Et super hanc petram

di Spartaco Mencaroni


La passione del Coniglio per le ucronie è ormai consolidata. Ma questa breve storia alternativa, pur lasciando stare le cose come sono, e a Sorbara è andata come è andata, propone un pizzico di follia fantastica per arricchire ancor di più il fascino di un epoca che non manca mai di stupire ed emozionare. La battaglia di Sorbara in un mondo alternativo dove gli elementi fantasy sono ben presenti e codificati all'interno del clero, entrando decisamente nel "warfare" alto medioevale.
Buona lettura.

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- Raduna in fretta le tue cose, prete. Non c'è molto tempo.

Senza attende risposta, il massiccio cavaliere varcò la soglia della sacrestia e si avviò per l'ampio corridoio che menava al cortile del monastero. L'eco metallico della corazza, che risuonava al ritmo vigoroso dei suoi passi, riempì il silenzio nel quale Padre Gualberto affrettava i preparativi.

Il vecchio sacerdote soppesò il cinturone, già ricolmo delle pergamene con gli esorcismi principali, e volse uno sguardo triste allo scaffale che conteneva i venti eleganti volumi delle Etymologiae di Isidoro da Siviglia. Sospirando, si chinò a riempire la bisaccia: olio santo, unguenti, reliquie... niente che avrebbe potuto fare veramente la differenza, nell'imminente battaglia. Ma era tutto quello che aveva potuto preparare in così poco tempo.

Di minuto in minuto, i suoi gesti si facevano più frenetici; il religioso si guardava intorno con rapide occhiate nervose: percepiva qualcosa, come un'ombra che oscurava i mutevoli bagliori delle candele sulle pietre scure. Inquieto, si caricò la borsa a tracolla e si affrettò a sua volta all'esterno, arrancando sul fondo irregolare del cortile sotto il peso del proprio fardello.

Nonostante la luce fosse ancora fioca, il Conte Eceno lo individuò subito e gli rivolse un cenno di saluto, sollevando il pavese, dall'alto del suo stallone corazzato.

- Ci siamo tutti – lo udì dichiarare, ottenendo l'istantaneo silenzio dei duecento cavalieri di San Giacomo che lo attorniavano, pronti a muovere ad un suo gesto. Uno di loro si staccò dal gruppo e avanzò al piccolo trotto verso il religioso, conducendo per la briglia un magro ronzino. Inespressivo e muto, il cavaliere restò attese mentre l'altro si issava con fatica in sella, poi voltò il suo destriero e tornò rapidamente in posizione.
- Andiamo – disse il condottiero.

Il gruppo si dispose in una doppia fila ordinata ed attraversò compatto il vasto cortile inzuppato di pioggia, passando in fretta sotto la cancellata. Fuori, la pianura declinava verso l'Adriatico e il delta del grande fiume: la bruma impenetrabile che avvolgeva l'orizzonte ad oriente era segnata da riflessi rossastri, che nulla avevano a che vedere con la luce dell'alba, ormai imminente. Giungeva, con la brezza fredda dei colli, un odore dolciastro di cose morte: tutto aveva un aspetto così innaturale da far accapponare la pelle, ben più dell'insolito freddo in cui era immersa la campagna emiliana, in quei giorni di mancata estate. Mentre la sua bestia arrancava rassegnata dietro al fiero gruppo di destrieri, padre Gualberto si rattristò nuovamente all'idea di lasciare incustoditi i suoi libri, recuperati rischiando la pelle in una necropoli maledetta sotto il cuore di Bologna.

Una voce autorevole e fiera interruppe le sue cupe riflessioni. Silenzioso come lo stiletto di un assassino, il Conte lo aveva affiancato, attardando il passo della sua cavalcatura per adattarlo a quello del vecchio ronzino.

- Siete riuscito a riposare, Padre? – gli domandò con rispetto il comandante di quel manipolo, a cui il sacerdote era stato costretto ad unirsi. Malgrado tutto, fu colpito dalla premura di quella domanda.

- Soltanto verso l'alba, per pochi minuti.

La bocca dell'altro si piegò in un sorriso compiaciuto:

- Con gli anni si impara a dormire anche prima della battaglia.

- Credete che si giungerà presto allo scontro? – domandò il prete, tentando inutilmente di mascherare la propria apprensione.

- Per la Triade! Mi auguro di sguainare la spada prima di domani.

Gualberto rabbrividì a quella profanazione; il guerriero non sembrò accorgersene e seguitò a parlare.

- Avrei voluto affrontare i normanni già settimane fa, prima che i miliziani di Gandolfo si riunissero alle truppe di Oberto da Este.

- Gandolfo è sceso in campo insieme alla Lega imperiale? – domandò con ansia, all'udire il nome del sinistro antivescovo.

- Nessuno, da Canossa, vi informa di ciò che accade in questa guerra? Come potete esser utile al mio battaglione, se non sapete chi sono i nemici?

Punto sul vivo, il sacerdote rispose con tono indignato, alzando la voce.

- La Venerabile Matilde mi ha mandato in soccorso delle vostre truppe, affinché le mie arti servissero a proteggervi dai malefici degli eretici imperiali: non mi intendo di alleanze militari, ma di esorcismi.

- Non è il caso di scaldarsi tanto – minimizzò il condottiero. – Avrete presto l'occasione di mostrare le vostre abilità.

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Le ore del giorno scivolavano via con estenuante lentezza, scandite dal sordo martellare degli zoccoli sulla terra molle: i campi fradici e le collinette boscose si alternavano indistinguibili, mentre il gruppo proseguiva intorno a Modena, evitando le strade principali. I cavalieri sembravano immuni al freddo e alla fatica: si reggevano stolidamente in sella, i sensi obnubilati dalle dozzinali pozioni con le quali usavano drogarsi in guerra. Al culmine di un sanguinoso tramonto, mentre lo squadrone oltrepassava la sommità di un'altura, si stagliò improvvisa all'orizzonte la sagoma del castello di Sorbara. Le mura squadrate e il profilo del torrione, dall'aspetto tozzo e imponente, sembravano assorbire la luce vermiglia che calava dal cielo. Agli occhi esperti del prete, le pietre di quel baluardo della retta fede pulsavano intensamente di un'aura sacra, scaldate dagli ultimi raggi del sole morente.

L'esercito della Lega imperiale era accampato a meno di due leghe dalla fortezza: i torrioni e le travature della macchine d'assedio si stagliavano contro il cielo limpido del crepuscolo, come cupi vessilli di morte. Più in là, dove già si infittivano le ombre della notte, l'orda normanna brulicava nella pianura in un viscido groviglio: Gualberto poteva scorgere l'inquietante volteggiare dei sudari, con cui erano stati avvolti i cadaveri resuscitati, che un vento soprannaturale agitava nell'aria immobile. A tratti giungeva l'eco della lugubre cantilena con la quale i preti imperiali tenevano a bada la loro armata di soldati morti, nell'attesa di scagliarla contro le mura del castello.

- Gran Trino! – sibilò il Conte, scivolandogli accanto: la sua abilità di cavalcare in perfetto silenzio era sbalorditiva quanto la raffinatezza della magia che la permetteva.

- Un'orda imponente – commentò il prete, senza distogliere lo sguardo dal campo dei negromanti. – Non sarà facile averne ragione, messere.

Il condottiero, in tutta risposta, sputò per terra, poi trasse dal fodero un lungo spadone d'argento. La lucida superficie del metallo iniziò a risplendere di un intenso bagliore turchese, che illuminava il volto del paladino con un chiarore spettrale. Il suo viso assunse un'espressione austera e nobile, come se all'improvviso il condottiero avesse preso le sembianze di un eroe biblico.

- L'esercito della Venerabile Matilde muove da sud, insieme agli armigeri lucchesi di Anselmo – annunciò il Conte Eceno, con voce stentorea. – Noi attaccheremo da est le retroguardie delle forze normanne, impegnate nell'assedio di Sorbara: li prenderemo di sorpresa e li rimanderemo tutti all'inferno, si tratti di uomini, o di ombre!

Gualberto non rispose, ma sotto il mantello intrecciò le dita e le agitò in un segno di scongiuro: conosceva bene i poteri dei sacerdoti teutonici e dubitava che, da sole, le armi consacrate dei cavalieri di San Giacomo avrebbero potuto impensierirli.

Ma non c'era tempo per proporre altre soluzioni: d'improvviso, protetti dalla crescente penombra, gli armati di Canossa irruppero dall'altra parte della vallata, al grido di “Viva San Pietro”. Matilde la Venerabile cavalcava alla testa delle sue schiere, vestita di bianco e circondata dall'aura luminosa degli incantesimi di protezione. Mulinando il suo scettro, ricavato da un braccio della Vera Croce, lanciava strali splendenti e squarciava il petto dei pochi soldati che osavano pararsi dinanzi alla sua furia.

Nel campo dei normanni serpeggiava una frenetica confusione: i preti teutonici presero a gridare oscene invocazioni all'Adverso e i non morti, eccitati dal nome del loro signore, si ammassavano per mettersi in formazione, spintonando e mordendosi l'un l'altro, ansiosi di avventarsi sulle carni calde dei soldati. Gualberto attendeva il suo momento, cercando di intuire l'attimo esatto in cui l'orda si sarebbe riversata sugli inconsapevoli soldati di Matilde, che già pregustavano la vittoria. Con occhio attento valutava il caotico ondeggiare della schiera brulicante, dalla quale fetidi tentacoli di tenebra si levavano al cielo sempre più scuro, in attesa del buio completo.

Dall'altra parte della spianata, l'esercito di Canossa aveva rapidamente sbaragliato la Lega imperiale: il Conte Eceno poteva scorgere la figura del vescovo eretico Eberaldo, che fuggiva nudo, gli abiti inceneriti dagli incantesimi con cui aveva tentato di proteggersi. D'un tratto, un lamento lugubre si levò della pianura e un vento soffocante, come il fiato marcio di un sepolcro, spazzò il campo di battaglia. Gli uomini di entrambi gli schieramenti, soffocati dall'afflato pestifero, gettavano le armi e si stringevano la gola con le mani, sputando sangue. Vibrando di maligna esaltazione, la marea dei non morti si tese, come un'unica mostruosa entità, pronta a balzare in avanti e a fare scempio dei soldati inermi, senza distinguere fra amici e nemici.

Ma un istante prima dell'assalto finale, il sacerdote levò al cielo le braccia, tuonando le antiche parole di un potente esorcismo: il cielo notturno si squarciò ed una titanica colonna ardente precipitò dalle nubi, schiantandosi al suolo nel bel mezzo delle schiere normanne. I negromanti, colti alla sprovvista, fuggivano con le vesti in fiamme, lasciando i non morti alla mercé del proprio terrore. Mentre questi sbandavano e si calpestavano, nel disperato tentativo di fuggire al fuoco divoratore, si udì il suono cristallino di un corno, e i cavalieri di San Giacomo caricarono l'orda infernale.

Le spade consacrate brillavano nel buio come piccole comete, le cui code luminose descrivevano gli archi di micidiali fendenti, che i guerrieri menavano senza sosta. I demoni, straziati dal fuoco e dal metallo sacro, laceravano la notte con folli grida, che avrebbero perseguitato il sonno dei sopravvissuti per gli anni a venire.

Indifferente a tutto, padre Gualberto continuava a pregare, le mani alzate contro la notte, il volto tinteggiato dal riverbero degli incendi: pensava a Gregorio, suo Pontefice, perseguitato dal demonio che si agitava nell'anima corrotta di Enrico. Sempre più esausto, il prete teneva lo sguardo fisso sulle mura rossastre del castello, dove erano riposte le speranze della Romanità. I bastioni silenziosi, le guglie slanciate, gli antichi fregi che ornavano i torrioni: erano quelle le pietre su cui si poggiava, nei tempi più oscuri, la fede Trinitica. Sentiva il corpo spezzarsi, prosciugato dall'immane sforzo necessario a mantenere l'incantesimo abbastanza a lungo per dare il tempo ai paladini di distruggere uno ad uno gli esseri infernali. La vita gli sfuggiva, ma le forze non l'avrebbero abbandonato, non prima dell'alba: Gualberto ne era sicuro, così come era certo che il suo martirio gli avrebbe dischiuso le porte della casa del Trino.

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- Vittoria! Vittoria! La Lega imperiale è sbaragliata.

Nella livida aurora, le urla dei vincitori si levavano gioiose, coprendo i flebili lamenti dei feriti; luminosa come un'alba di sole, Matilde di Canossa varcava le porte di Sorbara, acclamata dalle schiere dei sudditi fedeli. Sul campo di battaglia, un vento gagliardo spazzava via, assieme alla nebbia, gli ultimi brandelli di oscurità e fetore, mentre l'aria fresca del mattino carezzava pietosa il volto dei morti.

Sulle pietre di Sorbara, bagnate di rugiada, ardeva limpida la luce del giorno.

Spartaco Mencaroni

Per farmi sapere che ne pensate di questo mio racconto, scrivetemi a questo indirizzo.

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Aggiungiamo la proposta di Stefano Sezzi:

E se Neon Genesis Evangelion venisse scritto nell'XI secolo? Come apparirebbe?

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E ora, l'idea di William Riker:

Il Medioevo eterno!

Ecco una proposta di ucronia che potrebbe piacere al Marziano: il Medioevo eterno! Esistono tuttora il Sacro Romano Impero simile a quello di Carlo Magno, il Potere Temporale dei Papi, l'Impero Bizantino prima di Manzicerta, il Califfato ‘Abbāside, l'Impero Cinese e l'Impero di Tawantinsuyu. L'obiettivo è di trovare meno Punti di Divergenza che sia possibile per ottenere oggi il risultato di avere queste compagini, senza ulteriori vincoli.

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Gli replica il grande Bhrghowidhon:

Partirei da considerazioni generalissime.

1) Come conciliare il Califfato ‘Abbāside con gli Ottomani e i Ṣafāwidi? Tutti e tre mi sembra impossibile; ipotizzerei un Sultanato di tipo Saljūqide, eventualmente con la Dinastia Ottomana, e la continuità del Califfato ‘Abbāside, senza Ṣafāwidi in Persia. Il Sultanato di Delhi dipenderebbe dal Califfato più o meno come l’Emirato di Bari (quando è realmente esistito, [840/841-]847-871).

2) Come regolarsi quando i territorî del Califfato (anche ucronici, ricavati come sopra indicato) e quelli della Cina si sovrappongono? In questo caso seguirei le vicende storiche, escludendo solo quelle coloniali (v. sotto).

3) Quando invece la sovrapposizione è con Bisanzio, non possiamo seguire lo stesso criterio, perché altrimenti non avremmo più l’Impero Bizantino stesso; in questo caso mi pare che il confine naturale – che è anche quello durato più a lungo – sia lo spartiacque del Tauro e quello fra Bacino del Golfo Persico da un lato (quindi del Tigri e dell’Eufrate) e Bacini del Mar Nero e del Mar Caspio dall’altro (lasciare l’Impero Bizantino alla massima estensione rischierebbe invece di ridurre ai minimi termini il Califfato).

4) Come trattare il Califfato ’Umayyade? Poiché non ha mai fatto parte direttamente di quello ‘Abbāside, temo che non ci siano speranze: i suoi Succedanei verranno annessi dalla Spagna e dal Portogallo.

5) Quale Dinastia continuerà l’Impero Bizantino (esclusi, in questo caso, gli Ottomani)? Se vogliamo conservare Bisanzio come Impero Ortodosso, mi pare inevitabile che sia la Moscovia a fornire, fin dal XV secolo, i nuovi Imperatori.

6) Qual è il confine definitivo fra Bisanzio e il Sacro Romano Impero? Nel Mediterraneo ritengo inevitabili le Conquiste Normanne e Aragonesi, mentre nell’Adriatico potrebbe rimanere un nesso con Venezia (benché cattolica) e il suo Stato da Mar (con riserva sulla Dalmazia, perché è inverosimile che la pressione del Sacro Romano Impero sia sempre e comunque inferiore a quella di Bisanzio); la Serbia resterà nell’orbita bizantina, la Bosnia contesa, Valacchia e Moldavia prevalentemente nella Compagine Imperiale Ortodossa, mentre più a Nord il Confine Confessionale potrebbe non essere dirimente, soprattutto se la Moscovia trasferisce il proprio Centro Principale del Potere a Bisanzio (in pratica, non solo Polonia ma anche Lituania, Ordine Teutonico/dei Portaspada e Ingria nella Compagine Imperiale Cattolica).

7) È da discutere se l’Unione di Kalmar e l’Inghilterra gravitino sul Sacro Romano Impero. Se c’è il distacco da Roma della Riforma Evangelica, propenderei per il no, altrimenti per il sì.

8) Ci sarà il Colonialismo nelle Americhe e in Africa Nera? Vorrei tanto che no, ma non vedo come evitarlo; quello in Asia è bloccato dalla compattezza del Califfato (come in Cina dell’Impero), ma altrove non c’è proprio alcun margine di variazione... Forse se ne può evitare la fase più dura se non hanno luogo le Indipendenze Americane. I Tawantinsuyu saranno un Impero Tributario del Vicereame del Perú.

9) Imperi Mondiali? No, perlomeno non più di quelli realmente esistiti (Spagna, Russia, Gran Bretagna ecc.). Anche le Dinastie – a parte i Ṣafāwidi, i Re di Svezia e poche altre eccezioni – saranno le stesse della Storia reale (con la differenza che le più recenti continueranno fino a oggi, perché è essenziale al nucleo dell’ucronia; i Borboni di Spagna saranno solo di Francia).

10) La Divergenza è che rimane l’idea (non solo né tanto europea) di Comunità Politica Sovraordinata – tendenzialmente Universalistica, di fatto Confessionale – che in Europa è stata tipica del Medioevo: tutti i Sultanati Musulmani (Sunniti) rimarranno sottomessi al Califfato, tutti gli Ortodossi all’Imperatore (nemmeno al Patriarca, con cui saranno semplicemente in Comunione) di Bisanzio; Sicilia, Sardegna, Aragona e Inghilterra rimarranno Feudi Pontifici, Francia, Polonia e Ungheria continueranno a far parte del Sacro Romano Impero (non di quello in senso stretto – ‘Ottoniano’ – della Nazione Germanica e Gallesca, bensì di quello in accezione estesa, erede di quello Carolingio, anche se poi continuato proprio da Ottone III), nel caso che non avvenga la rottura della Riforma Evangelica con Roma la stessa Unione di Kalmar diventerà subordinata all’Impero e gli Hannover faranno altrettanto con la Gran Bretagna e Irlanda. Senza Scismi per la Riforma Evangelica, oggi le quattro grandi Capitali nel (e del) Mondo sarebbero Pechino, Baḡdād, Bisanzio/Costantinopoli e Vienna (questa del Sacro Romano Impero e della Monarchia Asburgica Cattolico-Apostolica Austro-Ungaro-Iberica); l’Impero Britannico (comprese le Tredici Colonie Nordamericane, ma senza l’India) sarebbe, come oggi, dei Sassonia-Coburgo-Gotha, la Polonia-Lituania dei Wettin, l’Unione di Kalmar degli Oldenburg-Sonderburg-Glücksburg, la Russia (con l’Alaska e Krepost’ Ross) e Bisanzio degli Holstein-Gottorp.

Evidentemente non deve aver luogo la Quarta Crociata come la conosciamo e anche la Fase Mongola sarà decisamente diversa (se esiste). Sinibaldo Fieschi smentirà Federico II su un solo punto, dimostrando al Mondo che un Papa può essere Ghibellino... Per l’Europa, tutto ciò suggerisce che il vero Medioevo sia stato da Carlomagno (compreso) alla Rivoluzione Francese (esclusa), più o meno l'Ancien Régime.

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Iacopo dice la sua in proposito:

Ci provo io, con un PoD solo: niente Gengiz Khan.

1) senza Gengiz, i Mongoli al massimo possono sostituirsi ai Liao, ma non conquistano né il Khwarezmshah né la Cina Song.

2) senza la distruzione della Corasmia e i mamelucchi corasmi si Salih, la Settima Crociata non è diretta in Terrasanta ma contro i Mori di Spagna. Con le due crociate seguenti i regni Cristiani mettono piede in Africa (e ci rimangono).

3) senza Hulegu gli Assassini rimangono una fazione importante nel gioco mediorientale. Stessa cosa vale per i Califfi Abbasidi. Col tempo inizia una fase di re-iranizzazione. I Safawidi, senza l'apporto dei Qizilbash turcomanni, rimangono al massimo una setta ismailita. Gli Ottomani non sono spinti in Anatolia, e al massimo posso diventare i protettori dei Califfi.

4) con il declinare della presenza turca in Anatolia (non c'è stato Tamerlano) i Georgiani o i Greci rifondando l'Impero Bizantino (e riconquistano Bisanzio).

5) con l'inevitabile declinare dei Cumani, e senza Lituania, il centro gravitazionale russo si sposta a sud, gettando un ponte verso Bisanzio e preparando l'inevitabile Successione.

6) senza Lituania e Mongoli, Polonia e Ungheria restano satelliti dell'Impero, e prima o poi lo diventano anche i Paesi Baltici. Francia, Aragona, Castiglia e compagnia, essendosi aperte una via di espansione verso sud (e iniziando a sospettare l'esistenza dell'argento del Niger) cercheranno di mantenersi in buoni rapporti con l'Impero, riconoscendone la superiorità almeno formale.

7) i Ming riunificano la Cina. Il commercio tra Europa e Cina passa per le Steppe e la Siberia sempre più Russe (asse Genova-Herson-Beijing) o per gli Oceani e l'Egitto (asse Venezia-Cairo-Nanjing). Più tardi si aprirà anche la Via del Capo. La maggiore permeabilità del Califfato ai commerci europei dissuaderà l'esplorazione spagnola, portoghese e francese dell'Atlantico. Le risorse coloniali di queste nazioni saranno dirette verso sud. Piantagioni in Sudafrica.

8) l'America è scoperta da Ap Mewrig nel 1498. Gli inglesi hanno appena le risorse necessarie a colonizzare il New England. In compenso le epidemie di vaiolo e altre malattie si diffondono fino alla Terra del Fuoco.

9) Guerre di Religione in Europa. Quando i Pellegrini Puritani, Ugonotti e simili arrivano in America, trovano un continente in lenta ripresa dalle epidemie.

10) la Disputa sui Riti è vinta dai Gesuiti (ci sono due secoli di colonialismo in più, seppure un Africa). Stato Gesuita Malankarese feudatario della Santa Sede.

A che punto sarebbe lo sviluppo tecnologico? Forse più indietro che nel nostro mondo (manca il bisogno di calcolare la latitudine, o quello di fondere cannoni leggeri) ma comunque più avanzato che nel nostro '400.

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Bhrghowidhon commenta:

Che Činggis Qaɣan sia colui che ha posto fine al Medioevo e uno dei Padri – per quanto magari un po' involontarî (ma chissà...) – dell'Età Contemporanea è un'idea che merita di finire direttamente nei libri di Storia!

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E Perchè No? aggiunge di suo:

Se l'idea centrale dell'ucronia consiste nel conservare gli imperi dell'Alto Medioevo stabili, forse sarebbe meglio ipotizzare la sopravvivenza della dinastia Tang o della dinastia Song, cioé senza la presenza di dinastie jurchen (Liao e poi Jin) che hanno diviso la Cina in due e facilitato la conquista mongola. La presenza di Gengis Khan introduce troppi cambiamenti politici e culturali. Poi una dinastia Song aperta sul mare con una marina potente potrebbe avere uno sviluppo interessante. Possiamo forse conservare i Ming direttamente dopo che i Song sono entrati in decadenza. La Cina conserverebbe la sua cultura classica, considerata superiore dagli stessi Cinesi, delle epoche Tang e Song.

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