Il Cesare Paolo

di Dario Carcano

Non sono uso a scrivere in prosa, oltretutto in questa modalità; tuttavia, ritengo che, vista la natura della storia che mi accingo a narrare, uno stile asciutto sia quello più adeguato.

Sono nato in Abruzzo nel 1863, in una famiglia di modeste condizioni economiche, presso Aterno Pescarese; fin da bambino ho avuto una grande passione per le lettere e la scrittura, e un grande piacere nello studio della letteratura latina. Tuttavia, la povertà della mia famiglia spinse i miei genitori a prendere l’unica decisione che una famiglia povera possa prendere per far studiare un figlio dotato nelle lettere: farmi entrare in seminario.

Avevo dodici anni quando entrai nel seminario della diocesi di Penne, e ci rimasi per cinque anni, fino a quando ebbi completato gli studi; per essere ordinato sacerdote avrei dovuto studiare teologia per altri tre anni, ma rinunciai perché sentivo che non era la mia strada.

Infatti non mi sentivo adeguato al sacerdozio, e non ero interessato alla cura spirituale delle anime; la mia ambizione era – ed è tuttora – diventare un grande artista, passare alla Storia per i miei scritti e i miei poemi.

Già negli anni in cui studiavo in seminario avevo inviato alcune mie poesie a delle riviste letterarie, riuscendo a farmele pubblicare, e subito dopo la mia uscita dal seminario un editore si offrì di pubblicare una raccolta di mie poesie. Accettai, e le mie poesie furono date alle stampe, col titolo "Primo Vere".

Il "Primo Vere" mi diede varie soddisfazioni: ottenne un buon successo di critica e fu apprezzato dal pubblico, dandomi dei discreti guadagni che mi permisero di trasferirmi a Roma, la capitale imperiale.

A Roma speravo non solo di trovare opportunità di carriera, ma anche un pubblico più colto, capace non solo di apprezzare il mio lavoro, ma di darmi nuovi stimoli.

Arrivai a Roma nel 1881, mentre erano in corso i festeggiamenti per i vent’anni di regno di sua Maestà Imperiale, l’Imperatore dei Romani Giovanni Pio I, sempre Augusto. La capitale era addobbata a festa, e ad ogni angolo veniva offerto vino con cui brindare alla salute dell’Imperatore; ogni giorno c’era una strada su cui l’esercito sfilava in parata, e ogni sera una processione religiosa che ringraziava Dio per il regno saggio e illuminato dell’Imperatore, e chiedeva di avere la grazia di altri dieci anni di questo regno; alcune di queste processioni erano guidate dal vescovo di Ostia, ma in una occasione fu Sua Santità, il patriarca di Aquileia Silvestro V, a guidare la processione dopo essere venuto appositamente nella capitale.

Le celebrazioni oltretutto erano più fastose del solito, perché in quegli stessi giorni le truppe imperiali avevano riconquistato Algeri, ponendo fine a settecento e ventidue anni di dominio arabo e musulmano sulla città; anche per questo il fervore patriottico era alle stelle.

Tuttavia, non si potevano non notare le contraddizioni della capitale: Roma è l’unica città dell’Impero ad avere ogni singola strada illuminata da lampade a gas (nelle altre città solo le strade principali sono illuminate), ma ci sono molte famiglie che non hanno combustibile per cucinare o scaldarsi, e si vedono donne e bambini poveri andare in cerca di legna da ardere; a Roma ci sono fontane ornamentali in ogni strada, e giochi d’acqua in ogni giardino pubblico, ma l’acqua potabile è un problema per molte famiglie. Quella portata dagli acquedotti è monopolio della potente Società Anonima Acque Urbane, azienda di proprietà dei principi Scipioni, che ne fornisce una quota per uso pubblico al governo imperiale e alla prefettura urbana; tuttavia, per avere accesso come privato all’acqua degli acquedotti è necessario pagare alla SAAU un canone annuale.

I cittadini poveri sono costretti a bere l’acqua del Tevere, piena di fango e di ogni altra melma; la prassi è di lasciare decantare queste acque melmose dentro delle caraffe, e aspettare che si depositi la parte solida, bevendo poi la parte liquida. Tuttavia, a coloro che non ci sono abituati quest’acqua causerà la diarrea.

Lo scoprii a mie spese, perché nei primi mesi in cui vissi a Roma dovetti vivere in povertà; quello che avevo lo avevo speso per acquistare casa, un appartamento in zona Trastevere, in un edificio senza ascensore e senza gabinetti in casa, per cui dovetti pagare comunque un prezzo esagerato. Quei primi mesi furono tremendi: senz’acqua pulita, senza riscaldamento, e per mangiare dovevo andare in una mensa diocesana.

Poi, dopo circa quattro mesi, le cose cambiarono. Nonostante la povertà avevo continuato a pubblicare poesie, e una di queste catturò l’attenzione del principe Filippo Anastasio II Sallustio, capo di una delle più antiche e ricche casate nobiliari di Roma, risalente addirittura al I secolo a.C.

Questo quello che dicono i genealogisti pagati dalla famiglia, in realtà le origini dei principi Sallusti sono molto più recenti, e risalgono al XV secolo, da un cambiavalute proprietario di un podere in Umbria denominato pomposamente Castel Sallustio, che durante l’anarchia dei trent’anni divenne oscenamente ricco grazie all’usura e al contrabbando, e che ottenne il titolo principesco pagando una cospicua tangente all’Imperatore Paolo IV.

Tornando a noi, grazie al principe Filippo Anastasio entrai dentro i circoli della nobiltà romana, e conobbi lui, il vero protagonista di questa Storia, sua Altezza Imperiale, il Cesare Porfirogenito Paolo Giovanni Stefano Pio, Despota Imperiale ed erede al trono.

Io avevo diciotto anni, lui venticinque; ci conoscemmo a palazzo Scipioni, durante una delle feste date dal principe Cornelio XIII Scipioni. Le feste dei principi Scipioni già all’epoca erano considerate leggendarie: le voci popolari parlavano di intere piscine piene di vino francese dove si combattevano battaglie navali, nelle quali gli equipaggi delle navi erano scimmie ammaestrate e armate con armi vere; di intere stanze e corridoi piene di opere d’arte, il cui contenuto era stato distrutto per trasformare quegli ambienti in enormi piste da ballo.

Rispetto a queste descrizioni, la festa a cui partecipai io era sottotono: fui portato da un cameriere – che inizialmente dalla cadenza nella parlata credetti sardo, salvo poi scoprire essere di Cartagine – fino ad una stanza spoglia, piena di gente e dove stava suonando un’orchestrina da osteria. Tutta l’attenzione era rivolta verso una finestra da cui era stato rimosso l’infisso.

Seduto sul davanzale di quella finestra c’era un uomo, sui venticinque anni, che senza toccare il muro con le mani e sedendosi come su una altalena stava tracannando una intera bottiglia di spumante; eravamo al terzo piano, sarebbe stato sufficiente un movimento brusco perché quell’uomo cadesse di sotto.

Tutti guardavano in silenzio, anche l’orchestrina per la tensione stava perdendo il ritmo; poi l’uomo tirò dietro di sé la bottiglia vuota, che si ruppe sul pavimento di marmo, senza usare le mani si mise in piedi sul davanzale, si girò di scatto e urlò “Ho vinto bastardi! Datemi un’altra bottiglia!”

L’intera sala scoppiò a ridere e applaudì entusiasticamente; all’uomo fu portata un’altra bottiglia e fu allora che riconobbi in lui il Cesare Paolo.

La bottiglia che gli fu portata non era spumante, ma acquavite; tuttavia, il Cesare ne bevve metà come se fosse acqua, e poi disse:

“A chiunque avrà il coraggio di fare quello che ho appena fatto io, pagherò dieci solidi d’oro. Chi si offre volontario?”

La somma in palio era grossa, ma il rischio dietro quell’impresa non era indifferente. Nessuno si fece avanti.

Il Cesare, frustrato, puntò il dito a caso tra gli spettatori, dicendo:

“Tu, perché non ti offri volontario?”

Dall’altra parte del dito c’ero io, e inizialmente non seppi cosa rispondere al Cesare, ma incalzato dovetti per forza farmi avanti.

Il principe prese un’altra bottiglia di spumante, la stappò coi denti e mi disse:

“Per fare questo gioco bisogna saper bere, saper stare in equilibrio, e saper fare l’una mentre si è sotto l’effetto dell’altra.”

Presi la bottiglia e salii sul davanzale. Provai una prima volta a mettermi a sedere senza usare le mani, ma rischiai di cadere di sotto; la vista del vuoto sotto di me mi fece venire le vertigini, ma riuscii a mettermi a sedere.

Iniziai a bere, sorso dopo sorso. Era un vino dolce, si beveva molto facilmente; a metà mi fermai perché le bollicine pretesero di venire fuori, poi però ricominciai a bere fino a vuotare tutta la bottiglia.

Euforico per l’alcool, buttai la bottiglia di sotto senza curarmi se passasse qualcuno, mi rimisi in piedi sul davanzale senza usare le mani, e mi girai mentre dal basso giungeva una bestemmia ai miei danni da parte di qualcuno che si era visto piovere davanti una bottiglia vuota.

Io ridevo, il Cesare rideva, e tutti i presenti ridevano; sceso dal davanzale, il Cesare Paolo mi invitò a prendere un sorso dalla sua bottiglia, cosa che dopo mi fu spiegato essere un grande onore, mi pagò i dieci solidi e mi diede un’altra bottiglia di spumante, che bevvi praticamente subito.

Venuto a sapere dal principe Sallustio che ero un poeta esperto nel latino, iniziò a declamare versi latini, in parte di autori classici in parte improvvisati sul momento da lui, sfidandomi a fare altrettanto. A causa dell’alcool non ho molti ricordi di quella serata, però devo essermela cavata bene perché il Cesare Paolo rimase molto impressionato da me, e mi permise addirittura di dargli del tu, evitando di chiamarlo Altezza Imperiale.

Credo di non aver mai bevuto così tanto come quella serata; uscito da palazzo Scipioni vomitai due volte sulla strada verso casa, e per i successivi due giorni ebbi dei postumi tremendi che mi impedirono di scrivere.

Tuttavia, il Cesare Paolo rimase bene impressionato da me, e mi fece cercare. Due settimane dopo quella festa, ero nel suo seguito come segretario.

* * *

Le mie mansioni al servizio del cesare Paolo variavano a seconda della giornata; un giorno gli facevo da segretario, il giorno dopo da poeta di corte, il giorno dopo ancora da cancelliere, altri giorni ero semplicemente un amico.

Per mettermi al suo servizio lasciai la mia casa di Trastevere, per trasferirmi in un appartamento dentro a palazzo Silio, nel rione Regola, dove il cesare aveva preso residenza al compimento dei diciotto anni d’età; quell’appartamento era grande quattro volte la mia casa di Trastevere, avevo due bagni con acqua corrente calda e fredda, tutti i giorni la servitù veniva a pulire e se avevo fame, mi bastava chiamare la cucina per farmi portare un intero pasto.

Vivevo come un principe, e avevo anche iniziato a frequentare principi. Ero infatti entrato a far parte del più ristretto cerchio di amici del cesare Paolo; c’erano persone che avrebbero dato tutti i loro possedimenti per avere quel livello di intimità con l’erede al trono, io lo avevo avuto riuscendo a bere una bottiglia di spumante mentre ero in equilibrio su un davanzale.

Del principe Sallustio ho già parlato, perché fu lui a farmi conoscere il cesare Paolo; gli altri che conobbi stando al servizio del cesare furono il principe Marco Antonio IX Salvio, suo cognato Andrea Volpi e il principe Luciano III Messalla.

Il principe Salvio era un personaggio particolare, che merita una digressione. Apparteneva ad una antichissima famiglia della nobiltà romana; mentre altre famiglie principesche simili parentele le millantavano e basta, lui quelle parentele poteva effettivamente dimostrarle, e nell’atrio d’ingresso di palazzo Salvio un gigantesco mosaico mostra tutta la genealogia della famiglia, dall’imperatore Otone al principe Marco Antonio VII, nonno paterno del principe Marco Antonio IX.

Tuttavia, il principe Marco Antonio IX aveva dilapidato il patrimonio familiare, spendendolo in feste, banchetti, scommesse sui cavalli e, soprattutto, donne. Si racconta che – prima della sua caduta in povertà – a una delle sue amanti il principe abbia regalato il suo peso in diamanti, e a un’altra abbia regalato tre pellicce di visone al giorno per tre anni di relazione, così da non vederla mai vestita allo stesso modo per più di due ore al giorno.

Finiti i soldi, l’unica cosa che restava al principe era il nome della famiglia, e siccome aveva una sorella minore in età da marito, decise di mettere all’asta la mano della sorella. Chi avesse offerto di più, avrebbe potuto imparentarsi con una delle più antiche famiglie nobili di Roma, e ottenerne il prestigio e una parte dei titoli.

Il vincitore dell’asta fu Andrea Volpi, cinquantaseienne imprenditore veronese, proprietario di macelli, acciaierie, fabbriche di indumenti, cantieri navali, industrie conserviere, caseifici, terreni agricoli e allevamenti.

Volpi era un uomo molto ricco, ma aveva la colpa di essere nato in povertà in una famiglia di macellai, e di essersi costruito da solo la propria fortuna, lavorando duramente prima per mettersi in proprio e aprire un proprio macello, e poi espandendo la propria attività, diventando attivo in altri settori. La nobilità romana non poteva guardarlo senza sentire la puzza dei macelli.

Il matrimonio con la principessa Elia Salvia fu il modo con cui Volpi si tolse la puzza dei macelli, ed entrò a tutti gli effetti a far parte della nobiltà romana. Inoltre, Marco Antonio IX Salvio era amico d’infanzia del cesare Paolo; quindi, grazie a quel matrimonio entrò in confidenza con l’erede al trono.

Non solo vivevo come un principe, e frequentavo principi, ma grazie al servizio presso il cesare Paolo divenni ricco come un principe. Una delle mie molte mansioni stando al servizio dell’erede al trono era gestire la sua agenda degli appuntamenti, leggere la posta e “scremare” gli scocciatori, durante le udienze decidere chi avrebbe dovuto aspettare in anticamera e chi sarebbe stato ricevuto subito, e chi non sarebbe stato ricevuto affatto.

Insomma, chi voleva guadagnarsi i favori del futuro imperatore doveva per forza passare da me; se ritenevo che una persona non fosse degna delle simpatie del cesare, il cesare non avrebbe neanche saputo dell’esistenza di questa persona. L’unica persona più potente di un Imperatore è colui che decide chi può parlare con l’Imperatore.

C’erano molte persone che desideravano parlare con il cesare Paolo, e guadagnarsi le sue simpatie, nella speranza – una volta iniziato il suo regno – di ottenere incarichi, appalti e favori vari. Ma l’amicizia di un futuro imperatore è molto costosa, e quella del suo segretario anche di più.

Ricevetti regali di ogni genere da parte di persone che desideravano arrivare al cesare: posate e saliere d’oro forgiate da Benvenuto Cellini, dipinti di Leonardo Da Vinci, Raffaello Sanzio e Caravaggio, statue di Gian Lorenzo Bernini, Taddeo Landini e Michelangelo Buonarroti, ville progettate da Andrea Palladio, e un palazzo disegnato da Federico Zuccari, che divenne la mia residenza nei periodi in cui – per mia scelta – non alloggiavo assieme al cesare Paolo a palazzo Silio.

Ricevevo anche denaro, cavalli di razza, terreni agricoli, quote di società e titoli azionari, e addirittura interi stabilimenti industriali.

Qualcuno parlerebbe di tangenti, ma quando si paga una tangente a una persona di potere, sei già d’accordo con quella persona su quale sarà la contropartita di quel pagamento.

Le persone che mi facevano quei regali lo facevano unicamente perché volevano la mia amicizia; per potere avere in futuro il privilegio di pagarmi una tangente.

Ovviamente il servizio presso il cesare Paolo aveva anche dei lati sgradevoli; innanzitutto, gli incontri tra il cesare Paolo e suo padre, l’Imperatore Giovanni Pio I, erano carichi di tensione e molto pesanti da sopportare. L’Imperatore era deluso da suo figlio, in cui vedeva un perdigiorno buono a nulla, e il cesare Paolo era genuinamente dispiaciuto di non avere la stima di suo padre, ma al tempo stesso gli rinfacciava di averlo abbandonato a sé stesso, di non essersi dedicato alla cura del proprio primogenito; a loro modo credo che si volessero bene, tuttavia gli incontri tra loro degeneravano molto spesso, e non era raro si arrivasse a dei veri e propri scontri verbali, nei quali l’Imperatore e l’erede al trono si insultavano apertamente.

Per provare a disciplinare il figlio, l’Imperatore nel 1883 gli assegnò il comando di un reggimento dell’esercito di stanza nei pressi di Frosinone e il grado di colonnello, minacciandolo di una severa punizione se non si fosse dedicato al servizio con l’impegno necessario.

Questa era la seconda cosa sgradevole del servizio presso il cesare Paolo: il doverlo seguire nei suoi spostamenti ovunque andasse, e quindi dover lasciare Roma per seguirlo in Ciociaria.

Mi mancava la mia libertà, anche perché temevo che lì non sarei riuscito a scrivere i miei poemi. Tuttavia, il principe Luciano III Messalla non ci mise molto a ideare una soluzione per liberare il cesare e noi altri da quell’esilio.

Assumemmo nello staff del cesare due ufficiali poveri, appena usciti dall’accademia militare, che facevano il lavoro al posto del cesare Paolo. Inoltre, pagavamo generose mance agli ufficiali e ai sottufficiali del reggimento, così quando l’Imperatore mandava gli ufficiali della Guardia Palatina a controllare se effettivamente il cesare Paolo svolgesse il suo lavoro, questi si sentivano rispondere “Era qui fino a un attimo fa, è uscito a cercare un terreno buono per fare delle esercitazioni” oppure “è uscito per seguire l’addestramento di un gruppo di reclute”.

L’Imperatore non aveva motivo per dubitare di questi resoconti, perché tutti i giorni leggeva i documenti firmati dal figlio durante la giornata, e vedeva come il cesare Paolo fosse impegnatissimo ad addestrare reclute, ordinare munizioni per i fucili – e addirittura scrivere al produttore suggerendo delle migliorie, punire soldati indisciplinati, dirigere le esercitazioni, ecc.

Però quei documenti non erano del cesare Paolo, ma dei due ufficiali che lavoravano al posto suo, che ogni sera andavano da lui per fargli firmare una pila di scartoffie.

Il cesare, infatti, aveva preso residenza in uno degli alberghi più belli e lussuosi della zona, pagando profumatamente per restare in incognito, e tutto quello che faceva come comandante di reggimento era firmare una pila di scartoffie ogni sera, ed essere presente ai pochi eventi pubblici dove doveva farsi vedere in uniforme alla guida del suo reggimento.

Si potrebbe pensare che il cesare si annoiasse a morte a stare lì, in mezzo alla campagna, senza poter tornare a Roma, ma in realtà il cesare Paolo imparò molto presto ad apprezzare la campagna e le sue bellezze.

Me ne resi conto una mattina, quando entrando nella sua camera per portargli la posta, lo sorpresi in compagnia di una ragazza. Aveva le cosce sode tipiche di svolge il lavoro nei campi, e un fisico molto robusto, con dei seni prosperosi; da questo e dalla biancheria che portava capii subito che era una contadina.

Non era la prima volta che la mattina lo trovavo con una donna, ma si era sempre trattato di donne dell’alta società romana, mai di contadine.

Il cesare Paolo quasi non fece caso a me, e si limitò a prendermi la posta; la ragazza, imbarazzatissima, corse a nascondersi.

Sul momento non diedi troppo peso all’episodio, poi però anche le mattine successive lo trovavo sempre con una donna nel letto, sempre diversa da quella del giorno prima, e sempre vestita poveramente.

Finché non iniziai a vedere lei. Si chiamava Chiara, ma tutti la chiamavano Cesarina, perché era nata il giorno del dodicesimo compleanno del cesare Paolo; lui aveva ventisette anni, lei quindici. La prima cosa che notai rispetto alle altre fu che, mentre le altre ragazze erano imbarazzate quando mi vedevano entrare per portare la posta, lei no. Lei non si nascondeva, e anche se la trovavo nuda insieme al cesare non si faceva problemi a farsi guardare. E, onestamente, facevo molta fatica a non guardarla.

Aveva capelli marroni con sfumature rosse, occhi verdi, e un fisico molto prosperoso, ma al tempo stesso rassodato e reso tonico dal lavoro nei campi; a guardarla non si sarebbe mai detto che aveva quindici anni.

Ogni mattina la trovavo sempre lì, a fianco del cesare Paolo, e rapidamente divenne una presenza fissa; cominciai addirittura a chiedermi se quella del cesare fosse solo attrazione erotica o qualcosa di più, e magari intendesse rendere Cesarina molto più di una semplice amante, una volta che lei fosse divenuta maggiorenne e lui Imperatore.

Poi però cominciai a notare dei lividi sul corpo di Cesarina. Inizialmente non ci feci caso, anche perché tra loro vedevo sempre molta tenerezza e molto affetto, poi però notai che quei lividi erano quasi sempre negli stessi punti, e iniziai a notare sul corpo di Cesarina anche graffi e bruciature di sigaretta.

Poi vidi dei lividi sul collo, chiaramente con la forma di dita, che Cesarina copriva con un fazzoletto. Tuttavia, sia il cesare Paolo che la stessa Cesarina mi rassicuravano quando esponevo le mie preoccupazioni, così non ci feci più caso.

* * *

Nella mia vita ho dimenticato molte cose, ma non dimenticherò mai quello che è successo il 17 novembre 1884; quel giorno è impresso a fuoco nella mia memoria, e continuerò a ricordarmelo finché vivrò.

La relazione tra il Cesare Paolo e Cesarina ormai andava avanti da quasi un anno, ed era passato un anno e mezzo da quando l’Imperatore Giovanni Pio I aveva mandato il Cesare in Ciociaria; la competenza e lo zelo mostrato dal Cesare nel comando del proprio reggimento avevano convinto l’Imperatore che Paolo poteva tornare a Roma. Di lì a poco, infatti, il Cesare avrebbe lasciato la Ciociaria per tornare nella capitale, dove suo padre gli avrebbe conferito un incarico di governo.

Quel giorno a Roma si teneva un trionfo in onore del principe Claudio VIII Silla, Proconsole generale tornato vincitore dall’Africa, dove aveva sconfitto la resistenza algerina e riconquistato Ceuta e Tangeri; l’Imperatore avrebbe voluto la presenza del figlio ed erede, per dare un segnale di unità dinastica e familiare, ma il Cesare Paolo aveva già deciso di dare buca, adducendo a impegni inderogabili che lo trattenevano in Ciociaria presso il reggimento.

Gli impegni inderogabili in questione erano il fatto che il Cesare Paolo non aveva intenzione di separarsi da Cesarina, e stava escogitando un modo per portarsela a Roma, senza che il padre venisse a sapere del suo amore. Nei giorni precedenti avevamo vagliato alcune ipotesi, ma non si era deciso nulla di concreto.

Quel 17 novembre come sempre mi ero alzato prima del Cesare, e nella mia camera mi ero messo a scremare la posta, mettendo da parte le lettere degli scocciatori; poi, ogni fine del mese, aprivo quelle lettere per accertarmi che non ci fossero soldi o assegni, e bruciavo il tutto dentro la stufa.

Terminato quel lavoro, presi la posta e passai all’ingresso dell’albergo dove presi una copia de "L’osservatore Imperiale" già preparata dal portiere, e andai nel corridoio dove si trovava la camera del Cesare, dove il cameriere con la colazione mi aspettava affinché gli dessi anche la posta e il giornale; non facevo mai entrare da solo il cameriere, lo facevo sempre aspettare finché non arrivavo io.

Entrato nella camera con la colazione, fui sorpreso nel trovare il Cesare già vestito e pronto per uscire; anche Cesarina – che di solito trovavo ancora nuda – era già pronta, e salutò il Cesare con un bacio prima di andare via.

Il Cesare mangiò in fretta la colazione, e non toccò né la posta né il giornale, che rimasero lì nella stanza; pensai che il Cesare Paolo ci avesse ripensato, e avesse deciso di andare a Roma per partecipare al trionfo del principe Silla, ma fu lo stesso Cesare a far decadere questa teoria, quando mi disse:

“Oggi mi sento molto zingaro. Ho voglia di uscire.”

“Per andare dove, Paolo? Hai in mente un posto dove andare?”

“No, nessun piano prestabilito. Oggi si improvvisa. Gli altri sono pronti?”

Gli altri in questione erano i principi Salvio, Messalla, Sallustio e Andrea Volpi.

“Andrea l’ho visto uscire per andare a prendere il tabacco, il principe Messalla ieri sera era con una donna che ancora non ho visto andare via, il principe Salvio l’ho visto nel salone mentre faceva colazione col principe Sallustio.”

“Beh, allora radunali perché tra un quarto d’ora si esce.”

Eseguii l’ordine, e quando Cesare scese nell’atrio i quattro erano tutti lì insieme a me; il principe Sallustio, che era quello che conosceva meglio il Cesare Paolo, disse:

“So cos’hai in mente, e se permetti avrei una mezza idea su cosa fare.”

Cosa proponi?”

“A tempo debito Paolo, fuori c’è una carrozza che ci aspetta.”

Il principe Sallustio nei suoi giri nella zona si era imbattuto in un paesino mezzo diroccato, di quattro case più una chiesetta, abitato da contadini e pecore; più pecore che contadini.

Pensò quindi che fosse una buona idea spaventare a morte gli abitanti del villaggio fingendosi impiegati della potente SONAFER (Società Nazionale Ferrovie); guidai io la carrozza, dopo circa un’ora arrivammo al villaggio, e dalla carrozza prendemmo vari strumenti che il principe Sallustio aveva preparato, nel caso avesse effettivamente attuato i suoi propositi.

Il Cesare Paolo prese un telemetro con cui si mise a valutare le distanze, il principe Sallustio e il principe Messalla si finsero rispettivamente un ingegnere e il suo assistente, mentre io, Andrea Volpi e il principe Salvio facevamo misurazioni con un metro a nastro, e ogni tanto con un gesso marchiavamo degli edifici a caso.

Subito quel movimento attirò l’attenzione degli abitanti del villaggio, e uno di loro, forse l’anziano del villaggio, venne a chiedere cosa stessimo facendo. Il principe Messalla rispose:

“Siamo della SONAFER, l’ingegnere qui presente è venuto a studiare il terreno su cui dovrà passare la nuova ferrovia Roma-Bari, e le case che stiamo marcando dovranno essere demolite per far passare i binari.”

Sentita quella notizia, immediatamente intorno a noi si formò una piccola folla di gente, molti impauriti e preoccupati, altri arrabbiati. Quando vedemmo dei contadini tirare fuori delle doppiette, capimmo fosse il caso di cambiare aria; in fretta caricammo gli strumenti sulla carrozza e ce ne andammo di corsa mentre dietro di noi sentivamo degli spari.

Poco più avanti trovammo una sorgente d’acqua, e ci fermammo per abbeverarci. Lì il principe Salvio disse:

“Uno dei cavalli ha un nuovo buco per cagare.”

E indicò uno dei cavalli che tiravano la carrozza, che aveva una ferita ad una natica. Niente di serio per fortuna, la ferita era superficiale; ci mettemmo a ridere, la lavammo e proseguimmo il viaggio.

Stavolta eravamo davvero senza meta e senza idee, finché il Cesare Paolo non sentì il bisogno di scendere dalla carrozza a pisciare.

Ci fermammo nei pressi di quella che ci sembrò un'edicola votiva; tuttavia, nonostante ci fossero fiori e piccole candele, non c’era nessuna traccia di immagini mariane o devozionali. C’era solo una scritta, resa però illeggibile dalla muffa.

Il Cesare pensò di mettersi a pisciare davanti a quell’edicola, e intanto che pisciava arrivò un omino anziano, vestito dignitosamente ma coi colori del lutto, e che aveva con sé un mazzetto di fiori.

L’omino guardava il Cesare con un misto di perplessità e stupore, e il Cesare Paolo, resosi conto dello sguardo dell’anziano, gli chiese brutalmente:

“Che fai, guardi, zozzone?”

“No, è che non potete mettervi lì a pisciare.”

“E perché? Non si può più pisciare?”

“Ma piscia dove ti pare, però non davanti alla tomba di mia figlia.”

“Beh, allora curala meglio questa tomba, che non si capisce che qua c’è sepolto qualcuno.”

Il Cesare, che intanto aveva finito di urinare, si rimise a posto i pantaloni e risalì in carrozza; l’omino lo lasciammo lì, davanti all’edicola, a osservare impietrito la chiazza lasciata dalla minzione del Cesare Paolo.

Riprendemmo il viaggio, e ci mettemmo a parlare di quello che era successo a Roma negli ultimi mesi, e specialmente dei fatti del suo belmondo. Raccontai di quando, due settimane prima, essendomi separato dal Cesare per alcuni giorni, avessi preso parte ad un’asta benefica organizzata dal principe Leone IV Porcio in favore dei poveri della capitale.

“E cos'ha di speciale quell’asta?” chiese il Cesare Paolo.

“Beh, la cosa speciale erano i premi in palio. Un esempio: 50 solidi d’oro per poter bere champagne dalla stessa coppa in cui aveva bevuto la principessa Teodora Nevia, lasciando il bordo macchiato di rossetto.”

“Le cose si fanno interessanti!” commentò il principe Messalla pensando alla principessa Nevia.

“Oppure 200 solidi d’oro per un sigaro toccato dalle cosce della principessa Elena Licinia.”

“Beh, mi sembra un prezzo ragionevole.” disse ridendo il Cesare Paolo.

“Ma c’è di più: il principe Cornelio XIII Scipioni ha offerto 500 solidi d’oro affinché il sigaro fosse toccato dalle labbra della vagina.”

“Che spreco…” disse Volpi.

La nostra conversazione si interruppe lì, perché la nostra attenzione fu attirata da un gruppo di donne che bloccavano la strada. Erano operaie di una vicina fabbrica tessile, che erano in sciopero contro la proprietà della loro fabbrica e per protesta stavano picchettando la strada.

Dovetti fermare la carrozza perché non potevamo passare, e una delle operaie venne da me a chiedermi se volessi comprare un giornale socialista; per quieto vivere accettai, e iniziai a fare inversione di marcia con la carrozza. Mentre ero impegnato in questa operazione, gli altri erano scesi e a bordo della strada osservavano le operaie, ogni tanto lasciandosi scappare commenti sull’aspetto delle ragazze.

Una di queste dovette sentire uno dei commenti, e ci urlò contro “Porci!”, tirando all’indirizzo del Cesare Paolo quello che a prima vista credetti essere un sasso, ma in realtà era un uovo marcio. Anche le altre si unirono alla loro compagna, e dovemmo fuggire in fretta e furia.

Rimontati in carrozza, lo sguardo di Andrea Volpi capitò sul giornale socialista che mi aveva dato l’operaia, e sul suo titolo “Contro la guerra imperialista!” Volpi lo prese e iniziò a leggere ad alta voce l’articolo:

“La guerra in Algeria e in Marocco deve essere condannata con la massima forza dal movimento operaio etc. etc. come disse Carlo Marx nel libro tal dei tali etc. etc. trattandosi dell’ennesimo esempio di guerra imperialista tra morti di fame contro altri morti di fame etc. etc. il nostro governo si rifiuta di fornire cure mediche alle migliaia di persone che ogni anno muoiono di malaria, morbillo e pellagra, ma trova i soldi per una guerra coloniale e così via.

Ci vorrebbe il bastone per canaglie simili. Anche nelle mie fabbriche avevo questi problemi coi rossi, poi ho assunto delle squadre di mazzieri per rimetterli al loro posto; da lì in poi non ho mai più visto un sindacalista.”

“Anche voi industriali dovete essere rimessi a posto” disse ridendo il Cesare Paolo.

Ormai era sera, e con la carrozza tornammo verso l’albergo. Arrivammo che il sole era già tramontato, e siccome per tutto il giorno non avevo mangiato nulla, andai verso il salone nella speranza che la cucina fosse ancora aperta, e di poter prendere qualcosa da mangiare. Gli altri mi imitarono, a parte il Cesare Paolo.

Nell’atrio aveva trovato Cesarina ad aspettarlo, ci aveva detto di non avere fame ed era salito in camera insieme a lei.

Dopo un po’, mentre mangiavamo, sentimmo un urlo provenire dalle camere. Ebbi subito una sensazione orrenda, e corsi su di sopra, fino alla camera del Cesare.

Entrai e trovai il Cesare sconvolto a fissare Cesarina; lei era nuda, intorno al collo aveva un laccio rosso. Mi avvicinai e vidi che non respirava, e che il polso non aveva battito. Era morta.

Nel frattempo, erano saliti anche gli altri, e fu il principe Messalla a prendere in mano la situazione; ci disse di rivestirla, e subito lo aiutammo a rimettere i vestiti al cadavere. Poi prendemmo il corpo, lo portammo fuori dalla stanza del Cesare, assicurandoci che nessuno ci vedesse, e lo portammo fino ad un punto dove c’era una finestra. Aprimmo la finestra, e buttammo giù il cadavere.

“Ora non è più omicidio, ma suicidio.” disse il principe Messalla.

Il Cesare Paolo era ancora sconvolto, e gli altri pensarono fosse il caso di portarlo a Roma e fargli cambiare aria per qualche giorno.

Io rimasi lì, ad aspettare che arrivasse la polizia e i genitori della povera Cesarina. Non sospettavano nulla della relazione della figlia col Cesare, e per loro quel suicidio era inspiegabile; rimasi con loro e gli offrii anche del denaro, che loro però rifiutarono. La loro unica preoccupazione era dare un degno funerale alla figlia.

Siccome ufficialmente quella morte era un suicidio, la Chiesa non poteva dare un funerale cristiano a Cesarina, ma i due coniugi sapevano già a chi chiedere aiuto.

Nell’Impero ci sono circa ventimila famiglie nobili. Di queste, duecento posseggono fortune multimiliardarie, e duemila hanno rendite dignitose; le altre diciassettemila e ottocento sono povere in canna, e campano con rendite più misere del salario di un operaio.

Una di queste famiglie erano i conti Sanseverini, che avevano il loro palazzo a poca distanza dall’albergo dove era morta Cesarina; il padre della sciagurata si presentò di fronte al palazzo col cadavere della figlia e due polli, chiedendo al conte la cortesia di allestire un funerale per la figlia, e offrendo i due polli come ringraziamento.

Il conte era magrissimo, persino più magro di molti contadini che ho visto, e la sua testa mi sembrò un teschio con attaccati dei capelli bianchi; il conte accettò di fare quel favore al padre di Cesarina, e dopo essersi scusato per il fatto che la servitù era già stata congedata per la sera (in realtà i conti Sanseverini non potevano permettersi di pagare nemmeno un cameriere), chiamò la contessa e la figlia.

Le due donne immediatamente si misero al lavoro sul cadavere, mentre il conte portava i polli in cucina; la contessa vestì il cadavere con uno dei propri abiti da sera (l’unico abito buono che possedesse), mentre la figlia truccava il cadavere per nascondere le ferite e i lividi.

Sentii il conte dire al padre di Cesarina che il funerale sarebbe stato celebrato il giorno successivo, dal cappellano della famiglia, e che la carrozza di famiglia sarebbe stata usata come carro funebre, poi uscii.

Presi una carrozza, diedi una buona mancia al cocchiere per il servizio notturno, e andai anch’io a Roma. Arrivai a palazzo Silio che albeggiava, e fui subito raggiunto dal principe Sallustio, che mi chiese:

“Ma non sai cos’è successo?”

“No, sono stato a Frosinone fino a poche ore fa. Cos’è successo?”

Mi disse che, quando loro e il Cesare erano tornati a palazzo, trovarono dentro gli ufficiali della Guardia Palatina; pensarono che l’Imperatore avesse scoperto tutti i loro giochetti e li avesse mandati ad arrestarli, ma in realtà quando videro il Cesare si inginocchiarono di fronte a lui e gli giurarono fedeltà.

Infatti, durante il trionfo di quel giorno, l’Imperatore Giovanni Pio I era stato assassinato da un anarchico, tale Giovanni Passannante, subito arrestato e imprigionato in attesa della condanna a morte.

Il Cesare Paolo non era più l’erede al trono, era diventato Sua Maestà Imperiale Paolo VII, Imperatore dei Romani.

Rimasi al servizio dell’Imperatore per cinque anni, fino alla mia caduta in disgrazia; come in tutte le cadute in disgrazia nella corte imperiale, tutto avvenne senza una ragione precisa.

Uno dei miei amici dentro la polizia mi avvertì che mi stavano venendo ad arrestare, così riuscii a prendere con me una borsa piena d’oro e a fuggire.

Persi tutto: il mio palazzo, le mie ville, le mie fabbriche e i miei terreni, i miei cavalli, le mie opere d’arte; tutto quanto fu sequestrato e venduto all’asta.

Dovetti cercare rifugio in un paese di barbari: gli Stati Uniti d’America.

Un tempo avevo tutto, e se volevo qualcosa me lo prendevo. Ora sono di nuovo una nullità che deve fare la coda per avere da mangiare, ed è così che dovrò vivere il resto dei miei giorni.

Dario Carcano

L'Imperatore dei Romani Giovanni Pio I (creata con openart.ai)

L'Imperatore dei Romani Giovanni Pio I (creata con openart.ai)

Nota: Questo racconto nasce dalla lettura de "Il piacere" di D'Annunzio, dove il Vate descrive la decadente e dissoluta nobiltà della Roma umbertina, attraverso le vicende amorose di Andrea Sperelli.
Leggendo quel romanzo mi sono chiesto:
"E se questa nobiltà fosse la classe dirigente di un Impero Romano sopravvissuto fino al XIX secolo?"
E quella è stata l'idea da cui è nato questo racconto.
Due parole su questa TL: il PoD principale è quello che avevo teorizzato qualche tempo fa per una sopravvivenza dell'Impero Romano limitata all'Italia, ossia la vittoria di Antemio nella guerra civile contro Ricimero.
Antemio quindi instaura una sua dinastia che governa l'Italia tra V e VI secolo, in luogo di Odoacre e sovrani ostrogoti; la dinastia antemiana viene poi deposta e sostituita da una nuova dinastia, sempre romana. Questa nuova dinastia non viene però riconosciuta da Costantinopoli, e l'inimicizia tra le due corti imperiali fa sì che lo scisma tricapitolino causi - con cinque secoli di anticipo - una rottura tra cristianità greca e cristianità latina; il papa di Roma tuttavia riconosce il II Concilio di Costantinopoli, e sarà costretto dall'Imperatore d'occidente a lasciare Roma per andare in esilio a Costantinopoli, dove i successivi papi continueranno a risiedere in esilio. Lo scisma causa un conflitto tra i due imperi, con Giustiniano che cerca di reinsediare il papa con la forza, tuttavia la guerra si conclude in un nulla di fatto e ha l'unico effetto di stremare entrambi gli Imperi (soprattutto quello d'Oriente).
Nei territori dell'Impero d'Occidente l'Imperatore favorisce il Patriarca di Aquileia come capo della Chiesa, e per evidenziare questo ruolo la diocesi di Roma viene completamente soppressa, e la sua giurisdizione ripartita tra le diocesi suburbicarie.
Gli arabi mettono alle strette l'Impero d'Oriente, ma quello d'Occidente riesce a tenere, anche se la Tripolitania sarà persa e riconquistata più volte, ma intanto l'Impero deve affrontare la pressione dei Longobardi, degli Ungari e degli Slavi, che premono per entrare nel bacino del Danubio, che nei secoli VII-X sarà una frontiera caldissima per l'Impero, con numerose incursioni barbariche che penetreranno fino in Italia.
Nell'XI secolo Cartagine viene brevemente conquistata dagli arabi, alleatisi coi berberi, ma sarà rapidamente riconquistata, tuttavia questa conquista apre la strada all'espansione araba nel Maghreb, e - complice un periodo di instabilità e guerra civile - i possedimenti africani dell'Impero si ridurranno a Cartagine e alla costa tunisina, con l'odierna Algeria che sarà completamente persa in favore degli arabi, così come Ceuta e Tangeri.
Nonostante queste perdite, tra XI e XIII secolo l'Impero d'Occidente vive una nuova età dell'oro, durante la quale una serie di vittorie contro Longobardi, Croati e Ungheresi permettono all'Impero di riportare la frontiera al Danubio, e di estendere l'influenza romana anche sugli altri regni cristiani (Francia e Spagna visigota); in questo periodo c'è anche un tentativo di una spedizione in Terrasanta per conquistare Gerusalemme, che avrà un iniziale successo per poi fallire entro poche decadi (non ci sono invece le crociate come ci sono state in HL, quindi non c'è il sacco di Costantinopoli del 1204).
Il XV e il XVI secolo rappresentano invece un periodo di crisi per l'Impero, scosso da controversie religiose, instabilità dinastica e crisi economica, il tutto culminato nell'Anarchia dei trent'anni, uno dei punti più bassi della storia imperiale, durante il quale nel 1527 un esercito francese sceso in Italia ad appoggiare uno dei molti pretendenti al trono, poté saccheggiare impunemente la città di Roma.
L'Impero, anche a causa di questi fallimenti, perderà la finestra di opportunità per colonizzare massicciamente le Americhe, che saranno invece dominate da spagnoli, inglesi e francesi.
L'Impero riesce a riprendersi nel XVII secolo grazie alla dinastia dalmata, che farà delle riforme che permetteranno a Roma di tornare competitiva con le altre potenze, tuttavia l'estinzione della suddetta dinastia alla fine del XVIII secolo e una serie di rovesci militari contro la Francia rivoluzionaria (che riesce addirittura ad occupare momentaneamente la pianura padana) causano un nuovo periodo di instabilità, che ha termine nel 1801, con l'ascesa al trono di un generale corso di umili origini, che ribalta le sorti della guerra contro la Francia, riportando Marsiglia e l'intera Provenza sotto controllo imperiale. Con la dinastia corsa ha inizio un nuovo ciclo espansivo, sia da un punto vista militare che economico, ma è un epoca caratterizzata anche da molte contraddizioni e molte disuguaglianze, che prima o poi potrebbero esplodere...
Più che Dumas e Hugo, credo che nel mio racconto ci sia Curzio Malaparte, spero che lo abbiate apprezzato.

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In seguito, Dario ha scritto altri racconti, ambientati nello stesso universo:

Lettera ai Sovietici

Ai compagni dell’Internazionale Comunista.

Sono stato mandato in Italia ormai nel lontano 1921, da Lenin in persona, con il compito di riferire sullo stato del movimento operaio all’interno dell’Impero Romano, e di essere il tramite tra l’Unione Sovietica e il suo partito comunista e l’allora neonato Partito Comunista dei Romani. Da oltre quindici anni non metto più piede in Unione Sovietica, sia per gli impegni che mi sono derivati da questa responsabilità, sia per le frequenti incarcerazioni da parte del governo imperiale.

Mi sono trovato a essere molto più di un semplice ambasciatore del partito bolscevico: essendo un italiano che si è formato politicamente a Mosca, all’interno del Partito bolscevico e dell’Internazionale Comunista, ero uno dei dirigenti più esperti sia nella teoria marxista-leninista che nella prassi rivoluzionaria del partito bolscevico. Per questo, nell’arco di pochi anni, da semplice emissario di Mosca sono diventato prima consigliere della Segreteria, poi dirigente di rilievo, e infine Segretario generale del Partito.

In questo incarico sono sempre stato leale a Mosca, e ho sempre dato il massimo per seguire le direttive dell’Internazionale comunista; tuttavia, dopo quasi vent’anni spesi in Italia a fare lotta politica e attività organizzativa, a coordinare scioperi e occupazioni di fabbrica, e dopo otto anni spesi nelle carceri imperiali sotto il regno dell’imperatore Giovanni Battista Giraldini, devo dire qualcosa che potrebbe causare tensione tra Mosca e i comunisti italiani, ossia che i dirigenti dell’Internazionale Comunista mancano delle conoscenze necessarie a capire la situazione particolare dell’Impero Romano, e le ragioni per cui una rivoluzione proletaria in Italia è improbabile, se non totalmente impossibile.

L’Impero Romano è un paese estremamente arretrato, un relitto del Medioevo che per ragioni a noi incomprensibili è ancora in piedi. Un paese nel quale un vero proletariato industriale esiste solo nel Lazio – escludendo però Roma – in Liguria, nel Milanese e nel Veneto; un paese in cui la maggioranza della popolazione è composta non da operai o braccianti, ma da piccoli proprietari terrieri veterani dell’esercito. Un paese in cui ci sono disuguaglianze economiche enormi, e non ci si fa troppi problemi a deporre e uccidere brutalmente un imperatore se incapace, ma in cui il sistema imperiale gode di un consenso enorme presso il popolo, perché nel sistema il popolo vede una garanzia di benessere.

Eppure, nonostante tutte queste contraddizioni, proprio l’arretratezza dell’Impero è ciò che lo rende impermeabile ad una rivoluzione proletaria.

Innanzitutto, nell’Impero è molto forte la devozione religiosa verso la Chiesa Cattolica Aquileiana: quasi tutti i romani sono credenti, gli atei – o anche solo gli agnostici – sono pochissimi e oggetto di scherno da parte della popolazione. I membri del clero godono di enorme considerazione presso le masse popolari, e nelle città è frequente imbattersi nelle clausure, celle abitate da individui che rinunciano al contatto col mondo esterno per avvicinarsi a Dio, tenuti in vita dalla carità delle persone che abitano vicino a loro.

Nessuno mette in discussione la Chiesa, e nemmeno Leone IV Bonaparte, l’imperatore che lanciato le riforme più audaci, è riuscito a scalfire il potere della Chiesa.

Tuttavia, per il popolo ciò non è affatto un male: la Chiese riceve donazioni da individui di ogni ceto, e queste donazioni sono usate per tenere operativi ricoveri per i senzatetto, mense comuni, ospedali.

L’istruzione oltre l’educazione elementare non è garantita dallo Stato, perciò per le famiglie di modeste condizioni economiche l’unica opzione per far studiare i figli, senza indebitarsi o dilapidare il proprio modesto patrimonio, sono i seminari ecclesiastici, che oltretutto aprono la possibilità di una carriera all’interno della Chiesa.

Inoltre, l’Impero Romano è un paese fortemente corporativo, ossia ci sono categorie sociali che sono tenute in una considerazione più alta da parte dello Stato. Dall’epoca di Leone IV i veterani, al termine del loro servizio nell’esercito, ricevono dallo stato un lotto di terra coltivabile di cui diventano proprietari; questi lotti sono ricavati dal demanio pubblico, ma più spesso sono frutto della divisione delle proprietà espropriate ai nobili caduti in disgrazia presso l’Imperatore.

Gli operai, tramite i sindacati, hanno passato decenni a richiedere miglioramenti nelle loro condizion sia salariali che contrattuali. Molto astutamente, l’Imperatore Marciano VI Giraldini accolse gran parte delle richieste degli operai, creando anche tavoli di contrattazione collettiva tra sindacati e industriali mediati dallo Stato; facendo ciò, l’Imperatore puntava a spaccare il movimento proletario e comunista, avvicinando a sé i sindacati e integrandoli nel sistema corporativo, e allontanando gli operai da Mosca e dalle influenze comuniste.

Noi come PCdR ci siamo opposti a questi tentativi, ma i sindacati hanno ceduto alle sirene imperiali, e ora la Confederazione Generale del Lavoro, il principale sindacato dell’Impero, che fino a vent’anni fa era l’organo attraverso cui organizzavamo la lotta proletaria, è diventato una colonna del sistema Imperiale.

Ho visto troppi compagni del Partito arrestati su segnalazione dei sindacalisti della CGdL; perciò, verso il sindacato ho solo fiele e parole al veleno. Mi dispiace, perché molti sindacalisti sono stati compagni di lotta per molti anni, ma non posso dimenticare come quegli stessi volti poi siano passati a urlare "Viva l’Imperatore!" negli anniversari dell’ascesa al trono dell’imperatore Marciano.

Forse è solo la stanchezza a parlare, e a rendermi così pessimista verso le prospettive del movimento operaio nell’Impero; avevamo grandi speranze nel 1935, quando riuscimmo a deporre l’imperatore Giovanni Battista assieme ai militari. Tuttavia, questi ultimi salvarono l’istituzione imperiale, restaurando il deposto Marciano VI, e la CGdL organizzò una grande manifestazione con cui celebrò il ritorno di Marciano, l’imperatore buono che ascoltava i sindacati e pensava agli operai.

Una rivoluzione deve avvenire sia dal basso che dall’alto; è così per tutte le rivoluzioni della Storia. Se il popolo contesta la classe dirigente, hai una rivolta; se la classe dirigente vuole sostituire il regime, hai un colpo di Stato. Una rivoluzione avviene solo quando contro il regime si mobilitano contemporaneamente il popolo e pezzi del ceto dirigente, con un movimento che è sia dal basso verso l’alto che dall’alto verso il basso. Neanche la Rivoluzione russa fa eccezione a questa regola: la rivoluzione del 1905 fu repressa perché avvenne quando il ceto dirigente russo non metteva in discussione l’istituto imperiale; quando lo zar fu deposto dai suoi stessi ufficiali e la monarchia rimpiazzata dal governo provvisorio, segnale di come lo stesso ceto dirigente esigesse un cambiamento, si aprì la finestra di opportunità che permise a Lenin di guidare la Rivoluzione di Ottobre.

Ebbene, in questo momento nell'Impero non c’è alcuno spiraglio per una rivoluzione; il popolo sostiene l’Imperatore e l’istituto imperiale, l’esercito può mettere in discussione un imperatore (e a volte un’intera dinastia) ma mai la monarchia in sé, gli industriali non sono abbastanza potenti da costituire un pericolo per l’imperatore, e alla nobiltà è concesso arricchirsi finché rimane leale alla corona. Tutti, in un modo o nell’altro, beneficiano dal sistema imperiale, per questo nessuno lo mette in discussione.

Noi comunisti siamo l’unica vera opposizione al regime imperiale. Nonostante le incarcerazioni di dirigenti e militanti, il Partito resta comunque molto presente nelle città, ma purtroppo nelle campagne e nei villaggi rurali – dove abita la grande maggioranza dei sudditi dell’imperatore – praticamente non esistiamo. È difficile spiegare ai veterani, che hanno avuto dall’Imperatore il pezzo di terra che coltivano, le ragioni della rivoluzione proletaria.

Ho sentito che a Mosca molti dirigenti dell’Internazionale si stupiscono di come il PCdR non sia stato formalmente messo al bando, e io stesso sia libero di muovermi e pubblicare articoli su giornali. Ma mettere al bando il partito semplicemente non è necessario, l’Imperatore può semplicemente ignorarci.

Spero che questa mia lettera chiarisca le ragioni del fallimento della lotta operaia nell’Impero Romano.

Saluti, compagni. W la Rivoluzione! W l'Internazionale!

Dario Carcano

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L'intervista

Sono arrivato in Romania nel 1979. All’epoca ero già famoso come giornalista e Martin Scorsese, all’epoca regista emergente, mi aveva chiesto – ovviamente dietro compenso economico – di andare in Italia a studiare la Roman Connection, ossia la rete internazionale del traffico dell’eroina che partiva dalle fabbriche clandestine in Grecia, passava per Taranto con la complicità di ufficiali corrotti della Marina Romana, giungeva ai clan mafiosi della Sicilia, della Campania e della Calabria, e arrivava negli Stati Uniti d’America, a New York.

Martin Scorsese voleva fare un film incentrato su questo traffico, così mi inviò in Romania a raccogliere informazioni e dati che poi sarebbero confluiti nella sceneggiatura del film. Quel progetto, dopo varie modifiche, sarebbe diventato Goodfellas, uscito nelle sale americane nel 1990.

Tuttavia, questa non è la storia di Goodfellas e della sua scrittura. Questa è la storia del mio viaggio in Italia, e della scoperta di uno dei fatti più raccapriccianti nella storia della Romania.

Come dicevo, sono arrivato in Italia nel 1979, a settembre. Quando uscii dall’aeroporto pioveva a dirotto, e sul taxi che mi doveva portare all’albergo trasmettevano una canzone che recitava “Chist’è ‘o paese d’ ‘o sole!”; passai le prime due giornate a Roma in albergo, non solo per organizzare le interviste che dovevo fare, ma anche perché speravo di poter vedere le meraviglie della capitale imperiale. Il terzo giorno, mentre stavo uscendo dall’albergo, trovai nell’albergo due ufficiali della guardia imperiale che, con mia sorpresa, mi stavano aspettando. Mi chiesero se fossi io il giornalista americano vincitore di un premio Pulitzer che collaborava con Martin Scorsese; gli risposi di sì e mi dissero che l’imperatore Paolo VIII voleva conoscermi e mi stava aspettando al Quirinale, nel Gran Palazzo, dove quel giorno avremmo pranzato insieme.

Non mi aspettavo che fossi così famoso anche in Romania, poi però mi ricordai che l’imperatore Paolo VIII era notoriamente appassionato di cinema, tanto che si diceva che i film prodotti dal Ministero per l’Educazione e la Propaganda Imperiale fossero diretti da lui usando pseudonimi. Probabilmente – pensai – l’imperatore era rimasto impressionato da Taxi Driver, e quando aveva sentito che lavoravo con Scorsese si era incuriosito e aveva voluto conoscermi; così, durante il tragitto dall’albergo al palazzo, mi preparai a rispondere a domande su Scorsese e sul suo cinema.

Arrivai al Gran Palazzo che era passato mezzogiorno, e un cameriere in livrea mi accompagnò dall’ingresso alla sala dove l’Imperatore mi attendeva.

Mi aspettavo una sala gigantesca con un tavolo enorme, invece era una saletta abbastanza intima, con un tavolo che per quattro persone sarebbe stato piccolo; l’imperatore era già seduto e mi stava aspettando per iniziare a mangiare. Quando mi vide mi venne incontro per stringermi la mano, e mi salutò con grande cordialità. Non ero a disagio, anzi: le gigantografie e i ritratti della propaganda che ovunque tappezzavano i muri di Roma, mi avevano abituato all’Imperatore e alla sua fisionomia; per cui non mi sembrava di essere assieme ad uno degli uomini più potenti del pianeta, ma di trovarmi assieme ad un vecchio amico.

La conversazione tra noi partì praticamente subito, e durò ben oltre la durata reale del pranzo; come previsto, la conversazione partì dal cinema; tuttavia, l’imperatore parlò soprattutto di come lui, durante il suo regno, avesse creato dal nulla un’industria cinematografica capace di sfidare Hollywood. Sembrava di parlare con Samuel Goldwyn, e non con un imperatore romano.

Ma del resto, l’imperatore Paolo era un intellettuale rinascimentale. Poteva parlare di cinema come un produttore di Hollywood, di Storia romana come un docente universitario, della marina e delle sue navi come un ingegnere navale, di religione come un teologo, e di politica come un sociologo.

Non era uno stupido, l’imperatore: se pensate che il cinema fosse per lui un gioco sbagliereste di grosso. L’imperatore si rendeva conto che il cinema, come anche la televisione, era il veicolo ideale per far passare la propria agenda politica, e si rendeva conto che, se l’Impero non fosse stato in grado di competere col cinema americano, avrebbe perso la più importante delle battaglie. Quella culturale.

A un certo punto della conversazione, quando il pranzo era già finito, l’imperatore disse: “So qual è il vero motivo della sua visita in Romania. L’incarico di Scorsese le ha dato un pretesto, ma lei ha una ragione personale per trovarsi nel mio impero. Suo padre.”

Credevo che l’aver cambiato cognome ottenuta la cittadinanza americana mi avrebbe evitato che qualcuno riconoscesse in me il figlio di mio padre, ma evidentemente mi sbagliavo.

Mio padre, il conte Anastasio Sampaoli, era stato diplomatico e ministro sotto numerosi imperatori, ed era sparito nel nulla durante il regno dell’imperatore Giovanni Battista Giraldini, lo zio dell’imperatore Paolo.

Non c’era stato un processo, e a me e mia madre non risultava fosse stato detenuto in carcere. Semplicemente un giorno era sparito nel nulla, e né io né mia madre avevamo mai più avuto sue notizie; non era nemmeno l’unico caso, molti altri ministri e funzionari erano spariti nel nulla durante il regno di Giovanni Battista.

Mio padre, che forse aveva intuito la fine che stava per fare, pochi mesi prima della sua scomparsa aveva spedito me, mia madre e i miei fratelli negli Stati Uniti, dove siamo cresciuti. Poi, dopo qualche settimana dal nostro arrivo, smettemmo di ricevere sue lettere, e gli amici rimasti in Romania ci confermarono che anche loro non avevano più sue notizie.

L’imperatore, dopo una pausa di silenzio, riprese a parlare e disse: “Lei probabilmente immagina qual è stata la fine di suo padre, il conte Anastasio, e devo informarla che i suoi timori purtroppo sono fondati. Suo padre è stato arrestato con l’accusa di tradimento, detenuto per tre anni nel campo di lavoro di Atella, e poi giustiziato. Non so dirle se sia stato seppellito, ma visti gli usi dell’epoca ne dubito.”

“Cosa intende dire con usi dell’epoca?”

“Il regno di mio zio è stato un periodo diciamo… complicato. Forse lei non è a conoscenza, avendo vissuto fuori dalla Romania, ma in quel periodo nessuno era al sicuro e molte persone sono state trasformate in fertilizzante per piante. Anch’io ho rischiato la vita in quel periodo.”

“Anche lei? Un principe di sangue reale?”

“Gliel’ho detto, nessuno era al sicuro. Il potere di mio zio era assoluto, e anche la sua paranoia era assoluta; tutti i giorni mio zio sottoponeva me e mio padre ad un rituale che chiamava ‘la mezz’ora’.”

“E in cosa consisteva?”

“Beh, in pratica faceva entrare me e mio padre nel suo studio, un ambiente gigantesco fatto apposta per intimorire, dove appesi al soffitto c’erano dei lampadari di cristallo talmente enormi che, se uno di questi si fosse staccato e qualcuno si fosse trovato sotto di esso, sarebbe finito spiaccicato.

In questo ambiente c’erano lui e tutta la sua corte di adulatori ed esecutori; la mezz’ora iniziava effettivamente quando mio zio poneva al suo segretario la domanda ‘Cosa si dice oggi nelle strade?’ e il segretario gli rispondeva “Il popolo è insoddisfatto del governo di sua maestà imperiale, e vorrebbe il ritorno sul trono dell’imperatore Marciano”. Dopo questo scambio rituale iniziava la mezz’ora, e mio zio si alzava in piedi e di fronte a tutta la corte faceva un elenco di tutte le malefatte compiute da mio padre durante il suo regno; omicidi politici, tangenti, accordi diplomatici svantaggiosi per l’impero, appalti truccati, sconfitte militari, nulla veniva risparmiato, vero o falso che fosse. Poi ci congedava sempre con la stessa frase: ‘Io vi compatisco per la fine che vi farò fare. Ora andate, ma ricordate che domani questa fine potrebbe arrivare.’

“Tutti i giorni era così?”

“Ogni singolo giorno sottoponeva me e mio padre a quel rituale. Sapeva che mio padre era troppo popolare per poterlo uccidere impunemente, così lo umiliava ogni giorno con la mezz’ora. Poi, quando compii sedici anni, fui allontanato dalla corte e mandato nel campo di lavoro di Atella, sotto falso nome, cosicché non ricevessi trattamenti di favore. Avevo paura che mio padre non mi avrebbe mai più rivisto, né vivo né morto.

Rimasi ad Atella finché mio zio fu deposto e mio padre restaurato sul trono.”

“Atella? Ma non è dove c’era anche mio padre?”

“Infatti, io ad Atella ho incontrato tuo padre, dormivamo anche nella stessa baracca. Ricordo benissimo il giorno in cui arrivò al campo, perché mio zio aveva predisposto una cerimonia ‘di benvenuto’, per umiliarlo.”

“Addirittura?”

“Sì, mio zio era un sadico che traeva piacere dall’umiliare il prossimo, e spesso si recava ad Atella per umiliare i prigionieri politici. Secondo alcune voci non faceva solo quello…”

“E cosa consistette la ‘cerimonia’ con cui umiliò mio padre?”

“Io vidi tutto dalla finestra della mia baracca, assieme agli altri prigionieri. Quando arrivò il treno su cui aveva viaggiato tuo padre, mio zio lo separò dal resto dei prigionieri, che furono messi in fila nel piazzale del campo a fare da pubblico. Mio zio nel piazzale aveva fatto preparare un palco, attorno a cui erano disposte le guardie del campo, e alcuni membri della sua scorta personale. Ora che ci ripenso, mi rendo conto che mio zio quel giorno aveva la stessa faccia gelida, e al tempo stesso piena di disprezzo, che aveva Klaus Kinski in ‘Aguirre, furore di Dio’.

Tornando a noi, tuo padre fu portato nel piazzale, di fronte a mio zio. Tuo padre era ancora vestito in borghese, così mio zio ordinò che gli fossero strappati tutti i vestiti, e tuo padre rimase nudo, senza neanche le mutande, solo con un paio di occhiali. Vidi mio zio avvicinarsi a tuo padre, togliergli gli occhiali, buttarli a terra e schiacciarli coi suoi stivali, e poi sputare in faccia a tuo padre. Fecero venire il barbiere del campo, che rasò tuo padre a zero, e poi gli misero in mano la divisa a righe del campo e due scarpacce di legno.

Tuo padre non fu l’unico a essere umiliato quel giorno, dopo di lui fu la volta di un'altra mezza dozzina di ex ministri e industriali. Come ho detto prima, mio zio si divertiva a umiliare il prossimo, e circolano molte leggende secondo cui nelle sue visite nei campi non faceva solo quello.”


“A questo punto glielo devo chiedere: cosa dicono queste leggende?”

“Mi sorprende che lei non sappia davvero nulla, evidentemente agli americani queste storie non piacciono; secondo le leggende, mio zio nei campi non solo umiliava i prigionieri, e non solo partecipava direttamente alle torture sui prigionieri – che ad Atella si facevano eccome, e non solo per estorcere confessioni – ma teneva banchetti a base di carne umana dei prigionieri del campo, a cui partecipavano membri di un culto segreto di cui era membro.”

“E secondo lei, queste leggende sono vere?”

“Guardi, che io sappia mio zio non era membro di nessun culto segreto. Però è vero che lo zio era membro di alcune organizzazioni… strane, che negli anni del suo regno hanno avuto una forte influenza sul governo.”

“E quali sarebbero queste organizzazioni?”

“La principale di cui sono a conoscenza era la Fratellanza degli Ottimi Perfetti, che, come ho detto, era… strana. L’ordine venerava una versione idealizzata dell’Impero Romano, nella fattispecie l’Impero dell’epoca augustea, ritenendo che da lì in poi sia iniziata una decadenza irreversibile che poteva essere arrestata solo restaurando l’Impero di Augusto. Lo zio, influenzato da quest’ordine, riteneva di essere la reincarnazione di Germanico, il vendicatore di Teutoburgo, e di essere stato mandato nel mondo per arrestare il declino dell’Impero e riportarlo alla sua antica gloria.”

“Ah.”

“Se già questo le sembra strano, si prepari al resto. Lo zio prese alla lettera il compito di restaurare l’Impero di Augusto; abolì il sistema delle prefetture creato da Leone IV e reintrodusse il sistema amministrativo dell’epoca augustea. Il problema è che anche gli storici non sanno con esattezza quale fosse questo sistema, così l’amministrazione dell’Impero divenne un caos di organi locali che si pestavano i piedi a vicenda. Fu abolita anche la monetazione decimale, e venne reintrodotto il sistema monetario bimetallico dell’epoca alto-imperiale, col risultato che anche solo per avere una moneta che avesse senso molti cittadini dovettero iniziare a ricorrere al mercato nero, dove si sviluppò una vera e propria valuta parallela a quella legale. Questo a cascata ebbe conseguenze disastrose sulle entrate fiscali, ulteriormente aggravate dalla decisione di reintrodurre l’appalto ai privati dell’esazione delle imposte, con tutta la corruzione e le ruberie sulle spalle dei cittadini che ne conseguivano. La cosa paradossale è che le azioni di mio zio scontentarono una platea così vasta di gruppi di potere e ceti sociali, che solo dopo undici anni riuscirono a mettere da parte le proprie divergenze e coalizzarsi per deporre mio zio e restaurare mio padre.”

“E poi, una volta restaurato suo padre cosa fece?”

“Ovviamente la prima cosa fu venire ad Atella a cercarmi; la seconda fu un editto con cui dichiarò ‘nulli, illegittimi e mai avvenuti’ gli atti di mio zio come imperatore.”

“E suo zio?”

“La fine di mio zio è un segreto, e tale deve restare. Posso però dirle che, a differenza sua, siamo stati magnanimi e non lo abbiamo giustiziato.”

Poi l’imperatore si alzò, andò verso un mobile e da un cassetto tirò fuori un faldone pieno di documenti su mio padre, e sulla sua prigionia. Me lo diede e mi disse:

“Si è fatto tardi, e purtroppo la devo lasciare. Questi documenti renderanno molto più semplice la ricerca su suo padre. Se vuole potrà scrivere di questo nostro colloquio, e della sua ricerca.”

Per poi andare via. Solo due mesi dopo, ultimato l’incarico ricevuto da Scorsese, mi avventurai nella ricerca sulla prigionia di mio padre e sulla fine dei suoi resti.

Purtroppo, quest’ultima parte è stata infruttuosa, perché l’imperatore Paolo non esagerava quando parlava di persone trasformate in concime. Come molte altre persone che hanno perso dei cari durante il regno di Giovanni Battista Giraldini, non ho una tomba su cui piangere mio padre, ma dal mio viaggio in Italia mi sono portato dietro una busta del terreno del campo di Atella, dove mio padre ha incontrato il suo destino.

Prima di lasciare Roma, mentre prendevo la metropolitana che mi avrebbe portato in aeroporto, dove avrei preso l’aereo per New York, un uomo attirò la mia attenzione. Era un uomo di circa novant’anni, che indossava una divisa da guardiano dei gabinetti della metropolitana; fu la sua faccia a catturare la mia attenzione, perché mi ricordava moltissimo Klaus Kinski in Aguirre, solo molto più anziano. Mentre lo guardavo stava pulendo il pavimento in marmo della stazione con un mocio, e ad un certo punto anche lui iniziò a guardarmi, e mi guardò come se in me avesse riconosciuto qualcuno che conosceva. Guardò me, lanciandomi saette con gli sguardi, e poi si voltò alla mia destra, dove vidi due uomini in impermeabile che lo tenevano d’occhio.

Poi arrivò il treno, io salii, le porte si chiusero e il treno partì. E mentre il treno si allontanava vedevo che continuava a guardare verso di me, e che i due uomini in impermeabile gli si erano avvicinati e avevano iniziato a rimproverarlo.

Non tornai mai più in Romania.

Dario Carcano

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L'imbianchino

Molti anni fa ero convinto che gli imbianchini pitturassero le navi. Ma del resto cosa potevo saperne? Ero un portuale come gli altri; ero nato a Chiaia, ero stato battezzato nella chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, avevo studiato e svolto il servizio militare, avevo fatto la guerra in Algeria, e tornato a Napoli avevo iniziato a faticare come portuale, come gli altri iscritto al sindacato.

E questa era la mia vita finché... finché anch'io non iniziai a pitturare navi.

Era il 1957, erano quasi cinque anni che ero tornato a Napoli a faticare al porto. Per guadagnare dei soldi in più avevo messo in piedi un traffico di merce rubata; niente di più semplice: togli la merce dalle navi, e anziché caricarla sui camion che la portano a destinazione la nascondi, poi la vendi al mercato nero. Sulle bolle di trasporto scrivi che i camion li hai caricati e una parte dei soldi li dai ai camionisti per fare finta di niente.

Tutto filava a gonfie vele, finché un giorno uno scornacchiato di camionista non si fa prendere mentre fa il mio stesso giochetto, e per provare a togliersi dal casino fa il mio nome. Finì a processo, e mi rivolsi a Carmine Cirillo, l'avvocato del sindacato, che era anche cugino di Rosario Cirillo, il capo del sindacato.

Carmine fu molto diretto, e mi rassicurò dicendo che se le accuse contro di me non potevano essere provate non avevo nulla da temere.

"Se la testimonianza di quel camionista è l'unica cosa che hanno, non hanno alcuna speranza di vincere. Possiamo facilmente sostenere che la confessione è stata estorta, e questo dovrebbe bastare a convincere il giudice. Ci sono altre ragioni che potrebbero giustificare un tuo licenziamento?"

"Per esempio?"

"Bevi sul lavoro?"

"No."

"Arrivi al lavoro in ritardo?"

"No."

"Abusi dei giorni di malattia?"

"No."

"Fai a pugni sul lavoro?"

"No, sul lavoro no."

"Allora sei a posto, non devi preoccuparti. Comunque... a me lo puoi dire se li derubi o no. Per me non fa nessuna differenza, in tribunale ti difendo lo stesso."
"Beh, faccio tanto per loro quando non li derubo."

Carmine fu di parola, da quel processo ne uscì completamente pulito, e l'azienda fu condannata per condotta antisindacale. Un processo che avrebbe potuto distruggermi e farmi passare anni in carcere, si concluse con la mia assoluzione.

Non so cosa fece Carmine per farmi vincere, ma alcuni giorni dopo la sentenza Rosario Cirillo chiese di me. Così andai nel suo ufficio, e dopo avermi fatto entrare mi disse:

"Ho sentito che sei stato legionario."

"Sì, in Algeria. Due volte, dal 1946 al 1948 e dal 1950 al 1952, ossia quando è scaduta la ferma e sono tornato a casa."

"E com'era? Hai avuto paura?"

"Si ha sempre paura in guerra, e chi dice il contrario sta mentendo. Algeri era un inferno: pattugli una strada e all'improvviso ti ritrovi in mezzo ad un combattimento, con donne che sparano dalle finestre e bambini che tirano sassi dai tetti. In quel momento preghi la Madonna e daresti qualsiasi cosa per uscire vivo da lì. Poi però, passato il momento di terrore, se sopravvivi torni alla routine di sempre, ed esegui gli ordini. Come quando ti danno un gruppo di prigionieri e ti dicono solo di portarli fuori città a scavare. Col fucile li guardavo dall'alto in basso mentre scavavano, e ce la mettevano tutta. Forse pensavano che se avessero scavato bene li avremmo risparmiati."

"E tu saresti ancora disposto ad obbedire agli ordini?"

"Dipende da chi me li da questi ordini."

"Se te li do io che sono il capo del tuo sindacato, obbediresti?"

"Certo che sì."

"Bene. Il mio primo ordine è che da ora in poi un decimo del tuo traffico lo dovrai dare a me. Per il resto, tieniti a disposizione per quando ti manderò a chiamare."

"Va bene."

E così, iniziai a dipingere navi per Cirillo. Se non fosse chiaro, Rosario Cirillo non era solo il capo di un sindacato. Rosario gestiva il contrabbando di sigarette attraverso il porto, a cui si aggiungevano il contrabbando di materiale pornografico, due bische clandestine, e il traffico di eroina verso gli Stati Uniti, che però non gestiva da solo, ma in società coi corsi e i siciliani.

Ma a me non interessava granché di cosa faceva Cirillo, per me era come essere tornato nell'esercito, eseguivo gli ordini. Cirillo mi diceva di dare un messaggio ad un imprenditore che minacciava di licenziare un suo delegato sindacale, e io recapitavo il messaggio assieme ad un candelotto di dinamite; Cirillo mi diceva di occuparmi di un negoziante che si rifiutava di piazzare la sua merce, e io gli facevo qualche buco sulla vetrina; Cirillo mi diceva che secondo lui un nostro uomo poteva parlare coi magistrati, e io convincevo quella persona a tacere. Infilandola in una macchina trita-alberi.

Per me era lavoro, non c'era nulla di personale, ed ero molto bravo a fare quello che facevo. Cirillo infatti per ogni lavoro che facevo mi ricompensava molto bene, e dopo dieci anni che lavoravo per lui, nel 1967 venni ufficialmente affiliato alla sua famiglia.

Tutto andava bene, finché... All'inizio degli anni '70 il governo americano iniziò a perseguire seriamente il traffico di eroina, e molti boss italo-americani nostri clienti finirono dietro le sbarre. Anche il governo di Costantinopoli diede un giro di vite al traffico di eroina, mandando l'esercito sui monti dell'Anatolia a snidare le coltivazioni di oppio. Cambiò anche l'atteggiamento della nostra Marina, che iniziò a punire molto più severamente gli atti di corruzione e collusione nel traffico d'eroina.

Insomma, l'eroina, che fino a quel momento era una licenza per stampare soldi, non rendeva più come prima.

E questo causò parecchi problemi, perché senza i soldi dell'eroina la società tra noi, i siciliani e i corsi si ruppe. E rotta la società, i corsi e i siciliani pensarono di approfittare della divisione delle famiglie camorriste per imporsi a Napoli. Rosario infatti grazie al sindacato controllava il porto, ma a parte quello la sua autorità non si estendeva oltre Chiaia.
Così nel 1972 a Napoli scoppiò la prima vera guerra di camorra.

La guerra contro i siciliani e i corsi non fu semplice. Mi sembrò di tornare ai tempi dell'Algeria, quando a qualsiasi ora del giorno e della notte dovevamo correre di qua e di là, a dare manforte ai compagni che si trovavano sotto al fuoco nemico.

Vidi morire molti amici, e dovetti passare molte notti lontano da casa, a dormire in una casa sicura vicino al porto, pronto a rispondere alle chiamate di Rosario e ad andare là dove ci fosse bisogno; assieme a me c'era una bella squadra che avevo messo su personalmente: innanzitutto c'era il mio fratellino Ciro Gargiulo, che chiamavo fratello anche se in realtà siamo cugini, ma in Romania si usa così; poi c'erano Gaetano Pollio e Anastasio Zito, ex paracadutisti come me veterani dell'Algeria. Li avevo tirati dentro grazie ad alcuni debiti di gioco nelle bische di Rosario, di cui accettai di farmi carico se loro avessero iniziato a lavorare per me. Non mi pentii di quella decisione, divennero subito i miei uomini migliori: avevano nervi d'acciaio e ghiaccio nelle vene, uccidere non gli faceva né caldo né freddo, erano abituati a eseguire gli ordini e soprattutto sapevano quando bisognava fare rumore e quando bisognava fare silenzio.

Oltre a loro tre, con me c'era Totò Franzese, un ragazzo del sindacato che aveva già all'attivo parecchie azioni, e che avevo tirato dentro dopo aver visto come sistemava un gruppo di sindacalisti comunisti. Loro non erano i soli, all'epoca della guerra coi siciliani avevo già più di venti persone alle mie dipendenze; però loro quattro erano i miei uomini più fidati, quelli di cui mi servivo più spesso. Gli altri erano mercenari che andavano e venivano, e non vale nemmeno la pena menzionarli.

Per quella guerra non badai a spese: mi procurai apparecchiature elettroniche per le intercettazioni, e le usai per controllare i telefoni dei siciliani e dei corsi, e assunsi due russi ex agenti del KGB per utilizzare quelle apparecchiature. Assoldai gli uomini necessari a pedinare e a seguire quegli infami, e convinsi le poste a far passare prima da me tutta la loro corrispondenza, dove avevo uomini che aprivano le lettere col vapore, fotografavano tutto e richiudevano le buste. Tutto questo mi costò molti soldi è vero, ma nel 1971 avevamo rapito Achille Lauro, e il riscatto che ci avevano pagato per liberarlo bastava a coprire cento anni di quelle spese. Rosario ovviamente ebbe la sua fetta, ma anche così erano molti soldi.

La guerra fin da subito volse in nostro favore: gli scornacchiati siciliani nel 1974 tentarono di ribaltare la situazione mandando a Napoli trenta uomini guidati da Ninni Buscetta; uomini d'onore, non mercenari, che nelle intenzioni dei siciliani dovevano dare nuova linfa ai loro uomini sul continente. Però grazie al lavoro della mia squadra li individuammo quasi subito, e a Napoli non rimasero a lungo; tornarono in Sicilia, ma coi piedi in avanti. Solo Buscetta si salvò, per un mezzo miracolo: piazzammo una bomba nella sua automobile, solo che però il nostro esperto di esplosivi in quel periodo non era disponibile perché stava scontando una condanna per il furto di un camion; così furono Pollio e Zito a piazzare l'autobomba, solo che essendo poco pratici sbagliarono a piazzarla e la misero sotto al sedile del passeggero anziché sotto a quello del guidatore, e peggio ancora sbagliarono a calcolare la quantità di esplosivo necessaria, e ne misero troppo poco. Così quando Buscetta salì in macchina e infilò la chiave, l'auto prese fuoco anziché esplodere, e Buscetta poté saltare fuori dall'abitacolo e salvarsi. Tuttavia raggiungemmo comunque lo scopo, perché Buscetta tornò subito in Sicilia e non mise mai più piede a Napoli.

Avevamo vinto, e per suggellare la nostra vittoria e il nostro dominio su Napoli io e Rosario pensammo di far eleggere Carmine sindaco della città. Non avevamo opposizione, persino Lauro, che era stato sindaco e muoveva parecchi voti con le sue clientele, era dei nostri e appoggiò la candidatura di Carmine Cirillo. Lauro! Io lo avevo rapito e veniva da noi a offrirci i voti per far eleggere sindaco il cugino del capo dell'uomo che lo aveva rapito! Ma a Napoli gli affari si fanno anche così, e Lauro aveva i suoi interessi da tutelare, che lo costringevano a dimenticare il passato e venire da noi.

E poi... Nel 1976 Carmine era appena stato eletto sindaco, la cerimonia d'inaugurazione si stava concludendo e dalla folla partirono tre colpi. Carmine fu colpito due volte alla testa e una al petto; sarebbe rimasto in coma per tre anni senza mai riprendere conoscenza prima di morire.

La guerra, che pensavamo finita, era appena ricominciata. Stavolta contro di noi non c'erano i siciliani, ma la Nuova Onorata Società di Gabriele Curto, che tutti chiamavano semplicemente O' Professore.

Curto aveva iniziato la sua carriera in carcere, dove era finito perché durante una rissa aveva ucciso un uomo che aveva fatto a sua sorella un complimento che non gli era piaciuto; in carcere aveva iniziato a farsi una reputazione, soprattutto dopo aver sfidato un boss alla molletta, e a costruirsi un seguito, e grazie ad alcuni amici che erano fuori riuscì, dal carcere, a creare fuori dal carcere la propria organizzazione criminale. Non è che sia molto difficile se si hanno i soldi: se le guardie sanno che sei danaroso, sono loro a venire in cella a chiederti se possono fare qualcosa per te.

Curto non era stupido: sapeva che noi lo avremmo strangolato nella culla se avessimo avuto sentore che una nuova organizzazione criminale stava nascendo. Così agì sotto traccia, alleandosi coi calabresi, dai quali fu anche affiliato, e reclutando nella propria organizzazione i negri della sabbia, gli arabi, oltre ai napoletani. Anche per questo noi non avevamo idea di cosa stesse facendo.

L'attacco a Carmine fu un fulmine a ciel sereno. Oltretutto l'attentatore era un arabo, un cazzo di algerino che io e Totò facemmo sparire subito, non un napoletano, e quindi non capimmo subito che dietro c'era Curto.

Ma avremmo dovuto capirlo, del resto gli indizi c'erano tutti. Pochi giorni dopo che Carmine fu sparato, Curto evase dal carcere; era riuscito a ottenere l'infermità mentale e ad essere trasferito in un ospedale psichiatrico, da dove non fu difficile scappare.

Poi nello stesso giorno io e Rosario fummo vittime di un attentato; io riuscii a salvarmi, ma mio fratello Ciro che era con me fu colpito a morte. Anche Rosario si salvò, ma era messo male. Per puro miracolo una pallottola gli trapassò il petto senza prendere né il cuore né i polmoni; si sarebbe ripreso, ma per un bel po' di tempo non fu in grado di dare ordini.
Così, mio malgrado, fui costretto ad assumere la reggenza della famiglia. Non ho mai voluto essere il numero uno, perché mi sono sempre trovato a mio agio ad essere il numero due; molta meno pressione, molti meno grattacapi, molta più libertà d'azione.

Non ero abituato ad essere boss, ad avere gli altri capi che venivano a chiedermi ordini, o che venivano da me a dirimere le loro dispute. Rosario queste cose le sapeva fare molto meglio di me, e non ho mai avuto problemi ad avere lui come mio superiore.

Lasciai a Pollio e Zito la gestione della mia squadra, per potermi dedicare appieno alla gestione della famiglia. E questo fu un errore, perché quando venne fuori che dietro gli attentati c'era Curto, Pollio e Zito iniziarono ad ordinare ritorsioni contro i suoi senza badare troppo a finezze tipo non fare morti innocenti. E senza venire prima a chiedere il mio consenso, perché entrambi avevano inteso che gli avevo dato carta bianca nella gestione della mia squadra.

Così cominciarono a cadere teste, sia nostre che nemiche. E la guerra divenne in poco tempo un bagno di sangue.

A rendere quella guerra più sanguinosa delle altre fu il fatto che era un tutti contro tutti: quando contro di noi c'erano i siciliani, le altre famiglie di Napoli ci sostenevano, o comunque non ci ostacolavano. Ora era tutti contro tutti, le vecchie alleanze erano saltate, e tutti intravedevano la possibilità di emergere alla guida della camorra napoletana.

Curto tentò di negoziare con me, e mi offrì la guida della famiglia di Rosario e il mantenimento del porto e di Chiaia se avessi accettato che lui era il capo dei capi delle famiglie di Napoli; rifiutai, anche perché essendo reggente per conto di Rosario non mi consideravo autorizzato ad accettare una simile proposta.

Ma comunque, quella guerra non sarebbe durata a lungo.

Nel 1978 l'Imperatore Paolo per ripristinare l'ordine mandò a Napoli un intera legione; a Napoli non c'erano mai stati tanti soldati tutti insieme. D'un tratto ci ritrovammo i carri armati nelle strade, i militari a controllare il porto e a ispezionare ogni singolo carico, i posti di blocco. Non si poteva più lavorare, non si poteva fare nulla.

Poi arrivarono le leggi speciali, e dopo di quelle iniziarono i processi.

Tutti finimmo sotto processo per qualcosa. E alcuni di noi per salvarsi pensarono a rompere il giuramento di omertà.

Franzese fu visto entrare in tribunale; non c'era nulla di sbagliato in questo, il problema però è che non aveva detto nulla. Nessuno sapeva che quel giorno sarebbe andato in tribunale, e questo fece sorgere più di un sospetto.

Ne parlai con Rosario, che era ancora in ospedale però si era già molto ripreso rispetto a subito dopo l'attentato:

"Totò è un bravo ragazzo, è uno dei nostri. Probabilmente si sarà dimenticato di dirci che era stato chiamato per essere interrogato."

"Io la penso come te, ma perché rischiare? Almeno, così è come la vedo io."

Quello stesso giorno io e Pollio andammo a prendere Totò Franzese sotto casa, e lo facemmo sparire.

Nella Nuova Onorata Società fu molto peggio, perché Curto iniziò a uccidere persone senza più distinguere tra traditori veri e traditori presunti. Tutti i giorni saltava fuori il cadavere di qualche affiliato curtiano, e alla fine la paranoia di Curto causò la fine della Nouva Onorata Società; anche i suoi fedelissimi andavano dai giudici a dire quello che sapevano, e in pochi mesi l'organizzazione fu smantellata. Curto venne trovato nel 1980, nascosto in un bunker a Ottaviano, e per espressa volontà dell'Imperatore fu sottoposto ad un regime carcerario speciale, che lo isolò completamente dal mondo esterno e dai pochi affiliati che ancora lo seguivano.

Io andai a processo per vari omicidi, rapimenti, corruzione, associazione a delinquere, appropriazione indebita, frode, frode ai danni dello stato, terrorismo, contrabbando, evasione fiscale e traffico di stupefacenti. Tuttavia riuscirono a incastrarmi solo per la mia auto; era una Mercedes-Benz W115 del 1975 che mi era stata regalata da un imprenditore a cui il sindacato prestava lavoratori. In cambio, come dirigente del sindacato, avevo chiuso un occhio sul fatto che pagava i suoi dipendenti meno del minimo salariale previsto dalla legge. Adoravo quella macchina, anche perché a Chiaia erano poche le persone ad avere un'automobile, però non valeva i nove anni di carcere che mi feci per averla presa.

Rosario uscì dall'ospedale nel '79, ma già un anno dopo era in carcere. Lo avevano incastrato perché aveva ordinato l'omicidio di un imprenditore a cui aveva prestato soldi a strozzo e che rifiutava di restituirli. Queste sono cose che non fai con Rosario Cirillo, se lui ti viene a chiedere di restituirgli dei soldi glieli ridai e basta, senza negoziare sugli interessi. Aveva ragione lui, però la persona a cui aveva ordinato di compiere l'omicidio lo aveva venduto ai giudici e stava indossando un microfono; lo condannarono all'ergastolo per associazione a delinquere finalizzata all'omicidio.

Pollio, che era presente a quella conversazione, fu condannato anche lui per la stessa ragione, mentre Zito venne condannato per una bisca clandestina che gestiva.

Tutti e quattro eravamo nello stesso carcere, a Pelagosa, nello stesso regime carcerario speciale nel quale era detenuto Curto.

Passavamo le giornate a giocare a bocce, e vedevamo i nostri corpi marcire lentamente. Pollio nel 1983 iniziò a tossire, e continuava a tossire senza fermarsi, finché ad un certo punto non iniziò a tossire sangue. Lo riportarono sul continente, e gli trovarono un tumore ai polmoni al quarto stadio; morì due mesi dopo, attaccato all'ossigeno.

Rosario non si riprese mai completamente dall'attentato del '76; gli tremavano le mani, faceva fatica a camminare e a parlare, e dal 1985 venne messo su una sedia a rotelle. Poche settimane dopo lo vidi che lo portavano in ospedale, e poi anche lui finì al cimitero.

A Zito nell'84 trovarono un tumore allo stomaco; fece un'operazione chirurgica e diversi cicli di chemioterapia senza risultati, e morì nel 1986. Negli ultimi mesi non riusciva più a controllare la vescica, e dovettero mettergli un catetere.

Io in carcere ho sviluppato il diabete; avrei avuto bisogno dei farmaci, ma l'amministrazione carceraria ha iniziato a passarmeli troppo tardi per tenere la malattia sotto controllo. Nel 1984 dovettero amputarmi un piede; avrei avuto bisogno delle stampelle per camminare, ma l'amministrazione carceraria non me le passava, perché secondo loro potevano essere usate come arma. Così anche io dovetti usare la sedia a rotelle.

In carcere, sempre per il diabete, ho iniziato a perdere la vista. Uscito dal carcere iniziai a usare le stampelle, e per un po' di tempo sono tornato a casa mia, dove c'era ancora mia moglie. Ma anche lei è morta di lì a pochi mesi per un infarto, e poco tempo dopo, rimasto solo in casa inciampai in un tappeto, e cadendo mi ruppi il femore.

Da allora vivo in una casa di riposo, fuori da Napoli, fuori dal mondo, fuori da tutto. La famiglia di Rosario non esiste più, il sindacato è stato sciolto, e io sono solo un anziano decrepito, un superstite di un'epoca morta e sepolta.

Dario Carcano

Mappa dell'Impero nel 1985

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Echi di un Impero Oscuro

Prima Parte

I

L’Imperatore Medico di Roma: Paolo VIII tra mito, guerra e ombre inquietanti (New York Times, 1985)
Un sovrano che riscrive la storia, combatte in Algeria e, secondo voci mai smentite, sperimenta sul corpo umano

Roma, agosto 1985 – A 76 anni, Sua Maestà Imperiale Paolo VIII Giraldini domina una nazione che non dovrebbe esistere: la Romania, l’Impero Romano d’Occidente. In un’Europa moderna di democrazie e stati-nazione, Roma resta una monarchia teocratica e militarizzata, guidata da un imperatore che si presenta come il custode di due millenni di continuità.
Il volto di Paolo VIII è onnipresente: nei cinegiornali, nei colossal patriottici che egli stesso, sotto pseudonimo, dirige, nelle trasmissioni televisive che celebrano la grandezza imperiale. “È un maestro della propaganda visiva,” spiega Michael Harriman, docente di storia contemporanea a Columbia. “Ha capito che nell’era della televisione le immagini contano più delle istituzioni. In questo, è più moderno di molti leader democratici.”
Dietro la facciata, però, si nasconde una biografia fatta di omissioni e contraddizioni.

Una giovinezza da riscrivere
Secondo la versione ufficiale, il giovane principe Paolo fu perseguitato dallo zio, l’imperatore Giovanni Battista Giraldini, e trascorse anni di prigionia. Ma archivi e testimonianze raccontano altro: il futuro sovrano partecipò attivamente al governo dello zio, prendendo parte a decisioni cruciali. Solo più tardi, una volta incoronato, cancellò accuratamente quel capitolo, costruendo per sé l’immagine di vittima e non di complice.

Il cesare negli Stati Uniti
Negli anni ’30, mentre il padre Marciano VI tornava al trono, l’erede imperiale visse per anni negli Stati Uniti, sotto falsa identità. Frequentò università prestigiose, studiando medicina e neurochirurgia. Roma afferma che si trattò di una scelta per offrirgli la migliore formazione possibile; ma molti osservatori leggono l’episodio come un esilio di fatto. “Il padre lo mandò via non per proteggerlo, ma per allontanarlo,” sostiene James Porter, ex diplomatico americano a Roma. “I loro rapporti erano deteriorati al punto da diventare politicamente pericolosi.”

La guerra senza fine in Algeria
Dal 1983, Paolo VIII ha ripreso con vigore la campagna di repressione in Algeria – che l’Impero insiste a chiamare Mauritania – tentando di cancellarne l’identità araba e islamica. Quella che avrebbe dovuto essere un’operazione rapida è diventata una guerra logorante. Nel 1985, i combattimenti continuano, con perdite costanti tra i legionari romani e un crescente isolamento diplomatico di Roma.
“Gli italiani del nord credono ancora all’idea imperiale, ma nelle province africane questo significa occupazione e violenza,” osserva Susan Klein, analista del Council on Foreign Relations.

I sospetti di esperimenti umani
Le accuse più oscure riguardano presunti esperimenti militari. Secondo rapporti diffusi da dissidenti, prigionieri algerini sarebbero sottoposti a interventi chirurgici crudeli, diretti in parte dall’imperatore stesso. Obiettivo: creare supersoldati in grado di resistere al freddo, alla fame e al dolore. Nessuna prova è stata finora confermata, e l’ONU non è mai riuscita a inviare ispettori nei laboratori militari romani.
“Non sappiamo dove finisce la leggenda e dove inizia la realtà,” ammette un funzionario occidentale a Bruxelles. “Ma il fatto che queste storie esistano e non vengano smentite è già un segnale preoccupante.”

Il regista del proprio mito
Nonostante tutto, Paolo VIII resta immensamente popolare a Roma. Nato nel 1909, sovrano dal 1956, ha trasformato il tricolore nero-rosso-nero con la Croce delle Sette Spade in un’icona quasi religiosa. La Commissione Speciale di Difesa (CoSDi), polizia politica e servizio segreto insieme, reprime ogni opposizione, ma la propaganda trasforma il sovrano in un padre rassicurante.
Paolo VIII ama discutere con gli ospiti di filosofia, di storia navale o di cinema americano, e lascia spesso l’impressione di un intellettuale rinascimentale. Ma dietro l’erudizione resta un imperatore moderno e inquietante: medico e dittatore, ingegnere dei corpi e regista delle masse.
“Paolo VIII vive di simboli,” conclude Harriman. “Il problema è che sotto quei simboli c’è un impero in guerra, e un uomo che sembra disposto a tutto pur di mantenerlo.”

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II

CENTRAL INTELLIGENCE AGENCY
Transcript Report – Source Audio
Cassette ID:
84-IT-092
Acquired from: [REDACTED]
Date: [REDACTED]
Location: presumed medical facility, Rome, ROM
Classification: TOP SECRET / EYES ONLY

[Inizio trascrizione – qualità audio: parziale, interferenze di fondo]
(rumore metallico di strumenti chirurgici posati su vassoio inox; bip regolare monitor ECG)

Anestesista: Saturazione stabile, 96%. Pressione arteriosa media 72.
Primario: Bene. Incisione parasagittale anteriore, due centimetri dalla linea mediana. Bisturi.

(suono netto di taglio, aspiratore in funzione)

Medico 1: Emostasi controllata. Aspiro.
Infermiere-Assistente: Cotone vaselinato pronto.
Medico 2: (a bassa voce) Sta aprendo veloce oggi...
Primario: Silenzio. Dissezione per strati, non per spettacolo. Retrattore.

(metallico di leve craniali, lieve cigolio)

Medico 1: L’osso è sottile, trapano a bassa velocità.

(rumore perforazione ossea, vibrazioni nel microfono)

Anestesista: Frequenza 88, stabile.
Primario: Bene. Placca frontale rimossa. Avanziamo. Callosotomia.
Medico 2: [inudibile]... sei millimetri oltre il fornice.
Primario: Troppo vicino! Mantieni la linea. Non stiamo giocando con un cadavere di laboratorio.

(clac! suono strumento gettato con forza sul tavolo)

Medico 1: Atrio ventricolare in vista. Ependima intatto.
Primario: Incidi.

(aspiratore, gorgoglio liquido cerebrospinale)

Anestesista: PIC in aumento, 28.
Primario: Spingi mannitolo. Svelto.
Medico 2: Ecco il VLPO. Visuale parziale.
Primario: Non mi serve “parziale”. Voglio accesso completo. Allarga!
Medico 1: Rischio di danneggiare il setto pellucido.
Primario: Fallo comunque. Abbiamo bisogno della finestra.

(rumore secco, retrattori regolati; tono del bip cardiaco accelera)

Anestesista: Tachicardia, 132.
Infermiere-Assistente: Pressione scesa a 58/40!
Medico 2: Malposizionamento dell’innesto, non si ancora al tessuto!
Primario: (urlando) IMPOSSIBILE! Ho dato coordinate precise! Correggi l’asse!
Medico 1: Tentativo di riposizionamento... [interferenza]... si lacera la parete ventricolare!

(allarme acustico del monitor; rumore concitato di ferri chirurgici spostati)

Anestesista: Saturazione in caduta libera! 62%!
Primario: MALEDIZIONE! Fermate l’emorragia. SUBITO!
Medico 2: Non risponde, non risponde!

(rumore caotico, più voci sovrapposte, incomprensibili; bip continuo di arresto cardiaco)

Anestesista: Arresto! Sto ventilando manualmente!
Primario: (voce rabbiosa) BASTARDI INCOMPETENTI! Tutto questo per niente... anni persi! Adesso dovremo ricominciare da zero. Questo fallimento ci costa mesi... mesi di ritardo sul [inaudibile].

(colpo violento su superficie metallica; suono oggetti rovesciati a terra)

Primario: Non tollererò un altro disastro del genere. Se volete restare in vita, imparate. Questo corpo è perduto. Avanti il prossimo.

[Fine trascrizione – 00:17:43]

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III

Roma 1985: l’Impero che non doveva esistere (Le Monde, 1985)
Reportage dalla Romania, un sistema sospeso tra paternalismo autoritario, petrolio africano e le prime crepe interne

Un sistema “fuori dal tempo” - Nel cuore dell’Europa, circondata da stati-nazione democratici, la Romania – come viene informalmente chiamato l’Impero Romano d’Occidente – continua a sopravvivere nel 1985 come se fosse rimasta immune dalle rivoluzioni politiche del XIX e del XX secolo.
Le istituzioni imperiali ruotano attorno a un sistema definito dagli storici francesi “neo-romano corporativo”. Leone IV Buonaparte, nel XIX secolo, gettò le basi di una monarchia militarizzata e centralizzata, che i successivi imperatori hanno modellato in un equilibrio instabile tra paternalismo autoritario, produttivismo industriale e socialismo nazionale.
Lo Stato imperiale promette a tutti i cittadini un livello minimo di benessere: pane, alloggio popolare, accesso alle cure mediche e all’istruzione primaria. Ma questa promessa è gerarchizzata. Chi ha servito nell’esercito gode di una priorità quasi sacrale. Veterani e vedove di guerra ottengono la precedenza nelle graduatorie per gli alloggi, licenze commerciali semplificate e accesso privilegiato ai prestiti statali.
“È la versione romana del welfare,” spiega l’economista Jean-Paul Béraud dell’ENS di Parigi. “Ma mentre in Francia la protezione sociale è un diritto universale, a Roma è una ricompensa per il servizio militare. È una società costruita sulla logica della legione, non della cittadinanza moderna.”
Il risultato è una popolazione disciplinata, abituata a vedere nella divisa non solo un dovere, ma un lasciapassare sociale. Gli economisti francesi parlano di un “corporativismo d’acciaio”: i sindacati, almeno quelli fedeli, partecipano a tavoli corporativi in cui discutono salari e condizioni di lavoro insieme a industriali e funzionari pubblici. Tuttavia, non rappresentano un contrappeso al potere imperiale, ma un suo ingranaggio.
“È una forma estrema di cogestione,” osserva Béraud. “Ma a differenza del modello renano, qui il conflitto sociale è sostituito dalla disciplina militare.”

Politica senza costituzione – Dal punto di vista politico, la Romania appare come un’eccezione. Non esiste una Costituzione moderna. Solo un insieme di “leggi costituzionali” stratificate, spesso incoerenti, che definiscono vagamente gli organi ausiliari dell’Imperatore. Ne risulta un sistema instabile, in cui conflitti di competenze sono risolti sempre da un unico arbitro: il sovrano.
Il Partito Social-Popolare dei Romani (PSPdR) è l’unica forza politica rilevante, e de facto il partito unico dell’Impero. Nato nel 1921 per difendere la monarchia contro la crescente influenza del comunismo, si è trasformato nel braccio organizzativo dell’Imperatore. Nel parlamento bicamerale – Congresso dei Rappresentanti e Senato Imperiale – i candidati PSPdR dominano costantemente. Formalmente eletto a suffragio universale ogni cinque anni, l’organo legislativo non ha reale potere.
“È un teatro repubblicano dentro un impero,” commenta Claire Vautrin, politologa alla Sorbona. “La partecipazione elettorale serve a mostrare consenso, non a determinare scelte politiche.”
La Commissione Speciale di Difesa (CoSDi), una sorta di fusione tra KGB e CIA, controlla la fedeltà della popolazione. Dissidenti e minoranze religiose vivono in condizioni difficili, anche se raramente vengono mostrati processi pubblici: più spesso la repressione avviene in silenzio.

L’astro nascente: Francesco Stefani – Il volto nuovo del regime è Francesco Saverio Salvio-Stefani, conosciuto come Francesco Stefani. Presidente del PSPdR e ministro della Sanità, è considerato da molti osservatori occidentali il “primo ministro de facto” dell’Impero, benché una tale carica non esista.
Figlio dell’ammiraglio Marco Antonio Salvio-Stefani, veterano della seconda guerra d’Algeria (1947-1967), Stefani si presenta come il tribuno delle classi popolari. I suoi comizi, affollati e coreografati, mescolano nazionalismo, retorica sociale e attacchi alla “finanza internazionale”.
A Verona, davanti a una folla di veterani e piccoli proprietari, ha scandito:

“Noi siamo per la proprietà privata,” esordisce Stefani, “ma non per la proprietà privata dei banchieri e della finanza internazionale, che si arricchiscono senza produrre valore. Noi siamo per la proprietà delle famiglie che hanno risparmiato, degli agricoltori che hanno strappato con le proprie mani la terra alle pietre, dei soldati che dopo aver servito la Patria hanno diritto a una casa e a un campo.” […] “Il marxismo ci dice che la storia è una lotta di classe. Noi diciamo: no! Non ci sono due Italie, due Afriche, due province divise tra oppressi e oppressori. C’è una sola comunità imperiale, indivisibile, in cui ognuno ha un posto e un compito. Non esiste il conflitto di classe, esiste il sacrificio comune. Chi ha vestito la divisa lo sa: in una legione non ci sono borghesi o proletari, ci sono soltanto romani che combattono fianco a fianco.
Così dev’essere la nostra economia: una legione del lavoro, dove ciascuno dà ciò che può e riceve ciò che serve.”

Il discorso ha suscitato ovazioni.
“Stefani è il più abile politico della nuova generazione,” osserva Marc Delmas, deputato socialista francese. “Concilia l’autoritarismo imperiale con un linguaggio quasi populista. Riesce a far sembrare il regime vicino al popolo, nonostante la sua natura profondamente militarista.”
Stefani guida una squadra di quarantenni – ex ufficiali, tecnocrati, dirigenti sindacali – che incarnano la “linea verde” del Sistema Imperiale. Il loro compito è mantenere il consenso tra i piccoli proprietari e i veterani, la base sociale del regime.

Le prime crepe – Nonostante la forza apparente, crepe profonde attraversano l’edificio imperiale.
Il Partito Comunista dei Romani (PCdR), mai messo al bando ma ormai marginale, denuncia da anni la dipendenza economica dal petrolio nordafricano. “Tutto il sistema si regge sugli introiti libici e tunisini,” dichiara un militante intervistato clandestinamente a Marsiglia. “Senza quel petrolio, non ci sarebbero case popolari né stipendi statali. È per questo che l’Algeria è cruciale: senza la Mauritania, Roma muore di fame.”
La terza guerra algerina, avviata nel 1983, si è già trasformata in un conflitto logorante. Ogni settimana, i giornali romani pubblicano necrologi di legionari caduti. L’opinione pubblica, tuttavia, resta patriottica.
Un viaggio nell’entroterra, nel Piceno, mostra le contraddizioni del sistema. Qui vivono i piccoli proprietari, veterani premiati con lotti di terra dopo anni di servizio. “Questa terra è il mio orgoglio,” dice Lorenzo, 63 anni, ex legionario. “Ma l’inflazione ci divora, e il grano statunitense entra nei mercati a prezzi che noi non possiamo competere.”
Molti giovani preferiscono emigrare a Roma o nelle colonie africane per cercare un impiego statale. I villaggi si spopolano, mentre la propaganda continua a mostrare la campagna come la “spina dorsale dell’Impero”.
“Se crolla la classe dei piccoli proprietari, crolla il mito imperiale,” avverte l’economista François Chevalier. “E oggi, tra inflazione e concorrenza estera, questo rischio è reale.”
“Roma vive ancora di mito,” conclude Claire Vautrin. “Ma i miti non pagano i debiti, e l’economia mondiale non aspetta. La vera domanda è: per quanto tempo ancora il sistema potrà sostenersi?”

Bandiera imperiale nel 1985

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IV

Commissione Speciale di Difesa (CoSDi)
Dipartimento Intercettazioni – Sezione Roma Nord
Codice fascicolo:
85-INT-442
Oggetto: Conversazione telefonica tra Soggetto “Aquila” (Paolo VIII) e Soggetto “Vittoria” (Francesco Saverio Salvio-Stefani)
Data: 14 ottobre 1985
Classificazione: SEGRETISSIMO – NON DIVULGARE

[Inizio trascrizione – ore 22:17]
(rumore linea telefonica, scatto della cornetta sollevata; sottofondo indistinto: passi e voce femminile in lontananza, presumibilmente residenza Stefani)

Vittoria: Pronto?

(pausa, fruscio statico)

Aquila: (voce bassa, rauca, irritata) Sei da solo?
Vittoria: Sì, Augusto, nessuno ascolta.
Aquila: (tono brusco) Nessuno ascolta? Sei sicuro? Qui tutti ascoltano. Persino le mura. Ma non importa. Ascolta bene tu: i medici che mi hai mandato in TITAN-51 sono degli incapaci. Degli imbecilli patentati!

(colpo secco, probabilmente pugno sul tavolo; fruscio linea)

Vittoria: Mi avevi chiesto i migliori, e io—
Aquila: Tu mi avevi garantito che erano i migliori del mondo! Del mondo! Ed ecco il risultato: esperimenti falliti, corpi persi, mesi bruciati! Ogni volta lo stesso: non seguono ordini, sbagliano parametri, confondono protocolli. Una legione di ciarlatani in camice bianco!
Vittoria: (voce più cauta) Augusto, io dissi che erano i migliori dell’Impero. Questo non significa del mondo. Sai bene che il mondo non ci offre i suoi specialisti.
Aquila: (ringhia) Allora dimmi, che cosa devo fare? Continuare a perdere tempo con incapaci che mi fanno sembrare un macellaio?
Vittoria: Non è semplice sostituirli. Lo sai meglio di me: trovare medici addestrati, fidati, pronti a… certe procedure, non è un compito facile.

(breve silenzio, rumore accendino – Stefani probabilmente accende una sigaretta)

Aquila: E tu, Francesco, sei qui per risolvere questi problemi, non per giustificarli.
Vittoria: (esita) Forse… c’è un nome. Un uomo. Ma non so se è ancora vivo.
Aquila: (tagliente) Chi?
Vittoria: Un neurologo. Geniale, dicono. Un talento che avrebbe fatto tremare le accademie. Ma l’ultima volta che ho sentito parlare di lui… era nelle mani del tuo stesso CoSDi.
Aquila: (sbuffo) Perché?
Vittoria: Gli trovarono in casa un volume… il Libretto Rosso di Mao.

(silenzio lungo; solo il crepitio della linea)

Aquila: (voce bassa, minacciosa) Un traditore.
Vittoria: O forse solo un uomo curioso, Augusto. Uno che legge troppo. Ma se è ancora vivo, potresti avere finalmente quello che cerchi.
Aquila: (sospira pesantemente) In TITAN-51 non c’è spazio per errori. Voglio risultati. Trovalo. E se respira ancora… portamelo.

(rumore netto di cornetta sbattuta giù, linea interrotta)
[Fine trascrizione – ore 22:31]

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V

Commissione Speciale di Difesa (CoSDi)
Dipartimento Intercettazioni – Sezione Roma Nord
Codice fascicolo:
85-INT-447
Oggetto: Conversazione telefonica tra Soggetto “Vittoria” (Francesco Saverio Salvio-Stefani) e Soggetto “Tridente” (Ammiraglio Pietro Paolo Messalla, Direttore generale CoSDi)
Data: 15 ottobre 1985
Classificazione: SEGRETISSIMO – NON DIVULGARE

[Inizio trascrizione – ore 09:12]
(scatto della cornetta sollevata; rumore di stoviglie e passi, probabilmente cucina di residenza Stefani. Linea che fischia leggermente prima dell’aggancio.)
Tridente: (voce calma, impostata) Pronto.
Vittoria: Ammiraglio, sono io.
Tridente: (pausa) Ministro. È piuttosto presto per una chiamata.
Vittoria: Non amo lasciare le questioni in sospeso.
Tridente: (neutro) Capisco. Di quale questione si tratta?
Vittoria: Voglio sapere di un uomo. Un medico. Si chiama Eugenio Rambaldi.

(silenzio di linea; rumore leggero di matita che batte, come se Messalla stesse prendendo appunti)

Tridente: Nome interessante. Posso chiederle perché questo interesse?
Vittoria: Non è affar suo.
Tridente: Tutto ciò che riguarda persone detenute dal CoSDi è affare mio, Ministro.
Vittoria: (tono secco) Le sto chiedendo solo se è vivo.
Tridente: (pausa prolungata) Non confermo né smentisco. I registri sono riservati. E poi, ministro, lei dirige la Sanità, non la Giustizia.
Vittoria: (sbuffo) Non giochiamo a carte coperte, Ammiraglio. È il vecchio che vuole Rambaldi.

(rumore improvviso di statico, come se il tono di voce di Vittoria avesse fatto vibrare la linea. Dopo una lunga pausa, Messalla riprende con voce meno glaciale.)

Tridente: Se è così, allora parliamo seriamente. Rambaldi è vivo.
Vittoria: In che condizioni?
Tridente: (breve tosse) Non perfette. Due anni in isolamento non giovano a nessuno. Ma la mente funziona, e le mani — che sono ciò che contano — ancora meglio di quanto si creda.
Vittoria: Quindi può lavorare.
Tridente: (secco) Può lavorare. A patto che non gli venga data troppa libertà.
Vittoria: Questo non sarà un problema. Il vecchio non ama le libertà.

(leggera risata trattenuta di Messalla, immediatamente soffocata)

Tridente: Bene. Allora si fa così: io autorizzo il trasferimento temporaneo sotto la sua custodia ministeriale. Rambaldi passa formalmente a lei. Ma restano due condizioni.
Vittoria: Sentiamo.
Tridente: Primo: lui non deve mai sapere che il CoSDi lo ha lasciato andare. Ufficialmente, è solo un cambio di regime detentivo. Secondo: riferirà a me, non solo al vecchio, di ogni suo progresso.
Vittoria: (tono freddo) Ammiraglio, non ha idea di che rischi stia correndo trattenendo questo nome.
Tridente: (con un mezzo sorriso nella voce) Oh, li ho ben chiari, Ministro. E proprio per questo voglio restare vicino al fuoco, non lontano.
Vittoria: D’accordo. Prepari i documenti. Lo prendo in consegna entro tre giorni.
Tridente: Tre giorni sono pochi.
Vittoria: L’Imperatore non aspetta.

(silenzio lungo, poi un sospiro pesante di Messalla)

Tridente: Va bene. Tre giorni. Ma allora, Ministro, saremo complici.
Vittoria: No, Ammiraglio. Saremo indispensabili.

(rumore secco: cornetta sbattuta giù da parte di Stefani. Linea interrotta.)

[Fine trascrizione – ore 09:28]

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VI

Commissione Speciale di Difesa (CoSDi)
Direzione Sicurezza Interna – Settore Operazioni Riservate
Codice fascicolo:
85-INT/RMB-01b
Oggetto: Resoconto incontro soggetto RAMBALDI, Eugenio con Ministro Francesco Saverio Salvio-Stefani
Classificazione: SEGRETISSIMO – NON DIVULGARE

1. Dati generali
    • Data: 19 ottobre 1985
    • Ora: 09:12 – 10:04
    • Luogo: Ministero della Sanità, palazzo distaccato Via dei Serpenti 41, Roma – Sala riunioni riservata (piano -1).
    • Presenti:
        > Francesco Saverio Salvio-Stefani (Ministro della Sanità, Presidente PSPdR)
        > Eugenio Vittorio Rambaldi (soggetto)
        > due agenti CoSDi (sorveglianza armata)
        > Agente [REDACTED] (autore del rapporto, in sala come tecnico).

2. Trascrizione dialogo (estratto principale)

Stefani: (tono calmo, controllato) “Dottor Rambaldi, immagino sappia quanto sia eccezionale la sua presenza qui. È stato voluto. Non da me soltanto.”
Rambaldi: (sogghigna, allungandosi sulla sedia) “Oh, il vecchio. Lo sento perfino da qui, il suo fiato dietro le mie spalle. Gli mancano i giocattoli, e manda il suo medico di famiglia a prenderli dal solaio.”

(si alza di scatto, sale sulla sedia, rimane in equilibrio instabile. Gli agenti muovono la mano verso la fondina. Stefani alza la mano, imponendo calma.)

Stefani: (freddo, ma con voce ferma) “Le conviene restare con i piedi a terra, dottore. Letteralmente.”
Rambaldi: (ride sommessamente, rimane in piedi) “A terra stanno i morti. Io sono vivo, Ministro. Vivo dopo due anni di buio e silenzio. Voi credete di potermi rinchiudere ancora? Questa stanza è una gabbia dorata, ma sempre gabbia resta.”

(si abbassa improvvisamente, si siede con le gambe incrociate sulla sedia come in posizione da meditazione, fissando Stefani negli occhi senza battere ciglio.)

Stefani: “Lei non è qui per discutere di gabbie. È qui per lavorare. Il resto non interessa a nessuno.”
Rambaldi: (tono mellifluo, quasi sussurrato) “Ah, sì… lavorare. Scavare nei cervelli come nei templi antichi. Aprire le ossa come porte segrete. Voi volete l’uomo nuovo, Ministro? Io posso darvelo. Ma attento: ciò che nasce dall’oscurità non sempre obbedisce.”

(si protende in avanti, poggia entrambe le mani sul tavolo, le dita magre che tremano leggermente, poi di colpo si lascia cadere all’indietro, ridendo sommessamente. I due agenti si irrigidiscono. Stefani resta immobile, lo osserva.)

Stefani: (tono basso, ma freddo) “Dottore, le sarà dato ciò che chiede: strumenti, sala operatoria, uomini. Ma una cosa deve essere chiara. Lei è qui perché io l’ho chiesto. Se sbaglia… io non potrò proteggerla.”
Rambaldi: (si raddrizza, improvvisamente serio) “Proteggermi? Oh no, Ministro. Io non voglio protezione. Io voglio vedere fino a che punto un uomo può spezzarsi e ricomporsi. Voi dite di servire Roma. Io servo solo la mia curiosità.”

(lungo silenzio; il soggetto lo mantiene fissandolo, occhi lucidi, sorriso accennato. Stefani si passa lentamente una mano sul volto, visibilmente a disagio, ma non lo interrompe.)

Rambaldi: (più piano, con tono grave) “E se pensate di controllarmi come si controlla un cane… vi sbagliate. Io non sono un cane. Sono la lama che vi tenete alla gola.”

(pausa. Stefani inspira profondamente, non replica. Appare, per la prima volta, realmente teso.)

3. Osservazioni dell’agente

    Comportamento soggetto: fortemente provocatorio, posture teatrali (in piedi sulla sedia, posizione yoga, sbalzi repentini).
    Impressione sul Ministro: visibilmente scosso, pur mantenendo calma formale. Ha evitato di alzare la voce, ma il suo linguaggio non verbale denotava tensione crescente.
    Valutazione generale: il soggetto sembra testare deliberatamente i limiti della sua nuova condizione, alternando atteggiamenti docili a sfide apertamente minacciose. Stefani appariva consapevole di trovarsi di fronte a un individuo che non può essere trattato come un semplice subordinato.

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VII

CENTRAL INTELLIGENCE AGENCY
Directorate of Operations
Intercettazione audio – fonte [REDACTED]
Data: 22 ottobre 1985
Luogo:
Roma, Basilica di Santa Maria in Cosmedin (navata laterale, altare della Vergine)
Classificazione: TOP SECRET / EYES ONLY

Trascrizione parziale – Codice nastro 85-RM/22-Σ
Oggetto: Trascrizione colloquio tra On. Francesco Saverio Stefani (Ministro della Sanità) e Longino Ramelli (Agente CoSDi)

[Rumori di fondo]: canto corale in latino (liturgia aquileiana), incenso, voci sommesse dei fedeli.
[Nota trascrittore]: I due soggetti parlano a bassa voce, inginocchiati davanti all’altare laterale.

STEFANI (sussurrato): Le cose al ministero… non ti nascondo che sono peggiori del previsto. I ragazzi… l’eroina li sta ammazzando più della guerra. E ora dagli Stati Uniti arriva questa nuova malattia… una peste senza nome. Dicono attacca soprattutto gli omosessuali e i tossicodipendenti. È come un’ombra che cresce.
RAMELLI: Ho sentito qualcosa… voci confuse. Ma tu sembri più agitato del solito, Francesco. Non è solo droga o malattia, vero?
STEFANI (pausa, rumore di tosse per coprire la voce): No. C’è anche… l’altro progetto. Sai quale. E poi c’è quell’uomo… il medico. (sospira) Non sono tranquillo.
RAMELLI (più vicino, quasi un mormorio): Non sei mai stato uno che si lascia spaventare da un uomo solo. Allora dimmi la verità: perché mi hai chiesto di vederti qui, in ginocchio davanti alla Vergine, in mezzo a decine di fedeli?

(pausa – si sente il coro salmodiare, campanello dell’incensiere)

STEFANI:
Perché ieri ho trovato… una cimice. Dentro la cornetta del telefono di casa.
RAMELLI (a bassa voce, ma con tono duro): Ne sei sicuro?
STEFANI: L’ho smontata io stesso. Era lì. Una microfonatura professionale, non roba da dilettanti.
RAMELLI: Chi può essere stato?
STEFANI (tono teso): È questo che voglio tu scopra. Se è stato il vecchio… o Messalla… o qualcun altro che gioca contro di me. Io non posso muovermi senza sapere di chi fidarmi.
RAMELLI: Francesco… capisci bene in che terreno stai entrando. Io indago, ma se davvero è partito dall’alto…
STEFANI (interrompendolo, con forza trattenuta): Appunto perché è rischioso mi serve un uomo come te. Noi abbiamo condiviso il cielo d’Algeria, fianco a fianco. Io non chiedo di proteggermi… chiedo solo la verità.

(pausa lunga – si ode il sacerdote cantare il Prefazio. I due rimangono in silenzio.)

RAMELLI (sussurrato, quasi impercettibile): Va bene. Controllerò. Ma se scopro che viene da lui… non sarai tu a rischiare soltanto.
STEFANI (più basso, quasi un sospiro): Lo so, Longino. Ma senza sapere chi mi ascolta… sono già morto.

[Rumori di fondo]: Coro “Sanctus, Sanctus, Sanctus”, campane lontane. Fine conversazione.

FINE TRASCRIZIONE
Analisi preliminare: la conferma del ritrovamento di una microfonatura nel telefono di residenza privata del Ministro della Sanità indica una possibile frattura interna tra lui e i vertici imperiali. Probabile conflitto di potere legato al “progetto” in corso e alla figura di “un medico” recentemente rilasciato.

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VIII

COMMISSIONE SPECIALE DI DIFESA (CoSDi)
Direzione Generale – Sicurezza Interna
Classificazione: SEGRETISSIMO – MASSIMA URGENZA
Protocollo:
85/Σ-URG/117
Data: 24 ottobre 1985
Destinatario: Ammiraglio Pietro Paolo Messalla – Direttore Generale CoSDi
Mittente: Ufficio Controspionaggio, Settore Roma

Oggetto: Presenza in Roma di individuo operante sotto falsa identità di agente CoSDi – trasmissione informazioni a potenze straniere (CIA)

1. Sintesi
Con la presente si segnala, con carattere di massima urgenza, la presenza accertata in area urbana di Roma di un soggetto attualmente non identificato che opera spacciandosi per funzionario operativo del CoSDi. Il soggetto risulta aver stabilito canali di contatto con personale civile e militare, dai quali ha estratto informazioni classificate e semi-classificate. Le evidenze raccolte indicano che tali informazioni sono state trasmesse a canali riconducibili alla Central Intelligence Agency (CIA).

2. Profilo provvisorio del soggetto
    • Probabile background: ex militare (grado non identificato, verosimilmente sottufficiale).
    • Competenze: dimostrata conoscenza di lessico, procedure e comportamenti tipici di agenti CoSDi; tale competenza è ritenuta frutto dell’esperienza militare pregressa.
    • Modus operandi: il soggetto non dichiara mai esplicitamente di appartenere al CoSDi, ma adotta posture, linguaggio e atteggiamenti tali da indurre gli interlocutori a crederlo agente in servizio. L’equivoco è sistematicamente lasciato nascere dal contesto.
    • Obiettivo: infiltrarsi in ambienti civili e militari di basso-medio livello per raccogliere notizie logistiche, movimenti di personale, disposizioni operative non strategiche ma utili per finalità di intelligence straniera.

3. Stato delle indagini
    Fonti riservate hanno confermato che almeno tre ufficiali subalterni dell’Esercito hanno scambiato il soggetto per un agente CoSDi e gli hanno riferito informazioni non autorizzate.
    Contatti di HUMINT indicano che rapporti raccolti dal soggetto sono stati veicolati a terze persone legate a strutture diplomatiche occidentali.
    Alto rischio che il materiale raccolto sia già giunto a Washington.

4. Valutazione
La capacità del soggetto di impersonare un agente CoSDi senza mai dichiararlo apertamente rappresenta una minaccia concreta alla sicurezza interna. L’uso di conoscenze militari pregresse e di un comportamento perfettamente calibrato rende difficile l’individuazione immediata da parte del personale meno esperto.
Rischio prioritario: compromissione di operazioni riservate in area romana e smascheramento di personale reale CoSDi attraverso false associazioni.

5. Raccomandazioni operative
1. Attivazione immediata di caccia riservata al soggetto in collaborazione con la Polizia Militare.
2. Diffusione di circolare interna riservata al personale in servizio, avvisando circa la presenza di un imitatore e precisando la necessità di verificare sempre l’identità di chi si dichiara o appare come agente CoSDi.
3. Incarico diretto al settore SIGINT per monitorare eventuali trasmissioni anomale verso canali statunitensi.
4. Una volta individuato, il soggetto dovrà essere neutralizzato con urgenza, previo interrogatorio approfondito per determinare l’estensione del danno informativo.

Per disposizione del Direttore Generale
[Firma autografa illeggibile]
Capo Ufficio Controspionaggio – Settore Roma

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IX

THE WHITE HOUSE
Washington D.C.
Classificazione: TOP SECRET – EYES ONLY
Data:
29 ottobre 1985
Oggetto: Verbale riunione Studio Ovale – situazione Impero Romano d’Occidente (“Romania”) / Progetto TITAN-51

Partecipanti
    Ronald Reagan, Presidente degli Stati Uniti
    George H. W. Bush, Vicepresidente
    George Shultz, Segretario di Stato
    Caspar Weinberger, Segretario alla Difesa
    William J. Casey, Director of Central Intelligence (DCI)
    Robert McFarlane, Consigliere per la Sicurezza Nazionale
    James Baker, Capo di Gabinetto
    Jeane Kirkpatrick, Ambasciatrice USA presso l’ONU

Sintesi dei lavori
Ore 09:02 – Apertura riunione da parte del Presidente Reagan.
Il DCI Casey introduce il materiale audio ricevuto dalla CIA tramite fonte [REDACTED]. Si tratta di una registrazione clandestina effettuata durante un’operazione neurochirurgica condotta personalmente dall’Imperatore Paolo VIII all’interno del programma noto come TITAN-51.

Ore 09:07 – 09:28 – Ascolto del nastro.
L’audio (trascrizione parziale allegata al fascicolo CIA 85-TITAN/Σ) mostra chiaramente:
    procedure chirurgiche non autorizzate su prigioniero presumibilmente algerino;
    tentativo di impianto cerebrale fallito, con danni irreversibili al soggetto;
    tono aggressivo del “Primario” che accusa l’équipe medica di incompetenza e allude a un “progetto ritardato”.

Durante l’ascolto, i presenti sono visibilmente a disagio.
Il Presidente Reagan scuote ripetutamente la testa, a un certo punto alza la mano interrompendo la riproduzione: “That’s enough. I don’t need to hear more of this.”

Discussione
Casey (DCI): “Abbiamo conferma di ciò che sospettavamo: esperimenti medici condotti con finalità militari su prigionieri. L’Impero non è solo una dittatura nazionalista, sta giocando con la biologia umana.”
Weinberger (Difesa): “Se avessero successo, potrebbero creare truppe modificate. Non parliamo di fantascienza, signor Presidente, parliamo di un rischio concreto per la NATO.”
Kirkpatrick (ONU): “Non possiamo reagire in modo impulsivo. Roma rimane un contrappeso fondamentale ai sovietici nel Mediterraneo. Paolo VIII è brutale, ma un brutale anticomunista. Il nostro compito è recuperarlo, non spingerlo nelle braccia di Mosca.”
Bush (Vicepresidente): “Jeane, con tutto il rispetto, questo non è un normale caso di diritti umani violati. Qui parliamo di uomini aperti vivi su tavoli operatori. C’è una linea che non possiamo permettere venga oltrepassata senza conseguenze.”
Shultz (Stato): “Dobbiamo considerare le opzioni diplomatiche. Esporre la questione in sede ONU, proporre ispezioni, spingere l’Impero a collaborare. Ma sappiamo che non accetteranno facilmente.”
Baker (Capo Staff): “Qualsiasi azione, diplomatica o militare, rischia di far crollare rapporti costruiti in quarant’anni. Ma il silenzio ci renderebbe complici.”
McFarlane (Sicurezza Nazionale): “Signor Presidente, dobbiamo definire una ‘red line’. Se accettiamo che Roma possa torturare prigionieri per crearne supersoldati, stiamo dicendo al mondo libero che tutto è permesso. Non possiamo permetterlo.”

Reazione del Presidente
Il Presidente Reagan appare profondamente scosso. Tiene per diversi secondi il volto tra le mani, quindi interviene con tono grave:
“I grew up with stories of barbarism in the Old World. I never imagined we’d be sitting here in 1985 listening to something even darker. This isn’t just wrong. It’s evil.”
“What I heard on that tape… it’s not just a crime against those poor men, it’s a crime against humanity itself.”

Reagan sottolinea che il problema non può essere ridotto a un semplice calcolo geopolitico:
“If we pretend this didn’t happen, we sell our soul for short-term strategy. And I won’t do that.”

Decisione Presidenziale
Reagan (conclusione, ore 10:02):
“Roma ha varcato una linea rossa che non doveva essere superata. Non possiamo ignorarlo, non possiamo insabbiarlo.
Daremo istruzioni per preparare un pacchetto di opzioni: diplomatiche, economiche, e, se necessario, anche militari.
Il mondo libero deve sapere che ci sono limiti che non si oltrepassano. Non sotto la mia presidenza.”

Esito
1. DCI incaricato di fornire entro 48 ore ulteriori analisi su TITAN-51 e valutazione delle capacità reali del programma.
2. Dipartimento di Stato incaricato di preparare schema di azione diplomatica multilaterale (ONU, NATO).
3. Dipartimento della Difesa incaricato di predisporre scenari di risposta militare “in extremis”.

Verbale redatto da: [REDACTED]
Classificazione: TOP SECRET – EYES ONLY

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X

COMMISSIONE SPECIALE DI DIFESA (CoSDi)
DIREZIONE MONITORAGGIO COMUNICAZIONI
Classificazione: SEGRETISSIMO
Protocollo:
SIGINT/85-Σ-442
Data: 2 novembre 1985
Oggetto: Trascrizione di comunicato radiofonico ostile – emittente clandestina algerina

[Inizio trascrizione]
(segnale disturbato, voce maschile forte e scandita, con inflessione maghrebina; rumore di sottofondo, probabile registratore a nastro)

“Lode ad Allāh, Signore dei mondi, Colui che ha promesso vittoria ai credenti sinceri e umiliazione ai tiranni. Benedizione e pace sul nostro Profeta Muḥammad, sulla sua famiglia e sui suoi compagni, lampade della guida.”

“O musulmani dell’Algeria e dell’intero Maghreb! Ascoltate la parola della verità. Il falso imperatore di Roma non è che un servo di Iblīs. Si veste d’oro, ma il suo cuore è fatto di tenebra. Egli pretende di essere padre del suo popolo, ma è padre solo delle menzogne e dei torturatori.”

“I suoi soldati, che profanano la terra dell’Islam e si credono eredi di Cesare, non sono che cani al guinzaglio del Maledetto. Essi scaveranno da soli la loro fossa, e il fuoco della Geenna li attende. E colui che oggi porta la corona di Roma sarà ricacciato tra i servi di Satana, incatenato per l’eternità.”

“Noi giuriamo davanti ad Allāh che Cartagine, che essi hanno osato chiamare colonia, sarà liberata. Cartagine diventerà cittadella dell’Islam, trampolino di lancio per la grande invasione che spezzerà le mura di Roma. Così come Annibale marciò un tempo sulle Alpi, così i figli del Profeta marceranno attraverso il mare per abbattere l’idolo imperiale.”

“O voi giovani musulmani, non temete la morte, ché la morte sulla via di Allāh è vita eterna! Unitevi alla resistenza, portate il ferro e il fuoco contro l’usurpatore. I vostri fratelli già combattono e cadono, e ogni goccia del loro sangue è luce che ci indica la vittoria.”

“Allāhu akbar! Allāhu akbar! Allāhu akbar!”

*(trasmissione interrotta, segnale sfumato)
[Fine trascrizione]


Analisi preliminare:
    • Voce: attribuita a Sayyid Muḥammad Mujāhid al-Barqī, leader della resistenza islamica in Mauritania.
    • Contenuti: attacco diretto all’Imperatore e all’esercito, con toni religiosi-apocalittici; dichiarazione d’intenti su Cartagine come obiettivo militare-strategico.
    • Funzione: propaganda e reclutamento.

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XI

CoSDi – Ufficio Stenografico Riservato
Classificazione: SEGRETISSIMO
Protocollo:
TRS-51/INT-PR-1
Luogo: Palazzo Imperiale, Roma – Sala Consiliare Annessa al Gabinetto di Guerra
Data: 29 ottobre 1985
Oggetto: Resoconto incontro tra S.M. l’Imperatore e il dott. Eugenio Rambaldi (scarcerato)

[Inizio trascrizione]
(rumore di sedie; brusio soffocato. Porta che si chiude con colpo secco. Silenzio prolungato.)

Imperatore: (tono freddo) “Dottor Rambaldi. Le è stato concesso l’onore di trovarsi davanti a me. Non sprechi questa occasione.”
Rambaldi: (voce roca, ironica) “Onore? Oh, maestà, dopo due anni in una cella di isolamento, l’onore è già quello di rivedere un volto umano. Anche se… non proprio il volto che speravo.”

(si ode un lieve colpo di tosse di Stefani; Messalla resta impassibile.)

Imperatore: (stringendo le labbra) “Le parlerò chiaro. Abbiamo avviato un programma d’avanguardia. Chirurgia neuro-cerebrale applicata a soggetti selezionati. Procedure precise, calcolate. Lei dovrà attenersi ai protocolli che le verranno forniti.”
Rambaldi: (sorride, tono mellifluo) “Protocolli… sì, ho sentito parlare delle vostre ‘procedure’. A giudicare dai risultati… cadaveri mutilati e fallimenti su fallimenti. Complimenti, maestà. Degni di un manuale da dilettanti.”

(silenzio improvviso. Stefani abbassa lo sguardo, visibilmente teso. Messalla rimane immobile, ma con un lampo ironico negli occhi.)

Imperatore: (tono contenuto, glaciale) “Lei osa…? Ricordi bene a chi sta parlando. Non mi interessa la sua arroganza. Qui non siamo a un simposio di Harvard, ma nell’Impero Romano. Qui le sue teorie devono produrre risultati. E subito.”
Rambaldi: (si alza di scatto, posa le mani sul tavolo, inclinato in avanti) “Oh, ma io non discuto i suoi risultati, maestà. Li derido. Perché sono patetici.”

(colpo secco sul tavolo. La voce dell’Imperatore sale di tono.)

Imperatore: “BASTA! NON TOLLERERÒ ULTERIORI INSOLENZE! Lei non ha idea della portata di ciò che stiamo costruendo. NON UNA SOLA IDEA! Crede di potermi trattare come un allievo in difficoltà? Io sono l’Imperatore di Roma!”

(pausa lunga; rumore di sedia spinta bruscamente indietro. Passi rapidi verso la porta. Stefani si irrigidisce, sussurra a bassa voce un “Dio mio…”)

Rambaldi: (voce melliflua, quasi calma) “Ed è proprio perché lei è l’Imperatore che non può più permettersi di sbagliare. Vuole sapere perché i suoi innesti hanno fallito? Glielo dico io.”

(l’Imperatore si ferma, mano sulla maniglia; silenzio teso.)

Rambaldi: “Voi avete sbagliato l’accesso. Parasagittale, certo… ma l’approccio transcalloso che avete usato? Troppo traumatico. Il VLPO non tollera quel tipo di aggressione. Bisogna ridurre l’edema iniziale, isolare i fasci nervosi circostanti, e soprattutto—” (fa un gesto con la mano, indicando una mappa cerebrale su un fascicolo) “—non impiantare a crudo. Serve una micro-coltura di cellule gliali, pre-condizionate, altrimenti l’innesto viene rigettato in ore.”
Imperatore: (voce bassa, cupa) “…e perché dovrei crederle?”
Rambaldi: (sorriso sottile) “Perché io sono l’unico qui dentro che sa come farcela. Lei ha bisogno di me, maestà. E io… non vedo l’ora di mettere le mani sui suoi giocattoli.”

(silenzio prolungato. L’Imperatore resta immobile, schiena rigida. Stefani trattiene il respiro; Messalla abbassa lo sguardo, ma dietro la sua maschera di pietra traspare un lampo divertito.)

Imperatore: (secco) “Benissimo. Allora da oggi lei è parte di TITAN-51. Non mi deluda, dottor Rambaldi. Non mi deluda mai.”

(porta che si richiude con colpo deciso. Fine colloquio.)
[Fine trascrizione]

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XII

Central Intelligence Agency – Directorate of Operations
SIGINT / HUMINT Joint Report
Data intercettazione:
3 novembre 1985
Luogo: Roma, orinatoio pubblico in Via Flaminia
Fonte tecnica: [REDACTED]
Oggetto: Trascrizione colloquio tra On. Francesco Saverio Stefani (Ministro della Sanità) e Longino Ramelli (Agente CoSDi)

[Inizio trascrizione]
(rumore di passi; porta che cigola; eco di ambiente angusto. Acqua che scorre in un vecchio tubo. I due uomini parlano a bassa voce, fingendo di urinare.)

Ramelli: (tono basso) “Francesco… prima di tutto, una cosa che ti farà sorridere. Pare ci sia in giro un tizio che si spaccia per uno di noi. Non lo dice mai apertamente, ma si comporta, parla, si muove come un agente del CoSDi. E la gente ci casca.”
Stefani: (ironico, ma nervoso) “Un impostore… ecco cosa ci mancava. Ma dimmi la verità, Longino, non è per questo che hai chiesto di vedermi qui, come due ragazzini a fumare di nascosto.”

(pausa, solo gocciolii e lo scorrere dell’acqua nei tubi.)

Ramelli: (sospira) “Hai ragione. Sono andato avanti con l’indagine sulla cimice nel tuo telefono. E il nome che viene fuori… è quello che temevamo: ordine diretto di Messalla. Vuole sapere tutto quello che dici, a chi, quando.”
Stefani: (sussurra, con rabbia contenuta) “…quel cane. Sempre lui. Ma ero certo che non fosse iniziativa del Vecchio. Lui non spreca così i suoi strumenti.”
Ramelli: (ironico) “Ah, ecco… ed è qui che viene la parte interessante. Pare che il Vecchio… non si fidi di nessuno. Nemmeno di Messalla.”
Stefani: (interdetto) “…che vuoi dire?”
Ramelli: “Che da anni si è costruito un servizio segreto personale. Roba sua. Nessun legame formale col CoSDi. Tutta gente presa dai nostri scarti: ex agenti, ex militari. Li paga come se fossero idraulici, giardinieri, tecnici di palazzo. Ma in realtà fanno da occhi e orecchie solo per lui. E controllano tutti.”
Stefani: (quasi incredulo) “…tutti?”
Ramelli: “Tutti. Messalla, te, gli altri ministri, i capi di stato maggiore. Lo so da due fonti, entrambe attendibili.”

(silenzio pesante. Si sente solo un colpo d’acqua nello scarico. La voce di Stefani arriva strozzata, più che sussurrata.)

Stefani: “…E tu mi stai dicendo che questo va avanti da…?”
Ramelli: “Da diversi anni, Francesco. Non è nato ieri. È lì, silenzioso, sotto le nostre narici. E funziona. Funziona meglio di noi, a quanto pare.”

(pausa lunga. Stefani prende fiato, tono cupo, quasi un rantolo.)

Stefani: “Dio mio… e se allora… se questo fosse solo il preludio? Se il Vecchio stesse preparando… una purga? Una purga totale?”
Ramelli: (silenzio, poi un sussurro glaciale) “Io temo che tu abbia appena detto l’unica verità che conta.”

(lunga pausa. Rumore di zip chiuse. Passi che si allontanano sul cemento. Porta che cigola. Silenzio.)
[Fine trascrizione]

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XIII

Commissione Speciale di Difesa (CoSDi)
Sezione Intercettazioni Riservate – Ufficio Operazioni Interne
Classificazione: SEGRETISSIMO – AD USO ESCLUSIVO DEL DIRETTORE GENERALE
Data:
9 novembre 1985
Luogo: Ministero della Sanità, Roma
Oggetto: Trascrizione incontro tra On. Francesco Saverio Stefani (Ministro della Sanità) e Amm. Pietro Paolo Messalla (Direttore Generale CoSDi)

[Inizio trascrizione]
(rumore di porta che si chiude; passi su pavimento in marmo; sedie che strisciano. Silenzio breve, poi voci maschili.)

Stefani: (tono cordiale, ma impostato) “Ammiraglio, grazie per essere venuto. Volevo aggiornarla sul… nostro uomo. Rambaldi.”
Messalla: (voce grave, controllata) “Parli pure.”
Stefani: “È stato operativo solo pochi giorni dentro il programma, ma… i progressi sono stati tangibili. Il lavoro di mesi, forse anni, si è sbloccato in una manciata d’ore. È una mente disturbata, certo, ma con un talento fuori dal comune.”
Messalla: “Disturbata… non è un termine da poco per uno che lavora in un’area così delicata. E tuttavia… mi pare che lei sia soddisfatto.”
Stefani: (accenna un sorriso) “Soddisfatto, sì. Prudente, anche. Vede, Ammiraglio… in certi casi il genio è un coltello a doppio taglio. E un coltello, se lo tieni male, prima o poi ti recide la mano.”

(breve silenzio. Fruscio di carte che vengono sistemate sulla scrivania.)

Messalla: “Venga al punto, Ministro. Perché mi sembra che ci sia qualcos’altro che desidera dirmi.”
Stefani: (voce bassa, lenta) “Un capo dei servizi segreti che non sa di essere spiato… probabilmente non fa troppo bene il proprio lavoro.”

(silenzio improvviso; rumore distante di orologio da parete. La voce di Messalla resta ferma, ma più tagliente.)

Messalla: “Attento a come parla, Ministro.”
Stefani: (serio, senza cambiare tono) “Non ho fatto nomi. Ma, se io fossi lei, mi chiederei: chi ha interesse a sapere ogni mia mossa, ogni mio respiro? E, soprattutto… chi avrebbe i mezzi per farlo senza che io lo scopra?”

(breve pausa. Rumore di penna che cade sul tavolo. Voce di Messalla più dura, ma incrinata.)

Messalla: “…Capisco. Dunque, lei suggerisce che non è il mio apparato… ma il suo.”
Stefani: (calmo) “Non suggerisco nulla, Ammiraglio. Dico solo che ci sono reti che vanno oltre il CoSDi. Reti molto vicine al palazzo. E che, a quanto pare, funzionano da anni senza che nessuno se ne accorgesse.”

(pausa lunga. Si percepisce un respiro profondo di Messalla. La voce successiva ha perso per un istante la sua solita freddezza.)

Messalla: “…Notevole. Devo ammettere che non me l’aspettavo.”

(silenzio pesante. Poi Messalla si ricompone: tono glaciale, controllato, ma più basso e confidenziale.)

Messalla: “Allora ascolti, Ministro. Le nostre divergenze sono note, ma una cosa è certa: se ciò che lei lascia intendere è vero… ci sarà tempesta. E quando arriverà, non basterà fare finta di nulla. Meglio affrontarla… insieme. Lei ed io.”

(fruscio di sedie spinte all’indietro; passi che si allontanano. Porta che si apre e si richiude. Fine conversazione.)
[Fine trascrizione]

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XIV

[TRASCRIZIONE AUDIO – CLASSIFICATO “TITAN-51” – A USO ESCLUSIVO DI SUA MAESTÀ IMPERIALE]
Data:
12 novembre 1985 – ore 09:17 – Centro Chirurgico Riservato
Luogo: [REDACTED] – Area di Ricerca Neurochirurgica
Partecipanti in sala operatoria:
    Primario: Dott. Eugenio Rambaldi
    Medico 1
    Medico 2
    Anestesista
    Infermiere Assistente

Nota preliminare: Sua Maestà Imperiale Paolo VIII segue l’operazione da stanza adiacente, tramite circuito audio-video diretto.

[09:17 – Rumore metallico, strumenti chirurgici disposti sul tavolo. Il nastro inizia con la voce del Primario.]

Rambaldi (Primario): Incisione parasagittale anteriore completata. Falce cerebrale esposta. Preparate l’aspiratore, campo asciutto. Bene… bene. Ora procediamo.
Medico 1: Emostasi in corso. Parametri vitali stabili: pressione 120/80, frequenza cardiaca 72.
Rambaldi: Buono. Non facciamo sciocchezze, oggi non deve esserci sangue perso inutilmente. Bisturi bipolare. [pausa – rumore di cauterizzazione] Ottimo.
Medico 2: Accesso transcalloso pronto, Primario.
Rambaldi: Entriamo nel ventricolo laterale… delicatamente… [mormora] vedi? Non è difficile, basta non avere mani da macellaio. Siamo dentro. Identifico il fornice… eccolo.
Medico 1: Saturazione 98%, nessuna variazione significativa.
Anestesista: Paziente stabile, Primario.
Rambaldi: Bene. Ci siamo. Adesso la parte delicata: raggiungere il nucleo preottico ventrolaterale. [pausa lunga, solo rumori di aspirazione] Eccolo… eccolo… sì. È lì.
Medico 2: Campo operatorio chiaro.
Rambaldi: Prendete l’innesto. Con calma. [rumore metallico – strumenti passati] Ora vedete, colleghi… [tono quasi ironico] questo è il punto in cui i vostri “migliori del mondo” hanno sempre fallito. Ma non oggi.

[Silenzio concentrato, solo il suono degli strumenti. Si percepisce la tensione.]

Rambaldi: Innesto introdotto. Posizionato… perfettamente in sede. [pausa] Lo fissiamo. Non si muove. È stabile.
Medico 1 (con emozione): Parametri ancora invariati. Non ci sono segni di rigetto immediato.
Medico 2: Connessioni bioelettriche regolari. Stimolazione risponde.
Rambaldi (quasi trionfante): Funziona. Finalmente funziona. Segnate l’orario: ore 09:46, primo impianto stabile completato con successo.
Anestesista: Paziente stabile, pressione 118/79. Non c’è crisi.
Rambaldi: [ride sommessamente] Avete visto? Non era impossibile. Solo incompetenza e paura vi fermavano.

[09:50 – voci confuse, brusio tra i medici.]

Rambaldi: Sua Maestà avrà ciò che voleva. Oggi abbiamo aperto la porta. Da qui in avanti, non si torna indietro.
Medico 1: Intervento concluso. Suturiamo.

[Rumori metallici, strumenti riposti. Voce di Rambaldi, più bassa, come parlasse a sé stesso:]
Questo è solo l’inizio. Oggi nasce il primo dei nuovi uomini.

[TRASCRIZIONE TERMINATA – NASTRO CLASSIFICATO]
Nota finale:
Nessuna complicazione intraoperatoria. L’innesto appare stabile. Si raccomanda monitoraggio continuativo nelle prossime 72 ore.

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XV

[Canale 1 – Telegiornale della Sera, 20:00 – Roma, 12 novembre 1985]
(Sigla d’apertura, musica marziale. Lo studio è illuminato, il conduttore siede con espressione grave, sfoglia i fogli sul tavolo e si rivolge alla telecamera.)

Conduttore:
“Buonasera, cittadini dell’Impero. Apriamo questa edizione straordinaria con notizie appena giunte dalla Mauritania.
Secondo rapporti frammentari, le forze islamiste hanno lanciato una vasta offensiva contro le nostre guarnigioni. Non si tratta di scaramucce isolate: da quanto emerge, l’intera regione è sotto attacco, inclusa la città di Algeri.
Le sensazioni che trapelano dallo Stato Maggiore non sono buone: la pressione nemica è forte e i nostri reparti stanno opponendo resistenza, ma la situazione appare critica. Non abbiamo ancora un quadro chiaro delle perdite né delle posizioni in mano ai ribelli, ma possiamo affermare che—”

(Improvvisamente un boato fortissimo scuote lo studio. La telecamera vibra, alcuni fogli volano dal banco. Silenzio di gelo, il conduttore resta immobile per qualche secondo, poi si guarda attorno. Si ode un brusio fuori campo.)

Conduttore:
“(confuso) …Un’esplosione… un’esplosione qui a Roma. Avete sentito chiaramente… (porta la mano all’auricolare) …Sì, dalla regia mi confermano: si tratta di una bomba. Si vede fumo in direzione del Gianicolo…”

(Momenti di esitazione, il conduttore cerca nuovi fogli appena consegnati. La tensione è palpabile.)

Conduttore:
“Attenzione, signore e signori, è appena arrivato un primo dispaccio dalle agenzie. Non si tratta di un solo ordigno: due bombe sono esplose nella capitale.
La più potente ha devastato la caserma di Castro Pretorio. Una seconda, di minore intensità, è esplosa presso l’ossario del Gianicolo. Le prime stime parlano già di tredici morti accertati, tutti militari, ma le fonti avvertono che il numero delle vittime è destinato a salire nelle prossime ore.
Ripetiamo: due esplosioni, una alla caserma Castro Pretorio, una al Gianicolo. Roma è stata colpita.”

(Silenzio pesante. Il conduttore abbassa lo sguardo, le immagini si interrompono bruscamente. Schermo nero.)

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XVI

IL MESSAGGERO - 13 novembre 1985
Roma ferita, ma non piegata: il giorno più buio dell’Impero

Un attacco coordinato senza precedenti ha colpito ieri il cuore dell’Impero, seminando morte e paura nelle nostre città.
Mentre in Mauritania infuriava la più grave offensiva islamista mai registrata in vent’anni di occupazione, con migliaia di soldati romani caduti sul campo, Roma e altre grandi città della penisola venivano scosse da esplosioni devastanti.

Il fronte esterno: la peggiore offensiva di sempre
Da Algeri a Orano, intere guarnigioni romane sono state attaccate da milizie islamiste con una violenza che i nostri comandi non esitano a definire “senza precedenti”. È la più grande offensiva da quando la Mauritania è sotto il controllo romano.
Le prime stime parlano di migliaia di soldati caduti e di postazioni strategiche perse, seppur temporaneamente. Fonti militari confermano che reparti corazzati e aviazione imperiale sono stati lanciati in massa per contenere l’avanzata, ma la battaglia è ancora in corso e il bilancio si aggrava di ora in ora. Lo stato maggiore non ha ancora diffuso notizie ufficiali, ma si sa per certo che Bescera e gli avamposti a sud dell’Atlante sono stati travolti dall’offensiva islamista, mentre Algeri, Orano e gli avamposti costieri sarebbero sotto assedio.

Roma sotto le macerie
Alle 20:11 di ieri sera una deflagrazione ha squassato il centro della capitale, colpendo la Caserma di Castro Pretorio. Due minuti dopo, un altro ordigno è esploso all’Ossario del Gianicolo.
La scena che si è presentata ai primi soccorritori è stata di una devastazione inimmaginabile: muri crollati, fumo, corpi estratti dalle macerie.
Il bilancio provvisorio è drammatico: 291 morti solo a Roma, in gran parte militari di stanza alla caserma, ma anche civili coinvolti dalle esplosioni.
E la capitale non è stata l’unico bersaglio: ordigni sono esplosi anche a Milano, Napoli e Torino, causando decine di vittime e gettando l’intera nazione nel panico.
“È come se la guerra fosse entrata in casa nostra”, ha detto un testimone, con il volto ancora coperto di polvere, dopo aver aiutato i vigili del fuoco a estrarre i sopravvissuti dalle macerie del Gianicolo.

La paura dei cittadini
Per la prima volta dopo decenni, i romani si sentono vulnerabili. Lunghe file di cittadini si sono radunate davanti agli ospedali per donare sangue, mentre altri, presi dal panico, stanno abbandonando la capitale.
In tutte le città colpite si registra un clima di paura, con scuole chiuse e strade presidiate dai militari. “Non ci sentiamo più sicuri – racconta un giovane in piazza Venezia – se possono colpire qui, possono colpire ovunque.”

Le parole dei leader
Poche ore dopo le esplosioni, l’Imperatore Paolo VIII è apparso in televisione con un messaggio solenne alla nazione:

“I nemici dell’Impero hanno colpito vigliaccamente, ma non piegheranno la nostra civiltà. Roma ha resistito a invasioni ben più grandi e continuerà a resistere. Il nostro popolo deve restare unito e saldo. La risposta dell’Impero sarà implacabile.”

Anche il ministro della Sanità, Francesco Saverio Stefani, ha preso la parola in una dichiarazione pubblica dai toni accorati:

“Oggi non parlo da politico, ma da padre e da cittadino. La paura che molti di voi provano è la stessa che provano i miei figli. Ma non dobbiamo lasciarci avvelenare dalla disperazione. L’Impero è ferito, ma non è sconfitto. E noi guariremo questa ferita, insieme.”

Una nazione in lutto e in attesa
Mentre Roma conta i morti e i feriti, e le forze armate cercano di reagire in Mauritania, l’Impero intero è sospeso in un silenzio drammatico. I funerali di Stato per le vittime di Castro Pretorio sono previsti già nei prossimi giorni.
L’attacco del 12 novembre rimarrà come una data incisa nella carne dell’Impero: il giorno in cui la guerra è arrivata a casa nostra.

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XVII

IMPERIUM ROMANUM
SEGRETERIA IMPERIALE – UFFICIO DEL CAPO SEGRETERIA
CLASSIFICAZIONE: SEGRETISSIMO // USO RISERVATO

VERBALE DELLA RIUNIONE D’EMERGENZA DEL GABINETTO IMPERIALE
Data:
12 novembre 1985 – ore 23:55
Luogo: Sala del Consiglio, Palazzo Imperiale, Roma
Redatto da: Costantino Loggia, Capo della Segreteria Imperiale

PARTECIPANTI
    S.M. l’Imperatore Paolo VIII Giraldini
    Marco Aurelio Ambrosino, Capo della Polizia
    On. Germano Anicio, Sottosegretario alla Difesa
    Proconsole Generale Paolo Anastasi, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate
    On. Cassio Concordia, Sottosegretario agli Interni
    Ammiraglio Francesco Tullio-Cicerone, Capo di Stato Maggiore della Marina
    Ammiraglio Pietro Paolo Messalla, Direttore Generale del CoSDi
    On. Francesco Saverio Salvio-Stefani, Ministro della Sanità
    Propretore Generale Sesto Silla, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito
    Raffaele Taranto, Ministro degli Esteri
    Costantino Loggia, Capo della Segreteria Imperiale

SVOLGIMENTO DEI LAVORI
Ore 23:55 – Apertura

L’Imperatore, rientrato in urgenza dal centro operativo di TITAN-51, apre la riunione dopo aver appena concluso il discorso a reti unificate. Durante la sua allocuzione televisiva è giunta la rivendicazione ufficiale di Muhammad al-Barqī, confermando la matrice islamista degli attentati.
Il bilancio provvisorio delle vittime a Roma è già salito a 116 morti, tra cui civili; si registrano ulteriori vittime a Milano, Napoli e Torino.

Relazione militare (Gen. Anastasi, Gen. Silla)
    Situazione in Mauritania “gravissima”: cadute Bescera (Biskra), Vienna Mauritana (Sidi Bel Abbès), Augusta degli Zenati (El Menia) e numerosi avamposti a sud della catena dell’Atlante.
    Le città di Algeri, Orano, Cesarea di Mauritania (Cherchell) sotto assedio.
    Perdite stimate: decine di migliaia di caduti militari, centinaia di migliaia di civili romani sfollati.
    Richiesta immediata: predisporre evacuazioni di massa.
Intervento Amm. Tullio-Cicerone
Conferma che la Marina è pronta a predisporre una forza navale straordinaria per il trasferimento di civili in Italia, Cartagine o Tripolitania.

Clima e responsabilità interne
Discussione accesa tra i vertici:
    Silla e Anastasi accusano il CoSDi di non aver previsto l’offensiva.
    Ambrosino ribatte sull’inefficacia del controllo territoriale e la mancanza di intelligence militare.
    Messalla respinge le accuse, attribuendo a Polizia ed Esercito il fallimento nel filtraggio dei traffici e nell’interdizione logistica.

L’Imperatore interrompe con durezza: “Non siamo qui per contare i vostri fallimenti, ma per decidere come annientare chi ha osato colpirci, perché non ho intenzione di passare alla Storia come l’Imperatore che regnava quando un branco di pastori algerini violentatori di capre [sic] hanno messo fine a ventuno secoli di controllo romano dell’Africa!”

Dichiarazione dell’Imperatore
Afferma che i progressi in TITAN-51 garantiranno all’Impero la vendetta definitiva.
“La risposta sarà totale. Chiunque dubiti dell’Impero, finirà peggio dei nostri nemici.”

Proposta Stefani-Messalla
Stefani: “Maestà, però servono risposte immediate, e serve coordinamento. Non possiamo permetterci catene di comando parallele. L’efficacia richiede che i ministeri dell’Interno e della Difesa siano affidati a figure operative, non gestiti direttamente dalla Maestà.”
Messalla: “Non è una questione di prerogative, ma di funzionalità. Senza una linea univoca, l’Impero rischia la paralisi.”
Anastasi concorda: “Condivido. Un comando politico chiaro rafforza anche l’autorità militare.”
Taranto media: “L’Imperatore non perderebbe nulla in autorità, ma guadagnerebbe strumenti più agili di governo.”

(Silenzio pesante. Tutti attendono la reazione dell’Imperatore.)

Risposta dell’Imperatore
Dopo una lunga pausa, SM dichiara:
“Va bene. Se l’Impero deve sopravvivere, la sua macchina deve funzionare. Lascio ai miei segretari l’onere di valutare i nomi. Ma sia chiaro: la responsabilità resta mia, e mia soltanto.”

(Nota stenografica: Messalla e Stefani si guardano, colti di sorpresa dalla risposta di SM)

Decisioni operative immediate
    Richiamo dei riservisti e trattenimento in servizio delle classi di leva attuali.
    Richiamo urgente delle classi congedate negli ultimi due anni.
    Preparazione immediata della Marina per evacuazioni civili da Algeri, Orano e Cesarea verso Italia, Cartagine e Tripolitania.
    Intensificazione delle operazioni di controspionaggio interno per neutralizzare reti islamiste in territorio metropolitano.

Ore 01:30 – Chiusura della riunione
L’Imperatore chiude:
“Roma è stata colpita, ma Roma non cadrà. I nostri nemici hanno aperto la loro stessa tomba.”

FIRMATO:
Costantino Loggia
Capo della Segreteria Imperiale

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XVIII

Diario personale di Francesco Saverio Salvio-Stefani
Roma, notte tra il 12 e il 13 novembre 1985


Questa giornata rimarrà scolpita nella mia memoria come un presagio.

La mattina, mentre uscivo da casa, fui avvicinato da uno straniero. Un americano, lo capii subito: la pronuncia tradiva la sua origine, anche se parlava un italiano sorprendentemente corretto. Non fece mai riferimento esplicito a nulla, ma il senso delle sue parole era chiaro: se a Roma ci fosse stato un cambio al vertice, Washington non ne sarebbe stata scontenta.
Non ho idea di chi fosse, né se agisse davvero per conto del suo governo. Ma quel messaggio era un macigno.

Più tardi, nel mio ufficio, udii il boato. Le pareti tremarono e la finestra vibrò. Mi affacciai subito: dal Gianicolo saliva una colonna di fumo scuro, e dalle strade sottostanti si levava un concerto di sirene, ambulanze e autopompe. Allora compresi che la guerra non era più solo in Mauritania. Era qui, a Roma.

La seduta di gabinetto, ore dopo, fu un campo di battaglia senza armi. Generali e funzionari si accusavano a vicenda, la voce di Anastasi contro quella di Messalla, la polizia contro il CoSDi. E sopra tutto ciò, il vecchio: implacabile, freddo, eppure stranamente disposto a cedere.
Quando annunciò che avrebbe trasferito il controllo degli Interni e della Difesa, sentii un brivido. Non era un segno di apertura, ma di imminente chiusura. È il preludio della purga. Il vecchio sta preparando il colpo definitivo.

Dopo, mi sono visto con Messalla. Gli ho raccontato dell’americano. Il suo volto, solitamente impassibile, si è indurito: “Se a Washington conoscono le nostre fratture interne, allora la falla è molto più grave di quanto pensassimo. Il finto agente CoSDi non è più un semplice impostore: è una talpa che ha aperto varchi enormi.” Temo abbia ragione.
In generale, siamo arrivati alla stessa conclusione: la purga è vicina.

Non mi fido di Messalla. Non del tutto, almeno. Ma non ho altra scelta che fidarmi. Per ora.
Domani sera saremo tutti al Teatro Imperiale della Lirica, per il Don Giovanni di Mozart. Ci sarà il vecchio, ci sarà Messalla, ci sarò io, ci saranno Anastasi e molti altri generali e ministri. L’occasione perfetta per agire.
E per capire chi potrà essere dei nostri.

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XIX

PROGETTO TITAN-51 – RAPPORTO CLINICO POST-OPERATORIO
Classificazione: SEGRETISSIMO – A uso esclusivo di Sua Maestà Imperiale
Data:
13 novembre 1985 – ore 08:00
Redatto da: Dott. Eugenio Rambaldi

SOGGETTO 1
Maschio, 27 anni, prigioniero di guerra, sottoposto a intervento di craniotomia parasagittale anteriore con approccio transcalloso-transventricolare. Impianto di innesto nel nucleo preottico ventrolaterale (VLPO).

Decorso immediato (prime 24 ore)
    Parametri vitali stabili: nessuna crisi ipertensiva o emorragica post-operatoria.
    Nessun segno di rigetto immediato né complicazioni infettive.
    Ripresa rapida della coscienza, con livello di vigilanza superiore al previsto.

Osservazioni cliniche straordinarie
1. Assenza di sonno:
       a. Nelle 24 ore successive all’intervento, il soggetto non ha manifestato alcun bisogno di dormire.
       b. Tentativi di indurre sonno farmacologico (benzodiazepine a dosaggio standard e potenziato) risultati inefficaci.
       c. EEG dimostra attività continua di stato di veglia, senza transizioni verso fasi ipnagogiche.
2. Percezione del dolore alterata:
       a. Stimolazioni nocicettive (punture, pressioni, stimoli termici) ricevute senza reazioni comportamentali né verbali.
       b. Parametri fisiologici (frequenza cardiaca, respirazione, pressione) invariati durante stimoli dolorosi.
       c. Il soggetto dichiara: “Sento qualcosa… ma non mi riguarda.”
3. Efficienza motoria e cognitiva:
       a. Capacità motorie integre.
       b. Tempi di reazione motoria e cognitiva ridotti del 30% rispetto al pre-operatorio.
       c. Nessun deficit linguistico o mnemonico osservato.

Conclusioni provvisorie
    L’intervento del 12 novembre 1985 può essere considerato un successo pieno:
    L’innesto nel VLPO ha abolito il bisogno fisiologico di sonno.
    È stata indotta una significativa riduzione della percezione del dolore.
    Non sono state osservate complicanze neurologiche maggiori.

Nota del responsabile (Rambaldi):
Il Soggetto 1 rappresenta la prima prova concreta della possibilità di trasformare l’uomo in qualcosa di superiore, capace di superare i limiti biologici naturali. Questi risultati costituiscono una pietra miliare per TITAN-51.

Firmato:
Dott. Eugenio Rambaldi
Responsabile Clinico, Progetto TITAN-51

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XX

Commissione Speciale di Difesa (CoSDi)
Ufficio Analisi e Contropropaganda
Documento riservato – ad uso esclusivo del Direttore Generale

Oggetto:
Pasquinata apparsa nella notte tra il 12 e il 13 novembre, affissa alla statua del cosiddetto Pasquino (piazza di Parione, Roma).

Testo integrale della pasquinata (trascrizione):

Al-Barqī una nuova Cartago ha fondato,
tra sabbie e moschee ha il suo ferro affilato.
E Roma? Risponde con vuoti proclami,
ma i monti d’Atlante li ha persi stamani.

Oh! Gli avi domarono Annibale ultore.
Oh! Scipio trionfò con il braccio e col cuore.
Ed oggi? Ruggiscono tanti leoni,
ma restano in scacco le nostre legioni.

Il Vecchio promette vendetta ed orgoglio,
ma l’ombre si staglian già sul Campidoglio.
“Cartago ritorna,” sorride Pasquino,
“ma manca Scipione, che amaro destino!”


Analisi contenutistica:
1. Simbolismo storico: il testo stabilisce un parallelo diretto tra le offensive islamiste in Mauritania e le guerre puniche dell’antichità, suggerendo che l’Impero si trovi oggi nella posizione di una Roma debole e senza condottieri.
2. Attacco all’Imperatore: il riferimento al “Vecchio” che promette “vendetta sovrana” è interpretato come allusione diretta a Sua Maestà Imperiale. L’accusa implicita è di retorica vuota e inefficacia militare.
3. Riferimento al morale interno: il verso “restano vuote le nostre legioni” riflette le recenti perdite e il crollo di interi settori in Mauritania, colpendo la fiducia della popolazione nella capacità difensiva dell’esercito.
4. Pericolosità del messaggio:
La pasquinata non si limita a satireggiare: mina la legittimità storica dell’Impero, affermando che manchi oggi un “nuovo Scipione”.
È altamente diffusiva: il richiamo alla storia romana classica rende il testo immediatamente comprensibile e ripetibile tra la popolazione.
Rischio elevato che venga riprodotta e diffusa clandestinamente, specie in ambienti universitari e militari.

Ipotesi sugli autori:
    Probabile matrice intellettuale, con solida conoscenza storica.
    Stile compatibile con precedenti pasquinate circolate negli ultimi mesi (indagine aperta, dossier P/83-17).
    Non si esclude collegamento indiretto con la cosiddetta “fonte anonima” che fornisce informazioni alla CIA; la coincidenza temporale con gli attentati e l’offensiva in Mauritania potrebbe indicare coordinamento esterno.

Raccomandazioni operative:
    Intensificare la sorveglianza notturna delle statue “parlanti” e dei luoghi noti di diffusione di pasquinate.
    Attivare immediata contropropaganda sui giornali e alla televisione, enfatizzando la fermezza dell’Imperatore e il richiamo alla tradizione militare romana.
    Avviare indagini interne su docenti universitari e ufficiali con formazione umanistica, possibile bacino di provenienza dei testi.

Firmato:
Ten. Col. Arturo De Marchis
Direttore dell’Ufficio Analisi CoSDi

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XXI

Appunti personali di Julius van Roosendaal, giornalista olandese residente a Roma – 13 novembre 1985
Teatro Imperiale della Lirica – Don Giovanni (Mozart)


    Sala gremita. Pubblico selezionato, molti ufficiali e ministri. L’Imperatore presente nel palco centrale, circondato da tutto il suo seguito. Atmosfera apparentemente solenne, ma… tesa. Si percepisce un nervosismo sotterraneo.
    Durante l’intervallo ho notato due gruppi separati di persone che si sono addensati attorno a Francesco Saverio Salvio-Stefani (riconosciuto con certezza, presidente del PSPdR e ministro della Sanità) e all’ammiraglio Pietro Paolo Messalla (direttore del CoSDi). Non si trattava di conversazioni di cortesia: atteggiamenti nervosi, molti sguardi guardinghi, mani che si muovono come a proteggere lo spazio.
    Alcuni generali (credo Silla e forse Anastasi) hanno fatto scivolare dei biglietti piegati nelle mani di Stefani. Più tardi li ho visti disfarsene gettandoli in un cestino nel corridoio laterale. Ho finto di cercare un fazzoletto e ne ho recuperati due. Trascrivo testualmente:
         > “Il vecchio non ha eredi. Come la mettiamo?”
         > “L’Impero ha già avuto una Tetrarchia, ed ha anche avuto un periodo elettivo. Il nuovo regime sarà collegiale.”
    Parole pesanti, senza equivoci. Anche se mi sbagliassi, sarebbero comunque di natura eversiva. Eppure, erano scritte con naturalezza, come fossero parte di un discorso già avviato da tempo.
    Nel secondo atto, scena finale: Don Giovanni e la statua del Commendatore. Il teatro intero è rapito dalla musica, mentre Leporello scongiura Don Giovanni di rifiutare l’offerta della statua. Io no. Osservavo i palchi laterali. Ho visto più di uno scambio di cenni e strette di mano tra uomini in uniforme e civili di alto profilo. Non sembravano saluti casuali. Sembrava piuttosto una sorta di rito: discreto, ma concertato.
    Conclusione provvisoria: qualcosa si sta muovendo nelle viscere del potere romano. Io, estraneo, vedo solo la superficie di un lago agitato da correnti invisibili. Gli italiani presenti non sembrano accorgersi, o forse fingono di non vedere. Forse Don Giovanni non sarà l’unico ad andare all’Inferno, dopo questa serata.

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XXII

TELEX RISERVATI
14 novembre 1985 – Trasmissioni dal Complesso Chirurgico Riservato, [REDACTED]

09:12 CET
Da:
Sala Operativa – Complesso TITAN-51
A: Stato Maggiore Difesa, Roma
Oggetto: Segnalazione Anomala – SOGGETTO 1

Durante ispezione mattutina, si riscontra assenza di SOGGETTO 1 dal settore post-operatorio. Possibile elusione sorveglianza. Tutto personale allertato. Per il momento escluso contatto esterno. Si richiedono ulteriori istruzioni.


10:45 CET
Da:
Comando di Sicurezza Locale – TITAN-51
A: CoSDi, Roma – Ufficio Amm. Messalla
Oggetto: Aggiornamento situazione SOGGETTO 1

Ricerche interne ancora in corso. Nessun segno di effrazione. Porte blindate rimaste chiuse. Incongruenze nei registri di accesso settori sotterranei. Possibile complicità interna. Richiesto invio squadra speciale CoSDi per affiancare personale presente.


12:27 CET
Da:
Sala Operativa – Complesso TITAN-51
A: Stato Maggiore Difesa, Roma – Ufficio Silla
Oggetto: Emergenza Sicurezza – URGENTE

Confermata sparizione di materiale sensibile: due pistole Beretta M92, un fucile d’assalto AR70, tre caricatori pieni. Nessuna traccia di SOGGETTO 1. Allerta di livello massimo. Rischio di compromissione struttura. Evacuazione parziale personale civile in corso.


14:10 CET
Da:
Comando Locale TITAN-51
A: Ufficio Imperiale, Roma
Oggetto: Nuova segnalazione – Gravità Estrema

Non riusciamo a localizzare l’Imperatore. Sua Maestà era in osservazione stanza adiacente, ma non risponde a chiamate né risulta tra personale in evacuazione. Ultimo avvistamento ore 12:02 corridoio settore C. Tutti accessi bloccati. Priorità assoluta ritrovamento.


15:36 CET
Da:
Sala Operativa – Complesso TITAN-51
A: Stato Maggiore Difesa – Anicio / Concordia / Messalla
Oggetto: Codice Nero – DISPONIBILITÀ RINFORZI

Situazione fuori controllo. SOGGETTO 1 addestrato, potenzialmente armato, condizione neurologica sconosciuta. Imperatore irrintracciabile da tre ore. Presente panico tra personale. Richiesto invio immediato:
1. Reparto corazzato pronto intervento
2. Unità NBC (non escluse manipolazioni sostanze biologiche)
3. Elicotteri sorveglianza area esterna

RIPETO: Imperatore NON localizzato.


17:58 CET
Da:
Direzione Sicurezza Locale – TITAN-51
A: Roma, Tutti Destinatari di Livello 1
Oggetto: Codice Massimo – “AURORA NERA”

Allerta totale. Non vi è più distinzione tra ricerca SOGGETTO 1 e ricerca Sua Maestà. I due casi sono collegati. Ipotesi estrema: contatto diretto tra soggetto ed Imperatore.
Urgente predisporre catena di comando alternativa in caso di conferma peggior scenario.

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XXIII

COORDINAMENTO SERVIZI DI SICUREZZA IMPERIALE
CLASSIFICAZIONE: OCCHI SOLO DIRETTORE GENERALE – MASSIMA URGENZA
Data:
14 novembre 1985 – ore 18:32 CET
Destinatario: Ammiraglio Pietro Paolo Messalla, Direttore Generale CoSDi
Mittente: Direzione Sicurezza Locale – Complesso TITAN-51

OGGETTO: Primo Rapporto Sintetico – Evento Critico Complesso TITAN-51

1. Stato Imperatore
    Sua Altezza Imperiale ritrovata priva di vita alle ore 18:07 nel corridoio di collegamento tra settore B e settore C del complesso.
    Condizioni riscontrate: ferite compatibili con impiego di arma da fuoco a distanza ravvicinata. Analisi balistica in corso.
    Circostanze attuali: assenza di testimoni diretti; tracciati di sorveglianza video compromessi (sistemi risultano oscurati per circa 27 minuti).

2. Stato SOGGETTO 1
    Non rintracciabile. Ultimo segnale certo: ore 11:53, settore C.
    Possesso di armi confermato: fucile AR70 + pistole M92, munizioni complete.
    Potenzialità: addestramento avanzato, alterazioni neurofisiologiche post-innesto non ancora definite.
    Classificato come estremamente pericoloso.

3. Stato dott. Eugenio Rambaldi
    Medico responsabile ultimo intervento.
    Non presente al briefing mattutino. Ricerca interna ed esterna senza esito.
    Ultimo avvistamento documentato: ore 09:15, settore operatorio.
    Possibile connessione con la fuga di SOGGETTO 1 non esclusa.

4. Situazione complessiva
    Ordine ristabilito con arrivo rinforzi.
    Complesso TITAN-51 in stato di blocco operativo.
    Personale non essenziale evacuato.
    Morale delle unità residue compromesso dalla notizia della morte dell’Imperatore.

RICHIESTE IMMEDIATE
1. Istituzione di comitato ristretto di crisi con autorità decisionale piena.
2. Autorizzazione per operazione di cattura/neutralizzazione SOGGETTO 1 con regole d’ingaggio speciali.
3. Direttive su gestione comunicazione ufficiale (necessità urgente di copertura narrativa per decesso Imperatore).

Firmato:
Col. [REDACTED]
Direzione Sicurezza Locale – Complesso TITAN-51

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XXIV

TRASMISSIONE STRAORDINARIA A RETI UNIFICATE – 14 Novembre 1985 – 19.37 CET
(Schermata nera. Breve suono dell’inno imperiale, interrotto dopo poche note. Inquadratura: sala austera, bandiera nero-rosso-nero con la Croce delle Sette Spade dietro. I presenti sono in piedi, in uniforme o in abito scuro. Stefani al centro, davanti al microfono, volto severo. Accanto a lui, in ordine: Messalla, Anastasi, Silla, Tullio-Cicerone, Taranto, Loggia. Silenzio totale nello studio. Stefani parla con tono grave e fermo)

Francesco Saverio Salvio-Stefani:
*“Popolo romano, cittadini dell’Impero.
È con immenso dolore e con profonda commozione che vi annunciamo la morte improvvisa del nostro amato Sovrano, Sua Maestà Imperiale Paolo VIII.
L’Imperatore è stato colpito, nelle prime ore di questo pomeriggio, da un ictus cerebrale fulminante. Ogni tentativo di soccorso si è purtroppo rivelato vano. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile, in un momento già difficile per la nostra Patria.
Ma Roma non cade. Roma non può cadere.
In assenza di eredi diretti al trono, e per garantire senza esitazione la continuità del governo e delle istituzioni imperiali, noi, riuniti oggi in seduta straordinaria, abbiamo deciso all’unanimità la costituzione di un Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza.
Questo Comitato assumerà con effetto immediato e a tempo indeterminato la responsabilità del governo dell’Impero.
Ne fanno parte:
    il sottoscritto, in qualità di Presidente;
    il Proconsole Generale Paolo Anastasi, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate;
    il Capo della Segreteria Imperiale Costantino Loggia
    l’Ammiraglio Pietro Paolo Messalla, Direttore Generale della Commissione Speciale di Difesa;
    il Propretore Generale Sesto Silla, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito;
    il Ministro degli Esteri Raffaele Taranto;
    e l’Ammiraglio Francesco Tullio-Cicerone, Capo di Stato Maggiore della Marina.
Romani, il momento è grave. L’Impero è sotto attacco. Ma sappiate questo: noi saremo la vostra guida, la vostra difesa, il vostro baluardo. Con disciplina e fede, come i nostri padri, sapremo resistere e vincere.
Vi chiediamo unità, silenzio e fiducia. Non date ascolto alle voci, non lasciatevi smarrire dal dolore.
L’Imperatore Paolo VIII ci ha lasciato: ma Roma vive, e Roma vincerà. Sempre.”*

(Silenzio. I presenti chinano leggermente il capo. La telecamera indugia sul volto fermo di Stefani, poi stacco improvviso alla schermata con la Croce delle Sette Spade e la scritta: “COMITATO IMPERIALE PER LO STATO D’EMERGENZA – ROMA, 14 NOVEMBRE 1985”. L’inno imperiale suona a volume basso, dissolvenza in nero.)

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XXV

Commissione Speciale di Difesa (CoSDi)
Rapporto riservato – ad uso esclusivo del Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza (CISE)
Oggetto:
Situazione ordine pubblico – 24h successive al decesso dell’Imperatore Paolo VIII
Data: 15 novembre 1985 – ore 19.00

1. Quadro generale
Nelle ventiquattro ore successive all’annuncio ufficiale della morte dell’Imperatore Paolo VIII, l’ordine pubblico nella capitale e nelle principali città del territorio metropolitano è rimasto nel complesso sotto controllo.
    Roma: affluenza massiccia di cittadini in prossimità del Palazzo Imperiale e lungo Via del Corso, stimata in circa 120.000 persone nell’arco della giornata.
    Le presenze hanno assunto carattere prevalentemente commemorativo e religioso: processioni spontanee, recite del rosario, deposizioni di fiori e ceri votivi. Numerosi i messaggi di cordoglio lasciati davanti ai cancelli del Palazzo, spesso scritti sul retro di santini e immagini sacre.
    Nessuna manifestazione di protesta registrata; la popolazione appare colpita e in stato di lutto.

2. Ordine pubblico
    Le forze di polizia e le unità ausiliarie dispiegate (circa 7.500 uomini nella capitale) hanno garantito ordine e fluidità nei raduni.
    Non si segnalano incidenti gravi, se non alcuni svenimenti dovuti ad affollamento e malori.
    Arrestati 12 militanti comunisti sorpresi a distribuire volantini ostili durante la notte in zona Testaccio; materiale sequestrato.

3. Opinione popolare
    Sentimento diffuso di smarrimento per la morte improvvisa del Sovrano.
    In molti quartieri popolari si sono tenute veglie spontanee, con forte partecipazione femminile e giovanile.
    Numerose le testimonianze raccolte dai nostri informatori su voci e sospetti riguardo alla “vera causa” del decesso, ma nessun assembramento ostile o manifestazione sovversiva collegata.

4. Attività sovversiva e pasquinate
Nel corso della giornata sono apparse nuove pasquinate su statue e muri del centro. Particolare attenzione ha destato un poema in rima affisso nottetempo nei pressi di Piazza Navona, subito rimosso ma già circolato in copie manoscritte:

“É freddo ora il Vecchio, è caldo il suo trono,
già i Diadochi pensano a chi lo avrà in dono.
Non son più Scipioni, ma eredi divisi,
son pronti a scannarsi tra inganni e sorrisi.
Or Roma non piange, ora Roma sospira:
e se tutta l'Urbe incendiasse la pira?”


L’autore resta ignoto. Analisi interna indica matrice intellettuale ostile, probabilmente ambienti universitari.

5. Conclusioni
    Situazione capitale e province sotto controllo.
    La popolazione manifesta dolore e smarrimento ma non ostilità attiva.
    Clima politico: le pasquinate segnalano una percezione diffusa di lotta interna per la successione; monitorare con attenzione.
    Si raccomanda mantenimento di alta vigilanza e stretta sorveglianza dei circuiti culturali e intellettuali potenzialmente generatori di dissenso.

Firmato:
Col. Vittore Manlio
Direzione Operazioni Interne – CoSDi

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XXVI

ROMA MARCIA, L’IMPERO RESPIRA (De Telegraaf)
Dal nostro inviato a Roma, Julius van Roosendaal – 21 aprile 1987

Roma ha celebrato oggi il suo 2.740° compleanno con una grandiosa parata militare che ha riempito Via dei Fori Imperiali e Piazza Venezia di carri armati, battaglioni in parata e migliaia di cittadini assiepati lungo i viali alberati. È stato il Natale di Roma più politico e più militare degli ultimi decenni, organizzato dal Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza (CISE), che da diciassette mesi guida il Paese dopo la morte improvvisa dell’imperatore Paolo VIII.

La parata
Le prime luci del mattino hanno visto sorvolare la capitale da squadriglie di cacciabombardieri, mentre sul terreno si sono susseguite brigate corazzate e reparti della Guardia Palatina. Gli applausi più fragorosi sono scoppiati al passaggio dei veterani delle campagne nordafricane: uomini temprati da due anni di guerra logorante, che hanno riportato al centro del discorso politico la dimensione imperiale della potenza romana.

I successi militari
Se il Natale di Roma è stato celebrato con tanto sfarzo, è perché il CISE ha bisogno – e vuole – mostrare risultati. E in effetti, sul piano militare, i risultati non mancano:
    Le città di Algeri, Orano e Cesarea di Mauritania sono state liberate dai lunghi assedi degli islamisti.
    L’Operazione Gaio Mario, lanciata nell’estate scorsa, ha riconquistato Bescera e numerosi avamposti a sud dell’Atlante.
Fonti militari riconoscono l’uso massiccio di bombe a grappolo e napalm, strumenti devastanti che hanno permesso di piegare la resistenza nemica a costo di duri colpi alla popolazione civile.
A oggi, la guerra resta lontana dall’essere conclusa, ma il governo può rivendicare di aver invertito una tendenza che, al momento della morte dell’imperatore, sembrava inarrestabile.

Economia e politica
Sul fronte interno, la situazione è più sfumata. L’economia resta stagnante: l’industria bellica regge la domanda, ma i consumi civili non decollano. Alcune prime riforme economiche hanno liberalizzato comparti secondari, ma già circolano insistenti voci su una prossima “terapia d’urto”: privatizzazioni di larga parte del patrimonio statale, da anni pilastro del sistema imperiale.
Sul piano internazionale, la diplomazia di Raffaele Taranto ha prodotto i suoi frutti. Dopo mesi di gelo seguiti agli attentati del novembre 1985, USA, Francia e Regno Unito hanno ripreso i contatti con Roma, vedendo nel CISE un argine contro l’espansione islamista e sovietica in Nordafrica.

Le ombre
Eppure, sotto i vessilli e le fanfare, restano aperte ferite e domande. Sempre più cittadini parlano di teorie del complotto sulla morte di Paolo VIII: secondo queste voci, le bombe al Gianicolo e al Castro Pretorio sarebbero state un “inside job”, orchestrato dagli uomini che oggi siedono nel CISE per creare il clima di paura necessario a giustificare il cambio di regime. L’imperatore, sostengono i più radicali, sarebbe stato in realtà assassinato.
Nessuna prova a sostegno di queste accuse è emersa, ma la loro diffusione mostra come la legittimità del CISE non sia accettata da tutti.

Stefani: “Un’era di stabilità”
La parata si è conclusa con un discorso del presidente del CISE, Francesco Saverio Salvio-Stefani, che ha parlato dal palco eretto davanti all’Altare della Patria:
“Popolo romano, popolo dell’Impero,
diciassette mesi fa siamo stati colpiti al cuore: bombe nelle nostre città, un imperatore caduto, il nemico alle porte. Ma non ci siamo piegati, non ci siamo arresi. Oggi, grazie al sacrificio dei nostri soldati e alla volontà incrollabile di questa nazione, l’Impero si rialza.
Guardiamo al futuro: non più paura, non più incertezza. Questa non è solo la fine di una crisi. È l’inizio di una nuova era di stabilità e di forza. L’Impero Romano vivrà, e con esso vivranno i suoi cittadini, padroni del proprio destino.”
Tra le note dell’orchestra militare e lo sventolio delle bandiere nere-rosso-nere, il messaggio è arrivato forte e chiaro: il CISE vuole essere non solo un governo d’emergenza, ma la guida di lungo corso dell’Impero.

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Seconda Parte

Pasquinata – Natale di Roma, 1987

Dicon “stabilità”, ma vendono l’Impero,
tra privatizzazioni e tagli sul pensiero.
Il Vecchio se ne andò, ma il CISE adesso incombe,
riman solo ai romani la pace… delle tombe.

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XXVII

MIXER INTERNATIONAL – Roma, 16 maggio 1989
Intervista a Francesco Stefani, Presidente del Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza (CISE)
A cura di Jonathan Reed
[Voce narrante di Reed – tono da documentario, immagini di Roma, parate, cantieri, aerei militari decollano]

REED (voce fuori campo):
Quattro anni fa, Roma tremava.
Un impero ferito, un sovrano morto all’improvviso, attentati, guerra in Nord Africa.
Oggi, l’Impero Romano d’Occidente appare più stabile, più sicuro, e — secondo gli indici — anche più ricco.
Dietro questa metamorfosi c’è un uomo: Francesco Saverio Salvio-Stefani, per tutti semplicemente Francesco Stefani.
Ex tenente colonnello dell’aeronautica, ministro della sanità, poi leader del Partito Social-Popolare dei Romani, dal 1985 è la figura centrale del potere romano.
A quarantasette anni, Stefani è visto da molti come l’artefice della rinascita imperiale.
Per i suoi detrattori, invece, è solo l’uomo che ha sostituito un imperatore con un comitato.
Oggi lo incontriamo nel suo ufficio del Palazzo Imperiale, tra bandiere e ritratti di generali, ma anche una fotografia dei suoi tre figli sulla scrivania.

[Inizia l’intervista – inquadratura fissa, toni sobri]

REED:
Presidente Stefani, quattro anni fa l’Impero sembrava sull’orlo del caos. Oggi i numeri dicono crescita, stabilità, fiducia internazionale.
Come ci siete arrivati?

STEFANI:
Con decisione, e con pazienza.
Nel 1985 eravamo un Paese spaventato, fermo, troppo dipendente dallo Stato.
Abbiamo dovuto cambiare mentalità: meno assistenza cieca, più responsabilità individuale.
La terapia d’urto non è stata facile, ma ha rimesso in moto la macchina romana. Roma cresce, Roma lavora, Roma crede nel futuro.

REED:
Quella “terapia d’urto” però ha lasciato ferite. L’inflazione è sotto controllo, ma la povertà è aumentata. Alcuni parlano di una nuova élite arricchita dalle privatizzazioni.

STEFANI (riflette, tono quasi paterno):
Le trasformazioni economiche non sono mai indolori.
Ma un sistema che non cambia muore.
Oggi abbiamo imprenditori che investono, aziende che esportano, giovani che trovano lavoro per merito e non per raccomandazione.
È vero, qualcuno si è arricchito più in fretta. Ma non abbiamo tolto nulla a nessuno: abbiamo dato a tutti la possibilità di provarci.

REED:
E i veterani delle forze armate, che sono ancora la spina dorsale dell’Impero?

STEFANI:
Quelli che hanno servito lo Stato meritano rispetto, sempre.
I nostri veterani hanno corsie preferenziali nei servizi pubblici, nell’edilizia popolare, nel credito.
Chi ha difeso la patria non deve difendere anche il proprio futuro: quello glielo garantiamo noi.

REED:
Sul fronte militare, la guerra in Mauritania sembra bloccata, ma il prezzo pagato è altissimo. Ci sono state accuse di violazioni dei diritti umani: uso di napalm, bombe a grappolo, rappresaglie.

STEFANI (più serio):
Chi parla di violazioni non ha mai visto un villaggio romano bruciare o un soldato tornare senza un arto.
Noi difendiamo le nostre città, non le attacchiamo.
In guerra, ogni decisione è terribile. Ma la peggiore è non decidere affatto.

REED:
Lei non nega, però, che sia stata una guerra dura.

STEFANI:
Dura, sì. Ma giusta.
E oggi, grazie a quei sacrifici, i nostri cittadini a Orano o Algeri possono vivere senza paura.

REED:
Parliamo di politica interna. Ci sono elezioni, suffragio universale, e persino il Partito Comunista dei Romani siede in Parlamento. Ma nessuno sembra sfidarla davvero.

STEFANI (sorridendo):
Forse perché nessuno sente il bisogno di farlo.
Quando le cose funzionano, la gente vuole stabilità, non avventure.
Io non impongo il consenso: lo conquisto, ogni giorno, lavorando.

REED:
Quindi lei considera il sistema romano democratico?

STEFANI:
Direi di sì. Con le sue regole, con la sua tradizione.
Abbiamo un parlamento eletto, un’opposizione presente, una stampa libera nei limiti della responsabilità.
Non credo nei modelli importati: la nostra è una democrazia che parla latino.

REED:
E il Partito Social-Popolare dei Romani, il suo partito, controlla di fatto la maggioranza assoluta.

STEFANI:
È vero. Ma non perché la gente non possa scegliere altro, bensì perché riconosce nel PSPdR la continuità tra il passato imperiale e il futuro moderno.
Noi non siamo un partito: siamo una comunità politica.

REED:
Presidente, la stampa estera la descrive come un “riformista dell’ordine”. Si riconosce in questa definizione?

STEFANI (riflette, poi annuisce):
Sì, direi di sì.
Credo nelle riforme, ma non nel disordine.
Credo nel progresso, ma non nel caos.
Un Paese come il nostro, con due millenni di storia, non può permettersi rivoluzioni. Solo evoluzioni.

REED:
Eppure qualcuno le rimprovera di aver trasformato il CISE in un potere permanente, e di aver sostituito l’autorità dell’imperatore con la sua.

STEFANI:
L’Impero non è un uomo, è una civiltà.
L’imperatore era un simbolo, e quel simbolo vive nel nostro impegno.
Il CISE non comanda, coordina. È un ponte tra il passato e il futuro.

REED:
Lei ha tre figli, una vita familiare molto riservata. Si considera un uomo di potere o un uomo di fede?

STEFANI (più umano):
Direi un uomo di responsabilità.
Chi guida un Paese non dorme mai tranquillo.
Ma quando la sera torno a casa e vedo i miei figli, penso che tutto questo ha un senso.
Non faccio politica per me. La faccio per chi verrà dopo.

REED (fuori campo, mentre scorrono le immagini della città, della parata del Natale di Roma e di Stefani che saluta dal palco):
Francesco Stefani parla con calma, misura ogni parola, e non alza mai la voce.
Dice di non essere un uomo del passato, ma del futuro.
E quando gli chiediamo come immagina Roma tra dieci anni, sorride e risponde con la sicurezza di chi non contempla alternative:

STEFANI (in camera):
Roma non cambierà mai nella sua essenza.
Cambierà il mondo, cambieranno i confini, cambieranno gli uomini.
Ma Roma… Roma resterà Roma.

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XXVIII

Un bar di Trastevere, luci al neon stanche, fumo di sigaretta sospeso nell’aria.
Un vecchio televisore trasmette la versione censurata dell’intervista di Francesco Stefani: il montaggio è tagliato, il ritmo secco, le parti più scomode sparite. Sul piccolo schermo:

“...Abbiamo cambiato mentalità. Meno assistenza cieca, più responsabilità individuale...
Roma cresce, Roma lavora, Roma crede nel futuro.”

Seduti a un tavolo in fondo, tre uomini in licenza, divisa dell’esercito mal stirata, bicchieri di birra:
Salvo, robusto, fronte segnata dal sole del Maghreb. Valerio, più giovane, capelli biondi tagliati corti, occhi stanchi. Gianni, il più esile, ha l’aria inquieta di chi pensa troppo.

VALERIO (masticando una nocciolina, guardando lo schermo)
Guarda come parla l’uomo. Calmo, pulito. Manco fosse un prete.
SALVO: Prete? No, peggio. Quelli almeno dicono che devi avere fede. Lui ti dice che devi credergli e basta.
GIANNI (ironico): Eh, però intanto il soldo arriva puntuale, e a casa mia dicono che i prezzi si sono fermati.
SALVO: Sì, ma pure i lavori. Mio fratello è muratore, e non batte chiodo da mesi.
Le ditte si sono fatte tutte "private", ma guarda caso dentro ci sono sempre gli stessi: amici di ministri, generali o membri del Partito.
VALERIO: Non dire così. Qualcosa l’ha sistemato. L’anno scorso, in Mauritania, ci davano scarponi nuovi e le razioni non scadute, per la prima volta da quando ero di leva.
SALVO: Be’, se chiami "sistemato" bruciare mezzo deserto col napalm… sì, l’ha sistemato.
(sorride amaro, guarda il televisore dove Stefani sorride in camera) Guarda che faccia, Valè. Mica sembra uno che ha mai visto una bomba esplodere.
GIANNI (perentorio, abbassando la voce): Appunto. Forse perché le bombe le ha fatte mettere lui.

(Silenzio. Gli altri due lo fissano. Il brusio del locale copre per un istante le loro parole)

VALERIO: Che hai detto?
GIANNI: Io lo dico da tempo: Castro Pretorio, Gianicolo, pure quelle di Milano e Napoli… roba interna.
Doveva morire l’imperatore, e serviva un po’ di panico per coprire il colpo.
E guarda caso chi è che "salva" la patria dopo? Stefani e il suo comitato.
Troppa coincidenza, ragazzi.
SALVO (batte il pugno sul tavolo, secco): Gianni, basta! Non dire stronzate!
GIANNI: Ma senti, Salvo, tu lo sai meglio di me. Il CoSDi c’era ovunque. Come fanno a non sapere niente, a non fermare nessuno? È logica, non complotto.
SALVO: È logica, sì. Ma a me della logica non frega niente.
Mio cugino era a Castro Pretorio.
Quando l’ho rivisto, era solo un elmetto e mezzo stivale.

(pausa, beve un sorso, fissa il vuoto)

SALVO (più sommesso): Non voglio sentirti dire che l’ha ammazzato "lo Stato".
Perché, se è vero, allora vuol dire che là fuori non c’è più niente da difendere.
VALERIO (interviene per stemperare): Dai, basta. Non serve litigare.
Io non so chi ha messo le bombe, e non so manco più per chi stiamo a combattere, ma almeno adesso il Paese non è in ginocchio. Quando torno a casa, la gente non ha paura di uscire la sera.
SALVO: No, non ha paura… solo che non parla. Hai mai provato a dire una cosa storta su Stefani in un bar come questo? Ti guardano tutti. È come bestemmiare in chiesa.
GIANNI: Eh, ma pure all’imperatore davano del "padre della patria", e guarda com’è finito.
VALERIO: Forse adesso serve uno che tenga insieme tutto. Non un padre, ma un direttore d’orchestra.
Lui ha scelto di essere quello.
SALVO: Già. Peccato che a suonare siamo sempre noi.

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XXIX

EDITORIALE DI VALENTINO TULLIANI, DIRETTORE DEL QUOTIDIANO "IL RONZIO"

ROMA, 16 maggio 1989 – C’è un curioso fenomeno che si ripete nella storia romana: ogni volta che un governo proclama una “guerra alla corruzione”, il risultato non è la fine dei corrotti, ma la selezione naturale dei colpevoli.
E come in tutte le selezioni, a sopravvivere non sono i migliori, ma i più adatti: cioè, quelli che hanno imparato a respirare l’aria del potere senza tossire.
Negli ultimi tre anni, la cosiddetta campagna di moralizzazione del presidente Francesco Stefani ha decapitato generali, funzionari e ministri, eppure, miracolo imperiale, nessuna delle teste cadute è rotolata troppo vicino al trono.
Anzi, il potere ha mantenuto intatta la sua corona: solo qualche gemma di troppo è stata sostituita.

L’operazione è stata presentata come una rinascita etica. E certo, il termine “rinascita” è appropriato: rinascere è un verbo che implica la morte di qualcosa. In questo caso, a morire non è stata la corruzione, ma la concorrenza.
Prendiamo l’esempio dell’ammiraglio Pietro Paolo Messalla.
Ufficialmente rimosso per appropriazione indebita di fondi del CoSDi, una definizione tanto generica da poter includere anche l’uso improprio della cancelleria, l’ammiraglio è stato “invitato” a ritirarsi a vita privata in una villa sul lago di Bracciano.
Un destino dolce per un uomo che fino a ieri comandava la polizia segreta, e che, si mormora, sapeva molte più cose di quante fosse prudente ricordare.
Curioso, però, che le accuse a suo carico siano apparse così lievi: quasi un pretesto, un elegante invito a lasciare la scena prima che il sipario crollasse.
Se la giustizia avesse voluto davvero occuparsi di Messalla, avrebbe trovato ben altri capi d’imputazione.
Ma, si sa, nell’Impero moderno non è importante cosa hai fatto, ma chi decide che tu l’abbia fatto.

Molto diversa la sorte di chi, per disgrazia, ha avuto l’imprudenza di criticare il presidente o di negargli un voto di fiducia. Per costoro la legge imperiale funziona con un’efficienza quasi tedesca.
Le indagini partono al mattino, e la sera il cittadino in questione è già diventato “nemico dello Stato”, “speculatore”, “corruttore”.
Un modello di rapidità giudiziaria che nemmeno Cicerone, nei suoi processi più illustri, avrebbe osato sognare.
Ma la vera perla di questa moralizzazione selettiva è un nome che il popolo conosce bene: Matteo Di Cesare, amministratore delegato dell’AICI, l’Azienda Imperiale Carburanti e Idrocarburi, l’uomo che controlla il sangue nero dell’Impero.
Nelle sue mani scorre il petrolio di Tripolitania e Mauritania, e da quelle mani, dicono le voci, scorrono anche altre sostanze meno nobili: mazzette, favori, contratti, concessioni.
Lo chiamano, non senza ironia, il ministro delle tangenti. Un’espressione brillante, di cui vorrei poter dire di essere l’autore.

Eppure, tra tutte le teste recise della purga, la sua resta miracolosamente al suo posto, diritta e ben pettinata.
Di Cesare, a differenza di altri, ha saputo comprendere il tempo in cui vive: non nega nulla, ma distribuisce con generosità.
Si direbbe quasi che la virtù civica, in questi anni, consista non nel rifiutare la corruzione, ma nel saperla amministrare con discrezione.
Scriveva Tacito che “più uno Stato è corrotto, più leggi produce”. Negli ultimi due anni, il governo Stefani ha varato trentadue decreti sulla trasparenza amministrativa.
Fate voi i conti.

E così, la moralizzazione procede a passo di marcia: colpisce gli avversari, risparmia gli amici e, soprattutto, non disturba i petrolieri.
Ma c’è di più: il pubblico, stufo dei vecchi scandali, sembra quasi rassicurato dal fatto che i nuovi corrotti almeno parlino un latino corretto.
È il grande paradosso romano: siamo pronti a tollerare tutto, purché chi ci inganni lo faccia con eleganza.
E allora, quando ascolto il presidente Stefani parlare di “rinnovamento morale”, non posso non pensare a un antico passo di Cicerone:
“Non c’è nulla di più ipocrita della virtù esibita per nascondere il vizio.”
Peccato che qui, più che un vizio nascosto, sembri un vizio di famiglia.

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XXX

L’UOMO NELL’OMBRA DI ROMA (di Alexandra Dubois, Le Monde)
Longino Ramelli, il misterioso vice che comanda il CoSDi e tiene insieme il potere di Stefani

ROMA, 20 maggio 1989 – In un Paese dove ogni figura di potere ama la ribalta, tra divise stirate, parate militari e discorsi trasmessi in diretta nazionale, c’è un uomo che sembra aver fatto del silenzio la propria forma di comando.
Si chiama Longino Ramelli, quarantuno anni, vicedirettore del CoSDi, la potente Commissione Speciale di Difesa, cioè il servizio segreto interno dell’Impero Romano d’Occidente.
Ufficialmente è il numero due. In pratica, è il numero due di tutto il regime.

Ramelli non appare mai in pubblico, non rilascia interviste, e il suo nome è assente dai bollettini ufficiali.
Eppure, secondo diverse fonti diplomatiche, è lui che decide su intercettazioni, arresti, e operazioni “di sicurezza” tanto dentro quanto fuori dai confini imperiali.
Un risolutore, come lo definiscono a Roma: colui che si occupa delle questioni che non possono passare attraverso i canali ordinari.

Dalla sabbia della Mauritania ai corridoi del potere – Nato nel 1948 in una famiglia della piccola borghesia laziale, Ramelli entra giovanissimo nell’aeronautica.
È in Mauritania, nel 1967, durante la seconda guerra d’Algeria, che conosce il suo futuro mentore: Francesco Stefani, allora ufficiale dell’aviazione e oggi presidente del Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza (CISE).
I due condividono la stessa base e, secondo i racconti di alcuni commilitoni, la stessa mentalità: pragmatica, disciplinata, e priva di illusioni.
Uno dei piloti che li conobbe in quei giorni racconta che “Stefani parlava di politica e Ramelli ascoltava. Ma quando parlava Ramelli, anche Stefani ascoltava”.

Dopo la guerra, Ramelli lascia l’aeronautica e si iscrive a Scienze Politiche all’Università di Roma.
Di quegli anni si sa pochissimo: niente articoli, nessuna fotografia, nemmeno un indirizzo pubblico.
Nel 1975 risulta già in forza al CoSDi, il servizio segreto imperiale, dove inizia la sua lunga carriera dietro le quinte.
Per più di un decennio, Ramelli si muove nell’ombra: missioni all’estero, attività di controspionaggio, operazioni di “stabilizzazione interna” nei territori coloniali del Nord Africa.
I documenti ufficiali lo menzionano appena, ma tra i funzionari romani circola un soprannome: il fantasma di Mauritania.

La scalata – Nel 1986, con la destituzione dell’ammiraglio Pietro Paolo Messalla e la purga che ne seguì, Ramelli ricompare.
Il suo nome emerge tra le carte della nuova riorganizzazione del CoSDi. Quando l’anziano Giuliano Di Paola, già direttore del CoSDi sotto Paolo VIII, viene richiamato dalla pensione, Ramelli viene nominato vicedirettore.
Un ruolo apparentemente secondario, ma in realtà decisivo: Di Paola, malato e costretto a dialisi regolari, lascia a Ramelli “ampia delega” su tutte le operazioni correnti.
Da quel momento è lui a gestire l’agenzia.
Gli osservatori stranieri descrivono il nuovo assetto come una perfetta architettura del potere: Stefani governa in pubblico, Ramelli garantisce l’ordine nell’ombra.
Un diplomatico europeo lo definisce “il braccio operativo del presidente”, aggiungendo con una punta di timore: “Quando sparisce qualcuno, Ramelli sa sempre dov’è.”

L’uomo che risolve – A Roma, il nome di Ramelli circola tra le redazioni e le ambasciate come un enigma.
Non ha famiglia conosciuta, non frequenta eventi pubblici, e la sua vita privata è una pagina bianca. C’è chi sostiene viva in una piccola palazzina del quartiere Flaminio, senza guardie né seguito; altri giurano che dorma in una stanza del CoSDi stesso, dietro porte blindate e sorveglianza 24 ore su 24. Le sue apparizioni pubbliche si contano sulle dita di una mano.
Eppure, ogni volta che il regime si trova di fronte a una crisi — un’inchiesta giornalistica, un attentato, un funzionario scomodo — il suo nome riemerge, subito dopo che la questione viene “risolta”.
Un funzionario del Ministero dell’Interno, sotto anonimato, racconta:

“Quando arriva Ramelli, vuol dire che non ci saranno più problemi. Né con la stampa, né con gli imputati, né con le prove.”

Il numero due del regime – Oggi, a meno di quarantadue anni, Longino Ramelli è considerato il secondo uomo più potente dell’Impero.
La stampa vicina al governo lo dipinge come “un servitore dello Stato, esempio di sobrietà e competenza”.
Ma tra le file diplomatiche straniere si parla di lui come dell’uomo che “assicura la stabilità del sistema a qualunque costo”.
Valentino Tulliani de "Il Ronzio" lo ha definito "il silenzio che regge il rumore di Roma".
E forse è proprio questo il segreto del suo potere: in un Paese di oratori e tribuni, Longino Ramelli non parla mai.

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XXXI

NETTUNO, sera, 3 giugno 1989

Il mare di Nettuno, al tramonto, ha lo stesso colore del rame vecchio. La casa di Stefani è una villa bassa, con grandi vetrate e un terrazzo che guarda verso la spiaggia.
Dall’interno si sente il rumore sommesso della televisione lasciata accesa in salotto, un vecchio varietà della televisione imperiale, e l’odore di pesce alla griglia che arriva dalla cucina.
Attorno al tavolo della veranda siedono in quattro:

Francesco Stefani, in maniche di camicia, una bottiglia di vino davanti;
Longino Ramelli, composto e silenzioso come sempre, con lo sguardo che ogni tanto si posa sulla figlia del capo;
Livia Stefani, 18 anni, jeans e una maglietta dei Simple Minds, piedi nudi sul parapetto;
e Teodoro “Teo” Lori, impeccabile anche in vacanza, con il maglione blu piegato sulle spalle e un’aria da turista inglese fuori stagione.

Sulla spiaggia, sotto di loro, si sente ogni tanto la voce della scorta, chi ride, chi bestemmia piano.
Ramelli guarda verso il mare e rompe il silenzio.

RAMELLI (domanda retorica): Tra una settimana, tutto a Cartagine, vero?
STEFANI (senza voltarsi): Sì. Lunedì prossimo arrivano gli americani. Poi gli altri. Ci tengono tutti a vedere quanto “pacifico” sia diventato l’Impero.
LIVIA (sorridendo amaro): Pacifico come una bomba spenta.
RAMELLI (ghigna): O come una bomba che non hai ancora deciso dove far esplodere.

Stefani ride, ma con metà del volto soltanto. Versa un po’ di vino nel bicchiere di Ramelli, poi nel proprio.

TEO (interviene, ingenuo): Io credo che sia un grande onore, signore. Il G7 a Cartagine! Nessuno se lo sarebbe aspettato. Dopo… tutto quello che c’è stato.
STEFANI (alza lo sguardo): Dopo tutto quello che abbiamo fatto, Teo. Non c’è onore. C’è solo equilibrio. E per tenerlo, devi sempre pesare di più degli altri.
TEO (sincero): Io non so come faccia, eccellenza. Io… mi stanco solo a pensarlo, tutto quel peso.
LIVIA (pizzicandolo con ironia): Tu ti stanchi anche solo a stirare le camicie di papà, Teo.
TEO (arrossendo): Eh, ma almeno quelle mi riescono dritte!

Stefani ride davvero stavolta, un riso breve ma autentico. Ramelli si accende una sigaretta.
Il fumo si alza lento nella brezza marina. Livia lo guarda di sottecchi, poi sospira.

LIVIA: Dite sempre che questo Paese ha bisogno di stabilità. Ma non vi siete mai chiesti se invece si sia solo abituato alla paura?
RAMELLI (senza voltarsi): La paura è la miglior forma di stabilità. Finché la gente teme, non cambia nulla.
STEFANI (serio, fissando il bicchiere): Non è vero. La paura non basta. Serve una speranza, anche piccola. Una bandiera, un’illusione, una promessa. Io cerco di dargliela. Poi che ci credano o no, è affar loro.
LIVIA (alzandosi, appoggiata alla ringhiera): Sai, papà… quando parli così sembri quasi onesto.
STEFANI (alza lo sguardo su di lei): Lo sono. Non sempre, ma lo sono. Non puoi mentire per vent’anni senza dire, ogni tanto, un frammento di verità.

Ramelli ride piano. Teo, come al solito, non capisce del tutto.

TEO: E poi, insomma, ora va tutto meglio, no? Gli americani ci rispettano, i francesi non ci guardano più dall’alto in basso, le fabbriche lavorano di nuovo…
LIVIA (sottovoce, sarcastica): Sì, peccato che mezzo Paese lavori per comprare la benzina dell’altra metà.

Stefani finge di non sentire. Ramelli invece sì: la guarda, con quell’attenzione troppo lunga per essere solo fastidio. Livia se ne accorge, si volta verso il mare e dice soltanto:

LIVIA: Andrò a fare due passi.
STEFANI: Non allontanarti troppo.
LIVIA: Tranquillo. C’è lo zio Longino che mi controlla anche da qui.

Ramelli sorride, ma la battuta cade come una lama. Silenzio.

TEO (rompe la tensione, servendosi un altro bicchiere): Davvero, signore, ci voleva una pausa. Roma è così pesante, ultimamente…
STEFANI: Roma è sempre pesante. È una città che non dimentica nulla. E quando una città non dimentica, ti costringe a fingere ogni giorno di essere un uomo nuovo.

Si alza, finisce il bicchiere. Sul mare comincia a cadere la notte, le prime stelle.

RAMELLI: Sembra che domani piova.
STEFANI (senza voltarsi, andando verso la riva): Forse. Ma dopodomani ci sarà il sole. C’è sempre il sole quando arriva il G7.

Livia cammina sulla sabbia.
Dalla veranda si sentono ancora le voci di Ramelli e Teo, soffuse, come un brusio domestico.
Stefani, a pochi passi dal mare, guarda verso l’orizzonte africano, invisibile ma vicino.
Cartagine lo aspetta.
E con Cartagine, il mondo.

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XXXII

NETTUNO, notte tra il 3 e il 4 giugno 1989

La casa dorme.
Il mare, che poche ore prima aveva il colore del rame, adesso è nero e piatto come una lastra d’acciaio.
Solo il rumore ritmico delle onde e il frinire dei grilli riempiono il silenzio della villa.
Poi, il trillo secco del telefono satellitare.
Stefani apre gli occhi di colpo.
Per un istante pensa sia un sogno, poi riconosce la luce verde che lampeggia sul tavolo accanto al letto.
Si alza, indossa la camicia, risponde con voce roca.

STEFANI: Sì? Chi parla?
TULLIO-CICERO (voce metallica): Eccellenza, sono l’ammiraglio Tullio-Cicero. Mi scusi l’ora… ma temo che ci sia un problema grave.
STEFANI (già teso): Quale problema?
TULLIO-CICERO: Ho appena ricevuto notizie da Fiumicino. Reparti dell’esercito, paracadutisti della ‘Pietro IV’, hanno occupato lo scalo. Dicono di avere ordine di "mettere in sicurezza" le piste. Ma non rispondono né al Comando Supremo, né a me.
STEFANI (silenzio, poi glaciale): Chi li comanda?
TULLIO-CICERO: Il generale Silla, credo. O Anastasi. Ma non ne ho conferma. Mi dica, Eccellenza… lei ne è al corrente?
STEFANI: No. (una pausa) Mi ascolti bene ammiraglio. È in corso un colpo di Stato.

L’ammiraglio non risponde subito. Solo un respiro pesante.

STEFANI (continuando): Avete reparti vicini alla capitale?
TULLIO-CICERO: Sì, c’è una brigata di fanteria di marina ad Ostia, la ‘San Giorgio’. Operativa, addestrata, fedele.
STEFANI: Perfetto. La faccia muovere subito. Obiettivi: le stazioni televisive, la radio imperiale, il Ministero della Difesa e il Quirinale. Nessuno deve prendere la parola prima di me.
TULLIO-CICERO: Capito, Eccellenza. Mi metto in moto. Che il Signore ci aiuti.
STEFANI: E anche Roma, ammiraglio.

Chiude la comunicazione.
Per un attimo resta immobile, col satellitare in mano, poi lo posa. Gli tremano appena le dita.
Pochi minuti dopo Stefani entra nel corridoio, bussando forte alla porta di Ramelli.

STEFANI: Longino! Sveglia. È successo.

Ramelli apre in maglietta, gli occhi già lucidi, la lucidità del predatore che sente l’odore del sangue.

RAMELLI: Chi?
STEFANI: Silla e Anastasi, credo. Hanno mosso i reparti su Fiumicino. Tu chiama il CoSDi. Linea diretta. Voglio sapere chi si è schierato e chi no.
RAMELLI (subito operativo): Capito. E lei?
STEFANI: Io sveglio mia figlia e chiamo la scorta. Tra dieci minuti si parte per Roma.

Stefani entra in camera della figlia, la scuote leggermente. Livia si sveglia di soprassalto.

LIVIA: Papà? Che succede?
STEFANI: Un imprevisto. Vestiti. Noi torniamo a Roma, tu resti qui con Teo.
LIVIA (ironica, anche nel panico): “Imprevisto”? Ti suona il telefono di notte e parli come in un film di spie.
STEFANI (serio): Non è un film. È un colpo di Stato.

Livia sbianca, ma non dice nulla.
In soggiorno Ramelli, con il telefono satellitare all’orecchio, parla rapido e sottovoce.
Le frasi sono spezzate, militari, secche.

RAMELLI:
— bloccare accessi a via Flaminia…
— rintracciate Silla, se necessario usate forza letale…
— priorità: Palazzo del Governo e trasmissioni…

Stefani intanto scende al piano di sotto, trova due agenti della scorta svegli ad ascoltare la radio e fa svegliare il caposcorta.

STEFANI: Ci muoviamo ora. Roma. Subito. Nessuna deviazione.

L’uomo, ancora in tuta, non chiede spiegazioni. Solo:

CAPOSCORTA: Quanti mezzi, Eccellenza?
STEFANI: Tutti. E pieni.

Poco dopo, nel buio della notte, tre fuoristrada neri partono verso Roma.
Dentro il secondo, Stefani e Ramelli non parlano.
Solo ogni tanto, la voce del CoSDi gracchia dal telefono di Longino.

“Abbiamo contatti armati sulla Cassia. Ripetiamo: contatti armati.”
“Il generale Anastasi ha lasciato il Comando Supremo.”
“Nessuna traccia di Silla.”

Stefani ascolta in silenzio. Livia e Teo, invece, li guardano partire dal cancello della villa, in pigiama, fermi accanto alla macchina di lei.

LIVIA: Io non resto qui.
TEO: Va bene, andiamo al paese. C’è la pensione di mia cugina. Prendo il mio satellitare.

Partono pochi minuti dopo. Le luci posteriori dell’auto spariscono tra gli alberi di pino, verso l’interno.

Ore 01:48
Una jeep con uomini armati entra nel vialetto della villa.
Sono paracadutisti della ‘Pietro IV’, in mimetica, visi coperti, fucili automatici.

COMANDANTE (dando ordini): Due squadre dentro. Uno in copertura. Voglio il Presidente vivo.

Entrano sfondando la porta.
Dentro, solo silenzio. I piatti ancora sul tavolo, i bicchieri del vino, la televisione che gracchia.
In cucina, gli avanzi della sera prima.
Il comandante guarda la veranda vuota, poi scuote la testa.

COMANDANTE: Troppo tardi.

Uno dei soldati trova una sigaretta ancora accesa nel posacenere di Ramelli.
Il fumo si alza, pigro.

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XXXIII

VERBALE RISERVATO
Consiglio Imperiale di Sicurezza – Seduta Straordinaria
Data:
Notte tra il 3 e il 4 giugno 1989
Luogo: Palazzo del Quirinale, Studio Presidenziale
Classificazione: LIVELLO OMEGA / RISERVATISSIMO
Redatto da: Ufficio Verbali della Segreteria Imperiale

PARTECIPANTI:
1. Francesco Saverio Salvio-Stefani, Presidente del Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza (CISE)
2. Giuliano Di Paola, Direttore Generale della Commissione Speciale di Difesa (CoSDi)
3. Gen. Emilio Paolo Mazurkiewicz, Propretore Generale, già comandante della 10ª Brigata Paracadutisti d’Assalto “Tifone”
4. On. Cornelio Pisani, Ministro dell’Interno
5. Longino Ramelli, Vicedirettore Generale della Commissione Speciale di Difesa (CoSDi)
6. Amm. Francesco Tullio-Cicero, Capo di Stato Maggiore della Marina Imperiale

1. Apertura della seduta (ore 02:47)
Il Presidente Stefani apre la riunione straordinaria, convocata d’urgenza a seguito del tentativo di colpo di Stato avviato da reparti infedeli dell’Esercito nella tarda serata del 3 giugno.
L’atmosfera operativa è concitata ma controllata; nella stanza sono presenti mappe aggiornate della capitale e linee telefoniche dirette con lo Stato Maggiore e il CoSDi.

2. Situazione operativa generale
L’Ammiraglio Tullio-Cicero riferisce che la Brigata di Fanteria di Marina “San Giorgio”, mobilitata da Ostia su ordine diretto della Marina alle ore 00:45, ha assunto il controllo dei principali accessi alla capitale e dei seguenti obiettivi strategici:
    Ministeri di Interni e Difesa;
    Sedi radiotelevisive nazionali;
    Palazzo del Quirinale e complesso del Parlamento;
    Ponti sul Tevere e vie consolari in entrata (Aurelia, Appia, Salaria).
L’Ammiraglio precisa che le truppe sono in stato di allerta massima e che non si sono registrati scontri nella zona urbana di Roma.

3. Intervento della 10ª Brigata Paracadutisti “Tifone”
Il Gen. Mazurkiewicz riporta che, alle 02:05, la brigata da lui già comandata ha ricevuto ordine di mobilitazione per convergere sulla capitale.
La “Tifone” ha assunto posizione di presidio presso Fiumicino, Ponte Galeria e i depositi logistici dell’Esercito, dove ha intercettato movimenti sospetti di reparti della 108ª Brigata Paracadutisti “Pietro IV”.
Al momento della relazione, le truppe lealiste controllano tutti i punti nevralgici, inclusi i terminal aeroportuali.

4. Lealtà delle forze di polizia
Il Ministro Pisani riferisce che i reparti di polizia e i corpi militarizzati restano fedeli al governo legittimo.
Le Squadre di Intervento Rapido (SIR) sono pronte a muovere verso obiettivi urbani in caso di necessità, ma la situazione appare sotto controllo.
Le comunicazioni interne del Ministero dell’Interno sono stabili; nessuna defezione segnalata.

5. Stato operativo del CoSDi
Il Direttore Di Paola prende la parola per lodare l’efficienza del Vicedirettore Ramelli, che nelle ultime ore ha coordinato in maniera autonoma e risolutiva le operazioni del CoSDi.
Di Paola dichiara di rammaricarsi di non aver potuto partecipare più attivamente a causa delle proprie condizioni di salute, ma conferma di essere rimasto costantemente informato sugli sviluppi.

6. Valutazione complessiva: fallimento del golpe
Alle ore 03:25 il Presidente Stefani, ricevuta comunicazione che la capitale è sotto il pieno controllo governativo, constata che il tentativo di colpo di Stato è da considerarsi operativamente fallito.
Le forze lealiste controllano la totalità dei punti strategici della capitale; i reparti ribelli risultano isolati e in fase di resa.
I generali Sesto Silla e Paolo Anastasi, identificati come principali ispiratori del tentativo di golpe, risultano latitanti.

7. Sezione riservata – Discussione sul destino dei generali Silla e Anastasi
(La seguente parte della seduta è verbalizzata come riservata a circolazione limitata – LIVELLO OMEGA).
In previsione della cattura dei generali Silla e Anastasi, il Direttore Di Paola solleva la questione della gestione giudiziaria e politica del caso.
L’eventuale processo pubblico, si osserva, potrebbe generare instabilità e rivelazioni indesiderate.
Dopo breve discussione tra i presenti, il Direttore Di Paola propone [OMISSIS].
La proposta è approvata all’unanimità dai presenti.
Il Vicedirettore Ramelli riceve incarico di predisporre le modalità operative e di coordinare l’esecuzione della misura con la necessaria riservatezza.

8. Chiusura della riunione
Alle 04:15, il Presidente Stefani dichiara chiusa la seduta.
Si dispone che il verbale venga registrato e archiviato come verbale del Consiglio Imperiale di Sicurezza in Seduta Straordinaria, e che le copie vengano trasmesse esclusivamente ai partecipanti e alla Segreteria Imperiale.

Redatto da:
(firma illeggibile)
Funzionario addetto ai Verbali della Segreteria Imperiale

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XXXIV

DIARIO PERSONALE DI FRANCESCO SAVERIO SALVIO-STEFANI
4 giugno 1989 – Roma, Palazzo del Quirinale
(Appunto scritto alle 05:18 del mattino, poco prima dell’intervento televisivo a reti unificate)

“Ho vinto.”
Sono le uniche parole che mi vengono in mente mentre chiudo la comunicazione con Livia.
Non so se le ho dette per convincere lei o per convincere me stesso.
L’atmosfera al Quirinale stanotte era surreale: sembrava di assistere a un dramma romano, ma senza sceneggiatura. I corridoi illuminati a giorno, telefoni che squillano senza tregua, stenografe che battono tasti come mitragliatrici, ufficiali addormentati su sedie o stesi per terra, e in mezzo a tutto questo una sensazione di febbre, di precarietà. Nessuno sa davvero cosa stia succedendo, ma tutti vogliono dare l’impressione di sapere.

Quando io e Ramelli siamo arrivati, c’era odore di caffè bruciato e sudore.
Ho trovato Pisani chino sul telefono, che parlava col capo della polizia come se stesse domando un incendio.
L’ammiraglio Tullio-Cicero sembrava un uomo tornato giovane: dava ordini rapidi e precisi, la voce ferma, il tono autoritario, persino elegante. Mazurkiewicz, invece, stava in piedi davanti alla mappa della capitale, con le mani dietro la schiena e quello sguardo che sembra vedere più in là del resto di noi.
Mazurkiewicz… Un uomo che ispira fiducia, e al tempo stesso la mette a dura prova.
I suoi soldati lo adorano, lo chiamano “il vecchio comandante”, e parlano di lui come di uno di loro. Professionale, disciplinato, freddo. Ma c’è qualcosa dietro quegli occhi grigi che non riesco a leggere.
Durante la riunione l’ho osservato attentamente, mentre riferiva della mobilitazione della "Tifone" e dei suoi uomini. Parlava in modo impeccabile, ma avevo l’impressione che stesse pesando ogni parola, scegliendo con cura cosa dire e cosa tacere.
È un uomo che non sbaglia mai una mossa, ma non sono ancora certo se giochi per la mia squadra o per la sua.

La riunione nello studio presidenziale è stata più breve di quanto mi aspettassi.
Il golpe è fallito, e questo lo si è capito presto. I reparti golpisti non sapevano neppure di esserlo. Solo Anastasi e Silla, due uomini che un tempo ho stimato, avevano chiaro il disegno, e lo hanno pagato.
La decisione sul loro destino è arrivata quasi da sola, come un gesto naturale, inevitabile. Di Paola ha proposto, io ho approvato, e nessuno ha obiettato.
Ramelli, come sempre, ha preso nota in silenzio, ma ho colto il suo sguardo complice: sa che certe cose non si fanno per rabbia, ma per necessità.
Quando la riunione è finita e tutti si sono dispersi tra telefoni e dispacci, mi sono ritirato nello studio privato.
Ho chiamato Livia, sul satellitare di Teodoro. La voce di mia figlia era stanca, tesa, ma lucida.
Le ho detto che era tutto finito, che poteva stare tranquilla.
Lei ha risposto solo: “Davvero, papà?”
E io, senza pensarci, ho detto: “Ho vinto.”
Non so se sia vero. Ho fermato un golpe, ma ogni volta che fermo qualcosa ne creo un’altra. Forse questa notte ho solo rimandato il prossimo.

Adesso, mentre mi preparo a parlare in televisione, provo una strana calma.
Roma dorme, o almeno ci prova.
Io invece non posso permettermelo: il sonno è per chi può dimenticare.

(Nota a margine, scritta in grafia più frettolosa)
Mazurkiewicz va tenuto d’occhio. Uomo di grande valore, ma doppio fondo. Ramelli lo capirà.

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XXXV

TRASMISSIONE A RETI UNIFICATE
Data:
4 giugno 1989
Ora: 05:42
Luogo: Palazzo del Quirinale, Sala delle Colonne
Emittenti collegate: Canale 1, Canale 2, Canale Cartagine, Radio Roma

(Inquadratura fissa. La sala è sobria, illuminata da luci chiare e fredde. Sullo sfondo, la bandiera nero-rosso-nera dell’Impero con la Croce delle Sette Spade. Francesco Saverio Salvio-Stefani, in giacca grigia e cravatta scura, appare visibilmente stanco ma composto. Davanti a lui, il microfono d’ordinanza e la cartellina color avorio. Pausa di tre secondi. Poi, inizia a parlare con tono fermo e grave)

STEFANI:
«Romani, cittadini dell’Impero, fratelli e sorelle d’Italia.
Questa notte, uomini senza onore hanno tentato di colpire il cuore della nostra Patria.
Con un’azione improvvisa e disorganica, reparti militari infedeli hanno cercato di impadronirsi di alcuni nodi strategici della capitale e di minare la stabilità dello Stato.

Desidero rassicurarvi immediatamente: il tentativo è fallito. Roma è in piedi. L’Impero è in piedi.
Le Forze Armate, la Polizia e la Commissione Speciale di Difesa hanno agito con rapidità e disciplina, ristabilendo l’ordine in ogni settore della capitale.
A quest’ora, tutti i principali edifici governativi, le stazioni radiotelevisive, gli aeroporti e le infrastrutture vitali sono sotto il pieno controllo delle forze leali.
Non vi è alcun pericolo per la popolazione civile, né alcuna minaccia alla continuità del governo imperiale.

Nei prossimi giorni, la magistratura militare accerterà le responsabilità di quanti si sono resi complici di questo atto scellerato.
Sarà fatto tutto alla luce del sole, ma con la fermezza che il dovere impone.
Chi ha tradito il giuramento al proprio Paese sarà giudicato, e la giustizia dell’Impero, che non è né vendetta né debolezza, farà il suo corso.
Non è il momento delle divisioni, ma dell’unità.
A tutti i cittadini, ai lavoratori, ai soldati, ai giovani, chiedo serenità e disciplina.
A tutti i veterani che hanno servito la Patria in armi, chiedo di ricordare che la nostra forza non è mai stata nelle baionette, ma nello spirito romano: nella lealtà, nel sacrificio e nel rispetto della legge.

So che molti di voi si sono spaventati, e non vi nascondo che le ore appena trascorse sono state difficili. Ma da queste prove il nostro popolo è uscito più volte più forte. Oggi come allora, la nostra civiltà non arretrerà di un passo. Io vi prometto questo: nessuno spezzerà l’unità dell’Impero.
Non un colpo di fucile, non un tradimento, non un’ombra di paura potrà cancellare duemila anni di storia e di fede nel destino di Roma.

L’Impero rimane saldo, e continuerà a lavorare per la pace, la giustizia e la prosperità di tutti.

Vi ringrazio per la vostra fiducia, e vi chiedo di alzarvi domattina come sempre, di andare al lavoro, di vivere la vostra vita.
Il miglior modo per sconfiggere chi voleva gettarci nel caos è dimostrare che Roma non si piega mai.
Che Dio benedica voi, e che Dio benedica il nostro Impero.»

(Stefani chiude la cartellina, guarda per un istante la telecamera, poi un leggero cenno del capo. L’immagine resta fissa per cinque secondi, quindi dissolve sullo stemma imperiale e l’inno “Fede e Gloria”)

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XXXVI

Il Ronzio – Editoriale di Valentino Tulliani
Edizione del 6 giugno 1989
Due generali, due morti e troppe coincidenze

La cronaca ufficiale, quella che si racconta con voce impostata nei telegiornali e si stampa in grassetto sulle prime pagine, ci dice che nella notte tra domenica e lunedì il generale Paolo Anastasi e il generale Sesto Silla, rispettivamente ex capi di Stato Maggiore delle Forze Armate e dell’Esercito, sono “improvvisamente venuti a mancare per cause naturali”.

Due uomini in perfetta salute, uno al Gianicolo, l’altro nella sua residenza di Viterbo, colti nello stesso giro d’orologio da un malore fatale. Due generali su due.
Nessun arresto, nessuna indagine, nessuna connessione, solo “triste coincidenza”.

Roma, si sa, è abituata alle coincidenze.
Capita che due statue vengano restaurate lo stesso giorno, che due ministri cadano in disgrazia la stessa settimana, e che due generali che fino a quarantotto ore fa comandavano interi eserciti decidano all’unisono di morire nel sonno, come se il fato avesse senso dell’umorismo.

Eppure, il destino ha un tempismo strano.
Le morti arrivano appena ventiquattro ore dopo il tentativo di golpe che, secondo la versione governativa, è stato “rapidamente represso” e “condotto da elementi deviati delle Forze Armate”.
Nomi non se ne sono fatti, e forse non se ne faranno mai, ma chi conosce l’ambiente militare sa bene che, in ogni rivoluzione abortita, ci sono sempre due o tre nomi troppo importanti per essere pronunciati.

Che i due generali siano morti davvero nel sonno, o che abbiano preferito un’altra via, non è dato sapere. Quello che colpisce è la fretta con cui l’Impero ha archiviato la questione.
Non un’inchiesta, non un’autopsia, non un cenno di dubbio.
Solo la voce impersonale di un comunicato: “i funerali si svolgeranno in forma privata”.

Nel frattempo, in piazza, si respira una calma che sa di ammonimento.
Le camionette della polizia davanti alle redazioni, le pattuglie nei quartieri del centro, la gente che abbassa la voce quando sente pronunciare la parola golpe.
L’Impero è in piedi, sì, ma pare camminare sulle uova.

Forse il Presidente Stefani ha davvero salvato Roma da una notte di caos e, se è così, nessuno gli negherà questo merito. Ma un regime che non tollera le domande non può chiedere fiducia, e un potere che nasconde le sue ferite sotto il cerone della compostezza non guarirà mai.

Per ora sappiamo soltanto che due generali sono morti nello stesso giorno, per la stessa ragione, con la stessa discrezione.
E che la storia, come sempre, si scrive meglio quando nessuno ha voglia di rileggerla.

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XXXVII

ROMA, 4 GIUGNO: UN GOLPE SENZA SPIEGAZIONE
(David H. Merriman, The New York Times)

Dubbi a Washington e in Europa sull’“ammutinamento lampo” nell’Impero Romano. Quale fu il vero movente dei golpisti?

ROMA – Tre giorni dopo il tentato golpe militare che nella notte tra il 3 e il 4 giugno ha scosso l’Impero Romano, la situazione nella capitale sembra tornata alla normalità. Le strade sono sorvegliate da pattuglie della polizia e da reparti di marina, ma i negozi hanno riaperto, i trasporti funzionano e il presidente Francesco Saverio Stefani appare saldo al potere.

Eppure, dietro la calma apparente, molti interrogativi rimangono aperti.

Le informazioni ufficiali diffuse dal governo romano parlano di un “tentativo isolato” da parte di reparti paracadutisti guidati, si presume, da due generali: Sesto Silla e Paolo Anastasi, ufficialmente estranei ai fatti, ma morti entrambi a poche ore di distanza dal golpe con un tempismo molto sospetto.

Ma gli osservatori occidentali si chiedono che cosa abbia realmente spinto due degli ufficiali più decorati dell’esercito imperiale, fino a pochi mesi fa considerati fedelissimi del regime, a una mossa tanto disperata quanto priva di prospettive.

Tensioni al vertice
Fonti diplomatiche americane a Roma riferiscono che negli ultimi mesi i rapporti tra il presidente Stefani e i vertici delle forze armate erano diventati tesi.
Il motivo principale sarebbe la gestione della guerra in Algeria: dopo l’operazione “Gaio Mario” la campagna militare è rimasta in una situazione di stallo.

Molti ufficiali, in particolare quelli dell’aeronautica e dei paracadutisti, si sarebbero lamentati, anche pubblicamente, durante riunioni interne, per la mancanza di iniziativa politica e per i tagli al bilancio della difesa imposti dalle riforme economiche di Stefani.

Le forze armate romane, da sempre pilastro del sistema imperiale, hanno visto progressivamente ridimensionarsi il proprio peso, a vantaggio della polizia segreta (CoSDi) e dei nuovi organismi civili di sicurezza.

Il nodo del Ministero della Difesa
Un’altra ferita mai rimarginata nei rapporti tra Stefani e i generali è stata la nomina, lo scorso anno, a ministro della Difesa di Germano Anicio, un economista e accademico già sottosegretario in quel dicastero sotto Paolo VIII, ma privo di carriera militare.

Per la prima volta dopo decenni la guida della difesa non è affidata a un generale o a un ammiraglio.

Secondo una fonte vicina agli ambienti militari romani, “molti ufficiali hanno interpretato quella scelta come un segnale politico: Stefani non si fida dell’esercito, vuole tenerlo sotto controllo”.

Silla e Anastasi, in particolare, avrebbero espresso apertamente il proprio malcontento, chiedendo più autonomia per i comandi e un ritorno a un ruolo ‘centrale’ dell’esercito nella vita dello Stato.

Stefani, noto per il suo stile decisionista e per la sua diffidenza verso i corpi intermedi, avrebbe invece ridotto ulteriormente il margine di manovra dello Stato Maggiore.

Un golpe senza radici
Gli analisti militari americani faticano tuttavia a spiegare la logica dell’azione.

Secondo le fonti ufficiali romane, le truppe coinvolte, in particolare la 108ª Brigata Paracadutisti “Pietro IV”, avrebbero occupato l’aeroporto di Fiumicino e alcuni nodi strategici della capitale nelle prime ore della notte, prima di essere neutralizzate all’alba dai reparti della marina e dalle unità d’assalto del CoSDi.

L’operazione, però, appare male organizzata, priva di coordinamento e senza alcun sostegno politico visibile.

“Non si tratta del colpo di mano di un esercito ribelle, ma di un gesto disperato, probabilmente nato da frustrazioni interne”, osserva un diplomatico europeo.

Un silenzio pesante
A complicare il quadro, il fatto che secondo la versione ufficiale entrambi i generali Anastasi e Silla sarebbero morti improvvisamente “per cause naturali”.

La coincidenza temporale ha sollevato più di un sopracciglio tra gli osservatori internazionali, ma il governo romano ha ribadito la piena trasparenza dell’indagine e chiuso ogni commento.

Un funzionario del Dipartimento di Stato americano, parlando in condizione di anonimato, ha definito la vicenda “un episodio opaco, difficile da valutare”, aggiungendo che “Washington segue con attenzione gli sviluppi e auspica che la leadership romana dia piena prova di stabilità e di rispetto per la legalità”.

Un regime che cambia pelle
Stefani, salito al potere nel 1985 dopo la crisi che seguì la morte dell’imperatore Paolo VIII, ha progressivamente consolidato la propria posizione.

Negli ultimi quattro anni ha ridisegnato la struttura politica dell’Impero, trasformandolo in una repubblica presidenziale di fatto, con elezioni regolari ma con un parlamento dominato dal suo partito.

Molti a Roma descrivono Stefani come “un modernizzatore autoritario”: un uomo che parla di democrazia ma governa come un generale.

La repressione del golpe, aggiungono alcuni osservatori, potrebbe offrirgli ora il pretesto per accentrare ulteriormente i poteri, nel nome dell’ordine e della stabilità.

Conclusione
Il tentativo di colpo di Stato del 4 giugno rimane dunque, per ora, un mistero senza colpevoli né moventi certi.

A Washington, il giudizio prevalente è che non si sia trattato di una sfida organizzata al potere di Stefani, ma di un sintomo della crescente tensione fra la presidenza e l’apparato militare.

Un monito, forse, per un leader che ha fatto della disciplina e della fedeltà la propria bandiera.

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XXXVIII

Aereo presidenziale “Mercurius II”, 12 giugno 1989

TEO (con tono allegro): Direi che almeno oggi possiamo concederci un po’ di calma, eh? Il mare sotto sembra una lastra d’argento. Non so come faccia a dormire così tranquillo, presidente.

STEFANI (senza alzare lo sguardo dai documenti): Quando uno passa quarant’anni tra uniformi e carte, Teo, impara a dormire dove capita. Anche in volo.

LIVIA: O anche senza dormire, direi. È da due notti che non chiudi occhio.

STEFANI (accenna un sorriso): Dormirò a Cartagine. Mi dicono che l’hotel sia molto silenzioso.

TEO (servendo del caffè): Sì, presidente. Lì la stampa sarà tutta per lei. E gli americani… be’, credo che lei abbia già conquistato mezzo congresso, dopo il golpe sventato.

LIVIA (sospira, accavallando le gambe): Già, il golpe. Tutti a scrivere di “una vittoria della legalità”, “la fermezza dello Stato”, e via dicendo. Ma nessuno che dica quello che tutti pensano.

STEFANI (chiude lentamente la cartella): E cioè?

LIVIA: Che se davvero Silla e Anastasi sono morti “per cause naturali”, allora io sono la Madonna. Hai letto Il Ronzio, papà?

STEFANI (senza cambiare espressione): No. Non leggo i giornali di chi scrive per sentirsi più intelligente del potere che lo tollera.

LIVIA (ironica): Dovresti. Tulliani è velenoso, ma scrive bene. L’editoriale di oggi finisce così: “La storia, quando si scrive in fretta, non ha bisogno di riletture. Ma i segni di matita ai margini restano, come graffi su un vetro.”

[Pausa. Si sente il fruscio dei motori, poi un lieve ronzio dal sistema d’interfono]

PILOTA (voce metallica): Presidente, qui è il comandante. Stiamo passando sopra la costa africana. Atterraggio previsto tra trentotto minuti. Tempo sereno su Cartagine, ventidue gradi.

STEFANI (piglia il microfono): Ricevuto, comandante. Ottimo lavoro.

[Interfono si chiude]

TEO (cercando di cambiare tono): Io invece l’ho letto, l’articolo di Tulliani. Mi è sembrato… ehm, poetico, ecco. Un po’ troppo però, per un giornalista politico.

LIVIA: Poetico, ma vero. (guarda il padre) La gente non è stupida, papà. Sa che qualcosa è successo. Forse non vuole crederci, ma lo sa.

STEFANI (con calma, sistemando la cravatta): La gente non sa mai niente, Livia. Sa solo quello che le serve per dormire tranquilla. E se il paese ha dormito la notte dopo il golpe, allora ho fatto il mio dovere.

TEO (annuisce lentamente): Beh, dormire tranquilli è già molto, di questi tempi.

LIVIA (amara): Finché non si svegliano.

STEFANI (con un mezzo sorriso): Allora scriveranno che ero un sognatore.

[Nuovo silenzio. Si sente il motore abbassare i giri. Livia guarda fuori dal finestrino]

LIVIA (piano): Cartagine… sembra sempre una parola mitologica. E pensare che ora ci vanno i potenti a fare conferenze.

STEFANI (quasi per sé stesso): Cartagine è rinata dalle sue ceneri. Roma no. Roma deve fingere d’essere immortale perché, se ammettesse di essere viva, allora dovrebbe anche ammettere che può morire.

TEO (sorridendo, ingenuo): Mi perdoni, presidente, ma questo suonerebbe bene in un discorso.

STEFANI (ironico): Vedi, Teo, per quello ti tengo vicino: perché riesci ancora a credere che le parole possano salvare il mondo.

LIVIA (fredda): Io invece penso che lo rovinino.

[Si sente il segnale del pilota: “Cabin Crew, prepare for landing.” Il motore rallenta]

STEFANI (sottovoce): Ecco, la culla dei miti e delle rovine ci accoglie. Vediamo se il mondo ci guarda come vincitori o come superstiti.

LIVIA: Forse come entrambi.

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XXXIX

IL MESSAGGERO - 15 giugno 1989
Cartagine: l’Impero torna al centro del mondo
di Enrico Altieri, inviato speciale a Cartagine

CARTAGINE – Il vertice del G7 appena conclusosi nella capitale africana dell’Impero è stato, senza alcuna esagerazione, un trionfo per Francesco Saverio Salvio-Stefani e per la diplomazia romana.

Per la prima volta dopo decenni di marginalità e sospetti, Roma è tornata non solo a sedere tra i grandi, ma a guidarli, imponendo la propria agenda e offrendo al mondo l’immagine di un Paese stabile, sicuro e capace di parlare con voce chiara.

Il presidente Stefani ha avuto colloqui bilaterali di grande spessore con tutti i principali leader presenti, dal presidente statunitense George H. W. Bush al primo ministro britannico Margaret Thatcher, dal presidente francese François Mitterrand al cancelliere tedesco Helmut Kohl, fino al premier giapponese Noboru Takeshita, incontri che, a detta delle rispettive delegazioni, si sono svolti in un clima di reciproca stima e di “sincera cooperazione tra potenze sorelle”.

Secondo fonti vicine al Ministero degli Esteri, l’Impero avrebbe ottenuto l’appoggio unanime dei Paesi membri del G7 per la stabilizzazione del fronte mauritano, dove le forze imperiali stanno difendendo con successo il Mediterraneo dalla minaccia del terrorismo islamista. Il presidente Bush avrebbe espresso “piena solidarietà al popolo romano per la sua lotta contro il fanatismo religioso”.

Non sono mancati, accanto ai lavori ufficiali, momenti di forte simbolismo politico. Durante la cena di gala presso il Palazzo del Governatorato di Cartagine, Stefani ha brindato con i leader presenti dicendo:

“Roma non chiede di essere temuta. Chiede di essere compresa. E, una volta compresa, è impossibile non amarla.”

Parole che hanno colpito l’opinione pubblica internazionale e, che molti osservatori considerano il manifesto di una nuova stagione della politica estera romana: forte, moderna, ma non aggressiva.

Al suo fianco, la figlia Livia, elegante in un abito di seta color avorio, ha rappresentato la grazia e la continuità della prima famiglia di Roma, diventando in breve il volto più fotografato del vertice.

Cartagine ha mostrato al mondo un nuovo equilibrio, e l’Impero, sotto la guida di Stefani, appare più che mai il perno del Mediterraneo e un protagonista di primo piano nel nuovo ordine internazionale.

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XL

A Cartagine, Bush esprime riserve sulla direzione presa da Roma

(Michael R. Feldman, corrispondente esteri del The New York Times, 15 giugno 1989)

CARTAGINE — Si è concluso ieri il vertice del G7 ospitato dall’Impero Romano, il primo incontro di questo livello organizzato da Roma dopo oltre trent’anni. Le immagini ufficiali mostrano sorrisi, brindisi e dichiarazioni di amicizia, ma dietro la diplomazia formale si percepiva una certa tensione, soprattutto da parte della delegazione statunitense.

Il presidente George H. W. Bush ha avuto due colloqui privati con il presidente Francesco Saverio Salvio-Stefani, leader dell’Impero Romano dal 1985, il quale ha cercato di accreditarsi come figura pragmatica e moderata sulla scena internazionale. Tuttavia, secondo fonti vicine al Dipartimento di Stato, Washington resta profondamente preoccupata per gli sviluppi politici interni a Roma, in particolare per gli eventi delle ultime settimane.

Il riferimento è al tentativo di colpo di stato dello scorso 4 giugno, sventato dall’intervento delle forze lealiste. Gli Stati Uniti, pur congratulandosi ufficialmente con il governo romano per aver “difeso la stabilità istituzionale”, non nascondono perplessità sul clima di opacità che circonda la vicenda. “È difficile capire cosa sia realmente accaduto,” ha dichiarato in forma anonima un alto funzionario americano. “E in un sistema già privo di trasparenza, questo genera inquietudine.”

Durante i colloqui bilaterali, Stefani e il suo segretario personale Teodoro Lori hanno assicurato che “l’ordine è stato pienamente ristabilito” e che “la democrazia romana resta salda”, sottolineando i risultati economici ottenuti grazie alla sua “politica di modernizzazione” e la determinazione con cui l’Impero continua la guerra contro il terrorismo islamico in Mauritania.

Ma, come ha commentato un diplomatico europeo presente al vertice, “nessuno è completamente convinto che le riforme di Stefani siano davvero democratiche, o che il golpe sia stato solo un incidente militare.”

Le preoccupazioni di Washington riguardano anche la concentrazione di potere nelle mani del CISE, il Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza, di cui Stefani è presidente e dominus incontrastato, e l’apparente marginalizzazione del parlamento romano, che continua a ratificare senza dibattito le decisioni governative.

Un dettaglio che non è passato inosservato tra i giornalisti stranieri è stata la presenza costante di Livia Stefani, la figlia maggiore del presidente, al fianco del padre in quasi tutte le occasioni ufficiali. Presentata come “accompagnatrice privata”, la giovane ha attirato l’attenzione dei media internazionali, suscitando speculazioni sulla possibilità di una futura successione dinastica, ipotesi smentita dai portavoce del governo romano ma non del tutto esclusa nei corridoi della diplomazia.

Nonostante le riserve, gli Stati Uniti e l’Impero hanno concordato su una serie di cooperazioni strategiche: condivisione di intelligence nel Nord Africa, programmi comuni di sicurezza energetica e una maggiore integrazione tra i rispettivi comandi militari nella regione mediterranea.

“Stefani è un uomo intelligente,” ha detto un alto funzionario dell’amministrazione Bush, “ma non è detto che condivida la nostra stessa idea di libertà.”

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XLI

Aereo presidenziale, pista di Cartagine, sera del 15 giugno 1989

All’interno del velivolo presidenziale “Mercurius II”, le luci della pista si riflettono sulle pareti metalliche. Livia siede accanto al finestrino, sfogliando una rivista internazionale con la foto del padre in copertina. Stefani è rilassato, in apparenza, un bicchiere di liquore tra le dita. Teodoro “Teo” Lori, con la sua inseparabile cartella di pelle, prende appunti svogliati.

STEFANI (ridacchiando)

…E allora il compagno segretario dice al contadino: “Come va il raccolto di grano quest’anno?”
E il contadino: “Abbiamo raccolto tanto grano che arriverebbe fino a Dio!”
Stalin lo guarda e gli dice: “Compagno, Dio non esiste.”
E quello, senza scomporsi: “Lo so, compagno Stalin. Neanche il grano.”

[scoppia in una risata gutturale, picchia due dita sul bracciolo, compiaciuto della propria interpretazione]

TEO (ride, forse più per dovere che per convinzione): Ah! Ah! Molto… molto acuta, Eccellenza. Una barzelletta sovietica raccontata da un americano: questo sì che è un segno dei tempi.

LIVIA (alza lo sguardo dal giornale): Divertente, sì. (sospira) Però, papà, una curiosità: qual è la differenza tra te e Stalin?

[Silenzio improvviso. Il ronzio dei motori si fa più percepibile. Teo abbassa lentamente la penna.]

STEFANI (freddo): Mi stai paragonando a Stalin?

LIVIA: No, sto solo chiedendo… perché anche lui amava raccontare barzellette sui nemici. Solo che poi li faceva sparire.

STEFANI (trattenendo la voce, ironico): Ecco la differenza: io non ho nemici. Ho oppositori, critici, talvolta ingrati. Ma nessuno sparisce.

LIVIA (sottovoce, tagliente): Solo muoiono per cause naturali, giusto?

[Stefani posa lentamente il bicchiere. Il tono cambia, più basso, misurato, ma pieno di tensione.]

STEFANI: Attenta a non confondere il cinismo con l’intelligenza, Livia.
Il mondo è governato da equilibri, non da barzellette. Io non sono Stalin, sono un uomo che ha tenuto in piedi un impero che tutti davano per morto.

LIVIA: E quanto a lungo pensi di tenerlo in piedi, papà? Fino a quando non troverai qualcuno a cui passare la corona?

[Teo interviene, agitando le mani come se volesse sciogliere la tensione con un gesto.]

TEO: Signori, signori… vi prego! Non litighiamo dopo un vertice tanto importante. Il mondo intero ha parlato bene di voi, Presidente! E anche la signorina dev’essere orgogliosa…

LIVIA (cupa): Oh sì, orgogliosissima.

STEFANI (calmandosi, ma con un tono fermo): Basta così. (guarda fuori dal finestrino, poi torna verso Teo) Teodoro, voglio che tu mi prepari un discorso per le Camere. Qualcosa di sobrio, ma solenne.

TEO: Per annunciare…?

STEFANI: Per fare il punto sul G7, certo. E per annunciare una nuova riforma costituzionale. (pausa) È tempo che la nostra legge fondamentale rifletta la realtà. Non viviamo più nell’epoca dei compromessi. (abbassa la voce) Scrivilo come se fosse una carezza. Ma che si senta il pugno sotto.

TEO (scrivendo nervosamente): Sì, Eccellenza. Una carezza… col pugno dentro.

LIVIA (mormora, senza staccare lo sguardo dal finestrino): Proprio come la tua democrazia, papà.

[Stefani la guarda per un lungo istante, poi si volta verso la cabina.]

VOCE DEL PILOTA (interfono): Presidente, siamo pronti al decollo. Tempo stimato per Roma: un’ora e trenta.

[Stefani inspira lentamente. Livia continua a fissare il buio della pista. Teo, nel frattempo, scrive a penna la prima riga del discorso: “Cittadini dell’Impero, oggi il mondo riconosce la forza della nostra stabilità.”]

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XLII

RESOCONTO STENOGRAFICO DEL CONGRESSO DEI DEPUTATI – SEDUTA STRAORDINARIA DEL 27 GIUGNO 1989
Presiede:
l’On. Publio Catone Ardigò, Presidente del Congresso
Interviene: S.E. Francesco Saverio Salvio-Stefani, Presidente del Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza (CISE)
Luogo: Aula Magna del Palazzo del Congresso – Roma, ore 10:32

IL PRESIDENTE ARDIGÒ (battendo il martelletto): La seduta è aperta. L’ordine del giorno reca la comunicazione del Presidente del CISE, Sua Eccellenza Francesco Saverio Salvio-Stefani, in merito ai risultati del vertice di Cartagine e alle prospettive di riforma costituzionale.

(Applausi prolungati dai banchi della maggioranza)

Ha facoltà di parlare il Presidente del Consiglio.

IL PRESIDENTE DEL CISE STEFANI:
(in piedi, dal banco del governo)
Cittadini dell’Impero,
oggi il mondo riconosce la forza della nostra stabilità.

(Applausi dai banchi del Partito Social-Popolare dei Romani; alcuni deputati si alzano in piedi)

A Cartagine, per la prima volta dopo molti anni, il nostro Paese non è stato un invitato, ma un protagonista.
Abbiamo discusso da pari a pari con gli Stati Uniti, con la Germania, con la Francia, con il Giappone, con il Regno Unito, con il Canada.
Abbiamo mostrato che Roma non è un ricordo del passato, ma una realtà viva del presente, una potenza che crea equilibrio, non disordine.

(Applausi prolungati; mormorii dai banchi dell’opposizione)

Da quattro anni, la nostra Nazione ha conosciuto una ricostruzione morale, economica e militare che pochi avrebbero ritenuto possibile.
Abbiamo riportato sicurezza ai nostri confini meridionali, ponendo fine all’incubo del terrorismo islamico che insanguinava la Mauritania.
L’Operazione Gaio Mario è stata un successo strategico e umano: le nostre forze armate, grazie al coraggio dei nostri soldati e all’efficienza del comando, hanno respinto e annientato le milizie estremiste, ristabilendo l’ordine e la pace.

(Applausi; grida di “Onore ai nostri soldati!” dai banchi della destra; applausi generali)

Sul fronte economico, i risultati parlano da soli:

• il nostro PIL è cresciuto del 7% negli ultimi tre anni;
• l’inflazione è scesa sotto il 2%;
• il Denario romano è oggi una valuta solida, rifugio per gli investitori internazionali al pari del Dollaro statunitense.
• Le nostre esportazioni sono ai massimi storici, e la produzione industriale non conosce crisi.
• Roma è oggi la quarta economia del pianeta, dopo Stati Uniti, Unione Sovietica e Germania.

(Applausi fragorosi e prolungati; alcuni deputati dell’opposizione scuotono il capo; un deputato comunista viene richiamato all’ordine)

Ma i numeri, da soli, non bastano. Ciò che conta è la fiducia ritrovata.
La fiducia di un popolo che, pur ferito, ha scelto di rialzarsi. La fiducia di chi, anche nei momenti più oscuri, ha creduto che Roma dovesse vivere, non sopravvivere.

(Applausi)

Ed è per questo, Onorevoli Deputati, che oggi vi presento una nuova legge costituzionale.
Una riforma che chiude il periodo emergenziale aperto quattro anni fa con la tragica scomparsa del compianto Imperatore Paolo VIII, e che apre una nuova stagione di democrazia, ordine e stabilità.

(Mormorii in aula; il Presidente richiama all’attenzione)

Questa riforma prevede:

• L’abolizione del CISE – il Comitato che ha guidato l’Impero nel periodo di transizione – e la nascita di una Repubblica Romana moderna e stabile, fondata su un equilibrio chiaro tra poteri.
• La creazione della carica di Presidente della Repubblica Romana, capo dello Stato, garante dell’unità nazionale e rappresentante della Nazione nel mondo.
• L’istituzione della figura del Primo Ministro, capo del Governo, nominato dal Presidente della Repubblica e approvato da questo Parlamento.
• Il Presidente della Repubblica Romana sarà eletto a suffragio universale dal popolo ogni cinque anni, simbolo di una democrazia matura e di una fiducia diretta tra cittadini e istituzioni.

(Applausi dai banchi della maggioranza; fischi sommessi dai deputati comunisti; il Presidente dell’Aula richiama all’ordine i deputati dell’opposizione)

Una volta approvata da questo Parlamento, la riforma sarà sottoposta al giudizio del popolo tramite referendum. E contestualmente, come in ogni grande passaggio della nostra storia, si terrà un plebiscito per eleggere il primo Presidente della Repubblica Romana.

(Applausi, grida di “Viva la Repubblica Romana!”; alcuni deputati si alzano in piedi)

Non è un atto di forza, ma di fiducia. Non un gesto di potere, ma di responsabilità.
Oggi riconsegniamo al popolo il diritto di scegliere, dopo anni di instabilità e sospetto.

(Applausi prolungati)

Cittadini dell’Impero o, da domani, cittadini della Repubblica, questa è la nostra occasione di chiudere con la paura e aprire con la speranza.
Di dire al mondo che Roma non è una reliquia, ma una guida.
E che la democrazia romana non teme di essere forte.

(Applausi in piedi da gran parte dell’aula; cori di “Stefani! Stefani!” dai banchi della maggioranza)

La Repubblica che nascerà da questa riforma non sarà una negazione del passato, ma la sua evoluzione.
Così come Roma, nei secoli, ha saputo trasformarsi senza mai rinnegarsi.
Oggi, noi compiamo un passo in avanti nella storia. Un passo che porta con sé tutto ciò che siamo stati, e tutto ciò che saremo.

(Applausi prolungati, con gran parte dell’aula in piedi; applausi anche da parte di alcuni deputati indipendenti)

Che il mondo sappia:
Roma non cade.
Roma cambia.
E resta eterna.

(Applausi fragorosi, l’aula si alza in piedi; cori “Viva Roma! Viva la Repubblica!”; il Presidente dell’Aula richiama alla calma)

IL PRESIDENTE ARDIGÒ:
Ringraziamo il Presidente del CISE per la sua comunicazione.
La seduta è sospesa per consentire ai gruppi parlamentari di riunirsi.

(Applausi prolungati. Ore 11:52 la seduta è sospesa.)

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XLIII

IL RONZIO – 28 GIUGNO 1989
Editoriale di Valentino Tulliani
Res Gestae Stefanorum
ovvero, come restaurare la Repubblica inventandosi un trono

C’è un passaggio, nelle "Res Gestae Divi Augusti", che andrebbe incorniciato e appeso negli uffici di ogni uomo di potere:

“Dopo aver spento le guerre civili, trasferii allo Stato dal mio potere l’amministrazione di tutte le cose; e da quel momento ebbi su tutti un potere superiore solo in autorità, non in magistratura.”

Era la frase con cui Ottaviano Augusto, il più abile attore politico della storia, spiegava con serafica naturalezza come avesse fondato un principato personale sotto l’apparenza di una repubblica restaurata.

Due millenni dopo, Francesco Saverio Salvio-Stefani pare averne tratto ispirazione diretta anche se, a differenza del Divino Augusto, ha il vantaggio del microfono e delle telecamere.

Il discorso di ieri al Congresso dei Deputati, con quel suo incipit solenne “Cittadini dell’Impero, oggi il mondo riconosce la forza della nostra stabilità” è la versione anni ’80 delle "Res Gestae".

Solo che al posto delle legioni di Actium, abbiamo i marò di Ostia; e invece di Virgilio, Stefani ha a disposizione un valente segretario che scrive discorsi che paiono carezze ma lasciano il segno delle dita.

Come Augusto, anche Stefani dice di “restituire al popolo i suoi poteri”.

E, come Augusto, nel farlo, se li tiene tutti per sé.

Ha abolito il CISE, il che sarebbe anche una buona notizia, se non lo avesse inventato lui.

Ha annunciato la nascita di una Repubblica, ma il Presidente sarà eletto con un plebiscito “contestuale”, che fa molto antica Roma, molto “volete voi che Francesco Stefani sia vostro padre e salvatore?”.

E ha promesso che la democrazia “non teme di essere forte”.

Già, non lo teme affatto, perché la democrazia, qui, dorme tranquilla.

Anestetizzata.

Il suo elenco di successi — PIL al 7%, inflazione al 2%, denario rifugio, esportazioni record — sembrava più il comunicato di un’agenzia pubblicitaria che di un governo.

Eppure, bisogna ammetterlo: è un capolavoro di retorica.

In una sola ora, Stefani è riuscito a presentare una concentrazione di potere personale come un atto di liberazione nazionale. L’ha fatto con toni paterni, misurati, da “tecnico della stabilità”.

Non ha mai alzato la voce. Non ha mai minacciato.

Ha sorriso.

Come Augusto.

E qui viene il punto più interessante: il paragone non è del tutto infondato.

Perché anche Stefani, come Augusto, non governa contro la legge, ma attraverso di essa. Anzi, la riscrive, la plasma, la amministra come un chirurgo maneggia un bisturi.

E come Augusto, costruisce il proprio potere nel nome della Repubblica, proclamandosi restauratore di libertà, mentre in realtà ne fonda una nuova, più ordinata, più disciplinata e, soprattutto, più obbediente.

L’unica differenza è che Augusto, almeno, aveva Virgilio.

Stefani ha i redattori di Canale 1.

D’altronde, in questo Paese abbiamo sempre avuto una certa nostalgia per il paternalismo illuminato.

Ci piace sentirci dire che siamo liberi, purché qualcuno ci spieghi come esercitare quella libertà.

E Stefani, che di antropologia romana ne capisce più di molti sociologi, lo sa bene.

A Roma si mormora che con la nuova Costituzione nascerà la “Seconda Repubblica Romana”.

Ma chi conosce la storia sa che la Seconda Repubblica di Augusto durò per tre secoli, e fu tutto tranne che una repubblica.

Stefani non è un imperatore. Non ne ha il titolo, né la toga, né la divinità.

Ma ha qualcosa di più efficace: il consenso.

Quello muto, quello stanco, quello che si ottiene promettendo pace, stabilità e un 7% di crescita.

Il mondo applaude la “nuova democrazia romana”.

Io, più modestamente, vedo un copione che conosciamo già: l’uomo che scioglie il Senato, che ricuce la Costituzione e che, con voce calma e rassicurante, ci spiega che è tutto per il nostro bene.

Le "Res Gestae" di Augusto finirono incise sul bronzo davanti al suo mausoleo.

Quelle di Stefani, invece, sono andate in diretta televisiva.

La tecnologia cambia, ma la sostanza resta.

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XLIV

SCENA: Casa Stefani, sera del 30 giugno 1989.
È una serata tiepida, le finestre del salone sono aperte e si sente lontano il rumore del traffico romano. Sul tavolo da pranzo, una tovaglia bianca stirata con precisione, tre coperti già pronti. In cucina, Teodoro “Teo” Lori armeggia con pentole e piatti. Nel salone, Francesco Stefani e la figlia Livia sono seduti sul divano, entrambi con un bicchiere di vino in mano.

TEO (dalla cucina, con tono allegro): Allora, signorina Livia, com’è l’università? Sempre immersa nei libri o ha deciso di ribellarsi anche a quelli?

LIVIA (ridendo): Ah, se fosse così semplice… Mi ribello un giorno sì e l’altro pure, ma ai libri no. Quelli non mi fanno domande indiscrete.

STEFANI (sorridendo appena): Questa è una risposta che non avresti mai dato dieci anni fa.

LIVIA: Dieci anni fa avevo otto anni, papà. Tu eri già un generale dell’aria che parlava per slogan.

TEO (affacciandosi con il grembiule): E adesso parla per decreti. Però, stasera, il menù è democratico: pasta per tutti.

(Esce di nuovo verso la cucina. Livia resta un attimo in silenzio, poi si volta verso il padre con uno sguardo più serio.)

LIVIA: Hai letto l’articolo di Tulliani, papà?

STEFANI (sollevando un sopracciglio): Ah, quello sul “nuovo Augusto”? Certo che l’ho letto. (ride) Finalmente qualcuno con cultura classica!

LIVIA: L’hai letto fino in fondo? Non mi pare intendesse farti un complimento.

STEFANI (ancora divertito): Oh, cara, a Roma i complimenti sono sempre mascherati da insulti, e gli insulti da complimenti. Fa parte del folklore.

LIVIA: No, papà, lui dice che stai facendo la stessa cosa che fece Augusto. Che stai cambiando tutto per non cambiare niente.

STEFANI (smorza il sorriso): Augusto trasformò una repubblica corrotta in un impero stabile. Io sto cercando di fare il contrario.

LIVIA (ironica): E ci riuscirai?

STEFANI (secco): Sì. Perché, a differenza di lui, io non credo nella divinità del potere.

LIVIA (sottovoce): Solo nella sua utilità.

(Stefani la guarda con un’espressione tesa. Per qualche secondo tra i due cala un silenzio pesante, rotto solo dal rumore di Teo che si muove in cucina.)

TEO (da dentro): La cena è pronta! E vi avverto: se vi azzuffate prima del dolce, niente amaro per nessuno.

(Livia scoppia a ridere, e anche Stefani, dopo un attimo, si lascia andare a un sorriso forzato. Si alzano entrambi e si dirigono verso la tavola.)

DOPO CENA – SALOTTO
La tavola è sparecchiata, Livia si è ritirata nella sua stanza. Teo e Stefani restano seduti nel salotto, le luci sono basse, un bicchiere di liquore tra le mani.

STEFANI (a bassa voce): Teo… lei è la cosa che amo di più al mondo. Ma quando mi parla così, con quel tono, con quella distanza… ho paura di perderla.

TEO (sincero, pacato): Presidente, non la perderà. È solo… la sua età. Sta imparando a camminare da sola, e quando ci si abitua a guardarla dal basso, è difficile accettare che ti guardi dall’alto.

STEFANI (annuisce, lo sguardo perso): Io non l’ho mai voluta “piccola”. Volevo che fosse forte. Ma forse non avevo capito cosa significa davvero crescere una persona forte.

TEO (sorridendo bonariamente): Significa che a un certo punto non ti ascolta più, ma lo fa perché ti ha ascoltato troppo. Vedrà, tra qualche anno riderete di tutto questo.

STEFANI (accenna un sorriso): Forse. O forse sarò ancora Augusto e lei… il mio Bruto.

TEO (alzandosi): Bruto amava Cesare, Presidente. Solo che aveva una pessima tempistica.

(Stefani ride piano. Poi resta seduto, il bicchiere in mano, guardando il riflesso tremolante della lampada nel liquore. La casa è silenziosa, e per la prima volta da giorni, il Presidente sembra solo un padre stanco.)

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XLV

IL RONZIO – 17 SETTEMBRE 1989
Editoriale di Valentino Tulliani

L’Impero non è più Impero. È ufficiale, sancito dalle urne, dai proclami e dal giuramento solenne di Francesco Saverio Salvio-Stefani, che da ieri è, con la benedizione del parlamento, il primo Presidente della Repubblica Romana.

Un evento storico, ci dicono. Una svolta epocale. Una nuova alba per la democrazia.

Il popolo ha parlato, e lo ha fatto con una chiarezza che nemmeno la Sibilla avrebbe potuto eguagliare: 98% di affluenza, oltre l’80% di sì a tutti e tre i quesiti.

Un successo trionfale, anzi miracoloso, tanto che c’è chi sospetta che persino i santi abbiano votato.

Difficile, in effetti, ricordare un consenso così compatto da quando gli imperatori si facevano acclamare dal Senato e dal popolo romano.

La storia, si sa, è ciclica: prima veniva l’Imperatore per volontà divina, oggi abbiamo il Presidente per volontà popolare, oltretutto con un margine quasi identico.

Ieri, durante il suo discorso di insediamento, Stefani ha promesso “di consolidare la democrazia repubblicana e difendere la libertà di stampa e di opinione”. La platea si è alzata in piedi, applausi, lacrime, inni.

E io, ingenuamente, ho pensato di credergli. Almeno fino a stamattina, quando ho scoperto che l’edizione del "Ronzio" di due giorni fa è stata sequestrata in tutte le edicole di Roma, Milano e Cartagine.

Il motivo?

Un’inchiesta. Due nostri giornalisti, di quelli che ancora pensano che il mestiere consista nel farsi domande invece che ricevere risposte, erano andati in Mauritania, là dove, secondo la propaganda ufficiale, il nostro esercito porta civiltà, pace e infrastrutture.

Quello che hanno trovato, invece, è stato un piccolo villaggio algerino, Menazoua, e delle storie che, se confermate, non potranno mai essere pubblicate.

Non posso entrare nei dettagli, e non lo farò perché viviamo in tempi in cui persino scrivere “dettagli” può attirare attenzioni indesiderate.

Dirò soltanto questo: ci sono cose che neppure un popolo al 98% favorevole potrebbe giustificare.

Crimini che non si possono archiviare con un comunicato stampa o un discorso programmatico.

Eppure, tutto tace. La guerra continua, le bandiere sventolano, e la nuova Repubblica celebra il suo battesimo con una stampa messa in castigo come una bambina indisciplinata.

Il Presidente parla di “consolidare la democrazia”. Noi, più modestamente, vorremmo solo poterla esercitare.

Ho letto che i grandi imperi cadono non per le sconfitte militari, ma per l’abitudine all’unanimità.

Quando un popolo vota sempre d’accordo, quando applaude sempre al momento giusto, quando il dissenso diventa soltanto una riga cancellata, allora non è più una nazione: è un coro.

E i cori, si sa, non fanno domande. Cantano.

Fino a quando qualcuno decide che è il momento di cambiare canzone.

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XLVI

INTERVISTA RISERVATA – DOSSIER MAURITANIA
Conversazione registrata tra il corrispondente de Il Ronzio [NOME REDATTO] e un militare romano attualmente in servizio, che ha accettato di parlare a condizione di restare anonimo. La registrazione è stata effettuata il 2 settembre 1989.

GIORNALISTA: Lei ha chiesto di restare anonimo. Può almeno dirmi in che unità prestava servizio?

MILITARE: Non dirò il nome del reparto. Diciamo solo che eravamo nel settore meridionale, tra Adrar e Tamanrasset. Operazioni di pattugliamento, scorta, qualche azione di controguerriglia.

GIORNALISTA: Quella è la zona dove, il 12 febbraio di quest’anno, un convoglio romano è stato attaccato da un gruppo islamista.

MILITARE: Sì. Io ero lì. Eravamo partiti da Tamanrasset con cinque camion, due blindati leggeri. Ci hanno colpito con mine artigianali e razzi RPG. Hanno centrato il secondo camion, e l’esplosione ha scagliato via la cabina. Ci sono morti subito cinque uomini. Altri due feriti. È durato forse cinque minuti, ma è stato un inferno.

GIORNALISTA: E poi?

MILITARE: Il giorno dopo è arrivato l’ordine da Orano. Dicevano che i guerriglieri si nascondevano in un villaggio vicino, Menazoua. A eseguire l’operazione non siamo stati noi, hanno mandato il Battaglione Azzurro.

GIORNALISTA: Cos’è il Battaglione Azzurro?

MILITARE: Uno dei BIS, Battaglioni di Intervento Speciale. Sei in tutto: Azzurro, Nero, Rosso, Verde, Bianco e Oro.
Non fanno parte dell’esercito regolare. Sono fuori ordinanza, ma rispondono ai comandi di settore, e dicono di ricevere ordini diretti da Cartagine o Roma.

GIORNALISTA: Chi li compone?

MILITARE (esita): Un miscuglio. Ex militari congedati per motivi disciplinari, qualche criminale reclutato come “volontario”, e anche arabi algerini che collaborano con noi ma che non possono entrare nell’esercito perché non sono cittadini romani.
Molti portano ancora la barba. Si vestono come miliziani, ma hanno equipaggiamento romano.

GIORNALISTA: E cosa fanno, esattamente?

MILITARE: Non fanno la guerra. Fanno punizioni.
Quando un reparto viene attaccato, o quando sparisce qualcuno, i BIS entrano nei villaggi intorno, e… “sistemano le cose”.
Di solito arrivano di notte. Nessun rapporto scritto, nessuna comunicazione via radio. Poi spariscono di nuovo.

GIORNALISTA: Cosa è accaduto a Menazoua?

MILITARE (pausa lunga): Non ero presente, eravamo a trenta chilometri. Ma abbiamo visto il bagliore, come di un incendio grande. La mattina dopo, siamo passati sulla strada. Non era più un villaggio. Solo cenere.

GIORNALISTA: Ha visto dei corpi?

MILITARE: No. Solo silenzio e gli avvoltoi.

GIORNALISTA: Cosa vi hanno detto i vostri superiori?

MILITARE: Che era una base dei ribelli, che avevano trovato armi e munizioni.
Ci hanno ordinato di non parlarne con nessuno. Ufficialmente, Menazoua non è mai esistita.

GIORNALISTA: Lei crede che sia stato un errore, o un’operazione deliberata?

MILITARE: Quando vedi come lavorano i BIS, capisci che non esiste errore.
Loro non sbagliano bersaglio: scelgono il bersaglio.

GIORNALISTA: Ha idea di chi li comandi realmente?

MILITARE: Nessuno lo sa. C’è una voce che girava tra i reparti: che i sei battaglioni non dipendono dal Ministero della Difesa, ma da un ufficio speciale. Qualcosa collegato al CoSDi. E che ognuno di quei battaglioni riferisce a un solo uomo. Un nome non lo dirò. Ma non è difficile immaginare.

GIORNALISTA: E lei, perché ha deciso di parlarne?

MILITARE: Perché non voglio che mio figlio cresca pensando che “portare civiltà” significhi bruciare un villaggio per ogni soldato morto. Io ho giurato fedeltà all’Impero. Non a questo.

(Segue un lungo silenzio nella registrazione. Si sente accendere una sigaretta.)

MILITARE (a bassa voce): Scriva quello che vuole, ma stia attento: quelli dell’Azzurro non lasciano mai testimoni.

[FINE TRASCRIZIONE]

Nota redazionale: il giornalista e il suo collega sono attualmente sotto inchiesta per “diffusione di notizie false e lesive dell’onore delle Forze Armate”. La redazione del Ronzio conferma l’autenticità della registrazione.

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XLVII

QUEL GIORNO A MENAZOUA
Memorie di Claudia Vittoria Lenzio, infermiera coloniale romana – raccolte da [nome del giornalista omesso per motivi di sicurezza]. Intervista realizzata a Cartagine, settembre 1989.

GIORNALISTA: Signora Lenzio, come è arrivata a Menazoua?

CLAUDIA VITTORIA LENZIO: Per caso. Dovevo raggiungere Adrar per un trasferimento, ero di passaggio con un convoglio sanitario. Ci fermammo a Menazoua solo perché il mezzo aveva problemi di carburazione. Non sapevo nulla di quello che era accaduto la notte prima.
La strada era deserta, nessun fumo visibile. Poi, quando ci avvicinammo, sentii l’odore. Era un odore che non si dimentica più.

GIORNALISTA: Prima di parlare di quella giornata, vorrei tornare indietro. Lei è nata ad Algeri, giusto?

LENZIO: Sì, nel ’45. Mio padre era un sottufficiale della marina, mia madre un’infermiera come me.
Io sono cresciuta nel quartiere romano, vicino al porto. Per noi la casba era un’altra città: la vedevamo da lontano, come un alveare in cima alla collina.
Non era consigliabile entrarci. Dicevano che, se un romano ci metteva piede, non ne usciva più.

GIORNALISTA: C’era separazione?

LENZIO: C’era muro, altro che separazione.
Quando avevo otto anni, ricordo che i municipali installarono delle grate di ferro sopra via Massenzio, per impedire che gli arabi tirassero sassi ai passanti. Io e mio fratello guardavamo gli operai che saldavano il metallo sopra le nostre teste e pensavamo che fosse normale.
Più tardi, recintarono interi quartieri. Li chiamavano “zone di sicurezza”. I romani vivevano nei quartieri bianchi, con i viali e le scuole, gli arabi nella casba, dove non arrivava l’acqua corrente.
La borghesia, i medici, i funzionari erano romani. I portatori, i muratori, gli scaricatori erano arabi.
La città era un corpo diviso: metà di carne, metà di cicatrice.

GIORNALISTA: Torniamo a Menazoua. Cosa ha visto quel giorno?

LENZIO (silenzio lungo): All’inizio pensai che fosse un incendio. Poi vidi le tracce dei blindati sulla sabbia, i bossoli, le case annerite.
Non c’erano soldati. Solo i superstiti. Erano una ventina, tutti uomini e donne coperti di polvere. Stavano scavando con le mani, come animali.
Mi dissero che erano tornati all’alba, dopo che “gli azzurri” se ne erano andati. Io non capii subito a cosa si riferissero. Poi vidi la prima fossa.

GIORNALISTA: La descriva.

LENZIO: Era una buca larga, scavata di fretta.
Dentro c’erano solo uomini: 106, li abbiamo contati io e un vecchio del posto che parlava un po’ di latino.
Tutti con le mani legate dietro la schiena e un colpo preciso alla nuca.
Non c’erano segni di combattimento: non un’arma, non un proiettile vagante. Tutti uccisi da vicino.
Poi ci portarono verso il margine del villaggio. Lì c’era un secondo cratere, più grande. Pensavamo fossero animali bruciati.
Erano donne e bambini. Carbonizzati. I corpi si sbriciolavano appena li toccavi.
Io non ho pianto. Non riuscivo. Ho solo pensato che dovevo fare qualcosa, anche solo contare, anche solo ricordare.

GIORNALISTA: Lei ha scattato delle fotografie.

LENZIO: Sì. Avevo con me una vecchia macchina fotografica, per i documenti medici.
Ho fotografato le due fosse, i resti delle case, i bambini carbonizzati con ancora addosso le catenine.
Sapevo che se non avessi scattato io, nessuno avrebbe mai creduto a quelle persone.
Non lo so se ho fatto bene. Da allora, non riesco più a dormire.

GIORNALISTA: Lei non ha mai nascosto la sua scarsa simpatia per i musulmani. Cosa ha provato, in quel momento?

LENZIO: La verità? Non li amo, non li ho mai amati. Da bambina li temevo, da adulta ne diffido.
Ma quello che ho visto non era “guerra”. Non era “ordine”.
Era macelleria. E non puoi giustificare la macelleria nemmeno se odi chi ne è vittima.
Quelli dell’Azzurro… non so chi siano davvero. Ma non portano la divisa di Roma, portano solo la sua ombra.

GIORNALISTA: Dopo Menazoua, lei è rimasta in Mauritania?

LENZIO: Ancora per qualche settimana. Poi sono tornata ad Algeri, poi a Cartagine.
Ho consegnato le foto a un collega, che le ha fatte arrivare qui, a voi del "Ronzio".
Io non voglio giustizia, non ne avremo mai. Voglio solo che almeno qualcuno, leggendo, capisca cosa vuol dire vivere in un impero che dice di portare la civiltà e lascia dietro di sé soltanto cenere.

GIORNALISTA: Se potesse dire qualcosa ai suoi connazionali a Roma, cosa direbbe?

LENZIO: Che non credano a chi dice che laggiù stiamo vincendo.
A Menazoua non c’erano nemici, solo bambini che dormivano.
E quando un impero comincia ad avere paura dei bambini, vuol dire che è già finito.

Fine della registrazione. Le fotografie di Claudia Vittoria Lenzio sono attualmente in possesso della redazione del “Ronzio”. La loro autenticità è in corso di verifica, ma i riscontri satellitari statunitensi sulla zona di Menazoua confermano la distruzione totale del villaggio tra l’11 e il 13 febbraio 1989.

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XLVIII

[DOCUMENTO CLASSIFICATO – RISERVATISSIMO]
Luogo:
Palazzo del Quirinale, Studio del Presidente
Data: 23 settembre 1989
Ora d’inizio: 21:48
Presenti:
– Francesco Saverio Salvio-Stefani (Presidente della Repubblica)
– Raffaele Taranto (Primo Ministro)
– Longino Ramelli (Vicedirettore del CoSDi)

[TRASCRIZIONE RISERVATA – AD USO INTERNO DELLA PRESIDENZA]
(Rumore di sedie, un posacenere spostato sul tavolo. Stefani è seduto dietro la grande scrivania in mogano, Ramelli e Taranto di fronte.)

STEFANI: Bene, Longino, comincia tu. Cosa sappiamo con certezza?

RAMELLI (apre un fascicolo): Signor Presidente, "Il Ronzio" intende pubblicare un’inchiesta su presunti “crimini di guerra” a Menazoua. Abbiamo informatori nella redazione: il materiale è completo, con fotografie e testimonianze. Il numero dovrebbe uscire dopodomani. Se vogliamo impedirlo, bisogna intervenire subito.

TARANTO: È confermata la fonte?

RAMELLI: Sì. È quella stessa infermiera che ha già parlato con due dei giornalisti autori dell’articolo. (Rimane in silenzio un attimo) Le foto sono autentiche.

STEFANI (accende una sigaretta): Lo so. E noi tutti lo sappiamo. (guarda Ramelli) Non è questo il punto. Il punto è come reagire. Dobbiamo decidere adesso che tipo di paese vogliamo sembrare.

RAMELLI: Presidente, con rispetto: un Paese serio. (senza esitazione) Sequestro immediato delle rotative, arresto dei redattori e del direttore. E, se necessario, misure più radicali nei confronti di Tulliani. È la via più rapida e sicura.

STEFANI (alza lentamente lo sguardo): Troppo sovietico, Longino. Noi non siamo l’URSS e io non sono Stalin. In un paese democratico le notizie non vengono soppresse: si decide democraticamente di non pubblicarle. C’è una differenza sottile, ma sostanziale.

TARANTO (incrocia le mani): E come facciamo, Francesco, a “decidere democraticamente” di non pubblicare qualcosa che è già pronto per le edicole?

STEFANI (soffia il fumo): Con metodo. Lo stesso che usai quando uscì quella storia sull’imperatore Paolo e le tangenti delle aziende d’armi.
Prima si sposta la questione dal piano morale a quello dell’interesse pubblico. Poi si costruisce, passo dopo passo, la cornice.

RAMELLI (ironico): La cornice?

STEFANI: Sì, ascoltate! (batte le dita sul tavolo, scandendo le fasi)

1) Esporre le motivazioni in termini di interesse pubblico. Il governo ritiene che l’inchiesta tocchi temi sensibili per la sicurezza nazionale. Un’indagine come questa può compromettere operazioni in corso, mettere in pericolo i nostri soldati, e offrire propaganda gratuita agli islamisti.
Nessuna censura: solo responsabilità.

2) L’inchiesta può essere utilizzata contro il governo e la Repubblica. Si sottolinea come la pubblicazione favorisca gli avversari politici e i nemici esteri. Dobbiamo apparire difensori dell’unità nazionale.

3) Usare alcuni degli Infiltrati per esagerare le posizioni avversarie, fino a renderle inaccettabili per la maggioranza della Popolazione.

4) Suggerire un’altra inchiesta. Dare al pubblico l’illusione della trasparenza, dire “ci sarà un’indagine ufficiale”.

5) Aprire una commissione parlamentare d’inchiesta. Serve a guadagnare tempo, seppellire i fatti sotto migliaia di pagine e, se necessario, assolvere tutti.
Nel peggiore dei casi, l’opinione pubblica si annoierà e volterà pagina.

6) Screditare le prove. Le foto? Manipolate. Le testimonianze? Contraddittorie. I numeri? Gonfiati.
Le fonti non verificate e, guarda caso, ostili al governo.

7) Confermare le politiche attuali. Niente ripensamenti.
“Gli eventi di Menazoua, pur tragici, dimostrano la necessità delle nostre misure di sicurezza.”

8) Discreditare i giornalisti. Tulliani e i suoi? “Avventurieri in cerca di gloria.” “Fonti pagate dall’estero.” “Stampa radicale propagatrice di notizie false.” Sarà facile, Longino. Organizza un briefing con la stampa amica.

RAMELLI (freddo, ma rassegnato): Capisco. Però con questo metodo, Francesco, non eliminiamo il problema. Lo rimandiamo.

STEFANI: Lo rimandiamo fino a farlo dimenticare. È diverso.
Ed è così che si governa una crisi: assorbendola, non negandola.

TARANTO: E la stampa estera?

STEFANI: La convinceremo che stiamo indagando. Una bella commissione parlamentare, presieduta da qualcuno “al di sopra delle parti”, magari un parlamentare malato, così lavorerà lentamente.

RAMELLI (chinando il capo): Capito. Procederò con la redazione del decreto di blocco temporaneo, motivato con ragioni di sicurezza nazionale.

STEFANI: Bene. Trova un magistrato a cui farlo firmare e fallo passare entro la notte. Deve sembrare una misura tecnica, non politica, ma "Il Ronzio" non deve uscire dalle rotative.

TARANTO: E quando chiederanno del massacro?

STEFANI: Diremo che è una menzogna nemica, una provocazione. E aggiungeremo, come sempre, che i nostri uomini combattono per la civiltà contro la barbarie.

RAMELLI (freddo, quasi un sussurro): Come avevamo deciso anni fa, quando li creammo.

(Segue un lungo silenzio. Nessuno dei tre aggiunge altro. Si sentono solo le lancette dell’orologio da parete e il fruscio dei fogli di Ramelli.)

STEFANI: La verità... non è per tutti.
E Menazoua non esiste. Da domani, non è mai esistita.

[Fine della riunione – 22:56]

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XLIX

LETTERA APERTA AI ROMANI
Diffusa clandestinamente a Roma, 27 settembre 1989

Roma non cambia mai.
Cambia volto, a volte nome, ma resta sempre uguale a sé stessa.
Ci fu un tempo in cui la libertà morì tra gli applausi del Senato e le statue d’oro innalzate al “liberatore” Ottaviano. Poi vennero Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone, ognuno proclamatosi custode delle leggi repubblicane, ognuno più sospettoso e più solo del precedente.
Oggi, duemila anni dopo, qualcuno ci dice che viviamo in una Repubblica.

Ma una Repubblica che mette il bavaglio ai giornali, che sigilla le rotative, che usa i giudici come sigilli di ceralacca, è ancora una Repubblica? O è solo l’ennesimo principato travestito da democrazia?
Un decreto tecnico, firmato da un magistrato di cui nessuno ricorda il nome, ha spento una voce. Non perché mentiva, ma perché stava per dire troppo, perché osava ricordare che lo Stato non è un uomo solo.

Si parla di ordine, popolo e giustizia.
Ma ogni Tiberio, nel nome dell’ordine, ha un Seiano pronto a fare il lavoro sporco.
Ogni Caligola, nel nome del popolo, nomina il proprio cavallo senatore.
Ogni Claudio, nel nome della giustizia, ha un Narcisso a scrivere le sentenze.
E ogni Nerone, quando non riesce più a governare, dà fuoco alla città e accusa i cristiani.

Oggi non bruciano le case, ma le pagine.
Non si crocifiggono i dissidenti, ma li si processa per “diffusione di notizie non verificate”.
La violenza è più pulita, più silenziosa e più civile.
Forse per questo fa più paura.

Si dice che chi scrive abbia esagerato, che l’epoca degli imperatori sia lontana.
Eppure, l’odore è lo stesso: quello del potere che non tollera domande, del silenzio imposto in nome del bene comune, delle statue che crescono più in fretta dei pensieri.

Io non chiedo rivoluzioni.
Chiedo solo che si ricordi cosa succede quando Roma smette di ascoltare Roma.
Perché la storia, anche se non la si vuole leggere, finisce sempre per riscriversi da sola.
E quando lo farà, chi oggi applaude scoprirà di essere diventato, ancora una volta, il suddito di un imperatore travestito da presidente.

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L

STEFANI FA CHIAREZZA: LA COMMISSIONE MENAZOUA AL LAVORO PER DIFENDERE L’ONORE DEI SOLDATI ROMANI LA VOCE DEL POPOLO (2 ottobre 1989)
Chi attacca l’esercito attacca l’Impero. Ma il popolo vuole sapere.

NASCE IL PARTITO DEMOCRATICO NAZIONALE: ROMA GUARDA AL FUTUROIL MESSAGGERO D’ITALIA (7 ottobre 1989)
Stefani: ‘Un partito nuovo per un popolo nuovo, unito nei valori di progresso e libertà.’

CHI PAGA IL RONZIO? – LA VOCE DEL POPOLO (9 ottobre 1989)
Svelate le mani straniere dietro le polemiche sulla guerra in Mauritania.

OSCURE TRAME INTERNAZIONALI DIETRO IL RONZIO? IL MESSAGGERO D’ITALIA (12 ottobre 1989)
Fonti parlamentari rivelano contatti sospetti tra la redazione e finanziatori esteri.

IL SEGRETARIO DI STATO AMERICANO ACCOLTO AL QUIRINALE: UN’ALLEANZA CHE GUARDA AL FUTUROIL MESSAGGERO D’ITALIA (17 ottobre 1989)
Washington e Roma più vicine nella lotta al terrorismo e nella difesa dei valori occidentali.

U.S. CONCERNS GROW OVER ROME’S HANDLING OF MAURITANIA ALLEGATIONSTHE NEW YORK TIMES (October 17th, 1989)
Despite reassurances during the Secretary’s visit, doubts persist about human rights and press freedom.

TORNA IL RONZIO, MA IL VENTO È CAMBIATO – LA VOCE DEL POPOLO (23 ottobre 1989)
Da giornale di denuncia a simbolo del sospetto. I lettori non seguono più.

ANICIO: ‘IN MAURITANIA NESSUNA PULIZIA ETNICA, SOLO DISORDINI LOCALI’ – IL MESSAGGERO D’ITALIA (6 novembre 1989)
Il ministro denuncia la disinformazione estera: ‘Si litiga per l’uva, non per la razza.’

IL MINISTRO ANICIO E LA TEORIA DELL’UVA: “NESSUNA PULIZIA ETNICA, SOLO INCOMPRENSIONI COMMERCIALI.” IL RONZIO (6 novembre 1989)
Sembra una barzelletta, ma è una dichiarazione ufficiale. Il governo minimizza, il mondo ride.

MINISTER JOKES ABOUT MASSACRES: ‘THEY FIGHT OVER GRAPES’THE GUARDIAN (November 6th, 1989)
A grotesque remark reveals the moral collapse of Rome’s leadership.

ANICIO: ‘IN AFRICA SI COMBATTE IL CAOS, NON UN POPOLO’LA VOCE DEL POPOLO (6 novembre 1989)
Parole chiare dal Ministero della Difesa. I soldati fanno il loro dovere.

COMMISSIONE MENAZOUA: LAVORI SOSPESI, MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE SI ACCUSANOLA VOCE DEL POPOLO (16 dicembre 1989)
Il popolo aspetta, il Parlamento discute. E la verità si allontana.

EMPIRE ROMAIN: LA COMMISSION MENAZOUA DANS L’IMPASSELE MONDE (16 décembre 1989)
Malgré la promesse de transparence, Rome n’a livré aucun résultat concret.

COMMISSIONE MENAZOUA: TRE MESI, ZERO VERITÀ IL RONZIO (19 dicembre 1989)
Verbali secretati, testimonianze manipolate. La giustizia si perde nei corridoi del potere.

IL PRESIDENTE STEFANI ANNUNCIA L’AMNISTIA: ‘È TEMPO DI RICONCILIAZIONE’ IL MESSAGGERO D’ITALIA (23 dicembre 1989)
Provvedimento di clemenza per i reati politici minori. Il Ministro della Giustizia: “Un gesto di pace per chi ha sbagliato, non per chi ha tradito.

IL REGALO DI NATALE: LA CLEMENZA DEI VINCITORIIL RONZIO (23 dicembre 1989)
Quando il potere concede la libertà, è solo perché non teme più chi la riceve.

ROMAN PRESIDENT GRANTS CHRISTMAS AMNESTY: A SIGNAL OR A SHOW?THE NEW YORK TIMES (December 24th, 1989)
Francesco Stefani frees minor political prisoners in a gesture hailed as “reconciliation.” Western observers see a move to polish Rome’s democratic image after months of controversy.

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LI

VA TUTTO BENISSIMO, MAESTÀ IMPERIALE!
(Versione romana di “Tout va très bien, Madame la Marquise”)

(Nel cartone un telefono squilla in un palazzo dorato. L’Imperatrice, versione femminile di Paolo VIII, con la corona un po’ storta, parla al telefono da una carrozza in corsa verso Roma.)

IMPERATRICE:
Pronto, pronto, Taranto!
Che notizie?
Son lontana solo da pochi giorni,
ma già sento
nell’aria un po’ di fumo...
Cosa succede nel mio Impero?

TARANTO (premier, sorridente, al telefono in un ufficio scintillante):
Va tutto benissimo, Maestà Imperiale,
va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!
Per quanto bisogna, bisogna che Vi si dica
una sciocchezza, un nulla, un’inezia,
un piccolo scontro in Mauritania,
ma a parte ciò, Maestà Imperiale,
va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!

(Immagini del cartone: bombe al napalm cadono nel deserto, case in fiamme, bambini che fuggono. Taranto continua a sorridere mentre mostra un grafico in crescita. L’Imperatrice, preoccupata, cambia linea.)

IMPERATRICE:
Pronto, pronto, Anicio!
Che notizie?
Un piccolo scontro, dice Taranto?
Spiegatemi,
mio fido ministro,
cos’è accaduto realmente laggiù?

ANICIO (sotto un pergolato, mostra un grappolo d’uva):
Non è niente, Maestà Imperiale,
non è niente, va tutto benissimo!
Per quanto bisogna, bisogna che Vi si dica
una piccolezza, un dettaglio,
un malinteso con certe tribù,
un po’ di fumo, un po’ di vino,
e qualche grappolo perduto!
Ma a parte ciò, Maestà Imperiale,
va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!

(Nel cartone, i grappoli d’uva diventano bombe a grappolo che esplodono in mezzo al deserto. L’uva brucia. Sullo sfondo, prigionieri arabi dietro un filo spinato. L’Imperatrice, ora visibilmente inquieta, telefona di nuovo.)

IMPERATRICE:
Pronto, pronto, Di Paola!
Che notizie?
La guerra, il vino, il deserto in fiamme...
Ditemi voi,
anziano amico,
che succede davvero nella capitale?

DI PAOLA (anziano, tremante, tenuto in piedi da Ramelli):
Non è nulla, Maestà Imperiale,
davvero nulla, va tutto benissimo!
Per quanto bisogna, bisogna che Vi si dica,
una sciocchezza, una disdetta lieve:
è esploso il palazzo del governo,
ma solo per prove d’evacuazione!
E a parte ciò, Maestà Imperiale,
va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!

(Il cartone mostra il Quirinale che esplode mentre Ramelli soffia sul fumo e sistema Di Paola come un burattino. Le stenografe fuggono tra le fiamme. L’Imperatrice, ormai a pochi chilometri da Roma, telefona di nuovo, con voce tremante.)

IMPERATRICE:
Pronto, pronto, mio fido Stefani!
Che notizie?
Il mio palazzo è in fiamme davvero?
Vi prego,
ditemi la verità,
cos’è rimasto del mio Impero?

STEFANI (serafico, in piedi su una pila di cadaveri fumanti):
Va tutto benissimo, Maestà Imperiale,
va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!
C’è stata solo, come dire...
una piccola transizione.
Le fiamme, le voci, i colpi, i morti,
sono normali segni di rinnovamento!
E ora, finalmente, Maestà,
possiamo dire che tutto va bene...
perché non resta più nulla che possa andar male!

(Nel cartone, l’Imperatrice arriva al portone del palazzo fumante, entra, vede Stefani voltarsi. Un lampo. Si sente uno sparo. L’immagine si congela su Stefani che sorride davanti al tricolore, con l’occhio che brilla azzurro. La musica riprende il ritornello.)

RITORNELLO FINALE (Coro dei servitori, tono allegro e macabro):
Va tutto benissimo, Maestà Imperiale!
Va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!
Le bombe, i morti, la guerra lontana,
non sono che prove di civiltà romana!
E, a parte ciò, Maestà Imperiale,
va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!

(Ultima inquadratura: il volto dell’Imperatrice, trasformato in una statua fumante, che cade in pezzi.)

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LII

CONFIDENTIALE — USO INTERNO CoSDi
Classificazione: RISERVATISSIMO / N. 4089-Δ/89
Data:
22 dicembre 1989
Da: Ufficio Analisi e Contenuti Sovversivi – Sezione “Materiale Audio-Visivo”
A: Direzione Centrale Sicurezza Interna (attenzione: Vicedirettore L. RAMELLI)
Oggetto: Cartone animato satirico circolante in forma di videocassetta VHS – Titolo provvisorio “Va tutto benissimo, Maestà Imperiale”

1. Sintesi dell’oggetto segnalato
Nel corso delle ultime settimane è stata segnalata, in ambienti universitari e giornalistici della capitale, la circolazione clandestina di una videocassetta VHS contenente un cortometraggio d’animazione di carattere fortemente sovversivo e antistituzionale.
Il video, della durata complessiva di 4 minuti e 43 secondi, è una parodia in chiave romana della celebre canzone francese Tout va très bien, Madame la Marquise, reinterpretata con testo e immagini che alludono in modo trasparente alla situazione politica contemporanea e ai membri del governo.

La produzione appare di origine interna, probabilmente riconducibile a un gruppo di studenti dell’Accademia Imperiale di Belle Arti o a ex collaboratori dei servizi cinematografici dell’Esercito.
La videocassetta non riporta crediti, ma la qualità tecnica e l’uso di filmati d’archivio indicano accesso a mezzi professionali.

2. Sintesi del contenuto
La struttura narrativa riproduce il dialogo telefonico dell’originale canzone francese, sostituendo però la Marchesa con una Imperatrice (rappresentata come versione femminile dell’Imperatore Paolo VIII) e i vari servitori con figure chiaramente riconducibili a membri dell’attuale governo.

Personaggi identificabili:
    • Imperatrice – caricatura del defunto Imperatore Paolo VIII;
    • Primo Ministro Raffaele Taranto – rappresentato come un maggiordomo servile e bugiardo;
    • Ministro della Difesa Germano Anicio – intento a mostrare un grappolo d’uva che si trasforma in bombe a grappolo;
    • Direttore del CoSDi Giuliano Di Paola – tenuto in piedi dal vicedirettore Ramelli, raffigurato come un automa freddo e manipolatore;
    • Presidente Francesco Stefani – ritratto su una pila di cadaveri fumanti, che conclude la canzone sorridendo davanti alla bandiera imperiale.

3. Contenuti del testo (trascrizione parziale)

“Va tutto benissimo, Maestà Imperiale,
va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!
Per quanto bisogna, bisogna che Vi si dica,
c’è da deplorare una cosa da niente,
un piccolo scontro in Mauritania...”

Segue una sequenza in cui i ministri minimizzano la situazione, mentre le immagini mostrano bombardamenti, fosse comuni e città distrutte.
Il tono resta allegro e musicale, con cori finali che ripetono:

“E a parte ciò, Maestà Imperiale,
va tutto benissimo, sì, va tutto benissimo!”

Nell’ultima scena, l’Imperatrice giunge al proprio palazzo in fiamme, dove viene assassinata da una figura con le fattezze del Presidente Stefani.

4. Analisi e valutazione
L’opera è una satira esplicita dell’attuale Presidenza e del Governo, con chiari riferimenti:
    alla guerra in Mauritania (“piccolo scontro in Mauritania”, “bombe a grappolo”);
    alla censura (“va tutto benissimo” come formula di negazione della realtà);
    al colpo di stato del giugno 1989;
    e alla morte dell’Imperatore Paolo VIII (“imperatrice assassinata”).

Il tono ironico e il formato musicale ne amplificano la potenzialità di diffusione virale, soprattutto tra giovani, studenti, militari di leva e personale universitario.

5. Diffusione e canali
Secondo le informazioni preliminari:
    Copie VHS sono state avvistate in due locali di Trastevere e in un circolo culturale di Bologna.
    Parte della duplicazione sarebbe gestita da un gruppo informale denominato “Circolo del Toro”, già segnalato nel 1987 per attività di satira politica.
    Le videocassette vengono vendute al prezzo di 4 denari, con custodia anonima e etichetta “Musica francese – Anni ’30”.

6. Raccomandazioni operative
    Individuare e neutralizzare la rete di duplicazione e distribuzione.
    Tracciare i canali di finanziamento: possibile collegamento con ambienti universitari milanesi e giornalisti legati al Ronzio.
    Monitorare le reazioni della stampa estera, che potrebbe appropriarsi dell’opera per screditare il Governo.
    Preparare una risposta preventiva, in forma di comunicato culturale, che riduca il cartone a “satira di cattivo gusto”.
    Archiviare il presente rapporto come Caso Audio-Visivo n. 72/89 — “Va tutto benissimo”.

7. Allegato A — Trascrizione sintetica del cartone
Riassunto in linguaggio operativo:
    Scena iniziale: Imperatrice telefona, appare Taranto che minimizza la guerra.
    Seconda scena: Ministro Anicio nega le rappresaglie, mentre bombe esplodono.
    Terza scena: Di Paola, anziano, viene manipolato da Ramelli; il Quirinale esplode.
    Scena finale: Stefani canta in tono rassicurante davanti a macerie e cadaveri.
    Chiusura: assassinio dell’Imperatrice.

Conclusione
Il contenuto dell’opera rappresenta una minaccia diretta alla narrativa ufficiale del Governo e un tentativo di collegare in modo allusivo la figura del Presidente Stefani alla morte dell’Imperatore.
Si raccomanda l’immediata tracciatura e distruzione del materiale originale e la neutralizzazione dei responsabili, nel rispetto delle procedure previste dal protocollo 17-BIS/86 (“Materiale audiovisivo di propaganda ostile interna”).

FIRMATO:
Capo Ufficio Analisi Contenuti Sovversivi
Ten. Col. Publio Silvano Martiani
per il Direttore Generale del CoSDi

Data di archiviazione: 23/12/1989
Numero fascicolo: 72/89 — “Va tutto benissimo”
Classificazione: RISERVATISSIMO — NON DUPLICARE

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LIII

[DIRETTA TELEVISIVA NAZIONALE – 31 DICEMBRE 1989, ORE 21:00]
DISCORSO DI FINE ANNO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ROMANA, FRANCESCO SAVERIO SALVIO-STEFANI
(Trasmissione a reti unificate – Immagini iniziali: Palazzo del Quirinale, bandiere ai lati della scrivania presidenziale. La voce del regista annuncia l’ingresso del Presidente, che prende posto davanti alla telecamera. Pausa. Poi inizia a parlare.)

STEFANI:

Cittadini dell’Impero,
questa sera, mentre l’anno volge al termine, desidero rivolgermi a voi non come capo dello Stato, ma come uno di voi: come un uomo che guarda al futuro con fiducia, e che riconosce nel tempo che passa non solo le prove affrontate, ma anche le speranze che si rinnovano.
Il 1989 è stato un anno importante, in molti sensi. Un anno di cambiamento, di decisioni e di passaggi storici che hanno ridisegnato il volto della nostra Repubblica.
Abbiamo insieme posto le fondamenta di un nuovo ordine istituzionale, più moderno, più stabile, più vicino ai cittadini. Abbiamo scelto, con responsabilità e con coraggio, di costruire una Repubblica che guarda al domani con la certezza delle proprie radici e la forza del proprio popolo.
Non è stato un cammino facile. Nessun rinnovamento lo è mai. Ma oggi possiamo dire che Roma è pronta a guardare al futuro con serenità. Le riforme che abbiamo realizzato, quelle che hanno restituito alla Nazione una guida salda e un equilibrio duraturo tra le sue istituzioni, ci hanno preparato al futuro, e il futuro sarà romano.

(breve pausa, lo sguardo si addolcisce)

Nessun risultato, tuttavia, ha valore se non è accompagnato da coesione. La forza di Roma, ieri come oggi, nasce dall’unità dei suoi cittadini. È nei gesti semplici di ogni giorno, nell’impegno di chi lavora, di chi studia, di chi serve il proprio Paese con dedizione silenziosa, che la Repubblica trova la sua grandezza.
So che non tutto è perfetto, e che molti di voi hanno vissuto mesi difficili. Ma so anche che la nostra gente possiede una virtù che nessun tempo potrà cancellare: la capacità di rialzarsi, di credere ancora, di non perdere mai la dignità e la speranza.
Questa sera, il mio pensiero va a tutti voi: ai lavoratori, agli agricoltori, ai nostri militari lontani, ai giovani che costruiscono il proprio futuro, alle famiglie che hanno conosciuto il sacrificio, e a coloro che soffrono, perché nessuno deve sentirsi solo sotto il cielo di Roma.
Il nuovo anno che sta per cominciare porterà nuove sfide. Ma noi sapremo affrontarle con la consapevolezza di chi ha saputo superare la prova della storia.
L’augurio che vi rivolgo, da cittadino tra i cittadini, è che ciascuno trovi nel 1990 la serenità e la fiducia necessarie per contribuire, nel proprio piccolo, al destino comune della nostra Repubblica.
Che Roma continui ad essere faro di civiltà, di lavoro e di pace.
Buon anno a tutti voi, e che il Dio in cui ciascuno crede protegga il nostro popolo e la nostra Patria.
Buon anno, cittadini. Viva Roma, viva la Repubblica.

(Applausi registrati, inquadratura finale sul Presidente che si alza, stringe le mani dei collaboratori. La regia chiude sulla bandiera che sventola al Quirinale, mentre parte l’inno nazionale.)

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LIV

[Quirinale, appartamento presidenziale – 31 dicembre 1989, ore 23:55]
La stanza è immersa in una luce calda, morbida. Il salotto privato del presidente è un misto di eleganza sobria e ordine maniacale: un grande orologio imperiale batte i secondi sul camino, una bottiglia di champagne è già aperta sul tavolo basso accanto a quattro flute. Dalla finestra si vede Roma, buia e quieta, punteggiata dalle luci di Capodanno.
Attorno al tavolo siedono il presidente Stefani, Longino Ramelli, Teo Lori e Livia.

TEO (alzando il bicchiere, ingenuamente allegro): Beh, direi che possiamo brindare a un anno che finisce in pace, no?

RAMELLI (sorridendo appena): La pace è sempre un concetto relativo, Teo. Dipende da dove la guardi.

LIVIA (sottovoce, ironica): O da chi la racconta.

STEFANI (con tono pacato, ma controllato): Livia, per una volta, possiamo evitare la filosofia? È Capodanno.

TEO (interviene, cercando di stemperare): Dai, Presidente… ha ragione sua figlia: quest’anno un po’ di pace l’abbiamo meritata tutti.

RAMELLI (rivolto a Teo, tagliente): Parla per te, ambasciatore.

[Risatine brevi, poi un breve silenzio. L’orologio segna le 23:58.]

STEFANI (guardando fuori dalla finestra): Un altro anno che finisce. Eppure, sembra di non averli mai davvero contati, questi anni. Ogni volta che chiudo una guerra, ne trovo un’altra che comincia.

LIVIA (fredda, ma affettuosa): La guerra, o il potere?

STEFANI (voltandosi verso di lei): Il potere è solo un modo per dare un senso al caos. Il problema è che il caos non dorme mai.

[Scandiscono i secondi. Dalla televisione di sotto arriva la voce dei cronisti che annunciano il conto alla rovescia.]

TV “…cinque, quattro, tre…”

[Livia si avvicina al padre, gli prende la mano e, sottovoce, canticchia con un mezzo sorriso ironico:]

LIVIA: ♪ “E ora, finalmente, Maestà, ♪
♪ possiamo dire che tutto va bene... ♪
♪ perché non resta più nulla che possa andar male!” ♪

[Ramelli si irrigidisce. Teo ride, senza cogliere l’allusione.]

STEFANI (alza un sopracciglio, glaciale): Sai che certe cose non mi divertono, Livia.

LIVIA (a bassa voce, fissandolo negli occhi): L’ho visto il cartone. Dicono che l’hanno fatto sparire, ma… circola. È solo una canzone, certo.
Ma tu lo hai ucciso, vero? L’Imperatore.

[Un attimo di silenzio. Ramelli trattiene il respiro. Teo guarda in imbarazzo la bottiglia di champagne. Stefani posa lentamente il bicchiere.]

STEFANI (tono basso, controllato, ma con un tremito appena percettibile): No, Livia. Non l’ho ucciso io.

LIVIA (incalza, piano, come chi sa già la risposta): Ma sai chi l’ha fatto.

STEFANI (fermandosi un attimo, poi): Ci sono cose che è meglio non sapere, figlia mia. A volte la verità non serve a vivere.

LIVIA (amara): O a governare.

[L’orologio scocca la mezzanotte. Dai tetti di Roma si levano i fuochi d’artificio. Teo si alza per brindare, cercando di riportare la normalità.]

TEO: Buon anno! Dai, Presidente, signorina Livia… buon anno!

[Stefani non si muove. Fissa la figlia. Poi, lentamente, alza il bicchiere.]

STEFANI (alzando il tono, ora più saldo): Buon anno, allora. Al futuro.

LIVIA (guardandolo dritta negli occhi): Sì, al futuro. Quello che ti mangerà vivo, papà.

[Stefani trattiene la risposta. I fuochi continuano fuori, esplodendo come lampi rossi e dorati sui vetri del palazzo. Ramelli osserva la scena senza dire nulla, un mezzo sorriso sulle labbra.]

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LV

Aeroporto di Roma–Fiumicino, 6 gennaio 1990 — ore 17:16
Terminal arrivi internazionali. Il volo RA-742 da New York è appena atterrato. La luce grigia di gennaio filtra attraverso le grandi vetrate. Tra la folla di passeggeri che si avvicina ai banchi della dogana, un uomo distinto attira l’attenzione per la calma quasi ironica con cui si muove.
Indossa un cappotto chiaro, un maglione color crema e porta un piccolo bagaglio a mano. Cammina senza fretta, osservando le pareti del terminal come un turista di ritorno da un lungo viaggio, o come chi rivede un vecchio teatro sapendo che la parte che gli spetta sta per iniziare.

DOGANIERE: Buonasera, signore. Documenti, per favore.

UOMO (cortese, con un accento romano appena percettibile): Certo. Ecco qui.

(Porge un passaporto rosso scuro, appena emesso: la copertina reca la dicitura “Repubblica Romana — Documento d’emergenza”. Il doganiere lo apre, osserva la fotografia, poi il timbro del consolato romano di New York.)

DOGANIERE: Mh… documento temporaneo. Smarrimento del precedente?

UOMO (sorridendo appena): Diciamo che dopo certi viaggi è più facile perdere sé stessi che un passaporto. Ma sì, l’ho smarrito.

DOGANIERE: Capisco. Motivo del viaggio?

UOMO: Rientro. È da troppo tempo che non respiro l’aria di casa.

DOGANIERE (scrivendo qualcosa sul registro): Professione?

UOMO: Medico. Chirurgo, per precisione.

DOGANIERE (senza distogliere lo sguardo): Chirurgo… bene. E dove ha esercitato negli Stati Uniti?

UOMO (serafico): In nessun ospedale, stavo aggiornando la mia preparazione. Mi occupavo di ricerca.

DOGANIERE (solleva un sopracciglio): Che genere di ricerca?

UOMO (breve pausa, poi un sorriso quasi ironico): Sull’uomo. Nient’altro che sull’uomo.

DOGANIERE (inquieto): Ha dichiarazioni doganali da fare?

UOMO: Nessuna. Solo un po’ di polvere americana e troppi ricordi.

(Il doganiere annota qualcosa sul modulo, poi timbra il passaporto e lo restituisce.)

DOGANIERE: Ecco a lei, dottor… Rambaldi. Ben tornato a Roma, dottore. Spero che il suo soggiorno sia… tranquillo.

RAMBALDI (con un’ombra di sarcasmo): Tranquillo, sì. In fondo, non cerco che questo. Un po’ di pace dopo tanto lavoro.

(L’uomo si volta, attraversa la linea verde e si confonde tra i passeggeri che lasciano l’aeroporto. Nessuna scorta, nessun accompagnatore. Solo il rumore dei trolley sul pavimento lucido.)

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Terza Parte

LVI

PALAZZO DEL QUIRINALE, STUDIO PRESIDENZIALE — 22 gennaio 1992, ore 10:47

Il presidente Francesco Saverio Salvio-Stefani siede alla grande scrivania di mogano scuro, illuminata da una lampada verde che taglia a metà la luce grigia del mattino.

Sulle ginocchia tiene un fascicolo color avorio, il discorso per il Congresso del Partito Democratico Nazionale, redatto come sempre dal fedele Teodoro “Teo” Lori, seduto a poca distanza, assorto a mettere in ordine altri fogli. La voce di Stefani, quando legge, è bassa e ritmata, come quella di chi sta tastando la forma di una melodia.

STEFANI (leggendo): “L’Unione Sovietica è crollata sotto il peso della propria menzogna.
Il mondo assiste alla fine di un sistema che ha voluto dividere ciò che la natura ha creato per cooperare: il lavoro e il capitale, il braccio e la mente, la forza e la legge.
Roma, invece, insegna la concordia degli opposti, la civiltà della misura…”

Una pausa. Una nota acuta interrompe la frase. Una mosca.
Un minuscolo ronzio che attraversa l’aria dello studio come un fastidio, un’ironia della natura contro la solennità del potere.
Stefani alza gli occhi dal foglio.
Lori lo guarda, come per chiedere se deve continuare.

STEFANI (con tono infastidito): Ce l’hai sentita anche tu?

LORI (cauto, sorridendo): Una mosca, Eccellenza. Capita.

STEFANI: A gennaio? In questo palazzo? Dev’essere entrata con qualcuno.

La mosca gira attorno al busto di bronzo dell’Imperatore Paolo VIII, poi atterra proprio sul foglio del discorso, tra le parole “collaborazione” e “fraternità”.
Stefani la osserva, immobilizzato per un secondo, poi con un gesto improvviso schiaccia la mano sul foglio.
Silenzio. Quando solleva la mano, la mosca è sparita.

STEFANI: L’hai vista dove è andata?

LORI: Forse dietro la tenda… o dietro il busto. (ride piano) Forse vuole assistere anche lei al congresso.

STEFANI: Se la vedo lì sopra durante il mio discorso, la schiaccio in diretta.

Si alza, prende un giornale arrotolato dalla scrivania laterale. Cammina lentamente per la stanza, lo sguardo vigile, quasi militare. La mosca ronza di nuovo, passando vicino all’orecchio di Lori, che si ritrae d’istinto.

LORI (ridendo nervosamente): Ha scelto il ministro sbagliato.

STEFANI (secco): Nessuno sceglie di infastidirmi, Teo. Nemmeno un insetto.

Colpisce a vuoto la tenda. Poi la scrivania. Poi la lampada. La mosca continua a eludere ogni tentativo, ronzando sempre più vicino al volto del Presidente, come se lo sfidasse. Lori, nel frattempo, tenta di aiutarlo, ma finisce per rovesciare una tazza di caffè sui fogli del discorso.

LORI: Santo cielo! (cerca di asciugare i fogli) Ecco… forse si possono salvare...

STEFANI (lo interrompe, glaciale): Lascia stare, si riscrive.

La mosca si posa sulla cornice dorata del ritratto di Stefani con Reagan. Resta lì, immobile. I due uomini la guardano, in silenzio, come in un duello finale.

STEFANI (a bassa voce): Guarda dov’è: sulla fotografia della vittoria.

LORI: Un presagio?

STEFANI (freddamente): Solo un errore di igiene.

Prende il giornale, si avvicina e colpisce con forza. Il vetro della cornice si incrina, la mosca cade a terra, viva, e scompare sotto la scrivania. Stefani resta fermo un istante, poi butta via il giornale e torna a sedersi.

STEFANI (sospira): Anche gli imperi, a volte, crollano per una mosca.

LORI (cercando di alleggerire): Ma finché abbiamo le tende chiuse, Eccellenza, la storia non vola via.

Stefani non sorride.
Si rimette gli occhiali, sposta i fogli del discorso macchiati di caffè, prende un altro fascicolo e lo apre alla prima pagina, dove una goccia di caffè ha cancellato una parola: stabilità.

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LVII

Documento riservato al Comitato Centrale del Partito Comunista dei Romani
Titolo: Per una Nuova Sintesi Rivoluzionaria — Manifesto per il Comunismo Integrale
(Roma, gennaio 1992 – documento interno, non destinato alla diffusione esterna)
Autore: Eugenio Rambaldi, membro del Politburo

1. Premessa: la fine di un ciclo storico
Compagni,
la dissoluzione dell’Unione Sovietica segna non soltanto la sconfitta di un modello economico, ma la crisi definitiva di un pensiero. Il marxismo storico, figlio dell’industrialismo e della borghesia ottocentesca, ha creduto che la materia fosse tutto, e che il motore della storia fosse la contraddizione economica.
Era un errore. La storia non è fatta solo di fabbriche e di salari, ma di forze più profonde: spirituali, morali, naturali.
La lotta di classe è una forma inferiore di un conflitto più vasto: la lotta per la vita, per la purezza, per l’elevazione dell’uomo oltre la sua stessa corruzione.

2. Verso un comunismo organico
Il comunismo non deve più essere soltanto un’economia pianificata o una giustizia sociale; deve divenire un ordine morale totale, un’armonia tra la specie umana, la terra e le forze che la governano.
Il materialismo dialettico ha servito la storia, ma oggi dev’essere superato da una dialettica della vita, dove ogni individuo è una cellula del corpo collettivo, e il corpo collettivo non tollera degenerazioni.
La nuova rivoluzione non mira a conquistare lo Stato, ma a purificare la società, a riforgiarla come organismo coerente, sano e consapevole della propria missione.

3. Contro la civiltà della carne e della macchina
Viviamo in un’epoca di massacri silenziosi: non solo guerre, ma anche mattatoi, laboratori, circhi, industrie che trasformano la vita in merce.
Chi può parlare di giustizia sociale mentre accetta che ogni giorno migliaia di creature innocenti vengano torturate, macellate, profanate nel nome del profitto?
Il nostro comunismo sarà integrale solo quando porrà fine a ogni forma di dominio dell’uomo sull’uomo, e dell’uomo sugli altri esseri viventi.
Non ci sarà vera rivoluzione senza una rivolta contro la violenza alimentare, industriale e spirituale.
Chi si nutre del sangue, non potrà mai costruire una civiltà della giustizia.
L’uomo nuovo sarà vegetariano, o non sarà affatto uomo.

4. La missione romana
Roma è chiamata, oggi come duemila anni fa, a rifondare il mondo.
Non come potenza imperiale, ma come centro spirituale di una nuova rivoluzione umana.
Abbiamo ereditato un Impero fondato sulla forza: dobbiamo mutarlo in un Impero fondato sulla purezza della mente, sul rigore della vita, sull’unità del destino collettivo.
La rivoluzione del XXI secolo non avverrà nei sindacati né nelle piazze, ma nelle coscienze, là dove l’uomo deciderà se restare una bestia o elevarsi alla sua forma più alta.

5. Conclusione
Compagni,
non vi chiedo di rinnegare Marx. Vi chiedo di superarlo.
La storia non ha bisogno di proletari incatenati alla fabbrica, ma di uomini rigenerati, pronti a sacrificarsi per un ideale più alto della materia.
Chi difende l’ingiustizia del mondo moderno, chi riduce la politica a economia, chi accetta la violenza contro gli esseri innocenti, tradisce lo spirito rivoluzionario.
La Nuova Sintesi non sarà né di destra né di sinistra, ma oltre: sarà la rinascita della disciplina, della giustizia e della compassione universale.
Solo allora potremo dire che il Comunismo è finalmente diventato umano.

Firmato,
Eugenio Rambaldi
Membro del Politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista dei Romani

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LVIII

THE GUARDIAN – 4 febbraio 1992
Il Sole Invitto sorge su Roma: i nuovi estremisti del FSSI tra folklore e paura
di Charles H. Beaumont, corrispondente da Roma

ROMA – Domenica scorsa, nella vasta Piazza del Foro Giraldiniano, migliaia di persone hanno assistito a quella che ufficialmente è stata presentata come una “manifestazione patriottica per la rinascita romana”. In realtà, è stato l’ennesimo e più spettacolare raduno del Fronte Sociale del Sole Invitto (FSSI), il movimento ultranazionalista che in pochi anni è passato dai margini del folklore politico a diventare una delle forze più rumorose e pericolosamente organizzate dell’estrema destra romana.
Il partito, che i suoi membri preferiscono chiamare “fronte”, si richiama esplicitamente al culto solare dell’antica Roma e alle idee di una presunta “razza mediterranea pura”. La loro simbologia mescola croci solari, elmi legionari e fasci stilizzati; la loro retorica, invece, sembra uscita direttamente dai manifesti del totalitarismo degli anni ’30.

Un’eredità occulta e inquietante
Il FSSI affonda le sue radici nella Fratellanza degli Ottimi Perfetti, una società segreta mistico–paganeggiante molto influente durante il regno dell’imperatore Giovanni Battista Giraldini (1924–1935). La Fratellanza fu sciolta da Marciano VI durante la Seconda Guerra Mondiale con l’accusa di “attività anti-patriottiche”, ma le sue dottrine, una mistura di occultismo romano, neopaganesimo e razzismo biologico, sono sopravvissute nel sottobosco politico per decenni.
Dalle sue ceneri, negli anni ’50, nacque appunto il Fronte Sociale del Sole Invitto, oggi risorto con forza grazie al malcontento di una parte della popolazione imperiale, frustrata da una guerra in Mauritania che il governo dichiara vinta da sei anni ma che continua a mietere vittime.
Molti veterani, ex legionari e giovani disoccupati si sono uniti al FSSI attratti dal suo linguaggio diretto e dalla promessa di un ritorno all’“orgoglio romano perduto”.

Una folla tra il comizio e la farsa
La manifestazione di domenica è stata un ritratto perfetto della schizofrenia ideologica del movimento. Sul palco, accanto ai vessilli rossi e neri con il sole stilizzato, si sono alternati oratori in giacca militare e predicatori neopagani che citavano Virgilio accanto a slogan come “La razza mediterranea è la civiltà” e “Roma ai Romani, non agli stranieri”.
Il leader del Fronte, Lucilio Prisco, ex ufficiale dell’esercito e attuale deputato indipendente, ha parlato per oltre mezz’ora. «Noi siamo la Legge – ha gridato – perché siamo coloro che la rispettano! Vogliamo tornare ad essere dominanti, ad essere un paese in cui il crimine viene punito e ci si sente fieri di essere romani.», ha detto, suscitando ovazioni e saluti tesi da parte del pubblico.
Subito dopo, la scena ha preso un tono quasi grottesco: uno degli assistenti del segretario, un uomo con la voce nasale e un abito stropicciato, ha preso il microfono per fare “una breve lista delle necessità del movimento”.
Tra applausi e risate, ha chiesto “donazioni, anche materiali: una stampante, una fotocopiatrice, carburante, un generatore elettrico e, se possibile, qualche pneumatico nuovo per il nostro camioncino di propaganda”.
Un momento a metà tra una colletta parrocchiale e una parodia di sé stessi, ma che il pubblico ha accolto con entusiasmo.

Dietro il folklore, un pericolo reale
Nonostante i toni a tratti farseschi, gli analisti dell’intelligence occidentale guardano con crescente preoccupazione alla popolarità del FSSI. Negli ultimi mesi, i suoi comizi hanno attirato folle sempre più numerose, e il partito ha stabilito contatti con gruppi identitari in Francia e Germania.
Secondo fonti diplomatiche a Roma, il movimento gode anche di una tacita tolleranza da parte di settori delle forze armate e della polizia, dove le sue parole d’ordine, “disciplina, purezza, destino imperiale”, trovano orecchie ricettive.
Il governo Stefani, ufficialmente, ha preso le distanze. Ma nessuno ha dimenticato che, negli anni della guerra in Mauritania, alcuni ufficiali simpatizzanti del FSSI furono impiegati nelle unità di sicurezza interna e nei reparti speciali.

Il ritorno della febbre identitaria
Il successo del Fronte Sociale del Sole Invitto non nasce nel vuoto. L’Impero Romano vive oggi un paradosso: la guerra dichiarata “vinta”, ma mai davvero conclusa; un’economia in crescita, ma con diseguaglianze sociali profonde; un governo che si proclama democratico, ma che controlla rigidamente stampa e opposizione.
In questo contesto, l’estrema destra offre una spiegazione semplice a tutto: il declino è colpa della contaminazione, dicono, della perdita del sangue mediterraneo, dell’invasione dei costumi stranieri, dell’abbandono dei culti antichi.
Un linguaggio che, se non fosse per il luogo e l’anno, suonerebbe familiare a chiunque abbia studiato l’Europa degli scorsi decenni.

Tra sole e tenebra
Alla fine della manifestazione, il tramonto romano ha tinto di rosso il Foro Giraldiniano. Sul palco, i militanti del FSSI hanno intonato un inno che evocava “l’alba nuova di Roma eterna”. Alcuni spettatori hanno salutato col braccio teso; altri, semplicemente, hanno guardato in silenzio.
Poi la folla si è dispersa, ordinata ma inquietante nella sua compostezza.
«È solo folclore politico», ha commentato un funzionario governativo con cui ho parlato più tardi.
Forse. Ma la Storia insegna che il folclore è spesso stato il preludio della tragedia.

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LIX

PALAZZO DEL QUIRINALE, STUDIO PRESIDENZIALE – Pomeriggio del 7 febbraio 1992.

Il sole di febbraio filtrava appena dalle tende pesanti dello studio presidenziale. L’orologio da parete scandiva un ticchettio preciso, in contrasto con il brusio lontano dei telefoni e delle segretarie nell’anticamera. Francesco Stefani era in piedi accanto alla scrivania, le maniche della camicia leggermente arrotolate, gli occhiali da lettura posati accanto a un fascio di dossier con il sigillo rosso del CoSDi. Stava sfogliando distrattamente le pagine di un rapporto sui movimenti estremisti di destra quando la porta si aprì, senza preavviso.
Entrò Longino Ramelli, elegante ma con la fronte tesa. Aveva quell’aria fredda e misurata che usava nei momenti in cui non sapeva ancora se stesse per irritarsi o per ridere.
Si fermò a due passi dalla scrivania.

RAMELLI: Francesco, prima che cominci la riunione, devo chiederti una cosa. Ho visto la convocazione. C’è scritto che parteciperà anche Teodoro Lori. È un errore di battitura, vero?

Stefani non alzò lo sguardo subito. Continuò a leggere per qualche secondo, poi chiuse il fascicolo e lo posò con calma.

STEFANI: No, Longino. Non è un errore, l’ho nominato Consigliere Delegato per la Sicurezza Nazionale.

Ramelli rimase in silenzio, come se avesse bisogno di assicurarsi di aver sentito bene. Poi fece un mezzo passo avanti.

RAMELLI: Con tutto il rispetto, Presidente, Lori è un burocrate. Un brav'uomo, senz’altro, ma… [esita, cercando il termine giusto] non esattamente materiale da intelligence. Fino a ieri si occupava di redigere discorsi e, mi permetta, di scegliere le vostre cravatte per gli incontri ufficiali.

Stefani sollevò finalmente lo sguardo. Gli occhi chiari, azzurri e impassibili, si fissarono su Ramelli come due punte di acciaio.

STEFANI: Lori (scandendo ogni sillaba) è un diplomatico ed è stato ambasciatore. Ha avuto accesso a informazioni classificate, ha negoziato trattati e gestito crisi. E soprattutto, Longino, è una persona di cui mi fido.

Ramelli sorrise, ma quel sorriso era una lama.

RAMELLI: Signor Presidente, lei si fida di molte persone. Ma l’intelligence non si amministra con la gentilezza. Si amministra con disciplina, riservatezza e... esperienza.

STEFANI: E la sua esperienza (si sposta verso la finestra) mi ha portato settimane di ritardi e una lista di fascicoli ancora aperti sulla mia scrivania. Se ho deciso di affiancarmi qualcuno, è perché voglio alleggerire la catena di comando, non appesantirla.

RAMELLI: Non è alleggerimento questo: è accentramento. [Più duro] Sta accentrando tutto su di sé, tutto passa da lei, ogni rapporto, ogni ordine, ogni informativa.

STEFANI (si volta): Appunto, Longino. [Con voce tagliente] Al Quirinale si lavora; le discussioni, i dibattiti, le mozioni, tutta quella recita che voi chiamate politica, lasciamola al Parlamento.

Per qualche istante, il silenzio fu assoluto. Solo il ticchettio dell’orologio riempiva la stanza. Ramelli abbassò lo sguardo, sistemò il nodo della cravatta e mormorò:

RAMELLI: Come desidera, Eccellenza.

Proprio allora bussarono alla porta. Il ministro Pisani e il primo ministro Taranto entrarono, seguiti da Lori con il suo solito passo lieve, quasi allegro, portando con sé un fascio di documenti e il suo inseparabile taccuino.

— Eccoci tutti — disse Lori, con un sorriso che non si accorse di quanto fosse fuori luogo.

Stefani annuì, tornando dietro la scrivania. Ramelli si scostò di lato, rigido come una statua. Taranto si accomodò, Pisani aprì il fascicolo della polizia, e la riunione ebbe inizio.
Ma l’aria era pesante. Ogni parola di Stefani sembrava avere due destinatari: uno ufficiale, il governo, il Paese, la sicurezza nazionale, e uno solo, silenzioso, seduto alla sua sinistra, con lo sguardo immobile e le mani intrecciate sul tavolo.
Longino Ramelli ascoltava, annuiva, prendeva appunti.
Ma sotto quella calma apparente, la frattura tra lui e il presidente si era ormai aperta.

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LX

VERBALE RISERVATO – CONSIGLIO PER LA SICUREZZA INTERNA
Data:
7 febbraio 1992
Luogo: Palazzo del Quirinale, Studio Presidenziale
Presenze:
    • Francesco Saverio Salvio-Stefani, Presidente della Repubblica
    • Raffaele Taranto, Primo Ministro
    • Cornelio Pisani, Ministro dell’Interno
    • Longino Ramelli, Vicedirettore del CoSDi
    • Teodoro Lori, Consigliere Delegato per la Sicurezza Nazionale

1. Apertura della riunione [ore 17:23]
La riunione è aperta dal Presidente Stefani, che chiede un aggiornamento sulla situazione interna alla luce delle recenti informazioni dei Servizi circa la crescita di movimenti estremisti.
Ramelli prende la parola e presenta un rapporto dettagliato, corredato da note riservate e fotografie aeree, sulla riorganizzazione dei gruppi di estrema destra e sull’aumento del loro consenso sociale, in particolare nell’esercito e tra i veterani della Mauritania.

2. Relazione del Vicedirettore del CoSDi, Longino Ramelli

Ramelli:
“Signor Presidente, Signori Ministri, il quadro complessivo che emerge è allarmante. Nonostante i successi propagandati in Mauritania, la guerra è di fatto in stallo. Le perdite continuano, i costi aumentano, e la percezione pubblica, soprattutto tra i reduci, è che il Governo menta sulla reale situazione militare.
In questo contesto, l’estrema destra sta guadagnando terreno. Il Fronte Sociale del Sole Invitto (FSSI) è ormai il principale catalizzatore del malcontento nazionalista. Abbiamo prove documentali che stia costruendo, in segreto, una vera e propria ala paramilitare, composta da ex membri delle Forze Armate, con l’obiettivo dichiarato di “proteggere Roma dai traditori interni”.
I loro contatti con settori dell’esercito non sono ancora consolidati, ma stanno crescendo. E il linguaggio usato nei loro manifesti e comunicati, un misto di neopaganesimo, esoterismo e razzismo biologico, riecheggia pericolosamente certe ideologie del passato.”

Segue breve proiezione di immagini e documenti confiscati ai militanti del FSSI.

3. Discussione
Pisani
interviene, confermando che il Ministero dell’Interno ha già disposto il rafforzamento della sorveglianza sui capi del FSSI e l’infiltrazione di agenti nelle loro sezioni locali.

“La piazza è agitata, Signor Presidente. A Roma e a Milano si organizzano raduni con migliaia di persone, spesso con la scusa di commemorazioni storiche. I nostri rapporti indicano che il partito raccoglie fondi in modo opaco, e che alcuni donatori sono imprenditori legati al settore bellico.”

Taranto, con tono più riflessivo, invita alla cautela: “Bisogna distinguere tra il folklore e la minaccia effettiva. Se interveniamo in modo brutale, rischiamo di dar loro visibilità e farne dei martiri.”

A questo punto Ramelli riprende la parola, ampliando il quadro.

“Il pericolo, signor Primo Ministro, non è solo a destra. Vi è un fermento nuovo anche a sinistra. Mi riferisco al Partito Comunista dei Romani, e in particolare alle idee del dottor Eugenio Rambaldi, che in meno di due anni è diventato figura centrale nel loro Comitato Centrale.
Le sue teorie, apertamente razziali, anche se travestite da socialismo scientifico, presentano punti di contatto inquietanti con il linguaggio del FSSI.
Entrambi i movimenti parlano di purezza, di missione civilizzatrice, di ordine nuovo fondato sulla selezione. Due estremi che, da direzioni opposte, si toccano.”

Il Consigliere Lori, prendendo appunti, suggerisce di “affidare alla stampa filogovernativa il compito di raffreddare la percezione pubblica del FSSI, evitando di dargli visibilità”.

4. Reazioni del Presidente
Durante l’esposizione, il Presidente Stefani rimane inizialmente silenzioso, sfogliando il dossier. Mostra un atteggiamento distaccato, quasi annoiato.
Solo al nome “Rambaldi”, il Presidente interrompe la relazione.

Stefani: “Rambaldi, dite? Quel… dottore che scomparve anni fa? È ancora vivo, e fa politica?”
Ramelli: “Sì, Signor Presidente. È tornato dagli Stati Uniti due anni fa. Da allora ha costruito una corrente interna molto aggressiva. Il suo carisma è notevole, e i giovani del PCdR lo idolatrano.”

Il Presidente tace per qualche secondo, visibilmente infastidito. Poi riprende, con voce ferma:
“Prendete le misure necessarie. Non voglio sorprese. Né a destra, né a sinistra. Questa Repubblica non tollera né nostalgie né resurrezioni.”

5. Decisione finale
Dopo un breve confronto tra i presenti, il Presidente Stefani formula la linea d’azione definitiva, approvata all’unanimità:
      1. Intensificazione della sorveglianza su tutti i movimenti di estrema destra, con particolare attenzione al FSSI.
      2. Arresto preventivo del segretario generale del FSSI, Lucilio Prisco, e dei principali dirigenti, con accuse di eversione e associazione armata.
      3. Arresto di Eugenio Rambaldi, monitoraggio del suo gruppo nel Partito Comunista dei Romani, con possibilità di fermo in caso di contatti o convergenze ideologiche con l’estrema destra.
      4. Operazione di contro-propaganda attraverso la stampa filogovernativa, mirata a screditare entrambi gli estremismi come “due facce della stessa follia anti-nazionale”.

6. Chiusura riunione [ore 20:13]
Il Presidente ringrazia i presenti, affermando che “la forza della Repubblica sta nell’ordine, non nella paura”, e che “le ombre vanno spazzate prima che diventino tempesta”.

Documento classificato: RISERVATISSIMO – Distribuzione limitata a Presidenza, Primo Ministro e CoSDi

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LXI

GIARDINI DEL PALAZZO DEL QUIRINALE – 9 febbraio 1992, pomeriggio

Il vento di febbraio soffiava tra i pini del giardino del Quirinale, sollevando una polvere secca di aghi e terra. Le giornate erano ancora corte, e il sole, che già declinava verso il Tevere, illuminava d’oro un angolo del parco dove una grande bougainvillea, contorta e stanca, si arrampicava sul muro come un animale in letargo.
Stefani stava attraversando il giardino per prendere aria. Non usciva spesso, ma quel giorno, dopo ore di riunioni, carte da firmare e telefonate con generali troppo zelanti, aveva bisogno di un momento di silenzio.

Fu allora che notò un uomo in tuta da lavoro verde, robusto, il volto scavato dal sole africano e dalle notti brevi.
Un arabo: Hatem, un giardiniere assunto anni prima dal servizio manutenzioni. Parlava poco, salutava sempre con timidezza, quasi scusandosi della sua presenza. La guerra in Mauritania aveva reso la sua posizione delicata; alcuni colleghi lo guardavano con sospetto, altri con aperta ostilità.
Stefani avrebbe potuto ignorarlo, ma invece si fermò.

Hatem stava tentando di sollevare un ramo della bougainvillea, una parte ormai morente. Le sue mani, forti ma tremanti, esitavano su un nodo secco. Il Presidente si avvicinò in silenzio, osservando.

«Qual è il problema?» chiese, con una voce sorprendentemente calma.

Il giardiniere sussultò.
«Presidente… io… scusi… la pianta… è vecchia, signore. Ha preso il gelo. Non so se sopravvive.»

La sua pronuncia era incerta, ma lo sforzo evidente, rispettoso.
Stefani guardò la bougainvillea come se ne fosse un vecchio conoscente. Poi, senza dire nulla, allungò la mano. Hatem rimase stupito quando il Presidente gli prese le forbici da potatura.

«Posso?» chiese Stefani.
Il giardiniere annuì, incapace di trovare parole.
Stefani sollevò il ramo malato, scrutandolo da vicino, come se quel gesto gli appartenesse da sempre.
«Mio padre,» disse all’improvviso, «mi portava con sé a potare le siepi nella base navale di Napoli. Se tagli troppo, muore. Se non tagli abbastanza, diventa un groviglio inutile.»
Fece un taglio secco, preciso.
«Così. La aiuti a respirare.»

Hatem lo guardava come si guarda un uomo impossibile.
Il Presidente, lo stesso uomo che compariva in televisione, che teneva in pugno ministri e generali, che parlava di ordine e disciplina, stava potando una bougainvillea accanto a lui, come un vicino di casa.

«Lei… conosce le piante, Presidente?» riuscì a dire.
Stefani fece un mezzo sorriso, uno di quelli che nessuno vedeva mai alle telecamere.
«Conosco quello che mio padre mi ha lasciato. Le mani.»
Si pulì le dita sulla giacca senza pensarci. «E tu lavori bene: questa è una pianta difficile, non è colpa tua se soffre.»

Era una frase semplice, ma per Hatem era come ricevere una medaglia. Da mesi viveva nel terrore di essere licenziato o peggio, trattato come un possibile nemico interno. Ma in quel momento non c’era diffidenza negli occhi del Presidente. Solo la concentrazione di un uomo che per un attimo si era ricordato di essere stato un figlio, e non solo un capo.

«Grazie, signore,» mormorò Hatem, con un tremore di voce che non riuscì a mascherare.

Stefani gli restituì le forbici.
«Continua così.»

Poi si voltò e riprese la strada verso l’ingresso del palazzo, come se niente fosse.
Non si accorse nemmeno dello sguardo del giardiniere che lo seguiva finché non scomparve dietro la porta: uno sguardo di gratitudine, ma anche di sorpresa profonda.
Per un istante, solo un istante, era stato possibile immaginare un altro Stefani.
Un uomo che avrebbe potuto essere diverso.

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LXII

DAL PROLETARIATO ALLA PUREZZA: LA METAMORFOSI DEL PARTITO COMUNISTA DEI ROMANI (Le Monde, 12 febbraio 1992)

Fondato nel 1919 sull’esempio bolscevico, il PCdR è oggi irriconoscibile. Dalla Rivoluzione d’ottobre alla razza mediterranea: l’ideologia del nuovo segretario, il dottor Eugenio Rambaldi, apre scenari inquietanti.

ROMA – Pochi partiti al mondo hanno conosciuto tante metamorfosi, e così radicali, quanto il Partito Comunista dei Romani (PCdR).

Nato nel 1919, sull’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre e per iniziativa di un gruppo di intellettuali e sindacalisti vicini all’Internazionale Comunista, il PCdR rappresentò a lungo il volto più idealista e intransigente della sinistra romana. Il suo primo segretario, Terenzio Ferri, un emissario moscovita rimasto in Italia dopo il congresso fondativo, ne plasmò la struttura e il linguaggio, facendone una macchina politica disciplinata e ideologicamente ortodossa.

Durante il regno di Marciano VI, il partito godette di una relativa tolleranza: i suoi militanti potevano operare nei sindacati, i giornali del partito circolavano (entro certi limiti), e alcuni esponenti riuscirono persino a farsi eleggere in parlamento. Tuttavia, sotto il regno del carismatico e autoritario Giovanni Battista Giraldini (1924–1935), il PCdR venne dichiarato illegale, i suoi leader arrestati o costretti all’esilio. Solo con la restaurazione di Marciano VI e la fine dell’autocrazia, il partito tornò a esistere formalmente, pur relegato a un ruolo marginale.

Sotto Paolo VIII, e più tardi durante la presidenza di Francesco Saverio Salvio-Stefani, il PCdR è rimasto l’unico partito d’opposizione ufficialmente legale, una sorta di reliquia ideologica utile al regime come foglia di fico democratica. Privo di reale peso parlamentare, confinato all’1-2% dei voti, per decenni il PCdR si è limitato a recitare il copione di una sinistra disciplinata e inoffensiva.

Dall’internazionalismo al nazional-comunismo
A partire dagli anni Settanta e Ottanta, però, qualcosa è cambiato. L’ala filosovietica, fedele al dogma di Mosca, si è lentamente erosa, lasciando spazio a una corrente che i marxisti-leninisti ortodossi hanno dispregiativamente definito “nazional-comunista”. Questa fazione, nel tentativo di adattarsi alla realtà dell’Impero Romano contemporaneo, ha sostituito la lotta di classe con il concetto di “solidarietà nazionale dei lavoratori”, e l’internazionalismo proletario con un orgoglioso richiamo alle radici etniche e storiche della romanità.
Da qui il paradosso: un partito nato per demolire il nazionalismo, finisce per assorbirlo e rivendicarlo come fondamento della propria identità politica.
A concludere questa mutazione è oggi un personaggio enigmatico, controverso e, per molti versi, inquietante: il dottor Eugenio Rambaldi.

Rambaldi: l’eretico rosso
Scienziato e medico per formazione, arrestato ai tempi dell’Imperatore Paolo VIII, secondo alcune voci complice del misterioso progetto TITAN-51, Rambaldi è tornato a Roma due anni fa, dopo un lungo esilio volontario negli Stati Uniti. Da allora ha scalato rapidamente le gerarchie del PCdR, fino alla sua elezione a segretario generale, avvenuta pochi giorni fa nonostante il suo recente arresto da parte del regime.
I suoi sostenitori lo descrivono come “un marxista puro, capace di rinnovare il pensiero socialista”; ma i suoi scritti interni al partito raccontano un’altra storia.
Il dottor Rambaldi parla di razze, non di classi; di purezza biologica invece che di giustizia sociale; di armonia organica del popolo mediterraneo contro il “caos meticcio del capitalismo globalista”.
La sua visione è un miscuglio di biologia distorta, spiritualismo esoterico e collettivismo autoritario: una trasfigurazione mistica del socialismo, più vicina alle teorie razziali della Germania degli anni Trenta che a Marx o Engels.

“La Razza, non la Classe”
In un recente intervento nel Politburo del partito, trapelato in forma anonima, Rambaldi spiega testualmente:

“Il marxismo ha fallito perché ha frainteso la natura dell’uomo. Non è la classe, ma la Razza, il vero motore della storia. La civiltà è il frutto delle razze superiori; la decadenza nasce dal loro incrocio e dalla corruzione dei valori vitali.”

L’eresia ideologica è evidente, ma ciò che preoccupa è il seguito che queste parole stanno ottenendo. Giovani militanti, delusi dalla sterile retorica della vecchia guardia filosovietica, si stringono attorno al nuovo segretario come attorno a un profeta.
Nei circoli studenteschi e nei club operai si parla apertamente di una “rigenerazione socialista della razza romana”.
La linea di Rambaldi, inoltre, contiene un ulteriore elemento disturbante: un rigido veganismo militante che non nasce da motivazioni etiche, ma da un concetto biologico di purezza. Secondo il segretario, l’uccisione di animali “contamina la vibrazione vitale della Razza” e rappresenta “il sintomo della decadenza materialista delle società capitaliste”.

Dal marxismo al mito
Dietro il linguaggio apparentemente comunista, l’ideologia di Rambaldi cela tutti gli elementi di un nuovo totalitarismo mistico: la visione organica dello Stato, il culto della purezza, l’idea di una missione civilizzatrice affidata a una razza eletta.
In poche parole, nazionalsocialismo travestito da socialismo scientifico.

L’elezione di Rambaldi alla segreteria del PCdR rappresenta dunque il compimento di una mutazione lunga settant’anni: dal proletariato alla purezza, dall’internazionalismo all’etnonazionalismo, dal partito della classe operaia al partito della “razza mediterranea”.

A tre anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, l’Impero Romano è l’unico Paese del mondo occidentale in cui un partito comunista gode ancora di rappresentanza parlamentare. Ma quel partito, oggi, ha ben poco a che vedere con Marx.
Il dottor Rambaldi ha tolto al comunismo romano la falce e il martello, sostituendoli, idealmente, con il sole nero del mito razziale.

Un ritorno alle origini, dicono alcuni.
Una discesa nell’abisso, correggono altri.

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LXIII

COORDINAMENTO SERVIZI DI SICUREZZA (CoSDi)
Direzione Generale – Ufficio Analisi Comunicazioni Ostili
CLASSIFICAZIONE:
RISERVATISSIMO – USO INTERNO
DATA: 12 febbraio 1992
OGGETTO: Trascrizione integrale di messaggio radio trasmesso dal leader della resistenza islamista Sayyid Muḥammad Mujāhid al-Barqī sulla frequenza 14870 kHz (onda corta).
Durata trasmissione: 7 minuti e 43 secondi.
Lingua originale: Arabo classico.
Traduzione ufficiale a cura del Servizio Linguistico del CoSDi – Sezione Nordafrica.

TRASCRIZIONE (traduzione integrale)
Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.
Popoli della Ummah, fratelli della fede, figli del deserto e delle montagne dell’Atlante: oggi vi parlo dal cuore della Algeria, dove le sabbie hanno bevuto il sangue dei martiri e la verità ha testimoniato l’ingiustizia dei crociati di Roma.
Roma, l’antica prostituta che veste d’oro e incenso, pretende di insegnare la legge e la giustizia, ma i suoi soldati versano il sangue dei deboli e chiamano “ordine” la distruzione, “pace” il massacro, “sicurezza” l’assassinio dei bambini.
A Menazoua, le vostre mani hanno bruciato la carne delle madri e gettato i corpi dei loro figli in fosse comuni. Avete chiamato tutto ciò “Operazione Speciale Antiterrorismo”. Noi lo chiamiamo col suo vero nome: crociata contro l’Islam.
Eppure, quando la guerra tocca le vostre case, quando il fuoco che avete acceso torna a divampare su di voi, gridate “crimine di guerra”.
Voi, Romani, parlate di civiltà e costruite templi al vostro Dio del Denaro. Ma i vostri palazzi sono pieni di corruzione, e le vostre mani tremano quando il sangue dei giusti ricade su di voi.
Noi non combattiamo per il potere, ma per la purezza. Non uccidiamo per odio, ma per purificare.
Così dice l’Altissimo:

«Non pensare che Allah sia ignaro di ciò che fanno gli ingiusti. Egli rinvia loro un termine fino al giorno in cui gli occhi si spalancheranno.»

Roma crede che la sua vittoria sia definitiva, ma la vittoria di chi opprime non dura più del respiro di un uomo.
Le vostre basi nel deserto sono circondate, i vostri alleati tremano, e le vostre stesse città saranno presto testimoni della giustizia di Allah.
L’ombra che credevate spenta si leverà di nuovo.
E quando la vedrete venire da dove il sole tramonta, ricordate le mie parole: la sabbia non dimentica, e il fuoco non si estingue.
Allāhu akbar.

NOTE ANALITICHE
    • Contenuto: il messaggio rientra nella retorica tipica del Fronte Islamico di Resistenza (FIR), ma si distingue per l’insistenza sul tema del massacro di Menazoua e per l’inclusione esplicita di un riferimento coranico (Sura Ibrāhīm, 14:42) in chiave escatologica, con chiaro intento intimidatorio.
    • Messaggio implicito: il verso “l’ombra che credevate spenta” è stato interpretato dagli analisti come un’allusione ad attacchi imminenti sul suolo metropolitano romano, possibilmente di natura terroristica.
    • Tono: il tono del comunicato suggerisce una crescente sicurezza e capacità di coordinamento del leader islamista, probabilmente rafforzato dal consenso popolare dopo la diffusione delle notizie sul villaggio di Menazoua.
    • Raccomandazione: monitoraggio rafforzato delle comunicazioni in onda corta sulle frequenze 14.000–15.000 kHz e sorveglianza dei centri islamici nelle province africane.

FIRMATO:
Col. Marco Vittore
Direzione Analisi e Contropropaganda
a COORDINAMENTO SERVIZI DI SICUREZZA (CoSDi)

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LXIV

PALAZZO DEL QUIRINALE, STUDIO PRESIDENZIALE — 19 febbraio 1992, ore 15:47

Lo studio presidenziale era immerso nella quiete artificiale del pomeriggio romano, filtrata dalle tende pesanti del Quirinale. Stefani era seduto alla scrivania, una pila di fascicoli davanti, ma gli occhi fissi sul telefono. La chiamata gli era stata suggerita dal ministro Pisani quella mattina, quasi sottovoce: “Presidente, forse sarebbe il caso di verificare di persona la situazione a Parma.”
Dopo un attimo di esitazione, compose il numero.

Il segnale squillò tre volte, poi una voce esitante rispose.
— Istituto Penitenziario di Parma, ufficio direzione, buongiorno.
— Qui parla il Presidente della Repubblica — disse Stefani, con la voce tagliente come un bisturi. — Passatemi immediatamente il direttore.

Un fruscio di confusione, poi il cambio di linea. La voce del direttore arrivò spezzata, trafelata.
DIRETTORE: Presidente! È un onore… non mi aspettavo…
STEFANI (brusco): Non perda tempo con i convenevoli, direttore. Mi serve sapere in che condizioni è detenuto il dottor Eugenio Rambaldi.
DIRETTORE: Certamente, Presidente. Il detenuto Rambaldi gode di ottima salute, collabora con il personale, non ha mai dato problemi disciplinari.
STEFANI: È in isolamento, come da direttiva? (si china leggermente in avanti, con gli occhi socchiusi.)
DIRETTORE (esita): Eh… no, signor Presidente. Il dottor Rambaldi è in una cella doppia. Non vi erano celle singole disponibili nel braccio riservato ai detenuti di sicurezza speciale.
STEFANI (rigido): Con chi, esattamente?
DIRETTORE (tossisce): Con il signor Lucilio Prisco, Presidente. Il segretario generale del Fronte Sociale del Sole Invitto. Ma posso assicurarle che non vi sono stati incidenti. Anzi, i due… sembrano aver trovato una certa…
STEFANI (tagliente): Una certa cosa, direttore?
DIRETTORE: Una certa… affinità, Presidente. Parlano spesso: letture comuni, filosofia politica, credo. Il personale li definisce… educati.

Seguì un silenzio teso. Stefani si alzò lentamente dalla sedia, il ricevitore stretto nella mano, il volto rigido.

STEFANI: Lei mi sta dicendo, direttore, che nel suo istituto un ideologo comunista e un capo neonazista cenano insieme e discutono di filosofia. E nessuno trova nulla di anormale?
DIRETTORE: Presidente, non è…
STEFANI (irato): Stia zitto! Da questo momento, il detenuto Rambaldi deve essere trasferito in isolamento totale. Niente contatti, niente compagni di cella, niente libri non approvati dal ministero. Capito?
DIRETTORE: Ma… Presidente, dovrei almeno avere un’autorizzazione formale…
STEFANI: L’autorizzazione ce l’ha: è questa telefonata. (Silenzio) Entro un’ora, direttore. Mi capisce? Un’ora.

Poi la linea si spense. Stefani rimase immobile per qualche istante, il telefono ancora nella mano, come se la voce del direttore potesse materializzarsi di nuovo.

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LXV

LE MONDE — 24 février 1992
À Rome, un nom interdit franchit les murs du silence : Rambaldi.
Par Jean-Paul Vautrin, correspondant à Rome

ROMA — C’è un nome che da tre anni non veniva pronunciato pubblicamente nei palazzi del potere romano. Un nome che evocava più un fantasma che un uomo, una leggenda sussurrata nei corridoi, nei caffè, nei campus universitari. Quel nome, ieri, è risuonato per errore, o per distrazione, nell’aula del Congresso dei Deputati: Eugenio Rambaldi.
È stato il primo ministro Raffaele Taranto, nel corso di una relazione ufficiale sulle recenti operazioni di polizia contro i gruppi dell’estrema destra, a lasciarsi sfuggire la frase:

“Con l’arresto di Lucilio Prisco e del dottor Eugenio Rambaldi, il governo ha neutralizzato due dei principali ispiratori dell’estremismo politico che minaccia la Repubblica.”

La reazione è stata immediata: un brusio che attraversa l’aula, i deputati dell’opposizione si alzano, i giornalisti annotano freneticamente. Poco dopo, le agenzie battano la notizia.

Un nome che doveva restare segreto – Secondo fonti vicine al Quirinale, il presidente Stefani aveva impartito ordini precisi: nessun nome, nessuna conferma, nessun riconoscimento pubblico. La linea ufficiale era di parlare di “un’operazione di sicurezza nazionale” senza personalizzare il caso, per evitare, parole testuali, “la creazione di martiri o simboli dell’opposizione.”
L’“errore” del primo ministro ha dunque violato la consegna più delicata del governo. Ma se a Roma l’imbarazzo è palpabile, all’estero cresce la curiosità.

Chi è davvero Eugenio Rambaldi? – Ufficialmente, un medico e accademico, già noto negli anni Settanta per le sue posizioni radicali in seno alla sinistra extraparlamentare. Poi, il silenzio: un arresto misterioso nel 1983, la sparizione nel 1985, il ritorno improvviso nel 1990.
Negli ultimi tempi, Rambaldi aveva scalato rapidamente i ranghi del Partito Comunista dei Romani (PCdR), fino a diventarne il nuovo segretario grazie, dicono gli osservatori, al suo carisma e alla capacità di reinterpretare il marxismo in chiave “nazionalista”. Un ossimoro politico che aveva però conquistato un’ampia fetta di militanti delusi.
Ma il suo passato resta oscuro. Da anni circolano voci, mai confermate, sul suo ruolo in un presunto programma segreto di ricerca militare sotto l’Imperatore Paolo VIII, e sul fatto che il suo arresto originario non fosse legato a motivi politici, bensì a conoscenze “troppo sensibili”. Altri parlano di esperimenti, di un progetto medico-militare denominato TITAN, e di una fuga negli Stati Uniti. Il governo, da parte sua, non ha mai smentito né confermato nulla.

Un errore che crea un simbolo – Quel che è certo è che, con una sola frase pronunciata in aula, il primo ministro Taranto ha involontariamente trasformato Rambaldi in un’icona politica. In un paese dove la stampa è sottoposta a una censura discreta ma costante, l’errore è bastato a rompere il silenzio: il nome proibito è tornato di dominio pubblico.

“È come se l’avessero risuscitato,” commenta un diplomatico statunitense a Roma. “Fino a ieri, Rambaldi era un detenuto ignoto. Da oggi, è un prigioniero politico.”

Un boomerang per il regime – Mentre il governo cerca di minimizzare l’incidente, parlando di una “svista linguistica”, gli analisti notano come l’episodio rischi di avere conseguenze pesanti per Stefani. “Nel tentativo di apparire forte contro gli estremismi,” scrive il quotidiano Il Ronzio, “il premier ha fornito all'opposizione il nome e il volto riconoscibile che le mancavano.”
Anche la stampa straniera sottolinea la portata simbolica della gaffe. Per il Guardian, “il nome di Rambaldi potrebbe diventare per l’opposizione romana ciò che quello di Sakharov fu per i dissidenti sovietici.”

Un uomo, un enigma – Rambaldi rimane in carcere a Parma, ufficialmente in regime di isolamento. Ma la sua figura, avvolta nel mistero, sembra già travalicare le mura della prigione.
Come scrive un osservatore francese residente a Roma: “Forse il regime di Stefani non teme Rambaldi per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta: il ricordo di qualcosa che non può essere controllato, e il presagio di qualcosa che non si può più fermare.”

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LXVI

ROMA, RESIDENZA STEFANI – 25 febbraio 1992, ore 23:18
Studio privato di Stefani. Le luci sono basse e il silenzio è rotto solo dal frusciare della penna del presidente sui fogli sparsi sul tavolo. Accanto a lui, Teodoro Lori è chino su una cartella di appunti, mentre il ministro Pisani sfoglia una lista di nomi e incarichi.
Il governo Taranto è ufficialmente caduto da meno di ventiquattr’ore. L’incidente parlamentare, quella singola parola, “Rambaldi”, ha scatenato una valanga, e Stefani non ha potuto fare altro che accettare le dimissioni del primo ministro. Ora si tratta di ricomporre il quadro, di ricucire il danno politico prima che si allarghi.
Il nuovo governo sarà guidato da Pisani; non per convinzione, ma per equilibrio.

PISANI (sistemando gli occhiali): Se mi confermate l’Interno, Presidente... direi che la priorità è ristabilire la calma. Il paese è stanco di scosse.
STEFANI (senza sollevare lo sguardo): Le scosse non sono mai un problema, Cornelio. Il problema è chi resta in piedi dopo.
LORI (timidamente): Posso inserire questa frase nel comunicato? Ha un tono forte.
STEFANI (accennando un sorriso): No, Teo. Meglio di no, è troppo vero per essere stampato.

A quel punto la porta si apre piano, Livia Stefani entra nella stanza. È vestita semplicemente, con un maglione chiaro, ma la sua presenza interrompe il ritmo della discussione. Gli occhi del padre si alzano di colpo.

STEFANI (sorpreso, ma affettuoso): Livia. Non dormi?
LIVIA: Difficile dormire, con tutto quello che sta succedendo. (guarda i fogli sul tavolo) State scegliendo i ministri, vero?
PISANI (mezzo sorriso): Una figlia molto attenta, Presidente.
LIVIA: Non serve essere attenta, basta accendere la radio. Tutti sanno cos’è successo in Parlamento.

Un silenzio breve, tagliente. Stefani capisce dallo sguardo di Livia che la figlia deve parlargli; posa la penna e si alza.

STEFANI: Scusatemi, Cornelio, Teo. Torno tra un momento.

Livia lo precede fuori, nel corridoio. La porta si chiude dietro di loro, lasciando Lori e Pisani da soli nella luce calda dello studio. Nel corridoio, la penombra e l’eco dei passi attutiscono le voci.
Livia si ferma, lo guarda negli occhi.

LIVIA: Papà, perché tutto questo clamore per Rambaldi? Perché il suo nome doveva restare segreto? Non era solo un medico?

Stefani sospira, non parla subito. La figlia osserva quell’uomo, che il mondo vede come di ferro, ora immobile, quasi esitante.

STEFANI (piano): Ci sono verità che non dovrebbero più essere dette, neanche tra padre e figlia.
LIVIA: Ma me lo dirai comunque.

Stefani resta in silenzio per un attimo. Guarda il pavimento, poi la figlia.
Non è un uomo che si lascia mettere all’angolo, ma Livia è la sua unica debolezza.

STEFANI: Rambaldi faceva parte di un progetto… molto riservato. Un programma medico voluto dall’Imperatore Paolo VIII in persona. Rambaldi era il suo uomo di fiducia, ed era vicino a lui, più di chiunque altro; troppo vicino. E quella vicinanza gli ha dato la possibilità di tradirlo.

Livia rimane in silenzio. Lo fissa, cercando nelle sue parole qualcosa che suoni autentico.

LIVIA (incredula): Tradirlo? Vuoi dire…
STEFANI (annuisce): È stato lui. Non ci sono prove ufficiali, ma… sì. Era troppo vicino, troppo informato. E quando l’Imperatore è morto, Rambaldi è sparito. Capisci ora perché il suo nome è pericoloso? Perché risveglia fantasmi che devono restare sepolti.

Livia resta in silenzio, scrutando il volto del padre. Non sa se credergli. C’è qualcosa di eccessivamente controllato nel modo in cui ha raccontato quella storia, come se stesse leggendo un testo già provato molte volte davanti allo specchio.

LIVIA: E adesso? Cosa farai di lui?
STEFANI: Niente che non sia già stato deciso. È dove deve stare.

Lei annuisce lentamente, ma la sua espressione è scettica. Poi cambia argomento, quasi per dissimulare.

LIVIA: E lo zio Longino? Sarà nel nuovo governo?
STEFANI: No. Longino resta al CoSDi. Sarà nominato ufficialmente Direttore, e questo basta. Il Ministero dell’Interno rimane a Pisani. (la guarda) Meglio non lasciare che certe persone credano di essere indispensabili.

Livia coglie il sottotesto. Capisce che tra il padre e Ramelli qualcosa si è rotto.

LIVIA: Non ti fidi più di lui.
STEFANI: Fidarsi, in politica, è un lusso da poveri.

C’è un attimo di silenzio, poi, inaspettatamente, Stefani cambia tono.

STEFANI: Livia… hai mai pensato di entrare nel governo?
LIVIA (perplessa): Io? Ma sei serio?
STEFANI: Più di quanto pensi. Hai un’intelligenza che spaventa e un carattere che taglia. Potresti essere utile.
E poi… (fa una pausa) non mi dispiacerebbe averti vicino.
LIVIA (ironica, ma non del tutto): Non so se sia un complimento o una trappola.
STEFANI: Entrambi. (sorride) Pensaci. Domani mattina mi darai la tua risposta.

Stefani torna nella stanza, dove Lori è ancora intento a sistemare i fogli, e Pisani rilegge metodicamente gli appunti. Il presidente si rimette a sedere, riapre il dossier del nuovo governo e dice semplicemente:

STEFANI: Bene, signori. Continuiamo.

Mentre il padre torna al lavoro, Livia si ferma un istante sulla soglia.
Lo guarda, immobile, e pensa che non lo ha mai visto così stanco. Poi si volta, saluta con la mano il padre, e scompare nel corridoio, lasciandosi dietro la sua voce ferma che detta i nomi del nuovo governo.

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LXVII

UN GOVERNO NUOVO MA CON LE SOLITE OMBRE (Valentino Tulliani, Il Ronzio)
Pisani sale, Taranto evapora, Lori sorprende, e Livia Stefani entra in scena
Data:
27 febbraio 1992

Il premier Cornelio Pisani ha letto ieri pomeriggio, nella sala stampa del Quirinale, la lista dei ministri del nuovo governo. Lista che, come al solito, più che un esercizio di politica assomiglia a un sudoku fatto con le mezze fedeltà, le punizioni paterne e le spine nel fianco abilmente ricollocate sotto il tappeto.
Vediamola, questa piccola corte del nuovo regno pisano-stefaniano.

TARANTO, IL GRANDE ASSENTE (E IL GRANDE PUNITO)
Il nome che non c’è, e che tutti cercavano, è uno: Raffaele Taranto.
Ex premier, ex uomo forte del governo, ex teorico della distensione con gli Stati Uniti, ex tutto.
Il dicastero degli Esteri — il suo porto naturale, la sua poltrona di seta — è stato assegnato non a lui, ma a Teodoro Lori. Sì, quel Lori: l’ex ambasciatore, ora logografo presidenziale, occasionalmente segretario, talvolta maestro di cerimonie, e da ora ministro degli Esteri. La prova vivente che, nel nuovo ordine stefaniano, la fedeltà personale vale più della competenza diplomatica.
Che Taranto sia caduto in disgrazia è evidente.
Che sia caduto per un errore, il suo lapsus in Parlamento sul caso Rambaldi, è la versione ufficiale.
Che sia caduto perché un segretario stira-camicie e senza ambizioni era più conveniente per il Presidente, è la versione che circola tra i corridoi del potere.
Chi indovina, vince.

PISANI PREMIER, PISANI MINISTRO DELL’INTERNO: IL CAVALLO DI TROIA PERFETTO
Pisani, che già teneva il Viminale, ora tiene anche Palazzo Flaminio.
In pratica, possiede metà Repubblica. La scelta è significativa: Stefani affida a Pisani il controllo dell’ordine interno e del governo, lasciando fuori dai giochi chi, fino a ieri, avrebbe potuto reclamare un ruolo di comando: Longino Ramelli.
E infatti…

RAMELLI: PROMOSSO? O POSATO?
Un decreto presidenziale uscito lo stesso giorno del nuovo governo nomina Ramelli direttore del CoSDi.
Apparentemente una promozione. In realtà, un perfetto recinto dorato: lontano dai ministeri, lontano dalle telecamere, vicino abbastanza da essere utile, lontano abbastanza da non essere pericoloso.
Chi conosce Stefani sa leggere la mossa: Ramelli resta al suo posto… e al suo posto deve restare.

ANICIO ALLA DIFESA: LA POLTRONA DEI MIRACOLATI
Che Germano Anicio resti ministro della Difesa, dopo lo scandalo Menazoua, è un miracolo che neppure la Santa Sede commenterebbe. Ovviamente, ufficialmente “non esiste nessun massacro”.
E quindi nessun ministro deve dimettersi per qualcosa che “non esiste”.
Logico, no?

LA SORPRESA: LIVIA STEFANI, LA FIGLIA DEL PRESIDENTE, È VICEPREMIER
E arriviamo al colpo di teatro.
La presenza di Livia Stefani nel governo, in qualità di vicepremier, è la vera notizia.
Incarico senza portafoglio? Formalmente sì.
Funzione reale? È presto detto: ministra per i rapporti col Quirinale.
Tradotto: la voce del Presidente dentro il governo.
E tutti, a Roma come all’estero, hanno visto in questa scelta un segnale grosso come la cupola del Pantheon:
Stefani vuole controllare il governo da vicino, e allo stesso tempo iniziare a costruire la futura erede: Livia, la principessa sorridente, lo aveva già accompagnato al G7 di Cartagine; ora ottiene una poltrona strategica.
Che sia una “prova generale” per un futuro più alto?
A domanda, nessuno risponde.
Ma nessuno ride.

CONCLUSIONE:
Taranto punito.
Ramelli recintato.
Anicio salvato.
Lori premiato.
Pisani potenziato.
E Livia lanciata.

È il governo più stefaniano che si potesse immaginare: un esecutivo costruito per fedeltà, equilibri domestici e rivalità personali, più che per politica.
La Repubblica, ancora una volta, si scopre un affare di famiglia.
Che coincidenza!

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LXVIII

ALGERIA – 27 febbraio 1992

Il camion sobbalzava su ogni pietra, ogni buca, ogni tratto di pista che sembrava più simile al letto asciutto di un uadi che a una strada. Era quasi mezzogiorno, e il sole batteva sul telone come un martello. L’aria dentro era un misto di polvere, sudore e metallo caldo.
Salvo era seduto sul cassone, la schiena appoggiata a una cassa di munizioni “deattivate”, la sigaretta in bocca e lo sguardo fisso fuori, verso l’orizzonte tremolante. Gianni, più nervoso, tamburellava le dita sul proprio fucile come se aspettasse sempre l’imboscata successiva.
Tra loro, con l’elmetto ancora troppo lucido e la divisa ancora troppo pulita, c’era il novellino. Diciannove anni, forse ne dimostrava sedici, con occhi che non avevano ancora imparato a stare bassi.

Fu Salvo a rompere il silenzio.
— Allora, ragazzino, sai almeno perché andiamo in quel villaggio?

Il novellino fece spallucce.
— Mi hanno detto di caricare queste casse. Munizioni. Loro ci danno cibo. Scambio alla pari, no?

Gianni rise, un riso secco.
— Ah, alla pari… sì, come no. Guarda, queste — diede un colpo alla cassa più vicina — sono munizioni bollite. Le hanno “disattivate” buttandole in acqua calda. Dicono che tanto gli arabi non se ne accorgono.
— E se se ne accorgono? — chiese il ragazzo.

Salvo si voltò verso di lui, togliendosi la sigaretta dalle labbra con lentezza.
— Se se ne accorgono, moriamo. Tutti e tre. Magari neanche sul colpo.

Il ragazzo deglutì. Gianni intervenne:
— Ma tranquillo, di solito non se ne accorgono. E poi sono talmente disperati che prendono tutto. Loro ci danno datteri, farina, acqua… quello che riescono.
— Ma… non dovremmo riceverli dall’esercito?
— Uh, senti senti — rise amaramente Gianni — questo pensa ancora che ci danno le razioni come su ‘sto libretto qua.
Tirò fuori da una tasca una copia sgualcita del manuale del soldato.
— La Mauritania non è come te la raccontano alla caserma, bello mio. Qua se vuoi mangiare, contratti. Se vuoi bere, contratti. Se vuoi sopravvivere, soprattutto, contratti.

Il camion prese una buca più profonda delle altre, il cassone sobbalzò e il ragazzo si aggrappò alla cassa più vicina. Salvo riprese, con un tono più basso, quasi stanco:
— Ma ricordati una cosa, ragazzino. Non lo facciamo perché siamo carogne. Lo facciamo perché nessuno ci porta niente. Le linee logistiche sono nel caos da mesi, poi da quando è morto Valerio… — si interruppe, lo sguardo perso fisso davanti a sé — da allora è tutto peggio.
Il ragazzo non disse niente.
— Valerio chi? — chiese dopo un attimo, con cautela.

Fu Gianni a rispondere, quasi sottovoce:
— Il terzo del nostro vecchio gruppo. Era come un fratello. Anche se credeva ancora che Stefani ci avrebbe salvati tutti. Poi un giorno siamo finiti in un’imboscata. Lui…
Si fermò. Salvo completò la frase:
— …non è tornato.

Il novellino annuì piano, senza capire fino in fondo, ma intuendo che era meglio non insistere.
— E quindi oggi dobbiamo solo fare questo scambio? — chiese.

Gianni sorrise, ma non era un sorriso rassicurante.
— Sì. “Solo”.
Poi, imitando la voce da ufficiale:
— Operazione logistica di routine.
Si guardò con Salvo e i due scoppiarono in una risata breve e amara.

Salvo gli diede una pacca sulla spalla.
— Ascolta, ragazzino. Qua non c’è niente di routine. In quel villaggio potrebbero essere amichevoli o potrebbero essere ostili. Potrebbero essersi venduti ad al-Barqī la settimana scorsa. Oppure potrebbero voler solo sopravvivere.
Fece una pausa, guardandolo negli occhi.
— La regola è una sola: tieni gli occhi aperti. E tieni la bocca chiusa. Se noi trattiamo, tu non fiatare.
— Ho capito.
— No. Non hai capito ancora. Ma capirai presto.
Salvo tornò a guardare l’orizzonte, tirando un’altra boccata.
— In Mauritania si capisce tutto molto in fretta… o non si capisce mai, perché si muore prima.

Il camion rallentò. Da fuori si udivano i primi rumori di voci arabe, un vociare basso e diffidente. Il villaggio era vicino. Gianni si alzò e controllò l’arma.
— E ricordati — disse al novellino — qualunque cosa succeda, tu segui noi.

Salvo si stiracchiò, spezzando la sigaretta sotto lo scarpone.
— Beh, andiamo a fare la spesa.

Il camion si fermò con un sussulto.
E l’Algeria li avvolse.

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LXIX

REPUBBLICA ROMANA – MINISTERO DELLA DIFESA
DIREZIONE GENERALE INTELLIGENCE MILITARE (DGIM)
RAPPORTO RISERVATO – LIVELLO “AURUM”
Data:
3 marzo 1992
Destinatari:
    Presidente della Repubblica Romana, F. S. Salvio-Stefani
    Primo Ministro, Cornelio Pisani
    Ministro della Difesa, Germano Anicio
    Direttore CoSDi, Longino Ramelli
    Capo di Stato Maggiore della Difesa, gen. Emilio Paolo Mazurkiewicz

Oggetto: Movimenti sospetti delle cellule islamiste in Mauritania – Valutazione preliminare del rischio di un’offensiva su larga scala.

1. Sintesi della situazione
A partire dal 12 febbraio u.s., le nostre unità SIGINT e HUMINT operanti nei settori di Tindouf, Adrar, Reguiba e Tamanrasset hanno registrato una serie di attività anomale riconducibili alla rete islamista comandata da Sayyid Muḥammad Mujāhid al-Barqī.

Tali attività riguardano:
    movimenti coordinati di milizie provenienti dall’interno del Sahara;
    riposizionamento di armamenti di medio calibro (mitragliatrici pesanti e mortai);
    incremento rilevato delle comunicazioni cifrate via HF;
    notevole intensificazione dei traffici lungo le piste tradizionali tra Gao, Bordj Badji Mokhtar e Menaka;
    comparsa di nuovi campi di addestramento nel settore meridionale dell’Adrar.

La DGIM ritiene che tali elementi non siano compatibili con normali attività guerrigliere ma si configurino come preparativi per una campagna bellica coordinata.

2. Elementi dettagliati raccolti
2.1 Intercettazioni radio (SIGINT)
Dalla stazione di ascolto “Falcata” sono stati registrati messaggi in codice che contengono espressioni ricorrenti quali “la Lancia si rialza”, “i figli del silenzio”, “la notte della restaurazione”.
La formula “restaurazione” era stata già usata nel 1985 in prossimità dell’offensiva del luglio.
L’interpretazione preliminare suggerisce una possibile operazione su vasta scala coordinata da al-Barqī.

2.2 HUMINT – Rapporti dai collaboratori locali
Fonti ritenute affidabili nell’area di Timimoun e Tit riferiscono:
    afflusso di combattenti stranieri (Mali, Niger, Ciad);
    acquisto massiccio di carburante e munizioni tramite intermediari tuareg;
    presenza di emissari di al-Barqī per “giuramenti di lealtà”.

Una fonte classificata OMEGA ha affermato: “L’Emiro prepara qualcosa di grande. Dice che la vittoria vera non è ancora venuta.”

2.3 Movimenti logistici islamisti
Le ricognizioni aeree dei droni serie C-IX hanno individuato almeno 9 colonne logistiche dirette a nord, con camion chiusi, probabilmente contenenti armi e viveri.
Per confronto, nell’aprile 1985 le colonne pre-offensiva erano state 7, con configurazione simile.

3. Valutazione della DGIM
La Direzione, dopo confronto con lo Stato Maggiore, propone la seguente stima:
    • Probabilità bassa (15%): riposizionamento tattico non finalizzato a un’offensiva.
    • Probabilità medio-alta (55%): attacco su scala regionale (es. Adrar o Tindouf).
    • Probabilità alta (30%): offensiva totale su più fronti, analoga o superiore a quella del 1985.

Il 30% rappresenta una soglia allarmante poiché, per prudenza, la DGIM evita stime elevate se non supportate da prove solide. Tuttavia, l’ampiezza della manovra attuale supera tutti i parametri degli ultimi tre anni.

4. Indicatori critici
1. Diminuzione improvvisa degli attacchi minori (tipico segnale di preparazione a un attacco maggiore).
2. Radicalizzazione dei messaggi audio diffusi via radio clandestina.
3. Ricomparsa della simbologia usata nel 1985: “la Lancia”, “la Notte della Restaurazione”, “la Sura del ferro”.
4. Presenza crescente di comandanti legati direttamente ad al-Barqī vicino alla linea del fronte.

5. Rischi per il dispositivo romano
Un attacco coordinato potrebbe:
1. sovraccaricare le basi avanzate di Tamanrasset, Reguiba e In Amguel;
2. circondare i presidi interni, tagliando le linee logistiche già fragili;
3. riaprire il fronte dell’Atlante meridionale, esponendo Cesarea, Algeri e Orano a nuovi assedi;
4. riaccendere tensioni etniche nei centri a maggioranza araba, con rischio di insurrezione urbana.

6. Raccomandazioni operative
La DGIM propone:
1. Stato di allerta ALFA-2 per le unità in Mauritania e Algeria.
2. Rafforzamento delle linee logistiche e creazione di depositi avanzati.
3. Sorveglianza intensiva tramite droni e ricognizioni aeree quotidiane.
4. Arresti mirati di intermediari tuareg sospettati di supportare l’offensiva.
5. Intensificazione della propaganda locale per prevenire sollevazioni nei centri urbani.

7. Conclusioni
Tutti gli indicatori convergono verso la possibilità concreta di un’azione militare su larga scala da parte delle forze islamiste entro 4–6 settimane.
La DGIM sottolinea che ignorarne i segnali equivarrebbe a ripetere gli errori dell’estate 1985.
Si raccomanda dunque estrema attenzione e l’implementazione immediata delle misure preventive sopra elencate.

Firmato:
Gen. Tito Aurelio Marzano
Direttore Generale – DGIM (Intelligence Militare)
Classificazione: AURUM
Divieto assoluto di copia o diffusione non autorizzata.

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LXX

PALAZZO FLAMINIO – STUDIO DEL VICE PRIMO MINISTRO LIVIA STEFANI
8 marzo 1992 – Pomeriggio

Lo studio nuovo di Livia era ancora un mezzo cantiere dell’anima: scatoloni, fiori di benvenuto già appassiti, una bacheca ancora vuota, e la scrivania immacolata che incuteva più soggezione che orgoglio.
Il suo segretario particolare bussò, introdusse il ministro della Difesa Germano Anicio, e richiuse la porta alle loro spalle.
Livia si alzò in piedi con un sorriso un po’ rigido, ancora poco abituata all’idea che un ministro, uno dei più importanti, per giunta, entrasse nel suo ufficio con deferenza.

«Ministro Anicio… benvenuto. La ringrazio di essere passato.»
«Vice Primo Ministro,» rispose lui con un accenno di inchino, «il piacere è mio. E mi perdoni se vengo senza appuntamento, ma… le circostanze lo richiedono.»

Livia annuì, indicando una delle poltrone. Il ministro si sedette, ma sembrava troppo agitato per star fermo: le mani serrate sulle ginocchia, la schiena tesa, lo sguardo che tradiva notti insonni.
Seguì qualche minuto di convenevoli: domande sul nuovo incarico, sulla difficoltà di ambientarsi, sull’agenda dei primi incontri internazionali. Livia rispose educata, ma percepì chiaramente che Anicio stesse solo prendendo fiato.
Poi lui si zittì di colpo e cambiò tono.

«Vice Primo Ministro… non sono qui per formalità.»

Tirò fuori dalla cartella un dossier sottile ma pesante come piombo, e lo appoggiò lentamente sulla scrivania.

«Questo rapporto è arrivato otto giorni fa al Quirinale. A oggi… non è stato preso nessun provvedimento.»

Livia si irrigidì:
«È un rapporto dell’intelligence militare?»
«Sì. Ed è il più allarmante che abbia letto dal 1985.»

La voce di Anicio vibrò appena, non per nervosismo: per la gravità della cosa.
La ragazza sfogliò qualche pagina. Linee di testo fitte, mappe del Sahara, schemi di movimenti. Non comprese tutto, non subito. Ma capì abbastanza, e mormorò:
«L’offensiva…»
«È imminente.» Anicio si sporse in avanti, abbassando la voce. «Vice Primo Ministro, l’intero dispositivo islamista si sta muovendo. Le stesse configurazioni, gli stessi segnali della grande offensiva dell’85. Le stesse parole in codice. Le stesse rotte logistiche. Tutto.»

Un silenzio pesante, quasi irreale.
Livia inspirò lentamente.
«E mio padre?»
«Sostiene che l’esercito sia…» Anicio esitò, come se faticasse perfino a pronunciarlo. «…allarmista. Che voglia gonfiare il budget. Che vuole più mezzi e più autonomia.»

Livia lo guardò incredula.
«E lei crede che non sia così.»

«Vice Primo Ministro.» Il ministro prese il dossier e lo posò più vicino a lei, come un oggetto sacro.
«Io sono responsabile della difesa di Roma. Se mi sbaglio, rispondo politicamente. Se si sbaglia lui, muoiono diecimila uomini. E forse cade la Mauritania.»

La voce gli si spezzò appena alla parola ‘cade’. Poi, con un gesto improvviso, quasi disperato, Anicio unì le mani. Non era una supplica formale: era una supplica umana.
«La prego. Lei è l’unica persona che il Presidente ascolta davvero.»

Livia vacillò. Non se lo aspettava. Ma in fondo sapeva che prima o poi qualcuno sarebbe venuto da lei per questo motivo. Non per le sue idee. Non per il suo ruolo. Perché era sua figlia.
«Ministro, io… non posso interferire nelle decisioni militari del Presidente.»

«Io non le chiedo di interferire.» La guardò negli occhi, con una sincerità cruda, quasi dolorosa.
«Le chiedo di parlargli. Di fargli capire che questa volta il pericolo è reale.»

Livia serrò le labbra, lo sguardo posato sul dossier.
Il suo nome, sui giornali, era già diventato “la ministra per i rapporti col Quirinale”, e ora capì che non era una battuta.
Anicio si alzò. La cartella rimase sulla scrivania.

«Legga il rapporto, Vice Primo Ministro. La prego. E poi… lo convinca. Per il bene di tutti noi.»
Esitò un istante sulla porta, come se volesse aggiungere qualcosa. Forse ‘scusa’, o ‘grazie’. O forse ‘aiutaci’.
Ma non disse nulla.

Quando uscì, Livia rimase sola.
Sola col silenzio dello studio.
Col peso del dossier.
E con la consapevolezza di essere, volente o nolente, l’ultima persona a poter scongiurare una catastrofe.
Strinse il dossier, sospirò, e mormorò a sé stessa:

«Papà… cosa stai facendo?»

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LXXI

ROMA, RESIDENZA STEFANI – 8 marzo 1992, sera

La casa degli Stefani, quella vera, non quella delle cerimonie di Stato, aveva un silenzio particolare dopo cena. Un silenzio domestico, vivido, fatto di passi ovattati sul parquet e di stoviglie lasciate ad asciugare. Livia entrò nello studio del padre con il dossier in una cartellina di pelle, ma non lo tirò subito fuori.
Stefani era alla scrivania, in camicia, gli occhiali bassi sul naso, intento a scorrere dei fascicoli con la penna stilografica che batteva ritmicamente contro il foglio. Alzò appena lo sguardo.
«Tutto bene, Livia?»

Lei annuì, prendendo posto sulla poltrona davanti a lui.
«Sì… più o meno. Ti devo parlare di una cosa. Ma prima… una sciocchezza.»

Stefani si tolse gli occhiali, intuendo già che quando Livia iniziava con una sciocchezza non era mai davvero una sciocchezza.
«Spara.»

Livia incrociò le mani in grembo, quasi timida.

LIVIA: «L’altra sera ero alla festa di Clara. Sai, la mia amica d’infanzia. E… beh, ho messo quel cappotto in cashmere che mi ha regalato Jiang Zemin o, meglio, che l'ambasciata cinese ci teneva tanto a farmi avere.»
STEFANI (divertito): «Ah, il famoso cappotto. Ci credo che te l’abbiano invidiato.»
LIVIA: «Appunto.» sospira «Clara mi fa: “Oddio, è stupendo! Dove l’hai preso?” E io… non sapevo cosa rispondere. Mi vergognavo proprio a dirle la verità. Mi sembrava una specie di… ostentazione.»
STEFANI (sorride): «Non è colpa tua se certi regali diplomatici sono… ingombranti.»
LIVIA: «Lo so. Però mi ha fatto pensare.» si stringe nelle spalle. «A quanto certe cose, certi privilegi, ti cambiano la prospettiva. A come possono… allontanarti dagli altri, se non stai attenta.»

Stefani la osservò con attenzione nuova. «Perché mi stai dicendo questo, Livia?»
Livia respirò profondamente. Era arrivato il momento.
Aprì la cartellina e tirò fuori il dossier dell’intelligence; lo posò sulla scrivania tra loro, con un gesto lento, controllato.

LIVIA: «Per questo.»
STEFANI (rigido): «Chi te l’ha dato?»
LIVIA: «Il ministro Anicio.»

Il presidente rimase in silenzio per un istante, le dita intrecciate come se stesse valutando una linea di attacco.

STEFANI: «E cosa ti ha detto Anicio?»
LIVIA (calma, ma con un filo di apprensione): «Che tu non lo stai ascoltando, che hai lasciato questo rapporto sulla scrivania da oltre una settimana senza prendere provvedimenti.
E che secondo l’intelligence un’offensiva islamista è imminente. Molto imminente.»

Stefani chiuse gli occhi un istante, come se avesse già previsto tutto quel dialogo.

STEFANI: «Livia… L’esercito manda dossier allarmisti da anni. Sanno benissimo come funziona: più fai paura, più risorse ottieni. È un meccanismo vecchio come Roma stessa. Non è la prima volta che tentano di influenzare l’agenda politica.»
LIVIA: «Ma questo non è come gli altri.» spinge il dossier più vicino a lui. «L’ho letto, papà. Tutto. Spostamenti, intercettazioni, mappature. Non sono voci: sono dati. Incrociati, coerenti e preoccupanti.»
STEFANI (guardandola con un misto tra affetto e irritazione): «Tu non hai idea di quante volte, negli ultimi dieci anni, mi abbiano detto che “un’offensiva è imminente”. Ogni tre mesi, come le maree.»
LIVIA: «Ma questa volta è diverso.»

Silenzio. Livia percepì che la frase gli era arrivata dritta.

LIVIA (addolcendosi): «Papà. Non sto dicendo che devi piegarti all’esercito. Sto dicendo che… ignorare questo rapporto potrebbe essere un errore enorme. Anche secondo me la situazione è molto simile al 1985. Troppo.»

Stefani non rispose subito; si sporse indietro con una lentezza calcolata, come se misurasse il proprio respiro.

STEFANI: «Il ministro Anicio è… suggestionabile. E tende al catastrofismo.»
LIVIA: «È disperato. E ha ragione di esserlo, glielo si vede in faccia. È terrorizzato dal fatto che nessuno ti smuove su questo. E credimi: non è un tipo che si terrorizza facilmente.»

Stefani rimase a fissare il bordo del dossier, poi, finalmente, parlò, con il tono di chi concede qualcosa che non vuole concedere.

STEFANI: «Va bene. Domani parlerò con Anicio, e con il capo di stato maggiore Mazurkiewicz. ‘Nel caso che’, come dici tu.»
LIVIA (annuisce): «Grazie.»
STEFANI (le punta un dito contro): «Ma sia chiaro: non sto dando carta bianca alle forze armate. Ascolterò. E poi deciderò. Io, non Anicio.»
LIVIA: «È tutto quello che ti chiedo.»
STEFANI (più rilassato): «Però una cosa devi dirmela.»
LIVIA: «Cosa?»

Lui la osservò con un mezzo sorriso stanco.
«E alla tua amica Clara… poi cos’hai risposto sul cappotto?»

Livia arrossì, e rise, finalmente.
«Che era un regalo.»
«Ottima scelta» concluse Stefani. «La verità, senza fare sfoggio.»

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LXXII

ALGERI – 9 marzo 1992

La notte aveva quell’odore metallico e acre che solo Algeri sapeva sputare fuori quando era sul punto di esplodere. Le voci correvano tra i soldati come topi tra le crepe: «Sta per iniziare», «dicono che attaccano a sud», «Mazurkiewicz lo sa, ma a Roma non ascoltano».
Nel quartiere di Bab el-Oued, però, la guerra sembrava lontana.
Almeno fino a quando arrivò il maggiore Vittorino ‘Rino’ Franceschini.

Rino guidava la pattuglia come un capitano di ventura: stivali impolverati, camicia dell’uniforme semiaperta sul petto tatuato, pistola infilata dietro la cintura. Intorno a lui, una ventina di paracadutisti della Leone IV arrancavano tra casse di contrabbando, bottiglie recuperate, sigarette di dubbia provenienza. Ridevano, si spingevano, uno suonava una fisarmonica mezza rotta trovata chissà dove.
Eppure, anche nella goliardia, c’era qualcosa di inquietante in loro: un filo di adrenalina, un retrogusto di violenza trattenuta. C’era sempre, soprattutto quando comandava Rino.

Lui li teneva insieme così: con carisma e audacia, con quella maniera di sfidare il mondo come se fosse nato per vincere o morire, non per vivere. I suoi uomini lo adoravano. I suoi superiori lo avrebbero spedito volentieri a spaccare pietre a Ponza, e lo avrebbero fatto da diversi anni se Rino non fosse stato figlio di un generale, e non avesse avuto amicizie e legami familiari che arrivavano ai vertici dello Stato. Si fermarono sotto un portico, attratti dalla musica e dal vociare proveniente da un bar illuminato da luci al neon tremolanti.
Fu allora che li videro. Una trentina di uomini in mimetica desertica, in parte seduti a terra, in parte appoggiati ai muri. Altri ancora barcollavano con bottiglie di arak in mano.
Il distintivo blu cucito sulla manica era inconfondibile: il Battaglione Azzurro, i BIS, le squadre della morte.

Gli uomini più temuti della Repubblica. E i più odiati da chiunque conservasse ancora una briciola di coscienza.
Rino si immobilizzò. E quando vide la scena, un filo di sangue gli salì al cervello.
Due dell’Azzurro stavano trattenendo una cameriera. Una ragazzina – non più di sedici anni – che stringeva il grembiule con le mani tremanti. Uno la teneva per il polso, l’altro le sussurrava qualcosa all’orecchio.
La ragazza piangeva in silenzio.
Rino si sfregò la mano sulla mascella. Respirò: uno, due, tre… Era il massimo della calma che fosse in grado di produrre.

«Ehi,» disse. «Lasciatela andare.»
Gli uomini dell’Azzurro si voltarono. Sorrisero. Ma non era un sorriso.

«Guarda chi c’è,» biascicò uno. «Il cucciolo di Anastasi.»
«Franceschini,» disse un altro. «Quello che si crede un eroe.»

Risero, ma Rino era serissimo.
«Ho detto: lasciatela andare.»
Rino parlava piano. Il che, per chi lo conosceva, era segno di pericolo imminente.

Il più grosso dei due sbuffò.
«Ehi, parà… siamo tutti colleghi qui. Che ti frega?»
«Quella è una bambina.»
«E allora? Non è mica tua sorella.»
Si voltò verso i compagni: «O no, ragazzi?»
Risero di nuovo.

Dietro Rino, i paracadutisti avevano smesso di muoversi. Si erano fatti rigidi, le mani sulle cinghie, sugli spallacci. Pronti.
«Sapete qual è il problema dell’Azzurro?» disse Rino. «Che credete di poter fare qualunque cosa.»

Il grosso gli si avvicinò. «E voi paracadutisti credete di essere più romani degli altri.»
Poi allungò una mano verso la sacca che uno dei parà teneva sulla spalla.
«Si divide tutto, vero? È la regola.»
«Togli la mano,» disse Rino.
Una seconda mano si allungò.
«Dai, maggiore. Offri da bere ai fratelli.»

Rino respirò, serrò la mascella.
Poi esplose.

In un unico movimento fluido, come se fosse parte del suo corpo, Rino estrasse la pistola, e la puntò al volto del primo uomo.
Silenzio.
Il rumore delle sicure abbassate seguì un istante dopo. Non solo dai BIS, ma anche dai paracadutisti.

Trenta contro venti armi puntate in una strada piena di civili.
Un secondo di distanza dall’Inferno.
«Provaci!» disse Rino.
La voce era calma. Troppo calma. La ragazzina scomparve dentro il locale correndo.

L’uomo dell’Azzurro sputò a terra.
«Vuoi fare il cowboy, Franceschini?»
«No,» disse Rino. «Voglio farti saltare il cervello sul marciapiede.»

La porta del locale si aprì di scatto. Un uomo uscì con passo misurato, lento, quasi elegante.
Leandro Gallo, il comandante ‘Volpe’. Una benda nera sull’occhio destro, capelli rossi, basette bianche. Sorriso sottile, come una lama.
Dietro di lui, per sfortuna di Franceschini, un generale dell’esercito, visibilmente indignato. Volpe si fermò sotto il portico, e parve osservare la scena come se fosse un fenomeno zoologico.
Poi parlò.
«Maggiore Franceschini,» disse con voce vellutata. «Che sorpresa.»
Il generale intervenne subito.
«Che diavolo succede qui?!»
Volpe guardò i suoi uomini, poi Rino. Poi fece un piccolo sospiro.
«Signor generale,» disse. «Temo che il maggiore e i suoi uomini… abbiano un po’ alzato il gomito.»

Rino ringhiò. «Tu bastardo—»
«Maggiore!» tuonò il generale. «Abbassi quella pistola immediatamente! Non tollererò una simile indisciplina per strada!»
Rino rimase immobile, gli occhi puntati su Volpe. Che sorrideva. Non apertamente, ma quanto basta.

«Maggiore,» disse il generale, più freddo, «lei e i suoi uomini tornate immediatamente alla base. Consideratevi tutti agli arresti di reparto fino a nuovo ordine.»
Rino non si mosse.
«È un ordine diretto,» disse il generale. «O devo farla trascinare via?»
La mascella gli tremò. Poi, con un gesto secco, Rino abbassò la pistola. Dietro di lui, i suoi fecero lo stesso.
Volpe si avvicinò di mezzo passo. Ogni suo movimento era un insulto silenzioso.

«Buona serata, maggiore.» Sorrise di nuovo. «E… attento alle tue compagnie.»
I paracadutisti si ritirarono, lenti, tesi come molle. Rino era l’ultimo della fila.
Prima di svoltare l’angolo, si voltò. Leandro Gallo era ancora là, l’occhio vivo che brillava come quello di un predatore. Le mani giunte dietro la schiena.
Fermo. Immobile.
Sovrano.

Rino lo guardò a lungo. E in quello sguardo c’era tutto: umiliazione, rabbia, e una promessa.
Non servì una parola.
Volpe sollevò appena il mento, come a dire: ti sto aspettando.

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LXXIII

ALGERI – 11 marzo 1992

Il locale era lo stesso di due notti prima. Luci tremolanti, odore di fritto, musica stonata da un vecchio televisore appeso al muro. E c’erano anche loro: gli uomini del Battaglione Azzurro. Ubriachi, rissosi ed euforici.

Avevano vinto contro Franceschini, o almeno così credevano. Ridevano, sbracciandosi, mimando la scena:
«Hai visto la faccia del parà?»
«Il generale gli ha fatto abbassare la cresta!»
«Il cucciolo di Anastasi… ah!»

Il più brillante, ovviamente, era Volpe. Seduto composto, gambe accavallate, bicchiere d’arak in mano, schiena dritta come un ufficiale modello e sorriso freddo. Aveva capito perfettamente che Franceschini non avrebbe ingoiato l’umiliazione, per questo era vigile. O perlomeno pensava di esserlo.
Gli uomini dell’Azzurro no, loro erano convinti di essere intoccabili.
Fu per questo che non sentirono i passi.
Non subito.

Il primo suono fu un clonk, sordo, quasi soffocato.
«Che è stato?» chiese uno, mezzo ubriaco.
«Piccioni,» disse un altro. «O scimmie, che ne so.»
Un altro clonk. Poi un graffiare.
Passi veloci, e troppe ombre.
Volpe si irrigidì, e posò il bicchiere.
«Silenzio.»

Troppo tardi.
Due granate caddero dal lucernario, altre da una finestra rotta.
Altre ancora piovvero come grandine.
Per un istante il locale ammutolì.
Poi—SSSHHHH—FUMF!
Il gas lacrimogeno esplose ovunque, bianco, violento, chimico. Gli uomini dell’Azzurro iniziarono a tossire, a urlare, a strofinarsi gli occhi. Crollavano contro i tavoli, inciampavano sulle sedie.
Volpe si coprì la bocca con il bavero della giacca, tentando di alzarsi, la benda sul suo occhio destro assorbiva il gas più velocemente di una spugna.

«Fuori!» gridò. «Fuori dal— coff— coff!»

Ma le porte erano già bloccate dall’esterno.
La porta principale esplose verso l’interno con un calcio secco, e il locale si riempì di ombre.
Dodici uomini. Uniformi senza gradi, senza nome, senza simboli, passamontagna e maschere antigas.
Paracadutisti, ma nessuno poteva dimostrarlo.
Si muovevano decisi e professionali come una squadra addestrata. Uno ad uno, gli uomini dell’Azzurro venivano disarmati, spinti a terra e immobilizzati. I più lucidi tentavano di reagire, ma il gas li teneva piegati in due, a vomitare sugli stivali.
Rino Franceschini entrò per ultimo.

Lo si riconosceva dal passo, dall’energia, dal modo di girare la testa, ma il volto era coperto dalla maschera e dal passamontagna. Si muoveva lento, preciso, come se stesse scegliendo un trofeo.
Trovò Volpe in fondo alla sala, in ginocchio, con l’unico occhio funzionante che lacrimava come un rubinetto rotto.

«Maggiore Franceschini…» fece Volpe con un filo di voce, tossendo. «Pensavo avessi più onore.»

Rino non rispose. Si chinò e gli afferrò il colletto.

«Gli uomini come te,» disse con voce alterata dal filtro della maschera, «capiscono solo una lingua.»
Trascinarono Volpe fuori dal locale. Il Battaglione Azzurro giaceva al suolo, mezza coscienza e occhi gonfi.
Fuori, il vicolo era buio e deserto, il gas usciva dalle finestre come vapore da un motore rotto.
Volpe venne tenuto in piedi da due paracadutisti, mentre Rino sfilava un grosso sacco di tela da un mulo parcheggiato dietro l’angolo.
Un altro paracadutista gli strappò pantaloni e mutande con un gesto secco.
Il freddo lo colpì come una frustata.

«Davvero questa è la tua idea di punizione?» chiese Volpe, tentando di mantenere la dignità. «Mi aspettavo… di meglio.»

I paracadutisti risero. Non come ubriaconi, ma come predatori che hanno tra le mani la preda.

«Non è una punizione,» disse Rino. «È un messaggio.»

Lo infilarono nel sacco fino alla vita, lasciandogli fuori le gambe e i genitali, lo legarono stretto e poi iniziarono a colpirlo. Non per ucciderlo né per rompergli le ossa.
Ma per farlo sentire piccolo, ridicolo, impotente.

Pugni al fianco, manrovesci alle costole, ginocchiate leggere, ma precise.
Un colpo all’orecchio, uno alla spalla.
Volpe stringeva i denti; non gridava ma l’umiliazione era evidente.

«Quando uscirai da questo sacco,» mormorò Rino, avvicinando la maschera al suo orecchio, «ricordati che non sei invincibile.»
Volpe sputò sangue. «Quando mi toglierai questo sacco,» ansimò, «sarò io a ricordarlo a te.»

Un attimo di silenzio. Rino fece un passo indietro, poi si voltò e con un gesto di mano ordinò la ritirata.
I dodici paracadutisti scomparvero nelle strade strette di Bab el-Oued, come fantasmi, in meno di trenta secondi non c’era più nessuno.
Il silenzio nel vicolo era rotto solo dal respiro affannoso di Volpe che si contorceva nel sacco, seminudo, sanguinante e impotente.
Mentre un cane randagio passò lento, annusando la scena, Volpe chiuse gli occhi, e diede sfogo alla propria rabbia immaginando come si sarebbe vendicato di Franceschini.

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LXXIV

13 marzo 1992 – Estratto della trascrizione integrale della trasmissione “A Tavola con Noi” (emittente regionale Roma Sud, in onda anche in Mauritania e Libia Prima)
(Registrazione acquisita successivamente dal CoSDi per monitoraggio media)

[Inquadratura: cucina luminosa, pareti giallo pastello, lo chef Flaminio Varro mescola con energia una crema in una ciotola di rame.]

CHEF VARRO: …e adesso, amici da casa, aggiungiamo lentamente il brodo perché la salsa rimanga liscia, senza grumi. Ricordate: fuoco basso, pazienza, e soprattutto amore per ciò che fate! (sorride alla camera)
E adesso è il momento delle vostre telefonate. Vediamo chi c’è in linea…
CENTRALINISTA (fuori campo): Chef, abbiamo già una chiamata. Si presenta come… Valerio.
CHEF VARRO: Benvenuto a “A Tavola con Noi”! Chi parla?
VOCE AL TELEFONO: Sì buongiorno chef, mi chiamo Valerio… volevo chiedere: per la ricetta che sta facendo, conviene sfumare con il vino bianco o rosso?
CHEF VARRO: Ottima domanda! In questo caso il vino bianco è…
VOCE AL TELEFONO: Perfetto, grazie. E volevo solo un’ultima cosa: per ottenere il sapore autentico… cosa ci va? Il sangue dei bambini algerini dei villaggi bruciati dai Battaglioni Speciali… o lo sperma dei soldati del Battaglione Azzurro? (LINEA: CLICK – chiamata terminata)

(In studio cala un silenzio glaciale. L’assistente di scena, fuori inquadratura, lascia cadere un cucchiaio.)

CHEF VARRO: (resta immobile un secondo, poi riprende con un sorriso professionale di ferro)
Bene. Signori, come vedete, c’è sempre qualcuno che si diverte a disturbare. E mi preme dire una cosa, con chiarezza.

(Appoggia lentamente la frusta, si gira verso la telecamera, tono serio, non più da intrattenimento.)

CHEF VARRO: Una persona che, vergognandosi del proprio nome, si presenta con un falso nome romano, come Valerio anziché Hasan o Yacine, per pronunciare calunnie così sporche non è degna né di rispetto né di attenzione. Chi insulta Roma fingendosi romano dimostra solo vigliaccheria.
E aggiungo questo: quella persona non avrebbe mai osato pronunciare simili menzogne se l’Imperatore Paolo fosse ancora tra noi.

(Fa un piccolo cenno con il mento, quasi come un vecchio romano che ricorda un’autorità perduta.)

CHEF VARRO: Perché l’Imperatore… sapeva come trattare certa gente.

(Pausa generosa, la telecamera stringe sul suo volto serissimo.)

CHEF VARRO: E ora torniamo alla ricetta. Prendete il vino bianco, quello vero, non le sciocchezze dei codardi, e sfumate con decisione. (Riprende a mescolare la salsa, sorridendo di nuovo) La cucina è pazienza, amore e… ogni tanto, anche un po’ di educazione civica.

(Stacchetto musicale, la puntata prosegue come se nulla fosse accaduto.)

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LXXV

ROMA, PALAZZO FLAMINIO – 15 marzo 1992, tardo pomeriggio

Palazzo Flaminio aveva l’aria di un edificio che tratteneva il respiro.
Fuori, il cielo era di un grigio statico, come se l’aria stessa percepisse che qualcosa di enorme stava accadendo oltre il Mediterraneo.
All’interno, nella grande sala del Consiglio dei Ministri, i membri del governo arrivavano alla spicciolata. Uomini in completo scuro, valigette di cuoio, sguardi tesi. Livia Stefani era tra i primi ad aver preso posto. Sedeva in silenzio accanto alla parete, con un fascicolo sulle ginocchia, osservando gli altri come se fosse trasparente. E in effetti, nell’agitazione generale, era quasi dimenticata.
Il ministro della Difesa, Germano Anicio, entrò sbattendo la porta, con un’energia che tradiva l’ansia contenuta a stento.

— L’offensiva è iniziata da almeno sei ore — annunciò senza bisogno di essere interrogato. — E il Presidente non si degna ancora di presentarsi.

Il generale Emilio Paolo Mazurkiewicz, seduto già da qualche minuto con l’uniforme perfettamente stirata, sollevò appena lo sguardo.

— Se l’avesse ascoltata, ministro, magari oggi non ci troveremmo in questa situazione. — Lo disse con una voce pacata, ma carica di veleno professionale.

Un paio di ministri si voltarono, inquieti. Anicio sbottò:
— Non cominciamo, generale. Lei lo sa quanto me: abbiamo consegnato a Stefani rapporti, mappe, previsioni… e lui li ha lasciati a marcire sulla scrivania, aspettando che gli islamisti bussassero alla porta.

Mazurkiewicz si tolse gli occhiali, li ripose con metodo sul tavolo.
— Io so che la Divisione Tifone avrebbe potuto essere già posizionata da tre giorni se non fossimo stati costretti a elemosinare un’autorizzazione come scolaretti indisciplinati.

Uno dei ministri più anziani sospirò:
— E adesso? Adesso non sappiamo neanche quanto profondamente hanno sfondato. E lui arriva quando decide lui…

Livia rimase immobile. Aveva sentito lamentele sul padre molte volte, in corridoi, caffetterie, retrostanze di palazzi pubblici, ma non così apertamente. Il capo di Stato Maggiore e il ministro della Difesa, insieme, a lamentarsi come due ufficiali esausti in una trincea. Una parte di lei voleva intervenire, frenarli, difendere suo padre. Un’altra, più adulta e più inquieta, ascoltava.
Mazurkiewicz riprese, più cupo:

— L’unica decisione sensata degli ultimi mesi è stata la riserva strategica ad Algeri. E anche quella l’abbiamo ottenuta strappandogliela con i denti.
— E non ha neppure impiegato la Tifone — aggiunse Anicio con un sorriso ironico, chinando la testa verso il generale.
— Per fortuna – rispose Mazurkiewicz. — Non vorrei che si pensasse che difendo la mia vecchia unità per egoismo.

I due si scambiarono uno sguardo, per un istante complici nella frustrazione. Un altro ministro, meno prudente degli altri, bofonchiò:
— Il Presidente vuole combattere una guerra come se fosse un regolamento di conti parlamentare. La sottovalutazione sistematica… questo ci costerà il sangue dei nostri ragazzi.

Livia strinse il fascicolo. Non avrebbe voluto sentirlo. Non quella frase.
Ma nessuno sembrava ricordarsi che lei fosse lì. Una ragazza di vent’anni con un titolo altisonante, ma ancora percepita come “la figlia di Stefani”, un mobile in un angolo.
La porta della sala si spalancò, e il brusio si azzerò come se qualcuno avesse tolto il volume.
Entrarono Pisani per primo, poi Teodoro Lori, impeccabile ma con il volto teso come la corda di un arco, e infine Stefani. Sembrava più pallido del solito, ma non stanco: concentrato. Gli occhi azzurri tagliavano la stanza come lame di ghiaccio.
Mazurkiewicz e Anicio si irrigidirono immediatamente, assumendo un atteggiamento professionale che, pochi secondi prima, sarebbe sembrato impossibile.

— Signori, — esordì Stefani, senza guardare nessuno in particolare. — Abbiamo molto lavoro da fare. Ci sediamo.

Nessuno osò incrociare lo sguardo dell’altro.
Livia nascose il tremito delle mani sotto il tavolo.
La guerra, fuori, stava esplodendo; dentro Palazzo Flaminio, un’altra guerra, più silenziosa, più sottile, si combatteva già da tempo.
E Livia, suo malgrado, ne stava imparando il linguaggio.

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LXXVI

ROMA, RESIDENZA STEFANI — 15 marzo 1992, tarda sera
La casa era silenziosa, un silenzio teso, irreale, come quello che precede un temporale.
Livia salì al piano superiore quasi in punta di piedi. Sapeva che suo padre era nel piccolo studio privato, quello con la lampada verde e la scrivania troppo ordinata per appartenere davvero a un uomo che reggeva sulle spalle un impero. La porta era socchiusa: un raggio di luce tagliava il corridoio buio.

Stefani era in piedi, davanti alla finestra, una mano dietro la schiena e l’altra appoggiata al vetro. Guardava il giardino della residenza, ma di fatto non guardava niente.
Livia tossì leggermente per annunciarsi.

— Papà?
Stefani si voltò. — Livia. Non dormi?
— No… volevo parlarti un attimo. — La voce le uscì controllata, ma con un filo di esitazione che non riuscì a nascondere.

Stefani fece un cenno verso la poltrona. Livia però rimase in piedi. Non era una conversazione comoda.
— Oggi, prima del Consiglio… ho sentito parlare Anicio e il generale Mazurkiewicz. — Iniziò con cautela. — Dicevano che la situazione in Mauritania è più grave di quanto previsto. Che l’offensiva… potrebbe travolgere tutto.

Stefani sbuffò, un gesto che mescolava irritazione e stanchezza.
— Il ministro della Difesa è un isterico, — disse. — E Mazurkiewicz un soldato nervoso che vede catastrofi ovunque. È il loro mestiere allarmarsi, non il mio.

Livia aggrottò le sopracciglia.
Non voleva attaccarlo, non subito. Ma doveva capire.
— Però… sembravano molto preoccupati. Anzi, tutti lo sembravano oggi. Non so… papà, c’è davvero un pericolo così grande?

Stefani la fissò con gli occhi azzurri che improvvisamente persero ogni traccia di dolcezza paterna. Erano gli occhi del Presidente della Repubblica.
— Se si agitano per l’ennesima “grande offensiva” che finirà come tutte le altre, in fuoco di paglia, allora sì, sono preoccupati. Ma non della guerra: della loro ombra.
Fece schioccare la lingua. — Idioti.

La parola cadde come una pietra nella stanza, e Livia la sentì più forte di uno schiaffo.
— Idioti? — ripeté piano, quasi senza volerlo. — Mazurkiewicz… anche lui?
— Soprattutto lui.
Stefani si voltò di nuovo verso la finestra, come se la conversazione fosse conclusa, ma Livia fece un passo avanti. Non era finita.

— Papà… — disse, con voce più bassa, più adulta. — Io capisco che non vuoi mostrare debolezza. Ma… se ci fosse anche solo una possibilità che le analisi dello Stato Maggiore siano corrette… non dovremmo prenderle sul serio?

Silenzio, Stefani non si mosse.
Per un attimo parve una statua, scolpita nel marmo dell’autorità.
Poi parlò, senza voltarsi:

— Smettila di farti impressionare dal panico degli altri. Io so cosa sto facendo. Nessuno vede il quadro generale meglio di me. Nessuno.

Livia rimase in piedi, immobile. Quella era la frase che temeva.
Non la sicurezza, quella era normale, ma la certezza assoluta: la convinzione di essere l’unico adulto in una stanza piena di sciocchi.

— Va bene, — mormorò infine. — Capisco.

Ma non capiva affatto.
E quando uscì dallo studio e richiuse piano la porta, si rese conto che per la prima volta da quando era bambina aveva avuto paura non per suo padre, ma di suo padre.
E quella era una sensazione nuova, e terribile.

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LXXVII

L’OFFENSIVA IGNORATA: DOSSIER FERMI SULLA SCRIVANIA DEL PRESIDENTE – IL RONZIO (16 marzo 1992)
Il governo continua a fingere che tutto vada bene.

VIGLIACCHI! NUOVO ATTACCO DEGLI ISLAMISTI – LA VOCE DEL POPOLO (17 marzo 1992)
I nostri ragazzi tengono duro nel deserto.

ROMAN EMPIRE FACES LARGEST INSURGENT PUSH SINCE 1985 – THE NEW YORK TIMES (March 18th, 1992)
Washington is monitoring with "deep concern."

AVANZANO LE OPERAZIONI DI BONIFICA: VITTORIA SEMPRE PIÙ VICINA – IL MESSAGGERO D’ITALIA (28 marzo 1992)
Fonti del Ministero della Difesa: «Fuorviante parlare di ritirata».

MAURITANIA: LA BATTAGLIA CHE NON SI VUOLE VEDERE – IL RONZIO (31 marzo 1992)
Fonti militari: «Abbiamo perso il controllo delle campagne».

AD ALGERI BANDE FANATICHE ATTACCANO QUARTIERI ROMANI – LA VOCE DEL POPOLO (6 aprile 1992)
La popolazione araba ostaggio dell’estremismo.

ALGER : LA RÉVOLTE ÉTOUFFÉE DANS LE SANG – LE MONDE (11 avril 1992)
La répression risque davantage d'alimenter le djihad que de l'affaiblir.

ASSEDIO AD ALGERI: IL REGIME PARLA DI VITTORIE, MA MANDA NAVI A EVACUARE I COLONI – IL RONZIO (23 aprile 1992)
Le prime colonne di civili romani abbandonano l’interno.

ALGIERS UNDER SIEGE: CIVILIANS ATTEMPT MASS ESCAPE – THE GUARDIAN (April 25th, 1992)
The Roman Navy shuttles back and forth to rescue the colonists.

BESCERA È CADUTA. FINE DEL MITO DELL’INVINCIBILITÀ – IL RONZIO (29 aprile 1992)
Editoriale: «Una disfatta annunciata da mesi».

BESCERA: EROISMO FINO ALL’ULTIMO. ORA BASTA: VOGLIAMO RISPOSTE – LA VOCE DEL POPOLO (30 aprile 1992)
Serve un cambio di passo nella conduzione della guerra

FALL OF BISKRA SIGNALS STRATEGIC COLLAPSE OF ROMAN POSITION IN NORTH AFRICA – THE NEW YORK TIMES (April 30th, 1992)
Pentagon: "Stefani underestimated everything."

CRISIS OF LEADERSHIP IN ROME AS PROPAGANDA FRACTURES – THE GUARDIAN (May 2nd, 1992)
For the first time, the pro-government press attacks Stefani.

ALGERI: ORE CONTATE. IL GOVERNO SCARICA LA COLPA SULL’ESERCITO – IL RONZIO (2 maggio 1992)
Tulliani: «Il Presidente che non ascolta nessuno ora accusa tutti».

MARINA ALLO STREMO: TRAGHETTI MILITARI AVANTI E INDIETRO SENZA SOSTA – IL MESSAGGERO D’ITALIA (2 maggio 1992)
Ufficiali: «Non possiamo salvare tutti».

DIE ALGIERS-KATASTROPHE - FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG (2. Mai 1992)
Die schlimmste Niederlage des Römischen Reiches seit Cannae

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LXXVIII

PALAZZO FLAMINIO – 3 maggio 1992

La sala del Consiglio dei ministri, quella grande, tappezzata di legno scuro e tendaggi color porpora, era immersa in una luce lattiginosa filtrata dalle finestre schermate. Il brusio dei ministri si spense all’istante quando la porta laterale si aprì e Francesco Saverio Salvio-Stefani, Presidente della Repubblica, entrò accompagnato da un silenzio solenne. Dietro di lui, più discreto, Teodoro Lori.
Stefani aveva lo sguardo di un uomo che vede ciò che vuole vedere, non ciò che c’è. Posò il fascicolo che aveva in mano, si accomodò al centro del tavolo e, con la solita voce piatta e appena incrinata dall’impazienza, domandò:

— Bene. Qual è l’ordine del giorno?

Un silenzio glaciale si posò sul tavolo. I ministri si scambiarono occhiate pesanti, quasi tutti evitando il suo sguardo. Solo uno ebbe il coraggio, o il dovere, di parlare.
Longino Ramelli si schiarì la voce, aprendo un fascicolo blu, spesso, visibilmente preparato da tempo.

— Signor Presidente, se me lo permette… l’ordine del giorno riguarda la gestione dei poteri esecutivi in questa fase di emergenza nazionale.

Stefani lo fissò senza battere ciglio. Ramelli continuò, scandendo le parole come un chirurgo che illustra un’amputazione inevitabile:
— Il Consiglio dei ministri propone il trasferimento delle funzioni decisionali esecutive al Primo Ministro e al Consiglio stesso. – Una breve pausa. — Alla Presidenza della Repubblica rimarrebbero le prerogative cerimoniali, di rappresentanza, e le funzioni costituzionali non operative.

Quella frase, in qualsiasi altro Paese, avrebbe avuto il peso di una rivoluzione. Nella sala, invece, ci fu solo un gelo denso, come di un’agonia annunciata.
Stefani rimase fermo, immobile. Il suo volto non tradì nulla. Solo un lieve tremito sotto l’occhio sinistro.
— Capisco. Apriamo la discussione.

Il ministro della Difesa, Germano Anicio, fu il primo a esplodere. Non aveva dormito da giorni, e si vedeva.
— Presidente, da mesi ignorate i dossier dell’intelligence! — sbottò. — La Mauritania è a pezzi. Algeri sta per cadere. Le divisioni sono circondate. I coloni stanno fuggendo a piedi nel deserto! A piedi!

Mazurkiewicz annuì, con la mascella tesa.
— Signor Presidente — aggiunse — l’esercito vi ha avvertito trentaquattro volte. Trentaquattro. Tutti quei documenti sono rimasti sulla vostra scrivania.

Un altro ministro, quello dei Trasporti, si lasciò andare:
— Abbiamo perso Bescera! Abbiamo perso l’interno! La Marina è al collasso! E voi continuate a parlare di “successi tattici”!

Stefani li fissò uno per uno. Sembrava più incredulo che arrabbiato. Poi, d’improvviso, la sua voce esplose:
— Voi siete dei vigliacchi! – Si alzò in piedi con uno scatto. — Non capite nulla della guerra! La guerra si vince quando si crede di poterla vincere!
Indicò la mappa alle sue spalle, come se davanti a lui ci fosse ancora un impero intatto.
— E io so che vinceremo. So che vinceremo perché abbiamo già vinto! Vinto nel deserto, vinto nelle città, vinto nella volontà del popolo romano!

I ministri distolsero lo sguardo. Alcuni scossero la testa. Era la prima volta che Stefani appariva davvero lontano, perduto in un mondo immaginario in cui l’Impero avanzava mentre invece si sbriciolava.
Stefani continuò, sempre più furioso, sempre più pallido:
— E voi venite qui a parlarmi di resa?
Colpì il tavolo con il palmo aperto.
— Voi, che vi nascondete dietro carte, commissioni, statistiche, codici burocratici!
Poi, con voce più bassa ma più tagliente:
— Non state tradendo me! State tradendo Roma!

Un altro minuto e sarebbe forse arrivato ad insultarli tutti. Ma allora accadde qualcosa; una voce sommessa, un timbro dolce che però perforò il frastuono emotivo come un ago.
— Papà?

Livia. Era rimasta in silenzio per tutta la riunione, seduta lontano, immobile come una statua. Ora si avvicinava lentamente. Tutti tacquero. Livia posò una mano sulla spalla del padre e, inclinando la testa, gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Nessuno poté sentire le parole. Nessuno. Ma bastarono tre secondi perché il volto di Stefani cambiasse.
Prima sbigottimento. Poi un lampo di dolore.
Poi stanchezza. Una stanchezza antica, che nessuno gli aveva mai visto.
Stefani chiuse gli occhi. Inspirò profondamente. Quando li riaprì, sembrava un uomo spezzato, ma lucido per la prima volta da mesi.

— …Va bene. – La sua voce era bassa, vuota. — Firmo.

Ramelli, quasi sorpreso, gli porse il decreto. Stefani lo guardò come un condannato guarda il boia. Poi, senza tremare, prese la penna e firmò il trasferimento dei poteri.
Livia rimase accanto a lui, in silenzio.
Quando ebbe finito, Stefani si alzò, chiuse il proprio fascicolo e sussurrò:
— La seduta è tolta.

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LXXIX

IL RONZIO – 4 maggio 1992
Editoriale di Valentino Tulliani

Un tempo, durante la Repubblica antica, quando un generale perdeva la testa, il Senato gli mandava una delegazione di senatori a “convincerlo” delle proprie dimissioni. Quando ciò non bastava, si ricorreva al metodo più sbrigativo: lo si dichiarava hostis publicus e si lasciava che il destino facesse il resto.
Noi, che pure ci riempiamo la bocca di parole come “democrazia” e “costituzione”, preferiamo la versione moderna: un decreto letto con voce tremolante, un foglio firmato davanti ai ministri. La formula è elegante, quasi poetica: «decisione spontanea del Presidente».
E come potrebbe essere altrimenti? Tutto, in questo Paese, è sempre “spontaneo”, soprattutto quando non lo è.
Ieri, a Palazzo Flaminio, è avvenuto ciò che tutti temevano e molti, silenziosamente, attendevano: Francesco Saverio Salvio-Stefani ha cessato di essere l’uomo forte dell’Impero.

Resta presidente, sì.
Resterà nelle fotografie, nei comunicati, nei discorsi cerimoniali. Ma il potere, quello vero, gli è scivolato via dalle mani come sabbia del deserto mauritano.

Il golpe morbido – La formula scelta, trasferimento delle funzioni esecutive al Primo Ministro e al Consiglio dei ministri, è un colpo di stato in giacca e cravatta. Un golpe dove nessuno marcia, nessuno spara, nessuno proclama nulla: si firma, si sorride, si accompagna alla porta il Presidente.
Eppure, dietro la cortina del comunicato ufficiale, qualcosa di enorme è accaduto.

Non c’è bisogno di essere veggenti o spie per capire cosa è successo davvero: Stefani è stato messo in minoranza, e poi in disparte. Forse con garbo. Forse con grazia. Ma comunque in disparte.
Ora però che la polvere si sta posando, le domande iniziano a emergere come i cadaveri politici lasciati a metà strada.

Che ne sarà del regime? – Perché di questo si tratta: non di un governo, ma di un regime.
Per anni tutto ha ruotato intorno ad un solo uomo: la sua voce, le sue manie, le sue convinzioni, spesso scollegate dalla realtà, sulla guerra in Mauritania, sulla propaganda, sui “nemici interni”, sulla sicurezza nazionale.
Ora quell’uomo è stato spento come una lampadina, ma il resto dell’impianto è ancora lì, intatto.
E dunque? Chi decide davvero, adesso? Pisani? Ramelli? Qualcun altro?
Il potere non conosce il vuoto: lo riempie il più veloce.

E la guerra? – Qui, naturalmente, si concentra il silenzio più assordante.
L’offensiva islamista dilaga, Bescera è caduta, Algeri resiste per inerzia e per miracolo, i coloni fuggono verso i porti come durante una tragedia antica, e le nostre truppe vengono spolpate ovunque. Per anni ci è stato detto che “tutto va bene”, che l’Impero è forte, che la vittoria è vicina.
Ora scopriamo che la realtà era un’altra, ed era lì davanti agli occhi di tutti.

Che farà, dunque, questo governo senza Presidente?
Accuserà la stampa? Invocherà l’unità nazionale? O cercherà finalmente di riparare ai danni causati da anni di autoillusione? Non lo sappiamo. Nessuno sembra saperlo.

L’ultima immagine – Dicono che ieri, al termine della riunione, Stefani abbia lasciato la sala in silenzio.
Niente proclami. Niente grida. Solo un uomo che capisce, forse per la prima volta, che la Storia lo ha superato.
Augusto, almeno, poté scrivere le sue Res Gestae. Stefani rischia di lasciare solo un paradosso: un uomo che voleva fondare una democrazia autoritaria e ha finito per perdere l’autoritarismo senza aver costruito la democrazia.
Il Paese, invece, resta. Senza guida. Senza vittoria. Senza illusioni, finalmente.

Ma ora, cosa accadrà? Chi prenderà il timone? E soprattutto, chi avrà il coraggio di dire la verità sulla guerra, sulla Mauritania, e sullo stato reale delle nostre istituzioni? In attesa di una risposta, l’Impero resta sospeso, come un colosso incrinato che tenta di non cadere.
Perché sì, ieri Stefani è caduto.
Ma la caduta vera è quella dello Stato.

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LXXX

ROMA, PALAZZO FLAMINIO — 7 maggio 1992

La sala riunioni nel sotterraneo era la più blindata dell’intero edificio. Non aveva finestre, né quadri alle pareti, solo mappe militari, proiezioni satellitari, linee telefoniche dedicate. Il neon tremolava, affaticato dalle troppe ore di lavoro dei tecnici.
Seduti attorno al tavolo, in una sorta di simmetria involontaria, Pisani, Anicio, Ramelli e Mazurkiewicz: i quattro uomini da cui, in quel momento, dipendeva la sopravvivenza del regime.
La Mauritania appariva su una grande cartina luminosa, punteggiata di rossi minacciosi: Algeri era un cerchio lampeggiante, Orano e Cesarea due piccoli punti in resistenza disperata.
Nient’altro.

«Questa è la situazione reale,» disse Mazurkiewicz, la voce dura come la pietra. «Algeri cadrà entro ventiquattro ore. Non abbiamo più alcuna linea di comunicazione stabile con tre quarti della città.»

Pisani si massaggiò la fronte. «E la possibilità di evacuare l’amministrazione regionale?»
«Praticamente zero.»
Un silenzio cadde nel bunker. Anicio sfogliava il dossier come se volesse strapparlo. «Quindi abbiamo perso la Mauritania? Così? Dopo centoundici anni?»
Ramelli, che fino a quel momento si era mantenuto in una calma glaciale, intervenne: «La domanda non è se l’abbiamo persa, ma: possiamo riconquistarla?»

Fu allora che Mazurkiewicz aprì il fascicolo più spesso della pila. «Sì, a una condizione.»
Gli occhi dei presenti si alzarono. «Mobilitazione totale. Aumento del contingente in Africa da dodici a ventisette divisioni. Richiamo anticipato classi ’73, ’74 e ’75. Produzione industriale convertita integralmente allo sforzo bellico. E preparazione logistica per un contrattacco dalla Libia Prima entro novanta giorni.»

Un piano spaventoso, ma era l’unico.
Pisani, dopo qualche istante, annuì. «Questa è guerra totale, generale.»
«Guerra totale,» ripeté Mazurkiewicz, senza tremare. Anicio guardò gli altri uno a uno. «Se vogliamo evitare che anche Cartagine cada, non abbiamo alternative.» Ramelli incrociò le braccia, lo sguardo duro. «Il Presidente è fuori dai giochi, tocca a noi. E se c’è un momento per salvare ciò che resta dell’Impero romano, è questo.»

Pisani stava per formalizzare la decisione quando il telefono rosso, quello con la linea cifrata internazionale, quello che nessuno voleva mai sentire suonare, cominciò a squillare.
Un trillo secco, metallico, che paralizzò la stanza.
Il premier esitò, poi sollevò la cornetta.

«Pisani.»

Pochi secondi. Poi il suo volto cambiò.
Prima si irrigidì. Poi impallidì.
Infine, sembrò quasi invecchiare di dieci anni davanti ai tre uomini che lo osservavano.
Non parlava, ascoltava.
Solo un «Capisco» ogni tanto, più debole del precedente.
Quando riagganciò, nessuno osò parlare per primo. Fu Ramelli, l’unico con la voce ancora stabile, a rompere il silenzio.

«Che hanno detto?»
Pisani inspirò lentamente, come un uomo costretto a ingerire veleno.
«Washington…» Si passò una mano sul volto, incredulo. «Washington ci ordina di non mobilitare. Né leva, né guerra totale.»

Anicio sbatté un pugno sul tavolo. «Hanno perso il senno? Se non reagiamo, perderemo la Libia in due mesi!»
Pisani scosse la testa, sguardo perso. «Gli Stati Uniti… hanno deciso. Non vogliono un’escalation. Non la tollereranno. Hanno detto che “è nell’interesse della stabilità regionale” che Roma… lasci andare la Mauritania.»

Mazurkiewicz rimase in silenzio, come se stesse misurando il peso specifico di quella frase.
Ramelli fu il più rapido a cogliere l’implicazione.
«Ci stanno dicendo di arrenderci.»

Pisani chiuse gli occhi.
«Ci stanno dicendo,» disse con voce rotta, «che la Mauritania è persa. E che non dobbiamo tentare di riconquistarla.»

Non ci fu risposta, solo il rumore del neon che tremolava.
Fu in quel silenzio che i tetrarchi compresero che la caduta di Algeri non era la fine di una guerra.
Era la fine di un’epoca.

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LXXXI

DI CHI È LA COLPA? – IL MESSAGGERO D’ITALIA (8 maggio 1992)
Algeri è caduta. Non ci sono più eufemismi, né formule prudenti, né comunicati “in via di aggiornamento” che possano addolcire ciò che è accaduto: la Mauritania romana non esiste più. È caduta Bescera, sono caduti gli avamposti, è caduta la nostra pretesa di controllo, ed è caduto, soprattutto, un intero mito nazionale: quello dell’invincibilità dell’esercito romano.
La domanda che oggi si pone ogni cittadino, con un misto di sgomento e indignazione, è semplice e brutale:
Di chi è la colpa?

Noi proveremo a rispondere.

IL PRESIDENTE STEFANI – Per tre anni ha assicurato che la guerra fosse “a un passo dalla vittoria”, che gli “ultimi irriducibili” sarebbero stati presto neutralizzati, che chi metteva in dubbio questa narrativa era “disfattista”. Ha minimizzato ogni allarme, sminuito ogni rapporto dell’intelligence, ignorato i generali che gli segnalavano l’avanzata islamista.
Ha scelto di credere alla propria versione dei fatti, non alla realtà. La storia valuterà se questo sia stato errore, ostinazione o autoinganno. Ma una cosa è certa: la responsabilità politica ultima è sua.

IL MINISTRO DELLA DIFESA ANICIO – Ha difeso l’operato delle forze armate anche quando era chiaro che la catena di comando era confusa e divisa, sottovalutato i segnali dell’insurrezione ad Algeri, difeso la narrazione ottimistica più del necessario.
Ha tardato ad organizzare la difesa urbana, ed è stato costretto, troppo tardi, a improvvisare un cordone intorno al capoluogo mauritano, quando il nemico era già ovunque.

IL CAPO DI STATO MAGGIORE MAZURKIEWICZ – Militarmente competente, certo, ma privo del coraggio politico per opporsi con forza a un quadro politico cieco.
I suoi piani di emergenza sono arrivati tardi e, soprattutto, non sono stati imposti con l’autorità che la situazione richiedeva.

IL PRIMO MINISTRO (PRIMA TARANTO, ORA PISANI) – Taranto è stato travolto dai propri errori, tra cui un’imbarazzante ammissione in parlamento che ha rivelato la fragilità dell’intero impianto di sicurezza nazionale. Pisani si trova ora a gestire un crollo che non ha provocato, ma che forse non ha saputo anticipare.

IL GOVERNO – Per mesi ha ripetuto che “la situazione è sotto controllo”, dato più peso alla comunicazione che alla strategia e agito come se la propaganda potesse sostituire le decisioni.
E quando l’insurrezione è esplosa nel cuore di Algeri, ha risposto con lentezza, confusione, improvvisazione.

L’INTELLIGENCE – Il CoSDi ha prodotto rapporti allarmanti, ma ha esitato troppo nel farli valere.
Ha tollerato divisioni interne, lotte di potere, ritardi, discrepanze tra analisi e comunicazione politica, e per tutto questo paghiamo oggi un prezzo altissimo.

LA FINE DI UN EPOCA – Il nostro Impero ha perso una delle sue province storiche, migliaia di vite e credibilità internazionale. Ma ha perso, soprattutto, la capacità di raccontarsi come potenza ordinatrice del Mediterraneo.
La guerra non è finita, ma è finito qualcosa di più grande: la fiducia che questo sistema politico fosse in grado di difendere i suoi confini, i suoi cittadini, la sua stessa narrazione.

Non sappiamo quale sarà il futuro. Ma sappiamo questo: nessuno, oggi, può lavarsene le mani.
Ed è arrivato il tempo di chiedere conto a tutti. Anche, e soprattutto, a chi per anni ci ha ripetuto che andava tutto benissimo.

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LXXXII

[DIRETTA TELEVISIVA NAZIONALE – 8 MAGGIO 1992, ORE 21:00]
DISCORSO DEL PRIMO MINISTRO, CORNELIO PISANI

Cittadine e cittadini della Repubblica Romana,
vi parlo questa sera in un momento tra i più difficili della nostra storia moderna.

Questa notte la guerra in Mauritania finisce.
Non per nostra scelta. Non con il trionfo promesso per anni. Non come avremmo voluto, né come avremmo creduto possibile.
Finisce perché non possiamo più sostenerla, perché non abbiamo più alcuna possibilità militare di invertire la situazione. Perché il numero delle vite perdute, civili e militari, impone un atto di verità.
Finisce perché Algeri è caduta, Bescera è caduta, gli avamposti sono stati travolti, e le nostre guarnigioni superstiti resistono in condizioni disperate.
Il governo, dopo consultazione con lo Stato Maggiore e con le autorità competenti, ha deciso di avviare immediatamente trattative di pace con il Fronte Islamico di Resistenza guidato da Muḥammad Mujāhid al-Barqī.
Le ostilità cessano da questo momento. Le nostre forze armate hanno ricevuto l’ordine di interrompere ogni operazione offensiva e difensiva che non sia volta alla protezione immediata dei civili.
So che molti di voi ascoltando queste parole proveranno incredulità, rabbia, paura. È la prima volta, da secoli, che Roma si trova costretta a riconoscere una sconfitta sul campo di battaglia.
So che questa realtà è devastante. Ma fingere che non sia così sarebbe ancora più disonesto.
Voglio parlare direttamente ai nostri soldati: ai ragazzi e alle ragazze che hanno combattuto nelle sabbie della Mauritania, che hanno visto cose che nessun cittadino dovrebbe mai vedere, che hanno marciato, sofferto, perduto compagni e speranza.
A loro Roma deve gratitudine, non menzogne. E deve la promessa che faremo tutto il possibile per riportare quanti più uomini e donne a casa, vivi.

A voi, cittadini romani, dico questo: non c’è onore nella negazione. Non c’è forza nella finzione. L’unica forza possibile, oggi, è dire ciò che è vero.
E la verità è che la guerra è stata mal compresa, mal gestita, mal comunicata. La verità è che abbiamo sottovalutato il nemico, sopravvalutato le nostre possibilità, ignorato i segnali che avrebbero potuto evitarci questa catastrofe.
Il momento delle spiegazioni verrà. E verrà pubblicamente. Ma questa sera non è il momento dei processi. È il momento di limitare le perdite, di salvare vite, di impedire che il disastro diventi irrimediabile.
È il momento di dire ai nostri figli che non saranno chiamati alle armi per una guerra che non possiamo più vincere.
Inizia ora un percorso difficile. Un percorso di negoziato, di mediazione, di confronto anche doloroso.
Non avremo tutto ciò che desideriamo, non potremo pretendere ciò che non possiamo sostenere. Dovremo affrontare conseguenze politiche, morali, umane.
Ma la priorità, adesso, è solo una: porre fine al conto dei morti.
Romani, non vi chiedo di approvare questa decisione. Vi chiedo di capirne la necessità.
Questa è la notte più amara della nostra generazione. Ma è anche il primo passo per impedire che l’amarezza diventi rovina.
Con senso di responsabilità, con dolore, ma con lucidità, dichiaro formalmente conclusa la guerra in Mauritania.
Che il domani sia diverso, e che Roma trovi la forza di rinascere.
Grazie.

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LXXXIII

PALAZZO DEL QUIRINALE – 9 maggio 1992, mattina

Il Quirinale era silenzioso come una casa abbandonata, Livia attraversò il corridoio dei busti con un passo che, suo malgrado, tradiva la sua ansia. Le guardie le fecero strada senza pronunciare parola. Tutti, nel palazzo, avevano lo sguardo basso: dopo la resa annunciata da Pisani, l’aria era cambiata. Il potere era evaporato da quelle stanze, come calore disperso da un cadavere.
Livia bussò alla porta dell’appartamento privato.

«Papà?»

La voce di Stefani rispose subito, come se fosse stato seduto ad aspettarla. «Entra, tesoro.»
La stanza era in penombra. Le tende tirate, le luci accese a metà. Il presidente, il presidente senza poteri era seduto in poltrona, con la barba non tagliata da giorni e avvolto in una vestaglia sporca e troppo larga. Davanti a lui, sul tavolino, una pila di scatolette di tonno e fagioli, chiuse.

«Papà…» mormorò Livia, cercando di non lasciar trasparire il colpo al cuore.
Stefani sorrise, un sorriso sincero ma fragile. «Sei venuta presto.»
«Volevo vederti.»
«Hai visto Pisani ieri sera?» chiese lui quasi subito, mentre lei prendeva posto sul divano di fronte. «Ho visto il discorso. La resa.» Quella parola gli uscì di bocca piano, come se gli facesse male alle gengive.
«Volevo chiederti come l’ha presa la gente.»

Livia sapeva che avrebbe dovuto prepararlo, ma non c’era modo elegante di dirglielo. Così parlò piano, onestamente. «Male, papà. Molto male. La gente è sconvolta. Nessuno si aspettava una cosa così… improvvisa. E ora nessuno ha più paura di criticare il governo. Nemmeno quelli che una settimana fa ripetevano i comunicati ministeriali parola per parola.»

Stefani rimase immobile. Poi annuì, lentamente. «Lo immaginavo. L’avevo capito già ieri sera, dai volti della scorta.»
«Non è colpa tua» azzardò lei, ma lui le lanciò uno sguardo che la zittì.
«Livia, in guerra la colpa è sempre di qualcuno.» Non urlò, non si agitò. Disse la frase come uno storico che commenta un testo antico. Quasi sereno. Poi, cambiando tono, si sporse un poco in avanti.
«Ma tu… tu sei qui per dirmi qualcosa, vero?»

Livia inspirò, raccolse il coraggio. «Parto oggi per Cartagine, con Teo. Saremo noi a negoziare il trattato con al-Barqi.»
Stefani la guardò per qualche secondo, stupito. Poi il suo volto si illuminò: un’espressione che non gli si vedeva da settimane.
«Davvero? Sei tu a guidare la delegazione?»
«Sì.»
«Brava.»
Glielo disse con orgoglio paterno, non politico. Quell’orgoglio che non aveva nulla a che vedere con le cariche o le funzioni. «Lo sapevo che saresti stata capace.» Ma subito dopo il volto gli cambiò. Lo sguardo diventò più cupo, come se un’ombra gli fosse calata addosso.

«Livia…» disse a bassa voce. «Ultimamente faccio un sogno. Sempre lo stesso.»
Lei si tese. «Che sogno, papà?»
Stefani si fermò un attimo, come se scegliesse con cura ogni parola.
«Cammino per strada, qui a Roma. Una strada qualunque. E a un tratto vedo un tombino. È chiuso, ma ha una piccola fessura. Da quella fessura esce un topo. Poi un altro. E un altro ancora.»
Livia rimase in silenzio. «Io provo a coprirla, quella fessura. La schiaccio con il piede, poi con le mani. Ma i topi continuano a uscire. Centinaia, migliaia. Escono dappertutto. Si spargono per la città. E la città… non reagisce. Nessuno li vede, o finge di non vederli. E Roma si riempie di topi. Fin sopra i monumenti. Fin sulle persone.»
Fece una pausa. Un tremito impercettibile attraversò le sue dita. «È un sogno, certo. Ma forse non è solo un sogno.»
Poi la guardò negli occhi. «Ramelli vuole uccidermi, Livia.»

Lei sobbalzò. «Papà… no. Non è…»
«Vuole avvelenarmi, o farmi sparire. È evidente, mi ha tolto tutto. E ora aspetta solo che io muoia.»
«Papà, Longino non…»
«Livia,» la interruppe, con una calma e una gentilezza spaventose, «non cercare di rassicurarmi. So benissimo come funziona il potere. So cosa succede quando un capo cade.»
Lei posò una mano sulla sua. «Non ti farà del male. Nessuno ti farà del male. Sei al Quirinale, sei sorvegliato, sei…»
«Finché respiro sono un pericolo.» disse lui, piano. «E respiro ancora.»
Livia abbassò lo sguardo. Era chiaro che ogni parola di rassicurazione sarebbe stata inutile.

Dopo un po’, Stefani si appoggiò allo schienale e chiuse un attimo gli occhi.
«Vai a Cartagine, Livia. Fai ciò che devi fare. Sei brava, molto più di me, ormai.»
«Non dire così.»
«È vero. E…» sorrise, un sorriso che le strinse il cuore, «sono fiero di te.»
Livia si avvicinò, gli baciò la fronte. Poi raccolse la borsa, si voltò verso la porta… ma mentre usciva, sentì il padre mormorare, come parlando a sé stesso:

«I topi… continuano a uscire, Livia. Continuano sempre.».

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LXXXIV

9 MAGGIO 1992, TARDO POMERIGGIO

L’aereo militare vibrava sotto di loro, più per vecchiaia che per turbolenza. Le luci interne erano basse, il personale seduto a distanza, lasciando a Livia e Teo Lori una sorta di ovale di privacy in mezzo al frastuono dei motori.
Erano seduti uno accanto all’altro su due sedili rigidi, con davanti i tavolini metallici su cui riposavano mappe, dossier, e una caraffa di caffè tiepido che nessuno dei due aveva voglia di bere.
Teo era chinato su alcuni appunti, ma non leggeva davvero. Ogni tanto lanciava uno sguardo a Livia, come se volesse dirle qualcosa ma non osasse. Era lui, di solito, quello che parlava troppo; ora era insolitamente silenzioso. Fu Livia a rompere la calma apparente.

«Hai l’aria preoccupata, Teo.»
«Lo sono» ammise lui, con un mezzo sorriso tirato. «Per tuo padre. Per come l’ho visto l’ultima volta. E per come lo descrivono in… beh, in certi corridoi.»

Livia guardò fuori dal finestrino, come se potesse intravedere Roma sotto le nuvole. Non disse nulla per qualche secondo.
«È…» iniziò, poi si interruppe. Non sapeva come dirlo senza dire troppo. «Non sta bene, Teo.»
Teo sollevò gli occhi su di lei. «Quanto male?»

Livia scelse le parole con cura. Non poteva parlargli del vestaglione sporco, delle scatolette, del rifiuto paranoico di mangiare altro. Dell’uomo che era stato rimaneva solo un’ombra, e lei non voleva mostrarla a nessuno.
«È molto provato. La revoca dei poteri, la resa… e poi tutte le pressioni degli ultimi anni. È… stanco. Svuotato.»
Teo ascoltò, annuendo. «Non è tipo da arrendersi. Mai lo è stato.»
Livia abbozzò un sorriso triste. «Lo so.»

Ci fu un attimo di silenzio. Poi lei, abbassando la voce come se temesse che anche il ronzio dell’aereo potesse sentirla, aggiunse:
«Mi ha raccontato un sogno, oggi.»
«Un sogno?»
«Sì. Dice di vedere un tombino, da cui escono dei topi. Uno, poi cento, poi migliaia. Lui prova a bloccare la fessura ma non ci riesce… e i topi invadono tutta Roma. E nessuno fa nulla.»

Teo rimase qualche istante a fissarla, come se stesse cercando di mettere insieme le immagini.
«I topi… potrebbero essere il caos, o la colpa. O la paura che le cose gli stiano sfuggendo di mano.»
«O Ramelli» disse Livia, senza pensare.

Teo la guardò di scatto. «Come?»
Livia sospirò. Aveva detto troppo. Ma ormai…
«Papà… è convinto che Ramelli voglia ucciderlo.»
La frase restò nell’aria come un cattivo odore.
«Ucciderlo?» ripeté Teo, incredulo, ma non del tutto. «Lo ha detto davvero?»
«Sì. È convinto che voglia avvelenarlo, che stia solo aspettando…»

Teo si passò una mano tra i capelli, un gesto che Livia aveva visto fare mille volte quando era sotto stress.
«E tu? Credi che sia possibile?»
Livia rimase immobile. Guardava dritta davanti a sé, ma non stava guardando niente. Dentro di lei, le due metà del suo mondo, la figlia e la ministra, si confondevano.

«Non lo so» disse infine. «Una parte di me pensa che siano solo… i timori di un uomo ferito.»
Poi alzò lo sguardo su di lui: «Ma un’altra parte… una parte che non voglio ascoltare… inizia a pensare che forse non siano solo fantasie.»

Teo trattenne il fiato, come se la cabina d’improvviso fosse diventata più stretta.

«Livia… stiamo andando a firmare un trattato che mette fine a tutto ciò che tuo padre ha costruito. In questo momento Ramelli è forse l’uomo più potente della Romania. Non è… assurdo pensare che lui voglia eliminare una variabile imprevedibile.»

«È questo che temo.» Poi aggiunse, con un filo di voce: «E temo anche di essere io la variabile successiva.»
Teo si voltò verso di lei, serio come non l’aveva mai visto.
«Finché ci sarò io, non permetterò che ti succeda nulla.»
Livia sorrise, ma era un sorriso stanco. «Se potessimo essere solo Livia e Teo, crederei a ogni parola.»
«Lo siamo. Sempre.»
«No, Teo. Tu sei il ministro degli Esteri, io la vicepremier. E siamo su un aereo che ci porta a negoziare una resa. Non siamo solo due amici.»

Teo non rispose. Ma il modo in cui le posò una mano sul braccio diceva il contrario.

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LXXXV

9 MAGGIO 1992 – CANALE 1, TRASMISSIONE IN DIRETTA
“LINEA REPUBBLICA – SPECIALE MAURITANIA”
Trascrizione integrale della diretta fino all’interruzione

[21:31:07] – Inquadratura su studio. Tavolo ovale, luci alte. In sovrimpressione: “Crisi Mauritania: resa o necessità?”

CONDUTTORE – GIULIO VASSANELLI: Bentornati in diretta a Linea Repubblica. Stiamo analizzando le dichiarazioni del premier Pisani sulla cessazione delle ostilità in Mauritania… Onorevole Corsetti, lei voleva replicare…
ON. FLAMINIO CORSETTI (PDN, ala stefaniana): (interrompendo) Altro che replicare! Io voglio dire la verità al Paese. La verità che nessuno qui ha il coraggio di dire.
VASSANELLI: Onorevole, la prego, restiamo nei termini del…
CORSETTI: La resa è un suicidio nazionale! Un suicidio! Abbiamo consegnato la Mauritania agli islamisti come un agnello al macello!

(mormorii dal pubblico)

PROF. NICOLA VERDI (analista militare): Nessuno la chiama resa, onorevole, si tratta…
CORSETTI: (alzando la voce) E invece è una resa! E voi volete che io venga qui a guardare in camera e dire al popolo romano che va tutto bene?! Che è stato inevitabile?!
VASSANELLI: Onorevole, per favore… le ricordo che siamo in diretta…
CORSETTI: Ah, sì, lo so che siamo in diretta. E proprio per questo lo faccio vedere a tutti! A tutta Roma! Vuoi vedere cosa vuol dire resa, Giulio? Vuoi vederlo?
VASSANELLI: Onorevole, non faccia…
CORSETTI: Vuoi vedere cosa vuol dire suicidio? ECCO cos’è una resa!

[21:32:12] – Corsetti infila la mano nella giacca.

VASSANELLI: (alzandosi) Onorevole Corsetti, la prego, rimetta…
CORSETTI: (estrae una pistola) ECCO QUI! ECCO COSA STATE FACENDO FARE ALL’IMPERO!

(grida in studio; un urlo femminile fuori campo)

VASSANELLI: SICUREZZA! SICUREZZA IN STUDIO!

(Corsetti alza l’arma, poi si infila la canna in bocca)

CORSETTI: (voce ovattata, con la pistola in bocca) Questo… è… arrendersi!
VASSANELLI: FERMI! VIA IL SEGNALE! VIA IL SEGNALE!

[21:32:18] – Due tecnici irrompono in inquadratura. Tentano di bloccare il braccio dell’onorevole. La pistola cade a terra con un rumore metallico.

TECNICO: (fuori campo) L’ho presa! L’HO PRESA!
VASSANELLI: Stacch— staccate! STACCATE!

[21:32:24] – La telecamera traballa. La regia ritarda di qualche secondo. Si vede un caos indistinto: pubblico in piedi, una donna che piange, Corsetti trattenuto a forza.
[21:32:29] – Schermo nero.
[21:32:30] – Cartello fisso: Si è verificato un problema tecnico. La trasmissione riprenderà il prima possibile.

[LA TRASMISSIONE NON RIPRENDE.]

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LXXXVI

CANALE 1 – EDIZIONE SERALE DEL TELEGIORNALE, 11 MAGGIO 1992
Servizio registrato – durata 3’40”

Musichetta rassicurante, immagini di repertorio del Quirinale, poi stacco su uno studio luminoso, piante verdi e bandiera repubblicana sullo sfondo.

GIORNALISTA: «Buonasera. In questi giorni complessi per la vita del Paese, Canale 1 ha ritenuto importante far conoscere meglio agli italiani una figura centrale delle nostre istituzioni: il dottor Longino Ramelli, direttore del CoSDi.»

CAMBIO INQUADRATURA. Ramelli è seduto composto, schiena dritta, mani intrecciate sulle ginocchia. Abito grigio scuro, cravatta sobria. Sorride appena, come se qualcuno gli avesse spiegato che ora tocca sorridere.

GIORNALISTA: «Direttore Ramelli, lei è noto per il suo rigore, per la sua riservatezza. Ma oggi vorremmo mostrarne anche il lato più… umano. È vero che lei ama cucinare?»

Un brevissimo silenzio. Ramelli annuisce.

RAMELLI: «Sì. Quando il lavoro me lo consente, cucino volentieri.»
GIORNALISTA (con tono allegro): «E pare che lei sia particolarmente bravo in un piatto della tradizione romana… la gricia. È vero?»

Ramelli inspira. Poi parte, come se avesse premuto play.

RAMELLI: «Confermo. La gricia è un piatto semplice, ma richiede precisione. Si utilizza guanciale di qualità, che va tagliato a listarelle e rosolato a fuoco medio, senza aggiungere olio, affinché rilasci il proprio grasso. Successivamente si cuoce la pasta in acqua leggermente salata…»

La giornalista annuisce con entusiasmo e lo interrompe, sorridendo.

GIORNALISTA: «Davvero una ricetta… da intenditori!»
RAMELLI (senza cambiare tono): «…una volta scolata la pasta, la si manteca con il guanciale, aggiungendo pecorino romano grattugiato e una generosa quantità di pepe nero macinato al momento. È importante non utilizzare panna. Mai.»

Un secondo di silenzio. La giornalista sorride più del necessario.

GIORNALISTA: «Un uomo fermo anche ai fornelli, dunque.»

Ramelli accenna un sorriso che non arriva agli occhi.

RAMELLI: «La disciplina è importante in ogni ambito.»

STACCO. Immagini di Ramelli che cammina in un corridoio istituzionale, rallentate, musica morbida in sottofondo.

GIORNALISTA (fuori campo): «In un momento in cui il Paese chiede stabilità, il dottor Ramelli rappresenta una presenza solida, discreta, al servizio esclusivo della sicurezza dei cittadini.»

RITORNO IN STUDIO.

GIORNALISTA: «Direttore, un’ultima domanda personale. Quando riesce a rilassarsi, cosa fa?»

Ramelli riflette un istante di troppo.

RAMELLI: «Leggo. Cammino. E cucino.»
GIORNALISTA: «Grazie, direttore Ramelli, per aver condiviso con noi questo lato così… quotidiano.»
RAMELLI: «Grazie a voi.»

SIGLA DI CHIUSURA. La telecamera indugia un attimo sul volto di Ramelli: l’espressione è immobile, perfettamente controllata. Poi nero.

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LXXXVII

CARTAGINE – 13 maggio 1992, Notte

La luce della città filtrava a malapena attraverso le tende dell’albergo.
Livia stava seduta sul letto, scalza, con la cornetta del telefono poggiata alla spalla e una stanchezza che non riusciva più a nascondere in voce.

«Papà?»
«Sono qui,» rispose Stefani, con il tono basso, quasi un sussurro. Nelle ultime settimane la sua voce sembrava sempre provenire da un luogo più piccolo e buio, più chiuso di lui.
«Oggi abbiamo visto al-Barqi,» disse Livia. «Lo so che non dovrei dirlo così… ma fa impressione. È…» esitò, cercando le parole giuste.
«È un uomo che crede a ogni sillaba che pronuncia?» suggerì Stefani, quasi compiaciuto.
«Sì, esatto. Ha quello sguardo…»
«Fanatico.»
«No, papà. Non solo. È come se… fosse nato per questo. Gli uomini attorno a lui gli credono per istinto. E…»
«E tu anche?»
Livia si morse il labbro. «No, ma mi sembrava di essere di fronte ad Annibale, capisco perché altri lo farebbero.»

Per un momento nessuno parlò.
Livia guardò dalla finestra: a Cartagine era quasi mezzanotte, ma il porto era ancora pieno di luci e movimenti. L’Impero respirava con ansia; lei sentiva ogni contrazione come se fosse il suo stesso corpo.

«Comunque,» riprese, «sono stata all’accademia navale, ho visto Antonino.»
Quel nome portò un’ombra dolce nella voce di Stefani. «Sta bene?»
«Molto. È dimagrito, ma… è un uomo ormai. È emozionato che la delegazione sia qui. Ha detto che gli dispiace di non poter venire a Roma a salutarti.»
«Dì a tuo fratello che sono orgoglioso di lui.»
«Gliel’ho già detto, ma glielo ridirò.»

Un altro silenzio, più teso. Livia percepì che qualcosa stava arrivando.
Quando il padre parlava così piano, così lento, di solito era perché stava scegliendo quali verità poter gestire.

«Livia,» disse Stefani, «c’è una cosa che non volevo dirti al telefono.»
La giovane vicepremier si raddrizzò.
«Cosa?»
«È una storia vecchia. Del ‘79.» Un colpo secco di tosse. «Tu avevi otto anni, io ero sottosegretario agli Interni. E… c’era una donna.»
Livia si irrigidì. «Una donna?»
«Una pazza,» disse lui, rapido, come per spazzare via qualsiasi altro significato. «Una donna disturbata, che sosteneva di aver avuto una figlia dall’Imperatore Paolo VIII.»

Il silenzio che seguì non era un silenzio: era un buco nero.
Livia non disse nulla, Stefani continuò.

«La donna era instabile. Seri disturbi mentali. Per la sicurezza dell’Imperatore, e per la sua stessa sicurezza, fu internata. All’epoca… mi occupai io della cosa. Con discrezione, perché il sovrano non poteva permettersi scandali.»
«La figlia?» chiese Livia, piano.
«Fu affidata a una buona famiglia, per quanto possibile.» La voce del padre tremò appena. «Negli anni, sai… qualche informazione mi è arrivata. La ragazza era… strana. Silenziosa, poi religiosa, molto religiosa. È diventata monaca, in un convento vicino Frascati.»

Livia poggiò una mano sulla fronte. «Perché me lo racconti ora?»
«Perché io…» Stefani respirò a fatica, o forse era solo paura. «Io non posso vederla, né contattarla. E non sarebbe giusto che fossi io a parlarle.»
Un suono metallico nel microfono: forse lui si era passato una mano sul volto, nervoso.
«Ma tu sì. Tu potresti. Potresti darle la verità su sua madre. Non su suo padre, perché non lo era, non credo nemmeno per un secondo a quelle storie. Ma almeno… almeno potresti chiederle perdono a nome mio.»

«Per cosa?» sussurrò Livia.
«Per averle tolto una madre,» rispose Stefani. «Anche se era folle. Anche se non c’era altra soluzione.»
La sua voce si incrinò. «Io… non voglio morire con questo peso addosso.»

Livia impallidì. Non osava immaginare quante notti il padre avesse trascorso a ripetere quelle parole a sé stesso, nella penombra del Quirinale, tra scatole di tonno e fantasmi.
«Papà… io…»
«Non devi decidere ora,» la interruppe lui, quasi temesse la risposta. «Volevo solo che tu sapessi. Che, se un giorno avrai la forza… potresti fare ciò che io non posso più fare.»

Livia chiuse gli occhi. Fuori, le onde del porto di Cartagine sembravano respirare per lei.
«Va bene,» disse infine. «Ne parleremo quando torno.»
«Ti voglio bene, Livia.»
Lei esitò, poi rispose: «Anch’io, papà.»

La linea restò aperta un secondo di troppo, come se nessuno dei due avesse il coraggio di riagganciare per primo. Poi un click.
Silenzio. E Livia, da sola, in una stanza d’albergo, con un segreto in più e un’ombra più grande.

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LXXXVIII

CARTAGINE, GIARDINI DEL PALAZZO DELLA PREFETTURA – 14 maggio 1992

La cerimonia era appena terminata. Livia, ancora con il sorriso istituzionale della consegna delle decorazioni, si muoveva fra gruppi di ufficiali, diplomatici e giornalisti. Il vento caldo di Cartagine muoveva appena le bandiere, e sul prato si era formato un mosaico di uniformi dai colori diversi.
Poi vide un movimento familiare, un profilo che le parlò alla memoria prima ancora che agli occhi.
Spalle larghe, postura sfrontata, uniforme impeccabile ma portata con quell’aria da “non m’importa niente,” tipica di chi l’ha guadagnata col sangue e non con la retorica.
E soprattutto: quella risata.

Rino Franceschini era lì, in uniforme di gala, un paio di centimetri più alto del solito per quanto se ne vantava, circondato da due paracadutisti del Leone IV che lo guardavano come se fosse un fratello maggiore, un capo branco, un semidio con le mostrine.
Livia lo vide di spalle e non resistette all’impulso: si avvicinò in punta di piedi, allungò le mani e gli coprì gli occhi.

«Indovina chi è,» disse, con quella voce a metà fra il sorriso e la sfida.
Per un attimo lui rimase immobile. Poi si irrigidì, fece un mezzo passo avanti…
E Livia temette di averlo sorpreso troppo bruscamente.
Ma il maggiore Franceschini, invece di reagire d’istinto come avrebbe fatto con chiunque altro, scoppiò in una risata incredula.

«Non ci posso credere… Livia?»
«E chi altro?» rispose lei, togliendo le mani.

Quando si voltò, negli occhi di Franceschini comparve un bagliore che non si vedeva spesso nei soldati: pura, limpida felicità.

«Ma guardati!» esclamò lui, prendendole le mani come se fosse naturale, come se non fosse la vicepremier della Repubblica, come se fossero ancora due ragazzi incontrati per caso a una festa. «In carne e ossa. Ti credevo a Roma a fare… non so, cose importanti.»

«Le faccio qui ora,» disse lei, ridendo. «E tu? Qualcuno dice che hai preso una croce d’oro per aver salvato un’intera compagnia da un vicolo cieco ad Algeri. Altri dicono che ti hanno premiato per non aver incendiato la città. Quale versione è vera?»
«La seconda è calunniosa,» disse Rino, con la solennità di un attore comico. «La prima… è molto esagerata. Ma non lo dire ai miei uomini, eh, che ci tengono.»

I due paracadutisti dietro di lui scoppiarono a ridere.
«Lo sappiamo, maggiore,» disse uno dei due. «Se non glielo ricordiamo ogni mattina, si dimentica di essere un eroe.»
«Vedi?» disse Franceschini a Livia. «Sono circondato da ingrati.»

Livia rise, e per qualche minuto dimenticarono tutto: Cartagine, la guerra perduta, gli assedi, la resa.
Parlarono di vecchi ricordi della scuola, del fatto che Rino, da ragazzo, venisse sempre sospeso per aver alzato le mani contro qualcuno, e di come Livia, nei pochi incontri familiari di cui si ricordavano, fosse sempre stata quella che lo rimproverava… e quella a cui, segretamente, lui dava ascolto.
Rino la fissò un momento, con il sorriso di chi rivede una persona importante dopo molto tempo.
«Non è cambiato nulla, sai? Sembri sempre tu.»
«Anche tu,» rispose Livia. «Solo con molte più medaglie… e molte più cicatrici.»
«Quelle non me le hanno date alla cerimonia.»
«No, immagino di no.»

Fu allora che arrivò Teo Lori, elegante come sempre, con l’espressione gentilmente scocciata di chi sta cercando un vicepremier che si è “persa”.

«Eccoti! Livia, c’è la foto ufficiale con la delegazione.»
«Arrivo!» disse lei, poi si rivolse a Franceschini. «Doveri di Stato.»
Lui annuì con un mezzo inchino ironico.
«Vai, ministra. Che il mondo ti aspetta.»

Ma prima che lei si allontanasse, Rino la chiamò piano:
«Livia.»

Lei si voltò. Il sorriso di Rino si fece improvvisamente più serio, più sincero.

«Qualsiasi cosa succeda… se hai bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, io ci sono.»

Per un secondo, lei vide il soldato, il ragazzo, l’amico e il fratello mancato, tutti nello stesso sguardo.
Livia ricambiò il sorriso, lieve ma autentico.

«Lo so, Rino. Lo so davvero.»

E poi si allontanò con Teo, mentre alle sue spalle i paracadutisti tornavano a circondare Franceschini, il quale, per la prima volta da settimane, sembrava davvero felice.

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LXXXIX

PALAZZO FLAMINIO, STUDIO DEL PRIMO MINISTRO – 14 maggio 1992

Il fax iniziò a sputare carta con un sibilo lungo, stridulo, che fece voltare sia Pisani sia Ramelli. Da un’ora nessuna comunicazione importante arrivava da nessuna parte: le trattative di Cartagine erano entrate nella loro fase “delicata”, come amava dire Lori, e per il resto il governo era sospeso in quell’attesa tesa che somiglia più a un deserto che a un lavoro.
Pisani allungò la mano, prese il foglio ancora tiepido. Lo lesse e si irrigidì.
Ramelli lo notò immediatamente.

«Cosa c’è?» chiese, già temendo la risposta.
Pisani abbassò lentamente il foglio; la sua voce, quando parlò, era un soffio.
«Sono evasi.»
Un silenzio pesante s’insediò nello studio, come una nebbia densa.
Ramelli tese la mano. «Chi?»

Pisani glielo consegnò, Ramelli lesse. Le sopracciglia gli si strinsero in una linea netta.
Rilesse, poi sollevò lo sguardo.

«Cazzo! Rambaldi e Prisco.»

Pisani si lasciò cadere sulla sedia, come se il mondo avesse perso un punto d’appoggio.
«La relazione del direttore reggente parla di complicità interna,» mormorò. «Complicità interna. Nel carcere di massima sicurezza. A Parma.»

Ramelli rimise lentamente il foglio sulla scrivania, come se temesse che scottasse.
«Avevo detto che non dovevano stare insieme,» scandì a bassa voce. «Avevo detto che Rambaldi doveva essere isolato. Isolato!»
Pisani si passò una mano tra i capelli. «Lo so.»
«Avevo detto che non bisognava permettere che parlasse con Prisco, che era pericoloso.»
Pisani annuì. «Lo so, Longino.»
Ramelli continuò come se non lo avesse sentito. «E avevo detto anche che quel carcere non era affidabile.»

Pisani si sollevò sulla sedia, gettando un’occhiata alla porta come se volesse assicurarsi che fosse chiusa.
Poi disse piano:
«Longino, questa è una catastrofe.»
«È più di una catastrofe.» Gli occhi del direttore del CoSDi erano freddi, tesi, lucidissimi. «È un punto di non ritorno.»

Pisani ingoiò a vuoto.
«Siamo già abbastanza fragili: una resa militare, il crollo dell’autorità del Presidente, le critiche della stampa… E ora… questo.»

Ramelli non rispose, si limitò a fissare un punto sul pavimento, come se stesse tracciando una mappa mentale. Dopo un lungo silenzio:
«Dovremo avvisare subito Lori e Livia.»
Pisani annuì. «Sì. Ma è una notizia devastante. E se arriva fuori prima che abbiamo una linea chiara…»
«…saremo ridicolizzati, e considerati deboli.»
Ramelli completò la frase senza esitazione.
Pisani si tirò su, respirando più veloce. «Gli americani ci stanno mettendo fretta. Troppa. Lori dice che sembrano sapere già dove vogliono arrivare. È come se fossero più ansiosi di noi di chiudere tutto.»

Ramelli fece un sorriso breve, privo di ironia.
«Perché lo sono.»
«Vuoi dire che…?»
«Voglio dire che non è escluso che abbiano parlato con al-Barqi molto prima di noi.» Ramelli tese una mano, palmo in alto. «E molto prima dell’offensiva.»

Pisani reagì con un moto di rabbia impotente. «Allora cosa stiamo negoziando? Il loro accordo? O il nostro funerale?»

Ramelli non replicò, si limitò a inspirare lentamente, poi a esalare come se volesse liberarsi di un peso impossibile.
«E intanto,» disse infine, «Rambaldi e Prisco camminano liberi.»
Pisani si passò una mano sul volto. «Livia…» mormorò, all’improvviso. «Come la prenderà?»

«Livia non deve essere a conoscenza di tutti i dettagli, soprattutto in questo momento in cui non abbiamo più spazio per errori.» disse Ramelli con una calma che faceva più paura dell’agitazione. «Del resto, l’abbiamo mandata a Cartagine per non averla tra i piedi in un momento che già prima era delicato.»

Pisani si alzò, barcollò leggermente, come se avesse perso l’equilibrio.
«Devo convocare un comitato ristretto subito.»
«Lo faremo,» rispose Ramelli.

Si avvicinò al fax. Lo riprese in mano.
«Cornelio…»
«Sì?»
«Questo non è solo un problema di sicurezza.» Pisani ascoltava. «Questa fuga…» Ramelli abbassò il tono. «…unisce la peggior mente ideologica del paese al peggior apparato paramilitare clandestino del paese.»
Poi concluse, tagliando l’aria:
«Se trovano un’intesa, questa non è più un’evasione.» Solitamente controllato, Ramelli mostrò per un istante un’ombra d’inquietudine. «È l’inizio di un movimento.»

Pisani impallidì.
«Che tipo di movimento?»

Ramelli rispose senza un attimo d’esitazione:
«Un movimento rivoluzionario.»

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XC

STUDIO DEL PRIMO MINISTRO, PALAZZO FLAMINIO – 14 MAGGIO 1992, ORE 18:47
Ramelli compone il numero del satellitare di Livia. Pisani è seduto vicino, immobile, con le mani intrecciate. Il telefono viene messo immediatamente in vivavoce.

[Tono di Ramelli: cordiale, controllato, vagamente affettuoso.]

RAMELLI: Livia? Cara, come stai? Spero di non disturbarti, immagino abbiate avuto una giornata impegnativa laggiù.
LIVIA: Zio Longino! Ma figurati, non disturbi. Ho appena finito una riunione con Lori e gli americani. Le trattative… procedono, diciamo così.
RAMELLI: Mh. Procedono in che senso?
LIVIA: Sto cercando di ottenere garanzie formali per i romani che vorranno restare in Mauritania. (E sospira.) Lo so che sembra quasi un capriccio, visto che non ci sono quasi più romani in Mauritania, ma serve per principio. Per dimostrare che non abbandoniamo la gente. Almeno… non del tutto.
RAMELLI (Fa un lieve suono approvante.): Sì, capisco. Il principio è importante. (Pausa.) Livia, dimmi la verità, come ti senti tu? Perché immagino non dev’essere semplice sedere dall’altra parte del tavolo con… al-Barqi.
LIVIA: No, non è semplice, ma va fatto. E poi Teo è qui, e mi sostiene molto.
RAMELLI: Già. Lori è affidabile. (Poi, cambiando tono, più basso, più dolce.) Senti, volevo chiederti… hai parlato col presidente? Con tuo padre, intendo.
LIVIA: Sì, ieri sera. Perché me lo chiedi?
RAMELLI: Perché, permettimi di dirlo, sono preoccupato per lui. Per la salute, soprattutto. (Piccola pausa, perfettamente dosata.) I bollettini medici… non sono incoraggianti. Sembra stia dimagrendo, non dorme, non mangia…
LIVIA (Lo interrompe, con una gentilezza che nasconde irritazione.): Zio Longino, davvero: grazie per la preoccupazione. Ma se tu l’avessi visto di persona, capiresti che certe voci sono… gonfiate. Papà è provato, certo, ma non è nelle condizioni catastrofiche che si raccontano (Mente sapendo di mentire). Te lo assicuro.

[Pisani, accanto a Ramelli, chiude gli occhi e inspira piano.]

RAMELLI: E io ti credo. (Altro silenzio strategico.) Anche se… devo dirti un’altra cosa, qualcosa che mi inquieta. Negli ultimi giorni, alcune persone, chiamiamoli… “faccendieri”, ex agenti del CoSDi, gente orbitante attorno a Matteo Di Cesare… beh, pare che abbiano avuto accesso al presidente.
LIVIA (La voce cambia, diventa tesa.): Accesso? Al Quirinale? Autorizzati da chi?
RAMELLI (Sospira, come un uomo che si sforza di essere diplomatico.): Questo è difficile da verificare, ma sembra che lo stiano… suggestionando, illudendolo che possa tornare a essere presidente a tutti gli effetti. Ecco, mi preoccupa che gli stiano dando false speranze. E che lui… in quella condizione… possa crederci.
LIVIA (Ridacchia, stanca ma affettuosa.): Zio Longino… davvero, te lo dico col cuore: se tu avessi visto papà, sapresti che queste preoccupazioni sono infondate. Nessuno potrebbe convincerlo di poter tornare in sella. Davvero: stai tranquillo. È più lucido di quanto pensi.

[Ramelli e Pisani si scambiano uno sguardo lunghissimo.]

RAMELLI: …Capisco. (Poi cambia tono. Torna serissimo.) Livia, c’è qualcos’altro. E purtroppo… non è una buona notizia.
LIVIA (Si irrigidisce.): Cos’è successo?
RAMELLI (Pausa breve. Perfettamente calibrata.): I topi sono scappati dalla gabbia.
LIVIA (Stupita e confusa): Cosa?
RAMELLI: Eugenio Rambaldi… e Lucilio Prisco. Sono evasi.
LIVIA (La linea tace per tre lunghissimi secondi.): Sono… come?
RAMELLI: Non ho ancora dettagli, non è chiaro come abbiano fatto, né dove siano. (La voce è inquietante nella sua calma.) Ma sono fuori, e insieme.
LIVIA (Una lunga inspirazione, strozzata.): Zio… mi stai dicendo tutto quello che sai?
RAMELLI (Mente con la naturalezza di un respiro.): Tutto quello che mi è arrivato finora. Te lo giuro.

[Livia, dal ritmo della voce, intuisce che non è vero, che le stanno nascondendo qualcosa e che lo zio sta scegliendo con cura chirurgica cosa dire e cosa tacere.]

LIVIA: Capisco. (Poi, più bassa.) E ti ringrazio per avermelo detto.
RAMELLI (Con un’ombra di inquietudine studiata.): Cara… tieni gli occhi aperti. Per favore.
LIVIA: Lo farò.
RAMELLI: E… (Pausa finale.) Digli il meno possibile, a tuo padre. Non serve agitarlo.
LIVIA: …Sì. Certo.

[Breve silenzio.]

RAMELLI: Buona fortuna, Livia.
LIVIA: Grazie, zio.

[La chiamata si chiude.]

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XCI

CAMPAGNA PADANA NEI PRESSI DI MILANO – 20 MAGGIO 1992, ORE 22:14

Strada comunale sterrata, nessuna casa nel raggio di due chilometri. Un cielo grigio e basso, aria fredda, senza vento. L’ambulanza della Croce Azzurra avanzava lentamente, illuminando il nulla con i suoi fari alogeni. Dentro, il silenzio era stato quasi totale per tutto il tragitto.
Marco, l’autista, fissava il buio della strada come se aspettasse che qualcosa saltasse fuori da un momento all’altro. Non era un tipo impressionabile.
Ma quella chiamata… quella chiamata non era normale: un incidente stradale con probabile trauma maggiore, località Cascina Roncaiolo, coordinate perfette e luogo assolutamente inadatto a un incidente.

— Qui non si schianta nessuno
Aveva mormorato Marco mentre guidava. Sara, capo-equipaggio, gli aveva lanciato un’occhiata laterale.
— Non fare il profeta di sventura… magari è solo un pirla che ha sbagliato strada.

Luca, il soccorritore più giovane dei tre, non aveva detto niente. Si limitava a guardare la cartina, come se volesse trovare una spiegazione geografica alla sensazione di gelo che provavano tutti.
Poi, all'improvviso, ecco la scena.

— Eccolo — mormorò Marco, rallentando fino quasi a fermarsi.
Dalle finestre dell’ambulanza, i tre videro un solo veicolo, una berlina scura, ferma di traverso sulla strada sterrata, una sagoma a terra, immobile, supina e tre uomini in giacca e cravatta, immobili, perfettamente composti, come se stessero aspettando proprio loro.
Nessuna auto della stradale, nessuna pattuglia, nessun vigile del fuoco. Nessun segno di incidente.

— Ma che caz… — iniziò Luca.
Sara lo zittì con un gesto. Gli occhi le erano diventati due fessure.
— Marco, spegni il motore. Ma tieni le chiavi. Non si sa mai.
L’autista annuì.

Sara scese per prima. Non fece in tempo a chiudere lo sportello che uno dei tre uomini, il più alto, capelli grigi, espressione neutra, si mosse verso di lei con passo lento e misurato. A un metro di distanza si fermò.
— Buonasera — disse.
Non un sorriso, non un cenno di saluto. Solo ghiaccio.

— Siamo della Croce Azzurra — disse Sara con professionalità — Chi ha chiamato i soccorsi?
L’uomo rispose con una calma glaciale:
— Io.
Fece un piccolo gesto del mento verso il corpo a terra.
— Il paziente è lì. Va caricato e trasferito immediatamente all’ospedale San Celso in Codice rosso.

Marco e Luca erano scesi nel frattempo. Marco guardò il corpo a terra, anche da lontano si vedeva il foro di proiettile, perfettamente rotondo, dietro la nuca.
Un’esecuzione.

Sara chiese, con cautela:
— C’è stata… una sparatoria?
L’uomo la ignorò completamente.
— All’ospedale sanno già come gestire il caso.
Fece un passo avanti.
— Per quanto vi riguarda, il paziente… è vivo. Durante il trasporto, lo annoterete come vivo. All’arrivo, come vivo. Non ci saranno problemi di sorta.

Fu allora che guardò dritto Sara negli occhi.
Non minacciava, non urlava. Non stava nemmeno imponendo qualcosa.
Era molto peggio. Era un ordine normale, quotidiano. Come chiedere “potresti passarmi il sale?”.
— Dev’essere… chiaro? — concluse l’uomo.

Sara deglutì. Marco fece un mezzo passo avanti, impulsivo.
— Ma il paziente è... morto. Serve constatazione. Serve un medico. Non possiamo…

Gli occhi dell’uomo si posarono su di lui. Solo per un secondo.
Marco si zittì, completamente. Era come se qualcuno gli avesse premuto un dito contro la gola.
Luca tremò appena. Non per paura, ma per rabbia trattenuta.

— Carichiamolo — disse Sara con voce piatta.

Loro tre si mossero come automi. Movimenti corretti, protocollari.
Collare cervicale, tavola spinale, immobilizzazione, lenzuolo termico. Defibrillatore staccato, ovviamente, perché nessuno avrebbe osato attaccare elettrodi a un cadavere nel mezzo della campagna in compagnia dell’uomo che sembrava comandare la morte.
Durante i pochi minuti del caricamento, i tre uomini in giacca e cravatta restarono immobili come statue. Osservavano, e respiravano appena.
Quando il corpo fu chiuso nel vano sanitario, l’uomo pronunciò la frase finale.
— Arriverà un nostro incaricato in ospedale. – piccola pausa. — Non ci saranno discrepanze di verbale. Capito?

Sara annuì. Marco annuì. Luca annuì più lentamente.
L’uomo sorrise per la prima volta, ma non era un sorriso umano.
— Bene. Buon lavoro.

Quando risalirono nell’abitacolo, nessuno parlò per almeno venti secondi. Poi Marco disse, sussurrando:
— Quello… non era un incidente.
Sara:
— Lo so.
Luca:
— E quel cadavere… chi diavolo è?
Sara chiuse gli occhi un istante.
— Da oggi, nessuno.

L’ambulanza ripartì, silenziosa. Il cadavere nel vano sembrava pesare cento chili più del normale. Sul lunotto posteriore, per un secondo, si vide l’uomo con i capelli grigi che li osservava andare via.
Senza muoversi, senza cambiare espressione, come se non fosse altro che un ingranaggio di una macchina già avviata.

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XCII

LA CORONA DI CESARE, LA SCURE DEL COSDI – IL RONZIO (Valentino Tulliani, 22 maggio 1992)

C’è un momento, nella storia di Roma, in cui tutto si incrina, un punto preciso, riconoscibile, netto come il taglio di una lama sulla pietra. Per la prima Repubblica fu il 15 marzo del 44 a.C., quando Cesare fu pugnalato da uomini che, a torto o a ragione, credevano di difendere la libertà dalla tentazione monarchica.
Ma vale la pena ricordare perché Cesare veniva accusato di voler diventare re.
Perché si comportava come un sovrano orientale: perché guardava ad Alessandro Magno, ai Tolomei, ai Seleucidi, a una figura di potere carismatico che unisse l’autorità militare allo splendore quasi divino del monarca.

Ora, duemila anni dopo, ci tocca assistere alla versione dimidiata, grottesca, e pericolosamente provinciale dello stesso spettacolo.
La nostra Repubblica, quella nata appena tre anni fa dalle riforme di Stefani, sta rapidamente assumendo le sembianze di un dispotismo, con una coppia di reggenti che hanno progressivamente occupato il vuoto creato dal crollo del potere presidenziale: Cornelio Pisani e Longino Ramelli.
Due uomini tutt’altro che somiglianti a Cesare, e che non imitano Alessandro Magno né i Tolomei o i Seleucidi.
No, perché i modelli che sembra abbiano scelto sono di tutt’altra natura:
Stalin, Saddam Hussein e Deng Xiaoping.

Non abbiamo, per ora, un culto della personalità.
Non abbiamo statue, né gigantografie.
Non abbiamo “piccoli libretti rossi”, né giardini del palazzo presidenziale cosparsi di tombe senza nome.
Eppure.

Eppure, negli ultimi dieci giorni, si sono moltiplicate segnalazioni di persone scomparse, di incidenti misteriosi, di improvvise “emorragie cerebrali”, di cadute da balconi, che coinvolgono prelati, poliziotti, ufficiali delle forze armate, agenti del CoSDi e perfino quadri intermedi del Partito che… non hanno più fatto ritorno a casa.
Tutte persone, guarda caso, di cui circolava voce fossero “simpatiche” nei confronti del dottor Rambaldi o verso il neonazista Lucilio Prisco e il suo Fronte Sociale del Sole Invitto.

Non sappiamo ancora che ne è stato dei due capi estremisti.
Ufficialmente sono entrambi in carcere, ma ufficiosamente, c’è chi giura di averli visti, o di averne sentito parlare, come se fossero di nuovo… in movimento.
Ma soprattutto: non sappiamo, e non possiamo sapere, chi stia eliminando chi. L’unica cosa certa è il metodo, e il metodo è quello di una purga.

Una purga sistematica, chirurgica e glaciale. Una purga che non ha più nulla a che vedere con la Repubblica proclamata tre anni fa. Una purga che ricorda molto più da vicino il 1937 di Mosca, il 1979 di Baghdad o, peggio ancora, il 1989 di Pechino.
Si dirà che Tulliani esagera, che sono solo incidenti, che sono tempi difficili e servono misure dure.
Eppure.

Eppure, questi incidenti capitano solo a persone che dicono la cosa sbagliata, parlano con le persone sbagliate, o, semplicemente, hanno la faccia sbagliata secondo i parametri sempre più oscuri della nuova coppia al potere. È ironico, se ci pensiamo: Stefani ha governato per anni indossando la maschera della democrazia.
Un uomo forte, sì; autoritario, certamente. Ma attento a conservare sempre un velo, una cortina di legalità, di parlamentarismo, di obblighi costituzionali, anche quando era evidente che era solo teatro.
Pisani e Ramelli non hanno nemmeno questa cautela.

Hanno paura, e quando un regime ha paura, smette di truccarsi, di sorridere e di fingere.
Inizia a uccidere.

E allora, tornando a Cesare, non posso fare a meno di chiedermi una cosa: se davvero la nostra Repubblica cade oggi sotto nuove forme di dispotismo, non sarà perché Cesare voleva la corona.
Ma perché, duemila anni dopo, i nostri governanti hanno riscoperto il fascino della scure.

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XCIII

CARTAGINE – 22 maggio 1992, mattina

La sala colazioni dell’Hotel Vittoria aveva quell’aria sospesa che hanno i luoghi abitati da gente che sa di essere lì solo di passaggio: un brusio sommesso di stoviglie, qualche diplomatico con l’aria ancora intorpidita dal jet lag, il profumo troppo intenso del caffè macinato al momento.
Livia e Teo occupavano il solito tavolo vicino alla vetrata, con vista sul porto di Cartagine che cominciava ad animarsi.

Teo era alle prese con un piatto traboccante di bacon, salsicce e uova strapazzate, più un bicchiere di spremuta e un caffè che sembrava un secchio. Livia invece, di fronte a lui, sembrava uscita da un altro universo: solo una tazzina di espresso e una sigaretta già accesa, la cenere pericolosamente inclinata sul piattino.
Teo sospirò, guardando alternativamente il proprio piatto e l’esile colazione di lei.
«Come fai a stare in piedi con… questo?»
Indicò la tazzina come se fosse una prova a carico.

Livia rise appena, soffiando il fumo di lato.
«Non sono mai stata abituata a fare colazione. Neanche papà la faceva: solo un caffè, ogni mattina. E quando cresci così… be’, la fame prima di mezzogiorno non ti viene mai.»
Teo scosse la testa, infilandosi una forchettata esagerata di uova.
«Io, senza colazione, non riuscirei neanche ad allacciarmi le scarpe.»

Livia si limitò a un’alzata di spalle elegante e pigra. Poi appoggiò sul tavolo una copia piegata del "Ronzio". Il titolo dell’editoriale di Tulliani campeggiava in prima pagina: “La Corona di Cesare, la Scure del CoSDi”.
Teo smise di masticare. «Lo stai leggendo anche stav—»
«Prima che tu me lo chieda,» lo interruppe Livia, «sì, lo leggo, da anni. Tulliani e il Ronzio sono l’unica cosa che abbia mai ritenuto davvero affidabile a Roma.»
Poi, con un mezzo sorriso: «All’inizio lo facevo solo per far arrabbiare papà… ma poi ho capito che era l’unica finestra su quello che stava veramente succedendo.»

Teo si appoggiò allo schienale, guardandola di traverso, preoccupato.
«E la piega che stanno prendendo le cose in patria?»
«Non mi piace,» rispose lei secca. «E penso che continuerà a non piacermi.»

Per un istante, l’espressione di Teo si fece più dolce.
La guardò come l’avrebbe guardata un fratello maggiore, una figura affettuosa che sa di non poterla davvero proteggere, ma che vuole comunque provarci.
«Livia… la promessa che ti ho fatto vale sempre. Farò tutto il possibile per proteggerti, qualunque cosa succeda quando torneremo a Roma.»

Lei non rispose subito. Inspirò dalla sigaretta, trattenne il fumo e lo espirò lentamente, come se quel gesto le desse il tempo di trovare la frase giusta.
«Lo so, Teo. E ti ringrazio. Ma non sono più la ragazzina che dovevi tenere lontana dai guai. So come muovermi, e… sto già prendendo le mie contromisure.»

Teo aggrottò le sopracciglia.
«Contromisure?» Poi, con una certa esitazione: «Per caso… coinvolgono il maggiore Franceschini?»

Livia non disse nulla, non confermò e non negò.
Ma la sigaretta tra le sue dita bruciò un millimetro più in fretta, e sulle sue labbra comparve un sorriso lento, trattenuto, quasi divertito.
Uno di quei sorrisi che non servono a rispondere, perché rispondono da soli.

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XCIV

TRA CARTAGINE E ROMA, UNA NUOVA FIGURA EMERGE: LIVIA STEFANI – NEW YORK TIMES (3 giugno 1992)

CARTAGINE – Nella notte tra il 2 e il 3 giugno, nei corridoi dell’Hotel Vittoria, sede del negoziato, il clima era quello tipico delle tregue raggiunte troppo tardi e troppo in fretta: un misto di sollievo, stanchezza e un’amara consapevolezza che nulla sarà più come prima. Mentre la delegazione romana festeggiava con sobrietà, un brindisi veloce, stretti sorrisi, poche parole, nella sala adiacente si potevano udire risate più sonore e canti provenienti dal gruppo algerino guidato da Muḥammad al-Barqi. La guerra più disastrosa della storia moderna della Romània è finita: questo, almeno, è ciò che entrambi i fronti vogliono credere.

L’accordo di pace, ormai definito nei suoi elementi essenziali e in attesa del voto del Parlamento romano, ratifica formalmente ciò che la realtà sul campo aveva reso innegabile: la Mauritania romana non esiste più. Nasce un nuovo Stato algerino sovrano, riconosciuto da Roma, che cede il controllo della regione in cambio di garanzie di sicurezza lungo il nuovo confine terrestre. Le città di Cartagine, Orano e Cesarea, un tempo cardini dell’Impero mediterraneo, sono ora simboli della ritirata romana, nonostante gli sforzi dell’ultimo minuto per preservare le ultime due come exclavi.

La pressione degli Stati Uniti, che ufficialmente hanno svolto un ruolo di mediazione super partes, è stata decisiva nel chiudere rapidamente i negoziati. Ufficiosamente, però, nelle conversazioni nei corridoi cresce la convinzione che Washington avesse raggiunto un’intesa preventiva con al-Barqi già prima dell’offensiva di marzo. Nel linguaggio diplomatico, la definizione ricorrente è “risolutezza strategica”; tra i funzionari romani, in privato, la frase più comune è molto più semplice: “non avevamo scelta”.

Ma nel cuore di questa trattativa che ha riscritto la geografia politica del Nord Africa, una figura è emersa con una forza inattesa: Livia Stefani, figlia del presidente Francesco Stefani.
Fino a pochi mesi fa, per la stampa internazionale era poco più di un accessorio propagandistico, la smiling princess sempre presente accanto al padre nelle cerimonie ufficiali, un volto giovane e accattivante utile a un potere in lento ma costante declino. Il regime la presentava come la promessa di un futuro ordinato, una sorta di erede designata, senza alcuna reale influenza nelle decisioni politiche.
Cartagine ha rovesciato quella immagine.

Secondo membri sia della delegazione romana che di quella americana, Livia Stefani ha mostrato “una durezza e un’intelligenza strategica del tutto inattese”, riuscendo a mantenere un ruolo centrale nel negoziato nonostante la totale asimmetria tra le parti. Se il ministro degli Esteri Teodoro Lori ha garantito la continuità dei colloqui, è stata Livia, riferiscono diverse fonti, a condurre le discussioni più delicate sui diritti dei cittadini romani che intendono rimanere nella nuova Algeria.
“Non avevano margini,” ha spiegato un diplomatico statunitense, “eppure Livia riusciva sempre a trovare un punto su cui insistere. Ha strappato concessioni che nessuno di noi riteneva realistiche.”

Anche al-Barqi, leader del Fronte Islamico di Resistenza e futuro presidente dell’Algeria indipendente, ha mostrato una sorprendente deferenza nei confronti della giovane negoziatrice romana. Una fonte della delegazione algerina, che ha chiesto l’anonimato, ha dichiarato: “Non si è mai presentata come la figlia di un presidente. È entrata nella stanza come una pari, e si è comportata come tale.”
Questo stile diretto, unito a un carisma naturale e a una particolare capacità di leggere le dinamiche emotive dei suoi interlocutori, ha fatto sì che gli osservatori americani cominciassero a chiamarla, inizialmente per scherzo, poi con crescente serietà, the Iron Empress.

Dietro questo soprannome non c’è solo l’ammirazione per la sua determinazione, c’è anche la consapevolezza del vuoto di potere a Roma. Con il regime su cui suo padre aveva regnato ridotto a un simulacro, con l’autorità reale nelle mani del premier Pisani e del direttore del CoSDi, Longino Ramelli, molti analisti iniziano a chiedersi se la giovane Stefani possa diventare un elemento di stabilità in una Repubblica che sembra oscillare sull’orlo del collasso istituzionale.

Può davvero Livia Stefani diventare la nuova figura forte della Romània? Al momento, nessuno a Roma ha il potere per dirlo. A Cartagine, però, negli ultimi giorni lo si è percepito chiaramente: in una stanza colma di diplomatici esausti, in una trattativa che ha chiuso un’epoca, la persona che sembrava più consapevole di ciò che stava accadendo, e di ciò che potrebbe accadere dopo, non era un generale, né un ministro, né un emissario americano.
Era una donna di ventiquattro anni, dal volto stanco, dalle mani ferme e dallo sguardo che nessuna resa sembrava poter piegare.

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XCV

ROMA, PALAZZO DEL QUIRINALE – 5 giugno 1992, pomeriggio

Il corridoio che conduceva all’infermeria del Quirinale aveva un silenzio innaturale, quasi sacrale. Le luci filtravano dai lampadari di cristallo come attraverso un velo funebre. Quando Livia e Teo arrivarono, i corazzieri della Guardia Palatina si misero sull’attenti; i camerieri li imitarono, irrigiditi in una forma di rispetto che, quel pomeriggio, aveva il sapore acre della sconfitta.
Livia avanzava veloce, con il passo corto e deciso di chi non vuole concedere spazio alla paura. Teo la seguiva mezzo passo indietro, pallido come non era mai stato nemmeno durante la guerra. Sapevano pochissimo: soltanto una telefonata di Ramelli a Lori, e poi Lori a lei. “È grave. Tornate immediatamente.” Nient’altro.

All’ingresso dell’infermeria un infermiere li fermò, porgendo loro mascherine, camici e calzari. Livia si rivestì in pochi gesti rapidi; Teo tremava, e le dita gli scivolavano sull’elastico della mascherina. Quando entrarono, la vista li colpì come un pugno.
L’unità sembrava un reparto di terapia intensiva. Monitor ovunque, luci intermittenti, il bip monotono delle macchine che tenevano in vita quello che era rimasto del Presidente della Repubblica.
Francesco Stefani era immobile, intubato, il torace che si sollevava a scatti comandati dal ventilatore. Era più piccolo, quasi rattrappito, come se negli ultimi giorni avesse perso anni e chili in un unico crollo. Il viso, incupito dalle ombre delle cannule e delle cinghie, sembrava quello di un estraneo.

Teo si portò le mani alla bocca.
«Dio mio… presidente…» mormorò. Il suo sguardo si offuscò, e Livia ebbe l’impressione che, se non lo avesse sorretto, sarebbe caduto.
Lei non pianse, non ancora. Restò composta come una lastra di vetro gelido, anche mentre osservava la figura del padre sprofondare nel letto, respirare solo perché una macchina glielo ordinava.
Una giovane infermiera, con gli occhi rossi ma professionali, si avvicinò.
«Siete la figlia…?»
Livia annuì.
«Vi prego, ditemi tutto.»

La donna prese un respiro profondo.
«Ieri pomeriggio, nel suo appartamento privato, il presidente ha avuto un episodio di lipotimia. Uno svenimento, nulla che sembrasse grave.»
Livia la fissava senza battere ciglio.
«È stato visitato da un medico… uno di cui si fidava. L’ha convinto a sottoporsi a qualche iniezione ricostituente. Il presidente non voleva, all’inizio. Era… molto agitato.»
Livia ricordò le scatolette e la paranoia dell’avvelenamento.
«Qualche ora dopo,» continuò l’infermiera, «le sue condizioni sono peggiorate. Tachicardia improvvisa, dispnea, confusione. Poi è crollato, lo abbiamo intubato in emergenza.»

Per un istante, la stanza sembrò girare attorno a Livia, ma lei non fece trasparire nulla.
«Che medico?» chiese.
L’infermiera esitò.
«Non lo conosco, però era autorizzato, ci avevano detto. Ma… non l’ho più visto da allora.»

Teo si passò una mano sul viso, sconvolto. Non registrava davvero ciò che veniva detto: il crollo del suo vecchio amico lo aveva frantumato. Livia, invece, ascoltava ogni dettaglio con una lucidità che sfiorava la crudeltà.
Quando uscirono dall’infermeria e si tolsero le mascherine nei corridoi deserti, Livia si fermò.
«Hanno avvelenato mio padre.»
Non era una domanda. Era una sentenza.
Teo la guardò come se solo allora avesse capito.
«Livia…»
«È esattamente quello che temeva.»
La voce le si incrinò appena. «E questo “medico”…»

Non ebbe tempo di finire.
Alle loro spalle, una figura minuta si avvicinò con passo incerto.
«Signora… vicepremier…» balbettò in un italiano stentato. Era Hatem, il giardiniere arabo del Quirinale. Indossava ancora la giacca da lavoro, e teneva le mani intrecciate davanti a sé come uno scolaro impaurito.

«Ditemi!» Livia si voltò verso di lui, sorpresa.
L’uomo fece un piccolo inchino, impacciato.
«Il presidente… signor presidente… ha detto a me… solo a me…» Cercava le parole. «Ha detto: “Dai questo… solo alla mia Livia. Solo a lei.”»
Da sotto la giacca estrasse un plico avvolto in una cartellina di cartone, legata con uno spago consumato. Il sigillo rosso del Quirinale era ancora intatto.
«Io… portare oggi. Come promesso.»
Non sollevò gli occhi da terra.

Livia lo prese con entrambe le mani, Teo lo guardò come si guarda una pistola carica.
«Grazie» disse Livia con una voce che si sforzava di restare umana.
L’uomo annuì, si morse il labbro e si dileguò con passo veloce.
Appena fu fuori vista, Livia serrò le dita attorno allo spago.
«Teo,» disse piano, «qualunque cosa ci sia qui dentro… mio padre voleva che la vedessi io prima di chiunque altro.»

E per la prima volta da quando erano entrati al Quirinale, nei suoi occhi comparve qualcosa che Teo riconobbe: paura.

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XCVI

L’IMPERATORE SENZA FUNERALE – IL RONZIO (Valentino Tulliani, 8 giugno 1992)

Era notte fonda quando la piccola chiesa di San Martino in Vallerano, un edificio che persino molti romani non saprebbero collocare su una mappa, ha visto arrivare, in silenzio, il feretro del Presidente della Repubblica Francesco Saverio Salvio-Stefani.
Un presidente forte, un presidente invincibile, un presidente che per anni la propaganda ci ha raccontato come il garante stesso della stabilità del Paese. Eppure, stanotte è stato sepolto come un uomo che si vuole dimenticare, come qualcuno di cui si ha fretta di liberarsi.
Non c’è stata camera ardente, non c’è stato un saluto pubblico. Il Paese si è svegliato già troppo tardi anche solo per pensare di tributargli un ultimo sguardo.
Il funerale si è svolto all’una di stanotte, con una manciata di presenti: la moglie, i tre figli, i membri del governo, pochi amici strettissimi. Una manciata di volti, molti tirati, alcuni assenti pur essendo fisicamente lì.
La Repubblica, quella vera, quella che cammina nelle strade e non quella che si aggira nei palazzi, scoprirà la morte del suo Presidente leggendo i giornali e i comunicati dell’alba.
E questo, permettetemi di dirlo, dice già tutto.

UN FUNERALE SENZA POPOLO, UN GOVERNO SENZA PUDORE

Ero lì, a qualche metro dall’ingresso della chiesa.
Potevo guardare, annotare, ascoltare i silenzi. Sono stati proprio i silenzi, ieri notte, a parlare più forte di ogni discorso ufficiale.
E la prima cosa che mi ha colpito non è stata la bara: è stata la distanza.
La distanza glaciale, tagliente, tra la vicepremier Livia Stefani e la coppia che oggi regge il regime: il premier Cornelio Pisani e il direttore del CoSDi Longino Ramelli.
Erano a tre metri l’uno dall’altra, avrebbero potuto toccarsi allungando una mano, eppure si ignoravano come estranei. Livia non li ha guardati nemmeno una volta, Pisani e Ramelli non hanno osato rivolgerle la parola. Anche il capo di stato maggiore, il generale Mazurkiewicz, irrigidito nell’uniforme da cerimonia, non sollevava lo sguardo dal pavimento.
Non era semplice freddezza, era ostilità camuffata da compostezza istituzionale.

L’ALTRA FAMIGLIA: ANICIO, LORI, FRANCESCHINI E L’AMMIRAGLIO

Livia, invece, si è avvicinata al ministro della difesa Germano Anicio. Una conversazione breve, ma tesa; il volto del ministro tradiva una stanchezza che non era soltanto afflizione per la morte del Presidente. Era visibilmente provato, non certo dal cerimoniale, quello lo deve affrontare da anni, ma dal contesto. Poco dopo si è unito a loro il maggiore Vittorino “Rino” Franceschini, ancora in uniforme, medaglie che brillavano appena sotto la luce giallastra delle luci.
La vicepremier, il maggiore, il ministro della difesa, e poco distante l’ammiraglio Francesco Tullio-Cicero: questo era il secondo blocco del potere romano ieri notte.
Una costellazione disordinata, improvvisata, ma sincera nel dolore e, cosa più importante, unita da un comune sospetto: che la morte di Stefani non sia stata un semplice cedimento fisico.
Non ho la prova che si siano detti questo, ma ho visto i loro occhi.

I DUE REGIMI: UNO CHE MUORE, UNO CHE SI PREPARA A NASCERE

Il governo si è presentato al completo, certo. Ma quell’immagine di unità non ha retto nemmeno il tempo di una benedizione. Da una parte Pisani, Ramelli e Mazurkiewicz. Dall’altra Livia Stefani, Teodoro Lori, Tullio-Cicero e Franceschini
E poi gli altri ministri, tra loro Anicio e Taranto, il fantasma del potere che fu, rimasti nel mezzo come pecore trascinate da due cani che tirano in direzioni opposte.
Era evidente, lampante. Il regime è ormai due regimi: uno agonizzante, l’altro nascente.
E il morto che giaceva nella bara non era soltanto Francesco Saverio Salvio-Stefani: era l’idea stessa di una Repubblica romana autoritaria, monolitica e centralizzata.

COSA RESTA ORA?

Resta una figlia che ha seppellito un padre senza popolo; un Paese che ha perso un Presidente senza salutarlo; un governo che si presenta compatto solo davanti alle telecamere ma che, nella realtà, è già diviso in fazioni che si guardano in cagnesco.
E resta una domanda, una sola, che rimbalza tra i corridoi del potere e tra le strade di Roma: chi è davvero il legittimo erede politico di Stefani? Pisani? Ramelli? O la giovane donna che ieri notte, pur con il volto devastato dal lutto, era l’unica a mantenere una dignità di ghiaccio?
Non ho la risposta.
Ma so che, da ieri notte, la Repubblica non è più la stessa.
E forse, per quanto tragica sia stata la fine, non è un male.

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XCVII

FRASCATI – 8 giugno 1992, mattina

Il chiostro era così silenzioso che Livia ebbe per un attimo l’impressione che il mondo intero si fosse fermato. Nessun telegiornale acceso, nessuna sirena a squarciare l’aria, nessuna voce di sottosegretario o di generale. Solo il fruscio delle foglie e il rumore dell’acqua che cadeva dalla piccola fontana al centro del cortile.

Era arrivata a Frascati all’alba con tutta l’imponente macchina di sicurezza che si porta dietro un vicepremier della Repubblica: auto blindata, motociclisti della scorta, lampeggianti blu accesi già mentre uscivano dal cancello del Palazzo Flaminio. Ma qui, nel portone in legno del convento, tutto quel rumore di potere e di necessità si era infranto come un’onda sulla roccia. La portinaia, una suora minuta con occhiali spessi, non aveva battuto ciglio di fronte al suo titolo; si era limitata a fare un piccolo inchino e ad accompagnarla nel chiostro.

— Aspetti qui, figlia, vado a chiamare suor Maria Crocifissa.

Livia rimase sola. E, per la prima volta dopo settimane, respirò davvero.
Il cielo era di un azzurro trasparente, quasi innaturale. Il sole del mattino lambiva i portici, e l’aria sapeva di pietra calda e di gelsomino. Livia si scoprì a fissare le nuvole ferme sopra il campanile come se non avessero nessuna intenzione di muoversi. Fu assalita da una sensazione nuova: la pace. Una pace così profonda da farle quasi male.

E proprio in quell’istante, da dietro una porta laterale, la vide. Suor Maria Crocifissa avanzava verso di lei con passo silenzioso. Il volto, quello che emergeva dal velo bianco, arrestò il respiro di Livia.
Era Paolo VIII. Gli zigomi, il taglio degli occhi e persino la forma del volto. Era l’Imperatore morto sette anni prima, riportato in vita nei lineamenti di una giovane monaca.
Per un lungo istante si guardarono, poi la monaca sorrise.
— Mi avete cercata, signora?

La voce aveva un forte accento teatino, caldo, un po’ cantilenante. Livia ritrovò la parola solo dopo un sospiro.
— Sono… sono Livia Stefani, vice Primo Ministro. Ma oggi non sono qui per questo.
— Allora per cosa siete venuta?

Livia inspirò. Il peso dell’intera Repubblica sembrava essersi posato sulle sue spalle in un colpo solo.
— Mio padre… il presidente Stefani… prima di morire mi ha lasciato una verità. Una verità che non aveva mai avuto il coraggio di dire. — pausa. — Lui… lui si è occupato di vostra madre, della donna che diceva di aver avuto un figlio dall’Imperatore.

Gli occhi della suora rimasero calmi, fermi come due specchi d’acqua.
— Lo so, — mormorò. — la famiglia che mi ha cresciuta me lo disse anni fa.

— Ma mio padre… — continuò Livia, con un tremito improvviso — mi ha chiesto di chiedervi perdono, di persona, per come ha trattato vostra madre. Per averla fatta rinchiudere.
— Capisco, — disse dolcemente la monaca.

— E… — Livia esitò, guardando quel volto così simile a uno dei più potenti uomini della Storia Romana. — E lui non ha mai creduto che foste davvero figlia dell’Imperatore.
— E voi? — chiese suor Maria Crocifissa, inclinando leggermente la testa.
Livia abbassò lo sguardo.
— Io sì. L’ho creduto subito, appena vi ho vista.

Suor Maria Crocifissa sorrise con una calma quasi sovrumana.
— Non ha più importanza chi fosse mio padre, né per me, né per il mondo. La mia vita è un’altra, adesso. Ho trovato un altro padrone da servire… il solo che vale davvero la pena.

Livia si sentì improvvisamente fragile. Qualcosa dentro di lei, un nodo che teneva stretto da giorni, si sciolse all’improvviso. Sentiva che poteva confidarsi con la monaca, che le sembrava una vecchia amica, e non una persona appena conosciuta. E allora parlò come non aveva parlato con nessuno, come non aveva osato con Teo, né con Rino e nemmeno con il padre.
— Ho tanti rimpianti, suor Maria. — lo sguardo le si fece lucido. — Non ho pianto quando l’ho visto morire, non ho pianto nemmeno allora. E lui… lui è morto credendomi vergine. — rise amaramente. — Non so nemmeno più chi sono, dentro questo ruolo che mi è caduto addosso.

La monaca la ascoltava senza dire una parola. Non c’era giudizio, solo una presenza accogliente, solida.
Quando Livia finì, suor Maria Crocifissa le appoggiò una mano sul braccio.
— Il Signore vede quello che c’è nei cuori, non quello che appare agli occhi del mondo. Lei sta portando un peso immenso, figlia. Ma non lo porta da sola.
— Io… non so se posso farcela. — La voce di Livia si incrinò. — Non so se posso salvare questo Paese.

La monaca sorrise.
— Allora non provi a salvare il Paese, provi a salvare la verità, quella che sente dentro. Il resto verrà da sé.

Livia annuì, e solo in quel momento si accorse di star respirando di nuovo.
Quando uscì dal convento, il cielo sopra Frascati non sembrava più immenso e leggero come quando era entrata. Ora le pareva più pesante, più vicino. Come se ogni centimetro d’azzurro la stesse richiamando ai suoi doveri.
Il cancello si richiuse alle sue spalle. La scorta, l’auto blindata, gli agenti armati la attendevano fuori, come un promemoria costante del mondo reale.
Livia salì in macchina senza dire una parola.

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XCVIII

ROMA – 8 giugno 1992, tarda sera

Il parcheggio sotterraneo, a quell’ora, sembrava una caverna d’asfalto. Le luci al neon tremolavano, riflettendosi sulle pozzanghere d’umidità che punteggiavano il pavimento. Ogni rumore rimbombava, amplificato: una portiera che sbatteva, il ronzio del motore di un’auto che scendeva la rampa, il clang metallico di un cancello distante.
Livia arrivò in silenzio, su un’auto senza targa di servizio, solo l’autista e una guardia fidata. Indossava un cappotto semplice, niente scorta visibile. Aveva dato quell’ordine lei stessa: nessun protocollo, nessun seguito. Non era ufficialmente la vicepremier. Era solo una donna in missione.
Dall’altro lato dell’autosilo comparve Valentino Tulliani, giacca leggera e passo veloce, il giornale piegato sotto un braccio. Sembrava nervoso ma non sorpreso. Gli occhi gli correvano in ogni direzione, abituati a cercare trappole dove nessun altro le avrebbe viste.

Quando fu a pochi passi da lei, Livia parlò per prima.
— Grazie per essere venuto.

Tulliani la fissò un istante.
— Non pensavo che un giorno mi avrebbe convocato la figlia di Stefani in persona. — un mezzo sorriso. — Anche se sospetto che lei non mi abbia chiamato per farsi fare un’intervista.

Livia estrasse il plico dalla borsa. Era spesso, legato con un semplice elastico. Non disse nulla mentre glielo porgeva: Tulliani lo prese con entrambe le mani, come se sapesse già di star toccando qualcosa di pericoloso.
— Li ho letti – disse Livia.
— Cosa sono?
— Tutto. I documenti più segreti del Quirinale. Comunicazioni. Ordini. Appunti. Nomi. E anche ciò che non doveva mai essere messo per iscritto.

Tulliani inspirò piano, come chi intuisce il peso dell’oggetto che ha fra le mani.
— E perché li dà a me?
— Perché… — Livia abbassò lo sguardo un istante, poi tornò a fissarlo. — Perché ho sempre letto il suo giornale. Anche quando era solo per fare dispetto a mio padre. E perché so che lei è l’unica persona a Roma che può ristabilire la verità. Non le chiedo nulla. Non la obbligo a nulla. Lei farà quello che ritiene giusto.

Il giornalista socchiuse gli occhi, valutandola.
— Lei sa che questo… — sollevò il fascicolo — …potrebbe far crollare il regime.
— Lo so.

Ci fu un istante di silenzio. Un’auto passò al piano superiore, il rombo distante filtrò nel cemento.
Tulliani fece un passo avanti.
— Mi dica una cosa, vicepremier. Perché? Perché sta facendo tutto questo?

Livia rimase immobile. La luce al neon gettava ombre dure sul suo volto. Quando parlò, la voce era calma, quasi fredda.
— Perché si stanno muovendo cose che neanche lei può immaginare. Cose più grandi di mio padre, e più grandi perfino di questo regime. E l’unica arma che abbiamo è la verità; solo divulgare la verità può salvarci da Rambaldi.

Tulliani aprì la bocca per replicare, ma lei lo interruppe con un ultimo sguardo.
— E non mi chiami vicepremier. Non stanotte.

Poi si voltò e salì in macchina senza aggiungere altro. Il motore partì subito, rimbombando nel silenzio del garage. L’auto fece manovra e scomparve nella rampa che portava all’esterno, lasciando dietro di sé solo odore di benzina e un fascicolo che bruciava tra le mani del giornalista.

Solo allora Tulliani parlò, tra sé e sé:
— Avevo torto. La principessa sorridente è morta, davanti a me c’era un altro tipo di creatura.

Ma Livia, ormai lontana, non poteva sentirlo.
Non stava tornando a casa, la sua auto correva verso la base navale di Anzio, l’unico posto dove sapeva che lo zio Longino, se davvero stava muovendo i suoi uomini, non l’avrebbe raggiunta facilmente.
Aveva passato il Rubicone, e Roma lo stava per scoprire.

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XCIX

BASE NAVALE DI ANZIO – 9 giugno 1992, pomeriggio

Nell’appartamento che ospitava Livia all’interno della base il pranzo era stato silenzioso, più per stanchezza che per mancanza di parole. Ora, allungando le braccia per raccogliere i piatti vuoti, Livia sembrava più piccola, come se nelle ultime ventiquattro ore qualcuno l’avesse consumata dall’interno. Teo faceva del suo meglio per mantenere un’aria dignitosa, ma si vedeva che era ancora sconvolto per la morte di Stefani; Franceschini, che con la benedizione del ministro Anicio aveva rafforzato coi suoi uomini la scorta di Livia, al contrario era una presenza solida.

Avevano appena finito di mettere via i bicchieri quando il satellitare della vicepremier trillò. Un suono metallico, gelido. Livia si irrigidì.
— È lui. — mormorò, e rispose.
La voce di Longino Ramelli arrivò limpida, fredda come un’arma.
— Livia. Perché non sei a Roma?
Lei respirò a fondo, cercando di non tremare.
— Avevo… delle questioni da gestire qui ad Anzio.
— Anzio. — ripeté Ramelli, con un tono che non lasciava intuire nulla. Poi entrò subito nel merito. — Veniamo al sodo. Ho avuto notizia che al Ronzio sia arrivato un plico proveniente da una fonte altolocata, documenti riservatissimi. Il mio informatore nella redazione mi ha riferito ogni dettaglio.

Teo guardò Livia: il volto di lei era immobile, ma il colore le era scivolato via.
— E…? — disse Livia, con voce calma.
— E ho già provveduto a neutralizzare qualsiasi rischio di fuga di notizie.
— In che modo? — chiese lei, sapendo già la risposta.
Ci fu una breve pausa. Poi Ramelli, con un tono glaciale, pronunciò:
— Nel modo più definitivo.

Il silenzio che seguì sembrò allargarsi come una macchia scura sul pavimento.
Livia si sedette lentamente sulla sedia più vicina. Franceschini, in piedi accanto al tavolo, strinse i pugni; Teo si coprì il volto con una mano. Dall’altro capo della linea, Ramelli riprese:
— Non me lo aspettavo da te, Livia. Ti ho sempre considerata una figlia.

Quella frase fu la goccia che fece crollare l’argine.
— Tu non sei mio padre. — disse Livia, scandendo ogni parola. — Tu sei l’assassino di mio padre. E solo raccontare la verità su Rambaldi, su tutto, poteva salvarci.

Dall’altra parte del telefono si udì un leggero sbuffo, una mezza risata.
— La verità… — disse Ramelli. — Cosa fai, Livia? Prendi decisioni di Stato leggendo le carte dei cioccolatini?

E riattaccò. Il telefono scivolò quasi dalle mani di Livia. Lei restò seduta, con le spalle inclinate, lo sguardo fisso su un punto del tavolo. Non piangeva, era semplicemente… svuotata.
Teo fece per avvicinarsi, ma fu Franceschini a muoversi per primo: senza dire nulla, accese il televisore per darle un appiglio, un rumore di fondo, qualcosa che la strappasse da quel momento.
L’immagine comparve subito su un canale regionale: una folla immensa, bandiere giallo-nere, torce, tamburi. Una manifestazione del FSSI in pieno svolgimento, a Roma.
— Cambia canale, per favore… — mormorò Teo, disgustato.

Ma Livia sollevò una mano.
— No, lascia. – i suoi occhi erano tornati vivi, lucidi, duri. — Devo vedere cosa stiamo affrontando.

La telecamera inquadrò la piazza gremita, i simboli pagani, gli stendardi, e poi il palco, dove un uomo urlava che la Repubblica era caduta, che solo il FSSI avrebbe salvato Roma.
Livia osservava in silenzio, immobile, mentre dietro di lei Franceschini restava in piedi come un guardiano, e Teo aveva la sensazione che l’intero Paese stesse scivolando in qualcosa di irreversibile.

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C

VALENTINO TULLIANI (1950–1992) – IL MESSAGGERO D’ITALIA, 10 giugno 1992
La voce che il potere non è riuscito a ignorare

Nelle prime ore di ieri mattina, mentre scendeva con l’ascensore dal suo appartamento romano, Valentino Tulliani è stato raggiunto da una raffica di mitra. Non ha avuto scampo.
Pochi minuti dopo, ignoti hanno forzato la porta del suo appartamento e lo hanno messo a soqquadro, come se cercassero qualcosa di preciso. La voce, insistente, non confermata ma impossibile da ignorare, è che Tulliani avesse appena ricevuto da una fonte altolocata documenti capaci di scuotere sia il governo che l’opposizione.
Se volessimo essere maliziosi, diremmo che qualcuno aveva fretta di impedirgli di fare ciò che ha sempre fatto: pubblicare la verità che nessuno voleva leggere.

Classe 1950, milanese di nascita ma romano d’adozione dai tempi dell’università, scapolo e seduttore instancabile, Tulliani apparteneva a una specie ormai in via d’estinzione: l’intellettuale che sapeva divertirsi quanto colpire.
Laureato in Lettere classiche, autore di libri e saggi su Cicerone e sugli oratori latini (che, diciamolo, talvolta usava più come clava che come metro di giudizio), fondatore del Ronzio e spirito polemico per vocazione, era una penna brillante, velenosa, spesso insopportabile, ma mai mediocre.

Politicamente liberale, americanista, dichiarato ammiratore di Ronald Reagan e, con un gusto per la provocazione tutto suo, anche di Richard Nixon, Tulliani era stato una delle voci più critiche prima del lungo regno di Paolo VIII e poi degli anni di Francesco Stefani.
Aveva sfidato presidenti, ministri, generali, prelati e direttori di aziende pubbliche, senza mai arretrare di un millimetro. Per questo era stato querelato più volte e posto sotto sorveglianza dal CoSDi: misura di cui era perfettamente consapevole, tanto che spesso, durante le telefonate, commentava ironicamente “per i ragazzi all’ascolto” prima di dire ciò che riteneva davvero interessante.

Non sempre aveva ragione.
Non sempre era equo.
E quasi mai era diplomatico.
Ma era impossibile non leggerlo, e ancora più difficile ignorarlo.

Oggi Roma ha perso un giornalista, Milano un figlio, il Paese una coscienza critica, e noi del Messaggero d’Italia — anche quando lo abbiamo contestato, a volte anche con piacere — perdiamo un avversario leale, uno specchio scomodo, un pungolo indispensabile.
Non sappiamo chi abbia premuto il grilletto né chi abbia svuotato il suo appartamento.
Ma sappiamo cosa cercavano: la sua voce.

Non l’hanno trovata.
Perché Valentino Tulliani non è morto ieri mattina nell’ascensore del suo palazzo.
È morto solo il suo corpo: la sua voce resterà, nei suoi articoli, nei suoi libri, nelle sue battaglie, nelle parole che tanti avrebbero voluto non fossero mai state scritte.
E se davvero possedeva documenti così esplosivi da ucciderlo, ci auguriamo — da giornalisti, prima che da cittadini — che non siano morti con lui.

Addio, Tulliani.
Era difficile volerti bene.
Ma è impossibile non rimpiangerti.

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CI

ROMA SI SVEGLIA IN UN INCUBO: CENTINAIA DI MIGLIAIA IN PIAZZA PER L’ESTREMA DESTRA, E RIAPPARE IL DOTTOR RAMBALDI – NEW YORK TIMES (10 giugno 1992)

ROMA — Le autorità della Repubblica Romana parlano di 120.000 partecipanti. Le stime indipendenti, raccolte da diplomatici occidentali e funzionari di polizia che hanno chiesto l’anonimato, parlano di non meno di 300.000 persone radunate ieri nel cuore della capitale, nella più grande manifestazione dell’estrema destra romana dai tempi della Seconda guerra mondiale.
Il Fronte Sociale del Sole Invitto (FSSI), partito etnonazionalista e neopagano, ha organizzato una dimostrazione imponente, aggressiva e, secondo diversi osservatori, potenzialmente rivoluzionaria.

«MAURITANIA ROMANA!» – La folla ha scandito slogan contro il governo Pisani per oltre cinque ore.
Tra i più frequenti: «Mauritania Romana!», «Ramelli traditore!», «Pisani servo di Washington!».
Testimoni riferiscono che ogni riferimento agli algerini e alla recente resa in Mauritania veniva accolto da boati di rabbia e cori nazionalisti.
La polizia è rimasta sorprendentemente passiva: diversi agenti, secondo alcuni filmati circolati sulle televisioni regionali, sembravano apertamente simpatizzare con i manifestanti.

IL CLAMOROSO RITORNO DI PRISCO – Il momento più inatteso, e il più esplosivo, è stato l’apparizione su un palco improvvisato di Lucilio Prisco, segretario del FSSI evaso dal carcere di Parma.
Prisco, visibilmente dimagrito ma energico, ha aperto il suo discorso con tre parole scandite lentamente: «Sono. Ancora. Qui.»
La folla è esplosa in un’ovazione. Prisco ha poi attaccato il governo in carica definendolo «corrotto», «servo di una potenza straniera», «responsabile dell’umiliazione subita in Algeria».
Ha accusato le autorità di aver «tradito il sangue romano» consegnando l’impero «a un manipolo di fanatici e beduini armati». Per quanto incendiario, il discorso è stato relativamente convenzionale per gli standard del FSSI.

RAMBALDI, IL “COMUNISTA ARIANO” – Molto meno convenzionale è stato ciò che è accaduto subito dopo. Dal lato del palco è comparso Eugenio Rambaldi, medico, dissidente, figura-chiave dell’opposizione già ai tempi dell’imperatore Paolo VIII e dallo scorso febbraio segretario del Partito Comunista dei Romani. Rambaldi, dall’aspetto composto e quasi accademico, ha tenuto un discorso brevissimo ma sorprendente.
Ha parlato di «una società pura nel sangue e nelle azioni», «una comunità che attraverso la disciplina genetica e morale può superare ogni nemico», «l’alba di un nuovo socialismo mediterraneo».
Concetti che, nella loro forma, riecheggiano dichiarazioni tipiche dei movimenti nazional-socialisti più radicali, e la folla ha applaudito anche lui con entusiasmo.
«È stato il momento più inquietante della giornata», dice un diplomatico americano presente sul posto sotto copertura. «Vedere un comunista e un neonazista acclamati dalla stessa piazza è il segnale che il sistema romano è davvero prossimo al collasso.»

UNA CENSURA FALLITA – Le televisioni nazionali hanno tagliato ogni immagine dell’evento, limitandosi a un generico comunicato sulla “manifestazione non autorizzata”.
Ma la censura è fallita. I filmati, ripresi con telecamere amatoriali, sono stati trasmessi dalle reti regionali e rimbalzati immediatamente all’estero. Le immagini mostrano una piazza gremita come nessuno ricordava da decenni, migliaia di bandiere giallo-nere, simboli pagani, militanti paramilitari del FSSI in uniforme e soprattutto Prisco e Rambaldi, fianco a fianco, salutati come eroi.

UN REGIME ALLO SBANDO – È difficile prevedere l’impatto politico dell’evento. Ma una cosa è chiara: il nuovo governo romano, già indebolito dalla disastrosa guerra in Mauritania e dalla morte improvvisa del presidente Francesco Stefani, non controlla più la piazza.
Una fonte dell’ambasciata statunitense a Roma commenta: «È la più grave crisi politica della Romània dai tempi del golpe fallito del 1989. Il regime non ha più né autorità né credibilità. E ora non ha neanche più il monopolio della forza.»
Il nome che circola ovunque, negli autobus, nei bar e sui mercati, è uno solo: Rambaldi.
Il medico evaso, il teorico della “purezza mediterranea”, l’uomo che unisce l’estrema sinistra e l’estrema destra. E ora, per la prima volta, sembra avere una folla pronta a seguirlo.

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CII

CONGRESSO DEI RAPPRESENTANTI — RESOCONTO STENOGRAFICO
Seduta dell’11 giugno 1992 (estratto)

PRESIDENTE: La seduta è aperta. L’ordine del giorno reca l’informativa del direttore del CoSDi, Longino Ramelli, sulla situazione dell’ordine pubblico e sulle attività dei gruppi estremisti interni. Ha facoltà di parlare il direttore Ramelli.

(Mormorii in aula.)

RAMELLI: Signor Presidente, onorevoli deputati, il Paese attraversa una fase delicata. Gli eventi delle ultime settimane, e non è necessario che li elenchi, hanno messo in evidenza l’esistenza di gruppi organizzati, di chiara matrice estremista, che intendono approfittare del turbamento dell’opinione pubblica per mettere in atto iniziative destabilizzanti. (Interruzioni dai banchi dell’opposizione.) È intenzione del governo mantenere l’ordine, garantire la sicurezza dei cittadini e assicurare che nessuno, lo ripeto nessuno, possa minacciare il quadro istituzionale della Repubblica.

(Rumori crescenti.) In particolare, abbiamo accertato la presenza di cellule eversive infiltrate all’interno delle forze armate, dei corpi di sicurezza e perfino, lo dico con rammarico, nel Partito Democratico Nazionale.
(Vivi mormorii. Proteste. Urla: “Vergogna!”, “Prove! Porti le prove!”)

Il governo ritiene necessario adottare misure straordinarie per liquidare definitivamente questi elementi. Si rende indispensabile un intervento tempestivo, che colpisca senza esitazioni i nemici dello Stato, qualunque sia la loro uniforme o la tessera che portano in tasca.
(Aula in tumulto. Applausi isolati dai banchi del governo; fortissime contestazioni dal resto dell'aula.)

ON. MARASCO (Opposizione): Questo è un discorso da Stato di polizia! Lei minaccia il Parlamento!

ON. LAVARELLI (PDN): Ma come si permette? Lei insulta il nostro partito!

ON. GARDINI (Opposizione): Avete già fatto una purga! Con che faccia venite a parlare di nemici interni?

(Applausi dai banchi dell’opposizione. Fitte contestazioni dai banchi del PDN.)

RAMELLI: Onorevoli colleghi, vi prego di non fraintendere. Io parlo di responsabilità, di doveri verso la Repubblica. Chiunque intralci l’azione dello Stato in questa fase critica si rende complice degli eversori.

(Grida: “Dimissioni! Dimissioni!” — “Basta minacce!”)

ON. SALAPINI (PDN): Direttore Ramelli, noi non accetteremo mai epurazioni interne condotte senza mandato politico!

(Applausi dai banchi del PDN e dell’opposizione.)

ON. CARRARO (Opposizione): Lei non può venire qui e trattare alla stregua di traditori gli ufficiali che hanno difeso il Paese mentre voi negoziavate la resa!

(Tumulto. Il Presidente suona più volte la campanella per richiamare all’ordine.)

RAMELLI: Onorevoli, non si può governare con il ricatto morale, né con i sentimentalismi. Se il Paese vuole salvarsi, deve avere il coraggio di…

(Interruzioni violentissime: “Fuori!”, “Basta!”, “Scioglimento del CoSDi!”)

PRESIDENTE: Onorevoli colleghi, la seduta sta degenerando. Invito il ministro Ramelli a…

ON. ZAPPONI (PDN): Le chiediamo formalmente di interrompere la sua informativa! Lei ha superato ogni limite!

(Ovazione da quasi tutta l’aula, esclusi i banchi del governo.)

PRESIDENTE: Invito il governo a valutare l’opportunità di sospendere l’intervento.

(Ramelli si china verso il premier Pisani. Breve colloquio mentre prosegue la contestazione dell’aula.)

RAMELLI: Signor Presidente, prendiamo atto che quest’aula non è disposta ad ascoltare la verità: il governo lascia la seduta.

(Boato dell’aula. Fischi, urla, applausi. “Vergogna!” — “Dimissioni!” — “Mai più CoSDi!”)

PRESIDENTE: Il governo abbandona l’aula. La seduta è sospesa.

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CIII

CANALE 1 — TG MATTINO
12 giugno 1992, ore 10:17

(Sigla del telegiornale. Tonalità serena.)

CONDUTTRICE IN STUDIO: E mentre a Roma la vita quotidiana prosegue regolarmente, il nostro telegiornale continua a occuparsi dei temi che stanno a cuore ai cittadini. In particolare, oggi parliamo di scuola e di tradizioni popolari: il Ministero dell’Istruzione ha infatti inserito, nel recente concorso per aspiranti insegnanti, una domanda che ha fatto discutere, la ricetta della grattachecca.
Per saperne di più, ci colleghiamo con il nostro inviato Gianni Rocchi, che si trova nel centro della capitale. Gianni, a te.

(Stacco. L’immagine trema leggermente. Sullo sfondo: palazzi scrostati, una strada semideserta. Un colpo secco riecheggia lontano, poi un altro, in rapida successione. Il giornalista non reagisce.)

INVIATO: Sì, grazie. Buongiorno dallo storico rione romano dove, come vedete, la giornata scorre tranquilla e soleggiata. (Un rumore secco, metallico. Una raffica lontana. L’inviato sorride rigido.) Siamo qui per parlare di un simbolo dell’estate romana, la grattachecca, una tradizione che affonda le sue radici…

(Un’esplosione più vicina. Un’ombra corre dietro l’inquadratura. Il cameraman indugia un attimo, poi si ricompone.)

…le sue radici, dicevamo, nella cultura popolare della città. Accanto a me c’è Ernesto, storico venditore di grattachecche. Buongiorno.

VENDITORE: Buongiorno a voi.

(Un colpo d’arma da fuoco, nettamente distinguibile. Il venditore alza gli occhi un istante, poi li riabbassa.)

INVIATO: Ernesto, partiamo dalla domanda che tanti aspiranti insegnanti si sono trovati davanti: come si prepara una grattachecca fatta a regola d’arte?
VENDITORE: Eh, vede… prima de tutto ce vole er ghiaccio bono. Ghiaccio de blocco, mica quello tritato fine. Se gratta piano, co’ la lama giusta, senza fretta.

(Un’esplosione più forte. La camera vibra. In lontananza, urla indistinte.)

INVIATO: Quindi la lentezza è importante.
VENDITORE: Fondamentale. Se corre, viene ‘na schifezza. Poi ce so’ li sciroppi: amarena, limone, menta… ma pure orzata. Dipende dar gusto.

(Passa un uomo di corsa dietro di loro, con qualcosa di lungo e scuro sotto il braccio. Nessuno commenta.)

INVIATO: E secondo lei, Ernesto, è giusto che questa conoscenza venga richiesta in un concorso pubblico?
VENDITORE: Io dico de sì. È cultura. Roma è pure questo.

(Una raffica ravvicinata. Il venditore si ferma un attimo, stringe le labbra.)

INVIATO: Un sapere che unisce generazioni, insomma.
VENDITORE: Eh già. Co’ ‘sto caldo, poi…

(Un fumo leggero attraversa l’inquadratura. Odore acre. Il cameraman tossisce, ma l’audio resta aperto.)

INVIATO: Grazie, Ernesto, per questa preziosa testimonianza di tradizione e normalità. Da Roma è tutto, restituisco la linea allo studio.

(Stacco improvviso. Ritorno in studio.)

CONDUTTRICE: Grazie a Gianni per questo servizio così… rinfrescante. Dopo la pubblicità, parleremo di turismo interno e delle mete consigliate per il fine settimana. Restate con noi.

(Sigla. In dissolvenza, un boato lontano che viene coperto dalla musica.)

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CIV

TELEX – TRASMISSIONI D’EMERGENZA 12 GIUGNO 1992
Trasmissioni raccolte tra le 06:10 e le 17:45
Classificazione variabile – molte diciture cancellate a mano

06:10 – POLIZIA DI STATO, QUESTURA DI ROMA
A:
PALAZZO FLAMINIO – PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
CC: MINISTERO INTERNO, COMANDO GENERALE PS
DISORDINI DIFFUSI QUARTIERI SAN LORENZO, TIBURTINO, OSTIENSE.
PRESENZA GRUPPI ARMATI IDENTIFICABILI COME FSSI + CIVILI.
USO ARMI DA FUOCO CONFERMATO. PATTUGLIE IN DIFFICOLTÀ.
RICHIESTO SUPPORTO IMMEDIATO.

06:27 – COSDI, SEZIONE ROMA
A:
DIREZIONE CENTRALE COSDI
CC: PALAZZO FLAMINIO
SITUAZIONE RAPIDAMENTE DEGENERATA.
GRUPPI FSSI NON CONTENIBILI CON FORZE DISPONIBILI.
PRESUNTA INFILTRAZIONE SIMPATIZZANTI NEI REPARTI PS.
RICHIESTE DIRETTIVE STRATEGICHE URGENTI.

06:54 – POLIZIA DI STATO, COMMISSARIATO SAN LORENZO
A:
QUESTURA ROMA
SIAMO SOTTO ASSEDIO.
MOLTI AGENTI FERITI.
MUNIZIONI IN ESAURIMENTO.
MANIFESTANTI ARMATI CON FUCILI AUTOMATICI.
SE NON ARRIVA AIUTO DOVREMO ABBANDONARE.

07:12 – COSDI, UFFICIO OPERAZIONI
A:
PALAZZO FLAMINIO
ATTACCHI COORDINATI CONTRO SEDI COSDI.
RICHIESTA AUTORIZZAZIONE PROTOCOLLO NERO.
RIPETO: RICHIESTA AUTORIZZAZIONE PROTOCOLLO NERO.

Annotazione a margine, grafia diversa:
“Autorizzazione non pervenuta”

07:45 – POLIZIA DI STATO, QUESTURA ROMA
A:
MINISTERO INTERNO
COMMISSARIATI TOR PIGNATTARA E PRENESTINO CADUTI.
PERSONALE DISPERSO.
DETENUTI LIBERATI DALLA FOLLA.
PERDITA CONTROLLO TERRITORIALE SETTORI EST.

08:03 – COSDI, DIREZIONE CENTRALE
A:
TUTTE LE SEZIONI
ATTIVARE PROTOCOLLO DI EMERGENZA DOCUMENTALE.
DISTRUZIONE ARCHIVI SENSIBILI LIVELLO ROSSO E NERO.
PRIORITÀ ASSOLUTA:
TITAN-51
LISTE CONTATTI
OPERAZIONI INTERNE
NESSUN DOCUMENTO DEVE CADERE IN MANI OSTILI.

08:41 – POLIZIA PENITENZIARIA, CARCERE REGINA COELI
A:
MINISTERO GIUSTIZIA
RIVOLTA INTERNA + PRESSIONE ESTERNA.
FOLLA ARMATA AI CANCELLI.
AGENTI STANCHI, MORALE CROLLATO.
RICHIESTA SUPPORTO MILITARE.

09:05 – STATO MAGGIORE ESERCITO (UFFICIO OPERAZIONI)
A:
PALAZZO FLAMINIO
IN ASSENZA DI ORDINI SCRITTI E CATENA DI COMANDO CERTA
REPARTI FORZE ARMATE RIFIUTANO DI INTERVENIRE CONTRO CIVILI.
RIPETO: RIFIUTANO DI INTERVENIRE.

09:38 – COSDI, SEZIONE TRE FONTANE
A:
DIREZIONE CENTRALE
SEDE ASSALTATA.
INCENDIO ARCHIVI IN CORSO.
PERSONALE IN EVACUAZIONE.
DISTRUZIONE COMPLETA PREVISTA IN 15 MINUTI.

10:12 – POLIZIA DI STATO, QUESTURA ROMA
A:
PALAZZO FLAMINIO
PERDITA CONTATTO CON MOLTI COMMISSARIATI.
CATENA COMANDO DI FATTO INESISTENTE.
ALCUNI FUNZIONARI RIFIUTANO DI ESEGUIRE ORDINI.
SITUAZIONE FUORI CONTROLLO.

11:06 – COSDI, UFFICIO PERSONALE
A:
DIREZIONE CENTRALE
DISERZIONI CONFERMATE.
ALCUNI AGENTI PASSATI AL FSSI.
IDENTITÀ IN FASE DI VERIFICA.
MORALE MINIMO.

12:20 – POLIZIA DI STATO, COMANDO REPARTI MOBILI
A:
MINISTERO INTERNO
TENTATIVO RIPRESA ZONA TRASTEVERE FALLITO.
FOLLA SUPERIORE NUMERICAMENTE E ARMATA.
USO LACRIMOGENI INEFFICACE.
SI RIPIEGA.

13:47 – COSDI, DIREZIONE CENTRALE
A:
PALAZZO FLAMINIO – URGENTE
IMPOSSIBILE CONTATTARE DOTT. RAMELLI.
RIPETUTI TENTATIVI FALLITI.
ULTIMO CONTATTO ORE 11:18.
PRESUNTA COMPROMISSIONE.

14:02 – SEGRETERIA PRESIDENZA CONSIGLIO
A:
TUTTI I COMANDI
PREMIER PISANI IRREPERIBILE.
NESSUN CONTATTO DA ORE.
NON SI DISPONE DI ISTRUZIONI POLITICHE.

14:35 – STATO MAGGIORE ESERCITO
A:
PALAZZO FLAMINIO
REPARTI ESERCITO RIBADISCONO NEUTRALITÀ.
REPARTI NON RISPONDONO A ORDINI CONTRADDITTORI.
SITUAZIONE POLITICA DA CHIARIRE.

15:18 – COSDI, DIREZIONE CENTRALE
A:
TUTTE LE SEZIONI
CONSIDERARE DIREZIONE CENTRALE COMPROMESSA.
OPERARE IN AUTONOMIA.
PRIORITÀ: SOPRAVVIVENZA PERSONALE.

16:50 – POLIZIA DI STATO, QUESTURA ROMA
A:
MINISTERO INTERNO
ROMA NON È PIÙ SOTTO CONTROLLO DELLO STATO.
RIPETO: ROMA NON È PIÙ SOTTO CONTROLLO DELLO STATO.

17:45 – COSDI, TRASMISSIONE NON CLASSIFICATA
A:
[DESTINATARI MULTIPLI]
RAMELLI E PISANI PRESUMIBILMENTE DECEDUTI O IN FUGA.
CATENA DI COMANDO COLLASSATA.
EVENTI NON REVERSIBILI.

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CV

BASE NAVALE DI ANZIO – 12 giugno 1992, tardo pomeriggio

Dalla finestra della sala riunioni si vedeva il mare, immobile, indifferente a Roma che bruciava a poche decine di chilometri di distanza. Le notizie che arrivavano erano schegge: telefonate interrotte, messaggi contraddittori, voci che correvano più veloci dei fatti. Livia le ascoltava tutte, in silenzio, seduta al tavolo, una sigaretta spenta tra le dita.
L’ammiraglio Francesco Tullio-Cicero parlava con la calma di chi aveva attraversato più di una crisi e sapeva che il panico era un lusso da ufficiali giovani.
«La marina è compatta,» stava dicendo a Livia «Molto più di quanto non lo siano terra e aria. Suo padre era rispettato, anche amato. Questo conta. Le flotte della Spezia, Napoli e Taranto attendono ordini, ma…» fece una pausa significativa «…ordini chiari. Senza un quadro definito della situazione a Roma, muovere le unità ora sarebbe avventato.»

Franceschini, appoggiato al muro con le braccia conserte, annuì senza parlare. Teo Lori invece non riusciva a stare fermo: andava e veniva dalla finestra al tavolo, come un animale in gabbia.

«E i marò della San Giorgio?» chiese Livia.
L’ammiraglio inclinò appena il capo. «Leali, come nell’89. Ma anche loro non agiranno senza una legittimazione politica chiara. Nessuno vuole essere ricordato come l’uomo che ha acceso la miccia di una guerra civile.»

Livia stava per rispondere quando bussarono alla porta. Franceschini fu il primo a voltarsi. Un istante dopo entrò un sottufficiale della marina, rigido sull’attenti.

«Vicepremier, ammiraglio. Chiedono di entrare nella base.»
«Chi?» domandò Tullio-Cicero.
Il sottufficiale deglutì. «Il ministro della Difesa Anicio, il ministro della Giustizia Concordia, il capo di Stato maggiore Mazurkiewicz, e… il prefetto di Roma, Antonino Lattanzio.»

Per un attimo nella stanza calò un silenzio innaturale. Livia sentì distintamente il proprio cuore battere.
«Fateli entrare,» disse.

Arrivarono pochi minuti dopo, stanchi, impolverati, con addosso l’odore acre di una città in rivolta. Anicio sembrava invecchiato di dieci anni in un giorno; Concordia aveva la cravatta allentata e lo sguardo fisso; Mazurkiewicz manteneva una compostezza ferrea, ma le occhiaie lo tradivano. Lattanzio, il prefetto, aveva le mani che gli tremavano leggermente.
Non persero tempo in convenevoli. «Ramelli e Pisani sono scomparsi,» disse Anicio. «Irreperibili da ore. Abbiamo ragione di credere che siano morti.»
«Roma?» chiese Livia, con una voce che non riconobbe come propria.
Fu Lattanzio a rispondere, quasi sottovoce. «Persa. Gli insorti controllano i punti chiave, la polizia è allo sbando, il CoSDi non esiste più come struttura operativa. Volpe e uomini con uniformi dei BIS sono stati visti tra gli insorti.»
Franceschini alzò un sopracciglio al nome di Volpe. Mazurkiewicz fece un passo avanti. «L’esercito non risponde. O meglio: risponde ai comandanti locali, non al governo. Nessuno vuole assumersi la responsabilità di sparare sui civili.»

Quelle parole caddero nella stanza come pietre. Livia chiuse gli occhi per un istante. Non fu una crisi di panico, né un cedimento. Fu una presa d’atto.
Roma era caduta.
Quando li riaprì, qualcosa nel suo sguardo era cambiato.

«Allora,» disse lentamente, «la Repubblica non è morta. È solo… altrove.»
Tullio-Cicero si permise un mezzo sorriso. «Roma è caduta molte volte, Vicepremier. E ogni volta è rinata.»
Mazurkiewicz annuì. «Finché esistono istituzioni che resistono, esiste lo Stato.»

Livia si alzò in piedi. In quel gesto non c’era teatralità, solo necessità.
«Ammiraglio,» disse rivolgendosi a Tullio-Cicero, «voglio un piano. Subito. La flotta deve muoversi verso Cartagine. Dobbiamo metterla al sicuro prima che il caos arrivi anche lì.»
«Sarà fatto.»
Poi si voltò verso Teo Lori. «Teo, parti immediatamente per Cartagine; dovrai incontrare i prefetti dell’Africa, voglio sapere chi è con noi e chi no. Voglio lealtà, o almeno neutralità.»

Teo la guardò per un istante, come se stesse cercando la ragazza che conosceva da anni. Al suo posto trovò qualcos’altro, e annuì.
Infine, Livia guardò Franceschini. Non gli diede ordini, non ce n’era bisogno.
Roma era caduta, ma la partita non era finita.

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CVI

BASE NAVALE DI ANZIO – 13 giugno 1992, mattina

La sala radio della base navale di Anzio sembrava il ventre di una nave in assetto di guerra: luci basse, mappe alle pareti, il ronzio continuo degli apparati e quell’odore indefinibile di metallo caldo, caffè vecchio e sudore. Fuori, nei corridoi, passavano uomini e donne con fascicoli sottobraccio, divise stropicciate, volti che avevano smesso di dormire. Anzio non era più una base: era una capitale improvvisata.
Livia stava in piedi, poco discosta dal tavolo degli apparati, le braccia conserte. Non parlava quasi mai, ma non perdeva una sillaba. Accanto a lei, il ministro della Difesa Germano Anicio aveva la giacca slacciata e la cravatta allentata; il generale Mazurkiewicz, invece, era rigido come se fosse ancora davanti a un plotone in parata.

Il militare alla radio fece un cenno con la mano.
«Pronti, frequenza agganciata. 39° Divisione Fucilieri Corazzati “Cimbrica”.»

Anicio si schiarì la voce e si avvicinò al microfono, cercando un tono fermo, istituzionale, quasi normale.

«Qui il ministro della Difesa della Repubblica, parlo a nome del governo legittimo. Chiedo di confermare…»

Non fece in tempo a finire che dall’altoparlante esplose una risata sguaiata, metallica, seguita da una voce giovane, carica di disprezzo.

«Il ministro della Difesa? Ma vaffanculo, Anicio!»

Nella stanza qualcuno trattenne il fiato. Il militare alla radio irrigidì le spalle, come se temesse di essere colpito da quella frase. La voce proseguì, più calma, quasi compiaciuta di sé.

«Qui Cimbrica, abbiamo ascoltato abbastanza. Il vostro governo è finito, Roma è nostra. Noi abbiamo scelto: Siamo con Prisco e con Rambaldi. E non prendiamo ordini da una ragazzina nascosta in una base navale.»

Un istante di silenzio assoluto, poi solo il fruscio del rumore bianco della radio.
Anicio rimase immobile, con la mano ancora sospesa vicino al microfono; il colore gli abbandonò il volto, lasciandolo di un grigio malsano. Mazurkiewicz chiuse lentamente gli occhi, come se stesse registrando mentalmente una perdita definitiva su una mappa invisibile.
Livia, invece, non si mosse subito. Guardava l’altoparlante come si guarda un oggetto che ha appena rivelato la sua vera natura. Quando parlò, la sua voce era bassa, controllata.

«È tutto?» chiese.
Il militare alla radio annuì. «Hanno chiuso la comunicazione.»
Livia fece un passo avanti. Non verso il microfono, ma verso Anicio. Gli posò una mano leggera sull’avambraccio: un gesto breve, quasi impercettibile, ma sufficiente a strapparlo alla paralisi.

«Ministro,» disse, «segniamo la Cimbrica come ostile.»

Anicio la guardò, incredulo. «Vicepremier… quella è una divisione meccanizzata.»

«Lo so» pausa. «e adesso sappiamo anche da che parte sta.»

Mazurkiewicz intervenne, con voce piatta. «Questo cambia il quadro: non è più solo insurrezione urbana, è una frattura verticale.»
Livia annuì. «Lo era già, ora semplicemente non fingiamo più.»
Si voltò verso il militare alla radio. «Continuiamo: tutti i reparti, uno per uno.»
L’uomo esitò un istante, poi rimise le cuffie. Le mani gli tremavano appena.

Mentre la radio tornava a gracchiare, Livia guardò la grande carta d’Italia appesa alla parete. Non era più la mappa di uno Stato: era il diagramma di una guerra civile che stava nascendo.

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CVII

BASE NAVALE DI ANZIO – 13 giugno 1992, sera

La luce era fredda, sbagliata. Non quella studiata degli studi di Canale 1, ma un’illuminazione improvvisata, da hangar riconvertito in fretta: fari militari puntati contro un drappo con la bandiera nazionale, una telecamera su cavalletto, un tecnico della marina che contava con le dita prima di dare il segnale.
Dietro l’obiettivo, la base di Anzio taceva come prima di un bombardamento.
Livia era seduta su una sedia di metallo, la schiena dritta, le mani intrecciate su un tavolo. Non indossava il tailleur delle cerimonie, ma una giacca scura semplice, senza spille né simboli. Alle sue spalle, in piedi, c’erano i volti di ciò che restava dello Stato: Anicio, teso come una corda; Mazurkiewicz, impassibile; i ministri, tra cui l’ex premier Taranto, ufficiali della marina, funzionari con lo sguardo di chi sa di essere entrato in una fotografia destinata ai libri di storia.

Il tecnico alzò il pollice: «Siamo in onda.»

Per un istante Livia non parlò. Guardò la lente della telecamera come se stesse guardando una persona sola, dall’altra parte del Paese. Poi iniziò.

«Cittadini della Repubblica,
questa sera vi parlo da Anzio, da una base militare che è diventata, per necessità, la sede di ciò che resta del vostro governo.» Fece una breve pausa. Non per cercare le parole, ma per lasciarle sedimentare.
«Nelle ultime quarantotto ore, Roma è stata travolta dalla violenza. Le istituzioni sono state attaccate, la sicurezza dei cittadini compromessa, la verità oscurata da menzogne e paura. Alcuni tra coloro che avevano il dovere di proteggere lo Stato sono scomparsi, altri hanno tradito.»
Dietro di lei nessuno si mosse. «In questo vuoto, in questo momento estremo, non era possibile restare in silenzio o nascondersi dietro le procedure. Per questo, d’intesa con i ministri, con le Forze Armate rimaste leali e con i rappresentanti del Parlamento qui presenti, annuncio la nascita del Governo di Salvezza Nazionale

Alzò leggermente il mento. «Un governo che ho l’onore e l’onere di presiedere.»
Le parole non avevano enfasi. Proprio per questo colpivano.
«Non è un colpo di forza: è un atto di responsabilità, ciò che resta dello Stato che si rifiuta di morire.»

Livia intrecciò di nuovo le dita, un gesto appena visibile.
«So che la Repubblica oggi è divisa. So che famiglie, città, reparti militari sono separati da barricate, da paure, da propaganda. So che molti di voi si sentono soli, isolati, circondati da chi urla più forte e impugna le armi.»

Il suo sguardo si fece più diretto, quasi intimo.
«A voi dico questo: non vi lascerò soli.»

Un lieve mormorio attraversò la stanza, subito soffocato.
«Non lasceremo soli i funzionari che continuano a lavorare sotto minaccia. Non lasceremo soli i soldati che hanno giurato fedeltà alla Repubblica. Non lasceremo soli i cittadini che oggi non possono parlare, ma che non hanno smesso di credere.»
Respirò a fondo. «Proteggere la Repubblica significa proteggere le persone. Significa fermare la spirale di vendetta, impedire che l’odio divori ciò che resta del nostro Paese. Non prometto soluzioni facili, né vittorie rapide. Prometto solo una cosa: che ogni decisione presa da questo governo sarà presa alla luce del giorno, nell’interesse della Repubblica e non di una fazione.»

Fece un cenno impercettibile verso chi le stava alle spalle.
«Questo governo non appartiene a un partito, a un’ideologia o a un uomo forte. Appartiene a chi vuole ancora chiamarsi cittadino.»
Un’ultima pausa. «Roma non è perduta. La Repubblica non è finita. E finché ci sarà anche una sola voce disposta a difenderla, noi saremo lì.»

Abbassò lo sguardo per un istante, poi tornò a fissare la telecamera.
«Buona sera. E che la Repubblica resista.»

Il tecnico fece un gesto secco: trasmissione chiusa. Per qualche secondo nessuno parlò. Il ronzio delle luci e degli apparati tornò a riempire lo spazio.
Livia si alzò lentamente: non ci furono applausi, sarebbero stati fuori luogo.

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CVIII

13 GIUGNO 1992, NOTTE – ANZIO

Non è stata una giornata lunga: è stata una giornata piena, così piena da non lasciare spazio nemmeno alla stanchezza, che arriva solo adesso, quando tutto è finalmente fermo e il rumore del mare entra dalla finestra come un respiro lento.

Stamattina ho parlato con l’esercito. O meglio: ho cercato di parlare con l’esercito.
Reparto dopo reparto, voci metalliche alla radio, insulti, silenzi più eloquenti delle parole. Ho capito una cosa con una chiarezza che fa male: l’esercito, quello vero, quello di massa, non è con me. È con Prisco e Rambaldi, o almeno con l’idea che rappresentano. Non per ideologia, forse, ma per rabbia, per paura, per umiliazione. Per la Mauritania persa.
Ci sono reparti che mi sono rimasti fedeli. Non abbastanza per dormire sonni tranquilli, ma abbastanza per non sentirmi completamente sola.

Poi Taranto e Concordia. Parlare di Costituzione mentre lo Stato si sbriciola è un esercizio surreale, eppure necessario. È lì che è nata davvero la decisione di dare un nome a ciò che già esisteva nei fatti: Governo di Salvezza Nazionale. Una formula grave, quasi ottocentesca, che però dice la verità: non stiamo governando, stiamo salvando ciò che può essere salvato. O almeno ci stiamo provando.

La telefonata con Teo è stata l’unico momento di luce vera della giornata.
Cartagine regge: il prefetto è leale, sinceramente leale. Teo è ottimista, e quando lo è, di solito ha buone ragioni. Tripoli e Bengasi verranno domani, ma l’Africa, almeno per ora, non ci volta le spalle. È strano pensare che la parte più lontana dello Stato sia oggi quella più stabile.

Poi Tullio-Cicero.
La flotta è con me. Non “con il governo”, non “con la Repubblica” in astratto: con me. Per mio padre, dice, per quello che rappresenta. La flotta è pronta a muovere, a prendere il mare, a proteggere l’Africa se Roma brucia. È una frase che non avrei mai pensato di ascoltare, e invece l’ho accolta senza tremare.

E infine il discorso.
Le parole pronunciate davanti a una telecamera che sembrava un’arma puntata. Ho detto “non vi lascerò soli” e ho capito, nel momento stesso in cui lo dicevo, che da oggi in poi non mi apparterrò più, perché quelle parole non si possono ritirare.
Adesso, nel silenzio, mi rendo conto di quanto tutto questo sia avvenuto in un solo giorno.
Un solo giorno per capire che mio padre aveva ragione a temere, e per diventare qualcosa che non avevo mai chiesto di essere.

Vorrei tornare a Frascati, sedermi di nuovo in quel chiostro, guardare il cielo enorme e sentirmi piccola e inutile, ma libera. Vorrei parlare con suor Maria Crocifissa di cose che non hanno nulla a che fare con eserciti, flotte, governi. Ma non posso.
Domani si ricomincia, e io devo restare in piedi.

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CIX

ROMA, RESIDENZA STEFANI – 23 settembre 1979, pomeriggio

La casa degli Stefani profumava di torta al cioccolato e palloncini nuovi. Livia, con un vestitino rosa gonfio sulle spalle, correva avanti e indietro per il salotto tenendo per mano i fratellini Antonino ed Egidio, impazienti, rumorosi, felicissimi: era il suo ottavo compleanno, e ogni centimetro della casa lo ricordava.
Maria Elena Marchesi manteneva un sorriso di circostanza mentre controllava che i bambini non distruggessero nulla; era affettuosa con loro, ma distaccata con il marito. Longino Ramelli, ancora un giovane agente del CoSDi, osservava la scena con la schiena dritta, rigida come un bastone, anche se ogni tanto cedeva a un sorriso per le buffonate dei piccoli. Alla festa avrebbe dovuto essere presente anche il quindicenne Rino Franceschini, che per Livia era quasi un fratello maggiore, ma all’ultimo suo padre, il generale Sebastiano Franceschini, lo aveva messo in punizione perché a scuola si era picchiato con un compagno di classe.

Stefani, già allora impeccabile nella sua compostezza, guardava spesso l’orologio. Aveva anticipato alla moglie e a Ramelli l'arrivo di un ospite “speciale”. Ma non aveva detto altro.
Fu il suono secco della sirena di una vettura di Stato a far calare il silenzio. Per un istante, i bambini si immobilizzarono, come piccoli animali attenti a un rumore nuovo.
Poi il campanello.

Stefani sospirò, si stirò la giacca e andò ad aprire.
Entrò per primo un uomo con la compostezza di un re e l’età di un patriarca: Paolo VIII, l’imperatore. Dietro di lui, il direttore del CoSDi, Giuliano Di Paola, con gli occhi neri e lucidi come punte di lancia.
Maria Elena sbiancò, Ramelli rimase impietrito.
Livia, invece, non capiva bene chi fosse quel signore elegante, ma capiva una cosa: portava un pacchetto grande, e quindi non poteva essere cattivo.

«Maestà…» iniziò Stefani, con un mezzo inchino.
«Oggi niente formalità» tagliò corto l’imperatore, sorridendo a metà. Si chinò verso Livia. «Sono venuto per farti gli auguri, giovane signora.»

Le porse il pacchetto. Era avvolto con una carta lucida color cremisi, con un nastro dorato.
Livia lo prese con due mani, gli occhi enormi.
«Grazie!» Poi, senza timore, gli stampò un bacio sulla guancia. L’imperatore rise, una risata di gola, sorpreso.
«Adorabile» commentò, guardando Stefani. «Proprio adorabile.»

Di Paola, intanto, aveva riconosciuto Longino Ramelli.
«Lei è nel Corpo?»
«S-sì, signore.»
«Da quanto?»
«Quattro anni.»
Di Paola lo studiò con la freddezza di chi misura un attrezzo da lavoro.
«Bene. Continua così. E tieni gli occhi aperti.»
Ramelli annuì, quasi tremante, per la prima e forse ultima volta nella vita.

Paolo VIII si chinò verso Antonino ed Egidio. «Posso giocare anch’io?»
I bambini annuirono con entusiasmo, e poco dopo l’imperatore era seduto per terra con due spade di plastica, mentre fingeva di farsi colpire, crollando all’indietro su un tappeto di dinosauri e automobiline. Maria Elena osservava la scena senza sapere se ridere o preoccuparsi.
Stefani, invece, non rideva. Era concentrato su altro, e l’imperatore lo sapeva.

Mentre Antonino lo “colpiva a morte” per la quarta volta, Paolo VIII gli rivolse un breve sguardo.
Un cenno.

Stefani si avvicinò, piegandosi sulle ginocchia a fianco dell’imperatore.
«Augusto…» iniziò sottovoce, ma il sovrano lo interruppe.
«Hai fatto un ottimo lavoro con la… come la chiamavi? Ah sì, la pazza.»
Stefani irrigidì la mascella. «Ho fatto quello che andava fatto, Augusto.»
«Lo so. E l’hai fatto con discrezione. Non è da tutti.» Si rialzò, spolverandosi i pantaloni. «Sei sprecato come sottosegretario.»

Maria Elena lo sentì. E distolse lo sguardo, irrigidendosi. Livia osservava la scena da lontano, stringendo il suo regalo al petto.

«C’è un progetto» continuò sottovoce Paolo VIII. «Un progetto delicato. Medico-militare. Una cosa… nuova. Ho bisogno di qualcuno che non mi porti problemi, ma soluzioni. Qualcuno come te.»

Stefani non rispose. Ma i suoi occhi brillarono.
Il sovrano tornò a sorridere ai bambini. «Torno subito, piccoli gladiatori. Devo parlare col vostro papà.»
Si allontanarono insieme dal salotto, superando la cucina, attraversando il corridoio che portava allo studio di Stefani.
Livia, per un istante, lasciò i fratellini e seguì i due con lo sguardo, avanzando di qualche passo.
Vide suo padre aprire la porta dello studio, l’imperatore entrare e la porta chiudersi.

E provò una sensazione strana, ma precisa: che qualunque cosa stesse per succedere lì dentro, avrebbe cambiato qualcosa. Per sempre.

.

Quarta Parte

CX

TRE ANNI DOPO LA CADUTA DI ROMA: UNA GUERRA CIVILE CONGELATA DIVIDE LA REPUBBLICA IN DUE STATI RIVALI – Michael Harrington, NEW YORK TIMES (5 novembre 1995)

CARTAGINE — A oltre tre anni dall’insurrezione del 12 giugno 1992, la guerra civile romana è entrata in una fase che molti osservatori descrivono come “congelata”: una linea del fronte relativamente stabile, due governi contrapposti e una popolazione divisa tra due visioni incompatibili dello Stato. Eppure, sotto questa apparente immobilità, il conflitto continua a covare.

DALLA CADUTA DELLA CAPITALE ALLA NASCITA DI DUE GOVERNI – Il punto di rottura resta quella giornata di giugno del 1992, quando un’insurrezione armata, guidata dai paramilitari del Fronte Sociale del Sole Invitto (FSSI) e sostenuta da settori della popolazione urbana, travolse le forze di polizia e gli apparati di sicurezza nella capitale. Nel giro di poche ore, Roma sfuggì al controllo del governo.

Nei giorni immediatamente successivi, due figure emersero come leader del fronte insurrezionale: Lucilio Prisco, leader politico del FSSI, ed Eugenio Rambaldi, medico e ideologo del Partito Comunista dei Romani. Insieme proclamarono la nascita dello Stato Popolare Romano (SPR), con sede a Roma, rivendicando la continuità dello Stato e accusando il precedente governo di tradimento nazionale.

Dall’altra parte, la vicepremier Livia Stefani, figlia del defunto presidente, riorganizzò ciò che restava delle istituzioni nella base navale di Anzio, dando vita al Governo di Salvezza Nazionale (GSN). Nel giro di poche settimane, sotto pressione militare e logistica, il governo si trasferì a Cartagine, da cui opera tuttora.

LA FRATTURA NELLE FORZE ARMATE – La guerra civile non si è combattuta solo nelle strade, ma soprattutto nelle caserme.
Il grosso dell’esercito, incluse unità corazzate e forze d’élite, ha giurato fedeltà allo SPR. Tra questi, una delle figure più temute è il comandante noto come “Volpe”, ex ufficiale del Battaglione Azzurro, diventato simbolo della linea dura del regime di Roma.
Il GSN, tuttavia, ha mantenuto il controllo della marina militare, di parte dell’aeronautica e di alcuni reparti scelti dell’esercito. Questo ha permesso al governo di Stefani di conservare il controllo dei territori africani della Repubblica, oltre che delle isole maggiori: Sardegna, Corsica e Sicilia. Questa divisione ha però reso impossibile una vittoria rapida per entrambe le parti.

UNA GUERRA SENZA AVANZATE – Dal punto di vista territoriale, la linea del fronte è cambiata sorprendentemente poco dal 1992.
Lo SPR controlla l’intera penisola italiana e i territori europei della Repubblica. Il GSN, invece, mantiene il controllo dell’Africa romana e delle principali isole del Mediterraneo occidentale.
Dopo l’abbandono di Anzio nell’estate del ’92, non si sono registrate offensive su larga scala. Il conflitto si è trasformato in una guerra a bassa intensità: operazioni delle forze speciali, sabotaggi mirati, e sporadici scontri tra le due aeronautiche. Si vocifera anche di gruppi armati, ostili allo SPR, che operano in Italia nelle aree montane e rurali, con operazioni di guerriglia; tuttavia, il governo di Prisco ha sempre rifiutato anche solo di menzionare pubblicamente queste forze, liquidandole come gruppi di banditi.

«È una guerra in pausa, non una pace,» ha dichiarato un diplomatico francese a Cartagine. «Entrambe le parti stanno aspettando qualcosa: un crollo interno, o un intervento esterno che non arriva.»

IL RUOLO AMBIGUO DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE – Gli Stati Uniti, insieme alla maggior parte dei governi occidentali, riconoscono ufficialmente il governo di Livia Stefani come legittimo rappresentante della Repubblica.

Questo riconoscimento ha garantito al GSN accesso diplomatico e limitato supporto economico. Tuttavia, Washington non ha mai fornito assistenza militare diretta, mantenendo una posizione prudente che molti a Cartagine considerano insufficiente.

«Il sostegno politico senza quello militare è, in sostanza, simbolico,» ha commentato un funzionario del GSN sotto anonimato.
Fonti diplomatiche suggeriscono che la Casa Bianca tema un’escalation regionale e preferisca mantenere il conflitto contenuto.

LE OMBRE SU RAMBALDI – Se il governo di Stefani cerca di presentarsi come il continuatore delle istituzioni repubblicane, lo SPR ha costruito la propria legittimità su una retorica rivoluzionaria e nazionalista.
Al centro di questo sistema c’è Eugenio Rambaldi.

Negli ultimi mesi, sono emerse voci, difficili da verificare ma persistenti, su presunti esperimenti condotti sotto la sua supervisione. Testimonianze raccolte tra rifugiati parlano di strutture segrete e dell’uso di civili come cavie. Alcuni analisti vedono in queste accuse un inquietante richiamo a programmi medico-militari sviluppati durante il regno dell’imperatore Paolo VIII, sebbene prove concrete restino elusive.
Il governo dello SPR ha respinto queste affermazioni come “propaganda nemica”.

LIVIA STEFANI: DA FIGURA SIMBOLICA A LEADER DI GUERRA – Quando assunse la guida del GSN nel 1992, Livia Stefani era considerata da molti osservatori una figura di transizione, scelta più per il suo nome che per esperienza politica.
Tre anni dopo, quella valutazione appare superata. A Cartagine, Stefani ha costruito un governo funzionante, mantenuto la coesione delle forze leali e ottenuto il riconoscimento internazionale. I suoi sostenitori la descrivono come una leader determinata, capace di tenere insieme un fronte fragile.
I suoi critici, tuttavia, sottolineano la mancanza di progressi militari e la dipendenza da un equilibrio che potrebbe spezzarsi.

UN CONFLITTO IN ATTESA – A novembre 1995, la guerra civile romana non è finita. Ma non è nemmeno, nel senso tradizionale, in corso.
È sospesa. Due Stati si fronteggiano, due eserciti si osservano, due narrazioni si contendono la legittimità. E nel mezzo, milioni di cittadini continuano a vivere in una realtà divisa.

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CXI

CARTAGINE, CARCERE DI SAN CIPRIANO – 6 novembre 1995, mattina

Il cortile interno del carcere di Cartagine era stato adattato alla meglio per la celebrazione. Una pedana di legno, un altare improvvisato coperto da un panno bianco un po’ ingrigito dalla polvere, due candelieri spaiati. Sopra, un crocifisso semplice. Intorno, file ordinate di detenuti, tenuti a distanza da cordoni di guardie armate.
La delegazione governativa era sistemata sul lato opposto, separata da una barriera fisica ma soprattutto simbolica: Livia, Teo Lori, il ministro della giustizia Cassio Concordia e gli altri sedevano su sedie pieghevoli, sotto una tettoia. Non troppo comodi, ma infinitamente più liberi.
Quando il sacerdote iniziò la messa in onore di san Leonardo di Noblac, il brusio si spense quasi subito. I detenuti seguivano, molti con lo sguardo basso, altri fissando l’altare con una concentrazione quasi feroce. Ma qualcosa stonava.

Non rispondevano. Alle invocazioni del celebrante, il silenzio restava sospeso, innaturale. Qualcuno muoveva appena le labbra, quasi di nascosto, ma le guardie vigilavano. Un gesto troppo evidente, una voce appena più alta, e lo sguardo di un secondino si piantava addosso come un chiodo.
Livia se ne accorse subito. All’inizio pensò fosse timidezza, o disinteresse. Poi capì, e si sporse leggermente verso Teo, parlando a bassa voce:

«Non rispondono.»

«Non possono.»

Livia lo guardò, sorpresa. «Regolamento,» aggiunse lui sottovoce. «Partecipazione passiva. Niente interventi, niente risposte corali.»

Livia rimase in silenzio per qualche secondo, osservando un detenuto poco distante: avrà avuto poco più di trent’anni, il volto scavato, le mani intrecciate così forte da sbiancare le nocche. Quando il sacerdote disse “Il Signore sia con voi”, le sue labbra si mossero appena “E con il tuo spirito” ma senza voce.

«Non ha senso,» mormorò Livia. «La riforma liturgica…»

«Lo so,» la interruppe piano Teo. «Ma qui non si applica.»

Fu Concordia a inserirsi, con tono misurato, quasi didattico: «La riforma si applica ovunque… tranne dove entra in conflitto con esigenze di sicurezza.»

Livia si voltò verso di lui. «E qui entra in conflitto?»

Il ministro non esitò. «Sempre.» Indicò con un cenno impercettibile le file dei detenuti. «Ordine, disciplina e controllo. Queste sono strutture pensate per impedire qualsiasi forma di coordinamento. Anche una risposta liturgica è, tecnicamente, un atto collettivo.»

Livia lo fissò, senza parlare. Concordia aggiunse, con una calma quasi burocratica:

«Il regolamento è del 1973. Non è cambiato.» Una pausa. «Fu redatto dall’allora sottosegretario alla giustizia… suo padre.»

La frase cadde tra loro senza rumore, ma pesò come un macigno. Livia tornò a guardare i detenuti, ma questa volta non vedeva più solo uomini in fila: vedeva un intero sistema, una struttura e, in qualche modo, vedeva anche suo padre. Non disse più nulla fino alla fine della celebrazione.

Quando uscirono dal carcere, il sole del pomeriggio li investì con una luce quasi violenta. L’aria aperta sembrava irreale dopo l’odore stagnante delle celle e del cortile.

La vettura presidenziale li aspettava con il motore acceso. Livia salì per prima, seguita da Teo. La portiera si chiuse con un tonfo sordo, isolandoli dal resto del mondo.

Per qualche minuto, nessuno parlò, Cartagine scorreva fuori dal finestrino: traffico, mercati, vita. Una normalità fragile, costruita sopra anni di guerra. Fu Livia a rompere il silenzio.

«È disumano.»

Lo disse senza guardare Teo, con voce bassa ma tesa. Teo rimase in silenzio.

«Non possono nemmeno rispondere a una messa, Teo. Non possono dire una parola. Nemmeno Amen.»

Si voltò verso di lui, improvvisamente più accesa:

«Che razza di sistema è?»

Teo aprì leggermente la bocca, ma non fece in tempo a parlare. Livia proseguì, più veloce:

«E non dirmi che è per la sicurezza. Non puoi costruire uno Stato su… su questo.» Indicò come se il carcere fosse ancora lì davanti a loro. «Su uomini ridotti al silenzio.»

Teo la osservava, senza interromperla. La conosceva abbastanza da capire che non stava parlando davvero con lui.

«E poi…» continuò Livia, la voce che si incrinava appena «…poi scopri che quel sistema… l’ha scritto tuo padre.» Silenzio.

Per un attimo sembrò che si fosse spinta troppo oltre, che avesse detto qualcosa che non voleva dire. Poi inspirò lentamente, e qualcosa cambiò. La tensione non sparì, ma si trasformò.

«Però…» disse, più piano, guardando di nuovo fuori dal finestrino. «Però non possiamo cambiarlo.» Teo sollevò appena lo sguardo. «Non adesso.»

Livia scosse la testa, come se stesse mettendo ordine nei propri pensieri.

«Sai cosa succede se allenti quel sistema, anche solo un po’?» Non aspettò risposta.

«Perdi il controllo.» Le sue parole diventavano più fredde, più precise.

«E se perdi il controllo delle carceri, perdi il controllo dei nemici interni. E se perdi quello…» Si fermò, poi concluse: «Perdi la guerra.»

Teo restava in silenzio, immobile. «Non è il momento delle riforme,» continuò Livia. «Non è il momento di essere… giusti.» Un’ombra le attraversò lo sguardo. «È il momento di sopravvivere.»

Finalmente si voltò verso di lui. «E quando sarà finita…»

Si interruppe. Per un istante, tornò la ragazza che era stata a Frascati, sotto il cielo aperto del chiostro. «Allora sì,» disse piano. «Allora si cambia tutto.»

Teo annuì lentamente, non perché fosse convinto, ma perché capiva. La macchina continuava a scivolare lungo le strade di Cartagine, portandoli verso il palazzo di Birsa, verso il governo, la guerra, verso decisioni che non lasciavano spazio alla purezza.

E dietro di loro, nel carcere, i detenuti avevano ricominciato a tacere.

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CXII

SERVIZIO INFORMAZIONI DELLA MARINA (SIM) – Direzione Analisi Strategica: Sezione Europa Continentale
CLASSIFICAZIONE: RISERVATISSIMO – USO ESCLUSIVO PRESIDENZA GSN
DATA: 9 novembre 1995
DESTINATARIO: Presidenza del Governo di Salvezza Nazionale – Ufficio della Presidente Livia Stefani

OGGETTO: Attività anomale nei territori controllati dallo Stato Popolare Romano (SPR): Distruzione sistematica di centri abitati e possibile installazione di struttura di ricerca militare avanzata in area laziale (Ronciglione, Lago di Vico)

1. SINTESI ESECUTIVA

Le informazioni raccolte dal SIM, integrate con dati satellitari forniti da fonti alleate (in particolare agenzie statunitensi), indicano con elevato grado di probabilità il verificarsi di:
1. Distruzione sistematica e non dichiarata di centri abitati in aree appenniniche dell’Italia centrale (Emilia, Piceno, Piceno Suburbicario), non interessate da operazioni militari convenzionali;
2. Operazioni di natura punitiva o repressiva condotte da forze riconducibili allo SPR e a unità paramilitari affiliate;
3. Costruzione e operatività di una struttura altamente sensibile in località Ronciglione, con caratteristiche compatibili con un centro di ricerca e sviluppo per agenti chimici e/o biologici;
4. Coinvolgimento diretto o indiretto di figure apicali dello SPR, tra cui il dott. Eugenio Rambaldi e il comandante paramilitare noto come “Volpe” (Leandro Gallo).

2. DISTRUZIONE DI CENTRI ABITATI

2.1 Evidenze satellitari
Le immagini satellitari (periodo: gennaio–ottobre 1995) mostrano:
• Progressiva scomparsa di nuclei abitativi di piccole e medie dimensioni;
• Presenza di tracce di incendi diffusi, crolli strutturali e devastazioni non compatibili con bombardamenti convenzionali;
• Assenza di ricostruzione o presenza civile successiva agli eventi.

Le aree maggiormente colpite risultano:
• Appennino emiliano orientale;
• Area montuosa del Piceno;
• Zone interne del Piceno Suburbicario.

2.2 Testimonianze umane
Rifugiati giunti in territorio GSN (Sardegna e Africa settentrionale) riferiscono:
• Evacuazioni forzate seguite da distruzione dei villaggi;
• Esecuzioni sommarie di civili sospettati di collaborazionismo;
• Presenza di reparti armati non identificati, descritti come sistematici nelle operazioni.
Le descrizioni coincidono, per modalità operative, con precedenti azioni attribuite al Battaglione Azzurro durante il conflitto mauritano.

2.3 Valutazione
Il SIM ritiene altamente probabile che:
• Le distruzioni costituiscano una campagna deliberata di controllo territoriale e repressione interna;
• Le operazioni siano condotte o supervisionate da elementi paramilitari legati a Leandro Gallo (“Volpe”);
• L’obiettivo sia la bonifica politica e sociale delle aree rurali, con eliminazione di potenziali oppositori.

3. STRUTTURA DI RONCIGLIONE (LAGO DI VICO)

3.1 Descrizione generale
Le immagini satellitari mostrano, in area boschiva a sud del Lago di Vico:
• Un complesso costruito in tempi estremamente rapidi (stimati 8–10 mesi);
• Presenza di edifici modulari, sistemi di ventilazione avanzati e perimetrazione di sicurezza multilivello;
• Accessi limitati e costantemente sorvegliati.

3.2 Indicatori di attività sensibile
Sono stati rilevati:
• Veicoli specializzati per il trasporto di materiali pericolosi;
• Strutture compatibili con laboratori a pressione controllata;
• Tracce di smaltimento anomalo di rifiuti (ipoteticamente chimici).

3.3 Fonti umane
Testimonianze raccolte indicano:
• Trasferimenti di personale scientifico sotto scorta;
• Arrivo di soggetti non identificati, presumibilmente detenuti o civili requisiti;
• Attività notturne continuative.
Alcuni rifugiati associano esplicitamente il sito alla figura del dott. Eugenio Rambaldi, indicandolo come responsabile diretto di esperimenti su esseri umani.

3.4 Valutazione
Il SIM valuta come probabile che il sito di Ronciglione:
• Sia un centro di ricerca militare non convenzionale;
• Svolga attività legate allo sviluppo di agenti chimici o biologici;
• Rappresenti una possibile evoluzione o prosecuzione di programmi risalenti al periodo imperiale.

4. IMPLICAZIONI STRATEGICHE

a) Possibile introduzione da parte dello SPR di capacità non convenzionali nel conflitto;
b) Escalation qualitativa delle operazioni repressive interne;
c) Rischio di utilizzo di armi proibite in caso di riapertura delle ostilità su larga scala;
d) Rafforzamento del controllo territoriale dello SPR attraverso il terrore.

5. RACCOMANDAZIONI

Il SIM raccomanda:
1. Monitoraggio continuo del sito di Ronciglione tramite assetti satellitari e SIGINT;
2. Valutazione con alleati internazionali circa eventuali violazioni di trattati sulle armi chimiche;
3. Preparazione di contromisure NBC (nucleare, biologico, chimico) per le forze del GSN;
4. Incremento della raccolta HUMINT tra rifugiati e disertori dello SPR;
5. Analisi operativa su possibili azioni preventive o di interdizione, qualora autorizzate a livello politico.

6. CONCLUSIONE

Gli elementi raccolti indicano una trasformazione qualitativa della minaccia rappresentata dallo SPR, che appare sempre meno un semplice attore politico-militare e sempre più un apparato impegnato in pratiche di guerra totale e sperimentazione avanzata.
La situazione richiede attenzione immediata e coordinamento strategico con partner internazionali.

FIRMATO
Direzione Analisi Strategica
Servizio Informazioni della Marina (SIM)

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CXIII

DIARIO PERSONALE DI EUGENIO RAMBALDI
RONCIGLIONE, 7 novembre 1995:
Oggi ho visto con chiarezza quello che gli altri non possono vedere.

Non è più teoria. Non è più progetto. È forma.
Il soggetto 17 ha resistito più a lungo del previsto. Non nel corpo – il corpo cede sempre, il corpo è una macchina pigra, difettosa – ma nel pensiero. Il pensiero si può correggere. Si può guidare. Si può… rifare. Rifare come si rifà una stanza, togliendo i mobili marci.

TITAN non era un errore. No. No, questo lo devo scrivere chiaramente, perché loro mentono anche nei ricordi. TITAN era giusto. Eravamo solo circondati da mediocri, da funzionari, da… da mangiatori di carta.
Ora invece no. Ora il tempo è dalla mia parte. Il tempo mi ascolta.

Ho ripreso gli schemi. Le sinapsi rispondono. Non tutte, ma abbastanza. Basta abbastanza. Sempre basta abbastanza.

Il problema è il rumore. Il rumore dentro.
Le voci non sono un problema. Non ancora. Le voci aiutano a capire cosa eliminare.

RONCIGLIONE, 10 novembre 1995: Il soggetto 23 invece ha mostrato una reazione interessante al composto VX-9 (non è VX, non è 9, ma chiamarlo così lo rende più docile). I polmoni collassano con una bellezza quasi matematica. C’è una purezza nella mancanza d’aria che pochi comprendono.

Respirare è un privilegio.
Toglierlo è… giustizia.

Non è crudeltà. No. È igiene. Come lavarsi le mani. Come bruciare i campi malati.

Lo Stato Popolare Romano non capisce ancora fino in fondo cosa sto dando loro. Prisco capisce a metà. Gallo capisce nel modo sbagliato. Violenza, forza, controllo… parole vuote.
La vera forza è selezione.

Selezione è amore.
Amore per ciò che deve restare.

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CXIV

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 11 novembre 1995, sera
La luce della sera entrava obliqua dalle grandi finestre dell’appartamento nel palazzo di Birsa, tingendo di arancio le pareti e i mobili austeri. Fuori, Cartagine respirava piano, lontana dalla guerra che pure la circondava. Dentro, la tavola era apparecchiata con una cura quasi domestica, ostinata.
Teodoro Lori aveva cucinato lui stesso, come faceva sempre più spesso: qualcosa di semplice, caldo, rassicurante. Un tentativo, forse, di ricreare un’idea di normalità che ormai esisteva solo lì dentro.

Livia Stefani si fermò sulla soglia della sala da pranzo senza entrare del tutto.
«Non ho fame,» disse, con un tono leggero, quasi distratto. «Mangio più tardi, magari in camera.»

Rino Franceschini, seduto già a tavola con una manica arrotolata e l’altra ancora infilata nella giacca, alzò appena lo sguardo. Non disse nulla, non subito. Ma osservò che era troppo poco, di nuovo.

«A mezzogiorno hai mangiato due patate.» disse, senza aggressività, ma senza girarci intorno.
Livia fece un mezzo sorriso, di quelli che non arrivavano agli occhi. «Erano grandi.»

Silenzio, poi, con una rapidità quasi studiata, cambiò argomento:
«È arrivato un rapporto del SIM. Ronciglione. Una struttura nuova, nel Lazio. Cresciuta dal nulla in meno di un anno.» Si avvicinò al tavolo, ma senza sedersi. «Pensano sia un centro di ricerca militare. Chimico… e altro.»
Rino si raddrizzò leggermente. Quello sì che lo interessava. «Altro quanto?»
«Abbastanza da farci andare a vedere.» Gli occhi di Livia si accesero per un attimo, vivi, presenti. «Se riusciamo a mettere insieme informazioni solide… potrebbe essere un obiettivo.» Fece una pausa, guardandolo. «Per te.»

Rino annuì piano, era il suo terreno: azione, rischio, chiarezza.
«Ci vado anche domani,» disse. Poi, più piano: «Se serve.»

Teo, però, non si era mosso. «Livia,» intervenne, con una calma ostinata, «prima mangi.»
Lei sospirò appena, come se quella fosse la cosa più fastidiosa della giornata. «Teo, per favore.»
«No, per favore tu.» Non alzò la voce, ma la guardò dritta. «Non puoi andare avanti così.»
«Così come?» rispose lei, subito. Troppo subito.
«Così.» Un altro silenzio. Più pesante.
Livia incrociò le braccia, poi le lasciò cadere. «Sto mangiando,» disse. «Semplicemente non ho fame adesso.»

Rino la guardava ancora. Non insisteva, ma non mollava. Lei lo capì, li capì entrambi. E allora fece quello che sapeva fare meglio: chiudere.
«Ho delle carte da rivedere,» disse. «Mangio dopo.»
Non aspettò risposta, si voltò e uscì dalla stanza. La porta si chiuse piano.

Per qualche secondo nessuno parlò. Poi Rino espirò lentamente, passando una mano tra i capelli.
«Non è solo oggi.»
Teo scosse la testa, fissando il piatto davanti a sé. «No.»
Rino si appoggiò allo schienale. «Sta sempre così?»
Teo esitò un attimo, poi annuì. «Quando siamo fuori…» disse piano, «si porta dietro un blocco. Piccolo. Lo tiene nella borsa.» Fece un gesto vago. «Segna tutto.»

Rino aggrottò la fronte. «Tutto cosa?»
«Tutto quello che mangia.» Una pausa. «E fa i conti.»
Rino restò in silenzio. Non era il suo campo, non era una cosa che si poteva affrontare come una stanza da bonificare o un nemico da stanare.

«Calorie,» aggiunse Teo, quasi sottovoce. «Le conta.» Una parola restò sospesa tra loro, come qualcosa che nessuno dei due voleva davvero afferrare.
Rino abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. «Da quanto?»
«Da un po’.» Teo si passò una mano sul volto stanco. «All’inizio pensavo fosse… stress. Controllo. Una cosa temporanea.»
Rino fece un mezzo sorriso amaro. «È sempre controllo, no?»

Teo non rispose. Dalla stanza accanto arrivava appena il rumore di una porta che si chiudeva, poi il silenzio.
Rino tamburellò piano con le dita sul tavolo, poi si fermò.
«Non possiamo lasciarla andare avanti così.»
Teo annuì, ma senza convinzione. «Prova a dirglielo tu,» disse. «Vedi quanto dura.»

Rino sbuffò appena. «Non è il tipo che ascolta.»
«No,» confermò Teo. Poi, dopo un attimo: «È il tipo che resiste.»

Rino si appoggiò in avanti, i gomiti sul tavolo. «E allora la tiriamo giù a forza.»
Teo lo guardò. Non con rimprovero, ma con una stanchezza lucida. «Non è un assalto, Rino.»
Un altro silenzio.

Poi Rino annuì, lentamente. «Lo so.»
Ma non sembrava convinto. Dall’altra parte dell’appartamento, dietro una porta chiusa, Livia era sola.

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CXV

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 12 novembre 1995, pomeriggio

La stanza non era grande. In origine doveva essere stata una sala di rappresentanza secondaria del palazzo di Birsa, ma ora era stata trasformata in qualcosa di più informale: un piccolo cinema improvvisato.
Le tende erano tirate, le luci basse. Un televisore e un videoregistratore occupavano un tavolino davanti a una fila disordinata di poltrone. Sul tavolo laterale c’erano bicchieri, una bottiglia di vino siciliano, qualche piatto con pane, olive, formaggio. Quasi intatti.
Livia Stefani sedeva leggermente discostata dagli altri, su una poltrona laterale. Non aveva toccato nulla, solo una sigaretta tra le dita e un posacenere già mezzo pieno. Il fumo si arricciava lento verso il soffitto.
Di fronte allo schermo, in piedi vicino al videoregistratore, Rino Franceschini infilò la videocassetta nello sportello.

«Vediamo il capolavoro,» disse.

Dietro di lui, seduti, c’erano Teodoro Lori, l’ammiraglio Francesco Tullio-Cicero e Raffaele Taranto. Era un gruppo ristretto, non ufficiale: la famiglia politica di Livia.
Rino premette PLAY. Lo schermo tremolò per un istante, poi comparve l’immagine.

Sul video apparve Lucilio Prisco, seduto dietro una scrivania semplice. Indossava una giacca scura, camicia bianca senza cravatta. Ma la cosa più evidente era quella che teneva in mano: una fetta di prosciutto cotto.
Per qualche secondo nessuno parlò.

Prisco alzò leggermente la fetta tra le dita. «Sapete,» disse con tono quasi confidenziale, «mi hanno preso in giro per anni per questa cosa.» Fece oscillare la fetta. «Dicevano: “Prisco agita il prosciutto nei comizi.”»
Pausa. «E avevano ragione.»

Rino sbuffò già, sul video Prisco sorrise appena. «Ma c’è una ragione.» Appoggiò i gomiti sulla scrivania. «Quando ero bambino… mia madre andava dal salumiere.» Sollevò di nuovo la fetta. «Chiedeva un etto di prosciutto.» Silenzio nella stanza. «Eravamo in cinque.» Prisco guardò la fetta con un’espressione quasi nostalgica.
«Il salumiere metteva il prosciutto sulla bilancia… e poi diceva sempre la stessa cosa.» Fece una pausa teatrale.
«“Signora Teresa… sono un etto e due. Lascio?”» Un piccolo sorriso. «E mia madre doveva dire sempre la stessa cosa.» Prisco abbassò lentamente la fetta. «“No. Ho detto un etto.”» Sul video fece il gesto di togliere una fetta invisibile. «E il salumiere… toglieva una fetta.»

Rino scoppiò a ridere, non riuscì a trattenersi. «Ma che cazz…» Ma Teo gli fece cenno di stare zitto.

Sul video Prisco continuava, ormai pienamente dentro il racconto. «Quella fetta… era la differenza tra un etto e due e un etto spaccato.» La sua voce si fece più grave. «Oggi… a Roma… ci sono famiglie che di fette non devono farsene togliere una.» Pausa. «Ma due.» Ancora una pausa. «O tre.»
Ora Prisco guardava dritto in camera. «Se c’è una persona che conosce la sofferenza dei ceti popolari… quello sono io.»

Livia aspirò dalla sigaretta senza distogliere gli occhi dallo schermo.
Il video proseguiva, Prisco ora parlava più forte. «Quando questa guerra finirà…» La fetta di prosciutto tornò a sollevarsi davanti alla telecamera. «Quando a Roma tornerà un imperatore…» Silenzio.
«Quando il popolo romano ritroverà la sua volontà storica…» La fetta venne stretta tra le dita come una bandiera. «Allora queste sofferenze saranno ricordate per quello che sono.» Pausa. «Un sacrificio: Giusto.» Pausa. «E necessario.» Il video si fermò su quell’immagine.

Rino non riuscì più a trattenersi, scoppiò a ridere davvero. Una risata piena, quasi incredula. «Il prosciutto!» disse, scuotendo la testa, e imitando l’intonazione di Prisco. «Il destino dell’Impero deciso da una fetta di prosciutto!»
Livia non rideva, continuava a fumare. Tullio-Cicero si limitò a sollevare un sopracciglio, Teo rimase in silenzio.

Ma fu Taranto a parlare, con calma. «È bravo.»
La stanza si fermò, Rino smise di ridere. «Chi?» disse.
Taranto indicò lo schermo. «Prisco.» Silenzio.

Rino lo guardò come se avesse appena bestemmiato. «Sta scherzando! Quello è un coglionazzo!»
Taranto scosse lentamente la testa. «No, non scherzo» Guardò ancora l’immagine congelata del video. «Sa parlare.»
Livia espirò il fumo lentamente. «Quanto bravo?» chiese.

Taranto si voltò verso di lei. «Abbastanza.» Pausa. «Se avesse sfidato tuo padre in un’elezione vera… Anche lui avrebbe avuto problemi.»
La sigaretta si fermò a mezz’aria tra le dita di Livia. «Problemi?» ripeté.
Taranto annuì. «Avrebbe dovuto fare una campagna elettorale seria per batterlo.» Silenzio.

Questa volta nessuno rideva. Rino guardò di nuovo lo schermo. «Quello con il prosciutto?»
Taranto fece spallucce. «Il prosciutto è la parte meno importante.» Indicò il televisore. «Lui sa raccontare una storia.» Pausa. «E soprattutto…» Guardò Livia. «Sa raccontarla alle persone giuste.»

Livia spense la sigaretta, ne accese subito un’altra. Il click dell’accendino fu l’unico rumore nella stanza. E per la prima volta da quando la cassetta era partita, nei suoi occhi comparve qualcosa che non era ironia, ma preoccupazione.

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CXVI

DIARIO PERSONALE DI EUGENIO RAMBALDI

RONCIGLIONE, 13 novembre 1995: Stanotte ho sognato l’Imperatore.

Non quello ufficiale. Non quello dei ritratti. Quello vero, che sapeva. Mi ha parlato senza bocca, come fanno i pesci quando sanno le cose. Mi ha detto che Roma non è caduta: Roma è stata contaminata.

E io sto preparando il disinfettante.

RONCIGLIONE, 17 novembre 1995: Le cavie continuano a chiamarsi per nome. È fastidioso. Ho dato ordine di numerarle meglio, ma i numeri a volte si sciolgono. Si muovono. Ieri il 12 è diventato il 5 mentre lo guardavo. Non è possibile, ma è successo.

Devo rivedere i registri. O forse no, i registri mentono. La carta è traditrice.

Meglio la carne. La carne non mente mai. Urla, ma non mente.

RONCIGLIONE, 22 novembre 1995: Ho notato che quando il gas entra lentamente, senza fretta, gli occhi cambiano prima del resto. È lì che si vede la verità. Non nella morte – la morte è banale – ma nel momento in cui capiscono che l’aria non tornerà.

Quello è il punto esatto in cui l’uomo diventa… correggibile.

Se potessi fermare quel momento, congelarlo, inserirlo nel cervello dei TITAN…

Sì. Sì, è quello. È quello che manca.

Non forza. Non resistenza.

Consapevolezza della fine, senza fine.

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CXVII

RONCIGLIONE, COMPLESSO DI RICERCA – 22 novembre 1995, mattina

Il complesso di ricerca di Ronciglione era nato nel silenzio. Non compariva su nessuna mappa ufficiale dello Stato Popolare Romano. Non aveva insegne, né bandiere: solo cemento nuovo, filo spinato, torrette e una strada militare che tagliava i boschi sopra il lago di Vico.

La mattina del 22 novembre il silenzio si spezzò. Una lunga colonna di veicoli militari arrivò sollevando fango e foglie. Blindati leggeri, camionette, jeep. Uomini armati scesero e si disposero lungo il perimetro come se stessero entrando in territorio ostile.

In mezzo alla colonna c’era una berlina nera. Quando lo sportello si aprì, ne uscì Lucilio Prisco. Non era vestito per una visita ufficiale: camicia di flanella scura, pantaloni militari, stivali infangati.

Guardò gli edifici con una certa diffidenza.

«Bel posto,» borbottò. Uno degli uomini della scorta rimase vicino alla macchina. Gli altri lo seguirono fino all’ingresso principale. Prisco non si era portato dietro quella gente per sicurezza, ma per fare impressione.

Dentro il centro di ricerca regnava un silenzio diverso. Non quello della campagna, ma quello degli ospedali e dei laboratori. Odore di disinfettante, di metallo. Una giovane assistente lo guidò lungo un corridoio illuminato da luci al neon.

«Il dottore la sta aspettando.» La porta si aprì. Dietro una scrivania perfettamente ordinata sedeva Eugenio Rambaldi. Camice bianco immacolato, cravatta scura perfettamente annodata, capelli pettinati con una precisione quasi geometrica.

Si alzò. «Presidente.»

Prisco non gli strinse la mano subito, guardò prima la stanza. Armadi metallici, scaffali con documenti, un grande tavolo pieno di strumenti. Infine, gli tese la mano.

«Dottore.» Si sedettero.

La scorta di Prisco rimase dietro di lui come una parete di uomini armati. Rambaldi sembrava non notarli nemmeno.

Prisco andò subito al punto. «Il VX-9.»

Rambaldi intrecciò le dita. «Un progetto promettente.»

«Quanto promettente?»

«Molto.»

Prisco lo fissò. «Dottore.» Il tono cambiò. «Il governo ha dato priorità assoluta ai suoi programmi.» Si sporse leggermente in avanti. «Le fabbriche lavorano per lei.» Pausa. «Le università lavorano per lei.» Un altro secondo. «Le prigioni lavorano per lei.»

Rambaldi sorrise appena, un sorriso sottile. «E infatti il progresso è notevole.»

Prisco tamburellò le dita sulla scrivania. «Voglio numeri.»

Silenzio. Rambaldi inclinò la testa come se stesse ascoltando una musica lontana. «I numeri sono… concetti riduttivi.»

Prisco si irrigidì. «Riduttivi.»

«Sì.» Il tono di Rambaldi era pacato, quasi didattico. «Il VX-9 non è semplicemente un gas.»

«Allora cos’è?»

Rambaldi non rispose subito, aprì lentamente un cassetto della scrivania. Prisco lo guardò.

Il cassetto conteneva una scatola di latta. Una scatola semplice, decorata con disegni di biscotti. Rambaldi la prese con naturalezza, la posò sul tavolo e la aprì.

Prisco guardò dentro. Per un istante gli sembro che quelle all’interno fossero vongole tolte dai gusci.

Poi guardò meglio: bulbi gelatinosi, pallidi, immersi in un liquido rosso scuro.

Uno si girò lentamente, una pupilla nera lo fissò.

Prisco rimase immobile. Occhi!

Occhi umani.

Una dozzina, forse di più.

Rambaldi infilò due dita nella scatola, ne sollevò uno. Lo osservò controluce come se fosse un oggetto scientifico. Poi lo lasciò ricadere dentro con un piccolo suono umido.

Si passò le dita tra le mani, il sangue gli macchiò i polpastrelli. Non disse nulla su quello che stava facendo. Continuò a parlare con lo stesso tono tranquillo.

«La ricerca sta procedendo a gonfie vele.»

Prisco non distoglieva lo sguardo dalla scatola. «Che… che cazzo è questa roba?»

Rambaldi sembrò quasi sorpreso dalla domanda. «Materiale di studio.»

Prisco si alzò di scatto, la sedia strisciò sul pavimento. «Lei è fuori di testa!»

Rambaldi lo guardò con calma. «La storia non è mai stata fatta da uomini equilibrati.»

Prisco rimase fermo per un secondo, poi si voltò verso la porta. «Andiamo.»

La scorta lo seguì immediatamente. Prima di uscire lanciò un ultimo sguardo alla scrivania, Rambaldi era tornato a sedersi. Aveva preso uno degli occhi tra le dita e lo osservava con attenzione scientifica, come se fosse un campione qualsiasi. Come se nessuno fosse mai stato lì.

Nel corridoio Prisco camminava veloce. Uno dei suoi uomini gli chiese sottovoce: «Tutto bene?»

Prisco non rispose subito. Quando uscirono all’aria aperta inspirò profondamente.

Guardò il cielo grigio sopra il lago. Poi disse piano, quasi tra sé:

«Quello non lo controlla nessuno.»

Salì in macchina.

.

CXVIII

ROMA, PALAZZO FLAMINIO – 23 novembre 1995, mattina

La sala era grande, ma spoglia. Le alte finestre davano su una città grigia e fredda, una foschia autunnale copriva i tetti di Roma, e da qualche parte lontano, verso il quadrante est, si sentiva il rumore sordo di un elicottero militare.
Lucilio Prisco stava in piedi vicino alla finestra, con le mani dietro la schiena. Indossava una camicia di flanella a quadri scuri e pantaloni civili; la giacca era appoggiata allo schienale di una sedia.
Davanti a lui, seduto con calma quasi irritante, Leandro Gallo, il comandante Volpe, lo osservava con l’unico occhio buono. L’altro era coperto dalla benda nera.

Per qualche secondo nessuno parlò. Poi Prisco sospirò e si passò una mano tra i capelli.
«Ieri sono stato a Ronciglione.»
Volpe non cambiò espressione. «Lo so.»
Prisco si voltò lentamente verso di lui. «Ho cercato di mettergli un po’ di pressione. Fargli capire che i soldi, gli uomini, i materiali… tutto quello che gli abbiamo dato non è un giocattolo.»

Volpe annuì appena. «E com’è andata?»
Prisco lo fissò per qualche istante, come se stesse ancora cercando le parole giuste. «Ho provato a intimidirlo.» Si fermò. «Ma è stato lui a spaventare me.»

Per la prima volta Volpe mosse leggermente la testa. «Capisco.»
Prisco si avvicinò al tavolo e prese una sigaretta, la accese con gesti lenti. «Ha tirato fuori una scatola di latta, come quelle dei biscotti. L’ha aperta mentre parlavamo.» Espulse il fumo. «Dentro c’erano occhi umani.»

Volpe non reagì, non era il tipo da reagire facilmente. Restò immobile, con le dita intrecciate sul tavolo. «Il dottor Rambaldi», disse con tono neutro, «non è mai stato una persona… ordinaria.»
Prisco fece un sorriso amaro «No.»
Un breve silenzio. Poi Volpe parlò. «Era davvero necessario dargli quel feudo?»
Prisco sollevò un sopracciglio. Volpe continuò: «Un centro di ricerca intero. Guardie armate che rispondono solo a lui. Accesso a prigionieri, materiali, laboratori…» Fece una pausa. «E nessuno che possa controllarlo.»

Prisco tirò un’altra boccata. «Aveva promesso risultati rapidi.» Un’alzata di spalle. «E le sue richieste sembravano ragionevoli.» Un’altra pausa. «Sembravano.»
Volpe lo osservò per qualche secondo. «Il problema con gli scienziati», disse lentamente, «è che non riconoscono autorità che non sia la loro.»

Prisco buttò la cenere nel posacenere. «Finché produce risultati, può anche credersi Dio.» Volpe non rispose. Il suo occhio buono rimase fermo su Prisco, poi cambiò argomento.

«La guerra.»
Prisco annuì. «Sì.»
Volpe prese una cartella sottile dal tavolo e la aprì. «I banditi continuano a infestare le montagne.» Il dito scorse una mappa. «Monti della Laga, appennini del Piceno, valle del Tronto…»
Prisco fece una smorfia. «Sempre quei dannati monti; sono perfetti per loro!»

Volpe indicò le zone con calma chirurgica. «Boschi, gole, villaggi isolati.» Chiuse la cartella. «Ma con i miei metodi saranno debellati.»
Il tono era completamente privo di emozione. «Stiamo già ripulendo alcune aree.»
Prisco lo guardò. «Ripulendo.»
Volpe sostenne lo sguardo. «Sì.» Un’altra pausa poi aggiunse: «Presto lanceremo un’operazione nel Velino.»
Prisco annuì lentamente. «Fallo.» Si avvicinò alla finestra di nuovo. «Questa guerra deve finire.»

Volpe lo osservò per qualche secondo. Poi fece una domanda apparentemente casuale.
«È vero quello che si dice?»
Prisco si voltò appena. «Cosa?»
«La monarchia.» Silenzio, Volpe continuò: «Dicono che tu voglia restaurarla.»
Prisco rimase fermo per qualche istante, poi fece un mezzo sorriso. «Non lo dico solo per propaganda.» Si avvicinò al tavolo. «Lo voglio davvero.»
Volpe lo guardò attentamente. Prisco parlava con una calma quasi solenne. «Una repubblica non basta.» Indicò la finestra, la città oltre il vetro. «Roma ha bisogno di qualcosa di più.» Fece una breve pausa. «Un imperatore.»

Volpe inclinò leggermente la testa. «Perché?»
Prisco lo fissò. «Perché solo un imperatore può incarnare la volontà storica del popolo romano.» Il tono era improvvisamente acceso. «Un simbolo. Un centro. Una figura che catalizzi la volontà di potenza di Roma.» Il silenzio riempì la stanza.

Volpe non sembrava convinto. «E chi sarebbe questo imperatore?»
Prisco fece un gesto vago con la mano. «Quando sarà il momento, lo troveremo.» Una pausa. «Un erede di sangue…»
Volpe socchiuse l’occhio buono. «…dell’ultimo imperatore.»
Prisco annuì. «Esatto.»

Per qualche secondo nessuno parlò. Fuori dalla finestra, l’elicottero passò sopra la città con un rombo basso. Volpe chiuse lentamente la cartella.
«Sarà una ricerca… interessante.»

Prisco sorrise appena. «Oh, lo sarà.»

.

CXIX

ROMA, RESIDENZA STEFANI – 15 ottobre 1985, mattino

La sveglia non suonò. Francesco Saverio Salvio-Stefani non ne aveva bisogno.
Aprì gli occhi nel buio ancora compatto della stanza e rimase immobile qualche secondo, ascoltando il silenzio della casa. Il respiro lento della notte, i tubi dell’acqua che scricchiolavano nei muri, un’auto lontana sulla via. Era la stessa ora a cui si alzava da anni.

Scostò le coperte con un gesto deciso e si mise seduto sul letto. La stanza era grande, ordinata con severità quasi militare. La luce dell’alba filtrava appena tra le tende pesanti. Sul comodino c’erano un libro chiuso, un paio di occhiali e l’orologio da polso. Stefani si alzò, infilò la vestaglia e uscì dalla stanza.

La porta della camera accanto rimase chiusa; dentro, sua moglie dormiva ancora. Il corridoio era immerso in una penombra bluastro-grigia. Il pavimento di marmo era freddo sotto i piedi. Passando davanti alla prima porta sulla destra, Stefani rallentò. La camera di Livia.
Per un momento pensò di tirare dritto, poi la aprì appena. La stanza era in ordine. Troppo.
Il letto era perfettamente rifatto. Il copriletto tirato con cura, i cuscini sistemati come li avrebbe lasciati una cameriera diligente il pomeriggio prima.

Stefani rimase fermo sulla soglia: il letto non era stato toccato. La figlia non aveva dormito lì, chiuse lentamente la porta. Il suo primo pensiero non fu la preoccupazione, ma l’irritazione.
Proseguì lungo il corridoio e raggiunse la cucina. La casa ai Parioli era grande ma sobria per gli standard del quartiere: un appartamento elegante, luminoso, con mobili solidi e funzionali, ma nessuna ostentazione.

Stefani accese la luce della cucina, la lampada al neon illuminò il tavolo di legno e il piano di marmo. Prese la moka dal mobile, riempì il serbatoio d’acqua con gesti automatici e misurati. Stava avvitando la caffettiera quando sentì la chiave girare nella serratura dell’ingresso. Un rumore metallico, poi la porta che si apriva piano.

Ztefani si fermò. Dalla cucina si sentivano i passi leggeri sul pavimento dell’ingresso.

La porta della cucina si aprì, Livia entrò. Aveva i capelli un po’ spettinati, il trucco leggermente sbavato sotto gli occhi e l’aria di chi aveva dormito poco o per niente. Indossava una giacca di jeans sopra un maglione troppo grande e teneva le scarpe in mano. Quando vide il padre, si fermò di colpo.
Per un istante nessuno parlò. Stefani la fissava con lo sguardo duro.

«Buongiorno», disse Livia, con un sorriso prudente.
Stefani incrociò le braccia. «Dove sei stata.» Non era una domanda.

Livia appoggiò le scarpe sul pavimento con calma studiata. «Alla festa di compleanno di una cugina di Francesca.» Stefani la fissava, Livia continuò, un po’ più veloce. «Poi sono arrivate altre amiche… altre ragazze… abbiamo parlato… insomma… ho perso la cognizione del tempo.» Silenzio.

Stefani accese il fornello sotto la moka, la fiamma blu scattò. «E non ti è venuto in mente», disse senza alzare la voce, «di avvisare?»
Livia alzò le spalle. «Non c’era un telefono…»
«…e non ne hai trovato uno in tutta Roma?»
La ragazza non rispose, si appoggiò al tavolo con aria vagamente annoiata. Poi cambiò argomento.
«Tu perché sei sveglio così presto?»
Stefani la guardò. «Io mi alzo sempre a quest’ora.» Tolse la moka dal fuoco un secondo per controllare il caffè. «E devo telefonare all’ammiraglio Messalla.»
Livia fece una smorfia curiosa. «Messalla?»
«Una questione di cui mi ha parlato l’Imperatore ieri sera.»
Livia annuì lentamente, come se non le importasse davvero, Stefani tornò a guardarla.

«Torniamo a noi.» Il tono si fece più duro. «Se pensi che non avvisare e rientrare all’alba sia accettabile, hai capito male.»
Livia sospirò teatralmente. «Papà…»
«E se pensi», continuò Stefani, «che dopo essere rientrata alle sei del mattino puoi anche saltare la scuola…» Fece una pausa. «Hai capito molto male.»

Silenzio, Livia guardò il padre per qualche secondo, poi annuì.
«Va bene.» La risposta arrivò troppo facilmente.

Stefani socchiuse gli occhi. «A scuola ci vai comunque.»
«Certo.»

La moka iniziò a gorgogliare, Livia si allungò verso la credenza e prese una tazzina. Poi, con aria apparentemente distratta, disse:

«C’è solo un piccolo problema.»
Stefani versò il caffè nella sua tazzina. «Quale?»
Livia appoggiò il mento sulla mano. «La scuola inizia alle otto.»
«Lo so.»
«E se devo farmi la doccia, vestirmi, preparare lo zaino…» Fece un rapido calcolo immaginario. «Non riuscirò mai ad arrivare in tempo.»
Stefani sorseggiò il caffè. «È un tuo problema.»
Livia inclinò la testa. «A meno che…»
Stefani alzò lo sguardo. «A meno che?»
Livia fece un sorriso innocente. «Non mi faccia accompagnare dalla tua auto.»

Un breve silenzio, durante il quale la proposta restò sospesa nell’aria; Stefani rifletté per qualche secondo, non era una concessione enorme. La guardò.
«Solo per questa volta.»
Livia annuì subito. «Certo.»
«Alle sette e quaranta l’auto parte.»
«Perfetto.»

Stefani prese la sua tazzina e uscì dalla cucina senza aggiungere altro, Livia rimase sola. Aspettò qualche secondo, poi prese le scarpe dal tavolo e si diresse verso il corridoio. Quando entrò nella sua stanza e chiuse la porta alle spalle, il sorriso innocente sparì. Al suo posto comparve un ghigno soddisfatto.
Aveva perso un sonno, ma aveva guadagnato un passaggio in auto di Stato. E, cosa ancora più importante, suo padre pensava di aver vinto.

.

CXX

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 30 novembre 1995, mattino

Alle 5.30 la sveglia suonò una sola volta, Livia aprì gli occhi immediatamente. Il soffitto bianco della stanza apparve lentamente nella luce grigia dell’alba africana. Il mare non si vedeva dal palazzo di Birsa, ma si sentiva: un odore salmastro che entrava dalle finestre socchiuse e il vento leggero che saliva dal golfo.

Rimase distesa qualche secondo, immobile. Poi si alzò.
Il pavimento era freddo. Si vestì in fretta: pantaloni scuri, maglione leggero, una giacca militare troppo grande per lei. I capelli li raccolse dietro la nuca senza molta cura.
Alle 05:37 uscì dalla stanza. L’appartamento che occupava nel palazzo non era grande, ma semplice, più funzionale che lussuoso. Una parte dell’antica residenza dei prefetti imperiali era stata trasformata negli uffici del governo, mentre quella zona era diventata una dimora privata.
Attraversò un piccolo corridoio ed entrò in una piccola cucina-tinello. Accese la luce. Il neon illuminò il tavolo di legno, due sedie e una finestra che guardava verso il giardino. Prese una tazzina e preparò il caffè. Quando la moka iniziò a borbottare, prese il pacchetto di sigarette dal tavolo.
Ne accese una; il primo tiro arrivò quasi insieme al primo sorso di caffè. Quella era la sua colazione: caffè e nicotina.

Restò seduta qualche minuto davanti alla finestra. Il giardino di Birsa era ancora immerso nel buio azzurro dell’alba. Le palme erano ferme, le fontane spente. Alle 05:52 spense la sigaretta.
Si alzò e uscì. I corridoi del palazzo erano lunghi e silenziosi. Passò davanti a due segretari già al lavoro e a un ufficiale della marina che portava una cartella di documenti. Tutti si fermavano appena, con un cenno rispettoso, le guardie della marina in servizio si mettevano sull’attenti al suo passaggio.
Lei rispondeva con un movimento della testa.

Attraversò una porta secondaria e uscì nel giardino di Birsa. L’aria del mattino era fresca, la luce dell’alba stava salendo lentamente sopra il golfo di Cartagine. In lontananza si sentivano i primi rumori della città che si svegliava: un camion, un motorino, le voci dei pescatori.
Camminò lungo il vialetto di ghiaia. Dopo qualche minuto, apparve la chiesa di Sant’Eugenio; piccola, antica, con le mura color miele.

Le porte principali erano ancora chiuse, ma Livia non andò verso l’ingresso principale. Girò lungo il muro laterale, dove una porta più piccola era nascosta tra i cipressi. Era l’ingresso riservato a chi arrivava dal parco del palazzo. La aprì, ed entrò.
Dentro la chiesa regnava il silenzio. Le luci erano spente, tranne alcune lampade votive rosse che brillavano davanti agli altari. L’odore di incenso era ancora nell’aria dalla messa della sera prima.

Livia avanzò lentamente attraverso il transetto; non si fermò davanti all’altare maggiore, ma andò verso un altare laterale, dove c’era un’icona della Madonna dei sette dolori. La luce tremolante delle candele illuminava il volto pallido della Vergine, e le sette spade dorate che ne trafiggevano il cuore.
Livia si inginocchiò, abbassò la testa e rimase immobile.
Il silenzio della chiesa era così profondo che si sentiva il rumore leggerissimo del movimento sua giacca quando respirava.
Passarono diversi minuti, poi si sentì una porta aprirsi da qualche parte nella sacrestia. Passi lenti.
Una figura attraversò il presbiterio: padre Giovanni Sabbatini, il parroco della chiesa. Un uomo sulla sessantina, alto, con i capelli ormai completamente bianchi e gli occhi stanchi ma gentili.

Si fermò accanto a lei. Non parlò subito, si inginocchiò lentamente. Rimasero in silenzio qualche secondo.
Poi disse piano:
«Come stai, Livia.»
Lei non alzò lo sguardo. «Bene.»
Padre Giovanni non commentò, aspettò. Livia sospirò.

«Sto mangiando poco.» Un’altra pausa. «Molto poco.»
Il sacerdote si voltò verso di lei. «Quanto poco?»
«Quasi niente.» Silenzio. «Solo patate bollite», aggiunse Livia.

Padre Giovanni chiuse gli occhi per un momento, poi disse con calma:
«Non puoi andare avanti così.»
Livia restò immobile. «Lo so.»
«Ti stai uccidendo.» Il tono non era duro, era semplicemente fermo.

Livia si passò una mano tra i capelli.
«Pensavo…» Si fermò. «Pensavo di essere destinata a succedergli, a mio padre…» Padre Giovanni non disse nulla. «…da sempre.» La voce si fece più bassa. «Ma non pensavo…» Si interruppe. «Non così.»

Il sacerdote annuì lentamente, il silenzio tornò nella chiesa. Poi lui fece una domanda semplice.
«Preghi?»
Livia accennò un sorriso stanco. «Tre volte al giorno.»
«E cosa senti quando preghi?»
Livia guardò l’icona della Madonna Nera. La luce delle candele faceva brillare l’oro del fondo.
«Niente.» Una pausa. «Prima sentivo qualcosa.» La voce era quasi un sussurro. «Adesso no.»

Padre Giovanni rimase in silenzio.

«Vorrei avere Dio davanti», disse Livia. Gli occhi si fecero improvvisamente più duri. «Vorrei gridargli contro.» Una pausa. «Dirgli quanto sono arrabbiata.»

Il sacerdote annuì lentamente. «È normale.»
Livia lo guardò. «Normale?»

Padre Giovanni fece un piccolo sorriso. «Si chiama notte della fede.» Indicò l’altare. «Il silenzio di Dio.» Si fermò. «Molti grandi santi ci sono passati.»
Livia abbassò di nuovo lo sguardo. «E dura molto?»
Il sacerdote non rispose subito. Poi disse:
«Quanto serve per ritornare con fiducia a Dio.»

Rimasero inginocchiati ancora qualche minuto. Livia tornò a pregare, questa volta più lentamente. Quando si rialzò, il cielo oltre le finestre della chiesa era diventato azzurro. Si fece il segno della croce.
Padre Giovanni la guardò mentre si alzava.

«Mangia qualcosa oggi.»
Livia accennò un sorriso. «Ci proverò.»

Poi uscì dalla chiesa. Il giardino di Birsa era ormai pieno di luce, gli uffici del palazzo stavano iniziando a riempirsi. Macchine militari entravano dal cancello principale; ufficiali, funzionari e segretari si muovevano tra gli edifici.
Livia attraversò il vialetto. Il vento del mare muoveva leggermente le palme. Quando rientrò nel palazzo, il giorno del capo di Stato della Repubblica stava per cominciare.

Quando Livia rientrò nel palazzo, il ritmo del giorno era già cambiato, il silenzio dell’alba era sparito. Nei corridoi circolavano dozzine di funzionari con cartelle sotto il braccio, militari con documenti da firmare, segretarie che trasportavano fascicoli da un ufficio all’altro, telefoni che squillavano, porte che si aprivano, passi affrettati sul pavimento di marmo. La macchina dello Stato si era messa pienamente in moto.

Le guardie si misero sull’attenti quando Livia passò. Alcuni ufficiali salutarono rigidamente, lei rispose con un cenno distratto e proseguì senza fermarsi.
Arrivò davanti alla sala riunioni del governo, un ufficiale della marina aprì la porta. Dentro l’aria era già densa di fumo di sigarette. Attorno al grande tavolo ovale sedevano: Teo Lori, con una cartella di documenti davanti a sé; Germano Anicio, ministro della Difesa; il generale Emilio Paolo Mazurkiewicz, capo di stato maggiore; il colonnello Rino Franceschini, appoggiato alla sedia con un’aria rilassata; e Giulio Marcello, direttore del SIM, il Servizio Informazioni della Marina. Accanto a lui era stata sistemata una lavagna portatile.

Quando Livia entrò, tutti si alzarono.
«Buongiorno», disse.
«Presidente», risposero quasi in coro.
Livia fece un cenno. «Seduti.» Si accomodò al capotavola e accese subito una sigaretta. «Direttore Marcello.»

Il capo del SIM annuì. Era un uomo magro, sui cinquant’anni, che parlava sempre con una calma quasi accademica. Prese un gesso e si voltò verso la lavagna, dove disegnò rapidamente una sagoma stilizzata del lago di Vico.

«Centro di ricerca militare di Ronciglione.» Tracciò un cerchio sul lato orientale del lago. «Questa è la posizione stimata del complesso.» Fece un altro segno. «Abbiamo conferma, da fotografie satellitari della CIA e da testimonianze di rifugiati, che la struttura è operativa da meno di un anno.» Si voltò verso il tavolo. «Due settimane fa il sito è stato visitato personalmente da Lucilio Prisco.»

Un piccolo mormorio attraversò la sala, Marcello continuò. «La visita suggerisce due possibilità.» Scrisse sulla lavagna:

“1. Progressi significativi nel programma.
2. Fase finale di sviluppo.”

«In altre parole, presidente, riteniamo che il dottor Rambaldi sia molto vicino a un risultato concreto.» Livia non disse nulla, il fumo della sua sigaretta salì lentamente verso il soffitto. Marcello riprese a scrivere. «Per quanto riguarda la sicurezza del sito.» Tracciò alcuni piccoli cerchi attorno al complesso. «Stimiamo la presenza di almeno cinquanta guardie armate.» Un altro segno. «Probabilmente appartenenti a unità paramilitari legate allo SPR.» Si fermò. «Inoltre.» Indicò il cerchio principale. «Le immagini satellitari suggeriscono la presenza di strutture sotterranee.» Mazurkiewicz annuì lentamente. Marcello continuò: «Laboratori interrati. Magazzini. Possibili camere di contenimento.» Fece una pausa. «Strutture invisibili dall’esterno.» Poi scrisse un’altra frase sulla lavagna.

“Difesa aerea: Sconosciuta”

«Non abbiamo informazioni affidabili su eventuali batterie antiaeree o sistemi antimissile.» Si voltò verso Livia. «Per questo motivo, presidente, il SIM ritiene poco consigliabile un bombardamento aereo convenzionale.» Il silenzio nella stanza si fece più pesante, Marcello appoggiò il gesso. «La relazione è conclusa.» Si sedette.

Per qualche secondo nessuno parlò, Livia spense la sigaretta. «Ministro Anicio.»
Il ministro della Difesa si schiarì la voce. «Presidente, la valutazione dell’intelligence è chiara.» Fece un gesto verso la lavagna. «Abbiamo poche informazioni, non sappiamo cosa c’è realmente sotto terra, e non sappiamo come è difeso il sito.» Guardò gli altri. «In queste condizioni, un’azione diretta sarebbe…» Cercò la parola giusta. «…prematura.»

Mazurkiewicz fece un piccolo sorriso ironico. «Generale?», disse Livia. Il capo di stato maggiore incrociò le mani sul tavolo. «Il ministro ha ragione, ma solo fino a un certo punto.» Indicò la lavagna. «Se Rambaldi è davvero vicino a completare il suo lavoro…» Si voltò verso Livia. «Ogni giorno che aspettiamo gioca a favore del nemico.» Il generale parlava con calma, ma con un tono deciso. «Un’azione rischiosa può anche essere decisiva.» Il silenzio tornò nella stanza.

Livia accese un’altra sigaretta, poi si voltò verso l’altra estremità del tavolo. «Rino.» Franceschini alzò lo sguardo, era seduto mezzo di traverso sulla sedia, con l’aria di uno che assisteva a una conversazione interessante ma non urgente.
«Presidente.»
Livia lo fissò. «Io ti conosco.»
Il colonnello sorrise appena. «Questo è vero.»
«E so una cosa.» Livia appoggiò il gomito sul tavolo. «Se esiste anche una sola possibilità di ottenere un risultato…» Una pausa. «Tu sarai il primo a voler andare.»

Franceschini rimase in silenzio qualche secondo, poi scoppiò a ridere piano.
«Presidente…» Scosse la testa. «Mi conosce fin troppo bene.» Gli altri nella stanza lo guardarono, Rino si sporse leggermente in avanti. «Secondo me il gioco può valere la candela.»

Mazurkiewicz annuì quasi impercettibilmente, Franceschini continuò. «Abbiamo poche informazioni.» Indicò la lavagna. «Ma non zero.» Si voltò verso Marcello. «E con l’aiuto del SIM possiamo averne altre.» Poi guardò Livia. «Si può fare.» Un attimo di silenzio. «E se l’operazione parte…» Fece un piccolo gesto con la mano. «La organizzo io.» Un sorriso storto. «E la comando io.»

Livia lo guardò per qualche secondo, poi annuì. «Direttore Marcello.»
Il capo del SIM si raddrizzò sulla sedia. «Presidente.»
«Da questo momento resterà a disposizione del colonnello Franceschini.» Marcello fece un cenno. «Metta a sua disposizione tutto ciò che abbiamo.»
«Sì, presidente.»
«E se possibile…» Livia fece una pausa. «Lo metta in contatto con i gruppi armati che operano contro lo SPR.»
Marcello annuì di nuovo. «Provvederò.»

Livia spense la sigaretta nel posacenere.
«Rino.» Franceschini la guardò. «Prepara un piano.» Un breve silenzio. «E vediamo se davvero…» Il suo sguardo si fermò un istante sulla lavagna, sul cerchio che indicava Ronciglione. «Il gioco vale la candela.»

La riunione si sciolse rapidamente, Mazurkiewicz e Anicio si fermarono qualche minuto a discutere con Marcello davanti alla lavagna, mentre Franceschini uscì per primo, infilando le mani nelle tasche della giacca militare con l’aria di uno che aveva già iniziato a pensare alla missione.

Livia si alzò, Teo raccolse i fogli sul tavolo. «Il discorso», disse. Lei annuì.
Uscirono insieme dalla sala. Il corridoio era ancora pieno di movimento e telefoni che squillavano negli uffici. Livia non rallentò, tornò rapidamente all’appartamento, dove si cambiò d’abito, mettendo un tailleur grigio metallo; poi uscì, e ritrovò Teo, andò verso sinistra, attraversò una porta secondaria e imboccò una scalinata di servizio.
Qui il palazzo tornava improvvisamente silenzioso. I gradini di pietra scendevano in un vano stretto, illuminato da una sola finestra alta. Non c’erano funzionari, né militari, né segretarie, solo il rumore dei loro passi.

Teo parlò sottovoce. «Hai deciso molto in fretta.»
«No.» Livia continuò a scendere. «Ho deciso tre settimane fa.»
Arrivarono in fondo alla scala, una porta metallica si apriva su un cortile interno del palazzo, utilizzato come parcheggio per le vetture di servizio. Il sole del mattino era ormai alto. Tre auto nere erano in attesa con i motori accesi, accanto alla vettura centrale stava l’autista in uniforme.
Attorno alle macchine, alcuni agenti della scorta parlavano tra loro mentre due motociclisti della polizia controllavano i caschi. Quando Livia apparve sulla porta, l’atmosfera cambiò immediatamente. Gli uomini si raddrizzarono. Uno degli agenti aprì lo sportello posteriore della vettura presidenziale. Livia salì, Teo entrò dall’altro lato e si sedette accanto a lei.
Davanti, l’autista regolò lo specchietto.

Le moto si misero in posizione, il corteo partì. Prima uscirono due motociclisti della polizia, sirene già accese. Poi avanzò la prima auto della scorta; subito dietro uscì la vettura presidenziale. Infine, l’ultima auto della scorta, con altri due motociclisti a chiudere la colonna.
Quando il cancello di Birsa si aprì, il corteo imboccò la strada tra il suono continuo delle sirene.
Dentro l’auto, l’atmosfera era completamente diversa. Silenziosa. Livia tirò fuori dalla cartella il discorso. Era stampato su alcune pagine dattiloscritte, con annotazioni a margine.
Teo la osservò. «È breve.»
«Meglio.» Livia accese una sigaretta, appoggiò il foglio sul ginocchio e iniziò a leggere, Le sirene della scorta facevano da sottofondo costante.
Arrivata a metà della prima pagina, prese una matita dalla tasca della giacca, cancellò una frase. Scrisse due parole sopra la riga.
«Troppo lungo», disse.
Teo si sporse leggermente. «Quale?»
«Questa parte.» Indicò una riga. «Non serve dire che la Repubblica combatte anche per la salute dei cittadini.» Fece un segno con la matita. «È ovvio.»
Teo annuì, Livia continuò a leggere.

La sigaretta restava quasi sempre tra le sue labbra mentre correggeva il testo con piccoli segni rapidi. Teo la osservava senza dire nulla; non colse l’ironia: il discorso era per l’inaugurazione di un reparto oncologico specializzato nel carcinoma del polmone.
Quando arrivò all’ultima pagina, Livia fece un ultimo segno. «Così va bene.» Spense la sigaretta nel piccolo posacenere dell’auto. Fuori dal finestrino scorrevano le strade di Cartagine.
Dopo pochi minuti, il corteo rallentò; l’autista parlò verso il sedile posteriore.
«Presidente, siamo arrivati.»

Davanti al nuovo ospedale si era radunata una piccola folla: personale sanitario, funzionari locali, alcuni cittadini curiosi, giornalisti.
Le sirene si spensero quando le macchine si fermarono, la prima auto della scorta si posizionò davanti all’ingresso. Gli agenti scesero subito, un poliziotto aprì lo sportello.
Livia uscì; indossava ora un paio di occhiali da sole scuri, impenetrabili. Il suo volto diventava quasi inespressivo dietro le lenti. La folla applaudì; non era un applauso fragoroso, ma rispettoso. La scorta si mosse attorno a lei formando un piccolo corridoio umano. Livia avanzò lentamente verso l’ingresso.
Ogni tanto qualcuno allungava una mano. Lei si fermava, stringeva, annuiva; una donna anziana le disse qualcosa che il rumore della folla coprì. Livia le strinse entrambe le mani per un momento, poi continuò. Il percorso portava verso un piccolo palco allestito davanti all’ingresso dell’ospedale.

Sul palco la attendevano il prefetto di Cartagine, il direttore sanitario, l’arcivescovo di Cartagine e alcuni funzionari civili. Quando Livia salì i tre gradini del palco, gli applausi ripresero; Teo si fermò poco dietro.
Un tecnico sistemò il microfono, Livia tolse gli occhiali da sole. Aprì le pagine del discorso e iniziò a leggere. La sua voce era chiara, controllata. Parlò del nuovo ospedale, del lavoro dei medici, della necessità di proteggere la vita anche in tempo di guerra. Quando arrivò alla parte finale, quella che aveva corretto in macchina, il tono cambiò leggermente.
«Una Repubblica», disse, «non si difende solo con i soldati.» Una pausa. «Si difende anche con chi cura i malati.» Il pubblico applaudì.

Livia chiuse il discorso. Subito dopo l’arcivescovo pronunciò una breve benedizione, poi iniziò la visita ai reparti. Livia attraversò i corridoi immacolati dell’ospedale; stringeva mani, annuiva, parlava con i medici. Un infermiere le mostrò una nuova apparecchiatura diagnostica, lei fece alcune domande precise. Un gruppo di infermiere le chiese una fotografia. La scorta osservava tutto con attenzione.
La visita durò quasi un’ora. Alla fine, davanti all’ingresso principale, Livia salutò le autorità e risalì in macchina.

Teo entrò accanto a lei. Il corteo si rimise in movimento. Le sirene tornarono a suonare mentre le vetture si allontanavano dall’ospedale.
Quando il corteo rientrò nel palazzo di Birsa, il sole di mezzogiorno cadeva quasi verticale sui giardini. Livia scese dalla macchina senza fretta. I militari della marina che erano di guardia salutarono mentre lei attraversava il cortile. Alcuni funzionari attendevano con cartelle in mano, ma il capo della sicurezza fece un piccolo gesto con la mano: non adesso.
Livia non si fermò, entrò dalla stessa porta laterale da cui era uscita al mattino. Teo la seguiva con la cartella sotto il braccio. Attraversarono il corridoio e imboccarono di nuovo la scala di servizio. Il palazzo era pienamente sveglio, quasi caotico, ma quella scala restava una zona sospesa, lontana dal brusio degli uffici.
Salirono lentamente. Quando arrivarono al piano dell’appartamento, Livia aprì la porta. Dentro l’aria era ferma.
Teo si tolse la giacca. «Fammi vedere cosa c’è.» Entrò in cucina e aprì una credenza. «Pasta…» Rovistò un momento. «Perfetto.» Prese un pacco di tagliatelle, aprì il frigorifero. «Burro.» Poi sempre dal frigo prese una forma di parmigiano già aperta.
Livia si appoggiò allo stipite della porta e lo guardò. Teo riempì una pentola d’acqua e la mise sul fuoco; il rumore del gas che si accendeva fu l’unico suono per qualche secondo.

«Vuoi anche tu?»
La domanda uscì quasi distrattamente; Livia non rispose subito. Teo si rese conto di aver parlato troppo in fretta. Buttò un pizzico di sale nell’acqua, poi disse, cercando di essere naturale:
«Devi mangiare qualcosa.»
Livia rimase appoggiata alla porta. «Mangerò.»
Teo non insistette, prese una grattugia e iniziò a grattugiare il formaggio; il rumore riempì la cucina. Dopo un po’, Livia parlò.

«Ho letto cose.» Teo sollevò lo sguardo. «Cose che non potevo immaginare.»
La pentola iniziò a vibrare leggermente mentre l’acqua si avvicinava all’ebollizione.
«Cosa intendi?»
Livia non lo guardava. «Il plico.»
Teo capì subito: i documenti che il padre le aveva lasciato; quelli che avevano cercato di far pubblicare attraverso Valentino Tulliani. Prima che venisse ucciso.
Teo rimase in silenzio, Livia continuò.

«Sai qual è la cosa più straordinaria?» Un sorriso duro, quasi cattivo. «Tu.»
Teo si fermò con la grattugia in mano. «Io?»
«Sì.» Livia incrociò le braccia. «Tu sei un santo.» Teo non disse nulla. «Un santo vero.» La voce di Livia si fece più tagliente. «Uno di quelli che dopo la morte mettono nelle chiese.» Fece un piccolo gesto con la mano. «E i pellegrini venerano baciandone le ossa.» Teo abbassò lo sguardo. «Ma proprio per questo…» Livia lo fissò. «…non puoi nemmeno immaginare cosa stava succedendo sotto il tuo naso.»

L’acqua nella pentola cominciò a bollire, Teo versò le tagliatelle senza guardare.
«Livia…»
Lei non lo lasciò finire. «Mentre tu scrivevi discorsi.» Un passo avanti. «Mentre stiravi le camicie.» Teo si voltò verso di lei. «Il tuo amico…» Una pausa. «Mio padre.» La voce di Livia tremò appena. «Ordinava crimini.» Silenzio. «Stragi.» Teo rimase immobile. «In Mauritania.» Livia continuò, sempre più veloce. «E non era solo.» Indicò il pavimento con un gesto secco. «C’erano persone che lo aiutavano.» Un’altra pausa. «Persone che oggi…» La voce si incrinò. «Sono nel governo con me.»

La cucina rimase immobile. Livia respirò profondamente. Poi, improvvisamente, la rabbia sparì, come se qualcuno avesse spento un interruttore, o le avesse tolto un peso. Le spalle si abbassarono, e iniziò a piangere.
Teo non disse nulla, non serviva parlare; spense il fuoco sotto la pentola, lasciò la pasta dov’era, fece due passi verso di lei e la abbracciò.
Livia non resistette. Restò ferma, la fronte appoggiata alla sua spalla; per qualche secondo nella cucina si sentì solo il rumore dell’acqua che bolliva piano.
Poi Livia si staccò, e asciugò gli occhi con il dorso della mano.

«Scusa.»
Teo scosse la testa. «Non devi.»
Lei non rispose. Aprì una credenza, ne tirò fuori una scatoletta di sardine. Poi prese una fetta di pane, la infilò nel tostapane. Click. Quando il pane saltò fuori, dorato, lo prese con due dita e lo posò su un piatto. Aprì la scatoletta, l’odore di pesce riempì l’aria. Versò le sardine sul pane, poi prese un limone dal frigorifero. Ne spremette qualche goccia sopra.
Si sedette al tavolo; prima di mangiare, infilò la mano nella tasca della giacca, tirò fuori il piccolo block-notes, lo aprì, accanto alla pagina del giorno c’erano già alcune righe. Scrisse:
“Pane tostato: 55 kcal
Sardine: 120 kcal”

Fece una piccola somma, poi chiuse il quaderno. E, sotto lo sguardo benevolo di Teo, iniziò a mangiare.

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CXXI

DIARIO PERSONALE DI EUGENIO RAMBALDI

RONCIGLIONE, 24 novembre 1995: Ci sono infiltrati. Lo so. Non li vedo sempre, ma li sento quando spengo le luci. Restano negli angoli. Scrivono sulle pareti quando non guardo. Stamattina c’era una parola sul muro del laboratorio 3.

“Basta.”

Non l’ho scritta io. O forse sì.
No. No.

RONCIGLIONE, 29 novembre 1995: Il processo è vicino al completamento. Non perfetto, la perfezione è un concetto infantile, ma sufficiente per la fase operativa.

Quando il primo battaglione verrà schierato, quando l’aria stessa diventerà selettiva, allora capiranno. Capiranno tutti. Roma non tornerà grande con le leggi o con i discorsi o con i parlamenti pieni di carne inutile.

Roma tornerà grande quando smetterà di respirare ciò che la indebolisce. E io sto insegnando all’Impero come trattenere il respiro.

RONCIGLIONE, 2 dicembre 1995: Le voci ora sono più chiare.
Dicono che devo accelerare. Sì. Sì, devo accelerare prima che loro arrivino. Prima che aprano le porte. Prima che rubino il lavoro. Prima che mi cancellino.

Non mi cancelleranno.
Io sono già oltre.
Io sono il dopo.

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CXXII

FRASSINETO, MONTI DEL VELINO – 30 novembre 1995, mattina

Il freddo entrava dalle finestre prima ancora della luce. Gianna Angelucci, ventisette anni, maestra elementare, nubile, aprì gli occhi senza bisogno della sveglia.
Restò qualche secondo immobile, a guardare il soffitto basso della sua camera. Poi si alzò, infilò una vestaglia pesante e attraversò il piccolo corridoio fino alla cucina. La casa era silenziosa, troppo silenziosa; ma per lei era la normalità, da quando i genitori erano morti e il fratello era partito militare, senza mai tornare.

Accese il gas, mise su la caffettiera. Aprì il frigorifero e tirò fuori due uova; le ruppe direttamente nella padella, senza pensarci troppo. Il rumore dell’olio che sfrigolava riempì la stanza.
Si sedette al tavolo mentre il caffè iniziava a salire nella moka; non vero caffè, ma caffè d’orzo, perché da quando era iniziata la guerra il caffè era introvabile; come anche il burro, il tè e la cioccolata. Sulla parete, sopra il frigorifero, c’era una fotografia, bordata con un rosario nero: un ragazzo in uniforme. Valerio.

Gianna non la guardò subito. Tagliò il pane, versò il caffè.
Solo dopo, mentre mangiava, sollevò gli occhi. Un attimo. Poi tornò al piatto.
Finì in fretta, si vestì. Giacca pesante, sciarpa, capelli raccolti in modo semplice.
Prese la borsa e uscì di casa.

Fuori l’aria era pungente. Frassineto era ancora mezza addormentata. Le case basse, il fumo che usciva dai camini, il rumore lontano dell’acqua del Tronto che scorreva oltre il paese.
Gianna imboccò la strada principale; dopo pochi passi arrivò all’edicola. Il proprietario stava sistemando i giornali sul banco.

«Buongiorno, Gianna.»
«Buongiorno.»

Lei prese una copia del Messaggero d’Italia; scorse velocemente la prima pagina. Una smorfia.

«Sempre peggio.»
L’edicolante sospirò. «Eh.»
Gianna piegò il giornale sotto il braccio. «L’ultimo giornale decente è morto con Tulliani.»
L’uomo fece un mezzo sorriso amaro. «Quello sì che scriveva.»
«Scriveva, sì.» Gianna annuì. «E adesso…» Fece un gesto verso il giornale. «Propaganda da una parte, propaganda dall’altra.»
L’edicolante alzò le spalle. «Almeno vendono.»
Gianna sbuffò. «Già.»

Pagò, e riprese la strada.
La scuola elementare di Frassineto era un edificio semplice, a due piani, con l’intonaco chiaro un po’ rovinato dal tempo. Gianna entrò dal portone principale. Dentro c’era già movimento, dalla sala insegnanti arrivavano voci, risate, discussioni animate. Quando entrò, trovò tre colleghi attorno al tavolo.
Uno di loro stava gesticolando con entusiasmo.

«…ti dico che stavolta li massacriamo.»
«Ma fammi il piacere», rispose un altro.
Gianna posò la borsa su una sedia. «Di che parlate?»
Uno dei colleghi si voltò. «Del derby.» Intendeva la partita tra gli aquilotti, ossia i biancoverdi dello Sporting Club Capitolino, e i lupacchiotti, i blu dell’Audax Roma, le due squadre più forti e titolate della Superlega, il campionato romano.

Gianna sorrise. «Ah.» Si tolse la giacca. «Finalmente.»
Il primo insegnante batté la mano sul tavolo. «Domenica.»
«Lo so.» Gianna si sedette. «E vinciamo noi.»
Il collega dall’altra parte del tavolo scoppiò a ridere. «Sì, come no.»
«Come no cosa?» Gianna lo guardò. «Lo Sporting è più forte.»
Lui fece una smorfia. «Lo Sporting è sopravvalutato.»
«Ma smettila.»
«Dai, Gianna», intervenne un terzo. «Quest’anno l’Audax gioca meglio. Hai visto come hanno battuto il Taranto?»
Gianna si irrigidì. «L’Audax? Solo perché batte 4-0 una squadra che lotta per non retrocedere, adesso è diventato il Brasile di Pelè… Non capite niente.»
Il collega sorrise provocatorio. «Parla l’aquilotta!»
Gianna si sporse in avanti. «Gli aquilotti vinceranno! Basta questo!»
«Scommettiamo?»
«Quando vuoi.»

Il tono si era acceso davvero, per un attimo nella stanza si respirò una tensione quasi ridicola, ma reale. Poi uno degli insegnanti intervenne ridendo.

«Oh, oh… calma.»
Gianna si lasciò andare contro lo schienale. «Vediamo domenica.» Prese la borsa. «Poi ne riparliamo.»
Il collega dell’Audax fece un cenno. «Preparati.»
Gianna gli lanciò uno sguardo. «No, preparati tu!»

Andò nella sua aula, ancora vuota, coi banchi in ordine e la lavagna ancora pulita. Appoggiò la borsa sulla cattedra, e tirò fuori un pacco di fogli: verifiche. Si sedette, prese una penna rossa, e riprese a correggere da dove aveva lasciato il giorno prima.
Silenzio, solo il rumore della penna sulla carta, ogni tanto un sospiro, o un piccolo segno di approvazione. Dopo una ventina di minuti, guardò l’orologio. Le 8:20.
Chiuse il fascicolo, si alzò, uscì dall’aula, attraversò il corridoio e arrivò all’ingresso principale. Fuori, attraverso il vetro, si vedevano già i primi bambini arrivare, accompagnati dai genitori.

Gianna si fermò accanto alla porta, incrociò le braccia e aspettò. Alle 8.30 precise la campanella suonò, un ronzio metallico vibrò nei corridoi e si disperse nel cortile. Gianna alzò appena la testa, come se quel suono le attraversasse il corpo più per abitudine che per attenzione. I bambini iniziarono a entrare a piccoli gruppi, qualcuno correndo, qualcuno trascinando lo zaino troppo pesante.

«Piano, piano. Non si corre!» disse, senza davvero alzare la voce.
Si fermò con una madre, poi con un padre. Scambi brevi, sempre uguali: «Ha dormito poco.» «I compiti li ha fatti tutti.» «È un po’ agitato stamattina.»

Gianna annuiva, sorrideva quel tanto che bastava, registrava tutto senza dare troppo peso a nulla. Poi, quando l’ultimo bambino varcò la soglia, chiuse la porta e si girò verso la classe.

«Seduti, forza.» Il brusio si spense a fatica. Sedie che strisciano, astucci che cadono, una risata soffocata. Fece l’appello e li contò tutti: sedici. Poi, finito l’appello, Gianna prese il plico dei compiti corretti dalla cattedra. Li allineò con cura, come se quel gesto potesse imporre ordine anche al resto.

«Allora… le verifiche.» Un coro di lamenti preventivi. «Sì, lo so, lo so. Però devo dirvelo: sono andati peggio di quanto mi aspettassi.» Qualcuno abbassò subito lo sguardo. Altri facevano finta di niente. «Eppure, ci abbiamo lavorato insieme. Più volte.» Si appoggiò alla cattedra, incrociando le braccia. «Discorso diretto e indiretto. Non è una cosa impossibile.»

Iniziò a restituire i fogli, uno per uno. «Marco, Giulia, Luciano…» Ogni tanto si fermava: «Questo è giusto… Qui invece no, guarda… Hai dimenticato le virgolette.»

Non alzava mai la voce, ma il tono era più secco del solito; alla lavagna scrisse una frase:

“Maria disse: ‘Vado a casa’.”

«Diretto.» Poi sotto:

“Maria disse che andava a casa.”

«Indiretto.»

Si girò. «Non è solo cambiare le parole. È capire cosa succede alla frase.» Silenzio, o quasi. Un bambino masticava piano la merenda che aveva tirato fuori di nascosto. Gianna lo vide: «Angelo! Mettila via, non è ancora l’intervallo» e riprese la lezione.

Quando finalmente suonò la campanella dell’intervallo, la classe esplose. Sedie che si spostavano, zaini aperti, pacchetti che frusciavano.
«Restate dentro, oggi non si esce,» disse, già stanca prima ancora che qualcuno protestasse. Qualcuno giocava a rincorrersi tra i banchi, altri si sedevano a terra, due litigavano per una figurina. Gianna restò qualche secondo a guardarli. Poi prese la tazza vuota.

«Torno subito.»

Nessuno rispose davvero. Chiamò la bidella per tenere d’occhio la classe, poi tornò in aula insegnanti; lì il distributore del caffè fece il solito rumore meccanico, monotono. Bevve in piedi, senza fretta.
Poi si diresse verso il bagno.
Dentro, la luce era bianca, troppo forte. Chiuse la porta, si appoggiò un momento al muro, come per recuperare qualcosa che non aveva un nome preciso, poi si sedette sulla tazza.
Quando si era rialzata e stava per uscire, sentì la porta dell’anticamera aprirsi. Riconobbe le voci, un bidello e un insegnante. Restò lì; non fecero caso alla porta chiusa.

«Hai sentito ieri?»
«Eh.» Un attimo di silenzio, poi il rumore di qualcosa appoggiato sul lavandino.
«A Caletta, hanno colpito un avamposto militare.»

Gianna restò immobile.

«I Verdi.»
«Sempre loro.»

Un soffio, come una risata nervosa.

«I partigiani si stanno muovendo troppo. Non è normale.»
«Dicono che stanno aumentando ovunque.»

L’acqua si aprì per un secondo, poi si interruppe.

«E noi qui? Che facciamo se succede qualcosa?»
«Che vuoi fare… niente.»

Un altro silenzio.

«Però non mi piace. Per niente.»

Gianna abbassò lo sguardo verso le piastrelle. Le parole restarono sospese nell’aria, come se non appartenessero davvero a quel luogo.

«Se iniziano a colpire anche qui…»
«Non dirlo neanche.»

La porta si aprì di nuovo. Passi, poi silenzio. Gianna aspettò qualche secondo, poi aprì la porta ed uscì. Si lavò le mani lentamente, senza guardarsi allo specchio. Quando rientrò in classe, il caos era ancora lì.

«Basta, seduti.»

I bambini tornarono ai posti, qualcuno sbuffò, qualcuno rideva ancora. Gianna appoggiò la tazza vuota sulla cattedra.

«Riprendiamo.»

La sua voce era identica a prima, come se nulla fosse successo.

[Nota: Frassineto è una località immaginaria, che corrisponde grossomodo alla posizione dei paesi di Amatrice e Accumoli. Non ho usato i due paesi realmente presenti nella zona perché, nell'immaginario collettivo, sono già associati al terremoto dell'Italia centrale del 2016.]

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CXXIII

[TRASCRIZIONE – EMITTENTE REGIONALE LAZIO UNO]
Data:
1° dicembre 1995
Programma: I Misteri del Mago Clizio
Ora: 09:02

SIGLA DI APERTURA
(musica sintetica, eco, campanelli)

VOCE FUORI CAMPO: Benvenuti a I Misteri del Mago Clizio, la trasmissione che apre le porte dell’invisibile…

MAGO CLIZIO: Buongiorno, anime in ascolto. Anche oggi siamo qui, insieme, per cercare risposte dove la scienza si ferma e lo spirito continua. Io sono il Mago Clizio… e voi siete sintonizzati sul vostro destino. (breve pausa) Apriamo subito le linee. Pronto? Chi parla?
VOCE DONNA (commossa, piangendo): Pronto… sì… buongiorno… io… non so più che fare…
MAGO CLIZIO (tono morbido): Calma, signora. Respiri. Mi dica il suo nome, anche solo di battesimo.
DONNA: Maria… mi chiamo Maria…
MAGO CLIZIO: Maria, io la sento molto agitata. Che succede?
MARIA (singhiozzando): Mio marito… tutte le sere… torna a casa con il colletto sporco di rossetto… tutte le sere… e… e non mi guarda neanche… io… io per lui non esisto più…

MAGO CLIZIO: Da quanto tempo va avanti questa situazione?
MARIA: Anni… anni… lui… non mi ha più detto una parola buona… niente… è come se fossi… un mobile…
MAGO CLIZIO (annuisce, serio): Capisco. E mi dica, Maria… lei ha fatto qualcosa per cercare di richiamarlo a sé? Qualche gesto… anche piccolo?
MARIA (esita): Io… sì… cioè… ho provato…
MAGO CLIZIO: Dica pure, qui non c’è giudizio.
MARIA (a bassa voce): Gli ho… messo… il mestruo nel caffè…

(breve silenzio in studio)

MAGO CLIZIO (tono improvvisamente più fermo): No, Maria. No. Questo non va bene.
MARIA (spaventata): Io… io pensavo…
MAGO CLIZIO: Capisco perché lo ha fatto. È una pratica antica, sì… ma va capita. Il sangue mestruale è una sostanza potente, carica… ma da sola è pericolosa.
MARIA: Pericolosa?
MAGO CLIZIO: Sì. Non solo può disturbare il corpo… ma soprattutto può allontanare lo spirito della persona che lei vuole richiamare. (pausa, tono più didattico) E questo è esattamente l’effetto contrario di quello che lei desidera.

MARIA (quasi sussurrando): Oddio…
MAGO CLIZIO: Non si spaventi, si può rimediare. Ma bisogna fare le cose nel modo corretto. (cambio tono, più solenne) Adesso ascolti bene, Maria… e ascoltate bene anche voi a casa.

[FRUSCIO LEGGERO, COME DI CARTA O OGGETTI SPOSTATI]

MAGO CLIZIO: Lei deve procurarsi quattro elementi.
Primo: una piccola quantità del suo sangue mestruale.
Secondo: qualcosa di appartenente a suo marito: un’unghia… o meglio ancora una ciocca di capelli.
Terzo: un fiore di papavero.
Quarto: un santino della Vergine Maria, benedetto.

MARIA: Sì… sì…
MAGO CLIZIO: Prenda un mortaio. Metta tutto insieme. Con calma. Con concentrazione. Mentre pesta, deve pensare a suo marito. Non alla rabbia… non al dolore… ma a quando lui la guardava.
MARIA (piange piano): Sì…
MAGO CLIZIO: Quando la miscela è pronta, deve bruciarla. Completamente. Il fumo… è ciò che porta il messaggio.
MARIA: E… e poi?
MAGO CLIZIO: Poi aspetti, senza forzarlo. Non gli parli di questo. Lasci che sia lo spirito a lavorare. Se fatto bene… lui tornerà.

MARIA (con voce tremante): Davvero?
MAGO CLIZIO (calmo, sicuro): Se fatto bene, sì.
MARIA: Grazie… grazie… grazie davvero… io… non sapevo più a chi rivolgermi…
MAGO CLIZIO: Ora lo sa, Maria. E non è sola.
MARIA: Grazie… davvero…

(linea che si interrompe)

MAGO CLIZIO (rivolto al pubblico): Vedete, amici… il mondo invisibile è fatto di equilibri sottili. Non basta la forza… serve conoscenza. Restate con noi. Dopo la pubblicità, altre chiamate… altri misteri.

[SIGLA BREVE – STACCO PUBBLICITARIO]

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CXXIV

DIARIO PERSONALE DI EUGENIO RAMBALDI

RONCIGLIONE, 4 dicembre 1995

La monaca.
Non aveva nome, o lo aveva ma non serve, i nomi sono ancore, e io non devo più ancorarmi, non ora che la struttura si sta finalmente… aprendo.
Pregava. Sempre.
Anche quando non c’era più motivo — ma il motivo è una costruzione, sì, lo so, lo vedo, lo vedo meglio adesso — lei continuava, come se il suono fosse una difesa, o peggio, un’intrusione.

Pregava per me. Non per sé. Per me.
Questo è l’errore. Questo è l’inganno.

Le labbra si muovevano anche quando non parlava. Residuo motorio? No. No. Persistenza. Un tentativo di restare. Di depositarsi. Una colonia nella mente.

Diceva “Dio ti perdoni”. Ripetuto. Ripetuto. Ripetuto fino a diventare rumore bianco, ma sotto il rumore c’era una struttura, una forma che cercava di… infilarsi, sì, infilarsi tra i pensieri come un ago lento.
Non era fede. Era invasione.

Ho osservato questo fenomeno con attenzione. Interesse autentico.
La resistenza passiva è più interessante della resistenza attiva: non oppone forza, ma persistenza. Come muffa. Come certe colture. Come certe idee.

Continuava a guardarmi come se io fossi… recuperabile. Questo è il punto di rottura.
Recuperabile da cosa? Da chi? Secondo quale schema?

C’è una presunzione enorme nella pietà. Una violenza nascosta. Ti vogliono salvare senza chiederti se vuoi essere salvato.
Io non voglio.
Lei invece sì.
Fino alla fine.
Sempre.

“Per la tua anima”
L’ha detto più volte. L’anima come oggetto. Come proprietà trasferibile. Come qualcosa che può essere preso, pulito e restituito.
Ridicolo.
Interessante.

Ho notato un momento — o forse l’ho sognato, ma la distinzione è secondaria — in cui ha sorriso.
Non a me. Attraverso me. Come se vedesse qualcosa dietro.
Questo è pericoloso. Non bisogna permettere alle immagini esterne di interferire con la sequenza.

Il problema della fede è che non muore facilmente.
Si deforma.
Si adatta.
Si annida.

Per questo va studiata.
Tra il Paradiso e l’Inferno — scelta infantile, binaria, da catechismo — ma se proprio devo usare il loro linguaggio: l’Inferno è preferibile.
Perché lì non c’è promessa. C’è materia.
E dove c’è materia c’è possibilità.
Struttura.
Scomposizione.
Ricomposizione.

E soprattutto: campioni.
Molti campioni.

La monaca non è stata inutile.
No. Non inutile. Errore corretto. Variabile osservata. Interferenza rilevata.

La prossima volta bisogna isolare prima il linguaggio.
Spezzarlo.
Ridurlo a suono.
Poi a nulla.

Silenzio. Il silenzio è più onesto.
La sento. Continua a parlare comunque.
No. Non c’è più. Non può esserci.

Eppure.
Basta.
Scrivere meno. Pensare più lentamente. O più velocemente. Non è chiaro quale sia la direzione giusta.
Non importa. Sto arrivando.
Lo sento.
Ci saranno solo dati.

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CXXV

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 4 dicembre 1995, sera

Il salone dell’appartamento è illuminato da una luce calda, troppo morbida per essere vera. Fuori, oltre le finestre, la sera su Cartagine è ferma, sospesa, ma dentro sembra quasi un altro tempo.
Livia è seduta sul divano, le gambe raccolte sotto di sé, l’album aperto sulle ginocchia. Le pagine sono un po’ ingiallite, le plastiche opache. Accanto a lei, Teo è appoggiato allo schienale, una mano sulla tempia. Rino invece è mezzo sdraiato sul tappeto, con i gomiti puntati e il busto sollevato verso il tavolino.

«Questa…» dice Livia piano.
Gira leggermente l’album verso di loro. La foto è sbiadita ma leggibile: un palco, bandiere, file ordinate. Lei, bambina, rigida nella divisa: gonna scura, camicetta chiara, fazzoletto azzurro. Accanto, suo padre in uniforme da colonnello dell’aeronautica. Più in alto, appena dietro ma dominante, l’imperatore Paolo VIII, in uniforme bianca con una fascia color porpora.
Livia inclina la testa.
«Non me la ricordo.»
Rino invece ride subito, quasi senza pensarci.
«Io sì.»
Teo solleva appena un sopracciglio. «Davvero?»
«Altroché.» Rino si tira su meglio, si mette seduto. «Ero là sotto, in mezzo agli altri. Avevo diciassette anni.»
Indica la parte bassa della foto, il prato.
«Lì. Tutti in fila come deficienti.»
Livia accenna un sorriso, mentre Rino si alza in piedi, come preso da un impulso improvviso.
«Aspetta.»
Si sistema, si irrigidisce. Porta il mento in avanti, la mascella spinta, le spalle larghe. Cambia postura, diventa caricatura. Teo già sta ridendo, Rino alza una mano, solenne.
«Veliti… gioventù di Roma…» La voce cambia, più grave, impostata. «Siete voi pronti a raggiungere l’impossibile?»
Fa una pausa teatrale, guarda davanti a sé come se vedesse una folla. Poi, più forte:
«Giurate fedeltà all’Impero?»
E subito, da solo, risponde: «Sì!»
Teo scoppia a ridere.
Livia lo guarda un secondo, poi allunga la mano verso il tavolino, prende un giornale arrotolato e zac, glielo dà sulla testa.
«Piantala, cretino.»
Rino si porta una mano al capo, esagerando.
«Ahi! Oh! Rispetto per la storia!»
«Rispetto un cazzo.»
Teo si asciuga una lacrima dall’occhio. «La mascella era perfetta.»
«Eh, lo so.» Rino si rimette seduto, soddisfatto. «Era tutto così. Preciso. Studiato.»

Livia chiude un attimo la foto con la mano, come a coprirla, poi gira pagina. La seconda immagine è più vivace, più disordinata. Rino, più giovane, con una maglia bianco-verde. Braccia alzate, bocca spalancata in un urlo. Dietro, uno stadio pieno.
«Questa sì che è storia,» dice subito lui.
Livia sorride appena. «Lo Sporting.»
«Quello degli invincibili, campione con 63 punti.» Rino batte un dito sulla foto. «Ottantatré. Come me lo ricordo…»
«Te lo ricordi perché hai rotto il cazzo per anni,» dice lei.
«Eh, ma quando tornavo in licenza…»
«…andavi a vedere i lupacchiotti, sì, lo sappiamo.»
Teo interviene, divertito: «E lei invece?» indicando Livia.
Rino sbuffa. «Audax.»
«E allora?» dice Livia, alzando le spalle.
«E allora niente, infatti guarda com’è finita.»
«Siete insopportabili tutti e due.»
C’è un momento di silenzio leggero. Livia continua a guardare la foto, ma lo sguardo non è più davvero lì.
Poi, quasi distrattamente:
«Rino.»
«Mh?»
«Secondo te… è fattibile? Ronciglione, intendo…»
Teo abbassa lo sguardo, Rino non esita.
«Sì.» Lo dice semplice. Secco.
Livia resta qualche secondo ferma, poi chiude lentamente l’album, lasciando il dito tra le pagine. Lo guarda. Un mezzo sorriso, stanco ma affettuoso.
«Sei sempre stato una testa di cazzo.»
Rino sorride di rimando, senza offendersi.
«Sempre funzionato, però.»
Teo sospira piano, quasi impercettibile.
Fuori, la sera resta immobile. Dentro, l’album chiuso sul tavolo sembra più pesante di prima.

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CXXVI

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 5 dicembre 1995, pomeriggio

La sala del Gabinetto è quasi vuota ormai. Le finestre sono nere, riflettono solo le luci interne e le sagome dei mobili. Sul tavolo sono rimasti bicchieri mezzi pieni, cartelle aperte, mozziconi in un posacenere.
Teo Lori è fermo vicino alla finestra, una mano nella tasca della giacca. Germano Anicio invece sta raccogliendo alcuni documenti con lentezza metodica. Per un po’ parlano solo della guerra.

«Mazurkiewicz continua a dirlo,» sta spiegando Anicio. «Prisco non controlla davvero quell’esercito.»
Teo non si gira. «In che senso?»
«Nel senso che molte unità sono con lui per inerzia, o disciplina. Non per fedeltà personale.» Sfoglia una cartella, senza guardarla davvero. «I regolari che sono passati allo SPR… una parte consistente non è ideologica. Sono ufficiali imperiali, gente cresciuta dentro una struttura precisa e con un concetto molto forte di gerarchia.»

Teo annuisce lentamente. «E secondo Mazurkiewicz questo sarebbe un vantaggio per noi?»
«Potrebbe diventarlo.» Anicio si sistema gli occhiali. «Dice che il consenso di Prisco è volatile. Se succedesse qualcosa di abbastanza grosso… qualcosa che distrugga la fiducia nel governo…»
«Lo scaricherebbero.»
«Sì.»

Silenzio. Da qualche parte, fuori dalla stanza, si sente una porta chiudersi. Teo si volta finalmente.
«Anni fa,» dice piano, «al Quirinale si facevano delle riunioni da cui io venivo sempre escluso.» Anicio alza appena lo sguardo. Teo continua: «Stefani. Ramelli. Anastasi.» Fa una breve pausa. «E voi due.» Anicio resta immobile. «Taranto… e te.»

Per un attimo si sente soltanto il rumore di fondo proveniente dal resto del palazzo.
«Non so di cosa stai parlando,» dice infine Anicio, senza essere aggressivo, quasi automaticamente.

Teo accenna un sorriso stanco. «Livia lo sa.» Questa volta Anicio lo guarda davvero. «Sa cosa discutevate in quelle stanze.»

Nessuno dei due parla per alcuni secondi. Poi Anicio posa lentamente la cartella sul tavolo.
«Erano anni diversi.» Teo non risponde. «C’era una guerra.» La voce di Anicio è più bassa adesso. «La Mauritania stava esplodendo: ogni settimana attentati, imboscate, militari morti…»
«Lo so.»
«Abbiamo fatto quello che dovevamo fare.» Lo dice senza convinzione, come una frase assimilata da troppo tempo.
Teo abbassa lo sguardo. «Sì,» mormora. «Forse.»
Anicio si passa una mano sul viso, improvvisamente più vecchio. «Tu credi che ci divertissimo?»
Teo scuote appena la testa. «No.» E lo pensa davvero. Un altro silenzio, poi Teo prende il cappotto dalla sedia. Si avvicina alla porta, ma prima di uscire si ferma. Guarda Anicio.
Non c’è rabbia nel suo volto, né accusa. Solo qualcosa di simile alla pietà.
«Io sono innocente,» dice piano. «Spero lo sia anche tu.»

Anicio non risponde. Teo aspetta un istante, come se sperasse davvero in una risposta. Poi esce dalla stanza, lasciando Anicio solo sotto la luce bianca del soffitto.

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CXXVII

CARTAGINE, RESIDENZA TARANTO – 6 dicembre 1995, mattina

L’appartamento di Raffaele Taranto è immerso in un silenzio quasi irreale. Non il silenzio ordinato delle case vuote, ma quello pesante delle stanze dove qualcuno è malato da tempo. Una domestica accompagna Germano Anicio lungo il corridoio senza parlare troppo. Le tende sono mezze chiuse, l’aria odora vagamente di medicinali e cera per mobili.

«È sveglio.» dice laconicamente. Anicio annuisce. Quando entra nella camera, per un momento fatica a riconoscerlo.
Taranto è a letto, sollevato da alcuni cuscini. Indossa una vestaglia scura, ed è molto più magro di come appariva anche solo poche settimane prima; il volto scavato, la pelle quasi grigia sotto la luce opaca della abat-jour. Ma soprattutto è immobile.

«Germano,» dice Taranto, con un mezzo sorriso stanco.
Anicio si avvicina lentamente. «Raffaele…»

Si siede accanto al letto, sulla poltrona vicina. Per qualche secondo nessuno parla.

«Ci hai fatto prendere un colpo,» dice infine Anicio, tentando un tono più leggero di quanto riesca davvero a sostenere. «La notizia del malore… nessuno capiva cosa fosse successo.»
Taranto abbassa gli occhi. «Già.»

Anicio lo osserva meglio. C’è qualcosa che non torna; qualcosa che adesso, guardandolo da vicino, appare improvvisamente evidente.
«Che hai avuto?»
Taranto resta in silenzio un momento. Poi sospira piano.
«Un tumore.» La parola resta sospesa nell’aria. Anicio sbatte le palpebre, quasi senza reagire subito. «Allo stomaco,» continua Taranto «da due anni.»

Lentamente porta una mano alla testa, e si sfila il toupet bianco, con la naturalezza con cui avrebbe rimosso una maschera. Sotto, il cranio appare quasi completamente glabro, chiazzato da pochi capelli sottili. Anicio resta immobile.

«L’avevo fatto fare uguale ai miei,» dice Taranto, con una specie di ironia svuotata. «Pensavo funzionasse.» Sorride appena. «A quanto pare no.»

Anicio abbassa lo sguardo per un istante. Non sa cosa dire, ma all’improvviso molte cose acquistano senso. Le assenze, il tono distante degli ultimi mesi e, soprattutto, il rifiuto di tornare davvero al governo. Ma tutto questo, ora, sembra irrilevante.

«E adesso?»
Taranto rimette lentamente il toupet sul comodino invece che sulla testa. «Quarto stadio,» lo dice con calma impressionante «ossia metastasi avanzata.»
La stanza sembra restringersi. «Quanto…»
Taranto alza appena una spalla. «Abbastanza poco da smettere di fare programmi.»

Anicio si passa una mano sulla bocca. Per anni lo aveva visto sempre impeccabile e controllato; un perfetto modello di statista e diplomatico. Ora invece sembra consumato da qualcosa che viene da molto più lontano della malattia.
«Perché non l’hai detto a nessuno?»
Taranto sorride appena. «E cosa sarebbe cambiato?»
Anicio non trova risposta.
Fuori dalla finestra il cielo è grigio, fermo. Poi, senza quasi volerlo, gli tornano in mente le parole di Teo Lori.
Io sono innocente, spero lo sia anche tu.

Le sente risuonare con una chiarezza fastidiosa. Abbassa lentamente lo sguardo verso il pavimento.
«Teo mi ha parlato ieri.» Taranto lo guarda in silenzio «Mi ha chiesto della Mauritania» Nessuna reazione «…e mi ha detto che Livia sa cosa facevamo, cosa discutevamo nelle riunioni riservate.» Ancora silenzio; Anicio all’improvviso non sa più come articolare i propri dubbi.
«Noi…» La frase si spezza, ci riprova «Noi siamo innocenti?»

Per la prima volta da quando è entrato, Taranto sembra davvero in difficoltà, e distoglie lo sguardo. Le dita magre stringono lentamente il lenzuolo. Anicio continua a parlare, quasi sottovoce ormai.
«Io lo sapevo.» La voce gli esce più roca. «Quando parlavamo di operazioni anti-terrorismo, di tecniche d’interrogatorio speciali… io lo sapevo cosa stavamo facendo, me ne rendevo conto.»

Taranto chiude gli occhi per un istante. «Non avevamo scelta», dice infine. Non è una giustificazione detta con forza; sembra piuttosto qualcosa ripetuto troppe volte, fino ad aver perso significato.

Anicio resta fermo. Per la prima volta quella frase non gli basta più; e capisce, con una lucidità improvvisa e terribile, che probabilmente non gli è mai bastata davvero.

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CXXVIII

CARTAGINE, CHIESA DI SANT’EUGENIO – 7 dicembre 1995, mattina

Mancano pochi minuti alle sei. Le navate della chiesa sono quasi vuote, il silenzio spezzato soltanto dal crepitio basso delle candele votive e da qualche rumore lontano proveniente dalla strada.

Livia è inginocchiata davanti all’altare della Madonna dei Sette Dolori. Ha le mani intrecciate, il cappotto scuro ancora addosso, gli occhi chiusi. Come ogni mattina, prima dei dossier, delle riunioni e della guerra. Per qualche minuto non esiste altro.
Poi avverte un movimento accanto a sé; qualcuno si inginocchia vicino. Livia apre lentamente gli occhi e gira appena la testa.
Germano Anicio, il ministro della Difesa, tiene lo sguardo basso.
«Mi perdoni, Presidente,» dice piano. «Non volevo disturbarla.»

Livia lo osserva un istante. Ha il volto tirato, stanco, come se non dormisse da giorni.
«Non mi disturba.»

Anicio annuisce appena, ma resta in silenzio.
«Stanotte non ho dormito,» dice infine Anicio, la sua voce è roca. «Credo di essermi reso conto… definitivamente… di avere addosso un macigno da troppi anni.»

Livia non parla, Anicio continua lentamente, scegliendo le parole con fatica.
«Quando al Quirinale suo padre… Ramelli… Anastasi… Taranto…» Fa una pausa «…decidevano cosa andasse fatto, lontano da occhi indiscreti… io ero lì.» Le dita si stringono lentamente tra loro «E capivo.» Abbassa lo sguardo verso il pavimento di marmo «Capivo cosa c’era dietro certe espressioni.» Pronuncia le parole quasi con disgusto «“Operazione antiterrorismo” … “Tecniche d’interrogatorio avanzate” … “Bonifica di zone a rischio” …» Il silenzio della chiesa sembra amplificare ogni termine.
«…sapevo cosa significavano davvero.» La voce si incrina appena «Villaggi incendiati, prigionieri torturati, persone fatte sparire.» Chiude gli occhi per un istante «E l’ho fatto lo stesso.»

Livia abbassa lentamente lo sguardo.
«Sono stato complice.» Per alcuni secondi nessuno parla, poi Anicio inspira profondamente «Quando questa guerra finirà… se finirà…» Scuote appena la testa «Spero di riuscire a fare ammenda.»

Livia resta immobile davanti all’altare, poi parla, senza guardarlo.
«Mio padre diceva che lo Stato costringe gli uomini a sporcarsi le mani perché il popolo possa continuare a credersi innocente.»
Anicio ascolta in silenzio, Livia abbassa gli occhi.
«Non so più cosa pensare di lui.» La frase esce quasi sottovoce «Gli ho voluto bene.» Una breve pausa «Ma ha commesso dei crimini orrendi.»

Le candele tremano leggermente per uno spiffero freddo. Anicio resta qualche secondo senza parlare. Poi dice:

«Ieri sono stato da Taranto.» Livia gira appena la testa «Ha un tumore.» Il tono è asciutto, ma grave «Da due anni.» Livia lo guarda davvero, per la prima volta «Non gli resta molto tempo.»
Anicio abbassa lo sguardo. «Delle persone che hanno deciso quelle operazioni in Mauritania…» sorride appena, amaramente «…probabilmente alla fine della guerra civile resterò vivo solo io.» Il silenzio torna a riempire la cappella, poi Anicio prende fiato «Se lei non se la sentisse più di lavorare con me…» La voce è calma, quasi rassegnata «…sarei pronto a fare un passo indietro.»

Livia resta immobile ancora per qualche secondo. Poi si volta appena verso di lui.
«Novità su Ronciglione?»
Anicio la guarda, sorpreso per un istante. Poi, involontariamente, lascia affiorare un piccolo sorriso; capisce la risposta.
«Franceschini sta scegliendo gli uomini.» La voce torna professionale, ma più leggera di prima. «Ha già un piano operativo.»
«Quando?»
«Primi mesi del nuovo anno, probabilmente.»
Livia annuisce lentamente. Anicio esita un momento.
«E forse…»
«Forse?»
«Forse abbiamo trovato qualcuno dentro il laboratorio.»
Livia si irrigidisce appena. «Una fonte?»
«Forse sì.»

Anicio abbassa la voce.
«Qualcuno disposto a passarci informazioni dall’interno.»

Per un attimo nessuno parla. Davanti a loro, la Madonna continua a emergere silenziosa dalla penombra dell’altare. Fuori, oltre le finestre della chiesa, Cartagine inizia lentamente a svegliarsi.

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CXXIX

DESCRIZIONE: Retro di una cartolina giunta a Roma ad un agente del SIM leale al GSN.

Cara Elena,
qui è tutto come sempre, anche se i bambini quest’anno sono più numerosi del solito: ne conto cinquantaquattro, e fanno un baccano continuo.
Intorno alla casa hanno organizzato dei giochi per le vacanze, ma sono giochi strani, pieni di regole e trabocchetti; dicono che servono a tenere lontani gli estranei, e infatti nessuno si avvicina mai.

Il gruppo è molto unito, scelgono con cura con chi stare, e chi non si adatta viene lasciato fuori senza tante spiegazioni.
Con i compiti vanno avanti, ma a fatica: a volte sembra che abbiano fatto grandi passi, altre volte restano fermi sugli stessi esercizi per giorni interi.

C’è anche un cane qui, uno di quelli che non dovrebbero stare vicino ai bambini. All’inizio sembrava tranquillo, ma ora è diventato nervoso, imprevedibile. Abbaia senza motivo, morde, non riconosce più nessuno.

Spero di poterti rivedere presto a Roma.
Un abbraccio,
A.

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CXXX

RONCIGLIONE, 22 dicembre 1995

Esco.
Perché esco?

La porta dietro fa un rumore morbido, legno-legno, e davanti c’è il corridoio lungo. Lungo uguale ai giorni. Giorni-giorni. Luce bianca.
Un piede sul tappeto. Uno sulla piastrella.
No.
Aspetta.
Bisogna tenere pari.
Pari è importante. Se il sinistro tocca il tappeto allora il destro deve toccare la piastrella, poi invertire, invertire sempre o qualcosa resta indietro.
Uno e uno. Uno e uno. Mai due.

Sono uscito per qualcosa.
Qualcosa d’acqua? Acqua-quadro-guado.
No. Il tappeto finisce.
Male. Devo cercarne un altro. C’è una linea scura vicino al muro. Va bene lo stesso. Basta alternare.
Piastrella. Tappeto.
Piastrella. Tappeto.

Qualcuno parla. Rumore dietro.
“Dottor Rambaldi…” Non è per me. Io non sono qui. Rambaldi è un nome da cartella, da carta.
Carta-carta-carta. Le carte stanno nella stanza.
Io sono fuori.

Acqua. Sì.
Cercavo dell’acqua in un bicchiere d’acqua. Perché il bicchiere era vuoto pieno. Pieno vuoto. Bisogna trovarla prima che evapori. Le pareti respirano.
No. Sono i neon.

Piastrella. Tappeto.
Piastrella. Tappeto.
Se sbaglio bisogna ricominciare.

C’è una stanza aperta. Dentro qualcosa di bianco.
Metallo. Una vasca piccola attaccata al muro.
La conosco. La conosco da prima.
Serve a… serve…
Aspetta.

Mi fermo davanti. C’è un coso lucido sopra.
Curvo. Argento.
Argento-acqua.
No. Quasi.
Mi ricorda l’acqua ma non so perché.

Forse l’acqua vive lì dentro.
Forse esce. Forse entra.

Le mani sono ferme.
Le mani aspettano.
Una mano si muove. Non so se è la mia.
Gira qualcosa. Rumore improvviso.
Acqua. Acqua vera.
Esce. Esce dal metallo.
Cade. Cadecadecade.

Fredda. Sulle dita. Sulle mani.
Le mani sono mie? Sì.
No. Le sento ma da lontano.

Acqua nel bicchiere d’acqua.
Trovata. C’è qualcuno vicino. Non c’era prima.
Forse sì. Una figura. Alta.
Con occhi. Gli occhi guardano come se mi conoscessero. Anch’io forse lo conosco. Forse no.
Il volto cambia quando provo a guardarlo troppo.
Diventa estraneo. Poi familiare.
Poi estraneo.

Dice qualcosa. Le parole arrivano rotte.
“…deve…” “…prendere…” “…dottore…”
Dottore no.
No dottore.

Ho qualcosa in mano.
Caramelle. Quando sono arrivate?
Piccole. Bianche. Una è rosa.
No, pesca. Pesca-pesca.

La figura ne ha altre uguali.
Le mette in bocca. Allora si fa così.
Anch’io. Lingua secca. Amaro.
Non sono caramelle. Troppo tardi.

Acqua. Bisogna mandarle giù con l’acqua. La mano apre ancora il rubinetto.
La mia? Non importa.

La stanza si piega. No. Sono io che mi piego.
Il pavimento scende lento.

Piastrella. Tappeto.
Piastrella.
Non riesco più a contarli.
Aspetta. Aspetta.

La figura mi prende il braccio. Non forte.
Come si prende qualcuno che sta dormendo in piedi.

Il corridoio si allunga.
Le luci fanno scia.
Bianco-bianco-bianco.
Ho dimenticato perché ero uscito.
Forse cercavo l’acqua.
Sì. No.

La porta della stanza.
La conosco. Dentro c’è il tavolo.
Le carte. Il nome.

Rambaldi.
Mi sdraio o cado. Non cambia molto.
La vertigine diventa morbida. Morbida come stoffa sopra la faccia.

Non bisogna più contare.
Bene.

Silenzio.
Finalmente.

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CXXXI

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 23 dicembre 1995, pomeriggio

La sala riunioni del palazzo di Birsa è immersa nella luce grigia del primo pomeriggio.
Fuori, Cartagine è battuta da una pioggia sottile che vela le finestre. Dentro, l’aria odora di fumo, carta e caffè freddo.

Livia è seduta a capotavola, una cartella aperta davanti. Alla sua destra Germano Anicio sfoglia alcuni appunti con aria distratta; più in là Teo Lori fuma lentamente senza quasi toccare la sigaretta. Dall’altro lato del tavolo, Mazurkiewicz tiene le mani intrecciate davanti a sé, immobile come una statua, mentre Rino Franceschini tamburella piano le dita sul bracciolo della sedia.
La porta si apre. Giulio Marcello entra per primo. Dietro di lui c’è un uomo sulla quarantina avanzata, asciutto, cappotto scuro ancora bagnato di pioggia. Volto magro, baffi sottili, occhi che si muovono continuamente.

Marcello si ferma accanto al tavolo.
«Presidente.» Livia annuisce. «Lui è Jackie Maravita.»
Lo sguardo di alcuni presenti cambia immediatamente. Marcello continua:
«Ex CoSDi. Operativo a Roma fino a tre settimane fa. Negli ultimi mesi ha costruito una rete informativa autonoma all’interno dei territori SPR.»

Maravita abbassa appena il capo, senza formalità eccessive.
«Grazie per avermi ricevuto.»
«Si accomodi,» dice Livia.
Maravita prende posto. Non si toglie subito il cappotto. Per alcuni secondi nessuno parla, poi Marcello si siede e accende una sigaretta.

«Vai pure.» Maravita annuisce lentamente. «La situazione dentro lo SPR è molto peggiore di quanto la propaganda lasci intendere.»
Mazurkiewicz alza appena lo sguardo. Maravita continua:
«Le Forze di Autodifesa, i Verdi, stanno aumentando le operazioni in quasi tutte le aree montane e rurali. Appennino laziale, Sabina, Amiata, parte dell’Umbria.» Rino smette di tamburellare le dita. «Le linee di rifornimento vengono colpite continuamente. Le guarnigioni isolate evitano sempre più spesso di muoversi senza supporto.»

Anicio interviene: «L’esercito regolare o i paramilitari?»
«Entrambi. Ma soprattutto i paramilitari.» Maravita si sfila lentamente i guanti umidi. «L’esercito di Prisco non è compatto come sembra.»
Teo espira fumo lentamente. «Questo già lo sospettavamo.»
«Sì, ministro. Ma il livello di sfiducia è superiore alle stime.» Maravita si sporge appena in avanti. «Molti ufficiali rimasti con lo SPR sono monarchici o vecchi ufficiali imperiali. Non amano Prisco, lo tollerano.» Mazurkiewicz annuisce lentamente. «E per questo il grosso delle operazioni contro i Verdi viene affidato ai gruppi paramilitari.»

«Che gruppi?» Maravita guarda Anicio.
«Ex detenuti, bande reclutate nelle carceri, e ultras.»
Rino sbuffa piano. «Ultras.»
«Delle due squadre della Capitale soprattutto. Hanno accesso alle armi leggere e vengono usati per rastrellamenti, intimidazioni, operazioni sporche.»
Teo scuote lentamente la testa. «Dio santo.»
Maravita continua senza fermarsi.
«L’economia è in caduta libera, da gennaio sono iniziati i razionamenti.»
«Quanto gravi?» chiede Livia.
«Molto, soprattutto nelle città. Un po’ meno nelle zone rurali.»
«Cibo?»
«Cibo, carburante e medicinali.» Fa una breve pausa. «Roma sta reggendo solo grazie al mercato nero.»
«Che, immagino, sarà controllato dalle organizzazioni criminali.» conclude Anicio.
Maravita annuisce. «Sì.»

Per un momento nella stanza cala il silenzio. Poi Marcello spegne la sigaretta.
«Parla di Ronciglione.»
Lo sguardo di tutti cambia immediatamente. Maravita resta in silenzio qualche secondo, quando riprende a parlare, la voce è più bassa.

«Abbiamo una fonte interna.» Rino si irrigidisce impercettibilmente.
«Chi?» chiede subito Teo.
Maravita scuote la testa. «Il nome non lo faccio. Nemmeno qui.»
Nessuno insiste.
«La fonte è attendibile?» chiede Rino.
«Molto.» Maravita apre lentamente una cartellina. «Conferma cinquantaquattro guardie permanenti. Sentieri minati attorno alla struttura. Personale selezionato ideologicamente.»
Rino ascolta senza muoversi.
«E Rambaldi?» chiede Livia.

Maravita alza lentamente lo sguardo verso la presidente.
«Impazzito.» La parola resta sospesa nella stanza.
«In che senso?» chiede Teo.
«Nel senso clinico del termine: non è più in grado di dirigere il progetto in maniera coerente, ha episodi dissociativi gravi. Non è prevedibile.»
«Ma il laboratorio continua a operare,» osserva Mazurkiewicz.
«Sì. Ed è questo il problema.»
Rino si sporge leggermente in avanti. «I progressi?»
«Avanzati.» Maravita esita appena. «Ma contemporaneamente in stallo: molte ricerche sono arrivate molto avanti, ma la struttura ormai dipende quasi totalmente da uomini che, senza Rambaldi, non riescono più a coordinarsi tra loro. A quanto pare, solo Rambaldi aveva una visione d’insieme di tutto quanto.»

Silenzio, poi Livia parla.
«Colonnello.» Rino alza lo sguardo. «Se il raid riuscisse?»
Rino incrocia lentamente le braccia. «Distruggere Ronciglione avrebbe un impatto enorme.»
«Politicamente?» chiede Teo.
«Anche militarmente.» risponde Rino. «Se davvero il sostegno a Prisco è così fragile… un fallimento di quelle dimensioni potrebbe incrinare definitivamente la fiducia di parte dell’esercito.»
Mazurkiewicz annuisce lentamente. «Concordo.»

Livia torna verso Maravita. «Qual è la sua opinione, da tecnico, dell’idea di lanciare un raid contro Ronciglione?»
Maravita resta in silenzio qualche secondo. «Se colpite Ronciglione e dimostrate che lo SPR non riesce nemmeno a proteggere il proprio programma strategico più importante… sì.» Si appoggia allo schienale. «Potrebbe essere il principio della fine.»

Nella stanza nessuno parla per alcuni istanti, poi Livia chiude lentamente la cartella davanti a sé.
«Stiamo preparando un’operazione.»
Maravita la osserva senza sorpresa. «Immaginavo.»

Livia intreccia le mani. «Le chiedo una cosa.»
«Mi dica.»
«Se la sentirebbe di partecipare all’azione?»
Maravita la guarda per qualche secondo. «È un ordine o una domanda?»
«Per il momento è una domanda.»
Maravita abbassa lentamente gli occhi, poi annuisce. «Allora sì.»

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CXXXII

[TRASCRIZIONE – CANALE 1, RETE NAZIONALE DELLO SPR]
Data:
24 dicembre 1995
Ora: 20:30
Trasmissione straordinaria natalizia

SIGLA ISTITUZIONALE
(ottoni solenni, immagini di Roma illuminate per le festività: il Quirinale, il Tevere, pattuglie militari nelle strade, famiglie raccolte attorno alla tavola)

ANNUNCIATRICE: Cittadini della Repubblica Popolare, in occasione delle festività natalizie, Canale 1 trasmette il messaggio del Capo del Governo, Lucilio Prisco.

(Stacco di regia. Lucilio Prisco è seduto dietro una scrivania di legno scuro. Alle sue spalle la bandiera e una grande finestra oltre la quale si intravedono le luci notturne di Roma. Indossa un completo nero semplice, senza decorazioni militari. Per alcuni secondi guarda fisso nella telecamera.)

LUCILIO PRISCO:
Cittadini,
questa sera milioni di famiglie si raccolgono nelle proprie case, nonostante la guerra e nonostante i sacrifici che questo tempo duro impone a tutti noi.
Questa è una notte antica, una notte che attraversa i secoli. (breve pausa) Per i cristiani, naturalmente, è la notte della nascita del Cristo.
Ma il 25 dicembre… è una data molto più antica del nostro stesso tempo. È il giorno che, secondo il calendario di Giulio Cesare, segnava il ritorno della luce dopo il solstizio d’inverno: il momento in cui le tenebre iniziano lentamente a retrocedere.

(Prisco intreccia le mani davanti a sé)

Anche gli antichi romani celebravano questi giorni, attraverso i Saturnali: giorni in cui il popolo si fermava, le famiglie si riunivano, e perfino nei tempi più difficili si ricordava che nessun inverno è eterno. (cambio leggerissimo di tono) E, forse, è proprio questo il significato più profondo di questa notte: la continuità.
Il fatto che, anche mentre il mondo cambia, alcune cose restano.
La famiglia, la comunità, la fedeltà reciproca.
E la civiltà.

(stacco breve su immagini preregistrate: soldati SPR che distribuiscono pacchi alimentari, bambini in una scuola, operai in una fabbrica)

PRISCO (fuori campo):
So che questo Natale è diverso da quelli che abbiamo conosciuto in passato. Molti cittadini vivono privazioni, molte famiglie hanno qualcuno lontano da casa. Molti romani portano nel cuore lutti, paure, incertezze.
Ma proprio nei momenti più difficili si misura la forza di un popolo.

(ritorno in studio) Roma ha attraversato invasioni, guerre, incendi, pestilenze.
Eppure, è ancora qui, perché Roma non è soltanto una città. È una volontà.

(Prisco si ferma qualche secondo)

Questa sera, mentre nelle case si accendono le luci e le famiglie si raccolgono attorno alle tavole, ricordiamo dunque ciò che questa data ha rappresentato per secoli, ossia il ritorno della luce.
Per i cristiani nel Cristo, per gli antichi nel Sole Invitto, e per Roma… nella propria continuità storica.

(breve pausa)

A tutti i cittadini della Repubblica Popolare, ai soldati, ai lavoratori, alle famiglie, rivolgo il mio augurio sincero. Che questo Natale possa portarvi forza, e fiducia.
Buona notte… e buon Natale.

(Prisco abbassa lentamente lo sguardo verso i fogli sul tavolo)

SIGLA DI CHIUSURA
(musica orchestrale lenta)

[La trasmissione termina alle 20:42]

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CXXXIII

FRASSINETO, MONTI DEL VELINO – 24 dicembre 1995, sera

La sera della vigilia è immersa in un freddo secco e silenzioso. Le poche luci accese alle finestre sembrano galleggiare nel buio del paese. Da qualche casa arriva odore di brodo, vino, legna bruciata. In lontananza si sente perfino una televisione troppo alta che trasmette il discorso di Prisco da Roma.

Gianna cammina con le mani infilate nelle tasche del cappotto. Ha una bottiglia di vino dentro una borsa di tela e il passo rapido di chi vuole arrivare prima che inizi davvero la cena. Quando sente il rumore della pattuglia rallentare accanto a lei, si gira appena.

«Professoressa!» La jeep della polizia si ferma piano.
Al volante c’è il brigadiere Pasquale Mazzanti, cappello calcato sulla testa e sciarpa blu stretta attorno al collo.
Gianna sorride appena. «Brigadiere.»
Mazzanti abbassa il finestrino. «Che ci fa in giro a quest’ora?»
«Vado dai Paolucci.» Solleva leggermente la borsa. «Mi hanno invitata per la vigilia.»
«Ah.» Il brigadiere annuisce. «Hanno il bambino in seconda, giusto?»
«Matteo.»
«Bravo ragazzino.» Mazzanti spegne il motore e scende dalla jeep. «Tanto devo fare il giro qui dietro. Facciamo un pezzo insieme.»
Gianna alza appena le spalle. «Volentieri.»

Riprendono a camminare lungo la strada quasi deserta, per qualche minuto parlano di cose normali, ossia il freddo, la neve che forse arriverà a gennaio, un tubo rotto vicino alla piazza, un bambino della scuola che ha preso la febbre.
Come succede nei paesi piccoli, metà delle persone nominate le conoscono entrambi.

«E lei niente messa?» chiede a un certo punto Mazzanti.
Gianna sorride appena. «Mai andata molto d’accordo con Dio.»
Il brigadiere ride piano. «Eh, stasera però Roma sembra tutta impazzita.»
«Per il Sol Invictus?»
«Già.»
Gianna sbuffa leggermente. «Francamente lo trovo ridicolo.»
«Prisco?»
«Tutta quella roba lì. Fiaccolate, simboli romani, sole invitto…» Scuote appena la testa. «Sembra una recita scolastica fatta male.»
Mazzanti ride più apertamente stavolta. «Beh, a Roma dicono che siano tornate pure le pasquinate.»
«Davvero?»
«Eh.»
Il brigadiere si sistema la sciarpa. «Manifesti, scritte… prese per il culo contro il governo.»
«Solo a Roma?»
«Macché, il malcontento c’è pure qui. Nei paesi la gente parla.»

Proprio in quel momento girano l’angolo di una casa. Su un muro, tracciata con vernice scura, c’è una scritta grande:

PRISCO ASSASSINO DEL POPOLO ROMANO
ROMA AVRA LA SUA VENDETTA

Mazzanti si ferma immediatamente.
«Ecco, appunto.»
Gianna legge la scritta in silenzio. Nota subito l’errore: avra, senza accento. Istintivamente quasi apre bocca, poi si trattiene. Mazzanti invece sbuffa irritato.

«Animali.» Si avvicina al muro. «Fanno gli eroi di notte e poi manco sanno scrivere.»
Gianna abbassa appena gli occhi per nascondere un sorriso involontario.
«Già.»
«Domani mando qualcuno a cancellarla.» Il brigadiere scuote la testa ancora qualche secondo, poi guarda l’orologio. «Io devo andare da quella parte.» Indica una strada laterale. «Buona vigilia, professoressa.»
«Anche a lei, brigadiere.»
Mazzanti torna verso la jeep. Il motore riparte lentamente e si allontana lungo la strada.
Gianna resta sola.
Aspetta qualche secondo, e ascolta il rumore della pattuglia sparire. Poi sospira piano, si gira, torna indietro fino al muro. Per terra, vicino al marciapiede, trova un pezzo di carbonella caduto probabilmente da qualche stufa o camino.
Lo raccoglie, resta un momento a guardare la scritta. Poi, con calma assolutamente naturale, aggiunge l’accento sulla A di AVRÀ.

Si allontana di un passo per controllare.
Annuisce appena, soddisfatta. Lascia cadere la carbonella, e riprende la strada verso casa dei Paolucci, mentre dalle finestre illuminate del paese iniziano ad arrivare le voci del cenone della vigilia.

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CXXXIV

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 25 dicembre 1995, mattina

L’appartamento di Livia è caldo per il forno acceso, e pieno di luce invernale. Fuori, il cielo sopra Cartagine è bianco e basso, ma dentro l’aria profuma di besciamella, vino rosso e pane abbrustolito.
Teo Lori è fermo davanti al forno della cucina, le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti.
«Ancora cinque minuti,» dice senza girarsi.
Dietro di lui, Livia sta sistemando i piatti sulla tavola del salone piccolo, mentre Rino Franceschini porta le posate tenendole strette in una mano sola.
«Se la bruci ti sparo,» dice Livia.
«La pasta al forno non si brucia.»
«È esattamente quello che direbbe uno che sta per bruciare la pasta al forno.»
Rino ride. «Io punto tutto su Teo.»
«Male,» risponde Teo serio. «Molto male.»

Sul tavolo ci sono poche cose; tre bicchieri, una bottiglia già aperta, pane, qualche antipasto arrangiato. Una normalità quasi ridicola, considerato che fuori dal palazzo si sta combattendo una guerra.
Poi bussano alla porta. Tutti e tre si fermano un istante, poi Rino va ad aprire.
Dall’altra parte c’è Germano Anicio, avvolto nel cappotto scuro, con una bottiglia sotto un braccio e una teglia coperta da un canovaccio nell’altra mano. Per un momento nessuno parla, poi Rino sorride.
«Ministro.»
«Scusate se non ho avvertito.» Anicio alza leggermente la teglia. «Porto contributi diplomatici.»
Teo scoppia a ridere dalla cucina. «Entri subito.»
Anicio entra lentamente nell’appartamento. «Non me la sentivo di stare a casa da solo,» dice con semplicità. «E quindi…»
Livia si avvicina. «Hai fatto bene.»
Anicio annuisce appena.
Teo prende la bottiglia dalle sue mani. «Questo è già un ottimo motivo per perdonarti.»
«Sformato di patate,» aggiunge Anicio indicando la teglia. «Fatto dalla domestica, non da me. È importante specificarlo.»
Rino ridacchia. Pochi minuti dopo sono tutti seduti a tavola.
Teo serve la pasta al forno con concentrazione quasi religiosa.
«Allora?» chiede Livia ad Anicio. «Taranto?»
Il ministro abbassa appena lo sguardo. «Sono stato da lui ieri.» Breve pausa. «Credo si sia accorto a malapena che ero nella stanza.»
Il tono è così quieto che per qualche secondo nessuno risponde. Rino abbassa gli occhi verso il piatto, Teo si fa il segno della croce quasi involontariamente.
Livia sospira piano.
«Mi ricordo i cenoni al Quirinale,» dice dopo un po’. «A Natale, a capodanno.» Accenna appena un sorriso lontano. «Quando c’era l’Imperatore…» Esita un istante. «E anche dopo.»

Anicio taglia lentamente un pezzo di pasta al forno.
«All’epoca,» dice con calma, «l’apparenza era l’unica cosa davvero pulita.»
Livia lo guarda, capisce immediatamente a cosa pensa. Alla Mauritania.
Ma Anicio continua:
«Le uniformi impeccabili, le tavole perfette, i brindisi.» Sorride appena, senza allegria. «E sotto… marciume.»
Teo alza lentamente lo sguardo, Anicio beve un sorso di vino.
«Per esempio… dalla fine degli anni Settanta, al Quirinale era operativa una clinica abortiva clandestina.»
Silenzio, Rino smette di mangiare, Teo resta immobile con la forchetta a mezz’aria.
«Cosa?» dice piano.

Anicio annuisce lentamente. «L’aborto era, ed è, illegale per la difesa del diritto alla vita.» taglia un altro pezzo di pasta. «Ma le amanti dell’Imperatore abortivano regolarmente lì dentro.»
Rino lascia uscire uno sghignazzo incredulo. «No.»
«Sì.»
«Dentro il Quirinale?»
«Direttamente.»
Teo è sinceramente sconvolto.
«Madonna santa…»
Livia invece abbassa soltanto gli occhi e sospira lentamente, come se quella rivelazione non fosse uno scandalo. Solo l’ennesima crepa prevedibile.
«Naturalmente tutto coperto,» continua Anicio. «Medici militari, documenti distrutti… Nessuna traccia.»
Rino scuote la testa ridendo ancora.
«Questa è meravigliosa.»
«No,» dice Teo piano. «Non è meravigliosa per niente.»
Per qualche secondo cala il silenzio, poi Rino si pulisce la bocca col tovagliolo e cambia tono.
«Comunque.» Guarda Anicio. «Entro il sette gennaio siamo pronti.»
Anicio alza lo sguardo immediatamente. «Ronciglione.»
«Già.» Rino annuisce. «Ho scelto gli uomini, tutti paracadutisti, gente che conosco dalla Mauritania.»
«E Maravita?»
«Sta lavorando con me sui dettagli.» Rino si appoggia allo schienale. «Se non succede qualche casino prima, partiamo.»

Anicio annuisce lentamente, Livia osserva tutti e tre per qualche secondo. Poi guarda Anicio.
«Da quanto fai politica?»
Lui ci pensa un istante. «Dal 1981.»
«Così tanto?»
«Suo padre convinse Paolo VIII a nominarmi sottosegretario alla Difesa.» Sorride appena. «Tecnicamente sottosegretario. In pratica ministro, perché il ministero lo deteneva l’imperatore.»
Livia resta in silenzio, poi prende il bicchiere.
«Dovresti scrivere tutto.»
Anicio aggrotta appena la fronte. «Cosa?»
«Un memoriale.» Lei parla con calma assoluta. «Tutto quello che hai visto. Tutto quello che hai fatto.»
Teo abbassa lentamente lo sguardo, Rino smette di sorridere.
«Perché?» chiede Anicio.
Livia resta qualche secondo senza rispondere.
«Per i posteri, perché un giorno qualcuno dovrà capire cos’è stato davvero questo Paese. Per poter ristabilire la verità… e ricominciare.»
Anicio la guarda a lungo, poi annuisce lentamente. «Va bene.»
Fuori dal palazzo, il Natale continua nel silenzio grigio della guerra.

.

CXXXV

MEMORIALE DI GERMANO ANICIO
(stesura privata, iniziata il 26 dicembre 1995)

Entrai in contatto con Francesco Saverio Salvio-Stefani nella primavera del 1981.
All’epoca avevo trentacinque anni e insegnavo economia politica all’università di Roma. Fino a due anni prima vivevo negli Stati Uniti: avevo conseguito il dottorato a Boston nel 1974, e successivamente avevo lavorato alcuni anni presso la General Electric, occupandomi principalmente di pianificazione industriale e gestione delle risorse.

Erano anni in cui guardavo alla Romania con sentimenti contraddittori. Da una parte vi era l’attaccamento naturale al proprio Paese; dall’altra, osservando la realtà americana, mi apparivano evidenti le rigidità e le storture del sistema imperiale. Tuttavia, bisogna comprendere il contesto storico: per uomini della mia generazione, cresciuti dentro quel sistema, l’Impero non era percepito come una aberrazione, bensì come l’orizzonte naturale della politica e della storia nazionale. Anche chi ne intuiva i limiti raramente riusciva a immaginare qualcosa di realmente alternativo.

Tornai a Roma nel 1979.
Ottenni una cattedra universitaria e ripresi una vita relativamente tranquilla. Continuavo però a coltivare un interesse personale per la storia militare e la strategia, interesse che mi accompagnava sin dall’adolescenza.
Fu in quel periodo che scrissi un breve opuscolo sulla guerra in Mauritania.
Tengo a precisare che non si trattava di un documento riservato né di una relazione destinata alle istituzioni. Era un semplice lavoro teorico, quasi accademico, in cui cercavo di delineare quali potessero essere, astrattamente, le condizioni necessarie per vincere un conflitto di controguerriglia in un territorio desertico e scarsamente urbanizzato.
Parlavo di controllo logistico del territorio, isolamento delle cellule ribelli dalla popolazione civile, infiltrazione e operazioni psicologiche.
Non descrivevo operazioni realmente avvenute, né facevo riferimento esplicito alle tattiche già utilizzate dall’esercito romano. Col senno di poi, sospetto che proprio questo determinò la mia fortuna.
Se in quell’opuscolo avessi criticato apertamente la condotta militare in Mauritania, probabilmente sarei stato arrestato, oppure avrei perso la cattedra. Invece il testo fu interpretato come un contributo utile, o quantomeno compatibile con gli orientamenti del regime.

Qualche settimana dopo ricevetti un invito inatteso a Palazzo Silio.
All’epoca Francesco Stefani era formalmente ministro della Sanità. In pratica, però, era già il vero capo del governo imperiale: l’uomo che coordinava la macchina statale e compensava la crescente disfunzionalità dell’imperatore Paolo VIII.

Ricordo ancora il primo incontro.
Stefani mi ricevette nel proprio ufficio nel tardo pomeriggio. Mi colpì immediatamente la sua capacità di mettere a proprio agio l’interlocutore senza perdere autorità. Non aveva la teatralità di molti gerarchi imperiali; anzi, parlava quasi sottovoce, con tono misurato, lasciando spesso all’altro l’impressione di stare partecipando a una conversazione razionale piuttosto che a un interrogatorio politico.

Mi disse di aver letto il mio opuscolo “con interesse”.
Parlammo per circa un’ora della situazione in Mauritania, dell’economia nazionale e dell’esercito. Fu durante quella conversazione che ebbi la sensazione, probabilmente ingenua, di trovarmi davanti a un uomo pragmatico, consapevole dei limiti profondi del sistema imperiale.

Stefani ragionava interamente dentro i parametri del regime, ma intuiva che quel regime, per sopravvivere, avrebbe dovuto trasformarsi radicalmente.
Oggi non so dire se tale convinzione fosse sincera o semplicemente funzionale al mantenimento del potere. All’epoca, invece, ne rimasi sinceramente impressionato.
Qualche settimana dopo ci incontrammo nuovamente. Fu in quella occasione che Stefani mi propose di entrare nel governo come sottosegretario alla Difesa.

Ricordo quasi esattamente le sue parole:
“L’Impero ha bisogno di uomini competenti. E soprattutto di uomini che comprendano il mondo moderno.”

Io rimasi sorpreso. Non avevo alcuna esperienza politica diretta. Stefani sorrise appena.
“Meglio così.”

Poi aggiunse una precisazione che, col tempo, avrei imparato a comprendere molto bene:
“Naturalmente, professore, tutto dipenderà dall’impressione che farà a Sua Maestà.”

Il mio primo incontro con l’imperatore Paolo VIII avvenne nell’estate del 1981, presso Villa San Lussorio, la residenza estiva della famiglia imperiale sul litorale romano.
Ricordo ancora il viaggio lungo la costa, il caldo quasi immobile di quel pomeriggio e il senso di irrealtà che provavo mentre l’automobile del ministero attraversava i cancelli della villa.

Fino ad allora l’imperatore, per me, era stato soprattutto una figura televisiva, che avevo conosciuto attraverso i discorsi, le parate e i ritratti della propaganda che comparivano nelle strade e negli uffici pubblici.
Vederlo nel proprio ambiente privato produceva un effetto diverso.
Villa San Lussorio non aveva l’austerità del Quirinale. Era una residenza quasi decadente nel lusso: giardini enormi, piscine, statue classiche, sale troppo grandi e personale ovunque. Camerieri, segretari, guardie del corpo, attendenti.
Ma la cosa che mi colpì più di tutte fu un’altra.
Le donne. Ce n’erano ovunque, e non intendo dire semplicemente personale femminile, come segretarie o domestiche. Intendo giovani donne che sembravano modelle o attrici, tutte molto belle, tutte molto curate, e quasi nessuna apparentemente sopra i trent’anni.

Passeggiavano nei corridoi, sedevano vicino alla piscina, entravano e uscivano dagli appartamenti privati come se facessero parte integrante della macchina di corte. Ricordo distintamente di aver pensato che la residenza imperiale somigliasse meno a una sede istituzionale e più a una corte rinascimentale.
Stefani mi aveva preparato a molte cose, ma non a quella.

L’incontro si svolse nello studio personale dell’imperatore.
Paolo VIII aveva già settantadue anni, ma appariva sorprendentemente energico. Parlava rapidamente, si muoveva con sicurezza e sembrava divertirsi sinceramente nel mettere alla prova gli interlocutori. A differenza di molti uomini di potere della sua generazione, non nascondeva la calvizie. Anzi, dava quasi l’impressione di considerarla un segno di virilità o di autorità.

Sulla scrivania aveva già disposto alcuni faldoni; compresi immediatamente che si trattava di una sorta di esame. L’imperatore mi interrogò per oltre un’ora su logistica, economia di guerra, struttura dell’esercito, conflitti coloniali e controguerriglia.

Con mia sorpresa, conosceva bene molti dossier tecnici. Non era affatto l’uomo superficiale che certa propaganda clandestina descriveva.
Anzi, il tratto che più colpiva era la rapidità mentale. Passava da una questione militare a una battuta oscena nel giro di pochi secondi. Raccontò perfino alcune barzellette per mettermi a mio agio.
All’epoca lo interpretai come carisma. Col tempo avrei imparato a vedere anche l’altro lato di quella personalità: una costante necessità di dominio psicologico sugli interlocutori.

Verso la fine dell’incontro arrivò la domanda che Stefani mi aveva anticipato.
Ricordo ancora perfettamente il momento. L’imperatore chiuse uno dei faldoni, si appoggiò allo schienale e, con tono assolutamente casuale, mi chiese:
“Professore, con quante donne è stato?”

Per alcuni secondi rimasi sinceramente spiazzato. Stefani mi aveva avvertito il giorno prima. Mi aveva detto, quasi divertito:
“È uno dei suoi esami preferiti.”

Io non compresi immediatamente. Stefani allora mi spiegò che, secondo l’imperatore, un ministro doveva essere, parole sue, “vaccinato alla vita”.
Aggiunse inoltre, con tono molto serio, che una risposta troppo modesta sarebbe stata interpretata da Paolo VIII come segno di ingenuità, debolezza o immaturità.

Nel mio caso, la verità era molto semplice: fino ad allora ero stato soltanto con mia moglie.

Ma Stefani mi consigliò di rispondere in maniera vaga e di lasciar intendere un numero elevato di relazioni. “Dica almeno una trentina,” suggerì.
Ricordo ancora il disagio che provai. Quando l’imperatore mi pose la domanda, risposi quindi evasivamente, accennando a “diverse esperienze” durante gli anni trascorsi negli Stati Uniti.
Paolo VIII rise immediatamente.

“Ah, Boston,” disse. “Ottima città per formarsi.” Poi aggiunse: “Un uomo che non conosce i propri desideri non può governare quelli degli altri.”

All’epoca interpretai quella frase come una semplice eccentricità. Oggi credo invece che riassumesse molto bene l’intera filosofia morale della corte imperiale: una miscela di vitalismo, cinismo e totale convinzione che il potere autorizzasse ogni forma di eccezione.

Qualche settimana dopo prestai giuramento al Quirinale come sottosegretario alla Difesa.
Entrai così ufficialmente nel governo imperiale.

[…]

Il primo vero scandalo di cui fui testimone diretto esplose nell’estate del 1982 ed è ricordato, negli ambienti governativi, come il caso Tarquinio.

La vicenda, per certi aspetti, fu quasi grottesca. Il generale Sebastiano Tarquinio, allora capo dell’intelligence militare, possedeva una grande villa poco fuori Roma. Durante l’estate, approfittando dell’assenza temporanea del padre, i suoi due figli organizzarono una festa di compleanno nella residenza.
Secondo la ricostruzione successiva, l’evento sfuggì rapidamente di mano. Alla festa si imbucarono decine e forse centinaia di persone fra amici, conoscenti, studenti universitari e persone mai identificate.
Alcol, musica, droghe leggere. Le testimonianze successive furono estremamente confuse.

Il problema emerse soltanto il giorno dopo. Tarquinio si accorse infatti che dalla propria abitazione erano scomparsi alcuni documenti classificati che custodiva illegalmente presso la villa privata.
Non seppe mai dire con certezza quanti documenti fossero spariti, chi potesse averli presi, né se il furto fosse stato casuale oppure deliberato.

Quando la notizia arrivò al governo si diffuse un autentico panico.
Ricordo molto bene la riunione convocata da Stefani; eravamo a Palazzo Chigi, presenti i vertici dei servizi, i responsabili del CoSDi, alcuni ufficiali dell’intelligence militare e io stesso, in qualità di sottosegretario.

Formalmente il CoSDi era ancora diretto da Giuliano Di Paola. Tuttavia, Di Paola era già gravemente malato. Soffriva di una nefropatia che nei mesi precedenti ne aveva già ridotto drasticamente la presenza operativa. Per questo motivo i due vicedirettori del CoSDi avevano iniziato ad appoggiarsi sempre più a Tarquinio, che di fatto stava assumendo un ruolo centrale nella gestione dell’intelligence.

Stefani entrò nella sala riunioni visibilmente furioso. Credo di non averlo mai più visto in quello stato.
Per quasi quaranta minuti urlò contro tutti i presenti. Contro i due vicedirettori del CoSDi, contro Tarquinio, contro gli ufficiali della sicurezza, contro il sistema intero.

Ricordo ancora una frase pronunciata battendo il pugno sul tavolo:
“Avete trasformato i servizi imperiali in un dopolavoro frequentato da idioti.”

Tarquinio tentò più volte di minimizzare l’accaduto, sostenendo che probabilmente i documenti fossero stati semplicemente spostati o distrutti accidentalmente durante la festa. Stefani reagì malissimo, gli disse:
“Generale, lei ha organizzato una falla di sicurezza grande quanto il Quirinale.”

La riunione terminò senza una vera soluzione. Ma il problema politico restava enorme, perché nessuno sapeva dove fossero finiti quei documenti. E soprattutto nessuno sapeva se fossero già arrivati a servizi stranieri, gruppi sovversivi, oppure a qualche fazione interna dello stesso regime.
Qualche giorno dopo Stefani ebbe un colloquio con Paolo VIII che lui stesso mi definì, successivamente, “molto sgradevole”.

Non entrò mai nei dettagli, ma fu evidente che l’imperatore considerasse l’accaduto una prova del deterioramento dei servizi. La prima conseguenza concreta dello scandalo fu la rimozione di Giuliano Di Paola dalla guida del CoSDi. Ufficialmente si parlò di dimissioni dovute alle condizioni di salute, in realtà si trattò di una destituzione politica.
Al suo posto Paolo VIII nominò l’ammiraglio Pietro Paolo Messalla.
Quella nomina segnò uno dei primi veri attriti tra l’imperatore e Stefani. Stefani avrebbe voluto approfittare dello scandalo per collocare un proprio uomo alla guida del CoSDi, rafforzando così il controllo del governo sui servizi. Invece il Quirinale impose Messalla.
E Messalla non apparteneva all’area politica di Stefani, anzi, lo disprezzava apertamente.
Considerava Stefani un semplice politicante opportunista, troppo interessato agli equilibri parlamentari e troppo poco alla “dimensione imperiale” dello Stato. Stefani, dal canto suo, vedeva Messalla come un aristocratico militare incapace di comprendere la realtà politica moderna.
Fu l’inizio di una rivalità che avrebbe segnato gli anni successivi.

.

CXXXVI

CARTAGINE, CHIESA DI SANT’EUGENIO – 27 dicembre 1995, mattina

La chiesa di Sant’Eugenio è quasi completamente buia.
Fuori, Cartagine dorme ancora sotto il cielo nero dell’alba invernale. Le strade attorno al palazzo di Birsa sono silenziose, bagnate dall’umidità della notte.

Davanti all’altare della Madonna dei Sette Dolori, Livia è inginocchiata. Ha gli occhi chiusi, le mani intrecciate e respira lentamente.
Padre nostro… inspira …che sei nei cieli… espira …sia santificato… inspira …il tuo nome…

Ogni parola coincide con un respiro, come se il corpo e la preghiera fossero diventati la stessa cosa. La cappella è immersa nella luce tremolante delle candele. Livia continua così fino alla fine della preghiera, senza fretta, quasi svuotandosi. Poi resta immobile ancora qualche secondo.
Infine, infila una mano nella tasca del cappotto e ne estrae una piccola edizione tascabile dei Vangeli, consumata agli angoli.
La apre senza guardare, sfoglia appena le pagine. Gli occhi si fermano sul vangelo secondo Matteo. Il discorso della montagna.
Lo conosce quasi a memoria, lo ha letto decine di volte negli anni dell’università, dopo la morte del padre, durante il colpo di stato del ’92, nei primi mesi della guerra. Eppure, quella mattina, le parole sembrano diverse.

Beati i poveri in spirito…
Beati quelli che sono nel pianto…
Beati gli operatori di pace…

Livia sente improvvisamente qualcosa cedere dentro di sé. Come un nodo che si allenta.
Abbassa lentamente il libro, e scoppia a piangere. Non è un pianto violento, è silenzioso, liberatorio. Le lacrime scendono senza che lei provi nemmeno a fermarle.

Dopo qualche minuto, sente qualcuno avvicinarsi piano. Padre Giovanni Sabbatini si inginocchia accanto a lei senza parlare, e aspetta. Livia si asciuga il viso con la manica del cappotto.
Per un po’ nessuno dice niente, poi lei parla a bassa voce.

«Per la prima volta da anni…» La voce le trema appena. «…mi sono sentita libera.»
Sabbatini la guarda in silenzio, Livia tiene ancora il Vangelo aperto sulle ginocchia. «Senza peso addosso.»
Fa un piccolo gesto con la mano verso il petto. «Niente.»

Il sacerdote annuisce lentamente, poi le chiede con tono tranquillo:
«Quanto stai mangiando?»

Livia abbassa gli occhi, la domanda non la sorprende.
«Un po’ di più.»
«Un po’ quanto?»
Lei esita. «Sto ancora segnando tutto.»
«Le calorie?»
Livia annuisce lentamente, padre Sabbatini sospira appena.
«Ma mangio più di prima,» aggiunge lei quasi difendendosi. «Davvero.»

Il sacerdote non insiste, resta qualche secondo in silenzio. Poi Livia lo guarda.
«Secondo lei…» Esita appena. «…la notte della fede è finita?»

Sabbatini sorride appena, gentile.
«Questo non posso dirtelo io.» La luce delle candele si riflette sugli occhiali del sacerdote. «Devi capirlo tu.»

Livia abbassa lentamente lo sguardo.
«In base a cosa?»
«A quello che senti dentro quando resti in silenzio.»

Per qualche secondo si sente soltanto il crepitio delle candele. Poi Livia parla di nuovo.
«Ho chiesto ad Anicio di scrivere un memoriale.» Sabbatini la guarda. «Su tutto: gli anni prima della guerra, la Mauritania, il Quirinale. Tutto.» Fa una pausa. «Spero che accetti di pubblicarlo.»
«Perché?»
Livia resta in silenzio qualche secondo prima di rispondere.
«Perché non possiamo ricominciare da zero fingendo che non sia successo niente.» La sua voce è calma, ma molto stanca. «Se questo Paese vuole salvarsi davvero… deve guardarsi in faccia.»

Padre Sabbatini annuisce lentamente. Poi le chiede:
«E tu?»
Livia alza appena gli occhi. «Io cosa?»
«Cosa vuoi fare tu.»

La domanda sembra coglierla impreparata. Resta in silenzio a lungo, poi parla piano.
«Ci penso da mesi.» Abbassa lo sguardo verso il pavimento della chiesa. «Quando la guerra finirà… credo che lascerò la politica.»

Sabbatini non sembra sorpreso.
«Hai già deciso cosa fare dopo?»
Livia sorride appena, un sorriso piccolo, quasi smarrito.
«No.»

Si asciuga gli occhi un’ultima volta.
«Per la prima volta da molto tempo… non lo so.»

.

CXXXVII

MEMORIALE DI GERMANO ANICIO

Già nel corso del 1982 iniziai a convincermi che Roma avrebbe perso la guerra in Mauritania.
Non si trattò di una intuizione improvvisa, bensì di una lenta conclusione maturata leggendo quotidianamente rapporti logistici, relazioni operative e documenti interni dello Stato Maggiore.
A posteriori, credo che molti ufficiali avessero compreso la stessa cosa molto prima di ammetterlo apertamente. Il problema principale non era il coraggio dei soldati, e non era nemmeno la capacità tecnica dell’esercito. Era la struttura stessa della guerra.
Ricordo in particolare alcuni rapporti provenienti dalle postazioni avanzate nel deserto mauritano.
Erano documenti estremamente secchi, in cui si parlava di quantità di carburante, numero di feriti, consumo di munizioni e razioni disponibili.

Ma proprio quella freddezza burocratica rendeva il contenuto ancora più agghiacciante.
In diverse basi isolate la logistica non riusciva più a trasportare contemporaneamente viveri e munizioni; perciò, si sceglieva di inviare le munizioni. I soldati continuavano dunque a combattere, ma spesso con razioni ridotte al minimo o addirittura senza approvvigionamenti alimentari regolari.
Ricordo un rapporto in particolare.
Un ufficiale scriveva che i soldati avevano iniziato a bollire pezzi di cuoio e mangiare animali randagi trovati vicino agli accampamenti.
Quando lessi quel documento pensai immediatamente al Vietnam. Negli Stati Uniti avevo studiato a lungo quel conflitto; gli americani avevano perso la guerra pur essendo capaci di portare carne congelata e Coca-Cola ai propri soldati dall’altra parte del pianeta. Roma, invece, non riusciva a portare le gallette ai propri uomini al di là del Mediterraneo.
Compresi allora che il problema non era contingente, ma sistemico. L’esercito imperiale era stato progettato per guerre convenzionali e controllo territoriale classico. Non per una controguerriglia nel deserto.
Le unità di leva inviate in Mauritania erano spesso composte da ragazzi di diciannove o vent’anni con addestramento insufficiente, scarsa motivazione e ufficiali impreparati a quel tipo di guerra. Le grandi basi statiche diventavano bersagli, le colonne logistiche venivano continuamente attaccate.
La massa delle truppe, anziché rappresentare un vantaggio, produceva problemi enormi di rifornimento e coordinamento.

Per gran parte del 1982 lavorai quindi a una proposta di riforma radicale delle forze armate.
Ancora oggi ritengo che, se fosse stata applicata per tempo, avrebbe potuto quantomeno ridurre il disastro umano del conflitto.
La mia idea si fondava su alcuni principi molto semplici.
Primo: ridurre drasticamente il peso della leva obbligatoria nelle operazioni in Mauritania.
Secondo: creare unità professionali specializzate nella controguerriglia.
Terzo: abbandonare la logica dei grandi presidi statici.
Quarto: trasformare la mobilità aerea nel centro operativo della guerra.
Usavo spesso l’espressione “cavalleria dell’aria”; immaginavo reparti relativamente piccoli ma altamente addestrati, trasportati rapidamente tramite elicotteri o velivoli leggeri per compiere incursioni rapide, e assicurare una presenza mobile sul territorio.

Meno uomini, ma più preparati e più mobili. Di conseguenza anche la logistica sarebbe diventata più snella e sostenibile.
In teoria, ciò avrebbe comportato anche una riduzione delle perdite civili e militari. Oggi, dopo tutto ciò che è accaduto, non so dire con certezza quanto quella convinzione fosse realistica e quanto invece derivasse dalla mia ingenuità tecnocratica di allora.
Forse cercavo semplicemente una maniera “più efficiente” di combattere una guerra che non avrebbe dovuto essere combattuta affatto. Completai comunque il progetto e lo sottoposi a Stefani.
Ricordo che lo lesse con estrema attenzione. Non lo liquidò, anzi, per certi aspetti sembrò sinceramente interessato.
Anche alcuni generali espressero pareri favorevoli, soprattutto gli ufficiali più giovani o quelli che avevano effettivamente combattuto in Mauritania.
Il problema era economico, perché una simile trasformazione dell’esercito avrebbe richiesto anni di ristrutturazione, oltre a investimenti per nuovi mezzi e addestramento specialistico.

Stefani fu molto diretto. Mi disse che una riforma del genere poteva forse essere realizzata in tempo di pace, ma non mentre l’Impero stava già dissanguandosi economicamente nel conflitto.
“Non possiamo ricostruire l’esercito mentre la guerra è in corso,” mi disse.

Aggiunse inoltre che il Quirinale non avrebbe mai accettato una riduzione della leva obbligatoria, considerata uno dei pilastri politici e ideologici dell’Impero.
La riforma, quindi, non venne ufficialmente respinta. Semplicemente sparì.
Restò chiusa in un cassetto, e la guerra continuò.

[…]

Fu all’inizio del 1983 che iniziai a comprendere, almeno parzialmente, cosa stesse realmente diventando la guerra in Mauritania.
Fino ad allora avevo osservato il conflitto principalmente attraverso categorie tecniche, ossia logistica, struttura delle forze armate, sostenibilità economica ed efficienza operativa.

Nel 1983, invece, iniziai a vedere qualcosa di diverso. Ricevetti una serie di rapporti riservati destinati all’Imperatore, a me e al generale Paolo Anastasi, allora capo di Stato Maggiore delle Forze Armate.
I documenti riguardavano operazioni svolte nella regione della Cabilia, sui monti del Giurgiura. Ricordo che, a una prima lettura, quei rapporti mi sembrarono quasi incomprensibili. Erano scritti in un linguaggio estremamente burocratico: “azioni preventive”; “neutralizzazione di aree di supporto insurrezionale”; “bonifica di nuclei collaborativi”; “riduzione della capacità logistica tribale”.

Non veniva mai descritto esplicitamente cosa fosse accaduto, ma qualcosa, nel tono stesso dei documenti, mi disturbava. Li rilessi più volte, e incrociai i dati con altri rapporti dell’aviazione e con alcune relazioni logistiche provenienti dal comando africano. Fu allora che compresi.
Le “azioni preventive” consistevano nella distruzione aerea di villaggi tribali situati nelle zone montuose che l’esercito non era in grado di raggiungere rapidamente via terra.
In pratica, poiché quelle aree potevano potenzialmente fornire supporto ai guerriglieri, si preferiva eliminarle preventivamente.
Ricordo distintamente il senso di gelo che provai leggendo certe formulazioni. Non si parlava quasi mai di civili, né si parlava di morti. Si parlava di “riduzione delle capacità territoriali ostili”.
Come se i villaggi fossero semplicemente elementi geografici.

I miei dubbi aumentarono ulteriormente quando mi accorsi di un altro dettaglio: molti dei villaggi colpiti erano abitati da comunità amazigh cristiane, non musulmane, e perciò non particolarmente inclini, almeno teoricamente, a sostenere la guerriglia fondamentalista. Questo rendeva quelle operazioni ancora più difficili da giustificare perfino all’interno della logica militare del tempo.
Decisi quindi di parlarne direttamente con Anastasi.

Ricordo bene quell’incontro. Entrai nel suo ufficio con estrema cautela. Non avevo intenzione di accusare nessuno, espressi i miei dubbi in maniera puramente tecnica e istituzionale. Gli chiesi se non vi fosse il rischio che certe operazioni producessero l’effetto opposto alienando la popolazione locale, alimentando la resistenza, e compromettendo la posizione internazionale di Roma.

Anastasi mi ascoltò senza interrompermi.
Quando terminai, restò qualche secondo in silenzio, poi disse semplicemente:
“La ringrazio per avermelo segnalato.”

Nulla di più. Nessuna spiegazione, nessuna sorpresa, nessuna negazione e nessuna indignazione. L’incontro finì praticamente lì.
Qualche giorno dopo esposi gli stessi dubbi a Stefani. Anche in quel caso usai un tono estremamente prudente. Parlai soprattutto delle implicazioni politiche e strategiche. Stefani reagì quasi nello stesso modo di Anastasi.
Mi ascoltò, annui, poi concluse:
“Faremo le valutazioni necessarie.”

Ricordo molto bene che nessuno dei due disse mai:
“Abbiamo commesso un errore.”

Nessuno parlò di indagini, nessuno sembrò realmente colpito dal contenuto dei rapporti. Ed è qui che devo riconoscere una delle mie responsabilità più grandi.
Perché in quel momento compresi, non completamente, forse, ma abbastanza. Compresi che quelle operazioni non erano deviazioni occasionali, ma una componente deliberata della guerra.

Eppure, accettai tutto questo. Non protestai ulteriormente, non mi dimisi, non parlai pubblicamente.
Mi adattai. Credo che, allora, una parte di me si fosse convinta che fosse semplicemente il prezzo inevitabile di un conflitto che lo Stato non poteva permettersi di perdere.
È una delle giustificazioni più pericolose che un uomo possa concedere a sé stesso. Perché una volta accettato il principio secondo cui certe cose sono “necessarie”, il limite di ciò che diventa possibile continua a spostarsi sempre più avanti.

[…]

Durante gli anni del mio servizio sotto Paolo VIII, dal 1981 al 1985, esistette una convinzione sotterranea che accomunava gran parte del governo e dei vertici militari. La convinzione che, prima o poi, TITAN-51 avrebbe risolto tutto.
Oggi può sembrare assurdo. Eppure, bisogna comprendere il clima psicologico di quegli anni.
La guerra in Mauritania peggiorava costantemente, tra costi crescenti, perdite continue, logoramento dell’esercito, crisi economica e crescente isolamento diplomatico.

Molti uomini del regime avevano bisogno di credere che da qualche parte esistesse una soluzione definitiva, e TITAN-51 divenne quella soluzione immaginaria.
La verità è che quasi nessuno sapeva realmente cosa fosse, nemmeno ai livelli più alti dello Stato. Circolavano soltanto voci, frammenti, allusioni e leggende.
Si parlava genericamente di nuove tecnologie biologiche, sistemi sperimentali e capacità militari rivoluzionarie.
Alcuni ufficiali sostenevano che l’Imperatore stesse lavorando a soldati modificati, altri parlavano di armi chimiche di nuova generazione. Altri ancora immaginavano strumenti medici capaci di rendere l’esercito praticamente inesauribile.

Più la situazione peggiorava, più le fantasie diventavano grandiose. Vi era chi sosteneva seriamente che TITAN-51 non avrebbe soltanto ribaltato la guerra, ma avrebbe restituito a Roma il rango indiscusso di prima superpotenza mondiale.
Zipensandoci oggi, credo che TITAN-51 funzionasse soprattutto come fenomeno psicologico.
Una promessa. Una fede tecnologica dentro un sistema politico che stava lentamente perdendo fiducia in sé stesso.

La cosa più significativa è che nemmeno Stefani conosceva realmente il contenuto del progetto.
Questo fatto mi colpì profondamente. All’esterno si aveva spesso l’impressione che Stefani controllasse tutto, ma in realtà TITAN-51 apparteneva quasi esclusivamente all’imperatore.

Stefani ne gestiva soprattutto gli aspetti organizzativi, come autorizzazioni, coperture amministrative, finanziamenti, reperimento di medici, reperimento di cavie, strumenti e trasferimenti riservati.

Ma non credo sapesse davvero cosa accadesse dentro il centro sperimentale. E, col tempo, arrivai alla conclusione che non volesse nemmeno saperlo.
Tra i membri del governo esisteva una sorta di tacito accordo: non fare domande. L’Imperatore lavorava a TITAN-51, e questo bastava.

Paolo VIII, invece, sembrava progressivamente ossessionato dal progetto. Negli ultimi anni del suo regno trascorreva periodi sempre più lunghi nel centro sperimentale costruito fuori Roma.

La sua presenza al Quirinale diminuiva, le udienze si diradavano, molte decisioni quotidiane venivano lasciate a Stefani o ai ministeri.
Intorno al 1984 iniziò persino a circolare la voce che l’Imperatore operasse personalmente alcuni pazienti all’interno della struttura.
All’epoca considerai quelle storie esagerazioni di corridoio. Oggi non ne sono più così sicuro.
Ricordo soprattutto il cambiamento nel suo comportamento. Paolo VIII era sempre stato un uomo eccentrico, ma negli ultimi anni appariva consumato da una convinzione quasi mistica: l’idea che TITAN-51 avrebbe rappresentato una svolta epocale nella storia dell’umanità.

Parlava del progetto non come di una semplice ricerca militare, ma come di qualcosa destinato a trasformare l’uomo stesso.
Più la situazione dell’Impero peggiorava, più lui sembrava rifugiarsi dentro quel laboratorio.
Dentro i suoi esperimenti, dentro le sue cavie.

A volte penso che Paolo VIII, negli ultimi anni della sua vita, avesse già smesso di governare il Paese. Governava soltanto TITAN-51.

[…]

Il 12 novembre 1985 rappresentò il punto di rottura definitivo del sistema imperiale.
Ancora oggi ricordo quella giornata con una chiarezza quasi fotografica. Perché fino a quel momento, nonostante tutto, una parte significativa del governo continuava a credere che la situazione fosse recuperabile.
L’offensiva che colpì le forze romane in Mauritania arrivò invece come un fulmine a ciel sereno. Non vi erano state avvisaglie concrete, nessun rapporto realmente allarmante, nessuna indicazione chiara da parte dell’intelligence.

Solo molto tempo dopo una commissione d’inchiesta avrebbe accertato la quantità impressionante di negligenze, rivalità interne e sottovalutazioni accumulate nei servizi segreti negli anni precedenti.
Ma quella sera nessuno conosceva ancora tali dettagli, sapevamo soltanto che il fronte stava crollando.
Mi trovavo al ministero della Difesa quando iniziarono ad arrivare le prime comunicazioni critiche. All’inizio erano frammentarie, si parlava di difficoltà nei collegamenti, unità disperse, attacchi simultanei e problemi logistici.

Poi arrivò la notizia della caduta di Bescera.
Ricordo distintamente il silenzio che seguì dentro la sala operativa. Bescera era considerata relativamente sicura. Se era caduta così rapidamente, significava che l’offensiva nemica era molto più ampia di quanto immaginassimo.
Tentai immediatamente di contattare il generale Anastasi e il Quirinale, ma le comunicazioni erano confuse.
Alcune linee risultavano occupate, altre completamente mute. La sensazione dominante era il disordine.
Poi, in serata, arrivarono le esplosioni. Prima il Gianicolo, poi il Castro Pretorio.

Per la prima volta dopo decenni Roma era sotto attacco diretto. Non si trattava più di una guerra lontana, coloniale, confinata oltre il Mediterraneo. La guerra era entrata nella Capitale.
Ricordo perfettamente il cambiamento psicologico che attraversò i presenti al ministero. Fino a poche ore prima parlavamo ancora di contenimento dell’offensiva; dopo le esplosioni, improvvisamente, tutti compresero che il problema era la sopravvivenza stessa del regime.

Poco prima della mezzanotte fui convocato al Quirinale. La riunione che si tenne quella notte fu probabilmente una delle più tese cui abbia mai assistito.
L’Imperatore era furioso. Gridava, e accusava l’esercito, i servizi, il governo, il CoSDi e perfino alcuni membri della corte militare.

Ricordo Paolo VIII camminare avanti e indietro nella sala quasi senza controllo, mentre ufficiali e ministri cercavano contemporaneamente di ottenere informazioni dal fronte e rassicurarlo, cercando di evitare il collasso decisionale.

Per diversi minuti la riunione degenerò quasi in uno scambio reciproco di accuse. Fu in quel contesto che notai qualcosa di molto strano.
Stefani e Messalla sembravano improvvisamente sulla stessa lunghezza d’onda. La cosa era insolita, negli anni precedenti i rapporti tra i due erano stati costantemente conflittuali per rivalità politiche e diffidenza personale.

Eppure, quella notte apparivano quasi coordinati.
A un certo punto presentarono insieme una proposta all’Imperatore: chiesero che Paolo VIII rinunciasse al controllo diretto dei ministeri dell’Interno e della Difesa.
Fino ad allora, formalmente, quei dicasteri dipendevano ancora direttamente dalla Corona, secondo la tradizione imperiale. Stefani e Messalla proposero invece di nominare due ministri a pieno titolo, dotati di autonomia operativa immediata.
L’argomento ufficiale era semplice, ossia la situazione richiedeva una catena di comando più rapida ed efficiente. L’Imperatore tentennò, e alla fine accettò la proposta.

Ma col senno di poi credo che quella notte segnò qualcosa di molto più profondo. Per la prima volta vidi uomini del sistema imperiale agire come se avessero già intuito che Paolo VIII non fosse più in grado di governare davvero il Paese.
Anche se nessuno ebbe ancora il coraggio di dirlo apertamente.

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CXXXVIII

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 1° gennaio 1996, mattina

La mattina del primo gennaio 1996, Cartagine è silenziosa. Fuori dal palazzo di Birsa il cielo è grigio, il mare quasi immobile sotto la foschia invernale. Dentro il palazzo, invece, le luci sono già accese da ore.
Nell’appartamento che usa come abitazione privata, Livia è seduta al tavolo del soggiorno con una tazzina di caffè ormai fredda tra le mani.
Rino Franceschini è dall’altra parte della stanza, chino su una cartina piena di annotazioni, sigarette spente e fogli sparsi.
«Se quelli hanno davvero minato il versante nord,» borbotta, «io lì non ci faccio passare nessuno.»
Teo Lori, seduto sul divano con ancora addosso il maglione della notte precedente, lo guarda da sopra gli occhiali.
«Rino.»
«Eh.»
«Sono le otto del mattino del primo gennaio.»
«E quindi?»
«Potresti fingere di essere un essere umano per almeno mezz’ora.»

Rino sbuffa senza alzare la testa. In quel momento bussano alla porta; Livia si alza, quando apre trova Germano Anicio nel corridoio, cappotto scuro abbottonato fino al collo e una cartellina spessa stretta sotto il braccio.
«Buon anno,» dice il ministro.
«Buon anno.»
Livia si sposta per farlo entrare.
Anicio saluta con un cenno Teo e Rino.
«Ministro,» dice Franceschini distrattamente senza staccarsi dalle mappe.
Teo invece si alza subito per stringergli la mano.
«Hai dormito?»
«Poco.»
Anicio guarda Livia. «Ho finito.»
Per qualche secondo nella stanza cala il silenzio, il ministro posa lentamente la cartellina sul tavolo. Livia la guarda senza toccarla; sono centinaia di pagine. Anicio resta in piedi.
«Ci sono cose…» Esita appena. «…che non pensavo avrei scritto.»
Rino alza finalmente gli occhi dalle cartine, Teo osserva il ministro in silenzio.
«Su di me. Su quello che ho fatto… E su tuo padre.» Anicio la guarda direttamente. «Ci sono molte cose che ancora non sai.»
Livia posa lentamente la mano sulla cartellina. Il ministro inspira appena, come preparandosi alla risposta.
«Intendi davvero pubblicarlo?»
«Sì.» La risposta arriva immediatamente, netta. «È necessario. Se questo Paese deve ripartire dopo la guerra, allora deve sapere cos’è stato davvero.» Livia accarezza distrattamente il bordo della cartellina. «Altrimenti ricominceremo tutto da capo.»
Anicio annuisce lentamente, come se quella risposta la aspettasse già. Poi Livia aggiunge, quasi cambiando argomento:
«Comunque… Quando la guerra finirà, lascerò la politica.»
Rino alza immediatamente la testa. «Come?»
Teo guarda Livia sorpreso. «Sul serio?» chiede.
Lei annuisce. «Ci penso da tempo.»
Rino si appoggia allo schienale della sedia e ride. «E dopo che fai?»
Livia sorride appena. «Non lo so.»
«Fantastico.» Rino allarga le braccia. «Vai a cercare lavoro con scritto nel curriculum: “ex Capo del Governo della Repubblica Romana”.»
Teo ride piano scuotendo la testa.
«Immagino il colloquio.» Rino continua: «“Esperienze precedenti?”» Si schiarisce teatralmente la voce. «“Ho vinto una guerra civile.”»
Perfino Livia ride appena. Teo però, guardandola meglio, capisce qualcosa; la osserva qualche secondo in silenzio. Poi dice piano:
«Ti farà bene lasciare tutto questo.»
C’è quasi sollievo nella sua voce.

Anicio invece resta più serio.
«Io speravo… che dopo la guerra il Partito potesse ripartire da te.»
Livia abbassa lentamente lo sguardo verso il memoriale.
«Forse il problema,» dice piano, «è che questo Paese ha passato troppo tempo a ripartire sempre dalle stesse persone.»
Nella stanza torna il silenzio. Dal tavolo, tra le cartine del raid e le tazzine vuote del caffè, il memoriale di Anicio sembra improvvisamente pesare più di qualunque altra cosa presente nella stanza.

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CXXXIX

CARTAGINE – 6 gennaio 1996, sera

La caserma era immersa nel silenzio della sera. Fuori, Cartagine sembrava quasi calma, ma dentro quell’edificio l’aria aveva il peso metallico delle operazioni che precedono qualcosa di irreversibile. Nella stanza del briefing c’erano diciassette uomini. Paracadutisti, veterani della Mauritania; tutti uomini che avevano combattuto sotto Rino Franceschini e che, per ragioni diverse, avevano scelto di seguirlo anche nella guerra civile.

Alcuni fumavano, altri bevevano caffè da bicchieri di latta. Sul tavolo centrale erano aperte carte topografiche del Lazio settentrionale, fotografie satellitari e schizzi a mano.
Il capitano Prospero Benedetti sedeva con le braccia conserte, inclinato all’indietro sulla sedia. Faccia ossuta, barba di due giorni e lo sguardo di uno che aveva dormito troppo poco per troppi anni.
Accanto a lui il sergente maggiore Silvestro Moretti stava trafficando con un accendino smontato.

«Io continuo a dire,» borbottò senza alzare gli occhi, «che infilarsi in un centro di ricerca pieno di matti armati, mine e paramilitari è un piano del cazzo.»
«Silvestro,» disse Benedetti.
«Eh.»
«Tu hai mai visto un piano che non ti sembrasse del cazzo?»
Moretti rifletté un istante.
«No.»

In fondo alla stanza il caporale Pierino Nucci stava invece mangiando pane duro direttamente da una pagnotta intera, ascoltando la conversazione con aria bovina e serenissima. Nucci era enorme, spalle larghe quasi quanto la porta, muso da pugile rotto male.
Non particolarmente intelligente, ma tutti nella stanza sapevano che, quando le cose degeneravano, e degeneravano sempre, Pierino diventava improvvisamente una risorsa fondamentale.

La porta si aprì, la stanza tacque immediatamente. Rino Franceschini entrò senza fretta, cartellina sotto il braccio e sigaretta spenta all’angolo della bocca. Dietro di lui c’era Jackie Maravita.
L’effetto fu immediato. Franceschini apparteneva chiaramente a quel gruppo; non c’era bisogno che parlasse: lo spazio gli si organizzava automaticamente attorno.
Maravita invece sembrava un elemento estraneo. Elegante, asciutto, troppo civile per quella stanza piena di veterani.

Alcuni lo guardarono con aperta diffidenza. Rino appoggiò la cartellina sul tavolo.
«Bene.» Indicò Maravita col mento. «Lui è Jackie, lavora col SIM. Se rompe troppo il cazzo, potete anche ignorarlo.»

Qualcuno rise piano, Maravita sorrise appena.
«Molto ospitale.»
«È il meglio che riesco a fare.»

Franceschini accese finalmente la sigaretta.
«Jackie.»

Maravita fece un passo avanti e posò alcune fotografie sul tavolo.
«Il centro di Ronciglione è difeso da cinquantaquattro guardie permanenti.» Indicò la mappa. «Sentieri minati sui versanti nord, ovest e sud.»

Moretti fischiò piano.
«Simpatica gita.»

Maravita continuò:
«Però abbiamo una fonte interna.» Nessuno parlò. «La fonte ci ha fornito i passaggi sicuri usati dalle forze dello SPR.» Indicò alcune linee segnate a matita rossa. «Questi sono i varchi non minati.»

Benedetti si chinò immediatamente sulla mappa.
«E i rinforzi?»
«Paramilitari acquartierati a Capranica.» Maravita indicò il punto. «A sud del centro.»
«Tempo di reazione?» chiese Benedetti.
«Dipende da quanto casino facciamo.»
«Quindi poco,» commentò Moretti.

Franceschini si fece avanti, la stanza si concentrò immediatamente su di lui.
«Adesso il piano.» Indicò la costa. «La marina con un sottomarino ci porta qui.» Il dito batté sul litorale. «Lido di Tarquinia.» Nucci smise perfino di mangiare. «Sbarchiamo di notte coi gommoni.» Rino spostò il dito verso l’interno. «A terra ci aspettano uomini delle Forze di Autodifesa.»

Moretti sorrise storto.
«I Verdi. Fantastico, ci mancavano solo i partigiani.»

Franceschini ignorò il commento.
«Portano veicoli, documenti e coperture. Da lì arriviamo a Vetralla.» Indicò il paese. «E ci mischiamo alla popolazione.»

Nucci sbatté le palpebre.
«Come?»

Rino lo guardò.
«Travestiti da operai stradali.» Nella stanza scoppiò qualche risata.
Persino Benedetti abbassò la testa sorridendo. Moretti guardò Nucci.
«Pierino operaio stradale è credibilissimo.»

Nucci aggrottò la fronte.
«Che c’è?»
«Niente,» disse Benedetti. «Perfetto.»
Rino batté una mano sul tavolo.
«Finite di fare i coglioni.» La stanza tornò seria. «Faremo sopralluoghi nella zona.» Indicò il lago. «Entriamo probabilmente da est.»

Maravita aggiunse:
«La fonte sostiene che sia il lato meno controllato.»

Franceschini annuì.
«Obiettivi.» Alzò un dito. «Uno: neutralizzazione del laboratorio.» Secondo dito. «Due: esfiltrazione della fonte.» Terzo dito. «Tre: raccolta di prove sulle attività del centro.»
Silenzio.
Benedetti guardò la mappa.
«Parola d’ordine?»

Maravita prese un foglio.
«Domanda: “Com’è il lago?”» Fece una pausa. «Risposta: “Freddo abbastanza da nascondere i morti.”»

Per qualche secondo nessuno parlò. Moretti sbuffò piano.
«Madonna santa.»

Rino invece annuì soddisfatto.
«Perfetta.»

Moretti si massaggiò il volto.
«Io continuo a pensare che sia una missione suicida.»
«Probabile,» rispose Franceschini tranquillamente.

Poi guardò tutti gli uomini nella stanza. Uno per uno.
«Però è la prima volta da anni che possiamo davvero colpire qualcosa che conta.» Silenzio. «Quindi adesso vi fate passare le paranoie, studiate le mappe…» Indicò Ronciglione. «…e preparatevi a entrare all’inferno.»

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CXL

FRASSINETO, MONTI DEL VELINO – 9 gennaio 1996, mattina

Gianna si stava infilando il cappotto quando sentì i passi. Si fermò.
Non erano i passi che conosceva. A Frassineto tutti camminavano in un certo modo: c'era chi trascinava leggermente una gamba, chi batteva il bastone sul selciato, chi aveva l'andatura veloce di chi andava ai campi prima dell'alba.
Quelli no. Erano pesanti, ritmici. Metallici.
Tac. Tac. Tac. Tac.
Scarponi.

Gianna rimase immobile nella stanza, per alcuni secondi non respirò nemmeno. Poi si avvicinò lentamente alla finestra, e appoggiò gli occhi a una fessura della persiana. All'angolo della strada c'era un uomo armato. Mimetica desertica, fucile a tracolla, una fascia azzurra stretta attorno al braccio sinistro.
Gianna sentì il cuore accelerare. Per paura, per adrenalina, forse per entrambe le cose.
Si allontanò immediatamente dalla finestra. Entrò in cucina, suo fratello la osservava dalla fotografia attaccata al frigorifero. Per un istante il suo sguardo si fermò lì. Poi prese una sedia, la trascinò sotto il pensile e salì. Dal ripiano più alto tirò fuori una vecchia scatola da scarpe.
La aprì. Dentro c'era una pistola. Nera, pesante, oliata con cura. Era appartenuta a suo padre.
Gianna la prese, scese dalla sedia, attraversò il corridoio, ed entrò in bagno. Sollevò il coperchio della cassetta del gabinetto. Dal fondo estrasse una scatola di latta cilindrica. Un tempo aveva contenuto pastelli colorati. Ora custodiva altro. La aprì, c’erano due caricatori, già pieni.

Li osservò per un istante, poi ne inserì uno nella pistola. Click.
Arretrò il carrello, un colpo entrò in canna. Il rumore le sembrò assordante.
Rimase immobile, in ascolto.
Nessuno aveva sentito.
O forse nessuno ci aveva fatto caso.

Si infilò l'arma nella tasca interna della giacca, prese la borsa della scuola. Spense la luce e uscì.

L'aria era fredda. Il paese sembrava diverso, come se durante la notte qualcuno avesse sostituito Frassineto con una copia imperfetta. I paramilitari erano ovunque. Sul tetto della farmacia, vicino al municipio, davanti al bar. Gianna abbassò lo sguardo e continuò a camminare.
Vide subito una differenza. Alcuni uomini avevano l'aspetto di veterani: volti consumati, barbe incolte, mimetiche desertiche scolorite dal sole africano. Erano probabilmente reduci della Mauritania.

Altri invece sembravano ragazzi troppo giovani. Diciassette anni, forse sedici. Qualcuno persino meno.
Tute da ginnastica, Jeans, felpe, scarpe da corsa. Armi militari, e la stessa fascia azzurra al braccio. Uno di loro stava fumando seduto sul cofano di una camionetta, un altro rideva sguaiatamente mentre raccontava qualcosa ai compagni. Non sembravano soldati, ma una banda di teppisti.
Gianna continuò a camminare.
Senza accelerare e senza rallentare, come una maestra diretta a scuola.
Nient'altro.

Quando arrivò davanti all'edificio scolastico tirò un sospiro quasi involontario.
Nessun militare, almeno per il momento. Entrò, l’atrio e i corridoi erano silenziosi. Troppo silenziosi.
La prima persona che incontrò fu il bidello Beppe.

«Ma gli altri?»
Beppe scosse la testa. «Nessuno.»
«Nessuno?»
«Nessuno.»

Poco dopo arrivò Francesca, la segretaria. Anche lei pallida, anche lei sola. Gianna guardò l'orologio.
Le otto e venti, le otto e venticinque, e poi le otto e trenta. La campanella suonò.
I bambini iniziarono ad arrivare.
Pochi. Molto pochi. Undici della sua classe, qualcuno delle altre.
Facce confuse, spaventate. Genitori nervosi.
Alle nove meno dieci l’atrio era ancora mezzo vuoto.

Alle nove precise accadde qualcosa. Una musica lontana. Strana. Un valzer.
Gianna alzò la testa. Anche i bambini lo sentirono.
Le note arrivavano dalla piazza, portate dall'aria fredda.
Un vecchio valzer. Allegro. Fuori posto. Inquietante.

Gianna si affacciò a una finestra.
Non vide la piazza, ma sentì distintamente la musica.
E qualcosa dentro di lei si irrigidì immediatamente. Come un animale che percepisce il pericolo prima ancora di vederlo.
Si voltò. Guardò i bambini, poi guardò Beppe e poi Francesca. Prese una decisione.
«Beppe.»
Il bidello si girò. «Sì?»
Gianna aprì leggermente la giacca. Mostrò la pistola, per appena un secondo. Ma bastò.
Gli occhi di Beppe si spalancarono, Francesca impallidì.

«Madonna benedetta...»
«Ascoltatemi.»
La voce di Gianna era fredda, controllata.

«Adesso prendiamo tutti i bambini.» Nessuno parlò. «Tutti.» Indicò le aule. «Nessuno resta qui.»
«Gianna...» balbettò Francesca.
«Fidati di me.» Silenzio. «Adesso.»

Qualcosa nel suo tono convinse entrambi. Forse la pistola, forse la calma nella sua voce, forse entrambe le cose. In pochi minuti radunarono tutti i bambini presenti.
Ventisette in totale. Qualcuno iniziò a fare domande.

«Maestra, dove andiamo?»
«È una gita?»
«Perché usciamo?»
«Che succede?»

Gianna sorrise, un sorriso che non arrivava agli occhi.
«Visto che oggi siamo in pochi, facciamo un gioco nuovo.»

Li condusse nel cortile sul retro, la musica continuava. Sempre più lontana. Sempre più inquietante.
Beppe raggiunse il vecchio cancello che dava su una stradina secondaria. Tirò fuori le chiavi, le mani gli tremavano.

«Svelto.»
La serratura scattò, il cancello si aprì. Dall'altra parte c'era una strada sterrata, poco usata, che saliva verso i boschi. Gianna guardò dietro di sé, verso il paese. Verso la musica. Per un attimo ebbe la sensazione di vedere qualcosa muoversi oltre i tetti. Poi si voltò.
«Andiamo.»

I bambini iniziarono a camminare, Beppe e Francesca li seguirono.
E pochi minuti dopo, mentre il valzer continuava a risuonare nella piazza di Frassineto, il piccolo gruppo scomparve tra gli alberi del bosco.

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CXLI

MEMORIALE DI GERMANO ANICIO

Se dovessi indicare il momento in cui compresi che l'Impero, così come lo avevamo conosciuto, era già finito prima ancora di essere formalmente abolito, non indicherei né il 12 novembre 1985 né la morte dell'Imperatore. Indicherei una riunione del Consiglio dei ministri tenutasi nel gennaio del 1986.
A leggere i giornali dell'epoca si sarebbe potuto pensare che il problema principale fosse la successione politica a Paolo VIII.
In realtà il problema principale era un altro. I soldi o, più precisamente, l'assenza dei soldi. Durante gli ultimi anni dell'Impero quasi tutti noi sapevamo che la situazione economica non fosse buona: la guerra in Mauritania costava enormemente, le entrate fiscali diminuivano a causa della recessione e, in generale, l'apparato statale diventava ogni anno più oneroso.

Ma nessuno conosceva davvero le dimensioni del problema, e per una ragione molto semplice: i numeri reali li conosceva soltanto l'Imperatore. Paolo VIII aveva accentrato nelle proprie mani una quantità tale di informazioni da rendere impossibile a chiunque avere una visione completa dello Stato.
Persino Stefani disponeva soltanto di dati parziali. Fu per questo che, durante quella riunione del gennaio 1986, la relazione del direttore generale della Banca Romana, Celestino Manna, ebbe l'effetto di una detonazione.

Ricordo ancora il silenzio della sala.
Manna leggeva dati, elencava numeri e percentuali, spiegava tabelle ma, più parlava, più diventava evidente che non stavamo ascoltando una relazione economica. Stavamo assistendo a un'autopsia.
Se l'Impero fosse stato una società privata, quel giorno avrebbe dichiarato fallimento e portato i libri in tribunale.

Il debito pubblico aveva superato abbondantemente il duecento per cento del prodotto interno lordo, il deficit era stabilmente oltre il dieci per cento, l'inflazione reale era molto superiore a quella pubblicata ufficialmente. Per finanziare il proprio funzionamento lo Stato era costretto a emettere titoli con rendimenti che nessun Paese sano avrebbe potuto sostenere a lungo.
Ricordo il dato che fece più impressione. Il sei virgola cinque per cento. Oggi può sembrare un numero astratto, ma all'epoca significava che i mercati finanziari consideravano Roma un debitore pericoloso.
Ancora peggio, gran parte di quei titoli era posseduta da investitori stranieri, soprattutto americani. Ciò significava che il governo non poteva nemmeno contare sulla tradizionale leva politica interna per gestire il debito.

Per alcuni minuti, terminata l'esposizione di Manna, nessuno parlò, nemmeno Stefani.
Lo vidi fissare le carte davanti a sé. Non sembrava sconvolto, sembrava arrabbiato. Molto arrabbiato. Non contro Manna, ma contro Paolo VIII. Credo che in quel momento abbia compreso fino in fondo quanto l'Imperatore avesse nascosto persino ai propri collaboratori più stretti.

Fu da quella riunione che nacque quella che in seguito venne definita "terapia d'urto". Molti ancora oggi la ricordano come una scelta ideologica, ma non lo fu. Fu una misura di emergenza brutale, impopolare ma necessaria.

Lo Stato iniziò a privatizzare praticamente tutto ciò che poteva essere venduto, gigantesche aziende pubbliche passarono ai privati. Stefani le definiva spesso, in privato, "carrozzoni putridi". Non era soltanto una battuta. Molte di quelle imprese sopravvivevano esclusivamente grazie ai trasferimenti pubblici e producevano perdite enormi.

Parallelamente iniziarono i tagli. Ovunque. Servizi sociali, sussidi, programmi assistenziali. Persino i benefici destinati ai veterani di guerra, una decisione che provocò enorme risentimento nelle Forze Armate. Fu inoltre introdotto il provvedimento più odiato di tutti, il prelievo forzoso del 2,3% sui depositi bancari.

Una misura che suscitò rabbia in ogni classe sociale ma che, in quel momento, consentì allo Stato di ottenere la liquidità necessaria per evitare il collasso immediato.
La terapia funzionò, almeno nel senso più limitato del termine. Roma non dichiarò bancarotta, l'inflazione venne gradualmente riportata sotto controllo, e i conti pubblici smisero di deteriorarsi.

Ma il prezzo fu enorme. Circa cinque milioni di persone persero il lavoro, intere aree industriali furono devastate. Famiglie che avevano vissuto per generazioni all'interno dell'economia imperiale si ritrovarono improvvisamente senza alcuna sicurezza.
Fu sicuramente in quegli anni che nacque gran parte del rancore sociale che avrebbe poi alimentato la crisi politica del decennio successivo.

Eppure, nemmeno questo rappresenta l'intera verità. Perché Stefani, pur smantellando l'economia imperiale, non rinunciò mai all'idea di controllarla. Anzi, in un certo senso la trasformò. Le aziende non erano più formalmente pubbliche, ma molte finirono nelle mani di imprenditori accuratamente selezionati. Uomini fedeli, affidabili e, soprattutto, politicamente allineati.
Ufficialmente si trattava di normali operazioni di mercato, ma nella pratica si sviluppò un sistema differente. Gli imprenditori ricevevano aziende, concessioni, protezioni e accesso privilegiato alle istituzioni. In cambio sostenevano il sistema; talvolta politicamente, talvolta finanziariamente, talvolta in modi meno confessabili.

Stefani non avrebbe mai definito quei rapporti come corruzione, né parlato di tangenti.
Aveva una concezione clientelare, quasi feudale, del potere: lo Stato concedeva protezione, i beneficiari restituivano fedeltà.

Nelle conversazioni private qualcuno iniziò a parlare di "tributi vassallatici". Un'espressione ironica, ma non del tutto inaccurata.
L'Impero era morto, tuttavia, guardando indietro, mi rendo conto che molte delle sue strutture sopravvissero. Semplicemente cambiarono nome.

[…]

Se il 1986 fu l'anno in cui salvammo l'economia dal collasso immediato, fu anche l'anno in cui ci illudemmo di aver salvato la Mauritania.
Le due questioni erano strettamente collegate. Il governo di Stefani si trovò davanti a un problema apparentemente insolubile.
Da una parte il ritiro dal Maghreb era politicamente inaccettabile. Nessuno, né tra i ministri né tra i vertici militari, era disposto ad assumersi la responsabilità di abbandonare una guerra costata centinaia di migliaia di vite e decenni di investimenti. Dall'altra parte, però, i conti pubblici rendevano impossibile una nuova escalation. Non c'erano i soldi, era una realtà tanto semplice quanto brutale.

La situazione militare era grave: Bescera era caduta; Algeri, Orano e Cesarea di Mauritania si trovavano sotto pressione crescente.
In alcuni ambienti governativi si iniziò persino a discutere della possibilità che l'intera presenza romana nel Maghreb potesse collassare nel giro di pochi mesi. Fu in quel contesto che prese forma l'Operazione Gaio Mario.

Il principale artefice fu il generale Sesto Silla, ma sarebbe scorretto non riconoscere il ruolo decisivo svolto da Emilio Paolo Mazurkiewicz, che allora iniziava a essere considerato uno dei migliori pianificatori operativi dell'esercito, e uno dei migliori teorici nell’uso delle forze speciali.

Sul piano strettamente militare, l'operazione fu un successo. Le offensive islamiste vennero respinte, le principali città furono salvate, le linee di comunicazione ristabilite. Nel corso del 1986 l'esercito romano tornò, sostanzialmente, sulle posizioni precedenti all'offensiva del novembre 1985.
Per molti osservatori ciò sembrò una vittoria; per molti politici fu una vittoria; per molti giornalisti fu una vittoria. Le mappe mostravano frecce che avanzavano nella direzione giusta, le città tornavano sotto controllo romano. I bollettini ufficiali parlavano di stabilizzazione.
Ma le mappe possono mentire.
O, più precisamente, possono nascondere il costo di ciò che rappresentano. Io ebbi accesso ai rapporti completi, e quei rapporti raccontavano una storia diversa.
Per ottenere quel risultato avevamo consumato i reparti migliori dell'esercito: paracadutisti e forze speciali in generale, oltre a varie unità professionali. I pochi soldati realmente addestrati a quel tipo di guerra.
Le perdite non erano state soltanto numeriche.
Erano state qualitative, ed esiste una differenza enorme tra perdere mille uomini qualsiasi e perdere cento uomini che non possono essere sostituiti. Noi avevamo perso soprattutto i secondi.

Tra il 1986 e il 1988 gran parte di quei reparti sarebbe rimasta incapace di sostenere operazioni di grande intensità.
Alcune unità esistevano ancora sulla carta, ma nella realtà erano gusci svuotati. Anche la logistica era tornata rapidamente ai problemi precedenti, ma con una differenza: avevamo meno mezzi, meno soldi, meno uomini e meno margine di errore.

Ricordo che in alcune riunioni private Mazurkiewicz utilizzava un'espressione molto efficace, ossia che avevamo "vinto una battaglia spendendo il capitale". E aveva ragione.
Vi era poi una questione che, per anni, evitammo accuratamente di affrontare: l'impiego di determinate armi. Durante Gaio Mario vennero utilizzate munizioni a grappolo e munizioni incendiarie al fosforo bianco in misura molto più ampia di quanto il governo abbia mai ammesso pubblicamente.

Gli obiettivi erano semplici: accelerare l'avanzata, ridurre i tempi operativi e limitare le perdite romane.
Da un punto di vista strettamente tattico, la scelta funzionò. Da un punto di vista morale, continuo a considerarla una delle pagine più vergognose di quella guerra.
All'epoca non dissi nulla, ancora una volta. Ancora una volta mi convinsi che fosse una necessità, e scelsi il silenzio.

Fu proprio osservando i limiti di quella vittoria che, nella primavera del 1987, iniziò una nuova fase. Le riunioni riservate al Quirinale divennero più frequenti. Molto più frequenti.
Non comparivano nei verbali ufficiali, non venivano annunciate. Talvolta non lasciavano alcuna documentazione scritta. Vi partecipavano, a seconda delle occasioni: Stefani; Anastasi; Taranto; Ramelli; alcuni dirigenti del CoSDi; e, talvolta, anch'io.

L'argomento era sempre lo stesso, ossia come porre fine alla guerriglia. Non come contenerla, né come ridurne l'impatto, ma come eliminarla definitivamente. Era evidente a tutti che l'esercito non possedeva più le risorse necessarie per sostenere una guerra infinita. E fu in una di quelle riunioni che Longino Ramelli avanzò una proposta destinata a cambiare il corso degli eventi.
All'epoca era ancora vicedirettore del CoSDi. Parlava poco, ascoltava molto. Quando interveniva, però, lo faceva sempre con estrema lucidità.
Ramelli sostenne che il problema non fosse la guerriglia: il problema, secondo lui, erano le persone che permettevano alla guerriglia di esistere, ossia le famiglie, i villaggi, le reti di sostegno. Tutte le comunità che fornivano rifugio, cibo, informazioni e reclute.

Secondo lui, colpire i guerriglieri era inefficiente. Bisognava colpire il loro ambiente. Ricordo ancora il silenzio che seguì le sue parole, perché tutti nella stanza capirono immediatamente cosa stesse suggerendo.
Ramelli non parlò mai apertamente di civili, non ne aveva bisogno. Usò termini come: "strutture di supporto", "reti territoriali", "ambienti collaborativi", "sistemi di sostegno insurrezionale".

Ma il significato era perfettamente chiaro. L'idea era impiegare reparti clandestini per condurre operazioni che l'esercito regolare non avrebbe potuto rivendicare pubblicamente. Quando quella riunione terminò, nessuno espresse entusiasmo. Nessuno applaudì, nessuno parlò di gloria.
Ricordo soltanto una sensazione diffusa, ossia la sensazione che stessimo attraversando una soglia. E che, una volta superata, sarebbe stato impossibile tornare indietro.

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CXLII

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 12 gennaio 1996, mattina

La luce grigia dell'alba filtrava dalle finestre del palazzo di Birsa. A quell'ora il palazzo era quasi silenzioso: i corridoi erano vuoti, gli uffici ancora chiusi; solo qualche soldato di guardia e pochi funzionari già al lavoro rompevano il torpore della mattina.

Livia attraversò il corridoio del suo appartamento in pantofole e con una vestaglia pesante sulle spalle. Aveva dormito poco; da quando Rino e gli altri erano partiti per Ronciglione, quattro giorni prima, il sonno era diventato ancora più leggero del solito.

Sapeva che il reparto era sbarcato, sapeva che erano riusciti a entrare nell'area operativa. Poi più nulla, ed era previsto così. Nessun contatto, nessuna comunicazione, nessuna notizia. Per giorni.
Aprì la porta del piccolo tinello dell'appartamento e si diresse verso la moka che aveva preparato la sera precedente. Solo allora si accorse di non essere sola.
Teo Lori era seduto al tavolo. Davanti a lui c'erano una tazza ormai vuota, un posacenere pieno e un grosso fascicolo. Il memoriale di Anicio. Livia si fermò sulla soglia.

«Sei ancora qui?»
Teo alzò lentamente lo sguardo, gli occhi arrossati tradivano una notte passata senza dormire.
«Direi che ormai si può parlare di stamattina.»
Livia indicò il fascicolo.
«L'hai letto tutto?»
Teo sospirò, posò una mano sulle pagine.
«Mi mancano una decina di fogli.» Fece una pausa. «Tu?»
Livia annuì. «Finito ieri sera.»

Per alcuni secondi nessuno disse nulla, si sentì soltanto il rumore del fornello sotto la moka. Teo abbassò lo sguardo sul memoriale.

«Ci sono cose che non pensavo di leggere.»
«Nemmeno io.»
«Eppure le sospettavamo.»
Livia rimase in piedi vicino ai fornelli. «Sospettare una cosa e leggerla nero su bianco sono due esperienze diverse.»
Teo annuì lentamente. «Già. Hai parlato con tua madre?»

Livia capì immediatamente a cosa si riferisse.
«Sì.»
«E?»
Lei rimase qualche secondo a osservare la moka. «Ha confermato.»
«I conti all'estero?»
«Sì.»
«In America?»
«Anche.»
Teo si passò una mano sulla fronte. «Quanti soldi?»
Livia chiuse gli occhi. «Troppi.»
La risposta arrivò secca, definitiva. Teo non insistette. Capì dal tono che non avrebbe ottenuto cifre, e forse era meglio così. Dopo qualche secondo Livia aggiunse:
«Io, Antonino ed Egidio ne abbiamo parlato.»
«E?»
«Quei soldi non sono nostri.»
Teo la guardò. «Intendi restituirli?»
«Sì.»
«Tutti?»
«Tutti quelli che riusciremo a rintracciare.» La moka iniziò a borbottare, Livia abbassò la fiamma. «Sono soldi sottratti al popolo romano.»

Teo non replicò, era d’accordo; si limitò ad annuire. Livia versò il caffè in due tazzine, ne porse una a Teo, che la accettò.

«Sai qual è la cosa che mi ha colpito di più?» chiese dopo un po'.
«Cosa?»
«Che Anicio non cerca di assolversi.»
Livia sorrise appena. «No.»
«Avrebbe potuto.»
«Lo so.»
«Invece continua a ripetere che era lì.»
«Perché era lì.»
Teo bevve un sorso. «Fa quasi più male per questo.»

Livia si sedette di fronte a lui. Per alcuni secondi fissò il vapore che saliva dalla tazzina, poi, quasi all'improvviso, cambiò argomento.

«Chissà dove si trova adesso Rino.»
Teo sollevò un sopracciglio. «A giudicare da come lo conosco?»
«Dimmi.»
«Probabilmente sta litigando con qualcuno.»
Livia rise, una risata breve ma sincera. «Possibile.»
«O sta prendendo in giro Maravita.»
«Anche.»
«O entrambe le cose.»
«Molto più probabile.»

Per la prima volta da diversi minuti l'atmosfera si alleggerì. Livia scosse la testa.
«Sai una cosa?»
«Cosa?»
«Mio padre aveva una sua ‘teoria’ su Rino.»
Teo sorrise.
«Ho paura a chiedere.»
«Quando eravamo ragazzini e Rino combinava qualche disastro, lui diceva sempre la stessa frase.»
«Ovvero?»
Livia appoggiò la tazza sul tavolo.
«L'erba cattiva non muore mai.»
Teo scoppiò a ridere. «Mi sembra una definizione perfetta.»
«Vero?»
«Assolutamente.»
«E la cosa peggiore è che Rino ne sarebbe orgoglioso.»
«Ne sarebbe immensamente orgoglioso.»

Rimasero qualche secondo in silenzio. Poi Teo guardò fuori dalla finestra, l'alba stava finalmente rischiarando il cielo sopra Cartagine.

«Tornerà.»
Livia seguì il suo sguardo. «Lo so.»
«Ne è sempre tornato.»
«Sì.»

Per un istante le venne in mente l'immagine di Rino diciassettenne, spettinato, arrogante e convinto di essere immortale. Poi quella del colonnello che pochi giorni prima aveva lasciato Birsa con diciassette uomini alle spalle e un piano che poteva cambiare il corso della guerra.
Due persone diverse, eppure la stessa persona.
L'erba cattiva non muore mai. Livia abbassò lo sguardo sulla propria tazza. E, per la prima volta quella mattina, sperò che suo padre avesse avuto ragione.

.

CXLIII

VETRALLA – 17 gennaio 1996, mattina

L'alba stava appena iniziando a rischiarare le colline della Tuscia. La notte era stata fredda, una nebbia sottile ristagnava tra i campi e gli alberi spogli, avvolgendo la campagna in una luce grigia e lattiginosa.
L'ex ristorante si trovava alla fine di una strada secondaria sterrata. Un edificio basso, chiuso da anni, con le finestre sbarrate e l'insegna ormai scolorita dal tempo.
Quando i primi uomini comparvero tra gli alberi, le sentinelle all'esterno portarono automaticamente le mani alle armi. Poi riconobbero la sagoma di Franceschini, e tirarono un sospiro di sollievo.
La porta si aprì, Rino entrò per primo. Aveva il volto sporco di fuliggine e terra. Dietro di lui comparvero gli altri. Dodici uomini stanchi, coperti di fango ma vivi. Quasi tutti.
Maravita si alzò immediatamente dal tavolo su cui aveva steso alcune mappe.

«Allora?»
Franceschini si lasciò cadere su una sedia. «Allora abbiamo un problema in meno.»
Benedetti si versò un bicchiere d'acqua senza chiedere il permesso, Moretti si accese una sigaretta, Nucci andò direttamente verso una pentola dimenticata sul fornello.

«Ci sono avanzi?»
«Pierino, sono le sei del mattino.»
«Appunto.»
«Hai appena combattuto una battaglia.»
«E mi è venuta fame.»

Nessuno trovò niente da obiettare, Maravita ignorò la scena.
«Com'è andata?»
Franceschini si passò una mano sugli occhi. «Due morti.» Nella stanza calò il silenzio.
«Chi?»
«Mariani e Corsi.»

Maravita abbassò lo sguardo, nessuno parlò per qualche secondo. Poi Rino continuò.
«Ma il lavoro è fatto.»
«Confermato?»
«Confermato, Ronciglione non costituisce più una minaccia.»

Maravita restò immobile, come se volesse essere certo di aver sentito bene.
«Sicuro?»
«Sicuro.»

Benedetti intervenne:
«Se là dentro è rimasto qualcosa di utilizzabile, io mi faccio monaco.»
«Non dire bestemmie.»
«Non era una bestemmia.»
«Conoscendoti sì.»

Qualcuno rise, la tensione si allentò per qualche istante. Poi Franceschini indicò una figura seduta in disparte.
Un uomo magro con gli occhiali, il volto scavato, ancora visibilmente sotto shock.
«E abbiamo lui.»
Maravita osservò il nuovo arrivato. «Dottor Colombo?»

L'uomo annuì.
«Angelico Colombo.»
«Piacere di conoscerla.»
«Il piacere non è reciproco.»
Maravita sorrise. «Comprensibile.»

Colombo sollevò una borsa di cuoio che teneva stretta tra le gambe.
«Qui dentro ci sono tre floppy disk.»
Tutti nella stanza lo guardarono.
«E?»
«E dentro quei floppy c'è abbastanza materiale da mandare alla forca mezza dirigenza del progetto.»
Maravita rimase in silenzio. «Ne è sicuro?»
«Ho lavorato con Rambaldi per anni.» La voce gli tremò leggermente. «So cosa c'è dentro.»

Franceschini aggiunse:
«Se anche solo metà di quello che dice è vero, abbiamo materiale per un processo.»
«E i paramilitari?»
«Non si sono fatti vedere.»
«Nemmeno uno?»
«Qualche movimento in lontananza.»
«Reazione?»
«Nessuna.»

Franceschini si appoggiò allo schienale.
«Credo abbiano pensato di essere sotto attacco da parte di una forza molto più grossa.»
«Che non era una cattiva idea.»
«No.»
«Per una volta il panico ha lavorato per noi.»
Benedetti annuì. «È sorprendentemente collaborativo, il panico.»

Maravita aprì una cartina, poi il suo volto tornò serio.
«Adesso viene il problema.»
Rino capì immediatamente. «La costa.»
Maravita annuì. «Abbiamo osservato movimenti durante tutta la notte.» Indicò una strada. «Qui.» Poi un'altra. «E qui.»
«Blindati?»
«Sì.»
«Quanti?»
«Abbastanza.»

Franceschini non sembrò sorpreso.
«Hanno chiuso la strada verso il mare.»
«Esatto.»
«Quindi niente sottomarino.»
«Niente sottomarino.»

Per alcuni istanti la stanza rimase silenziosa, poi Nucci, che aveva finalmente trovato qualcosa da mangiare, chiese:
«E adesso?»
Franceschini si voltò verso la mappa, sembrava quasi divertito.
«Adesso facciamo una cosa molto semplice.»
«Ovvero?»
«Andiamo dalla parte opposta.»
Maravita incrociò le braccia.
«Rieti?»
«Rieti.»
«Ne sei sicuro?»
«Sì.»
Franceschini si alzò. «Lo sapevamo già prima di partire.» Indicò la mappa delle zone montuose. «I Verdi stanno dando ai prischiani più problemi di quanti vogliano ammettere.»

Maravita annuì.
«Confermato.»
«E nelle ultime settimane a Vetralla ho avuto modo di conoscere alcuni dei loro ufficiali.»
«Anch'io.»
«Gente strana.»
«Molto.»
«Ma affidabile.»
«Abbastanza.»

Franceschini sorrise.
«Per gli standard di questa guerra, è già tanto.» Qualcuno rise. «Se raggiungiamo il Territorio Libero, siamo fuori dalla loro portata.»
«E da lì?»
«Da lì ci organizzeremo.»
«Per tornare a Cartagine?»
«Esatto.»

Maravita guardò gli uomini presenti nella stanza. Poi Colombo, poi la borsa coi floppy disk, poi la mappa. Infine, annuì.
«Va bene.»
Franceschini si batté una mano sulla coscia. «Perfetto.» Poi guardò gli uomini. «Dieci minuti.»
«Dieci?» protestò Nucci.
«Quindici.»
«Meglio.»
«Poi ci muoviamo.»
«Verso Rieti?»
«Verso Rieti.»

Fuori, oltre le finestre sporche dell'edificio abbandonato, il sole iniziava finalmente a emergere oltre le colline. La parte più difficile della missione era terminata.
Adesso cominciava il ritorno.

.

CXLIV

PRATOIANNI – 19 gennaio 1996, sera

Il monastero secoli prima doveva essere stato un luogo di silenzio e preghiera.
Adesso era una fortezza. Le finestre erano state murate o rinforzate con sacchi di sabbia. Nei corridoi si vedevano casse di munizioni, radio da campo, coperte militari. All'esterno, uomini armati pattugliavano continuamente il perimetro.
Eppure, nonostante tutto, conservava ancora qualcosa della sua natura originaria. Forse il freddo della pietra, forse il profumo di legno vecchio, forse il silenzio delle montagne. Nello stanzone che ospitava sfollati e rifugiati, quasi tutti dormivano. I bambini erano accatastati sotto pile di coperte recuperate chissà dove.
Alcuni russavano, altri stringevano peluche o zaini.
Gianna era seduta contro una parete. Una lampada a petrolio illuminava appena le pagine del libro che teneva sulle ginocchia. Non stava davvero leggendo; da giorni si sorprendeva a fissare la stessa pagina senza assorbirne una sola parola.
Era stanca, più stanca di quanto avesse mai creduto possibile.
Eppure, il sonno non arrivava.
Ogni tanto alzava lo sguardo verso i bambini. Ventisette, tutti vivi. Quello bastava.
Per il resto avrebbe pensato più avanti.

Fu allora che sentì delle voci provenire dal corridoio.
Rumore di scarponi, persone che entravano. Qualcuno che rideva, qualcun altro che si lamentava. Gianna chiuse il libro, si alzò lentamente, attraversò la porta e si affacciò nel corridoio.
Per un istante il cuore le si fermò.
Uomini armati, divise, fucili. L'istinto le fece fare mezzo passo indietro.
Poi notò un particolare. Le mostrine, e soprattutto l'atteggiamento degli uomini delle Forze di Autodifesa che li stavano accompagnando.
Non erano nemici, erano ospiti. Uno dei partigiani le passò accanto.
«Sono quelli di Ronciglione.» disse quasi con orgoglio. «Quelli del raid.»

Gianna sbatté le palpebre. Aveva sentito le voci, tutti ne parlavano da ventiquattr'ore. Una squadra arrivata da Cartagine, un laboratorio distrutto, documenti recuperati. Nessuno però sembrava sapere molto altro.
E adesso erano lì, davanti a lei. Tra tutti gli uomini, uno attirava inevitabilmente l'attenzione.
Non era il più alto, non era il più grosso. Ma sembrava il centro di gravità del gruppo.
Camminava davanti agli altri, quando parlava, gli altri ascoltavano. E persino i guerriglieri dei Verdi gli lasciavano spontaneamente spazio.
Il colonnello Rino Franceschini.

Gianna lo riconobbe quasi subito. Non perché lo avesse mai incontrato, ma perché ne aveva sentito parlare. Veterano della Mauritania, paracadutista, eroe di guerra. Uno di quei personaggi che sembravano usciti da una leggenda.

Rino stava parlando con un comandante dei Verdi quando si accorse della donna che lo osservava.
I loro sguardi si incrociarono. Lui sorrise, Gianna, istintivamente, abbassò gli occhi. Poi si diede mentalmente della stupida. Aveva ventisette anni, non quindici. Pochi minuti dopo lo ritrovò vicino a una stufa improvvisata. Da vicino appariva più giovane di quanto immaginasse, molto più giovane. E molto meno solenne.

«Lei è la maestra?» chiese lui.
«Come fa a saperlo?»
«Me l'hanno detto.»
«Chi?»
«Tutti.»
Gianna rise. «Questa non è una risposta.»
«È la migliore che ho.» Rino si sedette su una cassa di legno.
«Lei invece è il colonnello Franceschini.»
«Temo di sì.»
«Teme?»
«Se uno continua a chiamarmi colonnello significa che probabilmente devo lavorare.»
«Mi sembra una teoria valida.»
«Grazie.»
Per qualche secondo restarono in silenzio, poi Gianna indicò il gruppo dei paracadutisti.
«È andata bene?»
Rino fece una smorfia. «Abbastanza.»
«Abbastanza?»
«Due uomini morti.» La risposta arrivò senza enfasi, senza retorica.
Gianna abbassò lo sguardo. «Mi dispiace.»
Rino annuì. «Anche a me, ma abbiamo fatto quello che dovevamo fare.»

Gianna notò che parlava dei morti con rispetto, ma senza lasciarsi schiacciare dal peso della cosa. Come qualcuno che aveva già imparato da tempo a convivere con certe perdite.

«E lei?» domandò lui.
«Io cosa?»
«Come è arrivata qui?»
Gianna sospirò. «A piedi.»
«Da Frassineto?»
«Sì.»
«Con tutti quei bambini?»
«Sì.»
«È matta.»
«Probabile.»
«Io avrei protestato.»
«L'hanno fatto.»
«I bambini?»
«No. Gli adulti.»
Rino rise, una risata franca. «Questa era bella.»
E così, quasi senza accorgersene, iniziarono a raccontarsi. Rino parlò della missione, senza entrare nei dettagli più delicati. Gianna raccontò della scuola, del paese, della fuga, delle notti passate a rassicurare bambini terrorizzati. A un certo punto il discorso scivolò su tempi più lontani.

«Io ho fatto l’università a Roma.» disse Gianna.
«Cosa studiava?»
«Scienze della formazione.»
«Quindi ha sempre voluto fare la maestra.»
«Da quando avevo otto anni.»
«Che strana persona.»
«Me lo dicono spesso.»
«Io volevo fare il centravanti dello Sporting.»
Gianna scoppiò a ridere. «Davvero?»
«Certo.»
«E invece è diventato colonnello.»
«La vita è crudele.»
Lei sorrise. «Andavo spesso allo stadio.»
«Davvero?»
«Quando studiavo a Roma.»
«Sporting?»
«Sporting.»
«Non ci credo.»
«Perché?»
«Perché nessuno ammette una cosa del genere spontaneamente.»
«Io sì.»
«Allora è veramente una tifosa.»
«Lo ero.»
«Lo è ancora.»
Gianna scrollò le spalle.
«Forse.»
Rino la osservò per un istante.
Poi, con aria cospiratoria, aprì leggermente la giacca mimetica, sotto la divisa comparve una maglia bianco-verde. Consumata ma inconfondibile. Gli occhi di Gianna si spalancarono.

«No.»
«Sì.»
«Lei è serio.»
«Serissimo.»
«Tiene una maglia dello Sporting sotto la mimetica?»
«Sempre.»
«Perché?»
«Porta fortuna.»
«Non è normale.»
«Mai sostenuto di esserlo.»

Gianna rise di nuovo. Più forte, più spontaneamente. Era la prima volta da giorni, forse da settimane.
Attorno a loro il monastero continuava a vivere la sua notte di guerra. Eppure, per qualche minuto, tutto quello sembrò allontanarsi. Restarono solo Gianna e Rino.

.

CXLV

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – Notte tra il 19 e il 20 gennaio 1996

La notte era ancora profonda quando l’interfono squillò nell'appartamento di Livia.
Un suono secco, inaspettato. Livia aprì gli occhi di scatto, per un istante rimase immobile nel letto, cercando di capire se stesse sognando. Poi l’interfono tornò a suonare.
Si alzò, attraversò la stanza al buio e sollevò la cornetta.

«Sì?»
Dall'altra parte riconobbe immediatamente la voce del generale Mazurkiewicz.
«Presidente.»
«Generale?»
«Mi scusi per l'ora. Potrebbe raggiungerci in centrale operativa?»

Livia percepì qualcosa nel tono della sua voce. Non paura, qualcosa di diverso.
«È successo qualcosa?»
«Preferirei parlarne di persona.»
Un breve silenzio. «Arrivo.»

Riagganciò. Dieci minuti dopo stava attraversando i corridoi semideserti del palazzo di Birsa. Le luci notturne lasciavano ampie zone d'ombra lungo le pareti.
Quando raggiunse la sala operativa trovò già tutti presenti: Mazurkiewicz, Anicio, Teo, Giulio Marcello, l'ammiraglio Francesco Tullio-Cicero.

Nessuno sembrava aver dormito. Sul tavolo erano sparse mappe militari, fogli di appunti e tazze di caffè. Mazurkiewicz fu il primo a parlare.
«Grazie per essere venuta così rapidamente.»
«Cos'è successo?»

Il generale si scambiò uno sguardo con Marcello, poi andò subito al punto.
«Il raid su Ronciglione ha avuto conseguenze più rapide del previsto.»
Livia si fermò. «Franceschini?»
«Sta bene.» La risposta arrivò immediatamente. «La conferma radio ricevuta ieri era autentica. Il laboratorio è stato neutralizzato.»
Livia annuì. «E quindi?»
«Quindi» proseguì Marcello «qualcuno dall'altra parte ha deciso di muoversi.» Indicò un telefono satellitare appoggiato sul tavolo. «Circa venti minuti fa abbiamo ricevuto una chiamata.»
«Da chi?»
«Da un generale dello SPR.»

Per la prima volta Livia rimase sinceramente sorpresa.
«Un generale?»
«Sì.» Mazurkiewicz annuì. «E insiste per parlare con lei.»

La presidente osservò il telefono, poi fece un respiro profondo.
«Bene.» Prese posto. «Mettiamolo in linea.»

Marcello compose il numero. Mentre digitava le cifre mormorò «Numero svedese. Starà usando una scheda straniera per non essere intercettato.»
Dopo alcuni secondi, la comunicazione si stabilì.
Un fruscio, poi una voce controllata. Militare.
«Qui Niccolini-Stampa.»

Livia si avvicinò al microfono del vivavoce.
«Presidente Livia Salvio-Stefani.»
«Grazie per aver accettato questa conversazione.»
«Generale, potrebbe presentarsi?»
«Proconsole generale Pietro Angelo Niccolini-Stampa. Comandante della 71° Divisione Fucilieri Motorizzati "Marcomannica".»

Livia notò Anicio irrigidirsi leggermente. Era un nome importante, non uno qualsiasi.
«La ascolto.»
Dall'altra parte ci fu una breve pausa, come se il generale stesse scegliendo con attenzione ogni parola.
«Presidente, sarò diretto.»
«Apprezzerei.»
«La situazione interna allo SPR si sta deteriorando rapidamente.» Nessuno nella stanza parlò. «Gli avvenimenti di Ronciglione hanno avuto un impatto considerevole.»
«Immaginavo.»
«Più di quanto immagini.» La voce del generale rimase perfettamente controllata. «Diversi ufficiali superiori hanno perso fiducia nel governo.»
«E lei è uno di loro?»
«Sì.» Silenzio, poi il generale proseguì. «Non sono il solo.»
Livia si appoggiò allo schienale. «Continui.»
«Io e altri comandanti stiamo valutando la possibilità di agire per rimuovere Lucilio Prisco dal potere.»

La frase cadde nella stanza come un masso. Nessuno si mosse, nessuno parlò.
«Capisco» disse infine Livia.
«Tuttavia,» continuò Niccolini-Stampa «non intendiamo sostituire un'autorità illegittima con un'altra.»
«In che senso?»
«Nel senso che non desideriamo passare alla storia come traditori dello Stato.» La formulazione era diplomatica, molto diplomatica. Ma il significato era chiarissimo. «Vorremmo agire come parte delle istituzioni legittime della Repubblica.»
«E quindi?»
«Vorremmo operare con il consenso del governo di Cartagine.»

Livia abbassò lo sguardo verso il tavolo, per qualche secondo nessuno parlò. Infine, disse:
«Generale, mi conceda quindici minuti.»
«Certamente.»
«La ricontatteremo entro un quarto d'ora a questo stesso numero.»
«Attenderò la vostra decisione.»

La comunicazione si interruppe, nella stanza calò il silenzio.
Fu Teo a romperlo. «Beh.»
Nessuno rispose. Anicio fu il primo ad articolare un pensiero compiuto.
«Se è vero, la guerra è finita.»
«Potrebbe esserlo» corresse Mazurkiewicz.
«Sempre che non sia una trappola» osservò Teo.
«Non lo è.» gli rispose Marcello.
Tutti si voltarono verso di lui. «Come fai a esserne così sicuro?» domandò Tullio-Cicero.
Marcello scrollò le spalle. «Perché se fosse una trappola non avrebbero bisogno di organizzare una conversazione del genere.»
Mazurkiewicz annuì. «Concordo.»
Anicio si passò una mano sul volto. «Abbiamo sempre detto che l'esercito era il vero pilastro di Prisco, e ora quel pilastro si sta incrinando.»

Livia osservò uno dopo l'altro i presenti. Nessuno sembrava contrario, nemmeno lontanamente.
«Qualcuno pensa che dovremmo rifiutare?»
Nessuna risposta.
«Generale?» domandò a Mazurkiewicz.
«No.»
«Ministro?»
Anicio scosse la testa. «No.»
«Teo?»
«Sarebbe follia rifiutare.»
«Marcello?»
«Accettiamo.»
«Ammiraglio?
«Concordo con gli altri.»

Livia rimase in silenzio ancora qualche secondo, poi annuì.
«Bene.»

Marcello ricompose il numero, passarono pochi istanti. La linea si aprì.
«Niccolini-Stampa.»
«Presidente Salvio-Stefani.»
«Avete preso una decisione?»
«Sì.»
Livia guardò per un istante i volti attorno a sé. Poi parlò. «Il Governo di Salvezza Nazionale accetta la vostra proposta.»
Dall'altra parte della linea ci fu una pausa.
«Grazie, Presidente.»
«A una condizione.»
«Vi ascolto.»
«Nessuna vendetta, nessuna epurazione, nessuna resa dei conti personale. Se agite, agite per ristabilire la legalità repubblicana.»
«È anche la nostra intenzione.»
«E Lucilio Prisco?»
Ci fu una pausa.
«Se si arrenderà, verrà arrestato.»
«Bene.»
«E se non si arrenderà...» Niccolini-Stampa lasciò la frase sospesa, nessuno nella stanza ebbe bisogno di sentirla completata. Livia chiuse gli occhi per un istante.
«Quando intendete muovervi?»
«Domani.» La risposta arrivò immediata. «Alcune unità sono già state informate. Altre riceveranno gli ordini nelle prossime ore.»

Mazurkiewicz si inserì nella conversazione. «Quante forze avete?»
«Abbastanza. Abbastanza per prendere il controllo di Roma entro poche ore.»

Anicio espirò lentamente, Teo si passò una mano sugli occhi.
«Chi altro è con voi?» domandò Livia.
«Preferirei non fare nomi al telefono.»
«Comprensibile.»
«Ma non sono solo.»
«Bene.»
«Vi terrò aggiornata sugli sviluppi.»
«Fatelo.»
«Buona fortuna, Presidente.»
«Ne avrete più bisogno voi.»

La linea si interruppe, per alcuni istanti nessuno disse nulla. Si sentiva soltanto il ronzio degli apparati radio da una stanza vicina. Poi Mazurkiewicz si lasciò andare contro lo schienale della sedia.
«Se mantiene la parola, è finita.»
«Non ancora» rispose Anicio.
«No.» Il generale annuì. «Non ancora.»
Teo guardò Livia. «Riesci a crederci?»
Livia rimase qualche secondo in silenzio. Poi scosse lentamente la testa.
«No.»
Marcello sorrise. «Nemmeno io.»

Livia si avvicinò alla finestra. Fuori, oltre i vetri, Cartagine dormiva. Le luci del porto brillavano nel buio, il mare era invisibile. Per un momento le sembrò di sentire soltanto il vento.
Nient'altro. E per la prima volta dopo molto tempo si ritrovò a pensare una cosa che aveva quasi dimenticato.
Forse. Forse stavano davvero arrivando alla fine.

.

CXLVI

CANALE 1 – DIRETTA DA PIAZZA SAN GIOVANNI, 20 GENNAIO 1996 – Ore 16:03

[SIGLA DEL TELEGIORNALE]

ANNUNCIATORE: Buon pomeriggio, cittadini della Repubblica Popolare Romana. Ci colleghiamo ora in diretta da piazza San Giovanni, dove il Presidente Lucilio Prisco terrà un importante discorso alla nazione in questo momento decisivo della nostra storia.
Vediamo le immagini.

[INQUADRATURA DEL PALCO]

Le telecamere mostrano il palco allestito davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano. Le riprese evitano accuratamente di mostrare gli spazi vuoti della piazza, concentrandosi sui gruppi più numerosi presenti sotto il palco. Ragazzi armati con fasce azzurre al braccio, che imbracciano stendardi imperiali.
Applausi registrati vengono mescolati all'audio ambientale.

Il Presidente Lucilio Prisco sale sul palco. Indossa una divisa militare scura, nella mano destra impugna un fucile automatico.

[APPLAUSI]

PRISCO: Romani! [APPLAUSI]
Romani fedeli! Figli dell'Impero! Figli degli Dei immortali!
Oggi vi guardo e vedo nei vostri occhi la stessa fiamma che ardeva nei petti dei nostri antenati quando Roma conquistò il mondo! [APPLAUSI]
Ci dicono che siamo sconfitti. Ci dicono che la guerra è perduta. Ci dicono che dobbiamo inginocchiarci davanti ai traditori di Cartagine. Ebbene...
Io dico di no! [APPLAUSI]
Io dico che Roma non si inginocchia! Mai! Per nessuno! [APPLAUSI]
Per troppo tempo siamo stati governati da uomini deboli. Da uomini che hanno tradito gli Dei. Da uomini che hanno tradito la missione eterna di Roma. Hanno riempito le nostre città di dubbi. Hanno profanato il nostro spirito. Hanno trasformato il nostro popolo in un gregge. Ma il tempo della debolezza è finito! [APPLAUSI]
Roma deve tornare a essere Roma, non una copia sbiadita di nazioni straniere. Non una colonia spirituale. Non una provincia dell'anima. Roma! Roma eterna! Roma invincibile! [APPLAUSI]

Guardate quelle chiese! [PRISCO INDICA LA BASILICA ALLE SUE SPALLE] Guardate quei muri! Quante menzogne vi sono state raccontate là dentro? Quanti secoli di vergogna? Quanti secoli di schiavitù? Io vi dico che verrà il giorno in cui quei templi saranno restituiti agli Dei! [APPLAUSI] Il giorno in cui i loro altari torneranno a ospitare il fuoco sacro! Il giorno in cui il Sole Invitto tornerà a illuminare Roma! Il giorno in cui gli Dei torneranno a camminare tra il loro popolo! [APPLAUSI]

E verrà un nuovo Imperatore! Un Imperatore degno di questo nome! Un Imperatore che non si inginocchi davanti a sacerdoti stranieri! Un Imperatore che guardi al cielo e riconosca gli Dei dei suoi padri! [APPLAUSI] Molti di voi hanno paura. Lo so. Vedo la paura. Sento la paura.
Ma la paura è il linguaggio di chi non ha fede. La fede vede ciò che gli occhi non vedono. La fede comprende ciò che i codardi ignorano.

[PRISCO SOLLEVA IL FUCILE] Ci sono armi. Armi che cambieranno il destino della guerra. Armi che i nostri nemici non possono nemmeno immaginare. Armi che spezzeranno la loro arroganza. [APPLAUSI]
I traditori credono di aver vinto. Credono che basti distruggere un edificio. Credono che basti assassinare qualche soldato. Credono che basti una menzogna trasmessa dalle loro radio clandestine.
Sciocchi! [APPLAUSI] L'opera degli Dei non può essere fermata! La volontà degli Dei non può essere fermata! Roma non può essere fermata! [APPLAUSI]

E a chi pensa di poter alzare la mano contro l'Impero... [PRISCO SOLLEVA IL FUCILE SOPRA LA TESTA] ...rispondo con questo. [APPLAUSI] Con questo! E con milioni di altri come questo! [APPLAUSI]

Combatteremo. Combatteremo nelle città. Combatteremo nelle campagne. Combatteremo nelle montagne. Combatteremo nelle strade. Combatteremo ovunque! [APPLAUSI] E gli Dei giudicheranno chi sarà degno di sopravvivere!
Roma vincerà!
L'Impero vincerà!
Gli Dei vinceranno!
Ave Roma!

[FINE DEL DISCORSO]

ANNUNCIATORE: Avete ascoltato il Presidente Lucilio Prisco nel suo discorso alla nazione. Canale 1 proseguirà la propria programmazione speciale dedicata alla situazione politica e militare del Paese.
Ave Roma.

[SIGLA DI CHIUSURA]

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CXLVII

PRATOIANNI – 20 gennaio 1996, pomeriggio

Il pomeriggio era freddo, ma per la prima volta da giorni nel monastero di Pratoianni si respirava qualcosa che assomigliava alla normalità.

Nello stanzone principale, dove un tempo i monaci avevano consumato i loro pasti in silenzio, adesso risuonavano le voci dei bambini. Ventisette superstiti, ventisette piccoli profughi. E in mezzo a loro, seduto su una cassa di legno rovesciata, c'era Rino Franceschini.

«E allora il sergente Moretti mi fa: "Colonnello, questo ponte non reggerà mai!"»
«E poi?» chiese uno dei bambini.
«E poi aveva ragione.» Scoppiò una risata generale.
«È caduto?»
«No, perché prima che cadesse ci siamo tolti di mezzo.»
«E i cattivi?»
«Sono caduti loro.» Altra risata.

Rino si era rapidamente adattato al proprio pubblico. Le storie erano vere, più o meno. I dettagli più sanguinosi sparivano, le morti diventavano catture, le esplosioni diventavano incidenti spettacolari. La guerra diventava un'avventura.
Gianna, seduta poco distante con un libro sulle ginocchia, osservava la scena. Era strano vedere quell'uomo. Quando lo aveva incontrato la sera prima le era sembrato quasi una figura leggendaria, il comandante del raid contro Ronciglione. L'eroe di cui parlavano tutti.
Adesso invece era inginocchiato sul pavimento a discutere animatamente con una bambina di otto anni sull'effettiva capacità offensiva di una fionda.

«Io ti dico che una fionda non può abbattere un elicottero.»
«Invece sì.»
«No.»
«Sì.»
«No.»
«Sì.»
«Allora dimostramelo.» La bambina si mise a ridere.

Gianna abbassò lo sguardo sul libro per nascondere il sorriso. In quel momento comparve il capitano Prospero Benedetti.
«Colonnello.»
Rino alzò gli occhi. «Dimmi.»
«C'è qualcuno che vuole vederti.»

Dietro Benedetti apparve una figura alta, avvolta in un pesante giaccone verde. Barba brizzolata, volto scavato, berretto alpino. Rino si alzò immediatamente.
«Giulio!»
L'uomo sorrise. «Rino.»

I due si strinsero la mano, poi si abbracciarono. Un abbraccio breve, asciutto, da soldati, ma sincero.
«Pensavo fossi dall'altra parte dell'Appennino.»
«Lo ero fino a ieri.»
«E adesso?»
«Adesso sono qui.»
Gianna osservò la scena incuriosita. Conosceva quel volto, o meglio, conosceva il soprannome. Cheyenne. Il comandante Cheyenne, una delle figure più leggendarie delle Forze di Autodifesa. L'uomo che aveva trasformato le montagne dell'Appennino in un incubo per i prischiani.
Uno dei pochi comandanti partigiani di cui si parlasse quasi con rispetto persino tra i militari professionisti. Rino diede una pacca sulla spalla all'amico.

«Ti devo una cena.»
«Me ne devi parecchie.»
«Anche questo è vero.»
«E mi devi un ringraziamento.»
«Quello te lo do subito.» Rino tornò serio. «Grazie.»
«Di cosa?»
«Per Ronciglione.»
Cheyenne scrollò le spalle. «I miei hanno solo indicato qualche strada.»
«E ci hanno tirato fuori quando tutto è andato a…» si fermò un attimo pensando ad una espressione più adatta da usare di fronte a dei bambini «...a farsi friggere.»
«Anche quello.»
Rino annuì. «Quindi grazie.»
«Prego.»
Seguì qualche secondo di silenzio, poi Cheyenne fece un cenno verso il corridoio.
«Comunque, c'è una cosa che dovresti vedere.»
«Che succede?»
«Prisco è in televisione.»
Benedetti sbuffò. «Ancora?»
«Già.»
«E perché dovrebbe interessarmi?»
Cheyenne sorrise. «Perché parla già come un morto che cammina.»

Rino lo fissò per un momento, poi rise.
«Questa me la devi spiegare.»
«Vieni.»

Rino si voltò verso i bambini.
«Va bene, marmocchi.»
Proteste immediate. «No!»
«La storia!»
«Non hai finito!»
«Avevi promesso!»

Rino alzò le mani.
«Torno dopo.»
«Davvero?»
«Davvero.»
«Giuralo.»
«Lo giuro.»
Una bambina lo indicò minacciosamente. «Se non torni sei un bugiardo.»
«Ricevuto.»
I bambini sembrarono soddisfatti, Rino fece l'occhiolino a Gianna.
«Torno tra poco.»
Lei annuì. «Vai pure.»

Rino seguì Cheyenne e Benedetti lungo il corridoio. Attraversarono alcune stanze adibite a dormitorio, poi entrarono in una vecchia biblioteca del monastero. Qui si trovava buona parte degli uomini del reparto: Moretti, Nucci, Maravita, gli altri paracadutisti, più alcuni partigiani. Tutti rivolti verso un piccolo televisore appoggiato sopra una cassa di munizioni.

Sul teleschermo compariva Lucilio Prisco, dietro di lui la basilica di San Giovanni, nella mano un fucile.
«...Roma vincerà! L'Impero vincerà! Gli Dei vinceranno!»

Applausi. Poi la trasmissione terminò. Per qualche secondo nessuno parlò.
Fu Moretti a rompere il silenzio.

«È completamente impazzito.»
«Lo era già prima» commentò Benedetti.
«Sì, ma adesso non lo nasconde più.»
Qualcuno rise, Rino rimase invece pensieroso.
«Non è solo quello.»
«Che intendi?» chiese Cheyenne.
Rino indicò il televisore ormai spento. «Guarda come parla.»
«Come?»
«Come uno che sa di aver perso.» Nella stanza calò il silenzio. «Quando uno è sicuro di vincere» continuò «parla di piani, di strategie, di obiettivi.»
«E lui?»
«Lui parla di miracoli.»
Cheyenne annuì lentamente. «Anch'io ho avuto la stessa impressione.» Si sedette accanto al tavolo. «E c'è un'altra cosa.»
«Quale?»
Il comandante dei Verdi si grattò la barba. «I miei informatori dicono che nell'esercito sta succedendo qualcosa.»
Rino si voltò immediatamente. «Che genere di qualcosa?»
«Movimento insolito.»
«Dove?»
«Un po' ovunque.»
«Spiegati meglio.»
«Reparti che cambiano posizione senza ordini pubblici, ufficiali che si incontrano, comunicazioni strane.»
Maravita sorrise. «Sembra un colpo di Stato.»
«Infatti.»
Nessuno rise, Cheyenne guardò Rino.
«Non posso provarlo.»
«Però?»
«Però scommetterei il mio stipendio che qualcuno sta preparando qualcosa contro i prischiani.»
Rino rimase in silenzio. Rifletté sulle parole di Cheyenne, e poi disse:
«Forse hai ragione.»
Cheyenne annuì. «E se ho ragione, questa guerra potrebbe finire molto presto.»

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CXLVIII

LA GUERRA CIVILE ROMANA TERMINA ALL'IMPROVVISO: L'ESERCITO DEPONE PRISCO – Richard Halpern, NEW YORK TIMES (23 gennaio 1996)

ROMA – La guerra civile romana, che per anni aveva diviso il paese tra il governo repubblicano di Cartagine e il regime dello SPR guidato da Lucilio Prisco, si è conclusa in maniera tanto rapida quanto inattesa. Nel giro di appena quarantotto ore, tra il 20 e il 22 gennaio, una parte significativa delle forze armate che fino a quel momento avevano sostenuto Prisco si è rivoltata contro di lui, determinando il crollo definitivo del suo governo.

Secondo fonti militari, la svolta sarebbe maturata nei giorni successivi alla distruzione del controverso centro di ricerca di Ronciglione, un'operazione condotta da forze speciali fedeli al governo di Cartagine. Il successo del raid avrebbe compromesso gravemente la fiducia di molti ufficiali nei confronti della leadership prischiana, già indebolita dalla situazione economica e militare.

Nella serata del 20 gennaio, reparti dell'esercito regolare hanno iniziato a muoversi contro le ultime formazioni paramilitari rimaste fedeli a Prisco. Gli scontri si sono concentrati soprattutto nella capitale. Per diverse ore si è combattuto nei pressi della caserma del Castro Pretorio e degli edifici di Canale 1, la televisione di Stato, che fino all'ultimo è rimasta sotto il controllo dei fedelissimi del regime. Testimoni riferiscono di combattimenti intensi ma relativamente circoscritti, con i paramilitari che hanno tentato di organizzare una difesa disperata utilizzando barricate e postazioni improvvisate. Le forze governative hanno tuttavia avuto rapidamente la meglio.

LA CATTURA E L'ESECUZIONE DI PRISCO – Nella mattinata del 22 gennaio, Lucilio Prisco è stato catturato mentre tentava di lasciare Roma. Poche ore dopo, secondo quanto comunicato dai nuovi vertici militari, l'ex leader dello SPR è stato trasferito presso un istituto scolastico situato lungo la Tangenziale Est, trasformato temporaneamente in centro di comando. All'interno della struttura è stata costituita una corte marziale straordinaria.

Al termine di un processo sommario, Prisco è stato dichiarato colpevole di tradimento, insurrezione armata e responsabilità nella prosecuzione della guerra civile. La sentenza di condanna a morte mediante fucilazione è stata eseguita nel parcheggio della scuola. La notizia della sua morte è stata diffusa quasi contemporaneamente alla conferma della morte in combattimento di Leandro Gallo, meglio conosciuto con il nome di battaglia di "Volpe", uno dei più noti comandanti paramilitari dello SPR. Con la scomparsa dei due principali leader del movimento, ogni ulteriore resistenza organizzata è cessata.

L'ESERCITO RICONOSCE IL GOVERNO DI CARTAGINE – I comandanti che hanno guidato l'operazione hanno respinto l'idea di aver compiuto un colpo di Stato. In una serie di comunicati diffusi durante la giornata, gli ufficiali hanno dichiarato di agire in nome del legittimo governo della Repubblica guidato dalla presidente Livia Stefani, riconoscendo formalmente l'autorità dell'esecutivo di Cartagine. La decisione ha di fatto posto fine alla divisione politica e militare del paese.

IL PRIMO DISCORSO DELLA PACE – Nella serata del 22 gennaio, Livia Stefani si è rivolta alla nazione attraverso una trasmissione televisiva straordinaria. Per la prima volta dall'inizio della guerra civile, il suo intervento non è stato quello di una leader impegnata in un conflitto, ma quello di una presidente che parla a un paese tornato formalmente unito. Con toni misurati, Stefani ha dichiarato conclusa la guerra e ha invitato i cittadini alla riconciliazione nazionale.

La presidente ha inoltre lasciato intendere che il governo stia preparando importanti riforme politiche e istituzionali, destinate a segnare una netta discontinuità sia rispetto al vecchio sistema imperiale sia rispetto alla presidenza di Francesco Stefani e all'esperienza dello SPR.

LE SFIDE DEL DOPOGUERRA – La fine delle ostilità apre però una fase complessa. Il paese esce dal conflitto profondamente indebolito. L'economia resta in condizioni difficili, molte infrastrutture risultano danneggiate e persistono profonde divisioni politiche e sociali.

Inoltre, cresce la pressione affinché vengano chiarite le responsabilità legate sia alla guerra civile sia agli eventi degli anni precedenti, in particolare alla lunga guerra in Mauritania e alle attività condotte da strutture segrete del precedente regime.

Per il momento, tuttavia, il sentimento prevalente sembra essere il sollievo. Nelle strade di Roma, dove fino a pochi giorni fa si combatteva, gruppi di cittadini hanno festeggiato la fine dei combattimenti assieme ai soldati dell'esercito. Dopo anni di guerra, paura e incertezza, la Repubblica Romana si risveglia oggi in una realtà che molti avevano ormai smesso di immaginare possibile: la pace.

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CXLIX

CARTAGINE, PALAZZO DI BIRSA – 25 gennaio 1996

La riunione del Consiglio dei ministri era terminata da quasi mezz'ora. Nel grande salone utilizzato per le sedute ufficiali non era rimasto quasi nessuno. I ministri erano usciti alla spicciolata, alcuni per tornare ai propri uffici, altri per preparare il trasferimento imminente a Roma.

In una saletta più piccola, poco distante, quattro uomini erano rimasti seduti attorno a un tavolo. Il ministro della giustizia Cassio Concordia fissava irritato una tazzina di caffè ormai freddo. Il ministro dell’interno Antonino Lattanzio camminava avanti e indietro davanti a una finestra. L'ammiraglio Francesco Tullio-Cicero era seduto composto, le mani intrecciate sul tavolo. Gaspare Scotti, ministro dell’istruzione e vicepresidente esecutivo del Partito Democratico Nazionale, invece, stava già prendendo appunti su un blocco di carta.

Per alcuni secondi nessuno parlò, poi fu Concordia a rompere il silenzio.
«Tre anni e mezzo di guerra.» Nessuno rispose. «Tre anni e mezzo di guerra per riportare il governo a Roma.» Si fermò. «E adesso che finalmente abbiamo vinto, la presidente decide che se ne va.»

Lattanzio sbuffò. «Non solo lei.» Si voltò verso gli altri. «Anicio ha deciso di suicidarsi politicamente.»
Tullio-Cicero sollevò appena lo sguardo. «Non credo che lo consideri un suicidio.»
«Peggio.» Lattanzio allargò le braccia. «Lo considera una missione morale.»
Concordia scosse la testa. «Quel memoriale è una follia.»
«Forse.» Tullio-Cicero parlò con calma. «Ma ormai è scritto.»
«E allora?» Concordia batté una mano sul tavolo. «Ci sono cose che non devono essere riaperte.»
«Perché?» domandò l'ammiraglio.
«Perché il paese ha bisogno di pace.»
«No.» Concordia indicò il soffitto con un gesto nervoso. «Perché il paese ha bisogno di dimenticare.»

Per la prima volta Scotti alzò gli occhi dagli appunti. «Non funziona così.»
«Funziona esattamente così.»
«No.» Scotti scosse la testa. «La gente dimentica le sconfitte. Non dimentica i segreti.»
Lattanzio tornò a sedersi. «Io continuo a pensare che Livia stia sbagliando.»
«Su cosa?»
«Su entrambe le cose, ma soprattutto avrebbe dovuto ricandidarsi.»
«Lo sai che non lo farà.»
«Lo so.» Lattanzio sospirò. «Ma non riesco comunque ad accettarlo.»

Per qualche secondo nessuno parlò, tutti loro conoscevano Livia da anni. L'avevano vista crescere, l'avevano vista arrivare al governo nel 1992. L'avevano vista assumersi responsabilità che nessuno della sua età avrebbe dovuto portare. Eppure, la decisione continuava a sembrare assurda. Fu Tullio-Cicero a parlare.
«Io la capisco.»
Gli altri tre lo guardarono.
«Davvero?» chiese Concordia.
L'ammiraglio annuì. «Sì.» Abbassò lo sguardo. «Quando l'ho incontrata la prima volta, poco prima della guerra, pensavo che sarebbe durata pochi mesi.» Accennò un sorriso. «Invece è durata tre anni e mezzo.»
«E allora?»
«Allora penso che sia stanca.» Nessuno obiettò, perché tutti sapevano che era vero. «La capisco.» continuò. «Non significa che mi piaccia.» Indicò il tavolo. «E nemmeno che mi piaccia il memoriale di Anicio.»

Scotti annuì. «Quello è il problema più grosso.»
«Più grosso della successione?» domandò Lattanzio.
«Molto più grosso.» Scotti chiuse il blocco. «Una successione si organizza.» Indicò la porta dalla quale erano usciti gli altri ministri. «Uno scandalo no.»
Concordia si lasciò sfuggire un sorriso amaro. «Bel modo di definirlo.»
«È quello che sarà.» rispose Scotti. «Per l'opinione pubblica, almeno.»
Tullio-Cicero rimase pensieroso. «Temo che possa riaprire ferite.»
«Le riaprirà.» replicò Concordia. «Senza alcun dubbio.»
Scotti si appoggiò allo schienale. «Può darsi.» Fece una pausa. «Ma ormai la questione è irrilevante.»
«Irrilevante?»
«Sì.» rispose. «Perché il memoriale verrà pubblicato comunque.»
Lattanzio sospirò. «E allora?»
Scotti lo guardò. «Allora bisogna pensare al futuro.»
«Che significa?»

«Significa che fra qualche mese ci saranno delle elezioni.» Il vicepresidente esecutivo del partito picchiettò una matita sul tavolo. «E il nostro candidato ha appena annunciato che non intende candidarsi.»

La frase rimase sospesa nell'aria. Per la prima volta da quando la conversazione era iniziata, nessuno parlò immediatamente, perché quello era il vero problema. Il futuro, il fatto che, per la prima volta da anni, nessuno sapesse davvero chi avrebbe guidato il Partito Democratico Nazionale dopo Livia Stefani. Scotti guardò i tre colleghi.

«Possiamo discutere per ore di ciò che è stato.» Chiuse definitivamente il taccuino. «Oppure possiamo cominciare a capire chi presenteremo agli elettori.»

Nessuno rispose. Ma tutti e tre capirono che, volenti o nolenti, quella sarebbe stata la discussione dei mesi successivi.

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CL

A NEPI SI APRE IL CONGRESSO CHE DOVRÀ DECIDERE IL FUTURO DELLA ROMANIA POSTBELLICA – Alexandra Dubois, LE MONDE (14 marzo 1996)

NEPI — Tre settimane dopo il ritorno del governo repubblicano a Roma e meno di due mesi dopo la conclusione della guerra civile, il Partito Democratico Nazionale (PDN) apre oggi a Nepi un congresso straordinario destinato a definire il futuro politico della Romania.

Per la prima volta dalla fondazione del partito, il congresso si svolge senza che la figura dominante della politica nazionale sia presente in sala. Livia Stefani, presidente della Repubblica e presidente del PDN, ha infatti fatto sapere che non parteciperà ai lavori. La scelta non ha sorpreso gli osservatori; dopo aver annunciato nelle scorse settimane la propria intenzione di non ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali, Stefani sembra intenzionata a mantenere un profilo sempre più istituzionale, lasciando al partito il compito di scegliere autonomamente il proprio futuro.

Ad aprire il congresso sarà il vicepresidente esecutivo del PDN e ministro dell'Istruzione, Gaspare Scotti, figura considerata tra le più influenti nell'apparato del partito. Particolarmente attesi risultano tuttavia gli interventi del ministro degli Esteri Teodoro Lori e del ministro della Giustizia Cassio Concordia, due esponenti che rappresentano sensibilità diverse all'interno della formazione politica fondata da Francesco Saverio Salvio-Stefani nel 1989, sulle ceneri del Partito Social-Popolare dei Romani (PSPdR).

UN CONGRESSO SENZA PADRONI – L'impressione dominante, alla vigilia dell'apertura dei lavori, è quella di una competizione estremamente aperta. Dei 527 delegati convocati a Nepi, la maggioranza è composta da amministratori locali, sindaci, consiglieri comunali e provinciali emersi durante gli anni della guerra civile. Al contrario, costituiscono una minoranza gli esponenti che avevano già occupato incarichi governativi o parlamentari durante la presidenza di Francesco Stefani tra il 1985 e il 1992.

Questa composizione rende particolarmente difficile prevedere gli orientamenti dell'assemblea. A differenza di molti congressi del passato, infatti, non esiste un candidato designato né una corrente chiaramente egemone. I due nomi considerati favoriti alla vigilia sono quelli dell'ammiraglio Francesco Tullio-Cicero, figura molto vicina a Livia Stefani e tra i protagonisti della guerra civile, e di Matteo Di Cesare, ex amministratore delegato dell'AICI (Azienda Imperiale Carburanti e Idrocarburi), manager potente e ben radicato negli ambienti economici.

Entrambi rappresentano visioni differenti della ricostruzione nazionale. Tullio-Cicero incarna la continuità politica con il governo che ha guidato la vittoria nella guerra civile e il ritorno della Repubblica a Roma. Di Cesare, al contrario, appare come il candidato di quanti ritengono conclusa la fase emergenziale e desiderano concentrare l'azione politica sulla ricostruzione economica del paese.

L'OMBRA DEL MEMORIALE ANICIO – Su tutto il congresso pesa inevitabilmente la pubblicazione del memoriale dell'ex ministro della Difesa Germano Anicio. Il documento, diffuso poche settimane fa, ha avuto l'effetto di un terremoto politico. Le rivelazioni sulle responsabilità del precedente regime, sulle operazioni condotte durante la guerra mauritana e sui meccanismi di potere che caratterizzavano l'epoca imperiale hanno alimentato un acceso dibattito nazionale.

Paradossalmente, tuttavia, l'incertezza politica non riguarda tanto le prossime elezioni presidenziali. Nessuno degli osservatori interpellati ritiene infatti che il candidato espresso dal PDN possa essere seriamente minacciato nella corsa alla presidenza della Repubblica. Le vere incognite riguardano piuttosto le elezioni legislative che si svolgeranno circa un mese dopo.

NUOVE FORZE ALL'ORIZZONTE – Per la prima volta dopo molti anni, il PDN potrebbe trovarsi nella condizione di non ottenere una maggioranza assoluta. Attorno alle macerie del vecchio sistema politico stanno infatti emergendo nuove formazioni che cercano di intercettare il malcontento e le aspettative di una società profondamente trasformata dalla guerra.

La più osservata è la Lega Italica, movimento in formazione che raccoglie esponenti provenienti dalle Forze di Autodifesa e da diverse amministrazioni locali delle regioni interne. Tra i nomi più popolari associati al nuovo soggetto politico figura quello di Giulio Cesare Wagner-Jauregg, meglio conosciuto durante la guerra con il nome di battaglia di comandante Cheyenne. La sua notorietà, costruita nelle montagne dell'Appennino durante gli anni della resistenza contro il governo di Lucilio Prisco, potrebbe trasformarsi in un significativo capitale politico.

Molti delegati arrivati a Nepi ammettono in privato che il vero problema del PDN non sia tanto vincere le prossime elezioni, quanto evitare che la nuova Romania democratica si frammenti in una molteplicità di partiti e movimenti concorrenti. In questo senso, il congresso che si apre oggi appare meno come una semplice competizione per la leadership e più come il primo vero confronto politico dell'era postbellica.

Per la Romania, dopo anni di guerra e decenni di potere concentrato nelle mani di pochi uomini, si tratta di una novità quasi rivoluzionaria.

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CLI

DISCORSO DI TEO LORI AL CONGRESSO DEL PDN A NEPI – 15 marzo 1996

Amici.
Quando mi hanno chiesto di intervenire a questo congresso, la mia prima reazione è stata chiedere se non ci fosse qualcuno di più adatto. [Qualche risata attraversa la sala]
Lo dico sul serio. Ho passato gran parte della mia vita politica a scrivere discorsi per altri, in particolare per Francesco Stefani. [Mormorii] A volte scherzo dicendo che gli ho fatto più da maggiordomo che da ministro, e forse non è nemmeno del tutto falso. [La battuta strappa qualche sorriso]
Per anni ho scritto parole che altri pronunciavano, oggi invece devo pronunciare parole mie. E la prima cosa che voglio dire è questa: il paese è cambiato.
[La sala torna silenziosa] Non è una frase retorica. È un fatto.
È cambiato il paese, sono cambiate le istituzioni, sono cambiate le persone, siamo cambiati noi. Molti di noi hanno lavorato al fianco di Francesco Stefani. Io per primo.
Molti di noi hanno creduto sinceramente che ciò che stavamo costruendo fosse il modo migliore per garantire stabilità alla Repubblica. Ma oggi sarebbe un errore pensare che ciò che funzionava allora possa funzionare ancora.

[Teo si appoggia leggermente al leggio] La guerra civile ha distrutto molte cose: città, famiglie, amicizie. Ma ha anche distrutto molte illusioni. E tra le illusioni che sono morte ce n'è una che dobbiamo avere il coraggio di seppellire definitivamente. [Alcuni delegati si scambiano uno sguardo] L'illusione che basti amministrare il potere per meritare il consenso. [Applausi sparsi]

No. Da oggi il consenso dovrà essere conquistato spiegando, ascoltando, convincendo e accettando perfino di perdere, quando i cittadini riterranno giusto farci perdere. [Gli applausi si fanno più forti]

La pubblicazione del memoriale di Germano Anicio ha fatto male a molti di noi. [Nella sala cala un silenzio improvviso] Ha fatto male anche a me, perché ci ho trovato persone che ho conosciuto, persone a cui ho voluto bene, che ho stimato, che hanno servito lo Stato. E che, allo stesso tempo, hanno commesso colpe gravissime. Possiamo discutere per anni delle circostanze, delle responsabilità e delle emergenze, ma non possiamo costruire il futuro fingendo che il passato non esista.

[Un lungo applauso accoglie queste parole. Teo aspetta che termini] La nostra responsabilità, oggi, non è difendere ciò che è stato, ma costruire ciò che verrà. Per questo credo che il Partito Democratico Nazionale abbia davanti a sé un compito storico: non vincere le elezioni, ma riunificare il paese. Perché vincere le elezioni sarà relativamente facile. [Qualche risata] Riunificare il paese sarà molto più difficile.

Dovremo parlare con chi è rimasto fedele a Cartagine, con chi ha sostenuto Prisco, con chi ha combattuto nelle Forze di Autodifesa, con chi non ha combattuto affatto, e dovremo parlare persino con chi oggi ci odia. Perché una nazione non si governa scegliendo i cittadini che ci piacciono.

[L'applauso arriva quasi spontaneo] C'è però una domanda ancora più importante, una domanda che riguarda non il passato, ma il futuro: che cosa vuole essere Roma? [Silenzio] Vuole essere la continuazione dell'Impero sotto un altro nome? Vuole ancora misurare la propria grandezza contando i carri armati? Vuole ancora cercare prestigio attraverso la paura? Vuole ancora essere una nazione temuta?

[Teo scuote lentamente la testa] Io credo di no. Credo che la nostra generazione abbia visto abbastanza guerra, abbastanza funerali, abbastanza monumenti, abbastanza vedove.

[La sala resta immobile] Io sogno una Roma diversa: una Roma rispettata, non temuta. Una Roma che esporti cultura più che armi. Una Roma che sia ricordata per le sue università più che per le sue divisioni corazzate. Una Roma che trovi nella forza delle proprie istituzioni ciò che un tempo cercava nella forza delle proprie armi.

[Applauso di mezzo minuto, quando torna il silenzio Teo riprende] E questo mi porta all'ultima cosa che desidero dire. [Guarda verso le prime file] Io non sono candidato a nulla, lo dico per rassicurare i giornalisti. [Una risata attraversa la sala] Non sono qui per chiedere il vostro voto, sono qui per chiedervi di riflettere su chi debba guidare questa nuova fase.»

[Indica con la mano verso il settore dove siedono i dirigenti nazionali] Io credo che quella persona sia l'ammiraglio Francesco Tullio-Cicero. [Applausi] Lo credo non perché sia perfetto; non lo è, e nemmeno lui lo sostiene. [Qualche sorriso] Lo credo perché nel corso della sua carriera ha dimostrato una qualità che oggi vale più di qualsiasi altra: lo spirito di servizio.

Quando il paese era in pericolo ha servito lo Stato, quando era più conveniente stare in silenzio ha parlato, quando era più conveniente guardare altrove ha fatto il proprio dovere. E soprattutto non ha mai confuso il proprio interesse con quello delle istituzioni. Nei tempi che ci aspettano non avremo bisogno di uomini forti, perché ne abbiamo avuti fin troppi. Avremo bisogno di istituzioni forti, e di servitori dello Stato.

[Alza nuovamente gli occhi verso la platea] Per questo, amici, sostengo la candidatura dell'ammiraglio Tullio-Cicero, e per questo vi chiedo non di scegliere il candidato che vi entusiasma di più, ma quello che può aiutare la Repubblica a diventare migliore di quanto sia mai stata.

Grazie.

[La sala si alza in piedi, mentre l'applauso accompagna Teo lontano dal podio]

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CLII

NEPI – 15 marzo 1996

La sala del congresso stava lentamente svuotandosi. Il primo scrutinio si era concluso da pochi minuti e i delegati si erano sparsi nei corridoi, nei bar improvvisati e nei piccoli gruppi che inevitabilmente si formavano dopo ogni voto importante. L'aria era carica di commenti, previsioni, trattative appena accennate.
Sul palco, Gaspare Scotti aveva appena terminato di leggere i risultati.

«Votanti: cinquecentonove.» Un brusio aveva attraversato la platea.
«Ammiraglio Francesco Tullio-Cicero: centotrentanove voti.»
Applausi. «Matteo Di Cesare: centosette voti.»
Altri applausi. Scotti aveva abbassato lo sguardo sulle ultime schede.
«Teodoro Lori: ventuno voti.»

Per un attimo nella sala era calato un silenzio sorpreso, poi qualche mormorio. Qualche testa si era voltata verso il ministro degli esteri. Teo, seduto accanto all'ammiraglio, aveva semplicemente chiuso gli occhi e sospirato.
«Ventuno...» aveva borbottato.
Adesso, a risultati ufficializzati, si era voltato verso Tullio-Cicero.
«Complimenti, Ammiraglio.»
L'altro aveva annuito. «Grazie.»
«Direi che ormai sei in vantaggio.» Teo indicò il tabellone. «Ti basta convincere una parte di quelli che hanno votato scheda bianca.»
Tullio-Cicero sorrise. «Oppure basta che votino te.»
Teo rise. «Non essere ridicolo.»
«Non sto scherzando, non del tutto almeno.»
«Io sì.»
L'ammiraglio incrociò le braccia. «Teo, hai appena fatto il discorso più applaudito del congresso.»
«E questo dimostra soltanto che la gente ha buon gusto in materia di discorsi.»
«O forse in materia di presidenti.»
«No.»
«No?»
«No.» Teo scosse la testa. «Io non mi candido.»
«Vedremo.»
«Non vedremo niente.»

In quel momento arrivò Cassio Concordia, già impegnato in una conversazione che sembrava destinata a durare parecchio. Teo colse l'occasione.
«Vi lascio alle vostre cospirazioni.»
«Stiamo discutendo del futuro del partito.»
«Appunto.»

E si allontanò. Nei corridoi l'atmosfera era più rilassata. Capannelli di delegati che parlavano fitto, giornalisti che cercavano dichiarazioni, volontari che raccoglievano bicchieri di carta e svuotavano posaceneri. Teo raggiunse la toilette, si lavò le mani e si guardò per un momento nello specchio.
Sembrava stanco, più stanco di quanto avrebbe voluto ammettere.

Quando uscì, trovò un uomo che sembrava aspettarlo. Avrà avuto poco più di quarant'anni, giacca scura e capelli leggermente brizzolati alle tempie. Appena lo vide si fece avanti.
«Ministro Lori.»
«Sì?»
«Volevo soltanto farle i complimenti.»
Teo sorrise. «La ringrazio.»
«Parlo del discorso.»
«Allora la ringrazio due volte.»
L'uomo sorrise. «Credo che il paese avrebbe bisogno di un presidente come lei.»
Teo rimase in silenzio per un secondo, poi inclinò leggermente la testa.
«Immagino che lei sia uno dei ventuno.»
L'altro scoppiò a ridere. «Mi ha scoperto.»
«Non era difficile.»
Gli porse la mano. «Teodoro Lori.»
«Tommaso Montefiori.» Si strinsero la mano. «Vicesindaco di Sesto Fiorentino.»
«Piacere.»
Per qualche istante rimasero in silenzio, poi Teo sospirò.
«Signor Montefiori, mi permetta una piccola osservazione.»
«Prego.»
«Lei e gli altri che avete votato per me avete sostanzialmente sprecato il vostro voto.»
Montefiori aggrottò la fronte. «Perché?»
«Perché non ho alcuna intenzione di candidarmi.»
«Questo lo dice lei.»
«Lo dico perché è vero.»
«E perché?»
Teo rifletté qualche secondo. «Perché non credo di essere la persona giusta. Non sono un capo, non nel senso richiesto da quella carica. Sono un consigliere, uno che scrive discorsi, che aiuta altri a prendere decisioni. Non quello che le prende.»
Montefiori lo osservò attentamente. «Sa una cosa, ministro?»
«Dica.»
«Nella mia esperienza, i peggiori amministratori che abbia mai conosciuto erano convinti di essere indispensabili.»
Teo accennò un sorriso.
«E i migliori?»
«I migliori passavano metà del tempo a chiedersi se fossero all'altezza.» Il ministro abbassò gli occhi, Montefiori continuò. «Lei considera la propria esitazione un difetto. Io la considero una qualità.»
«Perché?»
«Perché il potere è una cosa pericolosa, e i grandi leader sono quelli che hanno l'umiltà di riconoscersi inadeguati di fronte al potere.»
Per un istante nessuno dei due parlò.
Nel corridoio passavano delegati, giornalisti, collaboratori. Rumore di passi, voci lontane. Teo fissò il pavimento, poi sorrise con una certa malinconia.

«Sa qual è il problema, signor Montefiori?»
«Quale?»
«Che io non ho intenzione di candidarmi. L’ammiraglio Tullio-Cicero è molto più adatto di me a salire al Quirinale, e non ho intenzione di sbarrargli la strada.»
Montefiori rise. «Capisco ministro, però dicendo così conferma che lei è la persona migliore per diventare presidente.»

Questa volta risero entrambi, e si strinsero nuovamente la mano.
Quando Montefiori si allontanò, il corridoio tornò a riempirsi di persone che andavano e venivano tra la sala congressuale e gli uffici temporanei allestiti per l'occasione.
Teo rimase fermo per qualche secondo, guardò il delegato allontanarsi tra la folla, poi scosse lentamente la testa. Ventuno voti. Ventuno persone che avevano scritto il suo nome sulla scheda. Ventuno persone che, evidentemente, avevano ascoltato il suo discorso e vi avevano trovato qualcosa che lui stesso non vedeva.

La cosa lo metteva più a disagio che altro. Riprese a camminare. Mentre attraversava il corridoio sentiva ancora riecheggiare nella memoria le parole di Montefiori. I grandi leader sono quelli che hanno l'umiltà di riconoscersi inadeguati di fronte al potere.
Una frase intelligente. Perfino troppo intelligente.

«Appunto», mormorò tra sé. «Proprio per questo non dovrei farlo.»
Proseguì verso una finestra che dava sul cortile interno. Fuori era già buio, le luci di Nepi brillavano oltre i tetti. Per qualche istante rimase a osservare il riflesso del vetro.
Poi abbassò gli occhi. Da anni aveva imparato a pregare senza formalità, senza formule particolari.
Come si parla a una persona presente nella stanza. Chiuse gli occhi, e la preghiera gli venne spontanea.

Signore...
Ti prego, non farmi questo.
Ho già visto abbastanza stanze del potere per sapere cosa c'è dentro.
Ho visto uomini migliori di me perdere sé stessi.
Ho visto uomini onesti imparare a mentire.
Ho visto persone che ammiravo diventare irriconoscibili.

Gli tornarono alla mente Francesco Stefani, Anicio, Taranto. Persino l'Imperatore. Persone diversissime tra loro, eppure, accomunate da una stessa traiettoria. Il potere. La convinzione di poter controllare tutto, la lenta erosione dei propri limiti. La richiesta che seguì era sincera, profonda; quasi infantile.

Non farmi salire al Quirinale.
Se c'è qualcun altro, meglio di me, fa' che scelgano lui.
Fa' che vinca l'Ammiraglio.
Fa' che vinca Di Cesare.
Fa' che vinca chiunque.
Chiunque, purché non io.

Riaprì gli occhi. Si sentì quasi sciocco, eppure, anche un po' più leggero. Come accadeva spesso dopo aver pregato. Si sistemò gli occhiali, poi tornò verso la sala del congresso.
Nella sua mente la questione era chiusa.

L'ammiraglio Tullio-Cicero era il candidato giusto. Lui lo avrebbe sostenuto fino all'ultimo voto. I ventuno delegati che avevano scritto il suo nome si erano semplicemente sbagliati. Era una cosa lusinghiera, certo. Ma pur sempre un errore. E mentre rientrava nella sala illuminata, tra gli applausi, le discussioni e le manovre della politica, Teo Lori era ancora assolutamente convinto di una cosa: non sarebbe mai diventato presidente della Repubblica.

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CLIII

NEPI – 16 marzo 1996, tardo pomeriggio

Dopo tre giorni di interventi, votazioni, corridoi percorsi avanti e indietro, riunioni improvvisate e discussioni fino a notte fonda, il congresso era arrivato al momento decisivo. Sul palco, Gaspare Scotti stava terminando lo spoglio. L'atmosfera era molto diversa rispetto alla sera precedente: ventiquattr'ore prima nessuno sapeva davvero dove sarebbe andato il congresso. Adesso tutti lo intuivano.
I delegati seduti nelle prime file continuavano a fare calcoli mentali, ma il risultato appariva ormai inevitabile; i ventuno voti ricevuti da Teo la sera prima erano diventati cinquantasette quella mattina, poi centotrentatré a mezzogiorno, e nel pomeriggio l’ammiraglio Tullio-Cicero, dietro le quinte, assieme a Concordia, aveva invitato delegati che avevano votato per lui a votare per Teo.

Teo Lori, intanto, sedeva al proprio posto. Rigido, silenzioso, con le mani intrecciate. Alla sua destra l'ammiraglio Tullio-Cicero, alla sinistra Cassio Concordia. Nessuno dei tre stava parlando.
Scotti prese una scheda, poi un'altra, poi sollevò lo sguardo.

«Delegati votanti: cinquecentodiciassette.»
Silenzio.
«Matteo Di Cesare: centocinquantotto voti.»
Applausi educati, Di Cesare annuì senza mostrare particolare emozione.
Scotti abbassò nuovamente gli occhi, prese l'ultimo foglio. Per qualche secondo sembrò quasi voler allungare la suspense. Poi lesse.
«Teodoro Lori: trecentotrentanove voti.»

Per un istante il tempo sembrò fermarsi, poi la sala esplose. Un boato, sedie che si spostavano. Delegati che si alzavano in piedi. Applausi. Urla. Qualcuno iniziò persino a scandire il suo nome.

«Te-o! Te-o! Te-o!»

Teo non reagì subito, rimase immobile. Gli occhi fissi davanti a sé. Trecentotrentanove. Aveva superato la maggioranza. Era finita. Non ci sarebbe stato un quinto scrutinio, non c'era un ripensamento, non c'era una via d'uscita. Sentì una mano appoggiarsi sulla sua spalla. Tullio-Cicero. L'ammiraglio non disse nulla, non ce n'era bisogno. Teo si portò una mano agli occhi. Si accorse solo in quel momento di stare piangendo.
Non erano lacrime di gioia, e non erano nemmeno lacrime di tristezza. Erano qualcosa di più complicato.
Sollievo, paura, gratitudine, smarrimento.
Tutte insieme.

Si asciugò rapidamente gli occhi, ma ormai era inutile. I delegati lo avevano visto, anche i giornalisti, anche le telecamere. Le lacrime continuarono a scendere.
Tullio-Cicero gli sorrise.
«Ti avevo avvertito.»
Teo emise una breve risata soffocata. «Tu sei una persona orribile.»
«Lo so.»
Concordia si chinò verso di lui. «Presidente.»
Teo chiuse gli occhi. «Non chiamarmi così.»
«Ormai è tardi.»

Attorno a lui gli applausi continuavano, sempre più forti, sempre più lunghi. Qualcuno gli stava facendo cenno di salire sul palco. Ma lui non si muoveva. Aveva passato la notte precedente pregando Dio di risparmiargli quel destino.
Aveva pregato sinceramente, con tutta la convinzione possibile.
E adesso si trovava lì. Eletto.

Scelse di non interrogarsi sul senso teologico della questione. Forse, pensò, il Signore ha uno spiccato senso dell'umorismo. La considerazione gli strappò una mezza risata tra le lacrime e, finalmente, si alzò in piedi.

La sala reagì con un nuovo applauso, più forte del precedente. Teo guardò quella folla: molti dei volti gli erano familiari, altri no. Ma tutti stavano applaudendo lui.
Lui. L'uomo che per anni aveva scritto i discorsi degli altri. L'uomo che aveva sempre preferito stare dietro una scrivania piuttosto che sopra un palco. L'uomo che fino al giorno prima aveva ripetuto a chiunque volesse ascoltarlo che non era adatto a guidare il paese.

Si rese conto che continuare a negarlo sarebbe stato inutile: la scelta non apparteneva più soltanto a lui. I delegati avevano deciso, il partito aveva deciso. E, probabilmente, anche la Storia.
Iniziò ad applaudire a sua volta. Prima piano, poi con più convinzione.
Come se stesse applaudendo qualcun altro. Come se stesse accettando una realtà che fino a pochi minuti prima gli era sembrata impensabile.

Tullio-Cicero si alzò e lo abbracciò. Poi arrivò Scotti, poi Concordia, poi decine di delegati. Congratulazioni, strette di mano, pacche sulle spalle, voci sovrapposte.
Ma ormai Teo le sentiva appena.

Dentro di sé stava lentamente accettando una verità semplice.
Non sarebbe tornato alla vita di prima. Non sarebbe tornato a essere soltanto il ministro degli esteri. Non sarebbe tornato a essere il consigliere che scriveva discorsi per altri.
Se gli elettori lo avessero confermato alle imminenti elezioni presidenziali, la sua carriera politica sarebbe finita nel luogo più alto e più pesante della Repubblica.
Al Quirinale.

E per la prima volta, in mezzo agli applausi del congresso, smise di pregare che ciò non accadesse. Non perché avesse smesso di averne paura. Ma perché aveva capito che ormai la paura non era più una ragione sufficiente per tirarsi indietro.

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CLIV

CANALE 1 – ESTRATTO DALL’EDIZIONE STRAORDINARIA: COLLEGAMENTO DA PIAZZA DEL POPOLO, ROMA – 9 giugno 1996, ore 22:47

CONDUTTRICE IN STUDIO: «Le proiezioni diffuse dal Ministero dell'Interno continuano a indicare una vittoria ormai certa di Teodoro Lori alle elezioni presidenziali. Il candidato del Partito Democratico Nazionale sarebbe attestato tra il cinquantacinque e il sessanta per cento dei voti, rendendo superfluo il ricorso al ballottaggio. Ci colleghiamo ora con Piazza del Popolo, dove si trova la nostra inviata Laura Valli.»

INVIATA: «Grazie. Sì, siamo in una Piazza del Popolo ancora molto animata. Ci sono gruppi di sostenitori del PDN, ma anche molti curiosi e turisti. Stiamo cercando di raccogliere alcune impressioni a caldo. Signorina, posso chiederle da dove viene?»

[La telecamera inquadra una ragazza bionda, visibilmente sorpresa di essere stata fermata]

TURISTA: «Ohio.»
INVIATA: «Ohio, Stati Uniti. È qui in vacanza?»
TURISTA: «Sì.»
INVIATA: «Ha seguito queste elezioni?»
TURISTA [Ride nervosamente]: «A bit. Non molto.»
INVIATA: «Sa chi è Teodoro Lori?»
TURISTA [Riflette qualche secondo]: «È... il ministro?»
INVIATA: «Fino a oggi sì.»
TURISTA: «Allora credo sia una buona cosa.»
INVIATA: «Perché?»
TURISTA: «Perché... sembra che la guerra sia finita.»
INVIATA: «Direi che è una motivazione più che comprensibile. Grazie.»

[La ragazza saluta la telecamera con evidente sollievo. Pochi metri più avanti l'inviata intercetta un uomo sulla quarantina.]

INVIATA: «Buonasera. Ha votato oggi?»
UOMO: «No.»
INVIATA: «Posso chiederle perché?»
UOMO: «Perché non mi interessava.»
INVIATA: «Non riteneva importante questa elezione?»
UOMO: «Sono vent'anni che sento che la prossima elezione è la più importante del mondo.»
INVIATA: «E quindi?»
UOMO: «Quindi aspetto di vedere se qualcosa cambia davvero.»
INVIATA: «Non è un po' pessimista?»
UOMO: «Realista.»

[L'uomo si stringe nelle spalle e si allontana. L'inviata prosegue, dopo qualche tentativo trova un altro passante disposto a fermarsi. Un uomo sui cinquant'anni, giacca leggera e mani nelle tasche.]

INVIATA: «Buonasera. Lei ha votato?»
UOMO: «Sì.»
INVIATA: «È soddisfatto del risultato che si sta delineando?»
UOMO [Esita un momento]: «No.»
INVIATA [Sorpresa]: «Non ha votato Lori?»
UOMO: «No.»
INVIATA: «Ha qualcosa contro di lui?»
UOMO: «No, assolutamente.»
INVIATA: «Allora perché non è soddisfatto?»
UOMO [Guarda per un istante verso la piazza]: «Perché Lori sarà anche una persona perbene.»
INVIATA: «Ma?»
UOMO: «Ma viene da un partito che per dieci anni ci ha raccontato che andava tutto bene e, invece, non andava bene per niente.»
INVIATA: «Si riferisce agli anni del governo Stefani?»
UOMO: «Mi riferisco a tutto.»
INVIATA: «In che senso?»
UOMO: «Nel senso che mentre loro dicevano che l'economia cresceva, il paese era praticamente fallito.»
INVIATA: «Mh.»
UOMO: «Mentre dicevano che la guerra era vinta, l’avevamo già persa, e i soldati morivano inutilmente.»
INVIATA: «Capisco.»
UOMO: «Mentre dicevano che le istituzioni erano sane, stavano marcendo. [Alcuni passanti rallentano per ascoltare] Adesso leggiamo i memoriali, scopriamo i conti all'estero, scopriamo la corruzione, scopriamo le cose che succedevano in Mauritania... [Scuote la testa] E allora mi viene da pensare che per anni ci abbiano preso per il culo.»

INVIATA [Rimane professionale, ma appare leggermente a disagio]: «E quindi non ha fiducia nel nuovo presidente?»
UOMO [Riflette]: «No.»
INVIATA: «No? Quindi si oppone al PDN.»
UOMO: «Non ho detto questo.»
INVIATA: «Allora?»
UOMO: «Dico che la fiducia se la deve guadagnare.»
INVIATA: «Anche Lori?»
UOMO: «Soprattutto Lori.»
INVIATA [Annuisce]: «Grazie per il suo tempo.»
UOMO: «Buona serata.»

[L'uomo si allontana tra la folla]

INVIATA: «Ecco, avete sentito opinioni molto diverse. Entusiasmo, indifferenza, ma anche una certa diffidenza che sembra riflettere il clima di una parte del paese dopo gli anni della guerra civile e le rivelazioni emerse negli ultimi mesi. Da Piazza del Popolo è tutto. La linea torna allo studio.»

CONDUTTRICE: «Grazie, Laura. Continueremo a seguire lo spoglio per tutta la serata.»

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CLV

ROMA – 25 LUGLIO 1996

Cari signori De Angelis,
ho ricevuto la vostra lettera alcuni giorni fa e desidero anzitutto ringraziarvi per avermi scritto.
Sapere che siete riusciti a ritrovare Lisa è stata una delle notizie più belle che abbia ricevuto negli ultimi mesi. Quando penso a quei giorni terribili, una delle cose che mi consola maggiormente è sapere che almeno alcuni dei bambini sono tornati dalle loro famiglie e possono ricominciare una vita normale.

Vi confesso che, durante la fuga, non sempre ero sicura di stare facendo la cosa giusta. Spesso ero semplicemente troppo occupata a fare il passo successivo per fermarmi a riflettere. Avevo ventisette bambini che mi guardavano aspettandosi una risposta, così continuavo ad andare avanti.
Per questo motivo mi fa particolarmente piacere sapere che Lisa sta bene.

Mi dispiace invece leggere che anche voi avete sentito confermare ciò che ormai sembra inevitabile: Frassineto probabilmente non verrà ricostruito. Razionalmente capisco la decisione: il paese è stato devastato, molti abitanti si sono ormai stabiliti altrove. Eppure, mi fa male pensare che quel luogo non esisterà più.

Per me Frassineto non era soltanto il posto dove insegnavo.
Era casa. Era il campanile che vedevo dalla finestra della scuola, il brigadiere Mazzanti che trovavo per strada, il negozio di Ennio dove tutti si fermavano a chiacchierare, il bosco dietro il paese.
Era una comunità piccola, a volte persino soffocante, ma era la nostra comunità. Sapere che tutto questo appartiene ormai al passato mi riempie di tristezza.

Mi dispiace anche apprendere che alcuni degli altri bambini non siano ancora riusciti a ricongiungersi alle proprie famiglie. Continuo a sperare che arrivino presto buone notizie anche per loro. Non passa settimana senza che io pensi a quei giorni e mi domandi dove siano finiti tutti.

Nella vostra lettera mi chiedete anche come stia io. La risposta breve è: meglio.
Mi sono trasferita a Roma alcuni mesi fa. Ci ero già stata per fare l’università, ma all'inizio è stato comunque strano: dopo una vita trascorsa quasi interamente in piccoli centri, una città come Roma può sembrare quasi un altro mondo. Ci sono ancora giorni in cui mi sento spaesata.

Però sto lentamente costruendomi una nuova vita. A settembre riprenderò a insegnare e sto cercando di abituarmi a una quotidianità che non sia fatta di incertezza. Non è sempre facile, ma credo sia ciò che tutti noi dobbiamo imparare a fare dopo questi anni. A volte mi sorprendo a fare progetti per il futuro; per molto tempo non ero più capace di farlo. Credo che sia un buon segno.

Mi avete anche chiesto di Rino. Sta bene. Continuiamo a frequentarci e, per il momento, le cose vanno bene così. Mi prende ancora in giro perché sostengo che i maestri elementari svolgono un lavoro più difficile dei soldati. Io continuo a sostenere di avere ragione, lui continua a sostenere il contrario.
Perciò immagino che nessuno dei due cambierà idea.

Da quello che so, potrebbe presto entrare nello staff del presidente Lori. Non conosco ancora i dettagli, ma sembra una possibilità concreta. Se ciò accadrà, sospetto che lo vedrò ancora meno di quanto già non accada. Naturalmente lui sostiene che sarà diverso, e naturalmente io non gli credo.

Vi ringrazio ancora per la vostra lettera. Fate a Lisa i miei saluti e ditele che la sua maestra è molto felice di sapere che sta bene.

Con affetto,
Gianna Angelucci

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CLVI

CASA CIRCONDARIALE DI ROMA-REBIBBIA – 18 settembre 1996

Cara Livia,
ho rimandato questa lettera più volte, non perché non avessi nulla da raccontarti, ma perché mi sembrava di non avere nulla di particolarmente importante da dire. E invece forse le cose più importanti sono proprio quelle banali.
Ti scrivo dalla biblioteca del reparto. È una stanza modesta, con scaffali malridotti e libri che sembrano essere passati per più mani di quante ne abbia incontrate io in tutta la mia carriera politica. Da una finestra alta entra una luce grigia che rende tutto uguale: i tavoli, le sedie, le persone.

Devo confessarti una cosa che probabilmente ti farà sorridere. Avevo una paura terribile del carcere.
Nei mesi precedenti al mio ingresso qui dentro avevo costruito nella mia mente una sorta di inferno personale. Per prepararmi, dormivo sul pavimento del bagno di casa. Mi sembrava un modo razionale per abituarmi all'idea della privazione, della scomodità, della perdita di ogni privilegio.
Fu una sciocchezza.

La realtà è stata molto meno drammatica delle mie fantasie. Le prime settimane sono state strane, naturalmente. Per anni ho avuto segretari che mi ricordavano gli appuntamenti, autisti che mi portavano ovunque, collaboratori che anticipavano le mie necessità. Qui devo ricordarmi da solo l'orario dell'aria, rifarmi il letto e fare la fila per una telefonata.

Eppure, ci si abitua, l'uomo si abitua a quasi tutto. Ho iniziato a tenere qualche lezione di matematica per gli altri detenuti. Niente di straordinario: equazioni, geometria elementare, un po' di statistica. Con mia sorpresa, ho scoperto che molti hanno una curiosità autentica per argomenti che non avevano mai avuto occasione di studiare. Altri vengono da me per questioni legali. La cosa è quasi comica; dopo anni passati a fare prima il dirigente d’azienda, e poi il ministro della Difesa, mi ritrovo a spiegare a piccoli truffatori e ladri d'auto come compilare una richiesta o interpretare una sentenza.

Il mio compagno di cella è uno scassinatore. Non credo di aver mai conosciuto il suo vero nome, perché tutti lo chiamano soltanto Nando; lui continua a chiamarmi «ministro», non importa quante volte gli spieghi che non lo sono più. Ogni mattina prepara il caffè con una cura quasi religiosa e lo posa sul tavolo dicendo: «Ministro, il suo caffè.» Sospetto che coltivi la speranza che, una volta uscito, io possa aiutarlo a trovare un lavoro. Non ho il coraggio di spiegargli che un ex ministro detenuto probabilmente possiede meno agganci di uno scassinatore professionista.

Vorrei anche congratularmi con te. Non solo per aver lasciato la presidenza, ma perché quella che mi hai confessato nella tua lettera è una decisione che richiede molto coraggio. Spero tu possa percorrerla fino in fondo e, a margine, che la Storia ti dia ragione sul tuo operato.

C'è poi una riflessione che mi accompagna da qualche tempo. Durante la guerra in Mauritania sentii ripetere infinite volte una domanda, forse la ricorderai anche tu: «Dove sono i Romani?» oppure «Dove sono i Romani che con Cesare e Augusto hanno conquistato il mondo?»

Era una domanda che veniva usata come un'accusa, come se esistesse una qualche età dell'oro da cui fossimo decaduti. Più ci penso e più mi convinco del contrario: i Romani non se ne sono mai andati, sono sempre stati qui.

Cesare trascorse gran parte della sua carriera promettendo riforme agrarie che non riuscì, e non volle, mai davvero a realizzare. Augusto costruì il proprio potere su una rete di favori, clientele e compromessi che riusciva nel miracolo di non escludere quasi nessun gruppo influente. Traiano adornò Roma con i proventi delle sue conquiste militari. Erano uomini straordinari, ma erano anche politici, uomini di potere.

E gli uomini di potere assomigliano molto più ai nostri contemporanei di quanto le statue non facciano credere. Per questo motivo, col passare degli anni, ho iniziato a pensare che Paolo VIII e Francesco Stefani non fossero anomalie della nostra storia: erano parte della stessa tradizione, con le loro grandezze e le loro miserie, ambizioni e menzogne.

Forse il vero errore della mia generazione è stato credere che il passato fosse popolato da giganti e il presente da uomini comuni. In realtà, sospetto che Augusto avrebbe riconosciuto immediatamente Paolo VIII, e che Paolo VIII avrebbe capito perfettamente Augusto.

Ti lascio, perché tra poco inizierà la distribuzione della cena e Nando sostiene che oggi il cuoco abbia preparato qualcosa di «quasi commestibile», che qui dentro equivale a un elogio gastronomico.
Abbi cura di te.

Con affetto,
Germano Anicio

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CLVII

PISA – 7 dicembre 1996

Caro Gesù Bambino,
io ti scrivo questa lettera perché il cappellano dice che tu leggi tutto e allora magari leggi pure questa.
Prima ti volevo dire grazie. Grazie perché la guerra è finita e adesso si sta molto meglio. Io faccio sempre il soldato però adesso non sparano più e nessuno ti tira addosso le bombe e secondo me è gia una cosa bella.
A Pisa sto bene. Ci stanno tante cose antiche e poi c’è pure una ragazza che frequento che è molto dolce e simpatica e mi vuole bene. E poi c'ha pure un bel culo, che secondo me è una cosa importante in una donna, anche se il cappellano forse dice di no.

Mi dispiace solo che il colonnello Franceschini non comanda più noi. Adesso sta a Roma con quelli importanti del governo e del Presidente e quindi lo vediamo poco. Però va bene lo stesso perché lui è sempre il colonnello anche quando non sta qua.

La ragione della lettera però è un’altra. Mia madre Angelina gioca al lotto tutte le settimane. Sempre, da quando ero bambino. Pure quando perde dice che la settimana dopo esce sicuro. Allora io ti volevo dare i numeri che gioca così magari tu ci puoi dare una mano. I numeri sono:

17

48

72

sulla ruota di Napoli. Io non ti chiedo soldi per me, io sto bene. Mangio, dormo e prendo pure la paga.
Però mia madre sarebbe contenta. E poi io sono stato un bravo figlio. L'altro giorno gli ho spedito l'anticipo della decade così si compra un cappotto nuovo per l'inverno perché quello vecchio pareva reduce pure lui della guerra.

Quindi se puoi fare uscire almeno due numeri sarebbe gia una bella cosa. Tutti e tre sarebbe meglio. Se poi non si può fare pazienza.
Comunque grazie lo stesso per la pace.
E pure per la ragazza. Che come ho già detto è molto dolce e pure molto bella da dietro.

Ti saluto.
Pierino Nucci

P.S. Se fai uscire i numeri non dire a nessuno che te l'ho chiesto io, perché se no mia madre poi vuole sapere i numeri pure per Capodanno.

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CLVIII

PISA – 3 gennaio 1997

Caro Rino,
prima di tutto, buon anno. Siccome ormai sei diventato una persona importante, immagino che questa lettera dovrà passare attraverso una mezza dozzina di segretarie, aiutanti di campo, uscieri e altri parassiti burocratici prima di arrivare sulla tua scrivania. Se qualcuno di loro la apre per controllarne il contenuto, sappia che il sottoscritto gli augura cordialmente di pestare un chiodo a piedi nudi.

Detto questo, congratulazioni per la promozione.
Legato generale.
Quando ci penso mi viene quasi da ridere. Ti conosco da abbastanza tempo da sapere che, se qualcuno dieci anni fa ti avesse detto che avresti passato le giornate tra riunioni, memorandum, fascicoli e telefoni che squillano, gli avresti probabilmente tirato dietro una sedia.
E invece eccoti lì, dietro una scrivania. Tu. Il medesimo uomo che considerava un'offesa personale stare fermo più di venti minuti consecutivi.
Confesso che questa cosa mi riempie di una gioia infantile. Dopo anni passati a trascinare noi poveri disgraziati su montagne, deserti, paludi, foreste e qualsiasi altro posto che Dio aveva evidentemente creato per non essere abitato, è giusto che il destino si prenda una piccola rivincita. Mentre io passeggio tranquillamente per Pisa e vedo il sole, tu probabilmente stai litigando con pile di documenti alte quanto un soldato.
La giustizia esiste.
Per il resto qui va tutto bene. I ragazzi stanno bene e continuano a raccontare il raid di Ronciglione come se fosse già diventato una leggenda. Ogni volta che qualcuno lo narra aggiunge un particolare nuovo, per cui tra qualche anno immagino che Nucci verrà descritto mentre abbatte una porta blindata a testate e Moretti mentre disinnesca mine usando soltanto uno stuzzicadenti. Del resto, è così che nascono le storie.

A proposito di questioni più importanti, ho ricevuto le tue ultime lettere.
E sì, sto parlando di Gianna. Perciò permettimi una considerazione da amico: se le cose stanno davvero come sembrano da quello che scrivi, forse dovresti iniziare a prendere in considerazione una certa eventualità.
Lo so, già ti sento brontolare dall'altra parte della penisola.
Ma ascoltami. Se quella donna è davvero disposta a sopportarti tutti i giorni, a sentire i tuoi discorsi, le tue fissazioni, il tuo carattere impossibile e la tua tendenza a trattare qualsiasi problema della vita come se fosse un'operazione militare, allora non puoi lasciartela scappare.
Perché te lo dico con sincerità: non ne troverai un'altra. Non una seconda volta.
Le donne pazienti esistono. Le donne coraggiose pure. Ma una donna contemporaneamente paziente, coraggiosa e abbastanza folle da sceglierti volontariamente... quella è una rarità statistica.
Da uomo prudente, ti consiglio di non sfidare ulteriormente la sorte. Naturalmente sei libero di ignorare questo consiglio, come hai ignorato quasi tutti i consigli che ti ho dato negli ultimi undici anni. Ma almeno non potrai dire che non ti avevo avvertito.

E cerca di non morire di burocrazia.
Sarebbe una fine troppo ridicola per te.

Ti saluto,
Capitano Prospero Benedetti

P.S. Nucci sostiene che, adesso che sei generale, dovresti avere un'automobile con l'autista. Gli ho spiegato che non funziona così, e mi ha risposto che allora non vede l'utilità di diventare generale. Su questo punto, devo ammettere che il suo ragionamento ha una certa logica.

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CLIX

UN ANNO DOPO LA GUERRA CIVILE, LA REPUBBLICA ROMANA CERCA UNA NUOVA IDENTITÀ – Michael Harrington, NEW YORK TIMES (22 gennaio 1997)

ROMA — Dodici mesi fa, la guerra civile romana terminava quasi all'improvviso. Nelle ultime ore del conflitto, una parte consistente delle forze armate abbandonò il leader nazionalista Lucilio Prisco e si schierò con il governo repubblicano guidato da Livia Stefani. Dopo poche ore di combattimenti nelle strade della capitale, il regime prischiano crollò. Prisco fu catturato mentre tentava di fuggire e giustiziato da una corte marziale militare.

Oggi, a un anno di distanza, la Repubblica Romana appare stabilizzata. Ma la domanda che domina il dibattito politico non riguarda più chi abbia vinto la guerra, bensì quale paese debba nascere dalle sue macerie.

La trasformazione più evidente è stata il ritiro dalla scena politica di Livia Stefani. Figlia di Francesco Stefani, l'uomo che aveva dominato la politica romana negli ultimi anni dell'Impero, Livia guidò il governo repubblicano durante la guerra civile, ma scelse di non candidarsi alle prime elezioni presidenziali democratiche del dopoguerra.

La sua decisione sorprese molti osservatori. In un paese abituato a leader che restavano al potere fino alla morte o alla deposizione, la scelta di rinunciare volontariamente alla presidenza rappresentò una novità quasi rivoluzionaria. Alle elezioni del giugno scorso è stato così eletto presidente Teodoro Lori, storico collaboratore della famiglia Stefani e già ministro degli Esteri durante il conflitto. Lori ha vinto con un margine ampio, evitando il ballottaggio e presentandosi come figura di continuità istituzionale ma anche di riconciliazione nazionale.

Le vere sorprese sono però arrivate un mese dopo, nelle elezioni legislative del 14 luglio. Il Partito Democratico Nazionale (PDN), forza politica fondata nel 1989 da Francesco Stefani sulle ceneri dell'antico Partito Social-Popolare dei Romani, è rimasto il primo partito del paese con il 29% dei voti. Il risultato, tuttavia, è stato ben inferiore alle aspettative di una formazione che per decenni aveva rappresentato il pilastro del sistema politico romano.

Alle sue spalle sono emerse due nuove forze. La prima è la Lega Italica, che ha ottenuto il 24% dei voti. Nata dall'esperienza delle Forze di Autodifesa, i cosiddetti "Verdi" che combatterono contro il regime di Prisco durante la guerra civile, la Lega propone una netta rottura con il passato imperiale. I suoi dirigenti insistono sulla necessità di sostituire l'identità "romana" con una più moderna identità "italica", accompagnata da una forte enfasi sulla legalità, sulla lotta alla corruzione e sul rinnovamento delle istituzioni.

La seconda è il Patto Civico, che ha raccolto il 21% dei consensi. Si tratta di una formazione liberale e apertamente europeista, favorevole a un'accelerazione delle riforme economiche e all'ingresso della Repubblica Romana nell'Unione Europea nel più breve tempo possibile.

Il risultato elettorale ha prodotto un Parlamento frammentato e ha costretto il PDN a governare senza una maggioranza autonoma. L'attuale esecutivo, guidato dal giurista Cassio Concordia, è formalmente un governo monocolore del PDN che sopravvive grazie all'astensione del Patto Civico e di altre forze minori.

La sua stabilità resta tuttavia incerta. Negli ambienti politici romani circolano infatti con crescente insistenza indiscrezioni secondo cui il presidente Lori starebbe lavorando a una diversa soluzione politica. Attraverso due figure influenti e rispettate, il generale Rino Franceschini, eroe della guerra civile, e Giulio Cesare Wagner-Jauregg, meglio conosciuto durante il conflitto con il nome di battaglia Cheyenne, il Quirinale starebbe esplorando la possibilità di una futura coalizione tra il PDN e la Lega Italica.

Un'alleanza di questo tipo sarebbe stata impensabile soltanto un anno fa. Oggi viene considerata da molti come il possibile fondamento di una nuova fase politica, capace di integrare gli eredi dell'antico apparato statale e coloro che desiderano rovesciarlo.

Mentre la politica cerca nuovi equilibri, anche le forze armate stanno vivendo una trasformazione radicale. I pesanti tagli alla spesa pubblica hanno colpito soprattutto la Marina, che durante la guerra civile aveva svolto un ruolo decisivo nel garantire i collegamenti tra Cartagine e le forze repubblicane.

Negli ultimi mesi sono state radiate la portaerei Ulpio Traiano e gli incrociatori missilistici Caio Duilio e Attilio Regolo, simboli della potenza navale costruita durante gli anni dell'Impero.

Per molti osservatori, queste dismissioni hanno un significato che va oltre quello strettamente militare. La Repubblica Romana non possiede più le risorse economiche né la volontà politica necessarie a mantenere uno strumento militare progettato per sostenere ambizioni imperiali globali. «La Marina ha salvato Roma», ha commentato recentemente un ufficiale in pensione. «Ma nel salvarla ha consumato sé stessa.»

L'immagine delle grandi unità navali avviate alla demolizione è diventata, per molti cittadini, il simbolo più evidente della fine definitiva dell'Impero. La questione che oggi divide la politica romana non è più come vincere una guerra, ma cosa fare della pace.
E soprattutto se la Repubblica che sta nascendo debba considerarsi l'ultima erede dell'antica Roma o il primo Stato di qualcosa di completamente nuovo.

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CLX

FRASCATI – 3 marzo 1997

La quiete della mattinata fu interrotta dal rumore dei motori.
A Frascati non capitava spesso di vedere un corteo presidenziale. Le automobili nere risalirono lentamente la strada che conduceva al monastero, attirando gli sguardi curiosi di pochi passanti e di qualche anziana affacciata alla finestra. Le vetture si fermarono davanti al grande portone, il caposcorta scese per primo, si avvicinò e suonò il campanello.

Passò quasi un minuto, poi il portone si aprì. Una suora anziana apparve dietro la grata.
«Buongiorno.»
«Buongiorno, sorella. Il Presidente della Repubblica desidera visitare suor Maria Grazia.»

La religiosa sbatté le palpebre. Guardò oltre la spalla dell'uomo e riconobbe immediatamente il volto che ormai compariva ogni sera nei telegiornali.
«Certamente.»
Teo Lori scese dall'automobile, entrò nel monastero accompagnato dal caposcorta. L'aria del chiostro era fresca e profumava di erba bagnata.
«Se il Presidente può attendere qualche minuto...» disse la portinaia.
«Naturalmente.»

Attese in silenzio, osservò le colonne, il pozzo al centro del cortile e alcune suore che attraversavano i corridoi senza fretta. Dopo qualche minuto, vide una figura avanzare sotto il porticato.
La riconobbe immediatamente. L'abito religioso aveva sostituito i tailleur scuri e le giacche da governo, i capelli erano completamente coperti dal velo. Eppure, era impossibile non riconoscerla.

«Buongiorno, Teo.»
Lui sorrise. «Buongiorno, suor Maria Grazia.»
La donna rise piano. «Mi ci devo ancora abituare.»
«Anch'io.»

Il caposcorta fece un passo avanti. «Presidente...»
«Va bene così.» Teo gli fece cenno di aspettarlo all'ingresso, l'uomo annuì e si allontanò.

Rimasti soli, i due iniziarono a camminare lentamente nel chiostro. Per qualche istante nessuno disse nulla, poi Teo parlò quasi d'istinto.
«A Roma stiamo discutendo la riforma delle province. Concordia sostiene che…»
«Teo.»
Lui si fermò, Livia lo guardava divertita.
«Sono qui da quattro mesi.»
«Lo so.»
«E allora perché continui a parlarmi di politica?»
Teo sospirò. «Abitudine.»
«È una cattiva abitudine.»
«Probabilmente sì.»
«Non appartengo più a quel mondo.» Lo disse senza amarezza, semplicemente come un fatto «Ho lasciato tutto alle spalle. Non voglio sapere cosa succede nei ministeri, nei partiti o in Parlamento.»
«Neanche un po'?» chiese Teo sorridendo.
«Neanche un po'.» sorrise Livia.
Teo alzò le mani in segno di resa. «Va bene.»
Camminarono ancora qualche passo, poi fu lei a rompere il silenzio.
«Rino? Dalle sue lettere ho capito che si sposa.»
Teo sorrise. «È vero.»
«Quando?»
«Il sei aprile.»
Livia si fermò. «La domenica in albis?»
«Esattamente.»
«Allora è una cosa seria.»
«Molto seria.»
«Con Gianna?»
«Sì, stanno bene assieme.»
«Sono contenta per loro.»

Ripresero a camminare, per un momento Livia osservò il pozzo al centro del chiostro.
«Quando sono arrivata qui speravo di ritrovare suor Maria Crocifissa.»
«La tua amica?»
Lei annuì «L’ho vista di persona solo una volta, perché mio padre mi chiese di chiederle perdono, ma ho comunque pianto.»
«Mi dispiace.»
«È morta durante la guerra.»

La frase cadde nel silenzio, Teo non cercò di aggiungere altro. Non ce n'era bisogno. Dopo qualche istante Livia tornò a sorridere.
«Comunque sto bene.»
«Si vede.»
«Davvero?»
«Sì.»
«In che senso?»
Teo inclinò la testa. «Hai preso un po' di peso.»


Livia lo fissò per alcuni secondi, poi scoppiò a ridere. «Grazie.»
«Era un complimento.»
«Lo so.»

«Durante la guerra ero preoccupato per te, sembravi un fantasma.»
«Non esagerare.»
«Avevi le guance scavate.»
«Forse.»
«Adesso sembri una persona normale.»
«Questa è probabilmente la cosa più gentile che tu mi abbia mai detto.»
«È sicuramente la cosa più sincera.»

Camminarono ancora per qualche minuto, il sole iniziava a scaldare le pietre del cortile. Alla fine, arrivarono vicino a una panchina. Teo infilò una mano nella tasca della giacca e tirò fuori un pacchetto di sigarette.
«Posso?»
«Certo.»
Ne prese una, poi gliene offrì una seconda. Livia rimase a guardarla.
«Non fumo da settimane.»
«Lo so.»
«Le ho smesse.»
«Lo so anche questo.»
«E allora perché me la stai offrendo?»
Teo sorrise. «Perché oggi sono venuto a trovare un'amica.»
Livia osservò la sigaretta per qualche secondo, poi la prese.
«Solo una.»
«Naturalmente.»

Teo accese la propria, poi accese quella di Livia. Per qualche minuto rimasero seduti in silenzio, due sottili colonne di fumo salirono verso il cielo del chiostro. Il mondo al di fuori non esisteva, erano solo loro due; due vecchi amici che dividevano una sigaretta.

F I N E

Dario Carcano

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Appendice

Linea del Tempo dell’Impero Romano d’Occidente

   ▪  472 – Vittoria di Antemio su Ricimero → fondazione della dinastia antemiana.
   ▪  VI secolo – Deposizione degli Antemii → nuova dinastia non riconosciuta da Costantinopoli.
   ▪  553 – Scisma tricapitolino: rottura tra Roma e Bisanzio; papi in esilio a Costantinopoli; nascita della Chiesa Aquileiana.
   ▪  VII–X secolo – Pressioni arabe in Africa (perdita temporanea di Tripolitania); invasioni di Longobardi, Ungari e Slavi lungo il Danubio.
   ▪  XI secolo – Breve conquista araba di Cartagine; l'Impero la riconquista ma perde l'Algeria e lo stretto di Gibilterra.
   ▪  XI–XIII secolo – Nuova età dell’oro:
        o Frontiera riportata al Danubio.
        o Influenza romana su Francia e Spagna visigota.
        o Conquista temporanea di Gerusalemme.
   ▪  1527 – Sacco di Roma da parte dei francesi → apice dell’“Anarchia dei Trent’anni”.
   ▪  XVI secolo – L’Impero perde l’occasione di colonizzare le Americhe.
   ▪  XVII secolo – Dinastia veneta: riforme e rilancio.
   ▪  Fine XVIII secolo – Estinzione dei Veneti; sconfitte contro la Francia rivoluzionaria; occupazione della Pianura Padana.
   ▪  1800 – Ascesa al trono di Leone IV Buonaparte, generale corso → inizio della dinastia corsa; riconquista della Provenza e di Marsiglia.
   ▪  XIX secolo – Rinascita militare ed economica dell’Impero, ma con forti contraddizioni sociali.
   ▪  XX secolo – Industrializzazione, neutralità nelle Guerre Mondiali, guerre coloniali con alterne vicende; nel 1989 restaurazione della Repubblica, dalla vita travagliata
   ▪  2019 – Adesione all'Unione Europea e all'Eurozona

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Successione ininterrotta degli imperatori romani

Dinastia giulio-claudia (27 a.C. - 68 d.C.)
1) Augusto (27 a.C. – 14 d.C.)
2) Tiberio I (14-37)
3) Caligola (37-41)
4) Claudio I (41-54)
5) Nerone (54-68)

Non dinastici (anno dei quattro imperatori)
6) Galba (68-69)
7) Otone (69)
8) Vitellio (69)

Dinastia Flavia (69-96)
9) Vespasiano I (69-79)
10) Vespasiano II (79-81)
11) Domiziano (81-96)

Dinastia ispanica (96-192)
12) Nerva (96-98)
13) Traiano (98-117)
14) Adriano I (117-138)
15) Antonino I Pio (138-161)
16-17) Antonino II (161-180), insieme a Lucio Vero (161-169)
18) Antonino III (180-192)

Non dinastici (anno dei tre imperatori)
19-20) Pertinace (193), insieme a Clodio Albino (193-197)
21) Giuliano I (193)

Dinastia Severa (193-211)
22) Settimio I (193-211)
23-24) Antonino IV (211-217), insieme a Settimio II (211)

Non dinastici
25-26) Macrino (217-218), insieme a Diadumeniano (218)

Dinastia Severa – II periodo (218-235)
27) Antonino V (218-222)
28) Alessandro I (222-235)

Non dinastici (anarchia militare)
29) Massimino I il Trace (235-238)
30-31) Pupieno (238), insieme a Balbino (238)

Dinastia Gordiana (238-244)
32-33) Gordiano I (238), insieme a Gordiano II (238)
34) Gordiano III (238-244)

Non dinastici (anarchia dei nove anni)
35-36) Filippo I l’Arabo (244-249), insieme a Filippo II (247-249)
37-38) Decio I (249-251), insieme a Decio II (251)
39-41) Gallo (251-253), insieme a Ostiliano (251) e Volusiano (251-253)
42) Emiliano (253)

Dinastia Valeriana (253-268)
43-44) Valeriano I (253-260), insieme a Valeriano II (258)
45-46) Gallieno (253-268), insieme a Salonino (260)

Non dinastici (imperatori illirici e anarchia militare)
47) Claudio II il Gotico (268-270)
48) Claudio III (270)
49) Aureliano (270-275)
50) Claudio IV (275-276)
51) Floriano (276)
52) Probo (276-282)

Dinastia Numeriana
53) Caro (282-283)
54-55) Carino (283-285), insieme a Numeriano (283-284)

Tetrarchia (284-306)
56-57) Diocleziano (284-305), insieme a Massimiano I (286-305)
58-59) Costanzo I Cloro (305-306), insieme a Massimiano II (305-311)

Non dinastici
60) Severo I (306-307)
61) Massimino II (311-313)
62) Licinio (308-324)

Dinastia Costantiniana (306-363)
63) Costantino I (306-337)
64-66) Costanzo II (337-361), insieme a Costantino II (337-340) e Costante I (337-350)
67) Giuliano II (361-363)

Non dinastico
68) Gioviano (363-364)

Dinastia Valentiniana (364-392)
69-70) Valentiniano I (364-375), insieme a Valente (364-378)
71-72) Graziano (375-383), insieme a Valentiniano II (375-392)
73) Massimiano III (383-388)

Dinastia Teodosiana (379-423)
74) Teodosio I (379-395)
75-77) Onorio (395-423), insieme a Costanzo III (421) e Costantino III (407-411)

Non dinastico (interregno)
78) Giovanni I (423-425)

Dinastia Teodosiana – II periodo (423-455)
79) Valentiniano III (425-455)

Non dinastici
80) Petronio Massimo (455)
81) Avito (455-456)
82) Maggioriano (457-461)
83) Libio Severo (461-465)

Dinastia Costantiniana – II periodo (465-524)
84) Antemio (465-482)
85) Marciano I (482-506)
86) Procopio (506-511)
87) Marciano II (511-519)
88) Giovanni II (519-524)

Non dinastico
89) Leone I (524-527)

Dinastia Costantiniana – III periodo (527-549)
90) Giovanni II (524-531)
91) Costantino IV (531-549)

Non dinastico
92) Teodosio II (549-550)

Dinastia Leoniana (550-607)
93) Leone II (550-563)
94) Costantino V (563-587)
95) Costanzo IV (587-588)
96) Giovanni III (588-607)
97) Giovanni IV (607)

Non dinastici
98) Filippo III (607-608)
99) Marcello Severo (608)

Dinastia pannonica (608-693)
100) Pietro I (608-632)
101) Stefano I (632-647)
102) Giovanni V (647-674)
103) Pietro II (674-691, 1° regno)

Non dinastici (Anarchia dei vent’anni)
104) Leone III (691-696)
105) Adriano II (693-697)
103) Pietro II (697-704, 2° regno)
106) Stefano II (704-707)
107) Marciano III (707-711)

Dinastia friulana (711-788)
108) Giovanni VI (711-744)
109) Stefano III (744-749)
110) Nicola I (749-756)
111) Pietro III (756-774)
112) Nicola II (774-788)

Dinastia aostana (788-887)
113) Paolo I (788-821)
114) Adriano III (821-844)
115) Paolo II (844-875)
116) Costantino VI (875-877)
117) Costanzo V (877-880)
118) Costantino VII (880-887)

Non dinastici (crisi del X secolo)
119) Sergio I (887-924)
120) Niceta (924-926)
121) Marcellino (926-947)
122) Paolo III (947-950)
123) Sergio II (950-961)

Dinastia provenzale (961-1066)
124) Marcellino II (961-983)
125) Costanzo VI (983-987)
126) Anastasio I (987-1024)
127) Marcello II (1024-1066)

Non dinastico
128) Callisto (1066-1071)

Dinastia sicula (1071-1266)
129) Ciriaco (1071-1101)
130) Simone (1101-1105)
131) Alessandro II (1105-1154)
132) Costanzo VII (1154-1166)
133) Costanzo VIII (1166-1189)
134) Teodoro I (1189-1194)
135) Costantino VIII (1194)
136) Costanza Porfirogenita (1194-1250)
137) Anastasio II (1250-1266)

Non dinastici (primo interregno)
138) Eugenio (1266-1275)
139) Damaso (1275-1282)
140) Teodoro II (1282-1290)

Dinastia slavonica (1290-1390)
141) Pietro IV (1290-1334)
142) Costantino IX (1334-1342)
143) Alessandro III (1342-1365)
144) Costantino X (1365-1382)
145) Alessandro IV (1382-1390)

Non dinastici (secondo interregno)
146) Costanzo IX (1390-1391)
147) Teodoro III (1390-1397)
148) Nicola III (1397-1403)
149) Francesco I (1403-1405)
150) Giovanni VII Maria il Malvagio (1405-1429)
151) Marciano IV (1429-1434)

Dinastia mugellana (1434-1494)
152) Cosimo I (1434-1464)
153) Pietro V il Gottoso (1464-1469)
154) Lorenzo I il Magnifico (1469-1492)
155) Pietro VI (1492-1494)

Non dinastici (anarchia dei trent’anni)
156) Aloisio I il Moro (1494-1500, 1° regno)
vacante (1500-1502)
157) Paolo IV (1502-1507)
156) Aloisio I il Moro (1507-1508, 2° regno)
158) Lorenzo II (1508-1511)
159) Massimiano IV (1511-1518)
160) Francesco II (1518-1522)
161) Antonino VI (1522-1525)

Dinastia trevigiana (1525-1576)
162) Marco Antonio I (1525-1566)
163) Marco Antonio II (1566-1569)
164) Marco Antonio III (1569-1576)

Dinastia Aurelia (1576-1669)
165) Marco Aurelio I Contarini (1576-1599)
166) Marco Aurelio II Contarini (1599-1604)
167) Domenico I Contarini (1604-1607)
168) Nicola IV Contarini (1607-1631)
169) Marco Aurelio III Contarini (1631-1656)
170) Domenico II Contarini (1656-1669)

Non dinastici (periodo elettorale)
171) Nicola V Sagredo (1669-1676)
172) Aloisio II Sallustio (1676-1684)
173) Marco Antonio IV Salvio (1684-1688)
174) Francesco III Morosini (1688-1694)
175) Cornelio I Scipioni (1694-1700)
176) Aloisio III Messalla (1700-1709)
177) Giovanni VIII Borromeo (1709-1716)

Dinastia veneta (1716-1791)
178) Paolo V Morosini (1716-1740)
179) Paolo VI Morosini (1740-1786)
180) Pietro VII Morosini (1786-1791)

Non dinastici (anarchia dei nove anni)
181) Cornelio II Scipioni (1791-1792)
182) Claudio V Silla (1792-1795)
183) Anastasio III Sallustio (1795)
184) Marciano V Berlinghieri (1795-1797)
185) Teodoro IV (1797-1800)

Dinastia corsa (1800-1905)
186) Leone IV Buonaparte (1800-1821)
187) Leone V Buonaparte (1821-1832)
188) Giuseppe I Buonaparte (1832-1844)
189) Aloisio IV Buonaparte (1844-1846)
190) Leone VI Bonaparte (1846-1861)
191) Giovanni Pio I Buonaparte (1861-1884)
192) Paolo VII Buonaparte (1884-1905)

Non dinastico
193) Nicola VI Scipioni (1905-1917)

Dinastia istriana (1917-1985)
194) Marciano VI Giraldini (1917-1924, 1° regno)
195) Giovanni Battista I Giraldini (1924-1935)
194) Marciano VI Giraldini (1935-1959, 2° regno)
196) Paolo VIII Giraldini (1959-1985)

Comitato Imperiale per lo Stato d’Emergenza (1985-1989)

Seconda Repubblica Romana (1989-1992)
197) Presidente Francesco Saverio Salvio-Stefani

Guerra Civile Romana (1992-1996)
198) Lucilio Prisco, Presidente dello Stato Popolare Romano (SPR)
199) Livia Salvio-Stefani, Presidente del Governo di Salvezza Nazionale (GSN)

Terza Repubblica Romana (1996-oggi)
200) Presidente Teodoro Lori

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Così commenta Perchè No?:

Grazie per questo tuo romanzo. Mi chiedevo perché hai dato una fine cosi patetica al dottor Rambaldi. Ho avuto la risposta con il finale, i grandi uomini di Roma erano semplici uomini con i loro difetti, i grandi cattivi della storia anche loro, e il dottore ha avuto la fine di qualsiasi povero pazzo (e Prisco ha fatto la fine di un dittatore rumeno).
Però sono sempre dubbioso sulla figura del leader disinteressato che si ritrova al potere per forza delle circostanze e fa un buon lavoro proprio perché non voleva il potere. Il suo contrario, ovviamente l'ambizioso che cerca il potere come fine per se stesso, è avvenuto piu spesso, ma mi sembra piu verosimile il leader capace che vuole il potere (e il mio riferimento per questo è sempre De Gaulle, arrivato al potere con metodi al limite della legalità). Un candidato capace sa per forza che ha i talenti necessari, non li nasconde eccezion fatta per mostrare un'umiltà di facciata. Per questo Teo Lori mi sembra assomigliare più a un pontefice romano che a un politico.

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E Dario gli replica:

Apprezzo l'apprezzamento; per quanto riguarda il finale, e l'elezione di Teo Lori, volevo che alla fine a ottenere il potere massimo fosse un personaggio che fosse l'opposto dell'uomo della provvidenza o del grande uomo. Teo si prestava bene, per questo, fin da quando stavo scrivendo la terza stagione, avevo deciso che il finale sarebbe stato una sua elezione alla presidenza.
Il finale originario, a cui stavo pensando quando stavo scrivendo la seconda stagione, era che Longino Ramelli uscisse vincitore e instaurasse il suo regime, ma non mi soddisfava, soprattutto perché era un finale troppo oscuro, che andava contro al messaggio che volevo dare all'opera. Mi ha salvato il film Being There, basato sull'omonimo romanzo di Jerzy Kosinski, e da lì poco a poco è nato tutto il resto, inclusi gli archi narrativi sulla fede di Livia e la redenzione di Anicio.
Forse non è verosimile come finale, ma è quello che secondo me completa l'opera nel modo migliore possibile.

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Questo è il parere in proposito di Paolo:

Io sono un per-nulla-fan dei mondi pseudo-distopici con gusto per la discesa progressiva agli inferi. Lo so, è il tuo pane, ma che ci devi fare, sò gusti. Per la cronaca, per questo di solito evito di commentare ciò che produci, ho paura che il mio bias influenzi quello che direi. Nonostante ciò, devo dire che ho comunque apprezzato davvero tanto. Il ritmo secco e serrato dei telex dà una nota avvincente che anima la volontà del lettore di proseguire e capire che succederà. Diciamo che l'intreccio tra il contesto globale e le vicende umane dei singoli protagonisti è di grande qualità, anche se, in sincerità, in alcune occasioni avrei desiderato una maggior chiarezza di ciò che fa da sfondo (e per questo ti sono immensamente grato per le appendici).

Molto sapiente anche lasciare diversi nodi aperti per il seguito, nonostante avrei pagato per conoscere un po' di più il background e i pendieri di soggetto 1 e in parte anche del buon(?) dottore. All in all, ti ringrazio per avermi davvero accattivato con qualcosa a cui di solito mi approccio con molta diffidenza.

Una nota a margine: sarò io che sono fissato su certe cose, ma quanto è autarchico culturalmente l'impero? No, perché, la parola 'background' in un documento ufficiale segreto mi suonava un tantino strana...(in parte così come il nome del progetto, 'Titan'. Ma quella è solo colpa mia... Continuava a venirmi in mente Stockton Rush e il suo sommergibile.

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Dario gli risponde:

Ti ringrazio per i complimenti, rispondendo alla domanda ti dico che in parte è vero che ogni tanto mi sono scappati degli inglesismi di troppo (come nell'esempio da te citato) però l'imperatore Paolo VIII ha comunque studiato negli USA, conosce la lingua, e negli anni del suo regno sono giunti in Romania molti film americani, per cui il fatto che il nome del progetto sia in inglese non mi sembra implausibile.
Ci tengo a sottolineare che Francesco Saverio Salvio-Stefani non è un personaggio inerentemente malvagio o, perlomeno, non l'ho concepito come tale; si tratta di un essere umano, con dei pregi e dei difetti, e alcune idee molto sbagliate.
Un uomo che rappresenta la media dell'Imperatore romano medio trasposta nel XX secolo: qualcuno che ha saputo essere al posto giusto nel momento giusto, ha saputo tenersi alla giusta distanza dal potere assoluto, ritagliandosi un proprio spazio d'influenza, e quando ne ha avuto l'occasione ha saputo prendersi la cima della piramide, e diventare il predatore apicale nell'Impero.
Solo che, una volta diventato capo assoluto, le qualità che gli hanno permesso di prendere il potere, diventano ciò che lo condannerà a cadere malamente.
Inserire persone fedeli nei gangli dello Stato gli ha permesso di espandere la propria influenza quando era ministro, ma farlo da presidente significa riempire la catena di comando di yesman molto spesso incapaci.
Vedere nei report allarmanti dei servizi di sicurezza un modo per espandere l'influenza nel governo gli ha permesso, da ministro, di difendere la propria sfera d'influenza; ma da presidente significa chiudere gli occhi di fronte alla realtà.
Accentrare su di sé ogni decisione possibile gli ha permesso, da ministro, di accumulare informazioni e potere; farlo da presidente significa ritardare ogni decisione, anche quelle più importanti, perché le carte sono sulla scrivania del Quirinale ad attendere una firma.
Stefani non è stupido, però sta continuando ad utilizzare da comandante in capo gli stessi schemi mentali che utilizzava quando stava scalando la piramide.
E questo, a cascata, lo porta a sbagliare, e a commettere errori; accentrare dossier, tenere fascicoli sulla propria scrivania, più di quanti sia possibile gestirne in maniera approfondita, significa che Stefani non ha il tempo per esaminare nel dettaglio nessuno, o quasi nessuno, di questi fascicoli.
E quindi, non potendo prendere delle decisioni approfondite, le uniche decisioni che Stefani può prendere sono delle decisioni superficiali, prese dopo aver esaminato sommariamente un dossier. Delle toppe.
Ma quando si mettono troppe toppe, prima o poi si toppa.

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Invece Bhrghowidhon commenta:

"Il Cesare Paolo" è un’ucronia notevolmente distopica e mi fa impressione che questo sia il prodotto di un Ucronista che non ha mai fatto mistero del proprio interesse per la Romanità. Invece, presa per quanto dichiara, l’ucronia del Cesare Paolo è una (forse involontaria) dimostrazione che uno dei miti più popolari, la nostalgia di Roma come occasione perduta per la Nazione Italiana, quando viene svolto in dettaglio produce effetti molto distanti dalle quasi messianiche attese che ha spesso suscitato.

Nel presupposto che l’Opera d’Arte – e in generale ogni messaggio – non sia di proprietà esclusiva di chi la genera (come del resto i Figli non sono di proprietà esclusiva di alcuno, neppure dei Genitori, né l’Oggetto d’Amore lo è di chi ne è innamorato; molto controverso è il dibattito se l’Embrione sia di proprietà della Gestante), bensì condivisa fra tutti coloro che ne fruiscono, mi permetto di proporre un paio di considerazioni fra le moltissime che in questi due anni (ma già da prima) hanno accompagnato la lettura di questo romanzo (lo posso chiamare così?). Nessuna rappresenta una sorpresa, ma forse le ripetizioni sono ammissibili quando le precedenti formulazioni sembrano non essere mai pervenute a destinazione.

I Fatti Storici sono naturali e gli attuali Stati hanno una mobilità superiore alle Placche Tettoniche (esse pure tut’altro che fisse); in particolare, l’Italia e la Germania hanno fatto parte dello stesso ‘Stato’ per più di un millennio, tutto compreso negli antefatti di questa ucronia. È dunque escluso che la persistenza dell’Impero Romano fino ai nostri giorni, ‘ridotto’ nei confini descritti in Echi da un impero oscuro, abbia lasciato immutato rispetto alla Storia reale tutto il resto del Mondo. In Echi da impero oscuro e nel corso della narrazione compaiono l’Ungheria (nonostante la permanenza dei Longobardi in Pannonia), la Spagna, la Francia (che nel 1527 interviene nell’Impero a sostegno di uno dei Pretendenti), il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica (almeno al tempo di Lenin); ma l’assenza delle Lotte fra Papato e Impero (intesi come Pontefici Romani e Imperatori Tedeschi), della Quarta Crociata, dei Periodi Avignonesi e delle Guerre d’Italia nonché di quelle Napoleoniche come le conosciamo (dato che Leone IV. Bonaparte è Imperatore Romano) – oltre a rappresentare, come ovvio ed evidente, una grande Divergenza per l’Italia stessa – comporta alcune decisive conseguenze per la Storia della Germania, della Svizzera, della Polonia, della Lituania, della Spagna, della Danimarca, della Svezia, dei Paesi Bassi e del Portogallo e di conseguenza delle Americhe e, infine, dell’Europa Sud-Orientale e del Vicino Oriente.

Come molti dei Destinatarî ben sanno, ogni passaggio potrebbe essere motivato in dettaglio, ma la faccio breve: la conclusione è che questa ucronia implica per forza che la Spagna, l’Ungheria e tutto ciò che in Europa e nelle Americhe non appartiene agli altri Stati espressamente citati nella narrazione costituiscono un unico Blocco geopolitico (forse non Kaisertum ma con ogni verosimiglianza comunque Reich), sotto Francesco Giuseppe II. all’epoca dei fatti più recentemente narrati. In altri termini: l’insieme di tutti i particolari descritti dall’Autore (cui tutti riconosciamo un particolare primato narrativo) equivale ad ammettere quanto ho scritto. L’alternativa sarebbe non solo una fallacia epistemologica per tutti noi (ossia che le ucronie possano essere internamente incoerenti e che quindi le osservazioni critiche – in senso neutro – degli ucronisti non valgano niente), ma anche un paradosso narrativo (l’iperrealismo dei pezzi di virtuosismo giornalistico costretto a coesistere con l’irrazionalità di quella stessa dimensione ucronica in cui si collocano) oltre che una discreta disparità di trattamento fra Lettori (in ciò sinistramente – o destramente – simile allo stato del Diritto nell’odierno Impero Romano descritto).

Per quanto riguarda i fatti specifici, dandosi il caso che il 3. giugno 1989 sia una data impressa nella memoria di chiunque fosse vivo e raziocinante all’epoca (quella sera, caratterizzata – dove mi trovavo – da tempo sereno ma temperatura mite, ho visto al Cinema la pellicola Salaam Bombay, poi per il resto della serata ho seguìto fino a notte fonda le notizie da Pechino), posso contribuire a descrivere come ci possiamo immaginare le reazioni di Francesco Giuseppe II. (di cui conosciamo quelle reali alla Repressione di Piazza Tiān’ānmén) nel caso di un secondo episodio di violenza di Stato, pure molto più vicino (gli Stati Asburgici – che si potrebbero chiamare Unione Ibero-[Slavo-]Germanica o Ibero-Germano-Slava – hanno il confine più lungo, dal punto di vista di entrambe le parti, con l’Impero Romano; ancora di più se vi si aggiunge lo strettissimo alleato Impero Ottomano, che probabilmente molti nell’Impero Romano sospettano di fomentare la Resistenza Musulmana). Per il momento, il minimo che si può supporre è che venga ordinato lo stato di allerta di tutte le Forze Armate al confine con l’Impero Romano e di internare tutti i Militari romani che dovessero attraversare la frontiera (con particolare attenzione ai tratti in cui risulta più facilmente valicabile, come fra i Laghi dell’Insubria); altrettanto, con ancora più attenzione, vale nel caso che a sconfinare fossero Personalità apicali (del Regime vigente o coinvolte nel Colpo di Stato): per tutte sarebbe previsto il confinamento in una località segreta e protetta, con libero accesso alle informazioni sull’evoluzione degli eventi, ma senza pregiudizio circa la possibilità (da valutare al momento preciso) di comunicare con l’esterno.

Livia è la vera Protagonista del romanzo (Francesco Stefani è una figura di raccordo, le azioni – dalla repressione alla stesura dei discorsi – vengono fatte da altri). A diciotto anni ha la mente piena di ucronie (molte, per forza di cose, private) e immagino, anche per le condizioni oggettive, che ritenga piuttosto immaturi molti dei suoi coetanei, per cui tenderà a preferire la conversazione con persone che hanno più anni di lei e più cultura che la media. La figura paterna rischia di essere una delle principali sfide della sua vita...

E ora, mi permetto di tentare un confronto fra le biografie di Longino Ramelli nll'universo del Cesare Paolo e in quello dell’ucronia "6 agosto 1945" del nostro Comandante. È chiaro che i tre capoversi finali si potrebbero collocare in uno qualunque degli almeno quarantamila altri giorni fra l’inizio della Prima Guerra Mondiale nella Storia reale e quest’anno; è comunque almeno possibile – e in una delle regione di massima verosimiglianza – che avvenissero intorno agli Anni Quaranta. Longino Ramelli nascerebbe dunque «nel 1948 da una famiglia della piccola borghesia laziale» (anche se il cognome rispecchia la provenienza genericamente lombarda o piacentina della linea paterna) ed entrerebbe «giovanissimo nell’aeronautica» (le Forze Armate del Reich – di cui il Ducato Romano fa parte – e del Kaisertum hanno i Comandi in comune). Dato che le vicende in Mauritania del Cesare Paolo si svolgono in Algeria e che più o meno inesorabilmente – con buona... ‘pace’ del Principe di Metternich – Francesco III. d’Asburgo-Lorena (erede dei Guisa-Lorena-Elbeuf-Lambesc dal 21. novembre 1825; II. del suo nome come Sacro Romano Imperatore, I. d’Austria) avrebbe prima o poi affidato al Gen. Savary – in tal caso non Duca di Rovigo, ma d’altronde rimasto Cadetto dei Signori di (un Ottavo del Feudo di) Marcq – l’Alto Comando delle Truppe Francesi nella Reggenza di Algeri (con tutto ciò che ne è seguìto), è pressoché d’obbligo inferire che la Legione Straniera nel 1967 includesse almeno alcuni elementi dell’Aviazione Imperial-Regia. Dopo la Facoltà di Scienze Politiche, dal 1975 sarebbe in servizio al(l’)Evidenzbureau (sīc), col soprannome di “Il Fantasma d’Algeria” (o “Il Legionario”?). Il 1975 è l’anno cruciale per un’ucronia su Sergio Ramelli, nato a Milano (Capitale del Regno di Lombardia) l’8. luglio del 1956; in assenza sia dell’Unione Sovietica sia della Repubblica Popolare Cinese, è poco credibile che si dessero – direttamente o meno – le condizioni per l’esistenza delle Brigate Rosse (non approfondite in questa sede, dove interessa soltanto che il fenomeno avesse al massimo una portata molto inferiore a quella storicamente nota) né di conseguenza quelle che hanno contribuito in modo decisivo all’iscrizione di Sergio Ramelli al Fronte della Gioventù (o ancora Giovane Italia?), qualunque ne fosse la posizione politica in questa ucronia (Indipendentisti / Nostalgici Quarantottardi oppure, al contrario, militanti “Clericali”). Nel 1989, il quarantunenne Longino Ramelli potrebbe comunque ricoprire un ruolo apicale nel(l’)Evidenzbureau, dove forse esisterebbe una scheda anche sul trentadue-/trentatreenne Sergio Ramelli (nel frattempo laureatosi e impiegato in un’industria chimica). Nel 2025, entrambi sarebbero ormai pensionati (non è escluso che anche Sergio Ramelli fosse divenuto nel frattempo un Dirigente, eventualmente di una Partecipata Statale, dal momento che tutte le aziende fallite sarebbero state prima o poi acquisite dalla Proprietà Pubblica). Che una “distopia hŏrrŏr” riservi ai proprî Protagonisti un destino negativo è quasi inevitabile, ma in questo caso non è (ancora) detto; che l’ucronia lo riservi migliore che la Storia reale è ciò che ci si deve attendere se se ne accetta la definizione di ‘Utopia nella Storia’ e qui puntualmente così avviene.

Post scriptum: Rambaldi < germanico (sempre lui) *Răǥĭnă-bălđă-z ‘ardito di giudizio (decreto, responsabilità)’.

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Dario replica anche a lui:

Il tuo commento purtroppo va a colpire un nervo scoperto, uno dei pochi punti in cui io stesso, da ucronista e appassionato di storia alternativa, sono più che consapevole dei limiti del mio lavoro.
Purtroppo ciò deriva dalla natura di questi racconti alla sua origine nella già lontana estate del 2023, quando scrissi il racconto dedicato al cesare Paolo in cui un D'Annunzio di un universo alternativo racconta il proprio rapporto col futuro imperatore; in quel racconto, che avevo pensato come un lavoro a sé stante senza ulteriori seguiti, superficialmente pensai di incastrare l'Impero Romano nella geografia mondiale del XIX secolo del nostro universo, senza sforzarmi di pensare ad un universo alternativo in cui la sopravvivenza dell'Impero Romano ha alterato la geografia mondiale nel mondo in cui avrebbe dovuto.
Non ne vedevo la necessità, e onestamente mi sembrava molto più interessante far interagire l'Impero Romano con gli Stati-Nazione europei del XIX secolo (Francia, Germania, Russia) e un grande stato emergente e multinazionale (gli Stati Uniti) che costruire da zero la linea temporale alternativa di questo universo per arrivare ad un XIX secolo in cui la sopravvivenza dell'Impero Romano ha effettivamente avuto un impatto sulla geografia mondiale.
Volevo immaginare l'Impero Romano nel NOSTRO universo, anziché immaginare l'evoluzione di un universo in cui l'Impero Romano è sopravvissuto.

C'erano alcuni cambiamenti, come per esempio la sopravvivenza dell'Impero Romano d'Oriente assieme all'Occidente, oppure l'anticipazione dello scisma tra cristianesimo occidentale e orientale allo scisma tricapitolino, con Costantinopoli che "assorbe" il papato di Roma (migrato in Oriente dopo lo scisma) e Aquileia che prende il posto di Roma come guida del cristianesimo occidentale.
Mi resi conto molto presto però che questi cambiamenti erano molto difficili da gestire senza ulteriori sviluppi, ma ormai era troppo tardi, e le conseguenze di una loro rimozione sarebbero state probabilmente peggiori.
Così dovetti inventarmi una momentanea caduta di Cartagine per giustificare un Maghreb islamico e la separazione tra Spagna e Portogallo.
Un periodo di Anarchia interna all'inizio del XVI secolo per impedire all'Impero di colonizzare le Americhe.
Una struttura policentrica del cristianesimo occidentale, col patriarca di Aquileia primo tra pari senza potere effettivo, sia per rendere plausibile che sia stata Aquileia a evangelizzare i sassoni e gli slavi occidentali, sia per avere qualcosa di simile allo scisma protestante che causasse la guerra dei trent'anni.
Un Impero Romano d'Oriente che prende il posto dell'Impero Ottomano assimilando i turchi dell'Anatolia, venendo infine ridotto alla somma tra i confini moderni di Grecia, Turchia e Cipro.
Una Germania che si unisce, viene sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, diventa nazista e scatena la seconda, senza aver ben presente il come.

Al tempo stesso però, fin dall'inizio  la narrazione ha sempre avuto la priorità rispetto al "realismo" ucronico.
Soprattutto da quando è partito "L'Imperatore Medico", la narrazione si concentra sull'Impero, menzionando il resto del mondo solo quando necessario, così da permettere ai lettori più bravi con le ucronie di riempire i vuoti, cercando però di mantenere una cornice che un lettore non familiare con la Storia alternativa sappia riconoscere senza problemi; ma non nego i limiti di una simile decisione, come non ho mai nascosto come in questo lavoro trovassi molto più interessanti gli aspetti horror rispetto a quelli ucronici.

Questa non rappresenta né una risposta esaustiva né sufficiente, ma spero possa almeno far chiarezza sui ragionamenti dietro la costruzione di questo universo.

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Paolo commenta:

La risposta ha chiarito che non c’è spazio di collaborazione, ma è anche vero che era chiaro sin dall'inizio che la verosimiglianza dello scenario non è mai stato un interesse primario... ma nemmeno secondario o terziario, rispetto alla narrazione o all'ideologia che ad essa sottende. Non è (più) né Utopia né Ucronia, (ma coglie il vero interesse di molti “Utopisti-Ucronisti”): il fascino (morboso? O solo vagamente estetico/decadentista?) per la distopia... C'è da chiedersi quale 'eccesso di storia' nietzscheano rapprestenta ciascuno di noi.

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E subito Bhrghowidhon replica:

È la chiave per l’interpretazione della Politica: a molti – Italiani compresi – piace l’ambiente in cui vivono e vogliono la Politica così com’è (corrotta e violenta). L’Utopia fa paura e riesce ad attirare solo i disadattati.
Nel mio caso, l’Eurasia come (eccesso [?] di) Storia Monumentale, l’Indoeuropa (con particolare ma nient’affatto esclusivo riguardo ai Celti) come (eccesso di) Storia Antiquaria e le Ucronie mitteleuropee come eccesso di Storia Critica.
Credo poi che, eventualmente al di là delle consapevoli “intenzioni” (che sono a loro volta una narrazione, a sé stessi [si scrive così]), questa (apparente) “ucronia” descriva l’Italia non fascista, ma – come hai acutamente fatto presente – del tutto contemporanea, anche riferita (a parte appunto l’idolo polemico musulmano) agli Anni Ottanta. È un romanzo spaventoso che piace perché è uno specchio e rivela gli intimi desiderî politici (e, a questo punto, pure geopolitici) degli Italiani; gli articoli non descrivono un’ucronia (distopica), ma la Realtà (‘eteotopica’).

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Enrico Pizzo dal canto suo commenta:

Riguardo alla vittoria degli Islamisti e alla caduta della Mauretania, dopo 111 anni di controllo romano, secondo me la cosa migliore da fare è aprire un canale con gli attaccanti.
Io al posto di Ramelli agirei così:

1 - cercherei tra gli stati "amici" uno che può aprire un canale di comunicazione con gli islamisti
2 - cercare in Africa un indigeno che possa agire come "nostro uomo in loco", ma senza che la cosa sia troppo evidente
3 - una volta aperto questo canale, offrirei alla controparte la possibilità di avviare una conferenza volta al trasferimento dell'autorità dall'Impero Romano al Nuovo Governo

Questo, a mio parere, finirebbe per incrinare la solidità del fronte avversario.
In tutte le coalizioni vi è sempre l'elemento "estremista" che vuole andare fino in fondo, e quello "moderato", che se può evitare ulteriori sacrifici è disponibile a trattare.

3 - farei capire alla componente " moderata " che, una volta avvenuto il trasferimento dei poteri, diventeranno il nuovo Interlocutore Privilegiato di Roma, con tutti i benefici che questo comporta in termini di contratti da firmare e investimenti industriali
4 - se i "moderati" dovessero lamentare la non disponibilità di risorse economico/finanziarie necessarie per acquisire la leadership del fronte islamista mi farei scappare...

"a Timbuctù c'è un uomo, Toni Vianeo del fu Menego. Dicono che disponga di numerosi magazzini, pieni di armi moderne di ogni genere, che attendono solo di essere svuotati. Prezzi modici e pagamento in 48, piccole, comode rate annuali."

Ovviamente la cosa deve essere fatta in modo da salvare la faccia, l'Impero Romano NON deve risultare come un fornitore di Toni Vianeo del fu Menego, anzi, il suo nome è nella blacklist del Governo.
È vero che l'Impero esporta armi, ma le vende a Nairobi, a Bepi Boscolo del fu Marco...

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E Alessio Mammarella aggiunge di suo:

Sempre a questo proposito, vista la celerità con cui da Washington è arrivata la "telefonata" possiamo presumere che in realtà Stefani stesse solo recitando la parte del dittatore bollito, e che fosse invece ben consapevole di quello che stava per succedere e segretamente in accordo ad altissimi livelli con la potenza d'oltreoceano? Magari voleva farlo pensando che le sconfitte militari e la perdita di ampi territori avrebbero ridimensionato quei generali di cui ha sempre temuto il potere e l'ambizione...

Calando questa tesi "complottista" nella storia, uno come Ramelli potrebbe confezionare un bel pacchetto:
- al Presidente Stefani il potere ha dato alla testa (fatto di dominio pubblico);
- siccome non è un militare e non si è mai fidato di loro, si è basato sulle sue possibilità di contatto ad alto livello per concordare la sua strategia politica con Washington, all'insaputa di tutti (quindi è un traditore!);
- gli americani gli hanno consigliato di favorire una vittoria degli islamisti in Africa e una ritirata romana perché ciò è funzionale alla loro strategia (e quindi la vita di migliaia di coloni romani viene sacrificata per favorire i calcoli di convenienza di una potenza straniera!);
- anche l'ultimo rimpasto di governo era solo una mossa per perdere tempo e inceppare i meccanismi dello stato in attesa che gli islamisti fossero pronti.

Un dossier con questo contenuto potrebbe giustificare un giro di vite molto più radicale. Stefani potrebbe essere arrestato e processato per Alto Tradimento. Per quanto riguarda la situazione in Africa si potrebbe mostrare all'opinione pubblica che Roma non è debole né pigra, ma che è tutta colpa di un traditore al massimo livello. E che, se bisogna arrendersi all'evidenza della sconfitta bisogna farlo perché i danni prodotti dal traditore sono così gravi da poter essere riparati solo nel lungo periodo.

Aggungo un'ulteriore considerazione. Quest'opera è realistica o ucronica? Se guardiamo al piano geopolitico, è ucronica perché ci mostra una Italia che, come da sogni triplicisti, domina il Mediterraneo occidentale e colonizza il Maghreb, prendendosi il ruolo che nella storia reale è stato della Francia. Al tempo stesso però l'opera è realistica perché ci mostra che in effetti quella strada lì sarebbe stata fallimentare.

Anche immaginando una ucronia più convenzionale, in cui l'Italia combatte la I Guerra Mondiale dalla parte degli Imperi Centrali, vince e ottiene il controllo di Marocco, Algeria e Tunisia, probabilmente la storia della seconda metà del XX secolo sarebbe stata questa. Una storia crudele nello svolgimento e miserevole nella conclusione. Purtroppo serviva. Nel raccontare le caratteristiche e le contraddizioni di un regime autoritario/totalitario non c'è nulla di più esplicativo di una guerra in corso e nulla di più catartico di una sconfitta epocale.

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Gli replica Bhrghowidhon:

Le ucronie ridotte ad assurdo da questa non sono solo né tanto quelle in cui l’Italia vince la (Prima) Guerra Moniale in Alleanza con gli Imperi Centrali (soprattutto per il fatto che, in quasi tutte le ucronie di quel genere, esisterebbe un’Unione Mitteleuropea in grado di assorbire molti scompensi di questa scala e sarebbe estesa all’intero Vicino Oriente nel più ampio senso del termine, per cui in pratica al posto di ’al-Barqī, il principale Referente per tutti i Musulmani sarebbe, in quanto Califfo nonché Sultano Ottomano, lo storicamente Şehzādeh Meḥmed ’Orḫān). Qui si tratta invece di un altro genere di ucronia: quella che mantiene l’Impero Romano d’Occidente (sia pur molto ridotto), include Comuni, Signorie e Repubbliche Marinare, esclude il Sacro Romano Impero, sfrutta Napoleone e sfocia nell’Italia otto-novecentesca con i suoi tipici obiettivi coloniali. Credo che sia il genere preferito dalla maggioranza degli Ucronisti italofoni: questo è il suo esito. Nella percezione corrente, la Storia d’Italia è stata quasi così (a parte sgradite parentesi di “Dominazione Straniera”) e, da questo punto di vista, l’ucronia non è più tale, bensì rappresenta la profonda e spesso non del tutto consapevole visione del proprio Stato da parte di molti Cittadini/Sudditi Italiani.

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Alessio allora precisa:

Ciò che intendevo dire, nel mio intervento precedente, è che il modello d'Italia "potente", di cui Dario ha mostrato l'inconsistenza, è nato nell'ambito della corrente di pensiero anti-francese presente nella nostra opinione pubblica sin dalla seconda metà dell'800 (appunto per questo avevo menzionato i triplicisti). Per me non era importante l'esito della Grande Guerra, ho fatto quell'esempio solo per sottolineare che il nazionalismo italiano non prescinde dall'idiosincrasia per la Francia. Anche se la Francia è il paese che ha reso possibile l'esistenza dell'Italia stessa (Napoleone, il tricolore, Solferino...) i nazionalisti hanno sempre visto dei risvolti negativi in termini di influenza culturale oppure di tentativi (ancora oggi) di influenzare la politica estera, industriale, finanziaria dell'Italia in senso favorevole alla Francia stessa.
Ho trovato un contributo interessante che affronta il rapporto "psicologico" tra Italia e Francia nella storia del XIX e XX secolo. Potete leggerlo cliccando qui.
Una mia idea è che i nazionalisti comunque abbiano cercato una strada per inquadrare l'identità italiana indipendentemente dal contributo francese, ma non si sono resi contro che il militarismo e le imprese coloniali non sono stati altro che una scimmiottatura di quanto fatto proprio dai francesi. Io penso quindi che un "vero" nazionalista italiano non dovrebbe avere alcuna nostalgia del passato coloniale, ma anzi, immaginare una Italia ucronica che non ha avuto colonie ma si è concentrata magari sullo sviluppo industriale e sociale.

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E Paolo gli ribatte:

Tutto benissimo, ma non riuscendo a considerare positiva in alcun modo l'ideologia nazionalista latu senso, francamente non mi pongo davvero il problema di cosa sia un nazionalismo giusto e uno sbagliato...

Non me ne vogliate, ritengo sia un limite mio, non riuscire a discernere. Il fatto è questo, sono un pessimista sui limiti della malvagità umana e la sua naturale capacità di far prevalere il buon senso, e parlo innanzitutto di me: mi son sempre chiesto se, fossi vissuto in tempi storici più difficili, non sarei diventato un entusiasta burattino di una pessima ideologia.

Il nazionalismo è appunto un presupposto storico che un potere fa passare per un apriori ineluttabile. Che esista 'lo spirito di un popolo' invece che le contingenze storiche e che lo si spacci come fattore identitario sempre e comunque come grimaldello per giustificare ogni cosa ('italiani brava gente', italiani santi poeti e navigatori', etc etc).
Lo spirito esiste, certo, ma è stato forgiato da non più di un centinaio di persone spalmate su qualche secolo che ne indottrina milioni. Non mi disturba farne ormai parte per osmosi culturale, è inevitabile. Mi disturba la 'fede' in esso (e nel fatto che esista come deus ex machina o che se ne retrodati l'esistenza a prima dello stato moderno).
E mi disturba innanzitutto perché sono un debole, ovvero che penso che se avessi fede in esso, non saprei MAI fino a che punto si spingerebbe la mia distorsione percettiva nel giustificarne le opere.

Potenzialmente, infatti, ogni azione è giustificabile come 'per amore', da cui la mia difficoltà (è il solito problema di Antigone, che, al riflesso dello specchio potremmo tranquillamentr vedere come una ribelle contro le leggi di Tebe che mette in crisi l'ordine costituito in nome di una pietà familiare che non sa guardare al grande quadro generale. O di Socrate, che non aveva capito che la sua condanna a morte era una questione di rinsaldamento dell'identità collettiva patriottica di Atene. O di Galileo, che non aveva chiaro che la messa in dubbio di Aristotele su come funzionava l'universo non fregava in sé a nessuno, ma che era una questione di credibilità della Chiesa, che in quel periodo aveva bisogno di essere salvata, in crisi com'era per via della Riforma.)

In secondo luogo, siam d'accordo che ogni uomo ha bisogno di un suo dio e non giudico quello degli altri... Ma sono nello stadio del bambino che ha imparato che Babbo Natale non esiste. Magari era bello il tempo infantile in cui ci credeva, ma tornare indietro ormai non riesce. Magari era bello il tempo in cui credevo che "italiani" "francesi" o "tedeschi" fossero categorie realmente e spiritualmente esistenti, ma dal momento che non ci credo più, non riesco a rapportarmi in maniera diversa a questi temi, con il rischio di passare magari per cinico e strafottente (che credetemi, davvero, non è quello che sono)

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Diamo la parola ad Enrico Pizzo:

La tua storia non altera solo la cronologia e la geografia politica, ma anche la lingua parlata e persino la geografia fisica del territorio.
La lingua perché la penisola non è mai stata interessata da migrazioni di popolazioni germaniche, quindi nel Latino parlato nel 1997 sono assenti parole di origine germanica come " guerra " o " guardia ".
La geografia fisica perché nella tua TL il governo non ha mai avuto la necessità di effettuare interventi nella zona del nord-est.
So di essere monomaniaco & noioso, ma in assenza dell'invasione Longobarda non vi è mai stata la colonizzazione della Laguna e quindi neppure la necessità di preservarla.
Nella tua TL l'ambiente lagunare è entrato in sofferenza nel XIII secolo ev, per poi estinguersi nel XVII.
C'è poi un altra considerazione da fare, il corso di TUTTI i fiumi del nord-est è artificiale nel loro tratto terminale, ma nella tua TL non vi era nessuna necessità di intraprendere lavori del genere.
Quindi in " Echi di un Impero Oscuro " il Po ha continuato a defluire per il ramo di " Tramontana ", non è mai esistito un " Po di Venezia " e la cuspide deltizia si apre più a nord.
L'Adige è il più importante tra gli affluenti del Po, Bacchiglione e Brenta sono 2 fiumi separati, con il primo che è affluente dell'Adige.
Il Piave non è mai stato estromesso dalla Laguna, ma giunto dove in HL si trova Caposile prosegue verso il mare per il Canale di Treporti, ricevendo come affluente principale il Brenta, che pochi km prima ha ricevuto le acque del Sile.
Nella tua TL i geografi del 2026 parlano ormai di delta Pado-Plavense, per sottolineare come le 2 cuspidi deltizie si sono fuse.
Se percorriamo la statale da Bologna ad Aquileia troviamo innanzitutto Voghenza, Ferrara qui non esiste, poi Gavello, Rovigo non esiste neanche in HL ma questo è un altro discorso, poi il centro agricolo di Clodia, ad una 20ina di km di distanza c'è la frazione Marina di Clodia nota località balneare, poi Altino, Concordia ed infine Aquileia.
Non esiste, ovviamente, Venezia ne tanto meno Porto Marghera, ma neppure Monselice perché non c'è mai stata un invasione Longobarda che costringe l'esercito a creare un " castra " su una collinetta periferica degli Euganei.
Gli Euganei a loro volta non si chiamano Euganei, ma hanno mantenuto il nome, purtroppo dimenticato, che avevano in epoca Classica, ed il loro profilo, ed il numero delle cime, è diverso.
In questa TL non c'è mai stata la necessità di costruire una città in mezzo alla Laguna, né di procedere a continue riparazioni del litorale, ergo l'attività estrattiva è iniziata più tardi ed ha avuto un impatto minore.
Non esistono i laghi di Santa Caterina, di Fedaia, del Mis, del Comelico.
A Longarone Vajont è solo il nome di una profonda forra da percorrere per arrivare nel comune di Erto, dopo aver superato la frazione di Colomber.
Il Monte Toc è solo una curiosità per Geologi.
Questo perché nella tua TL l'impero non ha mai avuto la necessità di sviluppare l'idroelettrico come strumento per la produzione di energia elettrica, preferendo prima l'olio combustibile ottenuto dalla distillazione del bitume libico, in 2.000 anni qualcuno avrà scavato un pozzo..., per poi avviare un programma più serio di sfruttamento con perforazioni mirate ed esplorazioni a grande profondità.
Non è mai esistita la " Civiltà di Villa " i Fracanzan non si insedieranno mai ad Orgiano, nel XVI secolo Paolo non tenterà mai di sedurre una procace contadina, né verrà mai processato per aver tentato di impedirne il matrimonio.
Cesare Beccaria non trascriverà mai gli atti processuali, né suo nipote Alessandro potrà leggerli, ergo non scriverà mai i Promessi Sposi!!
Ti rendi conto che razza di casino hai combinato?

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Bhrghowidhon obietta:

I "Promessi Sposi" sarebbero stati molto diversi, ma come nucleo (di origine indoeuropea e tradizione celtica) potevano ugualmente sussistere, v. pp. 566-573 di questo articolo.

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Il commento di Lord Wilmore invece è il seguente:

Niente da dire, è un affresco ben scritto di uno stato fortemente totalitario che si rifà il trucco e si accredita presso la comunità internazionale come baluardo contro il nemico di turno, in questo caso il terrorismo islamico (essendo ambientato negli anni '80, mi stupisce che non compaia un maccartismo in salsa italica e magari una vera e propria crociata antibolscevica, tipo truppe romane inviate in Angola e Mozambico a combattere contro le truppe castriste che sostengono i locali governi marxisti). Io lo avrei scritto in maniera completamente diversa, con un'organizzazione segreta tipo "La Spada Spezzata" che combatte dall'interno l'Impero senza affiliazioni ideologiche e senza commettere stragi. D'altro canto, io e Dario siamo diversi come scrittori, e va bene così, anche Seneca e Petronio erano diversissimi tra loro, eppure entrambi hanno incarnato l'intellighenzia filosofica d'epoca neroniana (Salvio-Stefani ricorda Nerone, sotto vari aspetti, così come il golpe del 4 giugno 1989 rievoca la Congiura dei Pisoni).

L'unica perplessità che mi resta è il solito problema di fondo, già evidenziato da Bhrghowidhon: appare improbabile, in presenza di un Impero Romano con questi confini, che Mitterand sia il presidente di una Quinta Repubblica Francese, che la Thatcher sia il primo ministro di un Regno Unito come noi lo conosciamo, e così via. In presenza dell'Impero Romano, ad esempio, non avremo il Sacro Romano Impero, Carlo Magno resterà Re dei Franchi e gli Asburgo potrebbero non ascendere mai. E l'assenza del Papa da Roma avrebbe conseguenze inimmaginabili sulla storia dell'Occidente. Se la dinastia dei Napoleonidi ha riconquistato Provenza e Marsiglia, ciò implica una netta sconfitta della Francia, che senza l'Empereur non si sarebbe mai risollevata diventando una potenza europea, ed anzi era a rischio spartizione (Borgogna alla Germania; Normandia al Regno Unito; Bretagna indipendente; Occitania indipendente o nell'orbita spagnola...) Tuttavia, vista l'alterazione profonda della storia europea, è possibile che la Guerra dei Cent'Anni non ci sia mai stata, oppure che Filippo V sia divenuto Re di Spagna e Francia (e allora un pensierino all'Italia e alla corona imperiale ce l'avrebbe fatto), oppure che gli Asburgo, se hanno avuto comunque fortuna, abbiano tentato in tutti modi, vista la loro tradizionale politica matrimoniale, di incamerare pure l'Impero Romano, se Filippo il Bello d'Asburgo sposa Bianca Giovanna, figlia legittimata dell'Augusto Aloisio II il Moro, approfittando dell'anarchia dei Trent'Anni, o se Maria Teresa d'Asburgo sposa l'imperatore veneto Paolo VI Morosini. Anche l'idea che basti l'Anarchia dei Trent'Anni per evitare all'Impero di colonizzare l'America (perchè no, poi? non l'ho capito) appare un po' debole: il Regno Unito si mosse molto dopo Spagna, Portogallo e Francia, ma diventò padrone del Nordamerica. Insomma, quello che qui manca e che mi sarebbe piaciuto leggere, è la storia del mondo INTORNO all'Impero Romano. Ma è presumibile che questa non verrà mai esplicitata, così come nel romanzo "La Svastica sul Sole" non si esplicita mai come ha fatto una nazione di 80 milioni di persone a sconfiggerne tre (USA, URSS e Impero Britannico) che rappresentavano da sole tre quarti dell'umanità.

Ecco comunque le partite dell'Impero Romano ai Campionati Mondiali di Calcio del 1990, organizzati in casa sua, nell'universo pensato da Bhrghowidhon:

9/6/1990, Stadio Olimpico di Roma, Impero Romano-Arciducato d'Austria 1-0
14/6/1990, Stadio Olimpico di Roma, Impero Romano-Nuova Inghilterra 1-0
19/6/1990, Stadio Olimpico di Roma, Impero Romano-Regno di Boemia 2-0
25/6/1990, Stadio Olimpico di Roma, Impero Romano-Provincia Cisplatina 2-0
30/6/1990, Stadio Olimpico di Roma, Impero Romano-Stato Libero d'Irlanda 1-0
3/7/1990, Stadio San Paolo di Napoli, Impero Romano-Vicereame del Rio de la Plata 4-3 rig. (1-1 d.t.s.)
8/7/1990, Stadio Olimpico di Roma, Impero Romano-Regno di Prussia 2-1

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Cliccando qui potrete scaricare la prima parte del romanzo "Echi da un Impero Oscuro" in formato pdf; cliccando qui, potete scaricare la seconda parte. Invece, cliccando qui potrete scaricare l'intero ciclo di racconti di Dario Carcano ambientati in questo universo. Se volete dirci che ne pensate, scriveteci a questo indirizzo.

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Successioni ininterrotte di sovrani ucronici

Imperatori di tutta l'umanitàRe di RomaImperatori Romani 1Imperatori Romani 2Imperatori Romani di BritanniaRe Celtici di BritanniaIperboreiScitiOstrogotiVisigotiGetiLongobardiFranchiAnglosassoniBurgundiBaschiSveviIsraeleSpartaItaliaScoziaIrlandaFrislandiaGermaniaBavieraValacchia BalticaBoemiaDanimarcaSveziaNorvegiaFinlandiaUngheriaBulgariaPoloniaLituaniaValacchiaMoldaviaSerbiaRussiaTurchiaCrimeaArabiaBabiloniaPersiaBattrianaTurkestanYavanaIndiaMongoliaCambogiaSiamLaosVietnamBirmaniaMalesiaSambasBruneiGiava AcehCoreaMaroccoNubiaKanem-BornuMaliSenegalAshantiDahomeyCongoBugandaZimbabweZuluInca

 

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