L'Impero Genovese

di Toxon


POD: i fratelli genovesi Ugolino e Vadino Vivaldi nel 1292 riescono nell'impresa di circumnavigare l'Africa, ed aprono l'era delle grandi esplorazioni geografiche con duecento anni di anticipo. Come cambia la storia moderna?

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Nel 1291 i due fratelli Vivaldi non scompaiono nell’ignoto del Mare Oceano. Semplicemente, giunti alla costa della Guinea, si accorgono che continuare a viaggiare sarebbe molto rischioso per le loro fragili imbarcazioni. Inoltre la regione in cui sono arrivati non è male; ci sono oro, avorio, schiavi, piante sconosciute. Il commercio con l’Africa Nera offre decisamente buoni margini di guadagni. Perciò i due fratelli, stabilito un forte alle Canarie e uno alla foce del fiume Senegal, rientrano a Genova per tornare con una spedizione più grossa ed organizzata. Entro qualche anno ormai hanno formato una fitta rete commerciale nella zona, e sono diventati tra i più ricchi mercanti della loro città; tenendo però al segreto sulle loro rotte, controllano minuziosamente i loro equipaggi, punendo con estrema durezza ogni tentativo di “spionaggio industriale”. Questa situazione va avanti ancora per qualche lustro.

Per il 1315 però la Castiglia e il Portogallo si sono ormai interessate ai nuovi traffici, e cominciano già a mandare qualche nave sulla rotta delle Canarie e della Guinea. A quel punto Ugolino Vivaldi (Vadino era morto qualche anno prima) lancia un progetto che ha dell’incredibile: cercare di fondare un proprio regno autonomo, dotato di una popolazione propria, nelle nuove isole scoperte nell’Oceano, in modo da avere le risorse per contrastare la concorrenza di interi regni. Viene subito lanciata una campagna di colonizzazione, che attrae persone non solo dalla Liguria, ma anche da altre parti dell’Europa cristiana; perfino qualche comunità moresca ed ebrea si stabilisce nel nuovo paese. I capitali per realizzare quest’ opera apparentemente immane ci sono, perché Vivaldi è ormai uno degli uomini più ricchi d’Europa, e così per la metà del secolo le Canarie, Madera, le Azzorre e le Isola di Capo Verde sono ormai stabilmente occupate. E’ il cosiddetto “Regno delle Isole”, formalmente sotto sovranità genovese ma governato con pugno di ferro da un singolo mercante e popolato da gente di tutte le stirpi. Il relativo isolamento del regno gli permette di non essere tanto colpito dalla Peste Nera, e il suo peso specifico aumenta di molto. Tutto ciò solletica l’ambizione di Agostino Vivaldi, ultimo erede dei due fratelli, che ormai ambisce a un ruolo politico vero e proprio. Nel 1360 egli rovescia il doge di Genova Simone Boccanegra e assume personalmente il potere: il fatto che egli controlli, direttamente o indirettamente, gran parte del commercio della città gli para le spalle da eventuali congiure interne. Ad ogni modo egli non vuole strafare e, prudentemente, riserva un certo ruolo agli aristocratici della città. Ma soprattutto egli integrerà il Regno delle Isole nei domini genovesi, aprendo le porte dell’Atlantico a tutti gli altri mercanti della città. Quando morirà, nel 1386, il potere dogale sarà ormai ereditario, stabilmente nelle mani della sua famiglia.

Nel frattempo la marineria genovese si forma le ossa nelle difficili acque dell’Atlantico. Vengono sperimentate nuove tecniche di navigazione, nuovi tipi di navi, in breve, nasce la navigazione oceanica. La flotta della compagnia Vivaldi giunge a toccare la foce del Congo, la punta estrema nordorientale del Brasile, il Capo di Buona Speranza (1403). Nel 1411 le prime navi genovesi giungono in India dopo aver compiuto il periplo dell’Africa, realizzando così il progetto originario dei due fratelli. Per quella data inoltre i Genovesi sono già giunti in contatto coi Cinesi, che sono nel pieno della loro espansione oltremare, e assimilano il meglio della tecnologia orientale. Un emporio di proprietà Vivaldi, viene stabilito a Canton, mentre un ambasciatore del Celeste Impero, in visita ufficiale in Occidente, viene ospitato in maniera principesca nel Palazzo Vivaldi di Genova; tuttavia gli invitati della Superba alla cerimonia di incoronazione dell’imperatore Yongle riferiranno di lussi ancora più magnifici.

Ma la ricchezza della Repubblica stimola anche la sua aggressività; nel 1381 essa sconfigge Venezia e acquisisce molti scali commerciali nell’Egeo e nel Levante. Venti anni più tardi la Tunisia viene ridotta a un protettorato. In seguito Genova conquista la Sardegna e Gibilterra che, munita delle fortificazioni più avanzate della sua epoca, diventa una pedina fondamentale nell’unione delle rotte oceaniche con la madrepatria. Nel 1453 la Repubblica, intuendo le minacce che sarebbero derivate da una conquista turca di Costantinopoli, sbarca in forze sul Bosforo, sconfigge il Sultano e salvaguarda l’integrità del territorio dell’Impero Bizantino. Questo ad ogni modo è poco più che un protettorato genovese, e del resto i commerci col Mar Nero (dove tutta la Crimea è ormai un possedimento della Repubblica) passano ormai solo per la colonia di Pera. L’anno seguente Genova, territorialmente esigua ma finanziariamente potentissima, diventa la garante del Trattato di Lodi.

Per quella data la città è una metropoli cosmopolita di 200 000 persone, estesa senza soluzione di continuità da Sampierdarena alla Foce. Nella zona tra il Bisagno e la porta di Sant’Andrea (Porta Soprana) è stata costruita una città nuova, costruita secondo i canoni rinascimentali spianando le colline della zona; l’unica altura rimasta, quella di Carignano, è occupata dal grande palazzo dei Vivaldi, che ospita una corte ricca e vivace dal punto di vista culturale. Nella zona dell’Acquasola è costruita una vasta biblioteca, l’ottava meraviglia del mondo, l’unico posto in Europa dove sia possibile accedere direttamente alle culture cinese e indiana. A Sampierdarena viene inoltre fondato un vero e proprio “centro di ricerca” di tecniche navali: l’applicazione tecnica del sapere è del resto uno degli aspetti più importanti del cosiddetto “Rinascimento genovese”, che si sta sviluppando e che porta la città a competere con Firenze in quanto a fioritura culturale. La crescente importanza di Genova porta addirittura a mettere in discussione il primato del toscano fra i dialetti italiani: la “Vivaldia” dell’isolano Oberto Monfort, un poema epico sul viaggio dei due fratelli Vivaldi, innalza all’improvviso il genovese al rango di lingua letteraria, tanto che nelle corti dell’Italia settentrionale si afferma una specie di bilinguismo genovese-toscano.

Nel frattempo continua l’esplorazione degli altri continenti. Nell’Oceano Indiano, dopo la distruzione della marineria cinese, i Genovesi si affermano come leader commerciali; questa potenza sarà consacrata dalla conquista di Calicut (1459), la “Gemma della Repubblica”. Per quella data però i Genovesi hanno anche esplorato e parzialmente occupato i Caraibi. Quell’area del mondo non attira all’inizio le attenzioni dei Genovesi, che si stanno interessando all’Oriente, ma acquisteranno una grandissima importanza dopo il primo contatto con l’Impero Azteco (1465). Ai mercanti liguri si apre un vero paradiso: terre ricchissime di metalli preziosi e tecnologicamente arretrate, dove i cavalli o le armi da fuoco provocano terrore e meraviglia. In pochi anni la regione diviene economicamente quasi una colonia genovese. Ma è nella società azteca stessa che si verifica il cambiamento più importante.

Per questa civiltà l’arrivo degli Europei era stato uno shock culturale inimmaginabile: la visione autoctona del mondo aveva dovuto essere radicalmente modificata, la stessa sopravvivenza della cultura azteca era minacciata dai nuovi modelli europei. Non si dimentichi inoltre che presto tutte le Americhe furono colpite da colossali epidemie dovute al contatto col Vecchio Mondo. Ma in assenza di un’invasione militare (i Genovesi non erano intenzionati a distruggere dei partner commerciali) l’Impero Azteco poté alla fine riorganizzarsi e risollevarsi. Il Messico riuscì ad accogliere molti elementi europei nella propria cultura, facendoli propri e sviluppandosi dal punto di vista tecnologico. Per i primi decenni del XV secolo l’impero azteco (che aveva proclamato il cattolicesimo religione di stato, entrando così a far parte a pieno titolo dell’Occidente cristiano) aveva una cavalleria, delle armi da fuoco, delle università; nelle campagne la ripresa demografica era stimolata dall’uso dei nuovi animali domestici europei. Lo stesso modello fu dopo seguito dalla maggior parte dei popoli amerindi che entrarono in contatto con la Repubblica.

Nel 1492, infine, un navigatore genovese, Cristoforo Colombo, riuscì a raggiungere Canton passando per l’Oceano Pacifico, scoprendo nuove terre e nuove rotte navali. Per la prima volta nella storia si compiva il giro del mondo. La Repubblica si affrettò a trarre profitto dalle nuove scoperte; allo stesso tempo però si rendeva conto che, per conservare il monopolio su mari tanto vasti, bisognava pensare più in grande. Ormai era arrivata l’epoca degli Stati nazionali, e la politica internazionale si stava trasformando in un gioco sempre più pericoloso, specialmente per stati piccoli e ricchi come quello genovese.

Nel 1492 moriva Lorenzo il Magnifico. Due anni dopo Genova doveva capitanare una lega italiana contro le ambizioni del re di Francia. Successivamente dovette anche sconfiggere le armate spagnole. Ma ormai le corti degli stati italiani cominciavano a tessere più intrighi di quanti la Repubblica, con le sue semplici forze finanziarie, potesse sconfiggere.

Nel 1519 Carlo d’Asburgo, re di Spagna, saliva al trono imperiale. Francesco I di Francia, spaventato da quell’accerchiamento di forze, si preparò a combatterlo. Nello stesso anno l’ammiraglio Andrea d’Oria rovesciava l’ultimo imbelle discendente dei Vivaldi e si proclamava doge. L’anno successivo, dietro consiglio del suo ministro Machiavelli, cominciò a unire gran parte degli stati italiani in una organizzazione statale organica. Nel 1530, dopo dieci anni di guerre, alleanze e tradimenti con gli altri stati europei e ricatti finanziari, tutti gli stati della penisola, esclusi la Repubblica di Venezia, lo Stato della Chiesa e la Repubblica di San Marino, riconoscevano l’autorità del doge. Era cominciata una nuova fase della storia italiana.

Toxon

Come continuarla? Se avete suggerimenti, scrivetemi a questo indirizzo.

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Mappa del continente africano disegnata in seguito ai viaggi dei fratelli Vivaldi

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Nota dell'autore: in realtà si tratta della mappa dell'intero continente africano disegnata nel 1554 da Sebastian Münster, professore di ebraico a Heidelberg e poi a Basilea, dove si stabilì nel 1529 e vi morì di peste. Utilizzando descrizioni e mappe di geografi tedeschi e non, Münster è stato il primo cartografo a stampare mappe separate dei quattro continenti allora conosciuti (Europa, Africa, Asia, America). Come vedete, oltre al Regno del Prete Gianni, nell'attuale Camerun c'erano i mostri Monoculi!

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Ecco in proposito il commento di MAS:

A leggere un'ucronia come questa, viene un acquolina in bocca che la metà basta; io per la verità sono più filo-veneto (come ogni bergamasco) però, belin, vorrà dire che per un impero italiano imparerò a dire "mussa"...

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E la relativa risposta di Toxon:

Caro MAS, grazie per l'apprezzamento. In effetti (da ligure devo ammetterlo) sono molti di più i POD che portano a un'unità d'Italia anticipata realizzata da Venezia piuttosto che quelli che portano a un'unificazione sotto Genova (e di questi, forse il viaggio dei Vivaldi è il più probabile). Inoltre, dovessi dire, non sono sicuro che i Genovesi avrebbero saputo gestire un'unificazione meglio dei Veneziani: la mia città non mi sembra abbia uno spirito "da capitale", sarà anche perchè, storicamente, la repubblica di Genova era uno stato molto meno organizzato e accentratore della repubblica di Venezia, per certi versi un po' più anarchico. E del resto, te l'immagini uno sviluppo urbano da capitale di un grande impero dell'era moderna (perchè se l'Italia si unifica nel Cinquecento, diventa automaticamente una grande potenza) in una città in cui anche adesso, con tutte le nostre macchine e i nostri treni, ci si muove a passo di lumaca?

Vabbè, questa era una mia considerazione personale, ma che si dica "mussa" o "mona" (si dice così? È da un bel po' che non vado a Venezia) ,non c'è dubbio che un'unificazione anticipata al Rinascimento sia probabilmente molto meglio di quanto ci è capitato nello stesso periodo nella nostra Timeline...

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E ora, un'idea di Never75:

E se il complotto di Marin Faliero nel 1355 non venisse sventato? Alla pari di altre città-stato dell'epoca, Venezia passerebbe da libero Comune oligarchico a una signoria, appunto quella dei Falieri. Cosa potrebbe cambiare nella storia futura della Serenissima elevata in questa ucronia a Granducato di Venezia?

La dinastia dei Falieri si consolida stipulando accordi politici/matrimoniali con le principali dinastie italiane e non. Essendo prevalentemente interessata alla Terraferma verrà a decadere in parte il mito di "regina dell'Adriatico". Verrà stipulata una pace di compromesso con Genova (dalla quale, peraltro, il Faliero "storico" come doge ricevette effettivamente una batosta tremenda) la quale erediterà il ruolo che fu e sarà della Serenissima. Quindi è Genova a espandersi in Oriente e a lottare contro il Turco per tutto il '500 e '600. I patrizi veneti che vivono a Creta, contando anche sull'aiuto dei greci "locali", non accettano però il nuovo regime instauratosi nella città madre e ne approfittano per dichiarare l'indipendenza. Sorgerà così la "Serenissima Repubblica Cretese" in pratica un'oligarchia composta per la maggior parte da membri del patriziato veneto (alcuni giunti da Venezia stessa dopo il cambio di regime) con qualche apertura ai "locali" (il termine indigeno per i greci cretesi mi pare un po' offensivo!). Dopo vari tentativi per riprendersi la ex-colonia ribelle (aiutata nella sua indipendenza dalla stessa Genova) i Falerei rinunciano, accontentandosi di mantenere le isolette egee e Negroponte, ancora fedeli alla madrepatria. E poi?

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E ora, la proposta di Enrica S.:

E se la Repubblica degli Escartons ("Cantoni") fosse sopravvissuta come stato cuscinetto tra Francia e Italia, diventando una seconda Svizzera, però a maggioranza occitana?

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Le risponde MAS:

Secondo me in almeno due cantoni i gallo-italici sarebbero maggioritari o comunque una minoranza talmente consistente da ottenere l'utilizzo dell'italiano in modo paritario con l'occitano (vivarais?); se ci aggiungi una consistente immigrazione italiofona dal 1800 al 1950, credo che la ns. Lingua avrebbe ottenuto un riconoscimento nella federazione anche come corrispettivo della maggiore tutela accordata dall'Italia alle minoranze occitane rispetto al nulla concesso dai francesi.

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Ma Bhrihskwobhloukstroy investiga:

Quali sono gli «almeno due cantoni» in cui «i gallo-italici sarebbero maggioritari o comunque una minoranza talmente consistente da ottenere l'utilizzo dell'italiano in modo paritario con l'occitano»? Mi pareva che tutti e cinque i cantoni fossero o francoprovenzali o provenzali. Oltre a questo, siccome l'italiano non è mai stato introdotto (dato che i Cantoni non hanno fatto parte degli Stati Sabaudi dopo che in alcuni di questi, nel XV. secolo, è stato parzialmente adottato il toscano come acroletto), anche gli eventuali Gallo-Italici non avrebbero niente a che fare con l'italiano; nemmeno l'immigrazione fra il 1800 e il 1850 (da dove si ricava?) potrebbe cambiare la situazione, perché la società a maglie strette richiederebbe a ogni generazione nata sul posto la completa assimilazione linguistica.

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MAS allora si spiega:

I cantoni di Casteldelfino e quello di Bardonecchia erano abitati anche da gallo-italici nel fondovalle e certamente uno stato occitano indipendente avrebbe subito una maggiore attrazione dall'italiano parlato nel nord Italia che non dal francese (che è quasi incomprensibile da un occitano): indubbiamente le lingue gallo-italiche e il provenzale (con il Vivarais) sono mutuamente intelligibili (io con uno di Valencen ma anche con uno di Uzes o Caussade parlo tranquillamente in bergamasco e ci capiamo perfettamente (mondz la vaca, di Caussade, contro mons la 'aca; la galina l'a fat li of di Nimes, contro la galina la fac i of orobico: toponimi identici: Monatuban in Tolosano diventa Munt'Alba' esattamente come in bergamasco). Se vai a Grenoble scopri che oltre il 35 % della popolazione e' di origine italiana derivante da un'immigrazione durata dal 1850 al 1950, perché non avrebbero dovuto andare anche a Briançon?

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E Bhrihskwobhloukstroy gli replica da par suo:

Spero di non risultare inopportuno o fastidioso, anzi addirittura ambirei a offrire un passatempo relativamente piacevole; mi limito comunque a un breve cenno, sia pure prendendola alla lontana.

1) La mutua comprensibilità fra lingue neolatine è generale, ossia perfino le varietà reciprocamente più distanti riescono almeno in parte a capirsi fra loro senza bisogno di competenze linguistiche pregresse; è noto un fatto reale, di turisti svizzeri (grigionesi di lingua romancia) in viaggio in Grecia che, trovandosi presso gli Aromuni di Tessaglia e avendo stabilito un contatto linguistico diretto e immediato con la popolazione locale, sono tornati a casa con la convinzione di essere Greci!
Sullo sfondo di questa generale unità romanza tuttora effettiva, le lingue neolatine si possono classificare più in dettaglio secondo criterî dialettometrici che tengono conto del preciso grado di differenziazione di ciascuna varietà rispetto al comune antecedente costituito dal latino volgare e lo fanno sulla base di tutti i livelli di analisi, anzitutto lessicale (il più differenziato, per cui le lingue neolatine risultano essere circa 40.000!), poi morfologico (che invece è all'estremo opposto, identifica solo pochi grandissimi raggruppamenti), quindi fonologico (che si rivela il più diagnostico) e infine sintattico (che addirittura rientra nell'articolazione linguistica dell'Europa intera e dunque è meno utilizzabile per scopi interni alla Romanistica). Il risultato (di tale analisi, durata decenni), che è abbastanza diverso dalle opinioni comuni, è che anzitutto il continuum neolatino si articola in quattro gruppi (escluse le varietà estinte, fino al dalmatico):
a) romeno (costituito da quattro rami: dacoromeno - in Romania e Moldavia - come più diffuso, poi macedoromeno=aromuno, infine due minuscoli, il meglenoromeno di Salonicco e l'istroromeno al limte dell'estinzione, con meno di dieci parlanti);
b) sardo (propriamente inteso: logudorese, nuorese, arborense, campidanese);
c) italoromanzo: meridionale estremo (siciliano, calabrese centro-meridionale, salentino), meridionale medio (calabrese settentrionale, lucano, campano, pugliese centro-settentrionale, molisano, abruzzese, ascolano), centromeridionale (laziale, aquilano, umbro, marchigiano centrale), toscano-corso (amiatino, toscano, garfagnino, elbano, corso, sardo-corso = gallurese e sassarese);
d) romanzo occidentale: iberoromanzo, galloromanzo, reto-cisalpino (gallo-italico, retoromanzo o alpino romanzo [romancio, ladino dolomitico, friulano], istrioto o istroromanzo, ladino-veneto, veneto e istroveneto, questi ultimi i più vicini - per alcuni aspetti - all'italoromanzo).
Ogni varietà delle 40.000 romanze è una lingua a sé (quindi il clusonese, per esempio, è una lingua), il punto cruciale è con quali varietà ciascuna di esse costituisca un insieme di dialetti dello stesso gruppo e, più specificamente, ramo.
Come si vede, il francese e lo spagnolo sono dialetti dello stesso gruppo (ma non dello stesso ramo: lo spagnolo o castigliano è iberoromanzo, il francese è galloromanzo); il bergamasco e il vivarais sono dialetti dello stesso gruppo (romanzo occidentale) anche se non proprio dello stesso ramo (vivarais galloromanzo, bergamasco galloitalico; la terminologia è pessima e fuorviante), dunque la piena comprensibilità sussiste già a livello di gruppo, quindi castigliano e francese sono mutuamente comprensibili, anche se un po' meno che vivarais e bergamasco tra loro. Il dato più clamoroso è che, se mettiamo su una scala queste quattro lingue e l'italiano (ossia il toscano, propriamente fiorentino antico d'esportazione), la distanza risulta così (se si accostano di volta in volta le coppie di lingue dialettometricamente contigue):
italiano-castigliano = x (prendiamo questa distanza come unità di misura, perché tutti la conoscono); sono notoriamente simili (anche un italofono monolingue è in grado di comprendere un notiziario in castigliano, pur senza poter parlare) e altrettanto notoriamente non sono dialetti dello stesso gruppo
castigliano-vivarais < x
vivarais-francese < x
vivarais-bergamasco < x
castigliano-bergamasco > x
quindi italiano-bergamasco > 2x
ossia il castigliano è più vicino al toscano che al bergamasco (pur essendo un dialetto dello stesso gruppo del bergamasco e non del toscano, perché il gruppo romanzo occidentale è il più esteso) e la distanza fra bergamasco e toscano è una delle massime all'interno delle lingue romanze. Tutto questo porta alla conclusione che il bergamasco e il reto-cisalpino in generale (per il retoromanzo lo si sa già, per il galloitalico e tutto il resto no) non sono dialetti italiani in alcuna accezione possibile, con l'italiano hanno in comune solo l'appartenenza alla classe neolatina. Il fatto che praticamente tutti i locutori di varietà cisalpine siano anche di madrelingua italiana (regionale) è dovuto al fatto che sono bilingui (letteralmente tali: se è bilingue chi sa l'italiano e lo spagnolo, a maggior ragione lo è chi sa l'italiano e il bergamasco) e, come la grande numerosità di bilingui italiano-inglese non fa dell'italiano un dialetto inglese o viceversa (né l'enorme numero di bilingui in inglese e una lingua indoaria o drāviḍica fa dell'inglese una lingua indoaria o viceversa, per non dire drāviḍica...), così pure la presenza di decine di milioni di bilingui italiano-cisalpini non fa delle varietà (lingue) cisalpine dei dialetti dell'italiano.

2) È quindi chiaro che, se non ci fermiamo al pur oggettivo dato della comune origine latina, che rende tutte le lingue neolatine almeno in un certo grado mutuamente comprensibili, i gruppi romanzi sono quattro e lo Stato Italiano ne comprende, in tutto (sardo) o in parte, tre (la Corsica, italoromanza del ramo toscano-corso, non fa parte dello Stato Italiano; il romancio grigionese, la massima parte del galloromanzo e tutto l'enorme mondo iberoromanzo tranne il centro cittadino di Alghero non fanno parte dello Stato Italiano).
Da un altro punto di vista, se gli Stati Nazionali fossero realmente tali, lo Stato Nazionale del bergamasco e dell'italiano sarebbe la Romània (con accento sulla prima /a/), cioè l'insieme dei territorî di lingua romanza, compresa tutta l'America Latina; se invece per «Nazioni» si intendono i gruppi delle classi linguistiche, le Nazioni Neolatine sarebbero quattro: Romanìa (con accento sulla /i/), Sardegna (senza Sassari e Gallura), Italia (con Sicilia, Corsica, Gallura e Sassari, ma senza il resto della Sardegna né la Cisalpina) e Romània Occidentale (tradizionalmente nota come Gallispània); il bergamasco e il vivarais farebbero entrambi parte della Gallispània, nessuno dei due farebbe parte dell'Italia.
Se poi addirittura si volessero considerare Francia e Spagna come Nazioni diverse, quindi se si tracciassero i confini linguistici delle Nazioni in base ai rami e non ai gruppi, allora la Romanìa sarebbe divisa in quattro (Romania-Moldavia; Macedonia; Salonicco; Istria Nordorientale, limitatamente a due o tre Frazioni), la Sardegna in quattro (Campidano, Arborea, Nuoro, Logudoro), mentre Sassari e la Gallura farebbero parte della Nazione Toscano-Corsa, che a sua volta sarebbe diversa dall'Italia Centromeridionale (Marche Centrali, Umbria, Lazio), dall'Italia Meridionale Media (Ascoli, Abruzzo, Molise, Puglie Centro-Settentrionali, Campania, Lucania, Calabria Settentrionale) e dall'Italia Meridionale Estrema (Salento, Calabria Centro-Meridionale, Sicilia), infine ci sarebbero la Rezia e Cisalpina, la "Francia" (o neoclassicamente Gallia Transalpina) e la Spagna (quest'ultima col Portogallo e l'America Latina). Solo in questo caso, bergamasco e vivarais apparterrebbero a due Nazioni distinte, l'uno alla Rezia-Cisalpina e l'altro alla Francia.

3) Nella Storia, per il solo gruppo romanzo occidentale i fatti sono andati proprio così, anzi sia la Spagna sia la Rezia-Cisalpina sno state ulteriormente divise e perfino la "Francia" è rimasta per lo più priva della Vallonia, della Romandìa, della Val d'Aosta, del Canavese, delle altre Valli Francoprovenzali e Provenzali in Cisalpina nonché della Catalogna (in compenso ha 'debordato' in Bretagna, Fiandre Occidentali, Alsazia, Lorena, Intemelia Occidentale e Corsica).
Quello che ci interessa in questa ucronia è la situazione linguistica nelle Valli Cisalpine delle Alpi Cozie in rapporto agli Stati che si sono imposti storicamente, soprattutto Francia e Stati Sabaudi, con particolare attenzione alle differenza che sarebbero risultate dalla persistenza di uno Stato territorialmente minore fra i due.
Cominciamo dalla Val di Susa. L'evoluzione diretta del latino in tutta la Valle della Dora è rappresentata dal provenzale locale; la toponomastica dimostra che almeno fino al 1000 il provenzale arrivava fino alla pianura del Po e comprendeva anche tutta la Val Sangone. Tuttavia, dall'epoca della sostituzione del Moncenisio al Monginevro come principale passo di collegamento transalpino-cisalpino (verso il IX. secolo), il francoprovenzale ha cominciato a sovrapporsi al provenzale del Bacino della Dora a cominciare dalla Val Cenischia (passata al Delfinato di Vienne e poi quindi dal 1349 alla Francia fino a Chiomonte) per arrivare a Giaglione e Gravere, da lì verso valle fino ad Avigliana o come minimo a Vaie e a quel punto, attraverso il Col Bione (1774 m), in Val Sangone (Coazze e Giaveno) e attraverso la Colletta fino a Cumiana in Val Chisola.
Per quanto riguarda Casteldelfino, il provenzale locale – che anche qui rappresenta l'evoluzione diretta del latino - è sempre rimasto l'unico basiletto, mentre i cambiamenti hanno riguardato solo l'acroletto, fino al XII/XIII sec. di impiego diamesico esclusivamente scritto (il latino), poi provenzale, col tempo anche in contatto cl francoprovenzale dalla cessione di Villa Sant'Eusebio (nome dell'epoca, fino al 1431) al Delfinato da parte del Marchese di Saluzzo (intorno al 1210), poi col Trattato di Vervins (1598) ai Savoia (che dal secolo precedente avevano adottato il toscano per i dominî cisalpini e nel XVI. secolo praticavano una politica indipendentista antifrancese) insieme all'intero Marchesato di Saluzzo (francese dal 1548), ma già col Trattato di Lione (1601) di nuovo alla Francia (in cambio del Marchesato di Saluzzo) fino al 1713 (Pace di Utrecht), allorché tutto il Delfinato Cisalpino - sia Casteldelfino sia la già ricordata Val Chisola (dal Moncenisio a Susa) - passa definitivamente ai Savoia, eccettuata la fase napoleonica (1798-1799 e 1800-1814).
È solo dal 1713 che il piemontese – che dal subentro dei Savoia agli Angiò nella Pianura aveva fatto indietreggiare il provenzale verso le Valli Alpine – penetra in Val di Susa (solo sul lato settentrionale, a sinistra della Dora) fino al Capoluogo e, più tardi (con l'industrializzazione), in Val Sangone, attraverso lo stesso percorso seguìto secoli prima dal francoprovenzale (da Giaveno, venendo da Avigliana e anche direttamente da Torino). Contestualmente, l'italiano (regionale), prima in forma solo scritta (con temporanea risostituzione da parte del francese nel quindicennio napoleonico) e limitato ancora nel 1860 appena al 2% della popolazione, poi con progressivo aumento dalla Prima Guerra Mondiale fino agli Anni Cinquanta, si sostituisce al francese come acroletto; è solo dagli Anni Settanta-Ottanta che la situazione sociolinguistica comincia a passa da digottica (in cui il provenzale è obbligatorio in tutte le situazioni non formali) a dilalica (che permette il piemontese e l'italiano regionale anche in famiglia).

4) Fin qui i fatti storici. In questa ucronia sono esplicitamente espunti tutti quelli che hanno causato l'introduzione sia del piemontese come mesoletto sia dell'italiano regionale come acroletto. È altresì tolta l'annessione diretta alla Francia, che tuttavia - come il caso di Ginevra (il più vicino Cantone a presentare l'introduzione del Protestantesimo) mostra inequivocabilmente - non è stata l'unica causa dell'adozione del francese come acroletto. È quindi quasi algebrico calcolare che, con questi Punti di Divergenza, la situazione sociolinguistica nella Federazione degli Escartons sarebbe stata: basiletto provenzale, acroletto francoprovenzale progressivamente affiancato e poi sostituito dal francese. La comune appartenenza di tutte e tre queste varietà (compreso il francese) allo stesso gruppo del bergamasco (e non dell'italiano, come visto) contribuisce a rendere sempre calda la questione se le Nazioni coincidano (oltre a molte altre possibilità) coi gruppi o invece coi rami linguistici, per cui la Federazione si configurerebbe nel primo caso come uno Stato della Nazione Gallispanica (compresa la Cisalpina), nel secondo solo come uno Stato della Nazione Galloromanza (a esclusione quindi della Cisalpina, a prescindere dal fatto che la collocazione geografica delle Valli qui discusse sia nel Bacino del Po); in nessun caso, comunque, sarebbe concepibile l'uso dell'italiano, se - non al massimo ed estremo limite - soltanto come terza opzione nelle epigrafi funerarie (così come fino al XIX. secolo accadeva in Engadina, accanto al romancio e al tedesco).
L'unica variante possibile è una dinamica di tipo corso, per cui in reazione ai tentativi di annessione (nel caso della Corsica da parte dell'Italia, del resto in coerenza col principio linguistico della Nazione) si sarebbe potuto vedere di cattivo occhio l'acroletto francese nella Seconda Metà dell'Ottocento, ma a maggior ragione l'italiano - perfino nel modesto impiego come terza opzione nelle iscrizioni funebri - dopo l'esperienza del Fascismo e dell'Occupazione. In questo caso si arriverebbe a una situazione paragonabile a quella di Andorra, dove è obbligatorio l'uso del catalano (anche nelle pubblicità, per cui - dato l'enorme scambio commerciale favorito dalle franchigie fiscali - anche le grandi Multinazionali, che in Catalogna possono ancora permettersi di utilizzare le pubblicità in castigliano, per Andorra sono costrette a stamparne in catalano): la Federazione diventerebbe la Roccaforte dell'Occitanismo e, ancor più che al paragrafo precedente, l'italiano sarebbe visto malissimo, se non tollerato con malcelato fastidio nei rapporti con turisti linguisticamente deprivati.
Per riassumere: data la formulazione di questa ucronia, è inevitabile che la lingua sia anzitutto e principalmente provenzale (con ogni probabilità alpino, considerata la scomparsa dall'uso ufficiale in qualsiasi altra regione; da vedere in quale specifica varietà alpina, ma di certo lingue occitaniche non alpine né tradizionali - incluso il vivarais - sarebbero inconcepibili), con concrete possibilità di impiego del francese come acroletto almeno scritto e se non altro fino a decenni recenti (come il tedesco standard in Svizzera e, nell'uso accademico, in Olanda prima della sua sostituzione con l'inglese). L'introduzione del piemontese (che non è portato di immigrazione) è radicalmente esclusa a causa dell'eliminazione di tutte le cause che l'hanno storicamente determinata; il ruolo dell'italiano, come visto, sarebbe in ogni caso minimo e verosimilmente addirittura proscritto. Gli Immigrati, anche se italofoni (che significa sempre bilingui, se dalla Cisalpina addirittura in una varietà romanza occidentale), sarebbero immediatamente assimilati e dalla seconda generazione non resterebbe traccia di competenza in italiano, ma al massimo (per i Cisalpini) nella lingua avita (galloitalica, veneta, ladina dolomitica, friulana ecc.), come a Grenoble per il citato 35% di origine "italiana" (per la precisione, come visto, originarî di territorî che avevano l'italiano come acroletto conosciuto solo dal 2% alfabetizzato della popolazione, quindi pressoché certamente non dai loro antenati Emigranti, se non erano toscani).
La tutela accordata dalla Legge 482/1999 sulle Minoranze nello Stato Italiano (rispetto al semplice riconoscimento delle Lingue Regionali come Patrimonio della Nazione secondo l'articolo 75-1 della Costituzione Francese in base alla Revisione del 23 luglio 1998) ha come principale effetto che qualsiasi Comune può deliberare di essere Minoranza (in questo caso Occitana) per ottenere finanziamenti che poi utilizza liberamente (di fatto per riparazioni stradali e per agevolare la speculazione edilizia), facilitando la dissoluzione delle Minoranze attraverso l'introduzione in ciascuna di queste di una quantità sproporzionata di Comuni di altre Minoranze, non riconosciute (in questo caso Piemontesi, a loro volta molto cambiate dalle Migrazioni interne allo Stato). È evidente che gli effetti linguistici di un provvedimento di reciprocità legislativa nella Federazione avrebbero un effetto ancora più dirompente che il riconoscimento del russo nelle Repubbliche Baltiche o dello spagnolo in California, Texas ecc.

5) Se invece si vuole ottenere un'ucronia dove questa stessa Federazione sancisca ufficialmente l'utilizzo dell'italiano in modo paritario con l'occitano bisogna rivoluzionare tutto, praticamente ritardando per i soli Cantoni Cisalpini di Oulx e Casteldelfino il Punto di Divergenza fino al 1945-1950, dopodiché in conseguenza della Seconda Guerra Mondiale si potrebbe ipotizzare il loro trasferimento alla Federazione, secondo le desiderate modalità, visto che rimarrebbero tutte le cause che fino ad allora hanno favorito il piemontese e (molto più limitatamente) l'italiano (regionale; questo inizia proprio dagli Anni Cinquanta e in misura percepibile dai Sessanta-Settanta).

6) Infine, per fare in modo che l'occitano ufficiale sia il vivarais, bisogna cambiare completamente l'ucronia fin dal Medioevo, ipotizzando una massiccia immigrazione di Albigesi in grado di sommergere la popolazione locale...

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Passiamo ora alla proposta di Generalissimus:

Lo stratagemma di Francesco Grimaldi di travestirsi da frate francescano per conquistare la rocca di Monaco non funziona e lui e i suoi uomini vengono scoperti e uccisi dagli uomini della guarnigione. Quale futuro attende la città di Monaco se rimane sotto il dominio genovese?

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Gli replica Paolo Maltagliati:

Finisce all'Italia, credo.

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E Bhrihskwobhloukstroy precisa:

Sì, il massimo che può succedere è appunto questo, visto che non ci sarebbero motivi perché diventasse 'solo' Protettorato del Regno di Sardegna (dal 1815 al 1860) anziché esservi annesso direttamente come Genova; c'è anche da aggiungere che le conseguenze dell'impresa di Francesco Grimaldi sono state di per sé abbastanza brevi: indipendenza dal 1297 al 1301, poi ritorno a Genova fino al 1331, di nuovo indipendenza (Signoria dal 1342; dal 1346 con Mentone e dal 1355 con Roccabruna) fino al 1357 e dal 1419, con riconoscimento dell’indipendenza dal 1489/1509 (sotto protezione della Francia, nel 1524 della Spagna), Principato dal 1612, annessione francese dal 1793 al 1814 e nei Cento Giorni del 1815. Gli anni cruciali sono stati quindi il 1419 e il 1489.

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Generalissimus chiosa:

E probabilmente senza le idee di Carlo III di Monaco non diventa neanche un luogo di turismo d'elite come nella nostra Timeline, ma rimane un'arcigna cittadina ex genovese. E poi niente favola d'amore fra Ranieri III e Grace Kelly che rimane a fare l'attrice...

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E Paolo suggerisce:

Però è più interessante pensare la cosa au contraire, nel senso di immaginare che qualche altro principato prenda il posto di Monaco come località chic della Riviera: il marchesato carrettesco di Finale, la Repubblica di Noli, il principato doriano di Oneglia o quello di Dolceacqua, la Lavagna dei Fieschi... Chi più ne ha più ne metta.

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Generalissimus domanda:

Quindi potrebbero andare bene anche la Sanremo di Oberto Doria e Giorgio, il Libero Comune di Rapallo, la Portofino colombaniana, la Moneglia dei Fieschi, la Contea di Tenda e i vari staterelli lunigianesi?

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Paolo annuisce:

Perché no? Le condizioni che hanno permesso a Monaco di divenire principato indipendente ai giorni nostri potrebbero verificarsi anche in questi centri. Certo, più vicini a Genova o qualche importante via di comunicazione, minori sono le probabilità di sopravvivenza.

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Ma Alessandro Cerminara obietta:

Comunque non sono così sicuro che finisca all'Italia. Napoleone III probabilmente la inserirebbe nella trattativa Nizza-Savoia. E francamente non vedo nemmeno così sicuro il fatto che nasca un altro Principato in zona al posto di Monaco.

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Riprende la parola il grande Bhrihskwobhloukstroy:

Per l'Italia (intesa come Regno Sabaudo) la ragione è questa: se Monaco non avesse ottenuto, pian piano, l'autonomia da Genova sarebbe rimasta parte della Repubblica e non della Contea di Nizza (da quella era già esclusa dagli accordi di spartizione del Comitato di Ventimiglia fra Provenza e Genova nel 1258 e a maggior ragione dopo la dedizione di Nizza ai Savoia nel 1388). In precedenza, Monaco faceva parte della Diocesi di Nizza (quindi del medesimo Mūnicipium imperiale e della medesima Cīuitās repubblicana), ma dal XIII. secolo il confine fra Nizza e Monaco è durato ininterrottamente fino al 1793 e poi dal 1815 a oggi (fino al 1860 come confine fra Contea di Nizza - dal 1847 Regno di Sardegna in senso pieno - e Protettorato di Monaco): da notare che ciò è avvenuto nonostante che dal 1793 al 1815 Monaco facesse parte del Dipartimento delle Alpi Marittime (come del resto Ventimiglia, Sanremo e Oneglia; anzi, queste ultime anche dopo il 1815 hanno continuato a far parte della Divisione Militare - dal 1847 civile - di Nizza, eppure non sono state cedute alla Francia nel 1860).

Quindi, le possibilità che Monaco non indipendente andasse alla Francia sono minori di quelle - pur esistenti, beninteso, almeno fino al 1946 - che vi andassero Ventimiglia, Sanremo e Oneglia / Porto Maurizio. In pratica, Monaco senza Principato avrebbe seguìto le sorti di Ventimiglia, di conseguenza l'ucronia - per differenziarsi dalla realtà - deve riguardare Ventimiglia, non solo Monaco, dunque bisognerebbe cambiare Punto di Divergenza.

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Paolo soggiunge:

Mah, se dobbiamo essere sinceri, e guardare le cose senza un punto di vista post-rem, il principato dei Grimaldi, all’alba del XVI sec aveva possibilità ben minori di sopravvivenza rispetto ad altri principati rivieraschi. Anche se con sopravvivenza occorrerebbe specificare se da un punto di vista territoriale rispetto alla potenza confinante, vale a dire la repubblica di Genova, o anche da un punto di vista dinastico. Secondo il primo parametro direi che il vincitore è senza dubbio il marchesato di Finale, secondo il secondo parametro, punterei invece su Oneglia.

Per dire, se con l’estinzione dei del Carretto, la Spagna decidesse di infeudare il marchesato ad altri? Proviamo a fare un esempio a caso: Alessandro Farnese briga perché lo ottenga suo figlio Ranuccio, al posto di Castro, che viene rivenduta allo stato Pontificio. Nasce il ramo finalese dei Farnese e tutto va come deve andare, con annessa conquista francese nel 1800 e restaurazione 15 anni dopo.

Poi tutto sta all’importanza demografica e territoriale: se il marchesato è, per questi due parametri (come credo che sia) inferiore alla ‘soglia minima di attenzione’ i Savoia potrebbero benissimo non darsi la pena di conquistarlo (modalità San Marino, insomma).

Ok, questo era solo un esempio, magari in alcuni passaggi forzato, ma solo per dimostrare che quantomeno i presupposti c’erano.

Ad ogni buon conto, sia per Monaco, sia per qualsiasi altro suo surrogato/sostituto/omologo, i veri anni decisivi sono quelli del 1848-1860.

E il fatto che lo sguardo ‘italiano’ si posi o meno su tali principati dipende da molti fattori, anche contingenti, tali da essere difficilmente prevedibili.

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Alessandro fa notare:

Beh, per differenziare Monaco da Ventimiglia-Sanremo-ecc. ci sono ragioni geografiche di continuità territoriale. I confini delle Diocesi ad esempio sarebbero importanti...

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E Bhrihskwobhloukstroy gli spiega:

I confini delle Diocesi sono sempre stati importantissimi, solo che sono stati cambiati più volte nel corso dei secoli proprio per quanto riguarda Sanremo e Monaco (in quest'ultimo caso perché è proprio al confine, l'attuale Montecarlo ad esempio è già nell'antica Diocesi di Ventimiglia, mentre la Rocca in quella di Cimiez / Nizza). Non ho invece capito le ragioni di continuità territoriale: Monaco con Mentone e Roccabruna è in continuità diretta con Ventimiglia, il confine di Ponte San Luigi e quello di Ponte San Ludovico segnano il passaggio immediato dal territorio comunale di Ventimiglia a quello di Mentone (in pratica, Ventimiglia è più direttamente in continuità con Mentone che con Sanremo). Oggi Monaco non ha più confini in comune con l'Italia perché nel frattempo si sono staccati Mentone e Roccabruna. Essi sono rimasti Protettorato Sabaudo fino al 1860 (appunto dal 1848); il paradosso è che l'antico Principato di Monaco-Mentone-Roccabruna era più vario linguisticamente che tutta la restante area fra Nizza e Sanremo, perché Monaco è stata appunto colonizzata da Genovesi (come Ventimiglia), Mentone da Provenzali alpini, mentre Nizza conserva il vecchio dialetto intermedio fra provenzale e ligure intemelio (rojasco). Comunque, a rigore, anche un quartiere di Ventimiglia è passato alla Francia: Garavan(o) è stato trasferito il 7 maggio 1808 (in pieno periodo di appartenenza di entrambe all'Impero Francese) dalla municipalità di Ventimiglia a quella di Mentone e poi vi è rimasto, seguendone tutte le vicende. Dal 1849 al 1860 Mentone e Roccabruna erano Protettorati dei Savoia, non parti direttamente annesse al Regno di Sardegna.

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E ora, l'idea di Generalissimus:

Alcuni sostengono che Marin Faliero, con la sua cospirazione, non volesse trasformare Venezia in una signoria, ma piuttosto far intraprendere alla Serenissima il percorso inverso, ovvero demolire il suo ordinamento oligarchico e democratizzare la Cosa Pubblica, cominciando con un ampliamento del Maggior Consiglio.
Per questo motivo Faliero sarebbe finito a sua volta vittima di una congiura dell'oligarchia veneziana, congiura che portò alla sua incriminazione per alto tradimento e alla sua esecuzione.
E se le cose stessero davvero così e a spuntarla fosse Marin Faliero?

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Gli replica Mortebianca:

Non so se una vera repubblica democratica sarebbe stata possibile a quell'epoca. D'altro canto era il posto migliore dove farne nascere una, dato che tra tutti gli stati pre-unitari Venezia mantenne sempre un'impostazione oligarchica e mai monarchico-ducale in forma ereditaria. E' il posto migliore per iniziare.

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Diamo ora la parola al grande Bhrihskwobhloukstroy:

Il 4. aprile 1355 Marin Faliero aveva consigliato che Venezia si annettesse l’Impero Bizantino, indebolito dalla lunga lotta conclusasi meno di quattro mesi prima, il 10. dicembre dell’anno precedente, con la deposizione di Giovanni VI Cantacuzeno (ca. 1292-1383, Basileús 31.3.1347-10.12.1354) a opera di Giovanni V Paleologo (1332-1391, Basileús 15.6.1341-12.8.1376, 1.7.1379-14.4.1390, 17.9.1390-16.2.1391) figlio di Andronico III (1297-1341); Giovanni VI aveva attaccato i Genovesi (1348-1349) e nella Guerra Civile del 1352-1354 gli Alleati Ottomani di suo figlio Matteo Cantacuzeno (catturato dai Serbi e deposto da Giovanni V solo nel 1357) avevano sconfitto gli Alleati Serbi di Giovanni V a Didymoteicho (ottobre 1352), conquistando le proprie prime teste di ponte in Europa a Çimpe e Gallipoli. Dopo aver conquistato l’Epiro e la Tessaglia nel 1348, Stefano Uroš IV Dušan “il Potente” (1308-1355), Re (1331-1346) e poi Car’ (“Zar”) dei Serbi (1346-1355) e Imperatore dei Romei (dal 1345), ha cercato l’aiuto navale di Venezia (che in Dalmazia aveva bisogno di un Alleato contro l’Ungheria di Luigi il Grande d’Angiò 1326-1382) per impadronirsi di Costantinopoli, ma la Repubblica ha rifiutato, nel timore di diventare dipendente di Stefano.

Il giorno dopo la proposta espansionistica di Marin Faliero, domenica 5. aprile 1355, Carlo IV (1316-1378) era stato incoronato Sacro Romano Imperatore a Roma dal Cardinale d’Ostia per conto di Innocenzo VI, dopo essere stato incoronato all’Epifania Re d’Italia nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano dal forse non ancora consacrato Arcivescovo Roberto Visconti di Pogliano (se non per conto suo dal Vescovo di Bergamo) oppure dal suo Sostituito il Patriarca di Aquileia (1350-1358) Nicola di Lussemburgo (1322-1358), figlio illegittimo di Giovanni di Boemia e quindi fratellastro dello Carlo IV (altri Sostituti designati all’uopo da Innocenzo VI il 22. novembre 1354 erano i Patriarchi di Grado e di Costantinopoli). Due giorni dopo l’Incoronazione dell’Epifania, l’8. gennaio 1355, Carlo IV. aveva proclamato la tregua (fino al 1. maggio) fra i Visconti e la Lega Antiviscontea: il 13. marzo del 1354 a Venezia si erano infatti alleati con la Serenissima Francesco da Carrara, Aldobrandino d’Este, Luigi Gonzaga e Cangrande II della Scala, che hanno rinnovato a Montagnana il 30. aprile seguente la Lega (fino al 25. febbraio inconcepibile, giacché Aldobrandino d’Este e i figli di Luigi Gonzaga – Feltrino, Ugolino, Francesco, Pietro, Alberto ecc. – avevano appoggiato la proclamazione il 17. febbraio del fratellastro Frignano come Collega del fratello minore Paolo Alboino di Cangrande, dopo la falsa notizia della morte di quest’ultimo, recatosi invece in Tirolo da Ludovico del Brandenburgo e tornato con Cavalieri di quest’ultimo e Francesco da Carrara), mentre il 5. ottobre era morto l’Arcivescovo Giovanni Visconti e i suoi Dominî spartiti fra Matteo II (Lodi, Piacenza, Bobbio, Pontremoli, Borgo San Donnino, Parma, Bologna, Lugo), Bernabò (Vaprio, Bergamo, Caravaggio, Crema, Ripalta, Soncino, Cremona, Brescia, la Val Camonica e la Riviera del Garda) e Galeazzo II (Como, Novara, Vercelli, Alba, Asti, il Piemonte Angioino, Alessandria, Tortona, Castelnuovo Scrivia, Bassignana, Vigevano), con Genova in comune e Milano divisa per Porte.

Va segnalato che il fratello di Elisabetta di Baviera (1329-1402) – moglie di Cangrande II della Scala (1332-1359) – era Ludovico VI il Romano (1328-1365) Duca di Baviera (1347-1365) = Ludovico II come Margravio del Brandenburgo (1351-1365), figlio di Ludovico IV il Bavaro 1282/1286-1347) e della seconda moglie Margherita II d’Olanda, Contessa di Hainaut (1307/1310-1356), nonché marito di Cunegonda († 1357) figlia di Casimiro III il Grande di Polonia (1310-1370) e da non confondere – come invece pare accadere anche in opere storiografiche specialistiche – con Ludovico V (1315-1361) Duca di Baviera Superiore (1347-1361) = Ludovico I il Vecchio come Margravio del Brandenburgo (1323-1351) e Conte Reggente del Tirolo (1342-1361), figlio di Ludovico il Bavaro e della prima moglie Beatrice di Slesia-Schweidnitz (1290-1322). Dal 1354 ha inoltre fatto parte della Grande Compagnia, divenendone Capitano fino alla morte, Konrad Wirtinger, Conte di Landau († 1363).

Durante il viaggio per Roma (dal 12. gennaio 1355 ai primi di aprile, con lunga sosta a Pisa dal 18. gennaio al 22. marzo), Carlo IV ha scritto una lettera personale al «Re di Rascia» Stefano Uroš IV Dušan, affermando di essergli legato soprattutto dalla consapevolezza che entrambi fossero «partecipi di una medesima e nobile lingua slava» (Venceslao Carlo parlava francese, italiano, tedesco e ceco) e offrendogli collaborazione per l’Unione delle Chiese (dal 1346 Carlo – prima ancora di essere incoronato Re di Boemia il 2. settembre 1347 – aveva chiesto a Clemente VI l’autorizzazione a praticare il Rito Slavo per i Monaci Croati che avevano portato a Praga l’alfabeto glagolitico e per i Missionarî verso la Serbia, dove Stefano IV, incoronato nello stesso anno a Skopje dal Patriarca Simeone di Tărnovo, aveva elevato l’Arcivescovo Serbo – di origine bulgara – Joanikije II a Patriarca di Peč, subendo poi la Scomunica dal Patriarcato di Constantinopoli).

A Pisa, Ugolino Gonzaga e Giovanni II Paleologo del Monferrato (1321-1372) hanno fatto ogni sforzo per mettere l’Imperatore contro i fratelli Visconti, che tuttavia l’8. maggio Carlo IV ha confermato da Pisa (dove era tornato il 6. maggio) – in cambio di un versamento a rate di 150˙000 fiorini – Vicarî Imperiali in Milano, Genova, Savona, Noli, Albenga, Ventimiglia, nelle Due Riviere e in tutte le Città e Terre Citramarine e Ultramontane appartenenti all’Impero e rette dai Visconti, escluse quelle per cui era stato concesso a ciascuno dei tre un particolare Vicariato e quelle appartenenti alla Chiesa (fra cui principalmente Bologna).

Dopo la Rivolta di Pisa del 29. marzo-21. maggio 1355, Marcovaldo di Randeck (ca. 1300-1381), Vescovo di Augusta (1348-1365) e Patriarca di Aquileia (1365-1381), è stato nominato Vicario Imperiale di Carlo IV per Pisa e Lucca, poi il 25. luglio 1356 Luogotenente e Capitano Generale in Italia.

Lo stesso venerdì 17. aprile in cui storicamente è avvenuta la decapitazione di Marin Faliero, Giovanni Visconti da Oleggio si è ribellato ai tre fratelli Visconti sollevando la città di Bologna, di cui era Luogotenente per conto di Matteo, prima che Galasso Pio lo sostituisse. La ribellione era favorita da Aldobrandino d’Este e da Roberto degli Alidosi, Signore di Imola. Il 30. aprile è poi scaduta la tregua fra i Visconti e la Lega, mentre solo il 1. giugno si è arrivati alla Pace fra Genova (sotto Milano dal 10. ottobre 1353) e Venezia, senza però l’adesione dei Collegati, in quanto non consultati dalla Serenissima. Alla Pace si è arrivati per esaurimento, dopo le sconfitte genovesi a opera dei Veneziani e Catalani (29. agosto sulla riva de La Lojera, vicino ad Alghero) e la Congiura dello stesso Faliero, che ha avuto a Venezia gli effetti di una sconfitta.

Qui comincia allora l’ucronia. La Congiura del Faliero raggiunge il proprio scopo, la guerra contro Genova continua dopo il 1. maggio e intanto si prepara la conquista di Costantinopoli. Rimane ambiguo il rapporto con Stefano IV di Serbia, anch’egli intenzionato a conquistare (oltre a Hum, Belgrado, Macva e Durazzo) Filippopoli, Adrianopoli (storicamente conquistate da Süleymān Pāşā’ [1316-1357], figlio del Sultano Orḫān I Ġāzī [1281-1362]), Tessalonica e la stessa Costantinopoli.

Giovanni V Paleologo può contare (come storicamente avvenuto nel 1366-1367) sull’aiuto del proprio primo cugino materno Amedeo VI (1334-1383) il Conte Verde di Savoia (1343-1383), figlio di Aimone il Pacifico (1291-1343, Conte di Savoia 1329-1343) dunque nipote di Amedeo V il Grande (1252/1253-1323, Conte di Savoia 1285-1323), la cui figlia Anna di Savoia era madre di Giovanni V in quanto moglie di Andronico III (1297-1341). I nonni paterni di quest’ultimo (Andronico II Paleologo e Violante del Monferrato, ca. 1274-1317, figlia di Guglielmo VII del Monferrato, poi Irene come Basilíssa) lo erano poi anche di Giovanni II Paleologo del Monferrato, figlio del Marchese Teodoro I Paleologo (1290-1338); Giovanni V Paleologo era perciò secondo cugino paterno di Giovanni II Paleologo del Monferrato, dal 3. giugno 1355 Vicario Imperiale di Carlo IV per la Città e il Territorio Imperiale di Pavia, insieme al quinto cugino Ottone IV Duca di Brunswick-Grubenhagen “il Tarantino” (1318/1320-1399, figlio di Enrico II di Grecia, Duca di Brunswick-Lüneburg, a. 1296-p. 1351, e di Jutta del Brandenubrgo, figlia del Margravio Enrico Senzaterra di Brandenburgo-Landsberg, 1256-1318), nonché marito (1376) di Giovanna I d’Angiò-Napoli, Principe di Taranto e Conte di Acerra, il quale attraverso il padre discendeva dal proprio nonno Enrico I il Mirabile, Duca di Brunswick-Lüneburg (1267-1322), figlio di Adelaide del Monferrato e quindi nipote di Bonifacio II “il Gigante” degli Aleramici (1202-1253) e Margherita di Savoia (1225-1268), nonni paterni della nonna paterna (Violante del Monferrato, ca. 1274-1317, figlia di Guglielmo VII del Monferrato, poi Irene come Basilíssa, moglie di Andronico II Paleologo) di Giovanni II del Monferrato. Si crea perciò una frattura fra Venezia e Giovanni del Monferrato, che insieme al Conte Verde è tenuto a portare soccorso al congiunto Basileús.

Dopo la morte di Matteo II Visconti il 26. settembre 1355, i suoi Dominî sono stati spartiti fra Bernabò (i Castelli Vaprio, Pandino, Melegnano e le Città di Lodi, Parma, Bologna) e Galeazzo (Monza, Abbiategrasso, Vigevano, Piacenza, Bobbio), con le Porte Nuova, Orientale, Tosa e Romana e i Contadi della Martesana e Bazzana a Bernabò e le Porte Comacina, Giovia, Vercellina, Ticinese e i Contadi del Seprio e della Burgaria a Galeazzo. La Lega Antiviscontea continua con Venezia, senza Giovanni del Monferrato (né i suoi Sottoposti in Piemonte, compreso il pretendente Manfredi di Saluzzo, come neppure i Beccaria di Pavia, all’epoca vicini al Marchese) e anche – come realmente avvenuto – senza più Cangrande, sdegnato contro Aldobrandino e Luigi Gonzaga che hanno tentato di occupargli la ribelle Ostiglia.

Il Trattato viene discusso, come nella reeltà, in settembre e firmato a Ferrara il 30. ottobre 1355.

Le ostilità riprendono il 15. dicembre; il 20. dicembre 1355 muore misteriosamente di malattia a Devoll (oggi in Albania) Stefano IV, lasciando campo libero alle ambizioni veneziane su Bisanzio e chiarendo anche gli schieramenti definitivi. Il 24. dicembre Carlo IV da Norimberga e poi di nuovo il 20. e 22. gennaio tenta una mediazione attraverso il proprio Referendario Cino da Castiglione, che tuttavia fallisce. A questo punto, Venezia è alleata di Francesco da Carrara, Aldobrandino d’Este e Luigi Gonzaga e, di fatto, degli Angiò di Napoli e Provenza; Genova e Milano sono naturali alleati dell’Ungheria, a sua volta appoggiata dall’Imperatore, che protegge Giovanni II Paleologo, a sua volta insieme ad Amedeo VI di Savoia (dal 21. luglio 1356 Vicario Imperiale Ereditario per il Regno d’Arles) difensore di Giovanni V Paleologo (Giacomo di Savoia-Acaia [1319-1367] è già storicamente alleato dei Visconti). Innocenzo VI evita di entrare nel conflitto, delegando al Cardinale Egidio d’Albornoz il recupero di tutte le Terre dello Stato Pontificio.

Poiché Luigi il Grande d’Angiò (1326-1382), Re d’Ungheria e Croazia (1342-1382) e Polonia (1370-1382), era figlio di Elisabetta di Polonia sorella di Casimiro III, era anche cugino di Cunegonda prima moglie di Ludovico VI il Romano, quindi suo rivale nella Successione Polacca a Casimiro, almeno fino al 1357 (Ludovico aveva in questa prospettiva perfino rinunciato, a favore dei proprî fratelli Guglielmo e Alberto, all’eredità materna delle Contee dei Paesi Bassi, per poi tentare più tardi indarno di recuperarli). Dal 3. luglio 1356 Luigi d’Ungheria ha invaso, con l’appoggio di Carlo IV (da cui è stato fatto Vicario Generale) la Marca Trevigiana contro Venezia; storicamente, sia i Visconti sia i Collegati si sono sottomessi a Luigi il Grande; come nella Storia vera, anche in questa ucronia Cangrande viene a trovarsi in imbarazzo, almeno fino al 1357, fra il cognato Ludovico il Romano – rivale di Luigi il Grande – e il cognato Bernabò, alleato di Luigi.

Non hanno luogo né le campagne del 1356 di Giovanni II Paleologo e di Marcovaldo di Randeck contro i Visconti (il Conte Lando resta quindi assoldato dagli uni o dagli altri senza cambiare schieramento) culminata con la Battaglia di Casorate (14. novembre) né la ribellione di Genova contro Milano (15. novembre) e neppure l’attacco, nello stesso anno, di Giacomo di Savoia-Acaia a Ivrea.

Fino a questo punto, l’ucronia sembra indicare due sviluppi divergenti (ma complementari): il successo di Venezia contro Giovanni V (presumibilmente con l’aiuto di Süleymān Pāşā’) e la conquista di Venezia da parte di Luigi d’Ungheria. Le conseguenze per il primo anno e mezzo sono quindi da un lato il trasferimento del Doge a Bisanzio e la sua alleanza in posizione subordinata con Orḫān I, dall’altro l’annessione di Venezia come Feudo Imperiale ai Dominî degli Angiò d’Ungheria.

Dal 1357 (20. luglio), Rodolfo IV d’Asburgo (1339-1365) Duca d’Austria (Arciduca dal 1359 come compenso per essere stato escluso dal novero degli Elettori nella Bolla d’Oro del 10. gennaio – 25. dicembre 1356), Carinzia e Stiria (1358-1365) e Conte del Tirolo (1363-1365), Duca di Carniola (1364-1365), Conte d’Asburgo e Kyburg, Pfirt, Veringen, Laax, Rapperswil, di Lenzburg e della Selva Nera, di Glarona, Peilstein, Raabs, Rehberg e Neuburg am Inn, Langraivo nell’Alsazia, Margravio di Burgau, Baden e Drosendorf, Signore di Pordenone, di Friborgo in Üechtland, di Lucerna, Wolhusen, Rotenburg, Schwyz, Unterwalden e Hinterlappen, di Regensberg, Triberg, Hohengundelfingen, Ortenberg, Tattenried, Rosenfels, Masmünster, Achelant e Vicario d’Alta Baviera, ha manifestato l’intenzione di diventare Re di Lombardia. Ha sposato il 3. luglio 1357 Caterina di Lussemburgo (1342-1395), figlia di Carlo IV, e nel 1358 ha chiesto a quest’ultimo di essere creato Re di Lombardia; con lui ha concluso nel 1364 il Trattato di Brno che sanciva la mutua successione, in caso di mancanza di Eredi, fra le Case di Lussemburgo e d’Asburgo.

L’ambasciatore visconteo presso l’Imperatore, Francesco Petrarca (cui Carlo IV avrebbe due anni dopo, intorno al novembre del 1360, sottoposto la verifica del Privilegium maius attribuito da Rodolfo a Enrico IV, 4. ottobre 1058), potrebbe in questo caso essere incaricato di cercare una soluzione diplomatica al conflitto che rischia di opporre la Politica Dinastica di Carlo IV ai delicati equilibrî dei rapporti di Dipendenza Feudale nel Regno Longobardo (e di riflesso in quello d’Arles).

Il malcapitato Filologo e Poeta Laureato, stretto fra la gelosia dei suoi diretti Signori e le richieste del suo supremo Sovrano, nonché col timore di urtare un possibile Successore di quest’ultimo, si ingegna a trovare l’unica combinazione concepibile nel quadro feudale: fra il Sacro Romano Imperatore, Re dei Franchi, dei Teutoni, dei Longobardi, dei Romani, di tutta l’Italia e di Alta e Bassa Borgogna e suoi Vicarî (all’epoca non ancora Duchi né di Milano come dall’11. maggio 1395 né di Lombardia come dal 30. marzo 1397) si crea appunto la Corona Regia di Lombardia, cui Carlo IV per prudenza e amor di concordia affianca un Collegio Aulico costituito dall’Arcivescovo di Colonia come Ancicancelliere Imperiale per l’Italia, l’Arcivescovo di Magonza (Marcovaldo di Randeck), Arcicancelliere Imperiale per la Germania, come Luogotenente Imperiale e Capitano Generale per l’Italia nonché Vicario Imperiale per Pisa e Lucca, il Re Elettore di Boemia (al momento l’Imperatore stesso) come Arcicoppiere Imperiale, l’Arcivescovo di Milano (Roberto Visconti) e i Patriarchi di Aquileia (Nicolò di Lussemburgo) e di Grado, Ludovico VI il Romano come Arcicamerlengo Imperiale (Elettore del Brandenburgo), Ludovico il Vecchio col Titolo di Arcitesoriere Imperiale (che sarebbe poi stato dei Duchi Elettori di Baviera), Ottone di Brunswick-Grubenhagen col Titolo di Arcivessillifero Imperiale (che sarebbe poi stato dei Duchi Guelfi di Brunswick-Lüneburg, Elettori di Hannover), l’Arciduca Palatino d’Austria Rodolfo IV proprio come Re di Lombardia, i Vicarî Imperiali in Lombardia (i fratelli Visconti, Giovanni del Monferrato, Amedeo di Savoia) e nelle Marche Veronese e Trevigiana (Cangrande della Scala, Luigi d’Angiò) e infine il Conte Lando come Capitano Generale della Grande Compagnia, trasformata in Milizia Imperiale per il Regno Longobardo della Nazione Gallesca.

Nel frattempo, il Basileús Marino I Faliero ha raggiunto la ragguardevole età di 84 anni...

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