Aelfwine il Navigatore

di Roger R.


Le narrazioni riguardanti Aelfwine, il marinaio che ha trovato la Strada Diritta ed è giunto a Tol Eressea, rappresentano sicuramente la materia più intricata e più complicata di tutti gli autori di antiche Cronache. È inoltre un personaggio unico, in quanto è il solo appartenuto a tempi storici che abbia messo piede sull'Isola Solitaria. Come vedremo, furono proprio i suoi racconti e resoconti a trasmettere le storie delle prime Tre Ere del Mondo al professor Tolkien e quindi a noi, che viviamo nella Settima Era.

Analizzando i testi che egli ci ha tramandato è anche possibile scoprire come in realtà, in quelle lontanissime Ere oggi pressoché dimenticate, il nostro mondo avesse un aspetto assai diverso, come mostra la cartina sottostante, tale da farlo coincidere con la Terra di Mezzo delle antiche saghe (cliccare sulla cartina per vederne un'immagine estesa):

Aelfwine era un anglosassone, vissuto in Gran Bretagna durante il decimo secolo. Il suo nome in antico inglese significa "Amico degli Elfi", non molto raro a quei tempi. Era un lontano discendente di Eärendil il Navigatore ed ha avuto, come tutti i suoi antenati, una grande bramosia per il mare in fondo alla sua anima.

Ci sono due versioni molto diverse tra di loro della leggenda di Aelfwine. La prima lo situa nel Wessex dell'undicesimo secolo, ma questa versione della storia sembra essere contaminata dalla tradizione orale, dal momento che essa sostiene che Warwick sia stata costruita dagli Elfi (chi la hanno chiamata Kortirion in memoria di Kortirion su Tol Eressea). Riteniamo questa versione perssoché impossibile per vari motivi: durante la Prima, la Seconda e la Terza Era non si è mai sentito parlare di una città denominata Kortirion nella Terra di Mezzo. All'inizio della Quarta Era i pochi elfi restanti stavano diminuendo rapidamente di numero, e troviamo improbabile che tutti gli elfi rimasti abbiano costruito una grande città. Ma è possibile che questa leggenda storia provenga dall'altra versione, perché la trama è fondamentalmente la stessa.

La prima versione è altamente dettagliata e vale la pena di riassumerla. Aelfwine visse a Warwick in Luthany (che oggi è l'Inghilterra) ed apparteneva alla stirpe degli "Ing". Suo padre era il menestrello Deor e sua madre era Eadgifu. Quando Aelfwine era ancora molto giovane, Warwick fu attaccato dai Vichinghi del Nord. Deor e Eadgifu furono uccisi, e Aelfwine fu ridotto in schiavitù da Orm il vichingo.

Dopo molti anni di servizio, Aelfwine fuggì e riuscì ad approdare sulla costa occidentale dell'Inghilterra. Là visse per molti anni in una comunità di marinai, fino a che non fu cresciuto. In questi anni imparò l'arte della navigazione, e spesso si spinse molto al largo nell'oceano. Durante uno di questi viaggi avvistò le isole del lontano occidente, ma poi il vento lo risospinse di nuovo a casa.

Sapendo che vi erano ad ovest isole sconosciute e non segnate su alcuna mappa, con sette compagni (dei quali le saghe ci hanno tramandato soltanto i nomi di Aelfheah, Bior e Gelimer) si spinse ad ovest alla loro ricerca. Durante una terribile tempesta notturna la nave andò distrutta, e la mattina seguente Aelfwine si ritrovò solo su una spiaggia. Era stato gettato dalle onde su una delle Isole Senza Porto (Harbourless Isles).

Ben presto scoprì di essere solo sull'isola, fatta eccezione per un uomo molto anziano che era naufragato sull'isola molto tempo prima e che si presentò come "l'Uomo del Mare". Aelfwine trascorse molto tempo sull'isola ed imparato molto dall'anziano naufrago. Una mattina scoprì che un'altra nave era naufragata sull'isola: la nave di Orm il Vichingo. Nessuno dei Vichinghi era sopravvissuto, e così Aelfwine e l'Uomo del Mare, presero possesso della nave e con essa presero il largo.

Dopo un lungo viaggio verso ovest giunsero alla solitaria isola Eneadur, abitata da una popolo di marinai che chiamavano se stessi Ythlings. Su quest'isola Aelfwine ritrovò i suoi sette compagni, vivi e in buona salute. Gli Ythlings sembravano conoscere l'Uomo del Mare, che ordinò loro di costruire una nuova nave per Aelfwine e per i suoi compagni. Il giorno della partenza, l'anziano benedisse la nave, poi si arrampicò su di un'alta scogliera e si tuffò nell'oceano. Aelfwine pianse per quella che credette essere la certa morte del compagno, ma gli Ythlings si limitarono a sorridere.

Insieme ad un Ythling chiamato Bior, gli otto compagni suddetti salparono ancora verso ovest. Dopo un viaggio molto lungo e sfiancante superarono le Isole Fatate (Magic Isles), dove persero tre membri della loro squadra. Un giorno nebbioso, l'aria si riempì di una fragranza sconosciuta, improvvisamente le foschie si diradarono improvvisamente ed essi videro davanti a loro Tol Eressea, l'Isola Solitaria.

Ma poi il vento cambiò, le foschie tornarono ad infittirsi e la visione sparì. Aelfwine si levò in piedi sulla poppa ed allora con un grido si tuffò nell'oceano mentre la nave tornava a volgere la prua verso est.

Questa versione della leggenda si conclude qui. Ciò può indicare che nella sua prima versione venne scritta da uno dei compagni di Aelfwine. Ma deve essere stata molto rimaneggiata con il passare del tempo, e per questo non è affatto certa.

L'altra versione della storia sembra più realistica, in parte perché è corredata da molti riferimenti storici. Aelfwine era un marinaio e un menestrello al servizio del re Eadweard thegn Odda. È stato denominato Widlast (in inglese moderno "Fartravelled", colui che ha viaggiato a lungo) e suo padre era Eadwine, figlio di Oswine. Nacque intorno all'869 d.C.

Quando Aelfwine aveva nove anni (verso l'878 d.C.), suo padre salpò con la sua nave Earendel e non fece più ritorno. A causa degli attacchi dei danesi, la madre di Aelfwine (della quale non ci è stato tramandato il nome) fuggì con lui da Somerset, dove vivevano, verso il Galles occidentale.

Visse laggiù fino alla virilità ed imparò la lingua gallese e il mestiere del navigante, poi ritornò a Somerset per servire il re nelle sue campagne belliche. Al servizio di Odda navigò attraverso molti mari e visitò molte volte sia il Galles che l'Irlanda. Nel corso dei suoi viaggi ascoltò molti racconti di mare, e così venne a conoscenza delle leggende irlandesi di Maelduin e di San Brendano, entrambi capaci di attraversare il mare e di vedere "molte isole l'una dopo l'altra, in cui hanno veduto meraviglie su meraviglie". Sentì inoltre parlare di una grande terra nell'ovest che era stata sommersa, i cui superstiti si erano rifugiati in Irlanda ed avevano dimorato là. I discendenti di questi uomini dell'occidente avrebbero sempre avuto la nella loro anima la nostalgia del mare, di modo che molti hanno intrapreso la navigazione verso ovest e non sono più tornati. Aelfwine pensò così che avrebbe potuto discendere da uno di quei superstiti.

Intorno all'anno 915, in autunno, i danesi attaccarono Porlock. Inizialmente furono respinti, e nella notte Aelfwine riuscì a catturare "un cnearr" danese (una piccola nave). All'alba Aelfwine disse al suo amico più caro, Treowine delle Marches, che intendeva salpare fuori, verso il paese del leggendario Sheaf, re dell'ovest. Per questo aveva preparato da molto tempo una scorta di cibo e di acqua. Treowine accosentì ad accompagnarlo almeno fino all'Irlanda. A loro si aggregarono altri due compagni: Ceola di Somerset e Geraint del Galles Occidentale.

Salpati da Somerset, volsero la prua verso l'ignoto ovest, oltrepassarono l'Irlanda e dopo molti giorni di mare i navigatori si sentirono esausti. "Una morte simile a un sogno", dicono le saghe, sembrò scendere su di loro e presto lasciarono questo mondo. L'ultima cosa certa del viaggio è che Treowine vide il mondo dissolversi sotto loro. Avevano imboccato la Strada Diritta.

È incerto cosa sia accaduto ai compagni del Aelfwine dopo che ebbero perso i sensi. Del resto, nessuno sa perchè tanti altri seguirono la stessa rotta senza imboccare la Strada Diritta. Che Treowine giunse là è certo, perché è nominato nella saga; gli altri possono essere sbarcati in Irlanda o (secondo una versione) saltati fuori bordo quando la nave si sollevò sopra il pelo dell'acqua.

Comunque, quando Aelfwine si svegliò, scoprì che si trovava disteso su di una spiaggia, mentre un gruppo di elfi trascinava la sua nave in secco. Era giunto a Tol Eressea. Presto divenne amico dei Noldor che vivevano sull'isola, imparò la loro lingua (il Noldorin) e ricevette da essi il nome di Eriol, che significa "colui che sogna da solo" (ma è stato interpretato anche come "scogliere di ferro"). Si spinse poi verso l'interno.

Presto giunse ad un villaggio denominato Tavrobel, dove rimase a lungo. In questo villaggio viveva Pengolodh, e Aelfwine ha imparato molto da lui. Pengolodh gli narrò il poema "Ainulindalë", il Canto degli Ainur, e gli fece leggere il Lhammas, il Quenta Silmarillion, il Libro d'Oro, il Narn I Chin Hurin e gli Annali di Aman e del Beleriand. Aelfwine imparò molto da questi antichissimi testi, e si mise a tradurre il Silmarillion, gli Annali e il Narn in antico inglese, opera proseguita dopo il suo ritorno in Gran Bretagna), trasmettendoci le etimologie di molti nomi.

Non si sa quanto tempo Aelfwine trascorse su Tol Eressea, ma è certo che sia rimasto là per molti anni. Alla fine riprese il mare e fece ritorno in Gran Bretagna, ma che cosa gli accadde in patria non ci è stato tramandato. Una sola cosa è certa: continuò a tradurre i testi elfici che aveva ricevuto in dono o imparato a memoria. Ed è altrettanto certo che il professor John R. R. Tolkien, massimo esperto di antico inglese, riscoprì i suoi lavori nel corso delle sue ricerche, li tradusse in inglese moderno ed utilizzò gran parte del materiale in essi contenuto nella redazione dei suoi best-seller: esplicitamente dei "Racconti Perduti" e dei "Racconti Ritrovati", ma certamente anche dello "Hobbit", del "Signore degli Anelli" e del "Silmarillion".

Ritratto di Aelfwine il Navigatore

Ritratto di Aelfwine il Navigatore

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Ed ora, alcuni riferimenti alla mappa sopra riportata della Terra di mezzo che, a detta dello stesso J.R.R. Tolkien, non si trova su un altro pianeta o in un altro universo, ma coincide con la nostra stessa Terra, in un'era precedente della sua storia, dominata dalla magia e per questo mitica. Al tempi degli eventi descritti ne "Lo Hobbit" e nel "Signore degli Anelli",  la Terra di Mezzo è prossima alla fine della sua Terza Era, circa 6.000 anni fa. Tolkien non ha creato la Terra di Mezzo dal nulla: antichi miti germanici dividevano l'universo in nove mondi, abitati da elfi, nani, giganti, eccetera; il mondo degli uomini era quello al centro, chiamato Midgard, Middenheim o (appunto) la Terra di Mezzo. Tale termine non descrive la totalità del mondo pensato da Tolkien: il termine corretto per il pianeta terra è Arda, e probabilmente deriva dal tedesco Erde ("terra"), mentre Ea è il termine adeguato per indicare tutto l'Universo.

Gli Hobbit sono descritti come abitanti del "Nord-Ovest del Vecchio Mondo, a est del Mare", e, pertanto, si associare la loro patria con la stessa di Tolkien, cioè l'Inghilterra; lo stesso Tolkien ammette: "La Contea è basata sull'Inghilterra rurale, e su nessun altro paese del mondo."

Tolkien mette a confronto il suo "vecchio mondo" con l'Europa: "L'azione della storia si svolge nel Nord-Ovest della Terra di Mezzo, equivalente in latitudine alle coste atlantiche dell'Europa e alla sponda settentrionale del Mediterraneo. [...] Se Hobbiville e Gran Burrone sono poste (come probabile) circa alla latitudine di Oxford, allora Minas Tirith, 600 miglia a sud, si trova circa alla latitudine di Firenze. Le bocche di Anduin e l'antica città di Pelargir sono circa alla latitudine di Troia".

Ma, come afferma Tolkien nel prologo del "Signore degli Anelli", sarebbe inutile cercare corrispondenze geografiche, siccome "quei giorni, la Terza Era della Terra di Mezzo, sono ormai lontani, e la forma di tutte le terre è stato cambiato..." Purtuttavia, Peter Bird, professore di Geofisica e geologia presso la UCLA (University of California, Los Angeles), ha fatto un tentativo di identificazione ed ha sovrapposto la mappa della Terra di Mezzo a quella d'Europa, il porta alle identificazioni seguenti:

La Contea si trova nel sud-ovest di Inghilterra, che più a nord è anche sede della Vecchia Foresta (lo Yorkshire?), dei Tumulilande (il nord dell'Inghilterra), della città di Brea (vicino a Newcastle-upon-Tyne) e di Amon Sul (le Highlands scozzesi).

I Rifugi Oscuri sono situati in Irlanda.

Eriador corrisponde alla Bretagna.

Il Fosso di Helm è vicino alla città di Basilea.

La catena montuosa di Ered Nimrais coincide con le Alpi.

Gondor corrisponde alle pianure settentrionali italiane, estese verso un Mare Adriatico prosciugato, come era alcune decine di migliaia di anni fa, durante le glaciazioni.

Mordor si trova in Transilvania, con il Monte Fato probabilmente in Romania, Minas Morgul in Ungheria e Minas Tirith in Austria.

Rohan è posto nella Germania meridionale, con Edoras ai piedi delle Alpi bavaresi. Sempre in Germania, ma a nord, nei pressi dell'attuale Amburgo, è edificata Isengard, in prossimità della foresta di Fangorn.

A nord si trova il Bosco Atro, più a est vi sono il Rhovanion e Rhûn, vicino agli Urali.

Il Mare di Rhûn corrisponde al Mar Nero.

Khand è la Turchia.

Haradwaith è la parte orientale del Nord Africa; Umbar corrisponde al Maghreb.

La baia di Belfalas è la parte occidentale del Mediterraneo.

Questa mappa è stata ripresa dalla pagina Web del professor Bird presso la UCLA.

Roger R.

Riferimenti bibliografici:

"Storia della Terra di Mezzo", vol. 9, "The Notion Club Papers" (seconda parte)
"Storia della Terra di Mezzo", vol. 2, "La Storia di Eriol o Aelfwine"
"Storia della Terra di Mezzo", vol. 5, "La Strada Perduta"
"Storia della Terra di Mezzo", vol. 1, "Appendice"
"Storia della Terra di Mezzo", vol. 10, "Ainulindalë"
"Storia della Terra di Mezzo", vol. 5, seconda parte: "I Lhammas"
"Storia della Terra di Mezzo", vol. 5, seconda parte: "Il Quenta Silmarillion"
"Storia della Terra di Mezzo", vol. 4, "I Primi Annali di Valinor"
"Storia della Terra di Mezzo", vol. 11, "Aelfwine e Dirhaval"
"Beowulf", stanze 1 - 58

Tratto da questo blog di Roger R. (grazie al Marziano per avercelo fatto conoscere!)

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E ora, il seguente articolo che ci è stato fatto conoscere sempre dal Marziano (è tratto da questo sito):

La spedizione algerina in Islanda del 1627
di Francesco Lamendola

Nel diciassettesimo secolo gli Stati costieri del Maghreb - Marocco, Algeri, Tunisi, Tripoli -, nominalmente infeudati all'Impero Ottomano, erano in piena fioritura economica e politica. Una parte notevolissima del loro benessere proveniva dalla pirateria, esercitata in maniera diretta o indiretta, cioè esigendo il pagamento di un tributo dagli Stati cristiani che volevano vivere tranquilli. Altro denaro affluiva nelle casse dei pascià maghrebini sotto forma di riscatto per gli schiavi cristiani che i parenti volevano far liberare; anche il grande scrittore Miguel de Cervantes conobbe questa dolorosa vicissitudine, dal 1575 al 1580. (1)
Si calcola che nella prima metà del 1600 vi fossero, nella sola Algeria, più di 20.000 schiavi cristiani. (2) L'intera struttura economico-sociale di Tunisi e di Algeri, che in quell'epoca avevano riunito le loro forze, poggiava sulla guerra di corsa.

LA CORNICE STORICA
A partire dal 1618 l'Europa fu travolta dalla Guerra dei Trent'Anni, in un crescendo di distruzioni e carestie. Le forze navali dei maggiori Stati europei furono distratte dalle esigenze della difesa contro i barbareschi, prime fra tutte quelle del colosso spagnolo, che già si avviava a una inarrestabile decadenza economica, politica e, infine, militare (quest'ultimo fattore si rivelerà solo nel 1643, con la disfatta nella decisiva battaglia di Rocroi contro i Francesi del Condé). Di tale situazione profittarono i veloci e leggeri vascelli moreschi per spingere le loro audaci imprese sempre più lontano, anche fuori del Mediterraneo. Le isole Canarie furono uno dei loro obiettivi, sporadici ma fruttuosi e quasi senza rischi. (3)
Nel terzo decennio del secolo giunsero ad Algeri notizie allettanti sulla remota isola del nord, l'Islanda. Essa era a quel tempo una terra particolarmente isolata: dal 1602 il il Governo danese aveva concesso alla Compagnia d'Islanda, gestita da mercanti di Copenhagen, il monopolio su tutto il commercio estero dell'isola. (4) Inoltre, sembra che già allora fosse iniziato nel nord Atlantico quel movimento di espansione neoglaciale che condusse, nei secoli XVIII e XIX, il limite meridionale dei ghiacci galleggianti a sud dell'Islanda (mentre dal 1920 è tornato stabilmente a nord di essa). (5)
Il raffreddamento complessivo del clima e l'assolutismo dei re danesi non erano però riusciti ancora a distruggere le basi economiche della società islandese, poggianti soprattutto su una fiorente attività peschereccia. In particolare, la costa sud-orientale (oggi pressoché disabitata, e divenuta tale per l'eruzione del vulcano Lakagigar nel 1738) (6), godeva di un certo benessere, dovuto alla pescosità di quelle acque. Sopravviveva anche una certa vivacità culturale: tanto che nel 1643 il vescovo Brynjólf Sveinsson scopriva la raccolta di antichi carmi norreni denominata Edda.
Ce n'era abbastanza per invogliare all'impresa gli audaci pirati barbareschi. Essi sapevano che le nebbie e il pack dei mari artici sarebbero stati, più che dei nemici, dei preziosi alleati per sfuggire a una peraltro improbabile sorveglianza delle flotte cristiane. Il re di Danimarca, Cristiano IV, s'era lasciato coinvolgere, nel 1625, nella Guerra dei Trent'Anni, e col Wallenstein che minacciava l'invasione dello Jutland, aveva ben altro cui pensare che la difesa del lontano possedimento islandese. Quanto al bottino che si sperava di fare nell'impresa, le bionde donne nordiche dagli occhi azzurri costituivano un articolo quanto mai pregiato per gli harem del Nord Africa; e, per rivendere i beni materiali che si sarebbero razziati, c'erano sempre i mercanti ebrei di Algeri (ma anche quelli di Livorno, se del caso), pronti alla bisogna.

UNA STRAORDINARIA IMPRESA MARINARA
Dal punto di vista nautico, la spedizione moresca in Islanda si presentava come una grossa impresa. È necessario porsi davanti a un globo geografico di una certa scala, per esempio 1:25.000.000, per afferrarne tutta la grandiosità. Si trattava di compiere un balzo di ventotto gradi di meridiano (dai 36° lat. N dello Stretto di Gibilterra ai 64° della costa meridionale islandese) navigando in pieno Atlantico, lontano da qualsiasi costa amica. Coprire qualcosa come 3.100 chilometri in linea d'aria nel solo viaggio di andata, e senza contare la navigazione costiera da Algeri a Céuta e dallo Stretto di Gibilterra al Cabo de São Vicente, estrema punta sud-occidentale del Portogallo (allora sottomesso alla corona spagnola di Filippo IV). In totale, fra andata e ritorno, più di 8.000 chilometri di navigazione, pari - per farsi un'idea concreta - ad oltre un quinto della circonferenza terrestre!
C'erano, è pur vero, alcuni elementi che giocavano a vantaggio della flotta barbaresca. In primo luogo, i Turchi - e quindi i loro alleati nordafricani - disponevano di ottime carte nautiche relative a tutti i mari del mondo, delle quali la famosa carta di Piri Reis, conservata nel Museo Topkapi di Istanbul, è solo un esempio. Poi, a partire dal 45° parallelo Nord circa, la flotta moresca nel viaggio di andata (ma solo in quello di andata!) avrebbe potuto sfruttare in pieno il ramo principale della Corrente del Golfo, che l'avrebbe sospinta di poppa dritta dritta fino all'Islanda. (7) Gli iceberg, però, nell'ultima fase del viaggio, avrebbero costituito un pericolo temibile, specialmente di notte. (E si badi che lo sarebbero stati, praticamente, fino all'introduzione del radar, come dimostrerà l'immane tragedia del grandioso transatlantico Titanic in piena belle époque: nel 1912!). Senza contare che le caratteristiche tecniche del naviglio moresco - la leggerezza e l'esilità dello scafo e delle strutture di coperta - se costituivano un vantaggio nel Mediterraneo, poiché consentivano di sviluppare una velocità superiore a quella dei grossi vascelli europei, ponevano tuttavia un'incognita nelle violente tempeste dell'Atlantico settentrionale.
L'incognita principale, comunque, era data dalla novità stessa dell'impresa. Fino a quel momento le navi di Algeri, come quelle di tutte le potenze rivierasche maghrebine, non avevano mai intrapreso delle spedizioni verso obiettivi così lontani. E, pur essendo dotate, da prima delle cristiane, di bussola magnetica, le navi musulmane preferivano senz'altro la navigazione costiera a quella d'altura. Fuori del Mediterraneo, non avevano molta esperienza: le stesse Canarie, obiettivo di alcune precedenti scorrerie, non distano che un centinaio di chilometri dal litorale marocchino - all'altezza della più orientale di essa, Lanzarote: tanto che, nelle giornate in cui l'aria è limpida, si possono vedere reciprocamente le due opposte sponde.
È pur vero che alcuni audaci ra'is (così si chiamavano i comandanti delle navi corsare) avevano vòlto la prua anche più lontano, fino alle Azzorre (1.400 km. a ovest del Portogallo) e perfino alle Isole del Capo Verde (500 km. a ovest della costa africana). Altri avevano compiuto scorrerie ai danni dei pescherecci europei sui Grandi Banchi, al largo delle coste occidentali iberiche e irlandesi. (8) Nessuna però di queste imprese può essere paragonata a quella contro l'Islanda, almeno dal punto di vista nautico. Tanto le isole di Capo Verde quanto i Banchi di pesca della Penisola Iberica e delle Isole Britanniche erano indubbiamente degli obiettivi lontani, ma potevano essere raggiunti navigando, per lo più, in vista delle coste; e le Azzorre, benché poste in pieno Oceano, sono molto più vicine allo Stretto di Gibilterra che non l'Islanda, e circondate da acque assai più miti.
La spedizione contro l'Islanda del 1627 aveva, dunque, tutti i caratteri della eccezionalità e presentava rischi non indifferenti. Dovettero essere approntati vascelli più solidi dell'usuale, e raccolti equipaggi capaci di tenere il mare per parecchie settimane consecutive. Le spese per armare una tale flotta furono considerevoli, e i preparativi più complessi del solito. A quell'epoca, del resto, e per lungo tempo ancora - dal 1587 al 1659 - Algeri era governata direttamente da un pascià nominato dal sultano di Costantinopoli; questi, nel 1627, era l'energico e capace Murad IV. Fu quindi con l'approvazione e l'appoggio dell'Impero Ottomano, una delle massime potenze navali del Mediterraneo, che venne varata la spedizione algerina nel Nord Atlantico. I Turchi, da parte loro, non avevano esperienza diretta di navigazione sulle rotte oceaniche (9), e tutti gli aspetti tecnici dell'impresa ricaddero sulla flotta di Algeri. Al Governo della Sublime Porta sarebbero andati, comunque, secondo l'uso della pirateria barbaresca, un quinto del bottino e tutte le navi cristiane eventualmente catturate. Il resto spettava ai proprietari delle navi, agli equipaggi e ad alcuni funzionari. (10)

IL FATTORE SORPRESA
Quando giunsero in vista della costa meridionale islandese, quei vascelli corsari, usciti come per incantesimo dall'orizzonte, provocarono una sorpresa totale. Se pure ai pacifici abitanti dell'isola era giunta notizia delle incursioni moresche al largo della Manica, mai avrebbero pensato di vedersi un giorno assalire da quel nemico sconosciuto, partito dalle lontanissime coste dell'Africa.
Tutto fu quindi facile, dopo le fatiche e i pericoli della traversata, per i corsari algerini. Guidati dalla vetta del Hvannadalshnúkur (2.119 metri sul livello del mare, corrispondenti, però, da un punto di vista climatico, botanico e alpinistico a 5.000 metri delle nostre Alpi) (11) e dal bianco scintillante del grandioso ghiacciaio Vatnajökull, allora ancor più esteso di oggi (12), essi diressero le prore verso la costa, animati in pari misura dal sacro zelo della Gihad, la guerra santa contro gli infedeli, e dalla prospettiva di un ricco e facile bottino.
Le prime vittime dell'attacco furono le navi della flotta peschereccia; poi vi fu lo sbarco nel consueto stile corsaro: la cattura degli schiavi, il saccheggio delle abitazioni, l'incendio. Quel po' di benessere accumulato dagli abitanti con la faticosa pesca del merluzzo e delle aringhe, non ancora del tutto eroso dalla rapacità del monopolio danese, andò distrutto in poche ore. Accadde tutto così in fretta e così imprevedibilmente, che gli scampati faticavano ancora a capacitarsene, quando già era tutto finito. Essi vedevano bruciare le case e le barche, loro sola fonte di sopravvivenza; allontanarsi su quelle navi misteriose i loro cari, rapiti per sempre (e che sarebbero morti ben presto in gran numero nel clima africano), e non potevano pensare che a un'opera del demonio. In tempi in cui la società islandese viveva ancora - come del resto altri paesi d'Europa e d'America - nel clima della superstizione e della caccia alle streghe (13), era quella l'unica, istintiva, possibile spiegazione.
"Quei pirati che giungevano dal nulla, esportando morte e una lingua incomprensibile - è stato giustamente scritto -, sono rimasti nei secoli, emblematicamente, cifra del Male, popolando saghe e racconti imperniati fin allora su Zeus-Odino." (14)

CONCLUSIONI
È stata a lungo opinione degli studiosi che la navigazione e l'esplorazione delle regioni polari sia un capitolo esclusivo della storia occidentale. Nessuno, a quel che ci risulta, ha tentato di porre in luce il contributo dei popoli extraeuropei. Una rara eccezione è data da Silvio Zavatti, che nel suo Dizionario degli Esploratori e delle scoperte geografiche ricordava anche episodi quali la traversata del Pacifico da parte del cinese Hui-Sien, nel 499 d.C., o la navigazione antartica del polinesiano Hui-Te-rangi-Ora, nel secolo VII o VIII. (15) A proposito della quale ultima, il celebre etnologo Peter Buck si esprimeva in termini negativi, giudicando poco credibile che dei Polinesiani succintamente vestiti possano aver navigato fra ghiacci e icebergs, tanto più che essi - a suo avviso - non sarebbero comunque disposti ad avventurarsi in mari freddi e grigi. (16)
Ebbene, un tale argomento "psicologico" deve essere scartato, non solo perché i popoli della fascia climatica tropicale possono aver navigato alle alte latitudini per cause accidentali, trascinati dalle tempeste - e di fatto così avvenne nella maggior parte dei casi -, ma anche perché non pertinente. Ancora nel 1800 i Maori della Nuova Zelanda si spingevano, con le loro piroghe, fino alle isole subantartiche di Auckland, 500 km. a sud dell'isola meridionale (o, più precisamente, dell'Isola Stewart, da essi chiamata Rakiura o "Terra dai Cieli Ardenti", forse per via delle aurore polari). (17) E la spedizione corsara algerina in Islanda del 1627 conferma che navigatori non europei, originari di Paesi caldi, erano in gradi di affrontare con successo le rotte polari, anche al tempo della navigazione a vela.
Certo, non si trattava di spedizioni a carattere scientifico, volte ad ampliare il patrimonio nautico e geografico: ma lo stesso si può dire per gran parte delle navigazioni polari degli Europei fino al XIX secolo. Furono i cacciatori di foche e di balene che diedero un contributo decisivo alla conoscenza delle terre e dei mari artici e antartici (al prezzo assai elevato, questo è un fatto, di terribili distruzioni della fauna e, indirettamente, della flora di quelle regioni, fino alll'estinzione totale di un gran numero di specie viventi). E se la spedizione algerina del 1627 non andò oltre le rotte già note agli Europei, tuttavia dimostra che il freddo, gli icebergs e l'impatto psicologico con situazioni climatiche e ambientali tanto diverse da quelle a loro abituali, non bastavano a fermare dei navigatori africani. La circostanza, triste invero, che quegli audaci navigatori fossero dei corsari spietati, non modifica questa realtà. Né dovremmo dimenticare che un corsaro spietato fu pure sir Francis Drake, il primo circumnavigatore inglese della Terra (e il secondo in assoluto dopo Magellano); e tali furono molti altri esploratori europei.
Una storia delle navigazioni polari compiute dai popoli così detti "di colore" aspetta ancora d'essere scritta. Essa dovrebbe prendere in considerazione le imprese dimenticate degli Eschimesi o Inuit, dei Siberiani, dei Polinesiani, dei Maori, dei popoli canoeros della costa americana sud-occidentale (Chonos, Alakaluf, Yahgan o Yàmana) nonché, forse, quelle accidentali dei Tasmaniani (che però, a quanto ci è noto, non erano in grado di raggiungere nemmeno la vicina costa del continente australiano). Molte difficoltà presenterebbe la sua stesura, trattandosi di eventi attestati, per lo più, da semplici tradizioni orali, e perciò sospesi nel Limbo fra lo storico e il leggendario.
La prima e più grave difficoltà, tuttavia, speriamo d'averla rimossa: ed era la tipica ripugnanza dello studioso occidentale ad ammettere che, anche in questo campo, non fu vanto esclusivo dell'uomo bianco quello d'aver valicato gli orizzonti di Ulisse.

Francesco Lamendola

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NOTE
(1) CARLO BOSELLI-CESCO VIAN, "Storia della letteratura spagnola", Firenze, 1946, p. 95.
(2) HENRY LOUIS ETIENNE TERRASSE, "Barbary Pirates", in "Encyclopedia Britannica", ed. 1946, vol. 3, p. 147.
(3) ROBERT PERCY BECKINSALE, "Canary Islands", in "Enc. Brit.", ed. 1964, vol. 4, p. 767.
(4) "Islanda, storia", voce della "Enciclopedia Europea", vol. 6, 1978, p. 298.
(5) GEORGE H. DENTON- STEPHEN C. PORTER, "Neoglaciazione", su "Le Scienze", sett. 1970.
(6) HAROUN TAZIEFF, "E l'Inferno venne a galla", su Atlante, ott. 1970, pag. 31.
(7) Cfr. ad es. il "World Atlas" della "Enc. Brit"., 1963, vol. 24, tav. 19, Drainage Regions & Oceran Currents.
(8) J. P. COOPER, in "Storia del mondo moderno" della Cambridge University press, tr. it. Milano, 1971, vol. IV, pag. 264.
(9) B. L. MONTGOMERY, "Storia delle guerre", Milano, 1970, pag. 263.
(10) FRANCESCO BEGUINOT, "Barbareschi, Stati", voce della "Enciclopedia Italiana", ed. 1949, vol. VI, pp. 121-122.
(11) J. P. COOPER, c. s.
(12) Lo stesso fenomeno di espansione riguardò, oltre quelli islandesi, i ghiacciai svizzeri. Cfr. F. C.SPOONER, in "Storia del mondo moderno" di Cambridge, cit., vol. IV, pp. 76-77.
(13) VERMUND G. LAUSTEN, "Islanda, storia", voce della "Enc. Ital.", ed. 1949, XIX, p. 629.
(14) ENRICO DEVALLE-MAURIZIO GILY, "La grande sfida alla natura", su Geodes, marzo 1986, p. 31.
(15) SILVIO ZAVATTI, "Dizionario degli Esploratori e delle scoperte geografiche", Milano, 1967, p. 150.
(16) PETER BUCK, "I Vichinghi d'Oriente. Le migrazioni dei Polinesiani", Milano, 1961, pp. 122-124.
(17) ELSDON BEST, "Map showing the Routes and some recorded Voyages of the Polynesians in the Pacific Ocean", in "The Geographical Review", nr. 3, marzo 1918.

(Articolo pubblicato sul numero 3, anno XLIII, settembre 1987 de "Il Polo. Rivista trimestrale fondata dal prof. Silvio Zavatti", pp. 35-39; e, con il titolo "La spedizione moresca in Islanda", nel volume miscellaneo edito dal Museo Nazionale della Montagna "Terra di ghiaccio. Arte e civiltà dell'Islanda", Torino, 1989, pp. 167-170)


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