Come il mago Pietro Bailardo si salvò l'anima con l'aiuto del diavolo

di Arturo Iorio (da questo sito)


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Pietro Bailardo, gran mago, astrologo ed avventuriere salernitano, era sempre in giro per le terre di Regno alla ricerca della pietra filosofale che gli avrebbe permesso di prepararsi l'elisir di lunga vita nell'eterna giovinezza, unica cosa che il suo Libro del Comando, che si teneva sempre a portata di mano, non poteva procacciargli. Fu per le difficoltà che incontrava nello spostarsi per le terre del Meridione sopra strade malagevoli che un giorno decise di rimediare all'incomodo con una bella strada sulla quale avrebbe potuto viaggiare con agevolezza e comodità. Pensato e fatto! Aprì il Libro del Comando, ed immediatamente il capoccia dei diavoli gli si fece presente a domandargli cose ordinasse. Pietro gli disse che voleva una gran strada che da Roma scendesse per la Marittima attraversando il Regno fino alla Capitanata. "Detto, fatto!" Rispose la brutta bestia e scomparve a radunare e mettere al lavoro le sue legioni infernali. Al risveglio la mattina seguente, Pietro trovò ultimata la grande arteria stradale della via Appia.

Pietro aveva un nipote, un ragazzo piuttosto melenso che rispondeva al nome di Pinco Picchio, il quale però seguiva con molta curiosità le attività dello zio; ed aspettò che una sera il mago uscisse, come faceva non di rado, e Pinco s'introdusse nello studio dello zio a curiosare, sbalordito, fra tutte le cose che vedeva e non capiva. Pietro, oltre ad essere mago ed astrologo, era anche uno sfegatato donnaiolo; e quantunque avrebbe potuto comandare, con il suo Libro, che il diavolo gli conducesse Elena di Troia, Cleopatra, la Regina di Saba od altra donna di bellezza favolosa nel suo letto, era portato verso amori piuttosto difficili, verginelle, donne maritate od in qualche modo vincolate, e preferiva arrampicarsi per finestre, salir sopra balconi, rischiare di essere colto da mariti scornati e padri canzonati, più che entrare per porte lasciate appositamente aperte. Possedeva la prestanza fisica e quel fascino maschile che con lo sguardo faceva sbollentare le donne a dozzine.

Pinco Picchio sapeva che quella sera lo zio era coinvolto in una di tali gioiose tresche, e perciò si prese tutto il suo bel tempo a guardare, vedere, toccare, maneggiare arnesi e congegni, a guardare le mappe del mondo a scartabellare libri con strane scritte e figure di uomini e bestie; poi gli capitò in mano un libricino ben logoro rilegato in marocchino rosso; lo afferrò chi sa perché, lo apri, e si senti come una scarica di fulmini gli passasse per il corpo e quasi quasi stramazzò sul pavimento; ma poi s'irrigidì, e prima si potesse render conto di quanto stava succedendo, si vide ritto avanti un nero diavolo e dietro lui squadre di altri a perdita d'occhio. Stecchito dalla paura, il marmocchio guardava a bocca aperta e quasi se la stava facendo sotto, quando quel caposquadra infernale disse: "Comanda!" Chi sa come o da chi ispirato, Pinco si riprese e ordinò che li dove incominciava la palude pontina si costruisse una imponente basilica con abbazia per i monaci. "detto, fatto!" Rispose l'anima dannata, ed immediatamente scomparve con tutte le sue coorti.

Lo sforzo nervoso era stato tale, che il ragazzo cadde esausto bocconi con la testa nelle mani conserte sul tavolo. Quando Pietro tornò a notte tarda, ci rimase a vedere il nipote in quel modo nel laboratorio delle sue magie, ed era lì per lì a svegliarlo con una gran sberla e cacciarlo via a forza di calci in culo, quando vide presentarsi un capodiavolo ad annunziare che tutto era stato fatto. Il mago si rese allora conto di quanto era successo; sollevato il capo del ragazzo per i capelli, prese e chiuse il Libro del Comando che era rimasto aperto sul tavolo, ed il diavolo scomparì. Alla mattina, quando si alzò che il sole era già alto nel cielo, aprendo la finestra, Bailardo poteva vedere lontano negli approcci alle paludi la linea di pura arte romanica della meravigliosa abbazia di Fossanova, e dovette ammettere a se stesso che quel mammalucco di Pinco Picchio aveva dopo tutto fatto buon lavoro.

Pietro, spirito irrequieto sempre in cerca di risposte ai molti interrogativi che gli sciamavano come api laboriose nella sua fantasia, avido di esperienze, forme e sensazioni nuove, non di rado si andava a cacciare nei guai che, come il cavallo col muso nel sacco pensa solo a mangiare, gli facevano perdere contatto con quello che altri consideravano la realtà delle cose. E fu cosi che, una volta, quasi rimase invischiato come un uccellino nella pania, a dispetto di tutta la sua magia. Capitò che, trovandosi in giro per le terre molisane, s'innammorò di una giovane e bella ragazza. A Pietro le donne gli cadevano fra le braccia con la facilità delle mosche nelle tele di ragno; ma per lui l'amore era tutto fatto di carne ed ossa che, come la scintilla che si sprigiona dall'acciarino, si accende e si consuma in un attimo. Riuscito dopo strettoie e difficoltà ad arrivare fra le braccia di questa fantasiosa e vergine fanciulla, soddisfatte le voglie, l'abbandonò. Quando il padre di lei, che era castellano di quelle terre, si trovò con la figlia fottuta, gravida ed abbandonata per opera di questo maledetto mago avventuriere, giurò di spedirlo decisamente all'inferno, anche se ci doveva andar pur lui dietro nel regno di satanasso. Prezzolò la più bella cortigiana di Napoli, dove allora Pietro si trovava, che con le sue malie adescasse il mago nel suo letto, dopo di che ci avrebbe pensato lui il capitano. Non fu cosa difficile per Arabella, che cosi si chiamava quella donna pubblica, date la sua bellezza e le le arti amatorie di meravigliosa puttana qual era. E fu cosi che Pietro ci cadde come un uccellino nella tagliola delle sue bianche cosce; ed una notte che guazzabugliava con lei nel letto, mentre musici ci suonavano serenate sotto il balcone, i sicari del castellano saltarono fuori dallo sgabuzzino dove erano nascosti, gli misero la mordacchia, lo legarono, ed avvolto in un sacco lo caricarono sopra un asino e di buonora quella mattina quando le guardie aprirono le porti della città se lo portarono verso le montagne del paese. Il castellano, che non riusciva a darsi pace per l'affronto ricevuto, con tutta la gente che rideva sotto sotto per lo scorno al suo onore, cercò di rendergli pan per focaccia riversando su di lui gli sberleffi del popolo. Lo fece rinchiudere in una gabbia di ferro tutto nudo, che issata davanti al castello, ma non troppo in alto, offriva modo ai passanti di beffarlo. Con il Libro del Comando rimasto in una sacca del suo abito nella casa della puttana a Napoli, Pietro si senti per la prima volta veramente perduto.

Sospeso li alle intemperie come un minchione, facile zimbello ai lazzi dei passanti e allo sghignazzare dei ragazzi che gli tiravano sassi e più effettivamente merde d'asino, con gli uccelli che si venivano ad appollaiare sopra la gabbia e gli cacavano addosso, invocava invano i suoi diavoli che lo venissero ad aiutare; ma senza quel libricino rosso a portata di mano, era impotente come un castrone. Ma è proprio vero che la fortuna favorisce sempre i mascalzoni! E un giorno che era già pronto a far chiamare il prete per confessarsi -ma per lui ci sarebbe voluto almeno un vescovo se non il papa stesso per dargli assoluzione per i suoi innumerevoli e svariati peccati e levargli la scomunica per la negromanzia- ma quel di guarda un poco chi si trovò a passare per la piazza e davanti la gabbia! Non altro che il suo insulso nipote Pinco Picchio. Ci volle tutta la voce che gli era rimasta nella gola per richiamarne l'attenzione, e quando il ragazzo attonito finalmente riconobbe lo zio, questi se lo fece venire il più vicino possibile e gli spiegò sottovoce la sua situazione intimandogli di correre immediatamente a Napoli in casa dell'Arabella spiegandogli dove trovare il Libro del Comando e tornare a riportarglielo subito. Il ragazzo, che non era poi cosi stupido come lo pensava lo zio, andò affrettatamente a Napoli dove non ebbe gran difficoltà a introdursi nella casa della cortigiana grazie alle condiscendenze di una sua ancella che Pinco seppe ben bene coccolare, e ritrovò il libro come e dove gli aveva spiegato lo zio. Però, prima di usarlo per liberare il parente, che glielo avrebbe tolto immediatamente, il ragazzo pensò di utilizzarlo per farsi passare certi sfizi che da tempo gli formicolavano per il corpo; ma ignaro ancora degli angifratti ed angiporti dell'amore, per una settimana usò il libro spassandosi ad osservare i fatti degli altri spiando attraverso buchi di serrature, fessure nei muri ed aperture nei soffitti quello che succedeva nelle camere private delle più belle donne di Napoli affaccendate a far l'amore, fino a quella della regina Giovanna che, come si diceva in città, tanti erano gli uccelli che ci avevano fatto dentro il nido da poterne sfilacciare una collana da Napoli alla luna, fino alle servette che se la facevano fare dai guaglioni quando ci capitava; e finito questo itinerario pedagogico, andò a far le prove con Annalora, che gli era piaciuta tanto, la quale lo rifini ben bene con la laurea di "doctor amoris causa". Finalmente ricordatosi dello zio, Picchio chiamò il diavolo, si fece trasportare in groppa da lui sopra la gabbia, e liberatelo, macilento com'era, se lo portò a rimpinzare in una osteria lontano, mentre quel povero castellano ci rimase con due palmi di naso almeno con la figlia che incominciava ad avere le doglie.

Libero come il falco che si libra in cielo e vede il mondo dall'alto, Pietro tornò subito alle negromanzie col suo libretto che metteva tutto il mondo, passato, presente e futuro sulla palma della sua mano, e con avidità si lanciò in avventure amorose e scientifiche quasi volesse rifarsi del tempo perduto. Ma c'era una cosa che il Libro del Comando e tutti i diavoli dello inferno non potevano dargli, cioè l'arresto degli anni che già incominciavano a cavar solchi nelle sue carni e a debilitare le sue capacità fisiologiche e mentali, e l'avanzare inesorabile della brutta carogna della vecchiaia, malissimo sopportata da un tipo come lui. Strano che non aveva soltanto perduto l'appetito per la carne, ma anche per le negromanzie. Non avendo mai avuto ne tempo ne voglia di meditare e nemmeno pensare al mistero della morte, ora la necessità di salvarsi l'anima incominciava a farsi sentire con forza impellente; gli sembrava che non ci fosse rimasto altro in questa vita e perciò bisognava pensare al mondo dello spirito all'aldilà. Con i prodromi della fine che rullavano come tamburi che si inquadravano per l'accompagno, Pietro Bailardo, il gran mago napoletano, uomo carnale interessato a penetrare gli arcani della natura attraverso la scienza della negromanzia, si ritirò in un romitorio all'alto dei monti Lattari al di sopra di Ravello per darsi a far penitenza; ma non fu cosa facile. Quei diavoli che tanto lo avevano servito, ora vennero a tentarlo con una infinità di dubbi, di lusinghe di potere sopra uomini e natura e con apparizioni di donne che gli venivano a riproporre passati amori o ad offrirne dei nuovi più procaci che a Sant'Antonio nel deserto, cercando cosi di potersi portare l'anima del mago nell'abisso infernale.

Un giorno un altro eremita che passava per quelle parti si fermò sulla soglia della casupola di Pietro, a questi egli presentò accoratamente la sua disperata situazione ed il suo tormento. I diavoli, gli diceva, lo tenevano come una mosca con le zampe invischiate nel miele dei suoi ricordi e di promesse di potere e voluttà; e con tutta la sua buona volontà di voler fare penitenze per salvarsi l'anima, era li impotente come un'aquila legata alla nuda roccia.

"Cosa posso propria fare?" Gli chiese il gran Bailardo ora vestito di sacco e con la cenere del suo rustico focolare dispersa sul capo pelato di capelli. "Non ho potuto trovare né prete né vescovo a darmi l'assoluzione!"

"Ascolta." Gli rispose l'eremita ambulante. "Se tu ti vuoi veramente e sinceramente salvar l'anima, c'è un sol modo per farlo. Tu ti devi sentire le tre messe della notte di Natale una dopo la altra: la prima a San Jacopo di Campostella, la seconda nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, e la terza dall'altare si San Pietro a Roma."

"Ma come è possibile?" Disse Pietro a bocca aperta.

"Ma tu sei mago o no?" Gli rispose l'altro, che poi se ne andò a continuare il suo girovagare.

Pietro, rimasto rigido come un stoccafisso, s'arrabbattò con tutte le forze del suo intelletto ricercando un modo come fare l'impossibile. E finalmente la luce gli guizzò come un lampo, rendendosi conto che c'era una cosa sola da fare. Detto, fatto! Prese il Libro del Comando che aveva gettato fra la paglia di scarto -un ultimo dubbio gli attraversò la mente: ma l'avrebbe aiutato la brutta bestia a far ciò? Dato che non c'era tempo per disquisizioni, apri il Libro, ed ecco una schiera di satanassi a sua disposizione. Pietro li squadrò ricercando qualcuno che gli sembrava familiare.

"A quale velocità ti muovi?" Chiese al primo. "Quella del più impetuoso cavallo." Rispose questi.

Pietro lo scartò, passando al secondo. Ma anche questo, che si muoveva con la rapidità del vento, egli dovette scartare, come pure l'altro capace di guizzare come il fulmine. Il mago cominciava a disperare, anche perché la mezzanotte era per arrivare e lui si sentiva nelle ossa che la fine stava per arrivare. Poi scrutando quella schiera infernale, scorse da un lato il Diavolo Zoppo che lui non aveva mai comandato perché, sciancato com'era, non lo credeva buono a troppo. Ma con la necessità che stringeva, si senti che c'era solo tempo di tentar la fortuna. E cosi fece.

"E a che velocità ti muovi tu?" Si volse a dire a costui, certo di rimanere nuovamente contrariato.

"Con l'immediatezza del pensiero umano." Rispose ghignando sotto le corna questo diavolo, che a Pietro parve dotato di scaltrezza napoletana.

"Bene, andiamo! Non c'è tempo da perdere." E messosigli in groppa: "A San Giacomo di Campostella!" Ordinò.

In un attimo furono in Galizia, Spagna, e Pietro entrò nella riverita chiesa di Santiago che la prima messa era per incominciare. Finita questa, il Diavolo Zoppo che nei luoghi sacri non poteva entrare ed era ad aspettare il mago sotto un portico, se lo riprese sulle spalle; e via a Gerusalemme dove il padrone gli ordinò di portarlo. Alla chiesa del Santo Sepolcro dove tra il salmodiare nei riti latino, greco, siriaco ed aramaico il vescovo celebrante saliva la predella dell'altare con gli accoliti. Non appena senti l'Ite missa est, Pietro scappò fuori a ricercare il suo diavolo che trovò a bestemmiare contro Cristo con alcuni maomettani che stavano lì ad oziare. Risalito in groppa, via d'un fiato a San Pietro in Roma. Li, mentre risaliva la scalinata dell'antica basilica del principe degli apostoli, caput mundi. Pietro scorse tra la folla che s'affrettava ad entrare in chiesa non altro che il nipote Pinco Picchio; si fermò un attimo per regalargli il Libro del Comando che non gli sarebbe stato di alcuna utilità nell'altro mondo verso il quale si dirigeva. Picchio ci rimase sbalordito, ma non ebbe nemmeno tempo di ringraziare lo zio il quale si affrettava ad entrare in chiesa. Ma li rimase esterrefatto, che sull'altare della Confessione il papa aveva già intonata la terza messa. Ma Pietro non si diete per vinto; a forza di spintoni si fece via tra chierici e genti armate, sali sulla predella dell'altare e gettandosi ai piedi del papa, attonito, implorò con le lacrime che dagli occhi gli scorrevano per le profonde grinze del viso:

"Se tu quest'anima dall'inferno vuoi salvare, la santa messa devi rincominciare, e dalla scomunica liberare."

Di fronte a tanta fede e desiderio di salvarsi, il papa lo assolse dalla scomunica; poi, richiuso il messale, lo apri nuovamente e con una grande e sonora voce intonò daccapo la messa.

E fu cosi che il gran mago Pietro Bailardo si salvò l'anima con l'aiuto del diavolo.

Arturo Iorio

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Nota dell'Autore:

Pietro Bailardo è eroe tipicamente italiano il quale invece di cercar gloria fendendo con poderose spade da capo a piedi i nemici e perdersi in fantastiche avventure d'amore nei boschi come facevano i paladini di Francia, affrontava la vita a forza di furbizia con gioco di astuzie, e non per l'onore di cosiddetti nobili ideali e lealtà di classe, ma per la sola curiosità di voler vedere cosa c'era dall'altra parte della montagna ed anche per pura soddisfazione nel farsi passare gli sfizi; per lui il mondo non era un macrocosmo tutto ordinato, ma un bei bosco con tanti bei fiori e piante ed animali, ma anche con trabocchetti, panie tese da altri, animaletti noiosi, altri velenosi e bestie feroci, spesso con sembianze umane. Il potere magico lui non se lo era acquistato o conquistato con lunghi studi o prodezze, ma gli era capitato in mano, chi sa come, nella forma di quel libricino con il quale, data la sua ambivalente visione della vita, ci si divertiva a giocare con le forze terrene ed anche quelle celesti a volte. Era questa sua filosofica strafottenza che affascina la fantasia popolare, che per la gente l'elemento magico offriva un modo di rettificare in un certo senso il gioco della vita nel quale le carte erano di già fatte a loro sfavore. Nella sua scanzonata visione del mondo, Bailardo anticipa i grandi avventurieri libertini del secolo XVIII, in particolare Casanova e Cagliostro, entrambi anche maghi da strapazzo. In complesso, egli rimane strettamente uomo medievale mediterraneo intento a controbilanciare le esigenze della carne contro quelle dello spirito, e cioè a salvare capra e cavolo. Questa abilità a conciliare carne e spirito, tecnica e fantasia mette Pietro in netto contrasto con un altro famoso negromante di quei tempo, il famoso tedesco Dr. Faustus, puntualizzando la differenza tra lo homo italicus e lo homo germanicus, rappresentando le due concezioni della vita che dominarono il Medio Evo. Mentre Bailardo, napoletano e mediterraneo riusciva a gabbare anche il diavolo ad aiutarlo a salvarsi l'anima, il tormentato Faust finisce nelle grinfie di quel diavolo che aveva cercato di dominare con la sua scienza.

Nella elaborazione della leggenda di Pietro Bailardo convergono vari motivi narrativi mediterranei, non insignificante quello arabo-orientale che potrebbero far di lui un soggetto per la fantasiose Shahrazàd da includere nei suoi racconti delle mille ed una notte. Ci si riscontra anche un elemento picaresco che tradisce l'influenza spagnola nel nostro meridione. La figura stessa del Bailardo ne emerge composita, attraverso quel processo sincretico quando culture diverse si mescolano. Prototipo del racconto è sicuramente quel famoso mago salernitano Pietro Barliano il quale prima di morire nel 1149 fece in tempo ad ottenere l'assoluzione per le sue attività negromantiche. A questa figura venne a sovrapporsi, durante la preponderanza angioina a Napoli ed in Sicilia, l'ombra del famoso filosofo francese Pierre Abélard Abelardo, Barliano, Bailardo vengono facilmente a confondersi nelle dizioni dialettali, il quale Pierre poi, non scevro di una certa spregiudicatezza, aveva acquisito tra la gente anche una certa aura di magia. A parte queste speculazioni storico-filologiche, il fatto chiave nel racconto del Bailardo è quello che la magia, e perciò il mago, hanno una funzione importante nella demopsicologia popolare quale forza liberatrice dalla condizione politica e sociale della stragrande maggioranza delle popolazioni meridionali, e quindi sottolinea un fattore molto importante e poco considerato nella storia di queste nostre terre e la realtà italiana.

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