vitamina C in buona quantità. Il cardo è noto per avere anche proprietà antiossidanti, toniche e decongestionanti.
Sempre più spesso i cardi ornamentali vengono piantati nelle aiuole fiorite e nei giardini rocciosi, e per un valido motivo: perché queste piante robuste e che non richiedono particolari cure riescono a sopportare in modo per lo più eccellente le estati sempre più calde e secche. Un terreno arido è adatto per i cardi che, in generale, crescono meglio su terreni sabbiosi, rocciosi e permeabili. Dai cardi si può ricavare dell'olio e della carta. Inoltre anticamente le infiorescenze secche del cardo erano usate per la cardatura della lana.
E ora, come sempre, un po' di storia. Il cardo è una pianta molto antica: i primi riferimenti certi sono stati trovati nella civiltà egizia. L'antichità del cardo viene attestata dalle leggende che lo collegano al leggendario pastore siciliano Dafni, figlio di Hermes cui il dio Pan insegnò a suonare abilmente la zampogna, diventando presto una figura molto amata da uomini e divinità, simbolo della vita pastorale e inventore del canto bucolico. Alla sua morte la Terra soffrì così tanto da far fiorire una pianta piena di spine: il cardo. Nelle tradizioni norrene il cardo era associato al dio Thor. Il cardo è anche parte dello stemma reale della Scozia, in seguito ad una singolare leggenda. Questa narra che, intorno all'anno Mille, un gruppo di vichinghi tese un'imboscata a un accampamento scozzese. Gli invasori si tolsero i calzari per avanzare silenziosi, ma quando uno di loro calpestò un cardo selvatico, le sue urla svegliarono gli scozzesi, e questi riuscirono ad organizzare un contrattacco. Nel 1470, durante il regno di Giacomo III, furono coniate monete d'argento recanti proprio il disegno di un cardo, e negli stendardi scozzesi il cardo viene associato al motto latino "Nemo me impune lacessit" ("Nessuno mi avrà sfidato impunemente").
Dopo che Adamo ebbe mangiato del frutto proibito, Dio disse: « Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te. » (Gen 3,17-18). Queste piante spinose che crescevano nel deserto divennero simbolo della punizione del peccato. Nelle sue ultime parole, Davide paragona gli "scellerati" a spine del deserto, che devono bruciare nel fuoco (2 Sam 23,6s). Il cardo mariano (Cardus marianum) prende il nome da una leggenda che racconta di come Giuseppe e Maria, in fuga dai soldati di Erode, si nascosero tra piante di cardo che vennero quindi macchiate dal latte della Madonna. La lettera agli Ebrei (6,8) paragona gli uomini allontanatisi dalla fede a un campo che produce pruni e spine. Secondo san Gregorio Magno, ogni peccato è una spina. E le spine tornano ad essere, per il tocco di Dio, un simbolo di redenzione: così nell'Antico Testa-mento il roveto ardente, e nel Nuovo la corona di spine (Gv 19,2). Quale simbolo di sofferenze terrene, il cardo era una decora-zione molto diffusa nelle raffigurazioni dei santi. 
Nella tradizione celtica si narra che gli elfi e gli gnomi che abitano i boschi bevono l'acqua piovano utilizzando come bicchieri le foglie di cardo silvestre. Secondo un'antica usanza popolare le giovani ragazze, per la vigilia di San Giovanni, andavano strappare un cardo, lo sotterravano per poi dissotterrarlo l'alba del giorno seguente, il giorno di San Giovanni. A quel punto le ragazze ne osservavano attentamente la peluria interna: se la peluria del cardo rimaneva di colore bianco, la ragazza che aveva compiuto il rituale sarebbe rimasta senza marito o avrebbe avuto un amore non corrisposto, mentre se la peluria diventava di un altro colore la ragazza si sarebbe sposata entro pochissimo tempo se il colore era molto vivace, oppure dopo qualche mese se il colore era pallido. Nel linguaggio dei fiori e delle piante il cardo simboleggia la solitudine e l'isolamento, tale significato è dovuto alla tendenza della pianta a crescere in luoghi impervi.
Chiudiamo con la letteratura. Il poeta greco Alceo nel VII secolo a.C. ci ha lasciato il breve componimento "Solo il cardo è in fiore". "La rosa e il cardo. Lettere da Fiume e dintorni" è una raccolta epistolare di Gabriele D'Annunzio (1863-1938) che ripercorre il suo primo tentativo (fallito) di annettere all'Italia la città di Fiume, assegnata dal Presidente USA Woodrow Wilson alla neonata Jugoslavia; la sua impresa contribuirà a far nascere il mito della "vittoria mutilata" che fu il concime ideale per l'ascesa del fascismo. "Il cardo e la spada" è un romanzo del 2021 di Alessandra Sala (1965-), che ha come protagonista una giovane prostituta al tempo della Guerra dei Trent'Anni: un affresco in chiaroscuro sulle contraddizioni della storia e del cuore umano, tra orrore e speranza, desideri e delusioni, tormento e inaspettata luce. Infine, il finale della poesia "Davanti a San Guido" di Giosuè Carducci (1835-1907) recita: « Ansimando fuggìa la vaporiera / mentr'io così piangeva entro il mio cuore; / e di polledri una leggiadra schiera / annitrendo correa lieta al rumore. / Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo / rosso e turchino, non si scomodò: / tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo / e a brucar serio e lento seguitò. » Un explicit citato mille volte che riscatta l'asino da un confronto impari e stereotipato con il più blasonato cavallo!

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Il fiore rosso cantato da De Andrè
Papaver rhoeas, noto comunemente come papavero comune o rosolaccio, è una specie erbacea annuale di pianta da fiore della famiglia delle Papaveracee. È nativa delle zone temperate ma ha un'area di distribuzione molto ampia, dall'Africa all'Asia tropicale. In agricoltura è considerata un'erbaccia infestante. Poiché prospera sui terreno dissodato, era spesso abbondante nei campi agricoli prima dell'avvento degli erbicidi, ed infatti distese di papaveri rossi appaiono regolarmente nei campi incolti; sono però ampiamente coltivate nei giardini e si trovano spesso in pacchetti di semi etichettati come "miscele di fiori selvatici". Il rosolaccio è un'erba che cresce come pianta annuale, alta fino a 90 cm. Il fusto è eretto, coperto di peli rigidi. Tagliato, emette un liquido bianco. I boccioli sono verdi a forma di oliva e penduli. Il fiore è di un rosso accesissimo, dai petali delicati e caduchi, spesso macchiato di nero alla base in corrispondenza degli stami. Fiorisce in primavera da aprile fino a metà luglio; una singola pianta può produrre fino a 400 fiori in una stagione calda, che durano un solo giorno. È visitato dalle api per il suo polline di colore nero. Il frutto è una capsula che contiene molti semi piccoli, reniformi e reticolati. L'allevamento selettivo ha portato a cultivar di colore giallo, arancione, rosa e bianco.
L'etimologia della parola "papavero" è molto discussa, ma oggi si pensa che si tratti di una voce composta (come cada-ver), e la prima parte "papa" verrebbe da una radice indoeuropea che significa "gonfiare". Rhoeas verrebbe invece dal greco ῥοιάς ("rhoiás"), cioè "melograno", per il suo colore.
Neppure l'origine del papavero è nota con certezza. Come per molte di queste piante, l'area di origine è spesso attribuita dagli americani all'Europa e dai nordeuropei all'Europa meridionale. È noto per essere stato associato all'agricoltura nel Vecchio Mondo sin dai tempi antichi e fin dall'antichità è stato associato alla fertilità agricola. Ha la maggior parte delle caratteristiche di una pianta infestante: un ciclo di vita annuale che si adatta a quello della maggior parte dei cereali, una tolleranza di semplici metodi di controllo delle infestanti, la capacità di fiorire e seminare prima che il raccolto venga raccolto e la capacità di formare una banca dei semi di lunga durata.
Papaver rhoeas contiene l'alcaloide rhoedina, che ha blande proprietà sedative. Le foglie e il lattice hanno un sapore acre e sono leggermente velenosi per gli animali al pascolo. Nonostante questo, le giovani foglie della pianta vengono utilizzate in varie zone del mondo crude oppure preventivamente sbollentate come gli spinaci, e contribuiscono alla composizione di zuppe o insalate. In Friuli, per esempio, il cespo di foglie che si sviluppa attorno alla radice all'inizio della primavera, quando la pianta è ancora poco sviluppata ed è lontana dalla fioritura, viene consumato lessato o saltato in pentola come verdura nota sotto il nome di "confenòns". Il sapore è delicato e leggermente amaro. Anche nel Salento le piantine tenere sono consumate sotto il nome di "paparina fritta", sbollentate e passate in padella in un soffritto di aglio con l'aggiunta di olive nere, gherigli di noce ed aromatizzate con buccia d'arancia e barbe di finocchio. In Romagna, è conosciuta con il nome di "Rosole". I semi neri sono commestibili e possono essere consumati da soli o come ingrediente nel pane. L'olio ricavato dal seme è molto apprezzato in Francia. Ricordiamo però ancora una volta che gli alcaloidi presenti nel papavero sono blandamente tossici, per cui è sconsigliata l'assunzione abituale di estratti ed infusi ottenuti da questa pianta, in particolare a bambini ed anziani. I petali contengono un colorante rosso che viene utilizzato in alcune medicine e vini; anche i petali essiccati sono occasionalmente usati per dare colore ai pot-pourri. Nella medicina popolare tradizionale era usato per combattere la gotta e i dolori articolari. I petali venivano usati per produrre uno sciroppo che veniva somministrato ai bambini per aiutarli a dormire.
E veniamo alla simbologia. A causa del suolo smosso durante la Prima Guerra Mondiale per scavare trincee e fortificazioni, i papaveri fiorirono tra le linee di trincea e le terre di nessuno sul fronte occidentale. Per questo motivo nel mondo anglosassone Papaver rhoeas è tradizionalmente dedicato alla memoria delle vittime sui campi di battaglia della prima e della seconda guerra mondiale. Ad esempio nel Regno Unito, durante il Remembrance Day (l'11 novembre, commemorazione della fine della Grande Guerra), è diffusa la tradizione di appuntare un papavero rosso all'occhiello, e per questo si parla informalmente anche di "Poppy Day". I papaveri sono citati nel poema "In Flanders Fields" del tenente colonnello canadese John McCrae (1872-1918), una delle poesie in lingua inglese più citate composte durante la prima guerra mondiale. A questa simbologia dobbiamo anche gli immortali versi composti dal cantautore genovese Fabrizio de André (1940-1999) nel testo della sua canzone "La guerra di Piero", notissima parabola contro tutte le guerre, dedicata ad un soldato che muore essendosi rifiutato di sparare per primo al nemico: « Dormi sepolto in un campo di grano: / non è la rosa, non è il tulipano / che ti fan veglia dall'ombra dei fossi, / ma sono mille papaveri rossi... »
Al simbolo del papavero rosso è legata la locuzione "alto papavero", che sta a indicare una personalità altolocata o di potere. Il modo di dire deriva dall'aneddoto raccontato nell'opera "Ab Urbe condita libri" di Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.): Sesto Tarquinio chiese al padre, l'ultimo Re di Roma Tarquinio il Superbo, un consiglio su come impossessarsi della città di Gabii. Il re rispose decapitando i papaveri più alti del giardino nel quale aveva accolto il messaggero inviato dal figlio: in tal modo gli comunicò che avrebbe dovuto eliminare per prime le personalità più influenti della città, che potevano opporsi a lui con più successo.
Un campo di papaveri rossi è un richiamo all'occhio che è impossibile ignorare, e difatti molti pittori e fotografi hanno cercato di cogliere e riprodurre la sensazione di stupore che si prova davanti alla brillantezza del rosso del papavero. Famosi sono i verdi campi di grano dipinti dai macchiaioli, con tante macchie rosse tipiche dei papaveri. Tipico esempio ne è "I papaveri" ("Les Coquelicots"), dipinto nel 1873 da Claude Monet (1840-1926)
Il papavero rosso compare anche su numerosi francobolli, monete e banconote, tra cui la banconota rumena da 200 lei, la banconota da venti dollari canadesi del 2012 e i francobolli commemorativi del Regno Unito del 2007 per commemorare il 90° anniversario della Battaglia della Somme. Il papavero rosso nel 2002 è stato votato fiore simbolo della contea di Essex e Norfolk a seguito di un sondaggio dell'ente di beneficenza per la conservazione delle piante selvatiche Plantlife.
Finito qui? No, perchè il papavero comune è parente stretto del Papaver somniferum, comunemente noto come papavero da oppio. Il suo areale nativo è probabilmente il Mediterraneo orientale, ma si è naturalizzato in gran parte dell'Europa e dell'Asia. A differenza del suo parente di colore rosso, questo papavero viene coltivato su larga scala per tre scopi principali. Il primo è quello di produrre semi che vengono mangiati dall'uomo, comunemente noti come semi di papavero. Il secondo è produrre oppio destinato principalmente all'industria farmaceutica. Il terzo è produrre altri alcaloidi, principalmente tebaina e oripavina, che vengono trasformati dall'industria farmaceutica in farmaci come l'idrocodone e l'ossicodone. Solo una piccola quantità di Papaver somniferum viene coltivata per scopi ornamentali.
L'oppio consiste nel lattice essiccato prodotto dai baccelli del seme di papavero. Esso contiene una classe di alcaloidi presenti in natura noti come oppiacei, che includono morfina, codeina, tebaina, oripavina, papaverina e noscapina. Il nome "somniferum" infatti significa "portatore di sonno", riferendosi alle proprietà sedative di alcuni di questi oppiacei. Il lattice trasuda dalle incisioni praticate sui baccelli verdi dei semi e viene raccolto una volta essiccato. La tintura di oppio o laudano è invece costituito da oppio disciolto in alcool o da una miscela di alcool e acqua, è ancora commercializzato ma proibito in molti paesi. L'oppio grezzo contiene circa l'8-14% di morfina in peso secco, e anche di più nelle cultivar ad alto rendimento; può essere utilizzato direttamente o modificato chimicamente per produrre oppioidi sintetici come l'eroina, triste piaga di un'intera generazione ai tempi della mia gioventù.
L'uso del papavero da oppio precede di gran lunga la storia scritta: sono state ritrovate capsule di Papaver somniferum addirittura negli scavi di palafitte dell'uomo di Cro-Magnon datate fra i 30.000 e i 20.000 anni fa, anche se non è possibile stabilire se gli abitanti del sito conoscessero le proprietà di tali piante. Sappiamo per certo invece che i Sumeri di 5.000 anni fa le conoscevano bene, e tramandarono l'uso del papavero da oppio alle successive civiltà caldea e assiro-babilonese: questi ne introdussero l'uso in Egitto e nell'antica Creta verso il 1500 a.C. Il Libro dei Medicamenti, un antico papiro egiziano, raccomanda l'uso del papavero da oppio come sedativo. La linfa del Papaver somniferum fu chiamata "òpion" dagli antichi greci, presumibilmente diminutivo di "opòs" ("succo"). Il lattice (denso, giallo-verdastro) ottenuto dalla pianta intera e dai suoi semi, era invece chiamato dai greci mekònion. Altri nomi dell'oppio sono O-Fu-Jing (lett. "veleno nero") in Cina, "Ahiphema" in India, "Schemeteriak" in Persia e "Afyun" in Arabia.
Ippocrate, nel IV secolo a.C., consigliava l'oppio come rimedio per numerosi mali, ma già un secolo dopo Erasistrato metteva in guardia i suoi allievi e i colleghi medici contro l'uso frequente di questo medicinale, che poteva rivelarsi gravemente dannoso. L'oppio fece il suo ingresso nella civiltà romana quando questa occupò la Grecia; Dioscoride, nel I secolo d.C., descrive accuratamente la pianta del papavero da oppio e le proprietà della sua linfa, elencando anche una serie di possibili usi. Si deve a Galeno (129-201 d.C.) la diffusione fra i medici di Roma della teriaca, inventata da Andromaco, medico personale di Nerone: era un farmaco che conteneva, fra l'altro, una discreta quantità di oppio. Marco Aurelio ne usò in grande quantità, per cui viene considerato dagli storici il primo imperatore oppiomane! Dopo la caduta dell'impero romano non vi sono quasi più notizie sul consumo di oppio in Europa, mentre nella farmacologia mediorientale venne introdotto verso l'anno Mille dal medico persiano Ibn Sīnā (980-1037), meglio noto come Avicenna: secondo il suo discepolo e biografo Abū 'Ubayd al-Jūzjānī fu proprio questa sostanza la causa della morte del maestro. Allo stesso modo Paracelso (1493-1541) morì intossicato dall'oppio dopo aver inventato il laudano, sostanzialmente una tintura di morfina all'1%. Ma già nella seconda metà del Medioevo in Europa il consumo di oppio era andato aumentando, tanto da suscitare reazioni ufficiali nella classe medica: la Santa Inquisizione giunse al punto di vietarne l'uso anche come medicinale. Nel XVI secolo in Turchia e in Egitto l'uso di oppio era estremamente diffuso a livello popolare. In Cina l'introduzione dell'oppio avvenne presumibilmente verso il 2800 a.C., ma l'uso popolare iniziò solo molto più tardi, verso il 1100 a.C., quando iniziò a diffondersi l'usanza di preparare per alcune festività un dolce a base di oppio. L'uso di oppio in Cina esplose nel XVII secolo quando l'imperatore vietò l'uso del tabacco da fumo, che i cinesi usavano mescolare all'oppio, e si iniziò perciò a fumare oppio puro. Il consumo di oppio aumentò tanto che all'inizio dell'Ottocento i fumatori di oppio in Cina erano circa 10 milioni, e l'oppio veniva importato dall'India tramite la potentissima Compagnia Britannica delle Indie orientali, che ne monopolizzava il commercio in cambio del pregiato cinese, molto apprezzato in patria. Allora l'imperatore Daoguang decise di ridurre le importazioni di oppio inglese e, poiché le sue disposizioni rimanevano lettera morta, nel 1839 ordinò di distruggere 20.000 casse d'oppio scaricate dalle navi inglesi a Canton, fatto che scatenò la prima guerra dell'oppio fra Cina e Inghilterra: in seguito ad essa Hong Kong passò in mani inglesi. Essa fu seguita da una seconda nel 1856, che segnò l'asservimento totale del Celeste Impero alle potenze coloniali. In Cina nel 1906 venne proibito l'uso dell'oppio che dal 1890 non veniva più importato dalle colonie inglesi, bensì prodotto nel paese, e nel 1941 il generale Chiang Kai-Shek ordinò la distruzione di tutte le coltivazioni; nonostante ciò nel 1946 i fumatori di oppio in Cina erano ancora 40 milioni. Fu Mao Zedong con i suoi metodi spicci a sradicare definitivamente con successo questa coltivazione.
In Europa, invece, l'oppio conobbe il suo periodo di massima diffusione nel XIX secolo: molti poeti e scrittori ne facevano largo uso, fra cui Samuel Taylor Coleridge, Charles Baudelaire e Thomas Penson De Quincey (1785-1859), autore de "Le confessioni di un mangiatore d'oppio". Il compositore romantico francese Hector Berlioz (1803-1869) usò l'oppio come ispirazione, producendo la sua "Symphonie Fantastique", in cui un giovane artista va in overdose di oppio e sperimenta una serie di visioni del suo amore non corrisposto. Tuttavia il suo uso rimase per lo più circoscritto agli ambienti letterari e non si diffuse mai su larga scala, per la concorrenza del suo principio attivo, la morfina, isolata nel 1802 da Armand Séquin (1767-1835) che la chiamò così in onore di Morfeo, il dio del sonno, mentre un anno più tardi Friedrich Sertürner (1783-1841) mise a punto un metodo economicamente conveniente per isolare la morfina dall'oppio. Com'è noto, anche Sherlock Holmes viene descritto dal suo autore come fortemente dipendente dalla morfina. Ancora oggi, invece, i Talebani dell'Afghanistan finanziano il loro sanguinario regime principalmente con la coltivazione e il commercio dell'oppio.
Bisogna dire che Papaver somniferum non significa solo oppio. I suoi semi sono la fonte dell'olio di semi di papavero, un olio commestibile che ha molti usi. I semi contengono livelli molto bassi di oppiacei e l'olio da essi estratto ne contiene ancora meno. Il residuo della spremitura dell'olio può essere utilizzata come foraggio per diversi volatili, soprattutto nel periodo della muta delle piume. I semi di papavero sono usati come alimento in molte culture: hanno un sapore cremoso e simile alla nocciola e, se usati con cocco macinato, i semi forniscono una base di curry unica e ricca di sapore. Possono essere tostati a secco e macinati per essere utilizzati nel curry. Quando l' Unione Europea ha tentato di vietare la coltivazione del Papaver somniferum da parte di privati ​​su piccola scala (come nei giardini personali), i cittadini dei paesi dell'Europa centro-orientale dove il seme di papavero è molto consumato si sono opposti con forza, costringendo l'UE a cambiare rotta. Al contrario Singapore, Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono tra le nazioni che vietano persino di possedere semi di papavero, non solo di coltivare le piante.
Riguardo al laudano, un narcotico e spasmolitico la cui invenzione come abbiamo detto è attribuita allo svizzero Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto Paracelso, in realtà la sua ricetta è dovuta al medico inglese Thomas Sydenham (1624-1689), che lo preparò per primo in forma liquida. Fu usato nella guerra di secessione americana per alleviare il dolore dei soldati feriti, soprattutto dopo l'invenzione del fucile a ripetizione, ma anche per alleviare i disagi psicologici e le "tensioni da battaglia". Questa prassi causò la nascita dei primi veri morfinomani, i cosiddetti tossicodipendenti da morfina. Sempre nell'Ottocento il noto filosofo Friedrich Engels (1820-1895), collaboratore di Karl Marx, ne denunciò l'abuso da parte della classe operaia inglese: alcuni preparati che avevano come ingrediente base il laudano, tra cui lo sciroppo Godfrey's Cordial, venivano somministrati dalle lavoratrici ai loro bambini per calmarli. Con una fiala di laudano, nel 1862, si suicidò Elizabeth Siddal, modella e compagna di Dante Gabriel Rossetti (1828-1882). L'artista la celebrò due anni dopo nelle vesti della Beatrice dantesca in un dipinto, "Beata Beatrix", oggi alla Tate Gallery di Londra. In "Anna Karenina", romanzo di Lev Tolstoj (1828-1910) pubblicato nel 1878, il personaggio principale, Anna, sotto l'oppressione della gelosia e delle conseguenze disastrose della sua relazione extraconiugale, inizia ad assumere laudano sempre più spesso per riuscire a dormire. Ciò contribuirà allo sviluppo di idee paranoidi e alla progressiva perdita di controllo di se stessa, portandola infine al suicidio sulle rotaie di un treno. In Italia il suo consumo è illegale. Meglio stare lontani dalle droghe, di qualunque tipo esse siano!

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La corona di Dioniso
L'edera (Hedera helix) è una specie di pianta da fiore rampicante e sempreverde della famiglia delle Araliacee. Il suo areale va dall'Irlanda nord-orientale alla Scandinavia meridionale, a sud fino al Portogallo e a est fino all'Ucraina, all'Iran e alla Turchia settentrionale. Essa cresce fino a 20–30 m di altezza dove sono disponibili superfici adatte (alberi, scogliere, muri). Si arrampica per mezzo di radichette aeree con cuscinetti che aderiscono fortemente al substrato. Ciò si ottiene attraverso un complesso metodo di attacco che inizia quando le radici avventizie che crescono lungo lo stelo entrano in contatto con la superficie ed estendono i minuscoli peli radicali. Essi penetrano in tutte le piccole fessure disponibili, secernono nanoparticelle simili a colla e lignificano. Man mano che si seccano, i peli si restringono e si arricciano, avvicinando efficacemente la radice alla superficie. La sostanza usata come colla è un adesivo costituito da nanoparticelle sferiche uniformi di 50-80 nm di diametro in una matrice polimerica liquida; le analisi chimiche delle nanoparticelle hanno rilevato solo tracce di metalli, un tempo ritenuti responsabili della loro elevata resistenza, indicando che sono in gran parte organici. Un lavoro recente ha dimostrato che le nanoparticelle sono probabilmente composte in gran parte da proteine di arabinogalattano (AGP), che esistono anche in altri adesivi vegetali. La capacità di arrampicarsi sulle superfici varia a seconda delle piante e di altri fattori: Hedera helix preferisce superfici non riflettenti, più scure e ruvide con pH quasi neutro. Generalmente prospera in una vasta gamma di pH del suolo, anche se il valore ideale è 6,5; preferisce posizioni umide e ombreggiate ed evita l'esposizione alla luce solare diretta, che favorisce l'essiccamento in inverno. Le foglie sono alterne, lunghe 50–100 mm, con un picciolo di 15–20 mm; sono di due tipi, con foglie giovani pentalobate su fusti striscianti e rampicanti, e foglie adulte cordate prive di lobi su fusti esposti al pieno sole, solitamente sulle chiome degli alberi o sulla cima delle pareti rocciose. I fiori sono prodotti dalla fine dell'estate fino al tardo autunno, individualmente piccoli, raccolti in ombrelle di 3-5 cm di diametro, giallo -verdastri e molto ricchi di nettare, un'importante fonte di cibo nel tardo autunno per api e altri insetti. I frutti sono bacche da viola-nere a giallo-arancio di 6–8 mm di diametro, che maturano a fine inverno e sono un'importante fonte di cibo per molti uccelli. In ogni bacca ci sono da uno a cinque semi, che vengono dispersi dopo essere stati mangiati dagli uccelli.
Il nome del genere Hedera è affine al greco χανδάνω (khandánō) "prendere, afferrare", entrambi derivanti dal proto-indoeuropeo *gʰed-, "afferrare, prendere", per la sua caratteristica di avvinghiarsi ad ogni cosa. L' epiteto specifico helix invece deriva dal greco antico ἕλιξ (elica) e dal latino "helicem", "spirale'", usato per la prima volta intorno al 1600. Il nome nel suo insieme ha quindi il significato di "pianta avvinghiata che si avvolge a spirale". Il nome inglese "ivy" deriva dall'inglese antico "īfiġ", derivato a sua volta dal protogermanico *ibahs, che potrebbe essere affine al greco antico ἴφυον ("íphuon"), che si riferisce non a Hedera helix, ma alla lavanda (Lavandula angustifolia).
Sono note tre sottospecie: H. h. elica, dell'Europa centrale, settentrionale e occidentale, piante senza rizomi, con frutti maturi viola-neri; H. h. poetarum Nyman o edera italiana, tipica dell'Europa sudorientale e dell'Asia sud-occidentale (Italia, Balcani, Turchia), piante senza rizomi con frutti maturi giallo-arancioni; e H. h. rhizomatifera McAllister, tipica di Spagna sudorientale, piante rizomatose con frutti maturi viola-neri. Anche le specie strettamente imparentate Hedera canariensis e Hedera hibernica sono spesso trattate come sottospecie di Hedera helix, sebbene differiscano per il numero di cromosomi e quindi non si ibridino facilmente.
Come risultato della sua natura robusta e della sua tendenza a crescere anche senza l'assistenza umana, l'edera ha raggiunto grande popolarità come pianta ornamentale, e le piante sfuggite dai giardini si sono naturalizzate al di fuori del loro areale nativo, tanto che oggi crescono incontrollate in una miriade di aree selvagge e coltivate. All'interno del suo areale nativo, la specie è molto apprezzata per attirare la fauna selvatica. I fiori sono visitati da oltre 70 specie di insetti che si nutrono di nettare e le bacche sono mangiate da almeno 16 specie di uccelli.
In Europa l'edera è spesso piantata per ricoprire i muri e il governo bavarese raccomanda di coltivarlo sugli edifici per la sua capacità di rinfrescare l'interno in estate, fornendo isolamento in inverno, oltre a proteggere l'edificio ricoperto di foglie dall'umidità del suolo, dalle fluttuazioni di temperatura e dall'esposizione diretta alle intemperie. Altri usi includono la soppressione delle infestanti nelle piantagioni, l'abbellimento di facciate malmesse e la fornitura di verde aggiuntivo, crescendo sui tronchi degli alberi. Negli ultimi decenni poi si è scoperto che Hedera helix ha la capacità di rimuovere dall'aria le sostanze nocive, soprattutto in ambienti chiusi, in particolare la formaldeide che viene prodotta dagli oggetti elettrici di uso comune nelle abitazioni. Recenti studi effettuati dalla NASA hanno dimostrato scientificamente che, per la purificazione dell'aria, l'edera si è dimostrata una pianta molto efficiente, e per questo spesso viene pubblicizzata come la migliore pianta da appartamento che si possa avere.
Tuttavia l'edera può essere anche molto problematica: è un rampicante auto-aggrappante a crescita rapida in grado di causare danni a murature, grondaie e monumenti, e nascondere difetti strutturali potenzialmente gravi, oltre a ospitare parassiti indesiderati, persino topi. Le sue radici fibrose sono difficili da rimuovere, lasciano un'"impronta" antiestetica sui muri e possono comportare costosi lavori di rifacimento. Per questo sono essenziali un'attenta pianificazione e posizionamento se si vuole una parete di edera verde. Hedera helix è molto opportunistica e resistente all'inverno e sopravvive a temperature di -23,3°C, infatti è etichettata come specie invasiva in molte parti degli Stati Uniti e la sua vendita o importazione è vietata nello stato dell'Oregon. Come altre viti invasive, Hedera helix può crescere fino a soffocare altre piante e creare "deserti di edera". Infatti l'edera può arrampicarsi sulla chioma di alberi giovani o piccoli in una tale densità che gli alberi cadono a causa del peso, distruggendo l'habitat della fauna selvatica nativa; blocca anche il sole dagli alberi che ne hanno bisogno per la fotosintesi. Si pensa anche che sia un serbatoio per i batteri nocivi.
Le bacche di edera possono essere velenose per l'uomo e per i conigli, a causa dell'elevato contenuto di saponine, ma gli estratti di edera fanno parte dei medicinali contro la tosse. In passato le foglie e le bacche venivano assunte per via orale come espettorante per curare la tosse e la bronchite. Nel 1597 l'erborista britannico John Gerard (1545-1612) raccomandò l'infuso di foglie di edera per gli occhi irritati e arrossati. Le foglie possono causare gravi dermatiti da contatto in alcune persone che reagiscono anche alle carote e ad altri membri delle Apiacee, in quanto contengono lo stesso allergene, il falcarinolo. È considerata un'erba nociva in tutta l'Australia meridionale e in Nuova Zelanda.
Nell'antichità l'edera godeva di grande fama: le sue foglie erano usate per realizzare la corona dei partecipanti alle feste dedicate a Dioniso, alla quale la pianta era consacrata. Secondo la leggenda un giovane di nome Cisso, il quale si esibiva nelle feste in onore di Dioniso con salti ed acrobazie spericolate, ebbe un giorno un grave incidente. Il dio, che si era affezionato al giovane, per impedirne la morte lo trasformò quindi in una pianta, l'edera, capace di arrampicarsi su qualsiasi superficie. Un altro mito narra che l'edera comparve subito dopo la nascita di Dioniso per proteggerlo, dato che era rimasto orfano di madre (Semele aveva chiesto a Zeus di mostrarsi a lei nel suo vero aspetto, e il suo fuoco divino la aveva carbonizzata). Il padre allora prese il bambino, nato prematuro, e se lo cucì in una coscia. Alcuni mesi dopo Dioniso uscì dal ginocchio, e da qui deriva il suo nome, che significa "ginocchio di Zeus". L'edera inoltre avvolse tutta la casa di Cadmo a Tebe in cui il dio era nato, e per questo i tebani considerarono sacra al dio una corona di rami d'Edera e la chiamarono "perikiósos", "avvolgitore di colonne". Dalla pianta prendeva il nome anche la fonte Kissoûssa presso Tebe, dove le ninfe avrebbero bagnato il piccolo Dioniso dopo la nascita. Da queste leggende nacque l'abitudine artistica di raffigurare Bacco con una corona d'edera sul capo e con il calice di vino avvolto dai rami di edera. Essendo sacra a Dioniso, tra i greci e poi tra i latini si diffuse la convinzione che circondare la fronte con una corona di edera prevenisse gli effetti dovuti alle intossicazioni da eccesso di vino. La convinzione era così radicata che, secondo Plinio il Vecchio, per placare i postumi delle sbornie era sufficiente mettere a bollire alcune foglie di edera nel vino e berlo. Gli antichi credevano inoltre,che la nostra pianta con le sue foglie potesse separare l'acqua dal vino. In realtà ciò non è vero, ma al giorno d'oggi si sa che le fibre delle foglie di edera sono in grado di assorbire le molecole di alcool e di altri liquidi. Ancora oggi nelle osterie dei piccoli centri urbani è tradizione paesana appende fuori dall'uscio un rametto di edera per segnalarne la produzione di vino.
Per via delle sue foglie a forma di cuore la nostra pianta divenne nel vocabolario popolare dell'amore un simbolo della Passione che spinge a unirsi strettamente, in un abbraccio che si vorrebbe eterno, con l'amato o con l'amata: un abbraccio simile appunto a quello dell'Edera intorno al tronco di un albero. Per questo motivo nell'antica Grecia corone di foglie di edera erano adoperate per incoronare la testa degli sposi il giorno delle nozze, ed in India la nostra pianta è considerata anche l'emblema della concupiscenza. Nella mitologia celtica, invece, l'edera è connessa al culto del serpente e del drago, che rappresentano simboli dell'aldilà.
Scrisse Catullo: « Mentem amore revinciens / Ut tenax hedera huc et illuc / Arborem implicat errans. » (Carm. LXI, 33). E Orazio: « Me doctarum hederae proemia frontium / Dis miscent superis » (Odi, libro I) Ne parla anche Giosuè Carducci: « L'olmo e la verde sposa / Vedi in florido amplesso accolti e stretti. » ("A Neera") Una foglia di edera era il simbolo politico del Partito Repubblicano Italiano.
Per concludere, a sorpresa l'edera ha un ruolo importante anche nella storia della Matematica! Infatti la cissoide di Diocle è una curva piana dotata di una cuspide, di equazione y2 = (2a – x) x3. Fu studiata da Diocle, matematico greco della cui vita nulla ci è pervenuto (si pensa che sia vissuto tra il III e il II secolo a.C.), che la utilizzò per risolvere il famoso problema della duplicazione del cubo. Il filosofo Teone di Smirne racconta che gli abitanti di Delo, avendo interrogato l'oracolo di Apollo sul modo di liberarsi da una grave pestilenza, ricevettero l'ordine di « raddoppiare l'ara del loro tempio », di forma cubica. Essi costruirono un altare di spigolo doppio, e la pestilenza infuriò peggio di prima, Allora fu fatto notare che, raddoppiando lo spigolo, il volume era diventato otto volte quello iniziale, mentre evidentemente Apollo voleva che ad essere raddoppiato fosse il volume dell'altare. Questo, noto anche come "problema di Delo", divenne uno dei più classici problemi dell'antica geometria greca, insolubile se si usano solo riga e compasso. Ci si cimentarono tra gli altri Ippocrate di Chio, che lo ridusse al problema dell'inserzione di due medi proporzionali tra due segmenti dati, Menecmo, che usò l'intersezione di tre coniche, e appunto Diocle, il quale usò la curva da lui studiata. Ebbene, la parola "cissoide" proviene dal greco kissoeidēs, "a forma di edera", perchè tale forma ha la figura compresa tra la cissoide e la circonferenza utilizzata per risolvere il "problema di Delo".

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Il fiore d'oro degli imperatori giapponesi
Il crisantemo è una pianta erbacea perenne da fiore del genere Chrysanthemum, che fa parte della famiglia delle Asteraceae. Le foglie sono alterne, divise in foglioline, e possono essere lobate oppure seghettate, collegate a fusti con basi pelose. I crisantemi iniziano a fiorire all'inizio dell'autunno; l'infiorescenza è composta da una serie di diversi capolini, ma talvolta è un capolino solitario. I capolini si presentano in varie forme, e possono essere a margherita o decorativi, a forma di pompon o di bottone. I moderni crisantemi coltivati ​​sono più appariscenti dei loro parenti selvatici; oltre al tradizionale giallo sono disponibili molti altri colori come il bianco, il viola e il rosso. Il frutto è un achenio. I Chrysanthemum perenni a fiore grande vengono coltivati per la produzione del fiore reciso, moltiplicandoli a marzo per mezzo di talee erbacee ricavate dal taglio a raso terra dalle vecchie ceppaie; richiedono esposizione in pieno sole, annaffiature regolari, concimazioni settimanali con fertilizzanti liquidi o con liquame di stalla diluito; per ottenere fiori più numerosi e piccoli si cimano le varietà predisposte per questo tipo di produzione, mentre per la produzione del fiore reciso si deve provvedere alla posa di tutori per ogni stelo e alla soppressione dei bottoni floreali non desiderati. Si stima che nel mondo esistano oltre 20.000 cultivar di crisantemo, di cui almeno 7.000 nella sola Cina!
Il nome "crisantemo" deriva dal greco "χρυσός" (chrysos), "oro", e "ἄνθεμον" (anthemon), "fiore". Originariamente avrebbe indicato il ranuncolo, per poi passare ad indicare il fiore asiatico. Il genere Chrysanthemum fu descritto per la prima volta da Linneo nel 1753, ed allora comprendeva 14 specie; alcune di esse poi furono inserite nel genere Dendranthema. La denominazione di questi generi è stata a lungo controversa, finché una sentenza del Congresso Botanico Internazionale nel 1999 ha rinominato la specie che definisce il genere "Chrysanthemum indicum" e ha incluso altre specie nei generi Argyranthemum, Glebionis, Leucanthemopsis, Leucanthemum, Rhodanthemum e Tanacetum.
I crisantemi (in cinese 菊花, "Júhuā") furono coltivati ​​per la prima volta in Cina come piante da fiore già nel XV secolo a.C. Nel 1630 se ne conoscevano oltre 500 cultivar nella sola Cina. La coltivazione del crisantemo in Giappone iniziò durante i periodi Nara e Heian (dall'inizio dell'VIII alla fine del XII secolo) e guadagnò popolarità nel periodo Edo (dall'inizio del XVII alla fine del XIX secolo); qui sono state create molte forme, colori e varietà di fiori. Varie cultivar di crisantemi create nel periodo Edo erano caratterizzate da una notevole varietà di forme e di colori, e furono esportate in Cina a partire dalla fine del XIX secolo, cambiando il modo in cui venivano coltivati i crisantemi cinesi e la loro popolarità. Nel periodo Meiji (1867-1912) furono create molte cultivar con fiori di oltre 20 cm di diametro, chiamate Ogiku (letteralmente "Grande Crisantemo"). Il sigillo imperiale del Giappone è un crisantemo e l'istituzione della monarchia è anche chiamata Trono del Crisantemo. In autunno, quando i fiori sbocciano, in tutto il Giappone si svolgono numerosi festival e spettacoli. Il Giorno del Crisantemo (菊の節句, "Kiku no Sekku") è una delle cinque antiche feste sacre, e lo si celebra il 9° giorno del 9° mese. Fu introdotto nel 910, quando la corte imperiale tenne la sua prima mostra di crisantemi. I crisantemi entrarono nell'orticoltura americana nel 1798, quando l'ingenere John Stevens (1749-1838) importò dall'Inghilterra una varietà conosciuta come "Dark Purple", allo scopo di accrescere le attrazioni all'interno degli Elysian Fields a Hoboken, nel New Jersey. La fondazione dell'industria americana dei crisantemi risale al 1884, quando i fratelli Enomoto di Redwood City, in California, coltivarono estensivamente i primi crisantemi in quello stato. Ma già il 5 e 6 novembre 1883, a Filadelfia, la Pennsylvania Horticultural Society (PHS), su richiesta della Florists and Growers Society, aveva tenuto il suo primo Chrysanthemum Show nella Horticultural Hall: questo fu il primo di numerosi eventi sui crisantemi presentati al pubblico dalla PHS.
Il Chrysanthemum cinerariaefolium, classificato anche come Tanacetum cinerariaefolium, meglio noto piretro ed originario della Dalmazia, è largamente utilizzato per produrre insetticida fn dal 1860: i componenti attivi chiamati piretrine, presenti negli acheni, vengono estratti e venduti sotto forma di oleoresina. Viene utilizzato come sospensione in acqua o olio o come polvere: le piretrine attaccano il sistema nervoso di tutti gli insetti e inibiscono le punture delle zanzare femmine. Sono dannose per i pesci, ma molto meno tossici per i mammiferi e gli uccelli rispetto a molti insetticidi sintetici. Non sono persistenti, essendo biodegradabili, e si decompongono facilmente se esposti alla luce. Invece i cosiddetti piretroidi come la permetrina sono insetticidi sintetici a base di piretro naturale. Nonostante ciò, le foglie del crisantemo ospitano sovente parassiti distruttivi, come le mosche minatrici del genere Agromyzidae.
Non ci crederete, ma il crisantemo ha persino degli usi culinari! I fiori di crisantemo gialli o bianchi della specie Chrysanthemum morifolium in alcune aree dell'Asia orientale vengono bolliti per preparare una sorta di tè. La bevanda risultante è conosciuta semplicemente come tè al crisantemo (菊花茶, "júhuā chá" in cinese). In Corea viene consumato un vino di riso aromatizzato ai fiori di crisantemo detto gukhwaju (국화주). Nella cucina cinese le foglie di crisantemo vengono cotte al vapore o bollite e consumate come verdura. I fiori possono essere aggiunti a piatti come il mixian in brodo o la zuppa densa di carne di serpente (蛇羹) per esaltarne l'aroma. Il sashimi della cucina giapponese (刺身, pesce fresco crudo o carne tagliata a pezzi sottili con salsa di soia) utilizza piccoli crisantemi come guarnizione.
Il crisantemo ha un simbolismo culturale tra i più diffusi nel regno vegetale. In alcuni paesi europei come Francia, Belgio , Spagna, Polonia, Ungheria, Croazia ed anche Italia, i crisantemi sono legati ai riti funebri ed utilizzati per decorare le tombe. In Cina, Giappone e Corea tale simbolismo è sconosciuto, tuttavia in Asia orientale i crisantemi bianchi simboleggiano avversità, lamento e dolore. Negli Stati Uniti, invece, il fiore ha solitamente significato positivo, nonostante l'importante eccezione rappresentata da New Orleans. Nel linguaggio vittoriano dei fiori, il crisantemo aveva diversi significati. Il crisantemo cinese significava allegria, mentre il crisantemo rosso era usato per dire "Ti amo" e il crisantemo giallo simboleggiava l'amore non corrisposto.
In Cina il crisantemo è il fiore delle città di Pechino, Tongxiang e Kaifeng. La tradizione della coltivazione di diverse varietà di crisantemi in queste città risale a 1600 anni fa e raggiunse il culmine durante la dinastia Song. E' molto rinomato il Festival del Crisantemo di Kaifeng, che dal 1983 si tiene tra il 18 ottobre e il 18 novembre di ogni anno. L'antica città cinese di Xiaolan era un tempo chiamata Ju-Xian, che significa "città dei crisantemi". Il crisantemo è uno dei "Quattro Gentiluomini" (四君子) della Cina; gli altri sono il fiore di pruno, l' orchidea e il bambù. Si dice che il crisantemo fosse il fiore preferito di Tao Qian (365-427), uno dei maggiori poeti cinesie, ed essendo considerato il simbolo della nobiltà e della longevità, è l'argomento di centinaia di poesie cinesi. Il "fiore d'oro" a cui si fa riferimento nel film del 2006 "La maledizione del fiore d'oro" è proprio un crisantemo. La medicina popolare cinese raccomanda due tipi di crisantemo per uso medico, detti Yejuhua e Juhua. Storicamente si dice che Yejuhua tratti il ​​carbonchio, i foruncoli, la congiuntivite, il mal di testa e le vertigini, mentre Juhua cureebbe il ​​raffreddore, il mal di testa, le vertigini e la congiuntivite. Una curiosità: l'espressione cinese "porta del Crisantemo" (菊花门, "jú huā mén"), è un'espressione gergale per indicare l'ano.
In Giappone il crisantemo è stato utilizzato sin dal X secolo come tema della waka, un particolare tipo di poesia tradizionale giapponese costituita da una strofa di 5 versi di 5-7-5-7-7 sillabe rispettivamente), come dimostra il "Kokin Wakashū", una delle più famose antologie di Waka. Nel XII secolo, durante il periodo Kamakura, quando l'imperatore in pensione Go-Toba (1180-1239) lo adottò come stemma di famiglia ("mon") della famiglia imperiale, in Giappone iniziò a simboleggiare l'autunno. L'attuale stendardo dell'Imperatore del Giappone è costituito da un crisantemo dorato di sedici petali posto al centro di uno sfondo rosso; l'Imperatrice utilizza lo stesso simbolo, ma a forma di coda di rondine; l'Ordine Supremo del Crisantemo è un'onorificenza giapponese conferita dall'imperatore su indicazione del governo giapponese. Oggi, ogni autunno, si tengono mostre di crisantemi allo Shinjuku Gyo-en, al Santuario Meiji e al Santuario Yasukuni di Tokyo. Anche in Corea si tiene una serie di mostre floreali come il Festival del crisantemo di Masan Gagopa. I crisantemi rimangono ancor oggi un motivo comune per le arti tradizionali giapponesi e coreani come la porcellana, gli oggetti laccati e i kimono, e la coltivazione del crisantemo è ancora praticata attivamente come hobby da molti giapponesi che partecipano a concorsi appositi. Le "bambole di crisantemo", spesso raffiguranti personaggi di fantasia provenienti sia da fonti tradizionali come il teatro Kabuki che da fonti contemporanee come i cartoni Disney, vengono esposte durante i mesi autunnali, e la città di Nihonmatsu ospita ogni autunno la "Mostra delle bambole di crisantemo".
Il crisantemo però non è il simbolo reale del solo Giappone: compare anche in uno scudo in bronzo all'interno dello stemma del Regno di Giordania, trattandosi di un motivo comune nell'arte e nell'architettura araba. In Iran i crisantemi erano associati all'angelo zoroastriano Ashi Vanghuhi (letteralmente "buone benedizioni"), di sesso femminile. In Australia, durante la festa della mamma, che cade a maggio quando il fiore è di stagione, tradizionalmente si indossa un crisantemo bianco per onorare le proprie mamme, a cui vengono regalati mazzi di crisantemi (un uso che in Europa farebbe rizzare i capelli in testa). Negli Stati Uniti il crisantemo è stato riconosciuto nel 1966 come il fiore ufficiale della città di Chicago dal sindaco Richard J. Daley, ed è anche il fiore simbolo della città di Salinas, in California.
Nei paesi europei il crisantemo è il fiore che tradizionalmente si porta ai propri cari defunti al cimitero ed è generalmente associato al lutto. Una probabile ragione di tale usanza è il fatto che la pianta fiorisce tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre, in coincidenza con il Giorno dei Morti (il 2 novembre). E non dimentichiamo che nel 1890 Giacomo Puccini (1858-1924) scrisse "Crisantemi", un movimento per quartetto d'archi, in memoria del suo amico Amedeo di Savoia (1845-1890), Duca d'Aosta e Re di Spagna dal 1870 al 1873, deceduto a
soli 45 anni durante la pandemia di influenza russa.
Chiudiamo, come al solito, con una bella leggenda dedicata a questo fiore, e proveniente dal Giappone. In una casetta in mezzo al bosco vivevano una mamma e la sua bambina, e intorno alla casetta sbocciavano bellissimi fiori. Un giorno la mamma della bimba si ammalò gravemente; allora ella colse uno dei fiori, cose al tempio della dea Amaterasu e glielo offrì, chiedendole di far guarire la sua mamma. Mentre pregava sentì una voce dal cielo: "La tua mamma vivrà tanti anni quanti sono i petali del fiore che mi hai donato!" La bimba si accorse inorridita che il fiore aveva solo quattro petali, ma si sa che ognuno di noi farebbe l'impossibile per salvare la propria mamma. E così, la bimba ebbe un'idea: si tolse dai capelli lo spillone che teneva ferma la crocchia, e con essa tagliò i petali in finissime striscioline. Così i petali divennero decine, e la mamma guarì e visse ancora tantissimi anni con l'amata figlia. Era nato il crisantemo, il fiore dai mille petali, sbocciato dall'amore infinito di una bambina nei confronti della propria cara mamma.

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Il fiore dorato che ispirò Leopardi
E veniamo alla ginestra. Genisteae è una tribù di alberi, arbusti e piante erbacee nella sottofamiglia della Faboidee della famiglia delle Fabacee. Comprende tra le altre la ginestra, il lupino e il maggiociondolo. La maggior parte dei generi è originaria dell'Europa, dell'Africa, delle Isole Canarie, dell'India e dell'Asia sud-occidentale. Le Genisteae comparvero tra 35 e 30 milioni di anni fa, nel periodo del Cenozoico chiamato Oligocene). I membri di questa tribù formano una vera e propria clade monofiletica, come hanno dimostrato le analisi genetiche odierne. La ginestra odorosa (Spartium junceum), nota anche come ginestra comune, è una delle specie più diffuse della famiglia. È una pianta perenne a portamento arbustivo, alta da mezzo metro a tre metri. Il lungo fusto è verde, cilindrico, ramosissimo, abbastanza resistente da essere difficile strapparlo da suolo a mani nude. Le foglie sono lanceolate, i fiori sono portati in racemi terminali di colore giallo vivo. L'impollinazione è entomogama; fiorisce nel periodo fra maggio e luglio e i frutti sono dei legumi; i semi vengono lasciati cadere per gravità a poca distanza dalla pianta madre. Risulta endemica in gran parte dell'area del bacino del Mediterraneo e cresce in zone soleggiate dal livello del mare fino a 1200 metri di quota. Predilige i suoli aridi e sabbiosi, ma può vegetare anche su terreni argillosi, purché non siano troppo umidi con acque stagnanti. Il metodo più utilizzato per coltivarla è la propagazione per seme: la semina si effettua in settembre oppure da marzo a metà aprile. I tagli di ringiovanimento sono di ostacolo alla fioritura e alla fruttificazione; pertanto, se si vogliono ottenere fiori e semi, occorre lasciare inutilizzato, per cinque o sei anni, un numero adeguato di piante.
Molto popolare sulle coste del Nordamerica, la ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius, in tedesco Besenginster) è stata introdotta come pianta ornamentale (in California dal 1860) ed è nota in gran parte degli stati del Pacifico come "ginestra scozzese". Purtroppo si è naturalizzata ed è diventata un'erba invasiva, a causa della sua aggressiva dispersione dei semi, e la sua rimozione si è rivelata molto difficile; è una delle principali specie problematiche anche nelle zone più fresche e umide dell'Australia meridionale e della Nuova Zelanda, poiché spazza via rapidamente la vegetazione autoctona e cresce in modo più prolifico nelle aree meno accessibili.
Genista tinctoria (ginestra del tintore, nota anche come erba verde del tintore), fornisce un utile colorante giallo ed è stata coltivata commercialmente per questo scopo in alcune parti della Gran Bretagna all'inizio del XIX secolo. I panni di lana venivano tinti di giallo con quest'erba, quindi erano immersi in una vasca di colorante blu indaco per produrre il famoso "Kendal Green" (questo è anche un nome comune locale per la pianta). La Ginestra dell'Etna (Genista aetnensis) è una specie endemica della Sicilia, dove cresce sul versante orientale dell'Etna,e della Sardegna orientale. Resiste alla siccità e cresce spontaneamente in Sicilia, ma è presente anche in Calabria ed è stata introdotta, per motivi di rimboschimento, sul Vesuvio e sui monti Peloritani.
Altre specie di ginestre popolari in orticoltura sono la ginestra viola (Chamaecytisus purpureus), cosiddetta per il colore dei fiori viola; la ginestra dell'Atlante (Argyrocytisus battandieri), dal fogliame argentato; la ginestra nana (Cytisus procumbens), la ginestra provenzale (Cytisus purgans) e la ginestra spagnola (Spartium junceum). Il tagasaste (Chamaecytisus proliferus), originario delle Isole Canarie, è ampiamente coltivato come foraggio per le pecore. Molte delle ginestre più apprezzate nei giardini però sono ibridi, in particolare la ginestra di Kew (ibrido tra Cytisus ardoinii e Cytisus multiflorus) e la ginestra di Warminster (ibrido tra Cytisus purgans e Cytisus multiflorus)
L'estratto dei fiori è una fragranza ricca con una nota burrosa particolare, che viene prodotto per lo più a Grasse, in Provenza, a partire da fiori provenienti dalla Calabria. La "concreta di ginestra" è una sostanza cerosa intensamente profumata, di colore giallo bruno, che ricorda il miele e la cera d'api sia nel colore che nel profumo. La concreta viene ricavata per mezzo di solventi (come l'esano) il prodotto finale è un miscuglio di oli essenziali, acidi grassi e cere. La distillazione sottovuoto di questa sostanza fornisce una sostanza aromatica denominata genêt absolu, ossia "ginestra assoluta". Dai fusti si può estrarre una fibra tessile; questa specie di ginestra è utilizzata nell'ambito della cesteria per produrre i fondi e i bordi dei cesti. Essendo una pianta che sviluppa le sue radici in profondità, può essere utilizzata per consolidare terreni e per la stabilizzazione delle dune sabbiose. Sono ampiamente utilizzate anche come piante paesaggistiche ornamentali e per la bonifica di terreni incolti, ad esempio resti di miniera.
Può sembrare incredibile, ma alcune parti della ginestra sono commestibili! In particolare i fiori possono essere usati come sostituti dei capperi o aggiunti ad altre verdure nelle insalate. Il seme tostato è uno dei tanti surrogati del caffé. Si consiglia però un uso moderato di questa pianta in quanto può contenere sostanze tossiche. Secondo la medicina popolare la ginestra avrebbe molte proprietà medicamentose: sarebbe antiaritmica (regola l'azione del cuore); antireumatica (attenua i dolori dovuti all'infiammazione delle articolazioni); cardiotonica (regola la frequenza cardiaca); catartica (avrebbe proprietà generiche di purificazione dell'organismo); diuretica (facilita il rilascio dell'urina); emetica (utile in caso di avvelenamento in quanto provoca il vomito); vasocostrittrice (restringe i vasi sanguigni aumentandone la pressione). In base a quest'ultima proprità, è necessario prestare attenzione prima di assumerla, specie se si stanno già prendendo farmaci contro l'ipertensione. Viene inoltre sconsigliata in caso di ipersensibilità alle sue componenti e in gravidanza, in quanto può provocare l'aborto.
L'etimologia del nome latino Genista è molto controversa. Secondo il professor Guido Borghi dell'Università di Genova, se ammettiamo che fosse ereditaria indoeuropea in latino (non ci sono veri motivi per negarlo) e che sia da confrontare col lettone "dzenulis", "stimolo" (da "punta") e col medioirlandese "geind", "cuneo, spicchio", l'antecedente indoeuropeo doveva suonare già praticamente come in latino ed essere formato da una radice √*gen- che, sulla base di questa stessa interpretazione, significherebbe più o meno "pungere". Il suo nome inglese "broom" e quello tedesco "besen" derivano invece dal germanico occidentale *bráma- (antico alto tedesco "brâmo", "rovo"), a sua volta da una radice germanica "bræ̂m-" probabilmente collegata al proto-indoeuropeo *bh(e)rem-, "arbusto spinoso". L'uso dei rami di queste piante (soprattutto della specie Cytisus scoparius) per realizzare scope ha dato origine nel XV secolo al termine inglese "broom" con cui oggi si indica la scopa, sostituendo gradualmente l'antico inglese "besema", che sopravvive come forma dialettale. Invece il nome del genere Cytisus deriverebbe dalla parola greca "kutisus", usato per indicare una specie di trifoglio (in riferimento alla forma delle foglie), che a sua volta potrebbe derivare da qualche idioma dei primi abitatori dell'Asia Minore.
Della ginestra in età classica parlano il greco Teofrasto e il romano Plinio il Vecchio. Secondo Plinio, le ceneri della Ginestra contenevano oro, perchè il colore splendente della sua fioritura ricorda il sole. É possibile che per gli antichi Ebrei la parola "ginestra" designasse il ginepro e in particolare lo Juniperus oxycedrus, della famiglia delle conifere. I poveri ne mangiavano le radici amare, come attesta la Bibbia: « Da lungo tempo regione desolata, raccogliendo erbe amare accanto ai cespugli e radici di ginestra per loro cibo. » (Gb 30,4). La ginestra è citata anche come luogo di riposo di Elia sfinito nel deserto, dopo essere stato costretto alla fuga dalla regina pagana Gezabele: « Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: "Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri." Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: "Àlzati, mangia!" » (1Re 19,4-5).
È noto sin dall'antichità il suo impiego come pianta da fibra. Fenici, Cartaginesi, Greci e Romani la utilizzavano per la produzione di stuoie, corde e vari manufatti. L'industria rurale del panno ginestrino si ritrova ancor oggi in varie regioni del Mediterraneo, e dai primi del novecento si riscontrano notizie su ginestrifici nei comuni di Prato, Scandicci e Montelupo Fiorentino. L'estrazione della fibra di ginestra era preceduta dalla raccolta degli steli in mazzi sistemati poi a macerare; completata la macerazione, i viscidi fasci vegetali presentavano una buccia che si staccava facilmente. La "scorticatura" era realizzata scartando la parte esterna e separandola dalla fibra; i fasci poi erano essiccati e la battitura era realizzata a mano con un bastone di legno finché la fibra non acquisiva un colore bianco. Il residuo morbido era poi utilizzato per imbottire i materassi, mentre quello legnoso, una volta essiccato, era usato per avviare il fuoco. I filamenti destinati alla filatura erano "pettinati" e passati sopra una tavola di legno chiodata fino a ottenere una fibra sottile per tessuti leggeri. Poi la fibra era trasformata in filato mediante l'utilizzo di rudimentali attrezzi fatti a mano, infine il filato era raccolto e pronto per la tessitura.
La ginestra ha il suo posto nella storia grazie ai re della dinastia dei Plantageneti i quali, considerando anche i rami collaterali, regnarono sull'Inghilterra, sull'Irlanda e su vaste aree della Francia dal 19 dicembre 1154, anno dell'ascesa al trono di Enrico II al termine di un periodo di anarchia, fino al 22 agosto 1485, quando lo shakespeariano Riccardo III fu ucciso nella Battaglia di Bosworth. Essi infatti avevano nel loro stemma una pianta di ginestra, "planta genista" in latino, originariamente l'emblema di Goffredo d'Angiò, padre di Enrico II. La ginestra selvatica è ancora comune nelle zone aride dell'Angiò, in Francia. Anche Carlo V di Francia (1364-1380) e suo figlio Carlo VI (1380-1422) usarono il baccello della pianta della ginestra come emblema per colletti e distintivi della livrea.
Nel sonetto "La Nunziata" del 12 gennaio 1832, così il poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863) riscrive la pagina evangelica dell'Annunciazione: « Ner mentre che la Verginemmaria / se maggnava un piattino de minestra, / l'angiolo Grabbiello via via / vieniva com'un zasso de balestra. / Per un vetro sfasciato de finestra / j'entrò in casa er curiero der Messia; / e co ‘na rama immano de ginestra / prima je recitò ‘na vemmaria. » Ma soprattutto, i più conoscono la ginestra grazie all'omonima opera di Giacomo Leopardi (1798-1837): « Qui su l'arida schiena / del formidabil monte / sterminator Vesevo, / la qual null'altro allegra arbor nè fiore, / tuoi cespi solitari intorno spargi, / odorata ginestra, / contenta dei deserti... » Si tratta della penultima lirica di Leopardi, scritta nella primavera del 1836 a Torre del Greco nella villa Ferrigni e pubblicata postuma nell'edizione dei "Canti" nel 1845. Il poeta di Recanati sceglie questo fiore, che aveva visto crescere sulle pendici del Vesuvio, come simbolo della resistenza umana di fronte al destino inevitabile che la natura riserva all'uomo. Un simbolo coraggioso e malinconico, che però accetta con umiltà il suo destino, a differenza dell'uomo, che anela invano all'immortalità. Insomma, tutto il testamento leopardiano in un fiore!!

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Il fiorellino blu caro al Romanticismo
Ricordo che, da ragazzo, compravo ogni sabato la "Settimana Enigmistica" sfidando me stesso a risolvere tutti i rebus prima che l'autobus da scuola mi riportasse a casa, e una volta c'era un quesito relativo a un'indagine poliziesca realizzata a fumetti, un caso che il lettore doveva risolvere. In essa era stato ucciso un insegnante di greco che, prima di morire, aveva scritto su un foglio "orecchio di topo". Mi è stato facile indovinare la soluzione del quesito: ad essere arrestato era il suo assistente Aristoteles Myosotis, perchè in greco "myosotis" (μυοσωτίς) significa proprio "orecchio di topo". Orbene, siccome il nome scientifico del genere di piante da fiore note come nontiscordardimè è proprio Myosotis, per la presunta somiglianza delle loro foglie con i padiglioni auricolari del suddetto roditore, ora vi parlerò proprio di esse.
La specie tipo è Myosotis scorpioides (chiamata anche "erba scorpione" a causa della curvatura a spirale della sua infiorescenza). I Myosotis sono piante annuali o perenni, erbacee, con fiori dotati di cinque sepali e petali, il cui diametro misura al massimo 1 cm o meno. Possono essere di colore blu, rosa, bianco o giallo con centro giallo. Fioriscono tipicamente in primavera, subito dopo lo scioglimento della neve negli ecosistemi alpini. I semi sono contenuti in piccoli baccelli a forma di tulipano lungo lo stelo fino al fiore. I baccelli si appiccicano ai vestiti quando vengono sfiorati e alla fine cadono, lasciando che il piccolo seme all'interno del baccello germini lontano dalla pisnta genitrice. I semi possono essere raccolti posizionando un foglio di carta sotto gli steli e scuotendo i baccelli sulla carta. Le specie Myosotis sono cibo per le larve di alcune specie di lepidotteri come le Xestia c-nigrum.
Questo genere è diffuso nell'Eurasia occidentale, con circa 60 specie note, e in Nuova Zelanda con circa 40 specie endemiche. Poche specie sono originarie di Nord America, Sud America e Papua Nuova Guinea. Naturalmente oggi le specie di Myosotis sono comuni in tutte le latitudini temperate a causa della diffusione di cultivar molto popolari nei giardini di tutto il mondo. Preferiscono gli habitat umidi, e di conseguenza, nelle località in cui non sono native, spesso si rifugiano nelle zone umide e sulle sponde dei fiumi. L'analisi genetica indica che il genere ha avuto origine nell'emisfero settentrionale e che le specie originarie di Nuova Zelanda, Australia, Nuova Guinea e Sudamerica formano un lignaggio di specie strettamente correlate che probabilmente derivano da un singolo evento di dispersione nell'emisfero meridionale. Il nontiscordardimè delle Isole Chatham, invece appartiene al genere Myosotidium (le Chatham sono un arcipelago del Pacifico meridionale amministrato dalla Nuova Zelanda).
Degli oltre 510 nomi registrati di questo genere, attualmente sono accettate solo 152 specie. Secondo il botanico Sandro Pignatti (1930-), autore del più recente trattato di floristica relativo all'intero territorio nazionale, in Italia esistono 19 specie endemiche, di cui la più famosa è Myosotis alpestris o nontiscordardimè alpino. Esso ha un fusto eretto che raggiunge i 30 cm di altezza, ha foglie piccole e ispide ed i fiori celesti, blu, bianco, rosa e raramente gialli (il centro del fiore è giallo). Predilige le zone molto soleggiate dell'arco alpino. Due parole anche su Myosotis sylvatica, il "nontiscordardimé dei boschi", dai fiori blu molto apprezzati. Ampiamente coltivato in tutti i climi temperati, è particolarmente associato ad aiuole ricche di altre specie a fioritura primaverile, in particolare narcisi, tulipani, violacciocche e primule. In genere i semi vengono seminati un anno per fiorire l'anno successivo. Sebbene di breve durata, le piante si autoseminano facilmente in situazioni favorevoli e mantengono la crescita delle foglie durante l'inverno. Tra le varie cultivar di Myosotis sylvatica ricordiamo "Blue Basket", una varietà alta con fiori di un blu profondo; "Musica", eretta e dai fiori grandi; "Pompadour", compatta, globosa e con grandi fiori di colore rosa; "Palla di neve" con fiori bianchi; e "'Victoria Rose", con fiori di un rosa brillante.
A questo fiorellino è associato un simbolismo molto complesso, soprattutto nei paesi di lingua germanica. La denominazione di "nontiscordardimé" (in tedesco "Vergissmeinnicht") è legata a una leggenda tedesca secondo la quale, quando Dio stava dando il nome alle piante, una piantina ancora senza nome Gli gridò: "Non ti scordar di me, o Dio!" ed Egli replicò: "Quello sarà il tuo nome!" Secondo una leggenda più recente invece il nome insolito sarebbe legato ad un avvenimento occorso in Austria: si narra che un giorno due innamorati stessero passeggiando lungo il Danubio, scambiandosi tenerezze e promesse d'amore. Rimasero affascinati dai piccoli fiori azzurri trasportati dalla corrente del fiume: il ragazzo si chinò per raccoglierne uno e donarlo alla sua amata, ma scivolò e cadde in acqua, gridandole: "Non ti scordar di me!" come estremo saluto prima di essere inghiottito dalle acque. Questo mito è narrato in una cantata di Anton Bruckner (1824-1896). Nella Germania del XV secolo, sui diceva che chi indossava questo fiore non sarebbe stato dimenticato dalla propria amata, mentre le donne lo indossavano come simbolo per eccellenza di fedeltà e di amore eterno. Nell'Inghilterra dell'epoca vittoriana era comune decorare gli abiti delle spose con dei nontiscordardimè.
Il Myosotis era chiamato dagli antichi "erba sacra", era considerato un potente  talismano in grado di fornire protezione contro le streghe, ed era usato nella preparazione di medicamenti per gli occhi. Plinio il Vecchio dice che il fiore era considerato simbolo di salvezza dal dolore e da tutto ciò che può amareggiare la vita. Di conseguenza nella storia dell'arte il nontiscordardimé viene utilizzato per ricordare i cari defunti, ed è molto comune nei ritratti funerari. Associato com'è all'amore e alla morte, il nontiscordardimè divenne simbolo d'ispirazione del movimento letterario del Romanticismo, grazie a un'idea del grande poeta e filosofo romantico tedesco Novalis (vero nome Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg, 1772-1801) nel suo incompiuto romanzo di formazione "Heinrich von Ofterdingen". In esso il giovane protagonista sogna un fiore blu (in tedesco "Blaue Blume") che lo chiama e assorbe la sua attenzione: esso assurge a paradigma del desiderio, dell'amore e dello sforzo metafisico di accostarsi all'infinito e all'irraggiungibile, tutti tratti tipici della corrente romantica. Pochi i dubbi che il fiore azzurro di Novalis fosse un nontiscordardimè.
Ancor oggi in Germania il nostro fiore è utilizzato anche dalla popolazione per commemorare i soldati caduti nelle guerre mondiali; in modo simile all'uso dei papaveri commemorativi nel Regno Unito. Analogo uso esso ha nella provincia canadese di Terranova e Labrador. Sempre legato alla morte, il nontiscordardimè è anche il simbolo del centenario del genocidio armeno: il punto nero centrale simboleggia la sofferenza del popolo armeno, i cinque petali viola simboleggiano i cinque continenti in cui gli armeni fuggirono e il centro giallo simboleggia l'eternità. In Lituania, il fiore è diventato uno dei simboli per la commemorazione degli eventi del gennaio 1991 che portarono, dopo la fallita repressione sovietica, all'indipendenza del paese. Nei Paesi Bassi il nontiscordardimè è il simbolo di "Alzheimer Nederland", una fondazione che aiuta le persone affette da demenza senile, e un analogo simbolismo lo troviamo anche in Nuova Zelanda. A partire dal 1983 il Myosotis rappresenta la Giornata Mondiale dei Bambini Scomparsi, ma è anche il fiore simbolo della Festa dei Nonni, celebrata il 2 ottobre di ogni anno in Italia, e in date diverse in altri Paesi. Questo fiorellino fu utilizzato anche da Legambiente Lazio per la sua campagna per la qualità e la vivibilità degli edifici scolastici e per promuovere la piantumazione di fiori nei loro giardini.
Infine, una curiosità. Visto il suo simbolismo romantico, il fiore blu del nontiscordardimè fu utilizzato nel 1926 come emblema dalla Loggia Massonica tedesca "Zur Sonne". Ora, nel 1938 un distintivo con la forma del nontiscordardimè, prodotto dalla stessa fabbrica del distintivo massonico, fu scelto per il congresso annuale del Partito Nazista. Questa coincidenza ha permesso ai Massoni di indossare il distintivo del nontiscordardimè come segno segreto di appartenenza, visto che la Massoneria era fuorilegge sotto i regimi nazifascisti, e i frammassoni erano considerati alla stregua di dissidenti politici. Dopo la seconda guerra mondiale il fiore del nontiscordardimé fu nuovamente utilizzato come emblema massonico nel 1948 in occasione della prima Convenzione annuale delle Logge Unite della Germania, ed ancor oggi i Massoni di tutto il mondo indossano questo distintivo sul risvolto delle giacche per ricordare i Fratelli Muratori perseguitati da quei regimi.

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Gli "attaccapanni per la carne"
Yucca è un genere di arbusti e alberi perenni della famiglia Asparagacee, sottofamiglia delle Agavoidee. Comprende 49 specie e 24 sottospecie che si distinguono fra loro per le loro rosette di foglie sempreverdi, dure, a forma di spada, e per le grandi pannocchie terminali di fiori bianchi. L'areale naturale di distribuzione del genere Yucca copre una vasta area delle Americhe: è rappresentato in tutto il Messico e si estende a nord attraverso la Baja California, verso nord negli Stati Uniti sudoccidentali, attraverso gli stati centrali più aridi fino all'estremo nord dell'Alberta meridionale in Canada (Yucca glauca ssp. albertana). Si trova anche nelle pianure costiere degli Stati Uniti sudorientali, lungo il Golfo del Messico e gli Stati dell'Atlantico meridionale, dalla costa del Texas al Maryland. Le yucche si sono adattate a una gamma altrettanto vasta di condizioni climatiche ed ecologiche: si trovano nei deserti rocciosi e nei calanchi, nelle praterie e nelle regioni montuose, nei boschi, nelle sabbie costiere (Yucca filamentosa) e persino nelle zone subtropicali e semitemperate. Diverse specie si trovano nelle zone tropicali umide (Yucca lacandonica), ma la maggior parte vive in condizioni aride, con i deserti del Nord America considerati il ​​​​centro di irradiazione della biodiversità di questo genere.
Le prime descrizioni delle specie di yucca hanno portato a confonderle con la manioca (Manihot esculenta). Di conseguenza, Linneo ricavò erroneamente il nome del genere dalla parola in lingua Taíno che indicava la manioca, cioè yuca. Gli Aztechi precolombiani chiamavano la specie locale di yucca (Yucca gigantea) con il nome di iczotl, in lingua Nahuatl, da cui deriva il nome in spagnolo, izote. Dal 1897 al 1907, il botanico tedesco Carl Ludwig Sprenger (1846-1917) creò e battezzò ben 122 ibridi di Yucca.
In natura raggiungono anche i 15–20 m di altezza, ma negli ambienti domestici non superano i 2 metri; hanno un fusto robusto, cilindrico, spesso a portamento arboreo, poco ramificato, che porta folti ciuffi di foglie lineari, persistenti, dure e generalmente spinose all'apice; i fiori sono generalmente piccoli, raramente grandi, di colore bianco o crema, penduli e solitamente riuniti in grandi pannocchie terminali. Le yucche hanno un sistema di impollinazione mutualistico molto specializzato. Sono impollinate dalle falene della yucca (appartenenti alla famiglia delle Prodoxidae); l'insetto trasferisce il polline dagli stami di una pianta allo stigma di un'altra, e contemporaneamente depone un uovo nel fiore; la larva della falena si nutre quindi di alcuni dei semi in via di sviluppo, lasciando sempre semi sufficienti per perpetuare la specie. Alcune specie della falena yucca hanno sviluppato caratteristiche di antagonismo nei confronti della pianta: non contribuiscono cioè all'impollinazione della pianta, ma continuano a deporre le uova nella pianta per proteggerle. Molte specie di yucca ospitano i bruchi delle specie Megathymus yuccae e Megathymus ursus.
Le yucche sono ampiamente coltivate come piante ornamentali nei giardini. Molte specie hanno anche parti commestibili, tra cui frutti, semi, fiori, steli fiorali, e più raramente le radici. I riferimenti alla radice di yucca come cibo spesso derivano dalla confusione con la yuca, dal nome molto simile ma botanicamente non correlata, cioè con la manioca. I petali del fiore sono comunemente mangiati in America centrale, ma vengono prima rimossi i suoi organi riproduttivi (le antere e le ovaie) a causa della loro amarezza. I petali vengono sbollentati per 5 minuti e poi cotti alla messicana con pomodoro, cipolla, peperoncino, o usare per realizzare tortitas con salsa verde o rossa. In Guatemala vengono bolliti e mangiati con succo di limone. In El Salvador si mangiano le punte tenere degli steli, conosciuti come "cogollo de izote". L'estratto di yucca è anche usato come agente schiumogeno in alcune bevande come la root beer e la soda.
Le radici della yucca saponata (Yucca elata) sono ricche di saponine e sono usate come shampoo nei rituali dei nativi americani. Le foglie di yucca essiccate e le fibre del tronco hanno una bassa temperatura di accensione, rendendo la pianta utile per accendere il fuoco tramite attrito, cioè facendo girare un bastoncino dentro un altro pezzo di legno, arte in cui i Nativi Americani sono abilissimi. Lo stelo che sfoggia i fiori, una volta essiccato, viene spesso utilizzato in collaborazione con un robusto pezzo di legno di cedro per accendere il fuoco. Nelle aree rurali degli Appalachi le specie come la Yucca filamentosa sono chiamate "attaccapanni per la carne" perchè, con le loro punte acuminate, le foglie dure e fibrose venivano usate per forare la carne, e poi annodate per formare un cappio cui appendere la carne per la salatura o negli affumicatoi. Le fibre possono essere utilizzate per realizzare cordame e filo per cucire.
Le yucche sono ampiamente coltivate come piante da giardino e forniscono un aspetto drammatico alla progettazione del paesaggio. Tollerano una serie di condizioni avverse, ma crescono meglio in pieno sole nelle zone subtropicali o temperate. Diverse specie di yucca possono essere coltivate all'aperto nelclima mediterraneo, tra cui Yucca filamentosa, Yucca flaccida, Yucca glauca, Yucca gloriosa, Yucca ricurvifolia e Yucca rostrata.
La yucca più comune come pianta d'appartamento è però la Yucca gigantea. In natura è un arbusto sempreverde che cresce fino a 8–12 m di altezza, popolarmente chiamata yucca senza spina dorsale, yucca dalla punta morbida, yucca a gambo blu, yucca gigante, canna di yucca e itabo. Può avere un tronco spesso e singolo o essere multitronco, con più tronchi che crescono da una base inferiore ispessita, simile al piede di un elefante. Le foglie, eccezionalmente strette, si aprono a ventaglio in ciuffi. Sono simili a cinghie, senza spina dorsale e lunghe fino a 1,2 m. I fiori bianchi sono prodotti in estate. Le piante mature producono punte erette di fiori pendenti lunghi fino a un metro, che producono frutti carnosi marroni, ovali e lunghi fino a 2,5 cm. Il nome Yucca gigantea fu assegnato nel novembre 1859 dal botanico francese Charles Antoine Lemaire (1800-1871), ma è conosciuta anche come Yucca elephantipes (per la forma della base del tronco), nome datole nel febbraio 1859 dall'orticoltore tedesco Eduard August von Regel (1815-1892). Yucca gigantea cresce spontaneamente in Belize, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua e nella parte orientale del Messico (stati di Quintana Roo, Yucatán, Campeche, Tabasco, Chiapas, Veracruz, Puebla orientale e Tamaulipas meridionale), ma si è naturalizzata anche a Porto Rico, nelle Isole Sottovento e in Ecuador. Questa specie di yucca può essere coltivata in una varietà di terreni ed è resistente alla siccità, ma cresce meglio in un clima caldo semi-arido, quindi le piante coltivate in appartamento sono soggette a marciume radicale se innaffiate troppo spesso. Le piante più vecchie sono generalmente le più sensibili, e per questo motivo le piante d'appartamento migliori sono gli alberi giovani e più bassi, in quanto sono più adattabili ai cambiamenti ambientali. La specie ha una certa tolleranza al freddo, ma non al gelo. La yucca gigantea può essere colpita da una serie di parassiti tra cui cocciniglie, piralidi della yucca e punteruoli della yucca. La propagazione avviene per polloni, talee o seme. Il fiore di Yucca gigantea è il fiore nazionale di El Salvador, dove è conosciuto come "flor de izote" ed è ampiamente utilizzato nella cucina salvadoregna.
Un'altra specie molto comune nei nostri appartamenti è la Yucca aloifolia, considerata la specie tipo per il genere Yucca e detta anche pianta del pugnale o baionetta spagnola. Cresce in terreni sabbiosi, soprattutto sulle dune di sabbia lungo la costa.; è originaria delle coste atlantiche e del Golfo del Messico; Yucca aloifolia è una popolare pianta paesaggistica nelle zone di spiaggia lungo la costa orientale americana, dalla Virginia alla Florida. Ha un tronco eretto di 7–13 cm di diametro, che raggiunge un'altezza di 1,5–6 m prima che diventi pesante e si ribalti. Quando ciò accade, la punta si gira verso l'alto e continua a crescere. Il tronco è armato di foglie appuntite con bordi a denti fini, ciascuna lunga circa 0,6 m. Le foglie giovani vicino all'apice crescente sono erette; quelle più vecchie sono rivolte verso il basso, e le più vecchie appassiscono e diventano marroni, pendendo intorno alla parte inferiore del tronco come una gonna hawaiana. La punta del tronco sviluppa una pannocchia di fiori bianchi con sfumature violacee, ciascuno di circa 13 cm di diametro. Dopo la fioritura il tronco smette di crescere, ma presto si formano uno o più germogli laterali e quello più in alto diventa un nuovo germoglio terminale. Yucca aloifolia produce anche nuovi germogli vicino alla base del fusto, formando il tipico boschetto spesso osservato nelle zone sabbiose e cespugliose delle spiagge del sud-est degli Stati Uniti e di molte zone d'Europa in cui è stata trapiantata. I frutti sono allungati, carnosi, lunghi fino a 5 cm e vengono mangiati sia dagli uccelli che dall'uomo, mentre i fiori possono essere consumati cotti o crudi. Le radici di Yucca aloifolia possono essere utilizzate come sapone e shampoo.
Parliamo anche di Yucca elata, una pianta perenne nota anche come yucca saponaria, soaptree yucca, soapweed e palmella. È originaria del Nord America sudoccidentale, del deserto di Sonora e del deserto di Chihuahuan; la si trova in Texas occidentale, New Mexico, Arizona, Nevada meridionale, Utah sudoccidentale e negli stati messicani di Chihuahua, Coahuila,Sonora e Nuevo Léon, anche se purtroppo la sua popolazione sembra essere in diminuzione. Cresce da 1,2 a 4,5 m di altezza, con un tronco scarsamente ramificato di colore bruno, di forma cilindrica e di piccolo diametro; spesso presenta dei fori praticati dalle larve. Le foglie sono disposte in un denso vortice a spirale all'apice degli steli, ciascuna foglia lunga da 25 cm a un metro è molto sottile, larga solo da 0,2 a 1,3 cm. I fiori bianchi a forma di campana crescono in un denso grappolo su uno stelo sottile all'apice dello stelo. Il frutto è una capsula lunga 4–8 cm e larga 2–4 ​​cm, che matura e diventa marrone in estate, quando si divide in tre sezioni per rilasciare i semi neri. Non fiorisce ogni anno. E' molto resistente al freddo, ma ha bisogno di molta luce solare. I nativi americani usavano la fibra delle foglie della Yucca elata per realizzare sandali, cinture, stoffe, cestini, corde e stuoie, e ne consumavano i fiori. All'interno del tronco e delle radici della pianta si trova una sostanza collosa ricca di saponine. In passato questa sostanza era comunemente usata come sapone e shampoo, ma anche per trattare la forfora e la caduta dei capelli. In tempi di siccità gli allevatori hanno utilizzato questa pianta come riserva alimentare d'emergenza per il loro bestiame. Non è certo un caso se il fiore di Yucca elata è il fiore simbolo dello stato del New Mexico. Si può però vedere un altissimo esemplare di Yucca elata anche in alcune scene con vista mare della fiction "Il Commissario Montalbano"!
Le piante di yucca sono naturalmente usate come simbolo dei vari clan in alcune culture dei Nativi Americani. Tra i Navajo ad esempio vi è un clan chiamato Hashk'aa hadzohi il cui totem è la Yucca elata. Alcune tribù Pueblo hanno tra le loro tradizioni di danza tribale anche una "Danza della Yucca". Ovviamente non possono mancare le leggende dei Nativi che vedono questa pianta come protagonista. Una di esse ha come protagonista Naiyenesgani ("Massacratore di Nemici"), un eroe mitico della tradizione Navajo che, insieme a suo fratello Tobadzischini, avrebbe liberato il mondo dagli Anaye, una razza di mostri a volte paragonati ai Titani greci o ai Giganti antidiluviani della Bibbia (alcuni antropologi sostengono che questi semidei malvagi vissuti nella notte dei tempi sarebbero il ricordo ancestrale degli incontri dei nostri lontani antenati con gli ultimi uomini di Neanderthal). Sasnalkáhi (in lingua Navajo "L'orso che insegue") era un Anaye sotto forma di orso gigante che si nascondeva nella sua caverna, uccidendo chiunque si avvicinasse. Nayenezgani lo attirò all'esterno facendo del chiasso e, quando mise fuori la testa dalla grotta, gliela mozzò di netto. La testa rotolò a terra e da essa nacque la prima pianta di yucca. Secondo un'altra versione del mito, quando tutti gli Anaye furono sterminati, Nayenezgani continuò a vagare in tutto il Nord America con il proprio bastone, timoroso che qualche creatura fosse sopravvissuta. Alla fine salì in cima alla Grande Montagna Bianca e si guardò intorno in tutte le direzioni, ma invano: non c'erano più mostri in circolazione. Allora buttò via il suo bastone e, una volta caduto in terra, esso divenne una pianta di yucca. Infine si lavò dalle mani lo sporco causato dall'uccisione dei mostruosi Anaye e lo gettò in direzioni diverse; dove cadde, esso si trasformò in bestiame (bovini, capre e pecore). "Con questi miei doni avrete di che vivere", disse agli antenati dei Navajo. Ecco perché pecore e bovini mandano un cattivo odore, provenendo dalla sporcizia che Nayenezgani si era lavato via dalle sue mani. Da allora i Navajo vivono dei bovini, e delle pecore e della pianta di yucca!
Infine, una piccola escursione nella criptozoologia. Per i residenti nella California meridionale, il famigerato Yucca Man è noto quasi quanto Bigfoot lo è per gli stati settentrionali degli USA. Si tratta di un presunto Sasquatch adattato al deserto che vivrebbe in California, Nevada e Arizona. Simile all'incrocio tra uno scimmione e una pianta di yucca, Yucca Man sarebbe un umanoide alto 10 piedi (tre metri), tutto ricoperto di peli lunghi e spettinati che avanzerebbe con un'andatura goffa e strascicata. Yucca Man sarebbe stato avvistato in tutta la California meridionale, dai sobborghi di Lancaster alle piste della base aeronautica di Edwards, e addirittura filmato; i più recenti avvistamenti di questo criptide si sarebbero verificati nel Joshua Tree National Park. Secondo gli appassionati di criptozoologia, le apparizioni del Bigfoot e delle sue innumerevoli versioni turberebbero i sonni dei cittadini USA fin dai tempi di George Washington, però vi è da dire che in nessuna mitologia nativa si ritrova una creatura di tipo scimmiesco (ad esempio, gli Anaye sono modellati su rocce, orsi o uccelli rapaci, mai su primati). E siccome la maggior parte degli avvistamenti di Yucca Man sarebbero avvenuti negli anni '70 e '80 del secolo scorso vicino a strutture militari governative, ci sono pochi dubbi che si tratti di scherzi di cattivo gusto giocati ai marines dai soliti buontemponi.

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Il "veleno gradevole"
Mi rendo conto che non vi ho ancora parlato... della vite! La Vitis vinifera, o vite comune, è un'angiosperma (tecnicamente, una liana!) il cui nome latino vīte(m), in origine "rampicante", deriva da viēre, "intrecciare"; la stessa etimologia dunque di "vimini". Pensate che esistono tra le 5.000 e le 10.000 varietà di Vitis vinifera, coltivate in tutti i continenti ad eccezione dell'Antartide, anche se solo poche di esse hanno un importante significato commerciale per la produzione di vino e uva da tavola. L'uva selvatica invece è spesso classificata come Vitis sylvestris. Le viti domestiche hanno fiori ermafroditi, ma Vitis sylvestris è dioica (ha i fiori maschili e femminili su piante separate) ed è necessaria l'impollinazione per lo sviluppo dei frutti. L'uva può essere consumata fresca o essiccata per produrre uva sultanina. Le foglie d'uva sono utilizzate nella cucina di molte culture. L'uva fresca viene spremuta e il suo succo viene fermentato per produrre aceto e vino, a sua volta distillato per dare grappa. A sorpresa, oggi il primo produttore mondiale di uva è... la Repubblica Popolare Cinese, con 14,8 milioni di tonnellate l'anno, seguita proprio dall'Italia con 8,2 milioni, dagli USA con 7 milioni e dalla Francia con 6,4 milioni (per la cronaca, il primo produttore di uva dell'America Latina è il Cile con 2,5 milioni di tonnellate all'anno, che ne fanno lottavo produttore mondiale). Invece il primo produttore mondiale di vino nel 2022 era l'Italia con 50,3 milioni di ettolitri, nonostante l'estate terribilmente siccitosa, seguita dalla Francia con 44,2 milioni, dalla Spagna con 33 milioni, dagli USA con 23,1 milioni, e poi a sorpresa dal Cile con 12,4 milioni, dall'Australia con 12,1 milioni e dall'Argentina con 11,4 milioni di ettolitri: questi numeri sono dovuti certamente alla forte emigrazione italiana verso quei paesi.
E ora un po' di storia. L'uva selvatica veniva raccolta dai cacciatori-raccoglitori neolitici sia per il suo valore medicinale che nutrizionale; la sua storia è intimamente intrecciata con la storia del vino. I cambiamenti nella forma del seme (più stretto nelle forme domestiche) e nella distribuzione indicano che l'addomesticamento si è verificato intorno al 3.500-3.000 a.C. nell'Asia sudoccidentale, nel Caucaso meridionale  e nella regione costiera del Mar Nero occidentale. La prima prova dell'esistenza di uva domestica è stata trovata a Gadachrili Gora, vicino al villaggio di Imiri, nel sud-est della Georgia: la datazione al carbonio indica addirittura il 6.000 a.C., segno del fatto che essa fu oggetto di attenzione già da parte dei primi agricoltori. La coltivazione dell'uva domestica si è diffusa in altre parti del Vecchio Mondo già in epoca preistorica. primi resoconti scritti sull'uva e sul vino si trovano addirittura nell'Epopea di Gilgamesh, il primo poema epico della storia, giuntoci in lingua accadica ma basato su un antico testo sumerico del III millennio a.C. Numerosi sono anche i riferimenti nei geroglifici dell'antico Egitto, secondo i quali il vino era riservato esclusivamente ai sacerdoti, ai funzionari statali e al faraone, come il cacao ai sovrani aztechi. La prima rappresentazione del procedimento di vinificazione è stata realizzata dagli egizi nel corso del III millennio a.C. su bassorilievi raffiguranti scene di pigiatura dell'uva, mentre anfore ricolme di vino bianco sono state riportate alla luce nella necropoli di Umm el-Qa'ab di Abido, nella tomba del 7° faraone della I dinastia egizia, Semerkhet. Esiodo nelle sue "Opere e giorni" fornisce descrizioni dettagliate delle vendemmie e delle tecniche di vinificazione, e ci sono anche molti riferimenti in Omero (siamo nell'VIII secolo a.C.). I coloni greci introdussero poi queste pratiche nelle loro colonie, soprattutto nell'Italia meridionale, ed infatti l'Italia nell'antichità preclassica era conosciuta anche come Enotria, "Terra del Vino", per il suo clima propizio alla viticoltura. Gli Etruschi migliorarono le tecniche di vinificazione e svilupparono un commercio di esportazione anche oltre il bacino del Mediterraneo. I Romani svilupparono ulteriormente le tecniche apprese dagli Etruschi, come dimostrano numerose opere letterarie contenenti informazioni valide ancora oggi: "De Agri Cultura" (160 a.C. circa) di Catone il Censore, "De re rustica" (37 a.C.) di Marco Terenzio Varrone, le "Georgiche" di Virgilio e il "De re rustica" (70 d.C.) di Lucio Columella. La lunga crisi dell'Impero Romano d'Occidente generò un'instabilità nelle campagne che portò ad una riduzione della viticoltura in genere, la quale si sostenne solo in prossimità dei centri urbani e lungo le coste. Tra il V e il X secolo la viticoltura fu portata avanti quasi esclusivamente nei monasteri dai diversi ordini religiosi. I Benedettini estesero il limite di coltivazione della vite verso nord e piantarono anche nuovi vigneti a quote e latitudini più elevate rispetto all'epoca romana. Oltre alla viticoltura 'ecclesiastica', si sviluppò anche, soprattutto in Francia, una viticoltura 'nobile', praticata dall'aristocrazia come simbolo di prestigio. La coltivazione della vite è stata un'attività economica significativa anche in Medio Oriente fino al VII secolo, quando l' espansione dell'Islam ne ha causato il declino, visto che il Corano proibisce il consumo di vino. Tra il Basso Medioevo e il Rinascimento la viticoltura riprese a fiorire. La pressione demografica, la concentrazione della popolazione nelle città e l'aumento della capacità di spesa di artigiani e commercianti hanno dato luogo a maggiori investimenti nella viticoltura, che è diventata ancora una volta economicamente sostenibile. Molto è stato scritto durante il Rinascimento sulla coltivazione della vite e sulla produzione del vino, favorendo un approccio più scientifico, con la nascita della moderna ampelografia. L'uva seguì i coloni europei in tutto il mondo, arrivando in Nord America intorno al XVII secolo, dove ha generato ibridi con specie autoctone del genere Vitis, e poi in Africa, Sudamerica e Australia. L'alcolismo fu una vera piaga tra i popoli raggiunti dai sedicenti "civilizzatori" europei, come i nativi americani, gli aborigeni australiani o i Maori; e tutti sappiamo come l'era del Proibizionismo in America non fece degli americani un popolo di morigerati, ma anzi fece la fortuna di mafiosi senza scrupoli come Lucky Luciano e Al Capone. Nel XIX secolo due malattie e un insetto provenienti dall'America sconvolsero la viticoltura: la Peronospora della vite, l'oidio e la fillossera, che distrussero enormi quantità di vigneti tra il 1870 e il 1950. I coltivatori furono costretti a innestare i vitigni sopravvissuti su specie ed ibridi di origine americana (Vitis berlandieri, Vitis rupestris,Vitis riparia), a volte creati intenzionalmente per essere resistenti alla fillossera, e ad utilizzare regolarmente prodotti fitosanitari come lo zolfo e il rame per contrastare l'oidio e la peronospora. Nella seconda metà del XX secolo c'è stato un cambiamento radicale nella viticoltura dalle tecniche tradizionali al metodo scientifico basato su microbiologia, chimica e genetica, anche a causa dei cambiamenti negli aspetti economici e culturali e nel modo di vivere e nelle abitudini di consumo di ampi strati della popolazione che cominciavano a richiedere prodotti di qualità. Nel 2007 Vitis vinifera è stata la quarta specie di angiosperma il cui genoma è stato completamente sequenziato. Questi dati hanno contribuito in modo significativo alla comprensione dell'evoluzione della pianta, e anche di come le caratteristiche aromatiche del vino siano determinate in parte dai suoi geni. Questo lavoro è il risultato una collaborazione tra ricercatori italiani (Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Biologia Molecolare delle Piante, Istituto di Genomica Applicata) e francesi (Genoscope e Institut National de la Recherche Agronomique). Sempre nel 2007, scienziati dell'Australia's Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO), che lavorano nel Cooperative Research Center for Viticulture, hanno suggerito che alcune mutazioni estremamente rare e indipendenti in due geni (VvMYBA1 e VvMYBA2 dell'uva rossa) hanno prodotto un ' vitigno bianco che è stato il capostipite di quasi tutti i vitigni a bacca bianca del mondo. Se fosse stato mutato un solo gene, la maggior parte dell'uva sarebbe ancora rossa e non avremmo oggi le oltre 3000 cultivar a bacca bianca disponibili!!
Anche la storia del vino risale ad epoche antichissime, probabilmente alla fine del Neolitico, in seguito ad un'accidentale fermentazione di uva conservata in rudimentali recipienti. Esistono innumerevoli miti che narrano la prima coltivazione della vite e la sua fermentazione. Si è ipotizzato che la parola in lingua greca antica οίνός, che diverrà "vinum" in lingua latina grazie all'intermediazione della lingua etrusca, appartiene alla famiglia delle lingue indoeuropee e risale alla radice "wVn"; divenne "inu" in lingua accadica, "wiyana" in lingua hittita e wo(i)no in lingua micenea. Le lingue semitiche la avrebbero presa in prestito nella forma "*wain", da cui deriva "yin" in lingua ugaritica e "ynn" in lingua ebraica. L'origine ancestrale del termine è con tutta probabilità anatolico-caucasica; proprio là dove, sulle pendici del Monte Ararat, il testo della Bibbia pone il luogo in cui fu piantato il primo vitigno della storia: in Genesi 9,20 si narra come Noè, dopo il Diluvio universale, divenne agricoltore (probabilmente in precedenza era un pastore nomade, segno del passaggio dalla vita nomadica a quella sedentaria) e coltivò l'uva, produsse il primo vino e se ne ubriacò. Nel 2007 un team di 27 archeologi irlandesi, statunitensi e armeni hanno scoperto un sito vicino al fiume Arpa nei pressi di Areni (villaggio a tutt'oggi rinomato per la sua produzione vinicola), in cui, all'interno di una grotta suddivisa in tre locali, sono stati rinvenuti dei vasi pieni di semi d'uva, forse risalenti a più di 6.000 anni fa: se così fosse, si tratterebbe del più antico sito in cui abbia avuto luogo un'operazione di vinificazione. Trovandosi non lontano dal monte Ararat, la leggenda biblica avrebbe trovato una clamorosa conferma archeologica. Il suddetto racconto dell'ebbrezza di Noè e della conseguente maledizione di Cam e di suo figlio Canaan è oggi interpretato come un racconto eziologico per spiegare come mai gli Ebrei avevano il diritto di scacciare i cananei ed occupare le loro terre. Una famosa leggenda rabbinica narra che il diavolo sotto mentite spoglie convinse Noè a sacrificare nella sua vigna quattro animali: un agnello, un leone, un maiale e una scimmia, con la conseguenza che da allora chi si ubriaca diventa simile a uno di questi animali (remissivo, violento, folle, dimentico della natura umana). La memoria di quest'origine della viticoltura "al di là delle montagne" venne perpetuata anche dalle tavolette della Mesopotamia, secondo cui nel "paese tra i due fiumi" il vino fu sempre percepito come proveniente da un non meglio precisato "altrove", dalle zone montuose in direzione della terra armena o della regione siriaca. A Babilonia esso è chiamato "birra delle montagne" il più antico testo mesopotamico inerente al vino è un'iscrizione del sovrano di Lagash Urukagina datata al 2.340 a.C. in cui si afferma d'essere stata costruita "una casa di riserva della birra di montagna conservata in giare". Il vino costituì essenzialmente un bene di lusso riservato alle divinità e ai principi, ma poté costituire anche un premio come accade nel mito babilonese del diluvio, in cui Utnapishtim (alias Noè) lo regala agli operai che gli hanno permesso di costruire la grande arcache lo dovrà mettere in salvo dalle acque. Il Codice di Hammurabi (XVIII secolo a.C.) prevede il supplizio del fuoco per quelle sacerdotesse che avessero aperto la porta d'ingresso alle riserve di vino del tempio. Tra gli Ittiti la vite, simbolo di vitalità e fecondità, fu associata ai rituali di fondazione dei nuovi edifici, alla purificazione delle città o delle abitazioni dopo il funerale e la libagione. Nella mitologia ittita il vino è presente nel Ciclo di Kumarbi, dove si descrive Ullikummi mentre beve "vino dolce" e Astarte che cerca di scoraggiare Baal dal recarsi nella casa di Asherah per bere vino. La legislazione puniva i danni causati ai vigneti ordinando l'arresto dei colpevoli e un indennizzo in caso di incendio. Sembra che la produzione locale risultasse essere del tutto insufficiente, per cui gli Ittiti dovevano ricorrere molto spesso alle forniture provenienti dalla Cilicia, da Karkemish e da Ugarit. Nel testo sacro iranico Avestā si racconta la vicenda dello Shah Jamshid il quale uccise un serpente che aveva attaccato un uccello magico; l'animale salvato lo ringraziò lasciandogli come dono un piccolo seme che diede origine alla vite. I grappoli e gli acini d'uva vennero raccolti in grandi vasi, ma la successiva fermentazione del mosto gli fece assumere uno strano odore; supponendo allora che si trattasse di una sostanza tossica, venne designato come veleno e riposto nei sotterranei delle cantine. Una delle donne del suo harem, trascurata e infine bandita, pensò al suicidio, si recò di nascosto nei magazzini reali, cercò una giara contrassegnata con la dicitura "veleno" e contenente proprio i resti di quelle uve che si erano rovinate e che pertanto venivano ritenute non più commestibili. Dopo averne bevuto il contenuto si sentì alquanto risollevare lo spirito. La deliziosa bevanda ripristinò la sua allegria, ella fece immediatamente partecipe della sua scoperta il re il quale, assaggiata la nuova bevanda, se ne innamorò, riammise la giovane concubina al proprio cospetto rinnovandole i propri favori, e decretò anche che tutte le uve cresciute a Persepoli avrebbero dovuto essere destinate da quel momento in poi esclusivamente alla vinificazione. In riferimento a questa leggenda il vino in Iran viene ancora oggi chiamato "Zeher-i-khos", cioè "il veleno gradevole"! La Mitologia greca ha attribuito la scoperta della viticoltura all'infanzia del dio Dioniso, ubicandola sul Monte Nisa in Elicona; egli insegnò poi la pratica ai popoli dell'Anatolia centrale. A causa di questo fatto venne ricompensato assumendo il ruolo di "dio del vino". Un altro mito narra invece che il dio al ritorno dal suo viaggio in India avesse appreso e insegnato agli uomini come produrre il vino. Secondo un mito egiziano, Iside divenne gravida dopo aver gustato dell'uva, e diede alla luce Horus. Il dio del torchio Shesmu porge ai morti del vino, in quanto bevanda che conserva la vita. Dall'equiparazione simbolica del vino col sangue deriva la sua importanza per il culto dei morti. A Creta i cadaveri venivano lavati con del vino caldo. Secondo il racconto dell'Eneide, alla morte di Didone il vino da lei offerto con l'incenso si trasformò in sangue. Dai tempi più antichi, nei proverbi vino e verità sono associati; nella Bibbia, Dio stesso ci dà « il vino, che allieta il cuore dell'uomo » (Sal 104,15). Mentre la moderazione anche nel bere è virtù regale, « il vino dev'essere dato a chi ha l'amarezza nel cuore » (Proverbi 31,4). Degli eletti di Dio si dice che «gioirà il loro cuore come inebriato dal vino» (Zaccaria 10,7). Il vino diviene inoltre immagine di doni spirituali; così la sapienza divina « ha preparato il vino e ha imbandito la tavola» (Proverbi 9,2). Valore messianico acquista la benedizione che Giacobbe pronuncia su suo figlio Giuda: « Egli lega alla vite il suo asinello e a scelta vite il figlio della sua asina, lava nel vino la veste e nel sangue dell'uva il manto » (Gen 49,11). Il banchetto escatologico sarà un banchetto di vini eccellenti e raffinati (Isaia 25,6). Come suo primo miracolo Gesù, alle nozze di Cana, ha trasformato l'acqua in vino (Gv 2,3-10), un'allusione all' incipiente gioia e pienezza di grazia del regno di Dio. Il pietoso samaritano versa olio e vino nelle ferite del viandante assalito dai briganti (Lc 10,34); il passo parallelo di Marco che forse si riferisce indirettamente a questa parabola (Mc 12,34) dimostra incontestabilmente il rapporto col tema del regno di Dio. Olio e vino si trovano associati anche in altri passi; essi non solo hanno un'azione risanatrice in senso terreno, ma guidano alla salvezza anche in un senso soprannaturale. Perciò perfino al cavaliere apocalittico sul cavallo nero, inviato da Dio come tribolazione sulla terra, viene gridato: « Olio e vino non siano sprecati! » (Ap 6,6). Culmine del simbolismo del vino nella Scrittura sono le parole di Gesù nell'ultima cena, quando egli porge il calice ai suoi di scepoli: « Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti in remissione dei peccati » (Mt 26,27). Giustino martire vide nella benedizione di Giacobbe su Giuda un riferimento a Cristo, per il cui sangue tutti coloro che credono in Lui sono lavati e divengono puri. Come nei canti della vigna (Is 5,1-7 e Sal 80) trovava espressione l'amore di Dio per il suo popolo, così il vino, offerto nel calice dell'Eucaristia, diviene segno del legame sponsale tra Cristo e la Chiesa. Pane e vino sull'altare sono il mistero dell'unione con Cristo. Alcuni Padri della Chiesa, come Ireneo, hanno visto nella mescolanza liturgica di vino e acqua un simbolo della congiunzione in Cristo di divinità e umanità. La miscela di acqua e vino del calice eucaristico è stata anche interpretata come l'acqua e il sangue che uscirono dal costato del Signore. Nei mistici l'ebbrezza diviene simbolo dell'essere ricolmi di Dio e dell'unione con lui. Matilde di Magdeburgo, alludendo al Cantico dei cantici (2,4), parla dell'ingresso nella celletta del vino: « la sposa diviene ebbra al contemplare il nobile viso ». Per concludere, quando Leif Eriksson sbarcò per primo nel continente americano nell'anno 1000, battezzò quello che oggi conosciamo come Terranova con il nome di Vinland, "la terra del vino" (stesso significato di Enotria) per la possibilità di coltivarvi la vite: e questo, secoli prima di Cristoforo Colombo e dei colonizzatori spagnoli!!

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La tomba di Polidoro
Viene il turno di un'altra pianta dall'importante simbologia: il mirto (Myrtus communis), un'angiosperma della famiglia delle Mirtacee. Il mirto è un arbusto o un cespuglio tipico della macchia mediterranea, alto fino a tre metri, molto ramificato ma fitto; in esemplari anziani arriva a 4–5 m. In Sardegna viene chiamato "sa murta", ed è di genere femminile. E' una latifoglia sempreverde, ha una crescita molto lenta e può diventare plurisecolare. La corteccia, rossiccia nei rami giovani, col tempo assume un colore grigiastro. Ha foglie ovali, coriacee e lucide, di colore verde scuro superiormente, a margine intero, con molti punti traslucidi in corrispondenza delle glandole aromatiche. I fiori sono ascellari, profumati, peduncolati, di colore bianco o roseo. La fioritura, abbondante, avviene in tarda primavera, da maggio a giugno; un evento piuttosto frequente è la seconda fioritura che può verificarsi in tarda estate, da agosto a settembre e, con autunni caldi anche in ottobre. Il fenomeno è dovuto principalmente a fattori genetici. I frutti sono delle bacche ovoidali di colore nero, azzurro, rosso scuro o più raramente biancastro, con numerosi semi. Maturano da novembre a gennaio persistendo per lungo periodo sulla pianta. Il mirto può essere riprodotto per talea o per seme. Per il suo contenuto in olio essenziale (mirtolo), tannini e resine, è un'interessante pianta dalle proprietà aromatiche e officinali. Al mirto sono attribuite proprietà balsamiche, antinfiammatorie, astringenti, leggermente antisettiche, pertanto trova impiego in campo erboristico e farmaceutico per la cura di affezioni a carico dell'apparato digerente e del sistema respiratorio. Il prodotto più importante è rappresentato dalle bacche, utilizzate per la preparazione del liquore di mirto, un prodotto tipicamente sardo ottenuto per infusione alcolica delle bacche attraverso macerazione, e considerato il digestivo per eccellenza. Fino agli anni novanta ha interessato un mercato di nicchia a livello regionale, ma successivamente l'attività dell'industria liquoristica ha subito una notevole espansione promuovendo il prodotto nel mercato nazionale. La domanda di materia prima, tradizionalmente soddisfatta dai raccoglitori stagionali nella macchia mediterranea, ha portato a una notevole pressione sulla vegetazione spontanea, che ormai non è più in grado di sostenere un'attività su larga scala. A partire dalla metà degli anni novanta, pertanto, si sta promuovendo in Sardegna la coltivazione del mirto in impianti specializzati. La tecnica di coltura è in piena fase di evoluzione in quanto è ancora oggetto di recente ricerca in diversi suoi ambiti, soprattutto in relazione alla meccanizzazione. L'impiego fitocosmetico del mirto risale al Medioevo: con la locuzione di "acqua degli angeli" si indicava il distillato di fiori di mirto.
250 semi fossili di Myrtus palaeocommunis sono stati trovati negli strati del Miocene medio dell'area di Fasterholt vicino a Silkeborg nello Jutland centrale, in Danimarca. Nell'antica Grecia, il mirto era sacro ad Afrodite, in quanto si riteneva che la dea, appena nata dalla spuma del mare, si fosse rifugiata in un boschetto di mirti. Il mirto era sacro nche a Demetra: Artemidoro affermava che nell'interpretazione dei sogni "una ghirlanda di mirto è di buon auspicio per i contadini a causa di Demetra e per le donne a causa di Afrodite". Pausania spiegava che una delle Grazie nel santuario di Elide teneva in mano un ramo di mirto perché "la rosa e il mirto sono sacri ad Afrodite e connessi con la storia di Adone." (Adone, giovane bellissimo amato da Afrodite ma ucciso da un cinghiale, è il corrispondente indoeuropeo del semitico Adonai, identificato con il Dio di Israele). Al mirto sono legati due miti; nel primo, Myrsine era una ragazza casta prediletta da Atena che superava nelle gare tutti gli altri atleti, e fu uccisa per rappresaglia; Atena la trasformò in un mirto, che le divenne sacro. Nel secondo, Myrina era una devota sacerdotessa di Afrodite che desiderava sposarsi nonostante i suoi voti. Afrodite la trasformò in mirto e le donò un profumo fragrante, come la sua pianta prediletta e sacra. A Roma, Virgilio spiegava che "il pioppo è carissimo ad Alcide (Ercole, discendente di Alceo), la vite a Bacco, il mirto alla bella Venere, e l'alloro a Febo". Nei Veneralia, le donne facevano il bagno indossando corone intrecciate di rami di mirto, e il mirto era usato nei rituali nuziali. Quando i guerrieri romani tornavano da una campagna vittoriosa senza spargimento di sangue, invece che della consueta corona d'alloro si adornavano di una corona di mirto. Nel secondo canto dell'Eneide, il figlio di Anchise strappa dei rami da un cespuglio di mirto sulle coste della Tracia e ne sgorga il sangue, perchè esso è spuntato sopra la tomba dello sfortunato Polidoro, ucciso dal re di Tracia Polimestore; la voce di Polidoro lo avverte di andarsene, perchè quella terra è maledetta.
Nella liturgia ebraica, il mirto è una delle quattro piante sacre di Sukkot, la Festa dei Tabernacoli che rappresenta i diversi tipi di personalità che compongono la comunità. Il mirto che ha profumo ma non gusto gradevole, rappresenta coloro che hanno buone azioni al loro attivo pur non avendo conoscenza dallo studio della Torah. I rami impiegati nella Festa delle Capanne comprendev:ano, oltre ai rami di palma e salici di torrente, anche "rami con dense foglie" (Lv 23,40): con questa definizione probabilmente si parlava del mirto, come tra l'altro si può dedurre da Neemia 8,15. Attorno a Sion « invece di ortiche cresceranno mirti, ciò sarà a gloria del. Signore, un segno eterno che non scomparirà » (Isaia 55,13). L'angelo del Signore che promise al profeta Zaccaria il ritorno del suo popolo e la ricostruzione di Gerusalemme, cavalcava un cavallo rosso e « stava fra i mirti in una valle profonda » (Zc 1,8): in questo caso gli alberi alludono al carattere gioioso della profezia. Nella Cabala ebraica il mirto rappresenta la forza fallica maschile all'opera nell'universo: per questo motivo a volte venivano dati rami di mirto allo sposo quando entrava nella camera nuziale dopo le nozze. Le foglie di mirto venivano aggiunte all'acqua nel settimo ed ultimo risciacquo della testa nel tradizionale manuale sefardita tahara che insegna il rituale per lavare i morti. San Girolamo vede nel mito un simbolo del profumo di Cristo che promana dalla Chiesa. Nella religione mandea, che considera Giovanni il Battista come il Messia, le ghirlande di mirto sono usate dai sacerdoti in importanti rituali e cerimonie religiose, come il battesimo e le messe funebri, e fanno parte del darfash, il simbolo ufficiale del mandaismo costituito da una croce di legno d'ulivo ricoperta da un panno di seta bianca. Nei moderni rituali neopagani dei culti Wicca, il mirto, sebbene non indigeno al di là del bacino del Mediterraneo, è comunemente associato e sacro a Beltane, la festa del Primo Maggio. Nel XVIII canto della "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso compare un mirto fatato: Rinaldo è stato liberato dagli incanti della maga Armida che lo ha tenuto prigioniero nel suo giardino sulle isole Fortunate, è tornato a Gerusalemme dove ha ottenuto il perdono di Goffredo ed è l'' in grado di affrontare gli incanti della selva di Saron, dalla quale non è possibile tagliare legna per farne macchine di assedio, dopo che tutti i suoi compagni (incluso Tancredi) ne sono usciti sconfitti. I demoni della foresta gli riservano un trattamento diverso, dal momento che a lui non si presentano inizialmente mostri o apparizioni spaventose, bensì un "locus amoenus" del tutto simile al giardino di Armida e poi una falsa apparizione di quest'ultima, che cerca di irretirlo con una scena di perfetta seduzione. Rinaldo non si lascia però fuorviare e riesce a superare la prova, tagliando il mirto magico al centro della selva incantata: « L'estranio mirto i suoi gran rami spiega, / piú del cipresso e de la palma altero, / e sovra tutti gli arbori frondeggia; / ed ivi par del bosco esser la reggia. [...] / Sopra il turbato ciel, sotto la terra / tuona: e fulmina quello, e trema questa; / vengono i venti e le procelle in guerra, / e gli soffiano al volto aspra tempesta. / Ma pur mai colpo il cavalier non erra, / né per tanto furor punto s'arresta; / tronca la noce: è noce, e mirto parve. / Qui l'incanto forní, sparír le larve. » (XVIII, 25.37) A parte l'uso fantasy che ne fa il poeta di Sorrento, in Europa a partire dal Rinascimento il mirto divenne noto soprattutto come simbolo d'amore, il che portò alla continua tradizione della corona di mirto come parte del bouquet nuziale, quale simbolo di verginità, in ricordo della virtuosa regina Ester, il cui nome ebraico Atossa significa appunto "mirto". Come il suo modello anticotestamentario Ester, anche Maria è divenuta « l'amabile mirto del Signore »!

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La fibra tessile che avvolse Dio
Il lino (Linum usitatissimum) è una pianta con fiori della famiglia delle Linacee. Viene coltivato come coltura alimentare e da fibra nelle regioni del mondo con climi temperati. È una pianta erbacea annuale con un ciclo vegetativo di tre-quattro mesi ed è alta tra i 30 e i 60 cm con fusto eretto, molto fragile, ramificato nella parte finale. Nella corteccia del fusto sono presenti da 20 a 35 fasci di fibre, avvolti in sostanze gommose dette pectine, che li fanno aderire alle cellule della corteccia. Le foglie sono alterne, sessili o brevemente picciolate, lanceolate, intere, strette, glabre. I fiori sono solitari o riuniti in corimbi, grandi, di colore azzurro. La fioritura dura dai 10 ai 20 giorni, i frutti sono capsule ciascuna contenente due semi di piccole dimensioni, leggeri, lisci, piatti, lucidi, di colore dal bruno scuro al giallo paglierino a seconda delle varietà, e ricchi di olio. Il lino da fibra comprende forme a taglia alta, stelo elastico, fibre lunghe e duttili, infiorescenze ridotte, semi piccoli, mentre quello da olio comprende forme a taglia ridotta, a portamento rigido, con steli brevi e robusti, ramificati alla base, con semi più grandi. Diverse altre specie del genere Linum sono simili nell'aspetto a Linum usitatissimum, comprese alcune che hanno fiori blu simili e altre con fiori bianchi, gialli o rossi. Alcune di queste sono piante perenni, a differenza di Linum usitatissimum, che è una pianta annuale.
Il lino, in portoghese inho, in latino linum, in greco linon in lituano linas, in olandese "linnen", in danese "linned", in lettone lini, in antico slavo, linu, in russo ënu, in boemo e polacco len, in antico irlandese lin, viene forse dalla radice indoeuropea Li-, "sciogliere", da cui il sanscrito Linas, "sciolto", l'antico gotico "lein", pannolino e il tedesco "linde", "tiglio", per via della morbidezza del suo filo. Alcuni però vi vedono lo stesso tema del latino "liber", "corteccia", o meglio la parte fibrosa interna vicina alla parte legnosa, mentre non è provata una parentela con l'antico anglosassone "lytel"  con l'inglese "little", che secondo alcuni in origine voleva dire anche "misto". Invece il latino "usitatissimum" significa "molto utile". L'attuale parola inglese e tedesca "flax" e quella dell'antico inglese "fleax" per "lino" invece derivano dal proto-germanico *flahsą, e questa dal proto-indoeuropeo *pleḱ-, "intrecciare".
La prima prova che gli esseri umani usavano il lino selvatico come tessuto proviene dall'attuale Georgia: le fibre di lino selvatico filate, tinte e annodate trovate nella grotta di Dzudzuana risalgono addirittura a 30.000 anni fa, quindi al Paleolitico superiore: sicuramente il lino fu la prima fibra tessile in assoluto usata dall'uomo. I nostri antenati addomesticarono per la prima volta il lino nella regione della Mezzaluna Fertile: esistono prove di lino dai semi oleosi domesticato con dimensioni del seme aumentate per selezione umana da Tell Ramad in Siria, e frammenti di tessuto di lino da Çatalhöyük in Turchia, un sito vecchio di ben 9.000 anni. L'uso del lino si diffuse rapidamente, arrivando fino alla Svizzera e alla Germania 5.000 anni fa. In Cina e in India il lino domestico veniva coltivato almeno 5.000 anni fa. Il lino era ampiamente coltivato nell'antico Egitto, dove le pareti dei templi erano decorati da affreschi in cui è riconoscibile il lino in fiore, e le mummie venivano bendate utilizzando fasce di lino. I sacerdoti egiziani indossavano solo vesti di lino, poiché era considerato un simbolo di purezza. Una fabbrica dell'età del bronzo dedicata alla lavorazione del lino è stata scoperta a Euonymeia, in Grecia. I Fenici commerciavano il prezioso lino egiziano in tutto il Mediterraneo, e i Romani lo usavano per le vele delle loro navi. Con il declino dell'Impero Romano, anche la produzione di lino declinò, ma grazie a leggi volte a pubblicizzare l'igiene dei tessuti di lino e le salutari proprietà dell'olio di semi di lino, Carlo Magno fece rivivere il raccolto nell'VIII secolo. Le Fiandre divennero il principale centro dell'industria europea del lino nel Medioevo. I coloni introdussero il lino in Nord America, e i mulini per la filatura del lino furono inventati da John Kendrew e Thomas Porthouse di Darlington (Inghilterra) nel 1787. Nuovi metodi di lavorazione del lino hanno portato a un rinnovato interesse per l'uso del lino come fibra industriale, ma all'inizio del XIX secolo fu soppiantato dal cotone, più buon mercato. L'aumento dei salari agricoli causò la concentrazione della produzione di lino nella Russia settentrionale, che arrivò a fornire il 90% della produzione mondiale. Da allora il lino ha perso la sua importanza come coltura commerciale, a causa della facile disponibilità di fibre più durevoli.
I terreni più adatti alla coltivazione del lino sono quelli alluvionali e quelli argillosi contenenti una grande percentuale di sostanza organica. Le argille pesanti non sono adatte, così come i terreni di natura ghiaiosa o sabbiosa asciutta. L'agricoltura del lino richiede pochi fertilizzanti o pesticidi: entro otto settimane dalla semina, la pianta può raggiungere i 10–15 cm di altezza, e i 70–80 cm entro 50 giorni.
La fibra di lino viene estratta dalla rafia sotto la superficie dello stelo della pianta di lino: è morbida, lucente e flessibile, e i fasci di fibre hanno l'aspetto di capelli biondi e sono da due a tre volte più resistenti delle fibre di cotone. Inoltre, le fibre di lino sono naturalmente lisce e diritte. L'Europa e il Nord America dipendevano entrambi dal lino per i tessuti a base vegetale fino al XIX secolo, quando il cotone superò il lino come pianta più comune per la produzione di carta a base di stracci. Il lino è uno dei tessuti più resistenti che esistano grazie alla sua componente cellulosica che rinforza le fibre. La trama non troppo stretta rende il tessuto di lino traspirante, leggero e fresco al tatto. Ha proprietà isolanti, termoregolatrici e di assorbimento dell'umidità, che lo rendono una fibra ideale sia per l'abbigliamento che per la biancheria per la casa. Essendo una fibra naturale, è anallergico, non irrita la pelle e non attira le polveri, oltre ad essere biodegradabile e riciclabile.
Oltre che come fibra tessile, il lino viene coltivato per i suoi semi, che possono essere macinati in farina o trasformati in olio di semi di lino. I semi di lino si presentano in due varietà: marroni o gialli entrambi sono molto ricchi di omega-3 (in particolare acido alfa-linolenico), e sebbene entrambe possano essere consumate, i semi di lino marroni sono più comunemente utilizzati nella produzione di vernici, per la fibra e per l'alimentazione del bestiame. L'olio di semi di lino è uno dei più antichi oli commerciali ed è ottenuto per pressatura, talvolta seguita da estrazione con solvente. L'olio di semi di lino trattato con solvente è stato utilizzato per molti secoli come olio essiccante nella pittura e nella verniciatura.
I semi di lino possono anche essere consumati dall'uomo. Una porzione di 100 grammi di semi di lino macinati fornisce circa 534 kilocalorie, 41 g di grassi, 28 g di fibre e 20 g di proteine. I semi di lino interi sono chimicamente stabili per molti mesi, ma la farina di semi di lino macinata, a causa dell'ossidazione, può diventare rancida se lasciata esposta all'aria a temperatura ambiente in appena una settimana. La refrigerazione e la conservazione in contenitori sigillati manterranno la farina di semi di lino macinata per un periodo più lungo prima che diventi rancida. Sono molto apprezzati i panini conditi con semi di lino prima della cottura.
Dopo aver schiacciato i semi per estrarre l'olio di semi di lino, la farina di semi di lino risultante è un mangime ricco di proteine ​​per ruminanti, conigli e pesci. È spesso usata anche nel cibo per cani. L'alto contenuto di acidi grassi omega-3 della farina di semi di lino "ammorbidisce" il latte, le uova o la carne, cioè provoca un maggiore contenuto di grassi insaturi e quindi ne riduce il tempo di conservazione. L'alto contenuto di omega-3 ha anche un ulteriore svantaggio, perché questo acido grasso si ossida e irrancidisce rapidamente. Un altro svantaggio della farina è che contiene un antagonista della vitamina B6 (piridossina) e può richiedere l'integrazione di questa vitamina, specialmente nei polli. Inoltre i semi di lino contengono il 2-7% di fibra, che può essere utile agli esseri umani e ai bovini, ma non può essere digerita dai non ruminanti e può essere dannosa per gli animali giovani, a meno che non venga trattata con enzimi. I semi di lino crudi e immaturi contengono composti cianogenici e possono essere pericolosi per animali monogastrici come cavalli o conigli; la cottura elimina questo pericolo. La paglia di lino avanzata dalla raccolta dei semi oleosi è poco nutriente; è dura e indigesta e non è consigliabile utilizzarlo come foraggio per ruminanti, sebbene possa essere utilizzato come lettiera o imballato come frangivento.  La fibra di lino è una materia prima utilizzata nell'industria della carta di alta qualità per l'uso di banconote stampate, carta assorbente e filtro, cartine per sigarette e bustine di tè. Il lino viene coltivato anche come pianta ornamentale nei giardini.
La moderna medicina ha dimostrato che il consumo di più di 30 g di semi di lino al giorno per più di 12 settimane può ridurre l'indice di massa corporea, la pressione arteriosa sistolica e diastolica e il colesterolo totale nel sangue. I semi di lino e il loro olio sono generalmente riconosciuti come sicuri per il consumo umano; il glicoside cianogenico che contengono in piccole quantità non è tossico se consumato in bassi dosi. Se si mettono 5 g di semi a macerare per 30 minuti in almeno 150 ml d'acqua e li si assume 2-3 volte al giorno, l'effetto lassativo è assicurato, ma occorre evitare di prolungare il trattamento con semi di lino oltre le 3-4 settimane per evitare l'insorgere di fenomeni di occlusione intestinale. I semi di Lino possono essere assunti anche in forma di zuppa: vasta triturare un cucchiaio di semi, lasciarli a riposare in acqua bollente e poi unirli a una passata di verdure. Invece, per ottenere un cataplasma bisogna mettere 60 g di farina di lino in 250 ml d'acqua e far cuocere per circa 5 minuti fino a che non si ottiene una pasta abbastanza densa, quindi la si applica sul petto il più caldo possibile, avvolgendolo in un telo di cotone e ripetendo più volte l'applicazione per favorire il benessere delle vie respiratorie.
Nel settembre 2009, secondo quanto comparso sugli organi di stampa, le cultivar canadesi di lino sarebbero state contaminate da una cultivar geneticamente modificata, chiamata "Triffid", che aveva ottenuto l'approvazione per la sicurezza di alimenti e mangimi in Canada e negli Stati Uniti. I coltivatori canadesi e il Flax Council of Canada hanno espresso preoccupazione per la commerciabilità di questa cultivar in Europa, dove esiste una politica di tolleranza zero nei confronti degli organismi geneticamente modificati non approvati; di conseguenza, Triffid è stato cancellato dalla registrazione nel 2010 e non è mai stato coltivato commercialmente in Canada o negli Stati Uniti. Le cultivar di semi di lino canadesi sono state ricostituite con semi privi di Triffid utilizzati per piantare il raccolto del 2014, e i laboratori sono certificati per testare la presenza di Triffid al livello di un seme su 10.000.
Nell'ambiente italiano il lino ha trovato situazioni favorevoli sia per la produzione di fibra tessile che di seme. La grande industria liniera italiana ebbe origine verso il 1840, con l'impianto di opifici meccanici a Villa d'Almè e a Cassano d'Adda. Nel 1928, l'industria, che produce in misura inferiore alle esigenze del mercato, è concentrata specialmente in Lombardia, Veneto, Emilia e Campania.
Dopo aver raggiunto la massima espansione negli anni 1850-1870, quando occupava una superficie di 50.000 ettari, il lino andò progressivamente perdendo terreno. L'affermazione di fibre naturali alternative al lino e successivamente delle fibre sintetiche, fu alla base di declino, al quale dette un contributo decisivo anche l'arretratezza tecnica della linicoltura che, mancando di moderne strutture per la macerazione e la lavorazione, condotte per lo più a livello familiare, non seppe adeguarsi alle esigenze dell'industria, che richiedeva un prodotto di qualità, con caratteristiche specifiche uniformi. Un importante tentativo di rilancio della coltivazione del lino ebbe luogo tra le due guerre: nel 1940 la produzione di paglia di lino raggiunse le 24.500 tonnellate, mentre le superfici investite raggiunsero complessivamente i 15.000 ettari. Questi successi non riuscirono tuttavia ad impedire un nuovo declino, che cominciò dopo la guerra. Il territorio del Comune di Linera, in provincia di Catania, prima della sua fondazione fu adibito alla coltivazione del lino, e con la fondazione del nucleo abitato, avvenuta agli inizi del XIX secolo, il paese ha assunto la denominazione attuale in ricordo di queste antiche coltivazioni. La semina avviene normalmente ai primi di marzo, la raccolta dalla metà alla fine di maggio e proporzionalmente più tardi nelle regioni del Nord. Nel 2021 gli ettari coltivati erano 429, con una produzione di 9.294 quintali. La Toscana coltivava 315 ettari, il resto era distribuito tra Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. La coltivazione del lino da fibra copriva 16 ettari.
Il lino è ampiamente citato nella Bibbia. Quando Giuseppe è nominato Vicerè d'Egitto, « i faraone si tolse di mano l'anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d'oro » (Gen 41,42). Nel corso delle Piaghe d'Egitto, « il lino e l'orzo erano stati colpiti, perché l'orzo era in spiga e il lino in fiore » (Es 9,31) Mosè comunica al popolo gli ordini del Signore per quando riguarda le vesti: « Il sacerdote, indossata la tunica di lino e vestiti i calzoni di lino sul suo corpo, toglierà la cenere, dopo che il fuoco avrà consumato l'olocausto sopra l'altare » (Lv 6,3). Ezechiele riprende questa prescrizione per i sacerdoti: « Quando entreranno dalle porte dell'atrio interno, indosseranno vesti di lino; non porteranno alcun indumento di lana… Porteranno in capo turbanti di lino e avranno calzoni di lino sui fianchi: non si cingeranno con indumenti che fanno sudare. » (Ez 44,17-18) Il libro di Ester ci ricorda che il palazzo del re Assuero (secondo alcuni l'imperatore persiano Serse, secondo altri suo figlio Artaserse I) era decorato di questo tessuto nobile: « La sala era adornata con drappi di lino delicato e pregiato, appesi a cordoni di lino color porpora, fissati a ganci d'oro e d'argento, su colonne di marmo pario e di pietra » (Est 1,6) Secondo il libro di Daniele, persino gli angeli sono vestiti di lino: « Alzai gli occhi e guardai, ed ecco un uomo vestito di lino, con ai fianchi una cintura d'oro di Ufaz... » (Dan 10,5) Nell'elogio della donna virtuosa, il libro dei Proverbi dice: « Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani... » (Prov 31,13) Del ricco epulone e dell'omonima parabola il Vangelo dice: « C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti... » (Lc 16,19) L'evangelista Giovanni utilizza il lino per festeggiare le nozze dell'Agnello, che sono simbolo del Regno dei Cieli: « Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a Lui gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente. » E specifica: « La veste di lino sono le opere giuste dei santi. » (Ap 19,7-8)
Ma soprattutto, è tessuta in lino a spina di pesce la Sindone di Torino, un lenzuolo di circa  4,41 x 1,13 metri, su cui è visibile la doppia immagine del corpo di un uomo morto in seguito ad una serie di torture culminate con la sua crocifissione. L'immagine è danneggiata da due linee nere strinate e da una serie di lacune, a causa dell'incendio scoppiato nel 1532 a Chambéry dove era conservata. Secondo la tradizione cattolica, la Sindone di Torino è il lenzuolo citato nei Vangeli (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53) che fu usata da San Giuseppe d'Arimatea per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro. Secondo alcuni la Sindone coinciderebbe con il Mandylion di Edessa, trasferito a Costantinopoli per sfuggire all'occupazione araba e poi trafugato da Crociati durante lo scigurato Sacco di Costantinopoli del 1204. I credenti fanno leva sul mistero che avrebbe portato alla formazione dell'immagine sindonica, al crocifisso su di essa rappresentato e su varie prove scientifiche (es. la presenza di pollini provenienti solo da Palestina e Anatolia), mentre gli scettici citano una datazione al carbonio-14 effettuata nel 1988, che ha datato il lenzuolo all'inizio del XIV secolo, ma anche quest'ultima datazione è controversa perchè quasi certamente il tessuto datato era contaminato. Comunque sia, di sicuro la Sindone è importante perchè rappresenta un rimando diretto e immediato che aiuta a comprendere e meditare la drammatica realtà della Passione di Gesù, e per questo San Giovanni Paolo II l'ha definita «della passione, della morte e della resurrezione testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente ». E' in lino anche il cosiddetto Sudario di Oviedo, che non mostra immagini riconoscibili ma solo macchie di sangue, che però sono perfettamente compatibili con il volto dell'Uomo della Sindone, infittendo il mistero.
Per concludere, nelle prime versioni della fiaba della Bella Addormentata, come "Sole, Luna e Talia" di Giambattista Basile (1583-1632), la principessa si punge il dito non su un fuso, come mostra il celebre lungometraggio animato di Walt Disney, ma su una scheggia di lino. "Il lino" è anche il titolo di una bella fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen (1805-1875), nel quale il lino racconta in prima persona la propria avventurosa vita dalla semina all'utilizzo come carta. Due pittori belgi, attivi nello stesso periodo, hanno rappresentato il momento della raccolta del lino nei loro dipinti: Modeste Huys (1874–1932) ed Emile Claus (1849–1924). Nel settembre 1889, poco prima della sua morte in circostanze mai del tutto chiarite, Vincent van Gogh (1853-1890), dipinse la "Contadina che stiglia il lino" a Saint-Rémy-de-Provence, ispirandosi al disegno su carta di Jean-François Millet che fa parte della raccolta "The Labours of the Fields" esposta nello stesso Museo. Invece "Le filatrici di lino" è un'opera dell'inglese Mark Senior (1864–1927) Il motivo del Il lino è stato adottato come simbolo dell'Irlanda del Nord: i sei fiori indicano le sei contee che compongono il Paese, mentre la pianta ricorda la sua storia e la sua importanza nell'agricoltura e nelle industrie manifatturiere. Nel 1986 è stata emessa, con un conio totale di 10.409.501 pezzi, una moneta da una sterlina recante sul retro il disegno di una pianta di lino e il diadema reale che rappresentano l'Irlanda del Nord.

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I giunchi su cui fu scritta la storia dell'uomo
E veniamo al papiro. Cyperus papyrus, conosciuto anche come canna della carta o erba del Nilo, è una pianta da fiore acquatica appartenente alla famiglia delle Ciperacee. È una tenera pianta erbacea perenne, originaria dell'Africa, e forma alti banchi di vegetazione palustre simile a un canneto in acque poco profonde. Questa pianta acquatica alta e robusta può crescere da 4 a 5 m, ma ai margini di laghi d'alta quota come il lago Naivasha in Kenya e il lago Tana in Etiopia, ad altitudini di circa 1.800 m, i culmi di papiro possono misurare fino a 9 metri di altezza. Ogni culmo è un ' internodo, il più lungo conosciuto di qualsiasi pianta. Forma un ciuffo di steli verdi triangolari che si alzano da spessi rizomi legnosi. Ogni stelo è sormontato da un denso grappolo di raggi filiformi sottili, verde brillante, lunghi da 10 a 30 cm (da 4 a 10 pollici), che assomigliano a un piumino quando la pianta è giovane. L'infiorescenza è un'ombrella appuntita, ciascuno dei fino a mille raggi dell'ombrella termina in un spiga di piccoli fiori bruno-verdastri, i quali poi lasciano il posto a frutti marroni simili a noci. Sebbene non siano visibili foglie al di sopra della superficie del suolo, le parti più giovani del rizoma sono ricoperte da squame rosso-marroni, cartacee, triangolari, che ricoprono anche la base dei culmi. Tecnicamente si tratta di foglie ridotte, quindi in senso stretto non è del tutto corretto chiamare questa pianta "senza foglie"come fanno alcuni. Il papiro tollera temperature annuali da 20° a 30°C e un pH del suolo da 6,0 a 8,5. Fiorisce a fine estate e preferisce il pieno sole a condizioni parzialmente ombreggiate. Come la maggior parte delle piante tropicali, è sensibile al gelo. Il carice di papiro forma vasti popolamenti nelle paludi, nei laghi poco profondi e lungo le rive dei corsi d'acqua nelle parti più umide dell'Africa; in acque più profonde è il principale costituente delle masse di vegetazione galleggianti e aggrovigliate note come sudd. Le teste fiorite sono siti di nidificazione ideali per molte specie sociali di uccelli.
L'areale originario della specie era l'Africa tropicale e subtropicale, dal Madagascar ala Giordania; secondo alcuni potrebbe essere originario anche della Sicilia orientale, mentre secondo altri vi è stato introdotto dagli Arabi nel IX secolo. Come nella maggior parte dei carici, l'impollinazione avviene tramite il vento, non con gli insetti, e i frutti maturi dopo il rilascio vengono distribuiti dall'acqua. Nel delta del Nilo Cyperus papyrus era ampiamente coltivato fin da tempi antichissimi: ad esempio è raffigurato su un frammento di stucco restaurato dal palazzo di Amenhotep III vicino all'attuale villaggio di Malkata. In Egitto la produzione di papiro ebbe un brusco rallentamento fino a scomparire nell'XI secolo, dopo 4200 anni di produzione, a causa di una forte siccità che dal 1052 al 1055 colpì il fiume Nilo, portando il papiro egiziano vicinissimo all'estinzione: né l'esploratore Peter Forsskål (1732-1763), discepolo di Carlo Linneo, recatosi in Egitto nel 1760, né la spedizione napoleonica del 1799 lo videro nel Delta. Fu riscoperto nel 1968, ed attualmente in Egitto rimane solo una piccola popolazione di papiro a Wadi El Natrun. Oggi però è stato introdotto in molti altri paesi. Secondo Teofrasto (Storia delle piante, IV, 10) cresceva anche in Siria, mentre Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) vi aggiunge i corsi dei fiumi Niger ed Eufrate. In Europa cresce spontaneamente solo in alcune zone umide della Sicilia orientale, in particolare nel territorio di Siracusa, lungo il corso dei fiumi Anapo e Ciane, e alle sorgenti del Fiumefreddo nel catanese. Negli Stati Uniti ha invaso la Florida, la Louisiana, la California e le Hawaii.
La pianta del papiro è relativamente facile da coltivare dal seme, anche se in Egitto è più comune dividere il portainnesto, che cresce abbastanza velocemente una volta stabilito. È preferibile un terreno estremamente umido o radici affondate nell'acqua e la pianta può fiorire tutto l'anno. La propagazione vegetativa è il processo suggerito per creare nuove piante: la si esegue dividendo i rizomi in piccoli gruppi e piantandoli separatamente.
La parola papiro, da cui derivano l'inglese "paper", il tedesco e il polacco "papier", il danese e il norvegese "papir", lo svedese "papper", lo spagnolo e il portoghese "papel", il finlandese "paperi", l'estone "paber" e l'antico slavo "papirije", tutti nel significato generico di "carta", è a volte ricondotta attraverso il greco "papyros" al termine "pappos", "lanugine", ma questa etimologia non è convincente, perchè quasi certamente la parola è di origine egiziana antica. Qualcuno la riconnette al copto "papirop", cioè "germoglio". Da notare che fa eccezione l'italiano, in cui la parola "papiro" è usata solo per indicare un qualche documento, specialmente burocratico. La parola "carta" invece deriva dal latino "charta", che indicava in origine un singolo foglio di papiro o di pergamena. A sua volta "charta" deriva dal greco "chartes", parola che alcuni ricollegano al greco "charasso", "incido" (come si incidevano le tavolette di cera o di argilla); forse però anche tale termine ha un'origine molto più lontana, e anch'essa egiziana, da un termine utilizzato per indicare i singoli fogli di papiro. Invece il nome latino del genere, Cyperus, proviene dal greco "kypeiros", probabilmente di origine semitica e riconnesso all'ebraico "kōper", che indicava una resina citata anche nella Bibbia.
Oggi il papiro viene coltivato soprattutto a scopo ornamentale, ma nell'Antico Egitto (dove era chiamato "aaru") aveva molteplici usi: il midollo era usato come alimento e fonte di fibre tessili, i fiori per farne ghirlande, il rizoma come combustibile e le parti più robuste (radici e fusto) per pentole, utensili, calzature, sartiame e addirittura per farne imbarcazioni. Esse sono visibili nei bassorilievi della IV dinastia che mostrano uomini che tagliano il papiro per costruire una barca; barche simili sono ancora prodotte nel Sudan meridionale. I pescatori del delta dell'Okavango usano ancor oggi piccole sezioni dello stelo come galleggianti per le loro reti. Secondo l'Odissea, Ulisse fece chiudere l'ingresso nella sua sala da pranzo con una fune di papiro quando fece strage dei Proci (Odissea XXI,390). Il papiro inoltre era fondamentale nei riti religiosi della Valle del Nilo. Nel Basso Egitto il papiro era simbolo di fertilità, fecondità e rigenerazione; la pianta veniva offerta come dono agli dei egizi durante le processioni religiose e funerarie. Per esempio nel Papiro di Ani, databile al 1250 a.C., scoperto nel 1888 ed oggi conservato al British Museum di Londra, è possibile osservare la raffigurazione dello scriba reale Ani e di sua moglie mentre offrono agli dei doni sacrificali per poter accedere al cospetto di Osiride (è la versione più completa del cosiddetto "Libro dei Morti"); il papiro nelle mani della moglie simboleggia la rinascita ad una nuova vita. E non basta: gli antichi Egizi si nutrivano di papiro crudo, lessato oppure arrosto, ne mangiavano le radici e ne bevevano il succo. A Siracusa era abitudine dei pastori estrarre dalla parte più tenera della pianta, ovvero dal midollo, il succo dolciastro.
L'uso più famoso del papiro era però un altro: dal papiro si ricava un materiale di supporto alla scrittura che ebbe un vastissimo utilizzo nell'antichità. Si otteneva incollando opportunamente svariati strati di strisce di midollo disposti perpendicolarmente l'uno all'altro. Si può dire che sul papiro sia stata scritta la storia delle civiltà mediterranee dell'antichità: l'introduzione della pergamena, più resistente, risale infatti solo al II secolo e la sua diffusione al V. Il nome più antico di questa pianta è byblos, derivante da quello dell'antica città fenicia di Byblos che ne faceva commercio; non a caso, da tale termine deriva quello odierno di "libro", ma anche di "Bibbia!" I più antichi papiri ritrovati dagli archeologi risalgono al terzo millennio avanti Cristo grazie al clima secco dell'Egitto. I ritrovamenti sono comunque rari e perciò sono molto famose alcune raccolte di frammenti, come quella rinvenuta nell'antica città egiziana di Ossirinco e quella più recentemente scoperta a Nag Hammadi. Una parte dei celebri Manoscritti del Mar Morto ritrovati presso l'antica comunità essena di Qumran e databili tra il 150 a.C. e il 70 d.C. fu scritta su papiro. Ricordiamo tra l'altro il Papiro di Rhind, compilato dallo scriba Ahmes verso il 1650 a.C. durante il regno di Aauserra Ipepi (quinto sovrano della XV dinastia), forse utilizzando il materiale di papiri più antichi; oggi si trova al British Museum, che lo acquistò nel 1865. Il nome Rhind fa riferimento ad Alexander Henry Rhind (1833-1863), un antiquario scozzese che acquistò il papiro nel 1858 sul mercato nero egiziano. Probabilmente è il più esteso papiro egizio di argomento matematico giunto fino a noi: contiene 84 problemi aritmetici, algebrici e geometrici con le relative soluzioni. Dal momento che nel clima europeo un papiro poteva conservarsi in buono stato per circa trecento anni, non sono sopravvissuti in Europa molti papiri originali di età greca o romana; le uniche eccezioni sono i papiri carbonizzati rinvenuti nella famosa Villa dei Papiri di Ercolano, che tecniche modernissime hanno reso nuovamente leggibili. Nel 641 d.C. l'Egitto venne conquistato dagli Arabi, e le conseguenze per il commercio del papiro furono esiziali, perché i nuovi padroni decisero di commerciare solo con genti di fede musulmana. Tutta l'Europa rimase quindi tagliata fuori dal commercio del papiro. La cancelleria pontificia redasse l'ultimo documento su papiro nel 1057; il papiro fu sostituito prima dalla pergamena e poi dalla più economica carta. In epoca moderna fu l'archeologo catanese Saverio Landolina Nava (1743-1814) a far riprendere la produzione della millenaria carta di papiro verso il 1780 nella città di Siracusa, e lo fece utilizzando i papiri del fiume Ciane e le istruzioni dell'antico romano Plinio il Vecchio, il quale le aveva lasciate scritte nella sua "Naturalis Historia". La nuova produzione imita sostanzialmente i papiri antichi ed è indirizzata ad un mercato essenzialmente turistico.
Una curiosità: fino agli anni settanta era chiamato scherzosamente "papiro" un documento rilasciato dagli studenti degli ultimi anni alle giovani "matricole", dietro opportuno compenso. Serviva di fatto come una specie di passaporto di frequentazione dell'università, che la matricola doveva portare con sé per evitare atti di nonnismo (a volte pesanti) soprattutto da parte degli studenti più anziani e fuori corso.
Il papiro è citato molte volte nella Bibbia. La madre di Mosè, « non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo » (Es 2,3) Il tema della nascita di Mosè si colloca in un diffuso genere letterario circa le narrazioni dell'infanzia di uomini famosi, che sarebbero stati abbandonati in una foresta o in una cesta in balia delle acque, furono salvati da provvidenziali soccorritori e divennero chiavi di volta della storia. Tra gli altri hanno avuto questo destino Romolo e Remo, Edipo di Tebe, Paride figlio di Priamo e Sargon di Akkad, conquistatore mesopotamico del XXIII secolo a.C. che sarebbe stato abbandonato sull'Eufrate in una cesta, e sarebbe stato salvato e allevato dal giardiniere degli déi. Inoltre un antico mito egizio, di cui gli Ebrei furono a conoscenza durante la loro permanenza nel delta, narra che la dea Iside nascose suo figlio Horus, appena nato, in una macchia di papiro del delta per salvarlo dalla morte minacciata da Seth. Giobbe dice poi: i miei giorni « volano come barche di papiro, come aquila che piomba sulla preda. » (Gb 9,26) Alle famose barche di papiro fa riferimento anche il profeta Isaia in un suo celebre oracolo contro 'Etiopia: « Ah! Terra dagli insetti ronzanti, che ti trovi oltre i fiumi dell'Etiopia, che mandi ambasciatori per mare, in barche di papiro sulle acque... » (Is 18,1-2): probabilmente il profeta si riferisce ai cosiddetti "Faraoni Neri" della XXV dinastia, di origine nubiana, che approfittarono dello stato di anarchia feudale in cui versava l'Egitto per conquistarlo e governarlo dal 727 al 671 a.C., per poi essere ricacciati a sud dall'invasione degli Assiri guidati da Assurbanipal.
Per finire, non possiamo non citare l'esploratore ed avventuriero norvegese Thor Heyerdahl (1914-2002), sostenitore di tesi archeologiche eterodosse e per lo più respinte dagli storici accademici. Nel tentativo di dimostrare che antichi popoli africani o mediterranei avrebbero potuto raggiungere l'America precolombiana e popolarla, una tesi che periodicamente torna alla ribalta ma che non ha mai trovato tesi convincenti a suo sostegno, egli fece costruire una barca interamente in papiro utilizzando solo le tecniche note all'epoca faraonica, la battezzò "Ra" e nel 1969 partì dalla città marocchina di Safi, nota anche ai Fenici, ma dopo 56 giorni naufragò a solo una settimana di navigazione dalla meta. Ci riprovò l'anno successivo con il "Ra II ", stavolta costruita da nativi americani Aymara del lago Titicaca, percorse in 57 giorni 3.270 miglia e finalmente raggiunse l'isola di Barbados. Gli storici riconoscono che con questa impresa egli dimostrò la fattibilità tecnica, già nell'antichità, di lunghe traversate oceaniche, ma ovviamente questo non significa che tali traversate furono fatte davvero. Gli antichi eseguivano per lo più navigazioni sottocosta, temendo di affrontare l'ondoso mare, e la totale assenza oltreoceano di manufatti egizi o fenici autentici (di fasulli ne sono stati spacciati parecchi) rende improbabile che tali imprese siano state compiute davvero, nonostante la resistenza delle navicelle realizzate con il solo apparentemente fragile papiro.

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Il fiore che per poco non costò caro a 007
La digitale (Digitalis purpurea) è una pianta erbacea e perenne dai grandi fiori rossi, la cui classificazione tassonomica è in via di definizione in quanto fino a poco tempo fa il suo genere apparteneva alla famiglia delle Scofulariacee, mentre oggi con i nuovi sistemi di classificazione filogenetica è stata assegnata alla famiglia delle Plantaginacee. In spagnolo è chiamata anche "Alcahueta del cerezo" ("Protettrice del ciliegio").
Si tratta di una pianta alta da mezzo metro fino a un metro e mezzo con ciclo biologico bienne; il fusto fiorito si sviluppa il secondo anno; le gemme sono situate alla base del terreno, mentre i fusti hanno un'infiorescenza terminale. Il fusto è eretto, a sezione cilindrica e di colore bianco; la sua superficie è ricoperta di peli ghiandolari e non è ramificato. Tutte le foglie sono ricoperte da nervature reticolate e crenate sui bordi; sono bianche sulla pagina inferiore, mentre quella superiore è colorata di verde scuro. Le foglie basali, raccolte in rosette, hanno forma da ovale o oblunga a spatolata, acute all'apice e picciolo strettamente alato; dimensione delle foglie basali: larghezza 2 – 3 cm; lunghezza 12 - 15 cm; invece quelle nella parte aerea dello stelo sono lanceolate, disposte a spirale lungo il fusto. L'infiorescenza è formata da un racemo allungato, che arriva a mezzo metro di lunghezza, e alla base di ogni pedicello è presente una brattea. I singoli fiori sono penduli, onde proteggere il polline e il nettare dalla pioggia. I fiori sono ermafroditi, tetraciclici (sono composti da calice, corolla, androceo e gineceo) e pentameri (calice e corolla sono divisi in cinque parti). La corolla ha forma campanulata, è di colore rosso porporino chiazzata di bianco (ma esistono varietà in cui il fiore è rosa, giallo o bianco) e nella zona dell'ovario prende una forma tubolare nella parte che contiene il nettare. È noto che i colori dei petali della Digitalis purpurea sono determinati da almeno tre geni che interagiscono tra loro. Nella parte interna sono presenti delle setole pelose. Gli stami sono cinque e sono inclusi nella campanula corollina. Normalmente fiorisce da maggio a luglio. L'impollinazione avviene tramite insetti. Le antere maturano prima degli stimmi, e quindi è possibile l'autoimpollinazione, ma è anche chiaro che tutta la struttura del fiore è predisposta per favorire l'impollinazione soprattutto da parte dei calabroni. Il frutto è una capsula verde allungata che si apre per fenditure longitudinali, in modo che venga disperso al vento un gran numero di piccolissimi semi di 0.1-0.2 mm di diametro. I semi cadono a terra dopo essere stati trasportati per alcuni metri dal vento, e sono successivamente dispersi soprattutto da insetti come le formiche (disseminazione mirmecoria).
Originaria dell'area del Mediterraneo occidentale, in Italia è spontanea principalmente in Sardegna; altrove è coltivata nei giardini. Oggi è stata diffusa praticamente in tutto il mondo per motivi ornamentali. Il suo tipico habitat sono le radure boschive collinari, i pascoli montani, le strade forestali e le aree incendiate. Il substrato preferito è siliceo con pH acido ed alti valori nutrizionali del terreno, che deve essere mediamente umido. Sui rilievi la si può trovare da 500 fino a 1.700 m sul livello del mare. Digitalis purpurea è resistente fino a temperature di - 15°C.
I botanici si sono chiesti l'utilità delle macchie e delle setole pelose all'interno della corolla. Probabilmente le macchie hanno una funzione di guida alla ricerca del nettare da parte degli insetti pronubi, mentre la presenza delle setole pelose non trova tutti concordi in una univoca spiegazione: c'è chi dice che servano a tenere lontani certi insetti troppo piccoli, o chi al contrario che le setole servano come punto di appoggio per essi.
Le larve del carlino della digitale (Eupithecia pulchellata) si nutrono dei fiori della digitale: i bruchi di questa falena strisciano nei fiori appena sbocciati, un bruco per fiore, quindi tessono una tela di seta sull'imboccatura del fiore, sigillandolo, e procedono a nutrirsi degli stami e dei semi in via di sviluppo. Quando gli altri fiori non infetti cadono, la corolla dei fiori infetti rimane sulla pianta e il bruco diventa una pupa dentro il fiore. Questa specie è stata segnalata in Gran Bretagna, Germania, Svizzera e Austria. Esistono anche lepidotteri che mangiano le foglie, tra cui Mellicta athalia e Xestia ashworthii in Gran Bretagna, Eurodryas aurinia in Romania e Mellicta deione in Portogallo.
Il primo studioso ad introdurre il nome del genere fu il botanico e fisico germanico Leonhart Fuchs (1501-1566); il termine "Digitalis" significa "ditale", e indubbiamente il fiore ricorda questo oggetto da sartoria, visto che un dito umano vi può essere infilato per intero. In seguito il botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708) lo rese popolare nelle sue opere, Linneo assegnò a questo genere una dozzina di specie. Il nome della specie ("purpurea") allude invece al colore porporino dei fiori.
Secondo le leggende celtiche irlandesi, il fiore della Digitalis sarebbe usato dagli elfi come copricapo. Si dice che le fate malvagie abbiano creato i suoi fiori per le volpi affinché le usino come guanti in modo da irrompere nei pollai senza provocare alcun rumori, e che il disegno dei fiori corrisponda alle impronte digitali delle fate sfortunate.
L'uso di estratti della Digitalis purpurea per il trattamento dello scompenso cardiaco fu descritto per la prima volta dal britannico William Withering (1741-1799). Le foglie di questa pianta contengono infatti alcuni glicosidi farmacologicamente attivi (digitossina e digossina) che hanno potenti effetti sul cuore, inibendo la attività della ATPasi sodio-potassio; ciò causa un aumento del Na+ intracellulare e del calcio, il che produce un aumento della forza di contrazione del muscolo cardiaco. Sono principalmente indicati nella terapia dell'aritmia e dell'insufficienza cardiaca; tuttavia le stesse sostanze, se assunte in dosi eccessive, possono causare seri problemi, dall'aritmia all'arresto cardiaco, talora letali. La digitale è un classico esempio di farmaco derivato da una pianta usata un tempo come rimedio dalla medicina popolare: inizialmente, una volta accertata l'utilità della digitale nel regolarizzare il polso, la pianta venne impiegata per curare un gran numero di patologie, compresa l'epilessia e altri disturbi convulsivi. Durante la seconda guerra mondiale furono istituiti comitati erboristici per raccogliere erbe medicinali quando la guerra navale degli U-boot tedeschi creava carenza di farmaci; i comitati raccoglievano anche la Digitalis purpurea che veniva usata per regolare il battito cardiaco. Oggi però per tutte queste indicazioni l'uso della digitale è considerato inadeguato, ed anche in erboristica il suo uso è stato ormai abbandonato a causa del suo basso indice terapeutico e della difficoltà nel determinare la dose attiva. Infatti un leggero aumento nel dosaggio di queste sostanze può fare la differenza tra una dose innocua e una fatale. L'intossicazione da digitale derivante da sovradosaggio può manifestarsi con una visione in itterico (giallo) e con la comparsa di contorni confusi (aloni) e bradicardia; i sintomi comprendono inoltre nausea e vomito. La possibile insorgenza di blocco atrio-ventricolare può essere fatale. Nel famoso film "007 - Casino Royale" (2006), James Bond interpretato dall'algido Daniel Craig si scontra in un torneo di poker con il cattivone di turno, Le Chiffre, il quale, sconfitto, gli fa versare estratto di Digitalis nel suo Martini. Bond ne beve un sorso, si sente male e va in arresto cardiaco, ma viene salvato da Vesper Lynd con un defibrillatore portatile. Bella mossa, ma se il film descrive correttamente i sintomi della tossicità della Digitalis, il tempismo è sbagliato: la Digitalis richiede in genere almeno sei ore per mostrare i suoi effetti in modo acuto. Naturalmente i film di James Bond si basano su drammi sensazionalistici, e questo spiega anche l'uso di un defibrillatore, un trattamento che secondo i medici potrebbe innescare aritmie cardiache ancora peggiori o interrompere del tutto il battito cardiaco. La lidocaina, il farmaco che Bond si inietta, probabilmente sarebbe stato sufficiente, sebbene la stessa lidocaina possa anche contribuire alle aritmie se non dosata correttamente.
Alcuni storici sostengono che il dottor Paul Ferdinand Gachet (1828-1909) abbia prescritto estratto di Digitalis a Vincent Van Gogh (1853-1890) per curare la sua epilessia. Ma questo estratto comprometterebbe la percezione visiva e tingerebbe la visione di giallo, proprio come si vede in molti suoi quadri. In effetti Van Gogh ha dipinto il "Ritratto del dottor Gachet con ramo di digitale", ma non ci sono prove dirette che il grande pittore ne abbia assunto l'estratto.
Infine, "La Digitale purpurea" è una celebre poesia di Giovanni Pascoli pubblicata nel 1898 nei "Primi Poemetti". La composizione prende spunto da un ricordo di Maria, sorella di Pascoli, che raccontò al fratello della presenza di questa specie vegetale presso l'istituto di suore che la ospitava, a Sogliano al Rubicone, e le suore le avevano vietato di avvicinarsi ad esso perchè velenoso. Pascoli inventa la storia di una donna bionda, Maria, personificazione della sorella, e di una seconda donna bruna, Rachele, simbolo dell'altra sorella Ida. Le due donne si incontrano dopo molti anni, uscite dal convento, e parlando dei ricordi in comune Rachele confessa a Maria di essersi avvicinata al fiore e di averlo odorato. « L'aria soffiava luce di baleni / silenzïosi. M'inoltrai leggiera, / cauta, su per i molli terrapieni / erbosi. I piedi mi tenea la folta / erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni! / Vieni! E fu molta la dolcezza! molta! / Tanta, che, vedi… (l'altra lo stupore / alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta / con un suo lungo brivido…) si muore! » Ida infatti si è sposata e, attraverso il matrimonio, ha odorato la Digitalis purpurea, ovvero ha provato la trasgressione consumando un rapporto sessuale. In altre parole Rachele/Ida ha odorato il fiore che le ha fatto provare l'abbandono dei sensi, ed ora è come morta, come Eva dopo aver mangiato il frutto proibito. Insomma, la poesia mostra la contrapposizione tra innocenza e sensualità, un tema molto caro al Decadentismo (ritornerà ne "Il Piacere" di D'Annunzio, dove il protagonista Andrea Sperelli è diviso tra due donne assai diverse tra loro, Maria Ferres la pudica ed Elena Fuentes la trasgressiva). Quanta poesia in un fiore purpureo a forma di ditale!

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La fibra degli Assassini
E ora, la canapa! Cannabis è un genere di piante da fiore della famiglia delle Cannabacee. Il genere Cannabis era precedentemente collocato nella famiglia dell'ortica, le Urticacee, o nella famiglia del gelso, le Moracee; successivamente, insieme al genere Humulus (quello del luppolo), è stata creata per essa una famiglia separata. Recenti studi filogenetici basati sull'analisi del sequenziamento genico suggeriscono che le Cannabaceee in senso stretto siano comparse all'interno della precedente famiglia delle Celtidacee, e che le due famiglie dovrebbero essere unite per formare un'unica famiglia monofiletica. Il numero di specie all'interno del genere Cannabis è controverso; di solito le tre specie riconosciute sono Cannabis sativa, Cannabis indica (la famigerata "canapa indiana") e Cannabis ruderalis, ma alcuni includono quest'ultima in Cannabis sativa, altri trattano tutte e tre come sottospecie di Cannabis sativa. Il genere è ampiamente accettato come originario dell'Asia. La cannabis è un'erba annuale, dioica, con foglie palmate composte o digitate, con foglioline seghettate. La prima coppia di foglie di solito ha una sola fogliolina, il numero aumenta gradualmente fino a un massimo di circa tredici foglioline per foglia (solitamente sono sette o nove), a seconda della varietà e delle condizioni di crescita. Nella parte superiore di una pianta in fiore, questo numero diminuisce nuovamente a una singola fogliolina per foglia. Le foglie hanno un modello di venatura peculiare che varia leggermente tra le varietà e che consente una facile identificazione delle foglie di cannabis da specie non imparentate con foglie simili. Tutti i ceppi conosciuti di Cannabis sono impollinati dal vento, e il frutto è un achenio. La cannabis è prevalentemente dioica, con fiori staminati "maschili" e fiori pistillati "femminili" presenti su piante separate. I fiori maschili sono normalmente portati sciolti pannocchie, e i fiori femminili sono portati su racemi. Sono state descritte anche molte varietà monoiche, che portano fiori maschili e femminili in posizioni diverse sulla stessa pianta. Le varietà dioiche sono preferite per la produzione di droga, dove vengono utilizzati i frutti, e per la produzione di fibre tessili, mentre le varietà monoiche sono preferite per la produzione di polpa e carta.
Le piante di cannabis producono un gran numero di sostanze chimiche come difesa contro gli erbivori. Un gruppo di queste sostanze sono chiamate cannabinoidi, che inducono effetti fisici e psichici se consumati. Cannabinoidi, terpenoidi e altri composti sono secreti dai tricomi ghiandolari che si trovano più abbondantemente sui calici floreali e sulle brattee delle piante femminili. Sono stati isolati nella Cannabis almeno 85 cannabinoidi diversi, molti dei quali producono lo "sballo" che si può provare consumando marijuana. I due cannabinoidi solitamente prodotti in maggiore abbondanza sono il cannabidiolo (CBD) e/o il Δ 9 - tetraidrocannabinolo (THC), ma solo il THC è psicoattivo. Sebbene la produzione complessiva di cannabinoidi sia influenzata da fattori ambientali, il rapporto THC/CBD è determinato geneticamente e rimane fisso per tutta la vita di una pianta.
La parola "canapa" deriva dall'antico inglese "hænep", dal proto-germanico *hanapiz. Alcuni studiosi ritengono che sia un prestito non ricostruito di origine scitica. Anche la parola greca κάνναβις, da cui deriva quella cannabis, è considerata un prestito della stessa origine scita, abbastanza antico da essere influenzato dalla legge di Grimm, per cui l'iniziale proto-indoeuropea *k- diventa *h- in germanico. Lo spostamento di *k → h indica che era una parola in prestito nella lingua madre germanica in una profondità temporale non successiva alla separazione del germanico comune dal proto-indoeuropeo, verso il 500 a.C. Altri sostengono che il nome viene dal greco "kanna" per la forma della pianta e dal suffisso "bis", che si riferirebbe ai termini "bosm" (ebraico) e "busma" (aramaico) col significato di "aromatico, dal buon profumo".  Invece "ḥashīsh" in arabo significa semplicemente "erba".
Probabilmente la Cannabis si è separata dal suo parente più stretto, Humulus (il luppolo) alla metà dell'Oligocene, circa 27,8 milioni di anni fa, secondo le stime dell'orologio molecolare. Il centro di origine della Cannabis è probabilmente nell'altopiano tibetano nord-orientale. I pollini di Humulus e Cannabis sono molto simili e difficili da distinguere; il polline più antico che si ritiene provenga dalla Cannabis proviene dal Ningxia, in Cina, al confine tra l'altopiano tibetano e l'altopiano del Loess, e risale al primo Miocene, circa 19,6 milioni di anni fa. Cannabis si è ampiamente distribuito in Asia dal tardo Pleistocene. La cannabis più antica conosciuta nell'Asia meridionale risale a circa 32.000 anni fa.
Secondo le prove genetiche e archeologiche, la cannabis fu domesticata per la prima volta circa 12.000 anni fa nell'Asia orientale durante il primo Neolitico. L'uso della cannabis come droga che altera la mente è stato documentato da reperti archeologici nelle società preistoriche in Eurasia e in Africa. La più antica testimonianza scritta dell'uso di cannabis è il riferimento dello storico greco Erodoto agli Sciti dell'Eurasia centrale che facevano bagni di vapore alla cannabis. Nelle sue Storie (440 a.C.) scrive: "Gli Sciti, come ho detto, prendono un po' di questo seme di canapa [presumibilmente, fiori] e, strisciando sotto le coperture di feltro, lo gettano sulle pietre arroventate; immediatamente fuma ed emette un tale vapore come nessun bagno di vapore greco può superare; gli Sciti, deliziati, gridano di gioia." Anche i Greci e i Romani usavano la cannabis. In Cina le proprietà psicoattive della cannabis sono descritte nello Shennong Bencaojing del III secolo d.C. Il fumo di cannabis veniva inalato dai taoisti, che lo bruciavano insieme all'incenso. In Medio Oriente l'uso si è diffuso in tutto l'impero islamico fino al Nord Africa. Nel 1545 la cannabis si diffuse nel Nuovo Mondo, dove gli spagnoli la importarono in Cile per usarla come fibra. In Nord America la cannabis veniva coltivata per essere utilizzata per fabbricare corda, stoffa e carta. Il cannabinolo (CBN) è stato il primo composto ad essere isolato dall'estratto di cannabis alla fine del 1800. La sua struttura e sintesi chimica furono ottenute nel 1940, seguite da alcuni dei primi studi di ricerca clinici per determinare gli effetti dei singoli composti derivati dalla cannabis in vivo. A livello globale, nel 2013 sono stati prodotti legalmente 60.400 chilogrammi di cannabis.
Purtroppo, come si sa, la cannabis è una droga popolare in tutto il mondo, quarta dietro l'alcol, la caffeina e il tabacco. Solo negli Stati Uniti si ritiene che oltre 100 milioni di americani abbiano provato la cannabis, e nel 2014 c'erano circa 182,5 milioni di consumatori di cannabis in tutto il mondo (il 3,8% della popolazione mondiale di età compresa tra 15 e 64 anni). Come droga di solito si presenta sotto forma di infruttescenze essiccate ("marijuana"), resina ("hashish") o vari estratti noti collettivamente come olio di hashish. Durante il XX secolo è diventato illegale nella maggior parte del mondo coltivare o possedere Cannabis, anche per uso personale. È noto che gli effetti psicoattivi della cannabis includono uno stato di rilassamento e, in misura minore, l'euforia dovuta al suo principale composto psicoattivo, il THC. Tra i casi di ansia e paranoia sono stati segnalati effetti psicoattivi secondari, come una facilità per il pensiero filosofico, l'introspezione e la metacognizione. Ma tra gli effetti psicoattivi della droga si possono includere anche un aumento della frequenza cardiaca e della fame, che si ritiene siano causati dall'11-OH-THC, un metabolita psicoattivo del THC prodotto nel fegato. La normale cognizione del tempo e dello spazio viene ripristinata dopo circa tre ore per dosi maggiori tramite una pipa o un vaporizzatore, ma se una grande quantità viene assunta per via orale, gli effetti possono durare molto più a lungo. Dopo 24 ore fino ad alcuni giorni, si possono avvertire effetti psicoattivi minori, a seconda del dosaggio, della frequenza e della tolleranza al farmaco. Secondo uno studio nel 2007, la cannabis ha un fattore di rischio per la dipendenza inferiore rispetto sia alla nicotina che all'alcol. Tuttavia l'uso quotidiano di cannabis può essere correlato a crisi di astinenza, come irritabilità o insonnia, e la suscettibilità a un attacco di panico può aumentare con l'aumento dei livelli di metaboliti del THC.
Per fortuna esistono anche usi terapeutici della Cannabis e dei suoi cannabinoidi: sono usati per ridurre la nausea e il vomito durante la chemioterapia, per migliorare l'appetito nelle persone affette da HIV e per trattare il dolore cronico e gli spasmi muscolari. Mancano prove che possano curare depressione, ansia, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, sindrome di Tourette, disturbo da stress post-traumatico e psicosi. Due estratti di cannabis, dronabinol e nabilone, sono approvati dalla FDA come farmaci in forma di pillola per il trattamento degli effetti collaterali della chemioterapia e dell'AIDS. Gli effetti collaterali più comuni includono vertigini, sensazione di stanchezza, vomito e allucinazioni. Gli effetti a lungo termine della cannabis non sono chiari, e includono problemi di memoria e cognizione, rischio di dipendenza, schizofrenia e rischio che i bambini la prendano per sbaglio.
Come detto, però, il termine canapa è usato per denominare la fibra morbida e durevole dal gambo della pianta di cannabis. Le cultivar di cannabis sativa sono utilizzate per le fibre a causa dei loro lunghi steli, che possono crescere più di sei metri di altezza. La cannabis per usi industriali è preziosa in decine di migliaia di prodotti commerciali, in particolare come fibra che va dalla carta al cordame, al materiale da costruzione, ai tessuti in generale e all'abbigliamento. La canapa è più resistente e duratura del cotone, ed è anche un'utile fonte di alimenti (latte di canapa, semi di canapa, olio di canapa) e biocarburanti. La canapa è stata utilizzata da molte civiltà, dalla Cina all'Europa, negli ultimi 12.000 anni. Negli Stati Uniti la "canapa industriale" è classificata dal governo federale come cannabis contenente non più dello 0,3% di THC in peso secco.
La pianta di cannabis ha anche una storia di usi medicinali che risale a migliaia di anni fa in molte culture. Tra le tombe di Yanghai, un vasto cimitero antico situato nel distretto di Turfan della regione uigura dello Xinjiang nel nord-ovest della Cina, è stata scoperta la sepoltura di uno sciamano vissuto 2700 anni fa (si pensa che appartenesse alla cultura Jushi). Vicino alla testa dello sciamano c'era una ciotola di legno contenente 789 grammi di cannabis, ottimamente conservati dalle condizioni climatiche e della sepoltura. Un team internazionale ha dimostrato che questo materiale conteneva THC. La cannabis era presumibilmente impiegata da questa cultura come agente medicinale e come aiuto alla divinazione: gli sciamani la assumevano, perdevano il contatto con la realtà ed erano convinti di entrare in contatto con le divinità e con gli spiriti dei trapassati. Questa è la più antica documentazione della cannabis come agente farmacologicamente attivo. La prima prova del fumo di cannabis è stata trovata invece nelle tombe di 2.500 anni fa del cimitero di Jirzankal tra le montagne del Pamir nella Cina occidentale, dove sono stati trovati residui di cannabis in bruciatori con ciottoli carbonizzati, probabilmente usati durante i rituali funebri. Insediamenti che risalgono al 2200-1700 a.C. nella Battriana e nella Margiana (Iran orientale) contenevano elaborate strutture rituali con stanze contenenti tutto il necessario per preparare bevande contenenti estratti di papavero (oppio), canapa (cannabis) ed efedra (che contiene efedrina, un altro stupefacente. L'uso cultuale della Cannabis insomma andava dalla Romania al fiume Yenisei, un areale vastissimo. La cannabis viene menzionata per la prima volta nei Veda indù tra il 2000 e il 1400 a.C. e alcuni in India lo chiamavano "il cibo degli dei" (ci ricorda il cacao d'oltreoceano...) L'uso di cannabis alla fine divenne un elemento rituale della festa indù di Holi. Uno dei primi ad usare questa pianta per scopi medici sarebbe stato Korakkar, uno dei 18 Siddha, i leggendari padri spirituali dei Tamil ed infatti in lingua Tamil la Cannabis si chiama Korakkar Mooli ("erba di Korakkar"). Nel Buddismo al contrario la cannabis è generalmente considerata una sostanza inebriante e può essere un ostacolo allo sviluppo della meditazione e della chiara consapevolezza. A partire dal IV secolo i testi taoisti menzionano l'uso della Cannabis negli incensieri. Nell'antica cultura germanica la Cannabis era associata alla dea dell'amore norrena, Freya. Secondo l'antropologa polacca Sula Benet (1903-1982) la pianta q'neh bosem (קְנֵה-בֹשֶׂם) menzionata cinque volte nella Bibbia ebraica e usata nell'olio dell'unzione sacra del Libro dell'Esodo, era in realtà la Cannabis, ma molti dizionari biblici come quelli di Michael Zohary (1985), Hans Arne Jensen (2004) e James A. Duke (2010) identificano la pianta in questione con Acorus calamus o Cymbopogon citratus. Nel 2020 uno studio a Tel Arad, un santuario di 2700 anni fa allora alla frontiera meridionale del Regno di Giuda, ha scoperto che le offerte bruciate su un altare contenevano composti di cannabinoidi, suggerendo l'uso rituale della cannabis all'interno dell'antico giudaismo. I sufi hanno usato la cannabis nella loro spiritualità sin dal XIII secolo. Il santuario pakistano di Lal Shahbaz Qalandar nella provincia del Sindh è particolarmente rinomato per l'uso diffuso di Cannabis durante i suoi riti.
L'uso di Cannabis nel Medioevo è specialmente legato al famoso ordine islamico dei Nizariti, un ramo degli Ismailiti diffuso in Siria e sulle montagne della Persia dall'XI al XIII secolo. Essi erano noti agli altri musulmani del Medio Oriente come gli Ḥashīshiyyīn, cioè i guerrieri dell'Hashish. Infatti, come narrano Marco Polo ne "Il Milione" e poi Boccaccio nel suo "Decameron", il fondatore della setta, Hassan-i Sabbah (1034-1124), detto "il Vecchio della Montagna", avrebbe usato l'hashish per ottenere un esercito di fanatici fedelissimi: secondo il racconto del mercante veneziano egli reclutava adepti, li portava nella sua imprendibile fortezza di Alamuth, sulle montagne dell'Iran, faceva loro assumere hashish e li faceva vivere per un certo periodo in un bellissimo giardino con ogni delizia a disposizione, poi li sottraeva a tutto questo e prometteva loro che sarebbero tornati in quel paradiso, se avessero combattuto e fossero morti per conto suo. Dal termine Ḥashīshiyyīn deriva la parola italiana "Assassini". Una delle prime loro vittime fu il visir dei sultani selgiuchidi Niẓām al-Mulk, pugnalato nel 1092, ma durante la Terza Crociata essi tentarono di assassinare sia Riccardo Cuor di Leone che il Saladino. La setta fu distrutta nel 1273 da Hulagu Khan, nipote di Gengis Khan, che rase al suolo Alamuth e fece uccidere l'ultimo erede del Vecchio della Montagna. Gli storici moderni contestano questa versione dei fatti come leggendaria, e secondo loro al-Hashīshiyyūn significherebbe "seguaci di Hasan", ma il mito dei guerrieri inebriati dall'Hashish che andavano incontro alla morte con il sorriso sulle labbra è sopravvissuto fino ai giorni nostri, e lo si ritrova ad esempio in Umberto Eco.
Nei tempi moderni, il movimento Rastafari considera la Cannabis quasi come un sacramentale. Anche alcune sette cristiane gnostiche moderne hanno affermato che la cannabis è l'albero della vita citato nella Genesi. Gli anziani della Ethiopian Zion Coptic Church, un movimento religioso fondato negli Stati Uniti nel 1975 senza legami né con l'Etiopia né con la Chiesa copta, identifica la Cannabis addirittura con l'Eucaristia, rivendicandola come una tradizione orale etiope risalente al tempo di Cristo. In Messico i seguaci del culto della Santa Muerte usano regolarmente il fumo di marijuana nelle cerimonie di purificazione, con la marijuana che spesso prende il posto dell'incenso usato nei rituali cattolici tradizionali. Esiste persino un'intera religione moderna che ruota intorno alla nostra pianta, l'Assemblea della Cannabis, a testimonianza del legame storico tra gli effetti psicotropi e le visioni mistiche. Al contrario, prima della sua elezione al Soglio, Papa Francesco si è espresso varie volte contro la liberalizzazione della cannabis. Nel 2013 a Buenos Aires ha affermato: «  Una riduzione della diffusione e dell'influenza della tossicodipendenza non sarà raggiunta da una liberalizzazione del consumo di droga ». Il Catechismo della Chiesa cattolica ribadisce che « l'uso di droghe arreca gravissimi danni alla salute e alla vita ».
In passato la coltivazione della canapa era comune nelle zone mediterranee e centroeuropee, perché questa pianta cresceva su terreni difficili da coltivare con altre piante industriali e perché vi era una forte richiesta di piante così polivalenti e a buon mercato. Durante i secoli delle grandi conquiste marittime europee, la domanda di tele e cordami assicurò la straordinaria ricchezza dei comprensori che fornivano la canapa di qualità migliore per l'armamento navale. In Italia eccelsero tra le terre da canapa Bologna e Ferrara. In queste zone ancora oggi sono visibili nella campagna i cosiddetti "maceri", piccoli laghetti artificiali utilizzati per mantenere immersi in acqua i tronchi leggeri della canapa raccolti in "fascine", posti sotto il peso di grossi sassi arrotondati, che solitamente venivano conservati ai bordi del macero. Dopo alcuni giorni le fibre esterne al tronco venivano staccate con facilità, recuperate e mandate ai filatoi. I resti secchi degli stessi tronchi decorticati venivano usati poi come combustibile povero (in dialetto ferrarese questi tronchi fragili e leggeri, ridotti in pezzetti, venivano chiamati "stich"). La vitalità dell'economia canapicola felsinea è testimoniata dal maggior agronomo bolognese del Seicento, Vincenzo Tanara, che ci ha tramandato le tecniche agricole della canapa. L'Italia divenne il secondo produttore mondiale di canapa e divenne addirittura il primo fornitore della marina britannica. Il tramonto della produzione canapiera iniziò con la diffusione delle prime navi a carbone. Dopo la colonizzazione britannica dell'India e la rivoluzione agricola negli Stati del Sud degli USA, si ebbe un ulteriore calo di produzione della canapa, perché i filati di cotone e juta avevano prezzi molto concorrenziali rispetto alle altre fibre. Il successivo uso del petrolio fece poi calare i prezzi dei combustibili per l'illuminazione. Dopo la prima guerra mondiale si ebbe un ulteriore calo di produzione, quando le corde ottenute da sostanze sintetiche sostituirono pian piano le corde di canapa e si sviluppò la tecnica per produrre la carta dal legno. Durante la seconda guerra mondiale, la produzione mediterranea ritornò per un breve periodo ad aumentare velocemente, perché l'isolamento commerciale indotto dal conflitto, fece sì che tornassero convenienti le produzioni di fibre tessili e gli oli della canapa. Esisteva inoltre l'esigenza di materie prime contenenti cellulosa da cui poter ricavare esplosivi, passando attraverso la nitrocellulosa. In particolare in Italia Benito Mussolini cercò di rilanciare la coltivazione della canapa nel periodo dell'"autarchia". Il vero colpo di grazia per la coltivazione della canapa fu il "Marijuana Tax Act" del 1937 che la si mise al bando negli USA, e poi di riflesso in gran parte del resto del mondo. In Italia la coltivazione industriale è consentita dalla circolare ministeriale dell'8 maggio 2002, limitata a varietà di canapa certificata, appositamente selezionate per avere un contenuto trascurabile di THC, che ne costituisce il principio attivo farmacologico e psicotropo. Secondo alcuni storici la proclamazione di leggi proibizionistiche nei confronti della Cannabis negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale è stata provocata dalla concorrenza tra la nascente industria petrolifera e la consolidata usanza dell'epoca di usare l'olio di questa pianta come combustibile per i motori Diesel, dalla concorrenza tra la nascente industria cartiera e la consolidata usanza dell'epoca di usare la fibra di questa pianta per la produzione di carta, e dalla concorrenza tra la nascente industria tessile basata sulle fibre sintetiche sia per la produzione di cordami sia di tessuti. L'utilizzo dell'olio di canapa nel settore automobilistico, e in particolare nel biodiesel, avviato nel 1937 da Henry Ford, fu ripreso dalla casa inglese Lotus negli anni 2000. Tra i paesi ad aver legalizzato l'uso terapeutico della Cannabis vi sono Australia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Germania, Grecia, Israele, Italia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Perù, Polonia, Svizzera e Regno Unito. Negli Stati Uniti l'uso terapeutico della pianta è stato legalizzato in 37 stati federati, 4 territori e nel Distretto di Columbia. Alcuni paesi ad aver legalizzato l'uso della Cannabis come stupefacenti: Canada, Georgia, Malta, Messico, Sudafrica, Thailandia e Uruguay. Negli Stati Uniti questo uso della pianta è stato legalizzato in 19 stati federati, 2 territori e nel Distretto di Columbia; in Australia soltanto nel Territorio della Capitale Australiana. Circa l'uso della cannabis come droga, oggi in Italia è in corso un dibattito tra proibizionisti e antiproibizionisti, come al solito basato non su dati scientifici oggettivi ma sulla polarizzazione destra-sinistra (della serie: "la penso così perchè il mio avversario politico la pensa nell'altro modo").
Veniamo alla letteratura. L'importanza della coltivazione della canapa nel Settecento è attestata dal poemetto "Il canapajo" del sacerdote Girolamo Baruffaldi (1675-1753), tipico prodotto della letteratura didascalica del sei e settecento (« E canterò la canape, e la vera / cultura d'un sì nobile virgulto, / che ne' campi d'Italia, e piucchè altrove, / nel felsineo terreno, e nel vicino / centese floridissimo recinto, / (dov'è una terra, che città può dirsi, / tanto in se stessa, e ne' suoi degni e illustri / abitatori oggi è pregiata al mondo) / s'alza e verdeggia, e selve forma ombrose, / quando la stagion fervida comincia / a cuocer l'aria, e finché il Lion rugge / nel ciel, dura a far ombra su la terra... »). Lo scrittore francese François Rabelais (1483-1553) nel terzo libro delle sue "Gesta e dei detti eroici del nobile Pantagruel" dedica ben due capitoli alla canapa, descrivendone le qualità e la sua utilità soprattutto per la navigazione, considerandola così eccezionale da attribuirle il nome del suo protagonista. Dal Rinascimento all'ottocento la Cannabis divenne un oggetto e uno strumento narrativo sempre più presente nella letteratura europea, soprattutto francese. Troviamo straordinarie descrizioni dei suoi effetti nelle opere di autori come Gerard de Nerval, Théophile Gautier, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas padre. Ne "Il poema dell'hashish", prima parte dei "Paradisi artificiali", Charles Baudelaire (1821-1867) ammette di farne largo uso e descrive le sue esperienze con la Cannabis in pagine segnate da vistose e profonde contraddizioni. Da un lato egli esalta le visioni e i rapimenti causati dal fumo, e dall'altro denuncia i danni che questo causa sulla coscienza, la volontà e anche sulla creatività letteraria.
Infine, una foglia di Cannabis è presente nello stemma di Kanepi Vald, una municipalità rurale dell'Estonia. "Kanep" in lingua estone significa proprio canapa!

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Il frutto dei Malavoglia che matura sotto la paglia
Il nespolo (Crataegus germanica) è un albero della famiglia delle rosacee. Fino a poco tempo fa, Crataegus germanica era l'unica specie conosciuta di nespolo. Tuttavia, nel 1990 fu scoperta una nuova specie nel Nord America, ora chiamata Crataegus canescens. La varietà nota come "nespolo giapponese" è in realtà Eriobotrya japonica, e dunque fa parte di un altro genere. Per un certo periodo si è ipotizzato che si trattasse di una specie con risorse genetiche limitate e quindi soggetta ad elevati rischi di erosione genetica, per cui la limitata evoluzione della diversità di Crataegus germanica è stata ascritta allo scarso interesse economico per questa specie da frutto negli ultimi secoli. Tuttavia i risultati della moderna genetica dimostrano che le popolazioni di nespolo in natura sono molte e con un elevato potenziale genetico, che potrebbe essere utilizzato per migliorare la produzione utilizzando genotipi specifici.
In condizioni ideali, la pianta decidua cresce fino a 10 metri di altezza, ma generalmente è più basso e più simile ad un arbusto che ad un albero. Ha una vita piuttosto breve, arrivando al più ai 60 anni. La sua corteccia è bruno-grigiastra con profonde fessure verticali che formano placche rettangolari. le quali tendono a sollevarsi. La forma selvatica di Crataegus germanica è per lo più una pianta spinosa, più arbustiva che arborea, alta tra 1,5 e 4 m. Nelle forme coltivate le spine sono generalmente ridotte o del tutto assenti. Ha chioma sporgente, quasi rotonda, e il tronco ha un diametro solitamente compreso tra 20 e 25 cm, ma in casi eccezionali può arrivare fino a 50 cm. Le radici sono molto ramificate e di ampia portata, con un apparato radicale piuttosto fibroso. Il legno ha una tessitura fine, ma è molto duro: per lo più è bianco, leggermente sfumato di rosa. I boccioli invernali sono appuntiti, ovoidali e lunghi fino a 5 millimetri. Le foglie sono verde scuro ed ellittiche, lunghe 8–15 centimetri e larghe 3–5 cm, densamente pelose nella parte inferiore, e diventano rosse in autunno prima di cadere. I fiori del nespolo hanno un diametro di 2–5 cm, un gambo corto e sono terminali e singoli sui germogli laterali corti. Hanno cinque sepali allungati e stretti e cinque petali liberi, bianchi o rosa pallido. Rispetto ad altri alberi da frutto delle latitudini europee, il nespolo fiorisce molto tardi (maggio o giugno). I fiori sono ermafroditi e impollinati dalle api, ma normalmente in questa pianta avviene l'autoimpollinazione. Il fiore sviluppa frutti appiattiti, bruno-rossastri, pelosi con polpa succosa. Il frutto, o più precisamente il falso frutto, è un pomo bruno-rossastro di 2–3 cm di diametro, con sepali persistenti e diffusi attorno a un nocciolo centrale, che conferisce un aspetto "cavo' al frutto"; nelle forme coltivate il diametro può essere compreso tra 3 e 8 cm. I semi, in genere cinque, sono distribuiti da vari animali come uccelli, scoiattoli e cervi; alcune varietà di nespolo sono sterili, e possono quindi essere propagate solo per via vegetativa.
La parola "nespola" deriva dal latino "mespĭlum", a sua volta dal greco "μέσπιλον", con passaggio di m- a n-, dovuto a un fenomeno di dissimilazione, e documentato anche in altri casi (per es. in "nappa" dal lat. "mappa"). Tale fenomeno consiste nel mutamento di un suono determinato dalla presenza nella stessa parola di un altro, simile o identico (per es. in "urlare" e in "giglio", rispettivamente dal lat. "ululare" e "lilium" con due "l" che si succedevano vicine). In tedesco però è ancora "mispel". Siccome il suffisso indoeuropeo *-p- forma nomi di alberi e il suffisso secondario *-ĭlŏ- anche, la radice deve essere √*mĕs-, che in indoeuropeo significa "allungare il braccio" e "allettare". L'etimo sarebbe dunque *mĕ́s-p-ĭlŏ-m, "(l'albero / il frutto) allettante", forse perché non può essere mangiato appena raccolto. Secondo altri invece il greco "μέσπιλον" è di origine non indoeuropea ed è affine al proto-cartveliano *sxmarṭl- ("nespola") con metatesi delle consonanti iniziali. "Crataegus" poi viene dal greco "κράταιγος", "biancospino". Il nome della specie è "germanica", ma dopo un ampio studio della letteratura e dei campioni vegetali, il botanico polacco Kazimierz Browicz (1925-2009) ha concluso che la vera patria del Crataegus è da localizzarsi nella parte sudorientale della penisola balcanica, in Asia Minore, nel Caucaso, in Crimea, nel nord dell'Iran e forse anche nek Turkmenistan. Questa specie potrebbe essere coltivata da almeno 3.000 anni. Il geografo greco Strabone (60 a.C.-21 d.C.) fa riferimento a un "μέσπιλον" nella sua opera "Geographica", libro 16, capitolo 4. Il nespolo fu introdotto in Grecia intorno al 700 a.C. e a Roma intorno al 200 a.C. Fu un'importante pianta da frutto in epoca romana e medievale. Nel XVII e XVIII secolo, tuttavia, fu gradualmente soppiantato, nell'intera Europa, dal nespolo giapponese, inizialmente importato come semplice pianta ornamentale delle Corti di Francia, e oggi è poco coltivato. In Italia, grazie alla sua resistenza al freddo, si è tradizionalmente ambientato nelle regioni del Nord, anche se è stato piantato anche in alcune zone dell'Italia centrale e meridionale, come dimostra la cosiddetta "Casa del Nespolo" di Aci Trezza in Sicilia, citata nei "Malavoglia" di Giovanni Verga.
In Piemonte la nespola si diffuse attraverso la tradizione popolare, ribattezzata con il termine "puciu": un frutto anche qui molto comune almeno fino al XX secolo, poi via via rimpiazzato dalla nespola giapponese. Tuttavia, i "puciu" vengono ancor oggi coltivati, appunto per tradizione, soprattutto nel Basso Piemonte, in particolare in provincia di Cuneo e nelle Langhe meridionali, ai confini con la Liguria, anche attraverso delle esposizioni e delle fiere dedicate. Le più famose sono a Farigliano, dove tra novembre e dicembre si svolge una festa dedicata alla frazione di San Nicolao abbinata alla "Fiera dei Puciu", e a Trinità, dove l'ultima domenica di novembre si svolge la “fera dij puciu e dij bigat”, riproposta nel 2000 dopo 50 anni di interruzione durato, dove il puciu è associata all'antica coltivazione del baco da seta ("bigat" in piemontese). Ogni anno, la seconda domenica di novembre, si tiene a Virle Piemonte una fiera dedicata alla zucca e al nespolo.
Il nespolo richiede condizioni climatiche temperate e mediterranee con estati calde e inverni miti, e temperature dell'aria comprese tra 18 e 20°C. Esso tollera una temperatura fino a -20°C, e le gelate tardive difficilmente causano danni. La forma selvatica è stata trovata in aree aride con precipitazioni annuali di 700 mm e ad altitudini comprese tra 0 e 1.100 m. Esso cresce in un'ampia gamma di tipi di terreno ma preferisce terreni argillosi freschi e ben drenati con un pH compreso tra 6 e 8. Si trova in tutta l'Europa meridionale dove è generalmente rara e si è cercato di naturalizzarlo in alcuni boschi del sudest dell'Inghilterra, ma in quest'isola si trova solo in pochi giardini. Le nespole sono uno dei pochi frutti che diventano commestibili in inverno, rendendolo un albero importante per i giardinieri che desiderano avere frutti disponibili tutto l'anno. Le forme coltivate vengono propagate mediante inesto su vari substrati come biancospino, sorbo, pero o mela cotogna per migliorarne le prestazioni in diversi terreni; queste cultivar producono frutti da 6 a 7 anni dopo l'innesto e la mantengono per 20-25 anni. La produzione di frutti varia tra 30 e 70 chilogrammi per albero e anno, a seconda della varietà e dell'età. Si sconsiglia l'innesto su piantine di nespolo a causa della crescita lenta degli innesti; se i germogli fruttiferi vengono potati dopo la raccolta, si favorisce la formazione di nuovi germogli corti e fertili.
Il nespolo solo raramente viene attaccato da malattie o danneggiato dagli insetti. Nelle piantagioni possono causare danni le larve della specie di farfalle estratte dalle foglie Lithocolletis blancardella. Inoltre, soprattutto in anni con elevate precipitazioni, il fungo Monilia fructigena può provocare macchie marroni sul frutto e continuare a diffondersi finché il frutto non marcisce completamente. Il nespolo può essere infettato anche da Podosphaera clandestina, l'agente patogeno dell'oidio, che può portare all'avvizzimento di foglie e germogli, nonché da Entomosporium mespili che provoca macchie fogliari.
Le nespole si colgono in autunno, ancora acerbe, ma non possono essere consumate alla raccolta, essendo dure e con sapore acido ed astringente, e vanno lasciate "ammezzire" in un ambiente asciutto e ventilato (una volta, sotto la paglia), cioè rammollire e virare di colore dal marrone chiaro al marrone scuro. La trasformazione enzimatica modifica infatti la polpa, riducendo il contenuto di tannini e degli acidi della frutta, aumentando il contenuto di zucchero e rendendole commestibili e zuccherine (ma la robusta buccia ed i numerosi e duri semi rendono comunque problematico il consumo). La lunga maturazione a riposo nella paglia fin oltre il periodo natalizio, associata alla graduale e crescente dolcezza del frutto, ha fatto nascere il famoso proverbio « col tempo e con la paglia si maturano le nespole », espressione con cui si vuol significare che il tempo risana tutto e risolve le difficoltà, e che viene ripetuta come invito ad avere pazienza e ad evitare la fretta. Legato a questo aspetto si diffuse l'antico detto piemontese "stago da puciu" ("sto come un puciu"), ad indicare uno stato di pace, riposo e tranquillo tepore domestico. Sempre metaforicamente, il termine dialettale piemontese "puciu" indicava la forma del "piccolo pomo" di capelli lunghi delle giovani ragazze che si otteneva raccogliendoli dietro la nuca e fermandoli con un fermacapelli, e da qui, sempre metaforicamente, il soprannome della ragazza stessa.
Una volta sbucciato, il frutto può essere consumato crudo, a volte con zucchero e panna, o utilizzato per preparare gelatina di nespole. Viene utilizzato nel "formaggio di nespole", simile alla cagliata di limone, fatto con polpa di frutta, uova e burro. I frutti acerbi hanno un contenuto di tannini relativamente elevato, pari a circa il 2,6%, e vengono quindi utilizzati per la concia delle pelli. Il tannino provoca la flocculazione delle proteine, consentendone l'utilizzo per ridurre la torbidità del vino. Nella Saarland, lander occidentale della Germania, dal frutto della nespola si ricava una grappa che viene raffinata con il biancospino. Invece il cosiddetto "tè di nespola" di solito non è preparato con Crataegus germanica, ma con bacche di goji, che a volte sono chiamate "nespole rosse". L'olio di nocciolo di nespola contiene circa il 40% di acido oleico e di acido linoleico, ed è stato utilizzato per produrre biodiesel. Le foglie di nespolo venivano utilizzate per produrre carbone attivo onde rimuovere metalli pesanti come Ni2+ da soluzioni acquose. Le nespole sono ricche di potassio, calcio, fosforo, magnesio e ferro, ma anche di monoterpeni e acidi organici. Amminoacidi, zuccheri e acidi organici ne influenzano il sapore. A causa dei loro effetti diuretici e astringenti, esse sono state ampiamente utilizzate nella medicina tradizionale. Le nespole aiutano la digestione, sono ricche di vitamina C e hanno un ottimo potere saziante, a dispetto del loro limitato apporto calorico.
E ora, qualche riferimento nella letteratura. Frutto fatto maturare prima di consumarlo fino a sembrare marcio, la nespola è stata usata dagli scrittori in senso figurato come simbolo di prostituzione o di indigenza prematura. Ad esempio, nel Prologo di "The Reeve's Tale", uno dei "Canterbury Tales", opera principale ed incompiuta di Geoffrey Chaucer (1343-1400), considerato il padre della letteratura inglese, il protagonista Oswald lamenta la sua vecchiaia, paragonandosi alla nespola. Nell'opera "Misura per misura" (1604) di William Shakespeare (1564-1616), Lucio scusa la sua negazione della passata fornicazione perché « altrimenti mi avrebbero fatto sposare con una nespola marcia ». (Atto IV, scena III). In "Come vi piace" (1599), Rosalind usa un complicato gioco di parole in cui paragona il suo interlocutore agli alberi intorno a lei che portano lettere d'amore e ad un nespolo: « Lo innesterò con te, e poi lo innesterò con un nespolo. Poi lo sarà il primo frutto del paese; perché sarai marcio prima di essere mezzo maturo, e questa è la giusta virtù della nespola.» (Atto III, scena II) Il riferimento più famoso alle nespole, spesso espunto finché le edizioni moderne non lo accettarono, appare in "Romeo e Giulietta" (1597), quando Mercuzio ride dell'amore non corrisposto di Romeo per la sua amante Rosalina (Atto II, scena I): « Starà seduto sotto un nespolo ad augurarsi che la sua ragazza sia magari quel genere di frutto che le fanciulle, quando vogliono ridere, chiamano appunto nespolo. Oh, Romeo, se davvero ella fosse una nespola [letteralmente, un "culo aperto"], e tu una pera di Poperin! » (città delle Fiandre) Nel XVI e XVII secolo, infatti, le nespole venivano chiamate oscenamente "culi aperti" ("open-arse") a causa della forma dei frutti, ispirando giochi di parole indecenti in molte commedie dell'età elisabettiana e giacobina, nome che è sopravvissuto nell'uso comune fino addirittura al XX secolo! Alle nespole ad esempio erano paragonate ironicamente le zitelle, perché esse, per essere gustate, hanno bisogno di lunga stagionatura tra la paglia!
Nel "Don Chisciotte" di Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616), l'eroe omonimo e Sancho Panza « si sdraiano in mezzo a un campo e si abbuffano di ghiande o nespole ». Nel "Gargantua e Pantagruel" di François Rabelais (1490-1553), le nespole svolgono un ruolo nell'origine dei giganti, compresi i personaggi eponimi. Dopo che Caino uccise Abele, infatti, il sangue del giusto morto fetilizzò la Terra, facendo crescere enormi nespole. Gli esseri umani che mangiarono queste nespole crebbero fino a raggiungere immense proporzioni e divennero giganti, gli antenati di Gargantua e Pantagruel.
Nelle "Memorie" di Glückel di Hameln (1646-1727), l'autrice ricorda di aver avuto una voglia matta di nespole quando era incinta del figlio Giuseppe, tuttavia la ignorò. Quando il bambino nacque, era malaticcio e troppo debole per essere allattato al seno. Ricordando una superstizione sui pericoli che corrono le donne incinte che non soddisfano i loro desideri, Glückel chiese che qualcuno le andasse a prendere delle nespole per il bambino. Non appena il frutto toccò le labbra del bambino, questi mangiò tutta la polpa che gli era stata data e poté essere allattato al seno (Libro 4, sezione 14). E, naturalmente, ci sono i notissimi "Malavoglia" (1881) di Giovanni Verga (1840-1922), che vivono nella già citata "Casa del Nespolo" di Aci Trezza (Catania): « Il nespolo intanto stormiva ancora, adagio adagio, e le ghirlande di margherite, ormai vizze, erano tuttora appese all'uscio e le finestre, come ce le avevano messe a Pasqua delle Rose ». Reggie Fortune, il detective creato dalla fantasia di Henry Christopher Bailey (1878-1961), ama molto le nespole. Sir Philip Pullman (1946-) nel suo romanzo "Il coltello sottile" (1997) descrive il profumo di Sir Charles Latrom come "marcito come una nespola".
Infine, nel linguaggio popolare l'interiezione “Nespole!” viene spesso usata per esprimere grande meraviglia, forse per l'aspetto "magico" attribuito un tempo alla loro metamorfosi da acide a dolcissime. Per estensione, un tempo "nespola" era sinonimo di colpo dato in modo rapido e secco. Ed anche in quest'ultima accezione si trova un illustre riferimento letterario: il poeta fiorentino Luigi Pulci (1432-1484) scrive infatti nel suo poema "Morgante" (1478): «Morgante non lo stima una farfalla, / ed appiccogli una nespola acerba, / tanto che tutto pel colpo traballa »! Quante inaspettate metafore per un frutto così squisito, una volta che lo si può consumare!

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L'albero di Zeus (e di Robin Hood)
Quando parliamo della quercia, ci viene in mente un albero maestoso del genere Quercus, che appartiene alla famiglia delle Fagacee. Esistono almeno 500 specie diverse di querce, ed il nome "quercia" compare in specie in generi affini, in particolare Lithocarpus (le cosiddette "querce da pietra"), e persino in quelli di specie non imparentate come Grevillea robusta (le cosiddette "querce setose"). Il genere Quercus è originario dell'emisfero settentrionale e comprende specie decidue e sempreverdi che si estendono dalle latitudini temperate fredde a quelle tropicali nelle Americhe, in Asia, in Europa e nel Nord Africa. Il Nord America ha il maggior numero di specie di querce, con circa 160 specie in Messico di cui 109 endemiche e circa 90 negli Stati Uniti. La seconda maggiore area del mondo per specie di querce è la Cina, con circa 100 specie. L'inquadramento tassonomico delle specie del genere Quercus era assai difficoltoso, in quanto sono frequenti i fenomeni di ibridazione tra specie che condividono lo stesso territorio, dando luogo ad individui dalle caratteristiche intermedie che alcuni studiosi tendono a considerare nuove specie, mentre altri li ascrivono come sottospecie o varietà di specie già esistenti. L'avvento delle tecniche molecolari per l'analisi filogenetica ha trasformato la comprensione delle relazioni tra le querce, in particolare per i gruppi che ibridano facilmente. Di solito il portamento è imponente e può arrivare ai 35 metri di altezza, anche se ci sono specie poco più che arbustive come Quercus coccifera. Si pensa che la quercia di Bowthorpe, cresciuta a Bourne, nel Lincolnshire, abbia 1.000 anni, una longevità sorprendente persino per una quercia. Le querce hanno foglie disposte a spirale, con margini lobati, anche se alcune specie hanno foglie seghettate o foglie intere con margini lisci. In primavera una singola quercia produce sia fiori staminati ("maschili") sia piccoli fiori pistillati ("femminili"); il frutto è una noce chiamata ghianda, incastrata in una struttura a forma di coppa nota come cupola; ogni ghianda contiene un seme (raramente due o tre) e impiega da 6 a 18 mesi per maturare, a seconda della specie. Le ghiande e le foglie contengono acido tannico, che le aiuta a proteggersi da funghi e insetti. Del genere Quercus fanno parte anche piante come il cerro e il leccio, tipiche della macchia mediterranea; dalla corteccia della Quercus suber si ricava il prezioso sughero (circa il 50% della produzione mondiale viene dal Portogallo) per realizzare tappi di bottiglie. Il legno di quercia ha una densità di circa 750 kg/m3 ed è caratterizzato da grande resistenza e durezza; è molto resistente agli attacchi di insetti e funghi a causa del suo alto contenuto di tannini, e forma disegni molto accattivanti per il mobilio. Il fasciame di quercia era comune sulle navi vichinghe del IX e X secolo. Le larghe tavole di quercia segate in quarti sono state apprezzate fin dal Medioevo per la costruzione di mobili di pregio e per i rivestimenti interni di edifici prestigiosi come la sala dei dibattiti della Camera dei Comuni a Londra. Dopo la fine dell'era delle navi di legname, il legno di quercia è ancor oggi comunemente usato per la produzione di mobili e pavimenti e per la produzione di impiallacciatura. Particolarmente ricercato è il legno di rovere, prodotto dalla Quercus robur. L'albero da legname standard è Quercus alba, la "quercia bianca" spesso usata per fare botti di vino e da whisky. Per via del tannino che contiene, la corteccia di quercia è usata dai conciatori per la concia delle pelli.
Le foglie e le ghiande della quercia in grandi quantità sono velenose per il bestiame a causa dell'acido tannico in esse contenuto, che causa danni ai reni e gastroenterite; fa eccezione è il maiale domestico, che come noto può essere nutrito esclusivamente di ghiande, e viene tradizionalmente allevato in boschi di querce. Pochi sanno che le ghiande sono commestibili per l'uomo, previa eliminazione dei tannini (esiste anche un caffè di ghiande). La quercia possiede proprietà astringenti, emostatiche, antinfiammatorie, analgesiche del cavo orale. Utilizzato come decotto o infuso per lavarsi, diminuisce la sudorazione. I trucioli di legno di quercia sono usati anche per affumicare pesce, carne e formaggi.
La parola latina quercus, da cui l'omologa italiana quercia, risale a una forma aggettivale (arbor) quercea, che sembra essere derivata dalla duplicazione della radice indoeuropea kar-, "essere duro" per la durezza del legno, da cui il sanscrito kharas, "duro, ruvido" e il greco keras, "corno" (da cui anche "corniolo"). L'inglese "oak" e il tedesco "Eiche" vengono invece dal proto-germanico *aiks, a sua volta dal proto-indoeuropeo *h₂eyǵ-, di significato incerto, perchè la radice indoeuropea che significa quercia, "*deru", ha portato invece all'inglese "tree". "Ghianda" viene messo in relazione con il sanscrito "galana", "che cade", dalla radice "gal", "cadere giù", per l'abitudine delle ghiande di cadere da sole dalla pianta. "Rovere" viene direttamente da "robur", in latino "forza" (da cui anche "robusto"), da alcuni un tempo collegato a "ruber", "rosso" (è il colore del sangue, della forza e della vitalità, ma anche delle venature del regno di rovere). Oggi si pensa piuttosto a un legame con la radice indoeuropea rabh-, da cui il sanscrito "rabhas", "impeto, forza", ed anche l'italiano "rabbia" (ma anche "lavoro", attraverso il latino "labor"); questa è anche l'etimologia del neologismo "robot", dal ceco "robota", "lavoro", la cui parentela con "rabhas" è evidente!
Possibili fossili del genere Quercus sono stati riconosciuti in alcuni depositi del tardo Cretaceo in Nord America e Asia orientale, tuttavia la loro esatta attribuzione è molto discussa. Tra le più antiche testimonianze inequivocabili di Quercus vi è invece del polline fossile proveniente dall'Austria, e risalente al confine tra Paleocene ed Eocene, circa 55 milioni di anni fa. I documenti più antichi di Quercus in Nord America provengono dall'Oregon  risalgono all'Eocene medio, circa 44 milioni di anni fa.
Nella letteratura è celebre la quercia sotto cui Torquato Tasso (1544-1595) si riposava e leggeva durante il suo soggiorno a Roma. Giovanni Pascoli (1855-1912) scrisse il poemetto "La quercia caduta", dove la morte della quercia è il pretesto per un'allegoria dell'egoismo umano. Seconde le tradizioni inglesi del Medioevo, sotto una grande quercia al centro della foresta di Sherwood il leggendario bandito gentiluomo Robin Hood (la cui storicità è molto discussa) riuniva la sua allegra banda di ladri che rubavano ai ricchi per dare ai poveri (la "quercia di Robin Hood" è tuttora mostrata ai turisti, ma secondo i più recenti studi essa era appena germogliata nel XIII secolo, quando Robin Hood sarebbe vissuto). Ne "Lo Hobbit" di John R. R. Tolkien (1892-1973), il personaggio di Thorin Scudodiquercia deve il suo soprannome al fatto che durante una battaglia lo scudo di Thorin viene infranto e l'eroe nano usò la sua ascia per tagliare un ramo di una quercia, usandolo poi per parare i colpi, e guadagnando così l'appellativo che lo ha reso immortale. La Royal Oak ("Quercia reale") fu la quercia all'interno della quale si nascose il re d'Inghilterra Carlo II per sfuggire alle Roundheads che si erano lanciate al suo inseguimento dopo la battaglia di Worcester del 3 settembre 1651; la sua storia è ricordata ogni anno nella festa tradizionale inglese del Royal Oak Day. La Quercia del Kaiser, situata nel villaggio di Gommecourt nell'Artois, in Francia, è così chiamata in onore del Kaiser Guglielmo II, e segnò simbolicamente dalla fine del 1914 all'aprile 1917 il punto più avanzato raggiunto ad ovest dall'esercito tedesco durante la prima guerra mondiale.
La quercia è un simbolo comune di forza e resistenza, ed è stata scelta come albero nazionale di molti paesi. In Inghilterra le querce sono state un simbolo nazionale almeno dal XVI secolo, e ancor oggi rimangono un simbolo della storia della nazione, delle tradizioni e della bellezza della sua campagna. Già antico simbolo germanico, nel novembre 2004 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una legge che designa la quercia come albero nazionale americano. Anche altri paesi hanno designato la quercia come albero nazionale, tra cui Bulgaria, Croazia, Cipro (la quercia dorata), Estonia, Francia, Germania, Moldavia, Giordani, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Serbia e Galles. La quercia è l'emblema della contea di Londonderry nell'Irlanda del Nord, poiché una vasta parte della contea era ricoperta da foreste di querce fino a tempi relativamente recenti. Il nome della contea deriva dalla città di Derry, originariamente in irlandese conosciuta come Doire, che significa "quercia". La contea irlandese di Kildare originariamente in irlandese suonava Cill Dara, che significa "Chiesa della Quercia". La città di Raleigh, in Carolina del Nord, è conosciuta come la "Città delle querce". La quercia è usata come simbolo anche da numerosi partiti politici: è il simbolo del Partito Conservatore nel Regno Unito, e lo era dei Democratici di Sinistra in Italia. Le foglie di quercia sono tradizionalmente una parte importante delle insegne dell'esercito tedesco: il partito nazista usava la tradizionale aquila tedesca appollaiata su una svastica all'interno di una corona di foglie di quercia. Simboleggiano anche i gradi delle forze armate degli Stati Uniti: una foglia di quercia d'oro indica il grado di maggiore o tenente comandante, mentre una foglia di quercia d'argento indica un tenente colonnello o un comandante.
La quercia é un albero sacro in molte tradizioni del mondo antico. Le tribù indoeuropee preistoriche adoravano la quercia e la collegavano con un dio del tuono o del fulmine, forse perchè, essendo alta, viene colpita dal fulmine più probabilmente di altri alberi; questa tradizione la ritroviamo in molte culture classiche. Nella mitologia greca la quercia è l'albero sacro a Zeus: nell'oracolo di Zeus a Dodona, in Epiro, la quercia sacra era il centro del recinto cultuale, e i sacerdoti indovinavano i presagi del dio interpretando il fruscio delle foglie della quercia. i diceva che i mortali che abbattevano tali alberi fossero puniti dagli dei, poiché gli antichi greci credevano che fossero abitati da ninfe chiamati Amadriadi. Nel politeismo celtico il nome della quercia faceva parte della parola proto-celtica per "druido", *derwo-weyd- da cui *druwid-. Come in altre fedi di origine indoeuropea, Taranis, essendo un dio del tuono, era associato alla quercia (si noti che Asterix invoca spesso Teutates, dio della guerra, Belenos, il dio del sole, e sua moglie Belisama, dea del fuoco, ma Taranis per lo più lo ignora). Nella mitologia norrena, naturalmente, la quercia era sacra al dio del tuono, Thor. Nella mitologia baltica e slava, la quercia era l'albero sacro del dio lettone Pērkons, del lituano Perkūnas, del prussiano Perkūns e dello slavo Perun, in ogni caso il dio del tuono (e una delle divinità più importanti). Nella Repubblica Romana si donava una corona di foglie di quercia a chi aveva salvato in battaglia la vita di un cittadino romana.
Nella Bibbia la quercia è associata al culto e alle offerte sacrificali (Os 4,1.3), ma soprattutto è il luogo dove il Cielo comunica con la Terra:  Abramo ricevette la visita di tre uomini, variamente interpretati dai commentatori, alle Querce di Mamre, presso Hebron, dove il Padre dei Monoteisti si era stabilito (Gen 3,18). Gli Ebrei interpretano i tre uomini come Dio (YHWH) e due Suoi angeli, mentre per noi cristiani si tratta di una prefigurazione anticotestamentaria della Santissima Trinità; e così appare infatti nella celeberrima Trinità di Andrej Rublëv (1360-1430), dipinta verso il 1422. In essa i tre uomini appaiono identici, tranne che per il colore del vestito, e quello al centro e quello a destra piegano il capo di fronte a quello a sinistra, segno che a sinistra è raffigurato Dio Padre con il vestito dorato (simbolo di regalità), mentre al centro c'è il Figlio con il vestito rosso (come il sangue sparso sulla croce) e a destra c'è lo Spirito Santo con il mantello verde (simbolo della vita). In alto si vedono appunto le querce di Mamre! E ancora alle Querce di Mamre Abramo riceve da Dio la promessa della Terra alla sua discendenza (Gen 12,6-7). La quercia di Sichem è il luogo dove Giacobbe seppellisce gli dèi stranieri del suo popolo (Gen 35,4). Giosuè erige una pietra sotto una quercia come primo simbolo dell'alleanza con YHWH (Giosuè 24,25–7). I lunghi capelli di Assalonne rimangono impigliati in una quercia e permettono a Ioab di ucciderlo (2 Sam 18,9). Da universale simbolo di forza, la quercia può essere anche simbolo di orgoglio (Is 2,12-13).
Nel Medio Evo, a causa del suo legno che non marciva, divenne simbolo di immortalità: e forse c'è un fondo di verità, se la quercia Jurupa, una colonia clonale di quercia di Palmer trovata nella contea di Riverside, in California, ha davvero almeno 13.000 anni! Nell'iconografia di san Bonifacio si ricorda l'abbattimento che egli fece di una quercia consacrata al dio Donar, rappresentandolo con il piede sulla quercia mentre battezza i convertiti, segno della vittoria cristiana sugli dei pagani. La venerazione della quercia sopravvive nella tradizione della Chiesa Ortodossa Serba: le celebrazioni natalizie includono il badnjak, un ramo preso da una quercia giovane abbattuto cerimonialmente la mattina della vigilia di Natale e gettato in un falò, similmente al nostro ceppo di Natale. In tempi recenti, solo i rami vengono raccolti, portati a casa e gettati cerimoniosamente in una stufa o in un falò della chiesa. Le grandi querce isolate con una croce incisa sul tronco rimasero a lungo luoghi di aggregazione pubblica e persino di culto cristiano dove le chiese non erano disponibili. Ad esempio, nel 1815, in un'assemblea intorno a una grande quercia a Takovo, Miloš Obrenović dichiarò l'inizio della seconda rivolta serba. Anche in tempi moderni, l'abbattimento di queste querce "sacre" può provocare proteste pubbliche, ad esempio nel caso di costruzione di nuove strade. Il Gernikako Arbola ("albero di Guernica" in lingua basca) è una Quercus robur che simboleggia la tradizionale libertà di tutto il popolo basco: tutti i sovrani baschi dovevano giurare sotto il Gernikako Arbola di rispettare le libertà del popolo e, ancora oggi, il Lehendakari dei Paesi Baschi (il Presidente del Governo della Comunità Autonoma dei Paesi Baschi) deve accettare la propria carica proprio sotto questa quercia. Non dimentichiamo poi che fu su un leccio (Quercus ilex) che il 13 maggio 1917 la Vergine Maria apparve ai tre pastorelli Lucia Dos Santos, Jacinta Marto e Francisco Marto in Cova da Iria, presso Fatima, una delle più importanti apparizioni mariane dei tempi moderni!
Per finire, al largo delle coste della Nuova Scozia (Canada) si trova Oak Island, un'isoletta di soli 57 ettari divenuta famosa in tutto il mondo per la leggenda del favoloso tesoro che essa ospiterebbe. Si racconta che nel 1795 (ma alcuni indicano altre date) il giovane Daniel McGinnis, giunto lì per cacciare, venne incuriosito da una depressione del terreno situata vicino a una vecchia quercia, dai rami della quale pendeva una carrucola del tipo usato sulle navi. Il giorno dopo Daniel e due suoi amici, al corrente di antiche leggende locali su pirati e tesori nascosti, cominciarono a scavare, speranzosi, ma ben presto si resero conto che quella depressione nascondeva un pozzo profondo: ogni tre metri trovavano una piattaforma di tavole in legno di quercia e, arrivati al terzo strato, furono costretti a gettare la spugna, giudicando l'impresa troppo ardua per loro. Nacque così la leggenda di Oak Island: quel pozzo prese il nome di "Money Pit", il pozzo del denaro. Nel 1802 una compagnia privata, la Onslow Company, dando credito alla storia, riprese gli scavi. Furono trovati alcuni strati di carbone e argilla ma, soprattutto, fibre di cocco, che sicuramente non erano del luogo, perché in Canada la palma da cocco non cresce. A trenta metri di profondità gli scavatori si trovarono di fronte a un'enorme lastra di pietra che recava incisioni indecifrabili. La rimossero, ed era ormai notte quando, sondando il terreno sottostante, sentirono qualcosa di duro: si dice che fosse lo scrigno di un possibile tesoro. I lavoratori, esausti, decisero di rimandare la scoperta al giorno dopo, ma li aspettava una brutta sorpresa: nel corso della notte l'acqua dell'Oceano aveva completamente allagato il pozzo, e i tentativi di svuotarlo furono vani; il livello dell'acqua rimaneva costante. Si dice infatti che ci sia un reticolo di tubi che parte sotto la baia vicina, e quando la marea sale il condotto porta l'acqua nel Money Pit. Nel corso degli anni sono stati fatti un altro centinaio di tentativi, l'ultimo dei quali, datato 1966, fu un ennesimo fallimento. Sono state avanzate mille ipotesi sul presunto tesoro che il Pozzo di Oak Island custodirebbe gelosamente: c'è chi pensa che si tratti del tesoro di un famoso pirata (Henry Morgan o Edward Teach detto Barbanera), o del tesoro dei Cavalieri Templari messo in salvo nel Nuovo Mondo dall'ingordigia di Filippo IV il Bello, o addirittura del Sacro Graal o dell'Arca dell'Alleanza (che non mancano mai in queste teorie). Ancor oggi molti credono al mito del tesoro perduto e auspicano una ripresa dei lavori (anche se l'isola ora è di proprietà privata e non si può sbarcare su di essa). La tesi tuttavia più accreditata dagli storici è che il pozzo sia di origine naturale, così come altri pozzi tipici della zona, visto che il terreno dell'isola è carsico, e che la stessa vicenda di Daniel McGinnis non sia altro che una leggenda (infatti si diceva che Oak Island avesse la forma di punto interrogativo, mentre un rapido giro su Google Earth dimostra che non è così). Per la precisione, si tratterebbe di una leggenda di origine massonica (i Massoni si ritengono spesso gli eredi dei Cavalieri Templari e i depositari della loro sapienza): al centro di molte tradizioni massoniche infatti c'è una cripta segreta in cui sono nascosti segreti ancestrali, come la mitica grotta sotto il Monte del Tempio in cui il profeta Geremia avrebbe nascosto l'Arca dell'Alleanza prima della distruzione del Primo Tempio da parte di Nabucodonosor II; per trovare tale ipogeo occorre seguire le indicazioni di una mappa o interpretare una pietra tombale con un'iscrizione apparentemente indecifrabile (guarda caso...). In realtà tale cripta altro non rappresenta che la Verità, nascosta al volgo e riservata agli Affiliati alla Loggia, che soli, dopo una lunga iniziazione, sarebbero in grado di accedere ad essa. Ma questa leggenda non dimostra se non la persistenza sino al giorno d'oggi del concetto della quercia come albero sacro, l'' degno di custodire la Verità, quella con la V maiuscola!

La cosiddetta "quercia di Robin Hood" al centro della foresta di Sherwood, nel Nottinghamshire

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L'albero della leggendaria Regina Giovanna
Il castagno (Castanea sativa) è un albero della famiglia delle Fagacee, originario dell'Europa meridionale e dell'Asia Minore, che rappresenta una delle più importanti essenze forestali dell'Europa meridionale, in quanto ha riscosso, fin dall'antichità, l'interesse dell'uomo per i suoi molteplici utilizzi. Albero deciduo resistente e longevo, raggiunge un'altezza di 20–35 metri con un tronco spesso di 2 m di diametro, ma esistono esemplari con un diametro superiore a 4 m. I castagni vivono fino a un'età compresa tra 500 e 600 anni, ma quelli coltivati possono anche raggiungere 1.000 anni o più. Il famoso "Castagno dei Cento Cavalli" in Sicilia ha addirittura un diametro di 18 metri, sebbene si sia diviso in più tronchi fuori terra, e un'età di 2.200 anni. La corteccia ha spesso un disegno a forma di rete con solchi o fessure profondi che corrono a spirale in entrambe le direzioni lungo il tronco. Quest'ultimo è per lo più diritto con ramificazioni che iniziano ad altezze basse. Le foglie oblungo-lanceolate e dentate sono lunghe 16–28 centimetri e larghe 5–9 cm. I fiori di entrambi i sessi sono portati in amenti eretti lunghi 10–20 cm, i fiori maschili nella parte superiore e quelli femminili nella parte inferiore. Nell'emisfero settentrionale compaiono tra la fine di giugno e l'inizio di luglio e, entro l'autunno, il fiore femminile dà vita al frutto, che tecnicanente è un achenio, comunemente chiamato castagna o marrone, con pericarpo di consistenza cuoiosa e di colore marrone, glabro e lucido all'esterno, peloso all'interno. La forma è più o meno globosa, con un lato appiattito, detto pancia, e uno convesso, detto dorso. Il polo apicale termina in un piccolo prolungamento frangiato, detto torcia, mentre il polo prossimale, detto ilo, si presenta leggermente appiattito e di colore grigiastro. Questa zona di colore chiaro è comunemente detta cicatrice. Sul dorso sono presenti striature più o meno marcate, in particolare nelle varietà del gruppo dei marroni. Gli acheni sono racchiusi all'interno di un involucro spinoso, comunemente chiamato riccio, derivato dall'accrescimento della cupola. A maturità, il riccio si apre dividendosi in quattro valve. Alcune cultivar producono solo un seme grande per riccio, mentre altre producono fino a tre semi. All'interno è presente una parte commestibile, color bianco crema, sviluppatasi dai cotiledoni. Occorre distinguere il castagno dall'ippocastano (Aesculus hippocastanum), al quale è solo lontanamente imparentato: l'ippocastano infatti porta semi dall'aspetto simile in un contenitore simile, che però non sono commestibili dall'uomo. Negli ultimi decenni è stato introdotto, per motivi fitopatologici, il castagno giapponese (Castanea crenata).
Un po' di storia. L'etimologia della parola "castagna" è sconosciuta; a volte la si accosta a "Kastanìa", nome di un villaggio greco della Tessaglia, o a "Kastanis", città del Ponto, ma è più probabile che questi toponimi derivino dal nome del frutto che viceversa. Secondo il mio amico Guido Borghi dell'Università di Genova, la dossografia vulgata va bene fino al greco κάστανον <kắstănŏn> "castagno" e al dorico κάστον <kắstŏn> "legno"; il legno di castagno più antico in un sito archeologico è del 6000-5700 a.C. (Гълъбник <Gălăbnik>, in Bulgaria sudorientale), e quindi i due lessemi sono con ogni probabilità già indoeuropei: *k̑ə̥̆ₐs-tŏ-m ‘legno’ → *k̑ə̥̆ₐs-thₐ-ănŏ-s ‘(Fāgācĕă) da legno’ (> celtico *kăssănŏ-s "quercia").
Si pensa che il castagno sia sopravvissuto all'ultima era glaciale in diversi rifugi dell'Europa meridionale, sulla costa meridionale del Mar Nero con un centro principale sul versante meridionale del Caucaso e nella regione della Siria nord-occidentale, estendendosi forse fino al Libano.I dati sui pollini indicano che la prima diffusione di Castanea sativa dovuta all'attività umana iniziò intorno al 2100–2050 a.C. in Anatolia , nella Grecia nordorientale e nella Bulgaria sudorientale. Rispetto ad altre colture, il castagno aveva probabilmente un'importanza relativamente minore ed era distribuito in modo molto eterogeneo in queste regioni. I primi resti di carbone di castagno risalgono solo all'850-950 a.C. circa. Una fonte più recente ma più affidabile sono le opere letterarie dell'antica Grecia, la più ricca delle quali è la "Historia plantarum" di Teofrasto , scritta nel terzo secolo a.C. Teofrasto si concentra principalmente sull'uso del legno di castagno come legname e carbone, menzionando l'uso del frutto solo una volta per commentare le difficoltà digestive che provoca, ma lodandone le qualità nutritive. Diversi autori greci descrissero le proprietà medicinali della castagna, in particolare come rimedio contro le lacerazioni delle labbra e dell'esofago. Similmente all'introduzione della coltivazione della vite e dell'olivo nel mondo latino, si pensa che la Castanea sativa sia stata introdotta durante la colonizzazione della penisola italica da parte dei Greci. Ulteriori indizi che supportano questa teoria possono essere trovati nell'opera di Plinio il Vecchio, che menziona solo le colonie greche in relazione alla coltivazione del castagno. L'odierna mappa filogenetica del castagno, sebbene non del tutto compresa, mostra una maggiore somiglianza genetica tra gli alberi di Castanea sativa italiani e quelli dell'Anatolia occidentale rispetto agli esemplare dell'Anatolia orientale, rafforzando quella ipotesi. Ciononostante, fino all'inizio dell'era cristiana, la diffusione e l'utilizzo del castagno in Italia rimasero limitati. Castagne carbonizzate furono trovate in una villa romana di Pompei, distrutta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Indizi nell'arte e nella letteratura tuttavia indicano un'avversione per le castagne da parte dell'aristocrazia romana. Come Teofrasto, gli autori latini sono scettici nei confronti di questi frutti, e Plinio il Vecchio arriva addirittura ad ammirare quanto bene la natura abbia nascosto questo frutto apparentemente di così scarso valore. Solo all'inizio dell'era cristiana ci si rese conto del valore e della versatilità del legno di castagno, portando ad una lenta diffusione della coltivazione degli alberi di Castanea sativa: teoria, questa, supportata da dati pollinici e fonti letterarie, così come il crescente utilizzo del legno di castagno per realizzare pali e strutture di sostegno, nelle opere in legno e nella costruzione di moli tra il 100 e il 600 d.C. La crescente presenza di polline di castagno in Svizzera, Francia, Germania e nella penisola iberica nel I secolo d.C. suggerisce la diffusione dei castagni coltivati ​​da parte dei Romani. Alcuni gusci di castagne, datati al terzo o all'inizio del quarto secolo, sono stati identificati sul fondo di un pozzo romano presso la Great Holts Farm, a Boreham nell'Essex , in Inghilterra, deposito che include resti di altre piante alimentari esotiche e non fornisce alcuna prova che qualcuna di esse abbia avuto origine localmente (infatti nessun'altra prova di consumo di castagne nella Britannia romana è stata sinora confermata), e non è stato individuato alcun centro di coltivazione del castagno al di fuori della penisola italiana in epoca romana. L'uso diffuso del castagno nell'Europa occidentale inizia nell'alto Medioevo e fiorisce nel tardo. Il longobardo Editto di Rotari del 643 d.C. stabiliva una multa di un solido per l'abbattimento di un castagno appartenente ad un'altra persona. Nel 1477 il medico sabaudo Pantaleone da Cofienza elogiò la dieta montanara costituita prevalentemente da castagne, latte e latticini, affermando che essa era in grado di offrire una nutrizione completa. La crisi del castagno ebbe inizio a partire dal Rinascimento, presumibilmente in concomitanza con il progresso tecnico in agricoltura e con il crescente sviluppo della cerealicoltura. Da allora e fino all'Ottocento, il castagno subì un lento e progressivo abbandono, nonostante si verificassero espansioni di portata locale che, nel corso dei secoli, fecero variare in Italia la distribuzione della castanicoltura. Alla fine dell'Ottocento iniziò il declino vero e proprio della castanicoltura, protraendosi per decenni a causa del concorso di molteplici cause: l'evoluzione delle abitudini alimentari delle popolazioni europee, l'introduzione di materiali alternativi quali il metallo e la plastica nell'allestimento di manufatti e opere infrastrutturali, civili e agricole, la crisi dell'industria del tannino dopo gli anni trenta, il crescente interesse verso altre specie forestali da legno alternative al castagno (robinia e ciliegio), la pressione antropica sugli ambienti forestali. Alla riduzione delle superfici forestate a castagno hanno inoltre contribuito le decimazioni dovute ai parassiti di questa specie. Nel complesso, la castanicoltura si è fortemente ridimensionata, ed è circoscritta alle aree di maggiore vocazione, sia per le castagne sia per il legno, mentre i castagneti progressivamente abbandonati nel corso dei secoli sono scomparsi o si sono evoluti verso altri tipi di bosco. Al giorno d'oggi, tuttavia, lo sviluppo di prodotti a base di castagne di alto valore nutritivo, combinato con le mutevoli esigenze di una società urbana tecnologizzata, sta portando a una rinascita della coltivazione di Castanea sativa.
Castanea sativa è oggi ampiamente distribuito in tutta Europa, dove nel 2004 veniva coltivato su 2.250.000 ettari di foresta, di cui 1.780.000 erano coltivati ​​principalmente a bosco e 430.000 per la produzione di frutti. In alcuni paesi europei Castanea sativa è stato introdotto solo di recente, ad esempio nei Paesi Bassi. Esso richiede un clima mite e un'umidità adeguata per una buona crescita e un buon raccolto. La sua crescita annuale è sensibile alle gelate della tarda primavera e dell'inizio dell'autunno. Le foglie forniscono cibo per alcuni animali, tra cui la falena Coleophora anatipennella.
I due principali patogeni fungini del castagno sono la peronospora (Cryphonectria parasitica) e la malattia dell'inchiostro causata da Phytophthora cambivora e Phytophthora cinnamomi. Nel Nord America e nell'Europa meridionale Cryphonectria parasitica ha distrutto la maggior parte della popolazione di castagni nel XX secolo. Oggi grazie ad opportuni trattamenti la popolazione di castagni non è più minacciata dalla peronospora del castagno e si sta rigenerando. La ​​malattia dell'inchiostro prende il nome dagli essudati neri alla base del tronco ed infesta gli alberi per lo più in terreni umidi, con il micelio che invade la radice e provoca l'avvizzimento della foglia, ma oggigiorno esistono cultivar resistenti alla malattia dell'inchiostro. Un altro parassita pericoloso e difficile da controllare è la vespa biliare (Dryocosmus kuriphylus), originaria dell'Asia ma recentemente introdotta nell'Europa meridionale.
Si possono distinguere tre diversi sistemi di coltivazione del castagno. 1) Ceduazione: principalmente per l'estrazione del legno. In condizioni standard si ottengono 15 metri cubi di legno per ettaro e per anno. 2) Foresta: produzione di frutti da alberi innestati. Gli alberi hanno un tronco corto e una grande chioma, un'alta densità e il terreno tra gli alberi viene spesso utilizzato come pascolo. 3) Fustaia: produzione di legno e frutta. Questa forma di coltivazione è meno intensiva e richiede la sostituzione degli alberi ogni 50–80 anni. Gli alberi crescono dai semi e costruiscono una fitta chioma.
Il castagno cresce bene su terreni privi di calcare e il valore ottimale del pH del terreno è compreso tra 4,5 e 6; l'albero non può tollerare la compattazione del suolo. La tolleranza ai terreni umidi e ai terreni ricchi di argilla è molto bassa. È un albero amante del caldo che necessita di un lungo periodo di vegetazione. La temperatura media ottimale è compresa tra 8°C e 15°C, e a gennaio la temperatura preferibilmente non dovrebbe essere inferiore a -1°C, anche sepuò tollerare temperature fino a -15°C. Le basse temperature in autunno possono danneggiare i frutti. L'altitudine massima dipende fortemente dal clima, simile a quello della viticoltura. Un albero cresciuto dal seme può impiegare 20 anni o più prima che dia frutti, ma una cultivar innestata come "Marron de Lyon" o "Paragon" può iniziare la produzione entro cinque anni dalla piantagione. Entrambe le cultivar producono frutti con un unico grande seme, invece dei soliti due o quattro più piccoli. La resa di frutta per albero è solitamente compresa tra 30 e 100 chilogrammi, ma può arrivare fino a 300 chilogrammi. [18] Il periodo della raccolta è compreso tra metà settembre e metà novembre. Esistono tre tecniche di raccolta: 1) A mano: le castagne vengono raccolte con un rastrello o una scopa, con una velocità di raccolta da 5 a 30 chilogrammi ogni ora a seconda del rilievo del terreno. Inoltre la capsula rende la raccolta più complicata e perfino dolorosa per il lavoratore. 2) A mano con reti: questa tecnica richiede meno tempo e protegge i frutti da lesioni. Tuttavia l’installazione delle reti richiede un lavoro lungo e faticoso. 3) Meccanico: I frutti vengono raccolti con una macchina che funziona in modo simile ad un aspirapolvere. Usarla fa risparmiare tempo ed è economico, ma è possibile che alcuni frutti si danneggino. Il trattamento post-raccolta più diffuso prima della conservazione è l'idrosalatura, un processo in cui le castagne vengono immerse in acqua per nove giorni. Lo scopo di questa pratica è quello di limitare i principali problemi di conservazione che minacciano il castagno: lo sviluppo di funghi e la presenza di larve di insetti. In alternativa al trattamento con acqua, a livello commerciale viene utilizzato anche il trattamento con acqua calda. In seguito le castagne vengono conservate in un ambiente controllato con elevate concentrazioni di anidride carbonica. A differenza di un sistema di conservazione a freddo, in cui i frutti vengono conservati a basse temperature in aria non trattata, il metodo dell'ambiente controllato evita l'indurimento della polpa che influisce negativamente sulla lavorabilità del prodotto.
Castanea sativa è caratterizzata da un elevato contenuto di umidità che varia dal 41% al 59%. 100 grammi di castagne forniscono 213 kcal di energia, 45,54 g di carboidrati, 8,1 g di fibra alimentare, 2,26 g di grassi di cui 0,425 saturi, 2,42 g di proteine, vitamina A, B1, B2, B3, B12. La castagna è una buona fonte di amido e fornisce rame, fosforo, manganese e potassio.
Il castagno risponde molto bene al ceduo, ancora praticato in Gran Bretagna, e produce un buon raccolto di legno ricco di tannino ogni 12-30 anni, a seconda dell'uso previsto e del tasso di crescita locale. Il tannino rende il legno giovane durevole e resistente agli agenti atmosferici per uso esterno, quindi adatto per pali o recinzioni. Il legno è di colore chiaro, duro e forte e ha una densità di 560 kg per metro cubo. Viene utilizzato per realizzare mobili, botti (a volte utilizzate per invecchiare l'aceto balsamico) e travi per tetti, soprattutto nell'Europa meridionale. È anche un buon combustibile, anche se non è adatto ai fuochi aperti poiché tende a scoppiettare e a diffondere pericolose scintille. La corteccia e il legno del castagno sono particolarmente ricchi di tannini (circa il 7%) e possono essere impiegate per la sua estrazione, destinata alle concerie. Questa destinazione d'uso, in Italia, ha riscosso un particolare interesse nei primi decenni del XX secolo, epoca in cui l'industria del tannino nazionale faceva largo impiego del castagno, ma dopo il 1940 ha perso importanza, sia per la contrazione di questo settore, sia per il ricorso, come materia prima, al legno di scarto
Veniamo alla cucina. La grande diversità genetica della specie e le diverse cultivar vengono sfruttate per usi come farina, bollitura, tostatura, essiccazione e dolci. Le castagne  crude, pur essendo commestibili, hanno una buccia astringente e sgradevole da mangiare quando sono ancora umide; dopo un certo periodo di essiccazione la buccia sottile perde la sua astringenza, ma è comunque meglio asportarla per raggiungere il frutto bianco sottostante. La cottura a secco in forno o sul fuoco normalmente aiuta a rimuovere questa buccia. Le castagne vengono tradizionalmente arrostite nella loro dura buccia marrone dopo aver rimosso i ricci spinosi in cui crescono sull'albero, le bucce vengono sbucciate e scartate e le castagne calde vengono immerse nel sale prima di mangiarle. Le caldarroste vengono tradizionalmente vendute nelle strade, nei mercati e nelle fiere da venditori ambulanti con bracieri portatili. La buccia delle castagne crude può essere rimossa con relativa facilità sbollentando rapidamente le noci dopo averle incise con una fessura a croce all'estremità del ciuffo. Una volta cotte, le castagne acquistano un sapore dolce e una consistenza farinosa simile alla patata dolce. Le castagne cotte possono essere utilizzate per farcire il pollame, come verdura o negli arrosti. Possono essere utilizzati anche per dolci, budini, dessert e torte. Vengono macinati per ottenere una farina, che permette la panificazione come sostituto dei cereali. Ma può essere usata persino come sostituto del caffè, come addensante nelle zuppe e come brodo da ingrasso. Da essa si può estrarre perfino uno zucchero. La varietà corsa di polenta è fatta con farina dolce di castagne; anche una varietà locale di birra corsa utilizza le castagne. Il prodotto viene venduto come pasta zuccherata mescolata con vaniglia detta "crème de marrons", zuccherata o non zuccherata come purea di castagne o sotto forma di squisite castagne candite dette "marrons glacés". Gli infusi di foglie vengono utilizzati per curare le malattie respiratorie e sono un rimedio popolare contro la pertosse. Uno shampoo per capelli può essere preparato con un infuso di foglie e bucce di frutta.
L'apicoltura è un'attività accessoria che può appoggiarsi alla castanicoltura. Pur avendo impollinazione prevalentemente anemogama, i fiori maschili del castagno sono bottinati dalle api, che ne raccolgono il polline ed il nettare, perciò questa pianta è considerata mellifera. Il miele di castagno ha una colorazione variabile dall'ambra al bruno scuro, retrogusto amaro, resiste alla cristallizzazione per lungo tempo, ed è particolarmente ricco di fruttosio e polline. La sua produzione si localizza naturalmente nelle zone a maggiore vocazione per la castanicoltura e, principalmente, nella fascia submontana fra i 500 e i 1000 metri di altitudine, lungo l'arco alpino, in Emilia-Romagna, e sul versante tirrenico della fascia appenninica e nelle zone montane della Sicilia settentrionale.
L'uso del castagno a scopo medicamentoso è piuttosto marginale, tuttavia questa specie è considerata una pianta officinale nella farmacopea popolare: per il contenuto in tannini, la corteccia ha proprietà astringenti, impiegabile in fitocosmesi per il trattamento della pelle. Alle foglie, oltre alle proprietà astringenti, sono attribuite proprietà blandamente antisettiche e sedative della tosse. Sempre nella farmacopea popolare di alcune regioni, la polpa delle castagne, cotta e setacciata, trova impiego in fitocosmesi per la preparazione di maschere facciali detergenti ed emollienti.
Il Castagno dolce è anche uno dei 38 fiori di Bach, secondo cui l'essenza ricavata dai suoi fiori, associata alle qualità di robustezza e longevità della pianta, viene consigliata per superare le difficoltà d'animo e guadagnare fiducia; occorre però ricordare che si tratta di una disciplina pseudoscientifica per la quale non esiste alcuna prova che dimostri che possa controllare, curare o prevenire qualsiasi tipo di malattia, compreso il cancro, nonostante la fede riposta in ciò dai suoi assertori.
La presenza del castagno fin dall'antichità ha fatto sì che alcuni esemplari, ancora oggi esistenti, abbiano un particolare valore storico, culturale, paesaggistico e, come tali, sono definiti alberi monumentali. Il più famoso è il già citato Castagno dei Cento Cavalli, ubicato alle pendici orientali dell'Etna, nel territorio del Comune di Sant'Alfio in provincia di Catania, nel cui stemma civico è raffigurato: è considerato il più famoso d'Italia e uno dei più vecchi alberi d'Europa. Ad esso sono associate leggende, e ad esso si sono ispirati artisti e letterati. L'albero è ubicato alle falde dell'Etna, ha una circonferenza di 22 metri e un'altezza di 22 metri. L'età è stata variamente stimata tra i 2000 e i 4000 anni, ma nel 2021  uno studio del CREA (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l'analisi dell'Economia Agraria), basato sull'impronta genetica, ha indicato un'età di 2.200 anni. Le prime notizie storiche sul Castagno dei Cento Cavalli sono documentate già nel XVI secolo, ma la sua storia si fonde con la leggenda di una misteriosa regina Giovanna, mai identificata con alcuna figura storica, e di cento cavalieri con i loro destrieri, che, si narra, vi trovarono riparo da un temporale (da cui il nome): la regina Giovanna I d'Angiò, vissuta dal 1326 al 1382, principale candidata al ruolo, non è mai stata da quelle parti.
Veniamo alle lettere. Come dettaglio ricorrente nel paesaggio rurale e strettamente correlato alla civiltà contadina, il castagno è frequentemente citato nella letteratura, in genere come elemento di sfondo del contesto specifico o, talvolta, come oggetto specifico dell'opera. Giovanni Boccaccio (1313–1375) cita il castagno nel Decameron come elemento del paesaggio rurale, affiancandolo all'olivo e al nocciolo: « Ivi forse una balestra rimosso dall'altre abitazioni della terra, tra ulivi e nocciuoli e castagni, de' quali la contrada è abondevole, comperò una possessione ».
In "Proserpina", quinto idillio dell'opera "La sampogna", Giovan Battista Marino (1569–1625) descrive Vertunno, dio dei giardini e della frutta nella mitologia romana, con due ricci di castagno al posto delle tempie: « Ne l'una e l'altra tempia / tien duo non anco aperti / di pungente castagno ispidi ricci... »
Nel 1771 Giuseppe Parini (1729-1799), su incarico della Casa d'Asburgo, descrisse i festeggiamenti in onore delle nozze fra Ferdinando d'Asburgo-Este e Maria Beatrice d'Este, e  in un passo di quest'opera descrive uno dei carri allegorici del corteo, che rappresentava un castagno, sotto la cui chioma pascolava un gregge di pecore: « Il primo di questi, che nella sua perfetta semplicità venne giudicato bellissimo, era un carro rappresentante un piccolo spazio di terreno, sopra di cui elevavasi un alto castagno. All'ombra di questo forse dodici pecore stavano pascendo l'erbe; e un biondo e rubicondo pastore, appoggiandosi al tronco... »
Ippolito Nievo (1831–1861), nel secondo capitolo del romanzo "Le confessioni di un italiano", ricorre alla metafora del pollone emesso dalla vecchia ceppaia di castagno, per descrivere il rapporto che legava la giovane Clara, fin dalla sua infanzia, alla nonna inferma: « Sembrava fin d'allora il rampollo giovinetto di castagno che sorge dal vecchio ceppo rigoglioso di vita. »
Nell'ode "Piemonte", Giosuè Carducci (1835–1907) cita il castagno nel riferimento storico all'esilio portoghese di Carlo Alberto di Savoia, a seguito della sconfitta di Novara e l'abdicazione in favore di Vittorio Emanuele II. Carlo Alberto infatti si ritirò a Porto, in una villa presso la foce del Duero, in vicinanza della quale sorgeva un bosco di castagni. « E lo aspettava la brumal Novara / e a' tristi errori mèta ultima Porto. / Oh sola e cheta in mezzo de' castagni / villa del Douro, / che in faccia il grande Atlantico sonante / a i lati ha il fiume fresco di camelie, / e albergò ne la indifferente calma / tanto dolore! »
Il castagno diventa addirittura un protagonista nelle opere di Giovanni Pascoli (1855–1912), che dedicò all'albero interi componimenti. "Il castagno", nella sezione "Alberi e fiori" della raccolta "Myricae", enfatizza il ruolo della pianta nella civiltà contadina di un tempo: esso accompagna, con la sua costante presenza, la scansione delle stagioni, e nelle freddi sere dell'autunno e dell'inverno diventa un protagonista nella vita della famiglia contadina, con lo scoppiettìo della sua corteccia che brucia nel focolare e le castagne che cuociono nella pentola: « Per te i tuguri sentono il tumulto / or del paiolo che inquïeto oscilla; / per te la fiamma sotto quel singulto / crepita e brilla: / tu, pio castagno, solo tu, l'assai / doni al villano che non ha che il sole; / tu solo il chicco, il buon di più, tu dai / alla sua prole... »
Il castagno e i suoi frutti appaiono anche nel ritratto che Grazia Deledda (1871–1936) fa della famiglia di zia Grathia, nel romanzo "Cenere". Deledda presenta la castagna sia come bene economico sia come componente integrante della quotidianità nella famiglia rurale della montagna barbaricina: « Le castagne del piccolo Zuanne scoppiavano fra la cenere che si spargeva sul focolare... »; « Si alzò, accese una primitiva candela di ferro nero, e preparò la cena: patate e sempre patate: da due giorni Olì non mangiava altro che patate e qualche castagna... »
Il poeta ottocentesco sardo Peppino Mereu (1872-1901) cita il pane di castagne come alimento rifugio dei poveri in tempi di carestia nella sua più celebre poesia, "Nanneddu meu". La poesia, che ha subito diversi arrangiamenti musicali nei canti popolari della Sardegna e in una più nota versione interpretata dal gruppo dei Tazenda, è un canto di protesta che, in forma di lettera ad un amico, descrive lo stato di miseria e oppressione in cui versavano gli strati sociali più bassi nella metà dell'Ottocento: « Famidos nois semos pappande / pane e castanza, terra cun lande / terra ch'a fangu, torrat su poveru / senz'alimentu, senza ricoveru. » (« Affamati noi stiamo mangiando / pane di castagne e terra con ghiande / terra come il fango, ridiventa il povero / senza cibo, senza ricovero. »)
Il Castagno dei Cento Cavalli è citato dal poeta ottocentesco siciliano Giuseppe Borrello (1820–1894) che rievocò in una sua composizione la leggenda da cui deriverebbe il nome dell'albero: « Un pedi di castagna tantu grossu / ca ccu li rami so' forma un paracqua / sutta di cui si riparò di l'acqua, di fùrmini, e saitti / la riggina Giuvanna ccu centu cavaleri, / quannu ppi visitari Mungibeddu vinni surprisa di lu timpurali. / D'allura si chiamò st'àrvulu situatu 'ntra 'na valli / lu gran castagnu d'i centu cavalli. » (« Un piede di castagna tanto grosso / che con i rami forma un ombrello / sotto il quale si riparò dalla pioggia, dai fulmini e dalle saette / la regina Giovanna con cento cavalieri / quando per visitare Mongibello venne sorpresa dal temporale. / Da allora si chiamò quest'albero situato entro una valle / il gran castagno dei cento cavalli. »
Ancora come elemento figurativo rappresentativo del paesaggio boschivo, il castagno è riproposto da Italo Calvino (1923–1985) in un racconto di "Ultimo viene il corvo". Un castagno dal tronco cavo si presenta agli occhi del partigiano Binda, mentre attraversa i boschi per portare gli ordini alle postazioni: « Un castagno dal tronco cavo, un lichene celeste su una pietra, lo spiazzo nudo d'una carbonaia, quinte di uno scenario spaesato e uniforme, s'animavano in lui radicate ai ricordi più remoti... »
Passiamo alla letteratura non italiana. Hermann Hesse (1877–1962) dedicò al castagno l'apertura del suo "Narciso e Boccadoro", descrivendo il maestoso albero ubicato presso l'ingresso del seminario di Maulbronn, nella Germania meridionale, dove studiò da giovane. Nella descrizione, Hesse cita alcuni aspetti che evidenziano la natura esotica del castagno, vista la sua posizione al limite settentrionale dell'areale: « Davanti all'arco d'ingresso, retto da colonnette gemelle, del convento di Mariabronn, sul margine della strada c'era un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal tronco vigoroso; la cerchia de' suoi rami si chinava dolcemente sopra la strada, respirava libera ed ampia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era già verde ed anche i noci del monastero mettevano già le loro foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti eran più brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d'un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di richiami, quasi opprimente; e in ottobre, quando l'altra frutta era già raccolta ed il vino nei tini, lasciava cadere al vento d'autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita: non tutti gli anni maturavano; per essi s'azzuffavano i ragazzi del convento, e il sottopriore Gregorio, oriundo del mezzodí, li arrostiva in camera sua sul fuoco del camino. »
Il castagno figura come elemento di sfondo anche nello scenario che accompagna le riflessioni esistenziali di Antoine Roquentin ne "La nausea" di Jean-Paul Sartre (1905-1980):
« Invano cercavo di contare i castagni, di situarli in rapporto alla Velleda, di confrontare la loro altezza con quella dei platani: ciascuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di rinchiuderli, s'isolava, traboccava. »
In "1984" di George Orwell sono presenti alcuni riferimenti al castagno: il bar frequentato dal protagonista Winston Smith si chiama "Bar del Castagno", e lungo l'intero romanzo viene citata la "Canzone del Castagno": « Sotto il castagno, chissà perché. / Io ti ho venduto, e tu hai venduto me: / sotto i suoi rami alti e forti, / essi sono defunti e noi siam morti. »
Il carattere di rappresentatività del castagno come elemento paesaggistico della civiltà rurale lo ha portato anche ad essere raffigurato come soggetto nella pittura, ad esempio nel "Castagno dei Cento Cavalli" di Jean-Pierre Houël (1735–1813), nei "Castagni" di Paul Cézanne (1839–1906) e nell'omonimo dipinto di Camille Pissarro (1830–1903).
Chiudiamo con qualche curiosità. Talvolta il ciclo biologico del castagno era abbinato dalle popolazioni montanare alle ricorrenze del calendario liturgico cattolico. In Garfagnana (provincia di Lucca), per esempio, erano diffusi i seguenti detti:
« Per san Giacomo e sant'Anna allegano i fiori in castagna. » (25-26 luglio)
« Per santa Maria la castagna cria. » (15 agosto)
« Per san Luca la castagna si pilucca. » (18 ottobre)
Nella metà di novembre in molti borghi si svolgono le tradizionali castagnate autunnali, dove si possono gustare specialità a base di castagna come le caldarroste e altri piatti tipici. In Emilia-Romagna, nella zona tra Castenaso, Budrio e Medicina, in provincia di Bologna, esiste un termine, "ansali", che si riferisce alle castagne cotte e affumicate, e consumate il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre. Un gusto simile è quello del "Lagavulin", whisky scozzese invecchiato in botti di legno di castagno.
L'espressione "prendere in castagna" è un'antica frase fatta che significa "sorprendere qualcuno in errore". La data e il luogo d'origine del detto non sono noti. Probabilmente,il modo di dire trae origine dal termine tardo latino "marro, marronis" che significa "errore". Infatti in francese antico "marrir" significava "confondersi", analogamente allo spagnolo "marrar" che significava "errare". Con il passare del tempo la frase "prendere in marrone" è diventata "prendere in castagna", associando il frutto dell'albero Castanea sativa all'errore, vista l'omonimia tra castagna e marrone!
Il castagno, infine, ha acquisito anche un valore simbolico: in Cina la tradizione ne ha fatto il simbolo della previdenza, in quanto il frutto serve da nutrimento per tutto l'anno; altrove rappresenta la giustizia. Nell'esegesi biblica alla castagna si attribuisce il valore di castità, poiché il suo nome latino "castanea" contiene la radice "casta", ovvero "pura". Per l'etimologia del termine e per la sua particolare conformazione, chiusa in un guscio con aculei spinosi, è associata a Maria come riferimento alla concezione virginale di Cristo: la castagna è racchiusa in un guscio di spine senza esserne scalfita, così come la Madonna è immune dal peccato originale nonostante questo la circondi. Per il presbitero e teologo Filippo Picinelli (1604–1678) è la metafora del buon cristiano, che fuori mostra le spine come il riccio, ma dentro è pieno di virtù come la castagna, gustosa e nutriente. Essa rappresenta anche la povertà, sia per essere un cibo semplice sia per essere brutta fuori ma dentro assai virtuosa. Nel linguaggio araldico il frutto è simbolo di resistenza, virtù nascoste e fede inalterabile. Forse è per questo che in italiano il termine "castagna" può anche avere il significato di "pugno in pieno viso"!

Il Castagno dei Cento Cavalli

Il Castagno dei Cento Cavalli

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L'avversario di Tom Bombadil
I salici sono circa 350 specie (per lo più ibride) di alberi e arbusti tipicamente decidui del genere Salix, che crescono principalmente su terreni umidi nelle regioni fredde e temperate. Alcuni salici, e in particolare le specie artiche e alpine, sono arbusti a crescita bassa o striscianti; ad esempio, il salice nano (Salix herbacea) raramente supera i 6 centimetri di altezza, sebbene si diffonda ampiamente sul terreno! In Italia le specie più diffuse sono Salix alba o "salice bianco", Salix caprea noto come "salcio di montagna", Salix purpurea o "salice rosso", Salix cinerea o "salice cinerino", ma si trovano anche specie esotiche acclimatatesi da noi, come il Salix babylonica, meglio noto come "salice piangente". Alti fino a 25 m, i salici hanno tutti nella corteccia un'abbondante linfa acquosa, ricca di acido salicilico. Il loro legno è legno morbido, solitamente flessibile; ha rami sottili e radici grandi, fibrose, spesso stolonifere, notevoli per la loro robustezza, dimensione e tenacia: le radici germogliano prontamente dalle parti aeree della pianta. Le foglie sono tipicamente allungate, ma possono anche essere rotonde o ovali, spesso con bordi seghettati. Come detto, la maggior parte delle specie sono decidue; i salici semisempreverdi con foglie coriacee sono rari, ad esempio Salix micans e Salix australior nel Mediterraneo orientale. Tutte le gemme sono laterali; non si forma mai una gemma assolutamente terminale. Le foglie mostrano una grande varietà di colori verdi, che vanno dal giallastro al bluastro.
I salici sono tra le prime piante legnose a spuntare in primavera e le ultime a lasciar cadere le foglie in autunno. Nell'emisfero settentrionale le foglie possono spuntare già a febbraio a seconda del clima e dea temperatura dell'aria. Se le massime diurne raggiungono i 10 °C, per alcuni giorni consecutivi, un salice tenterà di far uscire foglie e fiori. Nell'emisfero settentrionale, la caduta delle foglie in autunno si verifica quando la durata del giorno si riduce a circa dieci ore e mezza, il che varia a seconda della latitudine: già dalla prima settimana di ottobre per le specie boreali come Salix alaxensis, e fino alla terza settimana di dicembre per i salici che crescono nelle zone più meridionali. Ad eccezione di Salix martiana, i salici sono dioici, con fiori maschili e femminili che appaiono come amenti (infiorescenze) su piante separate; gli amenti vengono prodotti all'inizio della primavera, spesso prima delle foglie. I fiori staminati (maschili) sono privi di entrambi i calici con corolla; sono costituiti semplicemente da stami, in numero variabile da due a 10, accompagnati da una ghiandola nettarifera e inseriti sulla base di una scaglia che a sua volta è portata sul rachide di un racemo ricadente. Le antere sono rosate sul bocciolo, ma arancioni o porpora dopo l'apertura del fiore. I fiori pistillati (femminili) sono anch'essi privi di calice e di corolla, e consistono in un ' ovario accompagnato da una piccola ghiandola nettarifera inserita sulla base di una scaglia portata sul rachide di un amento.
Il latino "salix" risale a una radice indoeuropea con alternanza *səlik (in latino), *selik (nel greco ἑλίκη helíkē), *sol(i)k nell'area germanica (antico alto tedesco "salaha", tedesco "Salweide", anglosassone "sealh"); la voce latina è collegata anche con l'irlandese "sail" e con il basco "saliga", ed è fatta risalire al sanscrito "saras", "acqua" ("sarit", "fiume", e "sarami", "scorro") perchè il salice ne richiede parecchia; da questa radice deriverebbe anche la parola "sale". Nei dialetti italiani il nome della pianta è perlopiù derivato dall'accusativo salicem (salice è un latinismo ormai desueto) e spesso in forma femminile: abruzzese "sàucia", laziale "sarcia" o "sàucia", elbano "salgo", pitiglianese "la salce"; il ligure ha il maschile "saxo". In area romanza, da saliceus derivano il bolognese "salìz", il francese "saule", il provenzale "saletz"; dalla forma tarda *salicārius il catalano "salguer", il portoghese "salgueiro", lo spagnolo "salguera", il veneziano "salghèr", il friulano "salgàr" (da cui il cognome del grande Emilio Salgari, nato a Verona); da *salicum il rumeno "sargǎ", il guascone "saligo" e lo spagnolo "sarga".
Passiamo ai cenni storici. Le foglie e la corteccia del salice sono già menzionate in antichi testi provenienti da Assiria, Sumeria ed Egitto. I semi dell'albero Haluppu erano raccomandati nella narrativa sumerica come trattamento per l'infertilità, e l'"albero Haluppu" è stato variamente identificato con quercia, pioppo o salice. L'antico Papiro Ebers menziona il salice (di specie incerta) in tre rimedi. Uno, come parte di un'elaborata ricetta per un cataplasma per "rendere flessibile il met" (il significato di "met" è incerto, ma potrebbe avere a che fare con il sistema nervoso). Il secondo fa parte di un trattamento per la "grande debolezza", quando il "giunco ​​del salice verde" è combinato con pane fresco, erbe di campo, fichi, uva e vino. Infine veniva utilizzato in un miscuglio di "carne grassa, fichi, datteri, incenso, aglio e birra dolce" per mettere in ordine il cuore. Nell'antica Grecia il medico Ippocrate di Coo scrisse delle sue proprietà medicinali nel V secolo a.C. L'autore romano Aulo Cornelio Celso cita il salice una sola volta: le foglie, pestate e bollite nell'aceto, dovevano essere utilizzate come cura per il prolasso uterino, ma non è chiaro quale ne fosse l'azione terapeutica; è improbabile che sia stato un sollievo dal dolore, poiché ha raccomandato la cauterizzazione nel paragrafo successivo.
Il medico e botanico inglese Nicholas Culpeper (1615-1654), vissuto agli albori della scienza moderna, in "The Complete Herbal" suggerisce molti usi del salice, tra l'altro per tamponare le ferite, per "trattenere il calore della lussuria" e come diuretico, ma non fa menzione di eventuali presunte proprietà analgesiche. La sua raccomandazione di utilizzare le ceneri bruciate della corteccia di salice, mescolate con aceto, per "portare via verruche, duroni e carne superflua", sembra corrispondere agli usi moderni dell'acido salicilico. Il medico e naturalista William Turner (1508-1568), da non confondere con l'omonimo pittore dell'ottocento, si concentrò sulla capacità delle foglie e della corteccia di "resistere a tutti i flussi di sangue", se bollite nel vino e bevute, ma aggiunge un trattamento per la febbre, dicendo: "i rami verdi con le foglie possono benissimo essere portati nelle camere e sistemati sui letti di coloro che sono malati di febbre, poiché raffreddano potentemente il calore dell'aria, il che è un meraviglioso ristoro per i malati." Nel 1763 il reverendo Edward Stone (1702-1768) inviò una lettera alla Royal Society descrivendo i suoi esperimenti con la corteccia polverizzata di salice bianco (Salix alba): egli aveva notato che la corteccia di salice aveva un sapore amaro, come la "corteccia peruviana" (la china), che era usata per curare le febbri, e ipotizzò che il salice avrebbe avuto un effetto simile. Per diversi anni lo testò su una cinquantina di pazienti e lo trovò molto efficace. Sebbene il rimedio di Stone sia stato sperimentato da altri in quell'epoca, non fu mai adottato ufficialmente dai medici. Durante la Guerra civile americana, tuttavia, le forze confederate sperimentarono anche il salice come cura per la malaria, senza successo.
Nel suo celeberrimo romanzo "L'Isola Misteriosa" (1875), Jules Verne (1828-1905) descrisse lo stato delle conoscenze scientifiche riguardanti gli usi medicinali del salice quando uno dei suoi personaggi, Herbert Brown, era in gravi condizioni a causa della febbre alta indotta da una ferita da arma da fuoco. Nel romanzo, Herbert viene trattato con corteccia di salice in polvere senza alcun effetto e viene salvato quando il misterioso Capitano Nemo gli fa avere una scatola di chinino. È chiaro nel romanzo che le cause delle febbri erano poco conosciute e non vi è alcun suggerimento di possibili effetti analgesici derivanti dall'uso del salice.
La prima prova duratura che il salicilato, derivato dal salice e da altre specie vegetali, potesse avere reali usi medicinali arrivò nel 1876, quando il medico scozzese Thomas John MacLagan (1838-1903) sperimentò con notevole successo la salicina come trattamento per i reumatismi acuti. Nel frattempo, gli scienziati tedeschi avevano provato l'acido salicilico sotto forma di salicilato di sodio, con meno successo ed effetti collaterali più gravi. Il trattamento della febbre reumatica con la salicina ottenne gradualmente una certa accettazione negli ambienti medici. Intanto la scoperta dell'acetanilide diede origine a una mania di "acetilazione", in cui i chimici sperimentarono l'aggiunta di un gruppo acetilico a vari composti organici aromatici. Nel 1853 il chimico Charles Frédéric Gerhardt (1816-1856) trattò per la prima volta il salicilato di sodio con cloruro di acetile per produrre acido acetilsalicilico. Più di 40 anni dopo, nel 1897, Felix Hoffmann (1868-1946) sintetizzò lo stesso acido a partire dalla pianta Spiraea, e nel 1899 scoprì il suo effetto analgesico. Questo acido fu battezzato "Aspirina" dal datore di lavoro di Hoffmann, l'industria Bayer AG. Contrariamente a quanto si crede di solito, la scoperta dell'aspirina è quindi solo indirettamente collegata al salice.
Alla fine degli anni '90 del secolo scorso, l'antropologo Daniel Moerman (1941-) descrisse molti usi del salice da parte dei nativi americani, che in tutte le Americhe ne usavano la corteccia per curare disturbi come mal di gola e tubercolosi, e affermò inoltre che "Diversi riferimenti menzionano la corteccia di salice da masticare come analgesico per mal di testa e altri dolori, apparentemente un presagio dello sviluppo dell'aspirina alla fine del 1800."
Gli usi erboristici del salice sono continuati fino ai tempi moderni. All'inizio del XX secolo la naturalista inglese Maud Grieve (1858-1941) descrisse l'uso della corteccia e della radice polverizzata del salice bianco per le sue qualità toniche e astringenti e ne raccomandò l'uso nel trattamento di dispepsia, vermi, diarrea cronica e dissenteria. Come altri erboristi, non fece menzione del fatto che avesse alcun effetto analgesico, nonostante il già diffuso uso dell'aspirina al suo tempo, e ne considerava il tannino il principio attivo. Solo molto tempo dopo l'invenzione dell'aspirina è emersa l'idea che la corteccia di salice fosse un efficace antidolorifico, e si è diffusa la falsa convinzione che il salice contenga effettivamente aspirina. Oggi molti documentari, libri e articoli ripetono l'affermazione secondo cui gli antichi usavano il salice per alleviare il dolore, e numerosi prodotti a base di salice possono essere acquistati per questo scopo, con i soliti alti profitti a vantaggio dei furbastri. La ricerca moderna però suggerisce che solo l'effetto analgesico più lieve potrebbe essere derivato dall'uso dell'estratto di salice, e anche questo potrebbe essere dovuto tanto ai flavonoidi e ai polifenoli quanto all'acido salicilico.
É invece certo che alcuni dei primi oggetti fabbricati dall'uomo furono realizzati con il salice: una rete da pesca in salice risale all'8300 a.C.! Cestini, nasse, trappole per pesci, recinti di canniccio e muri di canniccio e fango erano spesso realizzati in vimini, cioè con i rami giovani e flessibili di alcune specie di salici, decorticati e adatti per lavori d'intreccio (prima di utilizzarli è necessario ammorbidirlo mettendolo in ammollo). Anche il vimine ha una lunga storia, documentata dagli archeologi: il colle Viminale, uno dei sette colli di Roma, deriva il suo nome dalla parola latina per vimini, !viminia"! Il legno di salice è utilizzato nella fabbricazione di scatole, scope, mazze da cricket, assi delle culle, sedie, bambole, pali, manici di utensili, impiallacciatura di legno, bacchette, flauti e fischietti. Inoltre, dal legno possono essere prodotti tannino, fibra, carta, corda e spago. Sono stati effettuati numerosi esperimenti e modelli matematici sull'utilizzo dei salici per biomasse o biocarburanti, a causa della loro rapida crescita. Un tempo i poveri mangiavano spesso amenti di salice cotti per formare un purè. La corteccia interna può essere consumata cruda o cotta, così come le foglie giovani e i germogli sotterranei. Il salice può essere coltivato per produrre carbone. Sono state condotte interessanti ricerche sull'eventuale utilizzo dei salici per la futura biofiltrazione delle acque reflue al fine della bonifica dei terreni, anche se ciò per ora non è commercialmente conveniente. Sono utilizzati per la stabilizzazione degli argini (bioingegneria), dei pendii, per il controllo dell'erosione del suolo, come cintura frangivento e per favorire l'habitat della fauna selvatica. I salici sono spesso piantati ai margini dei corsi d'acqua, in modo che le loro radici intrecciate possano proteggere la riva dall'azione dell'acqua.
Sorprendentemente, durante la seconda guerra mondiale i salici erano un materiale strategico per l'esercito britannico. Tutto ciò che veniva lanciato dai paracadute veniva fatto cadere in ceste, leggere e resistenti: potevano essere realizzate in qualsiasi forma e rimbalzare al momento dell'impatto. La produzione britannica di salici era di circa 2000 tonnellate all'anno da parte di circa 630 produttori che impiegavano 7000 cestai. Lawrence Ogilvie (1898-1980), patologo delle piante che aveva studiato e scritto la sua tesi di laurea magistrale all'Università di Cambridge degli anni '20 sulle malattie del salice, è considerato il maggior esperto di tutti i tempi dei salici e le loro malattie.
Nel mondo dell'arte, il salice viene utilizzato per realizzare carboncini per disegnare e sculture viventi, intrecciate a partire da rami di salice vivo in forme come cupole e tunnel. Gli steli di salice sono usati per intrecciare cesti e sculture tridimensionali di animali e altre figure, ma anche per fabbricare elementi decorativi da giardino, come pannelli e obelischi. Il salice è un soggetto famoso nelle opere di molti pittor dell'Estremo Oriente, in particolare nei dipinti a penna e inchiostro provenienti dalla Cina e dal Giappone.
Venendo alle religioni, nel buddismo un ramo di salice è uno degli attributi principali di Kwan Yin, il bodhisattva della compassione. Il salice è una delle quattro specie associate alla festa ebraica di Sukkot o Festa dei Tabernacoli, citata in Levitico 23,40: i rami di salice sono usati durante il servizio della sinagoga per Hoshana Rabbah, il settimo giorno di Sukkot (Aravah è il nome ebraico del salice). Le chiese cristiane dell'Europa nordoccidentale, dell'Ucraina e della Bulgaria usavano spesso rami di salice al posto delle palme nelle cerimonie della Domenica delle Palme. Secondo una nota leggenda, i soldati romani strapparono i rami di un salice per flagellare Gesù, e da allora l'albero, addolorato, si trasformò in un salice piangente. In Cina molte persone portano con sé rami di salice nel giorno della pulizia delle tombe o del Festival di Qingming; i rami di salice sono messi su cancelli e porte d'ingresso delle case dei cinesi, i quali credono che aiutino a scongiurare gli spiriti maligni che vagano durante tale festa, vagamente simile ad Halloween. Una leggenda macabra afferma che, durante il Festival di Qingming, il sovrano degli inferi permette agli spiriti dei morti di tornare sulla terra, e poiché la loro presenza potrebbe non essere sempre gradita, i rami di salice li tengono lontani. Nelle immagini tradizionali della dea della misericordia Guanyin, essa viene spesso mostrata seduta su una roccia con un ramo di salice in un vaso d'acqua al suo fianco. La Dea utilizza quest'acqua e il ramo per mettere in fuga i demoni. Le sacerdotesse taoiste usano anche un piccolo intaglio in legno di salice per comunicare con gli spiriti dei morti: l'immagine viene inviata negli inferi, dove si ritiene che lo spirito disincarnato vi penetri e fornisca le informazioni desiderate ai parenti sopravvissuti al suo ritorno. Una gisaeng (geisha coreana) di nome Hongrang, che visse al tempo della dinastia Joseon (1392-1897), scrisse la poesia "Presso il salice sotto la pioggia la sera", che dedicò al suo amante in partenza: «...sarò il salice al tuo capezzale! », dice tra l'altro.
Nella tradizione giapponese il salice è associato agli yūrei (幽霊), i fantasmi della tradizione giapponese (da yū 幽, "evanescente", "oscuro", e rei 霊, "anima"). Si suppone comunemente che un fantasma appaia dove cresce un salice. "IL Salice Verde" è una storia giapponese di fantasmi in cui un giovane samurai si innamora di una donna chiamata Salice Verde che ha uno stretto legame spirituale con un salice. Anche nel folklore inglese il salice è considerato un albero piuttosto sinistro, capace di sradicarsi da solo e inseguire i viaggiatori (sarà). Forse ispirato da questa fosca leggenda, John R. R. Tolkien (1892-1973) introduce nel suo "Legendarium" (l'universo fantasy alternativo da lui creato) il "Vecchio Uomo Salice", appartenente alla categoria degli Ucorni, antichissimi "alberi spirituali" (in quanto "abitati" da particolari spiriti) che formavano la primordiale Grande Foresta di Arda (nome tolkieniano del pianeta Terra). A partire dalla Terza Era, il Vecchio Uomo Salice dimora nella Vecchia Foresta, al confine est della contea, lungo le sponde del fiume Sinuosalice, ha potere sui venti e trae energia dalla terra attraverso le sue profondissime radici. Per mezzo di un potente sortilegio, una melodia incantatrice appena udibile nel delicato fruscio delle foglie al vento, è in grado di indurre al sonno le malcapitate vittime, il cui destino è quello di scomparire inglobate nel suo tronco: e questo rischia di essere anche il destino degli Hobbit Merry, Pipino, Sam e Frodo, nel capitolo VII del primo libro de "La Compagnia dell'Anello" (primo volume del "Signore degli Anelli"). L'' con il potere sufficiente ad opporglisi è Tom Bombadil, che infatti costringe il Vecchio Uomo Salice a lasciarli liberi per continuare il loro viaggio. Quanto a Tom Bombadil, egli viene chiamato anche Iarwain Ben-adar, ossia "il Più Anziano e Senza Padre"; e alla domanda di Frodo « Messere, chi sei? », egli così risponde, in maniera a dir poco enigmatica: « Il più anziano, ecco chi sono. Ricordate, amici, quel che vi dico: Tom era qui prima del fiume e degli alberi; Tom ricorda la prima goccia di pioggia e la prima ghianda... Era qui prima dei Re e delle tombe e degli Spettri dei Tumuli. Quando gli Elfi emigrarono a ovest, Tom era già qui, prima che i mari si curvassero; conobbe l'oscurità sotto le stelle quand'era innocua e senza paura: prima che da Fuori giungesse l'Oscuro Signore. » Tolkien non ha mai fornito chiarimenti riguardo alla sua esistenza, salvo affermare che egli nacque da un gioco di suo figlio Michael, e solo in un secondo momento venne inserito nel Legendarium, alla cui struttura mitologica però appare abbastanza estraneo. Sicuramente non è un elfo, pur essendo dotato di una vita così lunga; potrebbe essere uno degli Istari, cioè degli stregoni come Gandalf e Saruman (di solito si dice che essi sono cinque, ma nei "Racconti Incompiuti" si fa cenno al fatto che ve ne potrebbero essere altri), o uno dei Valar in incognito che ha preso forma umana (forse Oromë, il Vala che più di tutti amava la Terra di Mezzo e le foreste), o ancora una creatura unica, superstite di una razza più antica di tutte tra i Figli di Ilúvatar. Simpatica, ma poco credibile, la proposta, avanzata da alcuni fan, che Tom sia una rappresentazione letteraria dello stesso Tolkien. Altre ipotesi stravaganti sostengono che Bombadil rappresenti Väinämöinen, protagonista del poema nazionale finlandese "Kalevala" (ma questa deità creatrice è stata identificata con vari personaggi del Legendarium) oppure Adam Kadmon, figura del misticismo ebraico che rappresenta una sorta di centro antropocentrico del cosmo e di "Eletto" dotato di straordinari poteri, in quanto primo tra gli uomini. Le parole della sua sposa Baccador (« Tom Bombadil è Signore ») e il fatto che Tom Bombadil sia « senza Padre » rendono convincente piuttosto l'ipotesi che egli sia addirittura un'ipostasi di Ilúvatar in persona, cioè del Dio giudeo-cristiano; lo stesso Tolkien comunque lascia volutamente quest'essere avvolto da un alone di mistero. Lo stesso che sembra avvolgere la chioma del salice e la sua magia!

Maestoso esemplare di salice piangente da me fotografato sulla riva del Lago Maggiore presso Locarno

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L'albero che costò caro a Sigfrido
E ora, dietro richiesta di Guido Borghi, vi parlerò del tiglio. Tilia è un genere di circa 30 specie di alberi o arbusti, diffuso nella maggior parte dell'emisfero settentrionale temperato., ma la più grande diversità di specie si trova in Asia. In cinese, "椴/duàn" o "椴樹/duànshù" è un termine generico per tutte le specie di Tilia. Questo genere è stato inizialmente inserito nella famiglia delle Tiliacee, ma la ricerca genetica eseguita dall'Angiosperm Phylogeny Group ha portato all'incorporazione di questo genere nelle Malvacee. Come per i salici e per altre piante di alto fusto, il numero esatto di specie del genere è incerto, poiché molte specie possono ibridarsi facilmente sia in natura che coltivate. I tigli sono per lo più grandi alberi decidui, che raggiungono in genere da 20 a 40 m di altezza, e alla loro base si sviluppano frequentemente numerosi polloni. Il robusto tronco dei tigli si erge come un pilastro e i rami si suddividono in numerose ramificazioni su cui i rametti sono fini e fitti. In estate questi sono abbondantemente rivestiti di grandi foglie e il risultato è una fittissima chioma verdissima di foglie asimmetriche a forma di cuore che misurano da 6 a 20 cm.  Le infiorescenze sono protette da una brattea fogliacea ovoidale di colore verde-pallido, che rimane nell'infruttescenza e come un'ala agevola il trasporto a distanza dei frutti. Questi sono dei minuscoli piselli con la superficie pelosa e con un endocarpo legnoso e resistente, chiamata carcerulo. Tutte le specie di tiglio possono essere propagate per talea e innesto, oltre che per seme, ma sono notoriamente difficili da propagare dai semi, a meno che non vengano raccolti freschi in autunno. Se lasciati essiccare, i semi entrano in una profonda dormienza e impiegano 18 mesi per germogliare. Crescono rapidamente in terreni ricchi, ma sono soggetti all'attacco di molti insetti. In particolare, gli afidi sono attratti dalla ricca riserva di linfa, e sono a loro volta spesso "allevati" dalle formiche proprio per la produzione della linfa, di cui le formiche vanno ghiotte, e il risultato può spesso essere uno sgocciolamento di linfa in eccesso sui rami e sulle foglie inferiori e su qualsiasi altra cosa sottostante. Le auto lasciate sotto gli alberi possono rapidamente ricoprirsi di una pellicola di melassa dolciastra lasciata cadere dai rami, anche se il processo di "allevamento" degli afidi da parte delle formiche non sembra causare gravi danni agli alberi. Tilia è anche l'' genere ectomicorrizico conosciuto nella famiglia delle Malvacee; ciò significa che i tigli vivono con un'ampia gamma di simbionti fungini, con una preferenza particolare verso i partner fungini Ascomycota. I tigli sono utilizzati come piante alimentari dalle larve di alcuni lepidotteri.
Il latino tilia è affine al greco πτελέᾱ, ptelea, "olmo", che deriva dalla radice proto-indoeuropea *ptel-ei̯ā con il significato di "ampio"; da qui anche il latino "latus" e quindi il termine "latifoglie". Alcuni però affermano che il nome del genere deriva dal greco πτιλον ptilon, "ala", per la caratteristica brattea fogliacea che facilita la disseminazione anemocora dei grappoli di frutti. In inglese il nome dell'albero è "lime" o "linden", dall'inglese antico lind o linde, dal proto-germanico *lindō, affine al latino "lentus", "flessibile", e al sanscrito "latā", "liana". Nella famiglia delle lingue germaniche, l'inglese "lithe" e l'olandese e il tedesco "lind" per "indulgente, arrendevole" derivano dalla stessa radice.
Fossili di tiglio sono stati trovati nelle formazioni terziarie di Grinnell Land, in Canada, a 82°N di latitudine, e nelle Svalbard, in Norvegia. In Europa alcuni tigli hanno raggiunto età considerevoli. Si stima che un bosco ceduo di Tilia cordata nel Westonbirt Arboretum del Gloucestershire abbia 2000 anni. Nel cortile del Castello Imperiale di Norimberga si trova un tiglio che, secondo la tradizione, fu piantata intorno al 1000 dall'imperatrice Santa Cunegonda di Lussemburgo (975-1033), moglie di Enrico II di Germania (973-1024). Il tiglio di Naters, in Svizzera, è citato in un documento del 1357 e descritto dall'autore dell'epoca come già altissimo; una lapide ai suoi piedi ricorda che nel 1155 in questo punto esisteva già un tiglio. Accanto al Tempio Yinghua nella Città Proibita di Pechino ci sono due alberi di tiglio piantati circa cinquecento anni fa dall'Imperatrice Vedova Li, la madre dell'Imperatore Wanli (1563-1620). Il tiglio di Eminescu (in rumeno "Teiul lui Eminescu") è un tiglio di 500 anni cresciuto a Iași, in Romania: Mihai Eminescu (1850-1889), il più noto poeta rumeno di tutti i tempi, avrebbe scritto alcune delle sue migliori opere sotto questo albero, facendolo diventare uno dei monumenti naturali più importanti della città di Iași e di tutta la Romania.
Il tiglio è consigliato come albero ornamentale quando si desidera una grande massa di fogliame o un'ombra profonda. Produce fiori profumati ed è un'importante pianta mellifera per gli apicoltori, che dà origine a un miele monofloreale pallido ma riccamente aromatizzato; famoso è il miele di tiglio dei Monti Iblei, in Sicilia. In Cina, il miele di tiglio prodotto nella regione nord-orientale viene chiamato "miele bianco" o "miele delle nevi" per il suo colore. Nella fitoterapia europea e nordamericana i fiori sono utilizzati anche per tisane e tinture. I fiori sono usati per le tisane in inverno in Grecia e Turchia. I fiori essiccati sono leggermente dolci e appiccicosi e il frutto è piuttosto dolce e mucillaginoso. In Cina i fiori essiccati di tiglio sono usati anche per preparare un tè dal gusto gradevole, dovuto all'olio volatile aromatico presente nei fiori. I fitochimici nei fiori di Tilia includono flavonoidi e tannini con proprietà astringenti. Il decotto di corteccia dei giovani rami raccolto in primavera ha proprietà astringenti, utilizzato come clistere per la cura di diarree e infezioni intestinali. L'infuso, la tisana e lo sciroppo dei fiori con le brattee, raccolti in giugno-luglio e fatti seccare all'ombra, vantano proprietà anticatarrali, bechiche, sudorifere, emollienti, antispasmodiche, vasodilatatrici e calmanti nei confronti degli stati d'ansia. Da alcune specie di tiglio si ricavano persino dei profumi.
Nei giardini paesaggistici inglesi, i viali di tigli erano di moda soprattutto tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo. Molte antiche case di campagna hanno un "viale dei tigli": ad esempio quello della Hatfield House fu piantato tra il 1700 e il 1730. Questa moda derivava dalla pratica di piantare tigli in lunghi filari in Germania, Paesi Bassi, Belgio e Francia settentrionale per fornire ombra e frescura. La maggior parte degli alberi utilizzati nei giardini britannici erano cultivar provenienti dai Paesi Bassi.
I tigli producono legname tenero e facilmente lavorabile, che ha pochissima grana e una densità di 560 kg/m3. Era spesso usato dalle tribù germaniche per costruire scudi; in Germania è stato il classico legno per le sculture dal Medioevo in poi, ed è il materiale usato per elaborate pale d'altare. In Inghilterra fu il legno preferito dallo scultore Grinling Gibbons (1648–1721). Il legno di tiglio è anche il materiale preferito per tapparelle e persiane. Il legno di tiglio è utilizzato ancor oggi anche nella fabbricazione e nell'intaglio di marionette e burattini, avendo una grana fine ed essendo relativamente leggero. In Cina è stato ampiamente utilizzato anche per intagli o mobili, decorazioni di interni ed opere di artigianato. La facilità di lavorazione e le buone proprietà acustiche rendono il legno di tiglio molto usato per le chitarre elettriche, i bassi e per gli strumenti a fiato come i flauti dolci. I produttori di percussioni a volte usano il legno di tiglio come materiale per i fusti della batteria, sia per migliorare il loro suono che per la loro estetica. In Cina il fungo Sarcomyxa edulis, chiamato "dongmo" nel Paese di Mezzo, cresce bene sui tronchi in decomposizione degli alberi di tiglio nelle foreste secolari; pertanto i tronchi degli alberi di tiglio sono usati per coltivare funghi con ottimi risultati.
Dalla corteccia fibrosa interna dell'albero di tiglio si può ricavare una fibra resistente: si stacca la corteccia e la si immerge in acqua per un mese, dopodiché le fibre interne possono essere facilmente separate. La rafia ottenuta dall'interno della corteccia dell'albero Tilia japonica è stata utilizzata dall'antichissimo popolo Ainu del Giappone settentrionale per tessere i loro abiti tradizionali, gli "attus". Gli scavi archeologici in Gran Bretagna hanno dimostrato che la fibra di tiglio era la preferita per confezionare capi di abbigliamento durante l'età del bronzo. Il popolo Manciù nelle montagne della Cina nord-orientale fabbricava corde, ceste, impermeabili e grandi reti da pesca dalla rafia di tiglio.
E ora, come sempre, parliamo un po' della complessa simbologia di quest'albero così caro agli uomini. Cominciamo dalla mitologia greca. Omero, Orazio, Virgilio e Plinio citano il tiglio e le sue virtù. Nell'ottavo libro delle sue "Metamorfosi", Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-18 d.C.) racconta la storia di Filemone e Bauci: un giorno Zeus ed Hermes, attraversando la Frigia con sembianze umane, cercarono ospitalità a mille porte, ma i soli che li accolsero furono Filemone e Bauci, una coppia di anziani che viveva in una povera capanna costruita con canne e fango. La coppia si offrì di lavare i piedi ai viaggiatori, e diede poi loro da mangiare il loro pranzo. Dopo il pranzo gli déi condussero Filemone e Bauci sopra un'alta montagna vicina alla capanna e venne loro comandato di non guardarsi mai indietro: quando lo fecero, videro la città sommersa da un lago tranne la loro povera capanna, che venne trasformata in un tempio maestoso. Zeus, grato, si offrì di esaudire qualunque loro desiderio, ma Filemone e Bauci chiesero solo di diventare sacerdoti del tempio di Zeus e di poter morire insieme. Dopo aver vissuto ancora molti anni, i due coniugi furono infine trasformati in alberi: Filemone in una quercia e la moglie Bauci proprio in un tiglio, uniti per il tronco.
Erodoto dice: « Gli indovini sciti prendono la foglia del tiglio e, dividendola in tre parti, se le attorcigliano intorno alle dita; poi le sciolgono ed esercitano l'arte divinatoria ». Inoltre Filira, madre del centauro Chirone, si trasformò in un tiglio dopo aver partorito il centauro sapiente, precettore di déi ed eroi, per la vergogna di aver partorito un essere mezzo uomo e mezzo cavallo dopo lo stupro da parte di Poseidone, cui il cavallo era sacro (tale mito è ripreso da John Updike (1932-2009) nel suo romanzo "Il centauro" (1963).
Il tiglio era un albero altamente simbolico e sacro anche per i popoli germanici. In origine le comunità norrene si riunivano non solo per festeggiare e ballare sotto un tiglio, ma anche per tenervi le lorosedute al fine di ristabilire la giustizia e la pace, poiché si credeva che l'albero avrebbe aiutato a portare alla luce la verità. Così l'albero fu associato alla giurisprudenza anche dopo la cristianizzazione, ce i verdetti nella Germania rurale furono spesso pronunciati "unter der linden" (sotto un tiglio) fino all'età dell'Illuminismo.
Il Nibelungenlied ("Canzone dei Nibelunghi") è la più importante opera letteraria tedesca medievale basata sulla tradizione orale che raccontava eventi capitati alle tribù germaniche nel V e VI secolo (alcuni personaggi sono storici, come il re burgundo Gunther, il re ostrogoto Teodorico e il Khan degli Unni Attila). In esso l'eroe Sigfrido ottiene l'invulnerabilità bagnandosi nel sangue del drago Fáfnir da lui ucciso, ma durante il bagno una foglia di tiglio gli si posò sulla schiena, lasciando una zona del suo corpo non toccata dal sangue, che risultò il suo ' punto vulnerabile, analogamente al tallone di Achille. Sigfrido rivelò questo segreto alla moglie Crimilde, sorella di Gunther, e il traditore Hagen la convinse ad indicargli questo punto, con la scusa di proteggerlo in ogni modo, ed invece d'intesa con Gunther lo uccise colpendolo proprio in quel punto. Crimilde si vendicò sposando in seconde nozze Attila ed istigandolo ad uccidere Hagen e Gunther.
Nel folklore tedesco il tiglio è "l'albero degli innamorati": il noto poema dell'alto tedesco medio "Sotto il tiglio" di Walter von der Vogelweide (1200 circa) descrive un appuntamento tra una servetta e un cavaliere sotto un tiglio. La strada più importante di Berlino, che conduce dal centro di Berlino a Potsdam, la residenza di campagna dei re prussiani, si chiama Unter den Linden, dal nome degli alberi che fiancheggiano il viale. Hohenlinden ("Alto tiglio") è una cittadina nel distretto bavarese di Ebersberg in cui il 3 dicembre 1800 ebbe luogo la battaglia di Hohenlinden durante le Guerre rivoluzionarie francesi. In essa le truppe austro-bavaresi al comando del diciottenne arciduca Giovanni d'Asburgo-Lorena e del generale Esterházy affrontarono l'armata francese del Reno al comando del generale Jean Victor Marie Moreau nei pressi di questa località, ma rimediarono una sonora sconfitta e furono costrette all'armistizio. Lo stemma di Mariehamn, capoluogo delle Isole Åland, parte della Finlandia pur essendo quasi interamente abitata da svedesi, contiene ancor oggi tre foglie di tiglio, albero un tempo considerato sacro in quell'arcipelago. Si pensi che in Svezia, dove il tiglio si chiama "Lind", i 100 cognomi più comuni nel 2015 includevano al 17° posto Lindberg ("montagna del tiglio"), al 21° Lindström ("ramoscello di tiglio"), al 22° Lindqvist ("ramo di tiglio"), al 23° Lindgren (altra versione di "ramo di tiglio), e al 99° Lindholm ("isola del tiglio")!
Veniamo all'antica mitologia slava. In essa il tiglio ("lipa", come viene chiamato in tutte le lingue slave) era considerato un albero sacro. In particolare in Polonia molti villaggi hanno il nome "Święta Lipka" che letteralmente significa "Tiglio Sacro". Ancor oggi il tiglio è uno degli emblemi nazionali di Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Lusazia. Nel mondo cristiano ortodosso slavo, il legno di tiglio era il legno preferito per la pittura di icone su tavola. Le icone del grande Andrej Rublëv (1360-1430), tra cui la "Santissima Trinità", ora nella Galleria Statale Tretyakov di Mosca, sono dipinte su legno di tiglio: il suo legno è stato scelto per la sua capacità di essere levigato molto liscio e per la sua resistenza alla deformazione una volta stagionato. Dalla parola "Lipa" deriva il nome slavo tradizionale del mese di giugno (in croato "lipanj") o luglio (in polacco "lipiec", in ucraino "lypen'/липень"). È anche la radice della città tedesca di Lipsia, che deriva dal suo nome sorabo Lipsk. Il villaggio sloveno di "Lipica" significa "piccolo tiglio" e ha dato il nome alla celebrata razza di cavalli lipizzani. L'ex valuta croata, la kuna, andata fuori corso il 14 gennaio 2023 in seguito all'adozione dell'euro da parte di Zagabria, era suddivisa in 100 lipa. Il nome"Lipa" fu anche proposto nel 1990 per la valuta slovena dopo l'indipendenza del paese dalla Jugoslavia, ma alla fine prevalse il nome "tolar" (Tallero), andato a sua volta fuoricorso il 14 gennaio 2007 dopo l'adozione dell'euro da parte di Lubiana.
Nella mitologia baltica la dea del destino è chiamata Laima e il suo albero sacro è il tiglio. La dimora di Laima infatti era un tiglio, dove ella prendeva le sue decisioni; per questo le donne lituane pregavano e facevano sacrifici sotto i tigli chiedendo fortuna e fertilità, parlando con loro come se fossero esseri umani.
E veniamo alla Cina. Siccome nel nord della Cina non cresce l'albero Bodhi, l'albero sacro del buddismo, siccome la forma delle foglie di tiglio è simile a quella dell'albero Bodhi, molto tigli sono stati piantati nei templi per sostituire l'albero sacro. L'imperatore Qianlong (1711-1799) della dinastia Qing scrisse ben due poesie dedicate ai tigli del Tempio Yinghua nella Città Proibita di Pechino, già citati sopra, le scolpì su tavolette di pietra e le collocò nel padiglione di fronte al tempio.
Veniamo alla letteratura. Come raccontano le Guide Turistiche dell'Associazione Ippogrifo, che raggruppa professionisti delle città venete, ai tempi di Dante nel giardino privato dei Della Scala, in piazza Viviani a Verona, sorgeva un maestoso tiglio, ed il Sommo Poeta amava meditare e studiare all'ombra di quell'albero, ospite dell'amico Cangrande, cui avrebbe dedicato il suo "Paradiso". Fino agli anni '60 del secolo scorso gli anziani veronesi lo chiamavano "il tiglio di Dante". Molte delle brevi poesie ("Fraszki") del poeta rinascimentale polacco Jan Kochanowski (1530-1584) sono dedicate al tiglio. Il suo "Na Lipę" ("All'albero di tiglio"), pubblicato nel 1584, è stato ispirato da un albero da lui molto amato nella sua tenuta di campagna a Czarnolas. Kochanowski contemplava, riposava e scriveva alla sua ombra, offriva ristoro agli ospiti sotto la sua chioma, e questi momenti sono tutti rappresentati nella sua poesia. Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) presentò il tiglio come un simbolo centrale nella sua poesia "This Lime-Tree Bower My Prison" pubblicata per la prima volta nel 1800. Una poesia dal ciclo di poesie "Winterreise" del tedesco Wilhelm Müller (1794-1827) si chiama "Der Lindenbaum" ("L'albero di tiglio"). Nel 1827 Franz Schubert (1797-1828) scrisse il famoso ciclo di canzoni "Winterreise" basato su queste poesie. Nel romanzo "La Montagna Incantata" (1924) di Thomas Mann (1875-1955), una registrazione di questo ciclo di canzoni è un'importante pietra di paragone filosofica all'interno della sua complessa trama. Il racconto "L'elfo della rosa" di Hans Christian Andersen (1805-1875) menziona un tiglio e le sue foglie. Nella fiaba dei fratelli Grimm Il principe ranocchio, la principessa lascia cadere la sua palla d'oro nello stagno mentre è seduta sotto un tiglio. Ne "I dolori del giovane Werther" (1774) di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) il protagonista è sepolto sotto il suo amato albero di tiglio dopo il suo suicidio. Ne "La via di Swann", il primo libro di "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust (1871-1922), il narratore intinge una tortina in una tazza di tè ai fiori di tiglio. L'aroma e il gusto della torta e del tè innescano il suo primo ricordo involontario cosciente. "I tre tigli" è una fiaba del 1912 di Hermann Hesse (1877-1962) fortemente influenzata dalla leggenda greca di Damone e Pizia. raccontata da Cicerone e Diodoro Siculo: la fiaba, ambientata nel periodo medievale, cerca di spiegare tre enormi tigli i cui rami si intrecciano fino a ricoprire l'intero cimitero dell'Ospedale dello Spirito Santo a Berlino. Il grande John R. R. Tolkien (1892-1973) compose il poema "Light as Leaf on Lindentree", originariamente pubblicato nel 1925 nel volume 6 della rivista "The Gryphon". Dopo molti rimaneggiamenti esso fu incluso ne "Il Signore degli Anelli" sotto forma di una canzone cantata da Aragorn sulla meravigliosa storia d'amore di Beren e Lúthien. Il compositore britannico Ralph Vaughan Williams (1872-1958) scrisse nel 1900 la sua prima canzone "Linden Lea". Infine, il titolo della canzone del gruppo moldavo O-Zone "Dragostea din Tei", divenuta il tormentone estivo del 2004 nonostante sia cantata in lingua rumena, significa letteralmente "amore sotto il tiglio", espressione idiomatica che in Moldavia corrisponde a "amore a prima vista" o "amore non corrisposto". Chi non ricorda il suo trascinante ritornello? « Nu mă, nu mă iei, nu mă, nu mă, nu mă iei », cioè « non mi, non mi prendi [con te], non mi, non mi, non mi prendi [con te] »...

Il Viale dei Tigli a Gallarate, dove si trova il Liceo in cui insegna l'autore di questo sito

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Il guscio che racchiude l'universo
Passiamo al noce. Juglans regia (noce da frutto o noce bianco) è un grande albero a foglie decidue, che raggiunge 200 anni di età ed altezze di 25-35 metri e il cui tronco raggiunge i 2,5 m di diametro. Di solito presenta un tronco corto e un'ampia chioma. La corteccia è liscia, bruno-olivastra quando è giovane e grigio-argentea sui rami più vecchi, e presenta ampie fessure sparse con una tessitura più ruvida. Il midollo dei rametti è di colore brunastro, le foglie sono lunghe 25–40 cm, disposte alternativamente; i fiori maschili sono riuniti in amenti pendenti di 5-10 cm di lunghezza, mentre i fiori femminili sono radunati in grappoli da due a cinque, che maturano in autunno in un frutto con una buccia verde carnosa e un nocciolo marrone dal guscio ondulato, comunemente chiamato noce. Il frutto intero, compreso il mallo, cade in autunno; il seme è grosso, con guscio relativamente sottile, commestibile, dal sapore ricco. Gli alberi di noce crescono meglio in terreni ricchi e profondi con pieno sole e lunghe estati, come le valli della California. Il noce tende a diventare più alto e più stretto in una fitta competizione forestale; è una specie che richiede luce e richiede il pieno sole per crescere bene. Altre piante spesso non crescono sotto gli alberi di noce perché le foglie e le bucce cadute contengono juglone, una sostanza chimica che agisce come un erbicida naturale. I cavalli che mangiano foglie di noce possono sviluppare laminite, una malattia dello zoccolo. Juglans regia è infestata da Rhagoletis juglandis, comunemente nota come mosca del mallo di noce, che depone le uova nei malli dei frutti.
Il nome Junglas del genere deriva dal latino "glans", "ghianda", per la somiglianza tra la sua parte terminale e il frutto della quercia. Il nome latino del noce era nux gallica, non con riferimento alla Francia ma alla Galazia, regione dell'Asia minore abitata da Celti che si trova sugli altopiani all'estremità occidentale della distribuzione naturale dell'albero. Come il francese "noix", lo spagnolo "nuez", il portoghese "noz", il rumeno "nuc", il provenzale "notz", l'inglese "nut" e il tedesco "nusz" derivano tutte dal latino "nux" che forse ha perduto una c iniziale ("cnux"), come mostra l'antico tedesco "hnuz", da una radice "gn-" o "kn-", che significa "tenere insieme" (da cui l'inglese "knot", "nodo" e il tedesco "knochen", "osso", ma anche gli italiani "nocca" e "nuca"), visto che il guscio trattiene all'interno il gheriglio. Quest'ultimo a sua volta viene probabilmente dal greco "karyos", "noce".Il termine inglese antico "wealhhnutu" viene da "wealh" (straniero) e "hnutu"(noce) quindi "la noce delle terre romane" (Gallia e Italia) distinta dalla nocciola nativa secondo l'Oxford English Dictionary. In lingua cinese il noce è chiamato 胡桃(hú táo), che significa letteralmente "pescaHu", il che suggerisce che gli antichi cinesi associassero l'introduzione dell'albero nell'Asia orientale con i barbari Hu delle regioni settentrionali e nord-ovest della Cina. In Messico si chiama nogal de Castilla, perché i nativi messicani associavano l'introduzione dell'albero in Messico con gli spagnoli della Castiglia, al contrario delle noci nere originarie del Nord America.
Fossili di noci del genere Juglans sono stati trovati negli strati del Cenozoico in Nord America. Uno dei centri di origine di Juglans regia è l'Iran ma, come per altre antiche e diffuse piante coltivate, non è facile ricostruirne la distribuzione originaria e determinare i confini dei passati areali naturali. Ci sono molte testimonianze riguardanti i primi pollini e noci fossili di Juglans regia, il che suggerisce che Juglans regia sia probabilmente sopravvissuto alle ultime glaciazioni in diversi santuari in Europa meridionale, Vicino Oriente e Himalaya. Le maggiori foreste si trovano in Kirghizistan, a 1.000-2.000 metri di altitudine. Nel IV secolo a.C. Alessandro Magno introdusse questa "noce persiana" (καρυα ή Περσική come la chiamava Teofrasto) in Grecia e Macedonia, dove si è ibridata con specie locali, dando vita ad alberi a portamento laterale con frutti più grandi. Questi ultimi furono diffusi dai Romani nell'Europa meridionale e nell'Africa settentrionale. Si pensa che in Cina sia stato introdotto dall'Asia centrale circa 2000 anni fa e in alcune aree si sia naturalizzato. La Juglans regia coltivata fu introdotta molto presto nell'Europa occidentale e settentrionale, e nelle Americhe nel XVII secolo dai coloni inglesi. I principali produttori mondiali sono Cina (con 2,52 milioni di tonnellate su 4,50 totali),Stati Uniti, Iran, Turchia e Messico. Ultimamente la coltivazione si è diffusa in altre regioni, come la Nuova Zelanda e il sud-est dell'Australia. Viene coltivato estensivamente da 30° a 50° di latitudine nell'emisfero boreale e da30° a 40° in quello australe. I suoi frutti di alta qualità vengono consumati sia freschi che spremuti per il loro olio ricco di sapore; sono state selezionate numerose cultivar con noci più grandi con gusci più sottili.
I gherigli di noce contengono il 4% di acqua, il 65% di grassi, il 15% di proteine e il 14% di carboidrati; forniscono vitamine del gruppo B, tiamina, folati, fibre e diversi minerali tra cui manganese, fosforo, magnesio, zinco e ferro; 100 grammi forniscono 654 calorie, Omega-3, acido oleico ed acido linoleico, e dunque sono poco indicati a chi è sovrappeso. Alcuni studi epidemiologici hanno rivelato che le persone che consumano noci abitualmente corrono meno rischi di subire cardiopatie coronariche e che il consumo di vari tipi di semi, tra cui le noci, può diminuire le concentrazioni del colesterolo LDL. L'alto contenuto di arginina stimola la produzione di ossido nitrico che è indispensabile all'elasticità dei vasi sanguigni. Le noci prevengono l'artrite e rendono lapelle più bella. Le caratteristiche nutrizionali le rendono adatte anche ad un consumo controllato durante il periodo della gravidanza. Però, come tutta la frutta a guscio, sono fonti di allergeni alimentari che possono causare gravi reazioni allergiche.Quello di noce è un legno duro, resistente e tra i più pregiati al mondo. Il legno vivo appena tagliato può essere color senape, per poi scurirsi fino a diventare marrone nel giro di pochi giorni. Il legname essiccato è di un color cioccolato tendente al nero, e può presentare disegni insoliti nella tramatura. È apprezzato dai migliori falegnami per la sua durata e lucentezza, ed è utilizzato per parquet,chitarre, mobili, impiallacciature, maniglie e calci di pistola. Da notare che un tipo di legno chiamato "noce Tanganica non ha niente a che vedere conil genere Juglans, in quanto è ricavato da una pianta del genere Pouteria chiamata Aningeria altissima, che cresce nelle foreste umide della fascia equatoriale africana dalla Costa d'Avorio al Kenya. La farina di gusci di noce può essere utilizzata nei composti di amido termoplastico per sostituire i derivati del petrolio. La tribù Navajo utilizzavano i gusci di noce per produrre una tintura marrone.
Passiamo al mondo dei simboli. La noce ha sempre rappresentato richiamo all'organo genitale maschile per via della somiglianza della noce ai testicoli quando è ancora avvolta dal mallo;di fatto, quindi, questo albero simboleggia la fertilità e la fecondità. Gli antichi Greci chiamavano questo albero "Karya basilica", ovvero "noce regale,essendo amato dai re persiani. Nella ricca mitologia greca il Noce è legato al dio Dioniso e al suo amore per la principessa Caria. La leggenda narra che Dioniso, ospite presso Dione, re della Laconia, si invaghì di Caria, una delle sue giovani figlie. Orfe e Lico, sorelle maggiori di Caria, invidiose delle attenzioni che Dioniso stava riservando alla loro sorella, avvertirono subito il padre. Dioniso, colmo di collera per questo tradimento, dopo averle fatte impazzire le trasformò in rocce. Caria, disperata per la sorte riservata alle due amate sorelle, morì poco dopo di dolore. Dioniso, ancora innamorato di Caria, ebbe pietà di lei e la trasformò in un albero di noce, dandole la possibilità di produrre frutti fecondi. La morte di Caria fu annunciata da Artemide ai Laconi, e questi fecero costruire un tempio ponendo al suo ingresso delle statue scolpite in legno di noce. Queste statue raffiguravano delle figure femminili denominate, in seguito, "Cariatidi" proprio per questo motivo (famose quelle dell'Eretteo sull'Acropoli di Atene).
Nella simbologia popolare la noce evoca la trimurti sacra che presiede a ogni manifestazione:corpo (guscio), spirito (il mallo) e anima (il gheriglio). Già Sant'Agostino la indicava come simbolo di Cristo: il mallo sta per la carne di Gesù, il guscio allude alla croce e il gheriglio alla natura divina di Cristo.
Il "Battesimo di Gesù", opera giovanile di Piero della Francesca (1412-1492), offre un'intensa meditazione sul mistero trinitario, di cui il battesimo di Gesù è la prima epifania, e nona caso cita il Concilio di Firenze che tentò un accordo fra cattolici e ortodossi proprio sulla Trinità. L'albero in primo piano il cui tronco bianchissimo è in corrispondenza con il candore della carne di Cristo è un noce, citazione allusiva alla valle di Nocea, dove, secondo la leggenda, i due fondatori della città di San Sepolcro, ritratta sullo sfondo, decisero di fondare la prima chiesa della futura città. Come tutti i simboli, la noce possiede un'ambivalenza di significato. L'eccentrico pittore Giuseppe Arcimboldo (1526-1593), in uno dei suoi dipinti reversibili, cioè osservabili anche capovolti, inserisce la noce. Un quadro, oggi a Cremona, raffigura ortaggi in un vaso tra i quali si vede il mallo di una noce spezzata, segno della fertilità della terra. Guardato capovolto il dipinto offre invece il volto di un ortolano che ha per occhio proprio la noce. L'Arcimboldo, attento alle simbologie, ha voluto così indicare come la fecondità di un'esistenza dipenda dal modo con cui l'uomo guarda la realtà. La noce nella sua ambivalenza disegno, frutto del bene o del male, esprime tale modalità.
Benevento è la patria di un'antica tradizione di stregoneria: si diceva che le streghe beneventane venissero da tutta Italia per riunirsi per i loro sabba sotto il sacro noce di Benevento. Nel 1526 il giudice Paolo Grillandi scrisse di streghe a Benevento che adoravano una dea nel sito di un vecchio noce. Per esorcizzare questi riti infausti invalse l'uso di raccogliere le noci per realizzare il nocino, una sorta di panacea della salute, nel giorno di san Giovanni Battista, il 24 giugno. Questa leggenda ha ispirato molte opere, tra cui il balletto del 1812 "Il Noce di Benevento" di Salvatore Viganò e Franz Xaver Süssmayr, un tema da cui è stato adattato in un brano per violino chiamato "Le Streghe" di Niccolò Paganini (1782-1840). Il liquore beneventano Strega (dal quale deriva il nome di un noto premio letterario) raffigura sull'etichetta il famoso albero di noce con le streghe che danzano sotto di esso. E non è un caso se, come abbiamo visto parlando del mirto, l'albero delle stregonerie e dei demoni tagliato da Rinaldo nel XVIII Canto della "Gerusalemme Liberata", altro in realtà non era se non un noce!
Plinio il Vecchio cita nella sua "Naturalis Historia" un resoconto di Cicerone in cui si afferma che una versione manoscritta dell'Iliade di Omero sarebbe entrata in una noce: « in nuce inclusam Iliadem Homeri carmen in membrana scriptum tradit Cicerone » (ma si sa che Cicerone amava spararle grosse). Nell'"Amleto"(Atto 2, Scena 2) il protagonista esclama: « Oh Dio, potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re dello spazio infinito! » Nelle favole le noci sono sempre legate a tesori e sorprese positive: nella fiaba "Il forno" dei fratelli Grimm, una principessa riceve dalla regina dei rospi tre noci, che la aiuteranno a conquistare l'amore di un bellissimo principe: in ogni noce, infatti, si nasconde un meraviglioso abito. In "Mignolina" di Hans Christian Andersen (1805-1875), invece, la piccola protagonista ha come culla proprio un guscio di noce. Ne "I promessi sposi", buona parte del terzo capitolo è dedicata al famoso "Miracolo delle noci" raccontato da Fra Galdino. Questi giunge a casa di Lucia per la "cerca delle noci", una pratica usuale in quell'epoca,che consisteva nel raccogliere le noci come offerta per il convento. Mentre la promessa sposa va a prendere le noci, il frate racconta ad Agnese la famosa storia del miracolo delle noci. In un convento di frati cappuccini in Romagna viveva Padre Macario; un giorno vide in un campo dei braccianti che si accingevano ad abbattere una pianta di noce perchè non produceva più frutti da diversi anni. Il frate esortò il proprietario a non farlo, promettendogli che quell'anno l'albero avrebbe prodotto più frutti che foglie. Il benefattore, che si fidava del frate, ordinò ai braccianti di risparmiare l'albero e promise a Padre Macario metà del suo raccolto di noci. In effetti lo straordinario raccolto di noci ci fu, ma il benefattore morì prima di vederlo, lasciando tutto in eredità al figlio, uomo egoista che si burlava dei religiosi e pensava solo a divertirsi. Quando il frate tornò da lui per riscuotere il dovuto, egli si rifiutò di onorare la promessa fatta dal padre, asserendo di non aver mai sentito che i frati producessero noci, e lo cacciò via. Un giorno, però, mentre si vantava della vicenda davanti ai suoi amici, li invitò a vedere la sua incredibile provvista di noci nel granaio, ma con enorme sorpresa vi trovò solamente un mucchio di foglie secche. La notizia del miracolo si diffuse rapidamente e quell'anno il convento ricevette così tante elemosine in noci che poté ridistribuirle a tutti i poveri del circondario.
Infine, "L'universo in un guscio di noce" è un saggio pubblicato nel 2001 dal grande scienziato e divulgatore britannico Stephen Hawking (1942-2017), noto al grande pubblico perle sue ricerche sui buchi neri e per la malattia che lo costringeva in carrozzina. Maestoso albero, dentro i tuoi semi tu puoi racchiudere persino l'infinità del cosmo!

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Le figlie del dio Sole
La nostra scorribanda in questo giardino botanico virtuale ci porta davanti a un maestoso esemplare di pioppo. Populus è un genere di una trentina specie di piante da fiore decidue della famiglia delle Salicacee, originarie dell'emisfero settentrionale. L'altezza dei pioppi va dai 15 ai 30 metri e oltre, con fusti che possono superare i 2,5 metri di circonferenza. La corteccia degli individui giovani è liscia, con colorazioni che vanno dal bianco al verdastro al grigio scuro, spesso screziato; sugli esemplari più vecchi, diventa rugosa e profondamente fessurata. I germogli sono robusti e sono presenti le gemme apicali (contrariamente ai loro parenti salici, di cui abbiamo parlato sopra); le foglie sono disposte a spirale e la loro forma varia da triangolare a circolare o, più raramente, lobata, con lunghi piccioli. I piccioli sono appiattiti, sicché il vento può facilmente muovere le foglie dando l'impressione che l'albero "tremi". Si tratta di piante solitamente dioiche; le piante femminili e maschili sono facilmente distinguibili: le prime hanno rami grandi, chiome voluminose e grosse gemme, mentre le altre sono più slanciate e hanno gemme più piccole ma più numerose; queste notevole diversità ha fatto sì che in passato i sessi venissero erroneamente classificati come due specie diverse. L'età riproduttiva comincia a 10-15 anni. I fiori compaiono all'inizio della primavera e prima delle foglie e sono raccolti in infiorescenze allungati, pendente e peduncolate. Quelli maschili sono più corti e tozzi e compaiono prima di quelli femminili, che hanno spighe più lunghe e più pendenti. I frutti sono capsule, verdi o bruno-rossicce, e maturano tra metà primavera e metà estate. Contengono numerosi piccoli semi marroncini che poi vengono dispersi dal vento tramite una sorta di pappo, da cui il nome inglese del pioppo, cottontree, cioè "albero del cotone".
I pioppi del genere Populus sono probabilmente le latifoglie più diffuse nell'emisfero boreale, e il pioppo balsamico occidentale (Populus trichocarpa) è stato il primo albero il cui DNA è stato sequenziato completamente, nel 2006.
Populus è una voce latina, per la precisione scritta pōpulus, distinta dunque da pŏpulus, "popolo" per via della vocale "o" lunga. Una paretimologia comune, già attestata presso gli antichi, lo considera l'"albero del popolo". In realtà l'etimologia è differente e dibattuta, probabilmente facente parte del sostrato mediterraneo prelatino. La parola italiana "pioppo" deriva da una forma latina medievale *ploppus, da cui anche l'emiliano "fioppa", il napoletano "chiuppo", il rumeno "plop", lo spagnolo "chopo" e il portoghese "choupo", passata anche nell'irlandese "pobhuil", nell'albanese "plepi", nel tedesco "Pappel", nell'antico slavo тополь/"topolĭ" e nel greco moderno τοπόλι/"topóli", mentre la forma classica pōpulus è riconoscibile nel veneto "povolo". L'ipotesi più probabile è che pōpulus e  *ploppus derivino per raddoppiamento del radicale pal- che si trova nel greco "pallo", "agito" (e nell'italiano "palla") per via dell'agitarsi rumoroso delle foglie del pioppo al minimo refolo di vento. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che, nel greco antico, pioppo suonava "algeiros", dalla stessa radice del sanscrito "egati", cioè "agitarsi", da cui si pensa che derivi anche il latino "aegrus", "malato", perchè chi ha la febbre trema a causa dei brividi, e forse persino il verbo italiano "agire".
Il più antico fossile identificabile di questo genere appartiene a Poplus wilmattae e proviene dal tardo Paleocene del Nord America, circa 58 milioni di anni fa. Il genere Populus è stato tradizionalmente suddiviso in sei sezioni sulla base dei caratteri fogliari e floreali, e i recenti studi genetici lo hanno ampiamente supportato, confermando i sospetti circa un'evoluzione molto complessa a causa di continui eventi passati di ibridazione tra i gruppi, dato che alcune specie hanno relazioni diverse indicate dal loro DNA nucleare (ereditato paternamente) e dalle sequenze del DNA dei cloroplasti (ereditato maternamente), una chiara indicazione di una probabile origine ibrida. Di solito si parla di pioppo bianco (clima subartico circumpolare e temperato freddo) come ad esempio Populus alba; pioppo nero (Nord America, Europa, Asia occidentale; clima temperato) come Populus nigra; pioppo balsamico (Nord America, Asia; clima temperato fresco) come Populus balsamifera; pioppo a foglie grandi (Nord America orientale, Asia orientale; clima temperato caldo) come Populus heterophylla; pioppo subtropicale (sud-ovest asiatico, Africa orientale; clima da subtropicale a tropicale) come Populus euphratica; e pioppo messicano (Messico; clima da subtropicale a tropicale) come Populus guzmanantlensis.
I pioppi sono importanti piante alimentari per le larve di un gran numero di specie di lepidotteri. Il fungo Pleurotus populinus si trova esclusivamente sul legno morto degli alberi Populus in Nord America. Purtroppo diverse specie di pioppo nel Regno Unito e in altre parti d'Europa hanno subito un pesante deperimento, in parte dovuto a causa dell'insetto Sesia apiformis che perfora il tronco dell'albero durante il suo stadio larvale.
Molti pioppi vengono coltivati come alberi ornamentali, avendo il vantaggio di crescere fino a dimensioni molto grandi a un ritmo rapido. Quasi tutti i pioppi attecchiscono facilmente per talea o dove giacciono al suolo rami spezzati; spesso possono formare enormi colonie da un ' albero originario, come la famosa foresta di Pando composta da migliaia di cloni di Populus tremuloides. Nota anche come "Trembling Giant" ("gigante tremulo"), è un bosco nello stato dello Utah, nella foresta nazionale di Fishlake, e dai marcatori genetici della pianta si è stabilito che tutte le sue ramificazioni di Pando fanno parte dello stesso organismo vivente, con un massiccio sistema di radici il cui peso è stato stimato in circa 6.615 tonnellate, il che lo rende l'organismo vivente più pesante conosciuto. Inoltre il sistema radicale di Pando è considerato tra i più antichi organismi viventi al mondo, con un'età di circa 80.000 anni!
Gli alberi con ramificazione colonnare sono particolarmente apprezzati e sono coltivati ​​in Europa e nel sud-ovest asiatico. Tuttavia, come i salici, i pioppi hanno apparati radicali molto vigorosi e invasivi che si estendono fino a 40 metri dagli alberi; piantarli vicino a case o vicino a tubi dell'acqua in ceramica può causare danni alle fondamenta e crepe nei muri e nei tubi, a causa della loro ricerca di umidità.
Il legno di Populus è un materiale leggero e poroso; la sua flessibilità e la grana fine lo rendono adatto a numerose applicazioni, simili a quelle del salice. I Greci e gli Etruschi facevano scudi di pioppo, e anche Plinio il Vecchio raccomandava di usare il legno di pioppo to per questo scopo. Il pioppo continuò ad essere utilizzato per la costruzione di scudi durante tutto il Medioevo, ed era rinomato per una durabilità simile a quella della quercia, ma con una sostanziale riduzione di peso. Il legno di pioppo è oggi ampiamente utilizzato nell'industria dello snowboard, perché ha un'eccezionale flessibilità, ed è talvolta utilizzato nei corpi di chitarre elettriche e batterie. Viene utilizzato anche per realizzare fiammiferi, scatole di fiammiferi e le scatole per il famoso formaggio Camembert. A causa del suo alto contenuto di acido tannico, la corteccia è stata utilizzata per la concia delle pelli.
Non basta: il pioppo è sfruttato come coltura energetica per le biomasse. In Italia questa coltura può produrre fino a 16,4 tonnellate secche di biomassa per ettaro ogni anno, per cicli di taglio semestrali e triennali, con un bilancio energetico positivo e un'elevata efficienza energetica. Il biocarburante è un'altra opzione per utilizzare il pioppo come fonte di bioenergia. I pioppi sono spesso utilizzati come frangivento intorno ai campi agricoli per proteggere dall'erosione del vento. Il pioppo rappresenta anche un candidato idoneo per il fitorisanamento, essendo stato utilizzato con successo per abbattere  molti tipi di inquinanti, tra cui oligoelementi nel suolo[24] e fanghi di depurazione.
Sembrerà incredibile ma, oltre al fogliame e ad altre parti delle specie Populus consumate dagli animali, lo strato di linfa amidacea sotto la corteccia esterna è commestibile per l'uomo, sia crudo che cotto. Inoltre il pioppo è ampiamente utilizzato per la fabbricazione della carta.
Nel campo artistico, il pioppo era il legno più utilizzato in Italia per i dipinti su tavola; la "Gioconda" e i più famosi dipinti del primo Rinascimento italiano sono su pioppo. Due celebri poesie in inglese lamentano l'abbattimento dei pioppi: "The Poplar Field" di William Cowper (1731-1800) e "Binsey Poplars" di Gerard Manley Hopkins (1844-1889). "Vecchio Pioppo" è una struggente lirica di Federico Garcìa Lorca (1898-1936). Nella sua famosa canzone "Strange Fruit", la grande Billie Holiday (1915-1959) cantava: « Black bodies swinging in the southern breeze/Strange fruit hanging from the poplar trees... »
Un famoso mito greco afferma che Fetonte, figlio di Elio (il dio sole) e dell'oceanina Climene, chiese al padre il permesso di provare a guidare il carro di fuoco solare, e il padre non seppe rifiutarglielo. I cavalli alati però correvano velocissimi, l'inesperto Fetonte si fece prendere dal panico e perse il controllo del carro, che prima si avvicinò troppo alla terra, riducendo la Libia a uno sterile deserto, e poi si accostò troppo alla volta del cielo lasciandovi una profonda bruciatura, la Via Lattea. Per evitare che il carro impazzito del sole distruggesse l'universo, Zeus fu costretto a fulminare Fetonte, che cadde nel fiume Eridano, variamente identificato, ma di solito considerato l'antico nome del Po. Come racconta Ovidio nel secondo libro delle sue "Metamorfosi", le sue sorelle, le Eliadi, piansero inconsolabili la sua morte, fino a che Zeus impietosito non le trasformò proprio nei pioppi che costeggiano il Po, mentre le loro lacrime si trasformarono in gocce di ambra. Secondo alcuni, l'identificazione dell'Eridano con il Po ha permesso l'identificazione del greco Fetonte con la divinità veneta Aponus (Fons Aponi è l'attuale Abano Terme).
Secondo un altro mito, delle foglie di pioppo si sarebbe cinto il capo Ercole quando discese negli Inferi, per cui la faccia esterna delle foglie divenne nera per il fumo, mentre quella interna restò bianca perché aderente alla fronte. A causa del colore bianco e nero delle foglie, simboleggia anche il tempo che scorre. Questa particolarità ha fatto del pioppo il simbolo del confine fra la terra e il regno degli inferi. Per questo motivo quest'albero rappresenta nel calendario celtico l'equinozio d'autunno che demarca il passaggio del Sole dalla parte settentrionale a quella meridionale dello zodiaco, ovvero agli inferi della stagione invernale. Sempre secondo il calendario arboreo celtico il pioppo rappresenta uno dei segni dello zodiaco. Per via del mito di Ercole, in araldica il pioppo è simbolo di coraggio, e lo si trova nello stemma di Albareto (PR), Bareggio (MI), Gazzo (PD) e Aspach (in Francia).
Anche la Bibbia cita quest'albero quando racconta la storia del patriarca Giacobbe, costretto a fuggire nell'Alta Mesopotamia e a mettersi al servizio dello zio Labano perchè il fratello Esaù lo cercava per ucciderlo, dopo avergli soffiato la primogenitura con uno stratagemma. Labano cercò di trattenerlo al proprio servizio prima dandogli in sposa le due figlie Lia e Rachele, e poi promettendogli di regalargli tutti i capi di bestiame nati pezzati o punteggiati. Giacobbe ricorse allora ad un altro artificio: « Giacobbe prese rami freschi di pioppo, di mandorlo e di platano, ne intagliò la corteccia a strisce bianche, mettendo a nudo il bianco dei rami. Mise i rami così scortecciati nei canaletti agli abbeveratoi dell'acqua, dove veniva a bere il bestiame, bene in vista per le bestie che andavano in calore quando venivano a bere. Così le bestie andarono in calore di fronte ai rami e le capre figliarono capretti striati, punteggiati e chiazzati. » (Gen 30,37-39) Questo racconto mitologico nasce dall'antica convinzione secondo cui il colore del manto dei nascituri fosse influenzato da ciò che le loro madri vedevano durante la gestazione, ed è usato per mettere in evidenza il favore di Dio di cui godeva Giacobbe/Israele, patriarca eponimo del popolo ebraico. Nella Bibbia trovano posto anche le radici eccezionalmente estese dei pioppi: « Io sarò come rugiada per Israele; / esso fiorirà come un giglio, / metterà radici come un pioppo, / si spanderanno i suoi germogli… » (Osea 14,6-7)

Tre pioppi fotografati dall'autore di questo sito nel suo paese natale

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Le spine da cui stilla il miele
L'acacia è un genere di arbusti e alberi della sottofamiglia Mimosoidee della famiglia delle Fabacee. Inizialmente comprendeva un gruppo di specie vegetali originarie dell'Africa e dell'Australasia. Il nome generico è mutuato dal greco ἀκακία (akakia), termine usato da Dioscoride per un preparato estratto dalle foglie e dai baccelli dei frutti di Vachellia nilotica, il tipo originario del genere. Secondo i linguisti, tale nome dal greco deriva ἄκις, "spina" per mezzo del raddoppiamento della radice ak-, che significa "penetrare" (da cui anche "ago", ma anche "acanto" e "acero") per via delle spine di cui è irta.
Il genere fu così nominato per la prima volta nel 1754 da Philip Miller (1691-1771). Nel 1913 Nathaniel Lord Britton (1859-1934) e Addison Brown (1830-1913) scelsero Acacia nilotica di origine africana, come la specie tipo. Il genere Acacia nel 1986 conteneva 1352 specie. Alla fine del XX secolo però, grazie alle ricerche genetiche, si scoprì che il genere acacia non era monofiletico, e che diversi lignaggi divergenti dovevano essere collocati in generi separati. Si è scoperto in particolare che un lignaggio comprendente oltre 900 specie originarie principalmente dell'Australia, della Nuova Guinea e dell'Indonesia non era strettamente imparentato con il gruppo molto più piccolo del lignaggio africano che conteneva Acacia nilotica, la specie tipo. Ciò significava che il lignaggio australasiatico, di gran lunga il più numeroso quanto a specie, avrebbe dovuto essere rinominato. Proprio nel 1986 il botanico Leslie Pedley (1930-2018) propose di rinominare questo gruppo Racosperma, un termine che però ha ricevuto pochi consensi nella comunità botanica. Nel 2003 i botanici australiani Anthony Orchard (1946-) e Bruce Maslin (1946-) hanno proposto una soluzione meno dirompente impostando una specie di tipo diverso per Acacia (Acacia penninervis) e consentendo a un gran numero di specie australiane di rimanere sotto il genere Acacia, mentre i due lignaggi tropicali sono stati rinominati Vachellia e Senegalia e i due lignaggi endemici americani sono stati rinominati Acaciella e Mariosousa. Sebbene molti botanici fossero ancora in disaccordo circa la necessità di tale suddivisione, questa soluzione è stata infine adottata ufficialmente al Congresso Botanico Internazionale di Melbourne nel 2011. Comunque "acacia" rimane un nome comune ampiamente utilizzato per tutti i generi. Diverse specie sono state introdotte in varie parti del mondo e sono stati creati due milioni di ettari di piantagioni commerciali. Il gruppo è così eterogeneo che comprende sia bassi arbusti che alberi d'alto fusto. Pare che le giraffe siano ghiottissime di foglie di acacia. Nell'antico Egitto, un unguento ricavato dalle foglie macinate di un'acacia (si discute di quale specie) veniva usato per curare le emorroidi. Alcune specie di acacia poi contengono alcaloidi psicoattivi e talune contengono fluoroacetato di potassio, un veleno per roditori.
Un acacia fossile di 14 centimetri è stata ritrovata nel bacino di Parigi e risale all'Eocene. Alcuni baccelli fossili di un vegetale battezzato Leguminocarpon e molto simili a quelli dell'acacia sono riemersi dai depositi del tardo Oligocene in diversi siti in Ungheria. Fossili di baccelli di Acacia parschlugiana e Acacia cyclosperma, entrambe estinte, sono noti da depositi terziari in Svizzera. Estinta è anche l'Acacia colchica, descritta da fossili del Miocene provenienti dalla Georgia occidentale. Polline fossile di Acacia scoperto in Australiaè vecchio almeno di 25 milioni di anni.
Vediamo alcune delle specie più famose. L'Acacia nilotica, oggi rinominata Vachellia nilotica come spiegato sopra (anche se in Africa è ancora chiamata acacia, trattandosi di un iconico simbolo tradizionale), è conosciuta anche come albero della gomma arabica o come mimosa spinosa. Come dice il nome, è originaria dell'Egitto, ma attraverso il Maghreb e il Sahel ha raggiunto il Sudafrica e ad est attraverso la penisola arabica si è spinta fino al subcontinente indiano e alla Birmania. Il governo federale degli Stati Uniti la considera una pianta nociva per i motivi sopra spiegati. La specie tipo del genere Acacia è un albero alto da 5 a 20 metri con una densa chioma sferica, steli e rami generalmente di colore da scuro a nero, corteccia fessurata grigio-rosata, che trasuda una gomma rossastra di bassa qualità. L'albero ha spine sottili, diritte, chiare e grigie in coppie ascellari, lunghe da 5 a 7,5 cm negli alberi giovani, mentre gli alberi maturi comunemente sono senza spine. Le foglie sono bipennate, con 3-6 paia di pinnule e 10-30 paia di foglioline ciascuna, con una ghiandola alla base dell'ultimo paio di pinnule. I fiori sono capolini globosi di 1,2-1,5 cm di diametro di colore giallo dorato brillante, disposti su peduncoli. I baccelli sono fortemente ristretti, pelosi, bianco-grigi. I suoi semi sono piccoli, ce ne vogliono circa 8000 per arrivare a un chilo. Se ne consumano i baccelli e le foglie, ma è anche molto usata come foraggio per i bovini. I baccelli sono usati come supplemento alle razioni per il pollame in India, e i baccelli secchi sono particolarmente ricercati dagli animali nei pascoli. In Africa occidentale si ritiene che i baccelli e le foglie abbiano proprietà antiparassitarie sui piccoli ruminanti, e ciò è stato confermato da esperimenti in vitro sui nematodi. I Masai mangiano sia la corteccia interna che la polpa del frutto bollita in acqua, e la usano nella medicina tradizionale per curare mal di gola, tosse e dolori al petto. Il tenero ramoscello di questa pianta viene utilizzato come spazzolino da denti nell'Africa sud-orientale e nel subcontinente indiano. Gli aborigeni australiani hanno tradizionalmente raccolto i semi di alcune specie di acaia per macinarli in farina e mangiarli come una pasta o cotti in una torta. A Kano, in Nigeria, i baccelli di acacia sono stati tradizionalmente usati per tingere la pelle di una sfumatura rossastra. La gomma essudata di questo albero è nota come gomma arabica ed è stata raccolta fin dai tempi dei Faraoni per la fabbricazione di medicinali, coloranti e vernici. La gomma di Vachellia nilotica in India è anche chiamata gomma Amaravati. Il legno dell'albero è molto resistente se stagionato in acqua, e i suoi usi includono manici di utensili e legname per barche.
L'Acacia dealbata è invece comunemente conosciuta come mimosa (dal latino mimus, "attore", per i movimenti con cui le foglie reagiscono a qualsiasi contatto). È una tipica pianta pioniera, molto utilizzata come pianta ornamentale grazie alla sua profumata fioritura con fiori gialli molto delicati. È una pianta originaria della Tasmania, e per le sue meravigliose caratteristiche come pianta ornamentale ha avuto una notevole diffusione in Europa a partire dal XIX secolo. In Italia è molto diffusa lungo la Riviera ligure, in Toscana, in Sicilia, e in tutto il meridione, ma anche sulle coste dei laghi del nord. È una pianta molto delicata che preferisce terreni freschi, ben drenati, tendenzialmente acidi soprattutto per una buona fioritura. Cresce preferibilmente in aree con clima temperato e teme inverni molto rigidi. Dal 1946, per iniziativa della parlamentare comunista Teresa Mattei (1921-2013), in Italia il ramo fiorito di mimosa viene offerto alle donne il giorno dell'8 marzo per la Giornata Internazionale della Donna. La Mattei la scelse perché era uno dei primi fiori a sbocciare a inizio marzo e aveva il vantaggio di essere poco costosa: « Scegliamo un fiore povero, facile da trovare nelle campagne. »
L'Acacia farnesiana è comunemente nota come gaggia (forse deformazione del fancese "acacie" o "cassie"). Questa pianta è un arbusto deciduo con fusto alto fino a 6-7 metri e con diametro di 20 cm, con rami pendenti. Originaria della zona tropicale del Nuovo Mondo, è stata introdotta con successo e si è naturalizzata in molti paesi della fascia tropicale e subtropicale di Africa, Asia e Australia. In Europa è diffusa in Spagna, Francia e Italia. Le foglie sono bipennate, provviste di stipole spinose, lunghe da 1,5 a 5 cm, formate da 4-10 paia di pinne composte da numerose piccole foglioline, lunghe 2–4 mm. Ha infiorescenze globose, di colore giallo-dorato, solitarie o in piccoli gruppi, riunite all'ascella delle foglie, particolarmente profumate. Il frutto è un legume cilindrico contenente da 2 a 10 semi, ricoperti da un tegumento di colore bruno. Il fogliame è una fonte di foraggio con un tenore di proteine di circa il 18%. I fiori sono distillati per produrre un profumo chiamato Cassie. È ampiamente usato nell'industria dei profumi in Europa. L'unguento profumato di Cassie è realizzato in particolar modo in India.
La Vachellia erioloba o spina della giraffa (Kameeldoring in afrikaans) è invece un albero dell'Africa meridionale che ama i terreni sabbiosi profondi e asciutti in alcune parti del Sudafrica, del Botswana, dello Zimbabwe e della Namibia. Questo maestoso albero fu descritto per la prima volta da Ernst Heinrich Friedrich Meyer e Johann Franz Drège nel 1836. Può crescere fino a 20 metri di altezza, ma è a crescita lenta, molto resistente alla siccità e abbastanza resistente al gelo. Le spine di colore grigio chiaro riflettono la luce solare e le foglie bipennate si chiudono quando fa caldo. Il legno è di colore bruno-rossastro scuro ed estremamente denso e forte. Produce baccelli a forma di orecchio, molto amati dagli erbivori africani, tra cui le giraffe. I semi possono essere tostati e usati come sostituto dei chicchi di caffè. Il nome "spina della giraffa" si riferisce al fatto che la giraffa (kameelperd in afrikaans) si nutre comunemente delle sue foglie con la lingua e le labbra appositamente adattate, che riescono ad evitare le spine; il nome "erioloba" significa invece "lobo lanoso", un riferimento ai baccelli a forma di orecchio.
Il celebre ed apprezzato "miele di acacia" invece non viene invece raccolto dalle piante della famiglia delle acacie, ma piuttosto dalla Robinia pseudoacacia, originaria del Nord America ma naturalizzatasi in Europa. Vi fu importata dall'America del Nord nel 1601 da Jean Robin (1550-1628), farmacista e botanico del re di Francia Enrico IV. L'introduzione avvenne attraverso semi provenienti dagli Appalachi in Virginia, regalati a Robin dal botanico inglese John Tradescant il Vecchio (1570-1638). Nel 1601 Jean Robin piantò un esemplare di acacia a Parigi, in Place René Viviani, sulla Rive Gauche, nei pressi della chiesa di Saint-Julien-le-Pauvre; esso è ancora esistente, anche se danneggiato dai bombardamenti della Prima Guerra Mondiale, che rovinarono la parte più alta della chioma, e successivamente anche da un fulmine che ne ha colpito il tronco. Per questo motivo è stato necessario sostenerlo con tre pilastri in cemento. Ciononostante è vigoroso continua a fiorire ogni primavera da oltre quattrocento anni. Dei più di 370.000 alberi dei viali e parchi parigini quest'esemplare è comunemente considerato il più antico, oltre ad essere l'acacia più longeva d'Europa (di solito invece la robinia è poco longeva fuori del suo areale originario). In Italia la robinia è stata introdotta nel 1662 nell'Orto botanico di Padova. La rapida diffusione di questa specie è stata favorita dall'uomo, che la apprezza non solo per il legno, ma anche come pianta mellifera e come specie ornamentale a motivo delle sue numerose qualità: la resistenza a condizioni avverse, l'abbondante e profumata fioritura e la velocità di crescita (si pensi che la robinia è stata scelta come Albero dell'Anno del 2020 in Germania, pur non essendo nativa di questo paese). Per la sua capacità di prosperare anche in condizioni che sarebbero avverse per altri alberi, la robinia viene utilizzata per la lotta alla desertificazione.
E ora, alcuni riferimenti culturali. L'acacia è menzionata in un antico proverbio egiziano attribuito al Faraone Amenhotep II (1424-1398 a.C.), della XVIII Dinastia: « Se ti manca un'ascia da battaglia d'oro intarsiata di bronzo, una pesante mazza di legno di acacia andrà benissimo » (saggezza valida in ogni tempo) Considerata sacra presso gli Egizi e le popolazioni della penisola arabica, simboleggiava la speranza indistruttibile della rinascita a nuova vita dopo la morte.  Secondo una nota leggenda, infatti, Osiride fu ucciso e fatto a pezzi dal fratello Seth per invidia, ma la sua sposa e sorella Iside, disperata, cercò le membra disperse, le ritrovò tutte tranne il pene (che fu sostituito con una protesi) e ricompose il corpo dell'amato e all'interno di un sarcofago di legno d'acacia per farlo ritornare in vita e regnare per sempre. Questa simbologia è arrivata fino agli Ebrei, i quali da sempre considerano questo legno sacro e incorruttibile, tanto che la si trova citata più volte nel Libro dell'Esodo, dove è indicata per la costruzione:
> dell'Arca dell'Alleanza, realizzata in legno di acacia rivestito d'oro: « Besalèl fece l'arca di legno di acacia: aveva due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza [...] Fece stanghe di legno di acacia e le rivestì d'oro. » (Es 37,1.4);
> dell'altare dei profumi: « Fece l'altare per bruciare l'incenso, in legno di acacia » (Es 37,25);
> dell'altare dei sacrifici: « Fece l'altare per gli olocausti di legno di acacia » (Es 38,1).
Forse l'acacia citata nella Torah è la Vachellia tortilis (precedentemente nota come Acacia raddiana). Comunque sia, questo legno era talmente connesso alla sfera del Divino da essere considerato l'' che poteva contenere le Tavole della Legge, il patto ("Berit") tra Dio e l'uomo. Secondo una leggenda posteriore alla distruzione del Secondo Tempio, anche il roveto ardente attraverso il quale Dio si manifestò a Mosè sarebbe stato un'acacia (per il Corano invece era l'albero delle more selvatiche). Inoltre i suoi fiori bianchi sono simbolo di amore platonico, mentre il suo legno porta il valore dell'amicizia. La sua foglia fu scelta come simbolo di rinascita anche dalla Massoneria, per via delle caratteristiche della pianta che, forte e delicata, non subisce i mutamenti stagionali ma si rinnova continuamente. Pare che Giuseppe Garibaldi (noto esponente della Massoneria ottocentesca) avesse espresso la volontà di essere cremato su una pira di legno di acacia, ma il suo desiderio non venne accolto dal governo che lo seppellì nella sua Caprera, e questo avvenimento scatenò le proteste di un altro celebre massone, Giosuè Carducci. In America latina tuttora è tradizione che venga regalato un rametto di acacia bianca in occasione delle feste di fidanzamento. La mimosa invece nel linguaggio dei fiori indica il pudore; i Nativi Americani regalavano un mazzo di mimose quando decidevano di dichiarare il proprio amore. Infine, l'acacia è anche uno degli alberi che si incontrano nel popolare videogioco Minecraft. In esso gli alberi sono modellati su due diverse specie: l'Acacia koa, originaria delle Hawaii, e la Vachellia erioloba, originaria dell'Africa meridionale. E scusate se è poco!

Notevole esemplare di Vachellia erioloba dello Zimbabwe (dall'Enciclopedia Britannica)

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Gli alberi di Salomone
Anzitutto, una precisazione. Il nome cedro si riferisce al genere Cedrus, una conifera appartenente alla famiglia delle Pinacee, e non ha niente a che vedere con l'omonimo agrume, il cui nome scientifico è Citrus medica, della famiglia delle Rutacee, che non ha alcun rapporto di somiglianza né di parentela con il nostro albero. La parola latina cedrus deriva dal greco κέδρος, che alcuni fanno venire dal verbo ebraico Hadar, "essere scuro" per il colore verde cupo del suo fogliame, e altri dal verbo greco Keo, "colare", per via della sua resina; è stato anche suggerito che la parola potrebbe essere stata originariamente applicata alle piante di ginepro, e successivamente adottata per le specie ora classificate nei generi Cedrus e Citrus, a causa della somiglianza dei loro legni aromatici. I cedri sono alberi sempreverdi di dimensioni maestose, alti fino a 50 metri, con un legno dalla resina aromatica, un tronco massiccio e possente e rami larghi, orizzontali nel Cedrus libani, penduli in altre specie e sottospecie; il loro accrescimento è piuttosto rapido. Sono nativi dell'Himalaya occidentale (nel caso di Cedrus deodara) e del bacino del Mediterraneo (nel caso di Cedrus atlantica, Cedrus libani e relative sottospecie). In natura si trovano ad altezze di 1500-3200 m sull'Himalaya e 1000-2200 m sulle montagne a sud del Mediterraneo Sopportano geli fino a circa -25 °C. Le foglie sono corte e leggermente pungenti,e disposte in gruppi di 20-40 e variano dal verde brillante a un verde bluastro, a seconda della specie e della quantità di cera bianca che protegge le foglie dall'essiccazione. Le pigne, il cui nome scientifico è "strobili" hanno forma di barile, sono lunghi da 6 a 12 cm e si disarticolano una volta maturi per liberare i semi alati, che sono triangolari, lunghi 10-15 mm con alette di 20-30 mm. I semi hanno due o tre capsule, contenenti una resina dall'odore disgustoso come difesa contro gli scoiattoli. La maturazione dello strobilo dura un anno, con l'impollinazione in settembre-ottobre e la maturazione che avviene l'anno seguente nello stesso periodo. Sono stati introdotti in Europa come alberi ornamentali e sono molto diffusi nei parchi pubblici e nei giardini, ma sono coltivati anche per il loro legno aromatico e resistente. Nel corso dei secoli si è purtroppo verificata una vasta deforestazione, e solo piccoli resti delle foreste originarie sopravvivono al giorno d'oggi. La deforestazione è stata particolarmente grave in Libano e a Cipro. Vari tentativi sono stati fatti nel corso della storia per conservare i cedri del Libano: il primo lo dobbiamo dall'imperatore romano Adriano (117-138 d.C.), il quale creò una foresta imperiale contrassegnata da cippi di confine invalicabili, due dei quali oggi si trovano nel museo dell'Università di Beirut.
La simbologia relativa al cedro è imponente quanto la sua statura: è l'emblema nazionale del Libano e compare sulla sua bandiera e sul suo stemma, ma anche nel logo della Middle East Airlines, la compagnia aerea di bandiera del Libano. Fu pure il simbolo principale della cosiddetta "rivoluzione dei cedri" del 2005, innescata dall'assassinio dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri. il Libano stesso è talvolta indicato metonimicamente come la Terra dei Cedri. Anche grazie alla presenza dei cedri, i Fenici sono diventati grandi commercianti e navigatori, perché con i loro tronchi venivano realizzate le loro forti navi! Nell'arcieria tradizionale il legno di cedro viene usato per la costruzione delle frecce, ed è anche il legno più diffuso per la realizzazione delle scatole di sigari. Le notizie scritte sui cedri sono antichissime. Nell'epopea di Gilgamesh l'eroe sumero e il suo amico Enkidu si recano nella leggendaria foresta di cedri (e quindi in Libano) per uccidere il suo mostruoso guardiano Humbaba e impossessarsi dei suoi alberi (nell'antichità i mostri custodi di un luogo prezioso erano la personificazione della difficoltà da superare per conquistarlo). Il cedro era sacro a Enlil, il « Signore che determina il destino ». Il dio Tammuz sarebbe nato sotto un cedro. Il cedro e il cipresso, in quanto sempreverdi, divennero un riferimento simbolico a una vita perenne (il suo legno era considerato imputrescibile). Il cedro del Libano è menzionato più volte nella Bibbia. Ai sacerdoti ebrei fu ordinato da Mosè di usare la corteccia del cedro del Libano nel trattamento della lebbra. Il veggente Balaam loda le dimore di Israele: « Come sono belle le tue tende, Giacobbe... come aloe, che il Signore ha piantato, come cedri lungo le acque » (Num 24,5). Com'è noto, Salomone si procurò anche legname di cedro per costruire il tempio di Gerusalemme. Il profeta Isaia usò il cedro del Libano (insieme a "querce di Basan", "tutti gli alti monti" e "ogni alta torre") come esempi di altezza e come metafora dell'orgoglio del mondo. Estesi boschi di cedri formavano « la gloria del Libano », che Isaia 35,2 considera simbolo del regno di Dio. Il tenero ramoscello che il Signore pianta "sul monte alto d'Israele" e che «metterà rami e farà frutti, diventerà infine "un cedro magnifico" (Ez 17,22). Ad Ezechiele (31,3) il Signore parla del Faraone come di « un cedro del Libano, bello nella sua altezza e nell'ampiezza dei suoi rami », ma poiché « aveva messo la cima fra le nubi e il suo cuore si era inorgoglito per la sua grandezza, io lo diedi in balia di un principe di popoli, lo rigettai a causa della sua empietà » (Ez 31,10). Nel giorno del giudizio il Signore degli eserciti giudicherà « tutti i cedri del Libano alti ed elevati » (Is 2,13). Nel Salmo 92,12 si dice: « Il giusto fiorirà come la palma e crescerà come un cedro del Libano ». La Sapienza Divina è cresciuta "come un cedro sul Libano" (Sir 24,13), ma anche il giusto viene paragonato a un cedro del Libano in fioritura (Sal 92,13). Nel Cantico dei Cantici troviamo di nuovo associati il Libano e il cedro, quando viene elogiata la bella e nobile figura dello sposo (Ct 5,15). Nella preparazione dell'acqua per la lustratio, che serviva alla purificazione dopo il contatto con un cadavere, aveva una sua funzione il legno di cedro (Num 19,6), e questo era certamente in rapporto con l'idea della sua imputrescibilità. Secondo Cirillo di Alessandria, il legno di cedro era simbolo della carne incorruttibile di Cristo. Dato che l'interno del tempio di Salomone era tutto rivestito con legno di cedro (l Re 6,18), e quindi questo legno racchiudeva anche il Sancta Sanctorum con l'Arca dell'Alleanza, in antichi inni la Vergine Maria era definita il Cedro, essendo stata prescelta per portare Cristo, il Santissimo!

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Il guscio che racchiude Dio
Tra gli alberi ampiamente citati nella Bibbia non può mancare il mandorlo (Prunus amygdalus), un albero della famiglia delle Rosacee che cresce nel Mediterraneo orientale; si pensa che i mandorli siano stati coltivati intenzionalmente per la prima volta proprio in questa regione. Si tratta di un albero alto fino a sette metri, ha crescita lenta ed è molto longevo, può diventare plurisecolare. Presenta un fusto dapprima diritto e liscio e di colore grigio, successivamente contorto, screpolato e scuro; le foglie, lunghe fino a 12 cm, sono lanceolate; i fiori sono bianchi o leggermente rosati, con un diametro fino a 5 cm,; sbocciano all'inizio della primavera, e dove il clima è mite, anche tra gennaio e febbraio e quindi il mandorlo è tra le fioriture più precoci! Tecnicamente il frutto è una drupa, contenente la mandorla, cioè il seme con guscio legnoso ricoperto da un mallo verde. Le mandorle si raccolgono in settembre-agosto a seconda delle cultivar. I principali produttori al mondo sono Stati Uniti, Spagna e Australia. Le mandorle sono per lo più dolci, ma esiste una parte di coltivazione di mandorle amare: questi semi sono considerati tossici perché contengono amigdalina, che può causare avvelenamento da cianuro di potassio; se ingerite in quantità possono provocare cefalee, vomito e nei casi più gravi la morte, soprattutto nei bambini. Tutti ricordiamo che nei romanzi di Agatha Christie l'odore di mandorle amare è associato proprio alle vittime avvelenate con il cianuro; tuttavia in quantità adeguate (e spesso in associazione con le mandorle dolci) le mandorle amare vengono impiegate in preparazioni per l'alimentazione come i celeberrimi amaretti, a cui danno un gusto particolare e inconfondibile; si usano anche per produrre liquori, estratti per dolci e insaporire alimenti tradizionali. Dal frutto del mandorlo si estrae, tramite spremitura a freddo, un olio limpido e inodore che si usa come emolliente per le pelli secche e sensibili. L'olio di mandorle dolci è di facile assorbibilità, ricco in vitamina E, B e minerali, e come olio da massaggio venne introdotto in Sicilia dai Fenici.
Nell'antichità, i frutti dal guscio duro e legnoso furono contraddistinti dallo stesso nome: i Romani lo chiamavano "noce greca". In seguito si diffuse in Francia, Spagna e quasi tutti i paesi del Mediterraneo. Il frutto del mandorlo selvatico contiene l'amigdalina, che si trasforma nel mortale acido cianidrico in seguito a danni al seme. Dopo la domesticazione, le mandorle divennero commestibili: senza dubbio in origine venivano arrostite per eliminarne la tossicità. Invece le mandorle domestiche non sono tossiche; il noto biologo Jared Diamond (1937-) ritiene che una mutazione genetica abbia determinato la casuale scomparsa dell' amigdalina in alcuni esemplari mutanti, che poi sono stati coltivati e propagati dagli antichissimi agricoltori. Secondo alcuni storici dell'agricoltura, le mandorle furono uno dei primi alberi da frutto ad essere coltivati grazie all'abilità dei frutticoltori a selezionarne i frutti. Così, a dispetto del fatto che questa pianta non si presta alla propagazione tramite pollone o tramite talea, esso doveva essere stato addomesticato perfino prima dell'invenzione dell'innesto! I mandorli domestici appaiono all'inizio dell'Età del bronzo (3000-2000 a.C.): alcune mandorle commestibili sono state trovate nella tomba di Tutankhamon, probabilmente importate dal Levante. Oggi la produzione di mandorli nel Salento è purtroppo messa a rischio da parecchi parassiti, come Xylella fastidiosa o l'insetto Arge scita, contro cui gli agricoltori hanno scatenato una lotta senza quartiere.
Nell'area mediterranea la fioritura del mandorlo inizia già a gennaio, perciò quest'albero è divenuto simbolo di vigilanza. Secondo certe tradizioni dell'antico Oriente, il mondo ha avuto origine da un frutto primordiale dal guscio duro; e infatti alcuni circoli esoterici nell'ambito del culto di Cibele vedevano il Padre universale nella figura di una mandorla. Il mandorlo è venerato in molte culture ed è citato dieci volte nella Bibbia, a cominciare da Genesi 43,11, dove le mandorle sono menzionate come uno dei "prodotti più scelti del paese" di Canaan. Il suo nome ebraico, shaqed, letteralmente significa "agitato", "scosso", per via del fatto che per raccogliere le mandorle se ne scuotevano i rami; e siccome chi è scosso nel sonno non può dormire, la stessa parola venne anche a significare "vigilante", e ciò anche perchè che il mandorlo è uno dei primi alberi a fiorire in Israele, di solito all'inizio di febbraio, in coincidenza con il Tu BiShvat (ט״ו בשבט), una festività ebraica chiamata anche "Capodanno degli alberi". Al mandorlo come l'« albero che vigila » si fa riferimento nel libro di Geremia quando il profeta di Anatoth riconosce un ramo di mandorlo, e il Signore gli dice: « Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla » (Ger 1,11). Anzi, addirittura Dio stesso è 1'« albero che vigila », cioè il mandorlo! Quando nel deserto la comunità israelitica mormorava contro i privilegi sacerdotali di Aronne e della sua tribù, il Signore ordinò di prendere un bastone per ognuna delle dodici tribù e di contrassegnarlo con il nome dei capiclan. il mattino successivo Mosè entrò nella tenda del convegno, ed «   ecco, il bastone di Aronne era fiorito; aveva prodotto germogli, aveva fatto sbocciare fiori e maturato mandorle » (Numeri 17,17-23). La tribù di Levi dunque doveva essere la prima sia per il servizio prestato a Dio che per la dignità sacerdotale, così come il mandorlo è il primo di tutti gli alberi a fiorire! Anche per i Padri della Chiesa il ramo di mandorlo e il suo frutto erano simbolo del sacerdozio: la condotta del sacerdote deve essere temperante e riservata verso l'esterno, come dentro un guscio, mentre il suo intimo si nutrirò della fede quale alimento invisibile. « Il ramo di mandorlo è Cristo », scriveva Paolino di Noia (355-431). II dolce frutto nel duro guscio è diventato anche simbolo dell'incarnazione di Cristo, e per questo nelle icone dell'oriente cristiano Egli è sempre racchiuso dentro una « mandorla », l'aureola di forma ovale che si incontra frequentemente nella rappresentazione di Cristo glorioso. Se è Maria ad apparire nella mandorla, questo allude al fatto che Cristo fu generato in Maria, come il nocciolo della mandorla si forma nel guscio che rimane intatto!

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L'albero che stermina i vampiri
Veniamo al frassino. Fraxinus è un genere  della famiglia delle Oleacee, cui appartengono l'ulivo e il lillà, Oleaceae, che comprende 45-65 specie, di solito alberi di dimensioni medio-grandi, per lo più decidui, anche se alcune specie subtropicali sono alberi sempreverdi; può arrivare fino a 40 m di altezza. Il genere è diffuso in gran parte dell'Europa, dell'Asia e del Nord America. Le specie di questo gruppo hanno una crescita rapida, riescono a sopravvivere in condizioni ambientali difficili come zone inquinate, con salsedine o forti venti, e resistono bene anche alle basse temperature. In genere il loro habitat si trova nelle regioni temperate e subtropicali dell'emisfero settentrionale, ma anche in zone tropicali come il Messico, Cuba, Giava e le Filippine. Le specie più diffuse in Italia sono il Fraxinus excelsior o frassino maggiore, il Fraxinus ornus noto come orno, utilizzato per la produzione della manna e chiamato comunemente anche albero della manna, e il Fraxinus angustifolia o frassino meridionale. Tutte e tre le specie spontanee della flora italiana vivono sull'arco alpino.
Le foglie sono disposte in modo opposto, sono decidue (raramente sempreverdi), sono picciolate e prive di stipole. La lamina è a forma pennata, raramente è semplice. Le infiorescenze sono di tipo sia ascellare che terminale. Sono presenti delle brattee da lineari a lanceolate. I fiori sono ermafroditi e tetraciclici, ossia formati da 4 verticilli: calice, corolla, androceo e gineceo. In questi fiori a volte il calice o la corolla possono mancare: ssono allora fiori "nudi". Il frutto è una samara appiattita con un'unica ala terminale e contenente un seme a forma oblunga. L'endosperma è carnoso. La riproduzione avviene per impollinazione tramite insetti (entomogama) oppure tramite il vento (anemogama). I semi caduti a terra dopo aver percorso alcuni metri a causa del vento (dispersione anemocora) sono dispersi soprattutto da insetti come le formiche (disseminazione mirmecoria). Il frassino gradisce generalmente un'esposizione in pieno sole o mezz'ombra, si adatta a qualunque tipo di terreno purché profondo e fresco, sopporta bene i terreni umidi e con scarso drenaggio; per le specie coltivate come piante ornamentali occorre prevedere un buon apporto idrico nella stagione secca e la lotta contro i frequenti parassiti.
E' però un albero afflitto dai parassiti. Le foglie possono subire attacchi da parte di insetti adulti e da larve di coleotteri e lepidotteri; la corteccia può subire notevoli danni per le gallerie scavate dai coleotteri del genere Lepersinus; le foglie e i rametti vengono facilmente attaccati dall'oidio; e il legno può subire attacchi molto gravi dai funghi della Carie del Legno che distruggono la lignina con enormi danni economici.
Il nome Fraxinus risale al latino classico usato già da Virgilio e poi dal botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708); secondo Guido Borghi dell'Università di Genova, esso continua un antecedente indoeuropeo *bʱr̥h₁g̑s-ĕnŏ-s o *bʱr̥h₁g̑s-ĭnŏ-s, derivato di *bʱĕrh₁g̑-ōs- "betulla", dalla radice √*bʱrĕh₁g̑- "splendere", per il colore bianco della corteccia della betulla. Il nome inglese "ash" non ha niente a vedere con il sinonimo "cenere": risale all'antico inglese "æsc", e questo al nome proto-indoeuropeo *h₂eHs. Questo sembra provenire dalla radice *h₂eh₁- da cui il proto-celtico *ā-tis  ("forno") e il proto-indoeuropeo *h₂éh₁-tēr  ("fuoco"), visto che ai boschi di frassino veniva frequentemente dato fuoco per liberare spazio per l'agricoltura.
Il legno di frassino è largamente utilizzato perché è robusto e nello stesso tempo leggero e flessibile. In passato era impiegato per la realizzazione dei raggi delle ruote dei carri agricoli a trazione animale e per la realizzazione di archi, racchette da tennis e da neve. La facilità nella sagomatura lo portò a essere un legno particolarmente utilizzato durante la rivoluzione industriale per la creazione di parti di oggetti comuni, come i manici degli ombrelli o delle pentole. Nel Novecento fu usato da architetti e deisgner di tutto il mondo, e proprio in frassino è realizzata la celeberrima sedia Superleggera di Giò Ponti, presentata nel 1955, prodotta da Cassina a partire dal 1957 ed esposta nei più importanti musei di design del mondo. Oggi con il legno di frassino si fabbricano sci, eliche per aeroplani, utensili per giardinaggio, manici per martelli e strumenti musicali. Il legno di frassino è anche un ottimo combustibile, e i tronchi di questa pianta possono ardere bene anche quando sono ancora freschi, perché contengono una sostanza infiammabile.
I frutti, le foglie, le radici e la corteccia di frassino hanno proprietà leggermente lassative, diuretiche, antinfiammatorie, antireumatiche, antiartritiche. L'analisi chimica giustifica queste proprietà con la presenza di cumarine (fraxina, fraxetina, frassinolo, esculetina) e di flavonoidi (quercetina, rutina, idrossiframoside), che inibiscono la produzione di mediatori infiammatori endogeni come le prostaglandine. Dalla linfa che sgorga dal tronco di alcune specie, come il Fraxinus excelsior e il Fraxinus ornus, si estrae una sostanza chiamata manna, sostanza solida bianca-giallastra ricavata dal succo zuccherino che si rapprende rapidamente a contatto dell'aria. Raccolta in estate, è un blando purgante, ha proprietà anticatarrali, può essere usata come collirio nelle congestioni oculari; pezzetti di manna sciolti in bocca lentamente hanno proprietà espettoranti.
Il frassino viene citato nell'Iliade: l'asta di Achille sarebbe stata costruita con un Frassino del monte Pelio. Il frassino era sacro al dio del mare Poseidone, e al suo interno si credeva che dimorassero le ninfe Melíadi, dette appunto le "ninfe del frassino". Quest'albero assunse però un ruolo centrale nella mitologia norrena dove è noto come Yggdrasil, l'albero cosmico. Il suo nome significa "cavallo di Yggr", dove "cavallo" è metafora per "patibolo", mentre Yggr è uno dei tanti nomi di Odino, con riferimento al mito secondo cui Odino, alla ricerca della sapienza suprema, rimase appeso per nove giorni e nove notti all'albero cosmico, sacrificando così "sé stesso a sé stesso". Il frassino Yggdrasill sorregge con i suoi rami i nove mondi, nati dal sacrificio di Ymir, il gigante primordiale ucciso dai figli di Borr. Questi mondi sono Ásaheimr, il mondo degli Asi (gli dèi); Álfheimr, il mondo degli elfi; Miðgarðr o "Terra di Mezzo", il mondo degli uomini (nome reso celeberrimo dall'opera di Tolkien); Jǫtunheimr, il mondo dei giganti (gli Jǫtunn); Vanaheimr, il mondo dei Vani, una stirpe divina che aveva combattuto contro gli Asi; Niflheimr, il mondo del gelo e della nebbia; Múspellsheimr, il mondo del fuoco; Svartálfaheimr, il mondo degli elfi oscuri e dei nani; ed Helheimr, il mondo dei morti. Questi nove mondi costituiscono l'intero universo. Immenso, Yggdrasill sprofonda sin nel regno infero, mentre i suoi rami sostengono l'intera volta celeste. Esso poggia su tre radici, da una delle quali nasce la fonte detta Hvergelmir ("Pozzo risonante"), da cui si dipartono tutti i fiumi del mondo. Le tre Norme, che nella mitologia norrena incarnano la saggezza, abitano alla base del Frassino Yggdrasil, sono poste a sua protezione e lo innaffiano ogni giorno, perchè possa continuare a crescere. Sulla sommita di Yggdrasil vive Víðópnir, gallo dorato il cui canto annuncerà il Ragnarǫk, la fine del mondo. Secondo l'"Edda" del poeta islandese Snorri Sturluson (1179-1241) l primo essere vivente di sesso maschile, Askr, prese vita da un tronco di frassino.
Anche per i Celti il frassino era carico di significati. Simbolo di rinascita, trasformazione ed iniziazione, era usato dai druidi in varie cerimonie rituali. Esso era associato ai giovani guerrieri ai quali veniva consegnata una lancia con cui il giovane avrebbe superato una serie di prove. Era apprezzato per le sue qualità magiche e miracolose, quindi aveva valenza apotropaica: era considerato un rimedio contro il malocchio scagliato dalle donne contro gli uomini, e un amuleto per i pastori al fine di allontanare i serpenti dalle greggi. In Irlanda la leggenda vuole che Fintan Mac Bochra, il primo druido che giunse nell'isola dopo essere stato l'' a sopravvivere al Diluvio Universale trasformandosi in salmone, piantò cinque alberi magici che avevano il compito di segnare i confini delle province irlandesi (Leinster, Munster, Connaught, Ulster e Meath), e tre di essi erano frassini. Per i guerrieri celti il frassino era il pilastro del cielo al centro dell'Irlanda.
Gli Slavi credevano invece che il suo legno fosse l'' in grado di uccidere un vampiro: per riuscirci bisognava piantargli nel cuore un paletto acuminato di frassino mentre dormiva nella sua bara, per il colore bianco del legno di frassino, segno di purezza angelica in contrapposizione ai demoni succhiasangue della Transilvania. Questo mito è stato fatto conoscere in tutto il mondo da centinaia di romanzi, fumetti, film e telefilm horror, a partire dal Conte Dracula, il più noto tra i "non morti", creato nel 1897 dallo scrittore irlandese Bram Stoker (1847-1912) ispirandosi alle leggende intorno al principe di Valacchia Vlad III l'Impalatore (1431-1477), e dal primo film di vampiri, "Nosferatu, il Principe della Notte" (1922), diretto da Friedrich Wilhelm Murnau (in rumeno "Nosferatu" significa "Non spirato"), fino al parodistico "Dracula Morto e Contento" (1995) di Mel Brooks con Leslie Nielsen e al simpatico "Vampiretto" d'animazione (2017) di Richard Claus e Karsten Kiilerich.
In araldica, infine, il frassino è simbolo di padronanza assoluta per la sua capacità, si dice, di elevarsi potente sino a sacrificare tutti gli alberi che gli stanno intorno, con la sola eccezione dell'olmo. Con questo significato lo ritroviamo ancor oggi nello stemma del comune italiano di Frassinoro, in provincia di Modena, del quale è riconosciuto come simbolo fin dal XVI secolo. E' proprio il caso di dire: nomen omen!

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La conifera della vita eterna
É venuto il turno del cipresso. Cupressus è un genere di conifere della famiglia delle Cupressaceae comprendente alberi anche di notevoli dimensioni, alti fino a 50 metri, con chioma affusolata, molto ramificata e rametti cilindrici con numerosissime piccole foglie ridotte a squame, strettamente addossate le une alle altre o divaricate all'apice, secondo le specie. In alcune specie, le foglie schiacciate rilasciano un caratteristico odore. Il colore delle foglie è molto scuro nel cipresso diffuso in Italia (Cupressus sempervirens), ma in altre specie è più chiaro (Cupressus macrocarpa), e persino verdazzurro (Cupressus arizonica). I coni, detti galbuli, sono legnosi e tondeggianti. Nessuna sua parte è commestibile dall'uomo, ma in fitoterapia l'estratto delle sue gemme viene utilizzato come tonificante dell'apparato vascolare. Il genere Cupressus è diffuso in tutte le regioni a clima caldo, temperato e persino arido dell'emisfero settentrionale: America settentrionale e centrale, Europa meridionale, Africa settentrionale, Asia dal Vicino Oriente fino alla Cina e al Vietnam. Stenterete a crederlo, ma esistono cipressi persino nel cuore del deserto del Sahara! Più di metà delle specie comunque sono originarie del triangolo formato da California, Arizona e Messico. Alcune specie di cipressi hanno avuto grande successo a scopo ornamentale e sono state piantate nelle regioni a clima caldo o temperato di quasi tutto il mondo: tra queste troviamo il cipresso toscano, Cupressus arizonica e Cupressus macrocarpa, specie endemica di una ristretta zona della California attorno a Monterey. Dalle nostre parti il più diffuso è il cipresso mediterraneo (Cupressus sempervivens) dalla chioma particolarmente sottile e slanciata, che a volte arriva sino a terra. Predilige aree a clima caldo, con estati secche, e soffre i freddi prolungati, ma la sua riproduzione spontanea e l'adattabilità a tutti i tipi di terreno lo ha portato a vegetare un po' ovunque, anche fino a 700 metri di quota e su terreni aridi, così da essere usato anche come albero da rimboschimento oppure come da frangivento, oltre ovviamente al suo uso prominente come pianta ornamentale del giardino e del paesaggio. Le sue origini sono dibattute, ma si pensa provenga dall'Iran e dal Mediterraneo orientale; sarebbe stato importato nel Mediterraneo occidentale dai Fenici e dagli Etruschi per motivi ornamentali, dal momento che la forma piramidale di alcune sue varietà è da sempre molto apprezzata. Oggi comunque rappresenta una delle specie più caratteristiche della flora della penisola italiana: affusolati e robusti insieme, con la loro accentuata verticalità e il colore scuro, risaltano con grande incisività rispetto all'orizzontalità di prati e campagne, più chiari, dal verde brillante all'ocra. Secondo alcuni si tratta di un fossile vivente, rappresentante della flora europea prima delle glaciazioni.
Tra i cipressi di particolare rilevanza nell'ambito del paesaggio italiano, va ricordato il cosiddetto "Cipresso di San Francesco" a Verucchio (RN), monumento vegetale di oltre 700 anni situato nel chiostro di un monastero francescano. Secondo la tradizione, mentre il Santo di Assisi attraversava la Romagna, un ramo di cipresso si impigliò nel suo saio. Egli lo prese e lo gettò nel fuoco, ma esso non bruciava. "Se non vuoi bruciare, cresci!" gli ingiunse il Santo, e lo piantò. Nonostante sia stato parzialmente danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, è ancora un albero monumentale di grande rilevanza storica e spirituale. Vi sono poi il cosiddetto Cipresso di Michelangelo, conservato forse fin dalla costruzione della Certosa delle Terme nel chiostro dell'edificio, situato di fronte alla Stazione Termini in Roma (oggi inglobato nel Museo Nazionale Romano), e il Viale dei Cipressi immortalato dal poeta Giosuè Carducci nell'opera Davanti San Guido, che, con uno sviluppo rettilineo di quasi 4 chilometri collega Bolgheri all'oratorio di San Guido, ed oggi è soggetto a tutela nell'ambito del patrimonio storico nazionale. Impossibile non citare il "Sarv-e Abarkuh", nella provincia di Yazd (Iran), considerato monumento nazionale iraniano: ha una circonferenza di 18 metri e un'età stimata di 4.000 anni, che lo rende il cipresso vivente più vecchio al mondo!
E ora, immancabilmente, la sua simbologia. Associato al culto dei morti fin dall'antichità, il cipresso era simbolo di vita eterna in Persia, dove attecchì la religione di Zarathustra, e come tale appare anche in alcuni sigilli a cilindro dell'antica Mesopotamia. Gli antichi Greci raccontavano il mito di Ciparisso, un giovane che per errore uccise il suo cervo molto amato e che per questo morì di dolore; Apollo, mossosi a pietà, lo trasformò in un cipresso. Fin da quei tempi dunque l'albero era legato al dolore che si prova a causa della morte di qualcuno particolarmente amato. I Romani e gli Etruschi ripresero l'eredità greca del cipresso come albero sacro, legato al lutto e al funerale, tanto che in ambito cristiano fu ritenuto uno dei quattro legni con cui fu costruita la croce di Gesù, insieme alla palma, al cedro e all'ulivo (abbiamo già parlato di tutti e tre). Ancor oggi il cipresso è l'albero tipico dei cimiteri, perchè essendo sempreverde è un riferimento simbolico a una vita senza fine, sia perché le sue radici, scendendo a fuso nella terra in profondità invece che svilupparsi in orizzontale (come fanno le querce e gli altri alberi a chioma larga), non rischiano di distruggere le sepolture circostanti. A questo proposito non può non venire in mente l'incipit dei celeberrimi "Sepolcri" (1807) di Ugo Foscolo, scritti come reazione al napoleonico Editto di Saint Cloud, il quale imponeva che le tombe dovevano essere poste al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati, e che fossero tutte uguali e senza iscrizioni: « All'ombra dei cipressi e dentro l'urne / confortate di pianto, è forse il sonno / della morte men duro? »
Nel campo delle arti figurative, oltre al fatto che il cipresso era uno degli alberi preferiti da Vincent Van Gogh (1853-1890), non si può non citare "L'isola dei morti" ("Die Toteninsel"), titolo di ben cinque dipinti del pittore svizzero Arnold Böcklin (1827-1901), realizzati tra il 1880 e il 1886 e conservati a Basilea, New York, Berlino e Lipsia (la quinta versione andò distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale). Al centro di tutte le versioni si vede un isolotto roccioso con pareti scoscese, leoni di pietra, bianchi templi e misteriose camere sepolcrali, il tutto immerso in un fitto bosco di cipressi verdi scuro che appaiono lugubri e altissimi. L'impressione complessiva è quella di uno spettacolo di desolazione immerso in un'atmosfera misteriosa e ipnotica. Lo specchio d'acqua che circonda l'isola è innaturalmente immobile, a tal punto da sembrare quasi una pietra tombale, e su di essa scivola una piccola imbarcazione, a poppa della quale vi è il nocchiero, chiara evocazione del Caronte di dantesca memoria, mentre a prua si trova una misteriosa figura ammantata completamente di bianco (forse un'anima) e un feretro ornato di festoni. Secondo Giovanna Pimpinella l'isola dei morti non è che « un cimitero mistico, nascosto all'uomo comune, fatto per ospitare le spoglie di persone eccezionali e costruito come una casa ultraterrena », mentre per Pierluigi Tombetti si tratta di « una sorta di palcoscenico dell'inconscio, un anfiteatro naturale in grado di mostrare l'identità oscura della morte e dell'individuo che [...] sospira una verità che non si può dire ad alta voce ». Non sappiamo nulla dello spunto che spinse Böcklin a dare vita a questa inquietante composizione, che potrebbe aver preso le mosse da una visione onirica o da un'immagine reale (ad esempio l'isola di San Giorgio, presso le bocche di Cattaro) poi rielaborata dal genio artistico e dall'inconscio del pittore, che vide morire sei suoi figli. Di sicuro lo stesso autore afferma  di aver dato vita ad « un'immagine onirica che deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura »; e deve esserci riuscito, se Adolf Hitler volle una delle versioni del dipinto esposta nel suo studio nella Cancelleria del Reich!
Nella Bibbia il cipresso è citato molte volte: nella nuova Gerusalemme crescerà la gloria del Libano (cioè il cedro) e olmo e cipresso orneranno la sacra dimora di Dio (ls 60,13). Nel giardino di Dio, oltre a cedri e platani, crescono anche cipressi (Ez 31,8). Nel libro del profeta Osea 14,9 il Signore arriva a dire di se stesso: « Io sono come un cipresso sempreverde »! Nell'arredare il tempio, Salomone rivestì il vano più grande « con legno di cipresso » (2Cr 3,5). L'alto cipresso rappresenta la sublimità della sapienza in Sir 24,13. Ma soprattutto, secondo un'antica tradizione, l'arca di Noè sarebbe stata costruita in legno di cipresso, in accordo con il significato simbolico di quest'albero quale portatore di vita e di speranza nella sopravvivenza. In realtà, tra gli esegeti la questione è controversa. Gen 6, 14 afferma letteralmente che l'arca fu realizzata in « legno di gopher » (in ebraico גפר), termine in passato tradotto con "legno di cipresso" (dopotutto anche il Tempio di Salomone era stato costruito con questo legno!), ma oggi ciò non appare più convincente, perchè la parola ebraica comunemente usata nella Bibbia per indicare il cipresso è "erez". La Jewish Encyclopedia ipotizza che "legno di gopher" sia una traduzione del babilonese "gushure iş erini", cioè "travi di cedro"; altre traduzioni moderne parlano di "legno resinoso" sulla base della parola "kopher", "resina"; le Bibbie della Riforma di solito si limitano a riportare il termine originale senza tradurlo. Naturalmente, dato che il legno di cipresso era servito per la decorazione dell'interno del tempio, quest'albero è divenuto ben presto uno dei simboli di Maria, il cui corpo, analogamente alle pareti del tempio, custodì il Santissimo per eccellenza, cioè il Cristo. Una visione decisamente più rassicurante di quella di Arnold Böcklin!

L'iraniano "Sarv-e Abarkuh", il cipresso più vecchio del mondo

L'iraniano "Sarv-e Abarkuh", il cipresso più vecchio del mondo

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I colossi della California
Imparentata con il cipresso è la sequoia. Sequoia sempervirens è l'unica specie vivente del genere Sequoia, che appartiene alla famiglia delle Cupressacee. È un albero sempreverde, che vive dai 1.200 ai 2.200 anni o più. Questa specie comprende gli alberi viventi più alti della Terra, che superano i 110 m di altezza. Prima che il disboscamento iniziasse nel 1850, questo enorme albero si trovava naturalmente in una striscia lunga 750 km e ampia circa 800.000 ettari lungo gran parte della California costiera. La gamma fossile preistorica del genere era notevolmente maggiore, con una distribuzione che include Europa e Asia fino a circa 5 milioni di anni fa. Durante l'ultima era glaciale, forse non più di 10.000 anni fa, le sequoie crescevano fino all'area di Los Angeles, come dimostra una corteccia di sequoia costiera trovata negli scavi della metropolitana.
Il primo a descrivere la sequoia fu il botanico scozzese David Don (1799-1841) che nel 1824 la chiamò Taxodium sempervirens. Il botanico austriaco Stephan Endlicher (1804-1849) ribattezzò il genere Sequoia nella sua opera del 1847 "Synopsis coniferarum". Endlicher derivò il nome" Sequoia" da quello dello studioso di etnia Cherokee Sequoyah (1770-1843), noto ai bianchi anche come George Gist, che ideò il sillabario Cherokee ancora oggi usato (85 simboli alfabetici). In lingua Cherokee, "Sequoyah" significa "passero". La sequoia costiera più antica conosciuta ha circa 2.200 anni; molti altri esemplari in natura superano i 600 anni, mentre le numerose affermazioni su sequoie risalenti addirittura alla Preistoria sono da considerarsi delle fake news, comunque esse sono diventate simbolo di longevità se non addirittura di immortalità; in latino, "sempervirens" significa "sempre verde" e quindi "eterno".
La sequoia ha una chioma conica, con rami orizzontali o leggermente ricadenti; il tronco è straordinariamente dritto. La corteccia può essere molto spessa, fino a 30 cm, e abbastanza morbida e fibrosa, con un colore rosso-marrone brillante quando è appena esposta, ma con l'invecchiamento diventa più scura. L'apparato radicale è composto da radici laterali poco profonde e ad ampia diffusione. Le foglie sono lunghe 15–25 mm, squamose, di colore verde scuro sopra e con due bande stomatiche bianche sulla faccia inferiore. La disposizione delle foglie è a spirale, ma le foglie più grandi sono attorcigliate alla base per la massima cattura della luce. La specie è monoica, con polline e pigne sulla stessa pianta. I coni del seme sono ovoidali, di 15–32 mm di lunghezza, con 15-25 squame disposte a spirale; l'impollinazione avviene a fine inverno con maturazione circa 8-9 mesi dopo. I semi vengono rilasciati quando il cono si secca e si apre a maturità.
L'intervallo di elevazione prevalente è di 30–750 m sul livello del mare, occasionalmente fino a circa 900 m. Di solito crescono sulle montagne dove sono maggiori le precipitazioni dovute all'umidità proveniente dall'oceano. Gli alberi più alti e più vecchi si trovano nelle valli profonde e nei calanchi, dove possono scorrere ruscelli tutto l'anno e la nebbia ristagna regolarmente. Infatti l'altezza delle sequoie è strettamente legata alla disponibilità di nebbia; man mano che l'altezza di Sequoia sempervirens aumenta, infatti, il trasporto dell'acqua attraverso il tronco diventa sempre più difficile a causa della gravità. Si ritiene che l'altezza potenziale massima teorica delle sequoie costiere sia compresa tra 122 e 130 m, poiché la traspirazione rende insufficiente il trasportare di acqua alle foglie oltre questo intervallo. Per integrare il loro fabbisogno idrico, le sequoie utilizzano i frequenti eventi di nebbia estiva, la cui acqua viene assorbita direttamente dalle foglie attraverso il tessuto epidermico. La nebbia può anche raccogliersi sulle foglie di sequoia, gocciolare sul suolo della foresta ed essere assorbita dalle radici dell'albero. La nebbia può costituire il 30% dell'acqua totale utilizzata da un albero in un anno! Senza la nebbia, le sequoie non potrebbero raggiungere dimensioni gigantesche, e infatti gli alberi sopra lo strato di nebbia (circa 700 m) sono più corti e più piccoli a causa delle condizioni più secche, ventose e fredde. Poche sequoie crescono vicino all'oceano, a causa dell'intensa nebbia salina, della sabbia e del vento. La coalescenza della nebbia costiera rappresenta una parte considerevole del fabbisogno idrico degli alberi. La nebbia nel XXI secolo è, tuttavia, ridotta rispetto a quella del secolo precedente, a causa del cambiamento climatico. Le popolazioni più numerose e più alte si trovano nei parchi nazionali di Redwood in California (contee di Del Norte e Humboldt) e nell'Humboldt Redwoods State Park. Le sequoie costiere sono resistenti agli attacchi di insetti, alle infezioni fungine e al marciume. Queste proprietà sono conferite dalle concentrazioni di terpenoidi e acido tannico nelle foglie, nelle radici, nella corteccia e nel legno della sequoia. Pare che gli orsi neri consumino la corteccia interna di piccole sequoie e si sa che i cervi dalla coda nera mangiano i germogli di sequoia. La corteccia spessa e fibrosa delle sequoie costiere è estremamente resistente al fuoco; inoltre, le sequoie contengono poca pece o resina infiammabile. Se danneggiata dal fuoco, una sequoia germoglia prontamente nuovi rami o addirittura una corona completamente nuova, e se l'albero genitore muore, nuovi germogli spuntano dalla sua base. Addirittura, gli incendi sembrano avvantaggiare le sequoie, causando una sostanziale mortalità nelle specie concorrenti, avendo solo effetti minori sulla sequoia, e le aree bruciate sono favorevoli alla germinazione riuscita dei semi di sequoia. Il maggior pericolo invece viene dal fatto che le sequoie crescono spesso in aree soggette a inondazioni: il terreno instabile nelle aree allagate spesso fa inclinare gli alberi su un lato, aumentando il rischio che il vento li faccia cadere.
La sequoia è una delle specie più pregiate nell'industria del legname. La Pacific Lumber Company (1863-2008) della contea di Humboldt, in California, possedeva e gestiva oltre 810 km quadrati di foreste di sequoie. Il legname di sequoia costiera è molto apprezzato per la sua bellezza, leggerezza e resistenza alla decomposizione; la sua mancanza di resina gli fa assorbire l'acqua e resistere al fuoco. Nel grande incendio di San Francisco, iniziato il 18 aprile 1906, i vigili del fuoco riuscirono finalmente a fermarlo in quasi tutte le direzioni dove la finitura esterna di questi edifici era di legno di sequoia legname. A causa della sua impressionante resistenza alla decomposizione, la sequoia è stata ampiamente utilizzata per le traversine ferroviarie in tutta la California. La sequoia costiera è stata trapiantata in Nuova Zelanda più di cento anni fa, in particolare nella foresta di Whakarewarewa, e quelle piantate in Nuova Zelanda hanno tassi di crescita più elevati rispetto a quelle della California, principalmente a causa della distribuzione uniforme delle precipitazioni durante l'anno. Le sequoie costiere sono state utilizzate in un'esposizione al Rockefeller Center e poi date alla Longhouse Reserve a East Hampton (Long Island, New York):vivono lì da oltre vent'anni e sono sopravvissute a temperature di - 17 ° C.
Come si è detto, le sequoie sono gli alberi più alti del pianeta Terra. Nel 1893 una sequoia tagliata al fiume Eel in California settentrionale avrebbe misurato 130,1 m di altezza e 23,5 m di circonferenza, ma il record non è stato confermato per l'assenza di solide prove storiche. Oggi sono comuni alberi superiori ai 60 m, e molti superano i 90 m. L'albero più alto conosciuto è il cosiddetto "Hyperion", che misura 115,61 m (o 379,3 piedi, come si ostinano a dire in America). Esso è stato scoperto nel Redwood National Park nel 2006 da Chris Atkins e Michael Taylor, e si pensa che sia l'organismo vivente più alto del mondo; la sua esatta posizione è tenuta segreta per motivi di sicurezza. Fino alla sua caduta nel marzo 1991, il detentore del record era il "Dyerville Giant"; si trovava nell'Humboldt Redwoods State Park, era alto 113,4 m e si stima che avesse 1.600 anni; questo gigante caduto è stato preservato all'interno del parco. La sequoia più alta facilmente accessibile al pubblico è il "National Geographic Tree", alto 112,71 metri, nel Redwood National Park. Invece la più grande sequoia vivente conosciuta è il "Generale Sherman", situato a un'altitudine di 2.109 m sul livello del mare nella Giant Forest of Sequoyah National Park nella contea di Tulare: con un volume di 1487 metri cubi, è il più grande albero vivente a stelo singolo conosciuto sulla Terra, e si stima che abbia un'età compresa tra 2.200 e 2.700 anni. Questo albero prende il nome dal generale della guerra civile americana William Tecumseh Sherman (1820-1891), uno dei massimi geni militari dell'età moderna, che avrebbe potuto diventare il primo Presidente USA di religione cattolica (il Partito Repubblicano gli chiese di candidarsi, ma lui fu più furbo e rifiutò). Un racconto, forse apocrifo, afferma che l'albero sia stato battezzato con il suo nome nel 1879 dal naturalista James Wolverton, che aveva servito come tenente nella 9a cavalleria dell'Indiana sotto Sherman. Nel 1886 l'attuale territorio del parco passò sotto il controllo della colonia di Kaweah, una comunità socialista utopica la cui economia era basata sul disboscamento. Avendo in odio il ruolo che Sherman aveva svolto nelle guerre indiane e nel trasferimento forzato di alcune tribù native americane dentro le riserve, i suoi abitanti ribattezzarono l'albero in onore di Karl Marx. La comunità fu sciolta nel 1892, principalmente in seguito all'istituzione del Sequoyah National Park, e l'albero tornò al suo nome precedente. Sebbene il "Generale Sherman" sia il più grande albero attualmente vivente, non è il più grande albero registrato storicamente: il "Lindsey Creek Tree" aveva un volume di più di 2.500 metri cubi, quasi il doppio del "Generale Sherman", fu abbattuto da una tempesta nel 1905. Uno dei più grandi ceppi di sequoia mai trovati, che misura 9,4 m di diametro, si trova a Oakland, sulle Berkeley Hills, naturalmente in California.
Infine, avete mai sentito parlare degli « alberi di navigazione Blossom Rock »? Erano due sequoie particolarmente alte situate nelle Berkeley Hills, utilizzate come ausilio alla navigazione dai marinai per evitare l'infido scoglio Blossom Rock, che si trovava a un metro e mezzo di profondità vicino all'isola di Yerba Buena, nella Baia di San Francisco, ed essendo invisibile era un pericolo per i naviganti. L'osservazione delle due sequoie aiutava le navi ad evitare la roccia. Il disboscamento iniziato intorno al 1840 tuttavia non le risparmiò, e nel 1860 praticamente nessuna delle vecchie sequoie era rimasta visibile dalla baia, eliminando il principale mezzo per avvertire le navi della posizione di Blossom Rock. La marina americana ha provato più volte a posizionare boe attorno allo scoglio, ma ogni volta il mare agitato nella baia ha spazzato via le boe. La perdita delle sequoie ha creato un tale problema di navigazione che i migliori ingegneri degli Stati Uniti sono stati incaricati di rimuovere fisicamente l'ostacolo; lo scoglio fu fatto brillare con potenti cariche di esplosivo nel 1870. Siccome l'Homo sapiens ha la coscienza sporca, nel 1984 il sito degli alberi di navigazione è stato nominato monumento storico dallo stato della California; una targa indica il luogo dove sorgevano, e attualmente nell'area ci sono sequoie in crescita che sono germogli spuntati dai ceppi degli alberi originali. Per fortuna la Natura trova sempre il modo di rigenerarsi!

La monumentale sequoia "Generale Sherman", nel Sequoyah National Park

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L'albero capovolto
In tema di alberi esotici, oggi vi parlerò del baobab (Adansonia digitata). Esso cresce tipicamente nelle savane secche e calde dell'Africa subsahariana, dove dominano il paesaggio e rivelano da lontano la presenza di un corso d'acqua. I baobab spesso crescono come individui solitari fino a 25 metri di altezza. Il tronco è tipicamente largo e scanalato o cilindrico, spesso con una base allargata. I tronchi possono raggiungere un diametro di 15 metri e possono essere costituiti da più steli fusi attorno a un nucleo cavo. La corteccia è grigia e generalmente liscia, i rami principali possono essere enormi. Tutti i baobab sono decidui, perdono le foglie nella stagione secca e rimangono senza foglie per circa otto mesi all'anno. Le foglie sono palmate e composte negli alberi maturi, ma le piantine e i germogli possono avere foglie semplici: il passaggio alle foglie composte arriva con l'età e può essere graduale. La fioritura avviene sia nella stagione secca che in quella umida. I boccioli sono arrotondati con una punta a forma di cono. I fiori sono appariscenti e solitamente prodotti singolarmente all'estremità di un gambo pendente dai 15 ai 90 centimetri di lunghezza. I petali sono bianchi e sono accartocciati in boccio. I fiori si aprono nel tardo pomeriggio, restando aperti e fertili solo per una notte; hanno un profumo dolce, ma dopo circa 24 ore iniziano a diventare marroni ed emettono un odore di carogna! I granelli di polline sono sferici con punte sulla superficie, tipici della famiglia delle Malvacee. L'impollinazione nel baobab africano è compiuta principalmente dai pipistrelli della frutta. Tutti gli Adansonia sviluppano grandi frutti arrotondati indeiscenti che possono essere lunghi fino a 25 cm, con un guscio esterno legnoso. I frutti del baobab africano hanno una forma abbastanza variabile, da rotonda a cilindrica. Il guscio ha uno spessore di 6-10 millimetri, e all'interno è presente una polpa carnosa di colore beige chiaro. Mentre si asciuga, la polpa si indurisce in una polvere friabile. I semi sono duri e a forma di rene; restano dormienti a lungo, e con il loro rivestimento duro possono resistere all'essiccazione e rimanere vitali per lunghi periodi. I frutti vengono mangiati da molte specie e il potenziale di germinazione è migliorato quando i semi sono passati attraverso il tratto digestivo di un animale o sono stati sottoposti al fuoco. Si pensa che ciò sia dovuto al fatto che il rivestimento del seme deve essere rotto o assottigliato per consentire all'acqua di penetrare prima che il seme possa germogliare. Elefanti e babbuini sono i principali agenti di dispersione e i semi possono potenzialmente essere dispersi su lunghe distanze. I frutti galleggiano ei semi sono impermeabili, quindi anche i baobab africani possono essere diffusi dall'acqua. Alcuni aspetti della biologia riproduttiva del baobab non sono ancora stati compresi, ma si pensa che per sviluppare un seme fertile sia necessario il polline di un altro albero. Alberi isolati senza una fonte di polline da un altro albero formano dunque frutti, ma solo per abortirli in una fase successiva. L'esistenza di alcuni alberi molto isolati può quindi essere dovuta alla loro capacità di disperdere i semi su lunghe distanze.
Gli alberi di baobab sono ricercatissimi perchè hanno la simpatica caratteristica di immagazzinare l'acqua nei loro tronchi e rami su base stagionale poiché vivono in aree di siccità prolungata e scarsa accessibilità all'acqua. Il materiale spugnoso della corteccia consente all'acqua di essere assorbita più in profondità nel tessuto, poiché durante la stagione delle piogge raramente c'è abbastanza pioggia da penetrare nel suolo. I rami a forma di U consentono all'acqua di gocciolare verso il basso, permettendo il massimo assorbimento per un lungo periodo di tempo anche dopo che la pioggia si è fermata. L'acqua viene assorbita nel tessuto vascolare dell'albero, dove può essere spostata nelle cellule del parenchima dell'albero (i parenchimi sono cellule di tessuto vegetale molle che vengono comunemente utilizzate per la conservazione dell'acqua in altre specie resistenti alla siccità come cactus e piante grasse) per la conservazione a lungo termine: un grande baobab può immagazzinare fino a 136.000 litri d'acqua!
Durante la stagione secca, gli alberi eliminano tutte le foglie, la circonferenza del tronco si riduve di circa 2-3 cm e il contenuto di acqua dello stelo diminuisce di circa il 10%. La caduta delle foglie durante la stagione secca è necessaria per prevenire la perdita d'acqua attraverso la traspirazione, che farebbe scendere troppo i potenziali idrici nel tessuto vascolare e farebbe uscire l'acqua dai vacuoli nelle cellule del parenchima, uccidendo l'albero. Gli alberi di baobab hanno un contenuto di acqua e parenchima molto più elevato rispetto alla maggior parte degli alberi, e questo consente loro di crescere molto grandi con un minore dispendio energetico.
Il tasso di crescita degli alberi di baobab è determinato dalle falde acquifere o dalle precipitazioni. Gli alberi producono deboli anelli di crescita, ma il conteggio di tali anelli non è un modo affidabile per stimare l'età dei baobab perché in certi anni un albero forma più anelli, e in altri anni nessuno. La datazione al radiocarbonio invece ha fornito dati su alcuni notevoli esemplari di Adamsonia digitata. Il baobab Panke nello Zimbabwe aveva circa 2.450 anni quando morì nel 2011, e questo fa di lui la angiosperma più antica mai documentata; si stima che altri due alberi, Dorslandboom in Namibia e Glencoe in Sud Africa, avessero circa 2.000 anni. I baobab possono essere così longevi anche grazie alla loro capacità di germogliare periodicamente nuovi steli.
E ora, la consueta etimologia. Il nome comune viene dal francese "baobab", attestato anche nel latino medievale intorno al 1590 come "bahobab", a sua volta di origine africana. L'etimo esatto non è noto, ma potrebbe derivare dall'arabo بو حباب "būħibāb", cioè "padre di molti semi". Il nome scientifico Adansonia è un omaggio all'esploratore e botanico francese Michel Adanson (1727–1806), autore nel 1749 della prima descrizione botanica dell'intera pianta di Adansonia digitata sull'isola di Sor, in Senegal. "Digitata" si riferisce alle dita della mano, poiché il baobab ha foglie composte con normalmente cinque (ma talvolta fino a sette) foglioline, simili a una mano. Alcune popolazioni di baobab africano presentano differenze genetiche significative, ed è stato suggerito che il taxon contenga più di una specie. Ad esempio, la forma del frutto varia notevolmente da regione a regione: in Angola i frutti sono allungati, piuttosto che rotondi. Una nuova specie proposta (Adansonia kilima) è stata descritta nel 2012, trovata in siti ad alta quota nell'Africa orientale e meridionale, ma non è stata riconosciuta come specie distinta. Alcuni alberi ad alta quota in Tanzania mostrano genetica e morfologia diverse, ma sono necessari ulteriori studi per determinare se debbano essere considerati una specie separata.
Veniamo alla storia. Non abbiamo prove che i Greci e i Romani lo conoscessero, anche se la cosa non può essere esclusa perchè essi avevano rapporti commerciali con i Garamanti del deserto libico, e alcuni arditi esploratori romani si spinsero fino al lago Ciad. I primi rapporti scritti sul baobab africano provengono dal diario di viaggio del XIV di secolo del marocchino Abd Allāh ibn Muḥammad Ibn Baṭṭūṭa (1304-1369), da alcuni considerato il più grande viaggiatore del Medioevo. La prima descrizione in Europa la si deve al medico vicentino Prospero Alpini (1553-1616) nel 1592, che ne studiò i frutti da lui scoperti in Egitto; fu lui, pare, a chiamarlo per primo Bahobab. Altri nomi comuni includono: albero del pane delle scimmie (il frutto morbido e secco è commestibile), albero capovolto (i rami radi assomigliano a radici) e albero del cremor tartaro, a causa della polpa polverosa del frutto.
Originario dell'Africa continentale (si discute se nello Yemen e nell'Oman sia stato introdotto dall'uomo o se vi fosse nativo), il limite settentrionale della sua distribuzione in Africa è associato all'andamento delle precipitazioni; solo sulla costa atlantica e nella savana sudanese la sua presenza si avventura naturalmente nel Sahel. La sua presenza è molto limitata nell'Africa centrale e si trova solo nell'estremo nord del Sudafrica. In Angola e Namibia i baobab crescono nei boschi e nelle regioni costiere, oltre che nelle savane. I commercianti arabi lo introdussero nel Madagascar nordoccidentale, dove gli alberi di baobab venivano spesso piantati al centro dei villaggi. Il baobab è l'albero nazionale del Madagascar e del Senegal. È stato introdotto anche a Giava, Nepal, Sri Lanka, Filippine, Giamaica, Porto Rico, Haiti, Repubblica Dominicana, Venezuela, Seychelles, India e Yunnan (Cina meridionale). All'interno del forte di Golconda a Hyderabad, in India, c'è un baobab che si stima abbia 430 anni: è il baobab più grande al di fuori dell'Africa. Il baobab è un albero protetto in Sud Africa, dove è minacciato da attività minerarie e agricole. Nel Sahel gli effetti della siccità, della desertificazione e dell'uso eccessivo del frutto sono motivi di preoccupazione per la conservazione della specie, visto che vi sono prove che le popolazioni siano in declino. Molti dei più grandi e antichi baobab africani sono morti negli ultimi anni, naturalmente a causa dei soliti fattori: gas serra, cambiamenti climatici e riscaldamento. Ormai lo sappiamo: nella cristalleria c'è un elefante, noi ne vediamo solo la coda e per lo più neghiamo l'evidenza e sosteniamo che quella non sia una coda e che non ci sia nessun elefante, ma presto o tardi esso si scuoterà, combinerà un patatrac e l'intero Antropocene potrebbe andare verso il collasso.
Eppure i frutti, la corteccia, le radici e le foglie di baobab sono una fonte di cibo fondamentale per molti animali, e gli alberi stessi sono un'importante fonte di ombra e riparo. Le popolazioni africane hanno tradizionalmente apprezzato gli alberi come fonti di cibo, acqua, rimedi per la salute o luoghi di riparo. Il baobab infatti è una pianta alimentare tradizionale in Africa, anche se è poco conosciuta altrove per questo scopo; anzi, lo stesso Adanson ha concluso che il baobab, di tutti gli alberi africani da lui studiati, "è probabilmente l'albero più utile di tutti": come scrisse nel suo diario, mentre era in Africa egli consumava succo di baobab due volte al giorno, ed era convinto che mantenesse in buona salute. Di sicuto quel succo può aiutare a curare la diarrea. Le radici e i frutti sono commestibili; è stato suggerito che il frutto abbia il potenziale per migliorare la nutrizione, aumentare la sicurezza alimentare, favorire lo sviluppo rurale e sostenere la cura sostenibile del territorio. n Sudan, dove l'albero è chiamato tebeldi (تبلدي), le persone preparano il succo di baobab immergendo e sciogliendo la polpa secca del frutto in acqua estratta dallo stesso tronco. Le foglie di baobab sono ricche di sostanze fitochimiche e minerali e possono essere mangiate come condimento: le giovani foglie fresche vengono cotte in una salsa e talvolta vengono essiccate e polverizzate; tale polvere in Mali si chiama "lalo" e viene venduta in molti mercati di villaggio dell'Africa occidentale; oppure sono utilizzate nella preparazione di una zuppa che nel nord della Nigeria è chiamata "miyan kuka". Dai semi triturati si ricava una farina o un olio per cucinare. Le foglie di baobab sono utilizzate anche come foraggio per i ruminanti nella stagione secca. La farina d'olio, che è un sottoprodotto dell'estrazione dell'olio, può essere utilizzata anche come mangime per animali. In tempi di siccità, gli elefanti consumano il succoso legno sotto la corteccia del baobab. La fibra della corteccia poi può essere utilizzata per realizzare tessuti.
Nel 2008 l' Unione Europea ha approvato l'uso e il consumo del frutto del baobab, comunemente usato come ingrediente in frullati e barrette di cereali. Nel 2009 anche la Food and Drug Administration degli Stati Uniti d'America ha riconosciuto come ingrediente alimentare sicuro la polpa di frutta secca di baobab.
Chiudiamo come sempre con i riferimenti culturali. Lungo lo Zambesi, le tribù aborigene credevano che i baobab fossero creature troppo orgogliose; gli dèi si adirarono, li sradicarono e li gettarono di nuovo nel terreno a testa in giù; oggi gli spiriti maligni causano sfortuna a chiunque ne raccolga i dolci fiori bianchi. Si tratta di un evidente mito eziologico per spiegare il loro aspetto di "alberi capovolti". Anche Dante parla di un albero capovolto nella V Cornice del Purgatorio, quella dei Golosi (« e come abete in alto si digrada / di ramo in ramo, così quello in giuso, / cred'io, perché persona sù non vada. » Purg, XXII,133-135), ma ovviamente non vi è alcuna relazione tra esso e i baobab.
Nel Kafue National Park, uno dei più grandi baobab è conosciuto come "Kondanamwali" o "l'albero che mangia le fanciulle". Secondo la leggenda locale, l'albero si innamorò di quattro bellissime ragazze; quando raggiunsero la pubertà, resero geloso l'albero sposandosi. Così una notte, durante un temporale, l'albero aprì il suo tronco e chiuse dentro di esso le fanciulle; nelle notti di tempesta si sentirebbe ancora il pianto delle fanciulle imprigionate. Alcune tribù africane credono che le donne che vivono nei kraal dove abbondano i baobab avranno più figli. Ciò è scientificamente plausibile, in quanto quelle donne avranno un migliore accesso alle foglie e ai frutti ricchi di vitamine dell'albero per integrare una dieta di solito carente di vitamine.
Il nostro albero ha anche un ruolo nel celeberrimo romanzo per bambini "Il piccolo principe" di Antoine De Saint-Exupéry (1900-1944): in esso i baobab sono descritti come piante pericolose che devono essere eliminate dalle piante buone, per non superare in grandezza il piccolo pianeta su cui crescono e rischiare così di farlo a pezzi. Il mandrillo sciamano Rafiki, personaggio centrale del film di animazione Disney "Il Re Leone" (1994), ha la sua casa dentro un baobab. Ma la più notevole citazione letteraria del baobab è senz'altro quella contenuta nel poema epico Mandinka « Son-Jara », il primo capolavoro della letteratura africana, prima tramandato oralmente e più tardi messo per iscritto in caratteri arabi. Eccone in succinto la trama. Siamo in Africa Occidentale, nel XIII secolo, più o meno all'epoca di Francesco d'Assisi e di Federico II di Svevia. Naré Maghann Konaté, re dei Mandinka, popolo della vallata del Niger, si sente profetizzare da una strega che, se sposerà una donna bruttissima, da lui nascerà un figlio potentissimo. Nonostante sia già sposato con la bellissima Sassouma Berté, da cui ha avuto un figlio altrettanto bello, Dankaran Toumani Keita, accetta così di sposare una donna bruttissima dell'etnia Do, Sogolon, che in lingua locale significa "la donna bufalo" per la sua bruttezza. Da questa ha un figlio, altrettanto brutto, che chiama Sundiata Keita, incapace di camminare e di parlare. La prima moglie lo convince a scacciare Sogolon e suo figlio Sundiata, e a nominare erede Dankaran Toumani. Sogolon, che ha avuto altri due figli (di cui una con la vocazione di maga) e ne ha adottato un quarto dalla terza moglie di Naré Maghann Konaté, Namandjé, va in esilio nel vicino regno Mena, dove morirà qualche anno dopo.
Quando re Naré Maghann Konaté muore, gli succede il figlio di primo letto Dankaran Toumani Keita, bellissimo ma politicamente e militarmente inetto. Ma ecco che Soumaoro Kante, crudele re dei Sosso e conquistatore dell'intera vallata del Niger, attacca il regno Mandinka: Dankaran Toumani pensa bene di fuggire a gambe levate, abbandonando il regno a sé stesso. Allora i sacerdoti dei Mandinka si ricordano della profezia fatta a Naré Maghann Konaté, e decidono di inviare ambasciatori a Mena per richiamare Sundiata. Quest'ultimo, a dispetto della malformazione alla nascita, si è fatto intanto un giovane forte e invincibile in battaglia: la leggenda racconta che, appena ha imparato a camminare, ha sradicato per l'appunto un gigantesco baobab dalla piazza centrale di Mena e lo ha trapiantato davanti alla capanna di sua madre. Egli accetta l'invito di tornare presso i Mandinka per difenderli da Soumaoro Kante, ma il re di Mena non vuole privarsi di lui e vuole dargli in sposa sua figlia. Durante la notte, sempre secondo la leggenda, il re è destato dal fantasma furioso di un bufalo: è Sogolon, che non vuole che suo figlio sia privato del proprio destino di gloria. Così Sundiata Keita torna presso i Mandinka e si oppone a Soumaoro grazie all'aiuto della sorella, divenuta una potente maga, e di un guerriero di proporzioni gigantesche, incontrato durante l'avventuroso ritorno in patria.
Lo stregone Soumaoro tuttavia usa la magia in battaglia, impedendo a Sundiata di prevalere: in particolare, nessun tipo di freccia, anche trafiggendolo, riesce ad ucciderlo. Allora la sorella di Sundiata, che è maga pure lei, si presenta con un carro di ossa animali alla residenza fortificata di Soumaoro, protetta da un branco di iene affamate, e si fa portare dal re-stregone, che nella sua sala del trono tiene le teste di dodici re uccisi. Soumaoro resta stregato dalla sua bellezza, la vuole in sposa e tenta di farla ubriacare, ma ella è una maga e ad ubriacarsi è Soumaoro che, prima di stramazzare al suolo, le rivela scioccamente il suo segreto: può essere ucciso solo da una freccia fatta con uno sperone di gallo. Le iene impediscono a chiunque di uscire, ma la maga rovescia il carro di ossa, le iene si accaniscono a divorarle ed ella si defila, rivelando al fratello quanto ha scoperto. Quando Soumaoro si desta non ricorda di aver rivelato il proprio prezioso segreto, ma le teste dei dodici nemici riprendono vita e gli predicono la morte per mano di Sundiata. Per cercare di stornare da sé questo destino il re dei Sosso ingaggia subito battaglia con i Mandinka, ma vede Sundiata puntare su di lui una freccia fatta con uno sperone di gallo. Tenta una fuga disperata, ma è bloccato dal nero uccello della sconfitta, inviato dalla sorella di Sundiata. Appena la freccia lo coglie, il suo corpo si dissolve in sabbia e, dove cadono i suoi bracciali, nasce una pianta mostruosa. Sundiata ha vinto: si proclama Mansa, "Re dei Re", e fonda l'Impero del Mali. I dodici nemici uccisi da Soumaoro sono riportati in vita da sua sorella e diventano i suoi dodici vassalli, i feudatari dei dodici reami in cui divide il suo impero: Djebeda, Tabon, Negueboria, Kankigne, Togom, Sili, Krina, Koulikoro, Diaghan, Kita, Ka-Ba e Wagadou. Anni dopo, Sundiata Keita scomparirà attraversando il fiume Sankarini, ed al suo posto riemergerà un ippopotamo (secondo alcuni in lingua locale Mali significa proprio "ippopotamo"). Ogni grande impero ha alla sua origine un supereroe fondativo, da Sargon di Akkad fino a George Washington, ma certo nessuna epopea è più affascinante di quella, affatto sconosciuta in Europa, di un bambino nato deforme che rivelò la sua missione di origine divina trapiantando un baobab con le proprie mani!

Due giganti della savana: un elefante africano e un imponente baobab del Parco Nazionale del Ruaha in Tanzania

Due giganti della savana: un elefante africano e un imponente baobab del Parco Nazionale del Ruaha in Tanzania

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I ramoscelli tanto cari a Panoramix
Il vischio (Viscum album) è una pianta cespugliosa della famiglia delle Santalacee. È una sempreverde parassita di numerosi alberi ospiti, in particolare conifere e alcune latifoglie come pioppi, salici, aceri, betulle. Invece non cresce mai su faggi, platani e noci. Fagus, Se ne può notare la presenza specialmente nei boschi in inverno, quando i suoi cespugli cresciuti sui tronchi e sui rami sono più evidenti grazie all'assenza di foglie della pianta ospite. Il vischio ha fusti lunghi da 30 a 100 centimetri, le foglie sono oblunghe e coriacee, lunghe da 2 ad 8 centimetri, larghe 0,8–2,5 centimetri, di colore verde-giallastro. La foglia verde del vischio indica la presenza di clorofilla, quindi questa pianta è in grado di compiere la fotosintesi; tuttavia, pur essendo in grado di farlo, sottrae acqua, sali minerali e azoto dalla pianta ospite. Alla base del fusto principale sono prodotti cordoni verdi che penetrano all’interno della corteccia dell’ospite e generano delle propaggini, le quali si allungano fino al tessuto conduttore. Il vischio ha fiori unisessuali poco appariscenti, riuniti in glomeruli; i fiori maschili sono privi di calice, quelli femminili hanno sia calice che corolla. La specie è dioica, e i fiori sono impollinati dagli insetti. I frutti sono bacche sferiche o ovoidali, bianche o giallastre translucide, contenenti semi di 5–6 mm, appiattiti sui lati e immersi in una polpa gelatinosa e vischiosa. Le bacche, trasportate e disperse dagli uccelli che se ne cibano in inverno, si infilano nelle intercapedini di un ramo di una pianta ospite, e i semi ivi contenuti iniziano a germinare. Attraverso un cono di penetrazione ha inizio la formazione di un piccolo tronco e lo sviluppo della pianta.
Non ci crederete, ma il vischio può venire coltivato. La coltivazione del vischio si pratica per fini ornamentali e per l'erboristeria, recidendo in primavera una parte di ramo da una pianta ospite e innestando, schiacciandola, una bacca di vischio matura. Dopo un lento sviluppo, che può durare anche un paio di anni, inizia la crescita spontanea. Di solito la pianta ospite non subisce danni, a patto che non ci siano troppi polloni di vischio: in tal caso per liberarsene si dovrà recidere il ramo. Il succo delle bacche veniva usato per preparare colle usate per catturare uccelli, per via del suo aspetto colloso. Per questo oggi si dice "vischiosa" una sostanza attaccaticcia, una persona particolarmente noiosa o una situazione in cui è meglio non rimanere intrappolati (o, per l'appunto, « invischiati »). Infatti la parola "vischio" deriverebbe da una radice indoeuropea che significa "molle", "appiccicoso", da cui anche la parola "viscere". In Fisica si dice "attrito viscoso" quello avvertito dai corpi dentro una sostanza fluida, ad esempio un paracadutista che scende nell'atmosfera. L'attrito viscoso è assai minore di quello radente (per strisciamento) o volvente (per rotolamento), e da qui deriva la lubrificazione degli ingranaggi con olio.
Ma attenzione: i frutti del vischio sono velenose, e ci si può ammalare gravemente mangiandone le bacche. Gli estratti concentrati possono causare un'intossicazione importante, che può manifestarsi con diplopia, ipotensione, confusione mentale, allucinazioni, convulsioni. Dal vischio è stata isolata la lectina tossica viscumina, una proteina inattivante ribosoma (RIP, per ironia dellla sorte significa anche Riposi In Pace!) che si lega ai residui di galattosio delle glicoproteine sulla superficie cellulare e può essere assorbita dall'endocitosi. La viscumina inibisce fortemente la sintesi proteica con conseguenze che, ad alte dosi, possono anche essere letali.
Nonostante questo, il vischio viene impiegato nella medicina tradizionale sotto forma di tinture o infusi, come antipertensivo e anti-arteriosclerotico. Nel Nepal diversi tipi di vischio sono usati per una varietà di scopi medici, in particolare per il trattamento delle fratture ossee (naturalmente non vi sono al momento studi clinici che confermino tali effetti). Per queste sue proprietà curative era utilizzato già dai popoli scandinavi in epoca precedente alla conversione al cristianesimo; però, come ha scritto Wilhelm Pelikan, « il vischio, che per lungo tempo non ha giocato alcun ruolo speciale come pianta medicinale, ed era stato pressoché dimenticato dalla medicina moderna, è stato messo, da qualche decennio a questa parte, al centro di una nuova corrente della medicina; questo dopo che Rudolf Steiner l'ha indicato come base di un medicamento che combatte il carcinoma nelle sue differenti forme. » Il vischio è una delle sostanze più studiate nella cosiddetta medicina alternativa e complementare per la lotta al cancro: sbene non esistano prove a sostegno dell'idea che la stimolazione del sistema immunitario da parte del vischio porti a una migliore capacità di combattere il tumore, la ricerca di base con estratti di vischio ha fornito spunti per ulteriori indagini sul possibile uso del vischio come prodotto di supporto nell'intero trattamento oncologico. Gli estratti di vischio sono stati valutati in numerosi studi clinici, e spesso sono stati segnalati miglioramenti della qualità e aspettativa di vita. Tuttavia, secondo alcuni critici, la maggior parte degli studi clinici condotti fino ad oggi hanno avuto uno o più importanti punti deboli che hanno sollevato dubbi sull'affidabilità dei risultati. Inoltre, la possibilità di condurre studi di controllo randomizzati in doppio cieco con estratti di vischio è limitata a causa di reazioni allergiche osservati sulla pelle dopo le iniezioni sottocutanee. In secondo luogo, tichiedono grandi investimenti senza poter avere alcuna esclusiva commerciale sul prodotto derivato. In altre parole, come per altre piante definite "miracolose" dai soliti guru di Internet, tipo aloe vera e bacche di goji, queste conclusioni vanno prese assolutamente con le pinze!
Poteri terapeutici o no, il vischio comunque è stato ed è rilevante per diverse culture. Le bacche bianche erano considerate simbolo della fertilità maschile, con i semi che assomigliavano allo sperma. I Celti credevano addirittura che il vischio fosse germinato dalo sperma del dio Taranis (l'equivalente del norreno Thor), ed anche gli antichi greci si riferivano al vischio come "sperma di quercia". Gli storici ritengono che il vischio probabilmente svolse un ruolo importante nella mitologia druidica, e così lo ritroviamo nei fumetti di Asterix, ambientati in un immaginario villaggio gallico senza nome dell'Armorica: per preparare la celeberrima pozione magica, con cui gli abitanti del villaggio riescono a resistere vittoriosamente agli invasori Romani, l'ingrediente fondamentale è proprio il vischio, da raccogliere tassativamente con un falcetto d'oro (da cui il titolo della seconda avventura di Asterix e Obelix). In realtà però l'unico scrittore antico a menzionare l'uso del vischio nelle loro cerimonie è Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), e le prove tratte dai corpi rinvenuti quasi intatti nelle paludi fanno supporre l'uso del vischio presso i Celti a scopo medicinale piuttosto che rituale. Originariamente potrebbe essere stato collegato ai sacrifici umani, e associato a rituali meno cruenti solo dopo che i Romani vietarono i sacrifici umani. Proprio i Romani associavano il vischio alla pace, all'amore e alla comprensione, e lo appendevano sopra le porte per proteggere le case. A sorpresa, ritroviamo il vischio anche nell'"Eneide" di Virgilio (libro VI, 133-141): durante la discesa di Enea nell'oltretomba, la Sibilla cumana gli ordina di trovare un "ramo d'oro" (cioè di vischio) che sarà necessario per placare le divinità infere durante la sua ricerca dell'ombra del padre Anchise, che gli profetizzerà la futura grandezza di Roma. L'antropologo britannico James Frazer (1854-1941) ha dedicato a questo mito una ponderosa ricerca in un volume intitolato appunto "Il ramo d'oro" (1925).
Dopo l'affermazione del Cristianesimo, nel mondo occidentale si continuò ad usare il vischio come protezione da streghe e demoni: esso fu associato alla fertilità e alla vitalità per tutto il Medioevo, e in molti paesi è tuttora simbolo di buon augurio durante il periodo natalizio: è diffusa l'usanza di origine scandinava di salutare l'arrivo del nuovo anno baciandosi sotto uno dei suoi rami, usanza rapidamente diffusasi nei paesi Anglosassoni e specialmente in America, e giunta infine anche da noi. In pratica, ad un uomo era permesso di baciare qualsiasi donna in piedi sotto il vischio, e la donna che avesse rifiutato il bacio sarebbe stata colpita dalla sfortuna. Secondo una versione di questa tradizione, ad ogni bacio si doveva togliere una bacca, e il rituale del bacio doveva cessare dopo che tutte le bacche erano state rimosse.
Al vischio tuttavia è in special modo legato il mito norreno di Baldr (in islandese moderno Baldur, in alto tedesco Phol, in antico anglosassone Bealdor, forse significa "signore"), sfortunato secondogenito di Odino e Frigg, considerato il dio del bene, anche se in origine doveva rappresentare una divinità solare, essendo descritto come il più bello degli Asi (gli dèi della mitologia norrena), che splende di luce propria e i cui capelli sono candidi come la neve. La sua dimora si chiamava Breiðablik, che significa "ampio splendore", e Nanna è la sua sposa. Nell'"Edda in prosa" di Snorri Sturluson (1179-1241), e in particolare nella sezione intitolata "Gylfaginning", cioè "L'Inganno di Gylfi", si racconta come il dio Baldr sia perseguitato da incubi che ne annunciano la morte; nella mitologia norrena infatti, pur non invecchiando e non ammalandosi, gli Asi possono morire uccisi o suicidi. Saputolo, suo padre Odino si reca ad Helheim, il regno dei morti, dove purtroppo scopre che è già tutto pronto per accogliere Baldr, ma non si sa in quale occasione il dio morirà e come. Nel tentativo di scongiurare un destino che sembra ineluttabile, la madre Frigg, dea della Natura, raduna ogni essere vivente imponendo a tutti di giurare che nulla dovrà mai arrecare danno a Baldr. Da allora gli dei cominciano un gioco che ripetono ogni giorno: formano un cerchio intorno a Baldr lanciandogli contro qualunque oggetto, perché nulla poteva più nuocergli. Loki, il tenebroso dio del disordine e del male, si rende conto che il punto debole di Baldr è proprio il vischio: essendo parassita, non è dotato di vita propria e non aveva potuto giurare. Loki ne raccoglie quindi una piantina, con essa forgia una lancia e si avvicina a Hǫðr, fratello di Baldr: essendo cieco, Hǫðr non può partecipare al gioco e Loki, dicendo di volerlo aiutare perché possa divertirsi come tutti e far così piacere a suo fratello, gli mette in mano il vischio e lo guida nel lancio. La lancia di vischio trafigge Baldr uccidendolo, davanti agli altri dèi atterriti. Sua moglie Nanna muore immediatamente di dolore. Al funerale di Baldr partecipano tutte le creature del mondo, a testimonianza di quanto il dio fosse amato. Odino depose sulla pira funebre Draupnir, magico anello in grado di generare otto sue copie ogni nove notti, mentre Hermóðr, figlio di Odino, si mette disperatamente in viaggio verso Helheim nella speranza di restituire al mondo Baldr. La regina degli inferi Hel, tuttavia, pone una condizione: tutti gli esseri della terra, vivi o morti, dovranno piangere, dimostrando così il dolore universale per la morte di Baldr. Gli Asi inviano dunque messaggeri in ogni dove ottenendo che ogni essere del creato pianga per Baldr; la condizione sembra essere soddisfatta finché in una caverna viene trovata la gigantessa Þǫkk, che si rifiuta di prendere parte al cordoglio cosmico, condannando per sempre il dio a restare preda della morte. Secondo alcuni, Þǫkk altri non era che il solito Loki sotto mentite spoglie. Ma non è finita qui: dopo il Ragnarǫk ("Destino degli Déi"), la grande battaglia escatologica finale in cui gli déi buoni e quelli malvagi si uccideranno tutti a vicenda e il vecchio mondo dal fuoco, Baldr tornerà da Hel insieme alla moglie Nanna per geberare una nuova stirpe divina e per creare un nuovo mondo senza ingiustizie né guerre nè falsità.
Il mito di Baldr è stato variamente interpretato. C'è chi lo ha visto come un mito legato al ciclo annuale del tempo, che fa riferimento all'accorciarsi delle giornate d'inverno e al ritorno della primavera; in tal senso la morte di Baldr troverebbe analoghi in area mediterranea e mesopotamica, nelle figure di Attis, Tammuz, Adone, Osiride, Orfeo. Questa teoria ha però un punto debole: Baldr non presenta i tratti precisi di un dio della fertilità e, inoltre, non è previsto per lui un ritorno stagionale dal regno dei morti se non successivamente al Ragnarök, cioè alla fine di questo mondo. Delle precise analogie sono state invece trovate con il dio finlandese Lemminkäinen, ucciso da un mandriano cieco armato di una semplice canna, arma all'apparenza inoffensiva come il vischio di Höðr. C'è inoltre chi ha visto la morte di Baldr come un tipico sacrificio odinico. Non era insolito infatti che Odino chiedesse di far uccidere tramite un sacrificio rituale i guerrieri che desiderava avere con sé nel Valhalla, in vista di suoi scopi futuri. Höðr allora non sarebbe altro se non una manifestazione di Odino stesso, il quale è cieco da un occhio avendo dovuto cederlo per bere alla fonte di Mimir ed ottenere la perfetta sapienza.
Alcuni hanno accostato la figura di Baldr anche a Gesù Cristo: entrambi muoiono traditi dai loro amici e, come Bakdr, anche Gesù tornerà alla fine del mondo per governare su un mondo rinnovato. Loki ovviamente farebbe la parte di Satana. Purtroppo non è possibile ad oggi precisare se il mito di Baldr sia stato creato in un'epoca, attorno al X secolo, in cui nella penisola scandinava convivevano fianco a fianco l'antico politeismo e il nuovo monoteismo, o se si tratti di un mito del tutto indipendente.
L'esoterista austriaco Rudolf Steiner (1861-1925) interpretava invece il mito della morte di Baldr partendo dal principio che Baldr sarebbe una divinità che agiva sulla terra, mentre Loki apparterrebbe alle entità lunari. Il vischio sarebbe una pianta che pur vivendo sulla terra, mostrerebbe delle affinità lunari come Loki; Baldr non verrebbe ferito dagli oggetti comuni perché terrestri, mentre viene ferito da una pianta che appartiene a un’affinità opposta. In questa leggenda quindi si nasconderebbe unntica sapienza legata a culti astrologici, ma ovviamente è una teoria non suffragata da alcuna prova.
Alla natura parassita di questa pianta Giovanni Pascoli (1855-1912) dedicò una poesia, intitolata appunto "Il vischio": « albero infermo della tua salute, / albero che non hai gemme fiorite, / albero che non vedi ali cadute; / albero morto, che non curi il mite / soffio che reca il polline, nè il fischio / del nembo che flagella aspro la vite... / ah! sono in te le radiche del vischio! » Il vischio è l'emblema floreale dello stato americano dell'Oklahoma e della contea britannica di Herefordshire. Ogni anno la città britannica di Tenbury Wells organizza un festival del vischio e incorona una "regina del vischio"... sperando che nessuno ci rimanga invischiato!

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La prugna dei maiali
La ximenia (Ximenia americana), è un arbusto della famiglia delle Olacacee che può dar vita a un cespuglio o a un piccolo albero fino a un'altezza compresa tra 2 e 7 metri. Cresce principalmente nei tropici: Africa, India e sudest asiatico, Australia, Nuova Zelanda, Isole del Pacifico, Caraibi e Sudamerica Centrale. È conosciuta con molti altri nomi: "prugna dei maiali", "prugna gialla", "limone di mare", "falso legno di sandalo", "noce di sego", "legno di sego ", "chabbuli" e "ysada" in Africa occidentale, "ghène", "n'ghani" e "léaman" in Costa d'Avorio e "kleinsuurpruim", "inkoy", "mutente", "kol", "mulebe", "mungomba ", "musongwasongwa", "mulutulwa", "museka", "ntogé", "nogbé", "séno", "séné", "madarud" e "madarau" in altre regioni dell'Africa, e "pi'ut" in lingua Chamorro (parlata sull'isola di Guam e nelle isole Marianne). Non è mai stato domesticata, quindi si trova solo allo stato selvatico. Cresce in aree con più di 500 mm di precipitazioni medie annue e fino ad altezze di 2000 m. Si trova comunemente in una varietà di habitat diversi, prevalentemente in boscaglie semi-aride e in boschi secchi e umidi, boschi aperti sabbiosi, aree collinari aride, boscaglie costiere, campagne, savane arbustive, terreni forestali e lungo corsi d'acqua come argini di fiumi e pendii rocciosi. Cresce su molti suoli argillosi, poveri e asciutti. Può anche assorbire nutrienti e acqua da altre specie vegetali attraverso le sue radici, tuttavia di solito non utilizza questo metodo come modalità di sopravvivenza. Per questo può essere classificata come emiparassita facoltativo, in quanto può crescere perfettamente senza un ospite, anche se cresce meglio nei terreni dove può entrare in contatto con le radici di altre piante.
Un po' di storia. L'esploratore e botanico francese Jean Baptiste Christophore Fusée Aublet (1720-1778) descrisse le nuove specie Heymassoli inermis e Heymassoli spinosa nella sua "Histoire des Plantes de la Guiane Françoise" del 1775; in seguito queste due specie furono identificate con Ximenia americana. Il nome del genere Ximenia deriva da quello del sacerdote spagnolo Francisco Ximénez (1666-1729), meglio noto per aver curato la prima traduzione in spagnolo del noto testo Maya "Popol Vuh"; egli descrisse dettagliatamente una collezione di piante da lui scoperte in Messico. Il cognome Ximénez o Jiménez a sua volta è di origine basca ed è probabilmente legato alla radice "semen", in basco "figlio".
Il tronco ha un diametro inferiore a 10 cm; la corteccia ha un colore dal marrone scuro al grigio chiaro. I rami formano un arco verso il basso e i rametti hanno spine dritte e sottili lunghe 1 cm, di colore rosso porpora. Le foglie sono semplici e alterne, di forma da lanceolata a ellittica, e hanno una consistenza simile al cuoio. Esse crescono da 2,5 a 8 cm di lunghezza e da 1 a 4 cm di larghezza, hanno uno spessore che va da sottile a semisucculento e hanno da 3 a 7 paia di nervature laterali difficili da osservare su entrambi i lati della foglia. Le foglie sono pelose quando iniziano a crescere, ma diventano lisce e lucide man mano che maturano. I piccioli sono corti e sottili, fino a 3-6 mm di lunghezza, di colore grigioverde o verde brillante; rilasciano un forte odore di mandorle quando vengono schiacciati. La fioritura avviene comunemente osservata durante le stagioni secche. I fiori sono profumati, di colore bianco, giallo-verde o rosa e sono lunghi da 5 a 10 mm. Crescono su infiorescenze ramificate, racemose o ombrelliformi, su peduncoli lunghi 3-7 mm. I frutti sono di forma globosa o drupacea, crescono fino a 3 cm di lunghezza, hanno un diametro di 2,5 cm e sono lisci. Gli alberi producono frutti dopo circa 3 anni di crescita. I giovani frutti sono verdi ma diventano giallo oro o rosso aranciato man mano che maturano; le condizioni climatiche non ne influenzano la maturazione. A maturità il frutto ha una polpa verde, succosa e un grosso seme legnoso di colore giallo chiaro che cresce fino a 1,5 cm di lunghezza e contiene circa il 60% di olio. Quando viene mangiato il frutto ha un sapore di mandorla; i semi vengono dispersi dagli animali che mangiano il frutto, attirati dai suoi colori vivaci.
Un'altra specie di questo genere è Ximenia caffra; è simile a Ximenia americana, ma le foglie e i frutti sono più grandi di quelli di quest'ultima, il che rende facile distinguerle. Inoltre Ximenia americana porta diversi fiori su infiorescenze ramificate, mentre i fiori in Ximenia caffra sono portati in ciuffi o singolarmente.
La ximenia è ricca di acidi grassi e di gliceridi, ma essa contiene anche alcaloidi, flavonoidi, composti fenolici, saponine, tannini e terpenoidi. Alcune foglie raccolte da Ximenia americana nel sud del Niger sono risultati ricchi di calcio, ferro, magnesio e manganese, ma sono privi di proteine. Il frutto contiene acido cianidrico ed alti livelli di vitamina C; i frutti verdi hanno il 74% in più di vitamina C rispetto a quelli gialli maturi. Il seme contiene derivati ​​del cianuro che contribuisce all'odore di mandorla; l'olio di semi contiene gli acidi ximenico, linoleico e stearico. È resistente alla siccità, il che la rende una buona fonte di cibo durante i periodi di siccità. È anche tollerante alle inondazioni lievi, che si verificano durante le tempeste per brevi periodi di tempo, ed è persino tollerante ai terreni salati, agli spruzzi di sale e ai venti.
Nelle savane la ximenia è una fonte alimentare vitale per gli animali che vi vivono, vale a dire i mammiferi come le giraffe, che la apprezzano moltissimo. Le foglie sono cibo anche per insetti, come le farfalle, e le loro larve.
La Ximenia americana può essere utilizzata come fonte alimentare anche dagli uomini, principalmente per i suoi frutti, che possono essere consumati crudi o in salamoia, e possono essere usati per sostituire il limone nelle ricette di pesce, per preparare succhi, marmellate o bevande alcoliche; in Sud Africa dai frutti viene prodotta una specie di birra. In Etiopia, paese notoriamente alla fame (anche per causa di guerre endemiche e di dittature decennali) è uno dei frutti più utilizzati dai pastori, dai bambini, dalle donne e dalle famiglie più povere; il frutto viene venduto nei mercati e la foglia è molto importante come mangime per bovini, capre e pecore. I ricercatori etiopi ritengono che essa potrebbe contribuire a sconfiggere la malnutrizione in molte zone del paese, perchè è disponibile tutti i mesi dell'anno in quanto non è decidua. La specie non è certamente in pericolo, ma i botanici hanno notato che in Etiopia sta diventando rara principalmente a causa dell'uso eccessivo della pianta e dei suoi componenti; per questo sono in corso tentativi di domesticarla su larga scala. In Asia le giovani foglie vengono cotte e consumate come verdura; tuttavia, contenendo del cianuro, devono essere ben cotte e non dovrebbero essere consumate in grandi quantità. Anche i semi hanno un forte effetto purgante e non dovrebbero essere consumati in quantità eccessive. Il nocciolo del frutto può essere trasformato in olio, che viene utilizzato in cucina come sostituto del burro, ma anche per scopi cosmetici come emollienti, balsami, ammorbidenti per la pelle, oli per il corpo e per capelli, nonché ingredienti in saponi, rossetti e lubrificanti. L'olio di semi di Ximenia americana può essere utilizzato persino come potenziale biocarburante se miscelato con cherosene. Il legno è usato come legna da ardere e per ottenere carbone. Ximenia viene utilizzata anche come pianta da siepe per marcare i confini e a scopo decorativo, in ​​quanto ha fiori e fogliame attraenti.
La ximenia è molto utilizzata nella medicina tradizionale  per trattare un gran numero di malattie, tra cui morbillo, malaria, infezioni della pelle, malattie trasmesse sessualmente, diarrea, crampi muscolari e ascessi polmonari. Le foglie e i ramoscelli sono usati come trattamento per raffreddori e febbri, come lassativi e lozioni per gli occhi e come collutorio per prevenire mal di denti e infezioni alla gola. Tuttavia ai guaritori tradizionali era nota l'eccessiva salivazione come segno della tossicità quando veniva usata per trattare le malattie orali. La corteccia, solitamente usata in polvere o in decotto, viene usata per curare le ulcere della pelle e posta nell'acqua del bagno per i bambini malati. Il frutto viene consumato per curare vermi intestinali e stitichezza.
Xymelys 45 è un farmaco contenente estratto di corteccia di Ximenia americana commercializzato come cosmetico per fornire protezione alla pelle ultrasensibile, allo stress ossidativo e ai radicali liberi. Il tè di ximenia è stato commercializzato in Brasile per curare ferite, ulcere, problemi cardiaci e renali. L'olio di semi è commercializzato come trattamento per la pelle secca, in prodotti idratanti, emollienti, antietà e antiacne e come trattamento per capelli fragili e danneggiati.

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Le patate pelose
Ora vi parlerò del kiwi, un frutto che io adoro. Nonostante le apparenze, anch'esso è considerato una bacca, e l'albero che la produce è classificato come... liana (sì, come quella di Tarzan), del genere Actinidia. Non c'è solo il kiwi verde, c'è anche una meno nota varietà di kiwi giallo o gold. La prima, la più diffusa, ha la buccia pelosa marrone scuro con la polpa verde brillante e semi piccoli e neri disposti a raggiera intorno al centro della bacca, che ha la forma di una piccola patata. La varietà gold invece ha forma più allungata, la polpa gialla e non ha peli sulla buccia. Esistono altre varietà poco diffuse dalle nostre parti, come il kiwi con la polpa rossa e la buccia color mattone. Il kiwi ha un tipico sapore acidulo, ma gustoso e rinfrescante; lo si mangia a fette, specie con la macedonia o negli spiedini di frutta. Il nome scientifico della pianta di kiwi è l'Actinidia deliciosa, ma è coltivata anche l'Actinidia arguta, il cosiddetto "mini kiwi", caratterizzato da frutto piccolo e buccia liscia. Come quelle degli asparagi, le piante sono dioiche, cioè vi sono esemplari maschio ed esemplari femmina.
Il nome "kiwi" deriva dalla lingua dei Maori, popolo di probabile origine polinesiana che intorno al 1300 sbarcò nell'attuale Nuova Zelanda e la chiamò Aotearoa, cioè "la Grande Nuvola Bianca" (portò tra l'altro all'estinzione la megafauna neozelandese i Diorniti o uccelli Moa, alcuni tra i più grandi uccelli mai esistiti, alti fino a 3,60 m per 250 kg di peso). Tornando al kiwi, il suo nome deriva da huakiwi, letteralmente "uovo di kiwi". Difatti, a causa della peluria e del colore bruno, questo frutto ricorda un altro uccello endemico della Nuova Zelanda, l'Apteryx australis, uccello non volatore con ali piccolissime, becco lungo e piumaggio marrone, eletto animale simbolo della Nuova Zelanda. Quando nel 1931 il famoso fisico Ernest Rutherford, lo scopritore del nucleo atomico, fu nominato Lord, nello stemma che si scelse mise proprio un kiwi, essendo nato a Brighwater in Nuova Zelanda, anche se studiò e lavorò a Cambridge.
In realtà l'Actinidia deliciosa è originaria della Cina meridionale, dove si coltiva da almeno 700 anni; il suo frutto era considerato una prelibatezza dagli imperatori cinesi, e il suo uso era anche ornamentale. All'inizio dell'Ottocento gli inglesi lo portarono prima in Inghilterra e poi in Nuova Zelanda, dove ha trovato un ambiente abbastanza favorevole e si è diffuso attraverso coltivazioni intensive. La grande fortuna del kiwi (del frutto, non dell'uccello) iniziò dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando gli statunitensi lo esportarono con successo in tutto il mondo con il nome di kiwifruit. Da notare che questo è ancor oggi il nome del frutto in Australia e Nuova Zelanda, dove il nome "kiwi" è riservato all'uccello. Peraltro, "kiwi" è anche il soprannome degli abitanti della Nuova Zelanda, soprattutto in occasione di competizioni sportive o eventi sociali (come "gli azzurri" è una metonimia comune per designare gli italiani). Alla fine del Novecento si diffuse anche in Europa e soprattutto in Italia, ben presto diventata il terzo produttore mondiale di questo frutto, dopo Cina e Nuova Zelanda. La principale zona di produzione del kiwi in Italia è il Lazio, particolarmente adatto alla coltivazione del frutto per il suo clima caldo in estate, ma anch'io ho quattro piante di kiwi nel mio giardino. Dalle nostre parti il kiwi viene raccolto tra settembre e ottobre, ed è commerciato da novembre ad aprile. Per essere coltivato ha bisogno di abbondante acqua, e questo è un problema, visto il periodo siccitoso che la Penisola sta attraversando a causa dei cambiamenti climatici. Il frutto teme l'umidità e le alte temperature, per cui deve essere conservato in luoghi freschi e asciutti (io li tengo nel sottoscala della cantina). Se si vuole accelerare la maturazione bisogna riporre i frutti di fianco a mele o banane. Il kiwi è costituito da circa l'84% di acqua, ed è ricchissimo di vitamina C, potassio, magnesio, vitamina E e ferro. L'alto contenuto di potassio e la povertà di sodio rendono il frutto ideale per gli sportivi, poiché diminuisce il rischio di crampi. È consigliato per chi ha problemi di digestione e aiuta il lavoro dell'intestino come le verdure e le prugne. Purtroppo alcuni sono allergici ai kiwi: tale forma di allergia è stata descritta per la prima volta nel 1981. Infatti l'actinidina, un coadiuvante digestivo presente nei kiwi può essere un allergene per alcuni, e provocare prurito, dolore alla bocca e respiro sibilante. Per fortuna non è il mio caso, io ne vado pazzo!

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La bevanda degli imperatori
Riguardo al cacao, a differenza di pomodori e patate, dal punto di vista botanico non è un ortaggio, ma un vero e proprio albero, alto anche più di dieci metri! Io ne ho visto una pianta con i miei occhi in un giardino in Israele, nonostante il riscaldamento globale alle nostre latitudini non cresce (per fortuna). Manco a dirlo, il cacao più apprezzato del mondo è quello dell'Ecuador, ma il primato di primo produttore al mondo se lo giocano Costa d'Avorio e Nigeria. Di sicuro non è di origine africana; pare che i primi a domesticarlo siano stati i popoli del Centroamerica, secondo alcuni gli Olmechi, secondo gli altri i Maya. Una leggenda mesoamericana dice che il cacao (era il dono che Quetzalcoatl, il dio supremo creatore del mondo, fece agli uomini per rendere loro più piacevole la vita, altrimenti faticosa e mortale. Chi la coltivò intensivamente furono gli Aztechi, per i quali era una pianta sacra. Ovviamente non ne facevano tavolette come noi, ma una bevanda (cacao deriva dal nahuatl "cacahuatl", dove "cacahu" ha significato oscuro, mentre "atl" significa "acqua", e quindi bevanda) riservata all'alta nobiltà e in particolare agli imperatori ("tialoque" in nahuatl) che, come tu sai, erano ritenuti di discendenza divina. Per questo il cacao era considerata la "bevanda degli déi" per eccellenza, ed infatti, quando Linneo dovette scegliere un nome scientifico per la pianta, la chiamò Theobroma cacao, perchè "theobroma" in greco significa proprio "la bevanda degli dèi"! Gli etnologi hanno ricostruito il processo di lavorazione degli antichi Mexica (come gli Aztechi chiamavano se stessi, per via di un mitico capo chiamato Mexi, da cui Messico): le fave, estratte dalla bianca polpa interna al frutto, detto cabossa (di circa 10 x 30 cm), erano fatte fermentare, tostate e macinate, ottenendo così un impasto umido che veniva disciolto in acqua insieme ad altri ingredienti; una densa schiuma sulla superficie della bevanda veniva ottenuta versandola ripetutamente da un vaso all'altro, e questa era la pregiata bevanda degli déi. Per inciso, le fave di cacao erano addirittura usate dagli Aztechi come moneta! Purtroppo il cacao contiene un alcaloide chiamato teobromina (dal suo nome scientifico), non troppo dissimile dalla caffeina, che come quest'ultima e come tutti gli alcaloidi dà forte dipendenza. Pare che Moctezuma II (in nahuatl "colui che governa con faccia arcigna", a volte erroneamente chiamato Montezuma per ragioni eufoniche), ultimo imperatore azteco ucciso dai suoi stessi sudditi con una sassata perchè aveva cercato di convincerli a non combattere Cortés, da lui creduto l'incarnazione di Quetzacoatl in persona, fosse del tutto drogato di teobromina, tanto da bere fino a quaranta tazze al giorno di cacao!! Per questo la dipendenza da cacao (ci sono statunitensi obesi che arrivano a mangiare 10 kg di cioccolata al giorno) viene chiamato "la Vendetta di Moctezuma": gli Aztechi furono sterminati dalle malattie come vaiolo, morbillo e rosolia portate dai Conquistadores, contro cui essi non avevano alcuna difesa immunitaria, e loro "ricambiarono il favore" con questa dannosa dipendenza che tanti guai provoca alla nostra salute, essendo il cioccolato molto grasso, nonostante se ne estragga buona parte del "burro di cacao". Per fortuna però il cacao è anche uno dei migliori antiossidanti conosciuti, venti volte più antiossidante di una mela. Occhio perchè per cani e gatti il cacao è velenosissimo: per intossicare a morte un cagnolino di piccola taglia ne bastano 25 g! Il primo europeo a vedere di persona il cacao potrebbe essere stato Cristoforo Colombo nel suo quarto viaggio, ma il primo a portarlo in Europa fu il famigerato Hernàn Cortés, secondo solo al Colonnello George Armstrong Custer nella fama di massacratore di nativi americani. La parola cioccolato pare derivi da "xocoatl", uno dei tanti nomi della bevanda, e il primo autore della letteratura italiana a nominarlo è Giuseppe Parini nel "Giorno", dove scrive che il "giovin signore" si beava del "brun cioccolatte", servito come in America dentro tazze (ma dal sapore assai diverso, per l'aggiunta di latte, zucchero, cannella e vaniglia). In Italia però il cioccolato era consumato già ai primi del '600. Il celeberrimo "cioccolato svizzero", preso in giro dalle pubblicità nostrane ("Sfìzero?" "Nooo! Novi!"), nacque grazie a Francois-Luis Cailler, che nel 1819 fondò la prima fabbrica svizzera di cioccolato a Vevey. Nel 1878 lo svizzero Daniel Peter mescolò il latte al cacao producendo il cioccolato al latte; nel 1879 a Berna il famosissimo Rodolphe Lindt produsse per primo il cioccolato fondente; infine nel 1923 a Chicago Frank Mars inventò la barretta al cioccolato, e il suo nome è rimasto a un popolare snack che si trova anche nei distributori alimentari del mio Liceo (io credevo fosse un nome commerciale, e invece...) In Italia invece abbiamo il gianduiotto, prodotto a Torino e lanciato in occasione del Carnevale del 1865: non a caso ha il nome di Gianduia, la più popolare maschera torinese.

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Il vino d'Arabia
Non tutti lo sanno, ma la pianta del caffé non è originaria del Sudamerica, dove oggi viene coltivata su latifondi immensi, bensì dell'Etiopia, da dove gli Arabi poi l'avrebbero trapiantata nella penisola arabica. Il suo nome scientifico è infatti Coffea arabica. Secondo alcuni il suo nome deriverebbe da Caffa, la regione dell'Etiopia dove ne furono scoperte le prime piante; secondo altri invece deriva dall'arabo qahwa, "eccitante". Secondo una nota leggenda, tutto sarebbe cominciato da un incendio che a Caffa incenerì alcune piante di caffé: la popolazione dei villaggi vicini fu attirata dall'aroma che ne scaturì e cominciò a tostarne i semi. Un'altra versione narra del pastore Kaldi, un etiope che avrebbe notato che le sue capre, che brucavano le bacche di una certa pianta, non si addormentavano e restavano sveglie e attive tutta la notte. Una terza leggenda ha come protagonista il profeta Maometto il quale, sentendosi male, ebbe la visione dell'Arcangelo Gabriele che gli offriva una pozione nera come la Pietra Nera della Mecca, creata per lui da Allah, che gli permise di riprendersi e tornare in forze. Siccome il Corano vieta di bere alcolici, gli Arabi prima e i Turchi poi lo bevevano in grande abbondanza (da cui il nome di "Vino d'Arabia"), e il Kahvecibaşı ("Capo caffettiere") era un incarico importante alla corte del Sultano. Da Costantinopoli nel '500 cominciò a diffondersi in tutta l'Europa, naturalmente attraverso Venezia, che commerciava attivamente con gli Ottomani. Il caffè però fu introdotto in Europa per la prima volta nell'isola di Malta, attraverso i prigionieri musuomani dopo il grande assedio di Malta del 1565. Invece a Vienna il primo caffè fu aperto nel 1683, subito dopo il fallito assedio da parte dei Turchi, secondo la tradizione usando i sacchi di caffè abbandonati sul posto dai guerrieri ottomani (in quell'occasione sarebbe stato inventato anche il cornetto, che avrebbe ripreso la forma a mezzaluna sulla bandiera della Turchia). In Inghilterra ne parlò per primo il filosofo Francesco Bacone. Inizialmente la Chiesa ne osteggiò la diffusione perchè era la bevanda preferita degli odiati infedeli, perchè era nero "come il peccato" e perchè molti lo credevano un afrodisiaco, ma l'elezione al papato di Clemente VIII cambiò le carte in tavola: il Pontefice lo assaggiò, lo trovò ottimo, ed usò un escamotage per renderne lecito il consumo: sostenne che il caffé poteva aiutare i monaci a restare svegli la notte a pregare, come aiutava noi a stare svegli a studiare la notte prima degli esami universitari. In realtà non a tutti piaceva: il medico e letterato Francesco Redi nel suo "Bacco in Toscana" scrisse: « Beverei prima il veleno / che un bicchier, che fosse pieno / dell'amaro e reo caffè! » Intanto gli olandesi trapiantavano le piante di caffè in Indonesia, i Francesi nei Caraibi e gli Spagnoli in Sudamerica. Nel settecento ogni città d'Europa e del Nordamerica aveva almeno un caffè, dove ci si riuniva per discutere di politica e di cultura, e "Il Caffè" era il titolo del primo quotidiano di stampo illuminista pubblicato in Italia, ad opera dei fratelli Alessandro e Pietro Verri, fondatori dell'Accademia dei Pugni (con tutta probabilità Pietro Verri, amante di Giulia Beccaria, era il vero padre di Alessandro Manzoni). A segnare il trionfo del caffè, ormai non più "amaro e reo", fu l'invenzione della Moka, caffettiera ideata da Alfonso Bialetti nel 1933, vera icona del Made in Italy formata di soli quattro pezzi in acciaio, di cui anch'io possiedo un esemplare; essa prende il nome da Mokha, città portuale dello Yemen da dove secondo alcuni il caffè sarebbe stato esportato in tutto il mondo. Ormai, come il pomodoro, il caffè era diventato uno dei simboli stessi della napoletanità, tanto che Totò annoverava 60 sigarette e 40 tazzine di caffé tra i suoi "vizi quotidiani" (che peraltro lo condussero a prematura morte a 69 anni).

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La camelia che si beve
Sul siamo tutti d'accordo: viene dall'Estremo Oriente. Quasi nessuno sa però che è parente strettissimo delle nostre fiorite camelie, ed in effetti il suo nome scientifico è Camellia sinensis (Sina, da Ch'in, è il nome latino della Cina). La parola "tè" deriva dalla pronuncia (tei) del carattere cinese 茶 nel dialetto min meridionale, e tale parola è pressoché la stessa in moltissime lingue del mondo. Non però in giapponese, dove il tè si chiama chá, dalla pronuncia dello stesso ideogramma cinese nei dialetti settentrionali. Il tè contiene la teina, un alcaloide stimolante del sistema nervoso centrale, che a fine ottocento è stata dimostrata essere identica alla caffeina; contiene però anche la catechina, un antiossidante presente soprattutto nel tè verde. Un'infusione breve (due-tre minuti) estrae dalle foglie di tè soprattutto la teina/caffeina e ha proprietà stimolanti; un'infusione più lunga (cinque-sette minuti) estrae anche acido tannico che disattiva la caffeina perché si combina con essa, attenuando l'effetto stimolante. Inoltre l'acido tannico rende amaro il sapore del tè. Innumerevoli sono le varietà conosciute ed apprezzate. Nella lavorazione del tè bianco le foglie subiscono una lunga fase di appassimento che è causa anche di un leggero processo di ossidazione; il nome bianco deriva dal colore delle gemme apicali, usate per produrre questo tè, che sono ricoperte da una lanugine bianca particolarmente folta. Invece nella preparazione del tè nero le foglie vengono fatte appassire in modo da far perdere l'acqua in esse contenuta, renderle morbide e poterle in seguito rullare, allo scopo di rompere le membrane cellulari e far affiorare i succhi in superficie. Nella lavorazione del tè verde poco dopo la raccolta le foglie vengono sottoposte a un trattamento termico chiamato "stabilizzazione" (in inglese "fixation") che inibisce gli enzimi responsabili dell'ossidazione e permette al tè di mantenere il proprio colore verde. Il Bancha (in giapponese "tè ordinario"), come mi ha spiegato l'amico Perchè No?, che vive a Tokyo, è un tè verde giapponese ricavato dall'ultimo raccolto dell'anno, che di solito ha luogo in ottobre: è il tè verde comune per i giapponesi, ma è considerato la più leggera tra tutte le qualità di tè verde. Il suo sapore è ', con un marcato odore di paglia. Il Matcha (in giapponese "sfregato") è un tè verde originario della Cina le cui foglie vengono prima cotte al vapore, asciugate e ridotte in polvere finissima, usatissimo per la cerimonia del tè. Mi dice l'amico Perchè No? che c'è addirittura il tè blu o Oolong (dal cinese wūlóng, "drago scuro"), un tipo di tè semiossidato prodotto in Cina e a Taiwan, a metà tra il tè verde e il tè nero, perché ossidato solo parzialmente. Mi dicono che una delle qualità di tè più pregiata in assoluto è il Darjeeling, dal nome dell'omonima regione del Bengala, un tè nero indiano soprannominato addirittura lo "champagne dei tè", coltivato in zone piovose e dal tipico aroma di uva Moscato. Ma quello che io prediligo fra tutti è sempre il buon vecchio Earl Grey, aromatizzato al bergamotto, che prende il nome dal Conte Charles Grey, Primo Ministro del Regno Unito dal 1830 al 1834, il quale guarda caso ricevette in dono un tè aromatizzato con olio di bergamotto, e da allora ne fu pazzo. Ne vado matto anch'io, ma non perchè è di moda. Le mode passano, l'Earl Grey è per sempre, se è vero che anche nel 2350 dopo Cristo il Capitano Jean-Luc Picard concludeva ogni sua giornata ordinando al replicatore un "tè Earl Grey, caldo, in tazza di vetro"!! Il maggior produttore di tè al mondo è ovviamente la Cina, seguita da India e Giappone.
​I primi riferimenti storici certi al consumo del tè in Cina risalgono al III secolo dopo Cristo: i maggiori sponsor del tè furono i monaci buddisti, che lo adottarono come bevanda rituale e come tonico. Durante l'epoca Tang il tè si diffuse in tutto il paese cominciando a venire usato anche come moneta, grazie anche al contributo del "Canone del tè" scritto da Lu Yu nel 760. In Giappone nel XVI secolo venne codificata una particolare forma di preparazione ritualizzata, il cosiddetto Cha no yu, per cui oggi esistono vere e proprie scuole. In Europa il tè fu menzionato per la prima volta dal domenicano portoghese Gaspar da Cruz, che nel 1560 parlò di « una specie di acqua che chiamano "cha", rossiccia e molto terapeutica ». La prima importazione del tè in Europa di cui si ha memoria la dobbiamo alla Compagnia Olandese delle Indie orientali nel 1610. Oggi però se pensiamo al tè non pensiamo ai Paesi Bassi, ma all'Inghilterra. Il merito di aver portato il tè in Inghilterra è attribuito a Caterina di Braganza (1638-1705), consorte portoghese di re Carlo II. Il suo consumo nelle case e nei giardini, dato che le donne nelle coffeehouse non erano ammesse, si consolidò nel XVIII secolo, durante l'era georgiana, e ben presto il suo successo fu eccezionale, presso tutte le classi sociali, facendone uno dei protagonisti della storia economica dell'Impero Britannico. La crescente domanda diede impulso alla marina e incoraggiò la coltivazione nelle colonie. Nel 1758 la potente Compagnia Britannica delle Indie Orientali ottenne dal Parlamento il monopolio del commercio dell'oppio e la sua esportazione verso la Cina, in cambio di tè, provocando le Guerre dell'Oppio e dando il colpo di grazia al già traballante Impero Qing. All'inizio del XX secolo il consumo medio annuo inglese pro capite raggiunse la sbalorditiva cifra di tre chilogrammi, e poiché l'alcolismo si stava rivelando una piaga molto grave, il tè si rivelò anche uno straordinario strumento di controllo sociale, sostituendo la birra come bevanda nazionale e aiutando a combattere l'abuso di sostanze alcoliche. Ciò si rivelò fondamentale anche sui campi di battaglia delle guerre moderne, dove anziché caffè o gin ai soldati era distribuito proprio il tè caldo, che li manteneva sobri e ne stimolava l'attenzione, migliorando il rendimento in battaglia. Insomma, secondo l'antropologo Alan MacFarlane dell'Università di Cambridge, senza il tè non ci sarebbero stati né l'Impero Britannico né la Rivoluzione Industriale. Persino la Storia degli Stati Uniti d'America comincia con il "Boston Tea Party" del 16 dicembre 1773. In quella tazzina galleggiano dunque l'identità di un popolo e secoli di imperialismo e dominio sul mondo. Pensate dunque cosa sarebbe successo se Re Carlo II avesse sposato un'altra principessa, o se Caterina di Braganza avesse preferito la cioccolata...

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L'infuso rosso del Ventennio
Vorrei parlarvi adesso di qualcosa di "italiano", anche se in realtà è nato molto lontano dall'Italia: il karkadè. Si tratta di una notissima tisana ricavata mettendo in infusione i calici dei fiori dell'Hibiscus sabdariffa, una pianta della famiglia delle Malvacee, probabilmente originaria dell'Africa occidentale. È un arbusto a base legnosa, che cresce fino a 2,5 m di altezza. Le foglie hanno dai tre ai cinque lobi, i fiori hanno un diametro di 8-10 cm e vanno dal bianco al giallo pallido con una macchia rosso scuro alla base di ogni petalo. Hanno un robusto calice carnoso alla base, che diventa carnoso e rosso vivo mentre il frutto matura. La maturazione impiega circa sei mesi. La parola karkadè deriva dal nome "karkadeb" con cui la pianta è chiamata nel dialetto Tacruri, in Eritrea. Invece ibisco deriva dal greco "ixos" (latino viscus), il nome ellenico del vischio, perchè nelle radici contiene una sostanza mucillaginosa. Oggi i calici rossi della pianta vengono esportati negli Stati Uniti e in Europa, in particolare in Germania, dove vengono utilizzati come coloranti alimentari. Può essere trovato nei mercati sotto forma di fiori o sciroppo in paesi, come la Francia, dove sono presenti comunità di immigrati senegalesi. Le foglie verdi sono usate come una versione speziata di spinaci. In India, invece, la pianta è principalmente coltivata per la produzione di fibre di rafia utilizzate come cordame, ricavate dal suo gambo, come sostituto della iuta. Nel Maharashtra (India centrale) l'Hibiscus sabdariffa è chiamato ambadi; le foglie di ambadi sono mescolate con peperoncini verdi, sale e aglio per preparare un chutney che viene servito con pane di sorgo o miglio: esso viene mangiato dagli agricoltori come colazione per iniziare la giornata. Nella cucina birmana l'Hibiscus sabdariffa, chiamato "chin baung ywet" ("foglia acida"), è uno degli ortaggi più popolari: le foglie sono fritte con aglio, gamberi secchi o freschi e peperoncino verde o cotte con pesce, oppure come zuppa a base di brodo di gamberi essiccati. In Vietnam le giovani foglie, steli e frutti sono usati per cucinare zuppe con pesce o anguilla. In Mali le foglie essiccate e macinate, dette anche djissima, sono comunemente utilizzate nella cucina Songhay e sono l'ingrediente principale in almeno due piatti a base di agnello, uno chiamato djissima-gounday, in cui il riso viene cotto in un brodo contenente le foglie, e l'altro chiamato djissima-mafé, dove le foglie vengono cotte in salsa di pomodoro e carne di agnello. In Congo e Gabon le foglie vengono chiamate oseille e vengono utilizzate in purea o in salsa, spesso con pesce o melanzane. Il karkadè sudanese è una bevanda fredda prodotta tenendo immersi in acqua per una notte i calici essiccati in frigorifero con zucchero e succo di limone o lime; viene quindi consumato dopo che i fiori sono stati filtrati. In Libano vengono talvolta aggiunti pinoli tostati. Il karkadè viene utilizzato in Nigeria per preparare una bevanda rinfrescante nota come Zobo e vengono aggiunti succhi di frutta naturali di ananas e anguria; sempre in Nigeria si prepara la marmellata di karkadè, simile nel sapore alla marmellata di prugne, anche se più acida; si differenzia da altre marmellate in quanto la pectina è ottenuta bollendo i boccioli interni dei fiori di Hibiscus sabdariffa. Nei Caraibi, dove la pianta o il frutto si chiama sorrel, viene preparata una bevanda bollendo sepali freschi, congelati o secchi, e talvolta i calici e i semi del frutto in acqua per dieci minuti (o fino a quando l'acqua diventa rossa), quindi aggiungendo zucchero. Nei ristoranti messicani negli Stati Uniti, questa bevanda è talvolta conosciuta semplicemente come Giamaica. È molto popolare a Trinidad e Tobago soprattutto come bevanda stagionale a Natale, con cannella, chiodi di garofano e foglie di alloro. Il Carib Brewery, un birrificio di Trinidad e Tobago, produce uno "Shandy Sorrel" in cui il tè è combinato con la birra. I fiori di ibisco selvatici sciroppati sono considerati una leccornia in Australia; vengono spesso riempiti con formaggio di capra, servendoli su fette di baguette al forno, e mettendone uno con un po' di sciroppo in un flute di champagne prima di aggiungere lo champagne, in quanto le bolle provocano l'apertura del fiore. La marmellata di rosella viene prodotta nel Queensland, in Australia, come un prodotto fatto in casa venduto in occasione di feste e sagre. L'ibisco è anche usato nella medicina popolare come lassativo e diuretico lieve. In Brasile si attribuiscono proprietà gastriche, emollienti e risolutive alle radici amare.
Ok, e in tutto questo cosa c'entra l'Italia? C'entra eccome, perchè un tempo il suo consumo era assai diffuso da noi, tanto da venire chiamato il "tè degli italiani". Infatti, dopo aver lottato un secolo e passa per costruirci un nostro stato nazionale, chissà perchè, verso la fine dell'ottocento abbiamo deciso anche noi di prenderci il nostro posto al sole, come tutte le grandi potenze. Ed essendoci mossi tardi, abbiamo dovuto accontentarci delle briciole: Eritrea, Somalia, le coste della deserta Libia, in cui si sapeva che c'era il petrolio, ma mancavano i mezzi per estrarlo. Eppure il neonato regno aveva tutta una serie di problemi di natura economica, sociale, politica, di stabilità ecc. e le perplessità per avventure oltremare furono molto numerose. Alla fine vinse la politica del "dobbiamo avere le colonie perchè tutte le Potenze le hanno e noi vogliamo essere una Potenza", con una grande spintarella da parte delle industrie di armi pesanti. Le colonie però furono in massima parte un incubo logistico da gestire, un continuo pozzo senza fondo dove buttare uomini e mezzi senza alcun risultato, strisce di terra poverissime di risorse e inadatte anche al popolamento, tanto che le ondate migratorie si diressero verso Stati Uniti, Brasile e Argentina, non certo verso di esse (almeno fino a Mussolini e ai suoi modi spicci). Poi ci si mise Benito che, incurante del fatto che le colonie erano sempre state foriere per noi di bilanci in rosso, continuò a perseguire il sogno di un impero coloniale italiano ininterrotto da Tunisi al Corno d'Africa, aggredì l'Etiopia, fu colpito dalle sanzioni internazionali da parte della Società delle Nazioni, e finì nel mortale abbraccio con Hitler che lo condusse al disastro militare. E siccome le sanzioni includevano anche il tè, amato da molti italiani (vista la politica di Splendido Isolamento portata avanti dagli USA tra le due guerre, Società delle Nazioni significava in pratica Francia e Regno Unito), Mussolini tentò di sostituirlo con tisane "autoctone", cioè prodotte nelle colonie italiche. Il karkadé, bevuto appunto a litri in Eritrea, fece breccia nei salotti italiani, sicché il regime fascista, nel quadro della sua politica autarchica, lo promosse come sostituto del britannico tè. Dopo la sconfitta (prevedibile, visto che Hitler e Mussolini avevano dichiarato guerra praticamente a tutto il resto del mondo) le colonie andarono perdute e l'Eritrea fu annessa all'Etiopia (divenuta indipendente nel 1993, oggi è considerata una delle peggiori dittature del pianeta), e il té tornò sui mercati italiani, anche grazie agli aiuti del Piano Marshall. Ma il karkadè, con il suo colore rosso vivo, non è mai stato messo definitivamente in soffitta, a differenza di altri cimeli del Ventennio, e conserva un suo pubblico di appassionati. Questa bevanda infatti, e non lo dice la propaganda del Regime ma i moderni studi di scienza dell'alimentazione, è digestiva e regolarizza la funzionalità epatica; è inoltre antinfiammatoria, lenitiva, vitaminizzante, utile anche nel combattere la stipsi cronica. La presenza delle antocianine la rende una pianta angioprotettiva. Si afferma anche che abbia spiccate capacità regolatrici della pressione sanguigna. E quindi... buon karkadè!

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Il regalo dell'ambasciatore
Un altro prodotto agricolo tipicamente americano è il tabacco. Si tratta delle foglie essiccate e arrotolate o sminuzzate di una pianta chiamata Nicotiana tabacum; il nome è un omaggio a Jean Nicot, ambasciatore francese in Portogallo, che nel 1559 fece pervenire un esemplare della pianta, considerata una medicina, alla corte di Caterina de' Medici. Si ritiene che la parola spagnola "tabaco" derivi dalla lingua Arawak, e in particolare dal dialetto caraibico Taino: secondo il famoso Bartolomeo de Las Casas i Taino si riferivano con la parola "tabago" ad una sorta di pipa a forma di Y, usata per aspirarne il fumo da ambe le narici. Altri invece sostengono che il termine "tabaco" fosse presente nella lingua spagnola per definire erbe officinali già a partire dal 1410, e fosse un adattamento della parola araba "tabbaq", che fin dal IX secolo indicava erbe di vario tipo. La parola potrebbe essere quindi stata originariamente europea, e successivamente usata per questa pianta americana. Di sicuro i popoli originari del continente americano erano abituati a fare uso di tabacco ben prima dello sbarco dei Conquistadores, ma presto questi ultimi impararono a fumare ed esportarono la pratica in Europa, dove divenne in breve tempo straordinariamente popolare. Non ci sono solo pipe, sigari e sigarette: altre forme di consumo comprendono il tabacco da masticare, il tabacco da fiuto o la vaporizzazione attraverso dispositivi come le famose "sigarette elettroniche". In Scandinavia è popolare l'uso dello snus svedese, polvere di tabacco umida che viene posta tra il labbro e la gengiva superiore; siccome la nicotina in tal modo è assorbita e non aspirata, la Svezia è il paese d'Europa con il più basso indice di tumori al polmone.
Pochi lo sanno, ma già prima di Colombo di qua dall'Oceano Atlantico si usava fumare altri prodotti vegetali, in particolare canapa, ginepri, erbe aromatiche come ad esempio il farfaro, la lavanda, l'anice, ma anche funghi, anche allucinogeni. Dato che, assunto in dosi molto elevate, anche il tabacco provoca effetti di tipo allucinogeno, i nativi americani non lo usavano per puro diletto, ma piuttosto per provocare stati di trance a scopo rituale e religioso: fumare era perciò riservato a sciamani e uomini-medicina, che così facendo erano convinti di entrare in contatto con gli spiriti dei defunti (il culto degli antenati era già diffuso tra i cacciatori-raccoglitori del Paleolitico, e storicamente precedette quello della Grande Madre, tipicamente neolitico). Oltre a fumarlo, presso i nativi americani il tabacco veniva mangiato fresco appena raccolto, oppure se ne otteneva un succo da consumare come bevanda. I primi missionari cattolici condannarono con forza l'uso del tabacco, tanto che, man mano che la loro opera di evangelizzazione si spingeva verso l'interno del continente, il suo uso a scopi magico-rituali finì per venire meno, tuttavia ancor oggi l'impiego di tabacco a scopi religiosi è diffuso tra le popolazioni amazzoniche che vivono secondo i loro costumi tradizionali. Con l'arrivo degli Europei, il tabacco divenne uno dei più importanti prodotti esportati dal Nuovo Mondo, e fornì una forte spinta per la colonizzazione dell'America Meridionale; la volontà di aumentarne la produzione provocò i primi conflitti con i nativi, e divenne una delle principali motivazioni per lo sfruttamento del lavoro di schiavi africani nelle piantagioni. Nel 1609, nella colonia di Jamestown in Virginia, per primo fu il puritano John Rolfe a coltivare con successo il tabacco per scopi commerciali in Nord America, ma era della specie Nicotiana rustica, ed il suo sapore non era gradito dai consumatori europei; in seguito Rolfe portò con sé dalle isole Bermude alcuni semi di Nicotiana tabacum. Poco dopo il suo arrivo in Virginia, sua moglie morì ed egli sposò in seconde nozze la famosissima Pocahontas, la figlia del capo indiano Powathan, cui la Disney ha dedicato un famoso (e romanzato) cartone animato. Quando partì alla volta dell'Inghilterra con Pocahontas, Rolfe era straricco, ma purtroppo la sua moglie nativa morì in Europa, ed egli tornò in Virginia per migliorare la qualità del tabacco. Già nel 1620 riusciva ad inviare in Inghilterra 18 tonnellate di prodotto all'anno, e quando nel 1622 morì, Jamestown stava prosperando grazie alla produzione di tabacco. Insomma, prima ancora dei Padri Pellegrini, gli Stati Uniti d'America sono nati... grazie al tabacco! L'introduzione del tabacco incontrò una certa resistenza: il re d'Inghilterra Giacomo I Stuart, figlio un po' bacchettone della famosa e sfortunata Maria Stuarda, nel 1604 scrisse un famoso libello intitolato "A Counterblast to Tobacco" ("Una forte opposizione al tabacco"), in cui denunciava l'uso di tabacco come "un'abitudine spiacevole per l'occhio, odiosa per il naso, nociva per il cervello, pericolosa per i polmoni, e che per le sue nere e puzzolenti esalazioni ricorda l'orribile fumo che proviene dal pozzo senza fondo dello Stige"!! Anche in altri paesi, come la Russia, entrarono in vigore pesanti dazi doganali sull'importazione di tabacco, ma essi venivano facilmente aggirati dai contrabbandieri. Nel 1650 papa Innocenzo X comminò addirittura la scomunica contro chiunque usasse il tabacco all'interno della basilica di San Pietro. Il tabacco continuò tuttavia a rappresentare un'autentica miniera d'oro per le colonie americane (soprattutto Virginia e Nord e Sud Carolina) Pensa che, fino al 1883, le accise sul commercio del tabacco rappresentavano un terzo di tutte le tasse raccolte dal governo degli Stati Uniti! Nel 1850 il conte belga Hippolyte Visart de Bocarmé avvelenò il fratellastro con estratto di foglie di tabacco, al fine di ereditare i suoi beni; questa è stata la prima prova esatta della presenza di alcaloidi in medicina legale. Il noto chimico belga Jean Servais Stas dimostrò con un esame tossicologico che l'estratto di tabacco era effettivamente velenoso, e per questo ottenne fama mondiale, mentre il conte avvelenatore fu giustiziato. Purtroppo la nicotina, isolata per la prima volta nel 1807 dal cremonese Gaspare Cerioli, come tutti gli alcaloidi genera una forte dipendenza, chiamata tabagismo, e per questo motivo Zeno Cosini, il protagonista de "La Coscienza di Zeno" di Italo Svevo, tentò per una vita inutilmente di smettere, continuando a scrivere sul suo diario "ultima sigaretta" in corrispondenza di date curiose, tipo 1/1/1901, salvo poi tornare a fumarne altre. L'uso di tabacco è praticato da almeno un terzo della popolazione mondiale adulta, e l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito che il tabacco è la seconda causa di morte nel mondo dopo l'ipertensione, ma la prima causa di morte evitabile, e si stima che provochi quasi 6 milioni di decessi l'anno. Oltre al cancro, l'uso e l'abuso di tabacco provocano danni cardiovascolari, potenziali danni al feto per le donne incinte e persino rischi per la vista (il fumo è tra i fattori che favoriscono l'insorgenza di una malattia della retina chiamata degenerazione maculare legata all'età, che può provocare ipovisione e cecità centrale). Il 31 maggio di ogni anno a partire dal 1987 si celebra la Giornata Mondiale Senza Tabacco, evidenziando i rischi che corre la salute umana a causa del fumo e sollecitando politiche per ridurne il consumo, ma neppure la stampa sui pacchetti di sigarette di foto da incubo (es. di cancri al polmone) si è rivelato un deterrente efficace, e il tabacco continua a mietere morti, nonostante - a differenza del cacao - essi non siano vittima di alcuna "Vendetta di Moctezuma". Per fortuna, il tabacco non ha avuto solo conseguenze negative sulla storia dell'uomo. Il disastroso impatto economico provocato dalla comparsa della "malattia del mosaico del tabacco" fu la spinta che condusse all'isolamento del relativo virus, il primo virus in assoluto ad essere identificato dalla scienza! Per fortuna si trattava di un virus tra i più semplici, e così la scienza fu aiutata a fare rapidi progressi nel campo della virologia. Nel 1946 il Premio Nobel per la chimica fu assegnato a Wendell Meredith Stanley proprio per i suoi studi su questo virus!

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La spezia che i Romani cercavano in capo al mondo
Il pepe nero (Piper nigrum) è una pianta rampicante della famiglia delle Piperaceae, coltivata per il suo frutto (il pepe in grani), che viene solitamente essiccato e utilizzato come spezia e condimento. Il frutto è una drupa che ha un diametro di circa 5 mm, rosso scuro, e contiene un nocciolo che racchiude un singolo seme di pepe. I grani di pepe e il pepe macinato da essi derivato sono chiamati pepe nero (frutti acerbi cotti ed essiccati) oppure pepe verde (frutti acerbi secchi) o pepe bianco (semi di frutti maturi). La parola pepe deriva dal latino piper e dal sanscrito pippali, che significa "grano di pepe", probabilmente passando attraverso il persiano che non aveva la lettera L, e provocando la caduta dell'ultima sillaba. Nel XVI secolo la parola "pepe" indicava anche il peperoncino del Nuovo Mondo, del genere Capsicum. La pianta del pepe è una vite legnosa perenne che cresce fino a 4 m di altezza su pali o tralicci. Si espande e radica facilmente dove gli steli toccano il suolo. Le foglie sono alterne, intere, lunghe da 5 a 10 cm e larghe da 3 a 6 cm. I fiori sono piccoli, prodotti su punte pendule lunghe da 4 a 8 cm ai nodi delle foglie. Il pepe può essere coltivato in terreni né troppo asciutti né soggetti a inondazioni, ben drenati e ricchi di sostanza organica. Le viti vengono propagate per talea lunga circa 40-50 cm; su terreni asciutti, le giovani piante richiedono annaffiature a giorni alterni durante la stagione secca per i primi tre anni. Le piante fruttificano dal quarto o quinto anno, e poi tipicamente per sette anni. Un singolo stelo porta da 20 a 30 spighe fruttifere. La raccolta inizia non appena uno o due frutti alla base delle spighe cominciano a diventare rossi, e prima che il frutto sia completamente maturo, quando è ancora duro; se lasciati maturare completamente, i frutti perdono la piccantezza e alla fine cadono e vanno perduti. Le spighe vengono raccolte e stese ad asciugare al sole, quindi i grani di pepe vengono tolti dalle spighe. Primo produttore al mondo di pepe nero nel 2020 è stato il Vietnam (con il 36% del totale mondiale), seguito da Brasile, Indonesia, India, Sri Lanka, Cina e Malaysia. I grani di pepe sono tra le spezie più commercializzate al mondo, rappresentando il 20% di tutte le importazioni di spezie. Il pepe selvatico cresce nella regione indiana dei Ghati occidentali. Nel XIX secolo le foreste contenevano estensioni di pepe selvatico, come registrato dal medico e botanico scozzese Francis Buchanan nel suo "Un viaggio da Madras attraverso i paesi di Mysore, Canara e Malabar". Ad oggi purtroppo la deforestazione ha portato al declino del pepe selvatico; finora non è stato ottenuto alcun innesto riuscito di pepe commerciale su pepe selvatico.
E ora, un po' di storia. Il pepe nero è originario dell'Asia meridionale e del sud-est asiatico ed è noto alla cucina indiana almeno dal 2000 a.C. Il suo esportatore più importante era l'India, in particolare la costa del Malabar, in quello che oggi è lo stato del Kerala. L'antica città portuale di Muziris (oggi Kodungallur), famosa per l'esportazione di pepe nero e di varie altre spezie, è citata in molte fonti storiche classiche per il suo commercio con l'Impero Romano: la troviamo in Plinio il Vecchio e Claudio Tolomeo. I grani di pepe erano un bene commerciale molto apprezzato, spesso indicato come "oro nero" e usato persino come denaro. I romani conoscevano bene il pepe, e la sua popolarità non declinò fino alla scoperta del Nuovo Mondo e all'arrivo del peperoncino, più facile da coltivare in luoghi più vicini all'Europa. Grani di pepe nero sono stati trovati infilati nelle narici della mummia di Ramses II, essendo parte dei rituali di mummificazione, ma poco si sa su come il pepe raggiungesse il Nilo dalla costa del Malabar. Il pepe era conosciuto in Grecia almeno nel IV secolo a.C., sebbene fosse probabilmente un oggetto raro e costoso che solo i più ricchi potevano permettersi; Ippocrate lo consiglia contro i dolori mestruali. Dopo la conquista dell'Egitto da parte di Roma nel 30 a.C., la traversata in mare aperto del Mar Arabico diretta alla costa del Malabar governata dalla dinastia Chera era quasi una routine. I dettagli di questo commercio attraverso l'Oceano Indiano sono stati tramandati nel "Periplo del Mare Eritreo", un'opera geografica del I secolo d.C. Secondo il geografo greco Strabone, l'impero romano inviava una flotta di circa 120 navi in un viaggio annuale in India e ritorno, sfruttando i prevedibili venti monsonici. Di ritorno dall'India, le navi risalivano il Mar Rosso, da dove il carico veniva trasportato via terra fino al fiume Nilo, imbarcato ad Alessandria e da lì spedito a Roma. L'itinerario di questa rotta commerciale dominò il commercio del pepe in Europa per un millennio e mezzo. Plinio il Vecchio si lamentava dei prezzi eccessivi: "Non c'è anno in cui l'India non prosciughi l'Impero Romano di 50 milioni di sesterzi!" Il pepe nero era un condimento noto e diffuso, anche se costoso, nell'impero romano: il "De re coquinaria" di Apicio, un libro di cucina del III secolo, include il pepe nella maggior parte delle sue ricette. Alarico, re dei Visigoti, incluse 3.000 libbre di pepe come parte del riscatto che chiese a Roma quando assediò la città nel 410 d.C. (e ancor oggi a Roma è invalso il detto "caro come il pepe"!) Dopo la caduta di Roma, prima i persiani e poi gli arabi ne presero il posto alla guida del commercio delle spezie; il navigatore bizantino Cosma Indicopleuste, che viaggiò nell'Oceano Indiano nel VI secolo, comprovò che il pepe veniva ancora esportato dall'India alla sua epoca. Nell'Alto Medioevo il commercio delle spezie era saldamente sotto il controllo islamico (dagli avventurosi viaggi dei mercanti arabi nell'Oceano Indiano deriva il racconto di Simbad il Marinaio); una volta nel Mediterraneo, il commercio era in gran parte monopolizzato da Venezia e Genova. L'ascesa di queste repubbliche marinare fu finanziata in gran parte dal commercio delle spezie. Un indovinello scritto da Saint Aldhelm. vescovo di Sherborne del VII secolo, fa luce sul ruolo del pepe nero in Inghilterra nell'Alto Medioevo: « Sono nero all'esterno, avvolto in una coperta grinzosa, / eppure dentro porto un midollo ardente. / Condisco le prelibatezze, i banchetti dei re e i lussi della tavola, / sia le salse che le carni intenerite della cucina. / Ma non troverai in me alcuna qualità di valore, / a meno che le tue viscere non siano state scosse dal mio midollo luccicante! » La convinzione che il pepe nel Medioevo fosse ampiamente utilizzato come conservante delle carni è discutibile; è vero che la piperina, il composto che conferisce al pepe la sua piccantezza, ha alcune proprietà antimicrobiche, ma alle concentrazioni presenti quando il pepe viene usato come spezia, l'effetto è minimo. Il sale è un conservante molto più efficace e le carni salate erano cibo comune, soprattutto in inverno. Piuttosto, il pepe e altre spezie hanno sicuramente avuto un ruolo nel migliorare il gusto delle carni a lunga conservazione, e per questo era così ricercato. Del pepe parlarono i viaggiatori tardomedioevali italiani Marco Polo e Niccolò dei Conti nei loro resoconti di viaggio. Un riferimento al pepe si trova persino nella "Divina Commedia", perchè nella settima bolgia (quella dei ladri) Dante vede « un serpentello acceso, / livido e nero come gran di pepe » (Inf. XXV,83-84)!
È possibile che il pepe nero fosse conosciuto in Cina nel II secolo a.C., se sono storici i resoconti poetici riguardanti un esploratore di nome Tang Meng. Inviato dall'imperatore Wu in quella che oggi è la Cina sud-occidentale, si dice che Tang Meng si sia imbattuto in qualcosa chiamato jujiang; gli fu detto che proveniva dai mercati di Shu, un'area in quella che oggi è la provincia del Sichuan. L'opinione tradizionale tra gli storici è che egli si riferisse al pepe. Nel III secolo d.C. il pepe nero fece la sua apparizione definitiva nei testi cinesi, chiamato hujiao o "pepe straniero". Il pepe compare nel testo buddista "Samaññaphala Sutta" come una delle poche medicine che un monaco può portare con sé. Entro il XII secolo era diventato un ingrediente popolare nella cucina dei ricchi cinesi, prendendo il posto del pepe di Sichuan, originario della Cina (è il frutto essiccato di una pianta non imparentata col pepe). Nel corso dei suoi viaggi all'inizio del XV secolo, l'ammiraglio eunuco Zheng He e le sue imponenti flotte tornarono dall'India con una quantità così grande di pepe nero, che il bene di lusso un tempo costoso divenne un prodotto comune in Cina.
Il prezzo esorbitante del pepe e il monopolio sul commercio detenuto dall'Impero Ottomano e dalle repubbliche marinare italiane fu uno degli incentivi che spinsero i Portoghesi a cercare una rotta marittima alternativa verso l'India. Proprio sulle tracce del prezioso pepe, il 20 maggio 1498 Vasco da Gama (1469-1524) fu il primo europeo a raggiungere l'India navigando intorno all'Africa. Quando gli abitanti di Calicut (oggi Kozhikode, non ha nulla a che vedere con l'attuale Calcutta) gli chiesero perché fosse venuto fin lì, Vasco da Gama rispose loro: "Cerchiamo cristiani e spezie". Il trattato di Tordesillas del 1494 con gli spagnoli concessi al Portogallo i diritti esclusivi sulla metà del mondo da cui ha avuto origine il pepe nero. Tuttavia, alla lunga, i portoghesi si dimostrarono incapaci di monopolizzare il commercio delle spezie. Le reti commerciali arabe e veneziane più antiche importavano con successo enormi quantità di spezie e il pepe ancora una volta passava attraverso Alessandria e l'Italia, e nel XVII secolo i portoghesi persero quasi tutto il loro prezioso commercio nell'Oceano Indiano a favore degli olandesi e degli inglesi che, approfittando del dominio spagnolo sul Portogallo durante l'Unione con la Spagna (1580-1640), occuparono con la forza quasi tutte le stazioni commerciali portoghesi nell'Indiano. Con l'aumento delle forniture di pepe in Europa, il suo prezzo cominciò a diminuire, e così il pepe, che nell'alto Medioevo era stato un alimento esclusivamente per ricchi, cominciò a diventare un condimento sempre più quotidiano. Oggi il pepe rappresenta un quinto del commercio mondiale di spezie; ed è sulle tracce dei suoi preziosi e profumati chicchi, che i navigatori e conquistatori europei dell'Età Moderna mossero alla conquista del mondo. Gli imperi coloniali dell'ottocento e i loro eredi contemporanei poggiano dunque le loro basi su uno strato di pepe nero spesso molti secoli.
Il pepe ottiene il suo sapore speziato principalmente dalla piperina derivata sia dal frutto esterno che dal seme. Il pepe nero contiene tra il 4,6 e il 9,7% di piperina in massa e il pepe bianco leggermente di più. La piperina raffinata, in peso, è circa l'uno per cento più piccante della capsaicina che si trova nei peperoncini. Lo strato esterno del frutto, lasciato sul pepe nero, contiene anche terpeni che contribuiscono all'aroma e gli donano note agrumate. Questi profumi sono per lo più assenti nel pepe bianco, poiché la fermentazione e altre lavorazioni rimuovono lo strato di frutto che contiene anche parte della piperina speziata. Un cucchiaio (6 grammi) di pepe nero macinato contiene quantità moderate di vitamina K (13% del valore giornaliero), ferro e manganese, con tracce di altri nutrienti essenziali, proteine e fibre alimentari. Come molte spezie orientali, il pepe è stato storicamente sia un condimento che una medicina tradizionale. Si credeva che il pepe nero curasse diverse malattie come stitichezza, insonnia, ascessi orali, scottature solari e mal di denti. Diverse fonti dal V secolo in poi raccomandavano il pepe per trattare problemi agli occhi, spesso applicando unguenti o impacchi a base di pepe direttamente sull'occhio. Pare che la piperina possa facilitare l'assorbimento di selenio vitamina B12 e beta-carotene, ma le ricerche mediche non hanno ancora confermato alcun beneficio terapeutico per l'uomo. Esiste anche l'olio di pepe, ma è usato come olio da massaggio ayurvedico e in alcuni trattamenti estetici e di bellezza.
Un luogo comune afferma che respirare del pepe causare starnuti. Alcuni affermano che la piperina, sostanza presente nel pepe nero, irrita le narici, provocando lo starnuto, ma pochi studi scientifici sono stati condotti per rispondere a questa domanda. Per concludere, esiste anche il cosiddetto "falso pepe nero", cioè Embelia ribes, una specie della famiglia delle primule che con la spezia dell'India non ha nulla a che vedere. La corteccia di Drimys winteri ("corteccia d'inverno") è usata come sostituto del pepe nelle regioni fredde e temperate del Cile e dell'Argentina, dove è facilmente reperibile. In Nuova Zelanda, i semi di kawakawa (Piper excelsum), un parente del pepe nero, sono talvolta usati per sostituirlo. Una persona di carattere molto vivace è definita in italiano "un peperino", probabilmente per la piccantezza della nostra spezia. ​Infine, ​il pepe era tra gli ingredienti del famoso "Caffè della Peppina" nell'omonima canzone vincitrice dello Zecchino d'Oro 1971, che è stata una delle colonne sonore della mia infanzia; ma quella bevanda fantasy vi sconsiglio vivamente dal provare a prepararla!

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Il seme di Carnevale
Il coriandolo (Coriandrum sativum) è un'erba annuale della famiglia delle Apiacee, originario delle regioni che vanno dall'Europa meridionale e dall'Africa settentrionale fino all'Asia sudoccidentale. "Coriandrum" è una parola latina citata da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XX, 82), che ha le sue radici nella parola greca corys o korios ("cimice dei letti") con il suffisso -ander ("somigliante"), in riferimento alla supposta somiglianza dell'odore emanato dai frutti acerbi (o sfregando le foglie) con quello del suddetto insetto. È una pianta che cresce fino a 50 cm di altezza; le foglie sono di forma variabile, lobate alla base della pianta, e sottili e piumose più in alto sugli steli fioriferi. I fiori sono bianchi o rosa pallido, sono riuniti in infiorescenze a ombrello, asimmetriche e con i petali rivolti lontano dal centro dell'infiorescenza più lunghi di quelli rivolti verso di esso. Il frutto è un achene globoso e secco di 3–5 mm di diametro. Tutte le parti della pianta sono commestibili, ma le foglie fresche e i semi essiccati sono le parti più tradizionalmente utilizzate in cucina. La maggior parte delle persone percepisce il sapore del coriandolo come aspro, simile a quello del limone, ma per alcuni le foglie sanno di sapone (la percezione di un gusto saponoso di alcune aldeidi è legata a un gene specifico, OR6A2, deputato a codificare un recettore altamente sensibile alle sostanze chimiche aldeidiche, e che non tutti possiedono. Io, per esempio, non ce l'ho), e questo ne ha limitato l'uso in Europa.
E ora, un po' di storia. Il coriandolo cresce spontaneamente in una vasta area dell'Asia occidentale e dell'Europa meridionale, il che rende difficile definire esattamente di dove questa pianta sia originaria e dove si sia stabilita solo di recente. Studi recenti hanno suggerito che le specie di coriandolo trovate allo stato selvatico in Israele e Portogallo potrebbero rappresentare l'antenato del coriandolo oggi coltivato. Quindici semi essiccati sono stati trovati nel livello B del neolitico pre-ceramico (da sei a ottomila anni fa) della grotta di Nahal Hemar in Israele. Se questi reperti appartengono agli strati archeologici in cui li abbiamo rinvenuti, rappresentano il più antico ritrovamento di coriandolo al mondo. Alcuni semi di coriandolo sono stati recuperati dalla tomba di Tutankhamon e, poiché questa pianta non cresce spontaneamente in Egitto, questa scoperta è considerata la prova che il coriandolo fosse già coltivato dagli antichi egizi. Il papiro Ebers, un testo egiziano datato intorno al 1550 a.C., menziona vari usi del coriandolo. Il coriandolo sembra essere stato coltivato in Grecia almeno dal secondo millennio a.C. Una delle tavolette in lineare B recuperate a Pilo si riferisce al coriandolo perché coltivato per la fabbricazione di profumi; la parola in scrittura sillabica lineare B che lo indica è "ko-ri-ja-da-na", curiosamente simile al nome della mitologica figlia di Minosse, Arianna, di solito fatto derivare dal greco "ariadne" cioè "casta", "pura". Le grandi quantità di coriandolo recuperate in uno strato della prima età del bronzo a Sitagroi in Macedonia potrebbero indicare la sua coltivazione della specie in quell'epoca. Successivamente il coriandolo fu menzionato da Ippocrate (intorno al 400 a.C.) e da Dioscoride (65 d.C.). I Romani lo usarono moltissimo e Apicio ne fa la base di un condimento chiamato "Coriandratum". Secondo Plinio il Vecchio, mettendo alcuni semi di coriandolo sotto il cuscino al levar del sole si poteva far sparire il mal di testa e prevenire la febbre. Viene ricordato nella Bibbia nel seguente passo dell'Esodo: "E il popolo d'Israele diede il nome di ‘Manna' a quel cibo che era bianco come il seme di coriandolo; e il suo sapore era come di focaccia fatta col miele" (Es 16,31). Per inciso, la biblica manna - il cui nome deriva da "Mân Hu" che significa "cos'è?", espressione di stupore degli Ebrei nel veder piovere un cibo sconosciuto dal cielo - è data dalla secrezione dei giovani rami, provocata dalle punture di un insetto su varie piante del deserto (Anabasis articulata, Haloxylon schweinfurthii e alcune specie di Tamarix e di Artemisia), ancor oggi è usata come alimento dai beduini dell'Arabia e dei paesi vicini, e in effetti niente ha in comune con il coriandolo, se non forse vagamente il sapore.
Attenzione all'equivoco: i frutti di coriandolo essiccati sono spesso chiamati "semi di coriandolo" se usati come spezia. Il linalolo, un terpenoide, contribuisce in modo determinante alla fragranza del coriandolo. I tipi a frutto grosso sono coltivati principalmente nei paesi tropicali e subtropicali, ad esempio Marocco, India e Australia, e contengono un basso contenuto di olio volatile. Sono ampiamente utilizzati per la macinazione e la miscelazione nel commercio delle spezie. I tipi con frutti più piccoli vengono prodotti nelle regioni temperate e di solito hanno un contenuto maggiore di olio volatile e quindi sono molto apprezzati come materia prima per la preparazione di olio essenziale. La tostatura o il riscaldamento dei semi in una padella asciutta ne esalta il sapore, l'aroma e la piccantezza. I semi di coriandolo macinati perdono rapidamente sapore durante la conservazione, ed è meglio macinarli freschi. Il seme di coriandolo è una spezia molto usata nei curry indiani, che spesso impiegano i frutti macinati in quantità generose insieme al cumino. I semi di coriandolo tostati vengono consumati come snack. Al di fuori dell'Asia, i semi di coriandolo sono ampiamente usati per mettere in salamoia le verdure. In Germania e Sudafrica i semi vengono utilizzati durante la preparazione delle salsicce. I semi di coriandolo sono usati nella preparazione di alcuni tipi di birra, in particolare alcune birre di frumento belghe, e per aromatizzare il gin. Inoltre il coriandolo è elencato come uno degli ingredienti originali nella formula segreta della Coca-Cola.
Le foglie fresche di coriandolo sono particolarmente utilizzate nei paesi orientali, motivo per il quale esso viene chiamato anche "prezzemolo cinese": è un ingrediente in molti cibi come chutney e insalate, e come guarnizione per zuppe, pesce e carne. Poiché il calore diminuisce il loro sapore, le foglie di coriandolo vengono spesso utilizzate crude o aggiunte al piatto immediatamente prima di servire. Le radici di coriandolo invece hanno un sapore più intenso rispetto alle foglie e sono utilizzate in una varietà di cucine asiatiche, specialmente nei piatti tailandesi.Alcune persone sono allergiche alle foglie o ai semi di coriandolo, con sintomi simili a quelli di altre allergie alimentari: in uno studio che esaminava persone sospettate di allergie alimentari alle spezie, il 32% dei test nei bambini e il 23% negli adulti erano positivi per il coriandolo e altri membri della famiglia delle Apiacee, tra cui cumino, finocchio e sedano. Per fortuna però ci sono anche molti aspetti positivi: il coriandolo può essere usato come infuso contro i dolori di stomaco, è consigliato anche per problemi di aerofagia e le emicranie, aiuta la digestione e ha una funzione antidiarroica; contiene preziosi oli essenziali che forniscono flavonoidi e steroli, importanti per il loro potere antiossidante e per la capacità di ridurre il colesterolo cattivo nel sangue. Inoltre contiene vitamina A, vitamine del gruppo B, vitamina C, E, K e sali minerali tra cui fosforo, calcio, ferro, zinco e manganese. In Sri Lanka le popolazioni Tamil utilizzano i frutti per la preparazione di un decotto che, dolcificato con il miele, è assunto per alleviare la tosse. Ultima curiosità: dai semi rivestiti di zucchero, lanciati addosso alle maschere durante il Rinascimento, prendono nome i famosi coriandoli di Carnevale, in un secondo momento sostituiti da pallottoline di gesso, e oggi da dischetti di carta multicolori!

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La bacca della Nuova Guinea
Può sembrare incredibile, ma dal punto di vista botanico anche la banana è una bacca! La pianta del banano, appartenente alla Famiglia delle Musacee, non è affatto africana o sudamericana, è originaria dei paesi tropicali del Sud-Est Asiatico (Malesia, Indonesia e Filippine). La pianta di banana è la più grande pianta erbacea dotata di fiore: spesso è scambiate per un albero, ma il suoo fusto principale è in effetti uno pseudofusto che cresce fino a 6 o 7 metri a partire da una specie di tubero: dopo la fruttificazione lo pseudofusto muore, ma possono svilupparsi e crescere dei polloni laterali. Il frutto si sviluppa in una serie di grappoli, i popolari "caschi", che possono pesare anche 30–50 kg. Le banane pesano tipicamente uno o due etti, ma circa il 20% del peso è da attribuire alla buccia. Sono costituite da uno strato protettivo esterno, la buccia appunto, con numerosi fili lunghi e sottili (il cosiddetto floema), che corrono lungo tutta la lunghezza tra la buccia e la parte interna commestibile. Il sapore e la struttura di molti tipi di banane sono influenzati dalla temperatura a cui maturano, e dal grado di maturazione: i frutti fatti maturare per più tempo e a temperature maggiori avranno minore consistenza e saranno più dolci rispetto a quelli più acerbi e cresciuti in ambiente più rigido o ventilato, che saranno quindi più turgidi e meno saporiti. Il colore della polpa evolve dal verde verso il giallo e, in avanzato stato di maturazione, tende a mostrare tipiche chiazze marroni corrispondenti ad accumuli di zuccheri. Il livello di maturazione è visibile anche dal colore della buccia: tendente al verde nelle banane acerbe, al giallo scuro con piccole chiazze marroni in quelle molto mature, al giallo acceso nelle altre. Quasi tutte le moderne banane utilizzate a scopo alimentare provengono dalle specie Musa acuminata e Musa balbisiana. Nella cultura popolare e nel commercio con "banana" di solito ci si riferisce alle banane utilizzate come frutta, ma esistono anche cultivar di Musa con frutti più duri e ricchi di amido, inadatte ad essere consumate crude, e nei paesi di lingua spagnola vengono chiamate "platani", anche se con il nostro omonimo albero d'alto fusto non c'entrano un bel niente. Le banane maturano generalmente nella stagione primaverile o estiva del luogo in cui si trovano, e manifestano la tendenza a maturare anche dopo essere state colte dalla pianta: questo processo è dovuto all'emissione di etilene da parte della banana stessa, e caratterizza in generale tutti i cosiddetti frutti climaterici, anche se nel caso della banana il fenomeno è particolarmente marcato. Il fenomeno è accelerato dalle temperature elevate, che influiscono sulla maggiore produzione di etilene, dalla ridotta ventilazione e dalla presenza di altri frutti climaterici nelle vicinanze, come mele, pomodori o altre banane più mature. A sorpresa, oggigiorno il primo produttore mondiale di banane non è una nazione sudamericana ma l'India, seguita da Cina, Filippine e Brasile. A causa del riscaldamento climatico, oggi si riesce a far fruttificare i banani persino in Italia, e in particolare in Sicilia (dopotutto Ragusa è più a sud di Tunisi!)
L'etimologia della parola banana è una delle più incerte, tra tutti gli ortaggi e i frutti di cui vi ho parlato: i più la riconducono all'arabo banan, dito" (per la sua forma), ma c'è chi ritiene più probabile che derivi da una lingua dell'Africa occidentale subsahariana, rappresentando il plurale con prefisso ba- (come inbaNtu o baLuba) del suo nome originario (ed inesplicato) "nana"; forse indicava in origine una località oggi non più rintracciabile, poiché la banana veniva chiamata "il fico di Banane". In ogni caso, il suo significato originario si è perso lungo le rotte commerciali che per millenni hanno viaggiato dall'Africa Occidentale fino alla remota Cina. Recenti prove archeologiche e paleoambientali nelle paludi del Kuk, in Papua Nuova Guinea, suggeriscono che la coltivazione della banana risalga almeno al 5000 a.C. e forse anche all'8000 a.C.: se è vero, sarebbe nei lontanissimi e piovosi altopiani della Nuova Guinea che il banano fu domesticato per la prima volta, ma è possibile che altre specie di banani selvatici siano state domesticate successivamente in altre zone dell'Asia sudorientale. La prima menzione scritta della banana si trova in testi buddisti del 500 a.C. Alessandro Magno scoprì la banana nelle valli dell'India nel 327 a.C., primo europeo in assoluto (per quanto ne sappiamo) ad assaggiarla. L'esistenza di una coltivazione organizzata di banane è stata dimostrata in Cina almeno dal 200 d.C. Nel 650 d.C. i conquistatori islamici portarono la banana in Egitto, e successivamente in quasi tutta l'Africa. Intorno al 1516 la pianta di banana fu introdotta dai portoghesi nei Caraibi e in America Centrale. Tutti conoscono le banane del marchio "Chiquita", ma pochi sanno che tali banane... grondano di sangue innocente. La multinazionale nacque infatti nel 1899 con il nome di United Fruit Company, dalla fusione tra la Boston Fruit Company e la società ferroviaria Minor C. Keith, che aveva piantato banani lungo i suoi binari. In poco tempo divenne così potente da influenzare la politica e persino l'elezione dei capi di stato nei paesi latinoamericani! Il 5 dicembre 1928 in Colombia i lavoratori, costretti a restare 15-18 ore al giorno nelle piantagioni senza alcun diritto, entrarono in sciopero chiedendo contratti scritti, giornate lavorative di otto ore, settimane di lavoro di sei giorni e l'eliminazione dei buoni pasto. La United Fruit Company convinse il governo di Bogotà che si trattava di una pericolosa insurrezione bolscevica, e il Presidente Miguel Abadìa Méndez inviò un reggimento dell'esercito che aprì il fuoco su una folla di operai e sulle loro famiglie, compresi i bambini, che si erano radunati dopo la messa domenicale, compiendo una strage: si parla di oltre mille morti. Nel 1984 la United Fruit Company è stata rifondata e ribattezzata "Chiquita" nel tentativo di cancellare gli orrori del passato, ha accettato le richieste sindacali dei lavoratori e da allora ha rigato diritto, ma quella terribile macchia nella sua storia rimane.
Oltre ai frutti, nella cucina del Bengala e del Kerala si usano i fiori del banano, crudi o cotti. Negli stessi paesi e in Birmania si consuma pure il cuore tenero del tronco del banano. Le banane sono consumate anche essiccate: hanno un colore marrone scuro e un sapore tipico e intenso. In Ruanda, Burundi, Uganda, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo si usa far fermentare le banane per ottenere una bevanda alcolica, detta kasiksi. Tuttavia, al contrario di altri frutti, sono state usate solo recentemente per preparare succhi e spremute: malgrado l'85% di contenuto d'acqua, è stato storicamente difficile estrarre il succo dal frutto perché, quando viene pressata, una banana diventa semplicemente polpa. Nel 2004, però, gli scienziati del "Bhabha Atomic Research Centre" in India, hanno brevettato una tecnica per estrarre il succo trattando la polpa di banana in un recipiente con una reazione che impiega da 4 a 24 ore. Le foglie di banana, grandi, flessibili e impermeabili, lunghe fino a 2,7 metri per 60 centimetri di larghezza, sono usate come ombrelli e per avvolgere cibi. Inoltre la buccia della banana veniva utilizzata come medicinale per il trattamento della psoriasi. Pochi sanno che è possibile utilizzare la buccia di banana come lucido per scarpe ecologico! Dato che sono ingegnere nucleare, non posso fare a meno di far notare che le banane sono naturalmente lievemente radioattive, più di ogni altro frutto, a causa del loro alto contenuto di potassio, e di conseguenza della relativamente abbondante percentuale di potassio-40, che fa parte della miscela naturale (ed è usato per radiodatazioni alternative al radiocarbonio). Pensa che a volte ci si riferisce alla "dose equivalente a una banana di radiazione" per far comprendere i livelli di rischio della radioattività!
E ora, alcune curiosità. In certe zone del sudest asiatico, ad esempio a Singapore, "banana" è un termine dispregiativo per una persona di origine asiatica che non conosce molto della cultura asiatica ma vive all'europea e parla inglese correntemente, perchè di loro si dice: "giallo fuori, bianco dentro". In Occidente, invece, quando pensiamo a "banana" ci viene in mente una comica in cui un tizio scivola su una buccia di banana, un classico della comicità senza tempo. Ma si tratta solo di una leggenda metropolitana; in realtà la buccia di banana non è più sdrucciolevole di quella di altri frutti. Il suo utilizzo nelle gag è stato introdotto semplicemente per sostituire... la cacca, in realtà ben più scivolosa, come purtroppo tutti abbiamo verificato prima o poi, mantenendone la comicità ma edulcorando la situazione, soprattutto in culture bacchettone come quella di primo '900 in cui furono girate le prime comiche mute. Alcuni film horror invece parlano di terribili tarantole che si nascondono nei caschi di banane, pronte a tendere agguati  a chi li raccoglie o li consuma; un riferimento a tale mito è presente anche nella canzone "Banana Boat Song", canto popolare giamaicano (« Hide the deadly black tarantula »). In realtà le tarantole non si nascondono tra le banane, ma hanno questa abitudine degli esemplari del genere Phoneutria; questi ragni autoctoni delle zone dell'America Centrale e Meridionale sono in effetti molto velenosi e altamente aggressivi. Un'altra nota leggenda metropolitana attribuisce proprietà allucinogene alla buccia essiccata della banana, se fumata. Questa diceria, che non ha trovato conferme scientifiche, risale a un articolo del marzo 1967 in un giornale studentesco, il "Berkeley Barb", ispirato alla storia del cantante Country Joe McDonald, e più tardi a una canzone degli anni ottanta di un gruppo punk satirico, "The Dead Milkmen", che magnifica gli effetti della buccia di banana da fumare: perfino la FDA aprì un'inchiesta, ma il fatto restò solo una leggenda e niente più. Infine, non dimentichiamo il mitico capolavoro del grande Bud Spencer: Banana Joe!

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La pigna con il ciuffo
L'ananas è una pianta tropicale perenne della famiglia delle Bromeliaceae, che cresce in media da un metro a un metro e mezzo di altezza, ha un gambo corto e tozzo con foglie dure e cerose, ed i singoli fiori della pianta non impollinata si fondono per formare un frutto multiplo. In natura gli ananas vengono impollinati principalmente dai colibrì di giorno e dai pipistrelli di notte. Il primo riferimento in inglese al frutto dell'ananas fu la traduzione dal francese del 1568 di "The New Found World" di André Thevet, dove si parla di una "Nana fatta alla maniera di una pigna", usando una parola della lingua Tupinamba (una tribù del Brasile), "nanas", che significa "frutto eccellente". Questo nome è stato adottato da molte lingue europee e ha portato al nome scientifico della pianta, Ananas comosus, dove comosus ("ciuffo"), si riferisce alla rosetta di brattee sopra ogni frutto.
La prima registrazione della parola ananas da parte dell'Oxford English Dictionary è del 1714. La pianta selvatica proviene dai dintorni del fiume Paraná, tra il Brasile meridionale e il Paraguay. Poco si sa della sua domesticazione, ma si è diffuso come coltura in tutto il Sudamerica. Prove archeologiche del suo uso risalgono al 1200 a.C. in Perù e al 200 a.C. in Messico, ove era coltivato dai Maya. Il primo europeo a incontrare l'ananas fu Colombo, il 4 novembre 1493, il quale lo chiamò "piña de Indes", che significa "pino degli indiani". L'ananas è stato documentato nelle "Decadi del Nuovo Mondo" di Pietro Martire (1516) e nella Relazione del primo viaggio intorno al mondo di Antonio Pigafetta (1524-1525); la prima illustrazione conosciuta si trova nella Historia General de Las Indias di Oviedo (1535). Furono i portoghesi a prelevare l'arbusto dal Brasile e ad introdurlo in India nel 1550, ma non fu coltivato con successo in Europa fino a quando Pieter de la Court non sviluppò l'orticoltura in serra vicino a Leida (Paesi Bassi) a partire dal 1658. A causa delle spese di importazione e dell'enorme costo in attrezzature e manodopera necessari per coltivarli in un clima temperato, nelle serre chiamate "pineries", l'ananas divenne un simbolo di ricchezza: inizialmente i frutti erano usati principalmente per decorare le tavole durante le cene, piuttosto che per essere mangiati. Si cominciò a consumarlo solo ai primi dell'800, e la prima piantagione commerciale nelle Hawaii fu fondata nel 1886. Oggi uno dei principali produttori mondiali sono le Filippine, l'importazione in Europa è gestita soprattutto dalla californiana Del Monte Foods Inc., protagonista negli anni '80 e '90 di un celeberrimo spot pubblicitario italiano ("L'uomo Del Monte ha detto sì!")
Purtroppo gli ananas esportati dal Sudamerica all'Europa sono usati frequentemente come veicolo di copertura per il narcotraffico, per via dell'odore dei frutti che tende a confondere i cani antidroga (per fortuna, sempre meno spesso). La polpa e il succo dell'ananas sono utilizzati nelle cucine di tutto il mondo; in molti paesi tropicali, l'ananas viene preparato e venduto ai bordi delle strade come spuntino. Viene venduto intero o tagliato a metà, con un bastoncino inserito. Le fette intere e private del torsolo con una ciliegia nel mezzo sono una guarnizione comune del prosciutto; dadini di ananas vengono utilizzati in macedonia, ma anche in alcuni piatti salati, e persino come condimento per la pizza! Il succo dell'ananas viene servito come bevanda, ed è anche l'ingrediente principale di cocktail come la piña colada. Ma non vi venga la tentazione di assaggiare il cilindro centrale dell'ananas, perchè pizzica terribilmente la lingua: io l'ho provato, ed è vero! Nel laboratorio di chimica del mio Liceo, invece, il succo d'ananas è usato negli esperimenti per l'estrazione del DNA dalle cellule, perchè contiene la bromelina, potente antinfiammatorio ma anche sostanza capace di demolire le membrane cellulari e quelle dei nuclei, rilasciando così il DNA. E per finire, il succo di ananas assunto per via orale è utilizzato in radiologia come mezzo di contrasto per gli esami di angiografia in risonanza magnetica al posto di altre costose sostanze di sintesi.

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Le foglie dei martiri
Or vi delizierò con un altro albero ben noto alla Bibbia: Phoenix dactylifera, cioè la ben nota palma da dattero, della famiglia delle Arecacee (che comprende tutte le palme). Essa raggiunge addirittura i 30 metri di altezza, crescendo singolarmente o formando un ciuffo con diversi steli da un ' apparato radicale. A crescita lenta, può raggiungere i 100 anni. Come gli altri membri della famiglia delle palme, le palme da datteri non producono anelli nel tronco. Le foglie sono lunghe 4–6 m, con spine sul picciolo, con circa 150 foglioline. L'intera ampiezza della corona varia da 6 a 10 metri. I frutti sono ovali, lunghi da 3 a 7 centimetri e di circa 2,5 cm di diametro, con colore che va dal marrone scuro al rosso vivo o al giallo, a seconda della varietà. Contenendo il 60-68% di zucchero in massa una volta essiccati, i datteri sono molto dolci e sono apprezzati come dessert.
I datteri sono coltivati in Medio Oriente e nella Valle dell'Indo da migliaia di anni. 'Intu', la radice proto-dravidica del termine "Hindu", e quindi dell'"India", si riferiva in origine proprio alle palme da datteri che si trovano nella regione della Valle dell'Indo! Il nome attuale del frutto deriva dalla parola δάκτυλος, "dito",  a causa della forma allungata del frutto (se ricordate, era la stessa etimologia dall'arabo proposta per la banana); anche il nome scientifico della specie, "dactylifera", deriva dalla stessa parola greca. La palma da datteri è dioica, con piante maschili e femminili separate. Possono essere facilmente coltivate piantandone il seme, ma solo il 50% delle piantine sarà femmina e quindi fruttifero, e i datteri delle piantine sono spesso più piccoli e di qualità inferiore. La maggior parte delle piantagioni commerciali utilizza quindi talee di cultivar con raccolto molto più consistente. Le piante cresciute da talee fruttificano 2-3 anni prima delle piantine cresciute dal seme. Si diffonde così facilmente che in alcune zone degli USA e dell'Australia è classificata come specie aliena invasiva. Le palme da datteri mature possono produrre 70–140 chilogrammi di datteri per stagione del raccolto; non maturano tutti contemporaneamente, quindi sono necessari diversi raccolti. Per ottenere frutti di qualità commerciabile, i grappoli di datteri devono essere diradati e insaccati o coperti prima della maturazione in modo che i frutti rimanenti crescano più grandi e siano protetti dalle intemperie e dagli uccelli. Un famoso proverbio arabo recita: « Quando è finita la stagione dei datteri, tutti hanno da ridire della palma » (sante parole!)  Nel 2020, la produzione mondiale di datteri è stata di 9 milioni di tonnellate. Anche se in Italia noi consumiamo soprattutto i datteri della Tunisia, il primo produttore al mondo di datteri è l'Egitto, tallonato da Arabia Saudita, Iran e Algeria; sono una coltura tradizionale in tutto il Medio Oriente e del Nord Africa, ma vengono coltivati anche negli Stati Uniti sudoccidentali e in Messico. Oggi si pensa che ne esistano 400 varietà, ma la maggior parte di esse sono limitate a una particolare regione, e solo poche hanno raggiunto un'importanza commerciale più ampia. Le cultivar più rinomate a livello mondiale includono Deglet Noor, originaria dell'Algeria; Yahidi e Hallawi dell'Iraq; Medjool del Marocco; e Mazafati dell'Iran. In passato, i datteri appiccicosi venivano serviti usando piccole forchettine specializzate con due punte di metallo. I semi di dattero vengono messi a bagno e macinati per l'alimentazione animale; il loro olio è adatto per l'uso in cosmetica e per applicazioni dermatologiche. In Nord Africa le foglie di palma da dattero sono comunemente usate per costruire capanne. Le foglie mature vengono anche trasformate in stuoie, cestini e ventagli. Le guaine di foglie sono apprezzate per il loro profumo e la loro fibra viene utilizzata anche per corde, tessuti ruvidi e grandi cappelli. Nel 2009 un team di ricercatori del Weill Cornell Medical College in Qatar ha pubblicato una bozza del genoma della palma da datteri (della varietà Khalas), ma la sequenza è stata migliorata nel 2019 con il rilascio di una più completa utilizzando la tecnologia di sequenziamento in tempo reale di piccole molecole da parte di un team del Centro per la genomica e la biologia della New York University e del Khalifa Center for Genetic Engineering and Biotechnology negli Emirati Arabi Uniti.
Il luogo di origine della palma da datteri è incerto a causa della lunga storia di coltivazione che la ha diffusa un po' dappertutto: secondo alcuni sarebbe originario della regione della Mezzaluna Fertile a cavallo tra Egitto e Mesopotamia, mentre altri affermano che siano originari della zona del Golfo Persico o addirittura dell'India occidentale. I reperti fossili mostrano che la palma da datteri esiste da almeno 50 milioni di anni. Esistono prove archeologiche della coltivazione di datteri in Arabia dal VI millennio a.C. I datteri sono stati coltivati in Medio Oriente e nella valle dell'Indo per migliaia di anni, e ci sono prove archeologiche della coltivazione di datteri a Mehrgarh, una civiltà neolitica nel Pakistan occidentale, intorno al 7000 a.C.! Gli antichi egizi usavano i frutti per fare vino di datteri. Le prove della loro coltivazione si trovano in tutte le civiltà della valle dell'Indo, incluso l'ancora oscuro Periodo Harappa dal 2600 al 1900 a.C. Una palma da dattero della Giudea è germogliato con successo dopo che il suo seme si era accidentalmente conservato per 2000 anni! Uno studio genetico del Centro per la genomica e la biologia dei sistemi della New York University ha mostrato che le varietà domestiche di palma da dattero del Nord Africa, comprese varietà ben note come Medjool e Deglet Nour, sono un ibrido tra le palme da datteri del Medio Oriente e la palma selvatica cretese, Phoenix theophrasti. Le palme da dattero compaiono nella documentazione archeologica in Nord Africa circa 2.800 anni fa, suggerendo che l'ibrido sia stato diffuso dai minoici o dai fenici. Nell'Antica Roma le fronde di palma utilizzate nei cortei trionfali per simboleggiare la vittoria erano molto probabilmente quelle di Phoenix dactylifera. La palma da dattero era una pianta da giardino popolare nei peristili delle case signorili romani, anche se non avrebbe dato frutti nel clima temperato dell'Italia. È riconoscibile negli affreschi di Pompei e altrove in Italia, inclusa una scena nel giardino della Casa delle Nozze di Alessandro. In tempi successivi i commercianti diffusero i datteri nel sudovest asiatico, nell'Africa settentrionale e in Spagna. Un saggio sulla coltivazione della palma da dattero è contenuto nel "Libro dell'Agricoltura" scritto da Ibn al-'Awwam nel XII secolo. I datteri furono introdotti dagli spagnoli in Messico già nel XVI secolo e in California nel 1769.
E ora, due parole sulla sua simbologia, non meno complessa di quella di altre piante di cui vi ho parlato. Le palme da datteri hanno un grande significato nelle religioni abramitiche, e sono menzionate più di 50 volte nella Bibbia e 20 volte nel Corano. Nell'antica Mesopotamia la palma da dattero era considerata un albero sacro; alcune raffigurazioni assire mostrano sopra la sua corona a ventaglio il dio del sole dentro il disco solare alato. In Egitto i rami di palma divennero simbolo di lunga vita, e a volte di vita senza fine, ed erano perciò portati nelle processioni funebri, e spesso posti sul feretro o sul petto della mummia. L'antico simbolismo dell'albero della vita può riecheggiare nelle palme che nel tempio di Salomone ornavano le pareti e i battenti dei Santo dei Santi (1 Re 6,29-35). Quando sul rivestimento in legno di cipresso ricoperto d'oro della grande aula del tempio vengono scolpite palme e catenelle (2 Cr 3,5), queste ultime simboleggiano il limite sacro che nessun impuro e nessun empio può superare. Alcuni studiosi ebrei ritengono che il riferimento al "miele" contenuto nel capitolo 3 dell'Esodo a "una terra dove scorre latte e miele" (onde indicare la Terra Promessa) sia in realtà un riferimento alla dolcezza dei datteri, e non al miele delle api. Nella Torah le palme sono citate come simboli di prosperità e trionfo. La palma è una metafora di ciò che è elevato e sublime; così della Sapienza divina si dice che essa è cresciuta come una palma in Engaddi (Sir 24,14), località sulle rive del Mar Morto che io ho avuto la fortuna di visitare di persona. « Il giusto fiorirà come palma » (Sal 92,13). Di chi si allontana da Dio Giobbe dice: « La sua fronda sarà tagliata prima del tempo, e il suo ramo di palma non rinverdirà più » (Gb 15,32). I rami di palma sono ancora oggi usati come ornamento in Israele durante la Festa dei Tabernacoli. Quando il popolo seppe che Gesù veniva a Gerusalemme « prese dei rami di palma e uscì incontro a lui gridando: "Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!"» (Gv 12,13). Nella visione apocalittica i martiri sono avvolti in vesti candide in segno della loro purezza e costanza nella fede, e le palme nelle loro mani significano che essi hanno superato ciò che è terreno e hanno ormai ottenuto il premio eterno (Ap 7,9). Nell'arte cristiana i rami di palma sono attributi dei martiri; una palma fra altri due alberi è simbolo della croce di Cristo. A partire dal secolo VII secolo si diffuse la processione della domenica delle Palme, legata alla benedizione di rami di palma, in ricordo dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme. La credenza popolare crede che piccoli cespi benedetti di agrifoglio, di ulivo, di rosmarino, di ginepro o di altre piante aromatiche possano tenere lontane le disgrazie, ma essi sono probabilmente un ricordo dei rami delle palme, divenuti inaccessibili o quasi all'Europa medioevale dopo il prepotente Volkwanderung arabo. Nel Corano, Allah istruisce Maryām (la Vergine Maria) a mangiare datteri durante le doglie quando dà alla luce Isa (Gesù). Nella cultura islamica i datteri e lo yogurt o il latte sono tradizionalmente i primi alimenti consumati per Iftar dopo che il sole è tramontato durante il Ramadan. Nel mandeismo la palma da datteri simboleggia l'albero cosmico: la palma da dattero, associata alla mascolinità, e la fonte, associata alla femminilità, sono spesso menzionate insieme come simboli celesti nei testi mandei. Infine, una palma da dattero compare nell'odierno stemma dell'Arabia Saudita. E scusate se tutto questo è poco!

Palme da datteri fotografate dall'autore di questo sito a Lanciano (CH)

Palme da datteri fotografate dall'autore di questo sito a Lanciano (CH)

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Il fiore della Vergine Maria
É arrivato il momento del giglio. Lilium è un genere di piante da fiore erbacee che crescono da bulbi, tutte con grandi fiori prominenti. La maggior parte delle specie sono originarie dell'emisfero settentrionale dai climi temperati a quelli subtropicali. Sono comunemente adattati agli habitat boschivi, spesso montani, o agli habitat delle praterie; alcuni possono sopravvivere perfino nelle paludi. In generale preferiscono terreni moderatamente acidi o privi di calcare. I gigli variano in altezza 60 a 180 cm, formano bulbi sotterranei squamosi e in alcune specie nordamericane la base del bulbo si sviluppa in rizomi, sui quali si trovano numerosi piccoli bulbi. La maggior parte dei bulbi è sepolta in profondità nel terreno, ma alcune specie formano bulbi vicino alla superficie del suolo. Ogni anno il nuovo fusto emette radici avventizie sopra il bulbo quando emerge dal suolo; queste radici si aggiungono a quelle basali che si sviluppano alla base del bulbo. I fiori sono grandi, spesso profumati e sono disponibili in un'ampia gamma di colori tra cui bianchi, gialli, arancioni, rosa, rossi e viola, a volte screziati con macchie e nere. Le piante sono a fioritura tardiva primaverile o estiva. I fiori sono portati in racemi all'estremità dello stelo. Il frutto è una capsula tricellulare, i semi maturano a fine estate. La maggior parte delle specie temperate sono decidue e dormienti in inverno nel loro ambiente nativo, ma alcune specie originarie di zone con estati calde e inverni miti (Lilium candidum, Lilium catesbaei, Lilium longiflorum) perdono le foglie ed entrano in un breve periodo di dormienza in estate o in autunno, germogliano in inverno formando fusti nani portanti una rosetta basale di foglie, fino a quando lo stelo inizia ad allungarsi con il caldo. Molte altre piante hanno "giglio" nei loro nomi comuni, ma non appartengono allo stesso genere e quindi non sono veri gigli. Tutte le traduzioni inglesi della Bibbia ad esempio rendono l'ebraico shūshan come "giglio", ma il "giglio tra i rovi" del Cantico dei Cantici 2,2 potrebbe essere il caprifoglio.
Il nome latino Lilium deriva dalla parola greca λείριον (leírion), a sua volta presa in prestito dal copto "hleri" attraverso il demotico hrry, a sua volta dall'antico egiziano hrṛt, "fiore". Il linguista francese Antoine Meillet (1866-1936) sosteneva che sia la parola egiziana che quella greca siano possibili prestiti da una lingua estinta del Mediterraneo orientale.
Molte specie sono ampiamente coltivate in giardino nelle regioni temperate, subtropicali e tropicali per la loro bellezza, e sono stati ottenuti numerosi ibridi ornamentali. Sono utilizzati nelle aiuole erbacee, nelle piantagioni di boschi e arbusti e come piante da cortile. Alcuni gigli, in particolare Lilium longiflorum, formano importanti colture di fiori recisi o piante in vaso. I bulbi dei gigli sono solitamente piantati nella stagione dormiente. È meglio piantarli in una osizione esposta a sudleggermente in pendenza, al sole o in ombra parziale, a una profondità pari a due o tre volte l'altezza del bulbo, eccetto Lilium candidum che dovrebbe essere piantato in superficie. La maggior parte cresce meglio in terreni ben drenati e le piante vengono annaffiate durante la stagione di crescita. Alcune specie e cultivar hanno steli robusti, ma quelli con capolini pesanti hanno bisogni di sostegni per stare in piedi.
Alcune specie di Lilium, ad esempio il Lilium longiflorum, sono tossiche per i gatti. L'esatto meccanismo di tossicità è ignoto, ma si sa che può causare insufficienza renale; va perciò chiamato con urgenza il veterinario, appena si sospetta che il proprio gatto abbia mangiare qualsiasi parte di un giglio, o anche solo abbia leccato il polline finito sul suo pelo. La proliferazione di cervi (ad es. Odocoileus virginianus) in Nord America, dovuta principalmente a fattori come la caccia spietata ai grandi predatori per garantire la sicurezza ad uomini e greggi, è responsabile di un calo delle popolazioni di gigli in natura e rappresenta una minaccia anche per i gigli da giardino.
I bulbi di giglio sono ricchi di amido e commestibili come ortaggi, anche se i bulbi di alcune specie risultano troppo amari per essere mangiati. Lilium brownii, noto come 百合 (pak hop, letteralmente "cento uniti"), è uno dei gigli commestibili più importanti in Cina, e furono persino esportati e venduti nella Chinatown di San Francisco nel XIX secolo, disponibili sia freschi che secchi. I bulbi essiccati sono comunemente usati nel sud della Cina per insaporire la zuppa; possono essere saltati in padella, grattugiati e usati per addensare la zuppa o lavorati per estrarne l'amido. La loro consistenza e il gusto sono stati paragonati a quelli della patata. I boccioli di fiori di "giglio" comunemente commercializzati, chiamati 金针菜 (jīn zhēn cài, letteralmente "vegetale dell'ago d'oro"), provengono in realtà da Hemerocallis citrina. I fiori e i bulbi del giglio si consumano soprattutto in estate, per la loro asserita capacità di abbattere il calore interno. Una fonte inglese del XIX secolo riferiva che "si dice che i fiori di giglio siano anche efficaci nelle affezioni polmonari e che abbiano proprietà toniche". Il bulbo di giglio o yuri-ne è talvolta usato anche nella cucina giapponese. I boccioli dei fiori e le radici del Lilium canadense sono tradizionalmente raccolti e mangiati dalle popolazioni native nordamericane: la maggior parte dei popoli nativi dello Stato di Washington cuociono a vapore, fanno bollire o cuociono in fosse i bulbi di Lilium columbianum. Dal sapore amaro o piccante, sono usati soprattutto come condimento, spesso nelle zuppe con carne o pesce.
Nel linguaggio tradizionale dei fiori, i gigli rappresentano l'amore, l'ardore e l'affetto per i propri cari, mentre i gigli arancioni rappresentano la felicità, l'amore e il calore. I gigli sono i fiori più comunemente usati ai funerali, dove rappresentano simbolicamente il fatto che l'anima del defunto è stata restituita allo stato primordiale di innocenza. Lilium formosanum, o giglio taiwanese, è chiamato "il fiore della ciotola rotta" (in cinese :打碗花) dai membri anziani del gruppo etnico Hakka. Poiché questo giglio cresce vicino a specchi d'acqua pulita, essi credono che danneggiare il giglio potrebbe danneggiare l'ambiente, proprio come rompere le ciotole di casa Pare che i genitori convincano i bambini a non cogliere i gigli convincendoli che le ciotole della loro cena potrebbero rompersi se distruggono questo fiore.
Al fiore del giglio vengono associate molte leggende: per gli antichi greci e romani il giglio era associato ad Era-Giunone, dea del matrimonio e della procreazione, che mentre allattava Ercole perse due gocce di latte. Da una di queste si originò appunto il giglio a cui venne attribuito il significato di amore, fedeltà e procreazione. Era però anche simbolo di fierezza e orgoglio: questa simbologia deriva dal suo portamento eretto, e non a caso in passato lo si regalava a membri dell'alta nobiltà. Nel VI canto dell'"Eneide" di Virgilio l'ombra di Anchise pronuncia la celeberrima frase « Manibus date lilia plenis » (« Spargete gigli a piene mani »), alla vista dell'ombra destinata a reincarnarsi in Marcello, nipote dell'imperatore Ottaviano Augusto, già destinato a morte precoce. Con una lieve variazione tal citazione è riproposta da Dante nel canto XXX del Purgatorio, in omaggio proprio al personaggio di Virgilio che lo ha appena lasciato poco prima dell'arrivo di Beatrice. Questo verso è talvolta inciso sulle lapidi mortuarie di bambini o persone decedute molto giovani, recisi nella primavera della vita, o talvolta sui monumenti ai caduti, come sul monumento ai soldati morti nella prima guerra mondiale a Pieve di Cento realizzato nel 1930, o sull'ara a Riva del Garda dedicata ai caduti della Resistenza.
Come hanno scritto Maria Grilli Caiola, Paolo Maria Guarrera e Alessandro Travaglini nel loro suggestivo saggio "Le piante nella Bibbia", pubblicato da Gangemi editore, nella Bibbia il giglio è citato più volte come simbolo e speranza di liberazione del popolo Israelita; il profeta Osea invita alla conversione, profetizzando la salvezza di Israele da parte del suo Dio: "Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano. » (Os 14,6) Coltivato da tempi immemorabili in Persia, Siria e Palestina, in Israele lo si trova ancora sul Monte Carmelo e in Galilea. Dall'ebraico shūshan, "giglio" deriva il nome Susanna, protagonista di un episodio del libro di Daniele considerato apocrifo dai protestanti e deuterocanonico dai Cattolici; in esso Daniele si manifesta come giusto giudice fin dall'infanzia, dimostrando la purezza e l'innocenza di una bellissima giovane ingiustamente condannata a morte per non aversi voluta concedere a due vecchi pervertiti. La bellezza del fiore ha colpito gli artisti che lo hanno raffigurato nell'arte a cominciare dal Tempio di Salomone, dove decoravano i capitelli in cima alle colonne (1Re 7,19), ed il mare di bronzo al centro di esso aveva l'orlo a forma di giglio (1Re 7,26). I gigli sono citati otto volte nel Cantico dei Cantici, ad esempio « Le sue guance sono come aiuole di balsamo dove crescono piante aromatiche, le sue labbra sono gigli che stillano fluida mirra » (Ct 5,13) I Salmi 45, 60 e 69 andavano intonati « Su "I gigli" dei figli di Core », un'antichissima melodia che non ci è pervenuta. Il Siracide ammonisce: « Come incenso spargete buon profumo, fate sbocciare fiori come il giglio, alzate la voce e cantate insieme, benedite il Signore per tutte le sue opere » (Sir 39,14) Famosissima è la metafora con cui Gesù invita a preoccuparsi delle cose spirituali, e non di quelle materiali: « Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro » (Luca 12,27).
Nel cristianesimo occidentale, il giglio della Madonna (Lilium candidum) è stato associato alla Vergine Maria almeno dall'era medievale, ed è simbolo di purezza, santità e resurrezione. Le raffigurazioni medievali e rinascimentali della Vergine Maria, specialmente al momento dell'Annunciazione, la mostrano spesso con questi fiori in mano, alludendo alla purezza di Maria concepita senza macchia. I gigli della Madonna sono comunemente inclusi anche nelle raffigurazioni della risurrezione di Cristo. Lilium longiflorum, il cosiddetto giglio pasquale, è un tradizionale simbolo della Pasqua. Nell'iconografia cattolica il giglio è associato anche all'Arcangelo Gabriele, spesso raffigurato nell'iconografia religiosa con un giglio in mano, simbolo di purezza e verità, e a Sant'Antonio di Padova, al quale Gesù Bambino donò dei candidi gigli.
Il giglio è molto citato dai poeti simbolisti, decadenti e crepuscolari. Giovanni Pascoli (1855-1912) scrisse una poesia della raccolta "Myricae" dove i gigli, piantati dalla sua defunta madre nel giardino di una casa non più di proprietà della famiglia, continuano a nascere e fiorire, finendo quindi sull'altare della "Madonna dell'acqua". Presso quest'altare, alcune donne che conoscono le sfortunate vicende della famiglia Pascoli, chiedono alla Madonna che Giovanni sia riportato nella sua vecchia casa e qui vi muoia tornando infine ad unirsi ai suoi cari già estinti. In "Canzone folle" di Federigo Tozzi (1883-1920) una regina dona al poeta un giglio, sicché il suo spirito si incarni in esso, facendo nascere in lui sentimenti contrastanti di paradisiaco piacere e di religioso dolore. Ne "La notte dei gigli" di Diego Angeli (1869-1937), i fiori muoiono durante una notte di passione amorosa tra un uomo ed una donna vergine: la morte dei gigli, relazionata alla donna, rappresenta la fine della purezza. Il ciclo del giglio di Gabriele D'Annunzio (1863-1938) è costituito da un solo romanzo, "Le vergini delle rocce", in cui domina il tema della purificazione dalle passioni. In "Sinfonia di gigli" di Vincenzo Fago (1875-1940), i fiori parlano e si definiscono "anime buone disaparite", "calici d'un divino amore", "speranze rifiorite sovra un puro orizzonte oltremarino", "canzoni fresche udite al raggio della luna adamantino". Un altro poeta che cita spesso i gigli nei suoi versi è Corrado Govoni (1884-1965), il quale li descrive in modi assai diversi, a volte sorprendendo per associazioni di idee molto lontane dai tradizionali valori a cui si associano questi fiori. Prettamente religioso è il tema dei sonetti "Il giglio solitario" di Alessandro Giribaldi (1874-1920) e "Il giglio del campo" di Luigi Fallacara (1890-1963): nel primo il fiore incarna il Cristo agonizzante, nel secondo è Dio stesso.
Infine, il giglio stilizzato, utilizzato come emblema dalla famiglia Farnese, è noto come giglio farnesiano; è utilizzato ancor oggi nello stemma di molti comuni ed è usato come simbolo anche dallo scoutismo. Invece il cosiddetto Giglio di Firenze, che è anche il simbolo della squadra di calcio della città, la Fiorentina, è in realtà un iris, per la precisione Iris germanica var. florentina.

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L'erba appesa sul corsetto di Giulietta
Salvia rosmarinus, comunemente nota come rosmarino, è un arbusto originario della regione mediterranea, ma è ragionevolmente resistente nei climi freddi: alcune cultivar possono resistere a temperature invernali fino a circa -20 ° C. Può resistere alla siccità, sopravvivendo a una grave mancanza d'acqua per lunghi periodi, e in alcune parti del mondo è considerata una specie invasiva. Fino al 2017 era. È un membro, come la salvia, della famiglia delle Lamiacee, che comprende molte altre erbe medicinali e culinarie. Pianta arbustiva sempreverde che raggiunge altezze di 50–300 cm, con radici profonde, fibrose e resistenti, ha fusti legnosi di colore marrone chiaro, molto ramificati; i giovani rami pelosi di colore grigio-verde sono a sezione quadrangolare. Le foglie, persistenti e coriacee, sono lunghe 2–3 cm e larghe 1–3 mm, lanceolate, addensate numerosissime sui rametti, di colore verde cupo lucente sulla pagina superiore e biancastre su quella inferiore per la presenza di peluria bianca e sono ricche di ghiandole oleifere. I fiori ermafroditi sono sessili e piccoli, bianchi, rosa, viola o blu, riuniti in brevi grappoli all'ascella di foglie fiorifere sovrapposte, formanti lunghe spighe allungate, con fioritura da marzo ad ottobre, nelle posizioni più riparate anche per tutto l'anno ad intermittenza. L'impollinazione è entomofila, cioè è mediata dagli insetti pronubi, tra cui l'ape domestica, che ne raccoglie il polline e l'abbondante nettare, da cui si ricava un ottimo miele. I frutti sono tetracheni, con acheni liberi, oblunghi e lisci, di colore brunastro.
Si può coltivare in vaso sui terrazzi, rinvasando ogni 2-3 anni, usando terriccio universale miscelato a sabbia e concimazioni mensili. In primavera si rinnova cimando i getti principali, per ottenere un aspetto cespuglioso, senza dover ricorrere ad interventi di potatura. Si moltiplica facilmente per talea apicale dei nuovi getti in primavera prelevate dai germogli basali e piantate per almeno due terzi della loro lunghezza in un miscuglio di torba e sabbia, oppure si semina in aprile-maggio, si trapianta in settembre o nella primavera successiva, o ancora si moltiplica per divisione della pianta in primavera.
Per effetto dei meccanismi di difesa dal caldo e dall'aridità tipici della macchia mediterranea, la pianta presenta il fenomeno della estivazione, cioè arresta quasi completamente la vegetazione in estate, mentre ha il massimo rigoglio di vegetazione e le fasi di fioritura in tardo autunno o in inverno, e di fruttificazione in primavera. Solo in climi più freschi ed umidi, le fasi di vegetazione possono essere spostate verso l'estate.
Salvia rosmarinus è oggi considerata una delle molte centinaia di specie del genere Salvia, ma fino al 2017 era conosciuto con il nome scientifico Rosmarinus officinalis e collocato in un genere molto più piccolo, Rosmarinus, che conteneva solo quattro specie. Salvia jordanii, precedentemente Rosmarinus eriocalyx, è una specie strettamente imparentata originaria della Spagna e del Maghreb. La scrittrice e botanica Elizabeth Kent (1791-1861) scrisse nella sua "Flora Domestica" (1823) che « il nome di questa pianta è composto da due parole latine, ros marinus, che letteralmente significano "rugiada del mare"; e in effetti il rosmarino prospera meglio in riva al mare. » Il latino "ros" ("rugiada") sarebbe collegato al sanscrito "vrasas", dalla radice di "varsa", "pioggia". Il nome inglese, "Rosemary", è invece un calco su "rosmarinus" per analogia con diffusi nomi femminili.
E ora, un po' di storia. La prima menzione del rosmarino si trova su tavolette cuneiformi già nel 5000 a.C. Gli egiziani lo usavano nei loro rituali di sepoltura, come attestato dalle mummie ritrovate intatte, ma non si fa più menzione del rosmarino fino agli antichi Greci e Romani. Plinio il Vecchio (23–79 d.C.) ne parlò nella sua "Naturalis Historia", e il greco Pedanio Dioscoride (40-90 d.C.) descrisse l'utilità del rosmarino nel suo scritto più famoso, "De Materia Medica", uno dei libri dedicati alle erbe più influenti nella storia dell'uomo. Intanto, il rosmarino si diffuse a est verso la Cina e vi fu naturalizzato già nel 220 d.C., durante la tarda dinastia Han. In Inghilterra lo portarono probabilmente i romani durante la loro quadrisecolare dominazione, ma non ci sono documenti sulla presenza del rosmarino nelle isole britanniche fino all'VIII secolo d.C. Si pensa che ciò si avvenuto grazie a Carlo Magno e al suo breve "Rinascimento Carolingio", che promosse l'uso delle erbe e ordinò che il rosmarino venisse coltivato negli orti e nelle fattorie dei monasteri. Si sa per certo che delle talee di rosmarino furono spedite alla regina Filippa, influente moglie del re Edoardo III (1312-1377), da sua madre, la contessa Giovanna di Hainault. Esse erano accompagnate da una lettera che descriveva le virtù del rosmarino e di altre erbe donate con esso. Il manoscritto originale si trova ora al British Museum, mentre le talee sono state piantate nel giardino del vecchio Palazzo di Westminster. Successivamente il rosmarino fu citato nella maggior parte dei testi erboristici inglesi e fu ampiamente utilizzato per scopi medicinali e culinari. L'"acqua ungherese", che risale al XIV secolo, fu uno dei primi profumi a base alcolica in Europa, ed era composta principalmente da rosmarino distillato. Il rosmarino, insieme all'agrifoglio e all'edera, era comunemente usato già nel XVII secolo per le decorazioni natalizie. Naturalmente il rosmarino arrivò nelle Americhe con i primi coloni europei all'inizio del XVII secolo, e da qui in tutto il pianeta.
Poiché è verdissimo e resistente alla siccità, il rosmarino è usato come pianta ornamentale nei giardini. Le sue foglie sono utilizzate fresche o essiccate sono utilizzate nella cucina tradizionale mediterranea, ad esempio come aromatizzante negli arrosti di agnello, maiale, pollo e tacchino. Hanno un sapore amaro, astringente e un aroma caratteristico che completa molti cibi cotti; quando vengono arrostite con carni o verdure, le foglie conferiscono loro un aroma simile alla senape con un'ulteriore fragranza di legno carbonizzato che si sposa bene con i cibi alla brace. Dalle sue foglie si può preparare una buona tisana. Nelle quantità tipicamente utilizzate per aromatizzare i cibi, come un cucchiaino da tè (circa un grammo), il rosmarino non fornisce alcun valore nutrizionale, ma è stato dimostrato che l'estratto di rosmarino migliora la durata di conservazione e la stabilità al calore degli oli ricchi di omega-3 che sono inclini all'irrancidimento. Il rosmarino poi è anche un'efficace erba antimicrobica. In Europa settentrionale si usava per preparare la birra Gruit con achillea millefoglie e mirto di palude.
L'olio di rosmarino viene utilizzato per profumare il corpo o per aromatizzare un armadio o una stanza. Viene anche bruciato come incenso e utilizzato in shampoo e prodotti per la pulizia. Il rosmarino contiene una serie di sostanze fitochimiche, tra cui acido rosmarinico, canfora, acido caffeico, acido ursolico, acido betulinico, acido carnosico e carnosolo. L'olio essenziale di rosmarino contiene il 10-20% di canfora. L'estratto di rosmarino ricco di acido carnosico e carnosolo, è approvato come conservante antiossidante alimentare in diversi paesi con la sigla E392.
E veniamo al folclore. Il rosmarino era considerato sacro dagli antichi egizi e poi dai greci. Da sempre è stato auspicio di buona salute e le sue foglie e il suo olio sono stati usati nella medicina popolare nella convinzione che donassero salute e felicità. Si pensava che le foglie di rosmarino poste sotto il letto allontanassero gli incubi ed assicurassero una buona giornata l'indomani. Non è un caso se nella parte prima, capitolo XVII del "Don Chisciotte" di Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616), l'antieroe protagonista usa il rosmarino nella sua presunta ricetta del balsamo miracoloso di Fierabras, nominato in alcune Chansons de Geste medioevali, che sarebbe stato usato per ungere il corpo di Gesù deposto dalla croce, e sarebbe in grado di guarire chiunque ne faccia uso.
La nostra erba è stata utilizzata per ricordare i caduti durante le commemorazioni di guerra e i funerali dei soldati morti in combattimento, perchè fin dall'antichità era lasciata cadere nelle fosse come simbolo del ricordo dei morti. In Australia, i rametti di rosmarino vengono indossati durante il Remembrance Day per onorare i caduti della Prima Guerra Mondiale, perchè cresce spontaneamente nella penisola di Gallipoli, dove molti australiani morirono durante il fallimentare tentativo alleato di conquistare gli Stretti, sconfitta in conseguenza della quale l'allora Ministro della Guerra Winston Churchill fu costretto a dimettersi. Anche diverse opere di William Shakespeare (1564-1616) fanno riferimento all'uso del rosmarino nei riti funebri o commemorativi: nella Scena 13 dell'"Amleto", Ofelia dice: « Questo è il rosmarino, è per il ricordo. Ti prego, amore, ricorda! » Appare anche nell'atto 4, scena 4 del "Racconto d'inverno", dove Perdita parla di « rosmarino e ruta ». Nell'Atto 4, scena 5 di "Romeo e Giulietta", Frate Lorenzo ammonisce la famiglia Capuleti di « attaccare il tuo rosmarino su questo bel corsetto, e come è consuetudine, e nel suo miglior abbigliamento, portala in chiesa ». Nella fiaba spagnola "Il rametto di rosmarino", l'eroina tocca l'eroe con il rametto del titolo per ripristinare la sua memoria magicamente perduta. Infine, "Il rosmarino non capisce l'inverno" è un toccante romanzo di Matteo Bussola pubblicato nel 2022 che racconta, attraverso tante voci femminili, le storie ordinarie ma eccezionali delle donne di oggi.

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La delizia della montagna
L'origano (Origanum vulgare) è uno degli ingredienti più tipici della cucina mediterranea. Infatti la famiglia cui appartiene, le lamiacee, molto numerosa con circa 250 generi e quasi 7000 specie, ha il principale centro di differenziazione proprio nel bacino del Mediterraneo, ma alcune specie sono presenti anche in Asia, e prediligono habitat caldi. Circa il 60% delle specie cresce in Anatolia, e questo potrebbe indicare tale area geografica come il centro di origine delle specie di Origanum. Delle tre specie presenti sul territorio italiano, due si trovano nell'arco alpino. Con le moderne tecniche di analisi di tipo filogenetico del DNA la famiglia delle lamiacee è stata suddivisa in sette sottofamiglie; il genere Origanum fa parte della tribù dekke Mentheae, sottotribù Menthinae, sottofamiglia delle nepetoidee. Le specie del genere Origanum nella flora spontanea italiana sono tradizionalmente suddivise in due sezioni Euoriganum, in cui le brattee dell'infiorescenza sono quasi glabre (di questa fa parte Origanum vulgare e Majorana, in cui le brattee sono pelose (Origanum majorana).
Prima ancora di Linneo, fu il botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (1656–1708) a denominare questo genere, ma in realtà l'etimologia del nome si può far risalire agli antichi greci, probabilmente a Teofrasto (371–287 a.C.), discepolo di Aristotele, autore di due ampi trattati botanici che per primo ha usato questo nome per un'erba aromatica. Origanum è formato dalle parole "òros" ("monte") e "ganào" ("io mi compiaccio"), che insieme possono significare "delizia della montagna" perché cresce bene in montagna o nei piani alti delle zone più assolate.
Le piante di Origanum vulgare arrivano a un'altezza massima di 70–80 cm, sono piante erbacee, a ciclo biologico perenne, con gemme svernanti al livello del suolo e protette dalla lettiera o dalla neve. Le porzioni erbacee seccano annualmente e rimangono in vita soltanto le parti legnose; tutta la pianta è aromatica. Le radici sono secondarie, generate da un fittone. I fittoni possono essere obliqui e più o meno legnosi. La parte aerea del fusto è ascendente, di colore rossastro e talvolta ramosa, ma i rami inferiori sono sterili; ha una curiosa sezione quadrangolare a causa della presenza di fasci di collenchima posti nei quattro vertici, mentre le quattro facce sono concave. Le foglie lungo il fusto sono verdi, picciolate e di forma lanceolata oppure ovata, spesso asimmetrica alla base; i bordi sono dentellati. L'infiorescenza è formata da dense spighe peduncolate con forme più o meno ovate e 8 o 10 fiori ermafroditi. Il colore è bianco o roseo. Il nettario è un disco più o meno simmetrico alla base dell'ovario ed è ricco di nettare. Il frutto è uno schizocarpo secco e marrone di forma è ovoidale con apice arrotondato e superficie glabra e liscia. L'impollinazione avviene tramite insetti, in particolare ditteri e imenotteri. I semi cadono a terra dopo essere stati trasportati per alcuni metri dal vento (disseminazione anemocora) e sono successivamente dispersi soprattutto da insetti come le formiche (disseminazione mirmecoria). I semi infatti hanno un'appendice ricca di grassi, proteine e zuccheri che attira le formiche durante i loro spostamenti alla ricerca di cibo.
Come detto, l'origano è ampiamente utilizzato in cucina per il sapore delle sue foglie, che possono essere più intense se essiccate che fresche. Ha un gusto terroso, caldo e leggermente amaro, che può variare di intensità. L'origano di buona qualità può essere abbastanza forte da far intorpidire la lingua, ma le cultivar adattate ai climi più freddi possono avere un sapore meno intenso. Fattori come il clima, la stagione e la composizione del suolo possono influenzare gli oli aromatici presenti, e questo effetto può essere maggiore delle differenze tra le varie specie di piante. Ovviamente l'origano è l'erba base della cucina italiana, frequentemente utilizzata con verdure, carne e pesce arrostiti, fritti o grigliati. L'origano si combina bene con cibi piccanti popolari nel nostro Sud; è usato meno comunemente nel Nord, poiché in genere lì si preferisce la maggiorana (che infatti era molto usata da mia mamma, in giardino ne ho ancora alcune piante). La sua popolarità negli Stati Uniti iniziò quando i soldati di ritorno dalla seconda guerra mondiale portarono con sé la passione per la "pizza alle erbe", che era stata consumata nel sud Italia per secoli. L'origano però è ampiamente utilizzato anche nelle cucine dell'America Latina, in particolare nella cucina messicana e nella cucina argentina. Nella cucina turca, l'origano è utilizzato principalmente per insaporire la carne, in particolare il montone e l'agnello. Nei ristoranti di barbecue e kebab è usato solitamente come condimento, insieme a paprika, sale e pepe. Durante l'estate, in Portogallo, vengono spesso aggiunte generose quantità di origano essiccato come condimento a un'insalata di pomodori e cetrioli, ma può essere utilizzato anche per condire piatti di carne e pesce. Le foglie essiccate e macinate sono spesso utilizzate in Grecia per insaporire l'insalata, e di solito vengono aggiunte alla salsa di limone e olio d'oliva che accompagna grigliate di pesce o carne e sformati. In Albania l'origano essiccato viene spesso utilizzato per preparare tisane particolarmente apprezzate. Inoltre è una pianta mellifera, e si può ottenere del miele in alcune zone dove l'origano è molto diffuso (vale anche la maggiorana, anch'essa membro del genere Origanum, ma la pianta è più piccola e meno diffusa dell'origano, e il miele di questa si trova solo mescolato in altri). Una curiosità: in Turchia l'origano in polvere viene adulterato con il sommacco per diminuirne il costo, e in Francia le ditte commerciali di aromi si fanno concorrenza sul prezzo, diluendolo ulteriormente, con foglie giovani di ulivo.
Esiste poi anche l'olio essenziale di origano, che è stato usato per secoli nella medicina popolare e nell'aromaterapia. Viene estratto dalle foglie, e sebbene possa essere usato come integratore alimentare, non ci sono prove cliniche che indichino che abbia alcun effetto sulla salute umana. Nel 2014 la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha avvertito una società dello Utah, la "Young Living", che i suoi prodotti erboristici, incluso l'olio essenziale di origano, venivano pubblicizzati come cure per diverse malattie millantando effetti mai scientificamente provati, e quindi sono stati sottoposti a sanzioni federali.
L'origano non è importante solo per il suo utilizzo in cucina ma anche per le sue numerose proprietà terapeutiche. I suoi principi attivi sono principalmente i fenoli timolo e carvacrolo, che hanno numerose proprietà terapeutiche: l'origano è antalgico, antisettico, analgesico, antispasmodico, espettorante, stomachico e tonico. L'origano contiene polifenoli, tra cui numerosi flavoni. I suoi infusi sono consigliati contro la tosse, le emicranie, i disturbi digestivi e i dolori di natura reumatica, svolgendo una funzione antinfiammatoria. A sorpresa, l'origano è anche un buon repellente per le formiche: basta spargerlo nei luoghi da esso frequentati e ricordarsi di sostituirlo spesso, per tenerle lontane.
Bisogna aggiungere che anche altre piante sono chiamate "origano", pur non avendo nulla a che fare con Origanum vulgare. Ad esempio il cosidetto "origano cubano" è in realtà Coleus amboinicus, chiamato anche "orégano francés" o menta messicana. Anch'esso fa parte della famiglia delle Lamiacee, ma ha foglie grandi e un po' succulente ed è omune in tutti i tropici, dall'America Latina all'Africa al sud-est asiatico, è probabilmente di origine dell'emisfero orientale. Il cosiddetto "origano messicano", noto in spagnolo come "orégano cimarrón" ("origano selvatico") è invece classificato come Lippia graveolens, e non fa nemmeno parte della Lamiacee ma delle Verbenacee. Il suo sapore ha una componente salata più forte invece del sentore simile al rosmarino nel vero origano, e ha un retrogusto di agrumi che lo rende ancora più aromatico di esso.
A questo punto, non possiamo fare a meno di dire qualcosa sulla pizza, di cui l'origano (italiano, non cubano o messicano) è componente essenziale. Si tratta indubbiamente di uno dei prodotti gastronomici salati più consumati al mondo, oltre che più facili da preparare, consistendo in un impasto a base di farina, acqua e lievito che viene spianato per essere farcito tipicamente con pomodoro, mozzarella e altri ingredienti e poi cotto in un forno a legna. Tipica della cucina napoletana, è oggi, insieme alla pasta, la pietanza italiana più conosciuta al mondo. In realtà però con il nome pizza, praticamente ignoto al di fuori di Napoli, ancora nel XVIII secolo si indicavano delle torte dolci. Fu solo a partire dagli inizi del XIX secolo che la pizza assunse, sempre a Napoli, la sua attuale connotazione, ed il seguente successo planetario della pietanza (grazie all'emigrazione italiana soprattutto verso USA, Brasile, Argentina e Australia) ha portato, per estensione, a definire nello stesso modo qualsiasi preparazione analoga.
L'etimologia del sostantivo pizza è dibattuta. Esistono varie ipotesi, tra cui una derivazione dal germanico (longobardo) dell'alto tedesco d'Italia bĭzzo o pĭzzo, da cui anche il tedesco moderno "Bissen", "boccone", "pezzo di pane". Questa tesi sarebbe confermata dall'area di diffusione originaria della parola, che coinciderebbe con il regno e i ducati longobardi di Benevento e Spoleto. Tuttavia la diffusa presenza, in area balcanica della parola "pita" ha indotto alcuni studiosi a cercare nel greco πίτα, "píta", l'origine dell'italiano pita, da cui poi pizza per incrocio con "pezzo". Lo storico Alessandro Barbero ha proposto una derivazione dal termine "pita" attraverso la pronuncia dei Longobardi "pitza". Franco Fanciullo e Pierpaolo Fornaro hanno suggerito invece che pizza possa derivare dal greco antico ἀπίκια, apíkia (in latino *apīcia) "focaccia all'Apicio", dal nome del più famoso buongustaio romano Marco Gavio Apicio, della cui vita nulla di certo ci è stato tramandato. Altre etimologie più bizzarre (dall'ebraico, ad esempio) sono probabilmente da scartare.
La pizza ha una storia lunga e poco nota. Di sicuro già nell'antichità focacce schiacciate, lievitate e non, erano diffuse presso gli Egizi e i Romani (in latino tale focaccia era chiamata "offa"). Nell'insula 10 della Regio IX a Pompei è stato riportato alla luce un affresco che, accanto a un calice di vino posato su un vassoio di argento, raffigura una focaccia piatta condita con frutti vari, spezie e forse un tipo di pesto ("moretum" in latino), indicato da puntini color ocra. Le prime attestazioni scritte della parola "pizza" risalgono al latino volgare della città di Gaeta nel 997. Un successivo documento, scritto su pergamena d'agnello, di locazione di alcuni terreni e datato sul retro "31 gennaio 1201", conservato presso la biblioteca della diocesi di Sulmona, riporta la parola "pizzas" ripetuta due volte. Il film di animazione "Totò Sapore e la magica storia della pizza", realizzato nel 2003 da Maurizio Forestieri, presenta solo una versione fantasioso dell'origine di questo piatto tipico della cucina napoletana. La pizza per antonomasia, e quella che io preferisco, è la cosiddetta Pizza Margherita, la pizza tonda condita con pomodoro, mozzarella e basilico (rosso, bianco e verde, i colori della bandiera italiana) creata dal cuoco Raffaele Esposito della Pizzeria Brandi l'11 giugno 1889 per onorare la Regina d'Italia, Margherita di Savoia, consorte di Umberto I, in visita alla città di Napoli. Poi, come detto, la diaspora italiana la fece conoscere a tutto il pianeta. In Francia ad esempio le prime pizzerie furono aperte all'inizio del Novecento a Marsiglia in seguito alla forte immigrazione napoletana in quella città. Negli Stati Uniti d'America la pizza ha avuto una sua evoluzione particolare, per adattarsi alla differenza o carenza di alcuni ingredienti e al diverso gusto degli americani, fino alla pizza all'americana contraddistinta dalla morbidezza, dallo spessore e dal condimento sempre abbondante. Spesso all'impasto vengono aggiunti burro o margarina e zucchero. Dopo il riso, la pizza è l'alimento più mangiato al mondo, seguito dalla pasta. Secondo il Corriere della Sera, "pizza" è la parola italiana più famosa al mondo, prima di "ciao". Non è certo un caso se nel 2017 l'UNESCO ha dichiarato l'arte del pizzaiolo napoletano come patrimonio immateriale dell'umanità!
La Pizza Margherita, contiene molte sostanze nutrienti: i carboidrati sotto forma di amido nella farina, i lipidi vegetali dell'olio extravergine d'oliva e quelli animali della mozzarella. Però non dobbiamo dimenticare che la pizza non è un alimento ipocalorico adatto a qualunque regime dietetico: una Margherita da 300 g dà un apporto di oltre 800 calorie, molto sbilanciate a favore dei carboidrati (circa il 75%).
Una curiosità: la pizza più lunga al mondo, ben 1,93 chilometri, è stata realizzata il 10 giugno 2017 a Fontana, in California. Secondo il "Guinness Book of Records" per ottenerla sono state utilizzate 8,85 tonnellate di farina, 2,5 tonnellate di salsa di pomodoro, e 2 tonnellate di mozzarella, ed è stata cucinata in 54 ore (40 ore per preparare fogli di impasto già pronti e stesi, più 14 ore per cuocerli a più riprese) da un team di oltre 100 cuochi. Il precedente record era stato stabilito il 9 maggio 2016 sul lungomare di Napoli, con una lunghezza di 1.853,88 metri in un totale di 9 ore. Invece, secondo la stessa fonte, la più distante consegna di pizza spetta a Lucy Clough di una pizzeria di Feltham, sobborgo di Londra: una pizza da lei cotta il 17 novembre 2004 ha percorso una distanza di 16.949 km per essere consegnata a Melbourne, in Australia, il 19 novembre successivo! Quando si dice un alimento giramondo!

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L'albero del corno di montone
Il carrubo (Ceratonia siliqua) è un albero o arbusto sempreverde della famiglia delle Fabacee, quella delle leguminose. Cresce molto lentamente fino a 15 metri di altezza e può raggiungere i 500 anni di età; la chioma è ampia e semisferica, sostenuta da un grosso tronco dalla corteccia bruna ruvida e da rami robusti. Le sue foglie sono lunghe da 10 a 20 centimetri, sono pennate e possono avere un fogliolina terminale. È resistente al gelo fino a circa -7 ° C. La maggior parte dei carrubi sono dioici, solo raramente sono ermafroditi. Quando gli alberi sbocciano in autunno, i fiori sono piccoli e numerosi, disposti a spirale lungo l'asse dell'infiorescenza e anche sul tronco ("caulifloria"); sono impollinati sia dal vento che dagli insetti. Curiosamente, i fiori maschili odorano di sperma umano, un odore causato in parte dalle ammine in essi contenute. Il frutto è un legume (noto anche come baccello) allungato, può essere diritto o ricurvo e ispessito in corrispondenza delle suture. I baccelli impiegano un anno intero per svilupparsi e maturare. Quando i baccelli dolci e maturi alla fine cadono a terra, vengono mangiati da vari mammiferi, come i maiali, disperdendo così il duro seme interno attraverso gli escrementi. Cresce bene nelle zone temperate calde e subtropicali e tollera le zone costiere calde e umide. In quanto xerofita (specie resistente alla siccità), il carrubo si adatta bene alle condizioni della regione mediterranea con solo da 250 a 500 millimetri di pioggia all'anno. I carrubi possono sopravvivere a lunghi periodi di siccità, preferiscono argille sabbiose ben drenate e sono intolleranti al ristagno idrico, ma i sistemi di radici profonde possono adattarsi a un'ampia varietà di condizioni del suolo e sono abbastanza tolleranti al sale (fino al 3% nel suolo).
La parola "carruba" deriva dal francese antico carobe, che l'ha presa in prestito dall'arabo خَرُّوبٌ (kharrūb, "baccello di carrube"). Può darsi che a sua volta questo termine venga dalla parola accadica harūb- o dall'aramaico חרובא ḥarrūḇā, con il medesimo significato. Ceratonia siliqua, il nome scientifico del carrubo, deriva dal greco kerátiοn κεράτιον "frutto della carruba" (da keras κέρας "corno", per la sua forma), e dal latino siliqua "baccello". In yiddish è chiamato באקסער bokser, derivato dall'antico tedesco "bokshornboum", "albero del corno di montone", sempre in riferimento alla forma della carruba. 
Sebbene coltivato estensivamente, il carrubo può ancora essere trovato allo stato selvatico nelle regioni del Mediterraneo orientale e si è naturalizzato in occidente. L'albero è tipico della regione meridionale portoghese dell'Algarve, dove l'albero è chiamato alfarrobeira e il frutto alfarroba. Si trova anche nella Spagna meridionale e orientale, dove è chiamato algarroba), a Malta (in maltese ħarruba), in Sicilia (in siciliano carrua), nel sud della Croazia (in croato rogač), nella Bulgaria orientale (in bulgaro рожков), e nel sud della Grecia (in greco ξυλοκερατιά, ksilokeratia, che significa "corno di legno"), a Cipro, in Turchia (in turco keçiboynuzu, "corno di capra") e in Israele (in ebraico moderno חרוב, charuv). Invece gli alberi conosciuti come algarrobo in America Latina appartengono a una diversa sottofamiglia delle Fabacee, le Mimosoidee; i primi coloni spagnoli li chiamarono algarrobos perché anch'essi, come il carrubo, producono baccelli con la polpa dolce.
Non tutte le specie di leguminose possono sviluppare una relazione simbiotica con la rizobia per utilizzare l'azoto atmosferico. Non è chiaro se il carrubo abbia questa capacità: alcuni risultati suggerivano che non sia in grado di formare noduli radicali con rizobia, mentre in un altro studio più recente sono stati identificati alberi con noduli contenenti batteri che si ritiene appartengano al genere Rhizobium. Tuttavia uno studio che misura il tasso di assorbimento dell'isotopo radioattivo N-15 da parte dei tessuti del carrubo non ha supportato la teoria che i carrubi utilizzino naturalmente l'azoto atmosferico.
La coltivazione del carrubo ha una lunga storia, tanto che si sono ritrovate testimonianze risalenti agli antichi Egizi sul suo uso come dolcificante. Una leggenda popolare afferma che le carrube siano state il cibo che alimentò San Giovanni Battista quando da giovane crebbe nel deserto, tanto da essere chiamato anche Pane di San Giovanni. Le carrube sono citate anche nella Bibbia, come esempio di mangime animale, nella famosa parabola del Figliuol Prodigo o, come si dice oggi, del Padre Misericordioso, visto che è il padre il vero protagonista del commovente apologo. Lo sventato secondogenito infatti, dopo aver scialacquato tutta la sua parte di eredità con una vita da bohemién, all'arrivo di una brutta carestia per sopravvivere è costretto ad accettare un degradante lavoro come guardiano di porci (impurissimi per gli Ebrei), e « avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla » (Lc 15,16) Il teologo luterano Helmut Gollwitzer (1908-1993) ha intitolato questo piccolo capolavoro "La gioia di Dio", ed in effetti essa esprime compiutamente la teologia di Luca dell'amore e della misericordia di Dio. Il perdono del figlio minore non è la risposta del padre ai suoi propositi di rifarsi da capo una vita migliore: il padre infatti lo accoglie ancor prima che egli abbia la possibilità di parlare e di esprimere il proprio pentimento. E come il padre è uscito incontro a lui che ritornava, così esce a supplicare il figlio maggiore che giudica inopportuna la benevolenza del padre verso il fratello. La parabola suggerisce che vi possono essere due differenti immagini di Dio: quella corretta è quella di un Padre che, pur rispettando la libertà del figlio minore che se ne va, non cessa nel suo cuore di attenderne il ritorno, e gioisce quando questo avviene; il figlio maggiore non riesce a concepire tutt questo: per lui Dio è uno con cui avere una relazione di dare/avere, uno a cui reclamare di non avergli dato abbastanza, e per questo è immagine dei Farisei e di tutti i loro moderni epigoni. La parabola termina in maniera aperta: non si dice se il figlio maggiore ha accettato o meno l'invito accorato del padre. In questa maniera Gesù suggerisce che anche per i Farisei, ai quali è rivolta la parabola, c'è ancora tempo per la conversione.
Tornando alla coltivazione delle carrube, i loro semi sono comunemente usati come mezzo di propagazione. I carrubi entrano lentamente nella fase produttiva: in aree con condizioni di crescita favorevoli, il raccolto inizia 3-4 anni dopo il germogliamento. La piena produzione degli alberi avviene principalmente a un'età di 20-25 anni, quando la resa si stabilizza. E' molto diffusa la consociazione con altre specie arboree. Sono necessarie solo potature leggere e dissodamenti occasionali per ridurre le erbe infestanti. La fase più laboriosa della coltivazione del carrubo è la raccolta, che viene effettuata abbattendo i frutti con un lungo bastone e raccogliendoli con l'ausilio di reti stese al di sotto. Questo è un compito delicato, perché gli alberi fioriscono tutti contemporaneamente, e bisogna fare attenzione a non danneggiare i fiori e il raccolto dell'anno successivo. Oggi infatti si prediligono cultivar che possono essere raccolte meccanicamente tramite scuotimento. Dopo la raccolta, i baccelli di carruba hanno un contenuto di umidità del 10-20% e devono essere asciugati fino a un contenuto di umidità dell'8%, in modo che non marciscano. La lavorazione della polpa comprende la macinazione per la produzione di alimenti per animali o la tostatura e la macinazione per l'industria alimentare umana. Sono noti pochi parassiti in grado di causare gravi danni nelle piantagioni di carrube, quindi tradizionalmente non sono trattati con pesticidi; solo alcune cultivar sono fortemente suscettibili alla peronospora. Un parassita direttamente associato alla carruba è la larva della falena della carruba (Myelois ceratoniae), che può causare ingenti danni al raccolto. Primo produttore al mondo è il Portogallo con circa il 30% del totale mondiale, seguito nell'ordine da Italia, Marocco, Turchia, Grecia e Cipro.
I prodotti a base di carruba consumati dall'uomo provengono dal baccello essiccato, a volte tostato, che ha due parti principali: la polpa, che ha un sapore dolciastro, pastoso e zuccherino, rappresenta il 90% e i semi il 10% in peso. I baccelli di carruba sono leggermente dolci per natura, quindi sono usati in polvere, scaglie o sciroppo come ingredienti in torte e biscotti, a volte come sostituto del cioccolato in ricette a causa del colore, della consistenza e del gusto della carruba. A Malta, un dolce tradizionale chiamato "karamelli tal-harrub", consumato durante le festività della Quaresima e del Venerdì Santo, è fatto con i baccelli di carruba. Sempre a Malta, dai baccelli si ricava uno sciroppo di carruba detto "ġulepp tal-ħarrub"). A Cipro i baccelli di carruba essiccati e macinati vengono lasciati in ammollo in acqua, il succo viene quindi bollito mescolando continuamente ottenendo uno sciroppo denso noto come haroupomelo. In Palestina i baccelli schiacciati vengono riscaldati per caramellarne lo zucchero, quindi si aggiunge acqua e si fa bollire per qualche tempo. Il risultato è una bevanda fredda, chiamata anche kharrub, che viene venduta dai venditori ambulanti, soprattutto in estate. Il frutto essiccato della carruba è tradizionalmente consumato durante la festa ebraica di Tu Bishvat. In Libano i baccelli dorati vengono bolliti fino a produrre un liquido nero, ridotto sino ad ottenere una melassa densa e nera chiamata "debs el kharrub", dalsapore dolce, simile al cioccolato. Invece la farina di semi di carruba viene utilizzata come agente addensante e stabilizzante per sostituire il grasso nei prodotti ipocalorici o come sostituto del glutine, essendo ricca di galattomannani (88% della massa secca), che sono idrofili e si gonfiano in acqua. Se i galattomannani vengono miscelati con altre sostanze gelificanti, come la carragenina, possono essere utilizzati per addensare efficacemente la parte liquida del cibo. Questo gelificante, noto come E410, ha notevoli capacità di assorbire acqua, oltre 50 volte il suo peso, e lo si utilizza ampiamente nel cibo in scatola per animali per ottenere una consistenza gelatinosa. Facendo parte della famiglia dei legumi, la carruba è fonte di aminoacidi essenziali e di fibre che la rendono ideale per trattare vari disturbi intestinali e favorire la digestione. Mentre il cioccolato contiene teobromina a livelli tossici per alcuni mammiferi, la carruba non ne contiene affatto e non ha nemmeno caffeina, quindi a volte viene usata per preparare dolcetti simili al cioccolato per i cani o per chi è intollerante a quelle sostanze. La farina di baccelli di carruba è usata anche come mangime ricco di calorie per il bestiame, in particolare per i ruminanti, sebbene il suo alto contenuto di tannini possa limitare questo uso. Nella penisola iberica i baccelli di carruba venivano storicamente dati in pasto agli asini, e in Medio Oriente ai maiali. Interessante è anche la produzione di miele di carrubo e l'uso di estratti di carruba per la cura della raucedine. In fitoterapia l'estratto secco dellla carruba è utilizzabile, anche assieme allo zenzero, per trattare il colon irritabile. Invece il cosiddetto "sciroppo di carruba" prodotto in Perù è in realtà ottenuto dal frutto dell'albero Prosopis nigra.
Il carrubo è ampiamente coltivato nel settore orticolo vivaistico come pianta ornamentale per i climi mediterranei e altre regioni temperate del mondo: oggi è particolarmente popolare in California e nelle Hawaii, perchè la pianta sviluppa un tronco che sembra scolpito. A Creta il legno di carrubo è spesso usato come legna da ardere. Poiché il gambo molto scanalato di solito tende a marcire, il legno di carrubo è usato raramente per le costruzioni, tuttavia, a volte è ricercato per il design di mobili, poiché la venatura estremamente ondulata del legno conferisce al carrubo un'eccezionale resistenza alla spaccatura. Ecco perchè le sezioni di tronco di carruba sono adatte per farne manici di scuri e ceppi per spaccare la legna.
i baccelli di carruba erano spesso usati come mangime per animali e in tempi di carestia, come "l'ultima fonte di cibo [umano] nei momenti difficili".
Ultima curiosità: i semi del carrubo vengono chiamati anche carati: dal nome greco delle carrube (kerátion) deriva il "carato", l'unità di misura per la massa di materiali preziosi. Questo uso storico dei semi di carrubo è legato all'antica credenza (in seguito dimostrata falsa) nella loro sorprendente uniformità in peso: secondo la convinzione popolare ognuno di essi avrebbe pesato esattamente un quinto di grammo, e sin dall'antichità ciò li ha resi i contrappesi ideali per le bilance utilizzate per pesare l'oro e oggetti di valore. Allora è vero che il carrubo è un albero molto prezioso!!

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Le foglie amare dello Yemen
L'aloe (Aloe vera), uno dei vegetali che oggi vanno più di moda, è una pianta succulenta della famiglia delle Asfodelacee. Ha un'ampia distribuzione ed è considerata una specie invasiva in molte parti del mondo. Si tratta di una pianta senza gambo o con gambo molto corto che cresce fino a 60-100 centimetri di altezza. Le foglie sono spesse e carnose, color verde o grigio-verde, con alcune varietà che mostrano macchie bianche sulla superficie superiore e inferiore del gambo. Il margine della foglia è seghettato e presenta piccoli dentelli bianchi. I fiori sono prodotti in estate su una spiga alta fino a 90 cm; ogni fiore è pendulo, con una corolla tubolare gialla di 2-3 cm di lunghezza. L'Aloe vera forma la mycorrhiza arbuscolare, una simbiosi in cui il fungo simbionte  penetra nelle cellule corticali delle radici di una pianta vascolare formando arbuscoli. Ciò consente alla pianta un migliore accesso ai nutrienti minerali nel terreno.
Il nome del genere Aloe deriva dalla parola araba alloeh, che significa "sostanza amara" o dall'ebraico אוהלים "ahalim", plurale di אוהל "ahal", con lo stesso significato, oppure ancora dal greco "alos", "sale", a motivo del suo succo amarognola che ricorda il sapore dell'acqua di mare.
L'aloe vera è considerata originaria del sud-est della penisola arabica, e precisamente delle montagne Al Hajar nell'Oman nordorientale, tuttavia è ormai ampiamente coltivata in tutto il mondo e si è naturalizzata in Nord Africa, in Sudan, nella regione portoghese dell'Algarve, nelle aree selvagge della Spagna meridionale, nelle Isole Canarie, a Capo Verde e e Madeira. Le odierne tecniche basate sull'analisi del DNA suggeriscono che l'Aloe vera è imparentata con l'Aloe perryi, una specie endemica dello Yemen. L'aloe vera è da sempre usata nella medicina tradizionale come trattamento per la pelle, da cui il suo largo uso nel campo dei cosmetici: i primi documenti del suo utilizzo in questo secolo risalgono addirittura al IV millennio a.C. L'uso dell'aloe è testimoniato da alcune tavolette cuneiformi ritrovate sul finire dell'Ottocento da un gruppo di archeologi nella città mesopotamica di Nippur, nei pressi di Bagdad, databili attorno al 2000 a.C.: « le foglie assomigliano a foderi di coltelli ». L'aloe era nota e utilizzata anche presso gli egizi, ed è citata nel "Papiro Ebers" del 1550 a.C. tra i preparati per l'imbalsamazione (da qui il nome "pianta dell'immortalità") o per la cura e l'igiene del corpo o come cicatrizzante. Per il suo uso come unguento prima della sepoltura è citato anche nel Vangelo di Giovanni: « Nicodemo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, portò circa cento libbre di una mistura di mirra e di aloe » (Gv 19,39) e in seguito nel Codex Juliana Anicia del 512 d.C. (Juliana Anicia era la figlia di Anicio Olibrio, uno degli ultimi Imperatori Romani d'Occidente). La specie è stata introdotta in Cina e in varie parti dell'Europa meridionale nel XVII secolo. La specie fu descritta per la prima volta da Carlo Linneo nel 1753 come Aloe perfoliata, e poi nuovamente nel 1768 dal botanico olandese Nicolaas Laurens Burman (1734-1793) come Aloe vera. Precedentemente alla classificazione binomia introdotta da Linneo, la specie era chiamata con vari termini; il nome "vera" sta a spiegare che la pianta analizzata da Burman è stata considerata dal popolo l'unica vera aloe. Lo studio sistematico di questa pianta ebbe inizio solo nel 1959 grazie al farmacista texano Bill Coats, che mise a punto un processo per stabilizzare la polpa aprendo la strada alla sua commercializzazione dell'aloe senza più problemi di ossidazione e fermentazione. In seguito il governo USA dichiarò ufficialmente le proprietà curative di questa pianta per il trattamento delle ustioni.
L'Aloe vera è ampiamente coltivata come pianta ornamentale. La specie è apprezzata dai giardinieri moderni come pianta medicinale per i suoi fiori, la sua forma e la sua succulenza. Questa succulenza consente alla specie di sopravvivere in aree con scarse precipitazioni naturali, rendendola ideale per giardini rocciosi e in generale per giardini a basso consumo idrico. La specie è resistente nelle zone desertiche ed è intollerante al gelo intenso e alla neve. Inoltre è relativamente resistente alla maggior parte dei parassiti degli insetti, sebbene gli acari, le cocciniglie e alcune specie di afidi possano causare un declino della salute delle piante. In vaso, la specie richiede terriccio sabbioso ben drenato e condizioni ambientali luminose e ben soleggiate. Le piante di aloe possono diventare rosse a causa delle scottature sotto il sole diretto, anche se l'acclimatazione graduale può aiutarle. I vasi di terracotta sono preferibili in quanto sono porosi; le piante in vaso dovrebbero essere lasciate asciugare completamente prima di annaffiarle nuovamente. Quando sono in vaso, le aloe possono affollarli di polloni che crescono dai lati della "pianta madre"; allora possono essere divise e rinvasate per lasciare spazio a un'ulteriore crescita. Durante l'inverno può diventare dormiente, e durante tale periodo è richiesta poca umidità, ma va conservata al chiuso o in serre riscaldate, analogamente ad altre piante d'appartamento come haworthia e agave. Esiste una produzione agricola su larga scala di aloe vera in Australia, Cuba, Repubblica Dominicana, Cina, Messico, India, Giamaica, Kenya, Tanzania, Sud Africa, Spagna e Stati Uniti, gran parte della cui produzione è destinata all'industria cosmetica. Viene coltivata anche in varie zone d'Italia.
Due sostanze dell'Aloe vera, il gel trasparente di aloe (la parte interna) e il suo lattice giallo, vengono utilizzate per fabbricare prodotti in commercio. Il gel di aloe viene tipicamente utilizzato per preparare farmaci per i danni della pelle, come ustioni, ferite, congelamento, eruzioni cutanee  psoriasi, herpes labiale o pelle secca. Il lattice di aloe può essere ottenuto in forma essiccata chiamata resina, o come "succo essiccato di aloe", e viene ingerito per alleviare la stitichezza. Negli ultimi anni l'aloe vera, come le bacche di Goji e altri prodotti del nostro orto, è entrata a far parte dell'esclusivo club delle "piante miracolose" in grado di curare un po' tutto, dal mal di gola ai calli, ma il mondo scientifico ha ampiamente smontato queste voci come fake news messe in giro per i social dagli stessi produttori di integratori alimentari, saponi e cosmetici per incrementare le vendite: per dirne una, esistono prove contrastanti sull'efficacia dell'aloe vera come trattamento per ferite o ustioni. Vi sono alcune evidenze che l'uso di prodotti a base di aloe potrebbe alleviare i sintomi di psoriasi ed acne, ma vi è dissenso sulla sua reale efficacia, e per di più l'applicazione frequente in alcune persone può causare una fastidiosa reazione allergica, con conseguente dermatite da contatto con lieve arrossamento e prurito, difficoltà respiratorie o gonfiore del viso, delle labbra, della lingua o della gola. Il gel di aloe vera viene addirittura usato come ingrediente di yogurt, bevande e dessert, ma attenzione! Prima di mettervi a preparare una crostata di aloe, ricordate che a dosi elevate o prolungate l'ingestione di lattice di aloe o dell'estratto di foglie intere può essere tossica. L'aloina, un composto che si trova nel lattice semiliquido di alcune specie di aloe, era l'ingrediente comune nei prodotti lassativi da banco negli Stati Uniti fino al 2002, quando la Food and Drug Administration lo ha vietato perché i produttori non hanno fornito i dati di sicurezza necessari. L'ingestione cronica di un grammo di succo di aloe al giorno può causare effetti avversi, tra cui ematuria, perdita di peso e disturbi cardiaci o renali. È particolarmente pericoloso per le donne in gravidanza. I prodotti di aloe ingeriti possono avere interazioni avverse con i farmaci, come quelli usati per trattare coaguli di sangue, diabete, malattie cardiache e diuretici.
Di conseguenza, l'8 aprile 2021 è entrato in vigore il divieto di commercializzare in Unione Europea alimenti e integratori alimentari contenenti una famiglia di molecole chiamate idrossiantraceni, presenti anche nell'aloe, a causa dei gravi effetti nocivi per la salute (anche cancerogeni). Queste sostanze si concentrano nella parte più esterna lasciando abbastanza pulita la parte interna gelatinosa con cui si fanno le bevande, i cosmetici e il grosso delle preparazioni non purganti.  Il gel di aloe, se prodotto come si deve, non contiene queste sostanze se non in tracce. E, ovviamente, l'aloe non cura affatto il cancro, nonostante i tanti articoli pubblicati su riviste di ogni genere. Come scriveva La biotecnologa Beatrice Mautino aveva già da tempo denunciato la pericolosità degli idrossiantraceni, e parlando del lungo processo che dura da una decina di anni e che si basa sulle prove raccolte man mano dalla comunità scientifica sulla pericolosità di queste sostanze, su "Le Scienze" del giugno 2021 ha scritto: « niente di strano per il mondo alimentare e cosmetico. Siamo abituati ai regolamenti restrittivi nei confronti delle sostanze. Ma quando queste cose succedono a quei prodotti che abbiamo sempre percepito come "naturali, quindi innocui", ecco che ci crolla il mondo addosso. Per evitare che succeda di nuovo, dovremmo imparare a guardare alla natura attraverso gli occhiali della chimica e vedere le sostanze per quello che sono, a prescindere dalla loro origine! » Come darle torto?

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L'erba velenosa delle streghe
La mandragora o mandragola (Mandragora officinarum) è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanacee ma, a differenza di patate e pomodori, è originaria del bacino del Mediterraneo (Portogallo, Grecia, Medio Oriente). Si tratta di una pianta perenne senza fusto, che forma rosette di foglie dentellate e ruvide, le quali assumono una colorazione verde scuro quando la pianta è matura. Predilige i terreni calcarei soleggiati. I fiori hanno una forma a campanella con petali biancazzurri che sbocciano durante la primavera per poi originare in estate dei frutti tondeggianti di color giallo. Se masticati, questi frutti danno una sorta di ebbrezza, e se consumati in quantità sono velenosi. Le dimensioni della pianta sono molto ridotte, tanto da non superare i 5-6 cm. di altezza; durante il periodo invernale, la pianta entra in riposo vegetativo perdendo la parte aerea. La mandragora autunnale (Mandragora autumnalis) presenta un grado maggiore di tossicità rispetto alle altre mandragore.
Veniamo alla sua etimologia: il nome greco μανδραγόρας, assegnatole da Ippocrate di Coo, si rifarebbe alla radice sanscrita "mad" con il significato di "inebriante" (da cui il sanscrito "madhira", "bevanda inebriante", ma anche la nostra parola "matto") e "gar", "consumare" (da cui il sanscrito "gara", "malattia"). Deve essere invece considerata una paraetimologia rinascimentale quella che la riconduce al greco "mandra", "gregge", e "agayra", "pericoloso", cioè "pericolosa per le greggi".
La mandragora probabilmente fu il più antico dei nostri anestetici ed uno dei primi afrodisiaci conosciuti. Compare come pianta capace di favorire l'amore e la fecondità già nel Papiro Ebers (circa 1550 a.C.); alla dea Afrodite fu dato l'appellativo di "Mandragoritis". Nella medicina ippocratica era considerata un'erba medicinale, utilizzata soprattutto per le sue proprietà antidepressive. Per la sua efficacia nel favorire il concepimento, compare anche nella Bibbia con il nome di "duda'im" (plurale, il singolare è דודא, "duda"), che letteralmente significa "piante dell'amore". Infatti Rachele, la seconda ed amatissima moglie del patriarca Giacobbe, colpita da sterilità, un'infamia per le donne di quel tempo, voleva farne uso per cercare di concepire dei figli: « Al tempo della mietitura del grano, Ruben uscì e trovò delle mandragore, che portò alla madre Lia. Rachele disse a Lia: "Dammi un po' delle mandragore di tuo figlio". Ma Lia rispose: "Ti sembra poco avermi portato via il marito, perché ora tu voglia portare via anche le mandragore di mio figlio?" Riprese Rachele: "Ebbene, Giacobbe si corichi pure con te questa notte, ma dammi in cambio le mandragore di tuo figlio." La sera, quando Giacobbe arrivò dalla campagna, Lia gli uscì incontro e gli disse: "Devi venire da me, perché io ho pagato il diritto di averti con le mandragore di mio figlio." Così egli si coricò con lei quella notte.» (Gen 30,14-16) Grazie a questo afrodisiaco, Lia concepì il suo quinto figlio, Issacar. Non poteva mancare anche una citazione nel Cantico dei Cantici: « Le mandragore mandano profumo; / alle nostre porte c'è ogni specie di frutti squisiti, / freschi e secchi: / amato mio, li ho conservati per te! » (Ct 7,14)
La mandragora possiede un grosso rizoma e possenti radici; nel suo insieme, l'apparato radicale presenta una classica biforcazione e una serie di protuberanze che le fanno assumere un aspetto vagamente simile a quello del corpo umano. Proprio da questa curiosa pareidolia derivano leggende, superstizioni e riti magici vecchie forse quanto l'uomo stesso. Gli antichi sciamani ne consumavano le radici, e i suoi poteri inebrianti li facevano cadere in trance, fase durante la quale erano convinti di entrare in contatto con gli spiriti degli antenati o con il Grande Spirito. La pareidolia della strana radice i poteri allucinogeni convinsero gli uomini primitivi che la Mandragora officinarum avesse poteri magici sul corpo umano. Con l'avanzare della civiltà, gli antichi sciamani lasciarono il posto alle donne esperte di medicina, facilmente scambiate per streghe che trescavano con il diavolo (e come tali duramente punite). Nel Medioevo si diceva che le streghe avessero ideato un complesso cerimoniale per estirpare la grossa radice, poiché si diceva nel momento in cui questa veniva estirpata, emanava grida sovrumane in grado di far impazzire o uccidere colui che l'aveva estirpata. Il rituale consisteva nel proteggersi le orecchie con della cera, tracciare un cerchio magico attorno alla pianta e legare la stessa con una grossa fune ad un cane nero che correndo, smuoveva ed estirpava la pianta prima di morire; questa leggenda è riportata anche da Machiavelli nella sua commedia "La mandragola". L'estirpazione doveva necessariamente avvenire nella notte tra il venerdì ed il sabato, mentre venivano recitate lunghe formule magiche. Forse nelle favole delle streghe che volano a cavalcioni delle loro scope (e anche della Befana, loro versione odierna e più rassicurante) c'è un fondo di verità: per via dei suoi poteri allucinogeni, le donne medievali esperte di medicina e divinazioni, dopo aver bevuto pozioni a base di radice polverizzata di mandragora, ninfea e papavero sciolti nel vino, avevano terribili allucinazioni e sostenevano di aver davvero volato sulle loro scope.
Per tutti questi motivi, la mandragora costituì uno degli ingredienti principali per la maggior parte delle pozioni mitologiche e leggendarie. È raffigurata in alcuni testi di alchimia con le sembianze di un uomo o un bambino, il che ne faceva una creatura a metà tra il regno vegetale e animale (come il meno noto agnello vegetale della Tartaria, che secondo i bestiari medioevali sarebbe nato dai frutti di una pianta esotica). In un trattato sulla licantropia pubblicato nel 1615, si parlava dell'uso di un magico unguento a base di mandragora che permetteva la trasformazione in animali, e quindi anche in uomini-lupo; in effetti, l'azione allucinogena dei fittoni poteva portare un uomo ad emettere versi animaleschi e ad un'andatura quadrupede. Secondo una macabracredenza popolare, le mandragore nascevano dallo sperma lasciato cadere dagli impiccati in punto di morte. È considerata una pianta magica anche dalla moderna Wicca (un famoso culto neopagano), in particolare nelle notti di plenilunio, guarda caso quelle in cui apparirebbero i licantropi...
Col tempo e con lo studio scientifico delle sue reali proprietà, la mandragora ha perso il suo prestigio magico. Oggi le si riconoscono in effetti proprietà narcotiche, ed è considerata molto tossica. Le sue radici contengono infatti un gruppo di alcaloidi, la cui azione è simile a quella dell'atropina che si estrae dalla belladonna: a basse dosi è uno spasmolitico, ma in dosi superiori a 3 mg è un veleno che provoca la paralisi letale del sistema nervoso centrale. Tra gli effetti che l'atropina produce nel cervello vi sono visione offuscata, dilatazione delle pupille, secchezza della bocca, difficoltà di minzione, vertigini, mal di testa, vomito, arrossamento e tachicardia, oltre ai già ben noti effetti allucinogeni.
La mandragola è al centro dell'omonima rappresentazione teatrale di Niccolò Machiavelli (1469-1527), scritta tra il 1514 e il 1515, e considerata il capolavoro del teatro italiano del Cinquecento, oltre che un classico della drammaturgia italiana. Composta da un prologo e cinque atti, è una potente satira sulla corruzione della società italiana dell'epoca. La storia si svolge a Firenze nel 1504: Callimaco è innamorato di Lucrezia, moglie dello sciocco dottore in legge messer Nicia, che si lamenta per la mancanza di figli. Con l'aiuto dell'astuto amico Ligurio, Callimaco, travestito da famoso medico, riesce a convincere messer Nicia che l'' modo per avere figli sia di somministrare a sua moglie una pozione di mandragola (da qui il titolo della commedia), ma il primo che avrà rapporti con lei morirà. Ligurio quindi propone a Nicia una geniale soluzione, cioè che a morire sia un semplice garzone: Nicia rimane perplesso, visto che qualcuno dovrà giacere con sua moglie, la quale però è l'unica a farsi scrupoli (non se li fanno né sua madre Sostrata né fra' Timoteo). Naturalmente Ligurio ha pensato all'amico Callimaco, che si travestirà da garzone e giacerà con Lucrezia. In una scena famosa e molto divertente, il falso garzone (Callimaco) viene colpito in testa e portato a casa di Nicia, e poi infilato nel letto insieme a Lucrezia. Questa, che nel frattempo è stata convinta a consumare il rapporto adulterino da fra' Timoteo, accetta, e nel momento in cui scopre la vera identità di Callimaco, passa con lui una piacevolissima notte e decide di diventare sua amante. Dopo la notte degli inganni, assunte nuovamente le sembianze del medico, Callimaco ottiene dall'ingenuo Nicia, contento della futura paternità, il permesso di abitare in casa sua e quindi di godere, non visto, delle grazie di Lucrezia. Nel corso della storia, "la Mandragola" ebbe talmente successo che Voltaire espresse l'opinione che questa da sola valesse più di tutte le commedie di Aristofane, e nelle sue memorie Carlo Goldoni raccontava che, a diciassette anni, aveva divorato la commedia, di nascosto, leggendola dieci volte. L'opera di Machiavelli ha avuto nel 1965 una versione cinematografica diretta da Alberto Lattuada e interpretata da Philippe Leroy nel ruolo di Callimaco, Rosanna Schiaffino nel ruolo di Lucrezia, Romolo Valli nel ruolo del notaio Nicia, Nilla Pizzi nel ruolo di Sostrata e Totò nella parte di frate Timoteo.
La mandragola è citata anche in "Antonio e Cleopatra" di Shakespeare (1607). Nel romanzo "Il mandragolo" (1979) di Luigi Santucci (1918-1999) il protagonista Demo, un essere deforme, ma dotato di straordinari poteri medianici, viene paragonato alla pianta magica. La mandragora si trova anche citata tra le piante magiche del bestseller "Harry Potter e la camera dei segreti" (1998) e dell'omonimo film da esso tratto (2002), nel film "Shakespeare in Love" (1998), nel nome di due personaggi dell'anime e manga cult "I Cavalieri dello Zodiaco", nonché nel film di Stefano Bessoni "Krokodyle", dove una mandragola viene utilizzata nel processo di fabbricazione di un homunculus (un essere vivente artificiale), e nella famosa serie di videogiochi fantasy "Castlevania". Nel film di animazione di Iginio Straffi "Winx Club - Il segreto del regno perduto" (2007) uno dei personaggi ostili alle fate si chiama Mandragola.
Infine, Mandragora in inglese si traduce con "mandrake", e Mandrake è il nome di un personaggio dei fumetti creato nel 1934 da Lee Falk (1911-1999), dotato di superpoteri basati sull'illusionismo; è divenuto famoso in tutto il mondo e particolarmente in Italia, dove nacque il modo di dire "Non sono mica Mandrake!" per indicare l'impossibilità di fare qualcosa. Falk, negli anni trenta ancora giovane pubblicitario, affascinato dagli spettacoli di illusionismo, pensò di realizzare un fumetto incentrato sulla figura di un mago il cui nome richiamava la mandragora, e vestito con frac, cilindro e mantello, tipico abito dei prestigiatori. Pochi sanno che Mandrake è ispirato a un mago realmente esistito, tale Leon Mandrake, che si accordò con Falk affinché questi non rivelasse mai la sua fonte di ispirazione, per consentire all'amico mago di sfruttare la popolarità del personaggio. Pare che Federico Fellini volesse girare un film incentrato sul personaggio, che sarebbe stato interpretato dal suo attore feticcio Marcello Mastroianni, mentre il ruolo di Lothar, il forzuto servo nero di Mandrake, sarebbe andato addirittura ad un giovane Cassius Clay; ma purtroppo non fu mai realizzato. Cara mandragora, anche al giorno d'oggi, lasciatelo dire: più magica di così!

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Le bacche rosse di Natale
L'agrifoglio (Ilex aquifolium), detto anche aquifoglio o alloro spinoso, è una pianta appartenente alla famiglia delle Aquifoliacee. E' un albero sempreverde dioico alto fino a 10 metri, con la chioma piramidale, corteccia liscia grigia e rami verdastri. L'agrifoglio conta circa quattrocento specie tra arbusti ed alberi. Oggi l'agrifoglio si trova in Asia occidentale e in Europa, in particolare nel sottobosco di querce e faggete. Lungo la costa occidentale degli Stati Uniti e del Canada, dalla California alla Columbia Britannica, l'agrifoglio inglese non nativo si è dimostrato molto invasivo, diffondendosi rapidamente nell'habitat della foresta nativa, dove prospera all'ombra e spazza via le specie autoctone. Cresce spontaneo in Italia, con fogliame che a prima vista sembra sempreverde: in realtà le foglie vivono per un anno, e poi cadono, ma non si rinnovano tutte contemporaneamente. Le foglie sono di colore verde scuro lucente, molto decorative, con varietà variegate di bianco, crema o giallo. I fiori sono piccoli e riuniti in fascetti ascellari, unisessuali, con quattro petali di colore bianco o rosato; durante l'inverno danno vita a drupe sferiche di colore rosso vivo lucente, contenenti da due a quattro semi triangolari. I frutti fanno forte contrasto con il colore delle foglie, che sono ovali, coriacee, con margine spinoso. Quando le foglie dell'agrifoglio vengono danneggiate o rosicchiate, la pianta attiva i geni per renderle spinose nella ricrescita, e proteggerle da ulteriori attacchi; per questo sugli alberi di agrifoglio più alti, le foglie superiori (che sono fuori portata) hanno i bordi lisci, mentre le foglie inferiori sono spinose; da qui viene il nome della pianta, dal latino "acrifolium", "pianta dalle foglie aguzze". L'agrifoglio è una robusta specie pioniera che resiste al caldo e non teme le temperature rigide, sebbene alcune varietà come l'Ilex cornuta mostrino una maggior sensibilità al gelo. Per questo, dove gli inverni sono più rigidi, bisogna provvedere alla pacciamatura (cioè alla ricopertura del terreno superficiale con paglia, foglie secche o letame. Gradisce posizioni ombreggiate o di sottobosco, terreno acido o semi-acido, fertile e ricco di humus. La moltiplicazione avviene con la semina dei semi freschi, per mezzo di talea, per margotta o anche per innesto. Ilex aquifolium è ampiamente coltivato in parchi e giardini nelle regioni temperate, ed è spesso usato per le siepi, poiché le foglie spinose le rendono difficili da penetrare, e si prestano bene alla potatura e alla sagomatura. Il legno di Ilex aquifolium era una volta uno dei legni tradizionali per realizzare le cornamuse scozzesi.
Durante il Cenozoico la regione mediterranea, l'Europa e l'Africa nordoccidentale avevano un clima più umido ed erano in gran parte ricoperte da foreste di alloro; l'agrifoglio era una tipica specie rappresentativa di questo bioma, insieme a molte specie attuali del genere Ilex. Con l' inaridimento del bacino del Mediterraneo durante il Pliocene, le foreste di alloro si ritirarono gradualmente, sostituite da comunità vegetali più resistenti alla siccità. Ancor oggi a Piano Pomo, sul versante nordorientale del Massiccio del Carbonara nelle Madonie (in provincia di Palermo) cresce una cinquantina di grandi piante di agrifoglio, che in una valle dal suolo siliceo e profondo a 1400 metri di altitudine hanno trovato il loro optimum climatico, raggiungendo dimensioni ragguardevoli: la pianta più vecchia ha almeno 900 anni.
Nonostante nel linguaggio corrente siano considerati sinonimi, agrifoglio e pungitopo non sono la stessa pianta: il secondo appartiene alla specie Ruscus aculeatus. Agrifoglio e pungitopo differiscono tra loro nelle foglie (quelle dell'agrifoglio sono verde scuro) e nei fiori che hanno colori diversi. Entrambe le piante venivano usate nelle dispense intorno a salumi e formaggi per tenere lontani i topi: da qui il nome volgare di "pungitopo"!
L'alto contenuto di ilicina come meccanismo di difesa da parte della pianta contribuisce a rendere l'agrifoglio tossico per gli esseri umani poiché irrita lo stomaco e l'intestino, e altri componenti lo rendono dannoso per il sistema nervoso e per il cuore. L'ingestione di appena venti bacche può essere mortale per un adulto. Tuttavia, alle giuste dosi, l'agrifoglio è molto usato nella medicina popolare. Il decotto delle giovani radici raccolte in autunno è diuretico, mentre il decotto della corteccia raccolta in qualunque periodo dell'anno vanta proprietà febbrifughe. L'infuso delle foglie raccolte prima della fioritura e fatte essiccare all'ombra ha proprietà calmanti, febbrifughe e curative dell'itterizia, grazie alla ilicina in esso contenuta. Invece i frutti raccolti a maturazione da ottobre a dicembre e fatti essiccare al calore hanno azione purgativa. Un tempo le foglie non spinose erano anche usate come foraggio per gli animali.
Per via delle sue spettacolari bacche rosse come sangue, l'agrifoglio è una pianta considerata magica fin da prima dell'avvento del cristianesimo: si dice che proteggesse dai demoni e portasse fortuna. I suoi primi utilizzi risalgono all'Irlanda, dove anche le famiglie più povere potevano permettersi di utilizzarlo per realizzare corone con cui decorare le proprie abitazioni. I popoli germanici celebravano la rinascita del sole al solstizio d'inverno nella festa di Yule (analoga alla nascita del Sol Invictus presso i Romani): la rinnovata ascesa del sole in cielo che iniziava al solstizio era simbolicamente inscenata come una battaglia tra la quercia estiva e l'agrifoglio invernale. Inoltre le rosse bacche dell'agrifoglio rappresentavano la fertilità durante la profonda oscurità invernale, una promessa di ritorno di luce e calore. Secondo una nota leggenda, Baldur ("Signore"), il dio norreno del bene, ucciso a tradimento dal suo malvagio fratello Loki con una freccia fatta di vischio, cadde sopra una pianta di agrifoglio, e per aver accolto il corpo del figlio venne benedetta da Odino: il sangue di Baldur fu trasformato appunto nelle bacche rosse che da allora lo decorano.
Successivamente i Cristiani, che hanno sempre soppiantato le festività pagane sovrapponendo ad esse dei nuovi significati, decisero di porre la data del Natale proprio il 25 dicembre, perchè Cristo è il vero Sole Invincibile dell'universo. Ovviamente molti simboli della tradizione precedente, come l'agrifoglio, persistettero alla ridefinizione operata dai primi cristiani, e per questo l'agrifoglio divenne una delle piante simbolo del Natale. Infatti, secondo i nostri teologi la struttura della foglia ricorda la corona di spine di Gesù Cristo e i frutti rossi il suo sangue, semplicemente sostituendo il sacrificio di Cristo alla morte di Baldur, con la differenza che il primo ha offerto la salvezza a tutta l'umanità. Inoltre i boccioli bianchi sarebbero immagine della purezza della Madonna. Dopo la conversione dei popoli nordici al cristianesimo, nacque la leggenda secondo cui le bacche dell'agrifoglio derivassero dal sangue coagulato di un pastore che nel recare doni a Gesù si era ferito con le foglie pungenti della pianta (ennesima versione del ferimento a morte di Baldur). Una leggenda natalizia racconta che un bambino molto povero era insieme ai pastori nel momento in cui gli angeli annunciarono loro la nascita di Gesù. Egli si mise in cammino verso Betlemme con tutti gli altri, e come regalo al Re dei Giudei portò una corona intrecciata con dei rami dalle foglie spinose. Quando si trovò davanti alla grotta, tuttavia, si vergognò per il suo dono così misero, tanto da mettersi a piangere. Le lacrime si posarono sulla corona al cospetto del Bambinello, ed ecco che le foglie cominciarono a brillare di un verde intenso, e le lacrime si trasformarono in bacche rosse, in questo caso originate non dal sangue di un Dio ucciso, ma dall'amore di un Dio neonato. Le proprietà magiche dell'agrifoglio fanno sì che esso sia uno dei componenti della bacchetta magica acquistata da Harry Potter prima di essere ammesso nella scuola di magia di Hogwarts. Caro agrifoglio, non sarai magico quanto la mandragora, però ti difendi bene!

Primo piano dell'agrifoglio che cresce nel giardino dell'autore di questo sito

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La pera alligatore
Una volta, quindici anni fa, io e mia mamma abbiamo comprato un avocado e abbiamo cercato di mangiarlo come se fosse una pera, con il risultato che ci ha stomacato e non ne abbiamo preso più per molto tempo; solo in seguito abbiamo scoperto che non è un frutto bensì una verdura, e va consumato in insalata o come contorno di secondi piatti (sarebbe stato come se avessimo cercato di sbucciare un platano e di mangiarlo in macedonia... bleah!) Da allora, l'avocado compare spesso sulla mia tavola. Anche se forse non ci crederete, l'albero di avocado (nome scientifico Persea americana) è un albero sempreverde di medie dimensioni della famiglia dell'alloro (le Lauracee). Si tratta di un albero che cresce fino a venti metri, con un diametro del tronco compreso tra 0,3 e 0,6 m. È originario anch'esso delle Americhe ed è stato domesticato per la prima volta dalle tribù mesoamericane più di 5.000 anni fa. Allora come oggi era apprezzato per i suoi frutti grandi e insolitamente oleosi.
Probabilmente ha avuto origine nella valle di Tehuacan, nello stato messicano di Puebla, sebbene le prove fossili suggeriscano tre possibili domesticazioni separate dell'avocado, che hanno dato vita alle varietà autoctone attualmente riconosciute in  Messico (aoacatl), in Guatemala (quilaoacatl) e nell'India occidentale  tlacacolaocatl). Le varietà autoctone messicane e guatemalteche hanno avuto origine negli altopiani di quei paesi, mentre la varietà autoctona dell'India occidentale è stata ivi trapiantata dal Sudamerica. È molto probabile che le tre razze autoctone separate si fossero già mescolate nell'America precolombiana, e sono descritte nel cosiddetto Codice Fiorentino, scritto nel 1577 dal missionario fra Bernardino de Sahagún. I primi abitanti della costa settentrionale del Perù vivevano in accampamenti temporanei in una zona umida e mangiavano avocado, insieme a peperoncini, molluschi, squali, uccelli e leoni marini. La scoperta più antica di un nocciolo di avocado proviene dalla grotta di Coxcatlan, risalente a circa 9.000 anni fa! Anche altre grotte nella valle di Tehuacan risalenti all'incirca allo stesso periodo mostrano le prime prove della presenza e del consumo di avocado. Esistono prove del consumo dell'avocado nei siti della civiltà Norte Chico in Perù di almeno 3.200 anni fa e a Caballo Muerto in Perù di circa 3.800 anni fa! Nella città preincaica di Chan Chan è stato scoperto un vaso a forma di avocado, risalente al 900 d.C. La varietà selvatica e non domesticata è nota come crioll, è piccola con buccia nera e un grande seme. Nel 1982 il biologo evoluzionista Daniel H. Janzen suggerì che l'avocado sia un esempio di "anacronismo evolutivo", cioè di un frutto evolutosi per via della relazione con la megafauna sudamericana ormai estinta (come i bradipi terrestri giganti o i gonfoterii), perchè la maggior parte dei grandi frutti carnosi serve alla funzione di dispersione dei semi, compiuta dal loro consumo da parte di animali di grossa taglia. Ci sono alcune ragioni per pensare che il frutto, con il suo nocciolo leggermente tossico, sia stata concepito per per essere inghiottito intero dalla megafauna del Pleistocene ed espulso nello sterco, pronto a germogliare: infatti nessun animale oggi ancora esistente è abbastanza grande da disperdere efficacemente i semi di avocado in questo modo.
Il primo resoconto scritto conosciuto dell'avocado in Europa è quello di Martín Fernández de Enciso (1470–1528) nel suo libro del 1518 "Suma De Geographia Que Trata De Todas Las Partidas Y Provincias Del Mundo". La parola avocado deriva dallo spagnolo aguacate, che a sua volta viene dalla parola nahuatl "āhuacatl"; secondo la cultura popolare questa parola significherebbe "testicolo" per la sua forma, ma si tratta di una paraetimologia; al contrario, è probabile che la parola che designava l'avocado sia stata usata in Nahuatl come un eufemismo per indicare il testicolo. La vera etimologia è sconosciuta. La pianta fu introdotta in Spagna nel 1601, in Indonesia intorno al 1750, a Mauritius nel 1780, in Brasile nel 1809, negli Stati Uniti nel 1825, in Sudafrica e Australia alla fine del XIX secolo. Prima del 1915, l'avocado era comunemente indicato in California come ahuacate e in Florida come pera alligatore (corruzione dell'antico spagnolo "avogato"). In Argentina, Cile, Perù e Uruguay si usa inveceuna parola derivata dal quechua, "palta". È invece noto come "frutto del burro" in alcune parti dell'India e a Hong Kong. Botanicamente parlando, anche l'avocado è una bacca, che contiene un ' grande seme. L'albero si ricopre di migliaia di fiori ogni anno, che spuntano dai racemi vicino all'ascella delle foglie; sono piccoli e poco appariscenti. Gli alberi di avocado sono in parte autoimpollinanti e spesso vengono propagati tramite innesto, per mantenere una produzione di frutta costante. Oggi l'avocado è coltivato in quasi tutti i paesi dal clima tropicale e mediterraneo. Il Messico è il principale produttore mondiale di avocado, dato che ha fornito quasi il 30% del raccolto globale del 2020; seguono a ruota Repubblica Dominicana, Perù e Indonesia. I frutti delle varietà domestiche hanno polpa liscia, burrosa, verde-dorata; a seconda della cultivar, gli avocado hanno buccia verde, marrone, violacea o nera e possono essere a forma di pera, a forma di uovo o sferica. Per scopi commerciali anche questi frutti vengono raccolti acerbi e maturati dopo la raccolta.
Nelle principali regioni di produzione come il Messico, il Cile e la California, il fabbisogno idrico degli allevamenti di avocado mette a dura prova gli agricoltori locali: secondo le informazioni pubblicate dal Water Footprint Network, per far crescere un avocado occorrono in media circa 70 litri d'acqua per chilo di avocado prodotto! Il fabbisogno idrico per la coltivazione degli avocado è tre volte superiore a quello delle mele e 18 volte superiore a quello dei pomodori. E così, si prevede che il riscaldamento globale comporterà cambiamenti significativi nelle zone di coltivazione adatte per gli avocado e metterà ulteriori pressioni sui luoghi in cui vengono prodotti a causa delle ondate di calore e siccità. La coltivazione di avocado è inoltre accusata di favorire la deforestazione e crea preoccupazioni per i diritti umani, visto che buona parte del controllo della loro produzione in Messico è in mano alla criminalità organizzata, che tratta i lavoratori come veri e propri schiavi (ricordate le banane Chiquita?) Il frutto delle cultivar orticole ha un contenuto di grassi notevolmente più elevato rispetto alla maggior parte degli altri frutti, per lo più grassi monoinsaturi, e come tale funge da alimento base importante nella dieta dei consumatori che hanno un accesso limitato ad altri alimenti grassi (carne e pesce, latticini). Avendo un alto punto di fumo, l'olio di avocado è costoso rispetto ai comuni oli per insalata e da cucina, ed è usato principalmente per insalate o salse. Un avocado maturo cede a una leggera pressione quando viene tenuto nel palmo della mano e schiacciato. La polpa tende all'imbrunimento enzimatico, come mele e pere, diventando rapidamente marrone per esposizione all'aria; per evitare ciò, è possibile aggiungere succo di lime o limone agli avocado dopo averli sbucciati. L'avocado è comune nella cucina vegetariana come sostituto della carne nei panini e nelle insalate a causa del suo alto contenuto di grassi. Generalmente viene servito crudo, anche se alcune cultivar, inclusa la comune "Hass", possono essere cotte per un breve periodo senza diventare amare. È usato come base per la salsa messicana nota come guacamole, da spalmare su tortillas di mais o pane tostato, servito con spezie. Nel 2022 uno studio che ha seguito 110.487 persone per 30 anni ha scoperto che mangiare due porzioni di avocado a settimana riduce il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari del 20%. Alcuni lavori s.cientifici indicano che l'avocado è un frutto ipocolesterolemizzante; inoltre fa bene alla gola, perché le sue proprietà grasse sciolgono le placche. Contiene poi beta-carotene, vitamine C, E, e K, glutatione, folati, e potassio in concentrazione maggiore rispetto alle banane. L'avocado è anche un cosmetico naturale: può essere utilizzato per creare maschere idratanti per la pelle ed è un alleato per contrastare l'invecchiamento della pelle. Alcune persone però hanno reazioni allergiche all'avocado, soffrendo di orticaria, dolori addominali e vomito. È inoltre documentato che le foglie, la corteccia, la pelle o il nocciolo di avocado sono velenosi per cani, gatti, bovini, capre, conigli e cavalli: le foglie di avocado contengono infatti un componente tossico, la persina. L'albero di avocado può essere coltivato anche come pianta decorativa d'appartamento. Il nocciolo germina in condizioni normali parzialmente sommerso in un piccolo bicchiere d'acqua.La pianta normalmente cresce abbastanza alta da poter essere potata; non porta frutti a meno che non goda di una forte luce solare. In Italia si è cominciato a coltivarlo in alcune zone della Sicilia, della Calabria e della Sardegna, e pare che i frutti ottenuti siano particolarmente apprezzati. Quella dell'avocado oggi è un'avanzata inarrestabile che prosegue da anni, spalleggiata anche dalla propaganda social di molti influencer che, esaltandone gusto e consistenza, hanno acceso i riflettori sulle proprietà benefiche di questo alimento e lo hanno reso popolarissimo tra i Millenials. Ah, ricordatatevi che il 31 luglio è la Giornata Mondiale dell'Avocado!

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Il frutto giallo di Mao
Ora parliamo del mango, ovviamente non del cantante nativo di Lagonegro, provincia di Potenza (Giuseppe Mango è proprio il suo cognome, non è un nome d'arte!) Il nome botanico Mangifera indica caratterizza un frutto diffuso nei paesi con clima tropicale, che appartiene alla famiglia delle Anacardiaceae. Originario dell'India, del Pakistan e della Birmania, dove cresce ancora spontaneamente, è noto da tempi immemorabili per le sue proprietà e, soprattutto, per la sua polpa gialla e dolce con un retrogusto acidulo, in alcune varietà leggermente piccante, con un retrogusto di pera e anice.
Coltivato da oltre 4.000 anni, oggi il mango è il frutto nazionale di India, Pakistan e Filippine ed è l' albero nazionale del Bangladesh. In un suo editto l'imperatore indiano Maurya Ashoka, vissuto poco dopo Alessandro Magno, scrisse: « Sulle strade ho fatto piantare alberi di banani, in modo che potessero offrire ombra al bestiame e agli uomini, e dei boschetti di mango ». Il poeta sanscrito classico Kālidāsa ha cantato le lodi dei mango, e nell'India medievale il poeta indo-persiano Amir Khusrow definì il mango « il frutto più bello dell'Hindustan ». Il fondatore dell'Impero Moghul, Babur, ne amava particolarmente i frutti, e il suo successore Akbar (1556-1605) pare abbia piantato un frutteto di oltre 100.000 alberi di mango vicino a Lahore! Dall'India si diffuse rapidamente in tutto il mondo: già nel XVI secolo gli arabi lo introdussero in Africa e i portoghesi lo stabilirono in America Centrale e Meridionale. L'incontro con la civiltà europea risale proprio ai tempi dei primi colonizzatori portoghesi, che all'inizio del sedicesimo secolo fecero propria la parola Tamil "maangai", che potrebbe significare "sotto salamoia". Oggi il primo produttore mondiale è l'India, seguita da Indonesia, Cina e Messico; come altri frutti esotici, viene raccolto prima della completa maturazione e continua a maturare nei cesti di frutta. Sono note diverse centinaia di specie, ma solo alcune vengono commercializzate. La varietà "Tommy Atkins", la più venduta con l'80% del mercato viene dalla Florida, resiste bene ai trasporti, è ricca di fibra e dura a lungo, ma è anche meno succosa. La "Keitt" è una varietà tardiva piuttosto grande, la polpa è dolce e succosa, ma dalla consistenza fibrosa. Conosciuto da molto tempo nel Regno Unito attraverso piatti di ispirazione indiana, apparve solo in ritardo sulle nostre tavole italiane, dove rimase per lungo tempo confinato ai pasti delle feste per le famiglie facoltose: era ancora considerato un cibo di lusso negli anni '70.
Il mango è un frutto carnoso, più o meno ovale, che misura in media 10 cm. La sua pelle verdastra è screziata di rosso e giallo, mentre la polpa giallo-arancione è attaccata a un grosso nocciolo appiattito. Il contenuto di zucchero e quindi il valore calorico variano a seconda del grado di maturazione: più è maturo, più è dolce. Composto per oltre l'80% da acqua e per circa il 15% da carboidrati, cento grammi di frutto assicurano in media 56,7 kcal, vitamina B3 e C, potassio, fosforo, magnesio e di carotenoidi, tra cui il  betacarotene, oltre ad una significativa presenza di importanti aminoacidi come lisina, arginina, acido aspartico, leucina e serina. Questo frutto tropicale è anche molto ricco di sostanze antiossidanti come i polifenoli, in particolare l'acido gallico. Oltre ad essere un ottimo dissetante con il suo gusto dolce, è un vero toccasana per il nostro benessere, essendo una buona fonte di fibre solubili; come altri frutti tropicali svolge una decisa azione antiossidante, ha un basso carico glicemico ed è indicato per certe diete, dando una sensazione di sazietà. Alcuni studi condotti sul mango hanno dimostrato che il suo succo ha un effetto antitumorale sulle cellule in vitro, ma è ancora da dimostrare se queste proprietà persistono dopo che il succo viene digerito o assorbito dal corpo umano. Nel complesso, l'effetto antitumorale può essere spiegato dal suo contenuto di polifenoli. Inoltre, sembra che le varietà Haden e Ataulfo abbiano un'attività preventiva maggiore rispetto alle altre. La maggior parte della fibra solubile del mango è pectina, in quantità paragonabili a quelle di mela e banana. Controindicazioni? È moderatamente calorico, dolce e molto ricco di valori nutrizionali, quindi l'elevata quantità di zuccheri presenti in questo frutto lo sconsiglia per chi soffre di diabete. Inoltre la sua buccia è ricca di sostanze irritanti come le oleoresine, che potrebbero causare addirittura dermatiti da contatto; per questo, è fondamentale sbucciarlo prima di mangiarlo ed evitare il contatto della buccia con le labbra. Oltre al consumo crudo e in macedonia, il mango si presta ad un'ampia rosa di utilizzi in cucina, ad esempio in quella sudamericana dove è un ingrediente di primi e secondi piatti, come la cheviche. Si sposa infatti perfettamente con la carne e il pesce. Il mango è usato per fare marmellate, il cosiddetto "amchur" (mango acerbo essiccato e in polvere) e persino sottaceti. I mango maturi vengono spesso tagliati in fette sottili ed essiccati, oppure usati per preparare succhi, frullati, gelati e cocktail. È popolare su un bastoncino intinto in polvere di peperoncino piccante e sale o come ingrediente principale in combinazioni di frutta fresca. In America centrale, il mango viene consumato verde, mescolato con sale, aceto, pepe nero e salsa piccante. Le consuete curiosità per concludere. La dea giainista Ambika è tradizionalmente rappresentata seduta sotto un albero di mango, e i fiori di mango sono usati anche nel culto della dea Saraswati. Le foglie di mango decorano archi e porte nelle case indiane durante matrimoni e celebrazioni; i motivi a forma di mango sono ampiamente utilizzati in diversi stili di ricamo indiano e si trovano negli scialli del Kashmir e nei sari di seta. Nel Tamil Nadu il mango è indicato come uno dei tre frutti reali, insieme alla banana e al giaca; questa triade è nota come ma-pala-vazhai. Infine, i mango sono stati oggetto di culto in Cina durante la Rivoluzione Culturale come simboli del (presunto) amore di Mao Zedong per il suo popolo, anche se per lui sarebbe stato meglio, anziché amare i manghi, evitare la strage di tanti suoi connazionali!

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La palma della Caria (o no?)
E ora occupiamoci della papaia. La Carica papaya è una delle 21 specie nel genere Carica della famiglia delle Caricacee. Fu domesticata per la prima volta nell'odierno Messico meridionale e nell'America centrale; nella Florida meridionale venne introdotta dagli antenati dei Calusa non più tardi del 300 d.C. Gli spagnoli la introdussero nel Vecchio Mondo fin dal XVI secolo. Il termine "Carica" deriva dal greco "Caria" usato da Linneo per la somiglianza delle sue foglie con l'albero di Ficus carica, che cresceva appunto nella regione anatolica della Caria, mentre "papaia" proviene dal termine ispano-americano "papayo", derivato a sua volta dal termine Arawak "papaw", il cui significato originario si è perso nella notte dei tempi. Prima dell'arrivo degli europei, in Messico era chiamata Chichihualtzapotl, che in nahuatl significa "frutto dolce da balia", ed era un frutto particolarmente connesso con la fertilità.
La papaia è un albero piccolo, scarsamente ramificato, vagamente simile alla palma, di solito con un ' fusto che cresce da 5 a 10 m di altezza, con foglie disposte a spirale nella parte superiore del tronco. Le foglie misurano 50-70 cm di diametro, lobate e palmate, con sette lobi, ricche di lattice. Le piante di papaia crescono in tre sessi: maschio, femmina ed ermafrodita. Il maschio produce solo polline, mai frutti; la femmina produce piccoli frutti non commestibili, a meno che non vengano impollinati; l'ermafrodita può autoimpollinarsi poiché i suoi fiori contengono sia stami maschili che ovaie femminili; quasi tutti i frutteti commerciali di papaia contengono solo piante ermafrodite. I fiori maschili e femminili compaiono nell'ascella delle foglie, sono profumati, aperti di notte e impollinati dal vento o dagli insetti. Il frutto è una grande bacca compresa tra 15 e 45 cm di lunghezza e 10–30 cm di diametro; è maturo quando è morbido al tatto, la sua buccia ha raggiunto una tonalità da ambra ad arancione e lungo le pareti della grande cavità centrale sono fissati numerosi semi neri. La buccia, la polpa e i semi della papaia contengono una varietà di sostanze fitochimiche, inclusi carotenoidi e polifenoli. La coltivazione della papaia è oggi quasi pantropicale, abbracciando le Hawaii, l'Africa centrale, l'India e l'Australia. Nelle coltivazioni cresce rapidamente, fruttificando entro tre anni, ma è molto sensibile al gelo, e quindi eventuali temperature sotto zero in Florida (a volte capita) risultano fatali per le coltivazioni. Preferisce terreni sabbiosi e ben drenati, poiché l'acqua stagnante può uccidere la pianta entro 24 ore. Vengono comunemente coltivati due tipi di papaia: uno ha polpa dolce, rossa o arancione e l'altro ha polpa gialla; entrambi i tipi, raccolti verdi, sono chiamati "papaia verde". Primo produttore al mondo è l'India, seguito da Repubblica Dominicana, Brasile, Messico e Indonesia. In Italia può essere coltivata sulle coste siciliane e su quelle meridionali calabresi, tuttavia a causa delle basse temperature invernali fruttifica solo da aprile a novembre, a differenza delle regioni tropicali dove fruttifica tutto l'anno. Gli Stati Uniti invece sono il più grande consumatore di papaia in tutto il mondo.
Carica papaya è stato peraltro il primo albero da frutto transgenico il cui genoma è stato sequenziato! In risposta all'epidemia del virus PRV (Papaya Ringspot Virus) che ha flagellato le Hawaii nel 1998,  è stata approvata e immessa sul mercato una papaia geneticamente modificata, ottenuta da alcuni ricercatori filippini ibridando la papaia con Vasconcellea quercifolia. La papaia quando non è matura rilascia un lattice, causando probabilmente una reazione allergica in alcune persone, perché l'enzima papaina agisce come un allergene in individui sensibili. Mangiata fresca direttamente dalla buccia, spruzzata di succo di limone per esaltarne ulteriormente il gusto, la papaia è una prelibatezza, ma si fa valere anche nelle macedonie. Dato che nel gusto ricorda il melone, si sposa benissimo anche con il prosciutto crudo e il salmone affumicato. Il frutto acerbo viene spesso consumato cotto a causa del suo alto contenuto di lattice, ma viene comunemente consumato crudo in Vietnam e Thailandia. Il frutto maturo della papaia viene solitamente consumato crudo, senza buccia né semi; anche i semi neri però sono commestibili e hanno un gusto piccante. La polpa di papaia cruda contiene l'88% di acqua, l'11% di carboidrati e una quantità trascurabile di grassi e proteine; 100 g di papaia forniscono 43 chilocalorie e sono una fonte significativa di vitamina C (il 75% del valore giornaliero. In alcune parti dell'Asia le foglie giovani di papaia vengono cotte al vapore e mangiate come gli spinaci! La papaia è entrata a far parte della cucina filippina dopo essere stata introdotta nelle isole tramite i galeoni di Manila; le papaie acerbe o quasi mature (con polpa arancione ma ancora dura e verde) sono messe in salamoia nell'atchara, che è onnipresente nell'arcipelago come contorno ai piatti salati. Le papaie quasi mature possono anche essere consumate fresche come insalata di papaia o tagliate a cubetti e consumate intinte nell'aceto o nel sale. Nella cucina indonesiana, invece, i frutti verdi acerbi e le foglie giovani vengono bolliti per essere utilizzati come parte dell'insalata lalab, mentre i boccioli dei fiori vengono saltati in padella con peperoncini e pomodori verdi. Sia il frutto della papaia verde che il suo lattice sono ricchi di papaina, una proteasi utilizzata per intenerire la carne e altre proteine, come fanno i nativi americani, i popoli della regione caraibica e delle Filippine. La papaia invece non è adatta per dessert a base di gelatina, perché le proprietà enzimatiche della papaina impediscono alla gelatina di solidificarsi. I semi di papaia hanno un gusto simile a quello del crescione; essiccati e macinati, si possono utilizzare al posto del pepe. Invece, nella medicina tradizionale le foglie di papaia sono utilizzate come trattamento per la malaria, come purgante o addirittura fumate per alleviare l'asma. E' nota una citazione di Homer Simpson: « Assaggia le papaie. Sono succose e piene di papaina! Rendono forti come Braccio di ferro! Popeye-papaina! Popeye-papaina! Popeye-papaina! Capito? Stessa cosa! » Infine, non dimentichiamo che "Papaya" è un album del 2008 di Cristiano Malgioglio!

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Il frutto con la corona di spine
Avete mai assaggiato il frutto della passione? La pianta che lo produce (Passiflora edulis) appartiene all'ordine delle passifloracee, ed è originaria del Brasile meridionale e dell'Argentina settentrionale. Viene coltivato a scopi commerciali nelle aree tropicali e subtropicali per il suo frutto dalla polpa dolce e morbidissima, che è una bacca ovale, gialla o viola scuro quando è maturo, con un interno succoso e pieno di numerosi semi. Il frutto viene consumato sia mangiandone la polpa con un cucchiaino, come se fosse un barattolo di yogurt, che spremendolo, con il succo spesso aggiunto ad altri succhi di frutta per migliorare l'aroma. Il nome del frutto della passione (passiflora ne è la traduzione letterale in latino, il nome originale brasiliano era "fiore delle cinque piaghe ") gli fu dato intorno al 1700 dai missionari in Brasile per via della forma del fiore, i cui elementi ricordano la Passione e la crocifissione di Gesù: la corolla, infatti, richiama alla mente una corona di spine, mentre i pistilli ricordano i chiodi della crocifissione, e i viticci sembrano rievocare la frusta della flagellazione. Tale frutto dunque poteva servire come aiuto didattico per convertire i nativi al cristianesimo, come il trifoglio fu usato da San Patrizio per illustrare la Santissima Trinità ai suoi compatrioti irlandesi. In Brasile invece è noto come Mararacuyá o Maracujá, da una parola guaranì che significa "vivaio per le mosche". Nella Repubblica Dominicana il frutto prende il nome di chinola, che deriva probabilmente dalla parola Cina, per similitudine all'arancia, che avuto origine in quel Paese.
La Passiflora edulis è un albero perenne; come la vite, è dotata di viticci portati nelle ascelle delle foglie che hanno una tonalità rossa o viola quando sono giovani. Di solito la pianta produce un ' fiore largo 5-7,5 cm ad ogni nodo; il fiore ha 5 sepali oblunghi verdi e 5 petali bianchi. Il frutto ha un diametro di 4–7,5 cm; i frutti viola sono più piccoli, pesano circa 35 grammi, mentre i frutti gialli pesano circa 80 grammi. La buccia liscia e coriacea ha uno spessore di 9-13 mm, compreso uno spesso strato di midollo. All'interno della bacca ci sono tipicamente 250 semi marroni, ciascuno lungo due o tre millimetri. Ogni seme è circondato da un sacco membranoso pieno di succo polposo. Il sapore del succo è leggermente acido e muschiato, La varietà giallo brillante può crescere fino alle dimensioni di un pompelmo, ha una buccia liscia, lucida e leggera; la varietà viola scuro è più piccola di un limone, sebbene sia meno acida del frutto della passione giallo e ha un aroma e un sapore più ricco. La buccia non è commestibile. A volte il dragon fruit è confuso con il frutto della passione, ma il loro sapore e la loro composizione hanno molte differenze: la polpa del frutto della passione è più vischiosa e cremosa, mentre quella del dragon fruit risulta essere più consistente; i semi del frutto della passione sono più grandi e croccanti, nel dragon fruit invece sono molto piccoli e simili ai semi di papavero. Principali produttori al mondo sono Brasile, Perù, Sudafrica, India, Indonesia e Nuova Zelanda. Il frutto della passione crudo contiene il 73% di acqua, il 22% di carboidrati, il 2% di proteine e lo 0,7% di grassi; 100 grammi di polpa di frutto della passione crudo forniscono 97 calorie ed è una ricca fonte di vitamina C; inoltre è un concentrato di preziosi nutrienti che gli conferiscono numerose proprietà benefiche. L'elevato contenuto di molecole antiossidanti come vitamina C, betacarotene e polifenoli, lo rendono utile nel prevenire malattie croniche come tumori, diabete di tipo 2 e malattie neurodegenerative. Siccome è ricco di antiossidanti esercita un elevato potere antinfiammatorio, utile nel contrastare disturbi e malattie legate all'infiammazione, come l'osteoartrite; promuove la salute intestinale: ricco di fibre, favorisce il transito intestinale e la funzionalità del microbiota. Controlla infine i livelli di zuccheri e colesterolo nel sangue: grazie alla presenza di fibre solubili, è in grado di ridurre la velocità di assorbimento di zuccheri e grassi. Il frutto della passione non presenta particolari controindicazioni, ma il suo consumo è sconsigliato a chi soffre di allergia al lattice; è consigliabile non assumerlo in quantità eccessive, perché potrebbe avere un effetto lassativo. Il frutto della passione è ampiamente coltivato nelle regioni tropicali e semitropicali del mondo; negli Stati Uniti è coltivato in Florida, Hawaii e California. In genere deve essere protetto dal gelo, anche se alcune cultivar sono sopravvissute a gelate leggere. Il fiore del frutto della passione è il fiore nazionale del Paraguay. Infine, nel 2006 la cantautrice Paula Fuga ha pubblicato la popolare canzone "Lilikoi", la parola in lingua hawaiana che indica il frutto della passione, e l'artista hip-hop Drake nel 2017 ha pubblicato la canzone di successo "Passionfruit"!

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Il ciliegio cinese
E' venuto il turno del litchi, nome scientifico Litchi chinensis. È un albero tropicale originario della Cina meridionale, della famiglia delle Sapindacee, detto anche "il ciliegio cinese". È stato descritto e così denominato dal naturalista francese Pierre Sonnerat (1748-1814) nel suo "Voyage aux Indes Orientales et à la Chine, fait depuis 1774 jusqu'à 1781", pubblicato nel 1782. Il termine Litchi è la latinizzazione del nome cinese lì zhì o lì zhì (荔枝). La coltivazione del litchi iniziò nella regione della Cina meridionale, in Malesia e nel nord del Vietnam. Documenti cinesi fanno riferimento al litchi fin dal 2000 a.C. Nel I secolo d.C., durante la dinastia Han, i litchi freschi erano un popolare oggetto di tributo, ed erano così richiesti alla corte imperiale che uno speciale servizio di corrieri con cavalli veloci portava la frutta fresca dal Guangdong fino alla capitale. C'era una grande richiesta di litchi durante la dinastia Song (960-1279), come narra Cai Xiang nel suo trattato "Li chi pu" ("Trattato sui litchi"). Fin da subito il litchi attirò l'attenzione dei viaggiatori europei, come il vescovo, esploratore e sinologo spagnolo Juan González de Mendoza, nella sua "Storia del grande e potente regno di Cina" (1585), basata sui rapporti di frati spagnoli che avevano visitato la Cina nel 1570. Il litchi fu introdotto in Occidente nel 1656 da Michal Boym, un missionario gesuita polacco; venne invece introdotto nella pianura pakistana nel 1932 e rimase una pianta esotica fino agli anni '60, quando iniziò la produzione commerciale. Studi genomici indicano che il litchi odierno è il risultato di un doppio addomesticamento mediante coltivazione indipendente in due diverse regioni dell'antica Cina.
Ne esistono tre sottospecie, che differiscono per la disposizione dei fiori, lo spessore del ramoscello e i tipi di frutto. Il Litchi chinensis sperò è l'' commercializzato. Cresce spontaneamente nel sud della Cina, nel nord del Vietnam, in Cambogia e nelle Filippine. Il Litchi chinensis è un albero sempreverde alto fino a 15 m e con foglie ellittico-oblunghe o lanceolate. La corteccia è grigio-nera, i rami rosso bruno. Ricordano nel fogliame la famiglia delle Lauracee, probabilmente a causa di convergenza evolutiva. I fiori crescono su un'infiorescenza terminale con molte pannocchie che crescono in grappoli di dieci o più, raggiungendo da 10 a 40 cm, e portando centinaia di piccoli fiori bianchi, gialli o verdi molto profumati. I frutti sono carnosi e maturano in 80-120 giorni a seconda del clima, della posizione e della cultivar. La forma dei frutti varia da rotonda a ovoidale a forma di cuore, fino a 5 cm di lunghezza e 4 cm di larghezza, con unl peso di circa 20 g. La buccia sottile e durissima è verde quando è acerbo, maturando diventa rossa o rosata, ed è liscia o ricoperta da piccole protuberanze appuntite molto ruvide. La crosta non è commestibile, ma può essere facilmente rimossa per esporre uno strato di polpa carnosa bianco-traslucida dal sapore dolcissimo. La polpa carnosa e commestibile circonda un seme non commestibile marrone scuro lungo da 1 a 3,3 cm e largo da 0,6 a 1,2 cm. Alcune cultivar producono un'alta percentuale di frutti con semi avvizziti noti come "lingue di pollo", ed hanno in genere un prezzo più alto, a causa della polpa più commestibile. Poiché il sapore floreale si perde nel processo di inscatolamento, il frutto viene solitamente consumato fresco. La Cina è il primo produttore mondiale di litchi, seguita da Vietnam e India, ma tali alberi sono ampiamente coltivati anche a Taiwan, nel sudest asiatico, in Sudafrica e nel Madagascar. Richiedono un clima tropicale, precipitazioni e umidità elevate, e crescono in modo ottimale su terreni ben drenati, leggermente acidi, ricchi di materia organica. Alcune cultivar sono piantate anche come albero ornamentale, oltre che per i loro frutti. Il modo più comune di far figliare il litchi è attraverso la margotta (si taglia un ramo di un albero maturo, si copre il taglio con torba o muschio e lo si avvolge con polietilene per permettere al taglio di fareradici. Una volta che si è verificato un radicamento significativo, la margotta viene tagliata dal ramo e messa in vaso. 100 g di frutti maturi danno ben 66kcal, 15,43 g di carboidrati, 15,23 g di zuccheri e 1,3 g d fibre. La polpa cruda è ricca di vitamina C: ne contiene 72 mg ogni 100 grammi, una quantità che rappresenta l'86% del fabbisogno giornaliero, ma non contiene altri micronutrienti in quantità significative. I litchi contengono invece quantità moderate di polifenoli.
Purtroppo però non sono tutte rose e fiori. Nel 1962 si scoprì che i semi di litchi contengono metilenciclopropilglicina (MCPG), che causa ipoglicemia negli studi sugli animali. Dalla fine degli anni '90 si sono verificate epidemie inspiegabili di encefalopatia, che sembravano colpire solo i bambini in India e nel nord del Vietnam (dove è stata chiamata encefalite di Ac Mong, dal nome della parola vietnamita che significa incubo!) durante la stagione del raccolto del litchi da maggio a giugno. Un'indagine del 2013 dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) ha dimostrato che i casi erano collegati al consumo di litchi. All'inizio si pensò erroneamente che la trasmissione della malattia potesse avvenire per contatto diretto con i litchi contaminati da saliva di pipistrello, invece le successive indagini hanno collegato la malattia all'ipoglicina A. alla tossicità dell'MCPG e ai bambini malnutriti che mangiavano litchi (in particolare quelli acerbi) a stomaco vuoto. Poveri bimbi, vittime del nostro opulento menefreghismo...

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Il padre del muschio
Adesso voglio portarvi in Africa, e parlarvi di un ortaggio poco noto, di cui forse avete sentito parlare raramente: il gombo, per i botanici Abelmoschus esculentus (dall'arabo ʾabū l-misk, "padre del muschio"). Vi dice niente? Si tratta di una pianta della famiglia delle Malvacee, imparentata quindi con il cotone, il cacao e l'ibisco, coltivata sia in zone tropicali che subtropicali; esso fornisce frutti che sono consumati in Africa ma anche in India. È conosciuto anche come okra (dalla parola Igbo okuru), gnaouia (ڤناوية) in Tunisia e bāmiyā in Egitto ed in Etiopia. Nei paesi di lingua portoghese è nota con il nome di quiabo. Viene coltivato anche in Italia, per lo più ovviamente in Sicilia.
L'origine geografica del gombo è controversa: si discute se sia originario del sud-est asiatico, dell'Asia meridionale, dell'Etiopia o dell'Africa occidentale. Gli Egiziani del XII e XIII secolo usavano il nome arabo "bamya", suggerendo che fosse arrivato in Egitto dall'Arabia, ma prima probabilmente era stata portata in Arabia dall'Etiopia, come il caffè. Potrebbe essere passata nell'Asia sud-occidentale attraverso il Mar Rosso o lo stretto di Bab-el-Mandeb, piuttosto che a nord attraverso il Sahara, o dall'India. Uno dei primi resoconti europei è quello di un arabo spagnolo che visitò l'Egitto nel 1216 e descrisse la pianta coltivata dalla gente del posto che ne mangiava i teneri e giovani baccelli impanati. Dall'Arabia la pianta si diffuse lungo le coste del Mar Mediterraneo e verso est. La pianta fu introdotta nelle Americhe (purtroppo) dalle navi che effettuavano la tratta degli schiavi nell'Atlantico nel 1658, quando fu registrata la sua presenza in Brasile. Il primo uso della parola okra nella colonia della Virginia apparve nel 1679, mentre la parola "gumbo" fu usata per la prima volta nello slang americano intorno al 1805, derivando dal creolo della Louisiana; probabilmente viene dalla parola Kimbundu "ki-ngombo". Thomas Jefferson notò che era una coltura comune in tutti gli Stati Uniti meridionali nel 1800.
Quella del gombo è una pianta perenne, che cresce fino a circa due metri. Le foglie sono lunghe e larghe 10-20 centimetri, i fiori hanno cinque petali da bianchi a gialli, spesso con una macchia rossa o viola alla base. Il frutto è un baccello lungo fino a 18 centimetri con sezione pentagonale, contenente numerosi semi rotondi e bianchi. È tra le specie vegetali più resistenti al calore e alla siccità, e tollera terreni con argilla pesante e umidità intermittente. I baccelli diventano rapidamente fibrosi e legnosi e, per essere commestibili, devono essere raccolti quando sono acerbi, di solito entro una settimana dall'impollinazione. I baccelli della pianta sono mucillaginosi, dando luogo al caratteristico "goo" ("bava") quando vengono cotti; la mucillagine contiene fibra solubile. Un modo per rimuovere la bava è cuocerlo con un alimento acido come i pomodori. I baccelli sono cotti, serviti in salamoia o consumati crudi nelle insalate. Oggi il frutto del gombo è di moda perchè è molto usato nella cucina indiana, ma lo si ritrova anche nella cucina turca, tunisina, persiana, greca, albanese e brasiliana, oltre che in quella dell'Africa subsahariana. Il gombo è uno dei tre addensanti che possono essere utilizzati nella "zuppa della Louisiana"; a Cuba e Portorico è usato in piatti come il "quimbombo guisado". Nell'Asia meridionale i baccelli sono utilizzati in molte preparazioni piccanti e cucinati con carne di manzo, montone, agnello e pollo. I semi di gombo possono essere tostati e macinati per formare un sostituto del caffè privo di caffeina: quando nel 1861 l'importazione di caffè fu interrotta dalla guerra civile americana, un politico dichiarò: « Un acro di gombo produrrà semi sufficienti per fornire una piantagione di caffè in ogni modo uguale a quello importato da Rio! » Dai semi di gombo viene spremuto un olio commestibile giallo-verdastro ricco di grassi insaturi come l'acido oleico e l'acido linoleico. Il gombo crudo contiene il 90% di acqua, il 2% di proteine e il 7% di carboidrati, ed è una fonte importante di fibre alimentari, vitamina C e vitamina K; per questo è un benemerito, venendo efficacemente utilizzato nei paesi in via di sviluppo per mitigare la malnutrizione. Il principale produttore mondiale è l'India, seguito da Nigeria, Mali, Sudan e  Pakistan. Nel 2021, la produzione mondiale di gombo è stata di oltre 10,8 milioni di tonnellate. I fusti del gombo, come quelli di molte malvacee, sono macerati e lavorati per fornire una fibra tessile nota come fibra di gombo. Avendo una composizione simile a una spessa pellicola di polisaccaride, la mucillagine del gombo è in fase di sperimentazione come imballaggio alimentare biodegradabile; infine, uno studio del 2009 ha rilevato che l'olio di gombo è adatto per l'uso come biocarburante, anche se questo sarebbe negativo, perchè sottrarrebbe milioni di ettari alla coltivazione a scopo alimentare, per combattere la fame nel Terzo e Quarto Mondo.

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I semi del Subcomandante
La Chia è una pianta erbacea della famiglia delle Lamiacee, nativa del Guatemala e del Messico centrale e meridionale, che può raggiungere l'altezza di un metro e ha fiori viola o bianchi, in realtà infiorescenze composte. La parola chia deriva dal nahuatl "chian", che significa "oleoso"; tra l'altro, è la stessa etimologia del nome dello stato messicano del Chiapas, quello del famoso Subcomandante Marcos, epigono di Che Guevara. Come risulta dal Codice Mendoza, un manoscritto mesoamericano del XVI secolo, la pianta di Chia era coltivata dagli Aztechi in epoca precolombiana, e secondo alcuni storici l'importanza della chia in campo agroalimentare era paragonabile all'epoca a quella del mais. Viene ancora coltivata in Messico e Guatemala, per la produzione sia di sfarinati sia di semi interi ad uso alimentare; ma è coltivata anche in Bolivia, Ecuador, Colombia, Nicaragua, Argentina nordoccidentale, Australia e Stati Uniti sudoccidentali. I semi, a quanto pare, sono ricchissimi di omega-3, paragonabili dal punto di vista nutrizionale a quelli del lino e del sesamo; tipicamente sono piccoli e ovali con un diametro di circa 1 mm, di colore screziato, marrone, grigio, nero e bianco. Questi semi sono idrofili, al punto che  possono assorbire fino a 12 volte il loro peso quando sono messi a mollo. Durante l'ammollo, i semi sviluppano un rivestimento mucillaginoso che conferisce alle bevande a base di chia una caratteristica consistenza gelatinosa. Le linee guida raccomandano di assumere almeno 25 grammi di fibre al giorno, e con una porzione di 30 grammi di semi di chia noi soddisferemmo un terzo del nostro fabbisogno! Inoltre i semi di chia sono ricchi di proteine di alta qualità, che apportano tutte e nove gli amminoacidi essenziali. I semi di chia sono ricchi anche di minerali: manganese, calcio, fosforo, rame, ferro, selenio e magnesio. Sempre secondo i nutrizionisti, i semi di chia contrastano l'infiammazione, migliorano l'attività del sistema nervoso centrale e la salute cardiovascolare, promuovono la salute dell'intestino, regolano i livelli di zucchero nel sangue e migliorano l'insulinoresistenza. Il gel ottenuto mettendo in ammollo un cucchiaio di semi di chia in mezzo bicchiere di acqua per almeno trenta minuti può essere utile anche in casi di irregolarità intestinale. Controindicazioni? Solo il fatto che  un consumo eccessivo potrebbe provocare disturbi gastrointestinali, per il loro elevato contenuto di fibre.
Questi semi sono quasi privi di sapore, e possono essere aggiunti a qualsiasi pietanza o alimento, senza alterarne il gusto: ad esempio, si possono aggiungere all'impasto dei lievitati, come focacce, pizza o pane integrale, all'interno di zuppe di cereali e legumi oppure nell'impasto di biscotti, per conferire maggiore croccantezza. Si può preparare in casa anche un burro di semi di chia aggiungendo 100 grammi di gel di semi a un burro vegetale nella medesima quantità: il composto, frullato, si può conservare in frigorifero come un normale burro. Tra le ricette più semplici e comuni con essi c'è il budino di semi di chia: per prepararlo è sufficiente lasciare in ammollo 30 grammi di semi di chia in 200 ml di latte vaccino o latte di mandorle o latte di soia per tutta la notte in frigorifero, all'interno di una ciotola. Al mattino, i semi di chia hanno assorbito i liquidi e il composto ha la consistenza simile a quella di un budino, che si può guarnire con yogurt, frutta fresca e cacao amaro. Un fatto importantissimo è questo: che io ne sappia, nessun parassita o malattia grave colpisce la produzione di chia. Gli oli essenziali nelle foglie di chia hanno proprietà repellenti contro gli insetti, rendendolo adatto alla coltivazione biologica; possono verificarsi solo infezioni da virus. Invece le erbacce possono rappresentare un problema nello sviluppo iniziale del raccolto di chia, ma poiché è molto sensibile agli erbicidi più comunemente usati, è preferibile il controllo meccanico delle erbe infestanti. Una curiosità: durante gli anni '80, negli Stati Uniti la prima consistente ondata di vendite di semi di chia fu legata ai cosiddetti "Chia Pets", sculture in argilla che raffigurano animali domestici, da usare come base per una pasta appiccicosa di semi di chia; le statuine venivano innaffiate, ei semi germogliavano in una forma che suggeriva una copertura di pelliccia per l'animaletto. Pensa che ancor oggi negli Stati Uniti ogni anno vengono venduti almeno 500.000 Chia Pet come piante da appartamento!

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Il pianto della Luna
Non tutti sanno cos'è lo jicama (Pachyrhizus erosus): si tratta di una pianta rampicante messicana della famiglia delle Fabacee (quella dei piselli), conosciuta soprattutto per i suoi tuberi commestibili (gli jicama propriamente sono questi ultimi). A questo genere appartengono altre due specie coltivate, Pachyrhizus tuberosus e Pachyrhizus ahipa, ma quello che si trova in commercio con il nome di jícama è prodotto solo da Pachyrhizus erosus. Viene chiamata anche atata messicana, ahipa, patata cinese e rapa dolce. In Ecuador e Perù, invece, il nome jícama è usato per lo yacón o mela macinata peruviana, una pianta della famiglia dei girasoli i cui tuberi sono commestibili.
La pianta di jícama, che ricorda vagamente la vite, può raggiungere un'altezza di 4-5 metri, se sostenuta con un supporto adeguato. La sua radice può raggiungere la lunghezza di due metri e pesare fino a 20 chilogrammi (la radice di jícama più pesante mai raccolta pesava 23 kg ed è stata trovata nel 2010 nelle Filippine). La Jícama è sensibile al gelo, e richiede nove mesi senza gelate per un buon raccolto di grandi tuberi da sfruttare commercialmente, ma può essere anche coltivata in zone più fresche che hanno almeno cinque mesi senza gelate, poiché produrrà comunque tuberi, anche se saranno più piccoli. Nelle aree calde e temperate si può iniziare a seminarla da otto a dieci settimane prima dell'ultimo gelo primaverile. I semi richiedono temperature elevate per germogliare, quindi i vasi dovranno essere tenuti in un luogo caldo e protetto. La jícama non è adatta per le aree con una stagione di crescita breve, a meno che non venga coltivata in serra, mentre i coltivatori delle zone tropicali possono seminarla in qualsiasi momento dell'anno. Invece quelli nelle aree subtropicali dovrebbero seminarla una volta che il terreno si è riscaldato in primavera.
La pianta adulta produce fiori, blu o bianchi, e da questi dei baccelli simili a quelli dei piselli. Le due varietà coltivate di Pachyrhizus erosus sono "jícama de agua" e "jícama de leche", entrambe così denominate per la consistenza del loro succo. La forma leche ha una radice allungata e un succo lattiginoso, mentre la forma agua ha una radice da apicale a oblata e un succo più acquoso e traslucido, ed è la varietà preferita per il mercato.
Lo jícama è originario del Messico e dell'America centrale; anche se in Italia è del tutto sconosciuto, si tratta di una materia prima antica, con una lunga storia nascosta tra la sua buccia e la polpa croccante. Era infatti ben nota alle civiltà precolombiane: il nome jicama deriva dall'atzeco "xicamalt", termine con cui si indicava il tubero nella Mesoamerica: ne sono stati trovati esemplari in siti archeologici del Perù risalenti al 3000 a.C. Scoperta dai Conquistadores, nel XVII secolo fu introdotto dagli spagnoli nelle Filippine, dove è conosciuto come singkamas, e da qui si è diffuso in varie parti dell'Asia, entrando a far parte della tradizione culinaria di questi paesi. In Malesia è conosciuto come ubi sengkuang, e in Indonesia come bengkuang. Padang, capitale della provincia indonesiana di Sumatra Occidentale, è soprannominata "la città del bengkuang". Molti abitanti della regione pensano addirittura che il jícama sia un prodotto indigeno dell'isola di Sumatra, tanto esso è diventato parte della loro cultura!
Lo jícama deve essere conservato asciutto, tra 12,5° e 15°C: in questo intervallo di temperatura la radice di jícama rimane fresca fino a 4 mesi. Lo jícama intero può anche essere conservato in frigorifero per mantenerlo privo di umidità fino a tre settimane. La conservazione a temperature più basse può scolorire e danneggiare la radice e degradarne la consistenza. La radice si manterrà fresca per una settimana dopo essere stata affettata, e dovrebbe essere avvolta e refrigerata per la conservazione in questo stato.
Il sapore dello jicama è dolce, con delicate note di frutta secca: a qualcuno ricorda il sapore di una mela molto saporita. La consistenza della polpa invece è più simile a quella di una patata cruda. Di solito questo tubero si mangia crudo in insalata, ma occorre pulire bene la jicama dalla buccia esterna, scura e spessa che contiene sostanze tossiche. Alcuni amano condirlo con succo di lime, un pizzico di sale e uno di peperoncino. Viene consumato anche grattugiato nelle salse, ad esempio in un delizioso condimento per tacos insieme a cipolla, pomodori tagliati a dadini, fagioli neri, peperoncino, coriandolo e succo di lime, oppure aggiunto alla classica guacamole, salsa messicana a base di avocado, cipolla bianca e pomodoro. Il suo sapore dolce si presta all'abbinamento con la frutta, come avocado, cocomero, mela, arancia, melograna. Nella Penisola dello Yucatan (Messico meridionale) si prepara un piatto chiamato Xec, un'insalata di frutta con spicchi di mandarini e arance, condita con succo di agrumi (lime, pompelmo, arancia), coriandolo, sale e pepe. Quando lo jicama è di stagione, la Xec è uno street food molto diffuso tra le strade e i mercati. Nei ristoranti e nelle case, invece, può essere servito come salsa di accompagnamento a piatti di pesce o di carne di maiale. Nelle Filippine viene solitamente consumato fresco con condimenti come aceto di riso e cosparso di sale o con bagoong (pasta di gamberi). Viene utilizzato anche come estensore per le versioni filippine di siomai e polpette. Negli Stati Uniti i cuochi amano invece aggiungerla alla classica insalata di cavoli e maionese ("coleslaw").
Lo jicama però viene anche consumato cotto, come sostituto delle patate in verdure saltate in padella, nelle zuppe, nelle torte salate oppure al forno. In Vietnam lo jicama è inserito tra gli ingredienti del ripieno degli involtini primavera, mentre in Cina in quello dei ravioli. In Malesia è apprezzato il Jiu Hu Char, un piatto a base di jicama saltato in padella con verdure (cavolo, funghi, cipolla, aglio, carote), salsa di soia e seppia. Dai tuberi si può anche ricavare una farina affettandoli, essiccandoli e macinandoli.
Il successo di questo prodotto nei secoli e nei vari continenti non è solo dovuto alla sua versatilità in cucina, ma anche ai suoi valori nutrizionali. Lo jicama è infatti particolarmente ricco di potassio, vitamina C, fibre e acqua; è invece basso il suo contenuto di proteine, grassi e sodio. Contiene inoltre inulina, un oligosaccaride che non alza il livello della glicemia, per cui si tratta di un tubero adatto ai diabetici. Cento grammi di jicama forniscono 38 kilocalorie, 8,82 g di carboidrati, 4,9 g di fibra, 0,09 g di grassi, 0,72 g di proteine e parecchie vitamine: tiamina (B1), riboflavina (B2), niacina (B3), acido pantotenico (B5), folato (B9) e il 24% della dose quotidiana consigliata di Vitamina C! Lo jicama possiede proprietà antiossidanti, i suoi amidi si possono adoperare come sostituti della farina e del glucosio, o anche come sostituto del grasso nello yogurt. Inoltre gli amidi di jicama sono stati studiati come risorsa per la produzione di biofilm commestibili, onde combattere la malnutrizione in molte aree del mondo dove regna la miseria.
Ma attenzione: contrariamente alla radice, il resto della pianta è molto velenoso. I semi contengono la tossina rotenone, un insetticida e acaricida naturale, a largo spettro d'azione, che blocca il complesso I della catena respiratoria nei mitocondri. Sull'uomo l'avvelenamento da rotenone provoca generalmente vomito, nausea, dolori addominali, tremori, convulsioni, irritazioni cutanee, alterazioni del ritmo respiratorio e del battito cardiaco, ma per fortuna il rischio di morte da avvelenamento da rotenone è basso perché l'assunzione delle dosi letali provoca in genere il vomito, impedendone l'assorbimento.
Sul Jicama esiste una suggestiva leggenda che fa parte del corpus mitologico della cultura Purépecha, che fiorì nell'attuale stato messicano di Michoacán durante il periodo postclassico mesoamericano, cioè più o meno tra il IX secolo della nostra era e l'arrivo degli Spagnoli. In esso si narra che Curicaueri, il dio del Sole nella religione Purépecha, sposò Xaratanga, la dea della Luna. Curicaueri aveva una passione smodata per l'oro e si adornava di diademi, anelli e collane fatte di questo metallo, splendenti quanto lui. Invece Xaratamga amava l'argento, simile ai suoi scintillii notturni, e aveva una collezione di gioielli non inferiore a quella del marito. I due si amavano molto e volevano sempre stare insieme: ecco perché a volte i giorni e le notti erano troppo lunghi, e nel mondo cominciava a regnare un grande disordine. Gli uomini se ne lagnarono con Nana Cuerapperi, personificazione di Madre Natura, la quale non poteva permettere che le cose continuassero in questo modo, e ad allora chiamò a sé i due déi per rimproverarli:
« Voi siete responsabili dell'ordine naturale, tu devi illuminare le giornate e far germogliare e crescere le piante », ricordò al Sole. « Tutto rimane nell'ombra perché le persone possano riposare », disse invece alla Luna « Ma non avete rispettato le mie istruzioni, ed è per questo che dovrò separarvi. »
Xaratanga le chiese di avere pietà di loro, Curicaureri la implorò di non separarli, ma Nana Cuerapperi fu inflessibile: « Capisco quanto vi amate, ma più importante del vostro amore è la missione che vi affido e il rispetto che dovete agli esseri viventi che dipendono da voi. » Detto ciò, la Grande Madre primordiale ignorò le loro preghiere e li lasciò soli. Vedendo quanto fosse triste sua moglie, Curicaureri le parlò teneramente:
« Il nostro amore non sarà mai in pericolo. Di giorno uscirò per illuminare le foreste e i mari, e tu vedrai come brillano attraverso le finestre delle nostre case. Quando tornerò a casa la sera e vedrò che non ci sei, mi sentirò felice di sapere che stai viaggiando nei cieli circondata da stelle più belle e nobili dei tuoi gioielli. »
Xaratanga gli replicò: « Hai ragione. Forse, se rispettiamo la nostra missione, Madre Natura permetterà che, di tanto in tanto, tu brilli dietro di me e che io appaia all'improvviso, in pieno giorno. » Commossa, Xaratanga abbracciò suo marito e iniziò a piangere. Una delle sue lacrime attraversò lo spazio, attraversò le nuvole, attraversò le cime degli alberi e piovve in una valle tra le montagne del Messico. Lì, nel profondo, attecchì e divenne il primo jicama, con polpa luminosa, profumata e dolce come il pianto della Luna.

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Il ravanello che si meritò un Premio IgNobel
Lo wasabi (Eutrema japonicum, in giapponese 山葵), detto anche ravanello giapponese, è una pianta della famiglia delle Brassicacee, la stessa del cavolo. La pianta è originaria del Giappone e dell'Estremo Oriente russo, comprese l'isola di Sakhalin e la penisola coreana. Cresce spontanea in vicinanza dei fiumi in zone fredde del Giappone, come per esempio in montagna o nelle valli in quota, nei cosiddetti satoyama (里山) è un termine giapponese applicato alla zona di confine o all'area tra le pendici delle montagne e la pianura coltivabile. Letteralmente sato (里) significa villaggio e yama (山) collina o montagna. I satoyama sono stati sviluppati attraverso secoli di uso agricolo e forestale su piccola scala.. Viene coltivata per i suoi rizomi, che vengono macinati a formare una pasta usata come condimento piccate per sushi e altri cibi, però è simile nel gusto alla senape piccante o al ravanello piuttosto che al peperoncino, in quanto stimola il naso più della lingua. Le due principali cultivar sul mercato sono Eutrema japonicum "Daruma" e "Mazuma", ma ce ne sono molte altre.
I primi riferimenti scritti relativi allo wasabi risalgono al 550 d.C. circa, nel periodo "Asuka" (538-710): sono presenti su alcuni "mokkan" (木簡), tavolette di legno di forma rettangolare rinvenute in molti siti archeologici del Giappone con la funzione di promemoria, che contenevano dalle note spesa fino a brevi poesie. Un'importante citazione alla pianta di wasabi si trova nell'"onzowamyo" (本草和名), un'enciclopedia medica compilata tra il 901 ed il 923 (periodo "Heian") da Sukehito Fukane, medico di corte dell'imperatore Daigo, che ne illustra le doti curative, e nell'"Engishiki", la più antica collezione di leggi e usanze nipponiche, che testimonia come lo wasabi, considerato il suo valore, potesse essere impiegato persino per pagare i tributi! A quell'epoca lo wasabi non veniva coltivato, ma era raccolto lungo i ruscelli di montagna dove cresceva allo stato selvatico, cosa che lo rendeva particolarmente raro e prezioso. Per assistere alla nascita delle prime piantagioni fu necessario attendere l'inizio del periodo "Edo" (1603-1868). Lo shogun Tokugawa Ieyasu (1543-1616), fondatore dello Shogunato Tokugawa e iniziatore dell'epoca del "sakoku" (l'isolazionismo giapponese durato due secoli e mezzo), era un grande amante dello wasabi, forse perchè le sue foglie gli ricordavano quella della malvarosa (Alcea rosea) presente nello stemma di famiglia. Fu lui ad imporre per legge che le sue colture fossero limitate alla regione di Shizuoka. Pare che l'uso dello wasabi per accompagnare il sushi risalga proprio alla fine del periodo "Edo".
Il botanico e viaggiatore tedesco Philipp Franz Balthasar von Siebold (1796-1866) fu uno dei primi europei ad incontrarla nel 1830 e la chiamò Cochlearia wasabi, osservando il suo uso come condimento. La pianta dello wasabi fu però descritta per la prima volta nel 1866 dal botanico olandese Friedrich Anton Wilhelm Miquel (1811-1871) come Lunaria japonica. Nel 1899 il botanico giapponese Jinzō Matsumura (1856-1928) battezzò il genere Wasabia, riconoscendo al suo interno le specie Wasabia pungens e Wasabia hederaefolia, ma esse sono oggi considerate sinonimi di Eutrema japonicum. Nel 1930 un altro giapponese, Gen-ichi Koidzumi (1883-1953), trasferì la pianta dello wasabi nel genere Eutrema, il cui nome deriva dal greco εὐ- (eu-) "pozzo" e τρῆμα (trêma) "buco" per via di un foro nel setto del frutto. Col passare degli anni il suo consumo crebbe progressivamente, fino al vero e proprio boom commerciale degli anni ‘80 del XX secolo, quando la cucina giapponese divenne di gran moda in Occidente. A volte il comune ravanello è utilizzato in Occidente al posto di quello giapponese; questa versione in Giappone è comunemente chiamata "wasabi occidentale" (西洋わさび).
La pianta di wasabi ha grandi foglie prodotte da steli lunghi e sottili, con vene palmate. I fiori di wasabi compaiono in grappoli da lunghi steli che fioriscono dalla fine dell'inverno all'inizio della primavera.  Lo Wasabi predilige condizioni di crescita che ne limitano la coltivazione: è abbastanza intollerante alla luce solare diretta, richiede una temperatura dell'aria compresa tra 8° e 20°C e preferisce un'umidità elevata in estate. Pochi luoghi sono adatti per la coltivazione su larga scala dello wasabi, che è difficile anche in condizioni ideali. In Giappone è coltivato principalmente nella penisola di Izu, nella prefettura di Shizuoka (la coltivazione tradizionale dello wasabi a Shizuoka è un patrimonio agricolo importante per i giapponesi) e nella prefettura di Nagano, dove sorge la Daio Wasabi Farm di Azumino, una popolare attrazione turistica che rappresenta la più grande fattoria commerciale di wasabi del mondo). Poiché la domanda di wasabi è superiore a quella che può essere prodotta in Giappone, il Giappone importa abbondanti quantità di wasabi da Stati Uniti, Canada, Taiwan, Corea del Sud, Israele, Thailandia e Nuova Zelanda. In Nord America Eutrema japonicum è coltivata da una manciata di piccoli agricoltori e aziende nelle foreste pluviali sulla costa del Canada occidentale, dell'Oregon e nelle aree delle Blue Ridge Mountains in North Carolina e Tennessee. In Europa lo wasabi viene coltivato commercialmente in Islanda, Paesi Bassi, Ungheria e Regno Unito.
Queste circostanze rendono lo wasabi piuttosto costoso, e così lo wasabi si presta spesso a falsificazioni; in Giappone il vero wasabi è denominato hon-wasabi (本山葵), termine che significa "wasabi originale". Spesso le confezioni sono etichettate come "wasabi" anche se gli ingredienti non includono alcuna parte della pianta con questo nome. Un sostituto comune dello wasabi è una miscela di rapanello, senape, amido e colorante alimentare verde come polvere di spinaci. La differenza principale è il colore, con lo wasabi che è naturalmente verde.
Dello wasabi viene generalmente venduto il rizoma, che deve essere grattugiato molto finemente prima dell'uso, ma lo si trova come polvere essiccata o come pasta pronta all'uso in tubetti simili a quelli del dentifricio. In alcuni ristoranti chic la pasta viene preparata su ordinazione del cliente e viene realizzata utilizzando una grattugia di metallo, chiamata oroshigane, ma alcuni preferiscono utilizzare uno strumento più tradizionale fatto di pelle di squalo essiccata, sottile da un lato e ruvida dall'altro. Una volta preparata, la pasta perde il proprio sapore in 15 minuti se lasciata scoperta. La pasta wasabi viene spesso usata per accompagnare pesce crudo e, in particolare, il sushi e il sashimi (un carpaccio di pesce). Nel sushi ne viene spalmata una piccola quantità tra il pesce e il riso, perché coprire lo wasabi fino a quando non viene servito ne preserva il sapore; nel sashimi si scioglie nella salsa di soia, in cui viene poi intinto il pesce crudo.
I legumi (arachidi, soia o piselli) possono essere arrostiti o fritti e poi ricoperti di polvere di wasabi mescolata con zucchero, sale o olio e consumati come spuntino croccante. In Giappone questo snack viene chiamato wasabi-mame (わさび豆, "fagiolo wasabi"). Le foglie fresche di wasabi possono essere consumate crude, avendo il sapore speziato dei rizomi di wasabi, ma possono provocare diarrea; meglio utilizzarle secche come aroma per insaporire insalate, formaggio o pane. Dalla stessa pianta si ottengono anche un vino e un forte liquore venduti in Giappone dai negozi di specialità locali.
Le molecole che conferiscono allo wasabi il suo inconfondibile aroma sono degli isotiocianati, tra cui il 6-metiltioesil isotiocianato, il 7-metiltioeptil isotiocianato e l'8-metiltiottil isotiocianato. Di queste sostanze è noto che inibiscono la crescita microbica con evidente funzione battericida e digestiva, il che renderebbe indispensabile lo wasabi quando si mangia il pesce crudo. Esse sono prodotte dall'idrolisi dei tioglucosidi naturali, coniugati del glucosio dello zucchero e dei composti organici contenenti zolfo; la reazione di idrolisi è catalizzata dalla mirosinasi e si verifica quando l'enzima viene rilasciato in caso di rottura cellulare causata dalla macerazione della pianta, ad esempio per grattamento. Lo stesso composto è responsabile della piccantezza del ravanello e della senape. Gli isotiocianati possono anche essere rilasciati quando le piante di wasabi sono state danneggiate perché vengono utilizzati come meccanismo di difesa. Il bersaglio neurale sensoriale di tali molecole è il recettore chemosensoriale TRPA1, noto anche come recettore wasabi. Lo wasabi contiene vitamina C e, in minore quantità, la A e la B. Sono presenti inolte ferro, zinco, calcio e potassio. I principali costituenti della radice di wasabi cruda sono carboidrati (23,5%), acqua (69,1%), grassi (0,63%) e proteine ​​(4,8%). Secondo uno studio della Facoltà di medicina dell'Università di Firenze, pubblicato dalla rivista statunitense Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), il consumo regolare di wasabi sarebbe in grado di alzare la soglia di percezione del dolore.
In Giappone lo wasabi è soprannominato "namida", ossia "lacrime", perché se usato in quantità eccessiva può far lacrimare. Però a differenza del peperoncino, il cui effetto agisce prevalentemente in bocca, lo wasabi stimola fortemente la mucosa nasale, e un boccone in cui ci sia una dose eccessiva di wasabi può provocare un dolore tale da portare alla lacrimazione. Il dolore è comunque di breve durata e non persiste come quello del peperoncino. Si dice che abbia una funzione antibatterica. Inalare o annusare il vapore di wasabi ha un effetto simile all'odore dei sali, una proprietà sfruttata dai ricercatori che tentano di creare un rilevatore di fumo per i non udenti. Un soggetto sordo che ha partecipato a un test del prototipo si è svegliato entro 10 secondi da quando il vapore di wasabi ha iniziato ad essere spruzzato nella sua camera da letto. Una curiosità: il famigerato "Premio IgNobel" 2011 per la Chimica è stato assegnato ai ricercatori giapponesi Makoto Imai, Naoki Urushihata, Hideki Tanemura, Yukinobu Tajima, Hideaki Goto, Koichiro Mizoguchi e Junichi Murakami per aver determinato la densità ideale di wasabi nell'aria per svegliare le persone in caso di emergenza!
Una leggenda giapponese colloca l'inizio della coltivazione dello wasabi nella cornice di un evento storicamente accertato: la sconfitta del clan Heike nella guerra Dan-noura, dal terzo al quinto anno dell'imperatore Bunji (795-797). I sopravvissuti fuggirono in diverse regioni remote dell'isola di Honshu, ed alcuni di loro si stabilirono vicino al monte Bahun, situato nel distretto a monte del fiume Nishiki. Qui cercarono un posto dove poter vivere in pace. Alcuni diventarono artigiani, altri agricoltori. La tradizione vuole che lo wasabi crescesse allo stato selvatico nelle valli del Monte Heike, del Monte Mizuo e del Monte Bahun, nello spartiacque Kitani-Kyo. Si ritiene che i sopravvissuti del clan Heike abbiano raccolto lo wasabi selvatico da usare come condimento per fette di yamame crudo (una specie di trota) e carne di cervo cruda. Molti di questi sopravvissuti erano in origine samurai di estrazione nobile e conoscevano bene la vita e la cultura di Kyoto. Per questo mangiavano verdure in salamoia a base di steli e foglie di wasabi insieme a molte altre piante selvatiche commestibili, e furono loro a rendere lo wasabi il condimento più popolare in Giappone.
Alcune curiosità per finire. "Wasabi" è un film del 2001 diretto da Gérard Krawczyk, scritto e prodotto da Luc Besson con protagonisti Jean Reno e Ryōko Hirosue. Esso prende il titolo da una scena in cui il protagonista mangia un intero piatto di wasabi in un ristorante giapponese senza batter ciglio! Nel film "Cars 2" (2011) della Pixar, lo wasabi viene scambiato per gelato al pistacchio dal protagonista Cricchetto, con effetti immaginabili. Nell'universo dei Pokémon, Wasabi è un capitano membro del Team Diamante, incaricato di sorvegliare il Poképassaggio ai Ghiacci Candidi. Infine, in "Una serie di sfortunati eventi", ciclo di romanzi per ragazzi scritto da Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler) tra il 2000 e il 2006, lo wasabi è l'antidoto contro il Mycelium medusoide.

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Il grano degli déi
L'amaranto è simile ai cereali ma è dicotiledone, non monocotiledone come i cereali "veri"; originario del Centroamerica, il genere Amaranthus comprende almeno 60 specie, ma non tutte sono coltivate per l'alimentazione umana. Anch'esso, appena arrivato in Europa, fu considerato unicamente una pianta ornamentale, tossica da mangiare. A differenza di patate e pomodori, però, il grande pubblico scoprì i semi di amaranto solo nel 1975, grazie a una serie di pubblicazioni ad opera della National Academy of Sciences statunitense in cui venivano descritte le caratteristiche nutritive di diverse piante da tempo dimenticate tra cui, appunto, l'amaranto. Fin qui niente di strano. Peccato che l'amaranthus, sempre a differenza di patate e pomodori, fosse... noto anche ai Greci e ai Romani. Infatti nella mitologia greca le dee amavano essere festeggiate dagli uomini con ghirlande di amaranto, e i Romani attribuivano all'amaranto il potere di tenere lontana l'invidia e la sventura. Una pianta simile all'amaranto è stata descritta da Plinio il Vecchio nella sua" Naturalis Historia", dove si dice che il suo fiore aveva la peculiarità di "non morire mai": raccolto ed essiccato, riprendeva vita appena a contatto dell'acqua, anche se ormai era tutto appassito. Per questi motivi la pianta rappresentava la permanenza dei sentimenti e dei ricordi nel tempo, ed era così usata per riti funebri o propiziatori. Poiché nessun romano raggiunse mai il Messico (non è certo neppure che conoscessero le Canarie e Madeira) se non nelle nostre ucronie, è assai probabile che con la parola "amaranto" gli antichi Greci e Romani indicassero una pianta simile al crisantemo, fiore che veniva usato nei riti funebri proprio per attrarre la benevolenza degli dei sul defunto e per i vivi. Nei suoi territori d'origine l'amaranto era definito dagli Aztechi "il grano degli dei", così come il cacao era "la bevanda degli dei"; i semi erano conosciuti per le alte qualità nutrizionali ed energetiche, e come in Grecia se ne faceva largo uso nei rituali religiosi, dove veniva impastato con farina di mais e utilizzato per forgiare delle figurine antropomorfe che rappresentavano gli idoli celebrati; le figure erano poi consumate al termine del rito propiziatorio. Gli Incas lo definivano "kiwicha", cioè "piccolo gigante", e ne apprezzavano principalmente il suo potere curativo. E' privo di glutine, e in Asia è coltivato e consumato come un vero e proprio cereale.

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Le bacche dei lupi, o forse no
E ora, due parole sulle famose e pubblicizzate bacche di Goji (in cinese 枸杞, in inglese wolfberry). Esse rappresentano i frutti del Lycium barbarum o del Lycium chinense, due specie di bosso strettamente imparentate tra loro che fanno parte come patate, pomodori e belladonna della famiglia delle Solanacee. I loro frutti sono simili tra loro, ma possono essere distinti per differenze di gusto e contenuto di zucchero. Il nome del genere Lycium deriva dalla parola greca λυκιον (lykion), usata da Plinio il Vecchio (23–79 d.C.) e Dioscoride (40–90 d.C.) per indicare una pianta nota come "spinoso del tintore", che era probabilmente un arbusto del genere Rhamnus; la parola greca si riferisce all'antica regione della Licia (Λυκία) in Anatolia, dove cresceva quella pianta, esattamente come il nome di Licia, la cristiana protagonista del "Quo Vadis?" di Henryk Sienkiewicz (1846-1916), nativa della medesima regione dell'Asia Minore. Il nome inglese comune, wolfberry, è derivato dall'errata ipotesi che il nome latino Lycium fosse derivato dal greco λύκος (lycos), cioè "lupo". La parola Goji invece è stata coniata nel 1973 dall'etnobotanico nordamericano Bradley Dobos come approssimativa trascrizione della pronuncia della parola cinese gǒuqǐ, "bacca", che a sua volta potrebbe derivare dalla stessa radice della parola persiana gojeh (گوجه), che significa anch'essa "bacca".
Il Lycium barbarum è un arbusto legnoso deciduo, alto fino a tre metri, con rami arcuati deboli, foglie lanceolate, verdi e poco carnose, lunghe fino a 25 mm. I fiori crescono in gruppi da uno a tre nell'ascella delle foglie, con peduncoli lunghi 6-15 mm. Il calice, di solito rotto dalla bacca in crescita, è un tubo biancastro coronato da cinque o sei sepali triangolari radiali, più corti del tubo e fortemente ricurvi. Ogni fiore ha cinque stami, con steli più lunghi delle antere. Le piante sono autoimpollinanti, ma possono essere impollinate in modo incrociato dagli insetti. Il frutto di Lycium barbarum, la principale varietà di bacche di goji, è una bacca ellissoidale rosso-arancio brillante di 1–2 cm di diametro. Il numero di semi in ciascuna bacca varia ampiamente in base alla cultivar e alla dimensione del frutto, da 10 a 60. I semi sono lunghi circa 2 mm, larghi 1 mm, giallastri, con un embrione ricurvo. Nell'emisfero settentrionale la fioritura avviene da giugno a settembre e la maturazione delle bacche da agosto a ottobre, a seconda della latitudine, dell'altitudine e del clima. Dove non si verificano gelate, la fruttificazione è continua e le piante non perdono le foglie. La specie è propagata da uccelli e altri animali che ne mangiano i frutti e ne disperdono i semi con le feci. Quando sono mature, le bacche sono tenere e devono essere raccolte o scosse in vassoi per evitare che si rovinino; i frutti si conservano essiccandoli in pieno sole su vassoi aperti o mediante disidratazione meccanica, impiegando una serie di esposizioni al calore progressivamente crescenti nell'arco di 48 ore.
Il Lycium barbarum è coltivato in Cina, nelle fertili pianure alluvionali del Fiume Giallo e del Fiume Azzurro, da almeno 600 anni. È ancora ampiamente coltivato nella regione di Ningxia Hui della Cina centrosettentrionale, per un totale di 200.000 acri nel 2005. Dato che il Ningxia Hui è circondato da tre deserti, Lycium barbarum viene piantato anche per controllare l'erosione del terreno e recuperare i suoli irrigabili dalla desertificazione. Il Lycium barbarum fu introdotto nel Regno Unito nel 1730 dal Duca di Argyll, ma la pianta era usata principalmente per siepi e giardinaggio decorativo. Naturalmente sia Lycium barbarum che chinense sono usate da secoli sia nella cucina asiatica che nella medicina tradizionale cinese, coreana e giapponese. La Cina è ovviamente il principale produttore di Goji nel mondo, ma a partire dal 2000 gli agricoltori di Canada e Stati Uniti iniziarono a coltivare Goji su scala commerciale per soddisfare i potenziali mercati di bacche fresche, succhi e prodotti lavorati. A partire dall'inizio del XXI secolo, le bacche di goji essiccate e fresche sono state pubblicizzate in tutto il mondo come alimento particolarmente salutare, anche in assenza di solide ricerche scientifiche in proposito, e sono state incluse in molti snack e integratori alimentari, come gli yogurt e le barrette di cereali. Tra le tante astute strategie utilizzate per commercializzare il prodotto, spesso indicato come un "superfrutto", c'è la storia non supportata di un uomo cinese di nome Li Qing Yuen, che si diceva avesse consumato quotidianamente bacche di Goji, vivendo fino all'età di 256 anni (1677–1933)! Questa affermazione ha avuto origine in un opuscolo del 2003 del nutrizionista americano Earl Mindell (1940-), noto per le sue affermazioni antiscientifiche sull'omeopatia, il quale sosteneva che il Goji avesse anche proprietà antitumorali, ma le ricerche hanno dimostrato che si tratta solo di una bufala orchestrata per scopi pubblicitari. Tali affermazioni esagerate sui benefici per la salute delle bacche di Goji e dei prodotti derivati ​​hanno scatenato forti discussioni, anche da parte delle agenzie di regolamentazione governative. Nel 2006 la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha avvisato vari distributori di succo di Goji che i benefici terapeutici da essi sbandierati non sono mai stati dimostrati. Nel gennaio 2007 Earl Mindell, intervistato dalla rete televisiva canadese CBC, affermò falsamente che il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York aveva completato studi clinici che mostravano che l'uso del succo di Goji avrebbe prevenuto il 75% di casi di cancro al seno. Di conseguenza il 29 maggio 2009 è stata intentata un'azione legale collettiva contro l'azienda per cui Mindell lavorava presso il tribunale distrettuale dell'Arizona, denunciando false dichiarazioni, pubblicità ingannevole e altri problemi riguardanti i prodotti della ditta suddetta, che ovviamente ha cercato di difendersi commissionando studi scientifici a proprio favore. Uno studio cinese condotto sui topi avrebbe riscontrato che le bacche di Goji potenziano la capacità antiossidante dell'organismo, che sarebbe risultata comparabile addirittura a quella della vitamina C. Come per molti altri nuovi alimenti e integratori pubblicizzati come "miracolosi", la mancanza di prove cliniche e lo scarso controllo di qualità nella produzione impediscono al Goji di essere clinicamente raccomandato o applicato. La considerevole mole di ricerche avviate per studiare le proprietà biologiche delle sostanze fitochimiche di questi frutti, e in particolare l'analisi dei polisaccaridi contenuti nei frutti, semi, radici di Goji, è ancora in corso, tuttavia fino ad oggi non sono è stata confermata alcuna vera efficacia clinica del consumo del frutto stesso, del suo succo o degli estratti. Anzi, i test in vitro suggeriscono che le sostanze fitochimiche non identificate nel tè di goji possono inibire il metabolismo di alcuni farmaci per il diabete, la tachicardia o l'ipertensione. Inoltre la Food and Drug Administration ha individuato alti livelli di residui di insetticidi e di fungicidi in alcuni prodotti importati a base di Goji di origine cinese, il che ha portato al sequestro di questi prodotti, e di conseguenza alla solita guerra commerciale. Concludendo: meglio non credere alle riviste che sbandierano un nuovo prodotto come poco meno che "miracoloso", ed informarsi bene sulle sue controindicazioni, prima di cominciare a farne delle scorpacciate!

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La resina che sale fino a Dio
La parola incenso deriva dal latino "incendere", "bruciare", mentre il suo nome ebraico "lebonah" deriva dalla parola che significa "bianco, splendente", e si riferisce a tutte quelle sostanze di origine vegetale (non solo resine ma anche radici, cortecce, bacche, fiori e foglie) che, bruciate, producono una fragranza particolarmente gradite. Per antonomasia, tuttavia, con il termine "incenso" si indicano le resine secrete da piante arbustive del genere Boswellia che crescono nelle regioni meridionali della penisola arabica e nelle antistanti coste dell'Africa orientale, delle quali la più ricercata è la Boswellia sacra. Il nome del genere onora il botanico scozzese John Boswell (1710–1780), e il nome della specie vi sarà chiaro tra poco. Il termine inglese "frankincense" deriva invece dall'antico francese "franc encens" ("incenso di alta qualità"). Boswellia sacra è un albero deciduo alto fino ad 8 metri, con uno o più tronchi che si ramificano a breve altezza dal suolo, assumendo la forma di un cono rovesciato; nelle piante molto vecchie i rami si allargano, quasi adagiandosi al suolo, per cui la chioma assume una forma emisferica. La corteccia presenta uno strato superficiale papiraceo che si desquama con facilità, e può essere rimosso in sottili strisce. I fiori, riuniti in infiorescenze, hanno 7–9 mm di diametro e una corolla di 5 petali liberi bianchi; alla base dell'ovario è presente un disco nettarifero di colore giallo nel fiore giovane, poi arancione e infine rosso scuro. Il frutto è una capsula ovoidale costituita da 3-5 valve, ognuna contenente un seme. Dalla corteccia stillano delle resine in grado di liberare nell'aria un forte e penetrante profumo al momento della loro combustione. Invece il Plectranthus coleidos è detto "pianta dell'incenso" a causa dell'aroma molto somigliante, ma non ha nulla a che vedere con l'incenso utilizzato nelle chiese.
Fin dall'antichità, la forte domanda dei vari tipi di incenso e la loro elevata utilità determinarono il sorgere di un importantissimo circuito commerciale in grado di determinare la nascita e il declino di numerose culture umane: la cosiddetta "via dell'incenso" andava dall'Arabia meridionale, detta dai Romani Arabia Felix, fino a Petra, la capitale dei Nabatei scavata nella roccia nell'attuale Giordania, e ciò spiega il grande splendore di questa città intorno all'epoca di Cristo,per proseguire poi ad Antiochia e da qui in tutto il bacino del Mediterraneo. L'imperatore Traiano la conquistò nel 106 d.C. proprio per controllare la parte finale della via dell'incenso. In precedenza, già Alessandro Magno, di rientro dalla sua spedizione fino in India, aveva progettato la conquista dello Yemen, che non fu mai realizzata perchè il Macedone morì a Babilonia a soli 33 anni il 10 giugno del 323 a.C. Nel 25 a.C. anche il prefetto romano d'Egitto Elio Gallo aveva tentato di conquistare l'Arabia per impadronirsi delle piste carovaniere attraverso cui passava il commercio dell'incenso, ma il re nabateo Oboda III finse di allearsi con lui, fornì a Gallo mille soldati e una guida, un certo Syleo, il quale però dirottò gli invasori romani nei deserti più aridi, li disorientò con giri viziosi e li fiaccò con marce a tappe forzate sotto un sole cocente; quando le legioni giunsero in terra sabea, erano così sfiancate che fecero retromarcia. Nella gestione dei traffici dell'incenso si sono succedute dal II millennio a.C. in poi diverse entità statali yemenite: i regni di Saba, dei Minei, del Qataban, di Awsan e del Hadramawt. Spesso i regni etiopici, come quello di Axum, hanno invaso le aree sud-arabiche proprio per controllare in prima persona questi commerci e arricchirsi. Addirittura c'è chi pensa che l'ascesa economica e spirituale della cittadina araba della Mecca, patria del Profeta Maometto, sia legata proprio al traffico dell'incenso lungo la dorsale carovaniera araba che metteva in collegamento la regione yemenita di Najrān con le coste del Mediterraneo!
L'uso dell'incenso è attestato fin dalle epoche più antiche per via de