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Il nome
Il nome di quest'Era, Cenozoica o Terziaria, deriva dal greco "vita recente". Essa copre il lungo periodo di tempo che va da 65 ad 1,8 milioni di anni fa. In termini di Anno della Terra, esso durò più o meno dalle ore 17.28 del giorno di Santo Stefano alle 20.29 del giorno di San Silvestro. Per la grande affermazione dei Mammiferi, il Cenozoico è anche detto Era dei mammiferi, ma anche gli Uccelli poterono conquistare i cieli, non più dominati dai rettili volanti.
Il Cenozoico è diviso in due periodi, a loro volta divisi in epoche:
Paleogene o Nummolitico, diviso in due epoche:
Neogene diviso in 3 epoche:
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Il Paleocene ("antico recente") è l'epoca inaugurale del Cenozoico, compreso tra il Cretacico e l'epoca Eocenica. Il termine, proposto fin dal 1878, solo in tempi recenti ha avuto una notevole diffusione a seguito di studi di micropaleontologia: compaiono infatti le prime Globigerine e i primi Nummuliti, organismi microscopici dotati di guscio calcareo, oggi estinti. Esso va da 65 a 56 milioni di anni fa; in termini di Anno della Terra, va dalle 17.28 di Santo Stefano alle 10.59 del giorno seguente.
Il Paleocene è suddiviso in tre periodi: Daniano, Selandiano e Tanetiano.
I mammiferi che depongono le uova
Un'attività vulcanica molto intensa interessò l'epoca Paleocene cui seguì l'innalzamento delle temperature medie, e questo sembra confermare l'ipotesi vulcanica per spiegare la crisi dell'iridio.
Allorché l'era dei dinosauri fu terminata, la Terra dovette apparire vuota, poiché essi avevano occupato tutte le nicchie ecologiche. Tanto veloce era stata la loro scomparsa, comunque, tanto rapidi ad approfittarne e ad occuparne il posto furono gli esseri che nel corso del Mesozoico si erano trovati in posizione defilata, senza essere in grado di competere con i grandi dinosauri, e che ora invece, dopo la loro repentina scomparsa, erano rimasti i padroni del pianeta: i Mammiferi.
I mammiferi si distinguono dai loro antenati rettili principalmente per il fatto di incubare i piccoli dentro l'utero materno anzichè dentro un uovo deposto in un nido: per un omeotermo è un grande vantaggio, ed infatti gli uccelli, omeotermi ovipari, sono costretti a covare le uova per impedire che si raffreddano. Sia la cova che l'incubazione in utero comunque favorisce le cure parentali dei genitori nei confronti della prole, e questo diminuisce le probabilità che i figli non riescano ad uscire dall'uovo. Esse a loro volta stimolano i rapporti tra individui, la gerarchia di gruppo, le convenzioni sociali e, di conseguenza, l'intelligenza. Anche se è vero, come abbiamo detto, che i dinosauri non erano gli stupidi lucertoloni descritti dal clichè, è però vero che i mammiferi e gli uccelli in generale sono meglio attrezzati dei rettili a resistere agli sconvolgimenti della Terra, e questo ha determinato il loro successo.
Anche i primi mammiferi però, come ricordato, deponevano uova dal guscio duro: erano i Prototeri ovovivipari, che assieme ai Pantoterii, ai Simmetrodonti e ai Triconodonti (oggi tutti estinti) nel Mesozoico erano stati maggioritari tra i mammiferi. Ma con l'inizio del Cenozoico si ebbe lo sviluppo di due nuove grandi famiglie di mammiferi, che rimpiazzarono quasi del tutto la precedente: sono i Pantoteri o Marsupiali, che si svilupparono e si espansero solo limitatamente all'ex continente di Gondwana (Sudamerica, Madagascar, Australia, Antartide), dove vivono tuttora, e.soprattutto dei placentati o Euteri. I primi partoriscono un embrione ancora precoce che si arrampica fino ad una cavità chiamata marsupio, dove si attacca al capezzolo e completa il suo sviluppo; i secondi invece completano il proprio sviluppo nell'utero materno, e se i carnivori e gli onnivori partoriscono figli ciechi e inetti, al contrario gli erbivori partoriscono figli in grado di alzarsi in piedi subito dopo il parto, per l'evidente necessità di fuggire subito davanti ai predatori carnivori.
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Il pantolambda, uno dei primi mammiferi erbivori (disegno dell'autore) |
Tra i primi mammiferi vegetariani del
Paleocene vanno ricordati i Pantodonti, il primo dei quali, il
Pantolambda (vedi figura soprastante),
aveva più o meno la taglia di una pecora e viveva a contatto con l'acqua; da
lui si evolse il Barylambda, lungo circa due metri e mezzo: aveva arti corti e
goda grossa, e dunque si può immaginare che si appoggiasse sugli arti
posteriori e sulla grossa coda per raggiungere i rami inaccessibili ad altri
mammiferi. Ma all'inizio dell'Eocene era già estinto.
Nel sottobosco vivevano già i toporagni e ricci. I multitubercolati, roditori simili a topi che erano riusciti a sopravvivere durante tutta l'era dei rettili, si estinsero alla fine del periodo, ma in cambio comparvero forme primordiali di primati (proscimmie), caratterizzati dal pollice opponibile, un'assoluta novità tra i viventi, anche se avevano ancora le dimensioni di un ratto.
Nonostante i dinosauri si fossero appena estinti, nel Paleocene visse anche un rettile spaventoso che non posso fare a meno di citare, nonostante questo mostro incuta spavento al solo parlarne. Si tratta di un serpente lungo 13 metri, quindi quanto un TIR ed il doppio di un'anaconda, che aveva una circonferenza di un metro e pesava almeno 1250 chili: sicuramente si tratta del rettile più grande mai esistito sulla Terra. Il Titanoboa cerrejonensis (il suo nome scientifico deriva da Cerrojon, il sito nel nord della Colombia dove sono venuti alla luce i suoi resti) viveva in Sudamerica 60 milioni di anni fa (alle 03.12 del 27 dicembre) e si nutriva di coccodrilli e tartarughe. I paleontologi hanno stimato la lunghezza di questo titano dalle dimensioni delle vertebre spinali, ritrovate in una miniera di carbone a cielo aperto assieme agli scheletri di altri sette serpenti e ai resti di un loro pasto: una tartaruga di due metri e un coccodrillo. « Ora abbiamo una finestra sui tempi immediatamente successivi all'estinzione dei dinosauri e possiamo conoscere gli animali che li sostituirono », ha dichiarato Jason Head, paleontologo dell'Università di Toronto, in merito a questa strabiliante scoperta. Anche in questo caso gli sceneggiatori del film "Anaconda" hanno decisamente sbagliato per difetto...
Dinosauri cenozoici?
Prima di passare all'Eocene, non posso fare a meno di citare uno studio secondo il quale certe ossa di dinosauro ritrovate nell'Ojo Alamo Sandstone del Bacino di San Juan, nel Nuovo Messico, risalirebbero ad un'epoca posteriore alla grande Crisi dell'Iridio, e quindi apparterrebbero al Paleocene e non al Cretacico! Questo significherebbe che alcuni dinosauri potrebbero essere sopravvissuti in un'area remota degli attuali stati del Nuovo Messico e del Colorado, in barba alla vulgata comune che vorrebbe la completa estinzione dei dinosauri alla fine dell'Era Mesozoica! Si tratta di una notizia bomba, pubblicata nel giugno 2009 sulla rivista "Palaeontologia Electronica", a firma di James E. Fassett, ricercatore dello U.S. Geological Survey di Santa Fe, e basata su dettagliate analisi chimiche dei reperti e degli strati rocciosi in cui erano inseriti.
La datazione cenozoica riguarda 34 ossa di adrosauro, e come si può immaginare è assai controversa. "La grande difficoltà di questa ipotesi, secondo cui si tratta in questo caso di resti di dinosauri sopravvissuti al drammatico evento, è escludere la possibilità che le ossa siano databili a un periodo precedente”, ha spiegato Fassett. "Dopo la morte degli animali e la deposizione delle ossa nella sabbia e nel fango, è possibile che esse siano state esumate dalle acque di un fiume e incorporate in rocce più giovani." Non si tratta di un fenomeno usuale, ma questo argomento è già stato utilizzato in passato per spiegare l'esistenza di ossa di dinosauro in strati di roccia posteriori alla grande estinzione. Ma Fassett ha accumulato un'enorme messe di dati che escluderebbe la riesumazione e rideposizione delle ossa: anzitutto le famose 34 ossa di adrosauro non rappresentano uno scheletro completo, ma appartengono senza dubbio a un unico esemplare, mentre se fossero state trasportate da un fiume sarebbero state sicuramente disperse. Inoltre analizzando la polarità magnetica delle rocce e i pollini in esse contenuti, ha concludere per vie indipendenti che la datazione corretta risale a un periodo successivo al Cretacico. Oltre a ciò, Fassett ha anche provato che le ossa di dinosauro della Ojo Alamo Sandstone hanno concentrazioni differenti degli elementi detti « terre rare » rispetto a quelle delle ossa del Cretacico ritrovate negli strati sottostanti, il che rende molto improbabile che siano state effettivamente esumate.
Certamente questa teoria stuzzica la nostra fantasia, poiché da sempre scrittori e sceneggiatori hanno rifiutato di rassegnarsi alla completa estinzione dei possenti dinosauri: da Jules Verne (1828-1905) nel "Viaggio al Centro della Terra" (1864) a sir Arthur Conan Doyle (1859-1930) nel "Mondo Perduto" (1912), dal film Disney "Baby, il segreto della leggenda perduta" (1985) di Bill Norton fino agli innumerevoli episodi della saga a cartoni animati "Alla Ricerca della Valle Incantata" di Don Bluth, moltissimi nostalgici hanno immaginato la sopravvivenza di alcuni bestioni in qualche irraggiungibile recesso che li protesse dall'estinzione di fine Mesozoico. Purtroppo però nemmeno le ricerche di Fassett rappresentano la prova conclusiva che almeno una parte dei dinosauri ce la fece a sopravvivere all'estinzione: come sottolinea in una nota David Polly, uno degli editori della rivista "Palaeontologia Electronica", la maggior parte dei paleontologi rimane tuttora scettica sull'argomento. L'unica speranza è che nuove prove paleontologiche confermino senza ombra di dubbio che alcuni dinosauri ancora sopravvivevano mentre già mammiferi ed uccelli iniziavano ad occupare ogni nicchia ecologica del loro impero perduto.
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Il termine Eocene significa "aurora del recente", perchè segna l'inizio della vita così come oggi la conosciamo. Va da 56 a 34 milioni di anni fa: in termini di Anno della Terra, va dalle 10.59 del 27/12 alle 05.48 del 29/12.
L'Eocene è suddiviso in quattro stratificazioni: Ypresiano, Luteziano, Bartoniano e Priaboniano.
L'orogenesi alpina
A quest'epoca risalgono i calcari e i sedimenti marini costituiti da scheletri calcarei dei Nummuliti, comparsi nel periodo precedente. Dal punto di vista della deriva continentale, l'oceano Tetide va chiudendosi e si ha così la collisione tra l'Africa e l'Europa. Insieme alla deriva verso nord dell'India, che entra a sua volta in collisione con l'Asia, questo porta all'orogenesi alpino-himalayana. Nel contesto di quest'orogenesi in Italia si sollevano le Alpi e gli Appennini, e comincia a delinearsi la forma della nostra penisola, tuttavia ancora simile ad un arcipelago montuoso. L'Asia era separata dall'Europa da un mare poco profondo di cui oggi resta un unico rimasuglio: il Mar Caspio. Il clima dell'Eocene era molto meno variato dell'attuale: anche alle latitudini di Londra, infatti, era di tipo semitropicale. Prosperavano palme e cicadee, come pure fichi, magnolie e la cannella.
Antichi maremoti
Il lago Tanganica, il più antico della Rift Valley africana, è un bacino lungo e stretto diviso tra gli stati del Burundi, della Tanzania, dello Zambia e della Repubblica Democratica del Congo; si estende per circa 680 km in direzione nord-sud, con una larghezza massima di 72 km, una superficie è di 32.900 kmq ed una profondità massima di 1436 m (è il lago più profondo del Continente Nero il secondo al mondo per profondità dopo il lago Bajkal). Ma queste non sono le sue sole peculiarità. La fauna ( granchi, gamberetti, aringhe) che lo popola è infatti unica: pur essendo il Tanganica un lago d'acqua dolce, esso ha una forte somiglianza con quella marina. La prima teoria avanzata per spiegare la presenza di questi esemplari unici in quel lago parlava di una passata connessione di esso con l'oceano, ipotesi però scartata perché le recenti ricostruzioni paleogeografiche indicano che il lago non e mai stato direttamente collegato al mare. Il misterioso è rimasto fittissimo, fino ad uno studio di Tony Wilson dell'Università di Zurigo, secondo il quale la risposta è da ricercarsi in uno spaventoso maremoto avvenuto nell'Africa orientale tra Eocene ed Oligocene. Per risolvere l'enigma infatti Wilson e i suoi colleghi hanno sequenziato il DNA di un'aringa del Tanganica. La sua storia evolutiva ne fissa la comparsa nel lago fra i 50 e i 25 milioni di anni fa, nello stesso periodo in cui un immenso maremoto avrebbe inondato gran pane dell'Africa orientale per motivi tuttora sconosciuti. Questi esemplari portati dalle ondate marine si sarebbero poi diffusi nell'Africa centromeridionale, raggiungendo il Tanganica ai primi stadi di formazione. Un'ipotesi veramente suggestiva, che sembra riportare in voga l'antica "Teoria delle Catastrofi"!
Sempre all'Eocene è stata datata l'origine del Fiume Azzurro (in cinese Chang Jiang, "Fiume Lungo", detto anche Yangtze Kiang), il principale fiume cinese ed uno dei più lunghi del mondo, superato solo dal Nilo e dal Rio delle Amazzoni. Esso rivestì un ruolo fondamentale nello sviluppo della cultura cinese, e le cosiddette "Tre Gole", che separano il bacino di Sichuan, a ovest, dai bassopiani situati a est, hanno un significato storico e culturale tutto particolare. Senza il passaggio rappresentato dalle Tre Gole, infatti, la Cina sud-occidentale con la ricca area agricola del Sichuan sarebbe rimasta tagliata fuori dal resto del paese dalle montagne pressoché inaccessibili che circondano tale regione;: in quell'area inoltre sorge oggi una diga tra le più imponenti del mondo. I sedimenti delle Tre Gole, precedentemente datati tra due e un milione di anni fa, sarebbero in realtà molto più antichi: Alexander Densmore, ricercatore della Durham University, ha infatti stimato che il fiume cominciò a incidere l'area delle Tre Gole oltre 45 milioni di anni fa (alle 8.24 del 28 dicembre). Secondo la vulgata comunemente accettata, il Fiume Azzurro si sarebbe formato a partire da precedenti corsi d’acqua più piccoli che fluivano da ovest verso est, ma basandosi sulla datazione dei sedimenti della regione Densmore ha valutato che le Tre Gole si formarono in soli due milioni di anni, e quindi in modo estremamente rapido su scala geologica.
L'Era degli Uccelli
È all'Eocene che risale il primo sviluppo di famiglie di mammiferi placentati oggi diffusissimi come i Cetacei, gli Ungulati, i Roditori, i Carnivori, ed i Lemuridi. Per la maggior parte vivevano sugli alberi e conducevano vita notturna, come il Paramys, uno dei primi roditori dotati di incisivi foggiati a scalpello in continua crescita per tutta la vita, ideali perciò per sminuzzare materiale vegetale duro. I primati non poterono reggere la concorrenza e si ritirarono in habitat ristretti in Sudamerica e soprattutto in Africa, dove avvennero mutazioni decisive a loro vantaggio. Tetonius aveva già gli occhi in posizione frontale, il che gli permetteva di calcolare le distanze con grande precisione, e molto sviluppati, segno che si era adattato alla vita notturna. Molti piccoli mammiferi conquistarono il volo, e nacquero i Chirotteri: il primo, Icaronycteris, fu ritrovato sul fondo di un lago disseccato in Nordamerica, ed era perfettamente adattato al volo ad ali battenti come gli attuali pipistrelli.
Ma, siccome i mammiferi erano ancora piccoli e relativamente modesti, l'Eocene fu l'Era degli Uccelli. Infatti agli inizi di quest'epoca comparvero famiglie di Uccelli moderni come gli Anatidi, mentre a 50 milioni di anni fa risale la comparsa degli Psittaciformi. Si formarono inoltre le famiglie dei Fenicotteriformi, dei Galliformi, dei Pellicaniformi e dei Gruiformi.
Ma gli uccelli raggiunsero anche dimensioni mostruose tipiche dei loro antenati dinosaureschi. Nell'Eocene nacque infatti una specie africana antenata dei futuri Aepyornithidae del Neozoico, conosciuti con il nome di Uccelli Elefante, e nei pascoli dell'America Settentrionale viveva un uccello ingranditosi tanto da diventare inetto al volo: era il Diatrima (Diatryma gigantea), alto tre metri, dagli arti massicci dotati di tre dita, con una testa lunga quaranta centimetri e un possente becco uncinato. Per i mammiferi di quell'epoca i diatrimidi dovevano costituire un pericolo mortale, ma non erano nemmeno i più temibili. Infatti nelle pianure del Sudamerica era possibile veder correre un mostro come quello rappresentato qui sotto, il Fororaco (Phororachos inflatus): un uccello che aveva perso le ali per diventare un formidabile cacciatore alto due metri e mezzo e tale da superare in peso un cavallo purosangue!
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Phororachos inflatus, gigantesco uccello dell'Eocene (disegno dell'autore) |
Nell'ultima fase dell'Eocene apparve l'antenato di tutti i proboscidati, il meriterio, delle dimensioni di un maiale, e con il muso allungato in un accenno di proboscide. Gli equini discendono invece dall'Iracoterio, che aveva appena le dimensioni di un fox terrier ed era dotato di quattro dita alle zampe anteriori e tre in quelle posteriori, non ancora fuse in uno zoccolo. Quanto all'Andrewsarco, era un canide che al contrario raggiungeva i quattro metri, dato che il suo cranio fossile misurava un metro da solo. Che strana epoca: cavalli nani e cani giganti... Tra gli ungulati invece il più grosso era l'Uintaterio, che aveva suppergiù le dimensioni di un rinoceronte africano. La forma del cranio era la caratteristica più sorprendente della sua specie: si schiacciava verso il muso e portava ben tre paia di corna ossee, ricoperte di pelle. Ma dalla forma dei denti si deduce che era erbivoro: le corna dovevano servirgli per difendersi dai predatori e per le lotte tra maschi. Esso si estinse senza lasciare discendenti.
Di recente è stata anche trovata la prova che gli antenati delle balene vissuti nell'Eocene tornavano a terra per partorire, come oggi continuano a fare le foche, grazie a una scoperta eccezionale e finora unica al mondo: il ritrovamento di un antenato fossile dei Cetacei, una femmina di 2,6 metri di lunghezza, con un feto quasi a termine all'interno del corpo. La scoperta è avvenuta in Pakistan e la notizia è stata pubblicata sulla già citata PLoS One, che vi consiglio di visitare. Il fossile è stato battezzato Maiacetus inuus: il nome del genere significa "balena madre", e quello della specie deriva dalla dea romana della fertilità, Inuus. Maiacetus inuus era un Archeoceto, un lontanissimo parente delle balene di oggi. Viveva nell’Eocene e aveva le caratteristiche di un animale adattato a una vita semiacquatica: aveva quattro zampe con piedi trasformati in lunghe pinne per nuotare. Gli arti tuttavia non erano ancora vere e proprie pinne, e non aveva ancora la pinna caudale. Questi arti gli permettevano di risalire e di arrancare un po’ in terraferma, anche se probabilmente non poteva spingersi troppo lontano dalla riva. Non lontano dallo scheletro della femmina gravida sono stati scoperti i resti di un Maiacetus inuus maschio: le dimensioni sono leggermente superiori a quelle della femmina e anche i denti sono del 20 % più grandi. Queste differenze esistono anche nei Cetacei attuali.
Giuseppe Notarbartolo di Sciara, esperto di Cetacei dell'Istituto Tethys, ha spiegato: « Conosciamo così poco sulla storia evolutiva dei Cetacei, che la scoperta di un fossile di cetaceo con il feto è straordinaria, unica. La nascita è un momento drammatico nella vita dei Cetacei attuali, perché partoriscono nell'acqua un piccolo che respira aria. È stato un giro di boa importante nella loro evoluzione. Questa scoperta è come una finestra aperta su uno stadio intermedio delle modalità di riproduzione ». Il piccolo feto fossile ha la testa rivolta verso il basso, verso il canale del parto, come i mammiferi terrestri poco prima della nascita. I Cetacei attuali invece nascono nell'acqua: il feto si presenta dunque con la coda verso il basso, pronta a uscire per prima dal corpo della madre. Le femmine ritornavano dunque a terra per partorire. Una scoperta veramente eccezionale, che apre nuovi orizzonti su un passato finora misterioso.
Antenato comune tra uomo e scimmia, o capostipite dei lemuri?
Il 19 maggio 2009 Philip Gingerich, presidente della Paleontological Society, ha presentato all’American Museum of Natural History di New York il fossile appena scoperto di un animale che potrebbe essere il progenitore comune delle scimmie e dell'uomo. Il « completo e spettacolare fossile del possibile antenato », come lo ha definito Gingerich, mostra un primate vissuto 47 milioni di anni fa, ed è stato portato alla luce a Messel Shale Pit, una cava abbandonata vicino a Francoforte. Si tratta del primo scheletro intero mai ritrovato di una nuova specie battezzata Darwinius masillae. Tale specie appartiene alla famiglia degli Adapidi, primati primitivi vissuti fra Eocene ed Oligocene in Eurasia, Africa e Nordamerica, il cui peso si aggirava sul chilogrammo, con piccole orbite oculari che fanno pensare ad animali diurni, musi allungati con una dentatura tipica di animali erbivori ed ossa postcraniali che fanno pensare ad animali arboricoli camminatori piuttosto che saltatori.
Il fossile è quello di una giovane femmina, soprannominata Ida, che somigliava probabilmente a un lemure dei giorni nostri, il mammifero dalla lunga coda che vive in Madagascar: Ida è considerato il fossile di antico primate più completo mai ritrovato. Ma il suo corpo, delle dimensioni di quello di una marmotta, aveva caratteristiche che si riscontrano persino nella specie umana, tra cui il pollice opponibile, le unghie al posto degli artigli e, nelle zampe posteriori, elementi che lasciano intravedere il passaggio dall'andatura a quattro zampe alla camminata eretta. Secondo Jorn Hurum dell'università di Oslo, che ha guidato lo studio, Ida è per i paleontologi « quello che l'arca perduta è per un archeologo », e addirittura « la stele di Rosetta dell'evoluzione » e « l'ottava meraviglia dal mondo ». Preso dall'entusiasmo, lo scienziato si è spinto ad affermare che « il fossile è così importante che sarà riprodotto sui libri di testo per i prossimi cento anni ». Molto più di un semplice fossile, intorno al quale la comunità scientifica aveva creato un clima di forte aspettativa, ma certamente il più completo fossile di primate mai trovato.
La
località tedesca è nota per i suoi ritrovamenti di fossili ben conservati appartenenti all’Eocene,
ma questo ha destato subito sorpresa e interesse. Infatti gli antropologi si chiedono da tempo da quale dei due gruppi di proscimmie esistenti circa 50 milioni di anni fa, i
tarsidi che vivevano in Asia e gli adapidi presenti nell’America settentrionale e in Europa, allora unite,
sia partita la linea evolutiva che poi ha portato all'uomo. Ebbene, le caratteristiche del reperto tedesco farebbero pensare che proprio gli Adapidi, ritenuti anche i precursori degli attuali lemuri del Madagascar, siano gli
antenati più probabili comuni ai primati superiori e all'uomo. Uno degli aspetti a favore delle conclusioni, pubblicate sulla
già citata Public Library of
Science, è la mancanza dei denti a pettine. «
L’epoca di appartenenza, la regione del ritrovamento e la presenza di qualche carattere evolutivo diverso dalle proscimmie sembrano gli elementi di maggiore interesse »,
ha commenta Fiorenzo Facchini, antropologo dell'Università di Bologna. « È infatti possibile che questi particolari elementi si ritrovino specializzati, molto tempo dopo, in linee evolutive diverse. Bisogna comunque tener conto che passeranno milioni di anni per vedere tra le scimmie i progenitori degli ominidi come il
Proconsul o il Kenyapiteco. Infatti la separazione fra le antropomorfe e quella degli ominidi è avvenuta soltanto
sei milioni di anni fa, alla fine del Miocene. »
Ma c'è chi non condivide tanto entusiasmo. Ad esempio, secondo un gruppo di paleontologi della Stony Brook University di New York, Ida non sarebbe affatto il tanto ricercato anello mancante tra l'uomo e gli altri primati, né tantomeno « la stele di Rosetta dell'evoluzione ». Quel fossile tanto decantato non apparterrebbe a un antenato degli ominidi, bensì dei lemuri. Gli esperti statunitensi sono giunti alle loro conclusioni dopo aver confrontato le immagini esistenti di Ida con quelle di un altro fossile, Afradapis longicristatus, scoperto in Egitto e antico di 37 milioni di anni, e dopo aver incrociato attraverso sofisticati modelli matematici i dati relativi ai due fossili con le caratteristiche di altre 117 specie di primati, sia esistenti che estinte. Il risultato dell'analisi colloca Ida in un gruppo di fossili chiamati Adapiformi, tradizionalmente considerati più vicini a piccoli mammiferi come i lemuri e i lori che ai moderni primati superiori.
Come c'era da aspettarsi, l'articolo ha subito scatenato il dibattito: infatti i paleontologi norvegesi, fra i primi sostenitori della presenza di Ida ala radice dell'albero evolutivo che condusse all'uomo, contestano l'analisi dei colleghi d'oltre Atlantico, sostenendo che essa è basata solo sul confronto digitale tra le immagini; in realtà il fossile non sarebbe cosi "schiacciato" come apparirebbe nelle fotografie, e l'analisi dei resti originali consentirebbe di ricavare molte più prove a sostegno della loro tesi. Gli scandinavi sono poi in disaccordo con gli statunitensi anche per quanto riguarda la ricostruzione dell'album di famiglia dei primati, perchè secondo loro gli Adapiformi avrebbero molte caratteristiche comuni con i nostri antenati, e non solo con quelle di lemuri e tarsi. In ogni caso, al momento attuale la collocazione di Ida nell'albero genealogico dei nostri antenati non è affatto certa, e più d'uno pensa che i dibattiti attorno ad essa sono destinati a non spegnersi tanto presto.
Perché in autunno l'America è rossa e l'Europa è gialla?
L'autunno trasforma ogni anno i boschi verdi in un magnifico caleidoscopio di tonalità calde, dall'oro al bronzo, ma si può osservare che gli alberi si comportano in maniera incredibilmente diversa a seconda del continente e della latitudine: in Europa le foglie assumono prevalentemente tinte gialle, mentre negli Stati Uniti e nell'Asia orientale si colorano di rosso. Perché queste differenze? I carotenoidi, pigmenti gialli, arancio e marroni, sono già presenti nelle foglie anche in primavera ed estate, ma diventano visibili solo quando le giornate si accorciano e la produzione di clorofilla verde (che richiede la luce e il calore del sole) rallenta fino a fermarsi. Invece i pigmenti rossi, le antocianine, non esistono nella foglia, ma sono prodotti all'arrivo dell'autunno. Ma perché gli alberi investono risorse per produrre il pigmento rosso nelle foglie, se poi sono destinate a cadere? Si pensa ad una lunga lotta evolutiva tra le piante e gli afidi, insettini che succhiano la linfa, i quali sarebbero attratti dal colore giallo e starebbero alla larga dal rosso. Ciò però spiega la colorazione rossa, ma non quella gialla.
Per spiegare le differenze cromatiche suddette il professor Simcha Lev-Yadun, del Dipartimento di Scienza e Biologia dell'università di Haifa in Israele, e Jarmo Holopainen dell'ateneo di Kuopio in Finlandia hanno pubblicato su New Phytologist una teoria che chiama in causa i cambiamenti climatici, l'orografia e le grandi migrazioni che sconvolsero la Terra 35 milioni di anni fa, quindi proprio alla fine dell'Eocene. Ampie zone della Terra erano allora coperte da una giungla sempreverde, ma nei millenni si alternarono glaciazioni e periodi asciutti, tanto che molti alberi subirono si evolsero e diventarono a foglie caduche; in seguito svilupparono il processo di produzione del pigmento rosso per respingere gli insetti. In Nordamerica così come nell'Asia orientale, le catene montuose che si sviluppano in direzione nord-sud permettevano la migrazione delle piante e degli animali dalle basse alle alte latitudini, a seconda dell'avanzamento o del ritiro dei ghiacciai; ed insieme a loro si spostavano anche gli insetti parassiti, cosicché la guerra per la sopravvivenza è continuata senza interruzioni. In Europa, invece, le montagne tra cui le Alpi si sviluppano in direzione est-ovest, come chiunque può osservare su una carta geografica, erigendo così una barriera contro le migrazioni. Molte specie di alberi non sopravvissero ai periodi di freddo glaciale, e con esse morirono anche gli insetti che dipendevano da loro. Ma quelle che riuscirono a superare le glaciazione si trovarono avvantaggiate: la lotta era finita con l'estinzione di molti insetti a loro avverse e quindi, non avevano più bisogno di difendersi spendendo una gran quantità di preziosa energia per produrre il pigmento rosso.
Uno degli indizi a favore della teoria, secondo Lev-Yadun ed Holopainen, si trova negli arbusti nani che crescono in Scandinavia, le cui foglie in autunno si tingono di colori purpurei. A differenza degli alberi, queste piccole piante sono sopravvissute alle ere glaciali sotto uno strato di neve che le ha protette dalle temperature più rigide. La neve però ha salvato dall'estinzione anche gli insetti, perciò per questi arbusti la battaglia è continuata, e la strategia della pigmentazione rossa non poteva essere abbandonata. Sicuramente una teoria affascinante e convincente.
Ad ogni modo, è certo che alla fine dell'Eocene il clima subì un rapido raffreddamento, e la notevole riduzione delle temperature causò la formazione di grandi ghiacciai nel continente Antartico, cui seguì un notevole abbassamento del livello dei mari e la conseguente estinzione di molte forme di vita marina. I mammiferi che vivevano sulla terraferma, invece, non risentirono di questo cambiamento climatico, e non furono coinvolti nell'estinzione.
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Dal greco "poco recente", sta a significare un'evoluzione della vita un po' meno primitiva rispetto a quella precedente. Va da 34 a 23 milioni di anni fa; in termini di Anno della Terra, va dalle ore 05.48 del 29/12 alle 03.13 del 30/12. La notte di San Silvestro si avvicina.
L'Oligocene è suddiviso in due periodi: Rupeliano e Chattiano.
L'Antartide muta la faccia della Terra
L'Oligocene fu un'epoca di cambiamenti. Nel corso di esso si manifestarono in tutta la loro imponenza i giganteschi fenomeni orogenetici già iniziati nell'epoca precedente, che in Italia completarono il sollevamento delle Alpi e degli Appennini ed in Asia quello della catena Himalayana. Contemporaneamente, alla fine dell'Oligocene il livello dei mari raggiunse il livello più basso della storia della Terra, a causa del formarsi della grande calotta di ghiaccio al polo Sud. Il mare poco profondo che teneva separate Europa ed Africa scomparve, ed emersero dei veri e propri "ponti continentali" come quello che congiunse Asia ed America nel luogo dell'attuale stretto di Bering. Le migrazioni di animali si fecero intense, mentre la calotta ghiacciata cambiava il clima della Terra, e di conseguenza anche la sua vegetazione. Le dense foreste delle epoche precedenti lasciarono il posto a boschi più aperti con macchie di alberi e radure. Ne approfitto per far notare che tutto questo distrugge ogni speranza degli atlantologi e degli ufologi di ritrovare civiltà perdute sotto le calotte di ghiaccio dell'Antartide: esse si formarono infatti in un'epoca in cui nessuna civiltà ancora esisteva!!
Esplodono i mammiferi
Se l'Eocene era stata il regno degli uccelli, nell'Oligocene si ebbe l'esplosione dei mammiferi, che soppiantarono i grandi predatori pennuti dei periodi precedenti. Ben presto essi manifestarono i consueti fenomeni di gigantismo: le praterie dell'Oligocene formicolavano di suini giganteschi, lunghi otto metri e alti cinque, di camelidi simili a giraffe (Calicoterii), di cervidi con parecchie corna, e addirittura di erbivori grossi il triplo di un elefante africano (Baluchiterii o "belve del Belucistan"): con i loro 8 metri di lunghezza e 5 di altezza, questi ultimi rappresentano certamente i più grandi mammiferi terrestri conosciuti. Esistevano anche cavalli con tre dita e delle dimensioni di un gatto (Eoippi) o di un vitello (Mesoippi), più evoluti degli Iracoterii. Dai goffi Barylambda discesero i primi Rinocerontidi, mentre il Brontops, lungo 6 metri ed alto due e mezzo al garrese, fu il primo rinoceronte vero e proprio. Un vero carrarmato vivente!
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Il Baluchiterium, il più grande mammifero mai esistito, disegno dell'autore. Qui è confrontato con un Mastodonte suo contemporaneo e con un uomo attuale |
A questo proposito, occorre dire che negli anni novanta del XX ssecolo diverse spedizioni a caccia di fossili nel Cile settentrionale hanno portato alla scoperta di diversi siti che conservano centinaia di resti di mammiferi, oggi noti con il nome di Fauna di Chucal, tra cui almeno 18 specie di armadilli giganteschi, roditori e parenti di opossum, nonché un'ampia gamma di ungulati estinti. L'ultima grande scoperta in questi siti è avvenuta nel 2004, quando un gruppo di studiosi statunitensi e cileni ha ritrovato sulle Ande, a un'altitudine di circa 4000 metri, i resti lo scheletro parziale di una nuova specie di gliptodonte, un mammifero estinto dotato di una corazza rigida che poteva arrivare a pesare due tonnellate, e che potrebbe essere un antenato dell'attuale armadillo. Secondo quanto riferiscono sulla rivista "Journal of Vertebrate Paleontology", gli autori guidati da John Flynn, dell'American Museum of Natural History di New York, e Darin Croft, della Case Western Reserve University di Cleveland, in Ohio, l'animale, che è stato battezzato con l'interminabile nome di Parapropalaehoplophorus septentrionalis, pesava intorno agli 80 chilogrammi ed era probabilmente ricoperto da un massiccio scudo a placche fisse, a differenza di ciò che si riscontra nell'armadillo, in cui le placche hanno una certa mobilità. Le basse temperature, l'aria rarefatta e la mancanza di umidità hanno rappresentato condizioni difficili per il recupero, ma secondo i ricercatori non sono le stesse in cui viveva il gliptodonte. « I nostri studi in altri punti dell'altipiano suggeriscono che la regione si trovava a una altitudine inferiore all'epoca di questi animali », ha spiegato Flynn. « Oltre a fornirci uno sguardo sulla paleoecologia della regione, questi risultati ci danno nuove indicazioni sui tempi di sollevamento delle Ande. » Insieme con i fossili vegetali recuperati nella stessa area, ciò suggerisce che il Cile settentrionale presentasse un'ampia savana a circa 1000 metri di altitudine sul livello del mare, caratterizzata da un numero limitato di alberi e dominato da animali che brucavano l'erba.
Nell'Oligocene comparvero anche i Mastodonti ("con i denti a capezzolo"), antenati dell'elefante, come il Gonfoterio (Gomphotherium angustidens) qui sotto disegnato. Il suo nome significa "a forma di cuneo"; per capire il perchè, si osservi la foggia delle quattro zanne. Per forma e dimensioni questo mammifero alto anche tre metri non era troppo diverso dagli attuali elefanti ma, oltre alle zanne superiori, ne aveva altre due infisse nella mandibola, che probabilmente serviva per dragare i fiumi e i laghi alla ricerca di piante acquatiche di cui si nutriva. Le zanne mandibolari subirono poi un'ulteriore evoluzione nella linea che condusse ai mastodonti "dalle zanne a pala", come Amebelodon e Platybelodon, in grado di "raspare" i fondali in modo ancora più efficiente. Anche il cranio del gonfoterio differiva da quello degli elefanti moderni, essendo più lungo e basso. Il gonfoterio fu un animali dal grande successo evolutivo, visto che prosperarono in molte parti del mondo per svariati milioni di anni.
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| Gomphotherium angustidens, disegno dell'autore |
Intanto alcuni mammiferi, come il Basilosauro (Basilosaurus cetoides) lungo 25 metri, riscoprirono l'elemento liquido e diedero il via alla famiglia dei Cetacei. Da notare che il nome di quest'animale in greco significa "rettile re", perchè al momento della scoperta (effettuata da Albert Koch nel 1845) fu scambiato per un dinosauro. Esso aveva ben 44 denti: nella parte anteriore le mascelle erano dotate di denti simili ad arpioni che servivano per infilzare le prede, mentre nella parte posteriore si trovavano denti dal bordo seghettato, adatti a frantumare le ossa delle vittime. Il basilosauro aveva anche due arti posteriori molto piccoli e quasi atrofizzati, retaggio della sua origine sulla terraferma (si discute ancora quale famiglia di mammiferi terrestri diede poi vita ai Cetacei; certamente il Maiacetus inuus di cui si è detto sopra era tra i loro antenati). Da notare che, secondo alcuni criptozoologi, il lago Okanagan (Canada) ospiterebbe un "mostro" simile al basilosauro, detto Ogopogo dalle popolazioni del luogo.
C'è da dire che le balene contano in totale 84 specie viventi e più di 400 specie estinte, tra cui alcune che passavano parte della loro vita sulla terraferma. Per spiegare una simile variabilità evolutiva, i biologi dell'Università della California a Los Angeles hanno utilizzato tecniche molecolari per ricostruire 35 milioni di anni di storia evolutiva delle balene, a partire dalla loro comparsa sulla Terra. « Le balene rappresentano la più spettacolare invasione degli oceani per opera di una linea evolutiva di mammiferi », ha spiegato Michael Alfaro, professore di ecologia e biologia evolutiva dell'UCLA. « Esse sono spesso in cima alla catena alimentare e sono fondamentali in tutti gli ecosistemi in cui compaiono. Sono gli animali più grossi che siano mai esistiti. Inoltre i cetacei, che includono oltre alle balene i delfini e le focene, sono i mammiferi che possono raggiungere le massime profondità oceaniche. I biologi hanno dibattuto a lungo sulla possibilità che qualche caratteristica evolutiva cruciale nella storia evolutiva delle balene abbia permesso una rapida espansione delle balene quanto a numero e morfologia: sono stati candidati a questo ruolo il sonar, il cervello di grandi dimensioni e i fanoni, utilizzati per filtrare i piccoli organismi che entrano nella dieta del cetaceo. Oggi sappiamo che l'evoluzione delle prime balene fu eccezionalmente rapida. » Infatti le specie di dimensioni grandi, medie e piccole apparvero tutte già nella fase iniziale dell'evoluzione delle balene, al massimo 25 milioni di anni fa (alle 23.20 del 29 dicembre), e per molti milioni di anni non sono cambiate.
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| Basilosaurus cetoides, disegno dell'autore |
Intanto gli artiodattili prendevano il posto dei perissodattili come vegetariani più importanti. Nei continenti meridionali facevano il loro debutto gli sdentati, con gli armadilli corazzati, e gli opossum, mentre i bradipi raggiungevano dimensioni colossali con il Megaterio, alto fino a sei metri. Il vantaggio di questi giganti consisteva nel poter raggiungere i rami alti degli alberi, e quindi nel non competere per il cibo con la maggioranza degli animali, mentre la grande mole scoraggiava anche i carnivori più tenaci ed affamati. Comparvero infine le prime vere scimmie, le Platirrine e le Catarrine. Decisamente ormai i mammiferi erano esplosi fino ad occupare ogni angolo del globo. L'arboricolo Proconsul africanus potrebbe essere stato il capostipite di tutte le scimmie superiori attuali (dette genericamente ominoidi), incluso l'uomo.
Tuttavia, mi sembra giusto segnalare che Laurent Marivaux dell'Università di Montpellier II, scavando un sito dell'Oligocene nel Belucistan, in Pakistan, ha trovato diverse dozzine di fossili di primati di circa 30 milioni di anni fa, da lui classificati come appartenenti alle due principali famiglie di primati: Eosimiidae e Amphipithecidae. La scoperta dimostrerebbe che queste famiglie un tempo vivevano anche al di fuori dei siti finora individuati in Cina e in Africa; inoltre Marivaux ha classificato Eosimiidae e Amphipithecidae come rami degli antropoidi, il che secondo lui fornirebbe sostegno all'ipotesi che l'Asia, non l'Africa, sia stata la dimora ancestrale degli antropoidi come era stato creduto finora. Naturalmente non tutti sono d'accordo e continuano a sostenere l'ipotesi che la nostra linea evolutiva è cominciata nel continente nero, non in quello giallo. con i colleghi Chi vuole saperne di più può consultare il sito della rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", ed in particolare questo articolo intitolato "Anthropoid primates from the Oligocene of Pakistan (Bugti Hills): Data on early anthropoid evolution and biogeography". Anche in questo caso, solo il tempo potrà dire chi ha ragione.
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(da 23 a 5,3 milioni di anni fa)
Il termine Miocene deriva dal greco "meno recente" (dell'epoca che seguirà, lapalissiano). Durò da 23 a 5,3 milioni di anni fa, e cioè, in termini di Anno della Terra, dalle 3.13 del 30/12 alle 13.41 del 31/12.
L'Eocene è suddiviso in sei periodi: Aquitaniano, Burdigaliano, Langhiano, Serravalliano, Tortoniano e Messiniano (finalmente delle epoche derivate da toponimi italiani!)
La Crisi di Salinità del Messiniano
L'evento geologico più importante del periodo fu lo spostamento verso Nord del continente africano, che andò ad urtare contro l'Europa e l'Asia, mentre la Tetide si chiuse definitivamente. L'Africa non era più isolata dal resto dei continenti, e così molti mammiferi eurasiatici si spostarono a sud, mentre proboscidati e primati compivano il percorso contrario. Alla fine dell'epoca, a causa dell'ostruzione dello stretto di Gibilterra, per alcune centinaia di migliaia di anni il Mediterraneo non fu più alimentato dalle acque dell'Oceano Atlantico, e quindi non fu in grado di compensare l'evaporazione con le precipitazioni e con l'apporto dei fiumi, il che lo portò quasi in secco. A quei tempi insomma il Mediterraneo sarebbe apparso come un'immensa distesa arida, zeppa di depositi di sale, la cui base in alcuni punti raggiungeva i 4 km al di sotto del livello degli oceani. Altro che Atlantide!
Questo evento è oggi noto come Crisi di Salinità del Messiniano, dal nome del periodo geologico in cui ebbe luogo. Il fenomeno fu scoperto nel 1970, quando alcuni oceanografi recuperarono dai sondaggi condotti sul fondale delle carote contenenti ghiaie di origine fluviale, oltre che gessi, salgemma e varie altre rocce derivate dalla precipitazione di sali da acque marine soprasature. In alcuni campioni erano presenti minerali di cloruro di potassio, un sale estremamente solubile che precipita solamente con l'evaporazione delle ultime acque prima del disseccamento. Altre prove del disseccamento del Mediterraneo sono la presenza di antichi canyon, ora colmati da sedimenti, scavati ai margini della depressione dall'erosione dei fiumi, che allora scorrevano fino alle pianure abissali asciutte. Gli studi condotti in Egitto per la costruzione della diga di Assuan hanno permesso di stabilire che il Nilo è arrivato in corrispondenza di Assuan a scavare il proprio letto alcune centinaia di metri sotto il livello del mare attuale. I rilievi sismici nella regione dell'attuale delta, eseguiti per la ricerca di giacimenti petroliferi, hanno individuato il letto messiniano dell'antico Nilo, che si trovava circa 2400 metri sotto il livello del mare attuale!
Si pensa che il Mare Nostrum sia rimasto completamente isolato dall'Oceano Atlantico da 5,59 a 5,33 milioni di anni fa, cioè dalle 13.00 alle 13.37 del 31 dicembre. All'inizio prevalsero fenomeni erosivi di grande estensione, che crearono grandi sistemi di canyon ai margini del Mediterraneo, mentre le fasi più recenti sono caratterizzate dalla deposizione di cloruro di potassio entro bacini ampi e poco profondi, un po' come se al centro del Tirreno, dell'Adriatico, dell'Egeo fossero sopravvissuti dei laghi salmastri simili all'attuale lago Ciad. Alcuni di questi depositi messiniani sono stati poi sollevati da spinte tettoniche, ed affiorano oggi in Sicilia e nella parte nord-orientale della Libia. Dunque l'area mediterranea, oggi nota per i panorami mozzafiato di Amalfi e delle isole greche, fu sottoposta a fasi cicliche di disseccamento ed inondazione per circa 700.000 anni, fino alla cosiddetta Alluvione Zancleana, di cui riparleremo all'inizio del Pliocene.
Ma la Crisi di Salinità ebbe anche effetti globali. La quantità d'acqua evaporata dal Mediterraneo dovette essere redistribuita per opera delle precipitazioni negli oceani di tutto il mondo, provocando un innalzamento del livello del mare pari a circa 10 metri. D'altro canto, lo stesso Mediterraneo imprigionò ne i propri fondali una percentuale significativa (almeno il 5%) del sale prima disciolto nelle acque oceaniche: questo portò ad una diminuzione della salinità media delle acque marine, innalzandone la temperatura di congelamento. Le acque oceaniche quindi passarono più facilmente allo stato di ghiaccio in presenza di basse temperature, abbassando la temperatura media della Terra e costituendo forse una delle cause concomitanti del successivo innesco delle grandi Glaciazioni Quaternarie, di cui parleremo a proposito del Pleistocene. Inoltre, il disseccamento del Mediterraneo provocò sicuramente drammatiche variazioni climatiche in tutta l'area e nelle regioni adiacenti, condizionando la distribuzione delle specie viventi e la loro migrazione.

L'era delle praterie
Durante l'epoca miocenica si verificò un ulteriore, generale abbassamento della temperatura con il conseguente accrescimento di volume dei ghiacci dell'Antartide. Ciò accelerò ulteriormente il raffreddamento della Terra, poiché il ghiaccio rifletteva nello spazio la luce del sole. Nell'Oligocene la temperatura media terrestre era stata di circa 18° C, ma nel Miocene precipitò a 14° C ed oggi addirittura è di soli 9° C. Il clima più fresco e secco ebbe un profondo effetto sulla vita vegetale, e le graminacee erbose si sparsero dove prima prosperavano boschi e foreste. Cominciava cioè il trionfo delle praterie. Nelle due Americhe, in Europa e in Asia vaste regioni si ricoprirono di distese erbacee: nascevano le pampas che oggi tutti conosciamo. Anche in Africa le foreste arretrarono ed avanzò la savana, regno dei grandi felini e degli ancor più grandi erbivori.
Le praterie costituirono l'ambiente ideale per lo sviluppo dei mammiferi, potendo offrire cibo a molti più animali che non le foreste. Naturalmente, grazie all'abbondanza di cibo, in quest'epoca i mammiferi si diversificarono in numerosissime forme, dirette antenate di quelle attuali, mentre i più antichi mammiferi colossali si estinguevano, e gli uccelli assumevano praticamente l'aspetto attuale. Mammiferi di mole diversa si nutrono diversamente a seconda dei diversi livelli di vegetazione, cosicchè nelle praterie le piante vengono utilizzate al massimo dagli erbivori, con il minor livello di competizione. Oggi, ad esempio, nelle savane africane le zebre si nutrono della sommità delle graminacee, gli gnu delle loro foglie, e le gazzelle dei getti al livello del suolo; è molto probabile che i mammiferi del Miocene si fossero specializzati in modo analogo. La vita negli spazi aperti tuttavia pone anche nuovi problemi agli animali. Le graminacee dalla consistenza più dura sono difficoltose da digerire rispetto alle proteine delle foglie, per cui la dentatura e il sistema digerente devono adeguarsi. Inoltre, negli spazi aperti tanto i predatori che le prede risultano più visibili; per questo, la maggior parte degli erbivori divennero veloci corridori, mentre i predatori diventavano a loro volta rapidi nella corsa, oppure svilupparono metodi di caccia in branco, o ancora evolsero colori mimetici (es. le striature della tigre) per accostarsi di soppiatto ai branchi di erbivori senza essere visti.
Nei nuovi spazi aperti creatisi dal diradamento delle foreste ebbero ampia diffusione gli Equidi, i Mastodonti e gli antenati del rinoceronte; tra questi, l'Indricoterio qui sotto disegnato fu uno degli ultimi mammiferi di grossissima taglia (era alto come una giraffa adulta e lungo fino ad otto metri!). Il suo corpo pesante era sostenuto, come già il baluchiterio dell'epoca precedente, da arti colonnari, così come quelli dei mastodonti. Tra questi ricordiamo il tetralofodonte ("quattro denti aguzzi"), dotato appunto di quattro zanne, due infisse nella mascella inferiore e due in quella superiore; e lo stranissimo platibelodonte ("denti piatti come zanne"), con due incisivi a spatola infissi nella lunghissima mascella inferiore, con i quali probabilmente frugava il terreno paludoso alla ricerca di cibo. Ancor più strano era il deoinoterio ("belva spaventosa"), alto 4 metri con zanne superiori inesistenti, ed un paio di zanne inferiori al contrario fortemente sviluppate e rivolte ad angolo retto rispetto alla mandibola; la loro funzione non è chiara. Probabilmente si tratta di un gruppo isolato dal punto di vista evolutivo.
Tra gli equidi si sviluppò il mesoippo ("cavallo di mezzo", ma... Tolkien non c'entra!), grande circa come un coyote e con piedi tridattili, e poi il merichippo che aveva già zoccoli simili a quelli del cavallo moderno, perchè le altre due dita del Mesoippo si erano atrofizzate; aveva già le dimensioni di un somaro. Il teleocerato era un insolito tipo di rinoceronte con zampe cortissime ed un unico, robusto corno sul naso, mentre tra i cervidi si svilupparono il gigantesco Megaceros irlandese, con palchi spettacolari larghi oltre tre metri, e il sintetocerato, dotato di uno strano corno biforcuto sul muso. Al contrario, si svilupparono carnivori felidi parenti degli attuali leone e tigre; ma, mentre in questi ultimi i denti superiori si ridussero, continuarono invece ad ingrossarsi in animali come lo smilodonte ("denti a coltello") del Nordamerica, detto anche "tigre dai denti a sciabola", e nel tilacosmilo ("cortello inguainato"), un marsupiale carnivoro dell'America meridionale, entrambi dotati di enormi zanne a forma di pugnale che si allungavano fuori dalla bocca. Dovevano rappresentare il terrore del Miocene.
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| L'Indricoterio, colossale mammifero del Miocene (disegno dell'autore) |
Il gelo dalla polvere cosmica?
A giudicare da quanto pubblicato dalla rivista Nature il 19/1/2006, sembra che nel corso del Miocene lontani eventi spaziali abbiano potuto influire sul clima della Terra, provocando una lunga ondata di gelo. Le prove dell'evento sono custodite nei fondali oceanici, tra i sedimenti degli Oceani Atlantico e Indiano, sotto forma di particelle microscopiche databili con i moderni metodi radioattivi. Tutto avrebbe avuto inizio quando un grande asteroide del diametro di circa 150 km, in orbita tra Marte e Giove insieme a parecchi suoi simili, sarebbe entrato in collisione con un altro corpo di più piccole dimensioni, chiamato Veritas. Quest'ultimo si sarebbe diviso in tanti grandi frammenti, ancora oggi rintracciabili perché in base al principio di conservazione della quantità di moto seguono tuttora l'orbita del corpo celeste progenitore. il loro studio da Terra ha permesso di ricostruirne le complicate vicende orbitali, e così si è dedotto che la collisione avrebbe prodotto una valanga di minute particelle, lentamente attratte dal Sole; incontrando la Terra, esse sarebbero penetrate nell'atmosfera, causando una vera e propria pioggia di polveri e detriti in grado di attenuare la radiazione solare, e scatenare un lungo periodo di freddo. Una glaciazione, insomma. Tutto ciò sarebbe accaduto 8 milioni e duecentomila anni fa (alle 8 in punto del 31 dicembre).
« Le prove che le particelle da noi raccolte nei sedimenti oceanici sono i resti di quella antica collisione sono fornite, oltre che dalle datazioni, dalla presenza di elio- 3, un isotopo raro sulla Terra, ma abbondante nello spazio, dove viene continuamente rifornito dal vento solare e assorbito dai frammenti cosmic i», ha spiegato il geochimico Ken Farley del Caltech di Pasadena. La correlazione fra la pioggia di polveri cosmiche e i segni del raffreddamento climatico del nostro lontano passato, registrati attraverso lo studio dei fossili e di altri indicatori geochimici, sembra inoppugnabile. Tutto questo può aiutarci a decifrare l'incostante clima della Terra, per distinguere tra le oscillazioni climatiche provocate dai vari fattori naturali e quelle ora indotte dalle attività umana.
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| Puijila darwini, possibile anello di ricongiunzione fra mammiferi terrestri e pinnipedi (disegno di Mark Klingler) |
L'antenato delle foche
All'inizio del Miocene risale anche lo scheletro fossilizzato di un mammifero semiacquatico trovato nel 2007 tra i ghiacci del Canada, che da vivo misurava poco più di un metro, disponeva di una lunga coda, aveva una struttura a metà tra quella di una foca e di quella di una lontra, era privo di pinne ma aveva tutte e quattro le zampe palmate. L'ipotesi dirompente è che esso rappresenti l'anello di congiunzione tra i mammiferi terrestri e i pinnipedi moderni (foche, otarie, trichechi e leoni marini) adattati a vivere in un habitat prevalentemente marino. Il fossile è stato ritrovato nell'isola di Devon, che fa parte dell'arcipelago artico canadese e con i suoi 55.247 Km2 non è solo la ventisettesima isola più vasta del mondo, ma anche la più vasta isola disabitata del pianeta Terra. Siccome l'isola fa parte di Nunavut, il territorio autonomo Inuit creato nel 1999, la nuova specie è stata battezzata Puijila darwini: infatti "puijila" in lingua Inuktitut significa « giovane mammifero di mare ». Invece darwini è un omaggio a Charles Darwin il quale fu il primo a teorizzare l'esistenza di anelli di ricongiunzione tra le diverse forme animali nel suo "L'origine delle specie", ed a postulare il possibile ritorno alla vita acquatica da parte di animali adattati alla terraferma. « Un animale strettamente terrestre, cacciando occasionalmente nelle acque poco profonde, poi nei fiumi e nei laghi, potrebbe essere convertito in un animale così perfettamente acquatico da affrontare l'oceano aperto », scrisse infatti l'autore della teoria della selezione naturale
Lo scheletro ritrovato era completo al 65 per cento, e ciò ha permesso una ricostruzione abbastanza dettagliata delle sembianze dell’animale; inoltre stato ritrovato sul fondo di un cratere insieme ai resti di pesci risalenti allo stesso periodo, e questo certamente conferma la natura acquatica dell'animale. Le ossa delle zampe con le loro falangi piatte lasciano supporre la presenza di estremità palmate, adatte al nuoto, mentre la struttura robusta degli arti indica che il mammifero riusciva a camminare agevolmente fuori dall’acqua. I lunghi canini fanno supporre che fosse un formidabile cacciatore, mentre la larga cavità infraorbitale nel cranio sembra indicare che disponesse di un olfatto particolarmente sviluppato, e forse di vibrisse come le attuali foche. Naturalmente a quell'epoca l'isola di Devon doveva godere di un clima assai più mite dell'attuale: i fossili fanno pensare che l'habitat di Puijila fosse ricco di foreste decidue e di conifere. Secondo il capo della ricerca Natalia Rybczynski, del Canadian Museum of Nature di Ottawa, « questa scoperta indica che i pinnipedi sono passati attraverso una fase di acqua dolce nella loro evoluzione ». « Puijila è la prova evolutiva che aspettavamo da tanto tempo », ha confermato Mary Dawson, biologa americana coinvolta nella ricerca.
L'antenato dei capodogli
I racconti di mostri marini, dai tempi di Ulisse fino a quelli di Moby Dick, hanno turbato continuamente i sonni dell'umanità. Per la Bibbia, ad esempio, il mare è considerati simbolo del male, del disordine, del caos che si oppone all'azione creatrice di Dio. Ma, soprattutto nel passato geologico della Terra, questa non è stata sempre solo una metafora. Lo sanno bene Olivier Lambert del Museum National d'Histoire Naturelle di Parigi e l'italiano Giovanni Bianucci dell'Università di Pisa, i quali hanno riportato alla luce denti, teschio e mandibola di un mammifero marino fossile, probabilmente un antenato dell'odierno capodoglio, che però, a differenza di quest'ultimo, a giudicare dalla dentatura doveva essere un feroce predatore. Il fossile è stato rinvenuto in Perù, ha circa 13 milioni di anni ed è stato chiamato Leviathan melvillei: il Leviatano era infatti un mostro marino facente parte della mitologia ebraica, e così viene descritto nel libro di Giobbe 41, 10-24:
« Il suo starnuto irradia luce e i suoi occhi sono come le palpebre dell'aurora. Dalla sua bocca partono vampate, sprizzano scintille di fuoco. Dalle sue narici esce fumo come da caldaia, che bolle sul fuoco. Il suo fiato incendia carboni, e dalla bocca gli escono fiamme. Nel suo collo risiede la forza, e innanzi a lui corre la paura. Le giogaie della sua carne sono ben compatte, sono ben salde su di lui, non si muovono. Il suo cuore è duro come pietra, duro come la pietra inferiore della macina. Quando si alza, si spaventano i forti, e per il terrore restano smarriti. La spada che lo raggiunge non vi si infigge, né lancia, né freccia né giavellotto; stima il ferro come paglia, il bronzo come legno tarlato. Non lo mette in fuga la freccia, in pula si cambiano per lui le pietre della fionda. Come stoppia stima una mazza, e si fa beffe del vibrare dell'asta. Al disotto ha cocci acuti, e striscia come erpice sul molle terreno. Fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso da unguenti. Dietro a sé produce una bianca scia, e l'abisso appare canuto.. »
Questa spaventevole descrizione non appare inadatta al fossile appena scoperto, visto che la sua lunghezza poteva andare da 13 a 18 metri ed era dotato di denti giganteschi, lunghi 36 centimetri e con un diametro di 12 centimetri. Il Leviathan melvillei doveva essere il terrore dei mari; ed è stato probabilmente sotto la suggestione di questa dentatura da incubo che gli autori hanno battezzato la specie con il nome dello scrittore Herman Melville (1819-1891), autore di "Moby Dick", una delle creature più malvagie che la natura abbia mai partorito. Eppure anche questa sorta di "Balena Bianca" del Miocene si è estinta, non certo per mano del capitano Achab, ma probabilmente a causa di cambiamenti delle temperature oceaniche che divennero troppo basse per la sua sopravvivenza. Il suo discendente capodoglio (Physeter macrocephalus) è il più grande animale oggi vivente munito di denti, misura fino a 18 metri di lunghezza e riesce a spingersi fin nelle profondità abissali, dove ingaggia tremendi duelli con la sua preda preferita, i calamari giganti, Non è escluso che il "Moby Dick del Perù" con i suoi denti giganti arrivasse a predare altri grandi abitanti del mare, probabilmente le balene. Davvero davanti ad un mostro simile i nostri antenati avrebbero pensato che solo l'Onnipossente potesse contrastarlo, e che la sua morte fosse uno dei segnali della fine del mondo, come descrive Isaia 27, 1:
« In quel giorno il Signore punirà con la spada dura, grande e forte, il Leviatàn serpente guizzante, il Leviatàn serpente tortuoso, e ucciderà il drago che sta nel mare. »
Il fossile vivente del Laos
Un'altra notizia che ha dell'incredibile è arrivata dal lontano Laos nel marzo 2006. Mary Dawson, studiosa del Museo di storia naturale Carnegie, ha scoperto nelle foreste della nazione asiatica uno strano roditore metà topo e metà scoiattolo, già noto da tempo agli abitanti del luogo che lo chiamano « kha-nyou » ("topo delle rocce"). Non sarebbe una gran notizia, se non fosse per il fatto che la famiglia di mammiferi cui esso appartiene, i Diatomidi (Diatomydae), era fino ad allora considerata estinta da non meno di 11 milioni di anni (quindi dalle 2.35 del mattino del 31 dicembre dell'Anno della Terra), e precisamente tra la fine del Serravaliano e l'inizio del Tortoniano (vedi sopra). La famiglia prende il nome dal Diatomys, un roditore i cui resti fossili erano stati ritrovati in Cina e poi in varie parti dell'Asia nel 2005; il nuovo mammifero è stato battezzato Laonastes aenigmamus, e, a detta degli scopritori, rappresenta una rara opportunità per verificare se le informazioni che si erano tratte dall'analisi dei fossili circa le caratteristiche dell'organismo vivente erano corrette. Insomma, un fossile vivente che ci aiuta a capire come vanno ricostruiti i fossili del passato.
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| Laonastes aenigmamus, il fossile vivente del Laos (dis. dell'autore) |
Il mostro con il becco dell'Argentina
Sul numero di ottobre 2006 della rivista Nature è stata pubblicata la notizia della scoperta del più grande uccello predatore di tutti i tempi, vissuto proprio nel Miocene e scoperto da Luis Chiappe e Sara Bertelli, due scienziati del Museo di storia naturale di Los Angeles. Esso appartiene alla famiglia dei Phorusrhacidi, è vissuto 15 milioni di anni fa (alle 18.48 del 30 dicembre dell'Anno della Terra) ed è stato ritrovato a Comallo, in Argentina. La sua stazza era paragonabile a quella dei suoi antenati dinosauri, essendo alto circa 3 metri. A causa della sua incredibile stazza era incapace di volare, ed occupava la nicchia ecologica dei carnivori; infatti aveva artigli enormi e un pericoloso becco, con il quale era in grado di inghiottire un mammifero grande quanto un agnello. Il teschio di questo mostro misura oltre 70 centimetri, circa il 10% più grande delle specie di Phorusrhacidi finora rinvenute: l'Argentina si conferma terra di giganti, come già detto a proposito dei dinosauri.
« I Phorusrhacidi divennero i più grandi predatori conosciuti quando il Sudamerica era isolato dalle altre masse continentali », dice Luis Chiappe. Probabilmente la scoperta cambierà molte teorie legate agli spostamenti e alle migrazioni degli uccelli avvenute nel Cenozoico. Fino ad ora infatti i paleontologi sostenevano che questi uccelli, essendo giganteschi, avessero grandi difficoltà a muoversi velocemente; ma i fossili ritrovati dimostrano che l'uccello aveva piedi agili e lunghi che gli permettevano di muoversi velocemente come gli emù e gli struzzi. « Quest'uccello probabilmente cacciava inseguendo gli altri animali, soprattutto i mammiferi, e usava il suo becco per colpirli e abbatterli », ha affermato Chiappe. « Molto probabilmente in futuro scopriremo che durante quel periodo, tra 60 e 2 milioni di anni fa, sono esistite numerose e affascinanti specie molto simili a questa ». E molto pericolose, aggiungo io.
L'uccello Roc delle pampas
Evidentemente l'Argentina è terra di fossili incredibili, perché è qui che sono stati dissepolti, oltre ai resti del più grande uccello non volatore, anche quelli del più grande uccello volatore mai esistito, l'Argentavis magnificens. Questo pazzesco animale, del quale sono note alcune parti del cranio, un omero incompleto e altre ossa delle ali, aveva un'apertura alare di sette metri, e quindi era in grado di rivaleggiare, in quanto a dimensioni, con i più grandi pterosauri. Le caratteristiche del suo volo sono state di recente descritte dai ricercatori della Texas Tech University sulle pagine dei "Proceedings of the National Academy of Science". Dai ritrovamenti effettuati nella Formazione di Andalhuala, vicino a Catamarca, alle pendici delle Ande, nella Formazione di Epecuen nei pressi di Carhue, e nelle Salinas Grandes de Hidalgo, nella pampa argentina, risulta che molto probabilmente l'uccello non possedeva la muscolatura in grado di sollevare la sua massa, stimata intorno ai 70 chilogrammi, né per mantenere un battito d'ali costante durante il volo. Eppure era sicuramente capace di volare: impronte visibili di inserzioni di penne remiganti sulle ossa delle sue ali lasciano pochi dubbi in proposito. Questo fatto confuta la teoria secondo la quale il massimo limite per gli uccelli volatori era rappresentato da forme odierne come cigni, albatros, condor e otarde. Con un vento considerevole, l'uccello poteva librarsi in volo semplicemente spiegando le sue ali, proprio come gli albatros odierni. Infatti il Sudamerica, durante il Miocene, era esposto a forti correnti occidentali, dal momento che le Ande avevano appena iniziato a formarsi e non erano molto alte.
L'Argentavis era dunque un esperto del volo planato, ottenuto sfruttando al meglio le correnti ascensionali e spiccando il volo da punti molto elevati, così come fanno molti uccelli odierni. « Ma una volta che si trovava su una corrente ascensionale, poteva probabilmente guadagnare uno o due chilometri di quota senza neanche un battito d'ali, ma semplicemente mantenendo una rotta circolare. Una volta guadagnata quota, poteva passare a un'altra corrente ascensionale e percorrere in questo modo fino a 300 chilometri al giorno », ha dichiarato Sankar Chatterjee, curatore della sezione di paleontologia del Museo del Texas Tech University e coordinatore della ricerca.
E l'Argentavis, vissuto nella pampa argentina nel Miocene superiore, era in buona compagnia. Esso infatti fa parte della famiglia dei Teratorniti, uccelli da preda vissuti in Nordamerica e Sudamerica dal Miocene al Pleistocene., che include i più grandi uccelli volatori mai esistiti. Le parentele dei teratorniti con gli altri uccelli da preda non sono chiare: la maggior parte dei paleontologi ritiene che fossero imparentati con gli attuali condor. Per questo tradizionalmente i teratorniti sono stati descritti come divoratori di carogne, molto simili a enormi condor, ma i lunghi becchi ricurvi sono molto più simili a quelli delle aquile e di altri uccelli predatori attivi, che a quelli degli avvoltoi. Molto probabilmente questi enormi uccelli erano anche saprofagi, ma sembra che il loro nutrimento si basasse nella maggior parte dei casi sulla predazione attiva, se è vero che Argentavis avrebbe potuto tranquillamente inghiottire una lepre tutta intera. Non c'è da stupirsi se foto delle ricostruzioni di questi mostri dell'aria vengono spesso inserite nelle raccolte di animali strani e misteriosi che circolano in Internet, come mostra l'immagine sottostante, in cui si vede il dottor Kenneth E. Campbell, uno degli scopritori, accanto a una ricostruzione di questo vero e proprio Boeing vivente nel Museo di Storia Naturale di Los Angeles. Ma vi è una differenza fondamentale fra l'Argentavis e il mitologico uccello Roc dei racconti di Simbad il Marinaio, in grado di ghermire e sollevare anche un elefante: quest'ultimo appartiene al mito, mentre l'Argentavis sfrecciò davvero sulle pampas argentine cinque milioni di anni fa, terrorizzando ogni creatura di piccola taglia vivente al suolo. E nessun mito può essere più terrificante di un predatore in carne e ossa!

La famiglia degli ominoidi si spezza in due
All'interno della famiglia degli ominoidi si distinsero due grandi rami evolutivi: quello che avrebbe portato alle grandi scimmie antropomorfe africane, e quello che avrebbe portato nel Neozoico al genere Homo, cioè a noi. Purtroppo, i fossili a nostra disposizione a cavallo di questo cruciale periodo di transizione sono scarsissimi, e dunque risulta veramente difficile spiegare il motivo della grande separazione interna alla famiglia degli ominoidi, tra quanti portarono al gorilla, quanti al gibbone, quanti all'orango, quanti allo scimpanzè e quanti all'uomo. Secondo la teoria ormai classica, proposta nel 1983 dal francese Yves Coppens (1934-vivente), questa differenziazione tra la linea evolutiva dell'uomo e quella delle odierne scimmie antropomorfe va ricollegata ai giganteschi sommovimenti geologici che ebbero luogo in Africa orientale circa 10 milioni di anni fa (alle 04.32 del 31 dicembre), che apersero una spaccatura nella crosta terrestre oggi nota come Rift Valley. La formazione di questa lunga vallata, che va dalla depressione del mar Morto e del Giordano fino ai grandi laghi dell'Africa sudorientale attraverso il mar Rosso ed il triangolo di Afar in Etiopia, fece sì che ad ovest della Rift Valley gli antenati degli attuali scimpanzè e gorilla continuassero a vivere nel clima umido e ricco di vegetazione arborea tipico della foresta tropicale. Invece ad est le condizioni ambientali mutarono profondamente: il suolo si inaridì, le foreste scomparvero, al loro posto si diffusero le savane, ed i primati si ritrovarono tra gli animali più vulnerabili perchè, essendo quadrumani, non erano veloci nella fuga e non avevano mezzi efficaci per difendersi. Se sopravvissero, è perché svilupparono un cervello più grosso di quello di ogni altro mammifero, in proporzione al corpo, ed una postura eretta: un vantaggio non da poco, visto che consentiva loro di dominare la savana al di sopra delle alte erbe, avvertendo il pericolo con anticipo.
Anche questa ipotesi però, per quanto assai convincente, deve oggi essere rivista, dopo la scoperta, avvenuta nel 1995 in Ciad (ossia 2000 Km a ovest della Rift Valley), di un australopiteco (vedi più sotto) vecchio di 3 milioni di anni, l'Australopithecus bajrelghazali. Comunque sia, le scimmie antropomorfe rimaste nella foresta appartenevano al genere Dryopithecus, antenate (come conferma l'analisi dei loro denti) dei moderni scimpanzè e gorilla, mentre Pliopithecus, scoperto nel 1837 dal francese Edouard Lartet (1801-1871), fu il primo gibbone, ed infatti possedeva già le lunghissime braccia caratteristiche di questo genere. Il primo primate con caratteri simili a quelli umani fu considerato a lungo invece il Ramapithecus ("scimmia di Rama", per ricordare l'eroe protagonista del poema epico indiano Ramayana), ritrovato nel 1934 in India da George Edward Lewis, dell'Università di Yale: probabilmente viveva ai margini della foresta ed era carnivoro, a differenza della maggior parte degli altri primati. Da allora e fino all'inizio degli anni ottanta Ramapithecus fu considerato il primo primate ominoide antenato dell'uomo. Oggi invece si tende a considerarlo meno "umano" di quanto sembrasse all'inizio, e molti tendono a ritenerlo piuttosto l'antenato dell'orango (Pongo pygmaeus, dal malese "orang-utan", cioè "uomo dei boschi"); e c'è chi addirittura ritiene che i fossili di Ramapithecus altro non siano che i resti delle femmine di un'altra specie ominoide, il Sivapithecus, caratterizzata da forte dimorfismo sessuale.
Il Pierolapithecus e il Nakalipithecus
A complicare il quadro del suddetto "divorzio" interno alla famiglia degli ominoidi è venuta una scoperta compiuta nel novembre 2004, e pubblicizzata dalla rivista Science, riguardante i resti fossili di una piccola scimmia antropomorfa vissuta circa 13 milioni di anni fa (alle 22.41 del 30 dicembre), non in Africa ma, sorprendentemente, in Europa, e più precisamente in Spagna, nel comune di Pierola. La specie è stata perciò battezzata Pierolapithecus catalaunicus I resti, trovati consistono in un cranio, alcune costole, vertebre, articolazioni delle mani ed altri piccole ossa. Il piccolo esemplare a cui appartenevano i resti fossili è stata chiamata Pau, che in catalano significa "pace", perché la scoperta è stata fatta durante alcune grandi manifestazioni contro la guerra in Iraq. Il paleontologo Salvador Moyà-Solà, dell'Istituto di Paleontologia di Sabadell (Barcellona), considera questa specie addirittura un antenato comune fra i grandi primati e la razza umana!! La scoperta fa il paio con il recente ritrovamento nel continente americano, avvenuto nel luglio 2005, di quella che pare un'orma umana: essa sembra spostare la presenza umana in esso molto più indietro di quanto fino ad ora ritenuto (dal 13.000 al 40.000 a.C.), ponendo grossi problemi riguardo alle teorie della lenta migrazione della specie umana. Queste scoperte hanno messo fortemente in discussione per qualche tempo la teoria che le diverse specie umane abbiano avuto origine in Africa: secondo alcuni, sulla base di questi ritrovamenti bisognava ammettere che le scimmie catarrine si fossero estinte in Africa verso la metà del Miocene, circa 14 milioni di anni fa (alle 20.45 del 30 dicembre), sopravvivendo invece in Europa e in Asia, per poi tornarvi all'inizio del Pliocene e dare origine ai generi Australopithecus e Homo. Ma l'ipotesi è rimasta in voga solo per pochi anni.
Oggi infatti gli antropologi ritengono,
unicamente in base a studi sul DNA e non su resti fossili, scarsissimi durante
tutto questo periodo di transizione, che l'esatta linea di separazione tra uomo
e gorilla sia da collocarsi tra 9 e 8 milioni di anni fa (dalle
06.28 alle 8.25 del 31 dicembre), mentre quella tra uomo e scimpanzè tra
7 e 5 milioni di anni fa (dalle 10.22 alle 14.15 del 31
dicembre). A gettare luce su questo autentico "buco nero" di
fossili è venuta la scoperta di un grande ominoide, Nakalipithecus
nakayamai, ad opera di un gruppo di ricercatori giapponesi e kenyoti. I
suoi resti fossili, cioè parte di un arco mandibolare con alcuni denti, sono
stati rinvenuti in rocce datate circa 9,8 milioni di anni fa (alle
04.55 del 31 dicembre) presso Nakali, nella Rift Valley del Kenya.
Secondo Scientific American
che ne ha dato notizia al mondo, la mandibola dovrebbe appartenere ad un
individuo delle dimensioni di un gorilla femmina. L'usura dei denti
dimostrerebbe che la dieta di questo ominoide era per lo più vegetariana.
Questo Nakalipithecus è senz'altro il fossile conosciuto più vicino all'ultimo
antenato comune fra l'uomo e le grandi scimmie antropomorfe africano; la sua
scoperta confuta definitivamente l'ipotesi dell'estinzione delle catarrine
africane avanzata da più parti dopo la scoperta di Pierolapithecus, del quale
si è detto subito sopra: ipotesi che del resto era già stata messa in
discussione dalla scoperta di altri due ominoidi poco più antichi di
Nakalipithecus, cioè Samburupithecus e Chororapithecus,
rispettivamente in Kenya e in Etiopia. Anche in questo caso, solo la scoperta di
nuovi importanti fossili potrà gettare nuova luce su uno dei periodi più
misteriosi della nostra storia evolutiva.
C'è anche Sandrone
Prima di proseguire con il Pliocene, parliamo di un'altra scimmia antropomorfa estinta, che ci riguarda se non altro perchè è stata scoperta in territorio italiano. Alto un metro e dieci, era bipede, ma le zampe corte e l'alluce molto distaccato dal resto del piede rendevano la sua andatura molto incerta, aveva una testa piccola con due grandi occhi e con le mani si procurava il cibo, soprattutto bacche e foglie. I suoi denti, analizzati recentemente con l'apparecchiatura per la luce di sincrotrone di Grenoble, avevano un aspetto che li rende adatti a una dieta a base di vegetali. Questo è l'identikit di « Sandrone », un parente stretto del gibbone che popolava l'Europa 8 milioni di anni fa (alle 8.25 del 31 dicembre), e i cui ultimi esemplari sono stati scoperti cinquant'anni fa vicino a Grosseto e in Sardegna, presso la centrale di Fiume Santo (Sassari). A battezzarlo così è stato un operaio al lavoro nella miniera di lignite presso Baccinello, in Toscana, che ne riportò alla luce uno scheletro quasi completo il 2 agosto del 1958; scientificamente parlando, è un oreopiteco (Oreopithecus bambolii). Buona parte dei resti di Oreopithecus è oggi conservata nel Museo di Geologia e Paleontologia dell'Università di Firenze.
La cosa veramente singolare consiste nel fatto che quest'ominoide al suo tempo era l'unico sopravvissuto dell'Europa tropicale, cioè di quella fase della storia del nostro continente in cui il clima era caldo-umido, tale da giustificare in esso la diffusione di animali come elefanti, ippopotami ed antilopi. All'epoca l'oreopiteco abitava una grande isola boscosa composta dalle attuali Toscana meridionale e Sardegna. Ma da dove vi è arrivato? Esso discende probabilmente dal Nyanzapithecus, suo stretto parente del Kenya, ma antico di 15 milioni di anni: è possibile che questa scimmia abbia raggiunto il territorio europeo attraverso la Sardegna per poi proseguire per la Toscana, grazie ad un ponte continentale tra quello che allora era « l'aricipelago italiano » e l'Africa. «Era un animale davvero unico e la sua parentela con i primati è ancora oggetto di discussione», ha spiegato Lorenzo Rook, del dipartimento di Scienze della Terra dell'università di Firenze, che ha dedicato anni allo studio e alla ricostruzione di questo primate. « Nonostante sia stato scoperto 50 anni fa, finora dell'oreopiteco si sapeva davvero molto poco. Solo ora è chiaro che non è imparentato con i nostri più diretti antenati, ma è uno degli ultimi rappresentanti di un ampio gruppo di scimmie antropomorfe che nel Miocene superiore erano diffuse in Europa e Asia ». Tuttavia la somiglianza con il diretto antenato dell'uomo, l'Australopiteco, « ne fa una specie chiave per comprendere le fasi più antiche della nostra evoluzione »: evoluzione che alla fine ha decretato la sconfitta degli oreopiteci, relegando la loro esperienza a una sorta di prova generale in vista della comparsa dei primi ominidi veri e propri.
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Il nome Pliocene ("più recente") indica che essa è l'epoca più vicino alle condizioni geoclimatiche attuali. Infatti essa occupa il lasso di tempo compreso tra l'epoca Miocenica e l'epoca Pleistocenica, va da 5 milioni e 300 mila ad 1 milione ed 800 mila anni fa ed è la più breve delle epoche del Cenozoico. In termini di Anno della Terra, va dalle 13.40.58 alle 20.29.46 dell'Ultimo dell'Anno.
Nel Pliocene si distinguono tre stratificazioni: Zancleano, Piacenziano e Gelasiano.
All'inizio del Pliocene si verificò un notevole ed esteso innalzamento dei mari. Di conseguenza lo stretto di Gibilterra si riaprì e si originò la più vasta e più tremenda cascata mai esistita al mondo, larga 16 Km, alta 500 m e centinaia di volte più potente delle Niagara Falls, la quale inondò gran parte delle regioni mediterranee, disseccatesi nel periodo precedente durante la Crisi di Salinità del Messiniano. Una recente indagine pubblicata sulla rivista scientifica Nature ha permesso ai ricercatori spagnoli del Consejo Superior de Investigaciones Científicas (Consiglio Superiore di Investigazione Scientifica, CSIC) di stabilire che tale processo di riempimento non fu affatto lento, come molti geologi ritenevano fino a poco tempo fa: l'inondazione sarebbe avvenuta nell'arco di alcuni anni al massimo, e non nel corso di alcuni secoli, dando vita ad un'alluvione catastrofica, la più terrificante che abbia conosciuto il nostro pianeta nella sua storia geologica recente, detta Alluvione Zancleana dal nome del periodo in cui è avvenuta. Il livello del mare si è alzato rapidamente, con picchi massimi di 10 metri al giorno, e in breve tempo il Mare Nostrum ha raccolto il 90 per cento delle sue acque che lo riempiono tuttora, tornando ad essere un mare. Prima di questo evento il bacino aveva un clima nettamente tropicale, mentre da qui in poi nacque il famoso "clima mediterraneo", temperato ed adatto al sorgere delle prime civiltà umane.
Ben presto si passò da un eccesso all'altro, perché il Mediterraneo e gli altri mari lasciarono affiorare quasi esclusivamente le catene montuose. A quei tempi la pianura Padana era del tutto sommersa, e dell'Italia era possibile vedere soltanto gli Appennini. Le isole del Mediterraneo rimasero del tutto isolate e svilupparono una fauna a sé, con particolari forme nane a causa della scarsità di spazio a disposizione. A Malta, ad esempio, si sviluppò il Loxodonta falconeri, un elefantino non più grosso di un pony!
Alla fine dell'epoca, invece, i mari tornarono a riabbassarsi, permettendo la riemersione di vaste regioni.
Quando ai poli faceva caldo
I ricercatori della U.S. Geological Survey hanno dimostrato, sulla base di chiare prove paleoclimatiche, che nel corso del medio Pliocene, circa tre milioni e mezzo di anni fa (alle 17.11.12 del 31 dicembre) la Terra fu investita da un periodo così caldo che l'Oceano Artico e il Mare del Nord persero completamente la calotta di ghiacci nella stagione estiva. Questo periodo fu caratterizzato da temperature eccezionalmente alte: durante il medio Pliocene le temperature della superficie del mare Artico erano tra 10° e 18 °C , mentre le temperature attuali sono vicine a 0 °C. E l'evento non fu limitato all'emisfero boreale: circa 3,3 milioni di anni fa (alle 17.34.34) i ghiacci che ricoprivano l'Antartide si ritirarono, lasciando il posto per almeno 200.000 anni (per 25 minuti) a un clima più temperato; lo scioglimento dei ghiacciai provocò il sollevamento del livello medio dei mari di 10 metri. Sono questi i sorprendenti risultati del progetto internazionale ANDRILL (ANtarctic geological DRILLing), che il 16 dicembre 2006 ha raggiunto il record di mille metri di profondità sotto il fondale del Mare di Ross occidentale, e che con le sue trivellazioni ha ricostruito gli ultimi 17 milioni di anni (33 ore) di storia dell'Antartide, tracciando una mappa della storia climatica del Sesto Continente molto diversa rispetto a quella ipotizzata finora. « Abbiamo scoperto che circa 16 milioni di anni fa (alle 16.50 del 13 dicembre) l'Antartide aveva un clima simile a quello attuale dell'isola del sud della Nuova Zelanda o della Patagonia meridionale, con abbondante vegetazione, fiumi e un clima piovoso », ha spiegato David Harwood, ricercatore della Nebraska University di Lincoln che ha partecipato ad ANDRILL. Le trivellazioni riprenderanno ne1 2012, in cerca di nuove conferme a questa teoria decisamente controcorrente rispetto alla climatologia "ufficiale".
Le glaciazioni
Al contrario, tuttavia, l'evento più importante del Pliocene avvenne tre milioni di anni fa, cioè alle 18.09.36 di San Silvestro in termini di Anno della Terra. L'abbassamento del livello degli oceani determinò infatti il completamento del collegamento dell'America Settentrionale con quella Meridionale, interrompendo definitivamente il passaggio delle correnti calde provenienti dall'Oceano Atlantico all'Oceano Pacifico, e reindirizzandole verso il Polo Nord.
A quei tempi, nonostante le temperature a quella latitudine fossero molto basse, l'aria secca impediva ogni precipitazione nevosa, per cui non esisteva ancora la calotta polare artica. L'arrivo delle correnti calde dalle zone equatoriali portò anche l'aumento dell'umidità, cui seguirono le prime precipitazioni che, congelando per le basse temperature, iniziarono a costruire un gigantesco continente di ghiaccio. Da allora, alternando massime estensioni della calotta artica, dette glaciazioni, con massime contrazioni, dette epoche interglaciali, i ghiacci sono stati sempre presenti nella regione.
A causa di tutto ciò le temperature medie si abbassarono, determinando cambiamenti dell'ambiente e delle risorse alimentari, il che si ripercosse sull'evoluzione degli esseri viventi, poi proseguita nel Neozoico. Altro evento degni di nota è la formazione del Mar Rosso con l'apertura di una Rift Valley che un giorno spaccherà in due il continente africano.
Il canto del cigno dei mammiferi
Nei mari del Pliocene i molluschi assunsero forme praticamente uguali a quelle attuali, mentre si estinsero i foraminiferi, ed i coralli si limitarono a Sud del 35º parallelo di latitudine Nord. Squali giganti popolavano i mari. Invece la fauna delle terre emerse per l'80% era simile ai Mammiferi attuali. L'età dei mammiferi, coincisa con l'Oligocene ed il Miocene, cominciò a subire un declino graduale: l'esplosione di vita animale seguita all'estendersi delle praterie era terminata e, con il raffreddarsi del clima, i mammiferi mostrarono una sempre minore varietà di forme. Notevole sviluppo ebbero tuttavia i proboscidati, con l'affermazione definitiva dei mastodonti, le cui zanne giunsero ai quattro metri di lunghezza, e con la comparsa di Elefantidi del genere Stegodon. In America fecero la comparsa il plioippo, il primo cavallo con un vero zoccolo, ed il Camelus che successivamente emigrò in Eurasia, dove avevano avuto origine i bovidi, ben rappresentati dal gigantesco Uro (Bos primigenius), che si estinse in Polonia nel 1920.
Nel corso del Pliocene, inoltre, l'unione del continente Nordamericano con quello Sudamericano, che fu il motivo scatenante di tutta la storia geologica che prosegue tuttora, favorì l'interdiffusione tra le faune nordamericane e quelle sudamericane, mettendo fine all'isolamento che per tutto il Cenozoico aveva favorito l'evoluzione in Sud America di specie esclusive di Mammiferi. Tra gli Sdentati, Megatherium e Gliptodonti risalirono a Nord, dove sarebbero rimasti anche durante l'epoca Pleistocenica. La migrazione verso Sud fu invece più intensa e significativa, tanto da causare in breve tempo l'estinzione dei mammiferi indigeni più primitivi. Si espansero ulteriormente le tigri dai denti a sciabola.
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Smilodonte o Tigre dai Denti a Sciabola (disegno dell'autore) |
Il Supertopo
Nel gennaio 2008, sulla rivista scientifica Proceedings of the Royal Society B, che si occupa di scienze biologiche, i paleontologi Andrés Rinderknecht e Ernesto Blanco hanno annunciato la scoperta, avvenuta in una zona rocciosa nei pressi del fiume Rio de la Plata, in Uruguay, i fossili del Josephoartigasia monesi, un topo gigantesco vissuto quattro milioni di anni fa (alle 16.12.48 del 31 dicembre). Questo straordinario roditore era grande come un toro: lungo quasi tre metri ed alto circa un metro e cinquanta, pesava almeno una tonnellata. L'enorme cranio dell'animale era lungo 53 centimetri. Proprio per la sua enorme stazza i due scopritori lo hanno soprannominato "il Supertopo". In realtà, più che ad un ratto domestico si pensa che assomigliasse al capibara (Hydrochoerus hydrochaeris), il più grande roditore vivente, sempre del Sudamerica, che arriva a pesare fino a 60 kg, ma che ha ovviamente dimensioni molto minori. Il mega-ratto preistorico, a causa della sua mole imponente, probabilmente viveva semisommerso in acqua, come gli ippopotami moderni. Ma molti dubbi rimangono sui cibi che esso consumava.
Senza dubbio la sua arma più pericolosa erano i denti, affilatissimi per lottare e difendersi: i suoi incisivi erano lunghi circa 30 cm e quasi la metà di questi sbucava fuori dalla bocca, rendendo ancora più minaccioso il suo grugno. Secondo Blanco, questo animale usava i suoi formidabili denti o per abbattere gli alberi, come fanno i castori moderni, o per combattere contro i predatori, non potendo essere molto agile e veloce a causa del suo peso. Il professor Ernesto Blanco, che lavora all'Istituto di Fisica di Montevideo, suggerisce che questo esemplare sviluppò una mole così colossale e dei denti così affilati unicamente per proteggersi dai predatori, analogamente ai fenomeni di gigantismo che produssero dinosauri colossali nel Sudamerica del periodo Giurassico. La storia, in genere, tende a ripetersi.
Il rinoceronte marsupiale
In quest'epoca visse in Australia il diprotodonte (Diprotodon australis), il più grande mammifero marsupiale mai esistito, testimonianza del fatto che anche i marsupiali preistorici raggiunsero dimensioni davvero gigantesche. Questo animale infatti raggiungeva i quattro metri di lunghezza, e può essere paragonato, come forma e dimensioni, agli odierni rinoceronti, anche se le sue abitudini di vita erano probabilmente più simili a quelle degli ippopotami. Il corpo era decisamente voluminoso, sorretto da zampe massicce e fornite di zoccoli; il cranio era privo di corna e la dentatura richiamava da vicino quella dei roditori. Per vederne una ricostruzione fantastica animata tratta dal sito Youtube, cliccate qui sotto.
Nel giacimento di Callabonna, un lago fossile, sono stati rinvenuti numerosi resti di diprotodonte. Esso faceva parte delle cosiddetta megafauna australiana, quel complesso di grandi vertebrati che si estinsero improvvisamente circa 40.000 anni fa (alle 23.55.19 del 31 dicembre), lasciando solo pochi superstiti, tra cui i canguri. La causa di questa misteriosa estinzione può essere una sola: l'arrivo dell'uomo, che raggiunse l'Australia attraverso il Mare della Sonda e, trovandosi di fronte una fauna non abituata a predatori tanto attivi, finì per sterminarla con una caccia eccessiva. Richard Roberts dell'Università di Wollongong e Barry Brook dell'Università di Adelaide, utilizzando i nuovi metodi di datazione, hanno dimostrato come i resti fossili della megafauna australiana e i primi strumenti degli aborigeni risalgano allo stesso periodo, e quindi gli esseri umani siano coesistiti per un periodo di tempo relativamente breve con i mammiferi giganti dell'isola-continente. Ciò fa pensare che sia la caccia la causa più diretta della scomparsa di molte specie di grandi dimensioni. « L'Australia è stata colonizzata durante un periodo in cui il clima era relativamente favorevole », ha spiegato Brook, « il che corrobora l'ipotesi che sia stato l'uomo, e non il cambiamento climatico a causare l'estinzione. » È perciò possibile che all'origine del mito del bunyip ("diavolo"), spirito maligno abitante i laghi e gli stagni secondo la mitologia aborigena australiana, così come del gazeka della Nuova Guinea, altro animale fantastico che alcuni asseriscono di aver avvistato, ci siano proprio i ricordi degli uomini che per primi si trovarono di fronte a queste straordinarie creature: le tradizioni orali potrebbero aver tramandato gli incontri avvenuti migliaia di anni fa tra gli ultimi diprotodonti e i primi abitanti dell'Australia e della Nuova Guinea.
Il progenitore degli ominidi: Orrorin tugenensis
Verso la fine del Pliocene nella famiglia degli ominoidi iniziò l'evoluzione degli ominidi, scimmie antropomorfe dirette antenate dell'uomo. Con l'affermarsi di una sola specie, in grado di controllare tutte le altre forme viventi, cambiò il meccanismo stesso dell'evoluzione animale. Nelle ere precedenti l'evoluzione aveva infatti prodotto un gran numero di mammiferi altamente specializzati; ora predominavano forme meno numerose, ma assai più adattabili a qualsivoglia ambiente. L'età dei mammiferi stava per finire, ed era in procinto di iniziare l'età dell'uomo. Su un unico continente i mammiferi continuarono a vivere indisturbati: l'Australia, almeno fino all'arrivo di James Cook...
Le scoperte dell'ultimo decennio hanno
completamente rivoluzionato la famiglia degli ominidi. Sicuramente uno dei
ritrovamenti più importanti è quello avvenuto casualmente in Kenya, nella regione delle Tugen Hills,
nel
marzo 2000: si tratta di porzioni ossee di 5 individui risalenti a 6 milioni di
anni fa (ore 12.19.12), cui è stato dato prima
il nome provvisorio di “Millenium Man”, e poi quello scientifico di Orrorin tugenensis.
Doveva essere alto tra 100 e 120 cm, e pesare tra i 35 e i 50 Kg. Alcuni antropologi
identificarono subito in esso il più antico ominide, antenato dei successivi,
mentre per altri
si trattava solo di uno dei tanti tentativi evolutivi che hanno
portato a un ramo morto, mentre Ardipiteci ed Australopiteci avrebbero avuto
più successo. Più recentemente, tuttavia, le ricerche pubblicate su
Science da
Brian G. Richmond, della George Washington
University, e da
William L. Jungers, della Stony Brook
University,
affermano che le prime avvisaglie della rivoluzione anatomica del bipedismo
sarebbero comparse nell'albero genealogico dell'evoluzione umana proprio con Orrorin tugenensis.
I due paleoantropologi, attraverso un' analisi quantitativa delle combinazioni di caratteri che definiscono la morfologia degli arti inferiori, hanno verificato che
esso, pur così antico, possedeva già tutti gli adattamenti necessari per l'andatura
bipede, ed in particolare una postura simile a quella degli australopiteci e dei parantropi, i due generi che
dominarono la famiglia degli ominidi fino a due milioni di anni fa. Orrorin, che in lingua locale significa non a caso
« uomo originale », camminava come gli Australopiteci, oscillando sulle anche, ma diversamente dal bipedismo occasionale delle grandi scimmie attuali. Eppure, le mani e gli arti superiori sono ancora quelli di chi si arrampica sui rami per nutrirsi e per ripararsi dai predatori. La discesa dagli alberi non è stata quindi una marcia trionfale di conquista, ma una ben più circospetta esplorazione di nuove nicchie ecologiche, attraverso differenti combinazioni di comportamenti misti, un po' arborei e un po' da spazi aperti. Come
ha detto un noto evoluzionista commentando l'andatura di questi ominidi
primigeni, « se volete trovare qualcosa che cammini come lui, cercate nella scena del bar intergalattico di Guerre Stellari
». Spostare l'intero peso corporeo sugli arti inferiori non è certo un adattamento ottimale, come sanno coloro che soffrono di lombalgia;
quindi deve essere stato selezionato per un vantaggio diretto, tanto conveniente per i suoi possessori da
compensare ampiamente le scomodità collaterali: il mal di schiena è il fastidioso effetto collaterale di un' invenzione evolutiva senza la quale
noi oggi non saremmo qui.
Sahelanthropus tchadensis
Un ulteriore curioso ritrovamento è avvenuto nel luglio 2002 nel Ciad, quindi lontano da quell'Etiopia che finora era stata indicata come terra d'origine dei primi ominidi, dove è stato disseppellito un teschio che promette di essere il più antico progenitore dell'uomo. Ovviamente l'analisi del ritrovamento non è stata ancora completata, ma è già chiaro che mostra una apparentemente enigmatica combinazione di caratteristiche antiche e moderne. Henry Gee, editore della rivista scientifica Nature, sostiene che il fossile ha chiarito quanto confuso sia stato il processo di evoluzione: "Ci mostra che l'evoluzione dagli antichi ominidi a ciò che siamo oggi non è stata una progressione continua e regolare", e aggiunge: "è il più importante reperto a memoria d'uomo dai tempi degli australopiteci degli anni venti. È sorprendente trovare un meraviglioso cranio così antico". Del resto il teschio è così vecchio da appartenere ad un'epoca in cui le creature che sarebbero diventate gli uomini moderni non si erano differenziate molto dalla linea che avrebbe originato le scimmie.
Il problema di colmare la lacuna temporale
di oltre 6 milioni di anni tra Ramapithecus ed Australopithecus anamensis
resta però intatto in tutta la sua drammaticità, e non ci aiuta il fatto
che questi ominidi dovevano essere sicuramente molto rari sulla Terra, visto
il loro livello di specializzazione, non solo a paragone della popolazione
mondiale odierna, ma anche di altre specie a loro
contemporanee; Quindi le testimonianze di ciò che accadde tra i dieci e i cinque
milioni di anni fa sono molto scarse, e diventa difficilissimo ricostruire
un albero genealogico della specie umana districandosi in mezzo a tutte le false
partenze, gli esperimenti falliti e i vincitori effettivi prodotti dall'evoluzione, come vedremo parlando del Neozoico. Il Sahelanthropus tchadensis,
come è stato battezzato il reperto, potrebbe essere sia un antenato dell'uomo, sia un membro di un ramo collaterale del nostro albero
genealogico. I ricercatori credono si tratti di un maschio, ma anche questo
fatto non è chiaro al 100%.
Debutta il bipedismo
Robert Echkardt, docente di sviluppo genetico e di morfologia evoluzionistica della Penn State University, ha studiato a lungo uno dei momenti cruciali della nostra evoluzione, creando con la tomografia immagini tridimensionali di uno dei tre fossili femorali appartenenti alla specie Orrorin tugenensis, e in particolare del collo del femore, quella parte di osso che connette la gamba al bacino tramite la testa femorale. Ebbene, dalla sua struttura ha dedotto che questa creatura effettivamente è il più antico ominide per il quale abbiamo prove evidenti di stazionamento eretto e di bipedismo. Secondo Echkardt, Orrorin era abituato a camminare e correre, perchè il suo osso femorale presenta differenze strutturali così profonde da far presupporre non solo che la specie camminasse sei milioni di anni fa, ma che lo facesse già dai diecimila ai centomila anni prima. Insomma, l'evoluzione stava lavorando da tempo per adattare la creatura a un nuovo modello comportamentale». Negli scimpanzè e nei gorilla, la parte superiore e quella inferiore del collo del femore hanno pressappoco lo stesso spessore, mentre nell' uomo il rapporto è di 1 a 4; nel fossile di Orrorin il rapporto è di 1 a 3, e questo suggerisce inequivocabilmente una transizione biomeccanica alla posizione eretta. Infatti il tipo di postura determina il modo in cui si distribuisce il peso, e la struttura dell'osso si adatta alle diverse condizioni. In altre parole, anche se il fossile si presenta delle stesse dimensioni di quello di uno scimpanzè, la sua composizione interna ha rivelato una storia molto diversa. Non solo: anche la muscolatura di Orrorin, si ipotizza, sarebbe stata molto simile alla nostra, con un grande gluteo più complesso che negli scimpanzè. « Il prossimo passo », ha affermato il professor Echkardt, « sarà quello di realizzare simulazioni tridimensionali delle forze di tensione e compressione attorno all'osso femorale, per produrre un modello completo della muscolatura. Inoltre, siamo alla ricerca di altri fossili di Orrorin, per ripetere l'analisi tomografica, applicando software più avanzati, e riconfermare i risultati ottenuti: c'è ancora chi, fra gli studiosi, continua ad essere scettico, forse per le implicazioni delle nostre conclusioni, che metterebbero Orrorin proprio alla base dell' albero evolutivo dell' uomo ».
Ma come si è passati all' andatura su due gambe? Ci sono varie teorie sul bipedismo, e quindi sull' adattamento di Orrorin al terreno. Certamente ha avuto un ruolo importante il cambiamento climatico sopravvenuto alla fine del Miocene, al quale abbiamo già accennato: la siccità ha fatto sparire le rigogliose foreste che allora coprivano l'Africa, e al loro posto è subentrato un habitat da savana. In questa situazione, il bipedismo garantisce due vantaggi molto semplici, che a noi oggi sembrano scontatissimi: un repertorio di locomozione flessibile (poter correre, saltare, nuotare e arrampicarsi in caso di necessità) e una minore esposizione della superficie corporea ai raggi solari. Orrorin viveva in una parte del continente africano, a oriente della Rift Valley, che stava inaridendosi sempre più: l'habitat di foresta andava frammentandosi e si formavano radure sempre più estese, che poi diventarono praterie e savane. Se per sopravvivere è necessario attraversare ampi spazi aperti sotto un sole tropicale, magari portando in braccio un cucciolo o del cibo, e cercando di avvistare i predatori in agguato nell'erba alta, il bipedismo è una soluzione efficace, ancor più se lo si è già sviluppato occasionalmente durante veloci scarpinate sul suolo per variare la propria dieta. Insomma, che cosa ci ha reso, in principio, « umani »: una questione di testa o, piuttosto, di piedi buoni? La risposta a questa domanda non è più così scontata, dopo aver scoperto che nella storia della famiglia ominide la postura eretta è comparsa molto prima dei nostri grossi cervelli e delle superbe facoltà della nostra mente!
L'ipotesi della scimmia acquatica
Un'altra delle caratteristiche che ci distingue nettamente dai nostri parenti primati è il fatto di avere la pelle quasi del tutto spoglia di peli. È vero, abbiamo peli in abbondanza sul capo, sul viso, intorno al pube e spesso sul torace, ma in confronto alle altre scimmie antropomorfe noi siamo praticamente nudi. Come abbiamo fatto a perdere la pelliccia che caratterizza praticamente tutti i mammiferi? La domanda ce la poniamo da secoli, ma trovare una risposta convincente è assai difficile, anche perchè della deambulazione eretta è rimasta traccia fossile negli scheletri dissepolti, ma nessuno dei reperti rinvenuti presenta lembi di pelle. Solo di recente la genetica ha cominciato a fornire risposte convincenti, e ne riparleremo a proposito del Neozoico, ma vale la pena di citare qui un'ipotesi che era molto in voga fino a poco tempo fa, quella della scimmia acquatica.
Come si sa, i cetacei sono del tutto nudi in modo da ridurre l'attrito dell'acqua sulla superficie della pelle. Sulla base di questa considerazione, lo zoologo inglese sir Alister Hardy (1896-1985) nel 1960 propose che la nostra specie potrebbe aver avuto una fase acquatica lungo il corso della propria evoluzione. In pratica, tra i 5 e i 7 milioni di anni fa (tra le 10.22 e le 14.16 di San Silvestro) i sollevamenti tettonici nella Rift Valley dell'Africa orientate avrebbero isolato gli antenati dell'uomo dal loro ambiente preferito, quello delle foreste tropicali, ed essi si sarebbero adattati a una vita semiacquatica nelle paludi, lungo le coste e nelle pianure alluvionali, dove avrebbero vissuto per circa un milione di anni, vivendo costantemente immersi in acqua e lasciando emergere solo la testa. Questi ominidi si sarebbero accoppiati in posizione ventrale, avrebbero avuto un solo piccolo alla volta e le mammelle delle femmine sarebbero state estremamente prosperose, per permettere l'allattamento sopra il livello dell'acqua. Le prove di questa fase acquatica sarebbero la forma del corpo, che ricorderebbe quella dei mammiferi semiacquatici, i capelli concentrati solo sulla sommità del capo e lo strato di grasso posto direttamente sotto pelle. Certamente si tratta di un'ipotesi affascinante, ma è sbagliata almeno per tre ragioni.
In primo luogo, i mammiferi acquatici non sono tutti assolutamente nudi: ad esempio la lontra presenta una pelliccia densa e impermeabile, che intrappola l'aria facilitando il galleggiamento. In secondo luogo, i dati fossili mostrano come gli ambienti acquatici del tempo pullulassero di coccodrilli affamati e ippopotami aggressivi, di fronte ai quali i nostri piccoli e indifesi antenati non avrebbero avuto scampo. In terzo luogo, la teoria della scimmia acquatica sostiene che i nostri predecessori avrebbero modificato lo stile di vita da terrestre a semiacquatico, per poi tornare a tempo pieno sulla terraferma. Oggi dovremmo assistere ad alcune tribù africane che vivono ancora a quel modo, cosa che invece non avviene di certo. L'ipotesi più semplice è che gli uomini abbiano sempre vissuto sulla terraferma, e che l'evoluzione della pelle nuda sia dovuta ai cambiamenti climatici che favorirono le praterie della savana rispetto alle foreste, e la storia della scienza ci insegna che la spiegazione più semplice è spesso quella giusta.
La dorsiflessione degli ominidi
Ad agitare gli ambienti accademici è venuto poi uno studio condotto da Jeremy DeSilva dell'Università del Michigan, il quale è partito da una considerazione stupefacente tanto è semplice: per poter vivere appollaiati sugli alberi, spostandosi con agilità di ramo in ramo, occorre il fisico giusto, e gli ominidi non ce l'avevano. È una questione di dorsiflessione: basta misurare l'angolo dell'articolazione dell'anca per capire che gli ominidi vissuti nell’arco temporale che va da 4,1 ad 1,5 milioni di anni fa (dalle 16 alle 21 del 31 dicembre) non avrebbero potuto vivere spostandosi da un albero all'altro. L'evidente differenza con gli scimpanzè moderni, che hanno un angolo di dorsiflessione più che doppio, suggerisce che la loro vita sugli arbusti non rappresentasse la quota più significativa della loro esistenza, o che comunque l'attività di arrampicata fosse molto differente dal modo con cui si arrampicano gli scimpanzè. Osservando gli scimpanzè del Kibale National Park in Uganda, Jeremy DeSilva e la sua équipe hanno paragonato la conformazione di questi primati a dodici fossili di tibie appartenuti a ominidi, rilevando l'impossibilità che questi ultimi abbiano vissuto prevalentemente sugli alberi prima di assumere una postazione eretta. Come vivessero non è ancora chiaro, ma secondo DeSilva una cosa è certa: i nostri progenitori non erano dei grandi arrampicatori.
Merita una segnalazione anche l'annuncio, fatto a La Paz nel maggio 2008 dal paleontologo boliviano Manuel de la Torre, della scoperta dell'impronta pietrificata del piede di un uomo che camminò eretto fra 15 e 5 milioni di anni fa lungo quello che oggi è l'altipiano andino in Bolivia, quindi di gran lunga più vecchia di quella scoperta nell'agosto del 2007 da archeologi egiziani su una roccia nell'oasi di Siwa e risalente a circa due milioni di anni fa. Secondo il suddetto antropologo l'orma misurerebbe 29,5 centimetri (taglia 39), corrispondente ad un uomo alto circa 1,70 metri e pesante 70 chili, e sarebbe stata rinvenuta nelle vicinanze del lago Titicaca, a circa 70 chilometri ad ovest di La Paz, fra i villaggi di Tiwanaku e Guaqui, abitati da indigeni Aymara. In realtà i contadini della zona la conoscevano già e la veneravano come « l'orma dell'Inca », attribuendola ad antichi quanto mitologici antenati precolombiani. De la Torre ha anche affermato che l'uomo la lasciò camminava probabilmente sulla spiaggia di quello che all'epoca doveva essere un lago, che si seccò progressivamente, pietrificandosi e conservando tracce di quell'orma lasciata nella notte dei tempi. È inutile dire che, se lo straordinario rinvenimento fosse confermato da ulteriori indagini, esso sconvolgerebbe tutte le teorie finora accettate sull'evoluzione della specie umana, esposte qui sopra. La scoperta è stata però accolta con un certo scetticismo degli addetti ai lavori: alcuni ritengono che l'orma sia un escamotage per sostenere la superiorità delle culture del Nuovo Mondo su quelle del Vecchio Mondo, in un generale clima di anticolonialismo e di antioccidentalismo che oggi sembra pervadere tutti i paesi in via di sviluppo. Solo il futuro potrà dirci se a lasciare quell'enigmatica impronta fu davvero un primitivo essere umano tre volte più vecchio dei più antichi ominidi africani conosciuti.
Ardipithecus ramidus
Non basta. Nel 1994, nella Rift Valley etiopica, fu trovato il fossile di Ardipithecus ramidus, ominide risalente a 4,4 milioni di anni fa (15.26.05 del 31/12). Nel 1997 è stato trovato molto vicino un altro fossile abbastanza simile, battezzato come Ardipithecus ramidus kadabba perché certamente più antico (circa 5,6 milioni di anni: ore 13.00.55) e probabilmente prossimo alla biforcazione fra gli ominidi e le scimmie antropomorfe come scimpanzè e gorilla). Il 2 ottobre 2009 la rivista "Science" ha poi annunciato la scoperta di uno scheletro femminile scoperto in Etiopia e battezzato Ardi. L'analisi di cranio, denti, pelvi, mani, piedi, e altre ossa rivela un mix di tratti primitivi che Ardi condivide con i suoi progenitori, i primati del Miocene, ma rivela anche caratteristiche presenti solo in ominidi di epoche posteriori. Ardi, che probabilmente pesava circa 110 chili, aveva un cervello vicino alla dimensione degli scimpanzè di oggi, un quinto della nostra, e una faccia relativamente piccola. Maschi e femmine avevano circa le stesse dimensioni. L'analisi dello smalto dei denti dimostra che Ardi era onnivora, una dieta diversa da quella delle attuali scimmie africane come gli scimpanzè, che si nutrono principalmente di frutta, e i gorilla, che si nutrono per lo più di foglie, fusti e corteccia. Il team di ricerca ha suggerito che Ardi impiegasse molto del suo tempo sul terreno, alla ricerca di piante commestibili, funghi, invertebrati e, forse, piccoli vertebrati.
« Con l'Ardipiteco abbiamo una forma non specializzata che non è evoluta molto rapidamente verso l'Australopiteco. Così, se analizziamo il corpo dalla testa ai piedi troviamo un mosaico, che non corrisponde né a uno scimpanzè né a un uomo » ha sottolineato Tim White della University of California di Berkeley, uno dei principali autori della ricerca. « Questi studi sono stati effettuati grazie a uno sforzo di ricerca internazionale, e aprono una nuova finestra su un periodo dell'evoluzione umana su cui ancora sappiamo molto poco, in cui i primi ominidi stavano stabilendosi in Africa dopo essersi differenziati dai propri progenitori, che avevano in comune con le scimmie africane » ha aggiunto Brooks Hanson, vice direttore di Science. La mancata somiglianza di Ardi di con uno scimpanzè o con un uomo moderno indica che l'ultimo antenato comune tra le grandi scimmie antropomorfe e l'uomo è vissuto almeno 6 milioni di anni fa.
Il nuovo fossile ha dimostrato incontestabilmente che la specie era in grado di assumere già la posizione eretta. Tuttavia, tra le molte sorprese associate a questo ominide, vi è la conclusione che questa specie fece i suoi primi passi verso la deambulazione eretta non nella savana, come ritenuto finora da generazioni di scienziati, ma su un territorio di foresta rada, cioè erano ancora per lo più arboricoli. Stanley Ambrose e colleghi dell'Università dell'Illinois sono giunti a questa conclusione analizzando i denti di alcune decine di specie di mammiferi trovati nello stesso strato di suolo dell'Ardipithecus, per ricostruire il suo ambiente naturale. Ambrose e colleghi hanno analizzato le abbondanze relative degli isotopi di carbonio nelle ossa di 36 esemplari e nei denti di 5 altri di Ardipithecus confrontandoli con altri 172 denti di alcune decine di mammiferi di diverse specie trovati nello stesso suolo. Secondo i risultati delle loro analisi, a quel tempo il territorio variava da un terreno boschivo nella parte occidentale della zona studiata fino a una prateria intervallata da alberi.
"La dieta di Ardipithecus è caratteristica della foresta rada e dei margini della foresta", hanno dichiarato i ricercatori. "Nella sua dieta c'è molto più del carbonio dell'ecositsema della foresta rada che nello scimpanzè ma molto meno dei loro discendenti, gli australopithecus che correvano nella savana." Queste prove, insieme con gli studi anatomici che indicano che Ardipithecus era in grado di camminare eretto ma anche di afferrare i rami degli alberi con i piedi, suggeriscono che questo ominide ancestrale fece i suoi primi passi su due gambe nella foresta molto prima che si avventurasse nella prateria aperta.
Ultimamente però alcuni antropologi hanno proposto che Ardipithecus sia piuttosto un antenato delle grandi scimmie antropomorfe africane, proprio perchè il suo arto superiore presenta un mosaico di caratteristiche ominidi e scimmiesche, facendo permanere i dubbi su questo nostro antichissimo parente.
Australopithecus afarensis
La famiglia più importante di ominidi pliocenici è però certamente quella degli Australopiteci ("scimmie australi"), il cui primo rappresentante è l'Australopithecus anamensis (il suo nome in dialetto kenyota significa "lago"), che visse tra i 4,2 ed i 3,9 milioni di anni fa (tra le 15.49.26 e le 16.24.29) e che trascorreva l'esistenza lungo corsi fluviali fiancheggiati dalla savana; la maggior parte dei suoi resti sono stati trovati nei siti di Kanapoi e Allia Bay. Molto meglio conosciuto per la quantità e qualità dei fossili ritrovati è tuttavia l'Australopithecus afarensis, vissuto nel triangolo di Afar in Etiopia (da cui il nome) tra i 3,9 e i 3 milioni di anni fa (tra le 16.24.29 e le 18.00.36). I suoi fossili (la celeberrima Lucy, così nominata dal titolo di una canzone dei Beatles) furono ritrovati nel 1974 da Donald Johanson (1943-vivente), e rivoluzionarono la paleontologia umana. Gli afarensis erano ancora molto simili alle scimmie antropomorfe: faccia larga con una fronte bassa, naso piatto, mascella superiore sporgente e una mandibola voluminosa con grandi denti posteriori, oltre ad un volume del cervello pari a soli 480 cm3. Un certo numero di caratteristiche anatomiche del bacino, delle gambe e della colonna vertebrale indica che questi individui camminavano abitualmente su due arti quando erano al suolo, ma le dita delle mani e dei piedi incurvate e altri indizi forniscono una prova sicura del fatto che Lucy e gli altri membri della sua specie trascorrevano buona parte del loro tempo arrampicati sugli alberi.
Nonostante questo, all'Australopithecus afarensis è generalmente attribuita la celeberrima "camminata di Laetoli", scoperta nel 1978, in prossimità del lago Eyasi, al confine tra Kenya e Tanzania, da un'equipe di paleoantropologi guidata da Mary Leakey (1913-1996). Vicino a Laetoli sorge il Sadiman, un vulcano oggi spento, ma certamente attivo attorno ai 4 milioni di anni fa. Nel corso di un'eruzione esso emise una nube di cenere composta di carbonatite, che si depositò sul territorio circostante formando uno strato di circa 1,5 cm. A quello sbuffo di cenere seguì uno scroscio di pioggia della stagione umida, che impregnò le ceneri. Alcuni ominidi camminarono sulle ceneri inumidite dalle prime piogge. Il clima semiarido dell'area favorì l'immediata essiccazione di questo strato, che ben presto fu ricoperto da nuove ceneri prodotte dal vulcano e trasportate dal vento. Oggi, tali ceneri hanno dato vita ad uno strato di tufo vulcanico di circa 20 cm. e conservano una sequenze di 50 orme, che si estendono per più di 23 metri. Inizialmente si pensava che si trattasse delle impronte di due individui che camminavano verso nord, non contemporaneamente tra loro; più probabilmente appartengono a tre ominidi, due adulti e un bambino, uno dei quali, durante la marcia, ha posato i piedi all'interno delle impronte dell'individuo che lo precedeva. Nel sito di Laetoli si sono conservate numerose tracce di animali, tra cui antilopi, giraffe, rinoceronti, elefanti, equidi estinti del genere Hipparion, iene, uccelli ed altre scimmie. Le orme sono datate a 3,7 milioni di anni fa (alle 16.47.50) e dalle loro dimensioni, rispettivamente 18,5 x 8,8 cm e 21,5 x 10 cm, si suppone che questi antichi ominidi fossero alti tra i 120 e 140 cm. Tim White, presente al rivenimento, dichiarò: « Se ce ne fosse una su una qualsiasi spiaggia, oggi, e si chiedesse a un bambino di quattro anni di cosa si tratti, quel bimbo direbbe subito che si tratta di orme lasciate da qualcuno che camminava. Non le troverebbe differenti da altre centinaia di orme. La morfologia esterna è la stessa: tallone moderno ben formato, arcata ben sostenuta, polpastrelli delle dita. L'alluce sta bene allineato, non sporge di lato, come l'alluce di una scimmia antropomorfa, o come l'alluce in tanti disegni di australopiteci che si possono vedere riprodotti nei libri. »
Non tutti però hanno condiviso lo stesso entusiasmo, e molti scienziati hanno continuato a dibattere se le orme di Laetoli indicassero un bipedismo analogo a quello dell'uomo moderno o piuttosto uno meno efficiente, simile a quello degli scimpanzé, in cui ginocchia e fianchi sono piegati durante la deambulazione. Solo in tempi recenti David Raichlen e colleghi dell'Università dell'Arizona ha condotto inequivocabili esperimenti biomeccanici appositamente progettati per risolvere la questione, filmando, registrando con strumenti di cattura del movimento e approntando modelli tridimensionali delle impronte lasciate da un gruppo di soggetti che camminavano su un letto di sabbia, sia nella nostra maniera, sia nel modo accucciato degli scimpanzé. I ricercatori hanno poi esaminato la profondità relativa delle impronte all'altezza del tallone e delle dita, riscontrando che essa è quasi identica a quella prodotta da una persona che cammini in posizione eretta: una camminata alla moda dello scimpanzé provoca invece impronte molto più profonde all'altezza delle dita. « Questa forma di camminata è energeticamente molto efficiente, e suggerisce che i ridotti costi energetici siano stati molto importanti per l'evoluzione del bipedismo prima della comparsa del nostro genere », ha spiegato Raichlen. « La parte più affascinante di questo studio consiste nel fatto di suggerire che, al tempo in cui i nostri antenati avevano ancora un'anatomia adattata a passare molto tempo sugli alberi, avevano già sviluppato una forma di bipedismo molto efficiente, simile a quella dell'uomo moderno ».
Oggi la specie introdotta da Johanson è stata rimessa in discussione: secondo alcuni gli esemplari ad essa riconducibili apparterebbero invece a due specie distinte, l'una già completamente bipede o quasi, l'altra ancora legata alla vita arboricola: le impronte di Laetoli apparterrebbero allora alla prima di queste due neospecie, che sarebbe l'effettiva antenata dell'uomo, mentre Lucy apparterrebbe alla seconda. Comunque sia, le spettacolari impronte fossili conservatesi nei tufi di Laetoli costituiscono certamente la più antica testimonianza della locomozione bipede umana; ma purtroppo esse sono state ripetutamente utilizzate da gruppi di integralisti religiosi per sostenere la falsità dell'evoluzionismo, attribuendole ad un uomo identico a quello moderno che non ha mai subito trasformazioni morfologiche di sorta, o addirittura da ufologi e ciarlatani vari per convincere i soliti creduloni che si tratterebbe addirittura di orme lasciate da antichi extraterrestri in visita di piacere sul nostro pianeta. Aveva ragione Gilbert K. Chesterton: « Quando gli uomini non credono più a nulla, è allora che cominciano a credere a tutto! »
Nel marzo 2006 è stato dato l'annuncio della scoperta di un possibile anello di ricongiunzione fra gli ardipiteci e gli australopioteci: un team internazionale di paleoantropologi diretto da Tim White dell'università di Berkeley ha rinvenuto nel deserto dell'Afar, la regione nord-orientale dell'Etiopia dove è stata ritrovata anche Lucy, alcuni fossili risalenti a 4,1 milioni di anni fa (16.00.07 del 31/12), che sembrano rappresentare una forma primitiva di Australopithecus anamensis, ma esibiscono in modo molto netto la discendenza dal genere Ardipithecus. Lo stesso Tim White afferma: « Il fatto che i fossili di Ardipithecus ramidus, Australopithecus anamensis ed Australopithecus afarensis siano stati rinvenuti in strati sedimentari successivi nella stessa area lungo il medio corso dell'Awash, il fiume che segna il confine meridionale dell'Afar, suggeriscono una precisa successione evolutiva ». L'affermazione non è certamente priva di fascino.
Australopithecus
africanus
Circa tre milioni di anni fa (verso le 18), dall'Australopithecus afarensis discese l'Australopithecus africanus, il cui primo ritrovamento si deve al paleontologo sudafricano Raymond Dart (1893-1989), il quale a Taung, circa 120 Km a nord di Kimberley nel Botswana, nel 1924 portò alla luce il teschio di un cucciolo di Australopithecus africanus, da lui battezzato con il celebre nome di "bambino di Taung" (vedi figura). Il cranio non si è conservato ma ci resta il calco pietrificato del suo cervello. Tra l'altro, uno studio recente (la famosa rivista antropologica « The American Journal of Physical Anthropology » ne ha dato notizia nel gennaio 2006) condotto dal professor Lee Berger, uno dei più famosi specialisti di paleontologia al mondo e ordinario della Wits University di Johannesburg, ha permesso di appurare che questo cucciolo di soli tre anni e mezzo fu inequivocabilmente ucciso da un'aquila, perchè sul suo teschio sono ancora evidenti i segni del becco dell'uccello, che uccise il piccolo e poi ne estrasse gli occhi per divorarli (per saperne di più, cliccare qui). « Ciò dimostra », commenta il prof. Berger, « che i nostri progenitori non si dovevano preoccupare solo dei grandi animali che vivevano sulla terraferma, come i felini o gli sciacalli, ma anche di questi predatori che vivevano nei cieli. Oggi invece la situazione si è capovolta: sono i volatili predatori a doversi preoccupare della rapacità degli esseri umani. » Parole sante.
Tornando all'Australopithecus africanus, con circa 160 cm di altezza e 40 Kg di peso, l'adulto aveva le dimensioni di un giovane gorilla ed un volume cranico pari a 500 cm3: ancora vicino a quello scimmiesco, quindi. È però nella forma del cranio che afarensis ed africanus differivano notevolmente: in Africanus troviamo infatti denti più simili a quelli umani che a quelli delle scimmie, con canini più piccoli di quelli di afarensis, ed una mascella completamente umana. La dentizione dimostra che si trattava di un onnivoro, ma si nutriva prevalentemente di carne. Quasi certamente abitava nelle steppe ed era cacciatore, dunque il suo stile di vita era molto diverso da quello dei parantropi suoi contemporanei, dei quali parleremo tra breve a proposito del Pleistocene. Esso era in grado di adoperare semplici bastoni e pietre per cacciare, e possedeva più di ogni altra specie del tardo Pliocene le caratteristiche dell'uomo moderno; ma è del tutto aperto il dibattito intorno alla sua parentela con noi. In altre parole, nessuno oggi può precisare se è stato l'Australopithecus africanus a dare inizio alla linea evolutiva culminata nell'Homo sapiens sapiens, o se si tratti solo di un "esperimento fallito", cugino del genere Homo e nulla più.
Nel 2004 il geologo Naomi Levin della Johns Hopkins University di Baltimora ha scoperto un sito di 1,95 milioni di anni fa (alle 20.12 del 31 dicembre), nel nord del Kenya, e ha trascorso quattro anni di scavo che hanno prodotto migliaia di strumenti litici e ossa fossili. Levin ha così scoperto che i primi ominidi che vivevano in quello che è oggi il nord del Kenya mangiavano una più ampia varietà di cibi di quanto si è creduto fino ad oggi: la loro guida comprendeva pesci e animali acquatici come tartarughe e coccodrilli. Ricchi di proteine e sostanze nutritive, secondo la Levin tali alimenti possono avere svolto un ruolo chiave nello sviluppo del cervello nei nostri antenati. « Considerando che la crescita di un cervello più grande richiede molte sostanze nutrienti e calorie, gli antropologi hanno postulato che la carne aggiunta alla loro dieta sia stata la chiave per lo sviluppo di un cervello più grande », ha dichiarato la Levin. « Prima d'ora non avevamo a disposizione una ricchezza di dati tale da dimostrare la grande varietà di risorse animali che i primi umani avevano a disposizione. » Levin e i suoi collaboratori sono stati in grado di concludere che gli ominidi macellavano almeno 10 tipi di animali, tra cui tartarughe, pesci, coccodrilli e antilopi: segni di tagli trovati sulle ossa indicano che gli ominidi utilizzavano utensili di pietra a spigoli vivi per macellare le loro prede. « Non è chiaro per noi come i primi uomini trattassero la carne macellata, ma è probabile che la mangiassero cruda », ha proposto Levin. Il suo gruppo ipotizza che l'ambiente umido e paludoso abbia offerto a quegli ominidi l'occasione per aumentare le proteine nella loro dieta e far crescere così i loro cervelli, mentre probabilmente evitavano il contatto con i carnivori più grandi, come le iene e leoni.
L'ultimo arrivato: Australopithecus sediba
Ma lo scoop del secolo potrebbe essere la scoperta, annunciata l'8 aprile 2010, del possibile "anello mancante" tra Australopithecus, a tutti gli effetti ancora una scimmia, e Homo, il genere a cui noi apparteniamo. Si tratta dei resti fossili di due scheletri risalenti a un periodo compreso fra 1,95 e 1,78 milioni di anni fa (tra le 20.12.14 e le 20.32.06), i quali così si collocano evolutivamente e temporalmente tra l'Australopitecus e il primo ominide riconosciuto, l'homo habilis, nostro progenitore di due milioni di anni fa, di cui parleremo a proposito del Pleistocene. I resti appartengono a un giovane maschio di 10-13 anni e a una femmina adulta, trovati a poca distanza l'uno dall'altro; il contesto geologico indica che probabilmente la morte dei due ominidi è avvenuta in tempi ravvicinati, entrambi morti precipitando in una grotta e presto ricoperti dai sedimenti che li hanno conservati. Certamente si tratta degli australopiteci più recenti mai rinvenuti dai paleontologi. Autore del clamoroso ritrovamento è stato il sudafricano Lee Berger della Witwatersrand University di Johannesburg nella caverna di Malacapa, nel sito sudafricano di Malapa, in Sud Africa, a 40 chilometri da Johannesburg e a 15 dal più noto sito di Sterkfontein (dove nel 1994 è già stato trovato un fossile quasi completo di Australopitecus risalente a 3,3 milioni di anni fa): non a caso quel sistema di grotte era già noto come la "Culla dell'umanità" e classificato come "Patrimonio dell'Umanità" dall'Unesco. Berger ha catalogato i due scheletri come appartenenti alla nuova specie Australopithecus sediba (in lingua Sotho "sediba" significa "sorgente"), e a proposito di essi ha dichiarato: « Possiamo stimare che l'altezza di entrambi fosse di circa 1,27 metri, anche se il giovane con tutta probabilità sarebbe divenuto più alto. La femmina doveva pesare sui 33 chilogrammi al momento della morte e il ragazzo sui 27. Appare certa la loro deambulazione eretta. La dimensione del cranio del giovane era fra i 420 e i 450 centimetri cubi, che è poco se confrontato con i 1200-1600 di quello umano, ma la forma sembra più avanzata di quello degli australopiteci. ». La caratteristica che più di ogni altra rende particolarmente interessanti questi resti sono alcuni aspetti della struttura del bacino e le piccole dimensioni dei denti, che condividono con le prime specie di Homo: il loro studio potrà gettare luce sul periodo in cui i nostri antenati cominciarono a camminare in posizione eretta, mentre le ossa delle mani ci potrebbero dire quanto il nuovo ominide era in grado di maneggiare manufatti. Il professor Phillip Tobias, antropologo che è stato fra i primi a identificare l'Homo habilis come una specie umana nel 1964, ha dichiarato la scoperta "entusiasmante": « Scoprire un intero scheletro, invece di un paio di denti o un osso di un braccio, è una rarità. Un conto è trovare una mascella con un paio di denti, un altro trovare una mascella attaccata a un teschio, e tutti e due attaccati a una colonna vertebrale, un bacino e delle ossa pelviche. » I caratteri condivisi con gli Homo ad esso contemporanei potrebbero essere dovuti a convergenza evolutiva, cioè potrebbero essere comparsi indipendentemente a seguito di analoghi adattamenti ambientali e di dieta, ma potrebbero anche candidare il sediba ad antenato comune di tutto il nostro genere. Se la scoperta colmerà davvero le principali lacune dell'intricato cespuglio darwiniano dell'evoluzione umana, l'intera storia del genere Homo potrebbe essere rivista in modo significativo.
Una cosa comunque è certa: la diffusione dell'uomo praticamente in ogni regione della Terra ha portato la vita al più alto grado di evoluzione che sia mai avvenuta... almeno dal nostro punto di vista!
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