Il tragico banchetto

Il sogno dell'Albero Cosmico
Il capitolo 4 del Libro di Daniele si distingue nettamente dagli altri perchè in esso il re Nabucodonosor parla in prima persona. E lo fa per narrare un secondo incubo che lo ha profondamente turbato:

« Io, Nabucodonosor, ero tranquillo in casa e felice nella reggia, quando ebbi un sogno che mi spaventò. Le immaginazioni che mi vennero mentre ero nel mio letto e le visioni che mi passarono per la mente mi turbarono. » (Daniele 4, 1-2)

Si noti il fenomeno, da noi già fatto notare in precedenza, della ripetizione per due volte del medesimo concetto con parole diverse: le immaginazioni e le visioni sono ovviamente la stessa cosa, ma l'autore in lingua aramaica ribadisce il concetto tornando su di esso più di una volta. Ora vedremo come viene ripresa pari pari la narrazione dell'altro sogno, da noi letto nel capitolo 2:

« Feci un decreto con cui ordinavo che tutti i saggi di Babilonia fossero condotti davanti a me, per farmi conoscere la spiegazione del sogno. Allora vennero i maghi, gli astrologi, i caldei e gli indovini, ai quali esposi il sogno, ma non me ne potevano dare la spiegazione. Infine mi si presentò Daniele, chiamato Baltazzàr dal nome del mio dio, un uomo in cui è lo spirito degli dèi santi, e gli raccontai il sogno dicendo: "Baltazzàr, principe dei maghi, poiché io so che lo spirito degli dèi santi è in te e che nessun segreto ti è difficile, ecco le visioni che ho avuto in sogno: tu dammene la spiegazione." » (Daniele 4, 3-6)

A differenza dell'altra volta, ora il sovrano sembra ricordare perfettamente ogni particolare del sogno, e dunque non ha bisogno che qualche virtù magica glielo riporti alla coscienza. Resta però il problema della sua interpretazione. I "caldei", cioè i soliti sapienti di Babilonia, sono costretti a gettare la spugna; ecco allora tornare in campo Daniele. Questo episodio evidentemente ignora quello dei tre giovani nella fornace da noi analizzato nel capitolo precedente, essendo da esso completamente slegato, mentre presuppone la conoscenza dell'interpretazione del sogno della statua plurimetallica, o perlomeno della tradizione che faceva del profeta Daniele un rinomato esperto di oniromanzia. Infatti Nabucodonosor esordisce dicendosi convinto del suo successo, dal momento che in lui vi è « lo spirito degli dèi santi ». Da notare che un altro famoso interprete di sogni, Giuseppe figlio di Giacobbe, si era sentito rivolgere un complimento analogo dal Faraone d'Egitto, un altro dei signori più potenti del suo tempo:

« Il faraone disse ai ministri: "Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?" Poi il faraone disse a Giuseppe: «Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, nessuno è intelligente e saggio come te. Tu stesso sarai il mio maggiordomo e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te." » (Genesi 41, 38-40)

Osserviamo che Baltazzàr è detto « principe dei maghi ». Ma attenzione, Nabucodonosor non gli attribuisce alcun potere esoterico. La traduzione esatta infatti sarebbe « primo tra i magi", dove i magi erano un'antica casta sacerdotale della religione zoroastriana, diffusa tra i Medi e i Persiani. In epoca posteriore a re Nabucodonosor, dunque, ma sappiamo che l'autore del Libro di Daniele vive nel II secolo a.C., e non è quasi mai in grado di discernere tra termini di origine babilonese (semitica) e termini di origine persiana (indoeuropea). Si pensa che il termine "mago" derivi dalla radice indoeuropea magh-, la quale esprime l'abilità nelle arti, attraverso l'antico iranico "maγuš" ha prodotto in greco "mekhos" (da cui "meccanica") e in germanico magan, da cui l'inglese "may" e "might". "Mago" è dunque una persona più abile delle altre, sottinteso nell'interpretare il volere degli déi attraverso l'interpretazione di sogni, volo di uccelli, interiora animali e soprattutto dei fenomeni celesti; è però facile capire come in latino ("magus") e poi nelle lingue romanze tale termine sia passato ad indicare un essere umano pressoché onnipotente grazie, appunto, alle arti occulte (si pensi a Mago Merlino o al Mago Atlante dell'"Orlando Furioso"). Baltazzàr dunque non ha poteri esoterici, è però colui che ha la conoscenza necessaria per svelare il significato dei sogni. Nabucodonosor lo sa, perché ne ha già fatto esperienza, ed ora è lui stesso a raccontargli il suo sogno. Esso si compone di due visioni, collegate tra loro dal simbolo dell'albero, un albero davvero gigantesco:

« Le visioni che mi passarono per la mente, mentre stavo a letto, erano queste. Io stavo guardando, ed ecco un albero di grande altezza in mezzo alla terra. Quell'albero era grande, robusto, la sua cima giungeva al cielo e si poteva vedere fin dall'estremità della terra. I suoi rami erano belli e i suoi frutti abbondanti, e vi era in esso da mangiare per tutti. Le bestie della terra si riparavano alla sua ombra e gli uccelli del cielo facevano il nido fra i suoi rami; di lui si nutriva ogni vivente. » (Daniele 4, 7-9)

La natura ci fornisce molti esempi di alberi di dimensioni colossali. L'albero più alto del mondo finora conosciuto è il cosiddetto Hyperion, una Sequoia sempervirens scoperta l'8 settembre 2006 dai naturalisti Chris Atkins e Michael Taylor nel Parco nazionale di Redwood (California settentrionale); la sua altezza è di ben 115,55 metri (la sua esatta posizione non è stata rivelata per evitare che un'eccessiva presenza di visitatori lo danneggi). Nonostante la sua altezza, Hyperion non è però l'albero più grande in termini di volume. Tale primato spetta alla cosiddetta "Generale Sherman", un imponente esemplare di Sequoiadendron giganteum nel Parco nazionale di Sequoia, a est di Visalia in California, alto 83,8 m. Molto meno dell'Hyperion, ma con 1487 metri cubi di volume e circa 5.445 tonnellate di peso si può sicuramente considerare il più massiccio organismo vivente per volume (il volume di Hyperion è stimato in 502 metri cubi). Fu scoperto nel 1879 dal naturalista James Wolverton e così chiamato in onore di William Tecumseh Sherman (1820-1891), famoso generale della Guerra di Secessione; si pensa che abbia 2400 anni, ma c'è chi parla di 2700. Hyperion invece non ha più di 800 anni. Il più grande albero d'Europa è invece il cosiddetto Castagno dei Cento Cavalli, un Castanea sativa situato nel Parco dell'Etna in territorio del comune di Sant'Alfio (CT), nel cui stemma civico è raffigurato. Il suo nome deriva da una leggenda: la regina Giovanna d'Aragona si sarebbe riparata sotto i suoi rami durante un temporale, insieme ai cento cavalieri con i loro destrieri del suo seguito. Il tronco ha una circonferenza di 22 metri, l'intero albero è alto 22 metri ed ha una circonferenza di quasi 60 metri, anche se secondo alcuni non si tratta di un solo individuo, ma dell'unione di tre polloni diversi. Protetto dallo stato fin dal 21 agosto 1745, si pensa che abbia almeno 2000 anni, ma c'è chi parla addirittura di 4000 anni.

A sinistra: l'albero cosmico Yggdrasil che sorregge i nove mondi della mitologia norrena. A destra: la sequoia "Generale Sherman" nel Parco nazionale di Sequoia, l'albero più imponente del pianeta Terra

A sinistra: l'albero cosmico Yggdrasil che sorregge i nove mondi della mitologia norrena. A destra: la
sequoia "Generale Sherman" nel Parco nazionale di Sequoia, l'albero più imponente del pianeta Terra

 

Nel caso del capitolo 4 di Daniele, però, non si parla di un albero reale, bensì dell'albero cosmico: un tema molto diffuso, nella storia delle religioni. Esso viene rappresentato di solito come un albero di dimensioni colossali, i cui rami sostengono i cieli e le cui radici affondano fin negli inferi. Lo si ritrova nella mitologia norrena sotto forma di un frassino con i nomi di Yggdrasil o Irminsul (in antico sassone "grande pilastro"), in quella slava come una immensa quercia, nell'induismo come un fico con il nome di Ashvastha, ed anche tra le popolazioni native della Siberia e dell'America del Nord. Alcuni filosofi sostengono che il mito dell'albero cosmico può essere correlato anche all'Albero della Vita germinato nel Paradiso Terrestre secondo Gen 2, 9, ma la cosa appare improbabile, dato che in nessuna parte della Scrittura si trova qualche allusione ad esso come ad un albero gigantesco. Quello descritto dal sogno di Nabucodonosor invece sembra calzare a pennello con le descrizioni mitologiche di alberi cosmici. Il re afferma infatti che « le bestie della terra si riparavano alla sua ombra e gli uccelli del cielo facevano il nido fra i suoi rami »; ebbene, secondo il poeta islandese Snorri Sturluson (1178-1241), l'albero Yggdrasill era popolato da diversi animali mitici, tra cui quattro cervi che balzavano tra i suoi rami, la serpe Níðhöggr che rodeva le sue radici e il gallo Víðópnir, il cui canto annuncerà il Ragnarök, la fine del mondo. Inoltre "Nabucco" sostiene che dell'albero da lui sognato « si nutriva ogni vivente », e guarda caso da una delle tre radici dell'Yggdrasill nasceva la fonte Hvergelmir ("pozzo risonante"), da cui si dipartivano tutti i fiumi del mondo. Ed ecco ora la seconda parte del sogno riguardante questo albero immenso:

« Mentre nel mio letto stavo osservando le visioni che mi passavano per la mente, ecco un Vigilante, un Santo, scese dal cielo e gridò a voce alta: "Tagliate l'albero e stroncate i suoi rami: scuotete le foglie, disperdetene i frutti: fuggano le bestie di sotto e gli uccelli dai suoi rami. Lasciate però nella terra il ceppo con le radici, legato con catene di ferro e di bronzo fra l'erba della campagna. Sia bagnato dalla rugiada del cielo e la sua sorte sia insieme con le bestie sui prati. Si muti il suo cuore e invece di un cuore umano gli sia dato un cuore di bestia: sette tempi passeranno su di lui. Così è deciso per sentenza dei Vigilanti e secondo la parola dei Santi. Così i viventi sappiano che l'Altissimo domina sul regno degli uomini e che egli lo può dare a chi vuole e insediarvi anche il più piccolo degli uomini. Questo è il sogno, che io, re Nabucodonosor, ho fatto. Ora tu, Baltazzàr, dammene la spiegazione. Tu puoi darmela, perché, mentre fra tutti i saggi del mio regno nessuno me ne spiega il significato, in te è lo spirito degli dèi santi. ». (Daniele 4, 10-15)

Compaiono i Vigilanti
Vediamo comparire per la prima volta un essere misterioso, un Vigilante, cioè una creatura angelica (come si deduce dalla designazione di "Santo"), inviata da Dio a vigilare sui destini umani. Tale termine è usato qui per la prima volta con questo significato, ma diverrà popolarissimo nella letteratura apocalittica apocrifa. A questo proposito non possiamo non citare il Libro dei Vigilanti, che comprende i primi 36 capitoli (su 150) del cosiddetto Libro di Enoc, arrivato a noi solo in lingua ge'ez (l'antico idioma dell'Etiopia) e considerato ispirato dalla Chiesa Etiope. Esso rappresenta una variazione sul tema del capitolo 6 della Genesi, in cui "i figli di Dio" (cioè gli angeli) si uniscono alle "figlie degli uomini" (cioè le donne mortali) per generare i "Nefilim", i mitici giganti dell'antichità, la cui nequizia provoca la reazione del Signore, che li stermina nel diluvio universale. Nel capitolo 10 fa la sua comparsa per la prima volta il termine "Vigilanti" con riferimento agli angeli che hanno peccato con donne mortali, e per questo Azazel loro capo viene imprigionato e seppellito nel deserto di Dudael vicino a Gerusalemme fino alla fine del mondo (il suo nome, "Forza di Dio", compare anche in Levitico 16, 8, ed era quello del demone dei deserti nella mitologia mesopotamica ed ittita), mentre l'arcangelo Uriele ("Luce di Dio") è inviato da Noè per avvisarlo dell'imminente diluvio. È importante il fatto che anche il Libro dei Vigilanti è stato datato alla prima metà del II secolo a.C., in concomitanza alla rivolta in Giudea dei fratelli Maccabei contro l'occupazione ellenistica, e quindi con la composizione del Libro di Daniele, anche se la sottosezione costituita dai capitoli 6-11, nella quale non è citato Enoc, è considerato antecedente al resto del Libro, verso il IV-III secolo a.C., e può averne catalizzato lo sviluppo. Da notare che nel capitolo 6 del Libro dei Vigilanti è citata una lunga lista di angeli disobbedienti, fra i quali è inserito uno di nome... Daniele! Nella Qabbalah ebraica è indicato come la guida per la costruzione dell'ultimo e definitivo Tempio di Gerusalemme, mentre nelle rappresentazioni artistiche cattoliche è l'angelo che presiede all'incoronazione della Beata Vergine Maria: incarichi ben diversi da quelli che potrebbero essere attribuiti a un angelo caduto. Data la contemporaneità della redazione finale del Libro dei Vigilanti con quella del Libro di Daniele, non possono essere escluse relazioni tra il Daniele Vigilante e il Daniele Profeta, ma tali relazioni oggi non possono più essere ricostruite. Quanto all'origine del termine "Vigilante", la sua etimologia è discussa, ma la più semplice lo mette in correlazione a questo passo di Zaccaria, dato che l'immagine dell'insonne sentinella che vigila sul mondo e sui fenomeni atmosferici (ne abbiamo parlato nel capitolo precedente) è tipica degli angeli:

« Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra. » (Zaccaria 4, 10b)

Si potrebbe tradurre "che vigilano su tutta la terra"; ed anche la visione introduttiva di Ezechiele parla di "ruote piene di occhi" che vigilano. In ogni caso, il Vigilante descritto da Nabucodonosor è una creatura celeste che fa tagliare l'albero sterminato, lasciandone intatto il ceppo con le radici, che viene legato con una catena di ferro e bronzo (solita accumulazione di termini: non di bronzo o di ferro, ma di entrambi). Misteriosamente, si ordina che "invece di un cuore umano gli sia dato un cuore di bestia": ma come può un albero avere un cuore di uomo o di animale? E cosa significano i "sette tempi" che "passeranno su di lui"? Non c'è da stupirsi che il re ne sia turbato, ancor più che dalla visione della statua plurimetallica, e che ne chieda la spiegazione al migliore fra tutti i magi di Babilonia, Daniele. Anche la reazione del Profeta è però quasi inspiegabile, e comunque diversissima dall'occasione in cui ottenne la reminiscenza del sogno nella mente dell'imperatore:

« Allora Daniele, chiamato Baltazzàr, rimase per qualche tempo confuso e turbato dai suoi pensieri. » (Daniele 4, 16a)

Scopriremo presto il motivo del turbamento del nostro eroe, che non deriva dalla sua enigmaticità, come è avvenuto a "Nabucco", bensì per il suo drammatico significato, tanto che il Profeta è costretto a far precedere la sua interpretazione da quella che più di un esegeta ha definito una vera e propria "formula di scongiuro":

« Ma il re gli si rivolse: "Baltazzàr, il sogno non ti turbi e neppure la sua spiegazione". Rispose Baltazzàr: "Signor mio, valga il sogno per i tuoi nemici e la sua spiegazione per i tuoi avversari. » (Daniele 4, 16b)

Purtroppo è facile comprendere che il responso dell'oracolo è tutt'altro che favorevole:

« L'albero che tu hai visto, grande e robusto, la cui cima giungeva fino al cielo e si poteva vedere da tutta la terra e le cui foglie erano belle e i suoi frutti abbondanti e in cui c'era da mangiare per tutti e sotto il quale dimoravano le bestie della terra e sui cui rami facevano il nido gli uccelli del cielo, sei tu, re, che sei diventato grande e forte; la tua grandezza è cresciuta, è giunta al cielo e il tuo dominio si è esteso sino ai confini della terra. » (Daniele 4, 17-19)

Un impero universale?
L'albero cosmico che Nabucodonosor ha visto in sogno è dunque la rappresentazione onirica del suo regno, che ha espanso il suo dominio "sino ai confini della terra". Ora, noi sappiamo che l'Impero Caldeo era sì vasto e potente, ma non si trattava di un impero universale. Nel Medio Oriente del sesto secolo avanti Cristo si era stabilizzata piuttosto una politica di equilibrio e di coesistenza pacifica tra quattro grandi potenze: l'impero egiziano della XXVI Dinastia (detta anche "saitica", poiché la capitale era Sais, oggi Sa el-Hagar, nel Delta del Nilo); il Regno di Lidia, che occupava tutta la sezione occidentale della penisola anatolica, sotto la dinastia dei Mermnadi; l'Impero dei Medi, del quale riparleremo; e, appunto, l'Impero Neobabilonese. A questo proposito, vale la pena di ricordare che Caldei e Medi avevano abbattuto insieme l'impero assiro prendendone la capitale Ninive, e che la pace tra Lidi e Medi fu firmata dopo 15 anni di guerra in seguito ad una battaglia combattuta del fiume Halys (l'attuale Kızılırmak in Turchia) il 28 maggio 585 a.C. tra il re di Lidia Aliatte II e il Re dei Medi Ciassare. Conosciamo la data esatta di tale evento perchè essa fu interrotta bruscamente da un'eclissi di sole, prevista da Talete di Mileto, in seguito alla quale entrambi gli eserciti si diedero alla fuga; e le date delle eclissi possono essere individuate con estrema precisione. Essa viene oggi considerata la prima data certa della storia dell'umanità. A queste potenze si devono poi aggiungere le vicende delle città greche come Atene, governata prima da Solone (638-558 a.C.) e poi dal tiranno Pisistrato (morto nel 527 a.C.), e Sparta, che sotto la dinastia Agide stava consolidando la sua egemonia sul Peloponneso; la grandezza delle città stato della Magna Grecia e della Dodecapoli Etrusca; l'ascesa di Cartagine nel Mediterraneo Occidentale e, naturalmente, gli ultimi tre re di Roma, i leggendari Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo.

Il Medio Oriente nel 562 a.C.

E allora, come mai Daniele allude all'impero di Nabucodonosor come ad un impero mondiale? Per via di quella scarsa conoscenza della storia antica che, come vedremo ancora nel seguito, caratterizza l'autore del Libro di Daniele: questi vuole raccontarci eventi che dice accaduti oltre 400 anni prima dell'epoca in cui scrive, ma il quadro storico in cui inscrive tali eventi resta sempre confuso e piuttosto impreciso. Lo abbiamo visto parlando dell'anno della deportazione di Daniele a Babilonia, e lo ritroviamo qui, dove Nabucodonosor è trattato quasi come un leggendario re delle favole, il cui impero si estende su tutti i continenti ed è bagnato da tutti i mari. L'anonimo autore, quando pensa alla parola "impero", ha sotto gli occhi il modello dell'Impero Persiano e dell'impero di Alessandro il Macedone, entrambi estesi dal Mar Egeo fino ai confini dell'India, e dalla prima cateratta del Nilo sino al cuore dell'Asia; appare logico che egli applichi tale modello pure al dominio del Re Babilonese. Anche l'impero seleucide di Antioco IV è vastissimo rispetto alla Terra d'Israele, anche se notevolmente ridotto rispetto ai tempi del suo fondatore Seleuco I Nicatore (358–281 a.C.), quando si estendeva dal Mediterraneo Orientale fino al Punjab, e dunque il nostro autore può pensare benissimo che l'impero di Nabucodonosor si estendesse, oltre che alla Mesopotamia, alla Siria e alla Palestina, anche all'Anatolia, all'Iran e magari all'Egitto.

In questo, il redattore del Libro di Daniele è in buona compagnia. Si consideri ad esempio il caso della leggendaria regina Semiramide, colei che secondo Dante Alighieri « a vizio di lussuria fu sì rotta, / che libito fé licito in sua legge, / per tòrre il biasmo in che era condotta » (Inf. V, 55-57). Erodoto dice che durante il suo regno ella conquistò la Media, l'Egitto e l'Etiopia, ma è evidente che tali notizie sono apocrife: Semiramide era in realtà la regina assira Shammuramat, moglie del sovrano Shamshi-Adad V (824-811 a.C.) e, dopo la morte di questi, reggente per il figlio Adad-Nirari III. Secondo le iscrizioni assire che ci sono pervenute, ella fu reggente ma mai regina; non si hanno notizie di alcun rapporto incestuoso con suo figlio; e, soprattutto, il regno di Shamshi-Adad V rappresentò un periodo di debolezza per l'impero assiro, funestato da violente lotte per la successione al trono in seguito alla rivolta di suo fratello Assurdaninpal. Questa condizione di debolezza durò almeno fino alle riforme di Tiglatpileser III (745-727 a.C.), considerato il fondatore dell'Impero Neo-Assiro. Appare dunque impossibile che Shammuramat abbia portato a compimento le conquiste che Erodoto le attribuisce. Il territorio dei Medi, a quei tempi divisi in tribù pressoché indipendenti l'una dall'altra, fu reso tributario, ma mai realmente conquistato, dal re assiro Sargon II (721-705 a.C.), quello per capirci che occupò il Regno settentrionale d'Israele e ne deportò gli abitanti. L'Egitto fu invaso una prima volta da Assaraddon (681-669 a.C.) e poi da suo figlio Assurbanipal (669-627 a.C., il Sardanapalo degli storici greci), che ne mise a ferro e fuoco la capitale Tebe, anche se la conquista assira dell'Egitto si rivelò effimera. Quanto all'Etiopia, poi, è certo che nessun assiro vi giunse mai, anche se la sua citazione nella leggenda di Semiramide è probabilmente dovuta al fatto che i re assiri sconfissero ripetutamente dei contingenti di ausiliari nubiani mandati loro contro dai Faraoni egiziani. Come si vede, il mito della lussuriosa regina avvistata da Dante nel secondo cerchio del suo Inferno è una costruzione tardiva da parte di Erodoto e di altri storici i quali, poco o nulla conoscendo dell'effettiva storia dell'Assiria, finirono per condensare le imprese compiute da molti sovrani in un'unica figura mitologica vissuta nell'antichità, e per di più dai contorni romantici, trattandosi di una regina circondata da una leggenda torbida, farcita di passione e di morte.

Analogo procedimento deve aver portato l'autore del nostro libro a identificare Nabucodonosor con un monarca universale, attribuendogli le conquiste e i possedimenti di sovrani a lui assai posteriori, come Ciro o Alessandro Magno. In questo probabilmente c'è anche un po' di autocompiacimento, visto che, agli occhi dei pii ebrei dell'era ellenistica, non un qualunque satrapo, o comunque il re di una porzione limitata del globo terracqueo, ma solo un sovrano potentissimo avrebbe potuto riuscire nell'impresa di conquistare Gerusalemme e di distruggere il Tempio. Ma su questo imperatore del mondo piomba inesorabile il Giudizio Divino, sotto forma dell'abbattimento dell'albero e del suo abbandono alle intemperie:

« Che il re abbia visto un Vigilante, un Santo che scendeva dal cielo e diceva: Tagliate l'albero, spezzatelo, però lasciate nella terra il ceppo delle sue radici legato con catene di ferro e di bronzo fra l'erba della campagna e sia bagnato dalla rugiada del cielo e abbia sorte comune con le bestie della terra, finché sette tempi siano passati su di lui, questa, o re, ne è la spiegazione e questo è il decreto dell'Altissimo, che deve essere eseguito sopra il re, mio signore: Tu sarai cacciato dal consorzio umano e la tua dimora sarà con le bestie della terra; ti pascerai d'erba come i buoi e sarai bagnato dalla rugiada del cielo; sette tempi passeranno su di te, finché tu riconosca che l'Altissimo domina sul regno degli uomini e che egli lo dà a chi vuole.  » (Daniele 4, 20-22)

Il re dunque sarà scacciato dal consorzio umano e costretto a vivere tra le bestie per "sette tempi", una durata non meglio definita, lunga ma circoscritta: sette è come sempre numero di pienezza, e in questo caso indica la giustezza della punizione divina. Tutto questo durerà finché il sovrano non avrà riconosciuto che l'unico vero Signore che regge l'universo non è l'albero cosmico della leggenda, non è il superbo Nabucodonosor che ha reso grande Babilonia, bensì proprio JHWH. Nonostante tutto, però, alla condanna segue una parola di speranza:

« L'ordine che è stato dato di lasciare il ceppo con le radici dell'albero significa che il tuo regno ti sarà ristabilito, quando avrai riconosciuto che al Cielo appartiene il dominio. Perciò, re, accetta il mio consiglio: sconta i tuoi peccati con l'elemosina e le tue iniquità con atti di misericordia verso gli afflitti, perché tu possa godere lunga prosperità. » ( Daniele 4, 23-24)

L'albero del sogno non viene totalmente sradicato: il suo ceppo rimane al suo posto, seppure legato con catene. Il Giudizio di Dio lascia perciò uno spiraglio aperto al perdono e alla restaurazione del re sul suo trono. A una condizione, però: che il monarca si faccia perdonare i propri innumerevoli peccati, tra i quali a dir la verità passa in secondo piano la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Come vedremo ora al versetto 27, il peccato più grave che il Signore imputa a Nabucodonosor è quello dell'orgoglio, cioè il volersi atteggiare lui stesso a dio, esattamente come aveva fatto erigendo la sua statua colossale e pretendendo che tutti la venerassero, pena la vita. Inutile dire che questo è lo stesso peccato imputato dall'autore ad Antioco IV Epifane, il vero "albero" che verrà abbattuto per aver perseguitato il popolo di Giuda.

Si noti come, nei libri più tardivi del Vecchio Testamento, come il Siracide o il Libro di Tobia, emerga la convinzione che le opere buone, ed in particolare l'elemosina, possano ottenere la remissione dei peccati:

« L'elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l'elemosina godranno lunga vita. » (Tobia 12, 9)

Nella tradizione giudaica, l'elemosina ha sempre goduto di una grande importanza. Viene lodata più volte nel Talmud, e San Paolo raccoglierà elemosine tra le comunità cristiane per la Chiesa di Gerusalemme:

« Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale poi farà salire a Dio l'inno di ringraziamento per mezzo nostro. » (2 Corinzi 9, 11)

Persino Maometto inserirà l'elemosina (in arabo Zakat) tra i cinque pilastri dell'Islam. A quanto pare, però, da quest'orecchio Nabucodonosor non ci sente: evidentemente non solo non pratica elemosine, ma anzi si inorgoglisce ancor di più, ed allora il castigo si compie inesorabilmente nel giro di un anno:

« Tutte queste cose avvennero al re Nabucodonosor. Dodici mesi dopo, passeggiando sopra la terrazza della reggia di Babilonia, il re prese a dire: "Non è questa la grande Babilonia che io ho costruito come reggia per la gloria della mia maestà, con la forza della mia potenza?" Queste parole erano ancora sulle labbra del re, quando una voce venne dal cielo: "A te io parlo, re Nabucodonosor: il regno ti è tolto! Sarai cacciato dal consorzio umano e la tua dimora sarà con le bestie della terra; ti pascerai d'erba come i buoi e passeranno sette tempi su di te, finché tu riconosca che l'Altissimo domina sul regno degli uomini e che egli lo dà a chi vuole." » (Daniele 4, 25-29)

La sentenza già esplicitata nel sogno viene ribadita al re a viva voce. Osserviamo che in questi versetti Nabucodonosor smette di parlare in prima persona, e la voce narrante torna quella dell'autore del Libro. La descrizione della pena inflitta al superbo re babilonese è quasi da film horror:

« In quel momento stesso si adempì la parola sopra Nabucodonosor. Egli fu cacciato dal consorzio umano, mangiò l'erba come i buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo: il pelo gli crebbe come le penne alle aquile e le unghie come agli uccelli. » (Daniele 4, 30)

Nabucodonosor il licantropo
Il sovrano, già orgoglioso del suo strapotere sul mondo intero e della grande capitale che egli ha riedificato dopo le distruzioni degli Assiri, è ridotto ad una vita animalesca, ed egli viene trasformato in un essere selvaggio, con il pelo lungo e le unghie come artigli. Sembra di essere di fronte a una descrizione dello Yeti del Tibet, del Sasquatch del Nord America o del Troll del Nord Europa. Secondo alcuni studiosi, però, i leggendari esseri pelosi testé citati potrebbero proprio essere identificati come esseri umani affetti da ipertricosi, una malattia caratterizzata da un'abnorme crescita dei peli su tutta l'epidermide, così da apparire mostruosi e ributtanti: abbandonati da piccoli tra i boschi e le montagne, questi sfortunati crescerebbero allo stato selvaggio, apparendo simili a scimmie. Il versetto secondo cui « il pelo gli crebbe come le penne alle aquile » sembra davvero la descrizione di un caso di ipertricosi, per cui non sarebbe scorretto affermare che, secondo il quarto capitolo di Daniele, il re si è trasformato a tutti gli effetti in uno "Yeti". Secondo altri, invece, la descrizione di Daniele 4, 30 rimanda invece al mito del licantropo o uomo-lupo, come indicano soprattutto le unghie lunghe, tipiche di un predatore dei boschi più che di uno scimmione. Anche in questo caso non si tratta di semplici riferimenti leggendari, poiché la scienza medica ha descritto la licantropia come una sindrome isterica che colpisce le persone, facendo sì che esse assumano atteggiamenti da lupo durante particolari condizioni, come forti scoppi d'ira o nelle notti di luna piena.

Nessuno meglio del famoso poeta, pittore e incisore inglese William Blake (1757-1927) ha saputo rendere questa condizione patologica dell'arrogante sovrano, nella sua stampa con aggiunte a inchiostro e acquerello realizzata nel 1805, che vedete raffigurata qui sotto:

Secondo Alexander Gilchrist (1828-1861), biografo di Blake, in questa stampa lo spettatore si trova di fronte « il re impazzito che striscia come una bestia braccata in una tana tra le rocce; la sua intricata barba color oro spazza la terra, le sue unghie sono come artigli di avvoltoi, e i suoi occhi selvaggi pieni di un cupo terrore. L'impotente sovrano sta perdendo ogni parvenza di umanità, ed è bestiale nella sua crescita incolta dei capelli, rettile nelle squame e nelle macchie sulla pelle da rospo, che assume tonalità innaturali di verde, blu e ruggine ». Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), fondatore del movimento dei Preraffaelliti, ha commentato a sua volta: « Strisciando carponi nella sua follia, la barba fulva attraversa la mano sinistra; le unghie sono letteralmente simili ad artigli di uccelli rapaci, e la carnagione appare rossa e muscolosa, mentre gli occhi abbacinati hanno quasi perso ogni parvenza di umanità. Lo sfondo rappresenta una fitta giungla: davvero una straordinaria rappresentazione dell'uomo selvaggio. » La stampa ha ispirato a sua volta un passaggio del poema "La Città in una Notte Terrificante" (1870 ) di James Thomson (1834-1882):

« After a hundred steps I grew aware 
Of something crawling in the lane below; 
It seemed a wounded creature prostrate there 
That sobbed with pangs in making progress slow, 
The hind limbs stretched to push, the fore limbs then 
To drag; for it would die in its own den. »
« Dopo un centinaio di passi mi sono accorto 
di qualcosa che strisciava nella strada sottostante; 
sembrava una creatura ferita che giaceva là,
singhiozzando tra gli spasimi perché procedeva troppo lenta, 
le gambe impegnate a spingere, le braccia invece
a trascinarsi, perché sarebbe morto nella sua tana. »

In ogni caso, la malattia che colpisce il superbo sovrano è una forma di pazzia, perchè quando il tempo fissato dal signore è scaduto, il sovrano ritrova il senno, e ricomincia anche a parlare in prima persona:

« Ma finito quel tempo, io Nabucodonosor alzai gli occhi al cielo e la ragione tornò in me e benedissi l'Altissimo; lodai e glorificai Colui che vive in eterno, la Cui potenza è potenza eterna e il Cui regno è di generazione in generazione. Tutti gli abitanti della terra sono, davanti a Lui, come un nulla; Egli dispone come gli piace delle schiere del cielo e degli abitanti della terra. Nessuno può fermarGli la mano e dirGli: Che cosa fai? In quel tempo tornò in me la conoscenza, e con la gloria del regno mi fu restituita la mia maestà e il mio splendore: i miei ministri e i miei prìncipi mi ricercarono, e io fui ristabilito nel mio regno e mi fu concesso un potere anche più grande. Ora io, Nabucodonosor, lodo, esalto e glorifico il Re del Cielo: tutte le Sue opere sono verità e le Sue vie giustizia; Egli può umiliare coloro che camminano nella superbia. » (Daniele 4,31-34)

Come era già accaduto al termine del racconto del sogno della statua e dell'episodio dei tre giovani nella fornace, una volta recuperata la ragione Nabucodonosor conclude il proprio racconto (che ha davvero l'aspetto di una autobiografia) con una nuova, solenne professione di fede nel "Re del Cielo", del quale vengono celebrate le opere e la giustizia, soprattutto quando Egli giudica i superbi, umiliandoli. Ovviamente a scrivere queste parole non è Nabucodonosor in persona, bensì l'anonimo autore (o redattore finale) del Libro di Daniele, il quale si rivolge ai suoi contemporanei e li rassicura circa il fatto che anche Antioco IV sarà punito per la sua tracotanza, e con la peggior punizione che un superbo può ricevere: essere umiliato fino ad uno stato animalesco, facendo strisciare al suolo colui che aveva creduto di potersi annoverare tra gli déi del cielo.

Vale la pena di ricordare che proprio a questo episodio si ispirò Ludovico Ariosto (1474-1533), per giustificare la pazzia del Paladino Orlando nel suo grande capolavoro "L'Orlando Furioso". Infatti così San Giovanni Evangelista dice al Paladino Astolfo che lo ha raggiunto nel Paradiso Terrestre in groppa all'ippogrifo:

« E Dio per questo fa ch'egli va folle,
e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco;
e l'intelletto sì gli offusca e tolle,
che non può altrui conoscere, e sé manco.
A questa guisa si legge che volle
Nabuccodonosor Dio punir anco,
che sette anni il mandò di furor pieno,
sì che, qual bue, pasceva l'erba e il fieno.

Ma perch'assai minor del paladino,
che di Nabucco, è stato pur l'eccesso,
sol di tre mesi dal voler divino
a purgar questo error termine è messo.
Né ad altro effetto per tanto camino
salir qua su t'ha il Redentor concesso,
se non perché da noi modo tu apprenda,
come ad Orlando il suo senno si renda. » (Canto XXXIV, 65-66)

"Egli" è Orlando, che come si vede si aggira nudo per i boschi proprio come Nabucodonosor, assolutamente dimentico della sua precedente condizione. Siccome però il peccato del paladino, consistente nell'aver rincorso l'amore della pagana Angelica anziché preoccuparsi della difesa della Vera Fede, è molto meno grave di quello di "Nabucco", Orlando non resterà fuori di senno per sette anni, ma solo per tre mesi, anche perché nel frattempo i Mori stanno avendo la meglio sui guerrieri cristiani di Carlo Magno. Per questo, Astolfo dovrà salire sulla Luna a prelevare il senno di Orlando, finito lassù insieme a tutte le cose che si perdono sulla Terra, in uno degli episodi più famosi dell'intera letteratura mondiale.

Nabonide a Tema
Detto questo: l'episodio del capitolo 4 di Daniele ha una qualche base storica, oppure è un mero racconto esemplare, una sorta di favola che vuole consolidare la fede dei lettori circa il fatto che gli arroganti saranno sempre puniti, e reintegrati nella loro dignità solo dopo l'espiazione e il pentimento? Le notizie storiche che possediamo sul maggior sovrano dell'Impero Caldeo non accennano in alcun modo al fatto che egli sia stato colpito da pazzia o licantropia, ed è certo che anche altri libri della Bibbia ne parlerebbero, a partire dai profeti come Ezechiele, poiché agli Ebrei deportati in Babilonia non sarebbe parso vero di poter celebrare la punizione del distruttore del Tempio come una grande vittoria del Dio d'Israele, proprio come fa il nostro autore più di 400 anni dopo. Tuttavia, è accertata una lunghissima assenza da Babilonia non del re Nabucodonosor, ma di uno dei suoi successori, Nabonide ("Il dio Nabu sia benedetto"), che regnò dal 555 al 539 a.C., e fu l'ultimo sovrano dell'Impero Caldeo prima della conquista persiana. Per motivi mai del tutto chiariti, anche se le fonti antiche parlano di ragioni di salute, Nabonide trasferì la sua corte da Babilonia all'oasi di Tema, oggi nel nordovest dell'Arabia Saudita, che prende il nome da uno dei figli di Ismaele (Gen 25, 15), e che nell'antichità era considerata tanto ricca e potente, da tirarsi addosso una profezia minacciosa da parte di Geremia (25, 23) e un oracolo del Primo Isaia:

« Abitanti del paese di Tema, presentatevi ai fuggiaschi con pane per loro. » (Isaia 21, 14)

A Tema sono state ritrovate molte epigrafi aramaiche risalenti al VI secolo a.C., proprio quello in cui prosperò l'Impero Neobabilonese. A quell'epoca, Tema doveva essere una piccola metropoli, ed essendo ricca di pozzi d'acqua rappresentava uno snodo commerciale prospero di vita; con la presenza di re Nabonide in città per curarsi, essa visse sicuramente l'apogeo del suo sviluppo. A dir la verità non tutti credono al motivo ufficiale del trasferimento della corte caldea a Tema; siccome la madre di Nabonide Adagupi-Adad era una sacerdotessa di Sin, il dio della luna, il re era particolarmente devoto a questa divinità, della quale fece ricostruire il tempio ad Harran, dopo la sua distruzione ad opera dei Medi nel 610 a.C. Invece la nobiltà ed il clero di Babilonia erano legati al culto enoteistico di Marduk (enoteismo significa che sono adorati molti déi, ma uno di essi ha una posizione nettamente prevalente); l'attrito con loro avrebbe indotto Nabonide a ritirarsi in Arabia settentrionale. Tuttavia, negli anni duemila gli archeologi hanno messo in dubbio quest'ipotesi: se infatti non può essere negata la preferenza personale di Nabonide per il dio Sin, è certo che il re venerò il pantheon tradizionale babilonese (come attesta il suo stesso nome) e, se vi furono delle rivolte contro la sua autorità, all'epoca quasi inevitabili, nessuna parve in grado di giustificare una sua fuga dalla capitale. Inoltre è certo che, dopo una lunga assenza, egli rientrò a Babilonia con tutta la sua corte, una circostanza difficile da conciliare con l'ostilità della nobiltà caldea, che in tale ricostruzione avrebbe cercato di opporgli come sovrano il figlio Baldassarre (questi sarà protagonista del successivo capitolo 5). Le ragioni per cui Nabonide si sia ritirato per almeno sette anni a Tema, a centinaia di miglia dalla splendida Babilonia, restano perciò a tutt'oggi assai dibattute. Ad ogni modo, sia che il re fosse effettivamente indisposto, sia che questo referto ufficiale celasse motivazioni politico-religiose oggi difficilmente ricostruibili, i Giudei deportati in Mesopotamia dovettero considerare tale malattia una punizione divina nei confronti della dinastia caldea; di qui la leggenda, tramandata di generazione in generazione per via orale, che il sovrano fosse stato reso pazzo da JHWH come punizione per la sua superbia. Siccome il nome Nabonide ricorda per assonanza quello di Nabucodonosor, in seguito i "sette tempi" dell'esilio in Arabia (una terra effettivamente selvaggia, come selvaggio è stato descritto il re uscito di senno) furono attribuiti al distruttore di Gerusalemme, non al suo genero e successore, ed è così che si formò il racconto da noi letto nel capitolo 4 di Daniele.

La Porta di Ishtar a Babilonia ricostruita nel film "Geremia" della Lux Vide

La Porta di Ishtar a Babilonia ricostruita nel film "Geremia" della Lux Vide

 

I successori di Nabucodonosor
L'inizio del capitolo 5 presenta una cesura netta rispetto ai capitoli precedenti, perché a sorpresa il re non è più Nabucodonosor ma Baldassarre, senza che sia fornita alcuna spiegazione della successione:

« Il re Baldassarre imbandì un gran banchetto a mille dei suoi dignitari e insieme con loro si diede a bere vino. » (Daniele 5, 1)

Chi è questo Baldassarre, dal momento che non vi è alcun sovrano con questo nome, nell'elenco dei Re Babilonesi? Un indizio sembra fornirlo il versetto successivo:

« Quando Baldassarre ebbe molto bevuto, comandò che fossero portati i vasi d'oro e d'argento che Nabucodonosor suo padre aveva asportati dal Tempio, che era in Gerusalemme, perché vi bevessero il re e i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine. » (Daniele 5, 2)

Dunque Baldassarre sarebbe figlio di Nabucodonosor, succedutogli alla sua morte. Anche dopo questa esplicazione però brancoliamo nel buio più totale, visto che le fonti storiche non nominano figli di Nabucodonosor II di nome Baldassarre. Occorre allora riferirsi a quanto sappiamo della storia dell'Impero Caldeo. Sappiamo per certo che il grande Nabucodonosor II mori nel 562 a.C. a 72 anni, dopo ben 43 anni di regno. Gli successe sul trono babilonese il figlio Amil-Marduk (561-560 a.C.), il cui nome può significare "Servo di Marduk". Questo personaggio è citato nella Bibbia, con il nome di Evil-Merodach, come colui che liberò dalla prigionia l'ex Re di Giuda Ioiachin, imprigionato per ordine di suo padre:

« Ora nell'anno trentasette della deportazione di Ioiachìn, re di Giuda, nel decimosecondo mese, il ventisette del mese, Evil-Merodach re di Babilonia, nell'anno in cui divenne re, fece grazia a Ioiachìn re di Giuda e lo fece uscire dalla prigione. Gli parlò con benevolenza, gli assegnò un seggio superiore ai seggi dei re che si trovavano con lui in Babilonia, e gli fece cambiare le vesti che aveva portato nella prigione. Ioiachìn mangiò sempre dalla tavola del re per tutto il resto della sua vita. » (2Re 25, 27-29)

L'« anno trentasette » corrisponde al 560 a.C., avendo visto a suo tempo che Ioiachin fu deportato nel 597 a.C.; i tempi dunque corrispondono all'effettivo periodo di regno di Amil-Marduk, e l'autore del Secondo Libro dei Re si dimostra davvero ben informato sugli eventi che narra (a differenza dell'autore del Libro di Daniele), anche se non ci specifica il perché di tanta generosità nei confronti di un ex re sconfitto ed umiliato. In ogni caso il regno di Amil-Marduk fu assai breve, perchè egli fu assassinato da Neriglissar (559-556 a.C., in accadico Nergal-sar-usur, "Il dio Nergal difenda il re"), cognato di suo padre Nabucodonosor II, che gli successe sul trono. Anche questo personaggio è quasi certamente citato nella Bibbia, e precisamente nel capitolo 39 del Libro di Geremia, che elenca addirittura due personaggi con il nome di Nergal-Sarezer:

« Nel quarto mese dell'anno undecimo di Sedecìa, il nove del mese, fu aperta una breccia nella città, entrarono tutti i generali del re di Babilonia e si stabilirono alla Porta di mezzo; Nergal-Sarezer, Samgar-Nebu, Sarsechim, capo degli eunuchi, Nergal-Sarezer, capo dei magi, e tutti gli altri capi del re di Babilonia. » (Geremia 39, 2-3)

Il secondo Nergal-Sarezer è il capo dei sacerdoti (titolo poi attribuito al Profeta Daniele), mentre il primo è probabilmente il personaggio che usurpò il trono al figlio di Nabucodonosor. Le cronache babilonesi descrivono una sua campagna militare verso ovest nel 557-556 a.C., durante la quale morì in battaglia. Sul trono salì allora suo figlio Labashi-Marduk ("Non esiste Marduk?"), che era ancora un ragazzo. Egli apparteneva alla dinastia regale, essendo nipote di Nabucodonosor, ma venne eliminato dopo solo nove mesi di regno da una congiura ordita dal generale Nabonide (o Nabonedo, 555-539 a.C.), genero di Nabucodonosor avendone sposato la figlia, l'astuta Nitocris citata da Erodoto nelle sue Storie. Di Nabonide, del quale si è già parlato sopra, ignoriamo le origini famigliari; egli sosteneva di essere discendente del grande re assiro Assurbanipal, e sua madre (come si è detto) era sacerdotessa del dio lunare ad Harran, che fu l'ultimo ridotto dell'Impero Assiro, per cui si pensa che egli potesse essere di origini assire. Il suo fu un regno itinerante, avendo condotto campagne militari in Siria e in Cilicia, prima di ritirarsi per sette anni a Tema, in un'oasi dell'Arabia settentrionale.

In sua assenza, egli affidò la direzione degli affari di Babilonia al figlio Baldassarre, in ebraico Belsha'ssar;, in accadico Bel-shar-usur ("Baal protegga il re"), il quale non ebbe mai il titolo regale, ma fu de facto il reggente dell'Impero. Sicuramente costui è il Baldassarre citato dal Libro di Daniele. Definirlo "figlio di Nabucodonosor" a questo punto non appare più tanto erroneo, dal momento che egli era figlio della figlia del conquistatore di Gerusalemme. Baldassarre è ricordato nelle fonti storiche come comandante in capo delle truppe babilonesi durante la campagna di Ciro in Asia Minore, nel 545 a.C.; non si hanno informazioni storiche su di lui negli anni posteriori al 543 a.C., quando tutta l'amministrazione del regno ritornò nelle mani del padre, che aveva riportato la sua residenza a Babilonia. Non ha trovato alcun riscontro l'ipotesi che il padre stesso lo abbia fatto giustiziare (così da giustificare la sua morte violenta annunciata in Daniele 5, 30) perchè la nobiltà babilonese avrebbe inteso elevare al trono lui, fedele devoto di Marduk, in opposizione al padre, che avrebbe invece cercato di imporre il culto straniero del dio Sin. Da notare che il nome di Baldassarre è molto vicino a quello che è stato attribuito da Nabucodonosor allo stesso Daniele, per cui ci troveremo di fronte ad un confronto tra "due Baldassarre"! Sempre lo stesso nome fu inoltre attribuito dalla letteratura apocrifa del Nuovo Testamento, a partire dal Vangelo Armeno dell'Infanzia, ad uno dei famosi Re Magi. Perchè? Forse perchè, essendo il nome di un regnante di Babilonia, comunicava l'idea che chi lo portava proveniva « da Oriente » (Matteo 2, 1), così come Gaspare proviene probabilmente dal persiano "maestro stimato" e Melchiorre dall'aramaico "re di luce": tutti nomi di origine mesopotamica od iranica.

La mano che scrive
Ma ora torniamo all'avvincente racconto del capitolo quinto del nostro Libro, che narra
l'ultima notte del "regno" di Baldassarre. Quella che l'autore descrive non è un'orgia in puro stile del "Satyricon" di Petronio, ma piuttosto una festa religiosa babilonese, durante la quale venivano consumate le carni degli animali sacrificati. Nel corso di essa, però, "re" Baldassarre alza un po' troppo il gomito, e commette un errore che gli costerà molto caro:

« Quando Baldassarre ebbe molto bevuto comandò che fossero portati i vasi d'oro e d'argento che Nabucodònosor suo padre aveva asportati dal tempio, che era in Gerusalemme, perché vi bevessero il re e i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine. Furono quindi portati i vasi d'oro, che erano stati asportati dal tempio di Gerusalemme, e il re, i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine li usarono per bere; mentre bevevano il vino, lodavano gli dèi d'oro, d'argento, di bronzo, di ferro, di legno e di pietra. » (Daniele 5, 2-4)

Baldassarre in tal modo vuole dimostrare che il dio nazionale babilonese Marduk è al di sopra del Dio degli Ebrei, e quindi che quel vasellame sacro va usato nelle cerimonie dei suoi déi (gli idoli "d'oro, d'argento, di bronzo, di ferro, di legno e di pietra"), non nel culto sconfitto del Tempio di Gerusalemme: una pratica che doveva essere comune, tra i conquistatori di quell'epoca. Infatti anche Antico IV Epifane tentò di trasformare il Tempio di JHWH in uno a Zeus Olimpio! Entrambi i sovrani hanno così commesso un grave sacrilegio; mostrando che il nipote di Nabucodonosor non la passerà liscia, l'Autore intende rassicurare i suoi lettori circa il fatto che anche il Re di Siria passerà un brutto quarto d'ora, per aver profanato ciò che era sacro ad JHWH con un culto idolatrico. Che accade allora al sovrano babilonese L'episodio qui narrato è anch'esso celeberrimo, immortalato molte volte dagli artisti più famosi, tra i quali va senz'altro citato Rembrandt, in un suo olio su tela ora alla National Gallery di Londra:

Rembrandt van Rjin, Il banchetto di Baldassarre, olio su tela

Rembrandt van Rjin, Il banchetto di Baldassarre, olio su tela

 

« In quel momento apparvero le dita di una mano d'uomo, le quali scrivevano sulla parete della sala reale, di fronte al candelabro. Nel vedere quelle dita che scrivevano, il re cambiò d'aspetto: spaventosi pensieri lo assalirono, le giunture dei suoi fianchi si allentarono, i ginocchi gli battevano l'uno contro l'altro. » (Daniele 5, 5-6)

Raramente un affanno, uno sconcerto, un turbamento, una noia, un terrore sono stati descritti con così poche eppure efficaci immagini plastiche. Già sappiamo che le lingue semitiche non conoscono concetti astratti; la paura è perciò sostituita dai suoi effetti fisiologici. Il volto impallidisce come cera, la fronte di aggrotta per effetto di "spaventosi pensieri", le gambe non lo reggono più, il potente sovrano si mette addirittura a tremare come una foglia! A partire probabilmente da questo episodio, la mano fantasma è uno dei temi ricorrenti della moderna letteratura horror, dal film "Le cinque chiavi del terrore" (1965) in cui un critico d'arte viene perseguitato dalla mano mozzata di un pittore a cui ha rovinato la vita, fino alla famosa "Mano" della Famiglia Addams, ironica presa in giro del genere. Qui però le "dita di una mano d'uomo" rappresentano la Mano di Dio che, unica, può scrivere il destino degli uomini, in questo caso del re stesso, come vedremo tra poco. Questa mano senza corpo scrive "di fronte al candelabro": che senso ha, tale precisazione? Baldassarre ha sacrilegamente mandato a prendere gli arredi del Tempio di Gerusalemme; l'Autore può ben immaginare che tra di essi vi fosse anche la Menorah, il candelabro rituale a sette bracci che ardeva nel Santo del Tempio di Gerusalemme (secondo i più, le sue sette lampade rappresentano i sette giorni della Creazione). La Menorah incarnava dunque la presenza tangibile di YHWH nel Tempio: ecco perchè la Mano di Dio scrive proprio davanti al candelabro!

Ricordate la reazione di Nabucodonosor in seguito ai suoi enigmatici sogni? Il sovrano aveva mandato a chiamare tutti i sapienti del regno affinché glieli spiegassero. Appare logico che Baldassarre reagisca allo stesso modo, anche se in forma più scomposta, mettendosi "a gridare" in maniera ben poco regale:

« Allora il re si mise a gridare, ordinando che si convocassero gli astrologi, i caldei e gli indovini. Appena vennero, il re disse ai saggi di Babilonia: "Chiunque leggerà quella scrittura e me ne darà la spiegazione sarà vestito di porpora, porterà una collana d'oro al collo e sarà il terzo signore del regno." » (Daniele 5, 7)

Perchè "il terzo signore del regno"? Questo titolo appare alquanto misterioso, visto che il regno dovrebbe avere un solo monarca per volta. Lo si spiega solo ammettendo che Baldassarre non sia l'effettivo re, ma solo il reggente, e che questo titolo appartenga invece a Nabonide, trasferitosi come sappiamo a Tema. Il fortunato astrologo diverrebbe perciò il terzo in grado dopo Nabonide e Baldassarre. In questo versetto sarebbe così presente una reminiscenza storica più che precisa, in mezzo a tanta confusione di regnanti, imperi e vicende politiche!

« Allora entrarono nella sala tutti i saggi del re, ma non poterono leggere quella scrittura né darne al re la spiegazione. Il re Baldassarre rimase molto turbato e cambiò colore; anche i suoi grandi restarono sconcertati. » (Daniele 5, 8-9)

La vicenda si ripete per la terza volta: vengono convocati tutti i magi e gli astrologi per la decifrazione dell'inquietante scritta, della quale però finora nulla ci è stato detto: in che lingua è stata vergata? Con che alfabeto? Una sola cosa è certa: ogni sforzo interpretativo è vano, e i sapienti pagani ci fanno la solita magra figura. Perlomeno, stavolta non viene ordinata la loro brutale eliminazione: il sovrano è troppo impegnato ad arrovellarsi atterrito su quella iscrizione dell'altro mondo, per pensare a commettere delle stragi. E per la terza volta, a questo punto entra in scena il nostro eroe:

« La regina, alle parole del re e dei suoi grandi, entrò nella sala del banchetto e, rivolta al re, gli disse: "Re, vivi per sempre! I tuoi pensieri non ti spaventino né si cambi il colore del tuo volto. C'è nel tuo regno un uomo, in cui è lo spirito degli dèi santi. Al tempo di tuo padre si trovò in lui luce, intelligenza e sapienza pari alla sapienza degli dèi. Il re Nabucodònosor tuo padre lo aveva fatto capo dei maghi, degli astrologi, dei caldei e degli indovini. Fu riscontrato in questo Daniele, che il re aveva chiamato Baltazzàr, uno spirito superiore e tanto accorgimento da interpretare sogni, spiegare detti oscuri, sciogliere enigmi. Si convochi dunque Daniele ed egli darà la spiegazione." » (Daniele 5, 10-12)

La regina "entra" nella sala del banchetto. Ma al versetto 2 non si diceva del sovrano che "le sue mogli e le sue concubine" erano già sedute ai tavoli, come del resto mostra l'opera di Rembrandt? Appare probabile dunque che l'autore si riferisca alla regina madre, cioè a Nitocris, figlia del grande Nabucodonosor, che non a caso Erodoto descrive come assennata e astuta. Già sappiamo invece che Nabucodonosor non era il padre di Baldassarre, ma viene chiamato tale per la già ricordata confusione tra il nome di Nabucodonosor e quello di Nabonide; paradossalmente, però, questo titolo spettava al reggente, in quanto "Nabucco" era suo nonno da padre di madre, e sappiamo che "padre" viene usato nella Bibbia anche come sinonimo di "antenato", o addirittura di "predecessore".

Mene, Tekel, Peres
Dietro suggerimento della regina madre, viene convocato a corte il solito
Daniele, del quale è ormai diffusa la fama di interprete di sogni e di prodigi, e che Nabucodonosor stesso aveva messo a capo dell'"Accademia" dei sapienti di Babilonia. Non è difficile rendersi conto che il nostro Profeta deve essere già piuttosto anziano, poiché Baldassarre tenne la reggenza dell'impero dal 550 al 543 a.C., e Daniele era arrivato ragazzo a Babilonia nel 597 a.C., cioè 54 anni prima del termine della reggenza. Eccolo dunque alla presenza del nuovo monarca:

« Fu quindi introdotto Daniele alla presenza del re ed egli gli disse: "Sei tu Daniele, un deportato dei Giudei che il re mio padre ha condotto qua dalla Giudea? Ho inteso dire che tu possiedi lo spirito degli dèi santi e che si trova in te luce, intelligenza e sapienza straordinaria. Poco fa sono stati condotti alla mia presenza i saggi e gli astrologi per leggere questa scrittura e darmene la spiegazione, ma non sono stati capaci. Ora, mi è stato detto che tu sei esperto nel dare spiegazioni e sciogliere enigmi. Se quindi potrai leggermi questa scrittura e darmene la spiegazione, tu sarai vestito di porpora, porterai al collo una collana d'oro e sarai il terzo signore del regno." » (Daniele 5, 13-16)

Baldassarre ribadisce a Daniele le promesse fatte sotto l'impulso del terrore per l'apparizione della mano fantasma. Da notare come sia Nitocris che suo figlio attribuiscono al Profeta « lo spirito degli dèi santi », stessa locuzione usata da Nabucodonosor in Daniele 4, 15: questi pagani non sembrano dotati di grande fantasia, e il nostro Autore ne fa quasi delle caricature. Ad ogni modo, forse perchè così anziano, Daniele non appare molto interessato ad assumere cariche pubbliche:

« Daniele rispose al re: "Tieni pure i tuoi doni per te e da' ad altri i tuoi regali: tuttavia io leggerò la scrittura al re e gliene darò la spiegazione." » (Daniele 5, 17)

Proprio come aveva fatto nel capitolo 2 con Nabucodonosor, apparentemente Daniele gira intorno al problema e sembra eludere la promessa appena fatta al reggente, ricordandogli eventi che egli avrebbe dovuto già conoscere perfettamente:

« O re, il Dio altissimo aveva dato a Nabucodònosor tuo padre regno, grandezza, gloria e magnificenza. Per questa grandezza che aveva ricevuto, tutti i popoli, nazioni e lingue lo temevano e tremavano davanti a lui: egli uccideva chi voleva, innalzava chi gli piaceva e abbassava chi gli pareva. Ma, quando il suo cuore si insuperbì e il suo spirito si ostinò nell'alterigia, fu deposto dal trono e gli fu tolta la sua gloria. Fu cacciato dal consorzio umano e il suo cuore divenne simile a quello delle bestie; la sua dimora fu con gli ònagri e mangiò l'erba come i buoi; il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché riconobbe che il Dio altissimo domina sul regno degli uomini, sul quale innalza chi gli piace. » (Daniele 5, 18-21)

In effetti si tratta di una riflessione ricorrente nella Sacra Scrittura, e riguarda il peccato tipico di ogni sovrano: quello di orgoglio. A Baldassarre viene ricordato che "suo padre" ha ricevuto in dono un impero universale (si veda per questo la riflessione fatta sopra), ma per colpa della sua superbia si è considerato simile a Dio stesso, l'unico vero arbitro dei destini umani. Il Signore, provocato da tanta arroganza, non è rimasto alla finestra a guardare e gli ha inflitto una durissima punizione, riducendolo (come si è visto nel capitolo 4) a uno stato pressoché animalesco e selvaggio. Chi mi ha seguito fin qui con attenzione non farà fatica a capire che questa lezione non è rivolta al reggente babilonese, bensì ai re siro-ellenistici contemporanei dell'Autore, che opprimevano Israele, ed ha lo scopo di infondere ancora una volta coraggio nei Giudei oppressi, con la certezza che YHWH non lascia impunito chi Lo sfida e non riconosce che solo Lui "domina sul regno degli uomini". Subito dopo infatti Daniele punta l'indice contro Baldassarre:

« Tu, Baldassarre suo figlio, non hai umiliato il tuo cuore, sebbene tu fossi a conoscenza di tutto questo. Anzi, tu hai insolentito contro il Signore del Cielo, sono stati portati davanti a te i vasi del Suo Tempio e in essi avete bevuto tu, i tuoi dignitari, le tue mogli, le tue concubine: tu hai reso lode agli dèi d'oro, d'argento, di bronzo, di ferro, di legno, di pietra, i quali non vedono, non odono e non comprendono e non hai glorificato Dio, nelle cui mani è la tua vita e a cui appartengono tutte le tue vie. » (Daniele 5, 22-23)

Chiaramente i contemporanei dell'Autore non leggevano "Tu, Baldassarre", bensì "Tu, Antioco", avendo questi compiuto contro il Tempio del Signore atti ancor più sacrileghi dell'aver banchettato con i vasi sacri dai quali solo i Sacerdoti potevano mangiare. Ma soprattutto, Antioco adorava "dèi d'oro, d'argento, di bronzo, di ferro, di legno, di pietra", risultanti dal sincretismo fra quelli del pantheon greco e quelli del pantheon siro-mesopotamico (Antioco aveva innalzato nel Tempio una statua dedicata a Zeus), e non ha rispettato il culto giudaico, come invece avevano fatto Ciro, i re persiani e financo Alessandro Magno. Le parole apparse sulla parete del drammatico banchetto di Baldassarre rappresentano proprio il sigillo che YHWH appone sulla condanna di questo supremo atto di superbia, proprio come gli imperatori terreni siglavano i loro editti con il proprio sigillo per significarne l'indiscutibilità. Ma, alla fine della fiera, cosa c'era scritto su quel benedetto muro?

« Da Lui fu allora mandata quella mano che ha tracciato quello scritto, di cui questa è la lettura: mene, tekel, peres. » (Daniele 5, 24-25)

Fernando Monzio Compagnoni, La Mano che Scrive

Fernando Monzio Compagnoni, La Mano che Scrive

 

In quale misterioso alfabeto sono state scritte queste tre enigmatiche parole? Come si vede, Fernando Monzio Compagnoni le ha immortalate scritte in caratteri latini con una traslitterazione un po' diversa da quella oggi adottata, per permetterne la lettura ai suoi contemporanei (ovviamente un anacronismo). Invece Rembrandt le aveva riportate in caratteri ebraici, quelli del cosiddetto "alfabeto quadrato" tuttora utilizzato dal moderno Stato d'Israele. Tale alfabeto è però una variante di quello dell'"Aramaico d'Impero", la lingua di cancelleria dell'Impero Persiano, ed è dunque posteriore a Baldassarre ed agli eventi narrati dal nostro Autore. Allora le possibilità sono due: le tre parole furono scritte con i caratteri cuneiformi della tradizione mesopotamica, che vennero usati per almeno 35 secoli (dal XXXIV secolo a.C. fino al I secolo d.C.!), oppure con il tradizionale alfabeto fenicio impiegato nel Regno di Giuda e in gran parte del Medio Oriente antico precedentemente alla cattività babilonese (è da tale alfabeto che sono derivati quello greco e quello latino). Entrambi sicuramente erano leggibili dalla totalità dei sapienti di Babilonia. Ed allora, perchè di fronte alle tre famigerate parole essi avevano fallito? Evidentemente non perchè non le sapessero leggere, ma perchè in quel contesto non ne capivano assolutamente il senso.

Tre monete per tre minacce
I tre termini infatti, come fece notare per la prima volta nel 1886 l'orientalista francese Charles Simon Clermont-Ganneau (1846-1923), non indicano altro che tre antiche unità di peso comunemente usate nel Medio Oriente, rispettivamente la Mina (mene), il Siclo (tekel) e la Mezza Mina (Peres). Esse davano il nome ad altrettante monete, poiché potevano indicare quantità di metallo prezioso. Riguardo alla prima, esistevano una mina babilonese e una mina ebraica. Una mina ebraica era inizialmente costituita da 50 sicli ed aveva un peso compreso tra i 500 e gli 800 grammi. Con Ezechiele invece, al tempo dell'Esilio, la mina diventa di 60 sicli, e quindi uguale a quella babilonese, così da rendere più semplici i calcoli (una sorta di "Sistema Internazionale di Misura" dell'Antichità):

« Il siclo sarà di venti ghere: venti sicli, venticinque sicli e quindici sicli saranno la vostra mina. » (Ezechiele 45, 12)

Il peso del siclo ebraico poteva variare tra i 10 e i 13 grammi. Un talento era pari a 3000 sicli, circa 30 o 40 kg, come si ricava da Esodo 38, 25-26. Secondo 1 Samuele 17, 5 l'armatura di bronzo del gigante Golia pesava 5000 sicli, cioè 50–65 kg. Si pensa anche che i "trenta pezzi d'argento" pattuiti da Giuda per il tradimento di Gesù in Matteo 26, 15 fossero sicli di Tiro; all'epoca di Cristo un siclo d'argento era allora il salario giornaliero di un bracciante. Anche l'attuale valuta di Israele si chiama siclo (sheqel). Occorre aggiungere che l'uso di unità di peso come unità monetarie era comune nel mondo antico e nel Medioevo, e ne è rimasta traccia fino ad oggi nelle lingue moderne: in inglese la parola "pound" indica sia la libbra che la sterlina, mentre in italiano le parole lira e libbra derivano entrambe dal latino libra, "bilancia".

La difficoltà da parte dei "caldei" (intesi come magi ed indovini) stava dunque nel comprendere perchè una mano ultraterrena si fosse scomodata per scrivere sul muro della reggia parole così comuni, e non chissà quale terribile vaticinio o profezia. Viene in mente un verso dell'"Amleto" di Shakespeare pronunciato da Orazio. Quando questi chiede ad Amleto che cosa gli ha rivelato lo spettro apparsogli sugli spalti di Elsinore, il principe risponde evasivo che « non vi è un villano in tutta la Danimarca che non sia un pezzo di farabutto ». Orazio allora se ne esce con una celeberrima esclamazione:

« There needs no ghost, my lord, come from the grave / to tell us this! »
« Mio signore, non c'è bisogno che uno spettro esca dalla tomba per dirci questo! » (Atto I, Scena 5)

Probabilmente i magi di Babilonia devono essersi ripetuti l'un l'altro una frase come questa, di fronte a tre unità di misura, peraltro neppure nel corretto ordine decrescente di valore. Daniele invece ricorre a un'interpretazione basata su tre verbi che ricordano nel suono queste tre parole aramaiche, un'interpretazione molto comune nell'esegesi rabbinica:

« Questa ne è l'interpretazione: Mene: Dio ha computato il tuo regno e gli ha posto fine.
Tekel: tu sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato mancante.
Peres: il tuo regno è stato diviso e dato ai Medi e ai Persiani. » (Daniele 5, 26-28)

Vediamo di riordinare le idee. Mene somiglia al verbo "mnh", che significa "misurare". YHWH, unico vero padrone della storia, ha dunque "misurato" la durata del regno di Baldassarre, e ha deciso che per esso è giunto il momento della fine. Tekel ricorda il verbo "tkl", cioè "pesare": di qui l'immagine delle bilance per decidere il destino del re. Per i Greci ed i Romani, la dea della giustizia Temi aveva in mano una bilancia, e tale è ancora raffigurata davanti ai nostri tribunali. Ed anche nella mitologia egiziana, che ai saggi Ebrei non doveva certo essere del tutto ignota, dopo la morte il cuore del defunto veniva pesato dal dio Anubi e, se trovato più pesante di una piuma, l'anima finiva difilata all'Inferno. Analoga funzione devono avere le "bilance" qui evocate da Daniele: gli atti di Baldassarre come uomo e come re sono stati idealmente pesati, e ad essi è mancato parecchio prima di arrivare al quorum minimo di accettabilità. Di qui, la lapidaria condanna espressa dalla terza parola: Peres (Fares nel dipinto di Monzio Compagnoni) richiama il verbo "prs", cioè "dividere". L'Impero Caldeo sarà dunque diviso e consegnato ai Medi e ai Persiani, prossimi padroni del Medio Oriente.

Voi cosa aveste fatto, al posto del sovrano, se fosse stata pronunciata contro di voi una sentenza come questa? Sicuramente non ciò che fa il Baldassarre di questo racconto: tutto contento perchè le parole misteriose sono state interpretate, mantiene fede alle proprie promesse nei confronti del Profeta e lo ricopre di doni, come se le minacce divine non riguardassero lui, ma un altro:

« Allora, per ordine di Baldassarre, Daniele fu vestito di porpora, ebbe una collana d'oro al collo e con bando pubblico fu dichiarato terzo signore del regno. » (Daniele 5, 29)

Perché un comportamento così generoso? « Il troppo vino non fece intendere al re la gravità del momento », ha scritto l'esegeta Giovanni Canfora. Secondo altri, la colpa del presagio tutt'altro che fausto non viene attribuita a Daniele, che si è limitato a sviscerarlo, ed anzi viene premiato perché ha saputo mettere in guardia il re circa le intenzioni del Signore nei suoi confronti: dopotutto neppure Nabucodonosor se l'era presa con il profeta, quando nel capitolo precedente gli aveva preannunciato il bando dalla società umana come punizione per i suoi peccati. Ma forse è inutile cercare una spiegazione razionale nel comportamento del re. Abbiamo già visto come i sovrani pagani del Libro di Daniele siano trattati come delle macchiette satiriche. Nabucodonosor pretende che i suoi magi gli interpretino un sogno che nemmeno lui si ricorda, vuole metterli tutti a morte perchè non ce la fanno, e quando Daniele lo avverte che la sua superbia lo condurrà alla rovina, anziché cambiare la sua condotta si insuperbisce ancor di più. Suo "figlio" (in realtà nipote) Baldassarre provoca imprudentemente una Divinità straniera mettendosi a banchettare nelle stoviglie a Lei sacre, cosa che di solito gli antichi conquistatori si guardavano bene dal fare, essendo tutti superstiziosi, e quando compare la mano spettrale, diventa bianco di paura come una nonnetta davanti a un topo. Nel capitolo successivo vedremo Dario farsi prendere per il naso dai suoi satrapi come se il sovrano non fosse lui, ma dovesse rendere conto ad un Parlamento di tipo moderno. Nel capitolo 14 Ciro si farà addirittura abbindolare dai sacerdoti di Bel, che consumeranno loro di notte le pietanze offerte dal re, facendo credere all'imperatore che a divorarle sia la statua, ed egli crederà loro ingenuamente fino all'intervento di Daniele. Probabilmente il comportamento di Baldassarre e soci viene volontariamente descritto dall'Autore come irrazionale, onde dimostrare ai suoi lettori dove conduce il fatto di arrogarsi qualità divine anziché riconoscere l'onnipotenza di YHWH.

Ad ogni modo, la sentenza pronunciata dal Signore per bocca di Daniele viene messa in esecuzione con rapidità impressionante:

« In quella stessa notte Baldassarre re dei Caldei fu ucciso: Dario il Medo ricevette il regno, all'età di circa sessantadue anni. » (Daniele 5, 30-31)

Baldassarre viene brutalmente eliminato poche ore dopo il tragico banchetto, ed il regno è rapidamente conquistato da Dario il Medo. Ma un re dei Medi con questo nome (in antico persiano Dārayawuš, "colui che possiede il bene") è sconosciuto. L'Impero Neobabilonese effettivamente cadde nel 539 a.C. in mano a Ciro, re dei Persiani, e ad essere eliminato dalla stessa nobiltà caldea non fu Baldassarre, ma suo padre Nabonide. Evidentemente l'autore biblico si basa su tradizioni non scritte ma orali, e confonde Ciro con il suo successore Dario I, figlio di Istaspe, satrapo dell'Ircania, che era suo genero per averne sposato la figlia Atossa, e regnò dal 521 al 486 a.C. Infatti subito dopo di questo Dario il Medo si dice:

« Volle Dario costituire nel suo regno centoventi sàtrapi e ripartirli per tutte le province » (Daniele 6, 1)

Ma riorganizzare l'impero in satrapie è proprio ciò che storicamente ha fatto Dario I (Ciro era invece un conquistatore). Alcuni invece, come l'assiriologo britannico Donald John Wiseman (1918–2010), ritengono che dietro la misteriosa figura di Dario il Medo ci sia proprio Ciro il Persiano, che aveva una madre di etnia Meda, era sposato con una Meda, e oltre che re dei Persiani si era proclamato anche re dei Medi. In Dan 6, 29 tuttavia si dice che "Daniele prosperò durante il regno di Dario e il regno di Ciro il Persiano", dunque i due personaggi appaiono ben distinti tra di loro. Vi è però una terza possibile identificazione storica di questo sovrano. I teologi americani Tremper Longman e Daniel Hays sostengono che dietro Dario si nasconda Gobryas, uno dei personaggi della "Ciropedia" dello storico greco Senofonte, il quale è descritto come il generale che guidò materialmente l'esercito persiano durante la presa di Babilonia; Ciro sarebbe giunto in città solo due settimane più tardi, e una settimana dopo Gobryas sarebbe morto. È possibile che Ciro abbia premiato Gobryas nominandolo governatore di Babilonia. La "Cronaca di Nabonide" parla di un certo Ugbaru (secondo altri Gubaru), governatore della regione di Babilonia dopo la conquista persiana, sopravvissuto alcuni anni ad essa, contrariamente a quanto afferma la "Ciropedia"; è probabile che Gobryas sia la traduzione in greco di Ugbaru. Questo Ugbaru sarebbe il candidato ideale a ricoprire il ruolo di Dario il Medo, perchè ha "regnato" su Babilonia (in qualità di governatore) dopo Baldassarre, era presente a Babilonia quando la città fu conquistata, e potrebbe avere a sua volta nominato altri governatori a lui sottoposti, tra i quali il nostro Daniele (Dan 6, 2).

L'ipotesi è affascinante, ma si scontra con il solito problema con cui ci siamo confrontati fin dall'inizio: la cornice storica del Libro di Daniele è per lo più fittizia, e i vari personaggi sono confusi tra di loro o spostati da un'epoca all'altra. Il nostro Dario non fa eccezione: nel versetto 1 del capitolo 9 egli sarà detto figlio di Serse, mentre in realtà era esattamente il contrario: Serse I era figlio di Dario I. Inoltre nessuna fonte storica ci dice che Ugbaru/Gubaru fosse un Medo piuttosto che un Persiano (anche se non c'è neppure motivo per escluderlo), e che suo padre si chiamasse Serse o qualcosa del genere. Eppure, il racconto prevalentemente sapienziale del Banchetto di Baldassarre un certo grado di storicità lo possiede, pur in mezzo a tanta confusione di nomi di sovrani, poiché gli storici greci Erodoto e Senofonte ci raccontano che la presa di Babilonia da parte dei Persiani avvenne quasi senza colpo ferire, durante una festa religiosa, proprio come quella in cui va inscritto il famoso banchetto. L'Autore dunque mescola reminiscenze di fatti storici avvenuti quattro secoli prima di lui (Nabonide, Baldassarre, Ugbaru, Ciro, Dario I) con ricostruzioni di pura fantasia, non basate su fonti scritte attendibili ma su tradizioni leggendarie, deformate a forza di passare di bocca in bocca. È possibile fare ordine in questo guazzabuglio?

Asterix incontra i Medi nel fumetto "L'Odissea di Asterix" (1981)

Asterix incontra i Medi nel fumetto "L'Odissea di Asterix" (1981)

In quel che precede abbiamo già spiegato che l'Impero Caldeo e quello Medo furono contemporanei, non successivi l'uno all'altro. Dopo la distruzione di Ninive avvenuta nel 612 a.C., l'Impero Assiro fu smembrato e i suoi territori vennero divisi tra i Caldei in Mesopotamia e Siria e i Medi in Iran e Cappadocia, che convissero fianco a fianco con continue scaramucce reciproche per una settantina d'anni, finché fra i due litiganti fu il terzo a godere, e Ciro di Persia conquistò entrambi. Una cosa comunque è certa: i Medi non conquistarono mai Babilonia. L'autore del Libro di Daniele è invece convinto che l'Impero Neobabilonese, quello dei Medi e quello dei Persiani avessero la stessa estensione, che tutti e tre avessero come capitale Babilonia, e che al crollo dell'uno sia seguito l'avvento dell'altro. Ciò non deve stupire, giacché l'Autore sta ricostruendo eventi molto lontani dalla sua epoca e sulla quale non ha fonti scritte sicure, ma solo leggende tramandate di bocca in bocca per secoli: sarebbe come se noi volessimo scrivere un romanzo storico di ambientazione medioevale, ma senza aver a disposizione alcun libro di storia, e facessimo di Re Artù, di Carlo Magno e di Goffredo di Buglione tre sacri romani imperatori succedutisi l'uno all'altro nella stessa capitale, solo perchè da ragazzi abbiamo orecchiato che tali personaggi vissero tutti e tre nel Medioevo! Sicuramente potremmo scrivere qualcosa di suggestivo, ma anche di molto lontano dalla realtà storica. Questo discorso sembra portare acqua al mulino del teologo John J. Collins (1946-), secondo il quale il personaggio di Dario il Medo sarebbe stato creato ex novo dall'Autore del nostro libro, il quale suppone che tra l'Impero Babilonese e quello Caldeo sia esistito un Impero Medo con la loro stessa estensione e la loro stessa capitale. L'ipotesi di Collins si ricollega direttamente a quanto dicevamo a proposito del famoso sogno della statua nel capitolo 2. Ricordate? Ho sostenuto l'ipotesi che il petto d'argento rappresenti non l'Impero Persiano di Ciro, come i più oggi ammettono, ma questo fantomatico Impero Medo di Dario, proprio sulla scorta della fantasiosa ricostruzione del Medio Oriente del VI secolo a.C. che vediamo all'opera a partire dalla conclusione del capitolo 5, ed ora abbiamo un quadro più chiaro del mondo un po' fantastico, ma certamente denso di insegnamenti anche per noi moderni, dipinto dai primi cinque capitoli del Libro che stiamo leggendo assieme.

Chi erano i Medi?
Dedichiamo due parole ai Medi. Si tratta di un antico popolo indoeuropeo che parlava una lingua iranica nordoccidentale, arrivato in Medio Oriente con la prima ondata di tribù iraniche verso la fine del II millennio a.C. (il cosiddetto Collasso dell'Età del Bronzo). Secondo Genesi 10, 2 Madai, antenato eponimo di questo popolo, era il terzogenito di Iafet, figlio di Noè. La
patria di queste genti era il cosiddetto "Triangolo Medo" tra Ecbatana, Rage e Aspadana nell'Iran centro-occidentale. Fino al VII secolo a.C. i Medi e i loro vicini Persiani furono tributari dell'impero assiro, che contribuirono poi a distruggere con la presa di Ninive nel 612 a.C. Divenuti indipendenti, i Medi posero la loro capitale ad Ecbatana (babilonese Agmatānu, persiano antico Hamgmatāna, da *ham-gmata-, "ritrovo"), oggi Hamadan. Altre importanti città della Media erano Laodicea (oggi Nahavand), Rage (oggi a sud di Teheran), la maggiore delle città dei Medi, citata anche nel Libro di Tobia, ed Apamea, nei pressi di Ecbatana, la cui ubicazione esatta è oggi sconosciuta; i siti archeologici dei Medi però sono rari. Tre sono i principali siti medi nell'Iran occidentale tra l'850 e il 500 a.C.: Tepe Nush-i Gen, nella provincia di Hamadan, scoperto nel 1967; Godin Tepe, palazzo fortificato di un capo tribù medo, i cui scavi sono iniziati nel 1965; e Baba Jan, sede di un sovrano tribale minore della Media. Secondo le "Storie" di Erodoto, sono esistite sei tribù mede: i Busi, i Paretaceni, gli Strucati, gli Arizanti, i Budii e i Magi (questi ultimi in realtà rappresentavano come sappiamo una casta sacerdotale).

Erodoto, che spesso confonde realtà e leggenda, sostiene che i Medi prendono il nome da Medea, la famosa figlia del re della Colchide protagonista dell'epopea degli Argonauti, fuggita presso di loro dopo aver ucciso per vendetta i figli avuti da Giasone. Secondo il linguista Jan Wojciech Skalmowski (1933-2008) invece il nome "Medi" deriverebbe dalla radice protoindoeuropea *medh-" che significa "centrale" (da cui l'italiano "medio" e il tedesco "mittel"). Secondo Erodoto ci furono cinque re dei Medi: Deioce (700-647 a.C.), Fraorte (647-625 a.C.), Madius lo Scita (624-597 a.C.), Ciassare (624-585 a.C.) e Astiage (585-549 a.C.). In Storie I, 95-130 Deioce (probabilmente il Dayukku delle iscrizioni assire, in īrānico *Dahyuka- da *dahyu-, "territorio") è presentato come il fondatore di uno stato centralizzato medo e il costruttore di Ecbatana; il suo regno è avvolto nella leggenda. Suo figlio Fraorte (in persiano Fravartish) mosse guerra all'Assiria, ma fu sconfitto e ucciso dal re Assurbanipal. Quanto a Madius, si pensa che sia da identificare con il re scita Madya, figlio di Partatua, il quale invase e conquistò l'impero dei Medi. Gli Sciti furono poi vinti e scacciati da Ciassare, forma grecizzata di *Huvaxšara (presumibilmente diminutivo di *Huv-axštra-, "dal buon controllo", o di *Hu-vaxštra-, "che cresce bene"). Questi fu il maggiore dei sovrani medi, riorganizzò l'esercito del suo popolo, nel 612 a.C. conquistò Ninive, e fece della Media una grande potenza. Suo figlio Astiage o *Arštivaiga ("dalla lancia pronta, oscillante") non seppe emulare le gesta del padre; diede in moglie la figlia Mandane all'achemenide Cambise I, re dei Persiani e padre di Ciro II, nel tentativo di neutralizzare la nascente potenza persiana, ma proprio suo nipote Ciro II gli si ribellò nel 553 a.C., sobillato dal re babilonese Nabonide, e lo rovesciò. Medi e Persiani si fusero tra di loro, e da allora divennero un unico popolo, come li conosce il Libro di Daniele fin dal versetto 5, 28. In seguito Ciro fece le scarpe anche a Nabonide, per cui quest'ultimo non si mostrò particolarmente lungimirante nella sua politica estera. L'occupazione di Babilonia da parte di queste genti indoeuropee nella Bibbia è profetizzata dal Primo Isaia e da Geremia:

« Ecco, io eccito contro di loro i Medi che non pensano all'argento, né si curano dell'oro. » (Isaia 13, 17)

« Aguzzate le frecce, riempite le faretre! Il Signore suscita lo spirito del re di Media, perché il suo piano riguardo a Babilonia è di distruggerla; perché questa è la vendetta del Signore, la vendetta per il suo Tempio. » (Geremia 51, 11)

Geremia tuttavia profetizza anche contro i Medi, nel celebre elenco delle nazioni che Iddio giudicherà:

« Presi dunque la coppa dalle mani del Signore e la diedi a bere a tutte le nazioni alle quali il Signore mi aveva inviato: [...] a tutti i re di Zimrì, a tutti i re dell'Elam e a tutti i re della Media » (Geremia 25, 17.25)

Inoltre a Gerusalemme, il giorno di Pentecoste, erano presenti pure dei Medi:

« Com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia... (Atti 2, 8-9a)

A proposito di lingua, l'idioma dei Medi era di ceppo iranico, però di esso non ci è pervenuta alcuna iscrizione. Parole di origine meda appaiono in vari altri dialetti iranici ed anche nel moderno Farsi: un esempio è costituito da "pari-daiza" (parco o riserva di caccia), da cui il moderno "Paradiso". Si sa poco anche della religione di questo popolo; alcuni sostengono che i Medi seguissero già la religione zoroastriana, come poi i Persiani (i nomi contenenti "Maždakku" farebbero riferimento ad Ahura Mazda), ma non vi è accordo tra gli studiosi al riguardo. Alcuni hanno suggerito che il dio Mitra abbia un nome medo, e che perciò i Medi abbiano avuto Mitra come loro divinità suprema.

Lo storico e linguista russo Vladimir Fedorovic Minorsky (1877-1966) ha suggerito che i Medi, che hanno abitato anche in quello che oggi è il Kurdistan, siano gli antenati del moderni Curdi, anche sulla base di testimonianze storiche e linguistiche. Anche David Neil MacKenzie (1926-2001), un'autorità in lingua curda, pensava che sia i Medi che i Curdi parlassero una lingua iranica nordoccidentale, imparentate tra loro. Tuttavia altri linguisti hanno messo in discussione questa ricostruzione, tra i quali Martin van Bruinessen (1946-), per cui la discussione in proposito resta aperta.

Così come non è facile discernere la parentela tra le lingue iraniche, così non è facile, nella fantacronologia messa in piedi dall'Autore Sacro, datare l'inizio del capitolo 6 del Libro di Daniele. Dato che siamo al tramonto dell'impero babilonese, sarebbe logico pensare all'anno 539 a. C., nel quale lo stato magnifico messo in piedi da Nabupolassar e da suo figlio Nabucodonosor fu assorbito dall'Impero Persiano, dopo la conquista militare di Babilonia da parte di Ugbaru/Gubaru; ma all'inizio del deuterocanonico capitolo 14 entrerà in scena Ciro il Persiano che succederà ad Astiage re dei Medi, lui sì (come si è visto sopra) un personaggio ben noto alla storia; e tale successione avvenne nel 553 a.C. Dato che gli ultimi due capitoli del libro sono scritti in greco, si può pensare ad un'aggiunta posteriore (deuterocanonica, appunto) che narra eventi non cronologicamente ordinati rispetto a quelli dei primi sei capitoli del libro; infatti, nel capitolo 13 entrerà in scena un Daniele ancora giovinetto. Il sesto capitolo del Libro potrebbe dunque narrare gli ultimi eventi in ordine cronologico tra quelli in esso contenuti. Se però Ciro è cronologicamente antecedente a Dario il Medo (come abbiamo visto, al contrario i Persiani entrarono in scena dopo i loro parenti Medi), quest'ultimo quando va collocato nella Timeline del Libro? A Dario il Medo potremmo sostituire Dario il Persiano, genero di Ciro al quale già abbiamo accennato, e la scelta potrebbe essere vincente: fu egli infatti a mettere a capo delle province del suo Impero dei funzionari chiamati satrapi, e Daniele potrebbe essere uno dei tre governatori incaricati di supervisionare tali satrapi, menzionati nel versetto 6, 2. C'è però una difficoltà: Dario il Persiano iniziò il suo regno nel 522 a.C., quando Daniele avrebbe probabilmente avuto novant'anni. Troppi, soprattutto per i tempi. Inoltre Dario, nato verso il 550 a.C., salì al trono all'età di circa trent'anni, e non di sessantadue come afferma il versetto 5, 31. Infine, in 6, 29 si dice che « Daniele prosperò durante il regno di Dario e il regno di Ciro il Persiano », come se Ciro venisse dopo Dario. E se Dario fosse il generale Ugbaru, citato dai documenti babilonesi come il conquistatore della città di Nabucodonosor? In tal caso torneremmo al 539 a.C., ma in Dan 9, 1 si parlerà di una visione dell'angelo Gabriele avuta da Daniele « nell'anno primo di Dario », e quest'anno coinciderebbe con il « primo anno del re Ciro » citato in Dan 1, 21 come termine ultimo della permanenza del nostro profeta a Babilonia. Conclusione: datare il capitolo 6 di questo libro è complicato come decidere se vengono cronologicamente prima gli eventi descritti nella favola di Cenerentola o quelli nella favola di Biancaneve...

L'imperatore Dario I di Persia in un bassorilievo a Persepoli

L'imperatore Dario I di Persia
in un bassorilievo a Persepoli

L'invidia gioca brutti scherzi
Limitiamoci perciò ad analizzare il contenuto di questo capitolo, che presenta la prima versione dell'episodio di Daniele nella fossa dei leoni (la seconda versione è nel capitolo 14). Non è raro nella Bibbia che un evento sia narrato più volte: ad esempio la disavventura di Abramo costretto a far passare Sara come sua sorella e non moglie per salvarsi la vita è ripetuta due volte, in Gen 12, 10-20 e in Gen 20, 1-18, ed è poi replicata addirittura una terza volta in Gen 26, 1-14 riferendola ad Isacco! Tutto comincia con Daniele che fa una splendida carriera politica anche con i nuovi dominatori:

« A capo dei sàtrapi [Dario] mise tre governatori, di cui uno fu Daniele, ai quali i sàtrapi dovevano render conto perché nessun danno ne soffrisse il re. Ora Daniele era superiore agli altri governatori e ai sàtrapi, perché possedeva uno spirito eccezionale, tanto che il re pensava di metterlo a capo di tutto il suo regno. » (Daniele 6, 2-3)

Il successo del profeta giudeo genera però invidia tra i satrapi, dal persiano khsathrapava, "protettore della provincia". In Dan 6, 1 si è parlato di centoventi satrapi, ma in realtà secondo le "Storie" di Erodoto 3, 90-94) le satrapie inizialmente erano solo venti: Anzan (Susiana o Elam), Arbela (oggi Arbil nell'Iraq settentrionale), Armina (Armenia), Athura (Assiria e Babilonia), Bakhtris (Battriana, l'odierno Afghanistan), Karmana (Carmania, oggi Lorestan), Gandara (Pakistan settentrionale), Maka (Gedrosia), Hilakku ( Cilicia), Hindush (India), Katpatuka (Cappadocia), Mada (Media), Margus (Margiana, oggi Turkmenistan), Mudraya (Egitto), Parthava (Partia), Saka (Saci, odierno Tagikistan), Siria e Cipro, Sparda (Lidia), Suguda (Sogdiana, oggi Uzbekistan) e Yauna (Ionia). I governatori di tutte queste regioni complottano contro Daniele, come c'era da aspettarsi, tuttavia non si riesce ad individuare un motivo per denunciarlo al re. L'unico appiglio consiste proprio nella religione dell'odiato ebreo:

« Perciò tanto i governatori che i sàtrapi cercavano il modo di trovar qualche pretesto contro Daniele nell'amministrazione del regno. Ma non potendo trovare nessun motivo di accusa né colpa, perché egli era fedele e non aveva niente da farsi rimproverare, quegli uomini allora pensarono: "Non possiamo trovare altro pretesto per accusare Daniele, se non nella legge del suo Dio." » (Daniele 6, 4-6)

L'argomento è lo stesso adoperato contro i Tre Giovani nella Fornace: al re è consigliato di imporre un culto idolatrico di stato, proibendo tutti gli altri déi nazionali che invece i persiani, tradizionalmente tolleranti, rispettavano purché le tasse continuassero ad affluire nella capitale (Dario I edificò a questo scopo Persepoli, ma l'Autore del nostro Libro immagina che "questo" Dario continui a risiedere a Babilonia):

« Perciò quei governatori e i sàtrapi si radunarono presso il re e gli dissero: "Re Dario, vivi per sempre! Tutti i governatori del regno, i magistrati, i sàtrapi, i consiglieri e i capi sono del parere che venga pubblicato un severo decreto del re secondo il quale chiunque, da ora a trenta giorni, rivolga supplica alcuna a qualsiasi dio o uomo all'infuori di te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni. Ora, o re, emana il decreto e fallo mettere per iscritto, perché sia irrevocabile, come sono le leggi di Media e di Persia, che non si possono mutare." Allora il re Dario fece scrivere il decreto. » (Daniele 6, 7-10)

La promulgazione delle leggi qui viene attribuita ai funzionari di corte, non al sovrano in persona, che si limita alla ratifica. Per quanto riguarda l'irrevocabilità del decreto (i cortigiani hanno pensato proprio a tutto!), già il Codice di Hammurabi all'inizio del II millennio a.C. considerava un reato modificare una decisione già presa da un giudice, e dell'impossibilità di ritirare un decreto dei Medi e dei Persiani parla anche lo storico greco Diodoro Siculo (90-27 a.C.) nella sua monumentale "Biblioteca Storica"; dunque non si tratta di mera invenzione dell'Autore. Appare incredibile come l'ipotetico Dario, capace di conquistare Babilonia in quattro e quattr'otto e di proclamarsi "Signore dei quattro angoli del mondo" (tipico attributo dei re Achemenidi), si lasci turlupinare in questo modo dai suoi più fidati consiglieri. Anche un imbecille infatti avrebbe capito che la vittima designata di questo editto irrevocabile era proprio Daniele. Questi se ne guarda bene dall'ottemperare al decreto, così come avrebbe dovuto fare ogni buon Ebreo al tempo della persecuzione di Antioco IV, a costo di essere martirizzato:

« Daniele, quando venne a sapere del decreto del re, si ritirò in casa. Le finestre della sua stanza si aprivano verso Gerusalemme e tre volte al giorno si metteva in ginocchio a pregare e lodava il suo Dio, come era solito fare anche prima. » (Daniele 6, 11)

Si osservi come il protagonista del nostro Libro preghi in direzione di Gerusalemme, una prassi che forse nacque proprio tra gli Ebrei della diaspora e che continuò anche dopo il ritorno dall'Esilio: quando sorsero le sinagoghe, esse vennero orientate in quella direzione. Tale pratica in seguito venne adottata dai Musulmani. Non tutti lo sanno, ma inizialmente il Profeta Maometto aveva comandato ai suoi seguaci di pregare in direzione di Gerusalemme, e solo in seguito a contrasti con la comunità ebraica in Arabia decise di orientare le sue preghiere verso la Mecca. Pregare in una stanza ritirata della casa divenne ben presto una regola assai diffusa, raccomandata anche da Gesù:

« Quando preghi, tu entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. » (Matteo 6, 6)

Nella preghiera pubblica in Sinagoga si stava in piedi, ma la preghiera privata avveniva generalmente in ginocchio. L'uso di pregare tre volte al giorno è ricordato anche nel Salmo 54:

« Di sera, al mattino, a mezzogiorno mi lamento e sospiro ed Egli ascolta la mia voce » (Salmo 54, 18)

Per i Musulmani le preghiere giornaliere diventano cinque (mattina, mezzogiorno, pomeriggio, tramonto e sera), e anche la Liturgia delle Ore della Chiesa Cattolica prevede cinque ore principali: Lodi (all'inizio della giornata), Mattutino, Ora media (Terza, Sesta e Nona che corrispondono alle 9, alle 12 e alle 15), Vespri (prima di cena) e Compieta (prima di andare a dormire). Ma ora torniamo al nostro Libro. È facile intuire che il racconto sta riprendendo lo schema di quello di Anania, Misaele e Azaria nel capitolo 3, e che siamo di fronte ad un nuovo esempio del genere da noi chiamato "Atti dei Martiri"; sorpreso durante una di queste preghiere, infatti, Daniele è immediatamente denunciato al sovrano:

« Allora quegli uomini accorsero e trovarono Daniele che stava pregando e supplicando il suo Dio. Subito si recarono dal re e gli dissero riguardo al divieto del re:
"Non hai tu scritto un decreto che chiunque, da ora a trenta giorni, rivolga supplica a qualsiasi dio o uomo, all'infuori di te, re, sia gettato nella fossa dei leoni?"
Il re rispose: "Sì. Il decreto è irrevocabile come lo sono le leggi dei Medi e dei Persiani."
"Ebbene - replicarono al re - Daniele, quel deportato dalla Giudea, non ha alcun rispetto né di te, re, né del tuo decreto: tre volte al giorno fa le sue preghiere. » (Daniele 6:12-14)

Intrighi di funzionari persiani ai danni dei Giudei sono descritti anche nei Libri di Esdra, Neemia e di Ester (con maggior pretese di storicità di questo nostro racconto), ma sicuramente nessuno è così ben architettato come questo. Il Re Dario qui è presentato sotto una luce incredibilmente positiva, ben lontana da quella dei vandali e paranoici re babilonesi, visto che cerca in ogni modo di salvare il suo ministro dallo stolto editto da lui stesso imprudentemente promulgato:

« Il re, all'udir queste parole, ne fu molto addolorato e si mise in animo di salvare Daniele e fino al tramonto del sole fece ogni sforzo per liberarlo. » (Daniele 6, 15)

In questa condotta c'è probabilmente il riflesso della tolleranza dei re persiani Ciro, che lasciò rientrare gli Ebrei a Gerusalemme, ed Artaserse, che consentì a Neemia di tornare a rimettere le cose a posto nella Città Santa. Il carattere irrevocabile che avevano i decreti del suo impero non gli lascia però margini di manovra; e così, come Anania, Misaele e Azaria erano stati gettati senza troppi complimenti nella fornace ardente, anche Daniele finisce diritto in pasto alle belve:

« Ma quegli uomini si riunirono di nuovo presso il re e gli dissero: "Sappi, re, che i Medi e i Persiani hanno per legge che qualunque decreto firmato dal re è irrevocabile." Allora il re ordinò che si prendesse Daniele e si gettasse nella fossa dei leoni. Il re, rivolto a Daniele, gli disse: «Quel Dio, che tu servi con perseveranza, ti possa salvare! » Poi fu portata una pietra e fu posta sopra la bocca della fossa: il re la sigillò con il suo anello e con l'anello dei suoi grandi, perché niente fosse mutato sulla sorte di Daniele. Quindi il re ritornò alla reggia, passò la notte digiuno, non gli fu introdotta alcuna donna e anche il sonno lo abbandonò. » (Daniele 6, 16-19)

Giambattista Tiepolo, "Daniele nella fossa dei leoni", Udine, Palazzo Arcivescovile

Giambattista Tiepolo, "Daniele nella fossa dei leoni", Udine, Palazzo Arcivescovile

 

Nella fossa dei leoni
L'abitudine di allevare leoni e altre bestie feroci in cattività era molto diffusa tra i sovrani assiri, in un'epoca in cui il leone era ancora molto diffuso in Africa settentrionale e nel Medio Oriente. Di solito i leoni asiatici allevati in queste "fosse" venivano liberati per le partite di caccia di quei re, e non c'è motivo per credere che tale pratica non sia continuata sotto i loro successori caldei, medi e persiani. Si pensa si tratti della specie chiamata Panthera leo persica (leone asiatico); un tempo il suo areale si estendeva dal Mediterraneo alle regioni nordorientali del subcontinente indiano, ed era suddiviso in tre razze: leone del Bengala, d'Arabia e persiano. Purtroppo l'inquinamento idrico, la diminuzione delle prede naturali e soprattutto la caccia eccessiva, fin dai tempi classici, lo hanno sterminato, ed oggigiorno in natura sopravvive soltanto nel santuario naturalistico della Foresta di Gir, nello Stato indiano del Gujarat; nel 2010 ne esistevano solo 411 esemplari. Il leone asiatico è più piccolo e più chiaro del suo cugino africano, ma è ugualmente aggressivo. I rilievi assiri giunti sino a noi mostrano gli animali feroci rinchiusi dentro gabbie, ma è più probabile che fossero allevati in spazi sotterranei (la "fossa" di Daniele) simili agli ipogei del Colosseo a Roma, dai quali le belve venivano poi issate nell'arena con opportuni argani, come si può vedere ricostruito un po' fantasiosamente nel film "Il Gladiatore" di Ridley Scott.

Daniele nella fossa dei leoni è stato ritratto innumerevoli volte nella storia dell'arte, soprattutto come prefigurazione dei mille e mille martiri cristiani che furono esposti "ad bestias". In questo caso però non siamo di fronte ad una lotta contro delle fiere, bensì ad un condannato inerme che viene letteralmente gettato in pasto a dei felini affamati. La fossa viene addirittura ermeticamente chiusa con una pietra fissata con il sigillo regale, una situazione un po' improbabile visto che in tal caso anche i leoni sarebbero morti per mancanza d'aria, come Radames e Aida nel Tempio di Vulcano. Quest'immagine ha però un evidente valore non narrativo ma didattico: l'Autore insiste volutamente sull'impossibilità per la vittima di ricevere qualsiasi aiuto che non sia divino. Così come insiste sulla sofferenza del re nel vedere il suo favorito abbandonato ad un destino così crudele: Dario non ha più fame, rifiuta i piaceri della carne e viene assalito pure da insonnia: per tutta la notte è solo con i suoi rimorsi, e forse ora si rende conto di essersi lasciato prendere per il naso dai suoi satrapi. Però forse, in cuor suo, colui che si era compiaciuto di vedere milioni di uomini prostrati ad adorare lui solo, ora spera che il Dio di Daniele lo possa aiutare; infatti, di buon mattino egli corre alla fossa e chiama il condannato con il cuore in tumulto, come se già presagisse che egli non è stato sbranato appena è entrato nella fossa:

« La mattina dopo il re si alzò di buon'ora e sullo spuntar del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni.
Quando fu vicino, chiamò: "Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio che tu servi con perseveranza ti ha potuto salvare dai leoni?"
Daniele rispose: "Re, vivi per sempre. Il mio Dio ha mandato il Suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a Lui; ma neppure contro di te, o re, ho commesso alcun male."
Il re fu pieno di gioia e comandò che Daniele fosse tirato fuori dalla fossa. Appena uscito, non si riscontrò in lui lesione alcuna, poiché egli aveva confidato nel suo Dio. Quindi, per ordine del re, fatti venire quegli uomini che avevano accusato Daniele, furono gettati nella fossa dei leoni insieme con i figli e le mogli. Non erano ancor giunti al fondo della fossa, che i leoni furono loro addosso e stritolarono tutte le loro ossa. » (Daniele 6, 20-25)

Parrebbe assurdo chiamare qualcuno, come se potesse risponderci, dopo aver passato una notte in una buca piena di serpenti come quella in cui finisce Indiana Jones ne "I Predatori dell'Arca Perduta". Eppure, ecco l'ennesimo colpo di scena del libro: la vittima stessa risponde ed attesta che l'Angelo del Signore lo ha protetto dalle fiere, esattamente come era accaduto ai suoi tre compagni nella fornace ardente. Là l'Angelo aveva spento le fiamme e reso l'aria respirabile, qui ha reso Daniele totalmente indigesto ai leoni. Si noti che la straordinaria vicenda viene presentata come una sorta di ordalia, di "giudizio divino": il profeta era stato accusato di aver violato una legge; è stato sottoposto ad una prova per verificare la sua colpevolezza: il fatto che se la sia cavata indenne è segno certo della sua innocenza. A riprova di questa interpretazione c'è il fatto che, appena Daniele esce illeso, al suo posto vengono gettati nella fossa i calunniatori, ed essi sì vengono immediatamente sbranati, segno inequivocabile del fatto che erano loro dalla parte del torto!

Siamo di fronte per la seconda volta, dopo quello dei tre giovani, ad un racconto il cui scopo immediato non è quello di riferire fatti "storici" nel senso moderno del termine, ma di presentarci la figura dell'innocente perseguitato dagli uomini e salvato dal Signore. Il messaggio è diretto naturalmente agli Ebrei perseguitati dagli ellenisti: anche nella più nera tribolazione dovete confidare come Daniele nel Signore, poiché Egli è il solo che può liberarvi dalle mani dei vostri aguzzini. Come nel capitolo 3 ai carnefici era stata riservata la fine che essi volevano far fare a Sadràch, Mesàch e Abdènego, così i satrapi malvagi vengono divorati al posto di Daniele, per di più in compagnia delle loro famiglie, cosicché non ne resti discendenza. Ed anche questo racconto, come l'altro, si conclude con una grandiosa professione di fede da parte del re straniero nel Signore Dio d'Israele, il Cui Regno è riconosciuto come l'unico universale ed eterno, e la cui opera di salvezza è detta certa e potente:

« Allora il re Dario scrisse a tutti i popoli, nazioni e lingue, che abitano tutta la terra: 
"Pace e prosperità. Per mio comando viene promulgato questo decreto: In tutto l'impero a me soggetto si onori e si tema il Dio di Daniele, perché egli è il Dio vivente che dura in eterno; il Suo Regno è tale che non sarà mai distrutto, e il Suo dominio non conosce fine. Egli salva e libera, fa prodigi e miracoli in cielo e in terra: Egli ha liberato Daniele dalle fauci dei leoni."
Daniele prosperò durante il regno di Dario e il regno di Ciro il Persiano. » (Daniele 6, 26-29)

Queste professioni di fede di Nabucodonosor e di Dario nei confronti del Dio d'Israele non possono fare a meno di ricordarci questo famosissimo cantico del Terzo Isaia:

« Le tue porte saranno sempre aperte,
non si chiuderanno né di giorno né di notte,
per lasciar introdurre da te le ricchezze dei popoli
e i loro re che faranno da guida. [...]
Verranno a te in atteggiamento umile
i figli dei tuoi oppressori;
ti si getteranno proni alle piante dei piedi
quanti ti disprezzavano.
Ti chiameranno Città del Signore,
Sion del Santo di Israele.
Dopo essere stata derelitta,
odiata, senza che alcuno passasse da te,
io farò di te l'orgoglio dei secoli,
la gioia di tutte le generazioni. 
» (Isaia 60, 11.14)

Con il lieto fine d'obbligo, qui termina la prima parte del Libro di Daniele. La seconda, più propriamente profetica, vedrà proiettate sullo schermo della nostra mente alcune tra le più immaginifiche visioni dell'intera Bibbia, tali da rivaleggiare con quelle della straordinaria Apocalisse di Giovanni. Se volete inoltrarvi con me in quel mondo affascinante e degno di essere annoverato tra i capolavori della letteratura universale, cliccate qui e passate con me alla pagina successiva. Ne vedremo delle belle!