HMS Odysseus

di Dario Carcano

Introduzione

Era una sera di ottobre. L’incrociatore protetto HMS Odysseus era salpato dal porto di Colombo mezz’ora prima, e si stava dirigendo a tutta velocità verso il luogo in cui il giorno dopo avrebbe effettuato delle esercitazioni di tiro e di manovra assieme al resto della sua squadra navale; a causa di un guasto alle caldaie l’Odysseus non aveva potuto partire assieme alle altre navi della flotta, e ora il capitano Henryson stava cercando di recuperare il ritardo.

L’HMS Odysseus, appartenente alla classe Astraea, varato nei cantieri navali di Devonport nel 1893 – dieci anni prima – pur non essendo più una nave tra le più moderne, era ancora rappresentare un avversario di tutto rispetto per navigli più leggeri. Armato con due cannoni da sei pollici, otto da 4.7 pollici, dieci da sei libbre, un cannone Hotchkiss da 3 libbre a tiro rapido e quattro tubi lanciasiluri, quella sera stava navigando alla velocità di diciotto nodi in direzione sud-sud-est.

Il capitano Henryson, assieme al timoniere e altri due ufficiali, si trovava nella plancia di comando. Nonostante il mare calmo e l’assenza di vento preferiva stare di guardia ai comandi; aveva un presentimento che quella sera sarebbe successo qualcosa.

Poi si sentì un urlo. Con tutto il fiato che aveva in corpo il marinaio di vedetta aveva appena urlato:

“Iceberg!”

E per un attimo il capitano Henryson pensò che quel marinaio doveva aver bevuto qualche liquore scadente, perché come diavolo poteva esserci un Iceberg ai tropici?

Ma poco dopo il tenente Wilson, guardando col binocolo, confermò quanto aveva visto il marinaio. Davanti a loro c’era un iceberg, e gli stavano andando addosso. Il capitano Henryson, ancora incredulo, ordinò subito una virata, ma ormai era troppo tardi. L’HMS Odysseus affondò in meno di mezz’ora, il marconista ebbe appena il tempo di lanciare l’SOS. L’incrociatore aveva a bordo 317 uomini, ne furono tratti in salvo 295; mancavano all’appello due ufficiali, tre sottufficiali e diciassette marinai.

Cosa ancora più misteriosa, l’iceberg che aveva affondato l’HMS Odysseus era sparito senza lasciare traccia, e il mare era tornato calmo come se nulla fosse successo.

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I – L’inchiesta

Londra, un piovoso pomeriggio di autunno del 1903. Harold Hookham, funzionario dell’ammiragliato, stava rileggendo un dossier giuntogli il giorno precedente, in cui erano raccolte le testimonianze dei superstiti all’affondamento dell’HMS Odysseus. Stentava a credere a quelle testimonianze, specialmente a quelle riguardanti l’iceberg che spunta dal nulla e per sparire subito dopo.

Mentre era assorto in quella lettura, bussarono alla porta, e una voce chiese se potesse entrare. Il signor Hookham rispose di sì, ed entrò un giovanotto vestito con una uniforme della Royal Navy, su cui si vedevano i gradi di Tenente Comandante.

“Prego, si sieda. Gradisce del tè?”

“Sì, grazie.”

Entrò il segretario di Hookham, a cui il funzionario ordinò di portare due tazze di tè. Poi Hookham riprese:

“Veniamo al sodo, credo lei abbia sentito parlare dell’affondamento dell’HMS Odysseus, avvenuto una settimana fa.”

“Sì, stavo leggendo un articolo di giornale che ne parlava mentre venivo qui. Le cause dell’affondamento sono ancora ignote.”

“Qui si sbaglia, comandante Hamilton. Le cause dell’affondamento le conosciamo.”

“Ah. E quali sarebbero?”

“Guardi, ho qui i resoconti delle testimonianze dell’equipaggio. Legga lei stesso.” e passò il dossier al comandante Hamilton, il quale lesse rapidamente fino a quando il suo sguardo non cadde sulla parola ‘Iceberg’.

“Un Iceberg a Ceylon? Ma è impossibile!”

“Eppure è ciò che i superstiti riferiscono di aver visto. Escludiamo possa trattarsi di una allucinazione collettiva, anche perché le allucinazioni non affondano navi; ma ciò non vuol dire che quanto successo non sia quantomeno… inusuale, ecco. Per questo motivo sono stato incaricato di scegliere una persona da inviare sul posto per condurre le necessarie indagini su questo fenomeno.“ Hookham fu interrotto dal segretario che entrò nella stanza col tè. ”E considerando la sua esperienza, ritengo che lei sia la persona migliore per investigare su quanto successo.”

“Quando devo partire?”

“Il prima possibile, ho parlato oggi coi Lord Segretari e non hanno molta voglia di aspettare. Comunque, prima della sua partenza le fornirò un dossier coi dati tecnici della nave e una copia del dossier che ha appena visionato con le testimonianze dei superstiti.”

Finito il tè, il comandante Hamilton si alzò e si diresse verso l’uscita.

“Arrivederci.”

“Arrivederci comandante, e buona fortuna.”

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II – Colombo

Alcuni giorni dopo il comandante Hamilton arrivò a Colombo, Ceylon. Come prima cosa andò alla base navale, dove fu ricevuto dal vice-comandante, il commodoro Elgar.

“Buongiorno comandante, posso offrirle qualcosa da bere?” chiese il commodoro mentre Hamilton entrava nel suo ufficio.

“Mi è stato raccomandato di bere l’acqua col chinino.”

“Per la malaria?”

“Esattamente, per la profilassi.”

“Guardi, nel bar ne ho una bottiglia. Si serva pure.”

Il comandante Hamilton si alzò, si versò un bicchiere di acqua col chinino e bevve. Ma era talmente amara che a fatica riuscì a bere il primo sorso.

“La capisco comandante – disse il commodoro Elgar notando l’espressione di Hamilton – anch’io le prime volte non riuscivo a berla. Poi mi hanno insegnato come nascondere quel saporaccio.”

“Ah, e come si fa?”

“Ci aggiunga zucchero, limone e un goccio di gin.”

Il comandante Hamilton fece quanto gli aveva suggerito Elgar, e bevve di nuovo.

“Molto meglio.” disse Hamilton, che si sedette e disse al commodoro Elgar.

“Signore, passando al motivo per cui sono venuto qui a Colombo, sarebbe molto utile per il mio lavoro qualche informazione sull’Odysseus. Ho con me un dossier coi dati tecnici della nave, ma non mi è stato molto d’aiuto. Quindi se potesse darmi qualche informazione sull’equipaggio o sulla storia dei guasti della nave le sarei grato.”

“Capisco. Sui guasti, l’Odysseus in realtà non ne ha avuti di particolarmente significativi, anzi, credo che il guasto alle caldaie che era stato riparato appena prima che affondasse sia stato il primo guasto ‘importante’ avuto dalla nave. Sull’equipaggio invece posso assicurarle che il capitano Henryson, che quella notte era sveglio sulla plancia di comando, era uno degli ufficiali più esperti che abbia conosciuto…”

“Insomma, nessuna ragione per credere che potesse affondare così, all’improvviso.”

“Esattamente. Anch’io non mi spiego ciò che è successo. Ho interrogato personalmente gli ufficiali in servizio quella notte, e ognuno di loro mi ha parlato dell’iceberg.”

“Non potrebbe essere stato lo shock ad averli suggestionati?”

“Non credo. In particolare il capitano Henryson, con la massima lucidità mi ha dato la sua parola di gentiluomo che quanto sostenuto da lui e dai suoi ufficiali è ciò che è realmente successo quella notte; e onestamente, non me la sento di mettere in dubbio la parola del capitano Henryson.”

“I superstiti sono all’ospedale della base, giusto?”

“Esatto. Se vuole posso accompagnarla mentre li interroga.”

“Se non le è di troppo disturbo” Subito prima che uscissero, il comandante Hamilton si ricordò di chiedere: “Ah, dimenticavo. Gli scomparsi?”

“Li cerchiamo da diversi giorni, ma non abbiamo trovato nessuna traccia di loro. Purtroppo comincio a pensare che non sono riusciti a raggiungere le scialuppe e sono affondati assieme alla nave.”

L’ospedale militare della base non era lontano. Pochi minuti dopo il comandante Hamilton e il commodoro Elgar stavano camminando nelle corsie dell’ospedale, e quando arrivarono al letto su cui giaceva il capitano Henryson, egli si mostrò molto felice della visita del commodoro Elgar, una delle poche persone che si era fidata della parola del capitano anziché ritenerlo impazzito.

“Capitano Henryson – disse il commodoro – le presento il comandante Hamilton. L’ammiragliato lo ha mandato per investigare sulle cause dell’affondamento dell’HMS Odysseus.”

“Piacere comandante, immagino che anche lei mi riterrà pazzo. Ma sa, quando si naviga il mare per molti anni si finisce per vedere cose che mai si sarebbe pensato di vedere.”

“Non la ritengo pazzo, tutt’altro: il commodoro Elgar mi ha detto che lei è pronto a dare la sua parola su quanto ha visto quella notte. È vero?”

“Sì, è vero. A nome mio e dei miei ufficiali, sono pronto a darle la mia parola d’onore che quanto ho visto quella notte è realmente successo, e non è frutto della pazzia o di un allucinazione collettiva.”

“Bene capitano, ad un gentiluomo è sufficiente la parola. Ma ora, se lei se la sente, vorrei farle qualche domanda.”
Il capitano Henryson esitò un po’, poi rispose:

“Va bene comandante. Cosa vuole sapere?”

“Mi racconti cosa è successo quella notte.”

“Certo. Stavamo procedendo alla massima velocità per ricongiungerci col resto della squadra; come lei sa eravamo partiti in ritardo per colpa di quel guasto alle caldaie. Il mare era calmissimo, non c’era un filo di vento; avrei potuto andare sottocoperta a dormire, ma nonostante questo non ero tranquillo. Sentivo che sarebbe successo qualcosa.

E infatti, il silenzio di quella notte fu rotto da quell’urlo della vedetta. ‘Iceberg!’ Ovviamente non ci credo, poi però il tenente Wilson si prese la premura di verificare col binocolo… e mi ricordo ancora le parole che mi disse. Mi disse… anzi no, prima imprecò, poi mi disse ‘Capitano, c’è davvero un iceberg di fronte a noi!’ e poco dopo lo vidi anch’io. Era un muro di ghiaccio che si ergeva di fronte a noi. Enorme e per quanto alzassimo la testa non ne vedevamo la fine. Mi ripresi da quella vista e ordinai la virata, anche se il timoniere aveva già iniziato a virare prima ancora che dessi l’ordine.

Ma anche così fu inutile. Urtammo l’iceberg e si aprì una falla, il marconista fu a malapena in grado di mandare l’SOS prima che la nave affondasse. E poi, quando avevamo finito di calare le scialuppe e l’HMS Odysseus era affondato, ci rendemmo conto che anche l’iceberg era sparito nel nulla.”

“Come, sparito?” chiese Hamilton.

“Sparito, senza lasciare alcuna traccia. Come se non fosse mai stato lì. E ovviamente quando il resto della squadra è arrivato a soccorrerci e non hanno trovato traccia dell’iceberg non hanno creduto alla nostra storia. Ma io posso assicurarvi che quello che ho raccontato l’ho visto con i miei occhi.”

“Il tenente Wilson è uno degli scomparsi, vero?”

“Sì comandante.” gli rispose il commodoro Elgar.

“Grazie per la sua testimonianza capitano. Arrivederci.” Disse il comandante Hamilton al capitano Henryson mentre usciva dalla stanza.

Nella corsia dell’ospedale il commodoro Elgar chiese al comandante Hamilton:

“Lei crede che sia stato un iceberg ad affondare l’Odysseus?”

“Credo che ne sapremo di più andando ad ispezionare il luogo dell’affondamento.”

“Ci vorrà qualche giorno, ma si può fare.”

“Aspetterò, tanto non ho fretta.”

Detta questa frase, si accorse che uno dei marinai nella corsia stava cercando di richiamare la sua attenzione. Poco dopo, quando il commodoro Elgar tornò nel suo ufficio, si avvicinò al marinaio. Era sdraiato nel letto con una gamba fratturata, che si era procurato nella precipitosa fuga dall’Odysseus. Il comandante Hamilton gli chiese:

“Deve dirmi qualcosa?”

“Sì, mi permetta innanzitutto di presentarmi. Leading Rate John Evans” disse facendo il saluto.

“Tenente comandante Frederick Hamilton – ricambiando il saluto. Lei era sull’Odysseus?”

“Esattamente. E c’è un motivo per cui ho voluto parlare con lei. Innanzitutto deve sapere che qui ho sentito molte storie che parlano di una montagna bianca che appare e scompare dal mare. I locali la chiamano sudu kanda, cioè ‘montagna bianca’, oppure śāpa lat kanda, ovvero ‘montagna maledetta’. Secondo queste leggende chi ha la sfortuna di imbattersi in quella montagna viene rapito dagli Dei, e non fa più ritorno.”

“Cosa c’entrano le superstizioni di un popolo di selvaggi con l’affondamento dell’Odysseus? Vuole forse farmi credere che la sciapletkande ha affondato un incrociatore della marina di sua maestà?”

“Le chiami pure superstizioni, comandante, ma io sono a Ceylon da molto più tempo del commodoro Elgar o del capitano Henryson. Ho sentito, e in qualche caso ho anche visto personalmente, di barche di pescatori svanite nel nulla, che ricomparivano dopo mesi. Gli equipaggi erano sani e salvi, ma storditi, e non ricordavano nulla di cosa fosse successo in quei mesi. Ricordavano solo la montagna bianca che compariva dal mare.”

“Tsk, avranno finto l’amnesia per non dover dire dove sono andati nella loro assenza.”

“Forse, comandante, ma io quella notte ho visto gli scomparsi. Erano su una scialuppa e stavano andando verso la śāpa lat kanda.”

“Cosa?”

“Ha capito bene comandante, io ho visto gli scomparsi.”

“Perché lo dice solo adesso?”

“Perché non mi avrebbero creduto, come nessuno ha creduto al capitano Henryson quando ha parlato dell’iceberg. Ma quello non era un iceberg, quello era un fenomeno sovrannaturale.”

“La smetta!” sbottò infine il comandante Hamilton, chiudendo così quella conversazione. Mentre si allontanava, sentì il marinaio Evans che gli diceva:

“Neanche lei mi crede! Vero, comandante?”

Il comandante Hamilton tornò nell’ufficio del commodoro Elgar. Due giorni dopo avrebbero effettuato un sopralluogo dove era affondato l’HMS Odysseus.

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III – L'iceberg

Da ormai diverse ore la nave stava navigando intorno alle coordinate trasmesse dall’HMS Odysseus prima di affondare. La speranza era trovare qualche indizio che potesse chiarire ciò che era successo quella notte.

Invece nulla, solo acqua. Le coordinate erano quelle, ne era sicuro, il comandante Hamilton aveva ricalcolato più volte la posizione, ma ogni volta venivano uguali. Dunque non c’era dubbio, erano sul luogo in cui era avvenuto l’affondamento.

Venne dal comandante Hamilton il tenente Taylor, comandante dell’imbarcazione, chiedendo se dovessero proseguire la perlustrazione o, visti gli scarsi risultati, tornare alla base.

“Abbiamo con noi l’attrezzatura subacquea, giusto?”

“Sì, comandante.”

“Allora faccia preparare lo scafandro e il compressore, scenderò a ispezionare il relitto.”

“Certo comandante.”

Ma mentre il tenente Taylor stava tornando ai comandi, il comandante Hamilton vide all’orizzonte un punto bianco, che appariva spariva. Eppure lì un minuto prima non c’era nulla. Prese il binocolo, regolò l’ingrandimento e vide quello che sembrava un iceberg.

Richiamò il tenente Taylor.

“Guardi anche lei in quella direzione e mi dica cosa vede”, disse Hamilton passando il binocolo a Taylor.

“Signore, credo che sia… sì, si direbbe proprio un iceberg.”

Allora lo aveva visto davvero, non se l’era sognato.

“Forse non serve più scendere a ispezionare il relitto. Si avvicini all’iceberg.”

La nave virò, e iniziò ad avvicinarsi all’iceberg.

Cosa ci faceva lì un iceberg? Era quello che aveva affondato l’Odysseus? E gli scomparsi? Hamilton sentiva che le risposte si trovavano su quell’iceberg.

Il giorno precedente Hamilton aveva avuto un secondo colloquio col marinaio Evans; anche se aveva parlato di fenomeni sovrannaturali e montagne maledette, era pur sempre l’ultima persona ad aver visto gli scomparsi. Per cui lo interrogò chiedendogli di dirgli esattamente ciò che aveva visto.

Evans aveva detto che calata la loro scialuppa, aveva visto che inizialmente si dirigevano verso di lui, ossia dove Evans, con un salvagente e una gamba fratturata, stava aspettando che una scialuppa lo ripescasse – non aveva fatto in tempo ad imbarcarsi, per cui aveva preso un salvagente e si era tuffato dalla nave prima che affondasse.

Poi però, a circa cento metri da dove si trovava lui, aveva visto che all’improvviso si erano fermati e per qualche minuto erano rimasti fermi. Evans ricordava soprattutto lo sguardo assente di quei marinai, che nonostante i suoi richiami lo avevano completamente ignorato. Finché non vide che avevano iniziato a remare come dei forsennati, allontanandosi da lui e andando verso l’iceberg.

“Avranno sentito le sirene dell’Odissea.” Aveva commentato ironicamente Hamilton, al che Evans, serissimo, gli aveva risposto:

“Dopo quello che ho visto, non mi sorprenderei fosse vero.”

Ripensando a quel colloquio, il comandante Hamilton pensò ‘Vuoi vedere che…’ e si diresse verso la sala comandi dal tenente Taylor, a cui chiese:

“Tenente, ha per caso dei tappi per le orecchie?”

Il tenente Taylor aprì un armadietto e tirò fuori una scatola piena di tappi per le orecchie, spiegando:

“Li usiamo quando dobbiamo scendere in sala macchine.”

“Penso che mi saranno molto utili”, disse prendendone un paio ancora nuovo, “ma sarà meglio che anche lei li metta, così come il resto dell’equipaggio.”

“Certo comandante, ma perché?”

“Poi le spiegherò. Adesso, tenente, si avvicini all’iceberg fino a quando non saremo a circa mezzo miglio, poi proseguiremo con una scialuppa.”

“Intende salire sull’iceberg?”

“Esattamente.”

Alcuni minuti dopo la nave si trovava alla distanza indicata da Hamilton, che a gesti fece intendere al resto dell’equipaggio di calare una scialuppa. Prese con sé quattro marinai e iniziarono a remare verso l’iceberg.

Dopo parecchie vogate erano arrivati; Hamilton cercò con lo sguardo un punto da dove poter salire, e dopo averlo individuato, fece avvicinare la scialuppa e si arrampicò. Mentre faceva questo, si accorse l’iceberg non sembrava fatto di ghiaccio; piuttosto sembrava metallico.

Hamilton avanzò di qualche passo finché non si trovò di fronte una parete alta circa due metri. La toccò, ed era liscia, ma non sembrava affatto ghiaccio, sembrava piuttosto metallo vetroso. Il comandante trasalì quando la parete si aprì; entrò con estrema cautela, portando la mano destra alla fondina con la pistola. Si trovò di fronte ad un'altra porta, che si aprì non appena sì avvicinò.

Si accese una luce, e vide l’ambiente intorno a sé. Era un corridoio, chiuso alle estremità da due porte; lui era entrato da una porta laterale. Vide i colori della parete, colori caldi, accesi, che contrastavano nettamente col bianco esterno. Vide anche quello che sembrava una specie di salotto, con tre poltrone attorno ad un tavolo.

“Prego siediti.”

Hamilton si voltò di scatto, ma non vide nessuno. Chi aveva parlato? E come aveva fatto a sentirlo nonostante i tappi per le orecchie?

“Puoi togliere i tappi, qui non c’è pericolo.”

“Chi sei? Fatti vedere!”

“Mi stai già guardando.”

“Come?”

“Io sono questo posto. Ma se proprio ti serve un volto a cui rivolgerti posso accontentarti.”

E sulla parete dietro il salotto scese uno schermo su cui apparve un volto umano, che rinnovò ad Hamilton l’invito a sedersi, cosa che il comandante questa volta fece. Ma non tolse i tappi, perché Hamilton pensò che comunque la... cosa sarebbe stata in grado di comunicare con lui. Il piano del tavolo si abbassò per qualche istante, e quando risalì reggeva una bottiglia d’acqua con un bicchiere.

“Sfortunatamente questa è l’unica cosa che posso offrirle da bere. Non abbiamo né tè ne alcolici.”

“Non fa niente, mi accontento. Ma come fa a comunicare con me nonostante i tappi?”

“Semplice, sto trasmettendo le mie parole direttamente al suo cervello.”

“Quindi hai poteri telepatici?”

“Esattamente.”

“Cosa sei?”

“Innanzitutto, questo non è un iceberg, ma ciò che resta di una nave spaziale. Migliaia dei vostri anni fa, ero parte di una spedizione che aveva il compito di esplorare quest’area della galassia. L’equipaggio comprendeva tre astronauti e me, un'intelligenza artificiale con il compito di governare la nave; ma quando ci avvicinammo al vostro pianeta per esaminarlo, i motori principali andarono in avaria, rendendo impossibile proseguire la missione. Gli astronauti partirono con la capsula di salvataggio, nella speranza di ricongiungersi alle altre navi della spedizione. Di loro non ho più saputo nulla.

Ero rimasto solo, ed esaurito l’ossigeno che alimenta anche me, il mio destino sarebbe stato spegnermi per sempre al largo di un pianeta sconosciuto.

Decisi allora di atterrare usando il motore ausiliario, perlomeno avrei avuto l’ossigeno necessario per sopravvivere. Da allora aspetto che dal mio pianeta vengano a prendermi, o perlomeno mi mandino un messaggio, ma non è mai successo. Mi hanno dimenticato.”

“Sei stato tu ad affondare l’Odysseus?”

“Sì. Quando ho scoperto che questo pianeta è abitato da vita intelligente, decisi di restare nascosto sott’acqua, risalendo in superficie solo per rifornirmi di ossigeno. Purtroppo però, durante l’emersione non sempre riesco a controllare che non ci siano barche in zona, alcuni dei miei sensori sono danneggiati o messi fuori uso dalla mancanza di manutenzione.”

“Dove sono gli scomparsi?”

“Intendi dire loro?”

Si aprì una porta, ed apparvero ventidue sagome con le uniformi della Royal Navy; erano loro, aveva visto le loro foto. Ma gli corse un brivido lungo la schiena quando vide il loro sguardo. Spiritato, assente, esattamente come gliel’aveva descritto Evans; inoltre erano estremamente magri, avevano il volto scavato e vedeva le mani scheletriche.

Riconobbe il tenente Wilson, quello che aveva confermato al capitano Henryson la presenza dell’iceberg... cioè, della nave. Fu spaventato dal suo sguardo, sembrava quello di un animale pronto ad attaccare. Mise mano alla pistola, ma anche Wilson era armato e fece lo stesso. Ma un istante dopo Wilson era a terra, che si contorceva in preda a quella che sembrava una crisi epilettica.

“Scusami se ti ha spaventato, non era sua intenzione. Ha visto in te un intruso e voleva proteggermi.”

“Perché?”

Nessuna risposta. L’AI dopo un po’ disse a Hamilton.

“È ora che tu vada. Tra qualche minuto mi immergerò di nuovo; i ventidue ti seguiranno e potrai riportarli in Inghilterra. Addio, comandante Frederick Hamilton.”

“Addio.”

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Epilogo

La nave stava tornando verso Ceylon. A bordo i ventidue scomparsi si erano risvegliati dalla loro catalessi, affamati ma sani. Solo, non ricordavano nulla di ciò che gli era successo dopo l’affondamento dell’HMS Odysseus.

Il comandante Hamilton guardava il mare, e pensava.

Pensava a quella specie aliena che aveva costruito quella nave, talmente superiore alla specie umana che il grande e potente Impero Britannico al suo confronto era nulla, anzi, meno di nulla. Gli esseri umani in quella razza avrebbero suscitato nel migliore dei casi pietà, nel peggiore lo stesso disprezzo che i sudditi di sua maestà provano per i negri che affollano le colonie.

Pensava che se avesse voluto, quell’intelligenza artificiale avrebbe potuto schiacciarlo come un insetto. Perché non lo aveva fatto?

Ma siccome era un uomo con una uniforme, pensava anche a cose più concrete, ossia:

“Cosa scriverò nel mio rapporto?”

Dario Carcano

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Questo è il commento in proposito di Perchè No?:

Una nave spaziale, non ci avrei mai pensato. Io avevo immaginato qualcos'altro. Qualche anno fa il disegnatore francese Tardy aveva avuto l'idea di una nave mascherata da iceberg da una banda di mercenari per missioni "speciali", giacché la nave è capace di silurare il suo obiettivo (tra altri il Titanic) senza lasciare tracce.

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E ora, un altro racconto scritto per noi da Dario Carcano:

Il Cesare Paolo

Non sono uso a scrivere in prosa, oltretutto in questa modalità; tuttavia, ritengo che, vista la natura della storia che mi accingo a narrare, uno stile asciutto sia quello più adeguato.

Sono nato in Abruzzo nel 1863, in una famiglia di modeste condizioni economiche, presso Aterno Pescarese; fin da bambino ho avuto una grande passione per le lettere e la scrittura, e un grande piacere nello studio della letteratura latina. Tuttavia, la povertà della mia famiglia spinse i miei genitori a prendere l’unica decisione che una famiglia povera possa prendere per far studiare un figlio dotato nelle lettere: farmi entrare in seminario.

Avevo dodici anni quando entrai nel seminario della diocesi di Penne, e ci rimasi per cinque anni, fino a quando ebbi completato gli studi; per essere ordinato sacerdote avrei dovuto studiare teologia per altri tre anni, ma rinunciai perché sentivo che non era la mia strada.

Infatti non mi sentivo adeguato al sacerdozio, e non ero interessato alla cura spirituale delle anime; la mia ambizione era – ed è tuttora – diventare un grande artista, passare alla Storia per i miei scritti e i miei poemi.

Già negli anni in cui studiavo in seminario avevo inviato alcune mie poesie a delle riviste letterarie, riuscendo a farmele pubblicare, e subito dopo la mia uscita dal seminario un editore si offrì di pubblicare una raccolta di mie poesie. Accettai, e le mie poesie furono date alle stampe, col titolo "Primo Vere".

Il "Primo Vere" mi diede varie soddisfazioni: ottenne un buon successo di critica e fu apprezzato dal pubblico, dandomi dei discreti guadagni che mi permisero di trasferirmi a Roma, la capitale imperiale.

A Roma speravo non solo di trovare opportunità di carriera, ma anche un pubblico più colto, capace non solo di apprezzare il mio lavoro, ma di darmi nuovi stimoli.

Arrivai a Roma nel 1881, mentre erano in corso i festeggiamenti per i vent’anni di regno di sua Maestà Imperiale, l’Imperatore dei Romani Giovanni Pio I, sempre Augusto. La capitale era addobbata a festa, e ad ogni angolo veniva offerto vino con cui brindare alla salute dell’Imperatore; ogni giorno c’era una strada su cui l’esercito sfilava in parata, e ogni sera una processione religiosa che ringraziava Dio per il regno saggio e illuminato dell’Imperatore, e chiedeva di avere la grazia di altri dieci anni di questo regno; alcune di queste processioni erano guidate dal vescovo di Ostia, ma in una occasione fu Sua Santità, il patriarca di Aquileia Silvestro V, a guidare la processione dopo essere venuto appositamente nella capitale.

Le celebrazioni oltretutto erano più fastose del solito, perché in quegli stessi giorni le truppe imperiali avevano riconquistato Algeri, ponendo fine a settecento e ventidue anni di dominio arabo e musulmano sulla città; anche per questo il fervore patriottico era alle stelle.

Tuttavia, non si potevano non notare le contraddizioni della capitale: Roma è l’unica città dell’Impero ad avere ogni singola strada illuminata da lampade a gas (nelle altre città solo le strade principali sono illuminate), ma ci sono molte famiglie che non hanno combustibile per cucinare o scaldarsi, e si vedono donne e bambini poveri andare in cerca di legna da ardere; a Roma ci sono fontane ornamentali in ogni strada, e giochi d’acqua in ogni giardino pubblico, ma l’acqua potabile è un problema per molte famiglie. Quella portata dagli acquedotti è monopolio della potente Società Anonima Acque Urbane, azienda di proprietà dei principi Scipioni, che ne fornisce una quota per uso pubblico al governo imperiale e alla prefettura urbana; tuttavia, per avere accesso come privato all’acqua degli acquedotti è necessario pagare alla SAAU un canone annuale.

I cittadini poveri sono costretti a bere l’acqua del Tevere, piena di fango e di ogni altra melma; la prassi è di lasciare decantare queste acque melmose dentro delle caraffe, e aspettare che si depositi la parte solida, bevendo poi la parte liquida. Tuttavia, a coloro che non ci sono abituati quest’acqua causerà la diarrea.

Lo scoprii a mie spese, perché nei primi mesi in cui vissi a Roma dovetti vivere in povertà; quello che avevo lo avevo speso per acquistare casa, un appartamento in zona Trastevere, in un edificio senza ascensore e senza gabinetti in casa, per cui dovetti pagare comunque un prezzo esagerato. Quei primi mesi furono tremendi: senz’acqua pulita, senza riscaldamento, e per mangiare dovevo andare in una mensa diocesana.

Poi, dopo circa quattro mesi, le cose cambiarono. Nonostante la povertà avevo continuato a pubblicare poesie, e una di queste catturò l’attenzione del principe Filippo Anastasio II Sallustio, capo di una delle più antiche e ricche casate nobiliari di Roma, risalente addirittura al I secolo a.C.

Questo quello che dicono i genealogisti pagati dalla famiglia, in realtà le origini dei principi Sallusti sono molto più recenti, e risalgono al XV secolo, da un cambiavalute proprietario di un podere in Umbria denominato pomposamente Castel Sallustio, che durante l’anarchia dei trent’anni divenne oscenamente ricco grazie all’usura e al contrabbando, e che ottenne il titolo principesco pagando una cospicua tangente all’Imperatore Paolo IV.

Tornando a noi, grazie al principe Filippo Anastasio entrai dentro i circoli della nobiltà romana, e conobbi lui, il vero protagonista di questa Storia, sua Altezza Imperiale, il Cesare Porfirogenito Paolo Giovanni Stefano Pio, Despota Imperiale ed erede al trono.

Io avevo diciotto anni, lui venticinque; ci conoscemmo a palazzo Scipioni, durante una delle feste date dal principe Cornelio XIII Scipioni. Le feste dei principi Scipioni già all’epoca erano considerate leggendarie: le voci popolari parlavano di intere piscine piene di vino francese dove si combattevano battaglie navali, nelle quali gli equipaggi delle navi erano scimmie ammaestrate e armate con armi vere; di intere stanze e corridoi piene di opere d’arte, il cui contenuto era stato distrutto per trasformare quegli ambienti in enormi piste da ballo.

Rispetto a queste descrizioni, la festa a cui partecipai io era sottotono: fui portato da un cameriere – che inizialmente dalla cadenza nella parlata credetti sardo, salvo poi scoprire essere di Cartagine – fino ad una stanza spoglia, piena di gente e dove stava suonando un’orchestrina da osteria. Tutta l’attenzione era rivolta verso una finestra da cui era stato rimosso l’infisso.

Seduto sul davanzale di quella finestra c’era un uomo, sui venticinque anni, che senza toccare il muro con le mani e sedendosi come su una altalena stava tracannando una intera bottiglia di spumante; eravamo al terzo piano, sarebbe stato sufficiente un movimento brusco perché quell’uomo cadesse di sotto.

Tutti guardavano in silenzio, anche l’orchestrina per la tensione stava perdendo il ritmo; poi l’uomo tirò dietro di sé la bottiglia vuota, che si ruppe sul pavimento di marmo, senza usare le mani si mise in piedi sul davanzale, si girò di scatto e urlò “Ho vinto bastardi! Datemi un’altra bottiglia!”

L’intera sala scoppiò a ridere e applaudì entusiasticamente; all’uomo fu portata un’altra bottiglia e fu allora che riconobbi in lui il Cesare Paolo.

La bottiglia che gli fu portata non era spumante, ma acquavite; tuttavia, il Cesare ne bevve metà come se fosse acqua, e poi disse:

“A chiunque avrà il coraggio di fare quello che ho appena fatto io, pagherò dieci solidi d’oro. Chi si offre volontario?”

La somma in palio era grossa, ma il rischio dietro quell’impresa non era indifferente. Nessuno si fece avanti.

Il Cesare, frustrato, puntò il dito a caso tra gli spettatori, dicendo:

“Tu, perché non ti offri volontario?”

Dall’altra parte del dito c’ero io, e inizialmente non seppi cosa rispondere al Cesare, ma incalzato dovetti per forza farmi avanti.

Il principe prese un’altra bottiglia di spumante, la stappò coi denti e mi disse:

“Per fare questo gioco bisogna saper bere, saper stare in equilibrio, e saper fare l’una mentre si è sotto l’effetto dell’altra.”

Presi la bottiglia e salii sul davanzale. Provai una prima volta a mettermi a sedere senza usare le mani, ma rischiai di cadere di sotto; la vista del vuoto sotto di me mi fece venire le vertigini, ma riuscii a mettermi a sedere.

Iniziai a bere, sorso dopo sorso. Era un vino dolce, si beveva molto facilmente; a metà mi fermai perché le bollicine pretesero di venire fuori, poi però ricominciai a bere fino a vuotare tutta la bottiglia.

Euforico per l’alcool, buttai la bottiglia di sotto senza curarmi se passasse qualcuno, mi rimisi in piedi sul davanzale senza usare le mani, e mi girai mentre dal basso giungeva una bestemmia ai miei danni da parte di qualcuno che si era visto piovere davanti una bottiglia vuota.

Io ridevo, il Cesare rideva, e tutti i presenti ridevano; sceso dal davanzale, il Cesare Paolo mi invitò a prendere un sorso dalla sua bottiglia, cosa che dopo mi fu spiegato essere un grande onore, mi pagò i dieci solidi e mi diede un’altra bottiglia di spumante, che bevvi praticamente subito.

Venuto a sapere dal principe Sallustio che ero un poeta esperto nel latino, iniziò a declamare versi latini, in parte di autori classici in parte improvvisati sul momento da lui, sfidandomi a fare altrettanto. A causa dell’alcool non ho molti ricordi di quella serata, però devo essermela cavata bene perché il Cesare Paolo rimase molto impressionato da me, e mi permise addirittura di dargli del tu, evitando di chiamarlo Altezza Imperiale.

Credo di non aver mai bevuto così tanto come quella serata; uscito da palazzo Scipioni vomitai due volte sulla strada verso casa, e per i successivi due giorni ebbi dei postumi tremendi che mi impedirono di scrivere.

Tuttavia, il Cesare Paolo rimase bene impressionato da me, e mi fece cercare. Due settimane dopo quella festa, ero nel suo seguito come segretario.

* * *

Le mie mansioni al servizio del cesare Paolo variavano a seconda della giornata; un giorno gli facevo da segretario, il giorno dopo da poeta di corte, il giorno dopo ancora da cancelliere, altri giorni ero semplicemente un amico.

Per mettermi al suo servizio lasciai la mia casa di Trastevere, per trasferirmi in un appartamento dentro a palazzo Silio, nel rione Regola, dove il cesare aveva preso residenza al compimento dei diciotto anni d’età; quell’appartamento era grande quattro volte la mia casa di Trastevere, avevo due bagni con acqua corrente calda e fredda, tutti i giorni la servitù veniva a pulire e se avevo fame, mi bastava chiamare la cucina per farmi portare un intero pasto.

Vivevo come un principe, e avevo anche iniziato a frequentare principi. Ero infatti entrato a far parte del più ristretto cerchio di amici del cesare Paolo; c’erano persone che avrebbero dato tutti i loro possedimenti per avere quel livello di intimità con l’erede al trono, io lo avevo avuto riuscendo a bere una bottiglia di spumante mentre ero in equilibrio su un davanzale.

Del principe Sallustio ho già parlato, perché fu lui a farmi conoscere il cesare Paolo; gli altri che conobbi stando al servizio del cesare furono il principe Marco Antonio IX Salvio, suo cognato Andrea Volpi e il principe Luciano III Messalla.

Il principe Salvio era un personaggio particolare, che merita una digressione. Apparteneva ad una antichissima famiglia della nobiltà romana; mentre altre famiglie principesche simili parentele le millantavano e basta, lui quelle parentele poteva effettivamente dimostrarle, e nell’atrio d’ingresso di palazzo Salvio un gigantesco mosaico mostra tutta la genealogia della famiglia, dall’imperatore Otone al principe Marco Antonio VII, nonno paterno del principe Marco Antonio IX.

Tuttavia, il principe Marco Antonio IX aveva dilapidato il patrimonio familiare, spendendolo in feste, banchetti, scommesse sui cavalli e, soprattutto, donne. Si racconta che – prima della sua caduta in povertà – a una delle sue amanti il principe abbia regalato il suo peso in diamanti, e a un’altra abbia regalato tre pellicce di visone al giorno per tre anni di relazione, così da non vederla mai vestita allo stesso modo per più di due ore al giorno.

Finiti i soldi, l’unica cosa che restava al principe era il nome della famiglia, e siccome aveva una sorella minore in età da marito, decise di mettere all’asta la mano della sorella. Chi avesse offerto di più, avrebbe potuto imparentarsi con una delle più antiche famiglie nobili di Roma, e ottenerne il prestigio e una parte dei titoli.

Il vincitore dell’asta fu Andrea Volpi, cinquantaseienne imprenditore veronese, proprietario di macelli, acciaierie, fabbriche di indumenti, cantieri navali, industrie conserviere, caseifici, terreni agricoli e allevamenti.

Volpi era un uomo molto ricco, ma aveva la colpa di essere nato in povertà in una famiglia di macellai, e di essersi costruito da solo la propria fortuna, lavorando duramente prima per mettersi in proprio e aprire un proprio macello, e poi espandendo la propria attività, diventando attivo in altri settori. La nobilità romana non poteva guardarlo senza sentire la puzza dei macelli.

Il matrimonio con la principessa Elia Salvia fu il modo con cui Volpi si tolse la puzza dei macelli, ed entrò a tutti gli effetti a far parte della nobiltà romana. Inoltre, Marco Antonio IX Salvio era amico d’infanzia del cesare Paolo; quindi, grazie a quel matrimonio entrò in confidenza con l’erede al trono.

Non solo vivevo come un principe, e frequentavo principi, ma grazie al servizio presso il cesare Paolo divenni ricco come un principe. Una delle mie molte mansioni stando al servizio dell’erede al trono era gestire la sua agenda degli appuntamenti, leggere la posta e “scremare” gli scocciatori, durante le udienze decidere chi avrebbe dovuto aspettare in anticamera e chi sarebbe stato ricevuto subito, e chi non sarebbe stato ricevuto affatto.

Insomma, chi voleva guadagnarsi i favori del futuro imperatore doveva per forza passare da me; se ritenevo che una persona non fosse degna delle simpatie del cesare, il cesare non avrebbe neanche saputo dell’esistenza di questa persona. L’unica persona più potente di un Imperatore è colui che decide chi può parlare con l’Imperatore.

C’erano molte persone che desideravano parlare con il cesare Paolo, e guadagnarsi le sue simpatie, nella speranza – una volta iniziato il suo regno – di ottenere incarichi, appalti e favori vari. Ma l’amicizia di un futuro imperatore è molto costosa, e quella del suo segretario anche di più.

Ricevetti regali di ogni genere da parte di persone che desideravano arrivare al cesare: posate e saliere d’oro forgiate da Benvenuto Cellini, dipinti di Leonardo Da Vinci, Raffaello Sanzio e Caravaggio, statue di Gian Lorenzo Bernini, Taddeo Landini e Michelangelo Buonarroti, ville progettate da Andrea Palladio, e un palazzo disegnato da Federico Zuccari, che divenne la mia residenza nei periodi in cui – per mia scelta – non alloggiavo assieme al cesare Paolo a palazzo Silio.

Ricevevo anche denaro, cavalli di razza, terreni agricoli, quote di società e titoli azionari, e addirittura interi stabilimenti industriali.

Qualcuno parlerebbe di tangenti, ma quando si paga una tangente a una persona di potere, sei già d’accordo con quella persona su quale sarà la contropartita di quel pagamento.

Le persone che mi facevano quei regali lo facevano unicamente perché volevano la mia amicizia; per potere avere in futuro il privilegio di pagarmi una tangente.

Ovviamente il servizio presso il cesare Paolo aveva anche dei lati sgradevoli; innanzitutto, gli incontri tra il cesare Paolo e suo padre, l’Imperatore Giovanni Pio I, erano carichi di tensione e molto pesanti da sopportare. L’Imperatore era deluso da suo figlio, in cui vedeva un perdigiorno buono a nulla, e il cesare Paolo era genuinamente dispiaciuto di non avere la stima di suo padre, ma al tempo stesso gli rinfacciava di averlo abbandonato a sé stesso, di non essersi dedicato alla cura del proprio primogenito; a loro modo credo che si volessero bene, tuttavia gli incontri tra loro degeneravano molto spesso, e non era raro si arrivasse a dei veri e propri scontri verbali, nei quali l’Imperatore e l’erede al trono si insultavano apertamente.

Per provare a disciplinare il figlio, l’Imperatore nel 1883 gli assegnò il comando di un reggimento dell’esercito di stanza nei pressi di Frosinone e il grado di colonnello, minacciandolo di una severa punizione se non si fosse dedicato al servizio con l’impegno necessario.

Questa era la seconda cosa sgradevole del servizio presso il cesare Paolo: il doverlo seguire nei suoi spostamenti ovunque andasse, e quindi dover lasciare Roma per seguirlo in Ciociaria.

Mi mancava la mia libertà, anche perché temevo che lì non sarei riuscito a scrivere i miei poemi. Tuttavia, il principe Luciano III Messalla non ci mise molto a ideare una soluzione per liberare il cesare e noi altri da quell’esilio.

Assumemmo nello staff del cesare due ufficiali poveri, appena usciti dall’accademia militare, che facevano il lavoro al posto del cesare Paolo. Inoltre, pagavamo generose mance agli ufficiali e ai sottufficiali del reggimento, così quando l’Imperatore mandava gli ufficiali della Guardia Palatina a controllare se effettivamente il cesare Paolo svolgesse il suo lavoro, questi si sentivano rispondere “Era qui fino a un attimo fa, è uscito a cercare un terreno buono per fare delle esercitazioni” oppure “è uscito per seguire l’addestramento di un gruppo di reclute”.

L’Imperatore non aveva motivo per dubitare di questi resoconti, perché tutti i giorni leggeva i documenti firmati dal figlio durante la giornata, e vedeva come il cesare Paolo fosse impegnatissimo ad addestrare reclute, ordinare munizioni per i fucili – e addirittura scrivere al produttore suggerendo delle migliorie, punire soldati indisciplinati, dirigere le esercitazioni, ecc.

Però quei documenti non erano del cesare Paolo, ma dei due ufficiali che lavoravano al posto suo, che ogni sera andavano da lui per fargli firmare una pila di scartoffie.

Il cesare, infatti, aveva preso residenza in uno degli alberghi più belli e lussuosi della zona, pagando profumatamente per restare in incognito, e tutto quello che faceva come comandante di reggimento era firmare una pila di scartoffie ogni sera, ed essere presente ai pochi eventi pubblici dove doveva farsi vedere in uniforme alla guida del suo reggimento.

Si potrebbe pensare che il cesare si annoiasse a morte a stare lì, in mezzo alla campagna, senza poter tornare a Roma, ma in realtà il cesare Paolo imparò molto presto ad apprezzare la campagna e le sue bellezze.

Me ne resi conto una mattina, quando entrando nella sua camera per portargli la posta, lo sorpresi in compagnia di una ragazza. Aveva le cosce sode tipiche di svolge il lavoro nei campi, e un fisico molto robusto, con dei seni prosperosi; da questo e dalla biancheria che portava capii subito che era una contadina.

Non era la prima volta che la mattina lo trovavo con una donna, ma si era sempre trattato di donne dell’alta società romana, mai di contadine.

Il cesare Paolo quasi non fece caso a me, e si limitò a prendermi la posta; la ragazza, imbarazzatissima, corse a nascondersi.

Sul momento non diedi troppo peso all’episodio, poi però anche le mattine successive lo trovavo sempre con una donna nel letto, sempre diversa da quella del giorno prima, e sempre vestita poveramente.

Finché non iniziai a vedere lei. Si chiamava Chiara, ma tutti la chiamavano Cesarina, perché era nata il giorno del dodicesimo compleanno del cesare Paolo; lui aveva ventisette anni, lei quindici. La prima cosa che notai rispetto alle altre fu che, mentre le altre ragazze erano imbarazzate quando mi vedevano entrare per portare la posta, lei no. Lei non si nascondeva, e anche se la trovavo nuda insieme al cesare non si faceva problemi a farsi guardare. E, onestamente, facevo molta fatica a non guardarla.

Aveva capelli marroni con sfumature rosse, occhi verdi, e un fisico molto prosperoso, ma al tempo stesso rassodato e reso tonico dal lavoro nei campi; a guardarla non si sarebbe mai detto che aveva quindici anni.

Ogni mattina la trovavo sempre lì, a fianco del cesare Paolo, e rapidamente divenne una presenza fissa; cominciai addirittura a chiedermi se quella del cesare fosse solo attrazione erotica o qualcosa di più, e magari intendesse rendere Cesarina molto più di una semplice amante, una volta che lei fosse divenuta maggiorenne e lui Imperatore.

Poi però cominciai a notare dei lividi sul corpo di Cesarina. Inizialmente non ci feci caso, anche perché tra loro vedevo sempre molta tenerezza e molto affetto, poi però notai che quei lividi erano quasi sempre negli stessi punti, e iniziai a notare sul corpo di Cesarina anche graffi e bruciature di sigaretta.

Poi vidi dei lividi sul collo, chiaramente con la forma di dita, che Cesarina copriva con un fazzoletto. Tuttavia, sia il cesare Paolo che la stessa Cesarina mi rassicuravano quando esponevo le mie preoccupazioni, così non ci feci più caso.

* * *

Nella mia vita ho dimenticato molte cose, ma non dimenticherò mai quello che è successo il 17 novembre 1884; quel giorno è impresso a fuoco nella mia memoria, e continuerò a ricordarmelo finché vivrò.

La relazione tra il Cesare Paolo e Cesarina ormai andava avanti da quasi un anno, ed era passato un anno e mezzo da quando l’Imperatore Giovanni Pio I aveva mandato il Cesare in Ciociaria; la competenza e lo zelo mostrato dal Cesare nel comando del proprio reggimento avevano convinto l’Imperatore che Paolo poteva tornare a Roma. Di lì a poco, infatti, il Cesare avrebbe lasciato la Ciociaria per tornare nella capitale, dove suo padre gli avrebbe conferito un incarico di governo.

Quel giorno a Roma si teneva un trionfo in onore del principe Claudio VIII Silla, Proconsole generale tornato vincitore dall’Africa, dove aveva sconfitto la resistenza algerina e riconquistato Ceuta e Tangeri; l’Imperatore avrebbe voluto la presenza del figlio ed erede, per dare un segnale di unità dinastica e familiare, ma il Cesare Paolo aveva già deciso di dare buca, adducendo a impegni inderogabili che lo trattenevano in Ciociaria presso il reggimento.

Gli impegni inderogabili in questione erano il fatto che il Cesare Paolo non aveva intenzione di separarsi da Cesarina, e stava escogitando un modo per portarsela a Roma, senza che il padre venisse a sapere del suo amore. Nei giorni precedenti avevamo vagliato alcune ipotesi, ma non si era deciso nulla di concreto.

Quel 17 novembre come sempre mi ero alzato prima del Cesare, e nella mia camera mi ero messo a scremare la posta, mettendo da parte le lettere degli scocciatori; poi, ogni fine del mese, aprivo quelle lettere per accertarmi che non ci fossero soldi o assegni, e bruciavo il tutto dentro la stufa.

Terminato quel lavoro, presi la posta e passai all’ingresso dell’albergo dove presi una copia de "L’osservatore Imperiale" già preparata dal portiere, e andai nel corridoio dove si trovava la camera del Cesare, dove il cameriere con la colazione mi aspettava affinché gli dessi anche la posta e il giornale; non facevo mai entrare da solo il cameriere, lo facevo sempre aspettare finché non arrivavo io.

Entrato nella camera con la colazione, fui sorpreso nel trovare il Cesare già vestito e pronto per uscire; anche Cesarina – che di solito trovavo ancora nuda – era già pronta, e salutò il Cesare con un bacio prima di andare via.

Il Cesare mangiò in fretta la colazione, e non toccò né la posta né il giornale, che rimasero lì nella stanza; pensai che il Cesare Paolo ci avesse ripensato, e avesse deciso di andare a Roma per partecipare al trionfo del principe Silla, ma fu lo stesso Cesare a far decadere questa teoria, quando mi disse:

“Oggi mi sento molto zingaro. Ho voglia di uscire.”

“Per andare dove, Paolo? Hai in mente un posto dove andare?”

“No, nessun piano prestabilito. Oggi si improvvisa. Gli altri sono pronti?”

Gli altri in questione erano i principi Salvio, Messalla, Sallustio e Andrea Volpi.

“Andrea l’ho visto uscire per andare a prendere il tabacco, il principe Messalla ieri sera era con una donna che ancora non ho visto andare via, il principe Salvio l’ho visto nel salone mentre faceva colazione col principe Sallustio.”

“Beh, allora radunali perché tra un quarto d’ora si esce.”

Eseguii l’ordine, e quando Cesare scese nell’atrio i quattro erano tutti lì insieme a me; il principe Sallustio, che era quello che conosceva meglio il Cesare Paolo, disse:

“So cos’hai in mente, e se permetti avrei una mezza idea su cosa fare.”

Cosa proponi?”

“A tempo debito Paolo, fuori c’è una carrozza che ci aspetta.”

Il principe Sallustio nei suoi giri nella zona si era imbattuto in un paesino mezzo diroccato, di quattro case più una chiesetta, abitato da contadini e pecore; più pecore che contadini.

Pensò quindi che fosse una buona idea spaventare a morte gli abitanti del villaggio fingendosi impiegati della potente SONAFER (Società Nazionale Ferrovie); guidai io la carrozza, dopo circa un’ora arrivammo al villaggio, e dalla carrozza prendemmo vari strumenti che il principe Sallustio aveva preparato, nel caso avesse effettivamente attuato i suoi propositi.

Il Cesare Paolo prese un telemetro con cui si mise a valutare le distanze, il principe Sallustio e il principe Messalla si finsero rispettivamente un ingegnere e il suo assistente, mentre io, Andrea Volpi e il principe Salvio facevamo misurazioni con un metro a nastro, e ogni tanto con un gesso marchiavamo degli edifici a caso.

Subito quel movimento attirò l’attenzione degli abitanti del villaggio, e uno di loro, forse l’anziano del villaggio, venne a chiedere cosa stessimo facendo. Il principe Messalla rispose:

“Siamo della SONAFER, l’ingegnere qui presente è venuto a studiare il terreno su cui dovrà passare la nuova ferrovia Roma-Bari, e le case che stiamo marcando dovranno essere demolite per far passare i binari.”

Sentita quella notizia, immediatamente intorno a noi si formò una piccola folla di gente, molti impauriti e preoccupati, altri arrabbiati. Quando vedemmo dei contadini tirare fuori delle doppiette, capimmo fosse il caso di cambiare aria; in fretta caricammo gli strumenti sulla carrozza e ce ne andammo di corsa mentre dietro di noi sentivamo degli spari.

Poco più avanti trovammo una sorgente d’acqua, e ci fermammo per abbeverarci. Lì il principe Salvio disse:

“Uno dei cavalli ha un nuovo buco per cagare.”

E indicò uno dei cavalli che tiravano la carrozza, che aveva una ferita ad una natica. Niente di serio per fortuna, la ferita era superficiale; ci mettemmo a ridere, la lavammo e proseguimmo il viaggio.

Stavolta eravamo davvero senza meta e senza idee, finché il Cesare Paolo non sentì il bisogno di scendere dalla carrozza a pisciare.

Ci fermammo nei pressi di quella che ci sembrò un'edicola votiva; tuttavia, nonostante ci fossero fiori e piccole candele, non c’era nessuna traccia di immagini mariane o devozionali. C’era solo una scritta, resa però illeggibile dalla muffa.

Il Cesare pensò di mettersi a pisciare davanti a quell’edicola, e intanto che pisciava arrivò un omino anziano, vestito dignitosamente ma coi colori del lutto, e che aveva con sé un mazzetto di fiori.

L’omino guardava il Cesare con un misto di perplessità e stupore, e il Cesare Paolo, resosi conto dello sguardo dell’anziano, gli chiese brutalmente:

“Che fai, guardi, zozzone?”

“No, è che non potete mettervi lì a pisciare.”

“E perché? Non si può più pisciare?”

“Ma piscia dove ti pare, però non davanti alla tomba di mia figlia.”

“Beh, allora curala meglio questa tomba, che non si capisce che qua c’è sepolto qualcuno.”

Il Cesare, che intanto aveva finito di urinare, si rimise a posto i pantaloni e risalì in carrozza; l’omino lo lasciammo lì, davanti all’edicola, a osservare impietrito la chiazza lasciata dalla minzione del Cesare Paolo.

Riprendemmo il viaggio, e ci mettemmo a parlare di quello che era successo a Roma negli ultimi mesi, e specialmente dei fatti del suo belmondo. Raccontai di quando, due settimane prima, essendomi separato dal Cesare per alcuni giorni, avessi preso parte ad un’asta benefica organizzata dal principe Leone IV Porcio in favore dei poveri della capitale.

“E cos'ha di speciale quell’asta?” chiese il Cesare Paolo.

“Beh, la cosa speciale erano i premi in palio. Un esempio: 50 solidi d’oro per poter bere champagne dalla stessa coppa in cui aveva bevuto la principessa Teodora Nevia, lasciando il bordo macchiato di rossetto.”

“Le cose si fanno interessanti!” commentò il principe Messalla pensando alla principessa Nevia.

“Oppure 200 solidi d’oro per un sigaro toccato dalle cosce della principessa Elena Licinia.”

“Beh, mi sembra un prezzo ragionevole.” disse ridendo il Cesare Paolo.

“Ma c’è di più: il principe Cornelio XIII Scipioni ha offerto 500 solidi d’oro affinché il sigaro fosse toccato dalle labbra della vagina.”

“Che spreco…” disse Volpi.

La nostra conversazione si interruppe lì, perché la nostra attenzione fu attirata da un gruppo di donne che bloccavano la strada. Erano operaie di una vicina fabbrica tessile, che erano in sciopero contro la proprietà della loro fabbrica e per protesta stavano picchettando la strada.

Dovetti fermare la carrozza perché non potevamo passare, e una delle operaie venne da me a chiedermi se volessi comprare un giornale socialista; per quieto vivere accettai, e iniziai a fare inversione di marcia con la carrozza. Mentre ero impegnato in questa operazione, gli altri erano scesi e a bordo della strada osservavano le operaie, ogni tanto lasciandosi scappare commenti sull’aspetto delle ragazze.

Una di queste dovette sentire uno dei commenti, e ci urlò contro “Porci!”, tirando all’indirizzo del Cesare Paolo quello che a prima vista credetti essere un sasso, ma in realtà era un uovo marcio. Anche le altre si unirono alla loro compagna, e dovemmo fuggire in fretta e furia.

Rimontati in carrozza, lo sguardo di Andrea Volpi capitò sul giornale socialista che mi aveva dato l’operaia, e sul suo titolo “Contro la guerra imperialista!” Volpi lo prese e iniziò a leggere ad alta voce l’articolo:

“La guerra in Algeria e in Marocco deve essere condannata con la massima forza dal movimento operaio etc. etc. come disse Carlo Marx nel libro tal dei tali etc. etc. trattandosi dell’ennesimo esempio di guerra imperialista tra morti di fame contro altri morti di fame etc. etc. il nostro governo si rifiuta di fornire cure mediche alle migliaia di persone che ogni anno muoiono di malaria, morbillo e pellagra, ma trova i soldi per una guerra coloniale e così via.

Ci vorrebbe il bastone per canaglie simili. Anche nelle mie fabbriche avevo questi problemi coi rossi, poi ho assunto delle squadre di mazzieri per rimetterli al loro posto; da lì in poi non ho mai più visto un sindacalista.”

“Anche voi industriali dovete essere rimessi a posto” disse ridendo il Cesare Paolo.

Ormai era sera, e con la carrozza tornammo verso l’albergo. Arrivammo che il sole era già tramontato, e siccome per tutto il giorno non avevo mangiato nulla, andai verso il salone nella speranza che la cucina fosse ancora aperta, e di poter prendere qualcosa da mangiare. Gli altri mi imitarono, a parte il Cesare Paolo.

Nell’atrio aveva trovato Cesarina ad aspettarlo, ci aveva detto di non avere fame ed era salito in camera insieme a lei.

Dopo un po’, mentre mangiavamo, sentimmo un urlo provenire dalle camere. Ebbi subito una sensazione orrenda, e corsi su di sopra, fino alla camera del Cesare.

Entrai e trovai il Cesare sconvolto a fissare Cesarina; lei era nuda, intorno al collo aveva un laccio rosso. Mi avvicinai e vidi che non respirava, e che il polso non aveva battito. Era morta.

Nel frattempo, erano saliti anche gli altri, e fu il principe Messalla a prendere in mano la situazione; ci disse di rivestirla, e subito lo aiutammo a rimettere i vestiti al cadavere. Poi prendemmo il corpo, lo portammo fuori dalla stanza del Cesare, assicurandoci che nessuno ci vedesse, e lo portammo fino ad un punto dove c’era una finestra. Aprimmo la finestra, e buttammo giù il cadavere.

“Ora non è più omicidio, ma suicidio.” disse il principe Messalla.

Il Cesare Paolo era ancora sconvolto, e gli altri pensarono fosse il caso di portarlo a Roma e fargli cambiare aria per qualche giorno.

Io rimasi lì, ad aspettare che arrivasse la polizia e i genitori della povera Cesarina. Non sospettavano nulla della relazione della figlia col Cesare, e per loro quel suicidio era inspiegabile; rimasi con loro e gli offrii anche del denaro, che loro però rifiutarono. La loro unica preoccupazione era dare un degno funerale alla figlia.

Siccome ufficialmente quella morte era un suicidio, la Chiesa non poteva dare un funerale cristiano a Cesarina, ma i due coniugi sapevano già a chi chiedere aiuto.

Nell’Impero ci sono circa ventimila famiglie nobili. Di queste, duecento posseggono fortune multimiliardarie, e duemila hanno rendite dignitose; le altre diciassettemila e ottocento sono povere in canna, e campano con rendite più misere del salario di un operaio.

Una di queste famiglie erano i conti Sanseverini, che avevano il loro palazzo a poca distanza dall’albergo dove era morta Cesarina; il padre della sciagurata si presentò di fronte al palazzo col cadavere della figlia e due polli, chiedendo al conte la cortesia di allestire un funerale per la figlia, e offrendo i due polli come ringraziamento.

Il conte era magrissimo, persino più magro di molti contadini che ho visto, e la sua testa mi sembrò un teschio con attaccati dei capelli bianchi; il conte accettò di fare quel favore al padre di Cesarina, e dopo essersi scusato per il fatto che la servitù era già stata congedata per la sera (in realtà i conti Sanseverini non potevano permettersi di pagare nemmeno un cameriere), chiamò la contessa e la figlia.

Le due donne immediatamente si misero al lavoro sul cadavere, mentre il conte portava i polli in cucina; la contessa vestì il cadavere con uno dei propri abiti da sera (l’unico abito buono che possedesse), mentre la figlia truccava il cadavere per nascondere le ferite e i lividi.

Sentii il conte dire al padre di Cesarina che il funerale sarebbe stato celebrato il giorno successivo, dal cappellano della famiglia, e che la carrozza di famiglia sarebbe stata usata come carro funebre, poi uscii.

Presi una carrozza, diedi una buona mancia al cocchiere per il servizio notturno, e andai anch’io a Roma. Arrivai a palazzo Silio che albeggiava, e fui subito raggiunto dal principe Sallustio, che mi chiese:

“Ma non sai cos’è successo?”

“No, sono stato a Frosinone fino a poche ore fa. Cos’è successo?”

Mi disse che, quando loro e il Cesare erano tornati a palazzo, trovarono dentro gli ufficiali della Guardia Palatina; pensarono che l’Imperatore avesse scoperto tutti i loro giochetti e li avesse mandati ad arrestarli, ma in realtà quando videro il Cesare si inginocchiarono di fronte a lui e gli giurarono fedeltà.

Infatti, durante il trionfo di quel giorno, l’Imperatore Giovanni Pio I era stato assassinato da un anarchico, tale Giovanni Passannante, subito arrestato e imprigionato in attesa della condanna a morte.

Il Cesare Paolo non era più l’erede al trono, era diventato Sua Maestà Imperiale Paolo VII, Imperatore dei Romani.

Rimasi al servizio dell’Imperatore per cinque anni, fino alla mia caduta in disgrazia; come in tutte le cadute in disgrazia nella corte imperiale, tutto avvenne senza una ragione precisa.

Uno dei miei amici dentro la polizia mi avvertì che mi stavano venendo ad arrestare, così riuscii a prendere con me una borsa piena d’oro e a fuggire.

Persi tutto: il mio palazzo, le mie ville, le mie fabbriche e i miei terreni, i miei cavalli, le mie opere d’arte; tutto quanto fu sequestrato e venduto all’asta.

Dovetti cercare rifugio in un paese di barbari: gli Stati Uniti d’America.

Un tempo avevo tutto, e se volevo qualcosa me lo prendevo. Ora sono di nuovo un dandy come tanti che deve fare la coda per avere da mangiare, ed è così che dovrò vivere il resto dei miei giorni.

Dario Carcano

L'Imperatore dei Romani Giovanni Pio I (creata con openart.ai)

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Nota: Questo racconto nasce dalla lettura de "Il piacere" di D'Annunzio, dove il Vate descrive la decadente e dissoluta nobiltà della Roma umbertina, attraverso le vicende amorose di Andrea Sperelli.
Leggendo quel romanzo mi sono chiesto:
"E se questa nobiltà fosse la classe dirigente di un Impero Romano sopravvissuto fino al XIX secolo?"
E quella è stata l'idea da cui è nato questo racconto.

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Questo è il commento in proposito di Bhrghowidhon:

"Il Cesare Paolo" è un’ucronia notevolmente distopica, e mi fa impressione che questo sia il prodotto di un Ucronista che non ha mai fatto mistero del proprio interesse per la Romanità. Invece, preso per quanto dichiara, questo raccontlo è una (forse involontaria) dimostrazione che uno dei miti più popolari, la nostalgia di Roma come occasione perduta per la Nazione Italiana, quando viene svolto in dettaglio produce effetti molto distanti dalle quasi messianiche attese che ha spesso suscitato...

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Terzo racconto di questa raccolta scritta per noi da Dario Carcano:

Solitudine

Oggi questa storia è quasi dimenticata, ma ti ricordi della storia di Carlo e Adriano?
Un tempo la loro storia era molto famosa, ed era raccontata in giro molto spesso; molti ridevano a sentirla, ma alcuni piangevano. Una storia di guerra, d’amore e di politica che però la Storia ha ingiustamente gettato nell’oblio.

Questa storia inizia in guerra, durante quella che sarebbe diventata famosa come la Grande Guerra. Carlo era il più anziano dei due, e fu arruolato nel 1915, non appena l’Italia entrò in guerra. Aveva ventitré anni all’epoca, e aveva appena fatto in tempo a concludere gli studi di Giurisprudenza, ed essendo laureato entrò nell’esercito come ufficiale, come era d’uso all’epoca nel Regio Esercito.
Adriano era più giovane, compì diciotto anni nel 1916 e ottenuto il diploma di maturità anche lui fu chiamato nell’esercito, anche lui come ufficiale. Nonostante l’altissimo tasso di mortalità tra gli ufficiali, si insisteva che questi dovessero avere un titolo di studio; all’inizio della guerra era la laurea, ma nel 1916 già ci si accontentava del diploma di maturità.

Entrambi abitavano nella stessa città, eppure prima della guerra non si erano mai visti né incrociati; la guerra però li fece capitare nella stessa brigata, nello stesso reggimento, nella stessa compagnia. Quando nel 1916 Adriano arrivò al fronte con la divisa nuova e le mostrine da aspirante, Carlo era già un veterano, con i gradi di capitano sulle spalle e una compagnia sotto al suo comando.
Adriano divenne comandante di plotone, e sotto di lui aveva venti soldati e due sottufficiali, ma sopra di lui c’era Carlo. I due si piacquero subito, e divennero amici praticamente dal primo istante: e del resto, perché non dovevano piacersi? Erano della stessa città, erano entrambi giovani, entrambi appassionati di lettere classiche e matematica, entrambi di bell’aspetto. E presto diventarono più che semplici amici, molto di più. Erano infatti amanti, e ad ogni occasione possibile dividevano lo stesso letto, facendo tutto il possibile per rimanere nascosti ed evitare conseguenze.

Carlo e Adriano vissero insieme tutto il resto della guerra: vittorie e sconfitte, avanzate e ritirate, successi e insuccessi, loro erano sempre insieme e c’erano sempre l’uno per l’altro.
Erano insieme sul Piave, dopo il disastro di Caporetto, e poi a Vittorio Veneto quando finì la guerra, con Adriano ormai dello stesso grado di Carlo, ma comunque subordinato a lui. Erano entrambi bravi soldati, e la guerra avevano imparato a farla bene, loro malgrado.
Finita la guerra, entrambi fecero fatica a tornare al mondo civile; ma del resto, è difficile tornare ad un impiego in ufficio o dentro un’aula universitaria quando fino a due mesi prima comandavi un battaglione, o una compagnia. Sia Carlo che Adriano cercarono lavoro, ma c’era crisi, economica ma anche politica.

La Rivoluzione d’ottobre aveva stravolto i piani espansionistici dell’Italia quando Lenin pubblicò il Patto di Londra sulla Pravda, Giolitti e i liberali facevano sempre più fatica a controllare il paese, e ben presto si diffuse l’idea che la vittoria nella guerra fosse stata mutilata, sia dal tradimento dell’Intesa che dall’incapacità dei politici liberali.
Così, dalla delusione di molti reduci, nacque l’Impresa di Fiume. Gabriele D’Annunzio radunò centinaia di reduci e nel 1919 occupò la città di Fiume, rivendicandone il possesso in nome dell’Italia. Anche Carlo e Adriano erano tra i legionari fiumani, e i sedici mesi della reggenza del Carnaro furono l’unico periodo della loro vita in cui furono liberi di vivere il loro amore. Ma quel periodo fu interrotto bruscamente dalle cannonate della Regia Marina nel Natale di Sangue, quando Giolitti mandò esercito e marina contro D’Annunzio e i suoi legionari.

Carlo e Adriano erano insieme anche in quei giorni, ma le loro strade stavano per separarsi.
Carlo all’inizio della guerra era socialista, ma vedere in prima persona lo sfacelo di Caporetto, la vittoria mutilata e il Natale di Sangue lo avvicinò progressivamente al fascismo, perché vedeva solo nei fascisti la volontà di rendere l’Italia un paese nuovamente grande e rispettato.
Adriano prima della guerra era interventista e nazionalista, ma l’esperienza bellica lo rese molto critico verso il nazionalismo, e l’esperienza di Fiume lo alienò definitivamente dal sistema liberale-giolittiano, avvicinandolo all’internazionalismo proletario e al bolscevismo.

Così Carlo entrò nei Fasci di Combattimento, mentre Adriano si unì al neonato Partito Comunista d’Italia. Carlo prese parte alla Marcia su Roma, e fece carriera nel regime mussoliniano. Carriera non facile, perché molti sapevano della sua vera natura, e queste persone regolarmente andavano da Carlo a chiedere favori in cambio del loro silenzio. Carlo non aveva altra scelta che accettare perché, se la sua omosessualità fosse venuta alla luce, per lui sarebbe stata la fine.
Adriano invece si dedicò alla militanza comunista, diventando un importante dirigente del PCI, vivendo esule in Francia e trascorrendo frequenti periodi a Mosca, per studiare il Marxismo-Leninismo. Come Carlo, prese una moglie per mettere a tacere le voci sulla sua sessualità, ma mentre il matrimonio di Carlo fu sterile, Adriano riuscì ad avere dei figli, tre in tutto.
Adriano però divenne sempre più critico di Stalin, e nel 1939 fu espulso dal PCI assieme a Umberto Terracini e Camilla Ravera; sarebbe rientrato solo dopo la capitolazione dell’Italia, nel 1943.

Il 25 aprile 1945, Carlo e Adriano si trovarono nuovamente di fronte. Adriano come comandante di una brigata Garibaldi, Carlo come comandante di un reparto delle Brigate Nere. Carlo si era arreso ai partigiani senza sapere che di fronte aveva Adriano, il quale però sapeva che a comandare i fascisti era proprio lui; durante la guerriglia Adriano aveva sentito molte voci sul contro di Carlo, come per esempio che alzava le mani sui ragazzini che componevano il suo reparto, e non solo per picchiarli.
Quella fu l’ultima volta che Carlo e Adriano si videro di persona; nonostante le voci sul suo conto e il suo ruolo nel regime, Adriano fece fuggire Carlo, il quale per alcuni anni visse in Argentina per poi tornare in Italia nel 1951.

Adriano proseguì la sua carriera nel PCI, e nel 1953 venne eletto deputato, per poi diventare senatore nel 1963. Carlo, invece, tornato in Italia rifiutò le candidature che gli vennero offerte dal MSI, e visse il resto della sua vita da recluso nella tenuta ereditata dai genitori, dove viveva secondo una rigidissima routine che prevedeva sveglia alle quattro di mattina, ed un programma giornaliero di esercizi fisici e matematici. Solo raramente usciva da questa routine, ossia quando si doveva recare in città.
Fu durante una di queste occasioni che, nel 1965, mentre era su un tram Adriano vide Carlo passeggiare sul marciapiede accanto, invecchiato ma sempre riconoscibile. Adriano provò a scendere dal tram e raggiungerlo, ma mentre correva verso Carlo fu colto da un malore e cadde a terra; portato in ospedale, arrivò che era già morto.

Carlo non si accorse di nulla, e solo dai giornali seppe della morte di Adriano. Andò in città per partecipare al funerale dell’amore della sua vita, e quella fu l’ultima occasione in cui uscì dalla sua tenuta. Già vedovo da sette anni, Carlo – a parte la servitù – visse totalmente solo il resto dei suoi giorni.
Morì nell’indifferenza generale il 9 maggio 1978, all’età di ottantasei anni; lo stesso giorno in cui venne ritrovato il cadavere di Aldo Moro.

Dario Carcano

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Quarto racconto scritto per noi da Dario Carcano:

Storia di due città

di B. Alexander

Introduzione

Alcuni anni fa mi fu diagnosticata la tubercolosi, decisi perciò di ricoverarmi in un sanatorio svizzero. Lì conobbi l’ambasciatore del regno di Newtown a Parigi, Edgar H. Humbert, persona colta che si esprimeva in ottimo francese; era lì anche lui per guarire dalla tubercolosi. Mi chiese se avessi letto “La libido. Simboli e trasformazioni” di Carl Gustav Jung; sfortunatamente no, gli risposi che però avevo letto “Tre saggi sulla teoria sessuale” di Sigmund Freud. Rimase deluso dalla mia scarsa conoscenza della psicologia analitica junghiana, ma nonostante questo conversammo molto a lungo per tutti i giorni in cui fummo insieme in quel luogo fuori dal mondo. Mi parlò molto del suo paese, della storia di Newtown e mi chiese se, essendo io docente di storia, non avessi già sentito nominare Newtown. Purtroppo dovetti rispondergli nuovamente di no, giustificandomi col fatto che mi occupo prevalentemente di storia medievale.

“Però un ortopedico sa che una gravidanza dura nove mesi, anche se non è specializzato in ginecologia!”

Dovetti convenire che aveva ragione. Ebbene, per rimediare alla mia ignoranza, uscito dal sanatorio iniziai a studiare la storia di Newtown e di Williamsburg, e dei loro fondatori, i fratelli Jones. Nel mio mestiere di storico mi è capitato di studiare comunità che fino ad un certo punto si sviluppano insieme e ad un certo punto scelgono di dividere le proprie strade. Tuttavia in nessun caso come in quello delle città di Newtown e Williamsburg il percorso che queste due comunità hanno seguito dopo la loro separazione è stato influenzato dalla personalità e dalle idee dei fondatori, ma soprattutto dal modo in cui la loro volontà è stata interpretata.

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I. Due fratelli

Abraham e William Jones erano due idealisti: erano disgustati dal degrado morale raggiunto nella loro città natale, Kingsburg, e perciò decisero di emigrare verso Ovest per fondare una nuova città, in cui creare una comunità che vivesse libera secondo valori di giustizia, libertà e uguaglianza. Erano carismatici, e riuscirono a convincere molti a seguirli nella loro impresa.
Per mesi la carovana vagò per le praterie occidentali in cerca del luogo più adatto in cui insediare una città. Poi lo trovarono: una valle circondata dalle montagne Nevose e tagliata in due dal fiume Rio. Nella valle la terra era fertile, il Rio era pescoso e le montagne pullulavano di selvaggina e legname, indispensabile per costruire gli edifici. Così nacque Newtown.
Lo scopo del viaggio era creare una comunità più egualitaria, in cui regnassero la giustizia e l’armonia sociale; e infatti il primo statuto di Newtown prevedeva la democrazia diretta: le decisioni principali erano prese dalla comunità riunita in assemblea, che faceva anche le funzioni di tribunale; per concretizzare le decisioni dell’Assemblea questa eleggeva un Presidente, che restava in carica un anno (ma poteva essere riconfermato un numero illimitato di volte).
Per alcuni anni le cose funzionarono, poi però iniziarono a sorgere alcuni screzi tra i due leader della comunità, cioè i fratelli Jones: inizialmente su questioni pratiche, se si dovessero o meno accettare i nuovi coloni che via via arrivavano a Newtown, se questi nuovi coloni avrebbero o meno votato nell’Assemblea;
Abraham era per una politica di chiusura, riteneva che i nuovi arrivati non dovessero avere gli stessi diritti dei coloni originari, in particolare, il voto nell’Assemblea; William invece riteneva che fosse giusto concedere ai nuovi coloni il diritto di voto.
L’Assemblea diede ragione ad Abraham. Fu la prima frattura tra i due fratelli.
I contrasti fra Abraham e William si spostarono su argomenti teorici quando William scrisse “Il tradimento dell’Uguaglianza”, in cui accusava il fratello di aver tradito lo spirito egualitario della loro impresa attraverso:

  1. L’esercizio della carica di Presidente per dodici anni consecutivi dalla fondazione di Newtown (fino a quel momento nessun altro era stato eletto a quella carica);

  2. Tendenze autoritarie manifestatesi nell’uso dei suoi fedelissimi per controllare l’Assemblea;

  3. Una distribuzione delle risorse che favoriva i fedelissimi di Abraham, come ricompensa per il punto precedente;

  4. Le promesse demagogiche fatte all’Assemblea, come la non concessione del diritto di voto agli immigrati.

Abraham reagì alle accuse del fratello giustificando alcune sue come misure necessarie, mentre le altre accuse furono rigettate. Per esprimere la sua opposizione alle teorie del fratello, scrisse “La Dottrina”, in cui argomentava che l’uguaglianza perché sia tale ha bisogno di una guida e di regole forti.
Intanto però creò l’Organizzazione per la Salvaguardia della Concordia e dell’Armonia, la famigerata OSCA, con cui Abraham e i suoi successori avrebbero mantenuto sotto strettissimo controllo Newtown.
Le prime vittime dell’OSCA furono i sostenitori delle tesi mosse da William. In un appassionato discorso di fronte all’Assemblea, William difese le sue idee e chiese la fine delle epurazioni. Quando fu messo di fronte ad un rifiuto, scelse la via dell’esilio.
Molti, soprattutto immigrati che a causa delle decisioni di Abraham non potevano votare, lo seguirono in questo esilio volontario. Non andò lontano William, semplicemente andò oltre il fiume Rio, dove c’erano alcuni insediamenti di boscaioli che si unirono a lui; gli abitanti di Newtown fedeli ad Abraham, spregiativamente, iniziarono a chiamare questi insediamenti Williamsburg, anche se William vi si riferiva chiamandoli Liberia; solo dopo la sua morte il nome Williamsburg si sarebbe affermato.

Paradossalmente, nessuno dei due fratelli voleva che questa separazione fosse definitiva: William voleva solo portare la sua protesta ad un livello estremo; Abraham si proponeva si colmare le distanze non appena le circostanze glielo avrebbero consentito, ma la morte lo colse due anni dopo la secessione di Williamsburg, e il suo successore era tutto fuorché intenzionato a far la pace col traditore William.
Ora la separazione era diventata definitiva.

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II. Newtown

Sulla deriva autoritaria in corso a Newtown William non aveva tutti i torti, ma si sbagliava quando la attribuiva ad Abraham, o perlomeno, al solo Abraham: il Presidente era sinceramente convinto che il fine giustificasse i mezzi, che l’uguaglianza e la libertà potessero giustificare la repressione sempre più pervasiva. Ma il responsabile per gli eccessi di questo processo era Albert Smith, capo dell’OSCA, ed eminenza grigia del Presidente Abraham, che raggiunse un potere tale da essere eletto suo successore dopo la sua morte.
Smith non solo era un ultra-dottrinario, cosa che lo spinse ad accentuare ulteriormente la repressione nel momento in cui successe ad Abraham, ma riteneva necessario imporre una svolta alla rivoluzione; sostenne “troppo spesso il popolo ha preso decisioni catastrofiche, è dunque necessario, per salvaguardare la libertà e l’uguaglianza, impedire che ciò avvenga in futuro sopprimendo l’Assemblea e trasferendo al Presidente tutti i poteri”. È quella che in psicologia viene chiamata “profezia che si autoavvera”, infatti in conformità con le argomentazioni di Smith l’Assemblea prese una decisione catastrofica: trasferì al Presidente tutti i propri poteri.
Poi, non ancora contento, Smith decise di rendere la carica di Presidente vitalizia ed ereditaria, instaurando de facto una monarchia personale; poi decise di proclamare che il defunto Abraham Jones, in punto di morte, lo aveva adottato come proprio figlio, falsificò i documenti che provavano quest’adozione e cambiò il proprio nome in Albert Abrahamson Jones. Infine completò il suo disegno politico: fece saltare fuori un documento con cui suo padre adottivo sosteneva che per difendere libertà e uguaglianza fosse necessario un Re, in quanto solo un sovrano sarebbe stato abbastanza forte per garantire questi valori. E il popolo di Newtown scese in piazza chiedendo che Albert A. Jones cingesse la corona.
Nel giorno del trentesimo anniversario dalla fondazione di Newtown, Albert Abrahamson Jones, nato Albert Smith, fu incoronato Re di Newtown col nome di Abraham II. Di fatto, la monarchia era iniziata già molto prima.
Ormai la prassi l’avete già intuita: quando Abraham II vuole legittimare una sua decisione agli occhi del popolo, magicamente salta fuori uno scritto di Abraham I che, casualmente, fornisce una base di legittimità alle volontà del sovrano. Però, studiando, ho scoperto che effettivamente negli scritti di Abraham Jones (quelli che sappiamo con certezza essere suoi) effettivamente sono presenti idee quali l’uomo forte garante della rivoluzione (che Abraham II renderà nella figura di un Re), assistito da una cerchia di “professionisti della rivoluzione” che costituiscono la classe da cui provengono i vertici militari e burocratici, in altre parole una aristocrazia, una classe nobiliare; infatti Abraham II introdusse dei titoli nobiliari che attribuì a quelli che furono i fedelissimi di Abraham I, e che ora erano la spina dorsale del suo regime.

Quindi, Abraham II ha tradito gli ideali libertari ed egualitari di Abraham Jones? Quest’accusa gli fu mossa soprattutto da William Jones (un motivo in più di odio tra i due), tuttavia, a ben guardare, libertà ed uguaglianza per come li intendeva Abraham Jones si prestavano ad interpretazioni autoritarie e monarchiche: libertà, ma solo per alcuni (i coloni della prima ora, da cui uscirà l’aristocrazia creata da Abraham II); uguaglianza, ma con l’uomo forte a fare da garante. Inoltre, è vero che c’era la polizia segreta, ma la sua istituzione era stata approvata dall’Assemblea popolare (ben prima che Smith la abolisse); Abraham II era un tiranno, ma ha sempre avuto un fortissimo consenso popolare.
È quindi difficile rispondere a questa domanda.

Certo è che i successori di Abraham II rafforzarono ulteriormente i caratteri autoritari del regime introducendo un elemento nuovo: la religione. Nei primi anni di regno di Abraham III, figlio di Abraham II (morto dopo sedici anni di regno), uscì una biografia di Abraham Jones in cui si mettevano in evidenza gli aspetti religiosi della sua personalità, quali la fede in Dio, la vita ascetica e i (presunti) miracoli. Che Abraham Jones sia stato profondamente e sinceramente credente è provato dalle biografie scritte da persone che lo conobbero in vita, per esempio quella scritta da John Dixon, che per cinque anni fu il segretario personale di Abraham I; ma in nessuna di queste si parla di miracoli, né si afferma (come nella biografia “ufficiale” pubblicata durante il regno di Abraham III) che Jones sentisse la voce di Dio e agisse secondo le sue istruzioni; ma serviva anche questo. Ancora sotto suo padre i documenti ufficiali recitavano:

“Re Abraham II, sovrano di Newtown per volontà del popolo sovrano, […]”

Dal il regno di Abraham III in poi, i documenti recano:

“Re Abraham, terzo nel suo nome, Sempre Augusto, sovrano di Newtown per volontà di Dio, suo profeta e difensore della vera Fede, […]”

Un cambiamento enorme. Soprattutto se paragonato al fatto che Abraham Jones ha sempre preteso che gli si parlasse dandogli del tu, rifiutando ogni forma di cortesia.

Ma Abraham III è ricordato soprattutto perché sotto il suo regno ebbe inizio la “guerra infinita” contro Williamsburg: nel regno di suo padre c’erano stati scontri armati tra le due comunità, ma erano episodi isolati; la guerra vera e propria fu iniziata da lui, quando nel sesto anno del suo regno proclamò la guerra santa contro gli “atei traditori di Williamsburg”.
Appunto, Williamsburg; ma cosa era successo a Williamsburg dopo che William Jones lasciò Newtown?

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III. Williamsburg

Abraham Jones era un uomo pratico, che si era occupato di teoria solo quando dovette scrivere “La Dottrina” per confutare le tesi del fratello. Al contrario, William Jones era portato all’astrazione e alla riflessione filosofica. Il punto di partenza di William per creare una società diversa da quelle che aveva lasciato fu il modo in cui il fratello resuscitò la morale religiosa. William infatti era contro la famiglia, definita nei suoi scritti “covo di odi e ipocrisie”, e odiava la religione, ritenuta un narcotico somministrato alle masse per far accettare disuguaglianze e ingiustizie.
In particolare, nei suoi scritti sostenne l’idea che la libertà politica parte dalla libertà sessuale, la quale è il primo passo per liberare l’uomo dal condizionamento sociale, ovvero la paura del giudizio degli altri; liberato dal condizionamento sociale l’uomo è veramente libero.
Questa la teoria, ma la pratica? Lo statuto di Williamsburg scritto da Jones si fondava su tre punti fondamentali:

1) Eguaglianza e democrazia diretta, mutuate dal primo statuto di Newtown; venivano previsti:

  1. L’Assemblea Popolare, formata da tutti i cittadini dotati dei diritti politici, espressione diretta della volontà popolare e massimo organo legislativo;

  2. Il Direttorio, organo esecutivo formato da sette direttori eletti dall’Assemblea Popolare che restano in carica un anno. William Jones, fino alla sua morte, ogni anno sarà confermato direttore;

  3. La Magistratura, responsabile per il potere giudiziario, è formata da magistrati eletti dall’Assemblea Popolare su proposta del Direttorio.

2) Condanna del giudizio sociale: nessun uomo può giudicare un altro uomo per le sue azioni;

3) Abolizione dei reati immaginari: nessun uomo può essere condannato perché accusato di reati immaginari (cioè invenzione del conformismo reazionario). Sono reati immaginari: omosessualità; stregoneria; eresia; suicidio; vilipendio alla religione; lesa maestà; apostasia; miscredenza; adulterio; pedofilia; incesto; uso personale di droga o alcol; prostituzione; aborto; eutanasia.

Con le migliori intenzioni si creano i mostri. Quella che doveva essere una utopia egualitaria in breve divenne una delle peggiori distopie: già negli ultimi anni di vita di Jones fu approvata dal Direttorio la creazione dell’Ufficio per il Contrasto delle Attività Antirivoluzionarie, l’UCAA, che aveva lo scopo di individuare “gli elementi controrivoluzionari il cui scopo è distruggere la rivoluzione dall’interno”. Dopo la morte di William Jones, il capo dell’UCAA, Joe Baxter, diede inizio al “Terrore”: persone arrestate e condannate ai campi di lavoro per aver usato “signore” anziché “compagno/camerata/fanatico”; uomini condannati al carcere perché in casa nascondevano un crocefisso o una copia della Bibbia; madri denunciate dai figli perché avevano parlato contro l’ortodossia rivoluzionaria, magari appigliandosi al fatto che William Jones aveva detto che la libertà di parola e di pensiero deve essere assoluta.
Appunto, Jones aveva detto molte cose che dopo la sua morte furono disattese. Quindi? Si scrive una vulgata ufficiale che legittima le politiche degli eredi del fondatore. Così per il venticinquesimo anniversario dalla fondazione di Williamsburg, sei anni dopo la morte di William Jones e dopo sei anni di Terrore, uscirono le versioni ufficiali della biografia di William Jones e dei suoi scritti postumi. Questi ultimi, rispetto agli scritti pubblicati mentre Jones era in vita, giustificavano la repressione come male necessario per la salvaguardia della Rivoluzione, la sovranità popolare e la democrazia diretta venivano descritte come cose giuste, ma per cui il popolo ancora non era preparato.
Albert Smith aveva sfruttato le ambiguità del pensiero di Abraham Jones, ma Joe Baxter e i direttori avevano completamente stravolto il pensiero di William Jones.

Ma su una cosa il pensiero di Jones era stato seguito in maniera addirittura pignola: la liberazione sessuale. A Newtown per pudore venivano coperte anche le gambe dei tavoli, al contrario a Williamsburg veniva incoraggiata la massima libertà sessuale. Bene, ma cosa si intende con libertà sessuale? Su questo argomento ci furono discussioni molto accese nel direttorio e anche tra i semplici cittadini su come si dovesse interpretare il pensiero di Jones: siccome riteneva il concetto di “perversione sessuale” invenzione della morale reazionaria, è sufficiente che il superamento di questo concetto avvenga a livello metacognitivo? O piuttosto, il superamento deve avvenire anche con la pratica? In altre parole, per consentire la liberazione sessuale bisogna rendere obbligatorio l’incesto? Questo il punto principale delle discussioni che animavano i circoli politici di Williamsburg. Dopo lunghe discussioni e una attenta analisi degli scritti di Jones, l’Assemblea Popolare si espresse:

“ I Compagni Fanatici dell’Assemblea Popolare hanno approvato la seguente legge;

Art. 1

Disposizioni per la Liberazione sessuale dei compagni cittadini di Williamsburg

1) In attuazione del Capitolo VI del saggio ‘Libertà e Liberazione sessuale’ del fu direttore compagno William Jones, la presente legge individua, in ambito nazionale, l'Autorità per la Liberazione Sessuale e gli altri organi incaricati di svolgere, con modalità tali da assicurare azione coordinata, attività di organizzazione e di controllo sulla liberazione sessuale dei compagni cittadini di Williamsburg.
2) […] ”

L’assemblea popolare rese obbligatorio almeno un rapporto sessuale fratello-sorella o genitore-figlio/a; il suddetto rapporto deve essere comprovato da una certificazione scritta.

Il fatto di questa storia che a mio modesto parere sembra paradossale, è che la volontà di creare una società che negasse Newtown, le sue ipocrisie e la sua repressione, ha finito per creare una società altrettanto repressiva, forse solo meno ipocrita. Inseguendo un utopia, William Jones ha creato un incubo.

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IV. Guerra e odio

È impossibile parlare della storia di Newtown e Williamsburg senza almeno accennare alle lunghe e sanguinose guerre che si sono combattute tra le due città. Abbiamo accennato che la guerra vera e propria ebbe inizio con Abraham III, senza però dire perché si sia arrivati a quel punto.

Newtown si trovava nella parte della valle del Rio più ricca di giacimenti di minerale ferroso e carbone; al contrario, la parte della valle dove sorgeva Williamsburg era povera di queste risorse, ma ricca di boschi e foreste, fonte di legname (che invece scarseggiava nella parte in cui era Newtown). Di conseguenza, dopo la separazione di Williamsburg divenne la prassi che ognuna delle due città organizzasse spedizioni di razziatori per rubare all’altra quello che a loro mancava, iniziando contemporaneamente ad organizzare difese per proteggersi dai razziatori nemici.
Fu quindi una escalation: io mando da te i miei razziatori e metto guardie per proteggermi dai tuoi; armo i miei razziatori per permettergli di affrontare le tue guardie, e per proteggere le mie fortifico i magazzini; per espugnare i tuoi magazzini fortificati mando più razziatori, e aumento il numero delle guardie ai miei; ecc.

Ma ciò che rese la guerra tra Newtown e Williamsburg realmente tale fu lo scontro ideologico, che vedeva contrapposto al monarchismo teocratico di Newtown l’egualitarismo antireligioso di Williamsburg. Entrambi si chiamavano con soprannomi che facevano riferimento agli stereotipi degli uni sugli altri: per gli abitanti di Newtown, quelli di Williamsburg erano i “sisters-fuckers”; per gli abitanti di Williamsburg, quelli si Newtown erano gli “houses-burners”.
Ad ogni scontro tra gli eserciti delle due città, i livelli di violenza erano difficilmente immaginabili: capitò più volte che i nemici catturati fossero fucilati sul posto, che i prigionieri fossero torturati, oppure che se in un villaggio sparavano contro i soldati, i militari per rappresaglia radunavano gli abitanti in un edificio per poi dargli fuoco.

Questo però vuol dire anche che i soldati di entrambi gli schieramenti erano estremamente motivati, in entrambi gli eserciti si disertava pochissimo perché la guerra contro i “sisters-fuckers” o gli “houses-burners” era fatta molto volentieri. Entrambe le parti erano convinte di essere nel giusto, e per portare avanti la propria causa venivano usati anche i mezzi più crudeli.

Una guerra infinita, anche perché in fondo nessuna delle due parti voleva realmente prevalere sull’altra in maniera definitiva: come giustificare la repressione, la polizia segreta, e la costante mobilitazione totale senza un nemico?
Quindi, lo scopo delle varie battaglie che si sono combattute era prendere quel ponte sul Rio, conquistare quella fortezza, occupare il tale villaggio, ecc.

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V. Conclusioni

Chi crede che una delle due società sia migliore dell’altra, si sbaglia: entrambe sono indesiderabili, repressive, autoritarie.
Entrambe sono nate dall’aver inseguito un utopia dimenticandosi dove si mettono i piedi; così, entrambe sono finite nel burrone dell’intolleranza. Entrmabe hanno negato i valori che volevano seguire, hanno imposto per liberare, represso il dissenso per rendere eguali.

Ritengo di non poter esprimere un giudizio morale sui personaggi che abbiamo incontrato, per il semplice motivo che la loro morale era diversa dalla mia, e soprattutto, tutti erano convinti di agire nel giusto. Azioni infime e scopi sublimi..

Dario Carcano

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C'è anche il contributo di Generalissimus:

La maggior parte degli esponenti dell'"Era d'Oro della Letteratura russa" vissuti nella prima parte del 19° secolo terminò prematuramente la propria esistenza (soprattutto gli scrittori romantici).

E se invece per loro le cose prendessero una piega diversa? Aleksandr Griboedov riesce a gestire meglio la faccenda dell'eunuco armeno fuggito, e non viene trucidato da una folla inferocita a Teheran (anche se prima o poi sarebbe comunque entrato in conflitto con lo Zar Nicola I: Griboedov aveva le capacità diplomatiche per far entrare la Persia nell'orbita russa, ma propugnava anche l'autonomia per i Cristiani del Transcaucaso, mentre lo Zar e il suo protetto Paskevič erano a favore della completa russificazione, senza contare che le sue opere più caustiche avrebbero certamente dato fastidio alle alte sfere).

Aleksandr Bestužev, alias Marlinskij, sopravvive alle campagne nel Caucaso.

Aleksandr Puškin vince il suo duello con Georges d'Anthès, termina le sue opere incompiute (tranne Il Negro di Pietro il Grande) e continua a scrivere.

Il clima di Napoli giova davvero alla salute malferma di Evgenij Baratynskij, che non si spegne all'ombra del Vesuvio.

Nikolaj Gogol' non fa amicizia con lo starec Matvej Konstantinovskij, non si convince che il suo lavoro d'immaginazione è peccaminoso e non brucia la seconda parte delle Anime Morte: l'assenza della sua crisi mistica non solo gli prolunga la vita, ma oggi potremmo godere anche (tra le altre sue opere) della terza parte delle Anime Morte, in cui Čičikov riuscirà finalmente ad ottenere (con mezzi più che leciti) il suo agognato appezzamento di terreno nella regione di Cherson e ad essere addirittura d'esempio agli altri.

Michail Lermontov si vede restituire il favore del colpo sparato in aria da Nikolaj Martynov, l'uomo che lo aveva sfidato in duello, e in seguito anche lui approderà verso il realismo.

Come cambia il panorama letterario russo (e mondiale) grazie a questi avvenimenti?

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Chiudiamo con un quinto breve racconto, sempre dello stesso autore:

L'indifferente

“Bene dottore, credo che il mio problema sia che nella mia vita è come se non mi importasse di nulla. Lei forse si starà chiedendo come sia possibile, ed è la stessa cosa che mi chiedo anch’io. Me ne sono accorto la prima volta tre anni fa, quando morì mia madre. Mi ricordo molto bene che in quei giorni non provavo assolutamente nulla, la morte di mia madre mi era del tutto indifferente. Non ci feci subito caso, pensai che forse era perché nel periodo prima che morisse non era più autosufficiente, quindi dovevo stare lì con lei costantemente, e che quindi sentivo la sua morte come una liberazione… ma poi circa un anno fa mi capitò che al lavoro un mio collega si era appropriato di un mio progetto, spacciandolo per suo. Avrei dovuto indignarmi, protestare e rivendicare la paternità della mia opera… e invece di nuovo il nulla, il vuoto assoluto. Non reagì in nessun modo. Di nuovo dottore, la cosa mi era del tutto indifferente anche se non avrebbe dovuto esserlo.

È dopo quell’episodio che ho iniziato a riflettere seriamente sulla cosa. Perché non è la prima volta che sono indifferente a una cosa che non dovrebbe lasciarmi indifferente. Perché vede dottore, io anni fa da giovane volevo fare il disegnatore di fumetti, però mia madre mi disse, o forse sarebbe meglio dire che mi impose, di studiare economia perché secondo lei avrei avuto più sbocchi lavorativi. Così studiai economia, e ora sono bloccato in un lavoro stabile ma monotono e con scarse prospettive di carriera.

A volte vorrei lasciare tutto per inseguire il mio vecchio sogno, ma l’ansia mi assale. E se non fossi più capace di disegnare? E se nessuno volesse pubblicare le mie storie? E se non avessi successo? Così mi rassegno a andare avanti col mio lavoro monotono ancora un altro po’, poi si vedrà. Ma ormai sono anni che faccio così, continuo a rimandare.
E con le donne è la stessa storia. Non ho una ragazza da quando andavo alla scuola media, e ogni volta che penso che forse dovrei uscire e interagire con gli altri, specialmente di sesso femminile, di nuovo l’ansia mi assale. E se non mi trovano interessante? Se non vogliono parlare con me?

Oltretutto dottore non riesco mai a dormire, sono sempre stanco… lei potrebbe dire che soffro di depressione, ma questo è il mio stato normale, da che ricordo sono sempre stato così, anche da giovane… Dottore, ma lei mi sta ascoltando? Dottore?”

E si accorse solo in quel momento che il Dottore era addormentato sulla sua poltrona.

“Dottore! Si svegli!”

“Eh!? Scusi mi ero un attimo assopito. Per la seduta sono cinquanta euro, come sempre ci vediamo la prossima settimana.”

“Va bene dottore, alla settimana prossima.”

Dario Carcano

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Così commenta Never75:

"La psicoanalisi è una confessione senza assoluzione." (Gilbert Keith Chesterton)

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E Federico Sangalli aggiunge:

Mi viene in mente quella battuta di Groucho sul metodo freudiano:
"L'altro giorno il mio psicologo mi ha rivolto la parola per la prima volta in dieci anni di terapia..."
"Embé, non sei contento? Che ti ha detto?"
"Je ne parle pas l'Anglais..."

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Per far sapere all'autore che ne pensate, scrivetegli a questo indirizzo.


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