Il vecchio maestro

di Andrea Marcobelli


Ed ecco due racconti ucronici in cui, in altrettanti mondi diversi dal nostro, la vita di un personaggio storico è stata indirizzata in maniera decisamente diversa...

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Mi ricordo ancora del mio vecchio maestro di Letteratura Tedesca al Liceo. A volte,mentre passeggio per il Prater, o mi chiudo in camera per comporre una delle mie storielle,e per non disturbare Martha,che a una certa ora vuole dormire, mi ritorna in mente tutto di lui: la voce rauca e rovinata dal troppo fumo,il passo leggermente strascicato (frutto di una vecchia ferita di guerra), i baffetti scoloriti, il viso rugoso e segnato (doveva avere sui sessanta anni, nel 1949), i denti giallastri, il tono declamatorio e pomposo,interrotto dai frequenti attacchi di tosse che rivelavano la sua passione per il tabacco...

Nella mia mente mantengo ancora vivide le immagini delle sue lezioni ispirate,forse più roboanti che corrette, sul ciclo dei Nibelunghi, sull'eredità germanica. O di quando io,che avevo allora solo quindici anni,venni interrogato da lui per la prima volta: le sue domande erano quasi degli ordini, declamati però con voce stanca e disfatta. Il suo alito era sgradevole: puzzava di birra e tabacco.

L'unico particolare che gli invidiavo,all'epoca, era il suo cane lupo,un bell'esemplare, ma cattivo come il fuoco e nero come il carbone. Lo aveva chiamato Friedrich, cosa che non capii finché non studiammo filosofia in terza.

E come dimenticare le sue parole sprezzanti sulla fine dell'Impero Austro-Ungarico, dissolto dalle lotte intestine appena dieci anni prima (troppo tardi,dicevano alcuni,ma c'era anche chi ne rimpiangeva le glorie tramontate), o sulla "corrotta alta società viennese" che gli ispirava un senso di ribrezzo. O gli scherni che rivolgeva a Pili, l'unico dei miei compagni di classe ad avere una madre giudea. O i suoi tentativi di pittura,l'unica cosa in cui brillasse almeno un po', senza essere un vero artista (anche se, diceva mia madre con quell'ironia contadina riservata ai toccati dalle muse,ne aveva il carattere e sopratutto l'odore).

Io,forse anche qualche mio compagno di classe,magari qualche ex-collega (se ce ne sono ancora vivi) ce ne ricordiamo,ma il grande mondo non sapeva nemmeno della sua esistenza. Ma a lui tutto questo dava fastidio: diceva sempre che,se non fosse stato per la codardia del nuovo Kaiser dopo la sorprendente morte del giovane Wilhelm Terzo, per i maneggi di Bismarck, per gli intrighi giudaici e l'inettitudine dell'Austria, la razza germanica avrebbe dato il colpo definitivo agli odiati latini e al leopardo d'Inghilterra. E scommetto che si immaginava,nella sua lucida follia,destinato a condurre la marea dei nipoti di Sigrifido alla conquista del mondo,mentre i suoi massimi eroismi erano stati il gradi di caporale nell'Esercito Imperiale nella guerra contro la Serbia del 1920, conclusasi con un disastro per il vecchio e fragile impero e con una ferita invalidante, che lo aveva costretto a congedarsi,per lui.

Povero vecchio illuso,mi verrebbe da scrivere. Povero soldato fallito e maestro mediocre,incapace di reggersi sui suoi piedi e dalla vita oscura e triste, fra i suoi boccali e il suo cane.

Vengo ora a sapere che è morto. Un piccolo,trafiletto anonimo, in un giornale locale che non avevo mai comprato ( e che per chissà quale strano presentimento ho preso oggi all'edicola ). Mi viene quasi da pensare che la sua fine, così misera e in sordina, sia proprio un bello sberleffo ai suoi sogni di gloria. Ma già che ci sono, riporterò io le ultime parole riferite a lui nella sua vita:

Oggi, 23 aprile 1964, è mancato ADOLF HITLER, figlio di Alois (nato Schicklgruber) venuto alla luce il 20 aprile 1889 a Braunau am Inn. Ne danno il triste annuncio gli amici del circolo delle bocce, i colleghi allo "Iohanneum Institute" di Linz e la sorella Paula. Riposi in Pace.

Ecco fatto,ho ricordato anche io quel poveruomo, quel "Signor Nessuno" a cui il mondo ha riservato un destino così misero. Ma per una strana sensazione mi viene da chiedermi per quale motivo ho riportato la sua morte, così insignificante e poco letteraria. L'unica risposta che so darmi è che,in un certo qual modo, il mio spirito irrequieto di scrittore si chiede, baloccandosi con un pensiero ozioso, che sarebbe successo se veramente i sogni di gloria di quell'ometto (era infatti piuttosto basso) si fossero avverati. Avrebbe guidato la Germanicità realmente verso destini radiosi o (più verosimilmente) l'avrebbe condotta alla rovina? Domande, queste, a cui nessuno può rispondere, e che risuonano come invocazioni al nulla. Eppure un motivo al mio ricordo c'è: fu il primo uomo in cui vidi all'opera il desiderio di grandezza frustato. E questo sì che è un tema degno di un racconto.

Finito di scrivere a Vienna, il 24 aprile 1964, nel mio studio.

Andrea Marcobelli

Questa sì che è un'ucronia!!

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E ora, l'idea di Enrico V.:

Un vecchietto al centro del mondo

Il 15 maggio 2000 le autorità di Barberton, Ohio, si recano a casa di Roland Lindemann per festeggiarlo in qualità di uomo più vecchio della città e dell'intero stato. A 110 anni, l'anziano signore, residente da circa un ventennio, viene visto di rado in giro e si vocifera di una sua malattia degenerativa. Infatti, l'infermiera ritira la consegna sulla soglia di casa e non permette ai giornalisti l'ingresso nell'abitazione.

Uno di questi, Alan Parker del West Side Leader, ha realizzato qualche ricerca negli uffici comunali e ha scoperto che Roland Lindemann, di chiare origini tedesche, ha cambiato la propria residenza per ben sei volte e prima del 1965 non se ne ha menzione nei documenti ufficiali, sebbene risieda in America dal 1925.

Prima di Barberton, Lindemann è vissuto a New York, Ridgefield (stato di Washington), Akron, Tallahassee (Florida), Miami (Florida) e Topeka (Kansas). Tutto questo senza mai essersi sposato, anche se risulta avere un figlio di nome Albert, nato nel 1931 a New York.

Più per curiosità personale, che per necessità lavorative, lo stesso Parker rintraccia Albert Lindemann a Chicago, ma, quando gli telefona, ottiene una risposta piuttosto brusca: "Non so di cosa lei stia parlando". Eppure Parker è sicuro, si tratta proprio del figlio di Roland Lindemann, l'ufficio anagrafe recita chiaro.

Evidentemente i rapporti all'interno della famiglia Lindemann non erano buoni, così pensa Parker che per alcune settimane lascia da parte i propositi di risalire alla vita dell'uomo più vecchio dell'Ohio e si rimette al suo lavoro ordinario.

A farlo ritornare sui suoi passi, nel mese di giugno, sono alcune telefonate minatorie e la contemporanea morte di Lindemann, avvenuta il 28/6 per una polmonite. I funerali si tengono in forma privata e la bara, su volontà dello stesso Lindemann, viene trasportata in Germania a Bad Harzburg dove era nato.

Parker, giornalista trentaduenne tutt'altro che impegnato in temi di carattere sociale, teme che per qualche ragione le due cose possano essere correlate. Per prima cosa intervista i vicini il giorno successivo ai funerali. I coniugi Littock parlano di una persona gentile, ma molto schiva. In circa dieci anni di convivenza nello stesso isolato lo avranno visto una manciata di volte. Si era distinto solamente durante il primo Natale, quando Lindemann si era recato presso l'abitazione dei nuovi vicini per gli auguri. Per il resto tante visite di presunti parenti (ma l'unico indicato dall'anagrafe è sempre e solo il figlio Albert) ed uno spiccato accento tedesco, con qualche leggera (ed insolita) ispanica.

Anche le testimonianze dei Brotka (da 16 anni vicini di casa di Lindemann) e di Anthony Sullson (a Barberton da 4 anni) confermano quanto dichiarato dai Littock. Lindemann non ha mai fatto riferimento nè al figlio, nè al suo passato. Ha semplicemente dichiarato ai Brotka di essersi trasferito a Barberton dopo la morte della seconda moglie avvenuta nel 1987. La ex moglie, il cui nome non è noto, era proprietaria dell'appartamento.

Un figlio che non vuole parlare e due mogli. Ok, forse questa storia è andata un po' in là, commenta lo stesso Parker, che, tuttavia, riceve una visita inaspettata alla redazione del giornale. E' il 5 settembre.

Di fronte a lui, c'è Albert Lindemann, un signore canuto e piuttosto robusto. Si scusa per la scortesia di qualche mese prima, ma ha passato un brutto periodo dovuto alla scomparsa della moglie.

Dichiara di essere stato molto legato a suo padre sino al divorzio con la prima moglie Elena Haupte avvenuto negli anni '40. Lei aveva seguito il marito da Monaco dove risiedevano. Il padre aveva combattuto la prima guerra mondiale, ma era caduto in disgrazia dopo la sconfitta tedesca e non aveva più trovato lavoro. Con la famiglia, ha vissuto a New York fino al 1944, poi il padre ha girovagato per gli Stati Uniti assieme alla nuova compagna, erroneamente indicata come moglie, i due non si erano mai sposati. Il rapporto con il padre, incrinatosi dopo la separazione, è ripreso solamente negli anni '80 quando Roland era quasi centenario. Lo ricorda come un uomo allegro e molto legato alla sua terra d'origine, mai dimenticata.

E perchè quello strano accento? chiede Parker.

La domanda sembra spiazzare Albert Lindemann. L'uomo ha parlato serenamente durante tutta la conversazione, ma in questa circostanza non sa cosa rispondere. Dopo qualche secondo, dice di non essersene mai accorto e poi congeda Parker. La reazione di Albert alla domanda rimane molto strana, ma il giornalista interrompe le ricerche.

L'anno successivo, Parker commemora la scomparsa di Lindemann ad un anno di distanza. Il giorno dopo riceve una telefonata da Karl Reiter, un agente investigativo tedesco attivo a Kansas City da circa un mese. I due si incontrano 48 ore dopo ad Akron. Karl Reiter fa parte dei servizi segreti tedeschi, lavora da due anni negli Stati Uniti per conto del governo tedesco che ha raccolto alcune informazioni molto importanti su alcuni leader nazisti.

In un primo momento si era messo sulle tracce di Roland Lindemann perchè riteneva si trattasse del quasi omonimo Roland Lindmann, classe 1908, soldato semplice delle SS in Italia fatto prigioniero dagli Americani. Era stato attivo nello stesso corpo capeggiato da Kappler a Roma e lo considerava un possibile testimone di alcuni eccidi compiuti in Italia e dei quali alcuni responsabili risultano ancora in vita.

La realtà dei fatti, però, si è mostrata ben diversa. Una volta a Barberton, Reiter ha incontrato diverse volte Lindemann e, considerata l'età dell'individuo (convinto che Lindmann avesse mentito per poter usufruire prima dei benefici della pensione), ha concluso che questo personaggio non poteva aver combattuto la seconda guerra mondiale così lontano poichè i più anziani erano rimasti in Germania a difendere il paese durante gli ultimi giorni e l'assedio di Berlino. I pochi dubbi sono stati, peraltro, sciolti dall'assistente sociale che aveva in cura, nel 1998, lo stesso Lindemann: quest'uomo ha combattuto solo la Prima Guerra Mondiale.

Durante gli ultimi giorni di indagine, prima di recarsi a Boston per incontrare un ex detenuto di Treblinka, Reiter incontra in giardino Lindemann e si sorprende di una cosa: quell'uomo ha le fattezze di Adolf Hitler.
Senza consultarsi con i suoi superiori, Reiter rimane a Barberton per un'altra settimana, seguendo i movimenti dell'assistente sociale, tale Johanna Hattley. La donna, inizialmente, si reca alla propria abitazione, ma in due circostanze incontra alcuni individui chiacchierando intensamente pochi minuti dopo la visita giornaliera da Lindemann.

Le analisi anagrafiche non danno parecchi risultati, Lindemann risulta vivere a Barberton da una ventina di anni e vengono confermati tutti i dati dell'indagine preliminare svolta dalla Germania.

Passano due anni e Reiter, che aveva provato a raccontare la sua esperienza ai superiori, non ha più nessun incarico. Si teme che sia diventato un mitomane. Parte, in solitaria, per la Germania. L'obiettivo è quello di conoscere Albert Lindemann, il figlio di Roland, ma Albert più volte si nega al telefono. Dopo alcune settimane di buio, Reiter legge l'articolo in cui Parker spiega di essere stato in contatto con il figlio.

Parker racconta a Reiter dell'imbarazzo di Albert sul presunto accento spagnolo del padre e della bara trasportata a Bad Harzburg, un particolare sfuggito a Reiter, il quale dopo la morte di Lindemann aveva trovato ancora più ostacoli sul proprio cammino.

Tornato in Germania, Reiter entra in contatto con uno dei suoi superiori e lo convince a cercare l'impossibile.

Il 4 novembre 2001, alle tre del mattino, un gruppo di sei uomini entra nel cimitero comunale di Bad Harzburg e riesuma il corpo di Roland Lindemann per prelevarne un campione di dna.

Un mese dopo i risultati vengono comunicati, in via strettamente privata, a Karl Reiter. La notizia circola in via ufficiosa fra gli ambienti dei servizi segreti tedeschi e, in qualche modo, arriva alla bocca del presidente George W Bush. Le telefonate con Schroeder si sprecano, il cancelliere tedesco è incredulo, ma dopo un'indagine interna scopre la verità ed è intenzionato a dichiararla al mondo. L'ufficialità viene data il 3 gennaio 2002, con una breve conferenza stampa convocata dal Ministro dell'Interno tedesco Otto Schily.

"Cari amici, questo annuncio è dovuto ad una scoperta per noi estremamente complessa e dolorosa. Adolf Hitler, colui che ha insaguinato il nome della Germania con le sue azioni barbare e criminali, non è deceduto, come credevamo, nell'assalto a Berlino del 1945, ma ha continuato la sua esistenza in Cile e negli Stati Uniti d'America ed è morto il 28 giugno 2000 a Barberton, in Ohio, a 111 anni. La scoperta è stata fatta da un giornalista locale ed un ufficiale delle forze armate tedesche circa un anno fa e abbiamo deciso di rivelare questo angoscioso segreto nel rispetto del dolore di chi è stato colpito dalla follia del nazismo. A partire da domani pubblicheremo i documenti che testimoniano quanto appena dichiarato con i particolari della scoperta".

Poche parole, nessuna domanda. Il mondo non ci crede, ma il giorno dopo Albert Lindemann viene assaltato presso la sua abitazione e conferma tutto. Ovviamente lui non è il figlio legittimo di Adolf Hitler. Si tratta di un ex agente della CIA al quale, nel 1965, era stato affidato il compito di ricoprire tale ruolo per contrastare eventuali ricerche. Anche le infermiere e le assistenti sociali sono legate ai servizi segreti americani ed erano a conoscenza dell'identità di Lindemann.

aprile 1945: Adolf Hitler tratta privatamente la resa con gli Americani, viene prelevato dal suo bunker. La sua compagna Eva Braun viene uccisa assieme ad un sosia del Fuhrer, fatto ritrovare ai sovietici pochi giorni dopo.
maggio 1945: Hitler viene trasportato negli Stati Uniti, rimane per due anni in prigionia, riceve visite dai soli ufficiali statunitensi che vogliono utilizzare le conoscenze del Fuhrer per un eventuale conflitto con l'Urss, in cambio l'ex dittatore verrà liberato con una nuova identità nel 1950

settembre 1949: dopo quattro anni di prigione e con leggero anticipo, Adolf Hitler esce dal carcere per la prima volta. Si chiamerà Ulf Kassler sino al 1970 e dovrà risiedere in Argentina a Tucuman sotto stretta sorveglianza di alcuni agenti locali, debitamente informati.

maggio 1955: Kassler/Hitler torna negli Stati Uniti per un breve incontro con l'entourage militare statunitense. L'incontro è infruttuoso, le conoscenze di Hitler riguardo agli armamenti sovietici erano scarse già durante la seconda guerra mondiale. Il progetto si rivela un clamoroso buco nell'acqua. Il Fuhrer chiede un miglioramento delle condizioni, ma c'è il diniego

agosto 1961: a Tucuman un cittadino argentino dichiara pubblicamente di averlo riconosciuto. Kassler/Hitler è completamente calvo e privo di barba, ma i lineamenti, chiaramente, corrispondono.

marzo 1963: in via precauzionale, Hitler viene trasferito in Messico poiché le attenzioni della popolazione, dopo il presunto riconoscimento, si stavano facendo troppo vistose.

marzo 1965: Adolf Hitler ottiene la nuova identità di Roland Lindemann, cittadino tedesco realmente esistito a Syracuse e morto nell'ottobre dell'anno precedente. La CIA si incarica di "costruire" una vita attorno all'ex dittatore che, però, è costretto ad una vita da recluso.

ottobre 1971: a 82 anni Lindemann/Hitler subisce un leggero intervento cardiaco compiuto da una equipe di medici che lo seguiva da tempo.

maggio 1985: a 98 anni, Lindemann/Hitler per la prima volta viene accompagnato in Germania Ovest. L'ex capo del nazismo, assieme al presunto figlio Albert ed altri due agenti, visita per alcuni giorni Monaco di Baviera.

ottobre 1990: un curioso incidente complica i piani. In un supermercato, Lindemann/Hitler viene servito da un giovane di colore che viene apostrofato in maniera razzista. Il ragazzo è determinato a farsi valere in tribunale, ma dopo le scuse ufficiali del Fuhrer non procede.

Una vita tutto sommato priva di eventi. L'annuncio porta alla condanna unanime del mondo nei confronti degli Stati Uniti, responsabili di aver coperto l'esistenza di Hitler al mondo senza consegnarlo alla giustizia. George W Bush è costretto a scuse ufficiali con i reduci dei campi di concentramento ed il cancelliere Schroeder. Risulta che anche Clinton e Bush senior fossero a conoscenza di tale segreto. Si fa addirittura largo una voce che vuole John Kennedy ucciso perchè voleva rivelare al mondo la realtà dei fatti.

George Bush paga con la Casa Bianca. Nel 2004 non viene rieletto alle elezioni. Il corpo di Adolf Hitler viene riesumato dal cimitero di Bad Harzburg e gettato nel Mare del Nord per evitare che la tomba divenisse luogo di culto per i neonazisti. Il governo americano, nel 2008, perde una causa miliardaria con i reduci e i parenti delle vittime dei campi di concentramento.

Enrico V.

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Diamo ora la parola a Dario Carcano:

Cuore di cane

Era sera, e sulla città era scesa la nebbia. Un'impenetrabile coltre bianco latte aveva fatto sparire i palazzi alla vista di Giosuè Venezia, che stava rincasando dal lavoro come tutte le sere. Quella sera aveva però fatto una strada diversa dal solito, infatti per la nebbia aveva preferito evitare la zona dei cantieri, dove si stavano costruendo le nuove case, per sostituire quelle distrutte nella guerra. Erano infatti gli anni di quello che sarebbe entrato nei libri di Storia come “Miracolo economico Italiano”, in cui l’economia era prospera e la disoccupazione era minima, se non inesistente. C’era ottimismo, c’era voglia di ricostruire dalle macerie della guerra appena finita.

Giosuè però aveva poco per cui essere felice. Lui, patriota e volontario nella Grande guerra, un giorno di agosto aveva scoperto che non era italiano. O meglio, che non aveva il diritto di considerarsi italiano; lui, che assieme al fratello aveva fatto la guerra sul Carso, sull’Isonzo, sul Piave e a Vittorio Veneto. Lui che aveva perso suo fratello nella guerra.

Ma era solo l’inizio. Per sua fortuna aveva evitato le camere a gas e le marce della morte. Lui e suo figlio più giovane.

Ma la moglie, Liliana, e gli altri due figli non si erano salvati. Loro erano passati dal camino.

Ma quello era il passato, per quanto doloroso, e Giosuè si stava sforzando di guardare avanti. Quella sera camminando scorse una figura che avanzava nella nebbia, verso di lui. Una figura ordinaria, che però attirò la sua attenzione: un uomo che portava a pisciare il cane.

C’era un motivo se quella figura attirò la sua attenzione: il cane, uno schnauzer gigante, appena aveva visto Giosuè aveva iniziato a tirare il padrone verso di lui, e raggiunto Giosuè aveva iniziato a fargli le feste. Come se fosse lui il suo padrone.

E in effetti lo era: quello era il suo cane, Max, e quando lui e la sua famiglia erano stati deportati, era rimasto in casa. E riconobbe anche il padrone, il suo ex vicino di casa, Tolomeo Piccolomini, che evidentemente dopo la deportazione della sua famiglia non si era fatto scrupolo a entrargli in casa, prendendogli quel poco che gli era rimasto. E il cane era tra queste.

Tolomeo ci aveva provato a evitare l’incontro, ma il cane lo aveva costretto a sottoporsi a quello sgradevole incontro. Dunque non gli restava che far finta di niente:

“Giosuè! Non ti avevo riconosciuto, dove eri finito? Sono anni che non ti vedo.”

“E me lo chiedi? C’eri anche tu quando i tedeschi e i fascisti sono venuti a prendere me e la mia famiglia.”

“Ah, già che stupido… e come sta tua moglie?”

“È morta.”

“Ah… salutamela. E i tuoi figli?”

“Si è salvato solo Alberto; Primo e Anna sono morti.”

“Mi dispiace… e adesso cosa fai?”

“Lavoro in un impresa edile, come dovresti ben sapere…”

“In che senso?”

“Lo sai benissimo, non fare il finto tonto. Quando la legge proibì agli ebrei di possedere fabbricati io ti intestai lo stabilimento. E se non sbaglio è ancora tuo…”

“No, l’ho venduto.”

“Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che quello stabilimento era mio, non tuo.”

“Per la legge era mio! E non potevo andare contro la legge.”

“Già… ed è per rispetto alla legge che tu denunciasti me e la mia famiglia ai fascisti.”

“Non insultare adesso! Io non ho denunciato nessuno!”

“Me la ricordo l’espressione che avevi quando ci portarono via… eri felice, perché finalmente senza di me la fabbrica era tua!”

“Perché dici che la fabbrica era tua? Era mia.”

“Io te la intestai perché pensai che dandola a te, che eri nel Partito, sarebbe stato più facile recuperarla in seguito… col senno di poi fu una pessima scelta. Ma questo non giustifica ciò che hai fatto. Io mi ero fidato di te, e tu mi hai pugnalato alle spalle.”

“Non sono un traditore…”

“Lo sei invece. E sei anche un vigliacco.”

“Insultami pure se vuoi, ma da me non avrai nulla… anzi, questo cagnaccio puoi anche riprendertelo.”

E il signor Piccolomini se ne andò mentre mandava Giosuè a quel paese.

Egli mentre riprendeva la strada verso casa sua si rivolse al cane, e gli chiese:

“Ma tu pisci ancora sui tappeti?”

Ed entrambi sparirono nella nebbia.

Dario Carcano

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Aggiungiamo un altro intervento di Dario Carcano:

Questa sono sicuro che non la conoscevate: i film preferiti dei dittatori!

Muʿammar Gheddafi: Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione (Si dice che Gheddafi avesse creato un canale televisivo in cui questo film era trasmesso 24 ore al giorno)

Idi Amin Dada: Tom & Jerry (In questo caso, c’è la conferma del figlio)

Iosif Stalin: Tarzan, l'uomo scimmia (come Hitler, a cui arriveremo, apprezzava anche i film western statunitensi)

Thein Sein: Le furie umane del kung-fu

Benito Mussolini: Estasi (il primo film a contenere una scena di nudo femminile integrale, oltre ad un orgasmo simulato, il che vuol dire che per gli standard degli anni ’30 era quasi un porno)

Saddam Hussein: Nemico pubblico (in generale, Saddam apprezzava i thriller di spionaggio. Tra i suoi preferiti figurava anche Il giorno dello sciacallo, oltre a Il padrino e Il vecchio e il mare)

Kim Jong-il: apprezzava le saghe di James Bond, Venerdì 13 e i film di Rambo (era anche un fan di Elizabeth Taylor e Michael Jordan). L'ironia di Kim Jong Il che ama un film su un veterano del Vietnam è a dir poco stridente!

Bashar al-Assad: Harry Potter e i Doni della Morte (sia il primo che il secondo): probabilmente cerca ispirazione per un piano B

Vladimir Putin: Lo Scudo e la Spada (film della propaganda sovietica del 1968, che avrebbe ispirato Putin a intraprendere la carriera da spia nel KGB)

Mao Zedong: Il furore della Cina colpisce ancora

Adolf Hitler: Biancaneve e i sette nani (era anche appassionato degli western e dei film su King Kong). Tra l'altro Biancaneve era vietato nel III Reich, il Führer se lo guardava in proiezione privata.

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Per farci conoscere il vostro parere in proposito, scriveteci a questo indirizzo.


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