I mostri sotto al letto

di William Riker

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Disclaimer: questo è un racconto di pura fantascienza senza alcuna reale volontà di presa di posizione nei casi tuttora irrisolti che vi sono citati

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Tutto è silenzioso, oserei dire misterioso, intorno a me, come se anche la natura stesse trattenendo il fiato, in questa tiepida notte di settembre, densa di profumi e di peccati. Tra le dolci colline si distinguono appena i filari delle vigne e gli ulivi, perchè persino la luna, che era nuova appena due sere fa, sembra essersi eclissata per concedersi un appuntamento galante con il suo mitologico drudo. L’aria è fresca e odora di cipresso e di acero campestre, di alloro e di corbezzolo, di leccio e di melo selvatico, e il cielo scuro, punteggiato di stelle come l'abito da sera di una bella donna, avvolge le campagne in una quiete profonda. Non si intravede neppure la fioca luce che sfugge dalle persiane di una casa colonica: tra questi campi e questa brughiera non vive proprio nessuno. L'ideale, per chi come me ama aggirarsi nel buio in cerca di una preda.

Tutto è ameno come in un film romantico, di quelli che attirano tanto pubblico in un cinema di paese. Chi potrebbe mai pensare che in tale lieve atmosfera, sospesa tra i profumi della terra e l'immensità dello spazio, si annidano tanto vizio e tanta depravazione? So che può parere incredibile, eppure le ginestre e i ginepri tra cui ora mi sto facendo strada, protetto dall'oscurità come dall'elmo di Ade che donava l'invisibilità all'eroe Perseo, sono testimoni di perversità inconfessabili che devono sempre restare segrete, occultate da uno spesso strato di perbenismo borghese capace di ripulire la fedina penale anche al più malvagio degli uomini.

Nessuno in questo momento li potrebbe scorgere, ma io so bene che i cespugli e le folte macchie di vegetazione che orlano il crinale del basso colle lungo il quale sto procedendo, pullulano di guardoni come un vecchio cane pullula di pulci. Forse qualcuno di quei perversi, che probabilmente nella vita di tutti i giorni recitano la parte di padri amorevoli, professionisti irreprensibili e magari di amministratori comunali, in questo momento mi sta spiando, credendo che io stia recandomi all'appuntamento con un amore proibito di cui nessuno potrebbe sospettare l'esistenza. Ma, anche se mi intravedessero nelle lenti dei loro binocoli, nessuno di quei biechi voyeur, desiderosi solo di assistere a qualche amplesso clandestino e a qualche rapporto sessuale categoricamente vietato dalla morale imperante nella loro società, potrebbe mai scorgere le fattezze del mio volto, celato dalla notte senza luna come se mi stessi aggirando nell'ombra della Caverna del Mammut. E, se anche potesse scorgerle, se ne guarderebbe bene dal ricostruire il mio identikit davanti ai piedipiatti, poichè sa che io non scherzo e non minaccio invano, e nessuno mai, nella mia lunga vita, mi ha tradito ed è rimasto vivo a lungo per raccontarlo.

Tutto è pace e quiete, in questo dolce paesaggio sospeso tra gli splendori del firmamento e le meschinità del mondo; eppure è proprio questo l'ambiente ideale per placare la mia volontà di dominio sulla carne e suk sangue, anche se quei deficienti dei giornalisti hanno parlato di banale sete di violenza e di aberrazione. Chi mai potrebbe affermare, che proprio al riparo di questa notte senza luna, di questa campagna senza neppure una casupola, io posso soddisfare la mia brama di dare vita all'essere perfetto, il mio bruciante desiderio di affermare la mia superiorità su questa stupida razza inferiore? Eppure, proprio tra questi ameni faggi e questi odorosi cespugli di mirto, io sacrificherò altre due vittime sull'altare della mia scienza, mostrando a questi stolidi insetti, a questi stupidi primati che si credono padroni dell'universo e non sono neppure capaci di colonizzare la loro Luna, chi è il vero creatore di nuove razze ed il solo arbitro della vita e della morte!

Proprio qui, tra i boschetti fragranti che adornano questo ameno colle, in questo paesaggio paradisiaco, in questa specie di Eden in cui si sentono tanto sicuri, al punto da appartarsi per un rapporto sessuale senza prendere alcuna precauzione, io ho già individuato le mie cavie di questa notte, la settima e l'ottava da quando ho scelto questo angolo di mondo per sfruttare come mie cavie queste creature inferiori. Li ho visti, con il mio binocolo, dentro quel loro furgone a quattro ruote, una specie di macinacaffè preistorico maleodorante di olio combusto e di idrocarburi; ho visto i capelli corti e neri dell'uomo baffuto e quelli biondi e ricci della sua compagna, e nessuno di loro sfuggirà alla mia furia, perchè quando ho individuato la mia preda, come un rettile cornuto la azzanno e non la mollo più finché non l'ho cancellata dalla faccia della terra sottoponendola ai miei esperimenti. Ecco, sono in una radura a poche falcate da qui, dietro quegli alberi frondosi che sembrano fatti apposta per occultare la mia ennesima raccolta dati - ma la gente del posto la chiama delitto -  almeno fino a quando l'alba non sarà spuntata, e qualche cercatore di funghi passerà di qui, imbattendosi in una scena ben diversa dai prelibati carpofori che sperava di raccogliere. E domani la polizia di queste parti brancolerà nuovamente nel buio, come tutte le altre volte, come dopo ogni altro mio intervento, da tanti anni a questa parte. Non è ancora nato, infatti, il poliziotto che mi arresterà, perchè io sono più astuto, più intelligente, più abile, più insidioso, più subdolo, più ingegnoso di ciascuno di loro. Nessuno, su questo...

Un momento! Cosa sono, questi strani rumori? Mi sbaglierò, ma... Non c'è dubbio, sono i tipici suoni che gli individui di questa schiatta intellettualmente inferiore emettono durante l'orgasmo, sia che lo facciano nella speranza di riprodursi, sia che lo facciano puramente per trarne un basso piacere! Ma chi può essere? Non ho sentito autovetture avvicinarsi, sotto le pieghe del nero mantello di questa notte orfana di luna, e al mio acutissimo udito nulla potrebbe sfuggire! Vale la pena di deviare per accertarsene; tanto, le vittime da me già designate non andranno da nessuna parte, impegnate come saranno nello stesso turpe gioco. Un doppio prelievo di carne e sangue in una sola notte! Questo sì, che sarebbe un bel colpo per un asso come me! Sentiamo, da dove vengono quei versi animaleschi di piacere? Da questa parte, non c'è dubbio; nessuno sarebbe stato in grado di percepire quei deboli suoni, ma il mio udito è di tutt'altra pasta, nessuno può sperare di averla vinta su di me, così come dei passeri non potrebbero mai averla vinta su una poiana!  Oh, ho lo sguardo infiammato, le labbra serrate, le narici dilatate come quelle di un animale selvatico all'inseguimento della preda! Ecco, qui tra i salici c'è un sentieruolo che serpeggia sassoso, e laggiù la mia vista superiore riesce a scorgere un'automobile. Un modello da ricchi pervertiti, oserei dire, non certo un'utilitaria del popolo o un camioncino come quello in cui si trovano ora le mie prossime vittime sacrificali. Bene, bene, ci sarà da divertirsi a crivellarla di colpi. La mia mente eccelsa è fredda e lucida come sempre, ma sento che le veme del collo mi si sono dilatate come gli stralli che reggono un ponte ad unica campata, e mi sembra di sentire il sapore del sangue sulla punta della lingua. Silenziosamente, e senza farmi minimamente notare, mi sto avvicinando a loro di soppiatto. Ecco, ora posso vedere, dentro quella vettura di gran lusso, due corpi nudi intenti a strofinarsi l'uno contro l'altro, ignari del turpe destino che li attende. Mentre avanzo, estraggo di tasca la mia fedele Smith & Wesson 351C calibro 22 Winchester Magnum, con cui ho già spacciato le mie precedenti prede, e con cui spaccerò anche queste. Eccomi, sono a un metro dal finestrino anteriore destro, i due idioti continuano a fare l'amore senza neppure accorgersi di me, persi come sono l'uno nell'altra, ma si accorgeranno delle mie infallibili pallottole con la H punzonata sul fondello! Al colmo del mio perverso piacere, allungo il braccio, lo tendo verso la costosa automobile - è quasi un peccato doverla ridurre a un colabrodo! - e sparo: uno, due, tre, ho sparato sei colpi, e tutti sono andati a segno. Non mi sono mai sentito così eccitato, dopo una mia azione, è stato tutto fin troppo facile! Ho deciso: dopo il quadruplice delitto di questa notte, ricomincerò a spedire oscuri crittogrammi in codice ai giornali di questo paese, come già facevo di là dall'oceano! Sarà troppo divertente, vedere quegli ottusi sbirri affannarsi inutilmente per decifrarli, quando per me invece sono così semplici e...

Ma... un momento! Che succede? Ho crivellato i corpi nudi dei due amanti, eppure essi continuano a muoversi, e addirittura proseguono il loro rapporto carnale! Ma com'è possibile? Ricarico il revolver e sparo altri sei colpi contro i finestrini dell'auto, che vanno fragorosamente in pezzi, e li vedo attraversare le carni dell'uomo e della donna... eppure non solo proseguono a strusciarsi volgarmente l'uno contro l'altra, ma... da essi non esce neppure una goccia di sangue! Sono esterrefatto, non riesco a crederci, devo avvicinarmi e aprire la portiera per comprendere come mai quei viscidi molluschi sembrano invulnerabili alle armi da fuoco. Ecco, ho la mano sulla lucidissima maniglia della portiera, devo capire cosa c'è dietro questo mistero: perchè questi due non vogliono farmi il favore di crollare ammazzati come tutte le altre mie vittime passate? Apro, e... oh, no! Cos'è stato quel CLIC? Non sarà mica...

Un lampo accecante squarciò l'oscurità della notte senza luna, e un boato simile a un tuono fece a pezzi il quasi magico silenzio che avvolgeva quell'angolo di Toscana. L'assassino seriale fu investito in pieno dall'esplosione, che lo scagliò ad alcuni metri di distanza. Fosse stato un uomo come tutti gli altri, senz'altro la detonazione lo avrebbe fatto a brandelli; ma egli non era un uomo qualsiasi, altrimenti non avrebbe potuto sfuggire così a lungo alle indagini delle polizie di mezzo mondo. Quando atterrò, in mezzo ad un cespuglio di lentisco, era ancora tutto intero, anche se i suoi abiti erano bruciacchiati e gli era sfuggita di mano la pistola, finita chissà dove. Nonostante la sua fortissima fibra, perse immediatamente i sensi, e per un tempo di durata non quantificabile la sua coscienza galleggiò sospesa tra i mondi, in una realtà a mezza strada tra la completa incoscienza e l'incubo di una paralisi del sonno, là dove si annidano tutti i mitologici demoni che, in tutti i secoli e presso tutte le culture, sono stati evocati per giustificare quella terra di nessuno che non è più sonno profondo e non è ancora veglia.

Alla fine, gli parve che due alti demoni lo afferrassero e lo scuotessero come una miscela di olio, tuorlo d'uovo e succo di limone che si voleva trasformare in maionese. Ma non si trattava nè dell'ebraica Lilith, nè del giapponese Kanashibari, né dell'indonesiana Kuntilanak, né di qualsivoglia spaventevole essere partorito dalla fervida mente mitografica dei nostri antenati. Quando il serial killer di coppiette riuscì ad aprire definitivamente gli occhi, scoprì che ad agguantarlo e a sollevarlo erano stati due pezzi di Marcantonio vestiti da Carabinieri italiani, entrambi più alti e muscolosi di lui nonostante egli stesso fosse un uomo di corporatura decisamente superiori alla media. Ed ecco, la notte non era più oscura come le tenebre dello spazio interstellare, perchè davanti a lui erano accesi i fari abbaglianti di parecchi fuoristrada Fiat Campagnola AR59, che squarciavano a tal punto il fitto buio da far credere che la rotazione terrestre fosse accelerata, facendo spuntare il sole con molte ore di anticipo. Avendo compreso di essere finito in trappola come un tordo, egli cercò di divincolarsi in un estremo tentativo di fuga, ma dalla sua destra gli arrivò alle orecchie una profonda voce baritonale, che aveva tutta l'aria di appartenere ad un uomo abituato ad impartire ordini, e a vedere i suoi ordini lestamente eseguiti:

"Stai buono, furfante, tanto non hai speranza di sfuggirci, questa volta, a meno che tu non abbia davvero una bacchetta magica, che ti renda in grado di dissolverti nell'aria e ricomparire altrove, così come favoleggiavano alcuni giornali che ironizzavano sulla nostra incapacità di catturarti! Temo però che la magia non faccia parte del tuo pur assai ampio bagaglio di quasi sovrumane risorse."

Il prigioniero si rivelò essere un uomo di statura imponente, le spalle larghe ed un viso pieno e tondeggiante, con una vistosa stempiatura circondata da un sottobosco di capelli bruno-grigiastri tagliati corti e pettinati all'indietro, mentre un velo di barba non rasata gli adombrava le guance ed il mento. Egli voltò verso destra gli occhi, scuri come il carbone e piuttosto distanziati sotto sopracciglia marcate, in una direzione dalla quale non proveniva alcun accecante bagliore di fari d'automobile; ed ecco, come un supereroe da fumetti emerge dal buio in cui si era nascosto per tendere un agguato ai propri arcinemici, dall'oscurità della notte toscana emerse il profilo di un uomo dalla presenza fisica prorompente quasi quanto la sua, con una corporatura robusta e solida, quella di chi aveva trascorso gran parte della vita in uniforme e non si era mai sottratto alle fatiche del servizio. Il volto, una volta che fu rischiarato dai fari dei fuoristrada, gli apparve largo e severo, incorniciato da capelli scuri portati corti e ordinati; gli occhi, profondi e vigili, sembravano osservare ogni cosa con attenzione, senza concedere facilmente spazio alla distrazione. Il naso pronunciato e la mascella marcata contribuivano a dare al suo viso un’espressione autorevole, resa ancora più intensa dalla compostezza quasi naturale con cui teneva il capo e le spalle. Il serial killer che lui aveva agguantato intuì subito che quell'uomo dall'alto senso del dovere e delle Istituzioni non aveva bisogno di gesti plateali per imporsi: la sua figura comunicava disciplina e fermezza già prima che pronunciasse mezza parola. Indossava l'uniforme da Generale dei Carabinieri, che gli calzava a pennello come se fosse nato con quella indosso: curato nei dettagli, eretto, sicuro nei movimenti, con quella dignità austera tipica degli ufficiali della sua generazione, era di certo l'uomo più distinto che il supercriminale avesse mai incontrato in vita sua. Era, insomma, un uomo che non passava inosservato; la sua robusta fisicità sembrava rifletterne il carattere resistente, disciplinato ed energico, e dietro quell’aspetto severo si intravedeva una personalità dotata di grande ingegno e di altrettanta attenzione verso gli altri, una qualità che certo gli permetteva di affrontare con determinazione i più pericolosi nemici dello Stato.

Accanto a lui comparve anche una donna di statura media, naso largo, occhi arguti e capelli un po' scarmigliati, infilata in una giacchetta di una misura superiore alla sua, che sembrava soddisfatta come una bambina che ha appena ricevuto in dono la bambola sospirata da mesi. "Complimenti, Generale, siete riuscito anche in questa difficile impresa", soggiunse con una certa cadenza napoletana, che in quella campagna di primo acchito la faceva apparire fuori posto come lo sarebbe la Torre di Pisa in mezzo alla giungla del Borneo. "Davamo la caccia da anni a questo gentiluomo, noi della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Firenze, e Lei è riuscito ad acchiapparlo quasi al primo colpo! Sapevamo che la sua abilità nello smantellare cellule terroristiche e cosche mafiose è ormai leggendaria, ma lei ha superato se stesso, riuscendo a mettere ai ferri con un abile stratagemma il criminale più pericoloso e più ricercato della Penisola! E pensare che io le avevo provate proprio tutte: ho persino dichiarato falsamente alla stampa che il povero Paolo Mainardi, colpito a morte nel giugno dell'anno scorso a Baccaiano di Montespertoli, era sopravvissuto ai proiettili del suo assassino ed era in grado di parlare, sperando che l'inafferrabile serial killer facesse un passo falso, ma senza risultato!"

"Come scriveva Tucidide, in guerra non si può contare sulle debolezze del nemico, bisogna riporre le proprie speranze solo nell'intelligenza dei propri piani", aggiunse l'interpellato, arricciandosi soddisfatto il baffo sinistro grigio ed ispido. "Comunque, Dottoressa Della Monica, neanch'io ce l'avrei mai fatta senza l'aiuto determinante di alcuni amici, anche se per motivi di segretezza non posso dirle di più in proposito."

"Mi basta l'appagamento di vedere questo spietato assassino di innocenti finalmente sotto chiave", sogghignò la Procuratrice all'indirizzo del prigioniero, il quale, dal canto suo, reagì con un moto di sorpresa che lo fece agitare più del fatto stesso di essere stato catturato, ed esclamò con forte accento americano: "Che cosa? L'aiuto determinante di alcuni amici? For galaxy's sake, non vorrai mica dire che tu sei venuto a patti con...?"

"Arthur Leigh Allen, ti dichiaro in arresto con l'accusa di aver assassinato a sangue freddo almeno sessantotto persone", lo interruppe senza troppi complimenti il Generale, tagliando corto come se avesse paura che allungasse troppo la lingua, "anche se sono sicuro che, purtroppo, la lista dei tuoi efferati delitti è certamente più lunga. Sarai subito consegnato a chi di dovere, per essere giudicato come meriti. Sappi solo che questa sera ti sei sbagliato, e di grosso, per ben due volte. E non solo perchè sei cascato nella trappola che io ti ho teso, ma anche perchè, già prima di incontrare l'automobile da noi predisposta per catturarti, ben sapendo che non avresti resistito a una tentazione così ghiotta, avevi completamente sbagliato obiettivo." Ciò detto, fece un cenno con la mano, e due giovani vestiti con semplici jeans e magliette e dall'aria particolarmente spaventata emersero dalle tenebre a qualche metro da lui. Uno aveva i capelli e i baffi scuri, l'altro la carnagione chiara e i capelli biondi come il granoturco maturo; al vederli, il loro aspirante assassino buttò gli occhi fuori dalla testa e sentì lo stomaco diventargli di pietra, perchè nella sua arrogante sicumera non si sarebbe mai aspettato di commettere un  errore così banale.

"I due giovani che ti aspettavi di uccidere", proseguì l'alto ufficiale dei Carabinieri con una punta di soddisfazione nella voce, "non erano una coppietta di fidanzatini come le tue vittime precedenti, bensì due ragazzi tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi maschi ed entrambi di ventiquattro anni, studenti presso l'Università di Münster, in vacanza nelle campagne di Giogoli a bordo del loro furgone Volkswagen. Quando li hai scorti da lontano con il tuo binocolo, i capelli lunghi e biondi di Jens e la sua corporatura esile ti hanno indotto erroneamente a pensare che fosse una donna. Ed è stata una fortuna che tu abbia preso questo granchio grosso come una casa, perchè altrimenti non saresti mai caduto nel mio tranello: la provincia di Firenze è troppo grande, per disseminare ogni campagna di analoghi trabocchetti! Uomini, portatelo via!"

Subito i due colossali carabinieri lo ammanettarono senza troppi complimenti e lo trascinarono via, ignorando le sue veementi proteste in slang californiano stretto. Il Generale si rivolse ai due giovani turisti tedeschi che l'avevano scampata bella, e li congedò esprimendosi nella loro lingua madre, al che essi si sbrigarono a darsela a gambe, ben decisi a far ritorrno in patria quanto prima; quindi seguì i suoi due forzuti agenti che stavano trascinando via il loro prigioniero. La procuratrice della Repubblica di Firenze gli tenne dietro, e non potè fare a meno di commentare: "Complimenti, Generale, non sapevo che parlasse anche il tedesco..."

"L'ho imparato quando ero partigiano", le spiegò con un sorriso il leggendario paladino della giustizia. "Vede, Silvia, in gioventù ero di stanza a San Benedetto del Tronto, nelle Marche, come giovane ufficiale dei Carabinieri; dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, scelsi di non obbedire agli ordini dei repubblichini, che poi in sostanza erano gli ordini degli odiati nazisti, perchè, come diceva il filosofo cinese Mengke, un uomo che ha piegato sé stesso non potrà mai raddrizzare gli altri. Ho preferito collaborare con la Resistenza locale, organizzando la protezione della popolazione, gestendo trasmissioni radio clandestine e azioni di guerriglia, prima di riuscire a passare le linee nemiche per raggiungere Roma che era stata già liberata. E senza conoscere la lingua dei tuoi nemici, non puoi né fingere di venire a patti con loro, né intercettarne con successo i messaggi radio."

Egli omise volontariamente di aggiungere che, per questo suo impegno nella Resistenza, era stato decorato con la Medaglia d'Argento al Valor Militare, ma comunque egli era già stato insignito di tante di quelle medaglie ed onorificenze, italiane e straniere, che una in più o in meno non avrebbe fatto molta differenza. La dottoressa Silvia Della Monica lo guardò come se a camminargli accanto fosse un superuomo dotato di poteri paranormali, un guerriero invincibile come Batman in grado di sgominare un intero esercito a mani nude, quindi aggiunse con una sorta di timore reverenziale nella voce:

"Ormai l'Italia ha esaurito gli aggettivi per glorificare il suo operato al servizio dello Stato e dell'Arma. Dopo aver fatto vedere i sorci verdi ai nazisti, lottato strenuamente contro  il banditismo in Campania e in Sicilia, letteralmente smantellato pezzo dopo pezzo le Brigate Rosse, e dopo aver catturato Michele Greco, Totò Riina e Bernardo Provenzano, di fatto decapitando la « Cupola » palermitana di Cosa Nostra, Lei è riuscito anche ad assicurare alla giustizia il temuto e inafferrabile Mostro di Firenze, già macchiatosi in questo territorio di otto, e forse di dieci omicidi! Cosa non saprà mai fare, per l'Italia e per l'umanità, il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa?"

"La ringrazio ma, come le dicevo, senza l'aiuto di alcuni amici, gli stessi che mi hanno aiutato a catturare quell'ingegnoso criminale internazionale, ora non sarei neppure qui a parlare con lei", soggiunse a bassa voce quell'ufficiale rispettato da tutti gli onesti e temuto da tutti i criminali, ripensando alla sera del 3 settembre dell'anno precedente, quando transitava per le vie di Palermo a bordo di un'utilitaria in compagnia della sua amata seconda moglie. Il volitivo magistrato rivolse al Generale nativo di Saluzzo uno sguardo interrogativo, forse sperando che il vincitore di tante battaglie accettasse di fare un'eccezione per lei e di svelarle alcuni dei segreti del suo successo, ma attraverso le spesse lenti egli le replicò con uno sguardo inequivocabile, che poteva significare qualcosa come "Top Secret". Silvia Della Monica, titolare delle indagini sugli omicidi del serial killer fiorentino, a lungo infruttuose fino all'intervento risolutore di dalla Chiesa, giunto a Firenze in qualità di Prefetto per coadiuvarla in quella caccia appena un mese prima, ripiegò allora su una domanda che le parve meno inopportuna:

"Ed ora che ne sarà, di quell'efferato assassino depravato e feticista? Non sarà giudicato in Italia, vero?"

"No", confermò colui che aveva sconfitto le BR, aprendo la portiera della sua Alfetta 1.8, guidata dalla sua fedelissima e incorruttibile guardia del corpo Domenico Russo: "è di nazionalità statunitense, e ha commesso analoghi efferati crimini anche nella lontana California, per cui sarà estradato e giudicato dalle autorità di quello stato. La sua collega Rose Elizabeth Bird, Presidente della Corte Suprema del Golden State, non vede l'ora di avere tra le sue grinfie quello che lei chiama Zodiac, rinchiuso in una robusta cella del carcere di San Quintino, e il fatto che nel 1976 in California è stata ripristinata la pena di morte non farà certo dormire sonni tranquilli a quel massacratore seriale di coppiette. In ogni caso, i fidanzati del Mugello potranno appartarsi tranquillamente in queste dolci campagne, d'ora in poi: le garantisco che non vedremo mai più, da queste parti, quel killer tanto feroce quanto impudente e sfrontato nei confronti di chi gli dava la caccia! Buonanotte, dottoressa."

Ciò detto, le fece il saluto militare e salì sui sedili posteriori della sua lucida Gazzella, che subito dopo partì a sirena spiegata dietro a quella sulla quale era stato caricato a forza l'uomo più temuto e ricercato dell'Occidente. Il convoglio procedette a tutta velocità in direzione nordest verso Firenze lungo Via Volterrana, un'antica strada il cui tracciato risaliva addirittura all'età etrusca, conosciuta anche come Via del Sale, perchè in epoca granducale serviva a trasportare il prezioso sale dalle saline di Volterra fino ai mercati della capitale, serpeggiando lungo saliscendi collinari tra ville storiche e torri di avvistamento. Chi però avesse potuto seguire quella pattuglia di volanti dei Carabinieri con un moderno drone dotato di telecamera a raggi infrarossi, si sarebbe reso conto che proprio le due vetture di testa, cioè quella che trasportava il catturato e quella che trasportava il catturatore, appena superato il torrente Greve all'altezza della Certosa di Firenze, improvvisamente svoltarono a sinistra in una via assolutamente secondaria, che apparentemente conduceva solo in mezzo alle campagne, mentre il grosso del convoglio, senza spegnere le sirene, proseguì diritto per il Comando Provinciale dei Carabinieri di Firenze in Borgo Ognissanti, come se nessuno si fosse accorto dell'improvvisa deviazione delle due Gazzelle principali. Queste ultime, al contrario, spensero di colpo le sirene e rallentarono fino a procedere a velocità moderata, quasi non volessero dare nell'occhio, in quella profumata notte di fine estate. Il Generale dalla Chiesa non mosse neppure un muscolo del viso di fronte all'inopitato cambio di direzione e di velocità del proprio gorilla, e si limitò ad avvisarlo:

"Siamo quasi arrivati al punto di rendez-vous. Tu entrerai con me in quell'edificio, Mimmo, ma ricorda bene: ciò che vedrai, dovrai portarlo con te nella tomba senza rivelarlo ad anima viva. Mi sono spiegato bene?"

"Senza il vostro aiuto e quello dei vostri amici, Generà, a quest'ora sarei nella tomba da un bel pezzo", gli replicò con forte accento campano la guardia scelta della Polizia di Stato, che dai tempi in cui era Prefetto di Palermo aveva giurato di seguirlo come un'ombra, ben deciso a fargli da scudo con il proprio corpo anche contro il dio Loki, se fosse stato necessario. "A voi devo tutto, lo sapete. Mi farei strappare il cuore dal petto, piuttosto che tradire la vostra fiducia, e obbedirei ad ogni vostro ordine, fosse pure quello di gettarmi nel lago d'Averno, dove secondo la leggenda si apre la porta verso l'Aldilà, per andare a interrogare per conto vostro qualche testimone nel più profondo dell'inferno!"

"Dopo essere stato salvato a mia volta e contattato dai nostri esotici amici, non mi sento più di liquidare nulla sostenendo che è una semplice « leggenda »", soggiunse il celeberrimo segugio, parlando più che altro a se stesso, mentre la propria automobile e quella che la precedeva svoltavano dentro il recinto di quella che sembrava una vecchia fabbrica, parcheggiando proprio davanti all'ala di quella costruzione anni cinquanta che doveva avere ospitato gli uffici dell'amministrazione. Subito il Generale dalla Chiesa aprì la portiera e scese, senza attendere che gliela aprisse il proprio autista, e si diresse verso l'altra Gazzella, da cui i corpi speciali dei Carabinieri stavano facendo scendere il loro prigioniero. Questi, in barba agli psicologi che ne avevano tracciato un profilo tipico di un uomo freddo e distaccato, sbraitava e si dimenava come se avesse visto se stesso venirgli incontro con un coltellaccio in mano, pronto ad escidergli a sangue freddo i testicoli:

"Cosa significa questo? Perchè mi avete portato qui, anzichè al Carcere di Sollicciano? Non ci credo, you sons of a bitch, che mi abbiate portato qui per fare giustizia sommaria! E quanto a te, Generale dei miei stivali, proprio non ti ci vedo ad improvvisarti giudice, pubblico ministero e boia. Dì la verità: ti sei appattato con quei bastardi che mi davano la caccia prima che mi venisse l'idea di continuare le mie ricerche tra voi inutili esseri inferiori! Me la pagherai, per questo, supereroe da operetta: ti garantisco che un giorno tornerò e ti appenderò ad un albero per i genitali, dopo averti fatto ingoiare tutte quelle tue medaglie del c..."

Non poté finire, perchè l'agente Domenico Russo, il quale non tollerava che si parlasse in quel modo di colui che considerava il salvatore dell'Italia, oltre che il proprio salvatore, avanzò verso di lui a grandi falcate e gli mollò un manrovescio così violento, che sarebbe bastato per far perdere i sensi al più robusto tra i campioni di Wrestling californiani. Evidentemente però colui che la stampa chiamava con terrore « il Mostro » era davvero di una fibra eccezionalmente superiore a quella degli altri uomini, perchè non solo non piombò a capofitto nel mondo dei sogni ma, dopo aver scrollato la testa, gli piantò addosso uno sguardo letteralmente di fuoco. Infatti, dopo quello sganassone che avrebbe meritato una menzione del Guinness dei Primati, al posto delle iridi degli occhi nerissime che aveva mostrato fino a quel momento, egli ne esibiva due rosse come l'infiorescenza del callistemone, che sembravano uscite direttamente dal set di un film horror. L'agente scelto Russo non era tipo da spaventarsi per un nonnulla, e se ne rideva delle storie di demoni e di fantasmi vendicatori, ma di fronte a quella metamorfosi fece un passo indietro ed esclamò atterrito: "Maronna mia! Ma tu sei Satanasso in persona!"

"Di sicuro il grande pittore piemontese Giovanni Martino Spanzotti si sarebbe ispirato alla sua malvagità, se lo avesse conosciuto, per dipingere i truci diavoli che imperversano nel « Giudizio Universale » da lui dipinto sul grande tramezzo della Chiesa di San Bernardino a Ivrea", gli tenne dietro colui che aveva sconfitto la Cupola palermitana e le Brigate Rosse, incredibilmente senza palesare alcuna traccia di spavento di fronte a tanto agghiacciante metamorfosi. Subito dopo si rivolse ai muscolosi Carabinieri che lo avevano portato fin lì, e che non si erano accorti del cambiamento di colore dei suoi occhi, perchè lo trattenevano ai due lati: "Ma non preoccuparti, Mimmo: il demone peggiore è quello che alberga dentro di noi, e finché ci sono qui io, non dovrai preoccuparti di nulla. Subito dentro quella porta! Voialtri, aspettate qui fuori finchè non usciamo, secondo le istruzioni che vi ho dato prima di quest'azione."

Un poco rincuorato dalle parole di colui che considerava una specie di San Giorgio in grado di trafiggere qualunque drago, Russo si fece coraggio, prese in consegna il Mostro (di nome e di fatto) dalle mani dei suoi colleghi, e lo afferrò per un braccio e per la collottola, ignorando i suoi tentativi di divincolarsi e lo spaventoso profluvio di bestemmie in chiuso slang americano che usciva dalla sua bocca, così come dalla bocca dell'invidiosa e sgarbata Luciella uscivano rospi e scorpioni ad ogni parola, secondo la famosa favola "Le due pizzette" del napoletano Giambattista Basile. Lo stesso Generale aprì la porta dell'ufficio, rivelando a sorpresa un ambiente interno illuminato, nonostante l'apparente stato di abbandono in cui pareva versare quella annosa manifattura, e vi entrò, tosto seguito da Domenico, che spinse dentro a viva forza quella specie di ossesso, il quale sembrava quasi preferire davvero di essere fatto a pezzi seduta stante, piuttosto che essere costretto ad oltrepassare quell'uscio. E aveva ragione.

Infatti, in quello che era stato probabilmente l'ufficio contabile di quella manifattura, ma che ora appariva del tutto privo di mobili e di scaffali, c'erano solo due uomini, se di uomini si può parlare in questo caso. Entrambi infatti erano alti e massicci quanto il quarterback di una squadra di football americano; l'aria attorno ai loro corpi sembrava farsi densa, quasi compressa dalla loro prestanza. Indossavano delle tute che sembravano uscite da un film di fantascienza, essendo fatte di un materiale dai riflessi argentati che non era né stoffa nè gomma, e risultando talmente aderenti da mostrare sotto di esse una vera e propria carta geografica di catene montuose e di avallamenti fatti di muscoli straordinariamente allenati: si sarebbe detto che quelle strane uniformi, sulle quali era impresso un logo rosso e bianco affatto sconosciuto, implorassero pietà per non venire squarciate dall'ulteriore gonfiarsi di quei bicipiti. I loro volti sembravano intagliati nella pietra come quelli del complesso archeologico di Abu Simbel e, proprio come quelle millenarie raffigurazioni del faraone Ramses II, non tradivano alcuna emozione; sembravano piuttosto essere la personificazione di quei supereroi dei fumetti in attesa della resa dei conti con il rispettivo supercriminale. L'uno aveva le braccia conserte, la pelle del colore del bronzo brunito, le iridi degli occhi violacei come il fiore del glicine e i capelli verdi con riflessi tendenti all'azzurro; la pelle dell'altro invece era verdognola come quella di un J'onn J'onzz in carne ed ossa, le sue possenti mani erano poggiate sui fianchi, il suo cranio era privo di capelli e le iridi dei suoi occhi avevano lo stesso spaventoso colore rosso fiamma inopinatamente comparso in quelli del serial killer fiorentino.

Non appena scorse quei due monumenti antropomorfi che parevano scolpiti nel più duro dei graniti, Domenico Russo impallidì come se qualche mafioso lo avesse pugnalato a tradimento, e nonostante quella notte fosse fresca si ricoprì di sudore ghiacciato; c'erano pochi dubbi circa il fatto che anche gli altri Carabinieri al seguito del Generale avrebbero avuto un'analoga reazione se li avessero scorti, ed è per questo che Carlo Alberto dalla Chiesa chiuse rapidamente la porta alle proprie spalle, non appena il suo autista e il Mostro ne ebbero varcato la soglia. Dal canto suo, l'uomo ammanettato approfittò dell'attimo di distrazione del Generale e dell'evidente terrore del suo guardiano, divincolandosi con uno strattone così forte, da mandare Domenico Russo a sbattere contro la parete come se fosse una bambola di pezza. Prima però che l'omaccio dai capelli grigi riuscisse ad accennare un qualunque tentativo di fuga, il fusto dalla pelle verdastra muggì con profonda voce da basso: "Dove credi di andare, Ah Chuy Le Alom?  Hai finito di sfuggirci, dannato figlio di un Bebilith!"

Prima ancora di aver finito di pronunciare questa domanda retorica, nella sua mano sinistra era comparsa una specie di pistola di metallo lucido, dalla quale era partito una specie di bagliore insopportabile per chicchessia: questo raggio di pura luce investì in pieno il volto del serial killer, che immediatamente perse i sensi e stramazzò al suolo, come se fosse stato investito in pieno da un rinoceronte bianco che lo aveva caricato con tutta la rabbia dei propri muscoli.

"Non posso crederci", mormorò l'atterrito guardaspalle del Generale, mentre quest'ultimo lo aiutava a rimettersi faticosamente in piedi. "E pensare che ho sempre ammonito mio figlio a non leggere quegli stupidi fumetti di supereroi! Non avrei mai pensato di trovarmi rotolato a capofitto dentro uno di essi..."

Il colosso dalla pelle brunita ignorò il suo ingenuo stupore e, dopo aver esclamato "Bel colpo, K'awiil!" all'indirizzo del proprio statuario compare, si rivolse direttamente al Generale, che al suo confronto pareva una giovane recluta all'inizio del proprio addestramento, con una voce dagli accenti quasi femminili:

"I miei complimenti, Generale: erano parecchi dei vostri anni che davamo la caccia a questo scienziato pazzo fuggito dalla nostra colonia di Tulum, posta in quello che voi chiamate il sistema stellare di Ross 128, a 11,1 anni luce da qui. Abbiamo fatto bene a salvarti dai tuoi nemici e a metterti alle sue costole tra queste colline. Per essere un terrestre, devo ammettere che sei in gamba, e la fama di cui godi sul tuo pianeta è tutta meritata!"

"Ti ringrazio, Subcomandante K'abel", gli replicò colui che aveva sgominato le Brigate Rosse, senza tradire alcun timore nei suoi confronti né nella voce né nell'atteggiamento del viso; "ma non sarei mai riuscito a mettergli il sale sulla coda, senza gli automi che mi avete suggerito di costruire, fornendomi i relativi progetti, per tendere una trappola a questo distinto gentiluomo. In ogni caso, io sarò sempre più debitore a voi, che siete a tutti gli effetti i miei colleghi su un altro pianeta, di quanto voi non lo sarete nei miei confronti. Senza il vostro intervento, ora in Via Carini a Palermo ci sarebbe una lapide con il mio nome, quello di mia moglie Emanuela e quello di questo agente di polizia, rimasti vittima dell'ennesimo agguato mafioso ai danni di un rappresentante della Legge!"

"Un proverbio del nostro popolo dice che la gratitudine guarda al passato, l'amicizia guarda al presente e la paura guarda al futuro", sogghignò lo straniero dalla pelle verde, osservando divertito Domenico Russo, che si era praticamente nascosto dietro il corpulento Generale, e sembrava impegnato a cercare una scusa per darsela a gambe alla velocità della luce. Subito dopo, afferrò il corpo esanime del cosiddetto Mostro di Firenze e se lo caricò sulle spalle senza sforzo apparente, nonostante la corporatura tutt'altro che longilinea dell'uomo ammanettato, mentre l'altro essere dall'aspetto alieno stringeva la mano di Carlo Alberto dalla Chiesa in un gesto assolutamente terrestre:

"È il momento del congedo, Generale Talakiessa'k, ma questo non è un addio: anche se il folle Ah Chuy Le Alom ha concluso la sua fuga in questo sistema stellare di otto pianeti, quando si trova un militare valoroso quale tu sei, sarebbe da Orioniani non arruolarlo nelle proprie fila. Penso proprio che ci rivedremo, Terrestre: guardati le spalle dai nemici, ma soprattutto dagli amici, perchè erano proprio loro che più avevano interesse a levarti dai piedi!"

"Me ne sono reso conto, e infatti prevedo di fare piazza pulita di quei cosiddetti amici, arrivando se necessario fino al Parlamento" replicò dalla Chiesa con un sorriso, facendo aii due misteriosi guerrieri il saluto militare, dopo aver ricambiato la stretta di mano. La sua voce era pacata, ma nei suoi occhi c'era la furia della belva ferita che meditava vendetta, e non avrebbe avuto pace finchè non avesse azzannato alla gola i propri cacciatori, e Domenico Russo fu scosso da un brivido quando se ne rese conto. Subito dopo, i due omoni varcarono con il loro prigioniero un'alta porta di metallo che metteva in comunicazione quell'ufficio con la fabbrica dismessa, e portarono con loro il faro a luce fredda appeso a una parete che rischiarava a giorno quella stanza. Il Generale e la sua guardia del corpo, per non rimanere al buio, si sbrigarono ad uscire dalla porta per la quale erano entrati, ricongiungendosi così con gli altri uomini d'arme che li stavano attendendo all'esterno. Prima però che tra il Vicecomandante Generale dell'Arma dei Carabinieri e i suoi sottoposti potesse essere scambiata una sola parola, ebbe luogo l'ennesimo colpo di scena di quell'incredibile notte tra venerdì 9 e sabato 10 settembre 1983. La vecchia manifattura infatti fu letteralmente scoperchiata, con la facilità con cui un bambino stacca il tetto da una casetta da lui costruita con i mattoncini Lego: la copertura fatta di pannelli di Eternit volò in aria come se si trattasse di semplice cartone, andando a sbriciolarsi nei prati circostanti, mentre le grondaie di metallo arrugginito piombavano al suolo con un clangore inquietante come la colonna sonora di un film noir, e dall'interno della costruzione ormai fatiscente si sollevò una struttura di forma discoidale di almeno dieci metri di diametro, sul cui perimetro e alla cui sommità brillava ad intermittenza una serie di luci rosse e bianche, gli stessi colori del logo portato sul petto dai due sconosciuti, che era visibile anche sulla carlinga del disco volante. Sollevato da potenti motori a reazione, la cui fonte di energia restava sconosciuta, l'assurdo velivolo privo di ali si sollevò verticalmente fino a cento metri dal suolo, per poi sfrecciare via velocissimo lungo una traiettoria parabolica che lo portò ben presto a sparire tra le mille e più luminosissime stelle che trapuntavano il cielo di quell'allucinante notte senza luna.

I quattro Carabinieri del Gruppo di Intervento Speciale e lo sconcertato Domenico Russo, dopo aver seguito con gli occhi l'incredibile nave spaziale che era stata abilmente occultata a pochi passi da loro, rimasero là impalati come la statua del "Perseo" di Benvenuto Cellini, ad osservare l'angolo di cielo nel quale essa sembrava essersi dissolta, così come si dissolve nella nebbia la sagoma di un uomo che si allontana da noi lungo una strada in una sera d'inverno; probabilmente sarebbero rimasti là fino all'alba, con i nervi congelati dallo spettacolo cui era stato dato loro di assistere, se Carlo Alberto dalla Chiesa non li avesse riportati alla realtà schiarendosi energicamente la voce, come faceva in gioventù quando richiamava l'attenzione dei suoi uomini sulle montagne dell'Aspromonte:

"Ah-ehm! Ascoltatemi bene, agenti, perchè non ho intenzione di ripetermi. Questa notte, voi mi avete accompagnato in questo posto fuori mano delle campagne fiorentine, dove avrei dovuto consegnare lontano da occhi indiscreti il prigioniero statunitense Arthur Leigh Allen ad investigatori scelti dell'FBI, i quali si sarebbero dovuto prendere il disturbo di portarlo in patria dove sarà giudicato secondo le leggi viventi nello Stato della California. Tuttavia, mentre eravamo in quella fabbrica ormai dismessa per effettuare la consegna, il serial killer battezzato dai mezzi di comunicazione di massa con il sinistro nome di Mostro di Firenze, che ne sapeva una più del diavolo, è riuscito a liberarsi e ad impossessarsi di un'arma del qui presente agente Russo, che come vedete è rimasto leggermente contuso nell'azione. A questo punto, scegliete voi la versione che preferite divulgare: gli uomini del Federal Bureau of Investigation hanno sparato all'impazzata, crivellando il soggetto di colpi come un fagiano durante la stagione della caccia; oppure siete stati voi stessi ad imbottirlo di piombo, quando era sul punto di sfuggirci per l'ennesima volta, preferendo chiudere la pratica per sempre piuttosto che lasciare a piede libero uno squilibrato massacratore di coppiette; oppure ancora, lui stesso ha preferito farsi saltare le cervella, piuttosto che finire sulla sedia elettrica del North County Correctional Facility di Castaic, presso Los Angeles. Credo sia meglio che diffondiate tutte e tre queste versioni, per confondere le acque e depistare eventuali giornalisti ficcanaso. Il corpo è stato preso in consegna dagli Yankees, e sarà cremato e disperso in un luogo segreto, onde evitare il turpe culto delle sue spoglie da parte degli amanti dell'horror e della violenza, come accadde ai criminali di guerra nazisti. Beninteso, anche il tetto di questo capannone è crollato semplicemente perchè era troppo vecchio e corroso dalle intemperie. In ogni caso, qui non c'è mai stato nessun disco volante, voi non ne avete mai visto neppure uno, né potreste mai vederlo, perchè gli UFO sono solo un'invenzione di Hollywood e dei piloti di caccia americani che si sono scolati troppo whisky and soda prima di decollare. Mi sono spiegato chiaramente?"

Quegli onesti difensori della Legge non erano sicuramente uomini portati ad insabbiare facilmente la verità, come invece avevano fatto vasti settori deviati dei Servizi Segreti durante i cosiddetti Anni di Piombo, ma erano altresì fedeli fino alla morte al Generale nativo di Saluzzo, Vicecomandante Generale dell'Arma dei Carabinieri e figlio di un altro Vicecomandante Generale della stessa Arma, ed erano certi che, se egli impartiva loro un ordine che sarebbe suonato bizzarro e fuori luogo in bocca a qualsiasi altro militare italiano, non lo faceva certo per motivi di tornaconto personale, per accrescere la propria fama o il proprio conto in Banca, ma solo ed unicamente al fine di garantire, per qualche via traversa, la sicurezza e il benessere del popolo italiano. Ai loro occhi egli era l'Incorruttibile, l'incarnazione stessa dell'uomo retto e ligio ai propri giuramenti, colui che mai avrebbe deviato dal proprio cammino per motivi di prestigio personale, di potere politico-militare, di servilismo nei confronti di qualche massoneria, tant'è vero che, quando da alcuni avversari era stato accusato di far parte della tristemente famosa Loggia P2 di Licio Gelli, tutte le indagini condotte sul suo conto avevano dimostrato che nei documenti ufficiali e nelle liste sequestrate al faccendiere pistoiese dal passato repubblichino non era mai comparso il suo nome neppure di sfuggita. Era semplicemente impossibile che egli tramasse alle spalle del popolo e del governo italiani, per il semplice fatto che lui non era un militare qualunque, era Carlo Alberto dalla Chiesa. Dunque, se egli si era soffermato a parlamentare a tu per tu nientemeno che con degli extraterrestri, aveva consegnato loro un pluriomicida anzichè rinviarlo a giudizio, ed aveva imposto loro il silenzio sulla faccenda, aveva le sue ottime ragioni per farlo. Non stava a loro conoscere nei dettagli tali ragioni: il Generale dalla Chiesa sapeva quello che faceva, e lo faceva sempre per il bene dell'Italia. In questo caso, poi, probabilmente dell'intero pianeta Terra. Per tutti questi motivi, nessuno dei presenti avanzò alcuna obiezione o chiese di saperne di più; i cinque si misero immediatamente sull'attenti, e ad un cenno dell'alto ufficiale salirono tutti sulle rispettive Gazzelle. Anche dalla Chiesa li imitò senza aggiungere sillaba, e prima ancora che l'eco delle portiere sbattute si fosse perso nel buio misterioso della notte, le vetture sgommarono in avanti, stavolta a sirene spente, dirette verso Borgo Ognissanti, dove all'alba sarebbe stata certamente convocata una conferenza stampa, onde annunciare all'Urbe e all'Orbe che i fiorentini d'ora in poi avrebbero potuto appartarsi tranquillamente in campagna con le loro fidanzate. Inutile dire che in quel briefing sarebbe stata esposta solo la « versione dalla Chiesa » degli eventi, perchè alla realtà dei fatti non avrebbe creduto neanche il più appassionato dei cultori nostrani di fantascienza.

Il Vicecomandante dell'Arma dei Carabinieri, che presumibilmente sarebbe prestissimo divenuto Comandante Generale alla scadenza del mandato del Generale di Corpo d'Armata Lorenzo Valditara, restava in assoluto silenzio durante il viaggio attraverso le amene colline alla periferia sudovest di Firenze, avvolte nelle pieghe del mantello nerissimo della Notte e seppellite sotto un silenzio ovattato che nulla sapeva degli strani eventi occorsi in quella ex manifattura persa tra campi e prataglie. Per alcuni minuti il suo autista non ebbe il coraggio di spiaccicare parola, ma alla fine fece forza su se stesso e balbettò, esprimendosi in dialetto casertano stretto, come faceva ogni volta che si sentiva spaventato a morte:

"Generà... Eccellenza... ecco, io... giuro ncopp'all'onore mio 'e poliziotto ca nun facio parola cu nisciuno 'e chello ca aggio visto stanotte, ma... cca ce stammo sulo io e vuie, e nisciuno nce piglia d'ascolto, pecché cuntrollo ogne ghiuorno ca ncopp'â machina vosta nun nce stanno annascuse microfoni o fessarie 'e chisto tipo. E allora, pe' ll'ammore 'e Dio, me dicite... E duje furastiere ca se ne so' gghiute cu l'americano... overo overo erano duje marziane?" (1)

"Per la precisione, erano due Mayani, anche se le maestose piramidi centroamericane non c'entrano nulla", gli rispose con la massima calma il suo illustre passeggero, senza distogliere gli occhi dalla strada davanti a sé, come se stesse limitandosi a spiegargli in che quartiere di Saluzzo egli era nato. "Inoltre, anche se forse non ci crederai, anche il temuto Mostro di Firenze che abbiamo arrestato stanotte non era affatto americano, ma veniva anche lui dallo spazio. Per questo se lo sono pigliati in consegna: era a tutti gli effetti un affare di competenza loro, non nostra."

L'agente Russo sobbalzò così vistosamente per la sorpresa, da far pensare che la sua vettura fosse dotata di seggiolino eiettabile, e che egli avesse inavvertitamente toccato con il ginocchio la leva che ne comandava l'espulsione. In tal modo, senza volerlo diede un tale strattone al volante, che per poco non fece finire l'automobile in un campo di zucchine fiorentine, quelle lunghe e rigate con il fiore, posto a lato di Via Senese.

"Ohilà, Menegh, guarda com it guide, neh", lo rimproverò bonariamente l'alto ufficiale, esprimendosi a sua volta nel dialetto della sua terra d'origine. "A soma nen an sle strate 'd Roma, sì, e mi i vorìa rivé a Firense tüt anter!" (2)

Come Dio volle, lo sconcertato agente riuscì a riprendere il controllo della macchina; cereo in volto e madido di sudore ghiacciato, balbettò faticosamente: "Io... Aggio juto 'e capa, Generà, v'assicuro ca nun succede cchiù... ma sapite... stanotte aggio visto e aggio sentuto accussì tante cose ca nun m'avesse maje penzato..." (3)

"Ti capisco perfettamente", annuì dalla Chiesa tornando all'italiano e ripulendosi gli occhiali con un fazzoletto su cui erano ricamate le proprie iniziali, "perchè io non ho avuto una reazione molto diversa dalla tua, la prima volta che ho incontrato quegli uomini, più o meno un anno fa. Io e la mia seconda moglie Emanuela Setti Carraro ci stavamo preparando per uscire a cena, quando sentii suonare alla porta del mio appartamento di Palermo. Erano K'abel e K'awiil, e dovettero abbassare la testa per entrare dalla porta. Credo che neppure quando ero inseguito dai Repubblichini sui Monti Sibillini, temetti per la mia vita e per quella di mia moglie come quando me li vidi davanti: ero tanto paralizzato dal terrore, che non riuscii neppure ad impugnare un'arma per difendermi da quelli che credevo due killer stravaganti spediti dalla mafia a togliermi per sempre dalla circolazione. Loro però mi parlarono in perfetto italiano, e seppi poi che lo facevano grazie ad un traduttore universale ipertecnologico: « Non aver paura, Generale Terrestre. Siamo due uomini d'arme come te, come te combattiamo per la sicurezza del nostro popolo, e siamo stati inviati qui per proporti un'alleanza contro un fiero nemico che abbiamo in comune. »"

Quando mia moglie si affacciò sulla porta e li vide, svenne immediatamente dal terrore, ma loro la presero delicatamente, la deposero sul divano e le praticarono un blando sedativo per via ipospray, dal quale si sarebbe risvegliata un paio d'ore dopo senza ricordare nulla di quell'incontro; ed allora mi resi conto che quelli non potevano essere due assassini prezzolati dall'aspetto stravagante, vista la cura con cui avevano provveduto a mia moglie. Invitai allora i due ospiti a sedere nel mio salotto, ed offrii loro del Martini con ghiaccio, che essi scolarono come se fosse acqua fresca. Appresi così dell'esistenza dei Mayani, una specie aliena originaria di un altro braccio della nostra Galassia, che si è evoluta molto prima dell'Homo sedicente sapiens, e ha visitato in incognito il nostro pianeta fin dalla più remota antichità. Quei marziani, come li hai chiamati tu, non hanno mai voluto rivelarsi all'intero genere umano perchè ci ritengono dei barbari incivili e guerrafondai che hanno l'hobby di ammazzarsi l'un l'altro, e dunque inquinerebbero la loro cultura superiore e abituata a risolvere ogni problema con gli strumenti della scienza. I Mayani hanno fondato varie colonie sui pianeti abitabili della Galassia, e i miei due visitatori sono ufficiali del corpo di Polizia di Tulum, la loro colonia più vicina alla Terra in termini di distanza astronomica, anche se l'aggettivo « vicina » è quanto mai fuori luogo, visto che essi mi hanno spiegato che noi Terrestri impiegheremmo non meno di due milioni di anni per raggiungerla, viaggiando alla massima velocità oggi a nostra disposizione. Loro, invece, grazie al salto iperspaziale sono in grado di superare tale distanza in pochi istanti.

Naturalmente io domandai loro che cosa potesse fare un vecchio Carabiniere sessantenne e sovrappeso come me, per due colleghi piedipiatti che possono attraversare anni luce alla velocità del pensiero, e fu così che mi parlarono di Ah Chuy Le Alom."

"Di chi?" domandò l'autista, sempre più incredulo, mentre la Gazzella sfrecciava lungo Viale del Poggio Imperiale, ormai alle porte di Firenze.

"Ah-Chuy-Le-A-lom", ripetè pazientemente Carlo Alberto dalla Chiesa, scandendo bene ogni sillaba. "Nella lingua del loro popolo significa più o meno « Colui che progetta l'ordine dell'inventore », ed è un nome che di solito uno scienziato mayano dà ad uno dei propri figli, sperando che diventi un ricercatore di valore anche lui. In effetti egli diventò un grande biochimico e genetista, ma purtroppo aderì ad una fazione di quella colonia che intendeva servirsi dell'eugenetica per migliorare artificialmente il loro fisico e e la loro mente."

Accortosi che Domenico Russo attraverso lo specchietto retrovisore gli inviava uno sguardo perplesso, il Generale spiegò: "L'eugenetica, ragazzo mio, è una disciplina e un movimento d'opinione che si pone l'obiettivo di migliorare la qualità genetica della popolazione umana, manipolandone artificialmente il DNA, che è la molecola in cui sono trascrtte con il linguaggio della chimica tutte le « istruzioni » necessarie per fabbricare un qualsiasi essere vivente. Di per sé non sarebbe una cattiva idea, intendendo eliminare malattie ereditarie a volte gravissime, dal cancro alla demenza senile, e dal diabete ai disturbi mentali, « correggendo » i geni che le provocano prima ancora che l'embrione si impianti nell'utero materno e cominci a svilupparsi. Il problema è che l'eugenetica può essere facilmente utilizzata per creare una razza ritenuta « perfetta » e « superiore » destinata a dominare su tutti gli « inferiori », e non è certo un caso che fosse un chiodo fisso del folle regime nazionalsocialista: ben presto si passa dall'ingegneria genetica all'eutanasia dei disabili e delle etnie ritenute stupide o addirittura malvage per natura, fino ad arrivare alle tragedie della Shoah e del Metz Yeghern. Mi sono spiegato bene?"

"Come un libro stampato, Generà", annuì frettolosamente Domenico, anche se i discorsi scientifici erano per lui comprensibili quanto le "lingue click" del ceppo Khoi-san. Dalla Chiesa sospettava che il proprio coraggioso guardaspalle avesse capito la metà della metà di ciò che gli aveva appena spiegato, ma scelse di continuare:

"Ebbene, le ricerche del nostro amico Ah Chuy Le Alom sulla sua colonia di Tulum portarono ben presto ad esperimenti che sarebbero stati giudicati folli persino da Idi Amin Dada: dopo aver creato delle aberranti mostruosità mescolando geni di specie evolutesi su pianeti diversi, egli perse il suo ruolo nell'equivalente mayano della sua università, e fu piantato dalla moglie, disgustata. Sviluppò perciò un feroce odio nei confronti delle Istituzioni, decidendo di continuare il proprio lavoro clandestinamente per vendicarsi di coloro che non avevano creduto nel suo sedicente genio, e indirizzò le proprie ricerche nella creazione di un essere umano interamente progettato da lui, a sua immagine e somiglianza. Insomma, per farla semplice, si autopromosse da brillante scienziato a dio, come hanno fatto un sacco di cervelloni allucinati anche sulla nostra Terra; e, come tutti gli déi, ritenne di essere al di sopra di ogni legge e di ogni morale. E tu sai bene che, quando crolla il freno inibitorio della moralità, anche i più raccapriccianti crimini diventano possibili; anzi, da un certo puno di abiezione in poi, oserei dire necessari.

Quando quella specie di Josef Mengele alieno iniziò ad uccidere giovani donne mayane per usarne gli organi e il DNA nei propri raccapriccianti esperimenti, fu spiccato contro di lui un mandato di cattura con effetto in tutta la Galassia, e così non gli restò che la fuga, dopo aver fatto saltare per aria con l'antimateria il proprio laboratorio clandestino. Decise allora di nascondersi sulla Terra, un pianeta sovrappopolato e messo in quarantena dal suo governo, in mezzo alla cui popolazione avrebbe potuto confondersi facilmente, vista la relativa somiglianza fisica tra Terrestri e Mayani, colore dei capelli e degli occhi a parte. Lui però era avvantaggiato, avendo dalla nascita i capelli grigiastri come quelli degli uomini della Terra di mezz'età, e per coprire le iridi degli occhi rossi come un tramonto dietro il Monviso, sarebbero bastate due opportune lenti a contatto. Le stesse che tu gli hai fatto volare via, quando gli hai mollato quello sberlone, mentre credeva di spaventarmi con le sue minacce in quella fabbrica dismessa."

"Mamma d'o Carmene!! Ora capisco perchè improvvisamente mi parve che gli fossero spuntati gli occhi di un demonio, quale egli era divenuto con i suoi orribili crimini!" sbottò l'agente Russo con il cuore che gli batteva all'impazzata, mentre scendeva lungo Via Maggio verso il fiume Arno, tanto caro a Dante Alighieri, e si immetteva sul Lungarno Francesco Guicciardini. Tuttavia il Generale ex partigiano sospirò e gli replicò con il suo pragmatismo tipicamente piemontese:

"Caro Mimmo, la mia esperienza mi dice che il demonio è un illuso, se spera di far diventare gli uomini peggiori di quanto già non siano! Ad ogni modo, una volta giunto sul nostro pianeta, il nostro Ah Chuy Le Alom si stabilì negli Stati Uniti d'America, e precisamente a Vallejo, nella ricca e florida California, una delle contrade più intellettualmente avanzate della Terra, dove prese il nome di Arthur Leigh Allen, vagamente assonate con il proprio nome di nascita, e quindi più facile da ricordare senza tradirsi. Si inventò di essere nato ad Honolulu e di essere più giovane di quanto non fosse in realtà, dato che i Mayani hanno una vita media maggiore della nostra, per via della loro avanzata medicina. Era appena finita la Seconda Guerra Mondiale, i computer a valvole erano stati appena inventati, e così egli, sfruttando le proprie conoscenze superiori di origine mayana, mise su una fabbrica di componenti elettronici per la cibernetica, che ben presto gli fruttò un sacco di soldi, dato che era diventato fornitore ufficiale del California Polytechnic State College. Fattosi ricco da far paura, vendette la sua azienda all'IBM e nell'entroterra - spopolato rispetto alla costa, e quindi più sicuro - mise su un laboratorio segreto, in cui riprese le proprie sciagurate ricerche di eugenetica. Come copertura, lavorò come insegnante di biologia ad Atascadero, nella contea di San Luis Obispo, almeno finché non fu cacciato per aver molestato uno studente, al cui DNA era evidentemente interessato.

Purtroppo, ricominciò anche ad uccidere, agevolato dalla convinzione che noi Terrestri saremmo esseri a lui inferiori, e quindi sacrificabili senza troppi rimpianti. Come mi hanno spiegato i due atletici K'abel e K'awiil, la sua prima vittima fu Elizabeth Short, un'attricetta da lui conosciuta nel salone del Millenium Biltmore Hotel di Los Angeles, nota come "la Black Dahlia", a causa della sua passione per il film di George Marshall "La dalia azzurra" e per la sua abitudine di vestirsi di nero. Dopo averla adescata sotto il falso nome di Robert "Red" Manley, il nostro alieno la seviziò e infine la tagliò praticamente in due per studiarne a fondo l'anatomia, leggermente diversa da quella dei Mayani; e questo spiega perchè il corpo della povera Dalia Nera fu trovato in quello stato pietoso il 15 gennaio 1947 a Leimert Park, un quartiere periferico di Los Angeles, abbandonato in un terreno spoglio sul lato ovest della South Norton Avenue tra Coliseum Street e la West 39th Street. Galvanizzato da quel delitto, nell'estate del 1950 si spostò brevemente nell'area metropolitana di Atlanta, dove si rese colpevole di una serie di aggressioni e omicidi ai danni di giovani coppie stazionate con le auto nelle « Lover's Lane », cioè strade isolate frequente meta d'incontri: questo fu uno dei primi casi documentati di aggressione mirata a coppie in camporella, una modalità destinata a diventare un hobby per quel disgraziato. Fu proprio indagando su questi crimini, così simili a quelli compiuti da Ah Chuy Le Alom sulla colonia di Tulum, che i due poliziotti Mayani si misero sulle sue tracce, appena sbarcati sul nostro mondo. Ogni volta che si avvicinavano a lui, tuttavia, sembrava che il super-ricercato interplanetario sfuggisse loro dalle mani come farebbe un'anguilla della laguna di Comacchio. Essendosi reso conto che alcuni compatrioti erano sulle sue tracce, ben decisi metterlo sotto chiave, egli tornò in California e per quasi tutti gli anni Cinquanta evitò di commettere altri omicidi riferibili all'attività di un serial killer feticista, preferendo lavorare su cadaveri sottratti ai cimiteri poco dopo la sepoltura. Ma siccome questo non poteva certo bastargli, viste le sue abitudini perverse, il 4 giugno 1963 uccise a colpi di arma da fuoco su una spiaggia isolata di Lompoc, sempre in California, i fidanzati Robert Domingo e Linda Edwards, dopo averli legati come salami. Pare si fosse ispirato alle gesta ben poco eroiche di un serial killer terrestre, il cosiddetto « Fantasma di Texarkana », che nel 1946, al confine tra Texas e Arkansas, aveva aggredito giovani coppie appartate in auto nei fine settimana indossando un passamontagna, uccidendo cinque persone e ferendone tre; il colpevole non fu mai catturato. K'abel e K'awiil hanno accertato che di sicuro quei crimini erano attribuibili a un terrestre, vista l'assoluta assenza di DNA mayano sui luoghi dei delitti, Sempre quello stesso anno, il nostro Arthur Leigh Allen avrebbe istigato un certo Lee Harvey Oswald, ex marine di idee comuniste, ad assassinare a Dallas il Presidente John Fitzgerald Kennedy, mostrandogli come colpirlo mortalmente dal sesto piano del deposito di libri del Texas School Book Depository, nella Daily Plaza di Dallas: i nostri amici Mayani sostengono che lo avrebbe fatto per pura malvagità, non per qualche tornaconto personale, soltanto per destabilizzare le istituzioni politiche del Pianeta Terra."

"Uh, la mazzamma!" esclamò sempre più incredulo il gorilla casertano alla guida, attraversando il Ponte alla Carraia per accedere al centro storico del capoluogo toscano. "Ma c'è stato negli ultimi decenni qualche esecrabile crimine in America a cui quel maiale non ha preso in qualche modo parte attiva?"

"Me lo sono chiesto anch'io". sospirò il Generale dalla Chiesa: "dopotutto, come diceva Vittorio Alfieri nella tragedia « Saul », « non ha il malvagio punto o centro fisso, / ma da un abisso passa ad altro abisso. » Di sicuro, nel 1966 il nostro affezionato Arthur cominciò a terrorizzare l'area di Richmond, nella Baia di San Francisco, con una serie di attacchi nell'oscurità ai danni di automobilisti e coppie appartate, utilizzando un fucile calibro .30-30. Il 1° ottobre 1969, in preda a delirio di onnipotenza, egli cominciò a sfidare apertamente la polizia ad agguantarlo, spedendo alle Police Stations tutta una serie di lettere in cui si definiva « il killer dello Zodiaco ». Non occorre una laurea al Politecnico di Torino per comprendere il perchè: lo Zodiaco è la fascia del firmamento visto dalla Terra in cui sembrano muoversi il Sole e i pianeti, e di solito riveste un ruolo importante in tutte le culture terrestri. Oltre all'ovvio significato simbolico dello Zodiaco, la colonia di Tulum è posta sulla stella da noi chiamata Ross 128 o Proxima Virginis, nella Costellazione della Vergine, che delle dodici zodiacali è una delle più importanti."

"S'all'inforre ca m' 'o ggarantite vuie, nun nce credesse manco s' 'o vedesse" (4), biascicò Domenico Russo, svoltando a sinistra in piazza Goldoni ed immettendosi in Borgo Ognissanti, presso il monumento dedicato al grande commediografo veneziano del Settecento. Ormai da un'ora era in preda a una tale tempesta di violente emozioni che, se dalla Chiesa gli avesse rivelato che il Mostro di Firenze era stato anche il mandante dell'assassinio di Giulio Cesare e l'artefice dell'esilio di Dante Alighieri da Firenze, senz'altro ci avrebbe creduto! Il suo interlocutore però stavolta non commentò alcunchè, e si limitò a proseguire con voce incolore:

"Per firmare le sue lettere, il nostro amichetto usava un curioso simbolo, un cerchio cui era sovrapposta una croce, incisa persino sulla portiera dell'auto di una delle sue vittime, ma che i colleghi spaziali K'awiil e K'abel hanno identificato con il logo della scuola di pilotaggio frequentata da giovane da Ah Chuy Le Alom sulla loro colonia, che non rappresenta altro che l'orizzonte artificiale digitale di una navetta spaziale, un giroscopio che permette di conoscere in ogni momento l'assetto di un aeromobile rispetto all'asse longitudinale e trasversale, fornendo informazioni riguardo al beccheggio e al rollio. Inoltre, spedì ai giornali numerosi crittogrammi, alcuni dei quali ancora non decifrati, pretendendo che fossero pubblicati sui giornali, e minacciando stragi sanguinose in caso contrario. K'awiil mi ha mostrato come i misteriosi crittogrammi che hanno resistito finora ad ogni tentativo di decifrazione fossero in realtà scritti invertendo specularmente una normale tastiera QWERTY di macchina da scrivere: bisognava insomma sostituire la Q con la P, la W con la O, e così via. La motivazione sta nel fatto che Ah Chuy Le Alom è mancino, ma comunque alcuni dei crittogrammi rimasti senza soluzione sono scritti in realtà in lingua mayana, e quindi volutamente incomprensibili per un terrestre. Quanto al famoso crittogramma di tredici lettere in cui diceva che egli avesse celato il suo nome e cognome, una volta decifrato da K'awiil, non diceva altro che «NAHCHUYLEALOM », dove la N iniziale sta per « na'om » titolo mayano equivalente al nostro « professore ». In ogni caso, l'ultima vittima del killer dello Zodiaco in California fu Donna Lass, un'infermiera vista l'ultima volta a South Lake Tahoe il 26 settembre 1970, il cui corpo non fu mai più ritrovato perchè il « professore » lo aveva utilizzato interamente per i propri turpi esperimenti. A questo punto, i due poliziotti spaziali ne persero le tracce e ipotizzarono che si fosse spostato in qualche altro stato degli USA; lo rintracciarono a New York, dove aveva commesso altri tre raccapriccianti omicidi di bambine, passati alla storia come gli « Alphabet Murders » perchè i corpi delle tre sventurate furono trovati in città con la stessa iniziale del loro cognome. Lo braccarono di nuovo, con l'aiuto di un famosissimo poliziotto newyorkese, ed egli allora decise di attraversare l'oceano, sentendosi sul collo il fiato dei suoi inseguitori, e di trasferirsi proprio qui in Italia, paese di cui aveva sentito parlare da alcuni figli di emigranti in California da lui conosciuti. Siccome l'Italia negli States ha, per così dire, la fama di paese dove sarebbe facile farla in barba alla Madama, e dove noi Carabinieri siamo noti soprattutto per le barzellette che ci ritraggono come dei perfetti deficienti, pensava che qui avrebbe potuto farla franca più facilmente e continuare indisturbato i suoi macabri esperimenti. Non ebbe neppure timore di acquistare da un trafficante d'armi una pistola che sapeva essere appartenuta all'assassino di Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, due amanti trucidati la notte del 21 agosto 1968 dentro la loro auto parcheggiata in una strada sterrata vicino al cimitero di Signa. Forse lo fece apposta, per sviare le indagini e creare un'inconcludente « pista sarda », visto che la donna uccisa e suo marito, condannato per quel dupice omicidio, erano entrambi nativi della Sardegna."

"Ecco perchè tutti i proiettili esplosi dal mostro di Firenze erano cartucce calibro 22 Long Rifle Winchester con la lettera H punzonata sul fondello", esclamò Domenico Russo, parcheggiando la sua Gazzella davanti all'austero palazzo che ospitava la Caserma Carlo Corsi, sede del Comando Provinciale dei Carabinieri di Firenze, ed ex convento che faceva parte dell'artistico complesso di San Salvatore in Ognissanti. Uscendo dalla macchina, dalla Chiesa annuì:

"Sì, Mimmo. Otto delitti, tra il settembre 1974 e il giugno 1982, tutti compiuti con la stessa pistola e pressappoco con le stesse modalità, incluse le ripugnanti mutilazioni genitali di quelle povere ragazze. E questo, che tu ci creda o no, è proprio l'aspetto più incredibile di tutta la faccenda. Come mi hanno spiegato i due colleghi alieni della Colonia di Tulum su Ross 128, quel genio del male non escideva parti dei loro genitali per venderli ad un'oscura loggia massonica di pervertiti che li usavano per compiere orribili riti satanici, come hanno ipotizzato molti investigatori, ma perchè voleva usare quei campioni biologici per estrarne il DNA, sottoporlo ad avanzate tecniche di ingegneria genetica, del quale egli è maestro, e creare tramite clonazione la donna perfetta,, con cui condividere il resto dei suoi giorni. E con questo, l'eugenetica ha raggiunto il suo culmine: il mito di Pigmalione che si fa realtà, fabbricarsi la propria compagna ideale grazie all'aiuto della tecnologia. E, contemporaneamente, la realizzazione del sogno inconfessabile del Dottor Victor Frankenstein: dare la morte, per suscitare da essa la vita. Non c'è dubbio, solo un Ernst Stavro Blofeld alieno che minaccia l'umanità dal proprio inaccessibile nascondiglio, forte del suo immenso talento scientifico e dell'avanzatissima tecnologia di una civiltà extraterrestre, poteva riuscirci."

A questo punto, il lungo colloquio tra il Generale e la sua guardia del corpo circa i misteri nascosti dietro quel sinistro fantasma che tanto a lungo aveva tenuto in scacco le forze dell'ordine italiane, dovette essere giocoforza interrotto, perchè dalla Caserma si riversarono in strada tutti i Carabinieri in essa ospitati, molti dei quali avevano partecipato quella stessa notte all'operazione speciale nei pressi di Giogoli: tutti applaudirono il Generale per la brillante cattura del temutissimo Mostro di Firenze, qualcuno intonò l'inno nazionale e la « Leggenda del Piave », e poco mancò che portassero in trionfo Carlo Alberto dalla Chiesa. Quest'ultimo era già abituato a simili festeggiamenti, non essendo troppo dissimili da quelli seguiti alla cattura dei capi delle BR e dei principali boss della Cupola palermitana, di cui egli era stato il protagonista; il suo animo schivo rifuggiva di solito da simili manifestazioni di esultanza, che tra l'altro dovevano disturbare il sonno di parecchi fiorentini, vista l'ora, ma egli sapeva che quei canti e quella gioia così spontanea erano soprattutto un moto di sollievo per lo scampato pericolo, essendo stato assicurato per sempre alla giustizia il più pericolo assassino seriale del ventesimo secolo, e così lasciò fare, limitandosi a rientrare in caserma appena possibile. Era stanco e provato, di lì a diciotto giorni avrebbe compiuto sessantatrè anni, che in quel momento gli pesavano tutti sulle larghe spalle: sapeva di non essere più il giovanotto che sfidava la macchina da guerra nazista per fare da collegamento tra le cellule partigiane nell'Italia centrale, pur avendo una moglie di trent'anni più giovane di lui. Eppure, la mattina dopo avrebbe dovuto partecipare ad un'animata conferenza stampa per spiegare come aveva sgominato il criminale più in gamba d'Italia dopo che tutti i suoi colleghi si erano perduti dietro false piste ed indizi troppo labili, per poi essere chiamato a Roma per ricevere l'ennesimo encomio dal Presidente della Repubblica in persona. Per di più, il crollo della tensione nervosa accumulata in quegli ultimi giorni lo aveva lasciato ancora più spossato del solito, tanto che egli desiderava un po' di riposo con la stessa bramosia con cui quel criminale interplanetario da lui catturato anelava a tutti costi a progettare e clonare la donna più perfetta della Gslassia, almeno secondo i suoi parametri di perfezione. Tuttavia, l'eroe di mille battaglie sapeva altresì che non poteva porre fine alle forti emozioni di quella stupefacente nottata senza andare a salutare e ringraziare di persona l'uomo a cui doveva tutto, ed in primis la vita, e che in quel momento lo stava senz'altro attendendo nel suo ufficio.

Lasciò perciò i suoi uomini, che avrebbero continuato a fare festa per tutta la notte, dirigendosi a grandi passi cadenzati verso il proprio ufficio al primo piano, seguito come un'ombra dal proprio fedelissimo gorilla. Appena imboccò le scale, un Tenente dei Carabinieri cercò di trattenerlo: "Non se ne vada così presto, Generale: questa è la notte del suo trionfo! E poi, ce lo deve dire una buona volta: lei sarà il nostro prossimo Presidente della Repubblica, non è vero?"

"Non dica sciocchezze, Tenente!" lo liquidò il panciuto Generale, il quale però temeva seriamente, nell'intimo dei propri precordi, che un giorno quell'eventualità si potesse realizzare sul serio. Scacciò però quel pensiero come un cavallo scaccia un tafano molesto con la propria coda, e si affrettò ad arrampicarsi su per le scale sbuffando, ripetendosi che sua moglie Emanuela aveva ragione: presto avrebbe dovuto rassegnarsi a mettersi a dieta. Arrivò finalmente alla porta del proprio ufficio, dove mormorò a Domenico: "Tu resta qui di guardia, e non lasciar passare nessuno, fosse anche il Papa."

L'agente scelto Russo obbedì, e si pose di guardia davanti alla porta con le gambe leggermente divaricate, pronto a fermare chiunque osasse disturbare il proprio capo, che per lui ormai era una figura mitica, capace persino di dialogare con i Marziani, o Mayani, o come diavolo si chiamavano. Dal canto suo, Carlo Alberto dalla Chiesa entrò nel proprio ufficio, illuminato da una grande abat-jour poggiata sulla sua scrivania, e fu con un sospiro si sollievo che si rivolse in buon inglese all'uomo comodamente seduto sulla sua poltrona, senza minimamente rimproverargli il fatto che tenesse i piedi poggiati sul bordo del suo scrittoio:

"È fatta, Frank."

L'uomo che occupava impunemente il suo posto sembrava sonnecchiare al suo arrivo, ma in realtà doveva essere perfettamente sveglio, perchè subito alzò la testa fissandolo con due occhi scuri, intensi e penetranti, che tradivano le sue origini campane:

"Già lo sapevo, Charlie. Me lo aveva annunciato l'esultanza sfrenata e molto italiana dei tuoi uomini, appena le loro camionette si sono fermate davantri alla caserma."

A pronunciare queste parole nello slang tipico della natia Brooklyn era stato un tizio che pareva lo stereotipo dell'italoamericano protagonista di tanti film polizieschi: di statura media, sui quarantacinque anni, manteneva una fisicità asciutta e tonica, ereditata dall'addestramento militare e tipica di chi è abituato a correre dietro ai farabutti per le vie del distretto del Queens. Il suo volto era seminascosto dietro una folta e spessa barba scura, leggermente brizzolata; portava i capelli castani piuttosto lunghi ed indossava un paio di jeans stazzonati e una camicia da boscaiolo piena di pieghe, chiaro segnale di uno stile di vita anticonformista e "bohémien", che lo collocava agli antipodi del sempre compassato Generale piemontese. L'espressione del viso fiera e guardinga era però lo specchio di una forte tensione emotiva, di numerosi traumi subiti e dell'evidente abitudine a non fidarsi mai di nessuno, per cui chiunque lo vedeva per la prima volta era subito portato a pensare che egli avesse scritto "POLIZIOTTO" nel bel mezzo della fronte. E non si sarebbe sbagliato di certo. Come a confermare quest'ultima impressione, sedendosi sulla seggiola davanti alla propria scrivania, il Generale dalla Chiesa gli replicò:

"Mi dispiace molto che tu non abbia potuto partecipare di persona a quest'azione di successo, anche se te lo saresti senz'altro meritato."

Il suo interlocutore tirò giù i piedi dal tavolo, mise le gambe a cavallo e infilò i pollici nei passanti del cinturone di cuoio bollito, in una posizione che lo faceva somigliare a un cantante di musica country del Midwest statunitense. "Stai mentendo, Charlie. Non ci credo che un uomo come te possa accettare che il proprio fiuto di segugio venga oscurato da quello di Frank Serpico!"

"Mi venisse un colpo se non avrei preferito averti vicino, questa sera, soprattutto quando ho dovuto trattare con quei due pesi supermassimi alieni", sorrise dalla Chiesa sotto i folti baffi grigi. "Dopotutto, se il mio bodyguard Domenico Russo dice che mi sarà per sempre fedele perchè mi deve la vita, anch'io posso dire la stessa cosa di te, e tu lo sai."

"Ho fatto ciò che ogni altro buon poliziotto avrebbe fatto al mio posto", brontolò il celeberrimo poliziotto a stelle e strisce, tirando fuori da sotto il tavolo due bicchieri e una bottiglia di whisky Hudson del '75. "Mentre quei due Bigfoot spaziali discutevano con te in casa tua a Palermo, quella sera di un anno fa, dietro loro indicazione io facevo irruzione in un garage di Corleone e mettevo fuori combattimento Francesco Paolo Anzelmo, Vincenzo Galatolo ed Antonino Madonia, mentre Giuseppe Greco detto « Scarpuzzedda » lo pizzicai poco dopo in Via Isidoro Carini, dove ti attendeva armato di kalashnikov. Erano i killer che quella stessa sera avrebbero dovuto freddarti per ordine di Cosa Nostra. Sai, anche noi a New York abbiamo avuto il nostro bel daffare, con quella che chiamavamo « Pizza Connection »!"

"Non dovrei bere in servizio..." accennò il morigerato dalla Chiesa, quando colui che aveva scoperchiato il Vaso di Pandora della diffusa corruzione nella polizia newyorkese gli versò un bicchiere colmo di whisky fino all'orlo. Serpico tuttavia lo canzonò: "Siamo nel cuore della notte, e non dovresti più essere in servizio da ore. Avanti, lasciati andare, Charlie! Sei l'eroe del momento: goditi questo momento, perchè la vita è breve! Come diceva il nostro Shakespeare, « Life's but a walking shadow, a poor player / that struts and frets his hour upon the stage, / and then is heard no more! »"

"« Quant'è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto, sia: / del doman non c'è certezza »", citò a sua volta il Generale di Saluzzo in italiano, con un sorriso ad increspargli appena le labbra. Mentre però Frank Serpico tracannò l'intero bicchiere di whisky in un sol fiato, come usano fare oltreoceano, dalla Chiesa lo sorseggiò lentamente, rammaricandosi in cuor suo di non avere del ghiaccio a disposizione. Ad alta voce aggiunse invece:

"Non ho potuto farti partecipare materialmente all'azione perchè non voglio che domani tutti i giornali escano strombazzando che è stata la polizia made in USA ad arrestare il Mostro, visto che i poliziotti e i Carabinieri italiani sono degli emeriti imbecilli e da soli non sarebbero capaci di arrestare neppure un bullo che ha sottratto una caramella a un bambino. L'Arma a cui appartengo gode già di bassa considerazione, in Italia, senza contribuire a peggiorarne ulteriormente l'immagine. Io stesso, una volta che passeggiavo in borghese lungo Ponte Vecchio, ho sentito un giovanotto lentigginoso raccontare alla sua ragazza: « Lo sai perchè i Carabinieri di Firenze hanno sempre il piede destro bagnato? Perchè, per spegnere il mozzicone della sigaretta, lo buttano nell'Arno e poi: pluff, lo pestano col piede! » E ridevano pure di gusto, quei due tristanzuoli insolenti."

"E ci credo, è divertentissima!", scoppiò a ridere il barbuto poliziotto americano, versandosi un altro bicchiere di whisky. "Ma non prendertela, Charlie: per le strade del Bronx, sui poliziotti corrotti di New York ne raccontano anche di peggio. Comunque, avevo capito benissimo perchè ho dovuto aspettare qui la conclusione della tua brillante azione di questa sera. E il fatto che l'imbeccata decisiva te l'abbiano data gli E.T. non toglie nulla al tuo valore come uomo di legge. Non dimenticare che i nostri due comuni amici K'abel e K'awiil hanno aiutato anche me, a portare alla luce la disonestà dei miei colleghi: senza di loro, gli stessi poliziotti che volevo denunciare mi avrebbero fatto fuori senza troppi complimenti, quella notte del 3 febbraio 1971 in cui pagarono ed armarono uno spacciatore per spararmi durante un'operazione antidroga nel quartiere newyorkese di Williamsburg, al numero 778 di Driggs Avenue. Proprio loro lo hanno neutralizzato un attimo prima che mi esplodesse un colpo di pistola in faccia. Se però io fossi stato un imbecille qualsiasi, neanche con l'aiuto della Death Star di « Star Wars » sarei riuscito a sollevare il polverone che mi ha reso famoso in tutto il mondo, e ha concesso ad Al Pacino l'onore di interpretarmi al cinema. Loro naturalmente lo hanno fatto perchè li aiutassi a dare la caccia alla loro preda quando, nei primi anni Settanta, si era trasferito a New York per sfuggire loro. Purtroppo io non ce l'ho fatta a pizzicarlo, perchè è riuscito ad imbarcarsi in tempo per l'Italia, ma quando i due amici Mayani mi hanno informato che l'amico Arthur Leigh Allen aveva ricominciato ad uccidere nell'area di Firenze, mi sono subito precipitato qui per finire il lavoro, e loro mi hanno fatto la soffiata di recarmi prima da te a Palermo, giacchè qui non potevo agire alla luce del sole: questo compito spettava a te."

"Ed è lì che tu hai salvato la vita a me, a mia moglie e all'agente Russo", annuì dalla Chiesa, mettendo giù il proprio bicchiere vuoto. "Me l'hanno spiegato loro stessi, quella sera nel mio salotto, informandomi circa il luogo dove avrei potuto incontrarti, in modo che tu mi potessi dire tutto sulle imprese americane del nostro Ah Chuy Le Alom. Alla fine abbiamo costituito una bella squadra. noi due."

"Puoi dirlo forte", gongolò Serpico, versando anche a lui un secondo bicchiere di liquore. "L'idea della trappola da tendere a The Monster è stata tua, anche se il particolare degli automi nella macchina te l'hanno suggerito i Mayani, e a farteli fabbricare negli States sono stato io, perchè qui in Italy non sarebbe stato altrettanto facile! Dopotutto, con le mie indagini scomode mi sono fatto moltissimi nemici, ma anche alcuni buoni amici disposti ad aiutarmi."

"Quando sono stato nominato Prefetto di Firenze con l'unico evidente scopo di catturare una buona volta il cosiddetto Mostro di Firenze, ho pensato subito di tendergli una trappola in cui egli non potesse fare a meno di cascare come un salmone in una nassa", spiegò il Generale tenendo in mano il proprio secondo bicchiere di whisky, mentre Serpico il suo se l'era già tracannato. "E quale poteva essere l'esca più adeguata per un maniaco che adorava crivellare di colpi i giovani appartatasi per amoreggiare in una zona poco frequentata, e poi sfregiare i cadaveri delle ragazze e staccare parti dei loro genitali? Come un topo è attratto dal formaggio, così tanto turpe individuo non potrebbe essere attirato che da una coppia che sta facendo l'amore, meglio se rumorosamente. Il problema è che, se il serial killer fiorentino fosse incappato in una coppietta, avrebbe sparato ai due malcapitati prima ancora che noi potessimo acciuffarlo, e noi non potevamo rischiare la vita di due giovani neppure per mettergli le mani addosso. Ed era un problema da risolvere quanto prima, poiché io so benissimo di avere più nemici dentro le Istituzioni che tra i mafiosi: quando fui inviato come Prefetto a Palermo, molti politici e militari sperarono che io finissi stecchito in qualche strada della città, e a maggior ragione sono sicuro che questo incarico apparentemente impossibile mi era stato affidato solo nella speranza di vedermi fallire, e così di potermi silurare senza complimenti. Quando ne ho parlato con i nostri colleghi di un altro pianeta, però, K'awiil mi ha fornito l'idea giusta: trovare qualcuno contro cui il nostro amico Allen potesse sparare a piacimento senza causare perdite umane; e questo qualcuno non potevano essere delle bambole gonfiabili, dato che dovevano muoversi da sole, bensì solo dei robot. Naturalmente questi non erano di semplice realizzazione, sul pianeta Terra, ma qui sei entrato in gioco tu, che conoscevi di persona Carlo Rambaldi, il famoso esperto di meccatronica che ha creato tra l'altro i pupazzi semoventi di Kiing Kong, Alien ed E.T."

"Esatto", annuì soddisfatto Frank Serpico, versandosi un terzo bicchiere di whisky newyorkese. "Quando gli ho spiegato che quei realistici manichini semoventi servivano per una buona causa, e non per girare un film pornografico, si è messo all'opera e li ha realizzati in meno di un mese. Erano persino in grado di emettere gli immancabili gemiti di piacere, registrati su un nastro nascosto! Solo un genio come lui poteva riuscirci!"

"Concordo con te. Il problema era dove piazzare gli automi. Per fortuna Rambaldi ce ne ha realizzate tre coppie, tutte perfettamente funzionanti, che abbiamo sistemato in alcuni punti strategici delle campagne intorno a Firenze, zone ben note perchè abituale ritrovo di coppiette e pullulanti di guardoni e di mille altri viziosi. Naturalmente il Mostro non doveva neppure vedere l'ombra di uno sbirro appostato per catturarlo, sennò sarebbe andato tutto a monte; così, i miei artificieri hanno collegato una bomba al fosforo di medio potenziale alle portiere delle tre automobili. Se il serial killer di un altro mondo si fosse avvicinato ad una di esse e avesse sparato contro i manichini, essi presumibilmente avrebbero continuato a muoversi, ed egli, sbalordito, avrebbe spalancato le portiere dell'auto per comprendere come mai i due amanti andavano avanti a fare sesso anche dopo morti. Ma, se anche i suoi famigerati proiettili calibro 22 Long Rifle Winchester avessero messo fuori uso la centralina elettronica che comandava i movimenti dei due fantocci meccatronici, il nostro amichetto avrebbe comunque aperto le portiere per fare scempio della ragazza, e così... Bum! Impossibile non udire quella detonazione in tutto il circondario. Ma, per ogni evenienza, i miei artificieri avevano predisposto le cose in modo che l'ordigno, prima di esplodere, inviasse un segnale radio alle nostre pattuglie, diverso per ognuna delle tre trappole, in modo da poter piombare lì in pochi minuti. Ci sono voluti undici giorni, in cui abbiamo disposto le tre automobili in luoghi ogni notte differenti, ma era solo questione di tempo: stanotte Ah Chuy Le Alom ha deciso di agire, avendo scambiato i capelli lunghi e biondi di quel turista tedesco un po' hippy per quelli di una ragazza, e questo errore ha segnato sia la fine della sua carriera di assassino seriale, che quella della nostra caccia all'uomo. Dopotutto, come diceva Carl Gustav Jung, chi evita l'errore elude la vita."

"Brindiamo all'unico ma fatale errore del nostro arcinemico", esultò il leggendario segugio statunitense, ormai un po' alticcio, tracannando le ultime gocce di whisky contenute nella bottiglia.

"E brindiamo anche ad un altro successo, per così dire collaterale, dei nostri alleati galattici", aggiunse dalla Chiesa, che al contrario di Serpico era perfettamente sobrio, alzando a sua volta il proprio bicchiere. "Infatti la sera del 27 giugno 1980 K'abel e K'awiil, a bordo del loro disco volante - mi sia permesso chiamarlo così per semplicità - stavano raggiungendo l'Italia provenienti dagli USA per inseguire la loro preda, quando nei pressi dell'isola di Ustica si sono trovati nel bel mezzo di una battaglia: un aereo da guerra libico stava portando in segreto il dittatore libico Muʿammar al-Gheddafi in Unione Sovietica per motivi sconosciuti, quando un aereo da guerra della NATO, di cui ignoriamo la nazionalità, tentò di abbatterlo con un missile aria-aria, eliminando così quello che era ritenuto un pericoloso leader filosovietico. Per fortuna, resisi conto che il tiro era stato impreciso e puntava diritto verso un aereo di linea che non c'entrava nulla, i due poliziotti dello spazio lo hanno abbattuto con un raggio laser, e così il DC-9 I-TIGI della compagnia aerea Itavia, decollato da Bologna con 81 persone a bordo, ha potuto atterrare felicemente a Palermo senza che nessuno si accorgesse del tremendo pericolo che avevano corso di finire sul fondo del Mar Tirreno. Solo io, te e i Mayani siamo al corrente di questo, a parte il pilota del caccia NATO che, accusato dell'errore di lancio, sicuramente si sarà difeso affermando che « un UFO comparso dal nulla ha intercettato il suo missile », puoi immaginarti con quali conseguenze."

"Evviva i Mayani!" brindò per la seconda volta Frank Serpico. Subito dopo appoggiò i gomiti sulla scrivania di Carlo Alberto, rischiando di far cadere la foto dei suoi figli Fernando, Rita e Simona, e gli domandò ex abrupto con un sorriso seminascosto dal folto barbone: "A proposito... E ora che i nostri due amici spaziali se ne sono tornati a casa loro, tu che farai, Charlie?"

"Continuerò a fare il Carabiniere, Frankie, come ho sempre fatto fin da quando avevo ventidue anni", fu la semplice risposta.

"Tutto qui? Andiamo, Charlie, togliti quella maschera di modestia perbenista, almeno per stanotte. Gli eroi del momento non sono Superman e Wonder Woman: l'eroe sei tu!"

"Tsk!" scosse il capo il Generale, pacato come sempre ma altrettanto lucido. "Mio padre Romano, anche lui Carabiniere, diceva che un eroe è semplicemente un tipo che è troppo stupido per sopravvivere. Io mi sono salvato dall'attentato, e dunque non credo di essere un eroe."

"Che fai ora, lo sbirro filosofo?" lo prese in giro lo scanzonato piedipiatti yankee. "E comunque, tu puoi credere quello che vuoi, ma domani tutta la stampa e tutti i telegiornali parleranno di te come il salvatore della patria che, dopo i terroristi comunisti e i mafiosi siculi, ha sgominato in quattro e quattr'otto anche il Mostro di Firenze. Dead-ass! Sono convinto che, se ti candiderai alle prossime elezioni presidenziali italiane nelle file di qualsiasi partito, sarai eletto con una valanga di voti, come lo fu Ike Eisenhower dopo la fine della World War Two!"

"Grazie a Dio, l'Italia è una Repubblica Parlamentare, e il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento, non dai cittadini sotto l'onda dell'entusiasmo", sogghignò il Generale, alzandosi in piedi. "E comunque, Frankie, prima di pensare ad avventure politiche, ho ancora un sacco di corrotti da incastrare, annidati non nella polizia di New York, come quelli cui hai dato la caccia tu, ma nella stessa Camera dei Deputati."

"Auguri", replicò Serpico, alzandosi in piedi a sua volta con la bottiglia vuota in mano: "è un obiettivo particolarmente ambizioso, e stavolta non ti basterà lo scherzo di Halloween degli automi nell'auto per centrarlo; ma io ti auguro comunque di riuscirci."

I due piedipiatti più in gamba del pianeta Terra si strinsero la mano, e dalla Chiesa si congedò: "Presso il cancello d''entrata delle Gazzelle troverai un mio uomo che ti porterà all'aeroporto militare di Pisa-San Giusto, da dove decollerai senza dare troppo nell'occhio per fare ritorno a New York. Catch you soon, bro."

"Watch your back, bud!", replicò Frank Serpico, scivolando subito dopo attraverso la porta con la rapidità e la silenziosità di un crotalo ceraste.

Carlo Alberto dalla Chiesa restò per qualche momento in silenzio, ascoltando il fragore dei fuochi d'artificio che stavano esplodendo nei cieli di Firenze: evidentemente la notizia della cattura del temutissimo Mostro di Firenze si era già diffusa in città, a dispetto dell'ora molto tarda. Il Generale ne era certo, in quel momento c'erano persone poste ai vertici di commissioni parlamentari o di reparti dell'esercito che stavano disperandosi e prendendo a calci la sedia, per quell'ennesimo successo da lui ottenuto. E avevano ragione eccome di preoccuparsi: se quella sera egli era riuscito a tirare un brutto scherzo ad Arthur Leigh Allen alias Ah Chuy Le Alom alias Zodiac alias altri mille spaventosi nickname, ebbene, quello scherzo era niente, rispetto a quello che aveva intenzione di giocare a loro!!

Il Generale uscì a sua volta dal proprio ufficio, sulla cui porta era ovviamente appostato Domenico Russo. "Il suo socio americano ha tagliato la corda", si limitò ad affermare il proprio fedelissimo bodyguard.

"Già. E ti confesso che mi piacerebbe farlo anch'io, sparendo almeno per qualche giorno, se potessi, piuttosto che affrontare tutti quei giornalisti indiavolati come setter all'inseguimento di una volpe, e tutti quei politici ipocriti che si congratuleranno con me, anche se speravano di vedermi sottoterra!"

"Lo capisco, generale, anche se sono solo una povera Guardia Scelta di Santa Maria Capua Vetere, e non so parlare l'inglese e il tedesco come fa lei", replicò il gorilla, con il tono con cui un figlio si rivolgerebbe al proprio babbo anziano e stanco. "Tuttavia, non si dimentichi che tutti gli onori che le tributeranno saranno assolutamente meritati, perchè lei ha scovato e catturato l'inafferrabile Mostro!"

Carlo Alberto dalla Chiesa gli sorrise come si sorride ad un figlio piccolo che ci viene incontro per abbracciarci quando torniamo a casa dopo una giornata faticosissima, gli mise una mano sulla spalla e commentò, come se stesse parlando davvero a suo figlio Nando:

"Ricordati bene, Domenico, ciò che ha scritto Stephen King nel suo romanzo da brividi « Shining »: noi smettiamo di cercare i mostri sotto al letto quando ci rendiamo conto che i veri mostri sono dentro di noi!"

E questi, il Generale ne era ben consapevole, erano molto più difficili da esorcizzare.

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Note:

(1) « Generale... Eccellenza... ecco, io... giuro sul mio onore di poliziotto che non farò parola con nessuno di ciò che ho visto stanotte, ma... qui ci siamo solo noi due, e nessuno ci ascolta, perchè controllo ogni giorno che sulla sua macchina non siano nascoste cimici o robaccia del genere. E allora, per amor di Dio, mi dica... I due stranieri che hanno portato via l'americano erano due marziani, non è così? »

(2) « Ehi, Domenico, bada a come guidi, neh! Non siamo per le vie di Roma, qui, e io a Firenze vorrei arrivarci tutto intero! »

(3) « Sono costernato, Generale, le garantisco che non succederà più... ma sa... questa notte ho visto e ho sentito così tante cose che non avrei mai pensato... »

(4) « Se non me lo assicurasse lei, non ci crederei »

William Riker

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Dopo aver letto questo racconto, Alberto di Lorenzo ci ha domandato:

Voi che ne pensate davvero del mostro di Firenze? E di Pietro Pacciani?

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Gli ha risposto Andrea Villa:

Ti do la mia sincera opinione da giurista sull'intera faccenda del mostro. Anticipo che, essendo molto giovane, credo di vivere nella fortuna di non aver dovuto sottostare a quella fontana di ansia e terrore calcolato che all'epoca la macchina del fango mediatica, teoricamente indirizzata a fare informazione, generò nell'opinone pubblica per proprio tornaconto. Ciò, naturalmente, non sta a significare che ritenga il giudizio di tutti i più stagionati annacquato. Ritengo altresì che l'impatto emotivo della vicenda possa notevolmente incidere sul giudizio dei singoli, spingendoli verso una decisione passionale, di conseguenza necessariamente poco accurata. Rivelo inoltre di aver studiato a lungo la vicenda giuridica, insieme ad altre di grande rilevanza pubblica (il caso Tortora, come quello del Circeo, tanto per fare due esempi), perché ritengo che siano strumentali alla comprensione del funzionamento del Paese reale in questo preciso ambito, a maggior ragione per uno studente di legge.

Preposta la doverosa premessa, sento di poter dare la mia opinione sull'andamento della vicenda giuridica (che è anche l'unica sulla quale disponiamo di dati certi, senza doverci abbandonare a sconclusionate dietrologie). Sappiamo che dal principio la magistratura brancolava (e, aggiungo, per tutta la durata del processo ha brancolato) nel buio, tanto da indurre dapprima a battere piste improbabili (famosa è rimasta quella sarda, ma ce ne furono altre similmente fumose) e poi, caso fino ad allora inedito in Italia, alla costruzione di una squadra speciale per la cattura del supposto mostro; si arrivò cioè, si badi bene, a sottrarre preziose energie e risorse limitate della polizia giudiziaria allo scopo di inseguire un fantasma sul quale non si aveva nessuna informazione certa. In pratica, la decisione meno razionale possibile; e questo senza aggiungere le modalità stesse della "caccia", condotta con la stessa maestria di chi, volendo abbattere un cinghiale nel bosco, si fosse messo a gridare alla bestia di avvicinarglisi cosicché potesse sparargli (ricordo tragicomico: guardate qui...).

Arriviamo dunque al coinvolgimento del Pacciani, e, soprattutto, del pubblico ministero Canessa nella vicenda. Se le indagini erano, fino a quel punto, state condotte con colpevole ingenuità, con Canessa esse diventarono manifestamente dirette alla creazione di un bersaglio da appendere alla schiena di un individuo che era stato incarcerato per via cautelare sulla base di prove circostanziali, se non artefatte (tutti ricorderanno i famosi bossoli sepolti nel giardino del Pacciani, di cui lui spergiurerà sempre di non sapere niente). A distanza di così tanto tempo, è difficile dire quanto di vero ci fosse nella difesa di P., ovvero nelle accuse di C.; resta lampante agli occhi del giurista, tuttavia, come il pubblico ministero Canessa abbia abusato dei suoi poteri allo scopo di dare in pasto ai giornali qualcuno cui addossare tutta le paure di quei lunghi anni. Vi invito ad ascoltare le registrazioni del processo, contando quante delle domande che C. rivolge a P. siano direttamente connesse ai reati per cui è imputato (ovverosia la commissione di sedici omicidi), e quante invece siano volte al generico intento di farlo sfigurare non già dinnanzi alla corte, ma di fronte alla famiglia, agli amici e al Paese intero, e questo in qualità di decerebrato, deficiente, depravato, etc.

Spero che a questo punto, nel silenzio del diritto, possa trovare spazio una mia personale valutazione umana della faccenda. Ai miei occhi è tanto chiaro che il Pacciani e i suoi amici fossero figure orrende e deplorevoli, quanto scientemente imbecilli. Come si può ragionevolmente credere che una tale banda di cretini, composta da sonnacchiosi, viziati di mente e ubriachi (e chi non ricorda l'inno al duce del compagno di merende?) sia capace di portare a compimento sedici omicidi a distanza di anni senza che nessuno dei circostanti noti nulla o le forze dell'ordine riescano a risalire loro per via di prove direttamente connesse agli stessi? Alcuni menzioneranno altre prove circostanziali, come il diario dei tedeschi ritrovati nei possedimenti di P., o l'auto di uno degli amici ritrovata a poca distanza da uno dei luoghi del misfatto. Ma ricordiamoci che la banda viveva in prossimità dei luoghi degli eventi, ed era attiva a tarda notte, dedicandosi perlopiù ad attività ricreative di natura sessuale; a mio parere, è più logico concludere che i buzzurri abbiano rinvenuto qualche reperto connesso agli omicidi senza ben capire di cosa si stessero impicciando, così come il ritrovarsi in un posto siffatto per coincidenza. Ricordiamo che, dati alla mano, gli assassini seriali sono solitamente individui improbabili, la cui intelligenza supera la media e la cui posizione sociale facoltizza, se non rende impossibile, la commissione di fatti di sangue. Concludere che l'elefante appena uscito da una cristalleria abbia disintegrato tutti i preziosi contenuti all'interno è la risoluzione più scontata, ma non la più ragionevole: l'osservatore attento non esclude che anche un topolino, sfuggito alla vista dei più, può essere l'autore del misfatto.

Chiudo con una valutazione complessiva della vicenda. Alle mie orecchie, questa storia, come tante altre simili, è sempre suonata storta. Attenzione: sia perché un gruppo di individui è stato perseguito di reati che ragionevolmente non poteva avere commesso sulla base di prove circostanziali, sia perché un individuo acclaratamente responsabile di ripetuti maltrattamenti familiari è morto innocente. Ahimè, bisogna riconoscere che le cacce alle streghe non sono finite, ma si sono semplicemente trasmutate: ora le fanno i giornali, ai danni del primo disgraziato che passa per strada. Ancora più tragico diventa notare come i tribunali si pieghino per effetto della pressione sociale, dando origine a storture nell'andamento dello Stato di diritto che una comunità civile nom dovrebbe tollerare, anziché incoraggiare. Siccome siamo ucronisti, consentitemi una variazione allostorica: sono ragionevolmente convinto che se i giornalisti non si fossero messi di mezzo, l'ordinamento avrebbe lavorato con maggiore efficienza, senza la necessità di inquinare le acque. Non dico che il mostro di Firenze, quello vero, sarebbe stato trovato (tale conclusione mi sembra irragionevole, dato che non abbiamo uno straccio di indizio da cui iniziare, al di fuori delle identità delle vittime e delle modalità di esecuzione di queste); però certamente il giudice sarebbe stato in grado di attribuire la corretta pena a P. e ai compagni di merende, senza perdersi per la strada delle supposizioni, tanto infondate quanto finite. E così, forse, un po' di giustizia, almeno per i poveretti e le poverette che avevano davvero incrociato il cammino della banda, sarebbe stata fatta.

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Ed ecco il parere in merito di Federico Sangalli:

Personalmente sono sempre stato convinto che Pacciani e complici fossero colpevoli. L'isteria collettiva alimentata dalla stampa e dai media ha senza dubbio avuto lo sgradevole effetto di inquinare il dibattito sulla vicenda ma penso che questo inquinamento sia stato a tutto campo, nel senso che ha creato uno stuolo di commentatori “innocentisti” decisi a mettere in dubbio la colpevolezza di Pacciani perché irritati da atmosfera mediatica e giudiziaria considerata volgare e persecutoria (una cosa tipica dell'Italia, dove ogni processo rilevante vede immancabilmente partire il fuoco di fila di chi sostiene che la magistratura abbia manie giustizialiste e che debba essere depotenziata e via dicendo) oppure per il semplice desiderio di rivangare morbosamente storie truculente su cui basare teorie cospirazioniste (come quella sui fantomatici mandanti). Ho visionato il processo in questione, spesso commentato da osservatori poco teneri con la tesi accusatoria (se non apertamente avversi), ma non ho mai davvero sentito contro-esami convincenti che smontino o smentiscano le prove e le testimonianze presentate contro Pacciani e la sua banda e francamente la tesi del “Canessa è stato un cattivo PM dunque Pacciani era innocente” non mi ha mai convinto, senza contare che il processo è durato anni, abbastanza da sbollire ogni passione temporanea, e ha coinvolto diversi giudici e pubblici ministeri. Anche le testimonianze e le prove addotte per dimostrare il carattere violento, perverso e disgustoso degli imputati, ritenute da alcuni delle inutili volgarità adoperate dalla pubblica accusa per infangare Pacciani e assecondare una deriva mediatica persecutoria, hanno perfettamente senso in un'aula di giustizia. È quella che in America definiscono “prova per attestare la credibilità del teste”. Pacciani e i suoi complici recitarono per tutto il processo la parte dei poveri vecchi, svampiti, confusi, dei sempliciotti miti, espressione di una Italia rurale spaesata davanti ai riflettori e ai duetti in punta di diritto. Dal momento che, al netto del caso del Mostro di Firenze, sappiamo per certo che costoro erano tutto meno che degli innocui vecchietti (al punto che Pacciani era già stato riconosciuto colpevole di omicidio, aggressione e di numerosi stupri incestuosi) appare evidente come gli imputati, non potendo ovviamente fingere di essere colti geometri nascondendo il loro carattere illetterato e volgare, cercarono di calcare questi ultimi tratti fino alla caricatura, nella speranza di essere giudicati dei poveri idioti. In questo contesto la strategia adottata dalla pubblica accusa non appare volta a dipingere un mostro ma a una precisa funzione coerente con i suoi obblighi, cioè smentire la strategia della difesa tesa evidentemente (ma è nel suo pieno diritto, sia chiaro) a ingannare il collegio giudicante circa il carattere degli imputati. La natura seriale del crimine inoltre rende plausibile il ricorso a precedenti che possano illustrare la serialità dei reati commessi. Che questa strategia sia stata poi amplificata e distorta dai media è orribile ma questo non inficia l'impianto accusatorio.

Oltre all'ostilità per la campagna mediatica, l'altro grande argomento usato è proprio quello caratteriale. Si sostiene insomma che Pacciani & Co. fossero sì violenti e perversi ma troppo stupidi, ignoranti, volgari e mentecatti per poter compiere ripetutamente dei crimini così efferati e farla franca. Anche qua non vedo però una seria argomentazione a favore della loro innocenza. I serial killer non sono tutti come American Psyco. Una certa letteratura e la spettacolarizzazione mediatica hanno costruito l'immagine del serial killer come di uno psicopatico, cioè di una persona apparentemente normale, capace di integrarsi nella società magari fino a ricoprire qualche ruolo di spicco ma che poi commette brutali delitti dietro la maschera del “pilastro della società”. Non che non esistano esempi di serial killer psicopatici: Jack lo Squartatore, Zodiac, Ted Bundy, “Killer Clown”, Jeffrey Dahmer, lo Strangolatore di Boston, i vari infermieri killer,… la storia è piena di assassini seriali che uccidono metodicamente e con freddezza e lucidità. Ma non ho citato questi nomi a caso perché ciascuno di essi è famoso e ben noto. E sono famosi perché i media, come tutti noi, sono naturalmente più attratti dal killer raffinato, che sotto mentite spoglie potrebbe essere una persona qualunque, rispetto al violento abituale. Tutte queste persone hanno fior fiore di film e serie tv su di loro e sono divenuti iconici, mentre il fascino del Mostro di Firenze è crollato con Pacciani, oggi non a caso ridotto a macchietta e soggetto di meme. Stupratori e assassini di scarsa estrazione sociale e poco raffinati sono spesso molto più comuni, solo che fanno meno notizia perché considerati più “banali” e “normali”. Si obietta allora che persone con possibilità così ridotte come Pacciani e i suoi amici non potevano compiere questi delitti senza che nessuno se ne accorgesse. Ma è qua che si sbaglia, perché fu proprio la natura degli imputati a coprirli per così tanto tempo: tutti sapevano che Pacciani era un violento, che aveva ammazzato un uomo, era finito in carcere, era uscito e ne aveva quasi ucciso un altro, che teneva la famiglia segregata e sottoposta a sevizie di vario genere (anche se voglio sperare che le più orrende non fossero note), che passava il suo tempo con una banda di pochi di buono come lui a compiere scorrerie, che andava a prostitute e faceva il guardone. Era un uomo che teneva letteralmente delle foto pornografiche di sé stesso e delle figlie appese in giro per casa, difficile credere che nessuno sapesse nulla. Non trovo per niente assurdo che i suoi compaesani, in un contesto gia di per sé chiuso e omertoso come può essere quello del piccolo paesino di contadini, volessero saperne il meno possibile delle sue attività. Né mi sorprende che sua moglie e le sue due figlie, tutte e tre vittime di stupro, non fossero così ansiose di indagare su cosa facesse nelle nottate in cui si assentava.

La variante principale di “Pacciani era un buzzurro e si sa che i serial killer devono essere telegenici e donare alla parrocchia del quartiere” è che gli imputati abbiano sì commesso i delitti ma dietro ordine di misteriosi mandanti, qualcuno di più intelligente che per ragioni ignote (si parla di satanismo, di ricchi feticisti, di commercio di organi) ha organizzato e ordinato gli omicidi restando nell'ombra, per poi incastrare i “compagni di merende”. Qua già si denota il pregiudizio sociale di chi argomenta non perché pensa che Pacciani sia innocente ma perché lo ritiene esponente di una classe di minorati intellettuali incapaci di agire senza la regia di un genio delle classi superiori. La prova più citata a carico di questa teoria sono le grandi somme di denaro rinvenute sul conto di Pacciani, ritenute troppo consistenti per un contadino. Ma ascoltando le testimonianze sulla sua vita (in questo caso dunque grazie a Canessa che ce le ha fatte ascoltare) emerge un quadro abbastanza chiaro della vita di Pacciani. Parliamo di un contadino che, salvo per i periodi in carcere, ha lavorato dal 1945 al 1987 (cioè per quasi quattro decenni) in varie occupazioni di basso livello ma quasi sempre in nero (data l'epoca non mi sorprende), un uomo considerato da tutti uni spilorcio, che viveva facendo sempre le stesse attività e mangiando sempre le stesse cose, che non faceva vacanze, non si comprava macchine, di certo non spendeva soldi per i suoi familiari e in buona sostanza non aveva attività di svago oltre alle scorrerie criminali con i suoi amici. Ritengo plausibile che Pacciani abbia semplicemente accumulato quei soldi accumulandoli in decenni di lavoro ma senza usarli mai perché le sue più grandi ambizioni non andavano oltre bere vinaccio al bar del paese e che questi guadagni siano rimasti in buona parte non segnati perché avvenuti in nero. Se fossero frutto di un cospicuo pagamento per compiere gli omicidi sarebbero comunque registrati i versanti sul conto all'indomani dei delitti e salterebbero agli occhi dopo anni di relativa inattività. Se poi ci fosse davvero questa geniale regia vogliamo davvero credere che questo brillante mandante, individuo od organizzazione che sia, abbia ordito il tutto per poi lasciare che i suoi soldi fossero messi lì in bella vista nel posto più ovvio dove cercarli, cioè i conto dei “compagni di merende”? E vogliamo davvero credere che un mandante si sarebbe affidato per un compito così delicato a gente come Pacciani, che chiaramente davano ben poche garanzie di professionalità e anzi sono sempre apparsi come dei monumenti di inaffidabilità? Ritengo possa essere plausibile che qualche “compagno” secondario della banda sia rimasto fuori dalle indagini e penso sia quasi certo che tante persone in silenzio sapevano dei crimini di Pacciani, tutti o in parte, e non li abbia denunciati ma francamente quella dei mandanti mi sembra una lista troppo debole per essere considerata qualcosa di più che pura speculazione.

C'è anche il fatto, giudicato all'epoca particolarmente indicativo, che i delitti si interruppero dopo il 1985, cioè poco prima dell'arresto di Pacciani per stupro ai danni delle due figlie, reato per cui fu condannato nel 1987. Qualcuno ha provato a suggerire che un serial killer astuto avrebbe potuto sospendere gli omicidi in modo da lasciar ricadere la colpa su Pacciani, ma appare poco credibile, perché il Vampa non fu arrestato con questa ipotesi di reato ma appunto per lo stupro, e non sarebbe stato preso in considerazione per il Mostro di Firenze fino ai primi anni Novanta. Appare dunque più plausibile che gli omicidi siano stati commessi dagli imputati e che, venuta meno la forza propulsiva rappresentata dalla leadership di Pacciani, questi si siano interrotti.

Infine, due parole sul presunto collegamento tra Pacciani e Zodiac. Zodiac è un serial killer che uccise un numero imprecisato (cinque accertate, 49 sospettate, lui ha affermato di essersi macchiato di 37 omicidi) di vittime tra la fine degli Anni Sessanta e la prima metà degli Anni Settanta. Fu associato a Pacciani perché le vittime accertate furono scelte soprattutto tra le giovani coppiette che si appartavano in intimità, come per il Mostro di Firenze. A differenza di Pacciani però, Zodiac ha sempre dimostrato molta più freddezza, metodo e intelligenza. Ha ucciso le sue vittime sparandogli e non ha infierito sui corpi con mutilazioni o sfregi. Ha deriso apertamente la polizia scrivendo lettere crittografate con codici di sua invenzione, così avanzati che a oggi alcuni di essi rimangono intraducibili nonostante l'impiego dei migliori crittografi della polizia federale statunitense. In una di esse ha scritto “Il mio nome è ______”, con il nominativo scritto con un altro codice, a oggi tra quelli ancora non tradotti. In alcune occasioni ha persino telefonato. Insomma, una persona sicuramente intelligente, che uccideva con un'arma da fuoco e che amava cercare l'attenzione delle autorità, a costo di sfidarle apertamente. A differenza del Mostro di Firenze inoltre Zodiac ha lasciato due superstiti dei suoi attacchi, vittime ferite e lasciate per morte. Il caso resta tutt'ora aperto. Tuttavia, è opinione dei detective che seguirono il caso che il colpevole più probabile sia un uomo di nome Arthur Leigh Allen, un insegnante che arrivò all'attenzione della polizia dopo che nel 1971 un amico affermò di averlo sentito fantasticare dei delitti e di usare il nome Zodiac (da una marca di orologi californiana) prima che questi avvenissero. Allen fu interrogato dalla polizia e i detective affermano che rispose sempre in modo provocatorio e spesso allusivo, come se giocasse con loro, ma non emersero che deboli collegamenti indiziari e fu rilasciato. Gli omicidi però si arrestarono (un'altra cosa che depone a favore dell'immagine di Zodiac come di un serial killer freddo e metodico, che uccide perché sociopatico ma non mosso da istinti folli, in grado insomma di smettere di uccidere quando lo desiderava). Zodiac continuò a scrivere alla polizia per deridere le loro infruttuose ricerche ma le comunicazioni si interruppero nel 1974, lo stesso anno in cui Allen fu arrestato e condannato per molestie sessuali a un minorenne. Nel 1992 il caso di riaperto, la sua foto inclusa in quelle a sottoporre a un confronto e fu riconosciuto da una delle vittime sopravvissute come il killer. Ma Allen era morto pochi mesi prima e, senza un controesame del teste o un interrogatorio dell'imputato, la testimonianza, comunque non confermata e corroborata solo da prove circostanziali, non è mai stata ritenuta valida. Pertanto il caso Zodiac resta a oggi insoluto.

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feder però non si mostra d'accordo:

Prima di entrare nel nocciolo della discussione, consentitemi una doverosa promessa: si è discusso di mere opinioni sul carattere umano dell'individuo, in base alle quali si è reputato di discernere la colpevolezza di Pacciani in merito agli otto duplici omicidi che la vulgata è solita ricondurre al mostro di Firenze. Inutile sottolineare come questa modalità, seppur moralmente comprensibile, non trovi il benché minimo spazio di residenza in un'aula di tribunale: i giudici compiono valutazioni oggettive, e non soggettive. Di certo, mi è parso di notare la solita divisione fra chi, in questo gruppo, non coglie questa sottigliezza, e tende a deformare il ruolo e lo scopo della magistratura sotto una lente ideologica. L'ordinamento di cui i Padri costituenti hanno deciso di dotare questa nostra nazione, infatti, non esiste al fine di identificare i colpevoli, bensì allo scopo di acclarare la responsabilità civile, amministrativa o penale degli imputati. È un gran peccato che si difetti di conoscenza giuridica sulle basi del discorso, perché ciò, per mia visione, preclude di osservare i fatti in maniera imparziale.

Analizziamo ora le prove in base alle quali una parte dell'opinione pubblica è ancora ben convinta che in Pacciani è da ricercarsi l'identità del mostro di Firenze, senza dimenticare che ciascuna di questa ha esclusivamente valore indiziario (vale a dire: non esistono testimonianze o materiale che inchiodino direttamente P. alla commissione di questi fatti per cui fu imputato). Per utilità di chi legge, separerò il corpo del testo in diversi paragrafi, rimandando gli interessati all'arringa condotta dal pubblico ministero Pietro Tony nel corso del secondo processo a P. per maggiori informazioni. Buona lettura.

Il proiettile ritrovato nell'orto di Pacciani nel corso delle indagini
È ormai pacifico, per tutti gli interessati alla vicenda, che tale prova maestra fu artefatta. Lo dimostra una volta per tutte una recente perizia balistica, commissionata dalla procura di Firenze nel contesto della nuova inchiesta a carico di alcuni individui collegati a vario titolo alla vita di P., tali Vigilanti e Caccamo, ormai quasi nonuagenari. Secondo il tecnico, i segni sulla pallottola trovata nell'orto di P., nell'ispezione dell'aprile del 1992 non sarebbero stati impressi dall'inserimento di quel bossolo nella camera della pistola ‘Pietro Beretta' adoperata dal mostro di Firenze, ma sarebbero prodotti in altro modo. Si badi bene, in questa sede, che quei segni erano l'unico collegamento alla famigerata calibro 22 che armava la mano del supposto assassino, l'unico elemento che collegava su basi solide P. alla vicenda. Ed equivalente fu la valutazione del tribunale due decenni fa, quand'essa si rivelò, nell'opinione dei giudici, insufficiente a ritenere P. responsabile per la commissione dei sedici omicidi, tanto da condurre alla sua assoluzione.

Gli oggetti appartenuti a Pacciani, rinvenuti nella perquisizione delle proprietà di questo
Nelle abitazioni furono sequestrati diverse armi, bossoli, cartucce e arnesi atti a uccidere, verosimilmente cimeli di guerra gli uni, e adoperati per la caccia gli altri. All'epoca dei fatti, il P. aveva già scontato periodi di detenzione per il possesso di alcune bocche da fuoco che, seppur non dichiarate, non furono mai ricondotte agli omicidi; tutti gli interpellati ritennero invece che si trattasse di residui dell'epoca in cui il P. si improvvisò partigiano o del periodo in cui questi fu arruolato nel servizio militare obbligatorio. Personalmente sono incline a credervi, dato che ho conosciuto molti vecchietti abituati a tenere in casa i propri trofei, e anche se non sono un fanatico della caccia, il fatto di dedicarsi a tale attività non basta certamente a essere reputato idoneo alla commissione dei sedici omicidi.
Oltre a queste, furono rinvenute diversi esemplari di corrispondenza privata, disegni di piante, animali e persone, una mappa e ritagli di giornale, opuscoli inneggianti al comunismo, fogli che riportavano le ricette per riti magici e artefatti che furono interpretati come aiuto tal fine, tra cui una supposta tavola uigia, e infine riviste pornografiche, contenenti delle donne nude (scandalo dell'Italia borghese!). Questi sono elementi che denotano il profilo di una persona estremamente passionale e dagli interessi variegati, ma ancora, non sufficienti a condannare l'imputato per la commissione dei sedici omicidi.

Gli oggetti suppostamente appartenuti alle vittime, rinvenuti nella perquisizione delle proprietà di Pacciani
Capitolo a parte, stante che di questi si sa veramente poco e niente. Mi sembra che in questo contesto la prova maestra dovrebbe essere il c.d. 'quaderno dei tedeschi', vale a dire un modello di blocco note astrattamente compatibile ad essere appartenuto alla coppia di tedeschi assassinati nel proprio furgone. Tralasciando la tragicommedia relativa a questo ritrovamento (vi ricordate la deposizione del PM che, ritrovata una copia della rivista "Golden Gay" sul luogo, accusava il mostro di aver volutamente lasciato il giornaletto lì allo scopo di screditare le vittime come omosessuali?), non mi sembra ragionevole collegare una persona all'omicidio di due altri per il semplice possesso di un oggetto che condivide la provenienza con questi ultimi. A maggior ragione, se valutiamo l'occorrenza per la quale P. stesso si improvvisava artista, realizzando schizzi e financo dipinti; non sembra illogico, insomma, che egli detenesse un quaderno da disegno per proprio interesse.

Le grandi cifre di denaro nel conto di Pacciani, la vicinanza agli eventi e le connessioni esoteriche di quest'ultimo
Queste sono tre accuse così sciocche che ho preferito metterle insieme, per fare prima. Innanzitutto: non è affatto strano che un individuo avaro e senza prospettive, che lavori uno o più mestieri umili per tutta la vita, possa accumulare una discreta fortuna. Quando morì mio nonno, la famiglia di mio padre si scoprì molto più ricca di quanto si pensava, dato che quest'ultimo possedeva una grande casa in campagna, nonché un discreto numero di poderi e campi coltivati. Mio nonno era analfabeta, eppure, lavorando sodo in Italia e in Germania, era riuscito a mettere da parte un buon gruzzolo. Se aggiungiamo a questo il fatto che P. aveva messo al lavoro le figlie fin dalla più tenera età, e che sia lui, sia la moglie, percepivano ciascuno una cospicua pensione dall'INPS perché considerati nullatenenti, si capisce da dove derivasse la relativa ricchezza di P.

C'è che dice che risulterebbe sospetta la vicinanza di P. e della banda ai luoghi di commissione dei delitti. Ma c'è una spiegazione molto semplice: ci vivevano! Perché non indagare sulla base della stessa accusa l'intera popolazione della provincia di Firenze? Mi perdonerete, ma l'ultima volta che ho dato l'esame di diritto penale, non ricordo di aver letto da nessuna parte nel codice di circostanze aggravanti residenziali. E del resto, in uno Stato di diritto, sarebbe ridicolo se fosse così. Quando la magistratura, in quella specie di pomposa quanto indelicata e inutile manovra sovietica, indagò a campione tutti i lavoratori del settore edilizio del bergamasco allo scopo di ritrovare qualche traccia dell'assassino di Yara Gambirasio, non solo non si trovò nulla (notizia allarmante: è molto sciocco per un omicida essere domiciliato nel luogo di commissione del delitto), ma si realizzò anche una grossa violazione delle prerogative di libertà personale dei singoli.

E ora, la cd. situazione esoterica. Vi anticipo che, secondo me, chi dà credito a storie del genere non ha nessuna idea di come va il mondo. I riti magici con cui s'era fissato P. semplicemente non funzionano oggi (provare per credere!), così come non funzionavano all'epoca. Assurdo che una valutazione di questo carattere sia stata seriamente considerata in tribunale, ma arrivati a questo punto, credo che non dovremmo stupirci dell'indole inquisitoria di certi magistrati.

A mia conoscenza, non esistono altre prove indiziarie valevoli di analisi che colleghino P. alla vicenda; qualora ne conosceste altre, sarò felice di analizzarle. Ma da ciò che emerge dalle registrazioni del processo, assistiamo perlopiù a quanto dicevo in prima sede: una matassa di accuse confuse, che miravano perlopiù ad abbassare la considerazione della corte nei confronti di P. In merito a questo, ci terrei a essere (nuovamente) molto chiaro: non è che io abbia una buona opinione di Pacciani. L'individuo era manifestamente disturbato e capace di uccidere: egli aveva indubitamente realizzato una fattispecie di omicidio in gioventù, quando P. aveva ucciso a coltellate un tale Severino Bonini, il quale aveva tentato di stuprare la fidanzata dell'epoca di P. Questa non è l'unica ragione per cui Pacciani ha scontato detenzione: come già menzionato, egli violentò a più riprese la moglie e le figlie e deteneva illegalmente diverse armi. Al di fuori dell'ambito legale, P. era un acclarato guardone, un accanito bevitore e un pericoloso manesco, tanto da essersi guadagnato una pessima reputazione.

Ma da qui a ritenerlo responsabile di sedici omicidi, ce ne passa. Il fatto che qualcuno sia una cattiva persona non basta a collegarlo automaticamente ai delitti di cui altri lo accusano. Questa pratica in diritto ha un nome specifico: si dice calunnia, ed è penalmente perseguibile. Dei sedici omicidi, Pacciani fu già ritenuto in primo grado innocente del primo duplice omicidio (1968), siccome era da poco uscito dal carcere. A mio giudizio, sembra anche improbabile che egli si fosse reso capace del duplice omicidio di Borgo San Lorenzo (1974), sicché P. si era allora da poco trasferito a Montefiridolfi, a una certa distanza dal luogo di commissione del delitto. Resterebbero dunque sei duplice omicidi, commessi, a differenza degli altri due, in località ravvicinate e a breve distanza nel tempo, indizi che rivelerebbero una sorta di furia omicida nel mostro (che è anche la ragione per la quale io penso che se davvero è esistito un unico assassino per tutti questi delitti, egli è da rapportarsi solo ed unicamente a questi ultimi).

In ogni caso, ad oggi, non esiste alcuna prova convincente per collegare il profilo di P. alla commissione di questi o altri delitti, esterni ai già menzionati ed accertati in diritto. Reitero insomma che le accuse nei suoi confronti sono state improntate da un lato a un diffuso pregiudizio, scientemente accettato da alcuni magistrati al punto di inquinare le prove, e dall'altro all'umana e comprensibile necessità di dare un volto all'artefice di così tante atrocità, foraggiata, questa, dal privato tornaconto dei giornalisti, che hanno foraggiato (e continuano a foraggiare) le ansie della povera gente. La mia è una conclusione amara, sicché sarebbe più facile convincersi di aver trovato il colpevole e risolto il mistero. Però, di fronte alla realtà dei fatti, non ci si può semplicemente coprire gli occhi e fingere che tutto vada d'accordo con la propria narrazione. Tanto più che a questo mondo, non sono poche le ingiustizie a restare impunite: si tratta di una triste morale, è vero, ma anche di una morale vera. A differenza di quella che hanno voluto propugnare altri, nella storia di questo processo.

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Dario Carcano gli risponde:

feder, il tuo contributo è sicuramente interessante, però manca completamente il punto di quello che è stato detto da Federico e da me.
Nessuno di noi due ha negato che l'impianto accusatorio contro Pacciani fosse in qualche modo debole, e anzi Federico ha smontato la questione dei soldi sul conto di Pacciani.
Contro Pacciani è sempre mancata una qualche smoking gun, ossia la prova che dimostrasse la colpevolezza di Pacciani aldilà di ogni ragionevole dubbio; non so se per astuzia del Pacciani, o per mancanze dei poliziotti e dei magistrati che hanno condotto le indagini, probabilmente non lo sapremo mai.
Tuttavia, non si può non notare come sia difficile che sia stato qualcun'altro che non sia il Pacciani coi compagni di merende a compiere gli omicidi.
Perché Pacciani e i compagni di merende erano sempre e sistematicamente avvistati nei pressi dei luoghi dei delitti nelle sere in cui questi venivano commessi?
Perché gli omicidi del Mostro si interrompono nel 1985, quando Pacciani è arrestato per lo stupro delle figlie?
Di nuovo: mancherà una smoking gun contro di lui, ma è difficile che quegli omicidi siano stati commessi da qualcun'altro.

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E l'interpellato ribatte:

Il punto è proprio questo: siccome non è possibile ricondurre nessuno dei sedici omicidi a Pacciani, ne segue che non è ragionevole mantenere l'opinione che sia stato lui a commettere i delitti in esame.
Non so chi ti abbia detto che la banda di P. era sistematicamente avvistata nei pressi dei luoghi degli omicidi, perché, come ho spiegato, ciò non può essere vero nel caso dei primi due duplici omicidi, e per quanto riguarda gli altri sei non conosco una prova valida riguardante questa supposizione.
Sulla pagina dedicata ai sospetti del blog riguardante il giallo del mostro di Firenze ci sono ben quattro (4!) pagine che enumerano i potenziali carnefici individuati dagli appassionati o dalla magistratura nel corso delle indagini (e questi sono solo quelli di cui si sa qualcosa). Non si tratta di poche piste, eppure la magistratura ha voluto concentrarsi solo ed esclusivamente sul profilo di un individuo a scapito di qualunque altra possibilità (oggi del tutto spenta) di fare luce sul caso. E la ragione è evidente, tutta da ricercarsi nell'accanimento mediatico che i giornali hanno voluto riservare a un poco di buono.
A rigor di logica, ci possono essere una marea di ragioni per le quali i delitti del mostro si siano interrotti a metà degli anni '80, altre ed esterne all'incarcerazione di Pacciani. Avete mai pensato che l'omicida potesse essere uno straniero, magari uno studente in trasferta per poco tempo e poi trasferito altrove? E se l'assassino si fosse improvvisamente pentito? E se questi episodi fossero da ricondurre a raptus di follia, poi sedata o curata? E se qualcun altro avesse scoperto i fattacci, decidendo di farsi giustizia da solo e poi chiudendo la bocca per sempre? E se il killer fosse semplicemente morto nel suo letto, impedendogli la commissione di altri reati? Come può un osservatore razionale escludere tutti questi decorsi alternativi? Lo si fa per ostilità prevenuta e insicurezza percepita, ecco tutto.

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Degna di nota è la notizia fornitaci da Tommaso Mazzoni:

Se vi interessa, mio nonno materno, verso la metà degli anni '70, giocò a scopa contro Pietro Pacciani, senza conoscerlo, e vinse. Ha sempre sostenuto che Pacciani fosse sì un uomo violento, ma che avrebbe potuto uccidere qualcuno solo in una rissa, essendo troppo "fesso" per gli omicidi premeditati.

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aNoNimo invece ha commentato:

Vi riporto qui un interessantissimo brano del romanzo "Il Giustiziere della Notte" di Brian Garfield da cui è stato tratto un celeberrimo film con Charles Bronson; in esso uno psicologo traccia il "profilo" del cittadino comune che decide di fare il lavoro sporco che è vietato alla Polizia:

« Un giustiziere si annida a New York. Mentre noi ce ne stiamo seduti a chiacchierare oziosamente dell'amministrazione municipale e di come la città stia andando in malora, un uomo sta facendo qualcosa. Chi è? Chi gli ha armato la mano?
Tutti si sono fatti una qualche opinione. Per la maggior parte degli avvocati che ho intervistato, il giustiziere è un volgare fuorilegge, non migliore dei delinquenti che ammazza. Un avvocato mi ha detto: "Si ricorda del processo in 'Alice nel Paese delle meraviglie'? Quando la regina di cuori dice prima la sentenza, poi il verdetto?" Per molti cinici - compresi parecchi funzionari di polizia che ho intervistato  -quell'uomo sta facendo ciò che tutti noi saremmo tentati di fare. L'ispettore Frank Ochoa, incaricato di smascherare il giustiziere, si è stretto nelle spalle quando gli ho chiesto che cosa pensasse di lui. "Deve avere qualche irotella fuori posto, ma non credo che sia un pazzo maniaco. Provi a immaginare, si metta nei suoi panni. Cosa farebbe se sapesse di non essere mai scoperto? Abbiamo già avuto a che fare con personaggi del genere. Pensano di essere troppo furbi per essere presi." Per i Liberali il giustiziere è un essere di un'altra razza, al di là di ogni com-prensione. Per neri di Harlem il giustiziere è un razzista, come gli appartenenti al Ku Klux Klan (non importa se solo due delle sue cinque vittime erano neri). Per un tredicenne della scuola pubblica 120, il giustiziere è una specie di eroe dei fumetti, un avventuriero che insegue la preda e vola sulla città con un mantello svolazzante, eliminando i cattivi come fa Batman. Per un anziano e riflessivo droghiere di Spanish Harlem il giustiziere è l'esemplare di una specie che si estinse nel 1918. Per un poliziotto rionale del West Village è un buon cittadino che aiuta la polizia.
Ho parlato con Theodore Perrine, il famoso psichiatra forense, nel suo studio alla facoltà di medicina della Columbia University [...], che ha espresso il suo pensiero sul giustiziere:
"Viviamo in una società proiettata verso la morte. Aspettiamo la fine del mondo, e molti di noi sono convinti che non c'è nessuna speranza di evitarla. Il nostro è un mondo di scienziati nucleari e di gente giovane che non crede esistano anche problemi semplici, per i quali si possono trovare soluzioni semplici. Ognuno si sente personalmente tradito dal modo in cui vanno le cose. Il futuro non è più un'estensione logica del passato; le cose stanno in piedi come un castello di carte, tanto per intenderci. Abbiamo la tendenza a sentirci come cavie da laboratorio, che non sanno niente della scienza se non ciò che può essere osservato durante il processo di vivisezione. Questo è l'ambiente nel quale noi tutti ci muoviamo, e non bisogna stupirsi che qualcuno di noi se la prenda a tal punto da cominciare a scagliarsi contro tutto ciò, sempre più irrazionalmente.
In tutti noi c'è una potenziale riserva di aggressività. Odiamo il crimine, eppure non facciamo nulla perché il crimine scompaia. Cominciamo a renderci conto che questo tipo di comportamento non è semplicemente civile, è talmente civile da renderci incapaci di agire. È questo il motivo per cui un simile uomo eccita tanto la nostra immaginazione: lui sta trasformando in fatti le fantasticherie alle quali noi tutti ci abbandoniamo. Non è il solo che si comporti così, è vero. Abbiamo visto come molti gruppi che si dichiarano pro o contro determinate cose trovino necessario farsi giustizia da sé. Il terrorismo è diventato uno strumento politico legittimo. Da questo punto di vista, l'unico aspetto insolito di un tale personaggio è che agisce da solo. Se fosse una forza organizzata, come la Lega per la Difesa degli Ebrei, o le Pantere Nere, tutto ci apparirebbe meno affascinante. É l'aspetto da lupo solitario che fa presa sulla fantasia della gente. Un ardito individualista, che là fuori combatte le forze del male, si adatta perfettamente ai nostri miti. Ma, in realtà, questo individuo sta semplicemente trasferendo il concetto ormai accettato di terrorismo politico nell'area del crimine."
Ho chiesto al dottor Perrine se con ciò intendeva dire che questo assassino fosse molto più infermo di mente della maggior parte di noi. L'illustre psichiatra mi ha risposto: 'L'infermità mentale è più un termine legale che medico. A mio parere, comunque, è difficile che quest uomo sia pazzo furioso. A parte la natura dei suoi delitti, non c'è nulla di intrinsecamente irrazionale nel suo comportamento. Esso potrebbe essere interpretato come il risultato logico di una certa serie di stimoli psichici. Per esempio, supponiamo che sia un veterano, reduce da poco dall'Indocina, dove i soldati danno per scontato che se qualcuno crea difficoltà lo si uccide semplicemente con una granata che lo fa a brandelli. Questo modo di fare è diventato così comune nel Sudest asiatico che fare a brandelli è entrato tranquillamente nel nostro uso linguistico."
"Vuole forse dire che si tratta di un veterano del Vietnam?"
"No. Potrebbe darsi, ma non cè nessuna prova. In caso affermativo, sarebbe facile capire come egli abbia semplicemente applicato il sistema di valori appreso là alla situazione che ha trovato qui."
[...] Potrebbe essere chiunque. Qualcuno che io conosco, qualcuno che tu, lettore, conosci. Potresti essere proprio tu. »

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