FantaLetteratura!

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Apre le danze William Riker:

Mi sia permesso di fare un po' di « metafantastoria », cioè di vera e propria esegesi della fantastoria medesima, e contemporaneamente di aprire un nuovo filone ucronico, in aggiunta alle lista delle nostre ucronie, basate sulla nostra « storia reale », le quali presuppongono tutte la creazione di Imperi, Regni o Repubbliche di dimensioni mondiali. Uno dei visitatori di questo sito mi ha infatti fatto notare: e chi l'ha detto, che le ucronie devono partire per forza dai libri di storia? Non possono per caso partire dai capolavori della Letteratura?

È un'idea che io giudico a dir poco grandiosa. Sono possibili tre sviluppi:

1) interpretazione "evemeristica" dell'opera letteraria, per renderla apparentemente storica;

2) sviluppo sulla stessa linea (continuazione della narrazione, precisazione di particolari taciuti);

3) fantaletteratura (si propone che un determinato fatto narrato non sia avvenuto - oppure si sia svolto diversamente - e si "calcola" che cosa ne potrebbe conseguire nell'ipotesi di non aggiungere nuovi elementi di fantasia) Ad esempio, che succede se Lucia lascia Renzo e cede alle profferte di don Rodrigo? (una storia un po' torbida, immagino...) O se Ulisse non torna ad Itaca, sposa la maga Circe e col suo aiuto crea una talassocrazia extraegeica? (E Penelope? Altra storia torbiduccia?) O se Gregor Samsa anziché in scarafaggio si trova mutato in farfalla, bellissima ma dalla breve vita? (drammatica e autosublimante!)

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Fanta-Odissea!

Facciamo un esempio, partendo dalla seconda ipotesi. Penelope, piantata da Ulisse che le ha preferito la figlia del dio Sole, sposa Agamennone che è tornato a Micene Omero (VIII sec. a.C.) ma, avendo creduto una volta tanto alle profezie di Cassandra, ha fatto fuori la moglie Clitemnestra e l'amante Egisto e, riconoscente, lascia libera la figlia di Priamo. Quest'ultima se ne va ad Eea da Ulisse e Circe e diventa l'indovina ufficiale della corte del laertide. Si crea così una contrapposizione tra la geocrazia micenea, una vera società spartana ante litteram, e la talassocrazia eeica (sia detto per inciso, Eea io la identifico con il promontorio del Circeo: NOMINA SVNT OMINA!), che anticipa e di fatto sostituisce Roma ed Atene. Eea crea un impero da Tartesso all'Egitto, mentre Micene uno da Creta alla Colchide. Poi Agamennone ed Ulisse passano tra i più, e quest'ultimo è assunto tra gli dei come Enea, il quale invece non ha lasciato la Troade ed è rimasto a regnare sui superstiti troiani così come argomenta l'Iliade, il resto l'ha inventato poi Virgilio. Ad Agamennone succede Oreste, ad Ulisse Telemaco, ma siccome al padre è andata bene sotto le mura di Troia, Oreste decide di andare a distruggere Eea, creando materiale per nuovi poemi omerici.

Uno scenario favoloso, non è vero? (Anche perché pure Micene, come -crazia, é un po' talasso-) Prima di ogni altra considerazione bisogna riordinare le idee: la talassocrazia eeica comprende un discreto retroterra di Tartesso, le grandi isole del Mediterraneo occidentale (Baleari, Corsica, Sardegna, Sicilia), perlomeno tutta la Penisola Appenninica, immagino le Isole Ionie, disgraziatamente non Creta ma spero almeno Cipro (visto che ha l'Egitto), forse la Fenicia, sicuramente l'Egitto (e quindi anche la Palestina), a questo punto la Libia e l'Africa (almeno Cartagine); la valle dell'Eridano? Oppure é micenea? E gli Arcadi sul Palatino sono filomicenei o prendono ordini dal Circeo?

Sull'altro lato: "Micene" sta per tutto il Peloponneso, l'Attica, la Beozia, Locride e Focide, Etolia e Tessaglia? Anche la Macedonia? Penso le Isole dell'Egeo, visto che arriva in Colchide e, in quanto geocrazia, ci deve arrivare attraverso un itinerario il più possibile continentale quindi anatolico? Ma Troia con chi sta? Con Ulisse suo espugnatore o con Agamennone di Elena? Gli alleati anatolici dei Troiani in che rapporti sono con la geocrazia micenea?

Se Eea ha l'Egitto, Micene deve indispensabilmente arrivare prima a conquistare la Mesopotamia ("da mare a mare e dal fiume fino ai confini della terra") e se possibile arrivare fino alla Valle dell'Indo. In questo modo le due sfere economiche - egizia e mesopotamica - otterrebbero una coesione politica molto anzitempo, sotto guida occidentale anziché centroasiatica (iranica).

 molto solleticante curiosare nelle possibilità che - come avveniva tra Micenei e Protoitalici / Protolatini in Italia - potesse sussistere qualche forma di intercomprensibilità (non credo immediata, ma con qualche sforzo) tra Protogreci e altri popoli indoeuropei linguisticamente in una fase protolinguistica comparabile (escludo ovviamente l'Anatolia, dove la differenziazione linguistica era ormai pronunciatissima).

I due imperi non possono stare a guardarsi e quindi, se Oreste muove contro Eea, Telemaco avrebbe fatto il contrario entro non molto tempo. Onore al merito a Oreste per il coraggio di affrontare direttamente il cuore dell'impero rivale. Storicamente l'Egitto é sempre stato incomparabilmente più ricco e potente dei vicini, anche se militarmente forti ("Il miserabile Paese di Hatti"), ma sono sempre state le potenze in possesso della Mezzaluna Fertile a conquistare l'Egitto e mai viceversa.

iò suggerirebbe una vittoria micenea contro Eea, ma si scontra con la costante storica che una potenza non ottiene conquiste durature al di là del mare (a meno di possedere vantaggi teconologici incolmabili, come gli Spagnoli in America). Tutto filerebbe più liscio se Micene avesse una vasta e sicura base nella Valle dell'Eridano, magari congiunta da un corridoio terrestre adriatico orientale (su una delle vie degli Iperborei taciuti da Omero), ma concedere questo significherebbe schierarsi apertamente a fianco dei Micenei.

In effetti, nei poemi che gli ascoltatori degli aedi conoscevano, Ulisse dopo non molto tempo lascia Itaca e va in un paese dove la navigazione é sconosciuta e là terminerà la propria vita (quella sotto la luce del sole). Anche il nome della Terra di Circe (Eea: 'Aiaíê) viene dato come stranoto agli uditori. Le probabilità che la terra dove Ulisse si trasferisce sia Eea sono però inversamente proporzionali al numero di terre citate nel poema come note e queste terre, anche sottraendo quelle di navigatori (come i Feaci), non sono poche.

Già però il ritorno a Itaca doveva costituire un colpo di scena, perché per nove anni Ulisse resta a Ogigia da Calipso. Forse ha vissuto con Calipso più a lungo che con Penelope e gli sarà pur venuta nostalgia di lei, che fra l'altro non gli ha mai fatto niente di male. Non si può dire che Calipso non conosca la navigazione, ma si può ipotizzare che i discendenti suoi e di Ulisse evitassero il mare. Anche l'incontro del maturo Ulisse coi proprî figli Ogigî dovrebbe essere molto commovente.

Se tornasse a Ogigia, non é però escluso che prima passi da Eea e lì sistemi insieme a Circe la questione della talassocrazia (altrimenti improponibile a un popolo di non navigatori). Qualunque talassocrazia avrebbe dovuto fare i conti con la potenza marittima dei Feaci, ma la via più naturale e diretta per sedere sul trono dei Feaci sarebbe sposare Nausicaa. Piuttosto che eliminare una delle due (Nausicaa o Circe), preferirei che entrambe fossero compartecipi dell'amato itacese e si rendessero conto anche dei suoi doveri nei confronti di Calipso.

Il mondo secondo Omero(Ci si potrebbe pensar su per una decina d'anni mentre fanno l'assedio?)

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Per un po' il discorso è rimasto interrotto; poi, dopo l'uscita del film "Troy" l'amico aNoNimo ci ha mandato questo messaggio:

Menelao che muore ucciso da Ettore, Aiace idem, Briseide e Criseide che sono una persona sola, Cassandra che non c'è, Agamennone che viene ucciso a Troia invece che a Micene... quante ucronie in un film a tratti spettacolare e a tratti un po' "americanata". Ma se davvero Menelao fosse morto sotto le mura di Troia...?

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William ha continuato così il suo suggerimento:

Dunque, Menelao muore sotto le mura di Troia per mano di Ettore. Scartando l'idea che la coalizione degli Ahhiyawa si sfasci, perché il vero capoccia della spedizione era Agamennone ed aveva insistito lui per vendicare l'onore familiare, ci sono tre possibilità:

1) la guerra viene portata avanti comunque, Ettore è ucciso da Achille, Achille da Paride, Paride da Filottete, Ulisse realizza l'inganno del cavallo, Troia viene presa lo stesso. Seguono tre sottocasi:

1a) Elena si uccide perché non vuole ritornare con i Greci che le vogliono dare un nuovo marito. Troia è stata presa ma nessuno degli obiettivi iniziali dettati dall'Eros sono centrati, perché i protagonisti del triangolo sono tutti morti.

1b) Elena fugge con Enea e scappa con lui in Italia dove fonderà un regno greco senza componenti latine, una 'Roma greca' insomma.

1c) Elena si riconcilia con i Greci aprendo la camera del nuovo marito Deifobo che è trucidato da Agamennone. Allora si aprono ulteriori possibilità:

1c i) Elena è data in sposa a Neottolemo, figlio di Achille, e dopo la morte di Agamennone per mano di Clitemnestra, Ftia si sostituisce a Micene come potenza egemone achea (civiltà ftiatica anziché micenea)

1c ii) Elena è presa come sposa da Agamennone che ripudia Clitemnestra lasciandola al cugino Egisto. Agamennone diventa re anche di Sparta e riunifica la Grecia e la Troade in una grande nazione che si scontra con l'Egitto e la Mesopotamia per l'egemonia nel mondo antico.

1c iii) Elena è presa come sposa da Ulisse che dimentica Penelope, va a cercare gloria nel Mediterraneo, sconfigge Lestrigoni, Ciclopi e la maga Circe e fonda una talassocrazia che diventa egemone nel Mediterraneo Occidentale (così rientriamo nell'ucronia che ho già delineato).

1c iv) Elena resta zitella ma diventa regina di Sparta che dà inizio ad una società matriarcale che rivoluziona la concezione femminile nella Grecia Classica.

2) la guerra viene portata avanti comunque, Ettore è ucciso da Achille ma Achille è ucciso da Paride che con Deifobo prende il comando delle operazioni. Due casi:

2a) Ulisse cambia bandiera perché hanno dato le armi di Achille ad Aiace e non a lui, con uno stratagemma libera Troia e provoca il massacro degli altri Greci. La Grecia diventa parte dell'impero di Tarwisa, Ulisse ottiene il governo di Micene per conto dei troiani; resa dei conti tra Paride e Deifobo che provoca una nuova guerra civile. Deifobo è sconfitto e ripara nell'Egitto di Ramses III aizzandolo contro Ilio. Guerra marittima tra le due potenze per il controllo del Mediterraneo. Vince Ilio grazie alla flotta dei Feaci condotta da Telemaco figlio di Ulisse, e si ha la fondazione di un impero stile Alessandro Magno ante litteram.

2b) Ulisse non cambia bandiera ma i Troiani vincono lo stesso, come sopra però la flotta feacia-itacense non si affianca alle navi micenee e vince l'Egitto. Troia è espugnata dagli egizi anziché dagli Ahhiyawa, ed il re Paride muore nella catastrofe. E' Iulo figlio di Enea a far vela verso il Lazio e a fondare la stirpe romana. L'Egitto abbandona agli Ebrei di Giosuè i possessi in Asia e preferisce fondare una talassocrazia che si scontrerà con i Feaci, guidati da Telemaco che ha sposato Nausicaa, per il controllo del Mediterraneo occidentale.

3) Sostanziale pareggio. Morti Menelao, Ettore, Achille, Paride ed Aiace i due eserciti, rimasti senza campioni, decidono di fare la pace ma nei loro annali lasceranno scritto di aver vinto lo stesso la guerra. Omero scrive lo stesso l'Iliade asserendo che Zeus in persona è sceso in campo per ordinare la pace alla vigilia del trionfo greco, analogo poema in lingua frigia viene composto a Tarwisa. Enea, nuovo re di Ilio, permette ai Danai il libero passaggio attraverso i Dardanelli e conquista ciò che era stato l'impero ittita, la Mesopotamia e la Fenicia, facendo alleanza con Sansone, giudice degli Ebrei. Agamennone unifica i regni achei del Peloponneso rimasti senza re e comincia l'espansione ad occidente, fondando con l'aiuto di Ulisse un impero esteso a Spagna, Italia e Nordafrica. Scontro futuro tra le due potenze (Troiani con i Semiti sottomessi e Greci con gli Italici ed i Celti) con l'Egitto come ago della bilancia stile Lorenzo il Magnifico nell'Italia del quattrocento. L'ascesa della Cartagine di Didone, che ha sposato Enea, farà crollare entrambi gli imperi; ma questa, come diceva Michael Ende ne « La Storia Infinita », è tutta un'altra storia, ed andrà raccontata un'altra volta.

Il FantaMediterraneo nel 1100 a.C.

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E ora, la parola a Bhrihskwobhloukstroy:

Odisseo insiste per avere Cassandra, come desiderava (riuscendo a persuadere Agamennone del maggior valore di Ecuba – che in tal modo si potrebbe pure salvare e che potremmo vedere di fronte a Clitemnestra – e placando Atena come suo beniamino nonché impegnandosi a liberare e “risarcire” Cassandra).
Atena protegge, oltre a Odisseo, anche Cassandra, che del resto è avveduta di suo (e si guarda bene dalle previsioni, onde evitare di non essere creduta), per cui arriva a Ogigia insieme a Odisseo. Qui i tre rimangono felicemente tutto il tempo, poi Odisseo riparte, ma ‘libera' anche formalmente Cassandra (che d'altronde era già tornata di fatto più che libera), non da ultimo per scongiurare qualsiasi screzio con Atena.
A quel punto, la somma astuzia consiste nella proposta di Odisseo a Calipso: Cassandra potrebbe non aver ancora superato, a livello inconscio, il trauma dello stupro e quindi Odisseo suggerisce a Calipso di trasformarla in maschio (come avvenuto a Ceni e a Ifi, per la medesima ragione): in tal modo Cassandra diventa ancor più simile a Tiresia (per l'androginia) e lo supera in longevità (diventando immortale), mentre Calipso la (lo) può sposare senza rimpiangere così amaramente Odisseo. La stessa Atena guarisce in parte dal rimorso per aver accecato Tiresia. Poi ne nascerebbe una progenie di veri e proprî Dèi di Ogigia.
E vissero felici e contente...

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E Iacopo Maffi aggiunge:

Meraviglioso! Proprio in questi giorni ripensavo a questo tema (complice visita al locale acquapark Odissea 2000).
L'accostamento tra Cassandra e Calypso è una meraviglia. Me ne viene in mente uno che può suggerire un ulteriore sviluppo: l'affetto e la meraviglia che Calypso prova per il fatto che Odisseo, pur con tutto il suo ingegno, è e rimane mortale, mi pare sia in buon contrappunto alla meraviglia (più cupa) suscitata nei Greci per la mortalità di Achille.
Mi spiegano meglio. I Greci riconoscevano che Achille avesse tutte le perfezioni, meno l'immortalità, e per un Greco pio e intelligente questo è un vero scandalo. Molta della cultura greca antica mi pare un tentativo di colmare questo scandalo.
Simmetricamente, Calypso ama Odisseo per le sue perfezioni, e la mortalità di Odisseo lo rende a lei ancora più amabile, e in lui la Dea di Ogigia può amare l'Uomo. A Odisseo è offerto ciò che ad Achille mancava e di cui nemmeno Achille poteva essere degno, ma Odisseo ha da vantare gioie (Penelope, Telemaco, Itaca) che nemmeno gli Olimpi potevano godere.
In ambiente semitico Achille sarebbe Giobbe, Odisseo il Cristo.
Questa linea di pensiero mi ha protetto a pensare con infinita pena a Calypso, prigioniera della sua immortalità.
E dunque ecco cosa potrebbe accadere con Cassandra in gioco.
Calypso prega Zeus di permettere di conoscere le gioie che le sono precluse, e in cambio offre Ogigia a Cassandra. Cassandra dunque diventa l'Oracolo dell'Occidente, un miraggio mendace che attira i marinai a morte certa e allo stesso tempo un luogo di riposo e guarigione per le menti sconvolte dai traumi di chi la raggiunge.
Calypso invece firma un patto faustiano, ma da dea, non da donna mortale. Quindi inizia a cagare per il mondo, a volte come maschio, a volte come femmina, conoscendo ogni varietà dell'umana esperienza, col patto che quando il suo cuore se ne sarà stancato, solo allora la morte che ha accettato domando a Cassandra la sua immortalità, solo allora quella morte la prenderà.
Pare stia ancora vagando, sotto mentite spoglie. Forse l'avete incontrata anche voi...

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C'è pure il contributo di Generalissimus:

Ho trovato il video seguente, che mette in relazione diretta il mito ellenico con quello ebraico: Mosè potrebbe aver incontrato Odisseo? Rassumendo: il film del 1956 I Dieci Comandamenti include una scena (che all'epoca ha fatto dire anche a me "Ah, ma guardo un po', cos'è, un crossover di tutti i peplum del periodo?") in cui un ambasciatore del re Priamo di Troia fa visita al faraone Ramses, il che implica che l'Esodo e la guerra di Troia siano stati all'incirca contemporanei, e ciò ha sollevato la questione se Mosè e Ulisse potessero essersi incontrati.
La datazione Biblica dell'Esodo è divisa tra due linee temporali contrastanti: una data più antica, intorno al 1446 a.C., derivata da 1 Re 6:1, e una data successiva, intorno al 1260-1200 a.C., suggerita dal riferimento dell'Esodo alla città di Pi-Ramesse, costruita sotto il faraone Seti I intorno al 1290 a.C. e completata da Ramses II intorno al 1250 a.C.
Le prove archeologiche rendono l'Esodo estremamente difficile da verificare, poiché non sono state trovate iscrizioni o manufatti ebraici in Egitto, e la Stele di Merneptah del 1207 a.C. è la prima fonte egizia sopravvissuta a menzionare gli Israeliti, già insediati a Canaan.
Le fonti greche antiche datavano la guerra di Troia a un periodo compreso tra il 1250 e il 1180 a.C., e lo strato di distruzione nel sito reale di Troia (Hisarlik in Turchia), noto come Troia 7a, è stato datato archeologicamente a circa il 1190-1180 a.C.
Le fonti ittite complicano ulteriormente il quadro documentando molteplici episodi di ostilità greco-troiana, tra cui la lettera di Tawagalawa intorno al 1250 a.C. e un sovrano di Troia di nome Alaksandu intorno al 1280 a.C., suggerendo che potrebbero esserci stati diversi conflitti che Omero in seguito fuse in un'unica guerra.
Affinché Mosè e Ulisse si siano incontrati nel tempo, tre presupposti alquanto discutibili devono essere validi simultaneamente: la datazione tardiva dell'Esodo, la datazione della guerra di Troia da parte di Erodoto intorno al 1250 a.C., e il fatto che entrambe le figure siano basate su personaggi storici realmente esistiti.
Anche con le ipotesi più favorevoli, un incontro era di fatto impossibile, perché i viaggi di Ulisse si limitarono al Mediterraneo occidentale e non visitò mai l'Egitto, sebbene l'Odissea descriva Menelao ed Elena in visita in Egitto dopo la guerra, il che solleva la possibilità, per quanto fantasiosa, che loro, Mosè e Ramses II possano teoricamente aver condiviso la stessa epoca.
Sebbene esistano allettanti sovrapposizioni cronologiche tra l'Esodo e la guerra di Troia, le prove contraddittorie che circondano entrambi gli eventi, unite al fatto che i viaggi di Ulisse non raggiunsero mai l'Egitto, rendono un incontro tra Mosè e Ulisse quasi certamente impossibile, ed entrambe le figure rimangono più vicine alla leggenda che alla storia confermata.
Considerato che l'autore ha in precedenza realizzato un video che ipotizzava che Ea-Nasir e Abramo fossero vicini di casa, credevo che il tutto virasse verso l'umorismo, ma mi sono dovuto ricredere. Comunque anche questa ipotesi è interessante, ve lo immaginate un Abramo che si fa gabbare da Ea-Nasir con del rame scadente e che lascia Ur semplicemente come soluzione per sfuggire ai debiti mostruosi che ha contratto con lui?

Lorenzo Anteri propone invece:

Il viaggio di Enea da Troia ai lidi del Lazio durò sette anni, tre in meno di quello di Odisseo... cosa sarebbe quindi successo se Odisseo, partito da Ogigia, si fosse ritrovato non sull'isola dei Feaci, ma a Lavinio, alla corte del vecchio nemico?

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Gli risponde Perchè No?:

Un incontro imbarazzante ma fortunatamente breve (benché violento)...
Ah, e Atena litiga con Afrodite.

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aNoNimo è dello stesso avviso:

Enea, trovandosi di fronte il "dirus Ulixes", cioè colui che ha provocato la rovina della sua città, la morte della moglie, del suocero e di tutti i cognati, e che lo ha costretto a vagare fino in capo al mondo allora conosciuto per cercare una nuova patria per i Penati di Troia, gli farebbe lo stesso servizio che ha già fatto a Turno.
"Egli, fissando l'uomo che mille e mille troiani ha assassinato, arso dalla furia e terribile nell'ira, urla: « Proprio tu, o spietato re degli ingannatori, o crudele consigliere di astute nequizie, vorresti sfuggirmi di mano? Creusa, che i tuoi uomini hanno violentato e ucciso; e Cassandra, che il tuo amico Aiace Oileo ha stuprato sull'altare del tempio della tua protettrice Athena; e Astianatte, che tu stesso hai scaraventato giù dalle mura sacre di Ilio; e diecimila altri troiani, non io, ti immolano, e si vendicano sul tuo sangue scellerato! » Dicendo così, gli affonda furioso il ferro in pieno petto; a Odisseo le membra si sciolgono nel gelo, e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra l'ombre, rimpiangendo di non aver accettato la proposta della figlia di Atlante, Calipso la Nasconditrice dal crin crespo e dal labbro canoro."

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Never75 invece è di diverso parere:

Secondo me Enea avrebbe risparmiato Odisseo, così come avrebbe fatto con lo stesso Turno se non avesse visto la cintura di Pallante.
A maggior ragione lo avrebbe fatto se lo avesse visto mendico e solo, capendo che quella guerra aveva arrecato quasi altrettante sciagure ai vincitori e non solo ai vinti.
Nella stessa Eneide accoglie come membro dell'equipaggio Achemeneide che era stato dimenticato dai suoi compagni.
Ovviamente questo non avverrebbe a parti invertite e Odisseo trovandoselo davanti non lo risparmierebbe.
Se i due vengono alle mani sarebbe un bello scontro, anche perché si metterebbero in gioco le due dee: Atena e Afrodite.
Atena non ci metterebbe due minuti nel far fuori la sorellastra, però c'è da dire che già nell'Iliade Enea ha una plot armor incredibile e qualche altro dio (Apollo? Poseidone? lo stesso Zeus?) interverrebbe per sottrarlo all'ultimo al suo nemico.
Dopo di che la storia procede come mito insegna, senza grossi stravolgimenti.

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Alberto Maria di Lorenzo concorda:

Odisseo, con l'immancabile aiuto di Atena, fa in modo di ottenere la protezione della legge dell'ospitalità prima che Enea venga a sapere lui chi è. Dopo di ciò il Pio figlio di Anchise, sia pure a malincuore, non può toccarlo...

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Sentiamo il parere di Paolo Maltagliati:

Odisseo farebbe fuori Enea per timore di Amartia, non per voglia. Il rapporto di Odisseo con il Fato è ambivalente e venato di tragicità. Gli si vuole opporre, ma sa che non può. È come se cercasse dei microspiragli per testare il limite della gabbia che il Fato mette intorno agli eroi (o alle persone in generale). Odisseo potrebbe persino odiare l'idea di dover far fuori Enea, ma sa che con ogni probabilità Atena non gli concederebbe la libertà di evitare lo scontro con lui.

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Lorenzo Anteri riprende la parola:

Secondo me, grazie ad Atena Odisseo riuscirebbe a travestirsi da mendicante e ad ottenere l'ospitalità di Enea; allora, Afrodite svelerà il travestimento, rivelando Odisseo ai Troiani. A questo punto lo scaltro Odisseo supplicherà Enea abbracciandogli le ginocchia e, nonostante gli altri Troiani vogliano ucciderlo, il pio Enea rispetterà la sacralità del supplice e riterrà abbastanza umiliante abbracciare le ginocchia di uno sconfitto.

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Ma Perchè No? gli fa notare:

Perché Odisseo dovrebbe chiedere perdono e mostrare rimorso? Non è che i morti causati da lui fossero dei crimini. Nella mitologia greca non è presente questa idea di perdono, mi sembra piuttosto un punto di vista moderno (sembra sia anche presente nel film di Nolan, non l'ho ancora visto).
Contare sull'importanza delle leggi dell'ospitalità è perfetto, mascherarsi da mendicante va bene come trucco, ma non me lo vedo uno eroe greco nella posizione dell'umile pentito. Non sono neanche sicuro che Enea sarebbe così pronto a vendicarsi, sarebbe piuttosto il rapporto tra due eroi uguali tra di loro.

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Chiudiamo l'argomento con l'osservazione di aNoNimo:

Il passaggio dal greco Odysseús (Ὀδυσσεύς) al latino Ulixes (da cui deriva l'italiano Ulisse) è il risultato di un processo di trasmissione linguistica e dialettale durato secoli. Anzitutto, nell'antica Grecia non esisteva una sola forma di questo nome. Se nei poemi omerici (redatti in dialetto ionico-eolico) la forma standard era Odysseús, in diversi dialetti greci occidentali, come il dorico parlato in Sicilia e nella Magna Grecia, si usava una variante con la consonante L al posto della D: Olisseus (Ὀλισσεύς), Olysseus (Ὀλυσσεύς), Oluxe / Oulixes. Questo fenomeno fonetico, denominato lambdacismo o alternanza d/l, lo si riscontra in varie lingue dell'area mediterranea antica: si pensi anche alla radice di lacrima, dal greco dákryma.
Prima ancora che con la letteratura di Roma antica, le popolazioni italiche ed etrusche entrarono in contatto con i mercanti e i coloni della Magna Grecia. Gli Etruschi presero in prestito la variante occidentale con la L, adattandola nella propria lingua come Uthuze, Uthuste o Uluxe.
Attraverso gli Etruschi e le popolazioni dell'Italia meridionale (Messapi e Siculi), il nome arrivò al mondo latino già modificato nella consonante iniziale e nella vocale. Poi, nel III secolo a.C., il poeta di origine greca Livio Andronico tradusse l'Odissea in latino (l'opera prese il titolo di Odusia). Anziché calcare a tavolino il greco Odysseus, Livio Andronico adottò la forma già diffusa nell'uso orale e nella tradizione italica: Ulixes.
La struttura del nome subì quindi questi adattamenti fonetici latini:

La forma latina Ulixes venne poi usata da tutti i grandi autori latini come Virgilio, Ovidio e Cicerone, trasmettendosi direttamente alle lingue romanze e rendendo Ulisse il nome standard nella tradizione culturale occidentale.

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E se i fratelli Grimm fossero stati ebrei?

Anche Findarato Anàrion ha voluto cimentarsi con questo gioco fantaletterario:

Lasciamo alla fantasia di qualche navigatore la continuazione dell'epopea achea, e cambiamo argomento. Ho chiesto all'Intelligenza artificiale di riscrivere un libro della Bibbia come se fosse il lavoro di Jacob e Wilhelm Grimm. Il risultato è stato un riassunto del Libro di Tobia, con introduzione e finale in stile fiabesco:

C'era una volta, in una terra lontana chiamata Nínive, un uomo giusto e devoto di nome Tobit. Tobit era un uomo retto che seguiva fedelmente i precetti del Signore, ma la sua fortuna non fu sempre benevola. Un giorno, mentre seppelliva i morti, una disgrazia lo colpì: degli escrementi di uccello gli caddero negli occhi, rendendolo cieco.

Nel frattempo, in un villaggio non lontano, viveva una giovane donna di nome Sara. Ella era afflitta da una maledizione terribile: ogni volta che si sposava, un demone di nome Asmodeo uccideva il suo marito nella notte delle nozze. Sette mariti avevano già trovato la morte in questo modo, e Sara viveva disperata, pregando giorno e notte per la sua liberazione.

Tobit, nella sua cecità, pregava incessantemente per il suo figlio Tobia, un giovane forte e coraggioso. Un giorno, Tobit chiamò Tobia e gli disse: "Figlio mio, prendi con te del denaro che ho lasciato in Media presso Gabael. Questo denaro ci sosterrà nel nostro bisogno." Tobia, rispettoso e obbediente, si mise in viaggio. Durante il suo cammino, Tobia incontrò un misterioso viandante di nome Raffaele. Questi non era altro che un angelo inviato da Dio per aiutare Tobia nella sua missione.

Raffaele si unì a lui e lo guidò lungo il percorso, insegnandogli molte cose. Mentre attraversavano un fiume, Tobia vide un grande pesce e, seguendo il consiglio di Raffaele, lo catturò. "Apri il pesce," disse Raffaele, "e conserva il cuore, il fegato e la bile. Ti serviranno per scacciare i demoni e curare le malattie."

Arrivarono infine a Media e trovarono Gabael, che restituì il denaro a Tobia. Qui, Raffaele suggerì a Tobia di prendere in moglie Sara, la giovane afflitta dal demone. Tobia, seguendo il consiglio dell'angelo, bruciò il cuore e il fegato del pesce durante la notte delle nozze. Il fumo sacro scacciò Asmodeo, liberando Sara dalla sua maledizione.

Tobia e Sara tornarono a Nínive, dove la loro felicità divenne ancora più grande. Raffaele, prima di congedarsi, rivelò la sua vera identità, spiegando che Dio aveva ascoltato le preghiere di Tobit e Sara, inviando lui come aiuto. Utilizzando la bile del pesce, Tobia curò gli occhi di suo padre, restituendogli la vista.

E così, Tobit visse il resto dei suoi giorni nella gioia, circondato dall'amore della sua famiglia e dalla gratitudine per le benedizioni ricevute. Tobia e Sara vissero felici e contenti, ricordando sempre la guida e la protezione divina che li aveva condotti attraverso le loro avventure.

E la loro storia, tramandata di generazione in generazione, continuò a risuonare come un'eco di fede e speranza nei cuori di tutti.

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Tommaso Mazzoni commenta:

Buona scelta. Il libro di Tobia presenta tutti gli stilemi della fiaba.

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Fanta-Cosette

L'idea è di Agnese Pagliarani:

Fantine muore in mezzo alla strada o in prigione, senza aver avuto la possibilità di chiedere a Jean Valjean di prendere con sé la figlia. Come cambia la vita di Cosette, ormai condannata a fare da sguattera ai Thénardier? Imparerà da loro l'arte del furto? Si opporrà e scapperà?

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Le risponde Enrica S.:

Dunque, a me sono venute in mente queste idee:

a) I Thénardier con Cosette al seguito sfuggono alla giustizia francese fuggendo in Germania. Qui Cosette incontra uno studente di filosofia, un certo Karl Marx, che si innamora di lei e la sposa. Anziché con Engels, Marx fonderà il comunismo insieme all'amata Cosette, che diventerà la prima pasionaria comunista della storia. Oggi a Cuba vedremo le statue di Marx e Thénardier al posto di quelle di Marx ed Engels: Cuore e Martello, più che Falce e Martello ^__^

b) I Thénardier con Cosette fuggono in Inghilterra. Qui Cosette sfugge loro, conosce un altro ragazzino diseredato chiamato Oliver Twist, condivide le sue disavventure ed alla fine è adottata assieme ad Oliver dal signor Brownlow. Una volta cresciuta sposerà Oliver Twist, e i due vivranno felici e contenti. Secondo lieto fine.

c) I Thénardier con Cosette fuggono in Spagna. Qui Cosette riesce a scappare e conosce Diego de la Vega, figlio di un ricco possidente della California. Questi si innamora e la porta con sé in patria, ma là i due scoprono che la ricca colonia è tiranneggiata dal crudele ed avido Capitano Monastario. Diego decide allora di fingersi un bellimbusto smidollato, per poi vestire di notte i panni di Zorro, l'inafferrabile giustiziere mascherato, mentre Cosette si finge sordomuta e dice di essere la sua cameriera. In tal modo Zorro avrà una "spalla" femminile, e con la spada inciderà sugli alberi delle Zeta dentro dei cuori...

d) I Thénardier con Cosette fuggono in Russia. Qui vendono Cosette al ricco Fëdor Pavlovič Karamazov, che la tiene in casa come domestica. Suo figlio Dimitrij si innamora di lei anziché di Katerina Ivanovna e di Grušenka (anzi, Cosette aiuterà quest'ultima a riscattarsi), e quando il vecchio Fëdor è ucciso da Smerdjakov, è quest'ultimo a finire in Siberia. Fiori d'arancio e lieto fine.

e) I Thénardier con Cosette fuggono in Sudafrica, nel Transvaal. Qui Cosette incontra il vedovo Allan Quatermain, famoso cacciatore bianco, e quando sir Henry Curtis assolda Quatermain per cercare suo fratello George, scomparso anni prima, Cosette chiede ad Allan di portarla con sé per sfuggire ai due Thénardier. Alla fine dell'avventura, nella terra dei Kukuana, i due scopriranno le mitiche miniere di Re Salomone. Cosette convincerà Allan a non tornare in Transvaal, dove la aspettano i Thénardier, ma a viaggiare per l'Africa con la loro parte di diamanti in cerca di nuove avventure. A Zanzibar i due incontrano il dottor Samuel Ferguson, che li convince a partecipare alla sua spedizione: Cinque Settimane in Pallone...

f) I Thénardier con Cosette fuggono in Estremo Oriente. Un certo Giuseppe Garibaldi, che si trova laggiù con il suo brigantino dopo aver perso Anita de Jèsus, la vede e la riscatta dai Thénardier, quindi la sposa. Cosette (Cosetta) diventerà un'eroina del Risorgimento, essendo l'unica donna a partecipare alla Spedizione dei Mille, e sarà citata anche nell'Inno di Garibaldi: «Ancora d'Italia minaccian gli spaldi: / Cosetta, ritorna col tuo Garibaldi!... »

g) I Thénardier con Cosette fuggono negli Stati Uniti. Cosette sfugge loro e viene adottata da una famiglia di neri, mentre Monsieur Thénardier diventa schiavista. Cosette conosce un certo John Brown, lo sposa e diventa con lui una attivista per la liberazione dei neri. Nel 1859 John Brown sarà impiccato, e per lui Cosette comporrà la canzone "Glory, glory, hallelujah..." Cosette invece sarà condannata all'ergastolo, ma liberata dopo la guerra di Secessione e diverrà un'eroina per neri ed antischiavisti.

h) I Thénardier con Cosette fuggono in Italia, precisamente a Milano. La nota un certo Alessandro Manzoni, che prende in odio i Thénardier, la riscatta e la adotta come figlia sua. Dato che nessuno dei suoi numerosi figli gli sopravvivrà, sarà lei a rimanergli vicino fino alla fine. In suo onore Sciùr Lisànder chiamerà il Romanzo "Renzo e Cosetta". Più immortale di così... ^__^

Se me ne vengono in mente delle altre, te le scrivo :)

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E il grande Perchè No? aggiunge:

Questo é davvero un magnifico divertissement fantaletterario! Mi avete fatto ridere un sacco, sopratutto pensando a Cosette e Karl Marx che raggiunge forse al meglio l'idea originale di Hugo. Dopotutto Cosette é solo la dimostrazione che una buona educazione e la prosperità possono fare di una ragazza miserabile una grande donna. Per Fantine vale il contrario, quanto una persona onesta può essere corrotta dalla povertà, e la stessa cosa dicasi per i Thénardier in un'altra maniera. Non sono malvagi di natura, ma solo per colpa di una vita di sforzi per sopravvivere. Hugo scrivendo questo era in piena conversione a idee vicine alla socialdemocrazia del XX secolo. Ipso facto: una Cosette alternativa deve essere dedicata al progresso sociale e legata a delle figure di rivoluzionari o di riformatori.

i) E se i Thénardier e Cosette emigrano piuttosto nel vecchio West? Chissà, Cosette potrebbe incontrare Wild Bill Hickock, diventa un'infallibile pistolera e sarà ricordata come Calamity Cosette!

l) Spingiamo alle estreme conseguenze il gioco della fantaletteratura, Cosette e i Thénardier emigrano in Australia, ma la nave viene affondata e Cosette viene salvata da un enigmatico personaggio dai tratti somatici indiani, che la accoglie sul suo sottomarino, il Nautilus...

Possiamo continuare a lungo cosi!

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Lord Wilmore gli regge il sacco:

OK, proseguiamo il gioco del Grande Perchè No?:

m) I Thénardier tentano di far prostituire Cosette, ma questa scappa, e mentre fugge in una selva oscura tallonata dai suoi aguzzini, è improvvisamente avvolta da scintillii e si ritrova a bordo di un'astronave. E' la nave del vulcaniano Sarek, tornata indietro nel tempo per esplorare il passato della Terra e della Federazione Unita dei Pianeti. Tornata su Vulcano, Sarek la sposa e da loro nascerà un certo Mister Spock...

n) I Thénardier cercano di emigrare in Canada, ma la loro nave fa naufragio e solo Cosette si salva. Su una scialuppa imbocca per caso la Via Diritta e si ritrova a Tol Eressea, dove conosce re Elrond che le narra la gloriosa storia degli Elfi e dei Valar. Molti anni dopo, con il permesso dei Valar, tornerà nel Mondo degli Uomini e da anziana farà da governante a un bambino, un certo John Ronald Reuel Tolkien, cui racconterà tutto ciò che ha appreso in Valinor, con le conseguenze che sappiamo...

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A questo punto, il 10 febbraio 2022, William Riker ci ha inviato quanto segue:

In memoria del grandissimo Mino Milani, scomparso oggi.

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Fanta-Stil Novo: il sommo Uguccione e Dante da Firenze!

Tocca a Renato Balduzzi proporre un interessante crossover:

Nella nostra Timeline, nel corso del Duecento vi furono due importanti movimenti letterari autoctoni dell'Italia: lo Stil Novo toscano e la Poesia Didattica Lombardo-veneta. Dalla prima nacque Dante Alighieri, che non ha bisogno di presentazione. Dalla seconda un certo Uguçon da Laodho (toscanizzato in Uguccione da Lodi), poeta che scrisse il Liber, poemetto ispirato alla letteratura francese didattico-religiosa di tipo escatologico.

Non ho potuto far altro che constatare un possibile crossover tra i due. Dante, nato in un ambiente di poesia "pura" che giunge a scrivere la Commedia, poema religioso. Uguccione, nato in un ambiente di poesia didattica, non riuscirà ad arrivare al livello di Dante non perché fosse intrinsecamente negato per la poesia, ma perché al suo Liber mancava quella componente estetica propria dello Stil Novo, che però potrebbe ripescare dalla grande tradizione provenzale.

Così, in questa Timeline, Uguçon da Laodho viene folgorato dall'ispirazione all'alba del 1300. Va a prendere carta e penna e inizia a scrivere i primi versi della sua opera straordinaria, il "Liber". In esso, un viaggio dalle profondità dell'Inferno al punto più alto del Paradiso compiuto da Uguccione medesimo. Il suo scopo, come quello di tutta la poesia didattica dell'epoca, è quello di ammonire i peccatori e invogliarli ad essere pii per godere dell'Eterna ricompensa. Purtroppo il suo sforzo primario, come tutte le opere di questo tipo, è una goccia nel mare, ma l'indubbia qualità letteraria lo consacrerà come Sommo Vate nonché padre della lingua lombarda.

Contemporaneamente, a Firenze un erudito di nome Dante Alighieri, dopo anni di stesure e cancellature, darà la luce a un poema didattico intitolato "Commedia", che però rimarrà letto esclusivamente nelle regioni di lingua toscana, per poi perdersi nell'oblio ed essere ad oggi conosciuto solo dai medievalisti interessati al caso della poesia didattica toscana.

Conseguenze storiche? La lingua lombarda diviene lingua letteraria, ovviamente in sordina, come accadde col toscano. Ma se effettivamente il toscano si trovava abbastanza vicino al centro dell'Italia, così non è per il lombardo. Nel sud potrebbero prevalere altri idiomi, come il siciliano o il napoletano. 
Qualche conseguenza... noi ora parleremmo tutti la lingua dei Galli Insubri o, come dice Foscolo ne "I Sepolcri", "delle Insubri nepoti". E nel 1848 il letterato milanese Lisander Manzun, non convinto della prosa del suo romanzo storico "i espus prumis", decise di "indà a pucià i pagn indel Lamber", cioè andare nella campagna milanese per trarre ispirazione dalla lingua dei contadini che avrebbe inserito nel libro...

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Subito William Riker, ispirato, gli ribatte componendo il proemio dell'ucronico "Liber":

« In dal mezz da la nostra ümana via
ma son truvòo in d'üna furesta oscüra,
ca la stràa giüsta mi l'avea smarìa.

Madòna, verament l'è roba düra
dì quant l'ea brüt quèl post ca gh'ea la in sü:
dümò a pensagh ma turna la paüra!

Mi a murivi a restagg un pò da pü,
ma par cüntav ul ben che dentar gh'ea
dirò d'i altar ropp ca g'ho vidü.

Mi som bom no da div l'ingress dua l'ea,
tant a gh'ea sogn in del mument esatt
ca da drè la via driza rimanea... »

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Naturalmente non poteva mancare il contributo del piemontese Sandro Degiani:

Mica siamo da meno qui ai piedi delle maestose Alpi, all'ombra del Monviso! E se la lingua colta d'Italia diventasse il piemontese? Ecco come suonerebbe l'incipit del "Liber" in questo caso:

« Ed nostra vita squasi a la mità
i son trovame 'nt na boschina scura
perchè ch'i jera perdume per la stra.

E a dive com'a l'è, a l'è bin dura:
un bosch angavignà, sensa sentè;
mach a penseje am pija na paura... »
 

Ed il canto III:

« Da si as va ant na sità piorosa,
da si as va 'nt el mai pasià dolor
da si as va fra gent bin escarosa.

Giustissia a l'ha bin consija Nosgnor,
a l'ha fame la suprema podestà,
la gran sapiensa e 'l prim divin amor.

dednans a mi a-i é gnente 'd creà
se nen etern e mi eterna i son
Lassè minca speransa pen-a intrà.

Coste parole, brute per dabon,
i l'hai vedduje scrite su na porta
e "Magister i son sasì 'd frisson"... »

(tratto da: La Divina Comedia, ed. Dant Alighieri, vira an lenga piemonteisa con consulensa e giustagi ed Beppe Burzio da Luis Ricard Piovano con ses anlustrassion originaj, ed Genio Gabanino, Torino [IT\ICCU\TO0\1078628]).

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Enrico Pizzo non vuole essere da meno:

Ecco invece l'incipit dell'"Omero in Lombardia", dell'Abate Francesco Boaretti, 1788.
No amici miei, non si tratta di una versione dell'Iliade traslata in quel di Milan, l'è semper un gran Milan, bensì della traduzione in Padovano del testo originale Greco. Perché Lombardia mi state chiedendo?
Il Boaretti usa questo termine nel suo significato arcaico di toponimo per la terraferma Veneta, in quanto anticamente parte della " Langobardia Maior ", perciò quel "in Lombardia" ha il significato di "in Lombardo", dove per "Lombardo" intende la lingua usata per la traduzione:

« Canto d'Achille, che l'Eroe xe stà
Tra i primi el primo per vigor de brazzi,
Quela Rabbia famosa, che ga dà
Tanti spasemi a i Greghi e tanti impazzi;
Stramaledeta Rabbia, che ha mandà
A cenar con Pluton tanti Bravazzi.
Cussì Giove ordinava; e intanto i can
Magnava carne, e bevea sangue uman... »

Segnalo anche "El libro primo de la Iliade de Omero tradoto in Venezian " di Luigi De Giorgi, 1872, gustosa traduzione in Veneziano del primo libro dell'Iliade. Personalmente trovo che sia quella che finora ho apprezzato di più. Peccato solo che il De Giorgi non abbia concluso la sua opera...

« Contime vià, Caliope, quela bile,
Tanto fatal per i infelici Achei,
Che ha chiapà el semidio Pelide Achile,
E i Greghi, co dolori e piagnistei,
Ga fato andar al Orco a mile a mile;
Chè pur tropo cussì el gran re dei Dei
El gaveva za belo destinà
Co Achile e Agamenòn ga barufà... »

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La palla passa a Lord Wilmore:

Ecco quanto ho scritto in un Ferragosto in cui non avevo niente di meglio cui pensare: e se il primo canto dell'"Inferno" fosse stato scritto in ottavine, e non in terzine?

Il primo canto dell'"Inferno" in ottava rima

Nel mezzo del cammin che la natura
alla vita degli uomini ha assegnato,
mi ritrovai smarrito in un'oscura
selva, ché il buon sentier m'era celato.
Ah quanto mi rinnova la paura
nel pensier, ritornar a quel passato!
Ma narrerò del male che incontrai,
per dirvi poi del ben che vi trovai.

Non so com'io v'entrai, tanto a quel punto
il sonno avea confuso la mia calle;
ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,
levai lo sguardo e vidi le sue spalle
inondate dai raggi di quel sole
che mena dritto l'uom per piani e gole.

Allor fu la paura un poco queta,
che tutta quella notte era durata
nell'alma mia che fu tanto inquieta;
e come quei che con lena affannata,
uscito fuor del mar, giunge alla meta
sulla riva, si volge a l'acqua, e guata,
così mi volsi a quella selva negra
che non lasciò già mai persona intègra.

Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza sbarrò presta il mio passo,
che di pel macolato era coverta,
e non mi si partìa dinanzi al volto,
facendomi tornar più volte vòlto.

Era sul far del giorno, e il sol salia
con quelle stelle dal lucor profondo
ch'eran con lui quando la cortesia
divina fece uscir dal nulla il mondo;
perciò sperai che quella bestia ria
cedesse al tempo lieto e al ciel giocondo;
ma, mentre a quella lonza ancor guardava,
un fiero leo la strada mi sbarrava.

Questi parea che contra me arrivasse
con la test'alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremasse!
Ed una lupa, che parea di brame
carca e di tutte le voglie più basse,
e molte genti fé già viver grame:
questa mi empì cotanto di gravezza
ch'io perdetti ogni speme de l'altezza.

E qual è quei che volentieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti i suoi pensier piange e s'attrista,
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, non sparendo mai dalla mia vista,
mi ripigneva là dove 'l sol tace.
Mentre ch'io rovinava in basso loco,
m'apparve un volto silenzioso e fioco.

Quando vidi l'immagine sua strana,
"Miserere di me," gridai a lui,
"qual che tu sii, od omo od ombra vana!"
Mi rispose: "Non omo, omo già fui.
Vissero nella Mantova romana
i miei parenti, lombardi ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
al tempo de li déi falsi e bugiardi.

Io vissi a Roma sotto 'l buon Augusto,
epoca di splendor, vittorie e gioia.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne da Troia
poi che il superbo Ilïón fu combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
Perché non sali il dilettoso monte
che d'ogni godimento è causa e fonte?"

"Or se' tu quel Virgilio a me diletto
che spandi di poesia sì largo fiume?",
rispuos'io lui con vergognoso petto.
"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande affetto
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e il sommo autore
del bello stile che m'ha fatto onore.

Vedi la bestia per cui io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi!"
"A te convien tenere altro viaggio,"
rispuose, poi che io tanto mi dolsi,
"se vuo' campar d'esto loco selvaggio,
ché questa lupa per la qual tu gride
non lascia altrui passar, ma ognor l'uccide.

Ella ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.
Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancor, finchè non fia
che il veltro la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurìalo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
fin che la getterà alle bolge mute,
là donde invidia prima dipartilla.
Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui verso un loco etterno.

Se tu verrai con me, sarò tua guida:
udrai vociar gli spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;
poscia vedrai color che son contenti
nel foco, sì che par ch'ognun sorrida,
sperando d'ir a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
a un'altra ti darò nel mio partire.

Ti lascerò ad un'anima più degna
di me, ché quel Sovran che il cosmo regge,
che in Ciel ha il trono e sopra tutto regna,
perch'io fui ribellante a la Sua legge,
non vuol che 'n Sua città per me si vegna.
Oh felice colui cui ivi elegge!
Infin ti mostrerà un terzo maestro
color ch'Ei pone al proprio lato destro."

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
a ciò ch'io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov'or dicesti,
sì ch'io veggia di Pluto il nero seggio
e color che tu fai cotanto mesti.
Possa veder infin Maria e San Pietro!"
Allor si mosse, ed io gli tenni dietro.

Lord Wilmore

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E ora, la parola a Tommaso Mazzoni:

Il Canto Centounesimo della Divina Commedia

Ecco, tristemente scendeva dall'alta e benedetta cima il poeta che d'Enea aveva cantato;
aveva lasciato Dante in buone mani e ora mestamente tornava al suo eterno sospirare;
Lentamente scese intrattenendosi a discorrere con le anime ma alla fine era uscito dalla porta del Purgatorio.

L'angelo lo aveva guardato con uno sguardo strano, a metà fra la commiserazione e la sorpresa,
giacché le anime di solito salgono, non scendono, ma poco ci potevano fare entrambi; con passo pesante e tormentato, Virgilio giunse alla spiaggia; di li sarebbe tornato al fiumiciattolo, e alla grotta vicino al centro della terra, dalla quale si sarebbe potuto arrampicare. Lo aspettava una scalata lunga e ben più amara di quella del Purgatorio, per tornare fra coloro che stavano sospesi.

Ma ecco una mano si posò sulla spalla del poeta Mantovano; Virgilio si girò e vide Catone che lo guardava in maniera sorprendentemente paterna. "A quanto pare un nuovo editto è stato fatto davvero in Cielo, amico mio. Hai trovato grazia agli occhi del Signore."

Virgilio lo guardò con stupore e iniziò a piangere e cadde in ginocchio. ma Catone lo aiutò a rialzarsi. "Vieni con me, Publio Virgilio Marone, da oggi mi aiuterai nei miei compiti."
Virgilio lo seguì piangendo ancora di gloria e in cuor suo ringraziò Beatrice che aveva rammentato il suo nome all'Altissimo; Ora i suoi sospiri non sarebbero stati più di rimpianto perchè nel suo cuore si formò per la prima volta in secoli la vera gioia al pensiero delle stelle che ora attendevano anche lui.

(Il destino di Virgilio, dover tornare nel Limbo, mi aveva sempre lasciato intristito: non me ne voglia Dante, ma mi sono permesso di aggiungere questa postilla)

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Gli risponde William Riker:

Ehi, bella idea! Io avevo sempre pensato che Virgilio era "sparito" dall'Eden ed era stato "teletrasportato" nel Limbo... i miei complimenti!!!
Forse ci riesco a riscriverla in terzine:

  « Tristemente scendea dall'alta cima
benedetta, l'altissimo poeta
che Enea cantò ne la sua vita prima;

  del viaggio giunto all'ultima sua meta
Dante lasciato aveva in buone mani,
e omai scendea alla sede consueta.

  Scendea là 've i sospiri sono vani,
perchè per sempre fuor dal Paradiso
lo costringean gli editti sovrumani.

  Fermato s'era per guardar in viso
taluno dei purganti, e per parlare
con lui, e con più d'uno avea sorriso,

  ma con cupa mestizia il limitare
del monte che l'uom purga, aveva passato,
per tornar sulla spiaggia del gran mare.

  Là, mesto, a mirar l'onde era restato:
ahimé, dovea scontar l'eterno bando
sol perchè troppo presto egli era nato!

  Ma mentre elli si stava già calando
nella grotta dell'orrida fiumana
per risalire a Dite sospirando,

  su per l'abisso della follia umana,
sull'omero una mano si posò
dell'anima gentile mantovana.

  Stupefatto, il poeta si voltò;
ecco, Caton come si guarda un figlio
lo guardava, e benigno gli parlò:

  "Davver mutato è in Ciel novo consiglio,
alfine, o sommo vate degli eroi
che tra i prischi cantor non hai simiglio.

  Tu profetasti a tutti quanti noi
l'avvento della Vergine e del Regno
del Buon Pastore e degli agnelli Suoi.

  Chi per grazia di Dio, non per suo 'ngegno,
poté scrutar sì a fondo in seno a Dio,
è di vivere in Dio senz'altro degno."

  Quei che cantò d'Enea il contegno pio
cadde in ginocchio e pianse, comprendendo
che mai rivisto avrebbe il Limbo rio;

  e l'Uticense onesto, sorridendo
sotto le bianche piume, in piè lo trasse
e seco lo condusse, soggiungendo:

  "Pensavi che Beatrice ti obliasse
nella Candida Rosa, e nell'esilio
eterno a sospirare ti lasciasse?

  Facean così gli déi che infranser Ilio,
non l'anime di cui va Cristo fiero!
Il fato mio sarà anche il tuo, o Virgilio.

  Gli spirti che deposita il nocchiero
celeste sulla spiaggia, condurrai
sino al gradino bianco, al rosso e al nero.

  E allor che i sette angeli tu udrai
suonar le sette trombe del Gran Dì,
te pure avvolgeranno i divi rai."

  Il mantovano vate si sentì
qual uom che va al supplizio, e all'ultim'ora
graziato vien, e tutto ne gioì:

  rivisto avrebbe Dante, e Stazio ancora!
Al contrario di Ulisse, i lieti giri
del Ciel raggiunto avrebbe la sua prora.

  Non più sol di rimpianto i suoi sospiri
si sarebbero alzati, or che alla luce
vissuto avrebbe, e non giù tra i martìri.

  D'altri spirti sarebbe stato duce
sul monte che tra i monti tutti eccelle,
e alfin, nel dì per i malvagi truce,

  sarebbe stato stella tra le stelle.

William Riker

San Publio Virgilio Marone (disegnata con Bing Image Creator)

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Lapidario il commento di Bhrihskwobhloukstroy:

Gloria e onore! Sei un vero drago, complimenti! Bravissimo!

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Diamo ora la parola a Inuyasha Han'yō:

Guardate un po' come ha risposto un concorrente a un telequiz non italiano (che pollo!):

Mi è venuto in mente: e se Dante fosse nato davvero nelle Fiandre, a quell'epoca parte del Sacro Romano Impero? Come cambierebbe la Divina Commedia, o meglio De Goddelijke Komedie? Forse potrebbe cominciare così:

« Op 't midden van ons levenspad gekomen,
kwam ik bij zinnen in een donker woud
want ik had niet de rechte weg genomen.
   Rondom mij dicht en doornig kreupelhout;
ik kan niet zeggen hoe het mij bezwaarde,
nu de herinnering mij weer benauwt. »

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Enrico Pizzo in seguito ha voluto dire la sua:

Periodicamente viene ristampato "L'Inferno di Topolino", una lunga storia a fumetti di Angelo Bioletti, disegni, e Guido Martina, testi e rime, pubblicata a puntate su "Topolino" dal numero 7 al numero 12.
In questa storia Topolino e Pippo, a causa di un incantesimo lanciato contro di loro da un mago alleato di Gambadilegno, si ritrovano all'inferno nei panni di Dante (Topolino), e Virgilio (Pippo), e se vogliono ritornare sulla terra dovranno discendere i vari cerchi fino al più profondo, poiché solo da lì si può uscire.
Nell'Inferno i peccatori sono disposti, in base alla gravità dei loro peccati, a profondità variabile e cosi, partendo dal primo, incontriamo:

1 - Materie scolastiche noiose
2 - Gagarelli
3 - Golosi
4 - Avari, non compare Zio Paperone in quanto non ancora noto in Italia
5 - Professori che tormentarono i propri studenti
10 - Irascibili, tra cui Paperino
13 - Studenti che danneggiavano i banchi scolastici, liberati dalla Fata dai capelli turchini
15 - Coloro che predicavano bene e razzolavano male

Arrivati a Malebolge il disegnatore non indica più il cerchio, comunque si incontrano:

Imbroglioni
Giocatori d'azzardo
Falsi maghi
Suggeritori
Studenti svogliati
Giornalisti bugiardi, costretti a scrivere la verità per terra con la lingua (evidentemente si tratta di un malcostume antico...)
Arbitri venduti che per denaro non fischiarono i calci di rigore, condannati a divorare eternamente dei palloni da calcio (dove ho già sentito questa storia...?)

Ed infine i due traditori supremi, Bioletti e Martina, colpevoli di avere adattato a fumetti l'opera di Dante sono da questo puniti a colpi di penna stilografica.
Vengono liberati per intercessione di Topolino che fa notare a Dante come i lettori siano entusiasti.
Nell'ultima tavola, però, si capisce che non è solo per il successo della trasposizione che Dante accetta di liberare Bioletti e Martina, bensì vuole che i due, tornati sulla terra, parlino a tutti gli italiani, spingendoli a lavorare tutti insieme alla ricostruzione nazionale: il fumetto è di fine anni '40 quando le ferite della seconda guerra mondiale erano ancora fresche.
Ma lasciamo parlare il Sommo...

« Allora Dante racquetò il suo fiero
Disdegno e disse al tristo scrittorello:
Va'! Porta il mio messaggio al mondo intero!

E riferisci che s'io mi fui quello
Ch'un dì gridava pieno d'amarezza:
Ahi, serva Italia, di dolore ostello!

Oggi affido al mio verso la certezza
D'una speranza bella e pura, e canto:
Oh, Santa Italia, nido di dolcezza...

O patria mia, solleva il capo affranto.
Sorridi ancora o bella fra le belle,
O madre delle madri, asciuga il pianto!

Il ciel per te s'accenda di fiammelle
Splendenti a rischiararti ancor la via
Sì che tu possa riveder le stelle!

Dio ti protegga, Italia! E così sia. »

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Ma non è tutto. Antonio Delli Santi di Firenze ci ha chiesto:

Non vorrei disturbarvi ma, nel caso fosse possibile, sarei felice di poter avere dei suggerimenti da poter inserire in ogni canto dell'Inferno di Dante un collegamento con un argomenti della Fisica, così da poterli usare per scopi didattici...

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A rispondergli è stato William Riker:

Ecco il lavoro che ci hai commissionato, Antonio. C'è voluta un'intera giornata e mi sono riletto quasi tutto "l'Inferno", ma ci sono riuscito; mi dispiace, ma meglio di così non sono riuscito a fare.

Canto I: i sistemi geocentrico ed eliocentrico
"Vidi le sue spalle / vestite già de' raggi del pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle" (vv. 16-18)

Canto II: classi spettrali delle stelle
"Lucevan li occhi suoi più che la stella" (vv. 55)

Canto III: l'origine dei terremoti
"Finito questo, la buia campagna / tremò sì forte, che de lo spavento / la mente di sudore ancor mi bagna./ La terra lagrimosa diede vento, / che balenò una luce vermiglia / la qual mi vinse ciascun sentimento" (vv. 130-135)

Canto IV: l'atomismo
"Democrito che 'l mondo a caso pone" (v. 136)

Canto V: venti e circolazione atmosferica
"La bufera infernal, che mai non resta, / mena li spirti con la sua rapina; / voltando e percotendo li molesta" (vv. 31-33)

Canto VI: ciclo dell'acqua e precipitazioni
"Io sono al terzo cerchio, de la piova / etterna, maladetta, fredda e greve; / regola e qualità mai non l'è nova" (vv. 7-9)

Canto VII: moto ondoso e correnti marine
"Come fa l'onda là sovra Cariddi, / che si frange con quella in cui s'intoppa, / così convien che qui la gente riddi" (vv. 22-24)

Canto VIII: forza elastica
"Corda non pinse mai da sé saetta / che sì corresse via per l'aere snella..." (vv. 13-14)

Canto IX: legge di Stefan-Boltzmann (colore rosso del ferro rovente)
"Tra gli avelli fiamme erano sparte, / per le quali eran sì del tutto accesi, / che ferro più non chiede verun'arte" (vv. 118-220)

Canto X: la fine dell'universo e del tempo
"Però comprender puoi che tutta morta / fia nostra conoscenza da quel punto / che del futuro fia chiusa la porta" (vv. 106-108)

Canto XI: le costellazioni
"Ma seguimi oramai che 'l gir mi piace; / ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta, / e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace, / e 'l balzo via là oltra si dismonta" (vv. 112-115)

Canto XII: la geologia delle Alpi (gli Slavini di Marco)
"Qual è quella ruina che nel fianco / di qua da Trento l'Adice percosse, / o per tremoto o per sostegno manco..." (vv. 4-6)

Canto XIII: caso e probabilità
"Cade in la selva, e non l'è parte scelta; / ma là dove fortuna la balestra, / quivi germoglia come gran di spelta" (vv. 97-99)

Canto XIV: le sorgenti idrotermali
"Quale del Bulicame esce ruscello / che parton poi tra lor le peccatrici, / tal per la rena giù sen giva quello" (vv. 79-81)

Canto XV: miopia e presbiopia
"E sì ver' noi aguzzavan le ciglia / come 'l vecchio sartor fa ne la cruna" (vv. 20-21)

Canto XVI: moto circolare
"Così rotando, ciascuno il visaggio / drizzava a me, sì che 'n contraro il collo / faceva ai piè continüo vïaggio" (vv. 25-27)

Canto XVII: relatività dei moti
"Ella sen va notando lenta lenta; / rota e discende, ma non me n'accorgo / se non che al viso e di sotto mi venta" (vv. 115-117)

Canto XVIII: rocce ignee, sedimentarie e metamorfiche
"Luogo è in inferno detto Malebolge, / tutto di pietra di color ferrigno, / come la cerchia che dintorno il volge" (vv. 1-3)

Canto XIX: il fenomeno della combustione
"Qual suole il fiammeggiar de le cose unte / muoversi pur su per la strema buccia, / tal era lì dai calcagni a le punte" (vv. 28-30)

Canto XX: le fasi lunari
"Ma vienne omai, ché già tiene 'l confine / d'amendue li emisperi e tocca l'onda / sotto Sobilia Caino e le spine, / e già iernotte fu la luna tonda" (vv. 124-127)

Canto XXI: il fenomeno dell'ebollizione
"Quale ne l'arzanà de' Viniziani / bolle l'inverno la tenace pece / a rimpalmare i legni lor non sani" (vv. 7-9)

Canto XXII: moto parabolico
"Lo Navarrese ben suo tempo colse; / fermò le piante a terra, e in un punto / saltò e dal proposto lor si sciolse" (vv. 121-123)

Canto XXIII: il fenomeno della riflessione della luce
"S'i' fossi di piombato vetro, / l'imagine di fuor tua non trarrei / più tosto a me, che quella dentro 'mpetro" (vv. 25-27)

Canto XXIV: il fenomeno del brinamento
"Quando la brina in su la terra assempra / l'imagine di sua sorella bianca, / ma poco dura a la sua penna tempra" (vv. 4-6)

Canto XXV: il principio di indeterminazione
"Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno / gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! / Vedi che già non se' né due né uno»" (vv. 64-66)

Canto XXVI: forza centrifuga e forze apparenti
"Tre volte il fé girar con tutte l'acque; / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù, com'altrui piacque" (vv. 139-141)

Canto XXVII: logica matematica
"Ch'assolver non si può chi non si pente, / né pentere e volere insieme puossi / per la contraddizion che nol consente" (vv. 118-120)

Canto XXVIII: principio di sovrapposizione e dualismo quantistico
"Di sé facea a sé stesso lucerna, / ed eran due in uno e uno in due" (vv. 124-125)

Canto XXIX: reazioni chimiche
"Sì vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio, / che falsai li metalli con l'alchìmia; / e te dee ricordar, se ben t'adocchio, / com'io fui di natura buona scimia" (vv. 136-139)

Canto XXX: temperatura e scale termometriche
"L'una è la falsa ch'accusò Gioseppo; / l'altr'è 'l falso Sinon greco di Troia: / per febbre aguta gittan tanto leppo" (vv. 97-99)

Canto XXXI: acustica
"Ma io senti' sonare un alto corno, / tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco" (vv. 12-13)

Canto XXXII: il campo gravitazionale
"E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo / al quale ogne gravezza si rauna" (vv. 73-74)

Canto XXXIII: il fenomeno del congelamento
"Lo pianto stesso lì pianger non lascia, / e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo, / si volge in entro a far crescer l'ambascia; / ché le lagrime prime fanno groppo, / e sì come visiere di cristallo, / riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo" (vv. 94-99)

Canto XXXIV: la deriva dei continenti
"Da questa parte cadde giù dal cielo; / e la terra, che pria di qua si sporse, / per paura di lui fé del mar velo, / e venne a l'emisperio nostro; e forse / per fuggir lui lasciò qui loco vòto / quella ch'appar di qua, e su ricorse" (vv. 122-126)

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C'è anche la folgorante domanda postaci da Lord Wilmore:

Nel "Paradiso" manca il racconto di Dante che torna sulla Terra! Come potrebbe apparire, se fosse stato realizzato?

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E Iacopo Maffi aggiunge:

Siccome nella Maturità 2025 "La Pioggia nel Pineto" è stata attribuita variamente a Pascoli e a Carducci, ho chiesto a Gemini di riscrivere tale poesia come la avrebbe scritta Giovanni Pascoli. Ecco il risultato:

Non odo, Ermione.
Non odo… il silenzio.
Su, sulle soglie.
Sui pini… sul lauro.
Sui mirti… e i ginepri.

Un gocciolìo, un ticchettìo.
Fruscìo, zirlìo,
uno squittìo, un frullìo.
Su, sulla fratta.
Pare un nido, laggiù, un lamento.

La pioggia. Un filo,
un lungo filo,
che scende e scende.
Tutto un bisbiglio.
Crac, un rametto.
E una goccia,
una goccia che cade,
lenta, lenta,
nella corolla.
Pare una lacrima.
Di chi? di cosa?
Forse d'un sogno, d'un morto.

E tu, Ermione, sei bianca.
Tu, la mia giovinezza…
Sento il tuo cuore,
un piccolo battito
sotto il tuo petto…
come un uccellino.
No, non sei mia.
Sei foglia, sei fiore.
Sei terra, sei siepe.
Sei un sussulto, un dolore.
E un'ombra, un'ombra…
Di un'infanzia perduta.

Ascolta. Il rumore.
Il buio, che sale.
Il pino che parla.
Il cipresso che tace.
La pioggia, sul tetto.
La pioggia, sul cuore.
Siamo soli, tu ed io…
E il canto, che muore.

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aNoNimo gli risponde:

Bella! Ed ecco, sempre da Gemini, come apparirebbe scritta da Umberto Saba, con una abbondante carica di malinconia:

Era una sera, sì, di mezza estate,
e pioveva, leggero, sulla pineta.
Non come un rovescio, ma pacato,
come un segreto che la terra accetta.

C'era un fruscio tra i rami, un tenue canto,
le foglie si bagnavano, tranquille.
Pensai a te, al tuo fianco, e a quanto
sia bella questa vita, anche tra mille
piccole pene e un po' di stanchezza.

L'odore della resina, forte e schietto,
saliva dalla terra umida e scura.
Sentivo il cuore mio, nel suo segreto petto,
battere piano, senza più paura
del tempo che va, delle cose che mutano.

Eravamo lì, quasi senza un perché,
due anime semplici, sotto la pioggia chiara.
Forse la felicità è questo, sai, per me:
una pineta umida, una sera rara,
e un cuore che capisce, senza parole.

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Generalissimus aggiunge:

Se è per questo, alla Maturità di quest'anno 2025 abbiamo avuto "La Pioggia nel Pineto" attribuita anche a Pirandello, l'Oscar a Marie Curie, il Nobel per la pace a Hitler, la Seconda Guerra Mondiale che inizia nel 1933, Aldo Moro ucciso dalla mafia, Manzoni autore seicentesco, Emile Zola antenato di Gianfranco, Mussolini capo dei partigiani, Mussolini creato cardinale dal re dopo la marcia su Roma (o che entra a Roma creando la breccia di Porta Pia), Hitler che fa la marcia su Berlino per imitare Mussolini (col quale aveva fatto la leva insieme), Francesco Ferdinando arcivescovo, lo Statuto Robertino, Giovanna d'Arco uccisa in battaglia, Verga milanese che si trasferisce poi a Catania perché c'era troppa nebbia e autore di un certo romanzo chiamato "La Vongola"...

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Paolo Maltagliati si sente di precisare:

La cosa di Verga milanese è un po' girata anche nella mia maturità (la nebbia no, è un'estremizzazione), ma ve ne spiego il sottotesto. Molti libri e molti professori cercano, per spiegare la genesi del verismo, di enfatizzare che Verga trae la conclusione di narrare dei vinti, travolti dalla 'fiumana del progresso' dopo il suo soggiorno milanese, in cui vede - appunto - il progresso come una marcia inarrestabile che però stritola e sputa ai lati della strada chi non tiene il passo. Paradosso dei paradossi, spesso le insegnanti di italiano che calcano sulla demoniaca Milano come elemento scatenante, nella psiche di Verga, per una visione fondamentalmente pessimistica della società e del suo sviluppo, sono meridionali(ste) se non addirittura Siciliane. Il piccolo dettaglio che si dimentica è che le generazioni odierne NON hanno un bagaglio culturale pregresso che si può dare per scontato, quindi, nell'enfasi della tua narrazione sulle demoniache e perverse città industriali del nord, forse devi ricordarti di dire che il buon Verga era siculo, se no è un casino.

Premettendo che non voglio necessariamente perdonare queste gaffes, ma dar loro un contesto da insegnante di materie umanistiche nella scuola superiore italiana (scusate, deformazione mia, ma trovo più antropologicamente interessante indagare sui perché, invece di scandalizzarmi e basta), il punto non è neanche tanto che gli insegnanti di storia siano cani o che gli studenti lo siano(capitano entrambi i casi, ma nessuna delle due è condizione necessaria).
Il punto è quella che io chiamerei 'atemporalità'(che chiamo così, ma non riguarda solo le date) dei ragazzi di oggi. Provo a spiegarvela con un esempio:
Saremmo più indulgenti se dicessero che la battaglia di Quadesh è avvenuta nel 1374 avanti Cristo invece che nel 1274 avanti Cristo rispetto a uno che sbaglia di sei anni l'inizio della seconda guerra mondiale? Magari non tutti, ma, in generale, penso di sì. Credete che un adolescente capisca perché? La risposta è assolutamente no. La battaglia di Quadesh e la seconda guerra mondiale per lui hanno ESATTAMENTE lo stesso valore conoscitivo, l'unica differenza è che sulla seconda ci sono molti più film e cultura pop in rete, per cui è più probabile che ne sappia qualcosa. Ma la relazione del primo e del secondo evento con lui è la medesima (cioè zero).

Il punto dell'insegnamento della storia ora è proprio questo: le relazioni.
Relazioni degli eventi tra di loro e quindi l'accento sui nessi logico causali e sul comprenderli, elemento su cui l'educazione nelle fasce di età inferiori fallisce colpevolmente.
Relazioni tra il passato e il sé, che poi porta alla sincera curiosità speculativa che è madre di un sincero desiderio di conoscenza.
È per questo che sono sempre un po' scettico quando si parla di riforme nella scansione cronologica della disciplina storica nei diversi cicli di studio. Sì certo, tutto quello che volete, forse è meglio che abbiano una mezza idea della guerra in Vietnam piuttosto che rifare due/tre volte l'uomo di Neanderthal. Ma la verità è che l'utilità o la non utilità dei Neanderthal invece che la guerra in Vietnam non dipende dal quando, che tanto per loro è ugualmente trapassato remoto, ma se con la guerra in Vietnam o con i Neanderthal si stabiliscono le relazioni di cui parlavo sopra oppure no.

Le minchiate in storia all'esame, di base, sono frutto di un 'chissenefrega' di uno studio mnemonico di cui non si comprende il senso, immersi in categorie che ormai non appartengono più (cos'è un vescovo o un cardinale? Credete davvero che se non lo spieghi i ragazzi lo sappiano? Simuliamo un tipico ragionamento di un adolescente di livello medio - ma non necessariamente scemo - adesso senza che gi spieghi bene il sottotesto -> "Sì, beh, è un ruolo importante nella chiesa cristiana... O era cattolica? Boh. Beh, avrebbe senso che lo danno a Mussolini, ha fatto i patti lateranensi, no?") e che non è che prima si spiegavano e ora no, prima non si spiegavano perché erano scontate(derivavano da un humus culturale della famiglia e della comunità sociale di appartenenza) e ora si continua a spiegare come si faceva prima, ignorando che il mondo intorno alla scuola è cambiato.
Non si capisce che non si deve dare più per scontato nulla, dato che le famiglie non educano, che le relazioni sociali sono sfaldate e che l'unica comunità educante è quella dei pari. Io comunque adoro il mio lavoro (senza sarcasmo).

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Basileus TFT si mostra d'accordo:

Sposo la posizione di Paolo.
Io non ho a che fare con gli studenti, ma con persone giovani in genere sì.
A parte qualche mega nerd che ne trovi uno su cento (come ero io del resto), per cui la storia passa dal "mi piace" al "non mi dispiace, ma preferisco altro", per quasi tutti la domanda è: "quale materia odi più di tutte?" Spoiler: storia.
Più di matematica, più di educazione fisica per una sedicenne tutta trucco e unghie.
Perchè?
"Perché mi annoio a imparare a memoria le date e gli eventi di cose che non mi interessano."
Il punto è questo. Cambiare la timeline, mettere più enfasi su questo o quello non cambia una fava.
Devo creare una connessione, un legame. Il punto è che finché continuiamo a battere il chiodo come adesso, i risultati sono quelli di adesso, poi noi adulti ci mettiamo tutti a frignare perché nessuno versa i lacrimoni per i campi di concentramento, o perché tanto giovani vengono manipolati da Lotta Comunista o da Forza Nuova.
Dobbiamo anche renderci conto che, oltre ai problemi del corpo docente che abbiamo già discusso, e ai giovani che non hanno più i valori di una volta e pensano solo al telefonino (semicit), il nostro sistema scolastico è profondamente sbagliato e inadatto. L'impostazione è rimasta quella del 1800, e i risultati si vedono.
Le cose basic da imparare per un bambino sono stare seduto per svariate ore di fila (cosa che fa malissimo ma cavoli loro, no?), stare zitto e dire sempre di sì.
Il sistema è in massima parte basato sull'apprendimento a memoria e sul ripetere le cose a pappagallo.
Non si viene preparati per affrontare "il mondo di fuori", non si viene preparati per diventare bravi cittadini, non si imparano competenze spendibili e ovviamente non si impara "la cultura", perché tanto le cose che impari a memoria dopo un mese le hai scordare.
Tutto il sistema sembra piú un grande parcheggio per permettere ai genitori di lavorare e tenere i figli fermi per una parte della giornata (ma manco tutta).
Poi ci sono le vacanze estive di tre mesi, così i bimbi possono aiutare i genitori nei raccolti e nei mercati... Ah, scusate, non li facciamo piú dagli anni '70... vabbè, fa nagott. Eh però fa troppo caldo in estate per stare a scuola... Come dite? Questa scusa è buona! Dai, andata, teniamola.
I tentativi di riformaretutto sono anche stati fatti ma, siamo onesti, se l'uomo medio sente parlare di Montessori (un nome a caso) torce sempre il naso e pensa a una scuola da comunisti dove i bambini non studiano.
Il problema è che a nessuno conviene riformare il sistema. Farlo sarebbe dispendioso, e in Italia sappiamo tutti come vanno queste cose.
Tanto è un problema che riguarda le generazioni future, c***i loro (qualcuno ha detto inflazione e debito italiano?)

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E se il Ciclo Carolingio raccontasse eventi storici reali?

Non contento di quanto scritto sopra, ecco la nuova impresa in cui William si è imbarcato: storicizzare il Ciclo Carolingio!!

« Signori e cavalieri che vi radunate per udire cose dilettose e nuove, state attenti e quieti, ed ascoltate la vera storia che il mio racconto risuscita; e conoscerete i gesti smisurati, l'alta fatica e le mirabili prove che fece il franco Rolando per amore, al tempo del re Carlo Magno, futuro Imperatore. Non vi pare già, signori, meraviglioso, udir narrare di Rolando innamorato, perché chiunque nel mondo è più orgoglioso, è da Amor vinto, del tutto soggiogato? Né forte braccio, né ardire animoso, né scudo o maglia, né spada affilata, né altra potenza può mai far difesa, che al fin non sia da Amor battuta e presa. »

Come racconta Paolo di Vanefrido, noto anche come Paolo Diacono, nel settimo libro della sua monumentale "Historia Langobardorum", Carlo, Re dei Franchi, dopo aver sconfitto in battaglia Desiderio e suo figlio Adelchi, conquista il regno dei Longobardi e il 10 luglio 774, a Pavia, assume il titolo di "Rex Francorum et Langobardorum et Patricius Romanorum", creando una grande potenza germanica. Nella presa di Pavia si distingue Rolando (in latino Hruodlandus, che diverrà Orlando nella tradizione italiana successiva), figlio di Bertrada, sorella minore di Re Carlo, e del barone franco Milone, signore del feudo di Anglant in Neustria, e imparentato alla lontana con i Merovingi. Il margravio dimostra un inaudito vigore anche nella successiva campagna militare condotta da Carlo contro i Sassoni, allo scopo di assoggettarli e di cristianizzarli: una campagna che assume i contorni di una vera e propria guerra santa, visto il tenace rifiuto dei Sassoni ad abbracciare il cristianesimo. Rolando viene premiato dallo zio Carlo per il suo valore con il titolo di Margravio di Bretagna, con capitale Le Mans, creata per controllare il popolo dei Bretoni, riottoso contro la supremazia franca, e Rolando si dimostra un feudatario e un amministratore capace; Eginardo ricorda la sua indomabile fierezza d'animo, il suo vigore in battaglia, ma anche il suo senso grave e un po' triste del dovere di fedeltà verso il suo sovrano in terra e verso Iddio in cielo.

Nella primavera del 775 Carlo intende festeggiare le vittorie ottenute contro i Sassoni organizzando presso Parigi un grande torneo, a cui partecipano valorosi guerrieri da ogni parte d'Europa. Alla corte di Carlo si presenta anche Antusa, bellissima figlia dell'imperatore bizantino Costantino V Copronimo, accompagnata dal fratello Eudocimo. La bellezza di Antusa è tale che pressoché tutti i guerrieri si invaghiscono di lei, e il conte Rinaldo di Clermont, cugino di Rolando per parte di padre, spirito ribelle e spesso insofferente all'autorità del sovrano, la ribattezza addirittura Angelica. Quest'ultima si promette in sposa a chi riuscirà a sconfiggere in duello suo fratello, ma si tratta di un inganno a danno dei Franchi, dato che Eudocimo a Costantinopoli è considerato invincibile: Costantino V spera di far perdere la testa ai principali paladini di Carlo e di indebolirne l'esercito. A sorpresa tuttavia ʿOmar ibn ʿAbd al-Raḥmān, figlio secondogenito dell'Emiro di Cordova Abd al-Rahman ibn Mu'awiya, in buoni rapporti con Carlo, ha la meglio e uccide Eudocimo in duello; ʿOmar è noto ai franchi con il nome di Ferracutus o Ferraù, e ha il chiodo fisso di dimostrarsi il guerriero più forte del mondo. Siccome Antusa, cristiana fervente, non vuole saperne di sposare il musulmano ʿOmar, fugge di notte da Parigi, ma viene inseguita dai guerrieri dietro ordine di Re Carlo, che non vuole scontrarsi con il Basileus Costantino V per aver causato la morte della sua amata figlia, dopo che già Eudocimo è deceduto. In realtà i paladini, inclusi Rolando e Rinaldo, vogliono trovarla perchè si sono innamorati di lei. Rinaldo trova Antusa e la salva da una banda di tagliagole, cosicché la ragazza si infatua di lui e del suo vigore fisico. Rinaldo di Clermont però riceve una lettera dalla sua promessa sposa, che lo accusa di infedeltà, e decide di affidare Antusa ad un convento di monache per andare a riconciliarsi con la fidanzata. Antusa/Angelica fugge di nuovo, cercando di ricongiungersi all'amato, inseguita dagli altri paladini. Dopo varie peripezie e una girandola di inseguimenti, la nobildonna bizantina viene catturata da Rotgaudo, Duca longobardo del Friuli che si è ribellato a Re Carlo e vuole usarla come merce di scambio; anch'egli però si innamora della fanciulla. Rolando, mandato da Carlo contro di lui, assedia il suo feudo di Cividale e alla fine lo uccide in duello. Rolando intende affrontare in duello anche Rinaldo, per punirlo di aver abbandonato la missione affidatagli dal suo re, ma Antusa/Angelica interviene per salvare l'uomo che ama e lo fa fuggire.

Intanto, in assenza di Rolando e Rinaldo, in tutt'altre faccende affaccendati, ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum, Emiro della città africana di Tiyārat in Algeria, noto ai cristiani come Agramante (corruzione di Rustum), vuole vendicare la morte del padre Rustum ibn Bahram, ucciso da Rolando durante una sua scorreria in Provenza, e così tenta il colpo grosso sbarcando nel Lazio e assediando Roma. A capo delle sue truppe c'è l'emiro del Marocco Idrīs ibn ʿAbd Allāh, un guerriero feroce con la fama di imbattibilità, soprannominato dai cristiani Rodomonte. Papa Adriano I invoca l'aiuto di Carlo che interviene in forze per difendere il Patrimonio di San Pietro. Entra in scena anche Ibrahim ibn al-Aghlab, wālī (governatore) di origini tuircomanne dell'Ifrīqiya (la Tunisia) per conto del califfo abbaside Abū Jaʿfar ʿAbd Allāh ibn Muḥammad al-Manṣūr. Ibrahim (in seguito meglio noto come Ruggiero), viene tenuto lontano dalla guerra dal suo precettore e padre adottivo, il matematico e astronomo persiano Yaʿqūb ibn Ṭāriq (chiamato Atlante dai cristiani, che lo considerano un astrologo e un mago), perchè sostiene di aver letto negli astri che Ibrahim si convertirà al cristianesimo, abiurando la sua religione, e morirà giovane per tradimento. Tuttavia ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum costringe lo scienziato a consegnargli Ibrahim per unirsi alle sue forze e conquistare Roma. A questo punto si profila una nuova minaccia: il Khan dei Cazari Bahadur, soprannominato Gradasso dai cristiani, arriva dall'oriente con un notevole esercito per contrastare la restaurazione di un forte impero in Europa, che minaccerebbe il suo stato esteso dal Caucaso alle pianure sarmatiche, ma inaspettatamente subisce una cocente sconfitta presso Wogastiburg in Moravia da parte di Astolfo, guerriero sassone fratello di Cinevulfo, Re del Wessex, che è stato da questi inviato sul continente per combattere a fianco di Carlo. In virtù di tale vittoria, Astolfo è creato da Carlo Conte Palatino, mentre Bahadur è costretto a rientrare precipitosamente nelle steppe sarmatiche con i resti del suo esercito; il suo nome in Europa diverrà sinonimo di "smargiasso" per antonomasia.

Rinaldo tuttavia scopre che, in sua assenza, la promessa sposa gli è stata infedele, e così si pente di aver abbandonato Antusa/Angelica e si innamora nuovamente di lei, ma quest'ultima si è rifugiata a Venezia dove ha saputo che il padre Costantino V è morto il 14 settembre 775 e gli è succeduto il figlio Leone IV, fratello maggiore di Antusa. Leone intima alla sorella di guardarsi bene dallo sposare Rinaldo, che in passato aveva insultato pubblicamente il loro padre, sostenendo che aveva defecato nel proprio fonte battesimale (da cui l'ingiurioso epiteto "Copronimo"), e così Antusa si disamora completamente del paladino, per cui la situazione si ribalta. Antusa cerca di raggiungere Costantinopoli via mare, ma la sua nave fa naufragio presso Ancona e lei viene presa in custodia da Rolando. Ne segue un nuovo duello tra Rinaldo e Rolando, ma Carlo è spazientito dal fatto che i due maggiori campioni dell'esercito franco litighino fra di loro per una donna straniera, anziché correre in aiuto del Papa, e così la sottrae ai due per affidarla all'anziano Tassilone III, Duca di Baviera, e la promette in sposa a chi di loro due ucciderà più nemici nella guerra contro i Saraceni che assediano Roma. Nel frattempo la bella e audace guerriera bavara Rotrude di Ratisbona, figlia di Tassilone III detta anche Bradamante, raggiunge Roma per dar manforte all'esercito di Carlo, ma viene affrontata in duello da Idrīs ibn ʿAbd Allāh/Rodomonte. Perirebbe se non fosse salvata da Ibrahim/Ruggero, che giudica la ferocia di Idrīs contraria allo spirito dell'Islam, ed allora la guerriera bavarese si innamora perdutamente di lui, dando inizio ad un idillio che darà vita alla Casa d'Este. Sfortunatamente l"Historia Langobardum" rimane interrotta a questo punto a causa della morte del suo autore.

« Io narro le donne, i cavalieri, le armi, gli amori, le cortesie, le imprese audaci che ebbero luogo al tempo in cui i Mori attraversarono il mar Mediterraneo, e in Italia fecero tanti danni, assecondando le ire e i giovanili ardori del loro re ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum, meglio noto ai Franchi con il nome di Agramante, che si mise in testa di vendicare la morte di suo padre a spese di re Carlo, futuro Imperatore Romano d'Occidente.
Parlerò al contempo di Rolando, dicendo di lui cose mai raccontate né in prosa né in rima, e cioè il fatto che per amore egli divenne pazzo furioso, nonostante in precedenza fosse considerato un uomo estremamente saggio. Potrò però farlo se da colei che mi ha reso pazzo quasi quanto Rolando, e che il poco ingegno di ora in ora mi consuma, me ne sarà concesso abbastanza, che mi basti a finire quanto vi ho promesso. »

A narrarci il seguito della vicenda è la "Vita et gesta Caroli Magni" dello storico franco Eginardo, opera scritta tra l'829 e l'839. Il segretario personale di Lotario I ci tramanda che nell'estate del 776 il primo round dello scontro tra Franchi ed Arabi sotto le mura di Roma, in assenza di Rolando e Rinaldo, si risolve in una sconfitta per i primi. Antusa/Angelica ne approfitta per fuggire, cercando di raggiungere la Sicilia, ancora possedimento bizantino anche se minacciato dagli Arabi. Purtroppo viene catturata dagli abitanti dell'isola di Ischia e legata a uno scoglio per essere divorata da un'orca marina, cui gli abitanti offrono sacrifici umani, ma viene liberata da Ibrahim ibn al-Aghlab, inviato sull'isola per prendere possesso di quella strategica piazzaforte. La donna si finge innamorata di colui che in seguito prenderà il nome di Ruggiero, ma lo fa fesso e riprende la sua fuga. Giunge così in Calabria, dove gli Arabi hanno inflitto ai cristiani (stavolta ai Bizantini) una nuova sconfitta nella Battaglia di Capo Colonna. Sul campo di battaglia si imbatte in un giovane soldato gravemente ferito: è Telerig, erede al titolo di Khan dei Bulgari, che ha combattuto contro gli Arabi accanto ai Bizantini di cui è alleato. Antusa lo cura, si innamora di lui, lo fa battezzare da un prete ortodosso con il nome di Medoro e lo sposa, ripartendo poi con lui per Costantinopoli. Da qui in poi non saranno più nominati da Eginardo; gli storici bizantini Teofane il Confessore e Giovanni Skylitzes tuttavia ci informano che, dopo la morte di Telerig/Medoro, e dopo numerose opere di carità e di assistenza ai poveri ed agli orfani, nel 784 Antusa si farà suora, ricevendo l'abito monacale dal patriarca di Costantinopoli San Tarasio nel monastero della Concordia di Costantinopoli, dove rimarrà fino alla morte il 18 aprile 801. Oggi sia i Cattolici che gli Ortodossi la venerano come Santa (i Cattolici la chiamano Sant'Angelica).

Nel frattempo a Ferraù, che ha perso nel fiume Arno l'elmo tolto a Eudocimo dopo averlo ucciso e non è più riuscito a recuperarlo, appare in sogno proprio il guerriero bizantino con in mano il proprio elmo, che lo invita a cercare piuttosto di impadronirsi del prezioso elmo di Rolando. ʿOmar ibn ʿAbd al-Raḥmān si sveglia e lo prende in parola, cercando in ogni dove il margravio di Bretagna per incrociare la spada con lui. Invece Ruggiero giunge a Spoleto e libera Astolfo, colui che si era già coperto di gloria sconfiggendo in battaglia campale il potente Khan dei Cazari Bahadur/Gradasso; Alcina, figlia di Ildebrando, Duca di Spoleto, si era innamorata di lui e suo padre lo aveva fatto imprigionare nel suo castello per costringerlo a sposarla. Quanto a Rolando, egli ha un sogno in cui vede Angelica in pericolo, quindi lascia Roma nel bel mezzo della guerra contro ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum/Agramante e inizia a cercare la donna che non riesce a dimenticare. Giunto a Benevento, si accorge che il Duca longobardo Arechi II mantiene il controllo sulla strategica isola d'Ischia facendo leva sulla superstizione dei suoi abitanti, costringendoli ad offrire giovani donne all'orca, e dopo la fuga di Antusa ha fatto incatenare a uno scoglio sua nuora Olimpia, rea di aver rifiutato le nozze combinate con suo figlio Grimoaldo III. Rolando ingaggia singolar tenzone con lui e scopre che Arechi possiede un'arma mai vista, l'archibugio, che uccide a distanza rendendo vani i duelli cavallereschi. Il Margravio di Bretagna però è più scaltro, lo uccide e butta in mare l'archibugio, chiamandolo "maladetto, abominoso ordigno"; infine libera Olimpia e uccide l'orca, per poi rimettersi sulle tracce di Angelica. Siccome Palermo è stata occupata dalle truppe di Agramante, egli crede che l'amata sia tenuta prigioniera colà e raggiunge la città siciliana su una nave bizantina, ma, una volta penetrato nella rocca che domina il porto, cade in una trappola di Yaʿqūb ibn Ṭāriq che lo convince ad assumere ashish e lo fa così cadere completamente in suo potere. Rolando resta rinchiuso nel castello insieme a Ibrahim ibn al-Aghlab e ad altri guerrieri franchi e bizantini che egli tiene prigionieri dopo averli drogati con l'ashish, che fa avere loro visioni delle persone a loro care. A quel punto però giunge a Palermo Astolfo, da cui il Re dei franchi ha dato l'incarico di scacciare i musulmani. Egli occupa il castello di Yaʿqūb ibn Ṭāriq e riesce ad annullare l'effetto dell'hashish usando un antidoto fornitogli dalla monaca bizantina Melissa. Rolando, Ruggiero, Ferraù e gli altri prigionieri vengono liberati; Yaʿqūb ibn Ṭāriq/Atlante muore di dolore per non essere riuscito a proteggere Ruggiero. Quest'ultimo, cavallerescamente liberato da Astolfo con il quale stringe amicizia, si ricongiunge ai musulmani che assediano Roma, mentre Rolando riparte e giunge in Calabria, dove sconfigge l'armata araba di invasione, ma dopo la vittoria capita nel luogo dove Antusa/Angelica e Telerig/Medoro si sono innamorati, e legge le frasi d'amore che i due hanno inciso sulla corteccia degli alberi. Egli impazzisce di gelosia, perde del tutto il senno e si trasforma in un bruto che va in giro per i boschi ad ammazzare chiunque incontri, uomini ed animali.

Sotto le mura di Roma, nello stesso momento, Idrīs/Rodomonte tenta di entrare da solo all'interno della Città Eterna con uno stratagemma: una volta entrato, fa strage tra la popolazione indifesa. ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum ha ricevuto rinforzi e vettovagliamenti anche dall'Emiro di Cordova Abd al-Rahman ibn Mu'awiya, padre di Ferraù; se il condottiero algerino attaccasse con tutto il suo esercito in quel momento, sicuramente conquisterebbe la città, ma fortunatamente arriva Rinaldo, che nel frattempo si è recato in Croazia ed ha impedito al condottiero Ljudevit Posavski di commettere un'ingiustizia, propiziando le sue nozze con l'amata ed incoronandolo Re vassallo di Croazia. Lo stesso Ljudevit giunge con i suoi feroci guerrieri croati (la loro sciarpa multicolore con le insegne dei vari clan darà origine al termine "cravatta") in aiuto dei Franchi: una parte di loro risale il Tevere per sorprendere i nemici alle spalle, un'altra va a sud per aiutare le truppe nella difesa delle mura. Rinaldo mena strage dei saraceni e le vittorie dei Croati appaiono schiaccianti. ʿOmar ibn ʿAbd al-Raḥmān alias Ferraù a questo punto rientra in battaglia per rianimare i compagni, e a sua volta fa strage di cristiani. Intanto i guerrieri Marocchini di Rodomonte tentano di dare l'assalto alle mura Aureliane, ma periscono sotto una colata di pece e olio bollente fatta piovere su di loro per ordine di re Carlo. Furente, Idris si mette in salvo a nuoto gettandosi nel Tevere e si ricongiunge con gli alleati. L'assenza di Rolando comunque si fa sentire, e Carlo ordina di rintracciarlo e di richiamarlo ai suoi doveri.

Intanto, Astolfo compie tutta una serie di viaggi avventurosi, alla ricerca di alleati contro gli Arabi. Infatti a Palermo incontra Eudochia, ultima moglie del Basileus Costantino V, che si è rifugiata nell'isola dopo essere stata scacciata dalla corte di Costantinopoli dal nuovo imperatore Leone IV e dall'ambiziosa consorte di questi, Irene. Essendo istruita ed esperta di erbe e di geografia, il popolo siciliano (che la chiama anche Logistilla) la considera una maga buona, cui rivolgersi per curare ogni genere di malattia. Desiderosa di impedire che i Musulmani conquistino l'isola, Eudochia consegna ad Astolfo un libro di geografia dell'oriente da lei stessa scritto, insieme al sigillo del suo defunto marito come lasciapassare, e lo invita a cercare il Regno di Senàpo, un leggendario re cristiano dell'Africa subsahariana che potrebbe aiutare Carlo, essendo ricchissimo e potentissimo. Travestito da ambasciatore bizantino, ed approfittando della sua conoscenza della lingua greca, insegnatagli in gioventù da un monaco sassone, Astolfo parte dal porto di Siracusa sulla nave "Ippogrifo", di proprietà di Eudochia, così detta perchè ha una polena con il corpo di cavallo e la testa di grifone, e fa vela per l'Oriente, sbarcando a Giaffa e mettendosi in luce sconfiggendo ed uccidendo alcuni feroci briganti ritenuti erroneamente invulnerabili, che terrorizzavano la popolazione del posto. Invitato a partecipare alla giostra di Damasco in virtù del suo eroismo, vi sconfigge molti guerrieri arabi ed è celebrato come un eroe. Parte dunque per Gerusalemme, visita il Santo Sepolcro, raggiunge Alessandria d'Egitto sempre sulla nave "Ippogrifo" e da lì risale il Nilo ed entra nel Mar Rosso grazie ad un canale artificiale scavato nel deserto dagli Arabi. Giunge infine in Etiopia e raggiunge via terra la città di Axum, scoprendo che purtroppo è solo la pallida ombra della splendida città di un tempo, ben nota a Romani e Bizantini. Vi regna in effetti un re cristiano, Degna Djan, assistito dall'Abuna (Patriarca) Giovanni; il nome di Senàpo veniva invece da una corruzione di Aṣḥama ibn Abjar, Re di Axum al tempo della predicazione di Maometto, che rifiutò di abbracciare l'Islam. Degn Djan è malato e cieco a causa della cataratta, ma nel libro di Eudochia sono contenute anche informazioni sulle proprietà delle erbe e sui principi della medicina, e Astolfo riesce a guarire il sovrano e a restituirgli la vista. Riconoscente nei confronti di Astolfo, che gli ha parlato dell'assedio di Roma da parte dei musulmani, il re di Axum lo invia nel convento dell'Abuna Giovanni, che ha il dono della profezia. Il convento sorge in mezzo ad una foresta rigogliosa che Astolfo crede essere il Paradiso Terrestre, e ivi giunto si sente spiegare dal patriarca, che afferma di averlo letto negli astri, che il prode margravio Rolando è sparito perchè impazzito a causa dell'amore per Angelica. Secondo Giovanni si tratta di una punizione divina, per aver abbandonato la difesa della Cristianità per correre dietro a una donna che nemmeno lo amava. Per guarire Rolando dalla pazzia e fargli recuperare il senno, dovrà costringerlo a bere una pozione a base di una pianta aromatica, l'elleboro nero, che cresce sui Monti della Luna: una tisana di tale pianta avrebbe curato dalla pazzia persino Eracle. Dopo un avventuroso viaggio Astolfo raggiunge i Monti della Luna già citati da Claudio Tolomeo, cioè l'Acrocoro Etiopico, e sulle pendici dell'altissimo monte Ras Dascian (in amarico "Capo delle Guardie", la vetta più alta dell'Etiopia e la quarta di tutta l'Africa) coglie le preziose foglie della pianta di elleboro nero. Torna quindi sulla costa dell'Oceano Indiano, presso Adulis (l'odierna Zula), dove lo attende la nave "Ippogrifo" per riportarlo velocemente a casa seguendo l'itinerario inverso dell'andata.

E in Europa? Rotrude/Bradamante cade in preda ad una folle gelosia, perché crede che Ruggiero ami Fatima, guerriera musulmana chiamata da Idris a dargli manforte per conquistare Roma. Tra le due donne guerriere inizia un violento duello, che provoca un nuovo scontro tra cristiani e arabi. Bradamante sconfigge in duello Ferraù, che la riconosce e rivela la sua identità a Ruggiero. Questi la convince ad appartarsi presso un sepolcreto ungo la Via Appia dove poter discutere. Vi arriva però anche Fatima, e il combattimento riprende, trasformandosi in un duello a tre. Ad interrompere il duello interviene Muḥammad ibn Ibrāhīm al-Fazārī, scienziato e astronomo arabo discepolo del defunto Yaʿqūb ibn Ṭāriq/Atlante ed inventore dell'astrolabio. Egli sostiene che Yaʿqūb ibn Ṭāriq gli è apparso in sogno e lo ha inviato lì per rivelare a Ibrahim e Fatima che sono fratelli gemelli separati alla nascita, e che ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum ha fatto uccdere il loro padre al-Aghlab. Allora i tre guerrieri si rappacificano ed intervengono per punire il malvagio Wicheramo, Duca di Toscana, il quale ha in odio tutte le donne. Ibrahim/Ruggiero torna al quartier generale arabo, mentre Fatima a sorpresa segue Bradamante all'accampamento cristiano, dove si fa battezzare con il nome di Marfisa e si mette al servizio di Re Carlo.

Astolfo, rientrato nel Mediterraneo, assalta la città di Biserta e la espugna, minacciando anche Tunisi. Venuto a conoscenza delle sue vittorie, temendo di restare intrappolato in Italia, ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum/Agramante cerca di concludere al più presto alla guerra in Italia evitando di perdere la faccia di fronte al Califfo Abbaside  al-Manṣūr, e così propone un duello tra Ibrahim e Rinaldo. I due guerrieri giurano di passare all'esercito avversario se qualcuno appartenente al proprio esercito interverrà nel combattimento. Durante il loro duello però Marfisa si introduce di nascosto nell'accampamento arabo e convince ibn Rustum (che non sa della sua conversione) ad intervenire rompendo i patti. La feroce battaglia che ne scaturisce si conclude con la sconfitta totale dell'esercito saraceno, che il 31 marzo del 777 si imbarca e abbandona l'Italia. Astolfo sbarca ad Ostia e racconta a Re Carlo i propri meravigliosi viaggi in terre sconosciute. Durante i festeggiamenti per la sconfitta dei musulmani, improvvisamente arriva Rolando fuori di sé, che semina il panico nell'accampamento. Con gran difficoltà i paladini di Carlo riescono ad immobilizzarlo e Astolfo gli fa ingoiare un decotto di foglie di elleboro nero, grazie al quale egli riacquista rapidamente la ragione. Tutti si complimentano con Astolfo, che ha dato un contributo decisivo alla conclusione vittoriosa della guerra contro i Saraceni.

Intanto Ruggiero, che si è trattenuto nel Lazio, scopre che è stato ibn Rustum ad interrompere il suo duello con Rinaldo, ma non mantiene il giuramento fatto e si imbarca per raggiungere l'emiro in Algeria. Durante la navigazione tuttavia è sorpreso da una tempesta e fa naufragio in Sardegna. Qui è salvato da San Benedetto di Aniane, inviato da Re Carlo in Sardegna per ricondurre l'isola al cattolicesimo, dopo che i Bizantini avevano cercato di imporvi i riti greci. San Benedetto lo istruisce nella religione cristiana e lo battezza con il nome di Ruggiero, con cui è già noto in Occidente. Il Khan dei Cazari Bahadur/Gradasso tenta una nuova spedizione in Occidente, sperando di trovare il regno franco indebolito dalle lunghe guerre con gli Arabi di Spagna, ma stavolta è affrontato e ucciso da Rolando in persona, e l'armata Cazara si dissolve.

In Africa ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum/Agramante viene deposto ed esiliato dal Califfo al-Manṣūr. L'ex emiro decide di cercarsi un nuovo dominio conquistando proprio la Sardegna e vi sbarca con gli uomini a lui fedeli. Rolando con altri guerrieri cristiani raggiunge l'isola per sloggiarlo e chiudere definitivamente i conti con lui.  Nella battaglia che ne segue ibn Rustum uccide Ciniod, figlio del Re dei Pitti e scudiero di Rolando (da questi chiamato Brandimarte), mentre Anselmo, conte paladino e figlio di Roberto I di Hesbaye, viene gravemente ferito. Per i paladini di Re Carlo le cose si mettono male, ma sul campo di battaglia fa irruzione Ruggiero, che capovolge le sorti dello scontro. Avendo compreso che tutto è perduto, ibn Rustum/Agramante cerca la morte in battaglia e la trova per mano di Rolando. I musulmani sconfitti sono graziati purchè lascino l'isola e non si facciano vedere mai più; essi cercano rifugio in Spagna. Saputo della conversione di Ruggiero, Re Carlo gli promette in sposa Bradamante. Una volta giunti a Parigi, dove Re Carlo ha fatto ritorno con l'esercito dopo la vittoria sotto le mura di Roma, Ruggiero viene a sapere che Tassilone III, padre di Rotrude/Bradamante, si è già accordato con Teodoro, Khagan degli Avari, popolo stanziato nella vasta pianura pannonica, per dare in sposa Bradamante a suo figlio Abramo. Egli allora parte immantinente per il Ring degli Avari, un immenso campo trincerato di forma circolare, composto di nove cerchie di mura concentriche, dove il Khagan esercita il suo potere. Ruggiero ha intenzione di sfidare a duello il suo rivale, ma viene fatto prigioniero da Teodoro. Bradamante convince allora Re Carlo a inviarla a sua volta in Pannonia e, una volta giunta al Ring, propone al Khagan di indire un torneo: lei si darà in sposa solo a chi saprà resisterle dall'alba al tramonto. L'eroina bavarese crede di combattere contro Abramo, ma in realtà si tratta di Ruggiero, nel frattempo liberato proprio da Abramo, che vince a favore del rivale. Quando però Abramo scopre la verità, diventa grande amico di Ruggiero e rinuncia alla mano di Bradamante in suo favore. Tutti così ritornano felicemente in Francia.

Il 1° aprile del 778 il matrimonio tra Ruggiero e Bradamante viene finalmente celebrato dall'Arcivescovo di Reims Turpino, ma mentre sono in corso i festeggiamenti fa irruzione sulla piazza Idris ibn ʿAbd Allāh/Rodomonte, che non è mai rientrato in Africa ed accusa il novello sposo di tradimento verso ibn Rustum, sfidandolo a duello. Il combattimento volge a favore di Ruggiero, che si dice disposto a graziare l'avversario, ma questi tenta di pugnalarlo a tradimento, e così Ruggiero uccide con tre pugnalate in fronte l'emiro del Marocco, l'« alma sdegnosa che fu sì altiera al mondo e sì orgogliosa ».

Ma la storia di Rolando non è conclusa. Il margravio di Bretagna e Re Carlo infatti hanno un conto aperto con ʿOmar ibn ʿAbd al-Raḥmān alias Ferraù, che dopo la disastrosa conclusione dell'assedio di Roma è ritornato presso la corte di suo padre a Cordova. Il sovrano dei Franchi e dei Longobardi non ha dimenticato l'aiuto fornito ad ʿAbd al-Raḥmān ibn Rustum/Agramante dall'Emiro Omayyade di Cordova, e così decide di prendere a pretesto la richiesta d'aiuto lanciatagli da Sulayman ben Yaqzan ibn al-Arabi, wālī (cioè governatore) di Barcellona, chiamato Marsilio dai Franchi, che si sente minacciato proprio dall'Emiro di Cordoba: Carlo spera di allearsi con le popolazioni cristiane spagnole per conquistare la penisola iberica. Nell'estate del 778 Carlo attraversa i Pirenei in forze, ma l'Emiro Abd al-Rahman ibn Mu'awiya lo batte sul tempo, manda suo figlio ʿOmar a Barcellona, e questi sconfigge ed uccide  Sulayman, sostituendolo con un uomo di sua fiducia. Allora Carlo assedia Saragozza, nel tentativo di aprirsi la via verso la capitale. Sotto le mura di Saragozza ha finalmente luogo il duello tra Rolando e ʿOmar/Ferraù, che questi ha cercato da sempre per impadronirsi del suo elmo e per dimostrare così di essere migliore del campione della cristianità. ʿOmar tuttavia ha la peggio e viene ferito a morte; prima di morire chiede il battesimo, e Rolando acconsente. Però Abd al-Rahman ibn Mu'awiya raduna un grande esercito per andare incontro a Carlo e punirlo per la morte del figlio; inoltre i Sassoni sono in rivolta e stanno attaccando le città più orientali del Regno Franco, mentre Adelchi, figlio del detronizzato Desiderio, ultimo re dei Longobardi, sta fomentando ribellioni antifranche in Italia settentrionale. Carlo è così costretto a fare marcia indietro con le pive nel sacco. Deluso dal mancato aiuto fornitogli dai cristiani spagnoli, il Re franco come rappresaglia mette a ferro e fuoco Pamplona, ma questa mossa gli costa cara. Il 15 agosto 778 infatti i Baschi, sobillati da Gano, margravio di Magonza geloso di Rolando e del favore accordatogli dal re, attirano in un'imboscata la retroguardia franca nello stretto passo di Roncisvalle e la sterminano, uccidendo tra gli altri Eggiardo, sovraintendente alla mensa del re, Anselmo, conte paladino e figlio di Roberto I di Hesbaye, e molti altri guerrieri Franchi, tra cui lo stesso Rolando. Solo all'ultimo momento, quando capisce che la sconfitta è certa, Rolando suona l'olifante, corno donatogli da Astolfo che glielo ha portato dall'Africa centrale, per avvisare Re Carlo di quanto è accaduto. Quando Alda, fidanzata di Rolando, viene a sapere della morte dell'amato, muore sul colpo di dolore; Rolando e Alda sono sepolti a Blaye nella Basilica di Saint Romain, dove si trovano le tombe dei Duchi Merovingi di Aquitania, e che è oggetto ancor oggi di pellegrinaggi. Quanto a Gano, viene fatto squartare da Carlo per punire la sua fellonia. Invece, secondo Turpino, Arcivescovo di Reims che ha preso parte alla sfortunata spedizione carolingia in terra di Spagna, Rolando non è morto in quell'occasione a Roncisvalle, ma molto più tardi, quando già Carlo era stato incoronato Imperatore da Papa Leone III la notte di Natale dell'anno 800. Una cosa comunque è certa: presso il passo di Roncisvalle Rolando ha smesso di vivere nelle pagine dei libri di storia, per cominciare a cavalcare alla testa dei suoi soldati nelle leggende popolari e nelle epiche Chansons de Geste.

William Riker

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Così commenta il grande Bhrihskwobhloukstroy:

Ho sempre più il sospetto che l'episodio del Corno a Roncisvalle fosse un elemento tradizionale indoeuropeo e coltivo l'idea – magari un po' balzana – che la figura di Kắrnăḥ (‘orecchio') nel Măhābʱārătăm ne costituisca una continuazione, sia per il pur generico tema del sanguinamento di Orlando appunto dall'orecchio sia, soprattutto, perché entrambi i lessemi indoeuropei preistorici *kŏ́rnŏ-s ‘orecchio' (donde quello anticoindiano) e *k̑(ŏ)rnŭ ‘corno' avrebbero regolarmente avuto il medesimo esito nell'antico francese Cor ‘corno' (l'Olifante).

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Il dizionario degli scrittori italiani

Prima di chiudere, diamo la parola al grande Umberto Eco.

Il giochino verbale che qui propongo mi sembra facile e divertente, e potrebbe essere fatto anche a scuola: familiarizza con il lessico, con l'arte difficile (anzi, teoricamente impossibile) della sinonimia e della parafrasi, e serve a ripassare gli autori delta storia letteraria.
Si tratta di riassumere o sintetizzare un autore usando solo parole con l'iniziale del suo nome. Come se 1'autore mandasse telegrammi per chiarire natura o finalità del suo lavoro. In questo esercizio ho scelto solo autori italiani (o italici, come Ovidio). Ho lasciato perdere la "h" perché non mi e venuto in mente nessuno. Recupero alla storia letteraria il Cesare Ripa dell'"Iconologia". Per la "z", diviso tra Zeno, Zena, Zanella, Zuccoli, Zen e Zevi, ho optato, come finale omaggio al vocabolario, per Zingarelli.

Ariosto. Avvampando, Angelica accetta ammaliata amplesso avvenente adolescente arabo. Affedidio! Amante ansiogeno avvoltolasi annaspando. Ariosamente Astolfo alto avventurasi aliando: alambiccando aiuta amico assatanato, acquietandolo. Africa, Arles, Agramante, Atlante... Accadono ancora avvenimenti avvincenti, alterne avventure, armi, amori... Alfine, altro arabo, arruffone, azzuffatore, arrogante, accasciasi ammazzato, alma altera avviasi all'Acheronte.

Boccaccio. Bravi bambini bisesso ballano bevono blaterano bellamente beffandosi bubboni. Buffalmacco birbante burla bonaccione baluginandogli benefico berillo. Bene, bis!... Bacalare baccaglia... Bene, bis!... Beatrice, Biondello, Bruno, Borsiere Beritola, Bernabò, Beltramo... Bis, bis! Beati borghesi...

Calvino. Cosimo che cavalca cime campestri, cavalieri che cessano coesistere, cadetti craqueles, cosmicomiche, codici carte cabalistiche, città ciecamente credibili... Contes come "Candide". Canzono cantando, con celere critica.

Dante. Dirò di detti dal desir dittati. Dirò di donna deificata. Dirò di demotico dictamine. Dopo dirò di dannate dimore di Dite (di divorator di discendenti), di dolcissimi dolenti (dodici + dodici dignitari Dodecannesi), di devoti Dottori dicenti di Degnità di Dio. Dopodichè dirannomi divino. Dopotutto desideravo dicessermelo.

Einaudi. Ecco, espongo esperienze editoriali. Elegiaco? Evvia! Evito esibirmi, elenco esimii editors, elegantemente eludo espressioni encomiastiche, essenziale evoco.

Foscolo. Forti fosse funeree forti fini figurano, facendo fiammeggiar felici financo funebri faci.

Goldoni. Gentili gentildonne, godemo e gingillamose: gondola!

Iacopone. Invitato imeneo, inaspettatamente incartapecorisce infelice innamorata, incinta ispidi istrici. Infuocato, invoco Iesus, insulto ipocriti.

Leopardi. Lodo la limpida luna, levandole lamento. Litorale lontano, lirica lusinga...

Manzoni. Mondella, mite, modesta, mira maritare meccanico meschino, ma miserabile moscardino macchina misfatti. Malgrado maneggi menzognera monaca, magnanimo Monsignore mandala Milano, mentre minaccia maligno male microbico. Moretto minchione mescolasi marasma, millanta: manette. Morte, monatti. Ma Maria Misericordiosa miracola: malvagio muore maleodorante, Mondella merita matrimonio. Molti maschietti. Meno male. Morale: mai mischiarsi manifestazioni, mai menare martelli.

Nievo. Nonno, narro.

Ovidio. Ordii orgia omniforme. Ottativamente opinai onorasseromi. Ohimè, osai orecchiare, ora ò orrendo ostello orientale.

Petrarca. Perseguivo prebende, però preferii poetar perfetta pulzella perduta. Perlucide, pulite, piacevoli polle...

Ripa. Reverente, reinvengo, ricupero, riesumo, reinvento raffinati regesti rivelanti rappresentazioni religiose, riservate reliquie retoriche.

Salgari. Sandokan saccheggia Sumatra, soggioga sultani singalesi, salva sacerdotesse schiave sgominando Suyodana. Suo sarcastico sodale, suggendo senza sosta sigarette, sposa sinuosa Surama. Salpano sfarzosi sampan su Sonda salmastra, saltano santabarbare, spara Sambigliong serramenta sciolta su sciabecchi straziati. Stragi, scudi, scimitarre! Successo? Soldi? Storie... Sono senza sirene. Sogni, speranze, sfioriscono sul Sangone.

Tasso. Terribile tormento! Tramandar torride tenzoni Terrasanta? Tartaree trombe, Tancredi temente trucidar tenera Turca? Troppo torbido. Tollereranno timide tonacate? Turberolle? Tentenno, tribolo triste. Tenterò Torrismondo.

Ungaretti. Umido universo, uggiolo. Udisti un uomo.

Verga. Volete verismo? Voilà: vanno, vengono, valutano, vendono... Vane vicende.

Zingarelli. Zibaldoneggiando zimbello zincotipisti zucconi, zittisco zizzanie zelanti zeugmatici.

(da "La bustina di Minerva", rubrica de "L'espresso" del 27 novembre 1988)

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