La fine dell'eternità
di Estec
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L'aereo di linea della Icarus, la compagnia aerea di punta dell'Impero Romano, sfrecciava tra le nuvole; era largo e piatto, con ali quasi inesistenti, e si muoveva a velocità impressionante. Aurelio, in compagnia degli altri cinquecento passeggeri, guardò fuori del finestrino e vide il Tirreno scorrere sotto di lui, mentre il velivolo scendeva lentamente di quota. Entro pochi minuti sarebbe arrivato a Roma, capitale dell'immenso impero che abbracciava ormai da parecchi secoli l'intero globo terracqueo. Il volo da Nova Eburacum era durato poco più di un'ora, grazie ai propulsori a idrogeno liquido dell'aereo. Questi velivoli erano quasi delle navette spaziali che potevano volare a una quota dove la rarefazione dell'aria era tale che i fisici la indicavano come l'inizio della stratosfera, e quindi non si incorreva nell'attrito atmosferico che sperimentavano i comuni aeroplani utilizzati fino alla seconda metà del secolo scorso e che non erano in grado di volare oltre i quindicimila metri. Ormai tutti i velivoli del mondo erano stati equipaggiati con quella nuova tecnologia, che aveva reso immensamente più agevoli i viaggi da un capo all'altro del pianeta e che aveva contribuito, insieme al longdictor, al longvision e soprattutto alla diffusione della Magna Retia Mundi, anche detta Intercommunicatio, alla diffusione della cultura e della civiltà romana in ogni angolo dell'Impero Romano Mondiale. Aurelio distolse lo sguardo dal panorama esterno e accese il computator portatile che teneva sulle ginocchia, connettendosi subito a Intercommunicatio, la rete virtuale che collegava i calcolatori di tutto il globo. Come aveva previsto c'era un messaggio di posta elettronica per lui su una frequenza criptata: digitò la parola-chiave e lo aprì. Il messaggio era breve. Diceva soltanto il luogo e l'ora dove avrebbe dovuto farsi trovare quella sera. D'altronde i suoi capi non erano tipi da perdersi in formalità. L'unica firma era una grande "S" rossa, simbolo dello Spectrum, lo spietato ed efficientissimo servizio segreto imperiale. L'appuntamento era per le ore diciotto del 20 Aprile 2760 aUc al Museo delle Cere. Non era una data casuale: a poche centinaia di metri di distanza da quel luogo il giorno dopo sarebbe partita la cerimonia militare e i festeggiamenti per il duemilasettecentosessantesimo compleanno della Città Eterna. L'imperatore Gaio Cesare Novio sarebbe stato alla testa del corteo e quest'anno i messaggi di morte a lui indirizzati e arrivati in tutte le forme, cartacee, video o elettroniche da ogni angolo del globo, avevano messo in agitazione molte persone. Ovviamente, lo Spectrum aveva un piano segreto per difendere l'imperatore ed era a conoscenza di notizie allarmanti relative a qualche attentato che avrebbe dovuto colpirlo durante i festeggiamenti. Aurelio rispose confermando l'appuntamento, quindi spense il computator proprio mentre gli assistenti di volo annunciavano ai passeggeri che l'aereo si trovava già su Roma. Non poté fare a meno di girare la testa e guardare fuori dal finestrino. Nonostante non fosse certo la prima volta che vedeva la capitale dell'Impero dall'alto, quello spettacolo non mancava mai di mozzargli il fiato, e non se lo sarebbe perso per nessuna ragione al mondo. La prima visione che ebbe fu ovviamente quella dell'imponente mole di Vrbs Aeterna: la torre-faro più alta esistente (più di 500 metri), modellata a forma di ascia bipenne e rivestita di bianco e che vista dall'alto era un panorama assolutamente spettacolare. Essa fu completata e inaugurata con solenni festeggiamenti con delegati da tutte le province dell'impero sette anni prima, il 1 gennaio 2753 aUc. La torre sorge su un isolotto artificiale di fronte il lido di Ostia collegata alla terraferma da un poderoso ponte d'acciaio lungo 2 Km a campata unica, simile al ponte sullo stretto di Messina inaugurato venti anni prima, che è stato subito reso famoso in tutto il mondo dato che è attualmente raffigurato sui pacchetti di una notissima marca di gomme da masticare (pubblicizzate come la "gomma del ponte"). La torre Urbs Aeterna sostiene, a 500 metri dal suolo, un gigantesco faro che emana una luce visibile per centinaia di chilometri, tanto che la sua luce arriva fin oltre la Sardegna. Il faro ruota il fascio di luce al fine di compiere un giro completo in 7,53 secondi per ricordare l'anno di edificazione di Roma, 753 a.C.. Una strada lastricata di marmi policromi di Carrara conduce al ponte e riporta, per ciascun lato, venti illustrazioni raffiguranti l'espansione di Roma partendo dal colle Palatino fino a inglobare l'intero globo terracqueo. L'ingresso alla torre è sormontato da cinque sculture raffiguranti le cinque capitali che si sono susseguite a periodi alterni nella tri-millenaria storia romana, partendo dal piccolo regno capitolino, passando per l'epoca repubblicana, per il primo e Secondo Impero fino ad arrivare all'attuale Terzo Impero: Roma, Costantinopoli, Pechino, Lutetia Parisiorum e Nova Eburacum. Anche la torre è stata decorata esternamente con la rappresentazione degli episodi più importanti accaduti nei 2750 anni di storia romana e al suo interno ospita un museo visitabile gratuitamente da tutti i sudditi contenente le videoregistrazioni digitali che narrano, a eterna memoria, la storia dell'umanità: dalla nascita di Roma per opera di Romolo sul Colle Palatino fino ai giorni nostri. In cima alla torre dentro il faro sono conservate, all'interno di un sarcofago di marmo, le ceneri di Romolo attribuite all'edificatore della Città Eterna anche se gli storici non hanno dato parere unanime e non si hanno prove certe in tal senso. Ciclicamente, a distanza di 7 secondi e 53 decimi la torre trasmette, tramite un potentissimo radiofaro, la frase "Roma Caput Mundi, Imperium Romanum Universalis" sulle frequenze di 753 chilocicli, 7.53 megacicli e 753 megacicli ascoltabile da qualsiasi ricevitore longdictor in tutto il mondo e perfino dalla stazione spaziale imperiale "Caput Mundi" in orbita attorno al nostro pianeta. Un fascio di luce coerente si alza perpendicolare dal tetto della torre verso l'universo infinito che attende con ansia la razza umana finalmente in pace. Poi l'aereo virò, superando Vrbs Aeterna e sorvolando finalmente la capitale mondiale. La città era immensa e sembrava estendersi in tutte le direzioni. Nel corso dei secoli si era ingrandita a dismisura, inglobando Ostia, le pittoresche cittadine edificate sui castelli romani e tutti gli altri centri abitati vicini; con i suoi 20 milioni di abitanti era la città più popolosa al mondo, superando i 15 milioni di abitanti di Augusta Atzeca, i 12 milioni di abitanti di Nova Eburacum, gli 11 milioni di Lutetia Parisiorum e i 10 di Londinium. Aurelio la osservò estasiato, ammirando i numerosissimi monumenti che, grazie al costante restauro cui erano sottoposti, continuavano a sfidare il tempo perfettamente intatti: il Colosseo abbellito da una cupola di cristallo che protegge gli spettatori dalle intemperie, il Circo Massimo che può contenere centocinquantamila persone, il mausoleo di Adriano e molti altri ancora; anche i marmorei edifici del Foro Romano, nei quali si continuava a svolgere la maggior parte della vita politica della città, si ergevano in tutto il loro splendore. Sul Palatino sorgeva un edificio colossale, fatto di marmo candido e sorretto da colonne ciclopiche; si trattava del Summum Templum, il più grande tempio mai costruito in onore della dea Vesta, ed era così enorme da essere visibile con appositi strumenti ottici perfino dalla stazione spaziale imperiale "Caput Mundi", in orbita attorno al nostro pianeta da quasi trenta anni e abitata stabilmente da venti scienziati provenienti da ogni angolo dell'Impero o dalla base lunare "Nova Roma" attualmente in fase di costruzione da parte dell'Imperiale Agenzia Spaziale Romana. Aurelio si sentì eccitato come un bambino mentre l'aereo sorvolava la gigantesca costruzione della Domus Aurea sul Palatino, sede della famiglia Imperiale da quasi duemila anni. Più oltre, vicino al centro città nel quartiere di Castro Pretorio, vide il grande quadrilatero grigio della stazione centrale Augusta, la più grande stazione ferroviaria del mondo, dalla quale partivano i rapidissimi treni a levitazione magnetica diretti in ogni angolo d'Italia e d'Europa. Essa era anche il centro nevralgico della metropolitana di Roma, che si estendeva sottoterra per ben dieci livelli; la più estesa mai realizzata, con ben ventitré linee interamente automatizzate. I treni, infatti, non avevano bisogno di piloti, poiché erano controllati da un potente supercomputator situato proprio all'ultimo livello di Augusta. L'aereo passò oltre, puntando verso l'antica periferia vicino alle coste laziali, dove si trovava l'aeroporto internazionale Aquilae Immortalis. Guardando verso le colline ai confini meridionali della città, Aurelio scorse un'ampia area delimitata da un alto muro, all'interno della quale vi erano dozzine di edifici dalle forme bizzarre. Ai piedi della collina presso la quale sorgeva quello strano complesso si ergevano decine di grandi stelle di metallo dorato, disposte in modo da formare la costellazione della Lupa, la più importante nell'astronomia romana. Aurelio riconobbe subito quel luogo e come non poteva riconoscerlo: si trattava di Urbs Imaginis, la città del cinema famosa in tutto l'impero, nella quale vivevano gli attori e i registi più amati ed erano girate le pellicole più spettacolari poi trasmesse nei longvision di tutto il mondo. L'aereo oltrepassò anche Urbs Imaginis, abbassandosi ulteriormente e preparandosi all'atterraggio. Aurelio si staccò dal finestrino e allacciò la cintura di sicurezza. Era meraviglioso essere di nuovo a casa!
Aurelio camminava spedito lungo uno dei marciapiedi di Piazza dell'Impero; era ormai sera e faceva piuttosto freddo considerato la stagione, ma per lui non era un problema, poiché era ben coperto da una pesante giacca di pelle. Mentre camminava ammirò la piazza intorno a sé, la quale traboccava di traffico e di vita. Gruppi di ragazzi attraversavano la strada ridendo, tra le imprecazioni degli automobilisti. Grossi mezzi pubblici caricavano e scaricavano passeggeri alle fermate. Paninari sorridenti vendevano cibo a destra e manca dai loro chioschi colorati. Il tutto era sovrastato dall'imponente mole dell'Ara Legionarii, il marmoreo monumento fatto costruire centocinquanta anni prima, nel lontano 2608 aUc, dall'allora Imperatore Giunio Massimiliano IV per celebrare e commemorare le centinaia di migliaia di soldati romani caduti durante la Grande Guerra contro le province cinesi che avevano dichiarato la secessione dall'Impero di Roma, conflitto durato più di dieci anni per concludersi con quasi un milione di vittime tra militari e civili e con il riassorbimento delle province ribelli nell'Impero. L'edificio, interamente bianco, era decorato da numerosissime statue in bronzo raffiguranti dei della guerra alla guida dei loro carri e legionari in atteggiamento da battaglia. Era separato dal resto della piazza da un'alta cancellata di ferro, e sulla facciata anteriore era dotato di un'ampia scalinata d'ingresso, sopra la quale, appese a delle aste, sventolavano le bandiere purpuree con l'aquila dorata. In cima alla scalinata c'era una serie di bracieri fiammeggianti mantenuti costantemente accesi, e accanto a essi montavano la guardia i vessilliferi; erano armati di lunghe lance, avevano il capo coperto da pelli di lupo e con il viso che emanava un'aria perennemente minacciosa. Quella scena solenne strideva notevolmente con il caos della piazza sottostante, pensò Aurelio divertito. Affrettò il passo. Ormai mancavano pochi minuti all'appuntamento. Attraversò rapidamente la grande piazza e giunse davanti al museo delle cere, all'imbocco di Via dell'Impero. Era lì che doveva incontrarsi col suo superiore. Quest'ultimo non si fece attendere:
"Sono contento di vederti, Aurelio. Mi sembri in gran forma!" disse una voce alle spalle dell'agente. Aurelio si voltò e si trovò davanti Marco Servilio, il suo diretto superiore allo Spectrum. L'uomo indossava un completo nero di una certa eleganza, e pareva insensibile al freddo. Portava anche un paio di occhiali scuri modello Argus III, speciali lenti collegate a un microprocessore bionico situato nel nervo ottico che gli permettevano di vedere senza problemi nonostante la cecità. Servilio, infatti, aveva perso la vista alcuni anni prima nel corso di una pericolosa missione in Sudafrica per sventare un attentato al console locale da parte del terrorista Nerone Mandela, poi catturato e giustiziato dai servizi segreti romani, ma grazie a quell'innovativa tecnologia il suo problema fisico era stato brillantemente risolto. I due uomini si sorrisero e si strinsero calorosamente la mano.
"Facciamo una passeggiata" disse tranquillamente Servilio; "Volentieri" rispose Aurelio. I due si incamminarono lungo Via dell'Impero, la quale era affollata quanto la piazza. Era per quello che l'avevano scelta come punto d'incontro; in mezzo alla folla e alla confusione c'erano meno rischi di essere seguiti o ascoltati da eventuali spie.
"Innanzitutto ti faccio i miei complimenti", iniziò Servilio, "L'operazione di Nova Eburacum è stata un successo molto importante, e grazie a essa abbiamo inflitto un duro colpo al traffico internazionale di neo-oppio."
"Ti ringrazio", replicò Aurelio sarcastico, "Ma non penso che tu abbia voluto vedermi solo per congratularti con me; c'è dell'altro e una nuova missione in vista, immagino..."
"Immagini bene" confermò, infatti, l'altro abbozzando un mezzo sorriso, "Ma si tratta di una missione molto più importante e pericolosa di quella che hai appena portato a termine e di ogni altra alla quale tu abbia finora partecipato. Inoltre è segretissima, classificata a livello Omega."
Dentro di sé Aurelio ebbe un moto di frustrazione ma riuscì a nasconderlo: aveva sperato di godersi alcune settimane di meritato riposo, e invece ecco che veniva subito catapultato in un'altra avventura. Del resto, sapeva che la difesa della patria era molto più importante dei suoi interessi personali. Era il motivo per cui amava il suo lavoro.
"Nessun problema", confermò l'agente, "Sono pronto ad affrontare qualunque pericolo, come sempre."
"Ne sono felice" ribatté Servilio con voce improvvisamente cupa "Perché stavolta avrai bisogno di tutto il tuo coraggio e di tutta la tua fortuna per uscirne intero."
"Di che si tratta?" domandò Aurelio.
"Vieni con me e saprai tutto" rispose Servilio conducendolo in un locale poco distante.
* * *
"Immagino che la stanza sia schermata" chiese Aurelio sentendosi rispondere un "Ovvio, per chi mi hai preso?" Dal suo superiore che evitava di guardarlo negli occhi quasi non avesse il coraggio di parlare.
"Avanti, ti ascolto", lo sollecitò il sottoposto, "C'è qualche attentato in vista ai danni di Novio?", Chiese trepidando l'agente segreto.
"No, o almeno non è quello che pensi. In realtà c'è un attentato in corso ma non è per uccidere l'Imperatore o qualche politico ma per distruggere l'intero mondo che conosciamo... Roma potrebbe sparire per sempre!"
Aurelio non sapeva se ridere o disperarsi udendo le parole catastrofiche del suo superiore. Chi poteva distruggere per sempre un Impero nato duemila anni prima e che si era esteso, tra alterne vicende, momenti di apogeo, crisi e rinascite, fino a inglobare l'intero pianeta?
"Le tue parole sono molto pesanti, Servilio, e ti pregherei di spiegarti meglio. Sono forse arrivati gli alieni dal pianeta Olimpo, come credono quei pazzi fanatici delle sette apocalittiche? Oppure, dopo Gesù, bar Kochba e Maometto è arrivato un altro Messia che predice vanamente la fine del nostro Impero? I cristiani ancora sono in attesa che il loro Gesù distrugga la Città Eterna anche se dopo duemila anni non sono poi molti i sudditi che invece di praticare il paganesimo come il 90% della popolazione imperiale seguono i dettami cattolici, anche se sono liberi di professare la loro fede fin dai tempi di Costantino il Grande. I musulmani sono una minoranza, ora ne è arrivato un altro di Messia?"
"Non si tratta di questo, Aurelio. Purtroppo non parliamo di religione o credenze popolari ma di scienza..."
"Servilio, vuoi dire che qualcuno ha creato un'arma più potente della bomba ad antimateria che è attualmente in fase di studio da parte dell'Istituto imperiale delle Scienze?"
"Nessuna bomba Aurelio, la distruzione sarebbe di carattere sociologico e non fisico. Vengo al punto: un certo Marco Aurelio Terenzi, scienziato indipendente nativo proprio di Roma e che vive attualmente oltreoceano e precisamente a Augusta Atzeca nella provincia di Terranova, ha fatto una scoperta sensazionale che fortunatamente è ancora segreta. Egli ha scoperto un Universo Parallelo, un mondo esattamente uguale al nostro, ma dove l'Impero Romano è miseramente crollato da più di millecinquecento anni!"
"Stai scherzando vero Servilio? Roma caduta? Sai bene che è storicamente impossibile che un Impero come quello romano possa essere caduto millecinquecento anni fa, ossia nel periodo di massima espansione. Abbiamo tutti studiato le gloriose guerre in India contro l'impero kushano che fu assoggettato dalle imbattibili aquile romane nel 1148 aUc da Teodosio Augusto, ti ricordi sicuramente della secolare guerra con l'impero cinese, poi assorbito da Roma nel 1522 aUc, per non parlare dell'espansione in Africa quando le nostre legioni stremate dalla fame e dalla malaria riuscirono ugualmente a superare il fiume Congo armate di cannoni qualche decennio più tardi. È vero, l'impero ha conosciuto crisi, secessioni e ribellioni ma le ha sempre superate brillantemente come è accaduto con il tentativo di secessione delle province di Terranova tre secoli fa o con le province cinesi durante la Grande Guerra. E ora tu mi vieni a dire che esiste un mondo parallelo, dove presumibilmente esistono delle copie di noi stessi e che ha visto la fine della supremazia romana?"
"So che può sembrare incredibile Aurelio, ma effettivamente è così. In questo strano mondo parallelo sembra che il punto di divergenza storica con il nostro sia stato all'epoca dell'Imperatore Adriano. Anche nella nostra storia Elio Adriano ebbe la tentazione di rinunciare alle conquiste oltre Eufrate del suo predecessore, giudicate troppo difficili da mantenere con la armi, rinnegando la politica estera di Traiano, ma poi cambiò idea e si affrettò a romanizzare le tre nuove province di Armenia, Assyria, Mesopotamia e a progettare l'annessione della Caledonia abitata dagli Scoti, onde porre definitivamente un argine alle scorrerie dei Pitti e degli Scoti che minacciavano le città e gli insediamenti romani nel settentrione della Britannia. Come ti ricorderai, intraprese le famose "guerre britanniche" contro le fiere tribù del Nord della Britannia che durano fino al 889 aUc, cioè praticamente per tutta la durata dell'Impero di Adriano. Ebbene, nel mondo parallelo la "svolta di Adriano" non è mai avvenuta: egli rinunciò definitivamente e incredibilmente alle province oltre Eufrate del suo predecessore, non intraprese mai le guerre britanniche ma pose un vallo difensivo sulla stessa isola, che poi segnò il confine settentrionale di massima espansione di quell'impero. Adriano pose fine al periodo delle conquiste dell'Impero Romano che nei secoli successivi iniziò una lenta ma decisa decadenza politico-economica che portò poi a seguito di invasioni barbariche sempre più cruente alla sua caduta nell'anno 1229 aUc! Questa caduta causò l'inizio di un oscuro periodo di decadenza denominato Medioevo, un periodo che vide uno stato pontificio con a capo il Papa di Roma supplire alla mancanza del potere centrale imperiale. Sempre in questo bizzarro universo sono nati, al termine del Medioevo, una serie di stati nazionali che poi hanno continuato a farsi guerra tra loro incendiando l'Europa e il mondo e dimenticando la loro comune appartenenza all'antico Impero di Roma. In questo strano universo alternativo il latino è stato soppiantato da nuove lingue, in particolare francese e inglese; Terranova, lì chiamata America è stata conquistata dai britannici che poi sono stati sconfitti durante la loro guerra di indipendenza, in Russia una cosiddetta rivoluzione comunista ha fatto nascere l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la cui competizione con gli americani ha portato, nel nostro secolo alternativo, il mondo sull'orlo di una catastrofe nucleare e l'Italia...Beh lasciamo perdere..." Aurelio restava impassibile a guardare il suo superiore con gli occhi sbarrati e incapace di credere a quello che stava udendo.
"Vuoi dire che l'Italia, la culla della civiltà del nostro mondo, è rimasta invece divisa e soggiogata dalle potenze straniere dalla caduta dell'Impero Romano in quel mondo alternativo? " Domandò Aurelio intuendo già quale fosse la risposta.
"In quel mondo contano solo i cosiddetti Stati Uniti d'America, che occupano la parte settentrionale del nostro continente Terranova. L'Italia e Roma sono solo una meta turistica e conservano le rovine di un passato glorioso..." Confermò tristemente Servilio.
"Ora capisco quello che volevi dirmi, quando hai parlato di bomba sociologica... Nel nostro mondo non è concepibile la fine dell'Impero e se ciò accadesse sarebbe anche la fine della pax romana universalis alla quale siamo ormai abituati. Scoppierebbero continuamente guerre per le risorse idriche, per il petrolio, o addirittura per motivi religiosi, cose inconcepibili da noi e che probabilmente accadono in quel mondo alternativo. Come possiamo evitare un contatto tra i due mondi?"
"Aurelio, il contatto è già avvenuto purtroppo e tu devi cercare di mettere a posto le cose!"
"Ti ascolto Servilio, come posso fare?"
"Devi sapere, Aurelio, che lo scienziato Marco Aurelio Terenzi si trova attualmente nel mondo alternativo ed è giunto a esso per mezzo di un convertitore quantistico che ha creato una distorsione lineare del continuum spazio-temporale. Ora vive su quel mondo, nella Roma alternativa. Si fa chiamare Marco Di Renzi e sta studiando quella società per poi tornare nel nostro universo e divulgare le sue ricerche. Devi assolutamente impedirgli di tornare, abbiamo ancora un prototipo del suo apparecchio, tu puoi usarlo per raggiungerlo. Una volta arrivato su quel mondo dovrai distruggere il tuo apparecchio e anche il suo. Sarete così intrappolati nell'universo parallelo e non potrete tornare qui da noi data l'arretratezza scientifico-tecnologica che alberga lì. Nessun suddito imperiale verrà così a conoscenza di quel mondo e la nostra società sarà salva."
Aurelio sospirò tristemente:
"Ma anche io non potrò più tornare nella mia adorata Roma? Dovrò vivere in un mondo barbaro, primitivo, violento...""È un piccolo prezzo da pagare per la salvezza di Roma non credi, Aurelio?" Ribatté il capo.
"Hai ragione Servilio, il bene dei molti conta più di quello dei pochi..."
"O di uno mio caro Aurelio. Vai e fai il tuo dovere per Roma. Io non ti dimenticherò mai. Tu salverai l'Impero... per merito tuo la Città Eterna non vedrà mai... la Fine dell'Eternità!"

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La parola passa a Silvio Poletto:
Il Codice della Vita
Il tempo è sempre esistito. Come lo spazio. Lo spazio non ha mai avuto un origine. Diverse sono le ipotesi della vita secondo gli scienziati. Ma non sanno niente. La “ricetta” della vita è: carbonio, acqua, glucosio ed areycon. L’areycon è un gas piuttosto raro che si trova nella galassia nel cigno e nella costellazione dell’Idra. Se poi dovrei citarne tutte le altre fonti non smetterei più visto che ci sono infinite stelle e galassie.
Il popolamento della Terra è dovuta all’arrivo degli Atlantidei. Loro hanno popolato Marte dove era nata la vita prima della Terra. L’ arrivo dell’acqua su Marte è stata dovuta alle diverse cadute di comete piene di neve e ghiaccio provenienti dall’universo. Dentro a queste comete c’era dell’areycon così che nel giro di qualche mese le prime forme di vita sono nate e hanno dato inizio al loro ciclo. Praticamente le cose stavano andando come sarebbero andate le cose sulla Terra. Dopo milioni e milioni e milioni di anni finalmente nacquero quello che poi un giorno sarebbero stati gli Atlantidei.
Dopo tre milioni di anni di evoluzione, finalmente arrivano allo stadio finale dell’evoluzione, e così le prime civiltà cominciano a popolare il pianeta. Così seguirono le prime grandi guerre fino ad arrivare alle guerre futuristiche con armi di massa come la bomba atomica o quella a idrogeno fino ad arrivare al degrado completo del pianeta. Quindi costruirono diverse navi spaziali per cercare di salvare tutta la loro gente e di trasferirsi sulla Terra. A quel tempo la Terra era popolata già dai dinosauri e parliamo del Cretaceo Superiore. Ma con la stessa indole che accompagna qualsiasi forma vivente intelligente, gli Atlantidei cominciano a cacciare i dinosauri fino a farli estinguere. Non c’era più un solo dinosauro in tutta la Terra. Gli unici animali rimasti erano gli uccelli, i mammiferi e gli insetti con qualche rara lucertola ma dalle dimensioni non più gigantesche dei dinosauri.
Così passarono altri milioni di anni e gli Atlantidei si erano evoluti ulteriormente. Combatterono delle guerre disastrose ma riuscirono sempre a rimediare il danno. Con l’arrivo dell’Homo erectus, gli Atlantidei decisero di insegnare a questi ominidi così simili ai loro antenati a padroneggiare l’arte del fuoco. Così velocizzarono l’evoluzione dell’uomo in maniera impressionante. Dopo circa un milione di anni dopo l’Uomo di Neanderthal tormentò la specie umana appena nata e quindi gli Atlantidei, considerati dai sapiens delle divinità, accorsero in loro aiuto. Insegnarono loro l’arte della guerra e così riuscirono a vincere contro i Neanderthal che si estinsero per sempre. Intanto coppie miste tra Atlantidei e uomini cominciarono a nascere creando l’homo sapiens sapiens. Furono quindi anche responsabili dell’intelligenza così sviluppata degli uomini. Ma, a lungo andare ci fu una legge che vietò aiutare gli uomini. Tanti comunque disobbedirono e aiutarono gli Egizi a creare le piramidi, aiutarono i Maya e gli Aztechi a costruire i loro templi e infine gli Atlantidei decisero di andarsene dalla Terra: avevano cambiato troppe cose e ormai avevano esagerato.
Quindi costruirono nuove navi spaziali ma usarono per andarsene buchi neri artificiali. Ma prima di andarsene distrussero tutte i loro cimiteri e distrussero tutte le loro città buttandole nell’oceano Pacifico. Quindi partirono. Ma ancora oggi, tutti quei avvistamenti U.F.O. sono dovuti agli Atlantidei che ancora oggi ci studiano e ci osservano.
Una cosa rimane ancora misteriosa però: esiste Dio? Non si sa, e nemmeno questo codice potrà mai svelarlo...
Silvio Poletto
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E ora, la parola a Iacopo Maffi:
Recentemente ho avuto più tempo per scrivere narrativa. Qui sotto c'è il racconto cornice di una cosa che sto scrivendo, ho pensato che vi potesse interessare.
La Lettera di Sicod
Cari studenti,
allegati a questa lettera che
state leggendo troverete i materiali che noi Diaconi vi proponiamo per la
dissertazione conclusiva del vostro corso di studi.
So che tutti voi vi siete preparati diligentemente, approfondendo il curriculum
della nostra scuola negli aspetti che risultavano di volta in volta più
congeniali alla vostra formazione e al vostro progetto di ricerca. Vi siete
formati a lungo e con cura, e avete sviluppato tutte le competenze tecniche
richieste a uno storico. Ora è giunto il momento per voi di dimostrare quanto
valete. Non vi state mettendo alla prova: la prova è stato il percorso di studi
e dibattiti che abbiamo vissuto insieme fino a qui. Si tratta di dare prova
esplicita del valore che so che voi avete, e che spero abbiate capito, o
capirete, di avere.
Non vedo l’ora di leggere i vostri lavori insieme ai miei colleghi Diaconi!
Tutti noi siamo davvero curiosi di vedere ciò di cui siete capaci. E abbiamo
bisogno di voi, ragazzi miei. Abbiamo bisogno della vostra ricchezza e della
vostra preparazione e del vostro entusiasmo: mentre la nostra generazione si
avvia verso il tramonto è per noi rassicurante e esaltante insieme assistere
all’alba della vostra. Chissà quali punti di vista nuovi e originali ci
porterete! E chissà quante meravigliose conquiste della nostra materia ci
perderemo, noi anziani, noi le cui facoltà saranno già declinanti quando le
vostre saranno allo zenit. Non c’è nulla di più malinconico di questo pensiero,
per un anziano professore come me.
Ma in alto i cuori, e al lavoro.
Il materiale proposto, come sapete, è del tutto inedito. Recentemente una
Diaconessa anziana, l’Onorevole Plequada alla quale va la nostra gratitudine, ha
potuto acquisire un archivio della nostra scuola che si riteneva perduto. Con un
lavoro di restauro lento e tenace, è riuscita a ricostruire parte della
corrispondenza tra due nostre colleghe, che lavorarono nella generazione
successiva all’epoca del Tiranno, quando la nostra scuola ancora doveva essere
fondata. Anzi, sappiamo per certo che una di loro fu strumentale alla fondazione
del gruppo che diede origine alla nostra scuola, e, ancora più affascinante, nel
carteggio che leggerete si parla dei loro Maestri. Sono certo che le
implicazioni di ciò sulla vostra dissertazione sono chiare a tutti voi, ragazzi
miei. Lasciate che vi presenti le due storiche di cui presto andrete a leggere
le parole.
Della Maestra Liuva conoscevamo pochissimo, fino alle recenti scoperte
dell’Onorevole Plequada. Il suo nome ci era noto, certo, e avevamo alcuni
frammenti di una silloge di documenti amministrativi relativi alla Città di
Pietra, raccolti subito prima e subito dopo l’epoca del Tiranno. Alcune
citazioni della sua compagna di studi Senna sembravano indicare che fosse tenuta
in grande stima, ma i rapidi e brutali sommovimenti successivi alla fine di quel
periodo storico causarono come sapete danni tremendi alla letteratura della
nostra materia. Come vedrete, ora di lei sappiamo molto di più, e quanto abbiamo
scoperto ci permette di definirla una vera Maestra della nostra scienza.
L’Onorevole Plequada sta curando un’edizione critica dei testi di Liuva
ritrovati nell'archivio di cui s’è detto, alla quale sto contribuendo per come
mi consentono le mie forze. Ora di lei sappiamo che il suo campo di indagine
d’elezione era la storia e la vita dell’uomo che è chiamato Tiranno, colui che
col suo nome ha battezzato un’intera epoca del mondo. Un ritratto di costui
costruito a partire da fonti di prima mano e da testimonianze raccolte dalla
stessa Liuva sarà presto pubblicato da Plequada e me. Ancora più importante,
abbiamo ora un’idea precisa delle ragioni che portarono alla distruzione di
parte dell’Opera di Liuva e alla sua damnatio: questa grande Maestra aveva
redatto e pubblicato gli archivi segreti di Sixa, capo delle spie del Tiranno.
Il nome della Maestra Senna vi è invece arcinoto, se non altro perché campeggia
nella Stele Dedicatoria del nostro chiostro piccolo. Le notizie biografiche su
di lei sono senza dubbio più ricche. Sappiamo dalla Stele e dai nostri archivi
che era medico, e che aveva rinunciato alla pratica di quell’arte per dedicarsi
prima allo studio della storia della medicina, e poi alla studio della storia in
generale. Come sapete la linea di indagine integrazionista fa risalire proprio
al Circolo di Senna l’intuizione che la Storia sia una forma di Guarigione,
intuizione che poi ha strutturato il lavoro fondazionale della nostra Scuola.
Fino a oggi sapevamo molto degli effetti del lavoro della Maestre Senna e
relativamente poco delle condizioni in cui si era sviluppato e delle cause che
l’avevano portata ad approfondire un tema astratto e complesso: la Storia delle
Fate. Oggi possiamo dire di avere una comprensione più completa della sua Opera,
oltre a poterne dare più certa collocazione cronologica.
Leggerete dunque parte del fitto dialogo intellettuale tra queste due Maestre,
in particolare la parte nella quale si scambiano informazioni e opinioni su uno
specifico circolo culturale legato all’Alta Scuola di Guarigione della Città di
Pietra. Occorre dunque che vi presenti anche le figure che compongono questo
affascinante circolo, del quale, fino alla scoperta dell’Onorevole Plequada, non
sapevamo quasi nulla.
La prima figura alla quale voglio introdurvi è senza dubbio assai famosa, e
fumosa. Si tratta di Nino, il medico personale del Tiranno negli anni della sua
ascesa. Come sapete tutti si tratta di un personaggio di immenso prestigio, al
quale sono attribuite doti quasi taumaturgiche, nonché un numero incalcolabile
di apoftegmi medici anche triviali. Quale taverniere non serve la Tazza di Nino
ai suoi ospiti, la mattina successiva a qualche eccesso di baldoria? Quale delle
vostre nonne non vi ha costretto a inghiottire l’Olio di Nino, quando eravate
infanti indifesi? E non vengono forse le sanguisughe di palude chiamate Dame di
Nino, o non si dice delle arance ammuffite che sono buone per Nino? Fonte di
grande imbarazzo per noi storici è sempre stato il non saper dettagliare la vita
di questo personaggio senza dubbio storico, di cui sapevamo molto meno che del
suo illustre paziente -almeno fino ad ora. Non solo: ora possiamo affermare con
assoluta certezza che non v’è nulla di mitologico nell’attribuire a questo Nino
la fondazione delle scuole mediche della Città di Pietra e di Ultimo Ponte, e
possiamo sostanziare con qualche dato l’affermazione apparentemente illogica e
fantasiosa che Nino avesse rubato il suo potere di guarigione dalle Fate.
Gli altri tre autori dei testi discussi dalle Maestre Senna e Liuva sono tre
allievi di Nino.
La prima ci è nota solo per un’iscrizione dedicatoria conservata presso la
Scuola di Medicina di Ultimo Ponte, dove il suo nome appare a fianco di quello
di Nino: si tratta di Ayau. A Ultimo Ponte si conservano alcuni testi classici
di medicina che fanno riferimento a lei come Maestra in quest’arte, che avrebbe
trasmesso il suo sapere agli estensori di quei manuali, ma nulla di più.
Gli altri due personaggi erano ancora più oscuri. In uno dei luoghi dove la
superstizione popolare venera una supposta Tomba di Nino, cioè nel paese di
Siepi Scure, si trova una lapide intitolata a un certo Yoman. Uno Yoman compare
anche nel carteggio che esaminerete. Forse ora si potrà stabilire che Siepi
Scure è incontrovertibilmente il luogo di sepoltura di Nino. Di Totu non
sapevamo nulla, e questo vi apparirà tanto sorprendente quanto la più manifesta
delle rivelazioni, quando scoprirete del suo ruolo e della sua rilevanza. Tale è
il nostro mestiere, che insegna una sensibilità speciale per l’Assente.
Chi erano dunque queste tre persone? Erano gli allievi prediletti di Nino.
Ayau era docente di medicina nella scuola da lui fondata, e prese il suo posto
come Diacono della scuola. Una donna dotata di spirito, energia, fortuna e, come
vedrete, sagacia.
Yoman era forse l’allievo prediletto del Maestro, e esercitò il suo mestiere, ma
soprattutto quello di maestro dei bambini, nel piccolo e sperduto villaggio di
Siepi Scure.
Totu era colui che prese il posto del suo Maestro come medico personale del
Tiranno, e era con il Tiranno quando giunse la sua fine.
Vi sono altre quattro persone che incontrerete, sulle quali non mi dilungherò:
Godwy, la strega del villaggio di Caldera; Olwon, un’amica d’infanzia di Nino, e
Vosvin, la cui rilevanza apparirà nel prosieguo; della quarta figura, chiedendo
venia, non riporto il nome. Esplorare i rapporti di queste quattro figure con il
giovane Nino ci permetterà di comprendere a fondo la personalità e i moti
profondi dell’animo di uno dei grandi protagonisti dell’epoca del Tiranno.
E come è affascinante ammirare quest’epoca dispiegarsi davanti ai nostri occhi,
seppure solo per il tramite della parola scritta! Che emozione poter accostare
la realtà di quel periodo attraverso la viva voce di testimoni che ne conobbero
i protagonisti, e non attraverso la mediazione della mitologia e della
superstizione.
A voi, cari ragazzi, affido questo compito. C’è una parola che ho usato molto
nel nostro corso, tanto che so di essere anche bonariamente preso in giro da
alcuni di voi (ma non vi crucciate, siete in buona compagnia, con i vostri
maggiori e anche con i miei colleghi Decani). In questa parola sta il compito
che vi affido: incuriositevi. Lasciate che il testo che abbiamo il piacere di
proporvi susciti in voi tutte le domande possibili. Quando le domande saranno
ribollite dentro di voi, quello sarà il momento di approfondirsi ancora di più
nel testo, e di cercare tutte quelle domande che sono sfuggite alla vostra prima
attenzione. Solo quando avrete esaurito il pozzo delle questioni, potrete
dedicarvi con metodo e pazienza (quel metodo e quella pazienza che avete
imparato in questi anni) a cercare quelle risposte che il testo offre, o a
costruire strumenti per produrre quelle che il testo non contiene. Se farete
bene questo lavoro, contribuirete alla migliore delle opere, cioè alla fatica
della mente umana che si impegna nel conoscere se stessa attraverso la propria
Storia.
Se siete fortunati troverete risposta a tutte le vostre domande. Ma ciò
significa che il vostro lavoro di ricerca delle domande poteva essere più
approfondito. Se sarete ancora più fortunati, fallirete nel risolvere tutte le
questioni che avrete sollevato, e rimarrete in qualche modo delusi. Questo è il
destino di noi indagatori del passato. Non abbiamo che rovine, da stringere. La
grande architettura del senso del momento presente, che si costruisce attraverso
il lavoro coerente di milioni di singolarità umane, è completamente spazzato via
e mandato in frantumi dal vento se muove la Storia, e molti di quei frantumi, di
quei ruderi del significato, svaniscono per sempre sotto gli occhi attoniti dei
loro stessi creatori, e dopo poco svanisce anche la memoria dell’edificio che
costituivano, e dei ruderi stessi, e la memoria di quella memoria, per sempre.
Se delle vestigia del passato sopravvivono è solo grazie allo sforzo quasi
eroico di un pugno di donne e uomini che cagliano il tempo presente e ne
precipitano una parte, in forma di documenti. A questi additivi acidi della
Storia non possiamo che offrire la nostra riverenza, che essi sono i creatori
della nostra materia… ma il desiderio di sapere, di capire, che essi ci
suscitano non può che condurre alla frustrazione. Nessuno saprà mai tutto. Il
più è perduto.
“Non lo so” è la risposta a molte nostre domande, e alle migliori di esse, a
volte. E non sapremo. Presto riceverete il vostro lauro magistrale. Ma essere
veri storici, come essere veri medici, è una conquista interiore. Vero storico
tra di voi sarà solo chi elaborerà il lutto di non poter sapere tutto, di non
poter scoprire tutto. Quando avrete accettato che il documento non contiene
molte delle risposte che cercate, ma solo quelle che gli è dato contenere,
allora il vostro tirocinio sarà concluso.
Questo attende voi, dunque, e i vostri colleghi che si stanno laureando alla
Scuola di Medicina: l’ultimo confronto con la Morte. Solo questo ci rimane da
insegnarvi, a noi che vi offriamo i nostri più sinceri auguri e che rimarremo
sempre
i Vostri Maestri, tra cui io, Sicod, Decano della Scuola di Storia della Città di Pietra.
.
Questo è il commento in merito di Bhrg'hros:
Lo scopo della Scienza
Storica dovrebbe essere il Demone di Laplace, no? Storiografia ed Escatologia
(in particolare il secondo Nŏu̯ĭssĭmŭm) convergono...
Ma che cosa fare negli almeno 250˙000 anni che ci separano da quel traguardo?
Già da tempo possiamo fondere la Storia Evenemenziale con la Storia Naturale (la
Ricostruzione glottologica, per esempio, è il caso più ‘umano’ di Storia
Naturale, a motivo delle Leggi Fonetiche, anche se queste sono fatti
storico-sociologici, non vere leggi biologiche), ma la frustrazione resta
totale.
Naturalmente, sarei curiosissimo di conoscere meglio l’ambientazione nella Città
di Pietra (che è anche il significato del nome forse cassitico di Babilonia)
.
E Iacopo gli risponde:
Che fortunata coincidenza, la
Città di Pietra è proprio ispirata a Babilonia e a quel tipo di centro politico
storico ampiamente stratificato che ha la capacità di assimilare i propri
conquistatori. Il nome "Città di Pietra" è uno pseudonimo corrente, perché
nell'ambientazione del racconto vige un tabù culturale forte, ma in via di
superamento, sui nomi propri. I nomi propri sono usati liberalmente solo da
persone che vogliono fare mostra di aver superato le vecchie superstizioni o
sfoggiare cultura scientifica. Per le persone comuni l'uso dei nomi propri è
riservato ai familiari più stretti, agli amici intimi o a alcune figure storiche
per le quali il tabù è caduto. Per i nomi propri di luoghi e di divisioni
cronologiche il tabù è stato così forte e duraturo che molte città sono note
solo col soprannome, e il calendario è un vero disastro.
Per quanto riguarda il Demone di Laplace (o la Fata di Laplace) potrei dire che
questi racconti si svolgono tra circa 125.000 anni, per così dire.
Forse Sicod non sarebbe completamente d'accordo con te, Guido, e intenderebbe lo
studio della Storia più come atto di autoguarigione (che però è propedeutico
alla conoscenza perfetta del Tempo).
.
Bhrg'hros replica prontamente:
In effetti nemmeno io ho
citato il nome cassitico (non ho superato le vecchie superstizioni; infatti non
nomino nessuno per nome direttamente – al ‘vocativo’...).
Mi sconvolge la data esattamente a metà fra noi e la stima che avevo buttato là
(sia pure non da oggi o ieri)...
Come si vede, sono molto coinvolto in questa storia (e dalla Storia): per questo
non riesco a sopire l’inquietudine che mi nasce dal timore di non aver
correttamente inteso «lo studio della Storia come atto di autoguarigione»...
.
Al che Iacopo gli tiene dietro:
Ho scelto la data proprio per indicare un ideale punto mediano o critico di uno sviluppo cosciente a lunghissimo termine. Se "noi" siamo idealmente all'inizio o molto vicini all'inizio di questo percorso, e possiamo immaginare una fine, un punto culminante di questo percorso stesso, l'Epoca del Tiranno si colloca in un punto di equidistanza, circa... ma non tanto cronologica quanto tipologica. Certamente per l'essere umano medio dell'Epoca del Tiranno le condizioni di vita non sono enormemente diverse dalle nostre: un po' peggio da alcuni punti di vista, un po' meglio da altri. Una differenze importante è che all'Epoca del Tiranno le persone non sentono di essere inserite in un flusso storico, il concetto stesso di Storia appartiene a circoli ristretti e piuttosto esoterici, e questo non tanto per una dinamica storica, quanto per preciso progetto delle forze che regolano il fato del mondo in quel frangente (che sono forze consapevoli e personali, anche se non umane nel senso che noi comunemente diamo al termine, ma solo filogeneticamente, o filomemeticamente).
Per quanto riguarda la Storia
come atto di autoguarigione. Parto un po' alla larga, da Lovecraft e Chambers.
Uno degli elementi che trovo affascinanti dei racconti di questi due autori è
l'esistenza di un dato, di un contenuto informativo, che per il solo fatto di
essere conosciuto causa un danno alla persona che lo conosce. In Chambers si
tratta di un'opera d'arte, la pièce teatrale Il Re in Giallo. In Lovercraft è la
cognizione dell'assoluta irrilevanza di tutto ciò che consideriamo umano
rispetto all'infinità del Cosmo. "Se una mente umana capisse questo concetto, ne
sarebbe distrutta", potrebbe dire Lovecraft. Questo è affascinante e rende i
racconti di questo tipo particolarmente interessanti per uno psicologo. E allo
psicologo pone una domanda semplice: esiste un dato conoscitivo che ha questo
potere? Probabilmente no, ma chissà. Ma un'altra domanda può sorgere: esiste una
cognizione che per il semplice fatto di essere formulata rende una mente più
sana? Qui lo psicologo ha più materiale di riflessione. Probabilmente sì. Di
certo sì nel pensiero di alcuni grandi padri della Psicologia: sì secondo Freud,
sì secondo Bateson. Ovviamente autori diversi assegnano questo potere a
cognizioni differenti. Ma possiamo dire, grosso modo, che sia per la
psicoanalisi classica che per la teoria dei sistemi conoscere, anzi, meglio,
capire la propria storia è un passaggio cruciale per emanciparsi da essa (per
Freud si tratta di storia libidica, per i sistemici di storia familiare, ma
strutturalmente è la stessa cosa -in opposizione p.e. alla c.d. "esperienza
emotiva correttiva"). Trasportando questo ragionamento sulla Storia potremmo
dire: un passo cruciale per liberarci delle sofferenze che la Storia impone su
di noi (come singoli e come sistemi) è sviluppare una cognizione positiva,
concreta e corretta, di cosa sia la Storia e di come ci abbia prodotto. Quindi
la Storia (come campo di studi) ha lo scopo di superare la Storia (come somma
degli effetti indesiderati delle catene di aventi), proprio come la Psicologia
(come disciplina teorica e prassi terapeutica) ha lo scopo di superare la
Psicologia (come accumulo di influenze inconsce sul presente, p.e. "sintomi" e
"schemi").
Questo ovviamente è solo il modo in cui io concettualizzo la posizione che
attribuisco a Sicod. Egli ovviamente non potrebbe fare riferimento né a
Lovecraft ne alle discipline psicologiche.
.
E per chiudere degnamente, ecco un racconto scritto di getto dall'amico GJXIII:
20 dicembre 2012
Faceva freddo, quella sera dicembre; il cielo era stellato, la mezzaluna risplendeva tra una manciata di nuvole bianche che disegnavano strane figure nel cielo notturno. L'uomo vestito di abiti consunti avanzava lungo la strada, spingendo un carrello della spesa in cui c’era tutta la sua vita. Stranamente,quella notte era silenziosa, c’era poca gente per strada,un cane abbaiava da un terrazzo lontano.
"Dove cavolo sono finiti tutti?" brontolò tra sé, cavò di tasca una bottiglia, se la portò alla bocca: poche gocce!
Spaziò con lo sguardo fin verso l’angolo della via: la luce gialla dell’insegna lo rassicurò del bar aperto, lì poteva rifornirsi di un buon brandy. Silenzio! Parcheggiò il carrello, legandolo al palo della luce.
Frugò in fondo alle tasche del vecchio cappotto, ne cavò una manciata di monete e le mise a fuoco con fatica:10 euro in monetine color rame, di quelle che la “brava gente” rifiutava: "Quasi quasi mangio pure qualcosa di caldo!" Entrò, togliendosi il colbacco di pelliccia, che la “brava gente” aveva buttato nel cassonetto della raccolta dei rifiuti, e si guardò attorno. Il locale era vuoto, l’orologio digitale al quarzo sulla parete color indaco segnava le 22 in punto. Ecco il canale via cavo, trasmettevano le immagini in bianco e nero della “guerra dei mondi” del 1953. Riconobbe subito quel film, lo aveva visto con interesse in un’altra vita; l’uomo seduto alla cassa era obeso, il mozzicone della sigaretta senza filtro gli penzolava dall’angolo delle labbra.
"Buona sera, buon uomo", salutò.
L’uomo obeso lo squadrò con uno sguardo dal basso all’alto.
"Sto per chiudere!"
"Vorrei solo un qualcosa di caldo, ho di che pagare", disse poggiando le monetine sul bancone.
L’uomo obeso le contò usando la punta di una penna.
"Che vuoi?" chiese bruscamente.
"Quello che puoi darmi."
L’uomo obeso si avvicinò alla macchina del caffé, armeggiò e gli porse una tazza di latte fumante e alcuni cornetti rinsecchiti.
"Questo, posso darti!"
"Grazie. Le posso fare una domanda?"
"Se è breve, sì!"
"Ma dove sono finiti tutti?"
L’uomo obeso si accese un’altra sigaretta:
"Da dove vieni, amico? Non lo sai che è la vigilia della fine del mondo?"
L’uomo vestito di abiti consunti buttò lo sguardo sul calendario a muro alle spalle dell’uomo obeso:
20 dicembre 2012.
"Ma va là", sorrise: "è uno scherzo!"
"Fai come ti pare: io chiudo e vado a casa!"
L’uomo vestito di abiti consunti riprese il carrello e di nuovo si avviò per le strade deserte, mentre il rumore della serranda calata ruppe il silenzio della notte.
Eh sì, faceva freddo: si ricordò che poco lontano c’era la grata da dove usciva l’aria calda di un condizionatore, sperando che non fosse stato occupato da qualcun altro.
Si vide superare in corsa da un ragazzo e una ragazza: "Vai a casa, fratello", gli urlò il ragazzo: "c’è la fine del mondo!"
"Io non sono il fratello di nessuno!" gli urlò contro l'uomo vestito di abiti consunti.
Arrivò alla sua “casa”, sistemò i cartoni all’esterno, si sdraiò al caldo dell’aria calda che usciva. Si coprì coi fogli di giornale, e fu allora che il suo sguardo si posò sul titolo a lettere cubitali:
« BEATI GLI ULTIMI, PERCHÈ SARANNO I PRIMI!" »
"Magari!", bofonchiò guardando il cielo stellato: era una bella sera, altro che la fine del mondo!
Fu in quel momento, tra quei pensieri, che vide qualcosa di luminoso, immenso, spuntare da dietro la Luna. Era come un raggio di luce che si dirigeva verso di lui!
D’un tratto esplosero altri milioni di raggi di colori diversi, come a disegnare un arcobaleno di luci in quella notte di dicembre.
GJXIII
.
Mi sembra giusto concludere questa chilometrica rassegna di utopie e di ucronie con le ultime parole del romanzo "Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie" dell'intramontabile Lewis Carroll:
« Infine, si immaginò come questa sua sorellina [Alice] sarebbe diventata anche lei una donna adulta, nei tempi a venire; e come, durante gli anni più maturi, avrebbe serbato il cuore semplice e affettuoso della sua infanzia; e come avrebbe riunito attorno a sé altri bambini, e avrebbe fatto a sua volta brillare di desiderio i loro occhi con molti racconti strani, forse persino con il sogno del Paese delle Meraviglie di tanto tempo prima; e come avrebbe condiviso tutti i loro semplici dolori e goduto di tutte le loro semplici gioie, nel ricordo della sua fanciullezza e dei felici giorni d'estate. »
Buone utopieucronie a tutti, dovunque voi siate!
