Il trionfo della Celticità


Di seguito alla discussione tra *Bhrg'hówidhHô(n-) e Bhrig sulla vittoria di Spartaco, è nata un'altra interessante discussione sul tema della continuazione della Celticità fino al presente, in sostituzione della Latinità e della Germanità. Certamente vale la pena di riportare qui le battute principali. Così infatti diceva il List-Owner Bhrig rispondendo al proprio vulcanico amico:

...Attenzione, *Bhrg'howidhHô(n-): quando parli di Cristianizzazione, la battaglia del Fiume Frigido segna la vittoria dei Cristiani (i cui centri più ferventi sono la celtica Milano e la greca Costantinopoli) sui pagani (che hanno in Roma il punto di maggior aggregazione)...

La rivoluzione culturale seguitane ha portato la preromanità da maggioranza a minoranza, oltretutto indifesa quando (nella maggior parte dei casi) non aveva una propria traduzione della Bibbia, cioè una propria Chiesa (stesso destino toccato, da ultimi, ai Goti cattolicizzatisi).

In ogni caso, la celticità aveva convissuto benissimo in molti territori celtici, anche dopo l'arrivo della Rivelazione...

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Questa è la risposta di *Bhrg'hówidhHô(n-), degna del suo genio:

Splitter = chi preferisce suddividere a oltranza; khorízôn; analitico
Lumper = chi preferisce unire (a oltranza nei limiti del possibile); sintetico

Se si guarda la Storia del Cristianesimo, la differenza (intendo quella tra i c.d. cinque Cristianesimi) si risolve in una questione terminologica; definire i sistemi di potere come struttura o sovrastruttura é ancora assimilabile a una questione terminologica perché le nozioni di struttura e sovrastruttura sono solo termini di un sistema (quella Storia) che comunque é sotto i nostri occhi.

Nel caso della Celticità diventa già di più una differenza sostanziale (quella tra Celticità antica e Celticità medioevale-moderna).

Siamo d'accordo - perché é evidente - che la continuità genealogica (e quindi genetica) dei Milanesi dell'Evo Moderno rispetto a quelli (Celti) dell'Antichità é paragonabile (salvo differenze quantitative; non saprei a vantaggio di chi) alla continuità genealogica degli Irlandesi dell'Evo Moderno rispetto a quelli dell'Antichità.

Siamo ugualmente d'accordo, penso, che le caratteristiche genetiche e in generale fisico-antropologiche degli abitanti dell'Ibernia antica non fossero per forza (o meglio: non abbiamo le idee chiare e non é l'ipotesi più naturale che fossero) identiche o persino solo (significativamente) simili a quelle degli Insubri.

Inoltre, siamo d'accordo che le caratteristiche culturali dei Goideli e degli Insubri fossero significativamente simili (al massimo grado a livello linguistico perlomeno nel I. millennio a.C. e - come ipotesi cui aderisco di cuore - negli undici, ma potenzialmente, a Sud dei ghiacci, nei quaranta precedenti).

Infine, siamo d'accordo che la continuità linguistica dei Goideli dall'Antichità al Medioevo é stata abbastanza alta (limitata solo dal mutamento linguistico interno), mentre quella degli Insubri é stata considerevolmente bassa (SOSTITUZIONE linguistica; nel centro di maggior prestigio, Milano, doveva essere compiuta - salvo residui non culturalmente significativi - nel VI sec. d.C., altrimenti non si spiegherebbe materialmente il ladino).

Uno dei nostri drammi sta in quest'ultimo fatto. Tu non sei certo un lumper, tuttavia proponi Insubri celti (per un accidente storico pagani) e Insubri cristiani (i Post-protomilanesi) vengono "quasi" identificati in virtù dell'effettiva continuità di sangue (non é certo poco, in effetti!).

Per parte mia: siccome non riesco ad accettare un atto intrinsecamente violento come la sostituzione della cultura (di cui a me interessa la lingua) celtica antica in quanto continuatrice diretta di quella indoeuropea AUTOCTONA, cioè - per l'ipotesi cui aderisco - dei primi antropizzatori della regione (ciò che rende ancora più violento, in quanto fino ad allora inedito, il fatto della sostituzione linguistica da parte del latino) e in secondo luogo perché, tra tutte le lingue indoeuropee, il latino presenta aspetti sconcertantemente opposti a quelli indoeuropei originari (anzitutto la strana attitudine "minimalistica" nei confronti della composizione nominale), per questi due motivi, dico, l'abbandono della celticità (linguistica; poi il 'caratteré etnico possono pure averlo mantenuto, ma non credo che fosse lo stesso dei Goideli; solo della lingua siamo abbastanza sicuri che fosse la stessa) da parte non solo degli Insubri, ma di tutti i Galli, qualunque ne sia stato il motivo (e in questo caso innegabilmente condivisibilissimo) é *la fine* del loro status di Celti. Il loro corredo genetico non é "celtico"; é il loro e basta, per quanto ha di comune non é comune agli altri Celti più che agli altri popoli vicini.

Anzi, é per questo motivo che mi riesce accettabile (sto facendo autocritica) l'abbandono della Celticità: solo se lo considero conseguenza praticamente ineluttabile di una scelta altamente condivisibile; altrimenti griderebbe vendetta. É per questo che assolvo i Romani (antichi); altrimenti non resisterei al furore di vendetta. Con uno slogan: un simile "delitto" (linguicidio dell'autoctonoglossia) lo "perdono" solo ai portatori del valore più alto cui aderisco.

Fin qui l'autocritica. Siccome ho il sospetto che anche gli interessati all'epoca avessero avuto pensieri del genere, presumo di poter credere che in questo caso l'autoanalisi rispecchi un po' l'andamento reale dei fatti.

Se altrove la Cristianità si é benissimo amalgamata con la Celticità, peggio ancora: vuol dire che tutto sommato sarebbe bastato uno sforzo e anche la Celticità continentale (cioè l'indoeuropeità dell'Europa centro-occidentale) sarebbe continuata. Purtroppo, le modalità della c.d. "seconda-terza sovrastruttura temporale" del Cristianesimo hanno negato, per loro necessità costitutiva (= per dinamica imperiale), questa seducente possibilità.

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Ed ecco la replica di Bhrig:

E sono due discorsi separati: l'antica religione celtica, come quella greca e quella romana, hanno esaurito la loro funzione con l'arrivo della Rivelazione, che naturalmente non ha benché minimamente intaccato la cultura di questi popoli, anzi, l'ha portata a completezza. Dal punto di vista linguistico, le cose cambiano: la lingua è parte integrante della cultura. Ma i Galli dei tempi di Sant'Ambrogio, sbaglio o si servivano di una sorta di diglossia (gallico in famiglia, latino nella vita pubblica)? Come tu hai detto, a latinizzare le Gallie sono stati i Germani (Franchi oltralpe e Longobardi qui), che hanno scelto il latino come lingua di prestigio un po' come i normanni avrebbero scelto il francese. Condizionando quella che sta diventando la lingua franca del terzo millennio: l'inglese, lingua germanica con il 75% circa di termini che derivano dal latino.

Tornando alla lingua, ricordo all'interno della Celtic League quel dibattito noto come "crisi galiziana". In pratica, dopo polemiche, i delegati della Celtic League hanno rifiutato l'ingresso nell'associazione a Galizia e Asturie perchè, pur essendo paesi celtici, la loro lingua non era celtica (massimo celtoromanza). Al Festival interceltico di Orient/Lorient, invece, le due nazioni iberiche sono ammesse: i criteri sono più ampi (non solo lingua, ma cultura a 360°, soprattutto dal lato musicale).

Penso, dunque, che tu sposeresti la linea della Celtic League, io quella di Orient. Poi, se ancora oggi la musica tradizionale lombarda è di chiara impronta gallica, e l'idioma è celtroromanzo, figurarsi nel IV secolo dopo Cristo. Quindi penso che la cultura insubre pre-222 a.C. fosse ancora abbastanza intatta, con una mutazione dovuta all'ingresso del latino a fianco delle lingue preromane. Latino che, comunque, sarebbe stato sostituito dal greco (se i Romani non avessero vinto a Klastidion/Casteggio) o dal fenicio (se Annibale avesse puntato su Roma): nel secondo caso perchè gli Insubri sarebbero diventati cittadini cartaginesi, nel primo perchè il greco era la lingua che sarebbe comunque "passata" come lingua franca tra i Galli, sia per il prestigio, sia per i contatti frequenti con le colonie (le dracme massaliote trovate a Ozzero ne sono un ulteriore riprova, o no? La dracma era o non era moneta corrente in vaste aree della Gallia?). Quindi, la cultura insubre era comunque destinata a essere "filtrata" da un'altra cultura più "permeante". A mio parere, senza "mutare": solo trasformandosi.

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*Bhrg'howidhHô(n-) commenta in modo interlineare le proposte dell'amico  (queste ultime sono riportate in questo colore):

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Bhrig: l'antica religione celtica, come quella greca e quella romana, hanno esaurito la loro funzione con l'arrivo della Rivelazione, che naturalmente non ha benché minimamente intaccato la cultura di questi popoli, anzi, l'ha portata a completezza.

*Bhrg'howidhHô(n-): Sì, anzi sarei più duro: la funzione delle religioni antiche, nata come quadruplice (cosmologica = come é nato ed é fatto il mondo; psicologica = chi siamo; etico-politica = come possiamo vivere meglio in società; escatologica = dove andiamo) e sviluppatasi insieme all'uomo per tutto il Paleolitico fino alla complessità meso- e neolitica riflessa (pallidamente) nel dedalo delle mitologie, era ormai incomprensibile già prima di Abramo e per molti secoli effettivamente le civilità fiorite intorno al Vicino Oriente (Europa inclusa) nonché all'India sono rimaste in una condizione di ateismo mitigato dalla superstizione (rimedio talvolta peggiore del male).

Naturalmente sia a Te che a me interesserebbe conoscere e capire quelle antiche religioni - che così come ci sono note mi risultano veramente faticose e poco invoglianti -, ma é altrettanto e più chiaro che la nostra quadruplice esigenza é tutt'altra (quella cosmologica non potrebbe essere espressa più vividamente che nell'ultimo capitolo del "Più bello dei mari"; quella etico-politica salta fuori in continuazione anche in questa mailing-list; quella psicologica é piuttosto censurata in generale e non capisco perché, comunque capita che emerga a sorpresa; quella escatologica é nientemeno che diventare Dio, quindi anzitutto la mistica cattolica e certo non i poveri paganesimi).

Bhrig: dal punto di vista linguistico, le cose cambiano: la lingua è parte integrante della cultura. Ma i Galli dei tempi di Sant'Ambrogio, sbaglio o si servivano di una sorta di diglossia (gallico in famiglia, latino nella vita pubblica)?

*Bhrg'howidhHô(n-): Non si può dire che questo sia il pensiero vulgato, ma per quanto mi riguarda mi sembra la ricostruzione più credibile ed esplicativa. Le ragioni per cui tutto ciò non é vulgato mi sembrano anch'esse chiare. Le limitazioni alla diglossia erano quelle di ogni ambiente urbano centro di immigrazione (in quei casi il basiletto non era il gallico, ma qualunque altra lingua preromanza; nota che anche il latino di altre regioni si considera, in questo specifico caso, come "preromanzo" rispetto al protoceltoromanzo).

Bhrig: come tu hai detto, a latinizzare le Gallie sono stati i Germani (Franchi oltralpe e Longobardi qui), che hanno scelto il latino come lingua di prestigio un po' come i normanni avrebbero scelto il francese. Condizionando quella che sta diventando la lingua franca del terzo millennio: l'inglese, lingua germanica con il 75% circa di termini che derivano dal latino.

*Bhrg'howidhHô(n-): Sottoscrivo in pieno, con solo un'aggiunta sulla percentuale: detta così sembra che il 75% del lessico inglese sia di origine latina, mentre il "lessico inglese" é un concetto costituito sia dall'inventario lessicale che dalla frequenza di ogni singolo lemma. Se le parole germaniche sono tutte (o quesi) molto frequenti, la percentuale di latinità del "lessico inglese" si abbassa di molto.

É chiaro che ciò non modifica il fatto che, se venisse classificata tenendo conto esclusivamente delle condizioni attuale, la lingua inglese non potrebbe sensatamente collocarsi senz'altro tra le germaniche; costituirebbe piuttosto una famiglia intermedia tra germanico e romanzo.

(Altrettanto é vero che la classificazione genealogica dell'inglese non cambia, perché l'antico inglese era a tutti gli effetti un dialetto germanico e così come un uomo, per quanto traumatizzato, ferito, deformato, trapiantato resta pur sempre figlio dei propri genitori, allo stesso modo l'inglese, se anche diventasse una lingua con il 99% del lessico neolatino, rimarrebbe *geneticamente* germanico)

"I Franchi" e "i Longobardi" non sono del tutto assimilabili a "popoli germanici", dopo l'arrivo nelle sedi storiche. "Regni romano-germanici" é una categoria molto diversa da "popoli germanici", perché i Regni Romano-Germanici erano parte (politicamente attiva, quindi talvolta indocile, ma pur sempre parte) dell'Impero Romano come riformato al termine dell'Antichità (decentramento amministrativo, ferrea unità culturale, sovrastruttura temporale costruita / imposta al Cristianesimo, difesa militare delegata ai singoli contingenti germanici ecc.).

Non che questo sia stato l'unico motivo dell'adozione del latino come loro lingua; il caso dei Bulgari (pre-grecoslavi) dimostrerebbe che anche una potenza regionale estranea al sistema tardoromano (apparentemente postromano) altomedioevale avrebbe cercato di imitarne alcuni aspetti significativi (per esempio, nel caso dei Bulgari per quel che credo, adottando il protoromeno).

Per entrambe queste ragioni (intimamente politiche), le lingue preromane d'Occidente (tranne il basco) sono state relegate a lingue solo pagane e così, benché con tutta la calma che possiamo immaginare, si sono estinte (se non prima, di certo all'epoca dei ripopolamenti dopo il 1000 fino al 1300)

Bhrig: Tornando alla lingua, ricordo all'interno della Celtic League quel dibattito noto come "crisi galiziana". In pratica, dopo polemiche, i delegati della Celtic League hanno rifiutato l'ingresso nell'associazione a Galizia e Asturie perchè, pur essendo paesi celtici, la loro lingua non era celtica (massimo celtoromanza). Al Festival interceltico di Orient/Lorient, invece, le due nazioni iberiche sono ammesse: i criteri sono più ampi (non solo lingua, ma cultura a 360°, soprattutto dal lato musicale). Penso, dunque, che tu sposeresti la linea della Celtic League, io quella di Orient.

*Bhrg'howidhHô(n-): Avrei avuto una linea ancora diversa dalla Celtic League:

1) certo, così come sono, i paesi di lingua non celtica non sono Celti optimo iure; la condizione "optimo iure" non vale neanche per gli Irlandesi non gaelofoni ecc., che però si collocano a un livello intermedio, perché TUTTI gli altri caratteri (o la maggioranza) sono univocamente determinati dall'appartenenza a un gruppo celtico per definizione e fin dall'origine della propria presa di coscienza (mentre i Galiziani [eccezion fatta per i Bretoni di Galizia, che appunto non erano Galiziani] e gli Asturiani non sono stati tra i fondatori della coscienza della Celticità moderna: un errore storico, ma ormai avvenuto e che colloca gli Irlandesi non gaelofoni, in questa strana ma effettiva classifica "etnosoggettivistica", sopra di loro); di conseguenza, nella Celtic League bisognerebbe avere coscienza (anche senza mettere il distintivo...) che ci sono Celti prototipici - i parlanti, anche chi studia la loro lingua - e quelli meno prototipici (quelli non hanno tempo o voglia per la lingua) (si potrebbe fare anche per altre caratteristiche etniche, ma la nozione di Celticità mi sembra basata sulla lingua e, se non lo fosse così primariamente, sarebbe bene dirlo con chiarezza, perché in nessuna scelta della vita si possono usare due o più criterî non gerarchizzati, pena una confusione esiziale che rende inutile tutto: per esempio, si può usare certo il termine "celtico" per - ad esempio - la musica, ma é un'altra, a volte inconciliabile, celticità, che chiamerei allora "musicocelticità" in opposizione a "glottocelticità")

2) d'altra parte, é pur possibile prendere coscienza che anche nella "glottocelticità" ci sono più livelli sotto il primo e il secondo, quindi gli Asturiani di per sé già appartengono di diritto al terzo livello (e così gli altri; anche i Milanesi)

3) Celti optimo iure nella glottocelticità sono anche tutti i parlanti o sim. (come Antonio Tolosa Leal = Alounis) di lingue celtiche morte o rianimate (neocornici) o (ri)costruite.

In questo quadro, la decisione della Celtic League e di Orient/Lorient scade a problema amministrativo (per chi non abbia voglia di diffondere una classificazioncella così banale)

Bhrig: Poi, se ancora oggi la musica tradizionale lombarda è di chiara impronta gallica, e l'idioma è celtroromanzo, figurarsi nel IV secolo dopo Cristo.

*Bhrg'howidhHô(n-): Sulla musica non inizio neanche a pensare: non obietto niente e mi dichiaro totalmente recettivo, chiedo solo di mantenere - giusto per nostra chiarezza - la distinzione tra "musicocelticità" e "glottocelticità", che un giorno potrebbero persino non avere più alcuna intersezione pur continuando ad avere numerosi aderenti ciascuna.

Sulla celtoromanità (concetto, penso, prevalentemente se non solo linguistico):

1) (positivo) aderisco alla nozione e al termine (é comodo e obiettivamente fondato; naturalmente, come tutti i criterî classificatorî, é un po' una forzatura del reale, che si presenta come continuum)

2) (negativo) direi che siamo tutti d'accordo che la celtoromanità NON é l'intersezione - o la zona intermedia, o sim. - tra celticità e romanità, ma un sottoinsieme della romanità e in particolare un ex-sottoinsieme della celticità conquistato dalla romanità (dico questo perché a qualunque livello - fonologico esclusi i soprasegmentali, cioé ritmo e intonazione, che hanno distribuzione indipendente dalla genealogia; morfologico; lessicale; semantico; sintattico - qualunque idioma romanzo, anche se celtoromanzo, é più simile - ripeto: a qualunque livello - a qualunque altro idioma romanzo che a qualunque idioma celtico) (ATTENZIONE: tutto questo non sarebbe obbligatorio, non é una conseguenza della classificazione, é una realtà oggi e probabilmente non lo era nell'alto medioevo; é un caso che ci sia coincidenza tra questa situazione e ciò che motiva la classificazione delle lingue romanza)

3) (positivo) c'é stato un periodo (non so quanto a lungo) durante il quale le forme nascenti delle varietà celtoromanze non erano più vicine a qualunque altro idioma romanzo che a qualunque celtico, ma erano solo più vicine alla maggioranza delle lingue romanze che alla maggioranza delle lingue celtiche

4) (negativo) la differenza tra il gallico insubrico, in qualsiasi epoca, e la fase più "celticizzante" della storia e preistoria del milanese (o di qualunque altra lingua celtoromanza) é sempre stata molto maggiore che tra il francese e l'italiano

5) (positivo) i punti di somiglianza tra insubrico e milanese sono stati: alcuni termini (a parte la toponomastica, v. sotto) mutuati dall'uno all'altro o viceversa; moltissime motivazioni semantiche (cioé idiosincrasie nella classificazione del reale entro una rete di significati, per cui due o più oggetti che nella realtà non sono identici vengono designati nella lingua con termini identici o simili); forse alcuni costrutti sintattici; alcuni (molto frequenti all'inizio, poi sempre più rari) suoni

6) (negativo) la quasi totalità dei microtoponimi (= nomi di luoghi poco estesi) dell'area dove si parlano lingue celtoromanze sono celtoromanzi di origine latina e non celtica; una minoranza sono celtoromanzi di origine celtica, ma come toponimi sono stati formati in epoca postceltica; alcuni pochi sono veri toponimi celtici

7) (positivo) tra i macrotoponimi, la maggioranza sono celtoromanzi di origine latina, ma una forte minoranza sono di origine in ultima analisi prelatina e di questi una forte minoranza (anche se pur sempre minoranza di una minoranza) sono toponimi realmente celtici e, tra quelli celtici, molto antichi e potenzialmente ereditarî (dall'indoeuropeo)

Invece sulla glottocelticità:

1) le lingue celtiche moderne sono autonomamente definibili

2) le lingue celtiche antiche sono definibili in funzione di quelle celtiche moderne e in parte anche autonomamente definibili

3) le lingue indoeuropee in generale sono definibili sia in funzione di quelle moderne che di quelle antiche

4) le lingue celtiche antiche differiscono da quelle celtiche moderne altrettanto (in alcuni casi più, in altri meno) che dall'indoeuropeo preistorico. Quindi

5) sarebbe opportuno usare termini diversi per celtico antico e celtico moderno, così come si usano termini diversi per indicare il celtico antico e l'indoeuropeo, benché il primo sia la continuazione del secondo così come il celtico moderno é la continuazione dell'antico; in teoria sarebbe sensata una diversa Celtic League per il celtico antico (altrimenti tutti gli indoeuropei potrebbero rivendicare la continuaità, entrare nella lega e farle cambiare nome; assurdo, ma motivato dall'irrazionalità del confine tra "celtico" e "indoeuropeo" in assenza di un confine analogo dentro il celtico)

Ma 6) Cosa dire allora se il celtico antico fosse continuato in un celtico moderno anche sul continente? (Vedi sotto)

Bhrig: l'abbandono della celticità da parte di tutti i Galli é *la fine* del loro status di Celti. Il loro corredo genetico non é "celtico"; Beh, cosa è?

*Bhrg'howidhHô(n-): É locale, cioè si classifica su base territoriale (con orrore Tuo e mio, Ti lascio immaginare che il tipo lombardo occidentale fa parte di quello classificato come... "italiano settentrionale"!! Il termine é rivoltante - un assurdo storico -, ma ci sbatte in faccia il dato reale che si tratta di una funzione diretta tra popolazione e territorio, indipendente dalla variabile linguistica)

Bhrig: io penso che siano stati, invece, gli stessi celti, piuttosto "assimilazionisti" (penso più in Cisalpina), ma soprattutto i Germani delle calate. Altrimenti perchè le lingue germaniche si sarebbero conservate?

*Bhrg'howidhHô(n-): Le lingue germaniche purtroppo sono in gran parte sparite (tutti i Germani orientali e i celeberrimi tra gli Occidentali); si sono salvati quelli troppo fuori tiro per le possibilità dell'Impero Romano post-caduta all'epoca del furore della sua rivoluzione culturale (man mano che ci si avvicina alla fase carolingia, le tecniche si bizantinizzano e si lasciano sopravvivere le lingue delle nazioni conquistate con la scusa e sotto l'ignara protezione della Cristianizzazione: gli altri Germani Occidentali e i Settentrionali, così come i Celti Insulari).

Solo i Baschi - esclusivamente in ragione dello scarso potenziale (allora!) geostrategico della loro sedi (e di altre priorità dopo il 711...) - hanno conservato fino al Basso Medioevo, cioé definitivamente, la lingua preromana (il caso dell'Albania non rientra nella dinamica dell'Impero d'Occidente per quei primi secoli).

Adesso, per cercare di essere più plastico e d'altra parte nell'impossibilità di effettuare esperimenti come nelle scienze naturali, proverò a simulare esperimenti etno-storici eliminando una a una a ritroso quelle che ritengo essere state le cause della fine della glottocelticità antica sul continente europeo (un collasso di enorme portata antropologica, perché insieme a quello delle lingue paleobalcaniche - Traci, Daci, Dalmati, Pannoni ecc. - ha comportato la cancellazione per metà dell'Europa di una tradizione culturale 'positivà [ossia direttamente osservabile, non semplicemente ricostruibile per congetture incomplete] risalente in linea ininterrotta al primo popolamento neoantropico sul continente). Per una volta lascerò stare gli imperativi di espansione territoriale e mi limiterò a enunciare ciò che ci attenderemmo in una situazione normale, nella quale nessuna potenza o compagine etnica e politica consegue una serie molto lunga di successi consecutivi.

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1) Se non ci fossero stati i ripopolamenti in stile coloniale nei secoli XI-XIV: sarebbero rimasti (fino a oggi; nei casi più sfortunati fino al XVIII-XIX secolo, come il gotico [sic!], il cornico, il dalmatico) singoli comuni o piccoli gruppi alloglotti, tra i quali sicuramente i Bretoni di Bertonico (Lodi), Castel dé Britti (San Lazzaro di Savena, Bologna), Bertinoro (Forlì, con tanto di loro vescovo), Montelibretti (Roma), i Bulgari del Molise (e non solo gli attuali Croati), i continuanti delle colonie doriche e achee, Arabi, Longobardi, Goti, Taifali, Burgundi, Alemanni, Gepidi e - per ciò che interessa il nostro esperimento - comunità galliche quasi sicuramente in Val d'Ossola e nelle Alpi occidentali, forse a Bormio e in Val Calanca, verosimilmente in Carnia e magari anche a Brescello, poi nel Monferrato e sull'Appennino Ligure. Non é impossibile, ma nemmeno tanto verosimile, che prima della glottologia ottocentesca si scoprisse che gli idiomi (non reisduali!) di tali residui gallici fossero genealogicamente apparentati ai Bretoni padano-appenninici.

Al giorno d'oggi avremmo perciò molti più comuni con attrazioni etno-turistiche. Non sarebbe una garanzia di sopravvivenza (come nel caso dei Greci del Salento, che sono diventati talmente prestigiosi che anche i comuni neolatini si definiscono grecanici, ma intanto il grico é praticamente estinto e i "canti grichi" sono in realtà in dialetto salentino - e quello viene inteso e chiamato "grico"!), ma pur sempre già qualcosa.

Dal punto di vista linguistico, dopo le scoperte glottologiche che sarebbero avvenute nell'Ottocento (in una storia praticamente identica alla nostra), non ci sarebbe stata ragione di non classificare in un'unica famiglia celtica tutte le varietà, insulari, continental-insulari (Bretoni) e continentali, riconoscibili come continuanti di un'unica protolingua discendente dall'indoeuropeo (e non coincidente con quest'ultimo, in quanto caratterizzate da alcune innovazioni).

Le ricadute etno-culturali e percettive sarebbero state identiche a oggi, con qualche imbarazzo in più da parte dei celtoromanofoni, che avrebbero dovuto confrontarsi con veri celtofoni sul proprio stesso territorio. Sarebbe stato allora più facile di quanto risulti oggi introdurre le distinzioni cui accennavo a proposito della Celtic League.

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2) Se non ci fosse stata la geopoliticamente formidabile ma glottologicamente micidiale combinazione di tradizione politica romana, sovrastruttura temporale sovraimposta al (= terzo risp. quarto) Cristianesimo e promozione sociale ed eccellenza militare germanica (in realtà romano-germanica) che é stata l'(Alto) Medioevo (con "se non ci fosse stata la combinazione" intendo: "se almeno uno - a scelta - dei tre costituenti fosse stato quantitativamente minore, per esempio se gli imperativi di politica internazionale fossero stati meno pressanti oppure al contrario avessero lasciato ancor meno spazio di manovra e di sviluppo"), la sopravvivenza (dovuta alla marginalità) del basco sarebbe stata affiancata, oltre che dalle isole linguistiche di cui sopra (alcune delle quali decisamente più consistenti, specialmente i Germani, i Greci e gli Arabi), da assai più vaste distese di persistenze preromane, tra le quali spiccherebbero una serie di nazioni galliche in forme analoghe ai Regni celtici insulari.

 Dato che per ipotesi ci sarebbe stata comunque una Cristianizzazione esclusivamente latinofona nel periodo in cui storicamente ha avuto luogo, penso che il nostro esperimento produrrebbe una "missione" gallica o celtica analoga a quella slava di Bisanzio; anche in questo caso lascio stare le interpretazioni (che sarebbero doverose) di politica internazionale ed equilibrio geoetnico-territoriale che dovevano ragionevolmente costituire l'essenza delle attività dei Compatroni d'Europa (e la ragione della loro altrimenti assurda persecuzione).

Il risultato bassomedioevale e moderno sarebbero nazioni celtiche continentali simili a quelle slave, interposte a nazioni neolatine e germaniche comparabili al ruolo del romeno (non posso qui insistere sul nesso tra romeno e Paleobulgari) e dell'ungherese. Confessionalmente avremmo Chiese autocefale nell'ambito della Cristianità Romana.

Dal punto di vista linguistico avremmo una situazione analoga alla nozione di Balto-Slavo: da un lato i Celti continentali, che come gli Slavi continuano un insieme di dialetti costantemente in contatto reciproco e ricchi di innovazioni, probabilmente anche sempre (o quasi sempre) coscienti della propria comune origine etnica; dall'altro i Celti insulari (oppure i soli Goideli - il ruolo del Britannico dipende non solo dai particolari di questo esperimento ucronico, ma anche da un esame minuzioso della realtà effettiva che finora non é ancora stato portato a termine), continuatori di una varietà evidentemente connessa, ma marginalizzata(si) = 'distaccàtasì prima degli altri (come nel caso del Baltico, che non si sa se sia una famiglia o due, così si discuterebbe sul Celtico insulare, che - come oggi - potrebbe apparire sia un ramo unitario poi divisosi sia invece come una coppia di rami autonomi poi avvicinatisi).

 Nella pratica, si tratterebbe della stessa distinzione (anche se con motivi diversi) che ho caldeggiato sopra per motivi solo cronologici (tra celtico antico e celtico medioevale-moderno); l'unica differenza sarebbe che, mentre nella mia proposta includo nel celtico antico anche le fasi insulari antiche, in questo caso sarebbe consigliabile tenere da un lato il celtico insulare (o almeno il gaelico), dall'altro tutto il resto. Ai fini della Celtic League sarebbe quasi come ho proposto.

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3) Estrapoliamo adesso anche lo stesso Impero Romano nelle sue manifestazioni dei secoli II a.C. - V d.C.: avevamo già considerato questa eventualità negli scenari spartacidici e vorrei solo aggiungere un criterio un po' generale per raffigurarsi il rapporto (qui mi interessa quello linguistico) tra Germani e Celti. I Germani avrebbero sempre cercato di conquistare terre, popoli e potere in area celtica e sicuramente si sarebbero ogni volta celtizzati, se non nel caso di una completa assimilazione culturale (assimilazione della cultura celtica) di tutta la Germania - che avrebbe richiesto molto tempo, probabilmente molto di più che i sette o dieci secoli occorsi ai Romani per conquistare i Germani (perché ora del X. secolo Roma - nelle forme della Chiesa di Roma - ha effettivamente e concretamente conquistato tutti i Germani, a tutti i livelli incluso quello linguistico perché i documenti medioevali relativi anche alla Scandinavia ne danno un'immagine a mala pena distinguibile da quella dei paesi romanzi), ma avrebbe potuto produrre nazioni celto-germaniche (più tardi addirittura germaniche di cultura celtica) e non più semplicemente celtiche con sangue germanico. (Un fenomeno del genere si era già in parte dato nell'età del ferro, ma non nelle proporzioni che avrebbe in questo esperimento).

Il fenicio, il greco e lo stesso latino (quando non anche l'etrusco) avrebbero avuto sulle nazioni celtiche gli stessi effetti che soprattutto il greco ha avuto sulle lingue neolatine (molto, significativo, ma mai sconvolgente).

La Cristianizzazione sarebbe stata, in queste regioni, celtica fin dall'inizio (e non prima romana e poi, dopo qualche secolo, "missione" celtica) ed é probabile che si sarebbe avuta una scissione simile a quella tra Cristianesimo romano e greco-orientale. Anche le sovrastrutture temporali sovraimposte al Cristianesimo sarebbero state parzialmente diverse, nella media dei casi, ma tutto ciò dipende più strettamente dalle specifiche evoluzioni politiche, che qui non consideriamo (mi riferisco a tutte le possibili eventualità statuali e imperiali, per esempio in stile ellenistico, che si sarebbero date in un'Europa occidentale a maggioranza celtica).

Oggi avremmo una massiccia presenza, abbastanza dominante, della Celticità in Occidente, a buon diritto paragonabile allo status della Romanità (in Europa e nel mondo).

Dal punto di vista linguistico, la situazione sarebbe come quella dell'Italico. Come il latino e le lingue osco-umbro-sabelliche hanno qualcosa in comune (e possono essere viste sia come divergenza di un'unità sia come confluenza di più varietà), ma in ogni caso le lingue romanze sono continuanti del solo latino e anzi del solo latino di Roma (nemmeno degli altri dialetti latini, detti "laziali" e sim.), così avremmo da un lato le lingue neogalliche e il loro capostipite, il gallico (o eventualmente il celtico centrale, se includiamo il britannico), dall'altro degli outsiders nell'àmbito di una celticità 'allargatà, il goidelico ed eventuali continuatori del celtiberico (certo questa sarebbe una differenza rispetto al modello 'italicò, perché l'osco-umbro-sabellico nella nostra storia non ha avuto neanche un continuante).

Messa così, non differirebbe dalla classificazione risultante al punto 3), ma in pratica le discipline di studio (anche liceali!) sarebbero come avviene oggi per, rispettivamente, le lingue romanze, il latino e l'osco-umbro: le lingue neogalliche sarebbero studiate fin dalle elementari (anzi, una di esse sarebbe la lingua-madre dello scolaro), il gallico antico verrebbe studiato alle medie (superiori), con tanto di versioni e retroversioni, letteratura, gallico ecclesiastico e medioevale, certamina gallica, riviste e centri di gallico (antico) parlato ecc.; infine, il celtico restante (in ogni caso il goidelico-gaelico) verrebbe studiato all'università, il goidelico (= antico) a Glottologia (e all'inizio del corso di Storia della Lingua Gaelica nonché a Filologia Goidelica), il gaelico (= moderno) a Lingue e Letterature Straniere Moderne (con lettori madrelingua scozzesi, irlandesi, manx, epsi ecc.).

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Bhrig: Quindi penso che la cultura insubre pre-222 a.C. fosse ancora abbastanza intatta, con una mutazione dovuta all'ingresso del latino a fianco delle lingue preromane. Latino che, comunque, sarebbe stato sostituito dal greco (se i Romani non avessero vinto a Klastidion/Casteggio) o dal fenicio (se Annibale avesse puntato su Roma): nel secondo caso perchè gli Insubri sarebbero diventati cittadini cartaginesi, nel primo perchè il greco era la lingua che sarebbe comunque "passata" come lingua franca tra i Galli, sia per il prestigio, sia per i contatti frequenti con le colonie (le dracme massaliote trovate a Ozzero ne sono un ulteriore riprova, o no? La dracma era o non era moneta corrente in vaste aree della Gallia?). Quindi, la cultura insubre era comunque destinata a essere "filtrata" da un'altra cultura più "permeante". A mio parere, senza "mutare": solo trasformandosi.

*Bhrg'howidhHô(n-): quanto al piano prettamente ucronico del nostro discorso, Bhrig propone tre questioni: destino degli Insubri in un Impero Cartaginese; ruolo del greco in Gallia; rapporto tra cultura greca e insubrica. Esaminiamole una per una.

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Destino degli Insubri in un Impero Cartaginese: nella speranza di attenermi a un'impostazione generale (ossia che possa mantenersi abbastanza inalterata anche se si mutassero una serie di coordinate specifiche non pertinenti al tema qui discusso ma pur sempre influenti sul complesso delle vicende: popolazione, andamento dell'economia, calamità naturali ecc.) proporrei un omologo dei quattro scenarî di cui si è parlato sopra, quindi:

1) stesso destino che nell'Impero Romano, ma con sostituzione linguistica da parte del (neo)fenicio anziché del latino e sviluppo di varietà celtopuniche anziché celtoromanze;

2) senza i ripopolamenti dell'età dei disboscamenti (nella nostra storia, XI-XIV secolo): sopravvivenze di sparse isole linguistiche prepuniche (o alloglotte di altro tipo) a livello comunale o di comunità montana;

3) senza il sistema di Regni fenicio-germanici ruotanti (alla fine) intorno alla Chiesa Cattolica Apostolica Cartaginese: varî Regni celtici continentali (insieme a Principati neofenici e germanici) con Chiese autocefale nell'àmbito della Cristianità occidentale (Cartaginese);

4) senza l'Impero Cartaginese nelle sue forme post-annibaliche: evoluzione generalizzata e ininterrotta della Celticità in Europa occidentale.

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Ruolo del greco in Gallia: come lingua, era quella del commercio internazionale, quindi come nell'Italia preromana (e romana); come non ha influito sulle sorti del latino (se non come adstrato e nelle isole di sostrato), così non avrebbe influito su quelle del gallico (perlomeno le condizioni storiche del greco in Gallia non sarebbero bastate).

 Ben altro é il ruolo della scrittura, ma da un lato anche l'etrusco e il latino avevano alfabeti di origine greca (senza che Etruschi e Latini abbiano finito per adottare il greco come lingua) e dall'altro in Gallia (meridionale) si usava anche l'alfabeto nordetrusco di Lugano o leponzio e i Druidi lo preferivano (quando proprio erano costretti alla scrittura in contesti di tipo non assimilabile all'ogamico). Comunque ammettiamo anche che il greco prevalesse come alfabeto, come tra gli Elvezî; bisognerebbe aggiungere ancora parecchio per arrivare all'adozione della lingua greca.

 Se poi questa fosse avvenuta - se quindi avesse avuto luogo una sostituzione linguistica - sarei triste quasi come oggi, perché le lingue celtogreche sarebbero, come le attuali celtoromanze, troppo diverse dalle vere celtiche per poterne compensare la perdita. (Ovviamente non mi auguro che non fosse mai nato il milanese, ma solo che, accanto ad esso, non fosse mai morto l'insubrico, che ne era ben diverso.) Dico "quasi come oggi" perché comunque il greco non é così sconcertantemente diverso dal tipo indoeuropeo quanto lo é il latino.

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Rapporto tra cultura greca e insubrica. Certo, qui cambia la situazione.

In ogni ucronia proinsubrica mi augurerei la completa assimilazione della cultura greca (e della religione giudaico-cristiana) da parte degli Insubri (perché considererei entrambe vantaggiose per lo sviluppo storico della comunità insubrica). La fine linguistica é tale solo se viene abbandonata la lingua; gli Ebrei dimostrano che é possibile non abbandonarla nemmeno quando l'ambiente circostante offre alternative molto vantaggiose (a parte qualunque altra considerazione sulle straordinarie opportunità maturate e sfruttate in seno alla comunità ebraica, credo che basti considerare quali perdite per l'umanità intera, non solo per gli Ebrei, avrebbe comportato l'abbandono completo - invece che semicompleto - dell'ebraico all'epoca dell'adozione dell'aramaico o eventualmente del greco o dell'elaborazione del giudeo-romanzo o dello yiddish).

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C'è poi questa questione proposta da Andrea:

Sarebbe stato possibile, se i romano-britannici fossero stati più forti, imporre la loro lingua  come è successo in Francia, modificando solo la fonologia con forte impronta inglese?

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*Bhrg'hówidhHô(n-) gli risponde:

La condizione necessaria sarebbe stata la continuità religiosa dalla fase romana; a quel punto la romanizzazione avrebbe continuato a percorrere le tappe che ha attraversato anche sul Continente e i Germani si sarebbero, se convertiti, assimilati, altrimenti sarebbero rimasti in isolamento e alla fine si sarebbero estinti come comunità.

Da tenere presente che la romanizzazione avrebbe dovuto interessare anche la lingua all'epoca dominante sul posto, il britannico; il latino era solo lingua alta di minoranza (così come lo è stato in sèguito per un po' l'anglosassone).

Capovolgerei invece il ruolo della fonologia: quella inglese è germanica ma con interferenza celtica, quindi la prospettiva ucronica sarebbe, al contrario, di una lingua romanza con interferenza (fonologica, anche se ancor di più lessicale e onomastica) celtica e germanica, ossia come il francese.

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Andrea aggiunge:

Tipo brithenig, ma più esteso? (Il brithenig è una lingua romanza costruita sulle modificazioni fonologiche del gallese, con alcune parole dall'inglese)

Ma la mutazione da aust a east, è dovuta all'influsso celtico? Comunque questa lingua romanza avrebbe le mutazioni consonantiche, tipo VmV à VfV ; VdV àVdhV o VthV ?

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Il grande *Bhrg'hówidhHô(n-) replica:

Non conoscevo il brithenig; sì, il paragone è molto calzante, con la differenza che il ruolo della fonologia germanica - per quanto di superstrato e non di sostrato - sarebbe forse un po' più forte che in brithenig (sarebbe appunto come in francese).

Il mutamento */au/ > /ēa/ ha come momento intermedio */æo/ ed è un corollario di */a/ > /æ/; sull'origine di quest'ultimo mutamento si discute interminabilmente: in effetti, tra tutte le lingue germaniche, è tipico dell'unica - l'inglese - che abbia avuto un sostrato celtico e un mutamento abbastanza simile si ritrova in francese e in altre lingue romanze a sostrato celtico. L'areale geolinguistico suggerisce quindi un'origine celtica, ma il problema è che invece le lingue celtiche sopravvissute non presentano alcuna traccia di un mutamento del genere.

Le lenizioni sono di fatto avvenute nelle lingue romanze a sostrato celtico e stavolta si tratta di fenomeni evidenti e pienamente sviluppati in tutte le lingue celtiche storiche (il problema in questo caso è che non sono perspicui in gallico e in generale in celtico antico). L'esito /θ/ (scritto <th>) è gaelico (e riflette una antica */t/ intervocalica), l'esito /d/ (scritto <d>) è britannico (e riflette anch'esso una antica */t/), l'esito /δ/ (scritto <dd>) è ugualmente britannico (e riflette invece, questo sì, un'antica */d/ intervocalica); in irlandese moderno <dh> indica anch'esso /δ/ (sempre da */d/ antica). Le lingue romanze a sostrato celtico tendono a coincidere col britannico (solo il fiorentino - senza nesso di causalità - è più simile al gaelico). La lenizione che manca nelle lingue romanze è invece quella della nasale intervocalica */m/.

Il britannico orientale non era significativamente diverso da quello occidentale, perché la divisione era per tribù (non è che quelle orientali costituissero un blocco e quelle occidentali un altro), casomai i Belgi (di Sud-Ovest) si differenziavano leggermente, ma ciò che è sopravvissuto storicamente (gallese e cornico-bretone, con l'aggiunta del cumbrico a Nord e dei relitti britannici nello Strathclyde in Scozia) mostra un britannico unitario nel trattamento dei dittonghi all'epoca dell'arrivo degli Anglosassoni e un mutamento di /au/ in /ea/ manca del tutto...

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Ecco infine una domanda di Dans:

Dì, *Bhrg'howidhHô(n-), cosa ne pensi dell'etimologia celtica di Milano come "medhelanon", cioè "luogo di perfezione", riapparsa sui giornali in occasione del 2590° anniversario della fondazione della città?

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Così gli risponde l'interpellato:

L'ho vista e non capisco da dove nasca. La forma originaria del nome, inequivocabilmente attestata da Polibio e confermata dalle iscrizioni celtiche di Milano, è Mediolânon (localmente Medjolânon), con accento sulla prima /o/. *Medios significa "medio" (dall'indoeuropeo *medhyos) e *lânon può significare "pieno" (dall'indoeuropeo *ploh1no-s "riempito") oppure forse "piano" (dall'indoeuropeo *plh2no-m "spianato"). Si parafrasa dal secondo elemento: "pieno nel mezzo" o "piano nel mezzo". Il "pieno" (= terrapieno) o "piano" è il rialzo di 2 m sul livello del terreno circostante, dall'attuale Castello all'attuale Duomo; quando la zona era ancora impaludata si trattava di una penisoletta asciutta. Ci sono altre 57 località con tale nome nell'Europa antica. Quando un territorio era chiamato "Mediolânon" si trattava del centro della *toutâ o comunità politica, corrispondente dal punto di vista territoriale alla Cîuitâs repubblicana, al Mûnicipium imperiale, alla Diocesi cristiana, al Contado medioevale e alla Provincia attuale.

Ci sono altre proposte etimologiche: una latina (*mediol-ânum "relativo al piccolo *mediolus o canale tra due fiumi) che non spiega le località fuori dall'Impero; due germaniche (*Medilandan "terra di mezzo" e *Maialandan "terra di maggio") e una neoceltica (me-vlann "lana di mezzo") che non spiegano le forme antiche; una etrusca (*mete-lane) che non giustifica la quantità lunga di /a/.

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