Il I Mayani non avevano mai
creduto che l’universo fosse ostile. Non nel senso in cui lo erano state le
antiche cosmologie terrestri, popolate di divinità capricciose e forze
sconosciute. L’universo, per loro, era vasto, complesso, talvolta imprevedibile,
ma fondamentalmente conoscibile. Ogni fenomeno aveva una causa, ogni anomalia
una spiegazione che, se non fosse stata ancora disponibile, lo sarebbe diventata
col tempo. La paura non era una risposta necessaria: era un residuo culturale,
utile in epoche remote, ma ormai superato.
Questa convinzione permeava ogni aspetto della loro civiltà, e trovava la sua
espressione più compiuta nelle navi di esplorazione.
La Ix Tz’ikin attraversava lo spazio profondo con la stessa naturalezza con cui
le imbarcazioni solcano gli oceani terrestri. Non c’era fretta nel suo
movimento, né ostentazione di potenza. I suoi sistemi funzionavano in modo così
armonico da rendere invisibile lo sforzo tecnologico che li sosteneva. Per
l’equipaggio, la nave non era una macchina, ma un ambiente: un’estensione della
propria civiltà, portata oltre i confini del mondo d’origine.
Il capitano Ahau Tenoch occupava il centro della sala di comando senza imporsi.
Non dava ordini se non quando era necessario, e quando parlava lo faceva con un
tono che invitava all’ascolto più che all’obbedienza. La sua autorità non
derivava dal grado, ma dalla capacità di tenere insieme prospettive diverse
senza appiattirle. Era noto per questo: per la sua tendenza ad ascoltare anche
ciò che non confermava le aspettative.
Alla sua destra, Iktan Xolotl, primo ufficiale, seguiva l’evoluzione dei dati
con attenzione critica. Antropologo di formazione, aveva trascorso gran parte
della sua carriera a studiare civiltà considerate “arretrate”, e non faceva
mistero della propria convinzione che la distanza culturale fosse un dato
oggettivo, non una questione di sensibilità. Il suo modo di intervenire era
sempre misurato, ma dietro quella misura si avvertiva una sicurezza
incrollabile: la certezza di sapere come funzionano le società, e perché alcune
falliscono.
Poco più in là, Chimal Popoca sembrava interessato a tutto e a nulla allo stesso
tempo. Ufficiale scientifico, fisico specializzato in modelli teorici e sistemi
complessi, osservava i flussi informativi come se fossero un linguaggio a sé
stante. Quando parlava, lo faceva spesso per smontare presupposti che altri
davano per scontati, con un’ironia che non cercava consenso. Era rispettato, ma
non sempre ascoltato.
Alla postazione medica, Izel Atlatl controllava parametri che non destavano
alcuna preoccupazione. La sua presenza aveva un effetto rassicurante
sull’equipaggio: non tanto per ciò che faceva, quanto per il modo in cui lo
faceva. Ogni problema, nelle sue mani, diventava una questione di equilibrio
chimico, di risposte misurabili. Nulla che non potesse essere corretto.
Xilonen, alle comunicazioni, lavorava quasi in silenzio. Il suo compito era
mantenere il contatto con il resto della Federazione, ma anche filtrare il
rumore di fondo dell’universo: segnali, echi, emissioni naturali. La sua
attenzione era costante, discreta, come se stesse ascoltando qualcosa che gli
altri non sentivano.
Dietro le linee principali della sala, Yaretzi si muoveva tra i sistemi con
un’energia leggera, commentando a mezza voce ogni piccola anomalia come se fosse
un’occasione di divertimento più che un problema tecnico. Le sue battute, spesso
fuori luogo, avevano la funzione implicita di ricordare a tutti che nulla di ciò
che stava accadendo era davvero pericoloso.
La Ix Tz’ikin non si trovava lì per caso.
Sotto di loro orbitava un pianeta abitato da una civiltà ferma a uno stadio
paleolitico. Nessuna tecnologia avanzata, nessuna consapevolezza astronomica,
nessun contatto precedente con altre specie. Un mondo che,
secondo i protocolli mayani, non doveva essere interferito, se non nei limiti di
osservazioni estremamente controllate.
E proprio lì stava il problema.
Da anni, un agente mayano viveva tra quelle popolazioni, inviato per studiare
dall’interno i meccanismi di formazione del mito e dell’organizzazione
simbolica. L’infiltrazione era stata autorizzata come eccezione, giustificata
dall’importanza teorica dei dati che si sperava di raccogliere.
I dati, però, avevano smesso di arrivare. I segnali dell’agente si erano fatti
prima irregolari, poi confusi, infine assenti. Le ultime informazioni indicavano
una compromissione profonda: l’infiltrato non si limitava più a osservare, ma
era diventato parte integrante della struttura sociale della tribù: un nodo
simbolico, una figura rituale.
«La missione è semplice,» disse infine Ahau Tenoch, rompendo il flusso ordinato
delle attività. «Scenderemo. Recupereremo l’agente. Valuteremo i danni e ce ne
andremo.»
«Sempre che voglia essere recuperato,» osservò Iktan, senza distogliere lo
sguardo dal pianeta.
Chimal sorrise appena. «È raro che le variabili si comportino come previsto. Se
non altro, tutta questa operazione sarà un buon esempio da non replicare in
futuro…»
Iktan non reagì. Yaretzi sorrise e cercò di aggiungere qualcosa che però fece
sorridere solo lei.
La Ix Tz’ikin continuava la sua orbita silenziosa, apprestandosi a compiere
quella che tutti percepivano come una missione di routine.
* * *
Kha’ru lasciò il villaggio
quando il sole era ancora basso, e la nebbia del fiume non si era del tutto
ritirata tra le radici degli alberi. Era un gesto antico, ripetuto tante volte
da non richiedere pensiero: l’arpione sulla spalla, il passo leggero sul terreno
umido, l’attenzione rivolta ai suoni della giungla più che alla vista. Ogni
giornata cominciava così, e in quella ripetizione c’era una sicurezza che non
aveva bisogno di essere nominata.
Il fiume scorreva lento, largo abbastanza da riflettere il cielo a tratti,
interrotto da ombre scure dove l’acqua si faceva più profonda. Kha’ru si fermò
su una roccia liscia, immerse i piedi nell’acqua fredda e attese. Non aveva
fretta, i pesci non fuggono da chi sa aspettare.
Ne colpì tre, nel corso della mattina. Li legò insieme con una fibra intrecciata
e li lasciò nell’acqua, assicurandoli a una radice. Il sole era ormai alto
quando un suono diverso attraversò la giungla.
All’inizio pensò a un temporale lontano, o a un albero che cadeva. Poi il rumore
si ripeté, spezzato, irregolare. Voci, non canti o richiami di caccia. Voci
dure, metalliche, che non appartenevano a nessun animale che conoscesse.
Il villaggio. Kha’ru afferrò l’arpione e si mise a correre. La giungla gli si
apriva davanti come aveva sempre fatto, rami piegati, sentieri invisibili che
solo chi li percorreva da una vita poteva riconoscere. Il cuore batteva forte,
non per la fatica, ma per qualcosa di più antico: l’istinto che dice che il
branco è in pericolo.
Quando arrivò al margine della radura, si fermò.
Le creature erano lì. Non erano spiriti, non come quelli che gli anziani
raccontavano attorno al fuoco. Questi avevano peso, occupavano spazio. Erano
alte, avvolte in pelli nere che riflettevano la luce in modo innaturale. Le loro
teste erano coperte da maschere scure, lisce, senza occhi visibili. Si muovevano
senza esitazione, come se il villaggio fosse già loro.
Parlavano. La lingua era sbagliata, i suoni erano troppo netti, troppo veloci,
come pietre che si urtano. Kha’ru non riusciva a riconoscere nemmeno una parola.
Eppure, lo stregone rispondeva. Era al centro della radura, circondato, non
opponeva resistenza. Il suo volto era teso, ma lucido. Parlava con le creature
come se le avesse sempre conosciute, come se quella lingua gli appartenesse. Le
sue mani erano libere, ma il suo corpo seguiva i loro movimenti, passo dopo
passo.
Un mormorio di paura attraversava il villaggio. Nessuno si avvicinava, nessuno
osava gridare. Kha’ru non pensò, scattò.
L’arpione lasciò la sua mano con un movimento fluido, e colpì una delle creature
al fianco. Non ci fu sangue. La figura vacillò appena, come sorpresa più che
ferita, e si voltò verso di lui.
Le altre si mossero all’unisono. Kha’ru avanzò ancora, urlando, richiamando gli
altri, ma il villaggio restò immobile. Una delle creature sollevò un oggetto
corto, nero, che non aveva punta né lama.
Ci fu un lampo, seguito non dal dolore, ma dal silenzio del corpo. Le gambe
cedettero, le braccia divennero pesanti, estranee. Kha’ru cadde in avanti, ma
prima che il mondo si spezzasse del tutto riuscì ad afferrare la gamba dello
stregone, stringendola con tutta la forza che gli restava.
Lo stregone lo guardò. Per un istante, solo uno, nei suoi occhi non c’era magia.
C’era paura.
Poi le creature parlarono di nuovo, rapide, secche. Una di loro si chinò,
osservò Kha’ru, disse qualcosa che lui non capì. Le dita nere tentarono di
staccarlo, ma la presa non cedette.
Alla fine, lo sollevarono. Poi il villaggio si allontanò, la giungla si inclinò,
e il cielo divenne troppo grande.
Il ponte di comando della Ix Tz’ikin aveva ripreso il suo ritmo consueto.
Le superfici opaline restituivano una luce uniforme, priva di ombre nette; i
sistemi lavoravano in silenzio, come se la nave stessa stesse deliberatamente
evitando di attirare attenzione su di sé. Sul grande campo visivo, il pianeta si
stava lentamente allontanando, riducendosi a una macchia verde e azzurra, priva
di significato.
Il capitano Ahau Tenoch era in piedi, davanti al pannello centrale. I dati della
missione scorrevano davanti a lui in sequenze ordinate: tempi, coordinate,
parametri vitali, livelli di interferenza. Tutto appariva conforme alle
previsioni.
Accanto a lui, Iktan Xolotl dettava le ultime integrazioni al rapporto, con la
precisione di chi ha già deciso quale storia raccontare.
«Recupero dell’agente completato senza opposizione organizzata,» disse.
«Interazione ostile limitata. Un membro del commando ha riportato una ferita
superficiale al fianco, trattata sul posto. Nessuna perdita.»
Fece una breve pausa, poi aggiunse: «La popolazione locale ha assistito
all’estrazione. Nessun tentativo coordinato di reazione.»
Tenoch annuì appena, ma non disse nulla. Poco più indietro, Chimal Popoca
osservava i dati senza intervenire. Non aveva partecipato allo sbarco; la sua
presenza in sala non era necessaria per la redazione del rapporto, e proprio per
questo risultava più evidente. Quando parlò, lo fece con tono leggero, quasi
distratto.
«C’è una riga che non trovo,» disse. Iktan si voltò verso di lui. «Quale?»
«Quella sull’indigeno.»
Il silenzio che seguì non fu teso, ma calibrato. Una sospensione breve,
sufficiente a rendere evidente che la questione non era stata dimenticata, solo
rimandata.
«Un imprevisto,» rispose Iktan. «L’individuo ha attaccato il commando durante
l’estrazione. Ha colpito uno dei nostri prima di essere neutralizzato.»
«Neutralizzato,» ripeté Chimal. «Non eliminato.»
«Non era necessario,» disse Iktan. «È stato immobilizzato. Ma si è aggrappato
all’agente. In modo… persistente.»
Tenoch continuava a fissare il flusso di dati. Le sue mani erano ferme, ma la
postura tradiva una tensione trattenuta.
«E quindi?» chiese Chimal.
Iktan si ricompose leggermente, come se stesse entrando in una fase più
argomentativa. «Portarlo a bordo è stata una decisione operativa. Lasciarlo lì
avrebbe significato introdurre un’anomalia difficile da gestire. Un testimone
diretto dell’estrazione. Un potenziale vettore di destabilizzazione.»
«O una vittima,» osservò Chimal.
Iktan ignorò l’osservazione. «Inoltre,» proseguì, «la sua presenza rappresenta
un’opportunità. Un soggetto non contaminato da esposizioni precedenti. Un punto
di osservazione diretto su una struttura cognitiva primitiva, messa
improvvisamente a contatto con un evento traumatico di natura… trascendente.»
Fece un gesto vago con la mano. «Un’occasione di ricerca che va ben oltre quanto
l’infiltrazione avrebbe potuto offrire.»
Chimal sorrise appena. «Stai dicendo che abbiamo trasformato un errore in una
risorsa.»
«Sto dicendo che possiamo limitarne i danni,» rispose Iktan. «Con la benedizione
del capitano.»
Lo sguardo di Chimal si spostò su Tenoch. Il capitano non aveva ancora parlato:
i dati continuavano a scorrere davanti a lui, ma ormai erano ridondanti. Tutto
ciò che poteva essere misurato era stato misurato. Restava ciò che non lo era.
«Stiamo parlando di una civiltà con cui abbiamo deciso di non interferire,»
disse Chimal, con calma. «E di un individuo che non ha scelto di salire a
bordo.»
«Nessuno di noi sceglie davvero il contesto in cui nasce,» ribatté Iktan. «La
differenza è che noi abbiamo la responsabilità di comprendere.»
«O di giustificarci,» disse Chimal.
Tenoch chiuse il pannello con un gesto lento. Il flusso di dati si dissolse,
lasciando la sala improvvisamente più vuota.
«Basta,» disse.
Non alzò la voce. Non ce n’era bisogno. Si voltò verso i due ufficiali. Il suo
sguardo si posò prima su Iktan, poi su Chimal, come se stesse pesando entrambe
le posizioni senza ancora sceglierne una.
«L’indigeno resterà a bordo,» disse infine. «Per ora.»
Iktan accennò un cenno di assenso, trattenendo a fatica una soddisfazione che
preferì non mostrare.
«Ma,» continuò Tenoch, «non è un prigioniero. E non è un soggetto di studio
permanente.» Fece una breve pausa.
«Tornerà al suo pianeta appena sarà possibile. Quando avremo stabilito che farlo
non causerà ulteriori danni.» Chimal inclinò leggermente il capo. Non era
un’approvazione, ma nemmeno un dissenso aperto.
Iktan annuì. «Naturalmente.»
La Ix Tz’ikin proseguiva il suo viaggio.
Il pianeta alle loro spalle continuava ad allontanarsi.
E, in un compartimento della nave, due figure che non avrebbero mai dovuto
incontrarsi condividevano ora lo stesso spazio.
Il rapporto era stato redatto.
La missione, ufficialmente, conclusa. Tutto il resto sarebbe venuto dopo.
* * *
Il compartimento di
contenimento era uno degli spazi meno frequentati della Ix Tz’ikin. Non perché
fosse pericoloso, ma perché ricordava a chi vi entrava che la nave non era solo
un luogo di passaggio, bensì anche di confinamento, se necessario. Le pareti
erano lisce, prive di appigli, illuminate da una luce neutra che non concedeva
ombre in cui rifugiarsi.
Kha’ru era rannicchiato contro una delle superfici curve, le spalle piegate, lo
sguardo fisso su un punto indistinto davanti a sé. Da quando era stato portato a
bordo non aveva pronunciato un suono comprensibile. Si muoveva poco, reagiva in
modo brusco a ogni avvicinamento, e alternava lunghi periodi di immobilità a
scatti improvvisi, come un animale in trappola.
«I parametri sono stabili,» disse Izel Atlatl, consultando i dati che
fluttuavano accanto a lei. «Non ci sono segni di danni neurologici. La risposta
allo stress è… intensa, ma coerente.»
Kha’ru ringhiò piano quando la dottoressa fece un passo verso di lui. Izel si
fermò: Non arretrò, ma nemmeno avanzò.
«Non è collaborativo,» osservò Tepin, con una nota di disagio nella voce. La
cadetta era rimasta leggermente indietro, le mani intrecciate davanti a sé.
«Forse dovremmo… sedarlo di nuovo.»
«No,» disse Yaretzi, senza pensarci troppo. Era entrata quasi per ultima, e ora
si trovava a pochi passi dalla barriera trasparente che separava Kha’ru dal
resto del compartimento. «È sveglio e spaventato. Sedarlo non lo renderà più…
disposto.»
Izel la guardò di traverso. «Non stiamo parlando di disposizione. Stiamo
parlando di sicurezza.» Yaretzi fece spallucce. «Anche quella.»
Si avvicinò ancora, lentamente, con movimenti deliberatamente visibili. Kha’ru
la seguì con gli occhi, il corpo teso, pronto a scattare. Quando lei si fermò,
lui non si mosse. Yaretzi si sedette a terra, incrociando le gambe. Il gesto era
semplice, quasi banale, ma del tutto fuori protocollo.
«Ciao,» disse.
Kha’ru non capì il suono, ma riconobbe il tono. Non era un ordine, né una
minaccia. Yaretzi indicò sé stessa, con un dito. «Yaretzi.»
Attese. Kha’ru inclinò leggermente la testa. I suoi occhi si spostarono dal
volto della Mayana al gesto, poi di nuovo al volto. Dopo un lungo istante, batté
una mano sul proprio petto e pronunciò una parola breve, aspra.
«Kha’ru.»
Yaretzi sorrise. Non un sorriso ampio, ma uno di quelli che nascono senza
intenzione.
«Piacere,» disse, anche se sapeva che non aveva senso. Poi tirò fuori una
piccola razione di cibo, semplice, neutra, progettata per essere assimilabile da
una vasta gamma di biologie. La posò a terra, spingendola lentamente verso la
barriera.
Kha’ru esitò. Annusò l’aria. Poi, con un gesto rapido, afferrò il cibo e si
ritrasse. Lo mangiò con cautela, senza mai distogliere lo sguardo da lei.
Tepin osservava la scena in silenzio. Izel sospirò piano, ma non intervenne.
«Non dovresti farlo,» disse infine la dottoressa.
Yaretzi non rispose. Si limitò a rialzarsi, a battere leggermente le mani per
liberarle da una polvere inesistente.
«Volevo solo vedere se…» fece un gesto vago. «Se c’era ancora qualcuno lì
dentro.»
Quando lei e Tepin uscirono dal compartimento, Yaretzi si voltò un’ultima volta.
Kha’ru era tornato a rannicchiarsi, ma teneva ancora tra le mani ciò che restava
del cibo. Nessuno aveva notato il piccolo dispositivo, ormai all’interno di
Kha’ru, nascosto all’interno della razione.
Poco dopo, Izel Atlatl rientrò nel compartimento da sola.
«Proviamo di nuovo,» disse, con voce calma. «Vorrei solo…»
Si interruppe. Kha’ru si era alzato in piedi, non era più rannicchiato. La
postura era ancora rigida, ma lo sguardo era diverso: concentrato, teso in modo
nuovo.
La guardò.
«Tu…» disse, con fatica. La parola uscì spezzata, imperfetta, ma riconoscibile.
«Tu sei… medico.» Izel rimase immobile. Il flusso di dati accanto a lei
lampeggiò, cercando di aggiornarsi.
«Mi…» Kha’ru inspirò profondamente, come se il gesto stesso fosse una scoperta.
«Mi hanno portato… via.»
La dottoressa sentì un brivido risalirle lungo la schiena.
Non per paura, ma perché, all’improvviso, l’“indigeno” non era più un oggetto
silenzioso, ma una voce.
* * *
Il compartimento di
isolamento era più piccolo di quanto Iktan ricordasse.
Non perché fosse stato modificato, ma perché la presenza dell’uomo seduto al
centro della stanza sembrava ridurne lo spazio, come se la sua immobilità
esercitasse una pressione invisibile sulle pareti. Non era legato, non ce n’era
bisogno. Sedeva a terra, le gambe incrociate, le mani appoggiate sulle
ginocchia, lo sguardo fisso davanti a sé.
Il capitano Ahau Tenoch entrò per primo. Iktan Xolotl lo seguì, portando con sé
una tavoletta dati che non consultò subito.
«Ti chiamerò per nome,» disse Tenoch, con calma. «Nan…»
Non ci fu reazione. L’uomo non alzò lo sguardo, non mutò postura. Respirava
lentamente, con un ritmo che non corrispondeva a quello registrato dai sensori.
Iktan fece un passo avanti. «Nanahuatl. Sei su una nave mayana. La missione è
terminata, sei stato recuperato.»
Silenzio.
Tenoch si fermò a pochi passi da lui. «Ti chiediamo di collaborare. Non per una
valutazione disciplinare, ma per capire.»
L’uomo sorrise appena. Non un sorriso ironico, né beffardo. Un sorriso vuoto,
come se stesse ascoltando qualcosa che gli altri non potevano sentire.
«Stregone,» disse Tenoch, dopo un istante.
L’uomo alzò la testa. I suoi occhi si posarono sui due Mayani senza
riconoscimento, ma con una curiosità distante, quasi benevola.
«Ora posso ascoltare,» disse.
La voce era la sua, la cadenza no. Iktan serrò la mascella. «Perché hai smesso
di inviare segnali?» chiese.
«Avevi protocolli chiari. Finestre di comunicazione. Sistemi di emergenza.»
«I segnali non servivano più,» rispose lo stregone. «Il messaggio era arrivato.»
«A chi?» chiese Tenoch.
Lo stregone inclinò il capo. «A loro. E a me.»
Iktan attivò la tavoletta. «Hai interferito con la struttura sociale della
tribù. Hai introdotto conoscenze. Hai alterato rituali. Sai cosa significa.»
«So cosa temete,» disse lo stregone. «Temete di non essere stati invisibili.»
Tenoch inspirò lentamente. «Hai iniziato a credere al ruolo che ti avevano
attribuito.»
Lo stregone lo osservò a lungo, come se stesse valutando se la frase meritasse
una risposta.
«Non ho creduto,» disse infine. «Ho ascoltato.»
«Sei mayano,» disse Iktan, con un tono che per la prima volta tradiva
irritazione. «La tua identità non è negoziabile.»
Lo stregone sorrise di nuovo. «Era un nome. Una veste come le altre.» Iktan fece
un passo avanti. «No. Era una civiltà. Era…»
Tenoch alzò una mano. Non per fermarlo, ma per rallentarlo.
«Cosa sei ora?» chiese il capitano.
Lo stregone distolse lo sguardo, fissando un punto sopra le loro teste. Quando
parlò, la voce era più bassa.
«Sono ciò che attraversa,» disse. «Non ciò che resta.»
«Non rispondi alle domande,» osservò Tenoch.
«Rispondo a quelle giuste.»
Iktan sentì un disagio che non riusciva a classificare. Non c’era delirio
evidente, né confusione. I parametri cognitivi erano entro limiti accettabili.
Eppure, ogni parola sembrava scivolare fuori dal perimetro di ciò che poteva
essere discusso.
«Non senti alcun legame con la Federazione?» chiese. «Con noi?» Lo stregone lo
guardò per la prima volta con attenzione.
«Voi siete venuti dopo,» disse. «E andrete via prima.»
Tenoch avvertì, per la prima volta da quando era entrato, un peso nello stomaco.
«C’è qualcosa che dovremmo sapere?» chiese.
Lo stregone esitò. Non come chi cerca una risposta, ma come chi decide se vale
la pena offrirla.
«Avete guardato in basso,» disse infine. «E vi siete convinti che bastasse.»
Il silenzio che seguì non fu rotto da nessun allarme, nessun segnale, solo dal
respiro della nave. Tenoch fece un passo indietro. «L’interrogatorio è sospeso.»
Iktan non protestò. Non c’era nulla da contestare. Quando uscirono, la porta si
chiuse senza rumore alle loro spalle. Per un lungo istante, nessuno dei due
parlò.
Poi Iktan disse, a bassa voce: «Non è più uno dei nostri.» Tenoch non rispose
subito.
«No,» disse infine. «Non lo è.»
* * *
Il ponte di comando della Ix
Tz’ikin era immerso in una quiete operativa che, fino a poco prima, nessuno
avrebbe messo in discussione. I flussi di navigazione scorrevano regolari; le
stelle davanti a loro non presentavano anomalie degne di nota. La nave stava
lasciando il sistema con la stessa compostezza con cui vi era arrivata.
Il capitano Ahau Tenoch era al suo posto quando Izel Atlatl entrò, con
un’espressione che non era di allarme, ma di cautela. Un segnale che Tenoch
aveva imparato a riconoscere: non indicava pericolo immediato, bensì qualcosa
che non rientrava più nei parametri consueti.
Sul ponte erano presenti anche Iktan Xolotl e Chimal Popoca. Il primo stava
rivedendo alcune proiezioni antropologiche relative alla missione; il secondo
osservava distrattamente un tracciato di navigazione, come se stesse cercando un
errore che sapeva di non trovare.
«Capitano,» disse Izel, fermandosi a una distanza formale. «Devo riferire un
cambiamento nelle condizioni del soggetto indigeno.»
Tenoch si voltò verso di lei. «Continui.»
«Ha iniziato a parlare,» disse la dottoressa. «In mayano.»
Per un istante, sul ponte non accadde nulla. Nessun allarme, nessun cambiamento
nei sistemi. Solo una lieve, quasi impercettibile, sospensione.
Iktan alzò lo sguardo per primo. «È impossibile,» disse. Non c’era incredulità
nella sua voce, ma un rifiuto metodologico. «Non è stato sottoposto a nessun
protocollo di apprendimento linguistico.»
«Ne sono consapevole,» rispose Izel. «Eppure, la produzione linguistica è
coerente. Frammentaria, imperfetta, ma strutturalmente riconoscibile.»
Chimal inclinò leggermente il capo. «Interessante,» disse. «Più veloce del
previsto.» Iktan si voltò verso di lui. «Non c’è un previsto,» ribatté. «Non in
queste condizioni.» Tenoch non intervenne subito. «Quando è successo?» chiese
infine.
«Durante l’ultima visita,» rispose Izel. «Mi stavo preparando a sedarlo
nuovamente, quando…» esitò un attimo. «Quando ha parlato. Ha identificato
correttamente il mio ruolo.»
Tenoch inspirò lentamente. «Qualcun altro ha avuto accesso al compartimento?»
Izel corrugò la fronte. «Solo personale autorizzato. Io, la sicurezza, e…» si
fermò. «Yaretzi e la cadetta Tepin erano presenti poco prima.»
Il silenzio sul ponte cambiò qualità. Iktan serrò le labbra. «Non stai
suggerendo che…»
«Sto dicendo,» intervenne Tenoch, con tono calmo ma fermo, «che il soggetto non
può aver acquisito competenze linguistiche senza assistenza tecnologica.»
Si avvicinò di un passo alla dottoressa. «E che questo implica una violazione
dei protocolli di contenimento.» Izel abbassò leggermente lo sguardo. «Non ho
rilevato l’introduzione di alcun dispositivo. Se qualcuno…»
«…lo ha fatto,» concluse Tenoch, «è avvenuto a tua insaputa.» Non c’era accusa
diretta nella sua voce, ma nemmeno indulgenza.
Chimal osservava la scena con attenzione crescente. «Per quello che vale,»
disse, «non è la cosa più preoccupante che potesse accadere.»
Iktan si voltò di scatto. «In che senso?»
«Nel senso,» rispose Chimal, «che ora non stiamo più parlando di lui. Stiamo
parlando con lui.»
Tenoch rimase in silenzio per qualche istante. Poi annuì lentamente.
«Aumentate la sorveglianza,» disse. «Nessun altro accesso non autorizzato.
Voglio un’analisi completa di ciò che ha ingerito, e una revisione dei
protocolli interni.» Si voltò verso Izel. «E, dottoressa…»
«Sì, capitano.»
«Non sottovaluti più la situazione,» disse Tenoch. «Non tutto ciò che accade
nella nave passa attraverso i nostri sensori.»
Izel annuì. «Capisco.»
Quando la dottoressa si allontanò, Iktan parlò a bassa voce. «Questo rafforza la
necessità di studiarlo. Ora più che mai.»
Chimal sorrise appena. «O rafforza la necessità di chiederci perché qualcuno ha
deciso che dovesse parlare.» Tenoch tornò a fissare il campo stellare davanti a
sé, mentre la Ix Tz’ikin avanzava senza ostacoli.
Il ponte di comando della Ix Tz’ikin era immerso nella routine.
Non una routine distratta, ma quella forma di attenzione rilassata che nasce
solo quando tutto funziona come previsto. Le stelle scorrevano sul campo visivo
principale con una regolarità rassicurante; i sistemi di navigazione
confermavano una rotta pulita, priva di interferenze.
Iktan Xolotl stava verificando i parametri di transizione quando qualcosa
interruppe il flusso dei dati. Non un allarme, né un errore, ma un eccesso.
Si fermò. Tornò indietro di alcune righe, e rilesse.
«Capitano,» disse infine, con voce neutra. «C’è… qualcosa davanti a noi.» Ahau
Tenoch sollevò lo sguardo. «Specificare.»
Iktan ampliò il campo visivo. L’immagine si riorganizzò, rivelando una massa
sferica che prima non c’era: un pianeta. Atmosfera visibile, copertura nuvolosa
irregolare, zone verdi, oceani poco profondi. Un mondo vivo, troppo vivo.
«Non è sulle mappe,» disse Iktan. «Ho incrociato tre archivi indipendenti. Non
risulta in nessun catalogo.» Tenoch si avvicinò lentamente alla console
centrale. «Coordinate.»
Iktan le trasmise. Tenoch le registrò nel diario di navigazione, annotando con
cura la discrepanza: corpo celeste non censito, caratteristiche compatibili con
classe M.
Chimal osservava in silenzio, gli occhi fissi sull’immagine. «Somiglia,» disse
infine. Tenoch non chiese a cosa, non ce n’era bisogno.
«Analisi gravitazionale?» domandò.
Prima che Iktan potesse rispondere, Xilonen, alla postazione di controllo dei
sistemi, parlò con una nota di incertezza che non le era abituale.
«Capitano… c’è qualcosa che non torna.»
Iktan stava già leggendo i dati. «La massa stimata non giustifica questo campo
gravitazionale.» Il ponte si fece più silenzioso.
«Quanto più forte?» chiese Tenoch.
«In crescita,» rispose Xilonen. «Sta superando le proiezioni. E…» esitò. «Sta
superando le proprie proiezioni.» Iktan aggrottò la fronte. «Non ha senso. Un
pianeta di queste dimensioni non può…»
La nave vibrò leggermente. Non un urto, ma una variazione di assetto, come se
qualcosa avesse tirato con delicatezza.
«Stiamo perdendo velocità relativa,» disse Xilonen. «La rotta si sta piegando.»
Tenoch si raddrizzò. «Correzione immediata. Invertire spinta.»
Iktan eseguì. I motori risposero, pieni, disciplinati, ma la rotta non cambiò.
«Non stiamo muovendo verso il pianeta,» disse Chimal, con voce bassa. «Stiamo
venendo… selezionati.»
Iktan lo guardò. «Non dire sciocchezze.»
Chimal indicò il campo visivo secondario. «Gli asteroidi più vicini non mostrano
deviazioni. Nemmeno i detriti. Solo noi.»
Xilonen deglutì. «È come se il vettore gravitazionale…» si fermò. «Come se fosse
direzionale.» Il ponte sembrava improvvisamente più piccolo.
Tenoch non alzò la voce. «Nuova manovra evasiva. Angolo massimo. Priorità ai
motori.»
I sistemi obbedirono. La Ix Tz’ikin lottò contro una forza che non avrebbe
dovuto esistere in quella forma. L’immagine del pianeta cresceva.
«Capitano,» disse Iktan, per la prima volta con una sfumatura di tensione. «Non
stiamo uscendo dal campo. Stiamo entrando.»
Un’altra vibrazione, più marcata. Tenoch fissò lo schermo. Il pianeta riempiva
ormai gran parte del campo visivo, le sue nuvole sembravano muoversi con una
lentezza studiata, come un respiro.
«Protocolli d’emergenza,» disse. «Prepararsi a un atterraggio di fortuna.»
Nessuno obiettò. Le luci del ponte cambiarono tonalità, i sistemi iniziarono la
riconfigurazione automatica. La nave si preparava non a esplorare, ma a
sopravvivere.
Mentre la Ix Tz’ikin veniva trascinata verso la superficie, Chimal parlò piano,
quasi tra sé e sé.
«Non ci siamo imbattuti in un pianeta,» disse. «Siamo stati trovati.»
Tenoch non rispose. Aveva annotato le coordinate, ma per la prima volta nella
sua carriera, ebbe il sospetto che nessuno, mai, sarebbe stato in grado di
raggiungerle di nuovo.
* * *
Quando i Mayani ripresero
pienamente coscienza, la Ix Tz’ikin era ferma. Non incastrata o spezzata, ma
ferma, come se avesse sempre avuto intenzione di trovarsi lì.
L’astronave galleggiava in un basso fondale, l’acqua che lambiva appena lo scafo
inferiore. Onde lente si infrangevano contro le superfici lisce, producendo un
suono regolare, quasi rassicurante. Oltre la linea dell’acqua, una spiaggia
chiara si estendeva per decine di metri prima di cedere il passo a una giungla
fitta, identica, troppo identica, a quella da cui proveniva lo stregone.
Non c’erano morti.
I feriti erano pochi, e lievi: contusioni, traumi minori, qualche frattura
composta. Nulla che giustificasse la violenza dell’impatto che i sensori avevano
previsto, prima di smettere di funzionare.
«È come se…» mormorò Xilonen «qualcosa avesse rallentato la discesa all’ultimo
momento.»
«Qualcosa lo ha fatto,» rispose Chimal Popoca. «Il problema è cosa.»
All’interno della nave, il caos era stato breve.
Il vero shock arrivò dopo. Il computer centrale non rispondeva, i sistemi di
navigazione restituivano dati contraddittori. Gli strumenti di comunicazione si
accendevano e spegnevano senza motivo, producendo segnali che non
corrispondevano a nessuna frequenza nota. Ogni tentativo di diagnosi si
concludeva nello stesso modo: informazioni incomplete.
Come se la nave avesse deciso di smettere di parlare. Il capitano Ahau Tenoch fu
costretto a dare l’ordine che nessuno avrebbe voluto sentire.
«Recuperate tutto ciò che è portatile,» disse. «Energia, razioni, strumenti
manuali. Poi abbandoniamo la nave.»
Nessuno protestò. Sulla spiaggia, l’equipaggio si raccolse in piccoli gruppi, i
prigionieri furono fatti scendere per ultimi: lo stregone camminava con passo
sicuro, come se riconoscesse il terreno; Kha’ru si fermò più volte a toccare la
sabbia, l’acqua, le piante vicine, con un’espressione che oscillava tra lo
smarrimento e qualcosa di più profondo: familiarità.
Tenoch attivò il registratore manuale. Il dispositivo emise un suono incerto, ma
si avviò.
«Rapporto di emergenza,» disse. «Nave Ix Tz’ikin. Atterraggio forzato su pianeta
non censito. Nessuna perdita di vite. Sistemi principali non operativi.
Comunicazioni assenti.»
Fece una pausa. Guardò l’orizzonte. Il cielo era di un azzurro troppo uniforme.
«Probabilità di trasmissione del rapporto: sconosciuta.»
«Ottimista,» commentò Chimal.
Iktan era accovacciato vicino a un contenitore di strumenti, cercando di
rimettere insieme qualcosa di utile. «La tecnologia non è distrutta,» disse. «È
come se fosse… disallineata.»
«Con cosa?» chiese Izel Atlatl, stringendosi il mantello addosso. «Con le leggi
della fisica?»
Iktan non rispose subito. «Con noi.»
Yaretzi osservava Kha’ru da lontano. «Questo posto gli parla,» disse piano. «Lo
vedi?» Tenoch seguì il suo sguardo.
Kha’ru si era inginocchiato, lo stregone gli era accanto. I due si muovevano
lentamente, le mani che tracciavano gesti circolari nell’aria, poi verso il
suolo, poi verso il cielo. Un ritmo preciso, antico.
Tenoch aggrottò la fronte. «Cosa stanno facendo?»
Chimal li osservò per un lungo istante, poi inspirò lentamente. «Pregano.»
Iktan si voltò di scatto. «È impossibile. Non possono…»
«Possono,» lo interruppe Chimal. «E lo stanno facendo.»
Tenoch si avvicinò di qualche passo. I gesti erano inequivocabili: non rituali
improvvisati, non reazioni allo stress; una struttura riconoscibile, un dialogo.
Non con loro.
Tenoch spense il registratore. Per la prima volta, si rese conto che il pianeta
non era silenzioso, non emetteva suoni strani, né segnali misurabili. Ma
ascoltava.
E forse, solo forse, aveva già deciso chi, su quella spiaggia, aveva qualcosa da
dire.
* * *
Quando Kha’ru e lo stregone
terminarono la preghiera, il silenzio che seguì non fu immediatamente spezzato.
Le mani si abbassarono lentamente, i due rimasero inginocchiati ancora per
qualche istante, come se stessero aspettando una risposta che, se era arrivata,
non aveva bisogno di parole. Poi si rialzarono.
Fu allora che Ahau Tenoch e Chimal Popoca si avvicinarono.
Non c’era ostilità nei loro passi, ma una cautela nuova, più sottile. Non
stavano affrontando dei prigionieri, né dei subordinati, stavano avvicinandosi a
qualcosa che non capivano più.
«Perché avete pregato?» chiese Tenoch.
La domanda era diretta, quasi banale. Proprio per questo risultò inadatta.
Kha’ru guardò prima lui, poi Chimal. Inspirò profondamente, come se dovesse
attraversare una distanza invisibile prima ancora di parlare.
«Non… pregare come voi,» disse, con fatica. «Non per chiedere. Per… rispondere.»
Chimal incrociò le braccia. «Rispondere a cosa?»
Kha’ru esitò. Portò una mano al petto, poi la sollevò, indicando vagamente
l’aria intorno a loro, la giungla, il cielo.
«C’era…» cercò le parole. «Qualcosa, grande. Non voce, non corpo.» scosse la
testa, frustrato. «Era come… quando il fiume cresce prima della pioggia: sai che
arriva, lui sa che tu sei lì.»
Tenoch rimase in silenzio. «E perché tu?» chiese. «Perché voi due?»
Kha’ru strinse le labbra. «Non scelto come caccia. Scelto come… riconoscere.»
La parola mayana che usò era sbagliata: troppo concreta, troppo povera.
Chimal fece un mezzo sorriso, privo di ironia. «Capisco il concetto. Non la
spiegazione.»
Kha’ru abbassò lo sguardo. «Io non penso come voi,» disse. «Io penso con mani,
con odori, con paura.»
Poi guardò lo stregone, come in cerca di aiuto, ma egli osservava il mare,
lontano con la mente. Quando parlò, lo fece senza voltarsi.
«Avete costruito un mondo in cui nulla vi guarda,» disse. «E vi siete convinti
che questo vi rendesse liberi.»
Tenoch si irrigidì. «Rispondi alla domanda.»
Lo stregone sorrise appena. «Abbiamo pregato perché ci è stato permesso di
farlo.»
«Permesso da chi?» chiese Chimal.
Lo stregone si voltò lentamente. I suoi occhi erano calmi, e questo era forse
l’aspetto più inquietante.
«Da ciò che non avete strumenti per nominare,» disse. «E che, proprio per
questo, non avete mai preso in considerazione.»
Tenoch lo fissò. «Stai dicendo che questo pianeta…»
«…non è un pianeta,» lo interruppe lo stregone, con dolcezza. «Non nel senso in
cui intendete voi.»
Seguì una breve pausa. Poi, quasi distrattamente, aggiunse: «Mi dispiace per
voi.»
Chimal socchiuse gli occhi. «Perché?»
Lo stregone li guardò entrambi, uno dopo l’altro. «Perché siete arrivati
pensando di osservare.»
Tenoch sentì un brivido che non aveva nulla a che fare con il freddo.
«L’incontro è concluso,» disse. «Tornate con gli altri.»
Kha’ru obbedì senza protestare. Lo stregone si allontanò con passo leggero, come
se il peso della situazione non lo riguardasse più.
Tenoch e Chimal rimasero a guardarli andare via.
«Allora?» disse Chimal, infine.
Tenoch non rispose subito. «Non so cosa pensare.»
«È già qualcosa,» replicò Chimal.
Poco distante, Iktan Xolotl li stava aspettando. Aveva seguito la conversazione
da lontano, abbastanza vicino da sentire tutto.
«Deliri,» disse appena li vide arrivare. «Suggestione post-traumatica. In
entrambi i casi.»
Tenoch lo guardò. «Ne sei sicuro?»
Iktan annuì. «Assolutamente. Un indigeno che non padroneggia la lingua e un
agente che ha perso la propria identità. Nessuna delle due testimonianze è
affidabile.»
Chimal inclinò il capo. «E se il problema fosse proprio che lo sono troppo,»
disse, «per qualcosa che non ci include?»
Iktan sbuffò. «Non possiamo permetterci superstizioni.»
Tenoch fissò la giungla davanti a loro, le fronde si muovevano appena, senza
vento.
«No,» disse piano. «Ma temo che questo posto non si permetta altro.»
* * *
Il campo provvisorio era
stato montato con l’efficienza che distingueva i Mayani anche quando tutto il
resto veniva loro sottratto. Ripari leggeri, fonti di calore minime, un
perimetro appena accennato, nulla di superfluo.
Quando calò la notte, il pianeta non cambiò suono.
La giungla rimase viva, ma non ostile. Non c’erano versi improvvisi, né richiami
minacciosi. Solo un brusio continuo, come un respiro profondo e regolare.
Fu Ahau Tenoch a proporlo per primo.
«Andiamo a vedere il cielo.»
Non era una richiesta. Iktan Xolotl e Xilonen lo seguirono senza commenti,
allontanandosi di qualche decina di passi dal campo, finché le luci residue non
furono più che un alone alle loro spalle. Sopra di loro, le stelle.
Erano numerose, limpide, incredibilmente vicine. Un cielo spettacolare, se non
fosse stato per una sensazione sottile e disturbante: non c’era nulla di
familiare.
Xilonen attivò uno degli strumenti portatili recuperati dalla nave. Il
dispositivo esitò, emise un crepitio sommesso, poi proiettò una mappa astrale
incompleta ma leggibile.
«Sta funzionando,» disse, sorpresa sincera nella voce.
Iktan si avvicinò immediatamente. «Impossibile. Tutti i sistemi…»
Si interruppe quando vide i dati. Le coordinate scorrevano lente, stabili; non
fluttuavano come farebbe uno strumento danneggiato: erano sicure di sé.
Iktan scosse la testa. «È guasto, deve esserlo! Le coordinate non
corrispondono.»
Tenoch si avvicinò allo schermo. «Non corrispondono a cosa?»
«A niente,» rispose Iktan. «Non sono quelle che hai annotato. Non sono neppure
vicine.»
Tenoch non disse nulla, alzò lo sguardo verso il cielo. Xilonen lo imitò.
Passarono alcuni secondi, poi Xilonen parlò, lentamente.
«Capitano…»
«Lo so,» disse Tenoch.
Iktan li guardò, irritato. «Cosa?»
Tenoch indicò una regione del cielo. «Vedi quella sequenza? Tre stelle,
allineate, con la quarta leggermente fuori asse.»
Iktan annuì. «Sì. E allora?»
«Prima dell’impatto,» disse Tenoch, «quella configurazione non esisteva.»
Xilonen fece un passo avanti, scrutando meglio. «Nemmeno quella,» aggiunse,
indicando un gruppo più compatto. «E neanche quella.»
Iktan tornò a guardare lo strumento, poi il cielo, poi di nuovo lo strumento.
«Questo non è possibile,» disse. «Non possiamo essere così lontani. La
transizione non…»
«…non è avvenuta come crediamo,» concluse Tenoch.
Il silenzio che seguì fu più profondo di quello della giungla.
«Se lo strumento dice il vero,» mormorò Xilonen, «non siamo dove pensiamo di
essere.»
Iktan serrò i pugni. «Allora lo strumento mente.»
Tenoch scosse lentamente il capo. «O abbiamo annotato le coordinate di qualcosa
che non è rimasto fermo.»
Xilonen sentì un brivido correrle lungo la schiena. «Un pianeta non può
spostarsi così.»
«No,» disse Tenoch. «Ma noi potremmo esserci spostati con lui.»
Iktan guardò di nuovo il cielo. Per la prima volta, non cercava conferme:
cercava errori, ma non ne trovò.
Tenoch disattivò lo strumento, l’oscurità tornò a inghiottire la mappa astrale.
«Non diciamo niente agli altri,» disse. «Non ancora.»
Iktan lo fissò. «Capitano…»
«Finché non capiamo cosa stiamo guardando,» concluse Tenoch, «non serve
diffondere ipotesi.»
Xilonen annuì in silenzio, tornarono verso il campo.
* * *
La mattina arrivò senza
annunci.
Non ci fu un vero sorgere del sole, solo un progressivo schiarirsi dell’aria,
come se la notte avesse deciso di ritirarsi senza clamore. Il cielo assunse una
tonalità pallida, lattiginosa, e la giungla iniziò a produrre suoni più
distinti, ma non più forti.
Ahau Tenoch si alzò dal riparo con movimenti lenti, misurati. Aveva dormito
poco, ma non male: un sonno privo di sogni, compatto, come se il corpo avesse
deciso di occuparsi da solo di ciò che la mente non era riuscita a elaborare.
Fece qualche passo sulla sabbia umida, osservando il campo. I Mayani iniziavano
a muoversi, uno alla volta, senza fretta. Nessuno parlava ancora.
Si avvicinò al riparo accanto al suo e scosse leggermente una spalla.
«Xilonen.»
Nessuna risposta.
«Xilonen,» ripeté, un po’ più forte.
Lei emise un suono indistinto e si voltò dall’altra parte. Dormiva
profondamente, più di quanto fosse usuale per lei. Tenoch la osservò per un
istante, poi insistette.
«Abbiamo bisogno di te.»
Xilonen aprì gli occhi a fatica. «È già…?» borbottò, poi si fermò. Guardò il
cielo, la sabbia, la linea dell’acqua. La memoria tornò tutta insieme.
«Sì,» disse Tenoch. «È già.»
Lei si mise seduta, passandosi una mano tra i capelli. «Vuoi che provi di
nuovo?»
Tenoch annuì. «Non credo funzionerà, ma voglio che ci sia almeno un tentativo:
contatto con la Federazione, qualsiasi frequenza, anche solo rumore.»
Xilonen fece un mezzo sorriso stanco. «Come se qualcuno stesse ascoltando.»
Tenoch non rispose. Lasciandola al suo lavoro, si spostò verso Iktan Xolotl, che
stava già esaminando ciò che restava dell’equipaggiamento.
«Dobbiamo organizzare i turni,» disse Tenoch. «Pulizia del campo, raccolta. E
una squadra per cercare acqua dolce, non possiamo affidarci al caso.»
Iktan annuì immediatamente. «Ho già pensato a un perimetro minimo. La
vegetazione è densa, ma non ostile.»
«Almeno per ora.» aggiunse Tenoch.
Insieme iniziarono a distribuire compiti, con la naturalezza di chi aveva fatto
quel genere di cose centinaia di volte. La routine funzionava o, perlomeno,
sembrava funzionare.
Fu Chimal Popoca a interromperla. Arrivò senza fretta, le mani infilate nelle
maniche, lo sguardo rivolto non al campo, ma oltre.
«Capitano,» disse.
Tenoch si voltò. «Dimmi.»
Chimal esitò. Non era da lui. Quando parlò, la voce era più bassa del solito.
«Mi hanno fatto una domanda.»
Tenoch lo studiò. «Chi?»
«Yaretzi, Tepin, e altri.» Fece un gesto vago, includendo alcuni membri
dell’equipaggio che si muovevano poco lontano. «Più di uno.»
Tenoch incrociò le braccia. «Che domanda.»
Chimal non rispose subito. Inspirò lentamente, come se stesse scegliendo con
cura ogni parola.
«Mi hanno chiesto…» si fermò. «Mi hanno chiesto cos’è quella.»
Tenoch aggrottò la fronte. «Quella cosa.»
Chimal sollevò un braccio e indicò il mare. Il relitto della Ix Tz’ikin era
ancora lì.
Lo scafo emergeva dall’acqua bassa con un’inclinazione lieve, quasi elegante, le
superfici scure riflettevano la luce del mattino. Era impossibile non vederla,
occupava l’orizzonte immediato come una presenza solida, innegabile.
Tenoch seguì il gesto.
«Intendi…» disse lentamente. «La nave?»
Chimal annuì, il silenzio che seguì fu netto.
«Così?» chiese Tenoch. «In che senso?»
Chimal abbassò il braccio. «In quel senso. Non da dove viene, o se possiamo
ripararla…» deglutì. «Ma cos’è quella.»
Tenoch sentì qualcosa stringergli il petto. Non panico, ma qualcosa di più
freddo.
«Non ricordano?» chiese.
«Ricordano di essere arrivati qui,» disse Chimal. «Ricordano la caduta,
ricordano l’acqua, ma per alcuni di loro…» fece una pausa. «Quella cosa non ha
più un nome.»
Tenoch tornò a guardare la Ix Tz’ikin. La nave non era cambiata, e non era
scomparsa. Eppure, per la prima volta, la vide come un oggetto strano nel
paesaggio. Come qualcosa che non apparteneva davvero a quel luogo, o a quelle
persone.
«Non diciamo niente agli altri,» disse infine.
Chimal annuì. «Lo avevo immaginato.»
Tenoch strinse le mani dietro la schiena. «Continuiamo con i turni, con la
spedizione, con tutto.» fece una pausa. «Finché possiamo.»
Davanti a loro, il mare restava calmo. La Ix Tz’ikin restava immobile, e
tuttavia, qualcosa aveva già cominciato a separarla dall’equipaggio: non nello
spazio, ma nel significato.
* * *
Tenoch e Chimal si
addentrarono nella giungla senza fretta, i contenitori che portavano con sé
tintinnavano piano a ogni passo, un suono regolare, quasi rassicurante. La
vegetazione si apriva quel tanto che bastava a lasciarli passare, senza opporre
resistenza, come se il sentiero si stesse formando sotto i loro piedi.
Non parlavano. Non perché non ci fosse nulla da dire, ma perché entrambi
sapevano che l’uscita era solo in parte una spedizione. L’acqua era un pretesto,
la distanza, una necessità.
Quando furono abbastanza lontani dal campo da non sentire più le voci degli
altri, Tenoch si fermò.
«Ieri sera,» disse, senza preamboli, Chimal si voltò verso di lui, aspettando.
«Io, Iktan e Xilonen abbiamo guardato le stelle,» continuò Tenoch. «Uno degli
strumenti ha ripreso a funzionare.»
Chimal sollevò un sopracciglio. «Buone notizie.»
«No.» Tenoch strinse il contenitore con entrambe le mani. «Le coordinate non
corrispondono, non di poco, e non per un errore di calcolo.» alzò lo sguardo
verso la chioma degli alberi. «Siamo completamente da un’altra parte.» Chimal
rimase in silenzio. «Le stelle non sono quelle che dovrebbero essere,» aggiunse
Tenoch. «Nessuna di esse, non è un disallineamento, né un fenomeno locale.»
Inspirò lentamente. «Non ho detto niente agli altri. Non volevo…»
«…creare panico?» lo interruppe Chimal, con un mezzo sorriso. «Capisco.»
Tenoch lo guardò. «Non è il momento per…»
«Tenoch,» disse Chimal, con tono più serio, «non c’è molta calma da preservare.»
Ripresero a camminare, dopo qualche passo, Tenoch parlò di nuovo, la voce più
bassa.
«Ho sempre saputo distinguere il rischio dalla paura,» disse. «Questa volta…»
esitò. «Questa volta ho l’impressione che non stiamo affrontando un pericolo, ma
una struttura.»
Chimal annuì appena. «Una trappola?» chiese.
«Sì,» rispose Tenoch. «E temo di non avere strumenti per uscirne.» si fermò di
nuovo. «E questa cosa…» fece un gesto vago intorno a loro. «Non credo sia
casuale.»
Chimal lo osservò per un istante, poi distolse lo sguardo. Si accovacciò accanto
a una roccia coperta di muschio, controllando l’umidità del terreno come se la
conversazione fosse finita.
Chimal si rialzò lentamente. «Capitano,» disse, con tono quasi distratto,
«conosci anche tu la Scala dell’Allineamento, vero?»
Tenoch aggrottò la fronte. «Il Tlācatiliztli?» Chimal annuì. «Certo, è parte
della formazione basica.»
«Quella che misura quanto una civiltà riesca a integrarsi nel contesto cosmico,»
continuò Chimal. «Dal semplice adattamento all’ambiente fino alla completa
perdita di distinzione tra ciò che osserva e ciò che viene osservato.»
Tenoch annuì. «Sì, un modello teorico utile per…»
«…per ricordarci quanto siamo piccoli,» concluse Chimal, poi si rialzò
lentamente. «Al livello più alto,» disse, «si ipotizza una civiltà che abbia
abbandonato la forma fisica, diventando energia pura, capace di alterare la
struttura delle realtà, e creare interi universi.»
Tenoch lo fissò. «Sono speculazioni,» disse. «Esercizi mentali.»
Chimal lo guardò, finalmente, il suo sguardo era serio, privo di ironia. «Fino
ad ora, forse.» chiuse il contenitore, che nel frattempo si era riempito di
acqua limpida. «Torniamo indietro,» disse. «Gli altri si staranno chiedendo dove
siamo finiti.»
E senza aggiungere altro, si incamminò verso il campo, mentre Tenoch rimase
fermo ancora per qualche secondo, il contenitore vuoto tra le mani, circondato
dal rumore sommesso della giungla.
* * *
Mentre Chimal e Tenoch erano
fuori, Iktan, quasi per caso, si accorse di un'altra assenza. Stava
ricontrollando la disposizione del campo, più per abitudine che per reale
necessità, quando realizzò che due presenze non rientravano più nel suo schema
mentale. Non li aveva visti allontanarsi, o sentiti parlare.
Kha’ru e lo stregone non erano lì. Si fermò, lasciò che lo sguardo scorresse tra
i ripari, i gruppi, le figure in movimento. Nessuna traccia di loro.
Un errore di osservazione pensò. Oppure no.
Si abbassò, studiando il terreno umido poco oltre il perimetro del campo. Le
impronte erano evidenti: piedi nudi, passo regolare, due andature diverse, ma
affiancate. Nessun segno di fuga, nessuna esitazione. Li aveva seguiti qualcuno?
Iktan inspirò lentamente e si incamminò nella direzione indicata dalle tracce.
La giungla si richiuse alle sue spalle con naturalezza. Nessun rumore
improvviso, nessuna sensazione di essere osservato. Solo il fruscio delle fronde
e il ritmo dei suoi passi. Le impronte continuavano, chiare, come se il terreno
avesse deciso di conservarle.
Dopo qualche decina di metri, la vegetazione si aprì in una piccola radura:
Kha’ru e lo stregone erano lì.
Erano inginocchiati uno accanto all’altro, rivolti verso un oggetto piantato al
centro dello spazio aperto: un idolo grezzo, scolpito nel legno scuro. Non era
alto, forse quanto un Mayano adulto. Le forme erano semplici, essenziali, prive
di dettagli superflui: non rappresentava un volto preciso, né un corpo
riconoscibile.
Eppure, emanava una presenza innegabile. Iktan fece un passo avanti, poi si
fermò.
Qualcosa non andava.
Non l’idolo, non i due che pregavano, ma l’ambiente.
Si guardò intorno. Gli alberi che delimitavano la radura erano piegati in modo
innaturale, ma non spezzati. Le fronde si incurvavano seguendo linee morbide,
deliberate. Non caotiche, e nemmeno casuali.
Il suo respiro rallentò. Quelle curve, quelle simmetrie: conosceva quella
disposizione.
Il disagio si trasformò lentamente in qualcosa di più preciso. Iktan fece
qualche passo laterale, cambiando angolazione. Il quadro si ricompose.
La radura non era solo uno spazio aperto: era una struttura.
Le fronde più alte delineavano un arco ampio, come una volta. Gli alberi più
robusti si disponevano in punti che avrebbero potuto sostenere superfici,
pannelli, proiezioni. Il terreno stesso sembrava leggermente inclinato, come una
piattaforma centrale.
Iktan sentì un brivido freddo risalirgli lungo la schiena.
No. Scosse la testa, cercando di respingere il pensiero. Era suggestione,
stress, il cervello che cercava schemi familiari dove non ce n’erano.
Eppure… si voltò lentamente, completando un giro su sé stesso. La disposizione
era perfetta. Non simbolica o approssimativa, ma perfetta.
La Ix Tz’ikin, il ponte di comando. Non una copia decorativa, ma una
ricostruzione funzionale dello spazio: le proporzioni, le distanze, il modo in
cui l’ambiente si apriva davanti a un punto centrale, il luogo dove, per anni,
Iktan aveva lavorato, analizzato, previsto. Il luogo da cui aveva creduto di
comprendere il mondo.
Il cuore gli batteva più forte ora. «Questo è…» mormorò, senza finire la frase.
Lo stregone aprì gli occhi, ma non si voltò subito; parlò guardando l’idolo.
«Non l’abbiamo costruito,» disse. «Non ce n’era bisogno.» Kha’ru restava
immobile, gli occhi chiusi, il respiro lento.
«È impossibile,» disse Iktan, più per sé che per loro. «Nessuno di voi conosce
la nave, nessuno di voi…»
«La conosci tu,» lo interruppe lo stregone, con calma. «Questo basta.»
Iktan serrò i pugni. «È una coincidenza, una forma che il mio cervello…»
«…riconosce perché è stata offerta,» concluse lo stregone.
Finalmente si voltò verso di lui.
«Non ti parla con parole,» disse. «Ti parla con ciò che ti definisce.»
Iktan guardò di nuovo la radura. Ora che l’aveva vista, non poteva disvederla:
ogni dettaglio confermava la struttura, ogni albero era al posto giusto.
«Questo pianeta non dovrebbe sapere,» disse.
Lo stregone sorrise appena. «Non sa.» si alzò in piedi, Kha’ru fece lo stesso.
«Allinea.»
La parola colpì Iktan come un pugno: allineamento.
Il termine gli attraversò la mente con la precisione di un concetto accademico,
e con il peso improvviso di una verità vissuta. Fece un passo indietro, per la
prima volta da quando erano atterrati, non cercò una spiegazione immediata.
Cercò una distanza.
Ma la radura rimase lì, immobile, paziente.
Come se stesse aspettando solo che lui capisse che non era stata costruita per
spaventarlo, ma per accoglierlo.
* * *
Quando Tenoch e Chimal
tornarono al campo, capirono subito che qualcosa non andava.
Non c’erano urla, né disordine evidente, ma l’aria era diversa, carica di una
tensione densa, statica, come se ogni movimento producesse attrito. I Mayani
erano raccolti in modo innaturale, troppo vicini, troppo silenziosi, e nessuno
stava svolgendo i compiti assegnati. Nessuno sembrava sapere cosa fare dopo.
Iktan era al centro.
Non seduto, non in piedi in modo stabile, ma in una postura instabile, come se
il corpo non avesse ancora deciso come stare nello spazio. Parlava – o meglio,
provava a farlo — mentre Izel, Yaretzi, Tepin e Xilonen lo circondavano a
distanza prudente.
«Non capite,» diceva Iktan. «Non è… non è quello che sembra. È…» si interruppe,
portandosi una mano alla fronte. Il respiro era irregolare.
Tenoch avanzò di qualche passo. «Iktan.»
Iktan si voltò di scatto, i suoi occhi erano lucidi, ma non folli. C’era in essi
qualcosa di peggio: frustrazione pura.
«Capitano,» disse. «Non ascoltarli.»
«Chi?» chiese Chimal.
Iktan fece un gesto vago intorno a sé. «Tutti. Tutto. È una costruzione, una
pressione costante, ti mostrano quello che vuoi vedere finché smetti di fidarti
del tuo stesso pensiero.»
«Calmati,» disse Izel. «Stai…»
«…No!» la interruppe Iktan, con una durezza che la fece arretrare di mezzo
passo. «È così che funziona. Non ti dicono cosa pensare. Ti convincono che il
pensiero non sia più tuo.»
Tenoch lo osservava attentamente. «Cosa hai visto?» chiese.
Iktan aprì la bocca, la richiuse. Scosse la testa. «Non riesco…» disse, con
rabbia improvvisa. «Non ci sono parole giuste, ed è questo il punto.»
Fu allora che Kha’ru e lo stregone uscirono dalla giungla; camminavano lenti,
senza fretta. Lo stregone aveva lo stesso passo leggero di sempre. Kha’ru teneva
lo sguardo basso, come se sentisse la tensione prima ancora di vederla. Quando
Iktan li notò, il suo volto cambiò.
«Ecco,» disse. La voce gli tremava. «Eccoli.» fece un passo avanti. «Avete
iniziato voi. Con le preghiere. Con le strutture. Con le coincidenze.»
Lo stregone si fermò. «Non ti abbiamo fatto nulla.»
«Mi avete spinto,» ribatté Iktan. «Avete manipolato il contesto finché ogni
spiegazione alternativa sembrava ridicola. È una forma di…» si fermò, cercando
la parola. «Di pressione cognitiva.»
Chimal fece un passo verso Tenoch. «Questo non è…»
Iktan non lo ascoltava più. «Avete preso ciò che conosciamo,» continuò,
indicando la nave alle loro spalle, il cielo, il campo, «e lo avete restituito
storto. Abbastanza da farci dubitare. Abbastanza da…»
La voce gli si spezzò, lo stregone lo guardò con un’espressione che non era né
di sfida né di difesa, ma di compassione.
«Non siamo stati noi,» disse. «Tu hai visto perché eri pronto a vedere.»
Fu allora che Iktan si chinò. Afferrò una roccia dal terreno, un gesto rapido,
istintivo. Nessuno ebbe il tempo di reagire.
«Iktan!» gridò Tenoch, troppo tardi.
La roccia colpì lo stregone alla testa con un suono sordo. Non ci fu un secondo
colpo, non ce n’era bisogno. Il corpo cadde all’indietro, inerte, come se la
vita avesse deciso di ritirarsi senza resistenza. Per un istante, nessuno si
mosse.
Poi Kha’ru emise un suono gutturale, un grido spezzato, e si voltò di scatto,
scomparendo nella giungla con una velocità disperata.
«Fermatelo!» urlò Tepin, ma nessuno si mosse.
Iktan restava immobile, la roccia ancora in mano, il respiro affannoso. Guardava
il corpo a terra come se non lo riconoscesse.
«Dovevo…» mormorò. «Dovevo interrompere il ciclo.»
Tenoch avanzò lentamente. Il suo volto era teso, ma la voce ferma.
«Iktan Xolotl,» disse. «Lascia cadere la roccia.»
Iktan lo guardò, per un attimo sembrò sul punto di obbedire. Poi scosse la
testa.
«Se non lo fermiamo ora,» disse, «non ci sarà più un noi.»
Tenoch attivò l’inibitore manuale. Il gesto fu rapido, preciso, un impulso
breve. Iktan crollò a terra come se qualcuno avesse spento una luce. Il silenzio
che seguì fu assoluto.
Izel si inginocchiò accanto al corpo dello stregone, senza dire nulla. Yaretzi
guardava la giungla, il punto in cui Kha’ru era scomparso. «Non tornerà,» disse
piano.
Tenoch osservò Iktan privo di sensi, poi il corpo senza vita, poi il campo e la
loro fragile, precaria parvenza di ordine.
* * *
Passarono giorni dalla morte
dello stregone.
Non furono giorni segnati da eventi clamorosi, ma da una lenta, inesorabile
corrosione.
All’inizio furono dettagli.
L’acqua raccolta nei contenitori, limpida, fredda, apparentemente potabile,
cambiava natura senza preavviso: non evaporava, non si contaminava, ma diventava
altro. Urina, fluido organico caldo, dall’odore inequivocabile. Nessun processo
chimico noto, nessuna reazione misurabile.
Quando bevevano, lo facevano in fretta, quasi con vergogna, prima che l’acqua
avesse il tempo di “decidere” di non essere più tale.
Il cibo era peggio.
La selvaggina cacciata con fatica marciva nel tempo di uno sguardo distolto. La
carne si anneriva, si gonfiava, si dissolveva in una poltiglia nauseante. Anche
le razioni Mayane — sigillate, sterili, progettate per resistere a secoli di
stasi — fallivano. Non esplodevano, né si decomponevano secondo alcuna legge
biologica: si arrendevano, e per farle arrendere bastava non guardarle.
La malattia arrivò silenziosa.
Febbre irregolare, tremori, allucinazioni lievi ma persistenti. Nessun patogeno
identificabile, nessuna risposta ai farmaci di emergenza. Izel passava ore a
osservare parametri che non si ripetevano mai uguali due volte.
«Non è un’infezione,» disse una sera, la voce bassa. «È come se il corpo…
perdesse il consenso della realtà.»
Quella sera, Tenoch, Chimal e Izel erano seduti poco lontano dal campo, su un
tratto di sabbia compatta che il mare non aveva ancora reclamato. Il cielo era
limpido, ma le stelle restavano sbagliate.
Tenoch teneva il diario sulle ginocchia.
«Dobbiamo ridurre i movimenti,» disse infine. «Razionalizzare le risorse,
stabilire turni più rigidi, limitare…»
«…Abbiamo già fatto tutto questo,» lo interruppe Chimal, senza sarcasmo. «E ogni
volta che lo facciamo, il pianeta reagisce.»
Tenoch serrò la mascella. «Non possiamo smettere di agire.»
«Forse è proprio questo il problema,» disse Chimal. «Ogni tua decisione
presuppone che esista un sistema da ottimizzare. Ma qui…» fece un gesto vago
verso la giungla «…non c’è coerenza da preservare.»
Izel non intervenne subito. Guardava le proprie mani, ancora sporche di
disinfettante ormai inutile.
«Ho provato a isolare la malattia,» disse. «A trattarla come qualcosa di
oggettivo, ma ogni tentativo di definirla sembra… irritarla.»
Tenoch alzò lo sguardo. «Irritarla?!»
Izel annuì lentamente. «È una parola imprecisa, ma non ne ho di migliori.»
Tenoch chiuse il diario, non aveva risposte. Quando tornarono verso il campo, il
rumore delle voci li fermò prima ancora che potessero vedere chi stava parlando.
«Non avremmo dovuto farlo.» la voce era di Tepin.
«Non così,» rispose Yaretzi. «Non qui.»
Tenoch rallentò. Chimal fece lo stesso. Izel si fermò del tutto.
«Abbiamo violato qualcosa,» continuò Tepin. «Abbiamo preso senza chiedere.
Ucciso senza capire.»
«Non erano Dei,» disse Yaretzi, ma la sua voce non aveva convinzione. «Ma questo
posto…»
«…Questo posto risponde,» concluse Tepin. «E non agli strumenti: alle azioni.»
Tenoch sentì un gelo profondo attraversargli il petto. Quelle non erano parole
di panico o deliri febbrili.
Erano interpretazioni morali, discorsi che un Mayano non avrebbe mai dovuto
fare. Non perché proibiti, ma perché superati, resi inutili da millenni di
pensiero razionale.
Chimal parlò a bassa voce. «Stanno cercando un nesso intenzionale.»
«Stanno cercando un senso,» disse Izel.
Tenoch osservò le due giovani ufficiali, chine una verso l’altra, come se
condividessero un segreto antico.
Per la prima volta, non intervenne subito, perché una parte di lui stava
iniziando a chiedersi se forse il pianeta non stesse infrangendo le leggi della
fisica.
Ma solo quelle della sicurezza ontologica.
* * *
Passarono altri giorni.
Il morbo non fece che peggiorare. I corpi dei Mayani si indebolivano, non in
modo uniforme, ma selettivo: alcuni reggevano, altri crollavano senza una
ragione apparente. La fame e la sete non erano costanti, ma intermittenti, come
se il pianeta concedesse brevi tregue solo per ricordare loro cosa stessero
perdendo.
Quella sera erano raccolti attorno al fuoco.
Le fiamme ardevano basse, alimentate da legno che a volte bruciava, a volte no.
Iktan giaceva poco distante, ancora inibito, sorvegliato a turno. Tenoch sedeva
dritto, il volto scavato, cercando di mantenere una parvenza di comando.
«Domani ridistribuiamo i turni,» disse. «Dobbiamo concentrare le forze, meno
dispersione.»
Chimal lo guardò a lungo prima di rispondere. «Ogni volta che concentriamo
qualcosa,» disse piano, «perdiamo qualcos’altro.»
Tenoch non replicò. Fu allora che qualcuno, dal bordo del campo, emise un suono
soffocato.
Non un grido, ma un riconoscimento. Dalla giungla emerse una figura: Kha’ru!
Camminava lentamente, senza timore, con il corpo segnato, sporco, ma eretto. Gli
occhi erano diversi: fermi, come se guardassero qualcosa che gli altri non
potevano vedere.
Il campo si immobilizzò.
Tenoch si alzò in piedi. «Kha’ru.»
Lui inclinò appena il capo. «Capitano.»
La parola uscì naturale, perfetta. Non c’era più traccia dell’indigeno spaesato,
dell’animale in gabbia. La lingua Mayana gli apparteneva ora come una seconda
pelle.
«Gli spiriti mi hanno parlato,» disse, senza preamboli. «Non come parlano agli
uomini, ma come parlano ai popoli.» un mormorio attraversò il gruppo. «Sono
infuriati,» continuò Kha’ru. «Avete violato ciò che non vi apparteneva, e ucciso
il loro messaggero.» lo sguardo si posò su Iktan. «La colpa ha un nome.»
Tenoch fece un passo avanti. «No.»
Kha’ru lo guardò, senza ostilità, con pazienza.
«Chiedono un sacrificio,» disse. «Uno solo. E poi vi sarà restituito ciò che vi
è stato tolto.»
«Questo è ricatto,» disse Chimal. «Non una rivelazione.»
Kha’ru non rispose subito. Si chinò e prese uno dei contenitori d’acqua, l’odore
acre era inconfondibile.
Lo sollevò. Tra le sue mani, il liquido cambiò, non con un processo visibile. Ma
tornò acqua, chiara, fredda. Un respiro collettivo attraversò il campo.
Kha’ru bevve, poi passò il contenitore a Tepin. Lei esitò solo un istante prima
di bere, ma nulla accadde. Poi Kha’ru si avvicinò a una cassa di razioni Mayane
imputridite, gonfie e annerite. Ne aprì una, prese una barretta e la spezzò.
«Chiedo,» disse, «a ciascuno di voi.» si voltò verso Tepin. «Iktan deve essere
sacrificato?»
La cadetta deglutì. Guardò Tenoch, poi la razione.
«Sì,» disse. La barretta era commestibile, Tepin mangiò.
Una dopo l’altra, Yaretzi, Xilonen, Izel, con le mani tremanti, lo sguardo
basso.
«Sì.» Ogni volta, il cibo tornava tale, l’acqua restava acqua.
Gli altri Mayani seguirono, sempre più convinti, sempre meno esitanti. Quando
Kha’ru arrivò a Chimal, si fermò.
«E tu?» chiese.
Chimal lo fissò. «No.»
Kha’ru annuì, non con disappunto, ma con rispetto. Poi si voltò verso Tenoch. Il
capitano respirava a fatica, sentiva il peso di ogni sguardo su di sé.
«No.» disse. Il silenzio che seguì fu pesante; Kha’ru non offrì loro nulla.
Attorno al fuoco, i Mayani mangiavano, bevevano, ed evitavano di incrociare gli
occhi di Tenoch e Chimal.
Kha’ru si voltò verso il gruppo. «Io non vi comando,» disse. «Vi conduco.»
Poi guardò il capitano un’ultima volta. «La scelta non è tra fede e ragione, ma
tra sopravvivenza e solitudine.» Tenoch restò in piedi, a digiuno, assetato,
mentre il suo equipaggio, il suo popolo, iniziava ad allinearsi.
Non per paura, o per ignoranza.
Ma perché, per la prima volta, qualcosa funzionava.
* * *
Il giorno dopo, Tenoch e
Chimal non vennero chiamati.
Non fu necessario dirglielo, il campo si stava già muovendo senza di loro, in
una coreografia silenziosa e coordinata. Nessuno li fermò, nessuno li invitò ad
allontanarsi. Semplicemente, non erano previsti.
Il rogo era stato preparato poco oltre la spiaggia, su un tratto di terreno
asciutto che il mare non aveva mai toccato. Il legno era disposto con una cura
quasi affettuosa, senza segni di fretta.
Iktan venne condotto lì senza resistenza.
L’inibizione era stata rimossa, camminava con passo incerto, ma non opponeva
forza. Il volto era segnato dalla fame, dalla febbre, dalla stanchezza, eppure,
nei suoi occhi non c’era panico. Solo una calma distante, come se il conflitto
che lo aveva consumato si fosse finalmente risolto.
Tenoch cercò il suo sguardo, e Iktan lo incrociò per un istante. Non chiese
aiuto, annuì appena.
Kha’ru officiava il rito con naturalezza. Non urlava, non invocava, parlava
poco, e quando lo faceva era per dare forma a qualcosa che tutti sembravano già
sapere.
Quando le fiamme vennero accese, nessuno distolse lo sguardo. Iktan gridò solo
una volta, all’inizio, poi il suono si spense; il corpo si irrigidì, poi si
rilassò, fino a diventare solo una sagoma tra le fiamme.
Tenoch sentì un vuoto aprirsi dentro di sé.
Non per la morte in sé, ma per ciò che non vedeva attorno.
Nessun volto contratto, nessuna esitazione, nessuna pietà, nessuna traccia di
empatia. Al contrario, un’euforia trattenuta, un sollievo condiviso. Qualcuno
pianse, ma erano lacrime di gioia e gratitudine.
Quando tutto finì, i Mayani si dispersero parlando a bassa voce: programmi,
turni, cose da fare ora che l’ordine era stato ristabilito.
Come se il sacrificio fosse stato solo un passaggio necessario.
Tenoch restò immobile. Accanto a lui, Chimal osservava il punto in cui le fiamme
si stavano spegnendo. Il suo volto non mostrava rabbia: solo stanchezza. Una
stanchezza profonda, troppo profonda.
«Avevamo torto,» disse infine. Tenoch non rispose.
«Non sul pianeta,» continuò Chimal. «Su di noi.» si voltò verso il capitano.
«Credevamo di aver superato tutto questo: la paura, il bisogno di colpevoli, il
conforto del sangue.» inspirò lentamente. «Non li riconosco più. E forse…» fece
una pausa «…non mi riconoscono loro.»
Poi Chimal si voltò verso la giungla.
«Se questo posto vuole un popolo,» disse, «io non ne farò parte.»
E senza attendere una risposta, entrò tra gli alberi; la vegetazione lo
inghiottì senza rumore.
Tenoch si ritrovò da solo. Dietro di lui, il campo riprendeva vita, davanti, la
giungla restava immobile.
* * *
Tenoch si era allontanato dal
campo da tempo.
Non per fuggire, ma per necessità. La pesca con l’arpione era diventata un gesto
meccanico, l’unico rimasto intatto. Il fiume scorreva lento, opaco, riflettendo
una giungla che non gli apparteneva più. Entrava in acqua fino alle ginocchia,
sentiva il fango tra le dita dei piedi, il peso dell’asta tra le mani.
Era vivo, ed era tutto ciò che restava.
Fu allora che lo vide.
Sotto il pelo dell’acqua, appena visibile, qualcosa che non avrebbe dovuto
esserci. Non una roccia, ma una linea netta, artificiale, una geometria che
stonava con ogni cosa attorno.
Una botola.
Tenoch si immobilizzò. Il cuore gli martellava nelle orecchie, perché era certo
di una cosa: un attimo prima non c’era.
Si chinò. Le dita toccarono una superficie liscia, fredda. Non pietra, né
metallo come lo conosceva. Qualcosa di più… neutro.
Aprì.
Il mondo si spense.
La giungla scomparve senza rumore. Il fiume, il cielo, il pianeta si ritirarono
come una pelle inutile. Davanti a lui si spalancò l’assenza di ogni riferimento.
Energia. Non luce, non fuoco: energia pura, strutturata, fluente. Pianeti si
formavano e si dissolvevano nel tempo di un battito. Mondi alieni scorrevano
accanto a lui, universi interi nascevano e collassavano con l’indifferenza di un
respiro.
Non c’era movimento, era lui a muoversi.
La velocità non era misurabile. Il tempo non aveva più direzione. Tenoch sentì
qualcosa spezzarsi dentro, non come dolore, ma come insufficienza: il suo
pensiero non bastava, la sua identità non bastava.
Quello che provò non fu paura. Fu il terrore assoluto di essere irrilevante.
Poi, il buio.
Quando riaprì gli occhi, era disteso.
L’ambiente era chiuso, silenzioso. Le superfici ricordavano l’interno della Ix
Tz’ikin, ma qualcosa era sbagliato: gli angoli erano troppo morbidi, le
proporzioni lievemente errate, come un ricordo ricostruito da qualcuno che non
aveva mai avuto un corpo.
La luce proveniva dal basso. Non da lampade, ma dal pavimento stesso, che
emanava un chiarore lattiginoso.
Tenoch si alzò a fatica.
C’era cibo, disposto con cura. Nutriente, sufficiente. C’era una divisa Mayana,
piegata con precisione maniacale. La indossò: era identica a quella che aveva
sulla nave, intatta.
Anche l’acqua era lì. Bevve, ed era perfetta, troppo. Nessun sapore, nessuna
temperatura, nulla di nulla. Non acqua, ma un’idea di acqua.
Un bisogno soddisfatto senza ulteriori concessioni.
Si avvicinò a una superficie riflettente, convinto di trovare il proprio volto.
Vide però un uomo anziano, disteso in un letto: il corpo consumato, il respiro
lento e irregolare, gli occhi infossati, ma aperti.
Tenoch capì prima ancora di pensarlo: era lui.
Non una visione, ma il futuro. Non stava guardando dentro lo specchio, ma stava
guardando da fuori. Questa comprensione arrivò senza parole.
Tenoch sentì il peso della gabbia chiudersi attorno a sé. Non con violenza, ma
con cura; e in quel silenzio perfetto, mentre vedeva la propria morte
avvicinarsi con infinita lentezza, comprese che per i Mayani il giorno del
giudizio era arrivato, ed erano stati giudicati non per la loro tecnologia, o
per la loro razionalità, ma per quanto rapidamente avevano riesumato le leggende
e i capri espiatori una volta spogliati del loro guscio.
I primi erano diventati gli ultimi.
E gli ultimi erano diventati i primi.
.
Per farmi sapere che ne pensate, scrivetemi a questo indirizzo.