Le eresie dei primi secoli cristiani

17 - LE PRIME ERESIE

L'eresia ha sempre impensierito e affascinato gli uomini di teologia, ma paradossalmente non li ha mai spaventati. Impensierito perché, specie se responsabili di una comunità, l'eresia ha sempre rappresentato un pericolo grave per l'unità della Chiesa, e ciò va inteso nel contesto del pensiero di Gesù, dove egli ha pregato per l'unità, e ci ha invitato ad essere uniti. Affascinato perché in essa ogni uomo di teologia ha compreso l'ambito per definire l'ortodossia, cioè la giusta fede, perché rappresenta ciò che sta al di là dei confini, il superfluo del cristianesimo.

Contemporaneamente non ha mai spaventato nessuno, e il perché lo leggiamo in At 5,35-39, in cui Gamaliele, un rispettato membro del Sinedrio (il supremo tribunale religioso ebraico fino al 70 d.C.) interviene per proporre una linea di condotta nei confronti di tutti quei gruppuscoli che allora vivevano oltre i confini dell'ebraismo, e, fra questi, il cristianesimo. Proprio in seguito all'arresto degli apostoli, il Sinedrio deve esprimere un giudizio vincolante, ed il parere di quest'anziano sarà seguito:

« Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare a questi uomini. Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento persone. Ma fu ucciso, e quanti si erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla.
Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch'egli perì e quanti si erano lasciati persuadere da lui furono dispersi.
Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o quest'attività è d'origine umana, sarà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio »

Quando, dunque, vi è unità nell'annuncio da trasmettere, ecco allora che ha senso parlare di eresia come di attentato all'unità e alla tradizione.

Già dietro le parole delle lettere di Paolo, che intendono confermare l'unità dell'annuncio, si possono intuire le difficoltà della Chiesa nascente: c'era già allora qualcuno che intendeva diversificare ciò che lo Spirito aveva comunicato. Lo stesso clima lo possiamo cogliere nel primi capitoli del libro dell'Apocalisse, nelle Lettere alle Sette Chiese: l'attentato all'unità della chiesa di Cristo si manifesta attraverso dottrine confuse e legate alle mode del momento.

Riportiamo un testo molto significativo di Paolo, tratto da:

« Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio Vangelo…richiama alla memoria queste cose scongiurandoli davanti a Dio di evitare le vane discussioni, che non giovano a nulla, se non alla perdizione di chi le ascolta. Sforzati di preservarti davanti a Dio come… uno scrupoloso dispensatore della Parola di verità. Evita le chiacchiere profane, perché esse tendono a far crescere sempre di più nell'empietà; la parola di costoro, infatti, si propagherà come una cancrena. Fra questi ci sono Imeneo o Fileto, che hanno deviato dalla verità, sostenendo che la resurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni. Tuttavia il fondamento gettato da Dio sta saldo e porta questo sigillò: il Signore conosce i suoi! » (2 Tim 2,8 -19)

Un terzo testo appare molto importante per approfondire il tema:

« Lo spirito dichiara apertamente che… alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri, sedotti dall'ipocrisia di impostori. Costoro vieteranno il matrimonio, imporranno dall'astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato, se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore, costui è accecato dall'orgoglio… Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno » (1 Tim passim).

I temi sono chiari. Chi diffonde insegnamenti non ortodossi è riconoscibile grazie a due indizi: mette in crisi i fondamenti della fede e mina l'ordine della carità (dal quale non si può prescindere). Questo è il segno della presenza di soggetti devianti, questo è il senso profondo dell'insegnamento eterodosso.

Chi si comporta così è un arrogante che pensa che lo Spirito parli solo attraverso di lui e contro gli altri, contro Cristo soprattutto, ed è un profittatore, perché gioca sulla propria fama non a favore del Vangelo ma a favore proprio.

La pietra tombale di San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma

La pietra tombale di San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma

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17.A - I giudaizzanti

Già durante l'epoca apostolica si manifestarono i primi gruppuscoli che ostinatamente si opposero ai Dodici. Tra le prime avvisaglie è necessario ricordare l'episodio che portò al Concilio di Gerusalemme. Alcuni cristiani (in quel periodo erano tutti ebrei convertiti) minacciarono di far naufragare l'opera d'evangelizzazione di Paolo. Ritennero, infatti, che se i pagani si volevano convertire dovevano accettare di stare sottomessi alla Legge di Mosè e, tra l'altro, di farsi circoncidere.

Dato il fossato incolmabile che separava la cultura ebraica da quella greca, una tale proposta sarebbe stata insostenibile per il futuro, contribuendo alla definitiva estromissione dei non ebrei dalla Chiesa cristiana. Pietro e Paolo si resero conto subito del pericolo: come conciliare questa proposta e le sue inevitabili conseguenze, ad esempio, con la parola di Gesù di Mc 16,15-16?

« Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. »

Probabilmente a motivo della gran distanza che ci separa da questi fatti facciamo fatica a capire la portata della decisione che si doveva prendere, ma basti una semplice riflessione. Nel momento in cui Dio stabili un'alleanza con Abramo pose come suo segno la circoncisione (Gen 17,11). Nella ratifica dei trattati di vassallaggio le parti ponevano in calce la loro firma, per accettazione di tutte le clausole previste; così qui l'uomo incideva nelle sue carni la firma d'accettazione del patto con Dio.

Si poteva dubitare dell'eterna validità di questa legge, quando, tra l'altro, Gesù non aveva detto nulla circa la sua abrogazione?

I cristiani guidati dai Dodici si spaccarono: un gruppo vide la circoncisione come un rito indispensabile, e costoro formarono il cosiddetto partito dei giudaizzanti; l'altro preferì seguire "le colonne" (vale a dire Pietro, Giovanni e Giacomo) nel riconoscere la piena libertà dei "pagani convertiti" verso la Legge mosaica.

Vinse la linea degli Apostoli, che però ritennero giusto promulgare delle norme transitorie, al fine di evitare che i giudaizzanti si ribellassero dando vita a uno scisma:

« Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio fra i pagani, ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dall'impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue » (At 15, 19-20)

Lo sforzo diplomatico si rivelò inutile, i giudaizzanti si separarono allontanandosi da Gerusalemme andando a stanziarsi in Transgiordania.

A conclusione di ogni Concilio, è sempre emersa una minoranza dissidente che ha preferito uscire dalla comunione per far gruppo a sé, di solito con poco successo. I giudaizzanti non fecero eccezione e furono inghiottiti dalla storia.

Gli Atti concludono il loro racconto citando il verbale di questo Concilio:

« Abbiamo dunque deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi alcun obbligo al di fuori di queste cose necessarie » (At. 15, 28)

Dopo la morte di Giacomo, responsabile della Chiesa di Gerusalemme, i giudaizzanti tentarono nuovamente di prendere in mano la situazione, imponendo alla successione il proprio pretendente, Thebutis, ma fallirono: fu, infatti, eletto il candidato degli Apostoli, Simeone.

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17.B - Il millenarismo

Nel cristianesimo primitivo troviamo diffusa la credenza secondo la quale, dopo l'Ascensione, ci sarebbe stato un periodo di mille anni (o in ogni modo un suo multiplo) di vita per così dire "intermedia", che è quella in cui noi viviamo; quindi ci sarebbe stata una seconda venuta di Cristo seguita da un altro periodo di mille anni in cui avrebbe regnato Cristo insieme ai giusti risorti. Questo regno avrebbe avuto come capitale una nuova Gerusalemme, e sarebbe stato caratterizzato da ogni sorta di fecondità e abbondanza, quindi ci sarebbe stato il giudizio universale e la fine dell'universo.

Questa dottrina fu chiamata "chiliasmo" o "millenarismo", a motivo dell'atteso regno di mille anni. Sopravvisse per alcuni secoli nella Chiesa apostolica fino a scomparire, per ripresentarsi nel Medioevo e ai nostri giorni in alcuni movimenti di deliberata protesta e opposizione alla Chiesa.

Questo millenarismo è da considerare, quindi, un'interpretazione molto antica della storia, e direttamente collegata con l'attesa del giudaismo per l'avvento del Messia.

Già l'A.T. prospettò un radicale rinnovamento del popolo in un ambiente di pace (com'è chiaramente esposto in Is 11, 1-9), ma dal II secolo in poi si sviluppò il genere apocalittico pervenutoci soprattutto in opere la cui paternità era data a personaggi più o meno famosi dell'A.T. (Esdra, Baruc, Isaia…).

Questa nuova cultura rappresentava bene la situazione appena creatasi, e rispondeva in particolare al desiderio di liberazione religiosa e politica, connesso con il trionfo della giustizia e con il castigo delle nazioni straniere persecutrici. Dal 70 d.C., infatti, gli ebrei non erano più una nazione, non possedevano più un territorio, una capitale, un culto, un Tempio; ma, dispersi fra le nazioni, erano soggiogati e perseguitati da queste.

In questa fervida attesa di rivincita nazionale si venne ad ipotizzare un regno terreno in cui il Messia avrebbe portato la giustizia, la vendetta, la prosperità per il popolo ebraico.

In questo quadro videro la luce alcune interessanti opere come il "primo libro d'Enoc" (in cui è data una bella descrizione di fecondità e longevità degli uomini, nonché di fertilità della natura) oppure il "Libro dei Giubilei", in cui Dio promette a Mosè una fine lieta della storia con gli uomini che potranno vivere, guarda caso, fino a mille anni. Per alcuni secoli il millenarismo sopravvisse nella Chiesa grazie a volenterosi suoi fautori. Uno dei primi chiliasti fu Papia, vescovo di Gerapoli: nelle sue "Spiegazioni dei detti del Signore" (che ci è pervenuto solo in pochi frammenti) afferma che dopo la resurrezione dei morti si imporrà il regno millenario di Cristo caratterizzato da fecondità ed abbondanza. In questa presa di posizione si inserì anche Ireneo di Lione, grande vescovo del III secolo.

Nel 428 d.C. il Codice di Giustiniano riportò una disposizione degli imperatori Teodosio II (408-450) e Valentiniano III (425-455), in cui i papianisti (continuatori del pensiero di Papia) furono definiti eretici, insieme ai montanisti, di cui parleremo più avanti.

San Girolamo nel "De viris illustribus" così scrive:

« Si dice che Papia abbia messo in giro la tradizione giudaica dei mille anni. Lo seguirono Ireneo, e gli altri secondo i quali il Signore avrebbe regnato con i santi dopo la resurrezione della carne. Tertulliano stesso (passato al montanismo), nel libro "De spe fidelium" è indotto a credere a quest'opinione. »

Giustino

Nacque a Flavia Neapolis, in Samaria, da genitori pagani. Studiò filosofia e fondò una scuola a Roma. Autore di due Apologie e dell'opera "Dialogo con il giudeo Trifone". Morì martire nel 165 insieme a sei compagni.

Altro rappresentante, di quest'eresia fu Giustino, che nel suo "Dialogo con il giudeo Trifone", collegò il millennio con l'Apocalisse e lo inquadrò in uno schema della storia del mondo di 7.000 anni. Partendo dalla lettura del Salmo 89, 4:

« Ai tuoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte. »

Considerando che la creazione fu portata a termine in sette giorni, concludeva che l'universo sarebbe sopravvissuto 7.000 anni.

L'ultimo serio rappresentante nella Chiesa del millenarismo fu Gioacchino da Fiore, abate di una congregazione cistercense (benedettini riformati) poi separatasi nel XII secolo dalla casa madre. Secondo lui la storia andrebbe divisa in tre grandi fasi (non tutte, però, della durata di mille anni), l'era del Padre, del Figlio e, quella in cui viviamo noi, dello Spirito Santo.

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17.C - Il montanismo

Di un particolare tipo di millenarismo furono discepoli i montanisti, detti anche catafrigi o, come si definirono essi stessi, "movimento della nuova profezia".

Si sviluppò principalmente in Frigia intorno al 170 d.C. presso il villaggio di Arbadau, quando Montano, subito dopo il battesimo, in atteggiamento estatico, rivolgendosi ai concittadini affermò di essere il portavoce e il nuovo profeta dello Spirito Santo che solo da quel momento avrebbe svelato ai cristiani nuove verità.

All'inizio la risposta fu tutt'altro che lusinghiera. Molti cristiani assunsero una posizione interlocutoria, se non di derisione. Fu quando due donne, Priscilla e Massimilla, aderirono al movimento e profetarono alla stessa maniera di Montano, che le adesioni aumentarono fino a raggiungere l'apice quando lo stesso Montano arrivò a promettere la salvezza per i suoi seguaci nella Nuova Gerusalemme. La seconda venuta del Signore sarebbe stata imminente e avrebbe avuto come palcoscenico la cittadina frigia di Pepuza. L'età dell'oro si approssimava.

Inutile dire che l'entusiasmo ebbe la meglio sulla titubanza. Si vivevano tempi durissimi: l'impero, sotto Marco Aurelio, era scosso da epidemie, carestie e guerre; per sostenere lo sforzo bellico le popolazioni erano tartassate, anche economicamente. Per evitare il precipitare della situazione si pensò bene di trovare una valvola di sfogo: la presenza dei cristiani. Se gli déi scatenano tutte queste disgrazie è perché sono tollerati ancora i cristiani. Seguì una dura persecuzione.

In questo modo, oltre ai danni arrecati alla popolazione dalla natura e dall'insipienza politica dei regnanti, ci si mise di mezzo anche la religione.

Epifanio †

Nacque nel 315 in Palestina, ancora giovane entrò in monastero e dopo pochi anni fu nominato abate. Nel 365 venne consacrato vescovo di Salamina a Cipro. Fu un acceso censore dell'origenismo, tanto da provocarne la condanna da parte di un sinodo alessandrino nel 400. Fu autore di numerose opere a difesa dell'ortodossia. Morì il 12 maggio 403.

In questo contesto è da leggere e da capire lo straordinario successo che ebbe il montanismo in questi anni; e ciò che impressiona di più gli studiosi è che la propaganda non era fatta tramite testi, ma solo con la predicazione. Questa ebbe come fonte primaria gli oracoli che lo stesso Montano e le due donne periodicamente espressero, oracoli che spesso si fondarono su sogni. Epifanio nel suo "Rimedio contro le eresie" (49,1-2) ce ne riporta uno:

« Costoro, i catafrigi, sostengono che in Pepuza o Priscilla o Massimilla (non posso dirlo con esattezza, ma una di loro comunque) fu presa dal sonno: allora venne da lei il Cristo e si mise a dormire con lei in questo modo, come quella diceva nei suoi vaneggiamenti: "Cristo è venuto da me sotto l'aspetto di una donna in una veste splendida, infuse in me la sapienza e mi rivelò che questo luogo è santo e che qui la Gerusalemme discende dal cielo. »

Ben si può comprendere come il borgo divenne presto la sede della comunità del movimento della nuova profezia.

Tutta quest'attesa provocò un "parossismo escatologico" nel popolo, ma anche tra i vescovi. Ippolito nel "Commento a Daniele" (IV, 18,1-20,1) racconta che la spasmodica attesa della fine del mondo giocò brutti scherzi:

Ippolito di Roma

Probabilmente di origine greca, fu un teologo di grande levatura autore di numerosissime opere antieretiche, finì, nella foga della polemica per oltrepassare egli stesso il limite dell'ortodossia. Richiamato per questo da papa Callisto, si ribellò con alcuni seguaci molto influenti che lo elessero a sua volta papa. Fu quindi uno dei primi antipapi della storia. Morì martire in Sardegna intorno al 236 insieme al suo omologo ortodosso. Per questo è riconosciuto santo anche dalla Chiesa cattolica.

« Racconterò anche quello che è avvenuto poco tempo fa in Siria. Un capo della Chiesa di là, che non si applicava molto allo studio delle Scritture e non seguiva la voce del Signore, cominciò a sviarsi e sviò anche gli altri. Convinse molti fratelli ad andare incontro a Cristo nel deserto, con le mogli e i figli. Vagavano per monti e strade alla ventura: per poco il governatore non li fece arrestare e mandare a morte come briganti. Per fortuna la moglie del governatore era credente. Per la sua insistenza, il governatore mise a tacere il fatto per non suscitare, per colpa loro, una persecuzione generale.
In modo simile un altro vescovo del Ponto prestava fede alle visioni che aveva personalmente. Dopo un primo, un secondo e un terzo sogno si mise a predicare ai fratelli come se fosse un profeta, ed allora, sbagliandosi di grosso, disse: "Sappiate, fratelli, che entro un anno ci sarà il Giudizio..." Indusse i fratelli a tanto sbigottimento che lasciavano andare in abbandono i poderi e i campi, e i più vendettero i loro possedimenti. E disse loro: "Se non avverrà come ho detto io non credete più neppure alle Scritture, ma ciascuno faccia quel che gli pare". Attesero l'evento futuro, ma quando fu passato l'anno e non si avverò alcuna sua predizione egli non raccolse che disprezzo per aver mentito, e quelli che avevano venduto i loro possedimenti in modo avventato, si trovarono poi ridotti a mendicare. »

È da notare che il millenarismo montanista è atipico. Non troviamo traccia di resurrezione né d'incarcerazione di Satana, né di un regno terreno di Cristo di mille anni. L'attesa escatologica è ridotta all'avvento della Gerusalemme celeste, in compenso come conseguenza dell'attesa si svilupparono altri temi. Se è prossimo il ritorno di Cristo, è necessario accoglierlo preparati spiritualmente. Per essere pronti bisognò dimostrare di non aver paura delle persecuzioni: fu interdetta la fuga di fronte al martirio. Aver paura significò essere ancora legati a questo mondo che stava per scomparire. Non ebbe più senso la proprietà privata, i montanisti mantennero i predicatori vendendo le loro proprietà.

I desideri della carne andavano controllati in maniera ancora più severa e le due profetesse diedero un bell'esempio, rinunciando a convivere con i loro mariti.

Molto praticato fu il digiuno. La Chiesa lo richiedeva per due mezze giornate la settimana, Montano andò oltre, imponendo ai suoi un digiuno obbligatorio che non consentiva interruzione alcuna, poiché il ritorno di Cristo era imminente. Quando si prese coscienza che i tempi erano più lunghi del previsto, ci si uniformò nuovamente alla prassi ecclesiastica tradizionale, ma la si inasprì introducendo due settimane di astinenza durante le quali era permesso gustare solo cibi asciutti (xerofagia).

Un primo colpo all'espansione del movimento montanista fu portato dalla morte dei tre profeti. Massimilla mori nel 179 d.C. Proprio lei aveva vaticinato: 

« Dopo di me non verrà più alcun profeta, ma si compirà la fine. »

Tertulliano

Nacque a Cartagine verso il 155. Studiò giurisprudenza e divenne avvocato, nel 193 si convertì e divenne prete. Dal 207 aderì al movimento iniziato in Frigia da Montano. Morì intorno al 220. È autore di molte opere fra cui spiccano l'"Apologia" e vari trattati polemici.

Il movimento sarebbe decaduto molto più in fretta se un teologo dello spessore di Tertulliano non vi avesse aderito con lo scopo di sollevarne le sorti.

Probabilmente la sua conversione al montanismo si ebbe nel 207 d.C., anno della stesura dell'"Adversus Marcionem". Praticamente condivise buona parte della dottrina montanista; tuttavia, mentre i profeti frigi attesero la discesa della nuova Gerusalemme a Pepuza, lui l'attese in Giudea: non accennò, però, alla concezione dei sette millenni elaborata da Giustino.

Fu importante il suo notevole interesse per i sogni e le visioni, come per la resurrezione della carne. La carne dei risorti è resa angelica nell'atto della resurrezione, senza che segua espressamente il millennio. Il mutamento angelico fa già parte della realtà definitiva, insieme alla partecipazione al Regno di Cristo. Nell'Adversus Marcionem (V, 10, 14) afferma:

« Diciamo che la carne risorge certamente, ma che, una volta trasformata, otterrà il Regno. Risorgeranno infatti i morti incorrotti, quelli, s'intende, che erano stati soggetti a corruzione, una volta che i corpi erano caduti nella morte, e noi in un attimo saremo trasformati, in un battere d'occhio, perché questa realtà votata alla corruzione deve rivestirsi d'incorruttibilità. »

Già da questi spunti si comprende come questo grande personaggio non seguì pedissequamente la nuova profezia, ma la riformò. La figura delle due profetesse fu pesantemente censurata; la donna, per lui, nella Chiesa non poteva godere di un'autorità simile. Non potevano predicare, né fare delle profezie o presenziare alle cerimonie cultuali. Nel resto nelle sue opere difese il divieto di fuggire di fronte alle persecuzioni, negò validità alle seconde nozze (matrimoni fra vedovi), i risposati furono paragonati agli adulteri. Sostenne la necessità del digiuno e condannò apertamente i "lapsi", cioè i traditori, coloro che di fronte alla persecuzione e alla minaccia di tortura o morte preferirono abiurare la fede cristiana. Alla sua morte nessuno fu in grado di sostituirlo alla guida del movimento, e lentamente il montanismo si spense.

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17.D - Cerinto

Ireneo, vescovo di Lione ma originario di Smirne, ci riferisce nel suo "Ricerca e rovesciamento della pretesa ma falsa gnosi" che Cerinto visse in Asia minore verso la fine del I secolo.

Sostenne che Gesù fu il figlio naturale di Maria e di Giuseppe; che si distinse per giustizia, sapienza e intelligenza rispetto a tutti gli uomini e che grazie a ciò nel giorno del suo battesimo nel Giordano, ricevette il Cristo sotto forma di colomba; da quel momento, grazie alla sapienza del Cristo egli predicò il Padre fino allora sconosciuto (per questo è considerato filo gnostico) ed operò miracoli.

La sua dottrina fu influenzata da un problema allora molto sentito: se il Cristo era Dio non poteva/doveva morire.

Nella tradizione pagano-romana esistevano semidei ad un tempo uomini e déi, ad esempio Ercole, e costoro erano tutt'altro che deboli: mai sarebbero morti in croce, anche perché avrebbero preso a randellate chiunque si fosse avvicinato per arrestarli.

Il problema di fondo era il concetto di morte. La morte per la cultura romano-pagana implicava una situazione di inferiorità, imperfezione, debolezza. Era la sorte che spettava solo ai comuni mortali, non agli dei. Se, dunque, i cristiani, sostenevano che il loro Dio era morto in croce, significava che era un debole, un perdente. Di questa consapevolezza noi abbiamo le prove archeologiche e letterarie. Sul Palatino, infatti è stato ritrovato un graffito satirico risalente all'epoca di Cerinto che raffigura un uomo, un certo Alessandro, inginocchiato di fronte ad un crocefisso campeggiato da una testa d'asino, e sotto la scritta: "Alessandro adora il suo Dio".

Le prove letterarie, invece, ci sono portate da Minucio Felice nell'Octavius:

« Sento dire che venerano la testa d'asino, vilissimo animale, consacrato non so per quale sciocca credenza: religione ben degna e fatta apposta per simili costumi. »

Il senso di questa derisione era molto semplice: solo uno stolto poteva adorare un dio come Cristo, che si era spacciato tale, ma che alla resa dei conti si era dimostrato un semplice uomo; facendo così la figura dell'asino!

I primi cristiani subirono molto queste ironie; non deve, dunque, fare specie che qualcuno di loro tentò di ovviare a simili errori d'interpretazione. Il Cristo, dissero, non poteva morire, e per questo Cerinto postulò la dipartita del Cristo da Gesù poco prima della Passione.

Il povero Gesù, ritornato ad essere un semplice uomo, ingannato e abbandonato da Dio, sarebbe morto sulla croce. Qui Cerinto si fermò, lasciando in sospeso il problema più grosso, che rappresentò anche una parte della sua eresia. Se a morire fu un semplice uomo, da dove derivò la nostra redenzione? Un uomo non può redimere altri uomini; la necessità della divinità del Cristo è tutta qui. Ne dobbiamo arguire che Cerinto fosse un negatore della redenzione? Ma se si, perché Dio avrebbe allora dovuto scomodare il Cristo, farlo entrare in Gesù, ingannarlo per poi abbandonano al suo triste destino? Con che razza di dio aveva a che fare, allora, il nostro eroe?

L'interpretazione di Cerinto fu ampiamente rifiutata e confutata, e un sentore di ciò può ancora rintracciarsi nella singolare notizia di Ireneo, secondo la quale l'apostolo Giovanni sarebbe stato indotto ANCHE dalla dottrina di Cerinto a scrivere il suo Vangelo; come, sempre da Ireneo, sappiamo che professò idee gnostiche poiché separò il Dio Altissimo dal creatore, mentre Eusebio ci informa che professò un massiccio millenarismo.

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17.E - Ebionismo

Gli studiosi delle eresie del cristianesimo primitivo fanno derivare questo nome dal termine ebraico "ebjon", cioè povero. Gli aderenti al movimento davano, quindi, a questo nome un significato che voleva alludere al loro semplice tenore di vita.

Fra la letteratura ebionita va menzionato in primo luogo un vangelo apocrifo: quello secondo Matteo, e un trattato del II secolo contenente le cosiddette "prediche di Pietro".

Uno scrittore ebionita, di cui si conosce il nome, fu Simmaco, traduttore della Bibbia. Queste opere, unitamente alla critica antieretica, non sono sufficienti per ottenere un quadro unitario: i seguenti lineamenti, tuttavia, possono considerarsi caratteristici.

Nella concezione delle origini del mondo sostennero idee dualistiche (è così evidenziata la prima fonte del movimento: lo gnosticismo) Dio avrebbe costituito un principio buono ed uno cattivo, a questo è assegnata la signoria sul "mondo presente", a quello sul mondo venturo; il principio buono è Cristo, profeta messianico promesso.

Gesù fu da Dio consacrato Messia e dotato di virtù divina nel giorno del suo battesimo nel Giordano; egli non fu, quindi, il Figlio del Dio preesistente, ma figlio naturale di genitori terreni, che per osservanza esemplare della Legge venne da Dio elevato a Messia (seconda fonte: Cerinto). Egli fu anche il vero profeta (comparso già in Adamo e in Mosè, ogni volta con una diversa missione) che condusse il popolo d'Israele verso una comprensione radicale e genuina della Legge. Questo sarebbe stato il suo compito straordinario, non quello legato alla sua presunta morte redentiva. È evidente qui la terza fonte degli ebioniti: i giudaizzanti eterodossi che un tempo si erano distaccati dalla comunità apostolica in seguito alle decisioni approvate dal Concilio di Gerusalemme.

Gesù avrebbe dunque riformato la Legge da ciò che vi si opponeva; avrebbe respinto ogni forma di culto sacrificale, perciò neppure la sua morte poteva avere carattere sacrificale. Al posto del sacrificio allora, nella vita di tutti i giorni, per l'ebionita osservante subentrò una vita di povertà e comunione dei beni. Erano previsti vari riti d'acqua per la purificazione interiore, come era prevista la celebrazione eucaristica con sola acqua e pane, e il solennizzare la domenica e il sabato.

Con la rivalutazione della Legge gli ebioniti svilupparono un certo "antipaolinismo". Si rifiutarono di chiamare Paolo "apostolo" (dal momento che non aveva conosciuto Gesù, non aveva condiviso la sua esperienza terrena), come si rifiutarono di seguire i suoi insegnamenti, in quanto fondata solo su visioni personali e non sull'ascolto dell'annuncio.

La loro presa di posizione non rimase lettera morta, ma operarono in concreto contro Paolo come possono ben dimostrare le lettere ai Corinti.

Alcuni codici ritrovati a Nag Hammadi

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18 – GNOSTICISMO E MANICHEISMO

18.A - Lo gnosticismo: la dottrina

Nel mese di dicembre del 1945 due contadini egiziani, Muhamad e Kàalifah Ali al Samman in località Nag Hammadi, e per la precisione a Jabal al Tarif, scavando per estrarre terra fertile, rinvennero una giara alta quasi un metro. Rotta con un colpo di piccone, essa rivelò contenere 13 manoscritti di papiro per un totale di 1153 pagine in lingua copta (ma l'originale, dal quale le traduzioni furono tratte era sicuramente in greco).

Queste traduzioni sono databili alla fine del II secolo e all'inizio del III, mentre gli originali in greco dai quali derivarono sono del II secolo. Furono subito battezzati "i manoscritti della biblioteca di Nag Hammadi".

In un primo tempo si pensò di aver a che fare con apocrifi del N.T. (d'altra parte, sempre in Egitto, sessant'anni prima in una tomba appartenuta ad un monaco era stato ritrovato il "Vangelo apocrifo secondo Pietro"); si trovarono, infatti, i vangeli di Tommaso, Filippo, degli Egiziani, della Verità, gli Atti di Pietro e Mattia, l'Apocalisse di Pietro, Paolo, Giovanni e Giacomo, Dositeo e Set. Da un'attenta analisi si notò, però, che vi erano anche opere di Ermete Trismegisto e testi dottrinali di capi gnostici come Silvano ed Eugnoste.

Dopo lunghe peripezie che compresero faide familiari con morti, indagini della polizia e accuse di cristianesimo, colpo di Stato dei "colonnelli" e guerra dei sei giorni, essi furono finalmente pubblicati nel 1975, modificando radicalmente le conoscenze che avevamo di questa corrente eterodossa.

Fino a quel momento per gli studi sullo gnosticismo ci si poteva fondare solo su alcuni testi abbastanza recenti come la "Pistis Sophia" e i "Libri di Jeu", nonché sul materiale conservato nelle citazioni degli autori antignostici, soprattutto Ireneo, Tertulliano ed Ippolito; opere, in ogni caso, arrivate fino a noi in frammenti o addirittura non trasmesseci, come l'opera di Giustino, senz'altro prima in questo genere, "Liber contra omnes haereses".

Attraverso questi testi, oggi possiamo ricostruire con più serenità il pensiero gnostico e le sue connessioni profonde con la società che gli diede la luce. Al proposito sembra importante ricordare come la società ellenica dei primi secoli della nostra era fu particolarmente sensibile alle dottrine esoteriche alle scienze occulte e all'astrologia, così come lo gnosticismo, figlio del suo tempo. Nelle sue opere ritroviamo lunghe riflessioni sul passato e sul destino riservato all'uomo, con relative soluzioni per esorcizzare la paura delle novità rappresentate dal secolo che doveva venire.

Già la filosofia presocratica intese la terra come un disco piatto oscillante nel vuoto. Con lo gnosticismo, il panorama si arricchì, la terra fu circondata da sette cerchi planetari (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno) mentre l'ottavo cerchio supportò il cielo delle stelle fisse. Gli inferi passarono dal centro della terra al cosmo, fra la terra e la luna. Assistiamo alla demonizzazione del cosmo.

Apparentemente queste teorie appaiono ingenue e bizzarre, in realtà ebbero una vasta eco (vedremo più avanti, come proprio a proposito di questa demonizzazione del cosmo lo gnosticismo può ben dirsi l'antesignano del manicheismo).

Questa cosmologia influenzò anche la psicologia gnostica. Al termine della vita il principio spirituale (quella che noi chiamiamo anima), aspirando ad accedere alla patria celeste e divina, fu costretto a lunghe peregrinazioni, tante quanti erano i cerchi planetari. Solo dopo questo lungo esodo l'anima purificata poté accedere al regno della luce, alla pienezza della divinità, al pleroma.

Su questa terra lo gnosticismo invece è assillato dal problema della verità e "del cosa" fare per trovarla. La soluzione sta nella chiave d'accesso al Dio sconosciuto e assolutamente trascendente. Nell'apocrifo di Giovanni si legge:

« Egli è un potere che nessuno domina… Egli non ha bisogno di vita… è senza confini… è Invisibile… è eterno… Egli non è perfezione, ma qualcosa a lei superiore… nessuna creatura, nessuna persona lo possono comprendere » (110, 11ss)

Da altri testi questo Dio sembra ricordare una radice da cui proviene l'albero con i suoi rami, in altre parole il Figlio, con il corteo degli eoni. Nello gnosticismo il Figlio è posto sempre in secondo piano rispetto a questo Dio sconosciuto, e ciò finì per contribuire allo sviluppo dell'eresia subordinazionista, come vedremo più avanti.

A rigore di termini Egli non è il Padre di un Figlio, ma un pre-padre, perché a differenza dei comuni mortali e del Figlio stesso, Lui non ha Padre, è "agenetos", ingenerato. Da qui il simbolismo dell'androgina:

« Io sono androgina, sono insieme una madre e un padre perché ho rapporti con me stessa. »

Di fronte a questo ingenerato sta il Figlio come il primo passo verso il finito: egli è "l'autogenerato", è il primo Uomo, il primo nome, è il "nous" del Padre, cioè la sua possibilità di conoscenza intellettuale, razionale. Solo attraverso di lui il buon gnostico può accedere all'ingenerato. Dal Figlio furono emessi quattro eoni dotati ciascuno di altre entità, ad indicare la ricchezza delle loro funzioni. Ognuno di questi generò altri eoni, i quali possedettero tutti una conoscenza razionale. L'ultimo eone, Sophia, è l'eone del peccato, che peccò perché:

« pensò senza la volontà dello spirito e la conoscenza del suo secondo accordo. La persona della sua dimensione maschile non era stata d'accordo. »

Plotino aveva ragione. Per gli gnostici, le origini del male affondavano le loro radici nel pleroma (pienezza e perfezione della vita divina). Da un'emanazione all'altra occorse un decadimento dall'infinito al finito. L'imperfetto fu così una inevitabile conseguenza, un effetto collaterale dell'opera del perfetto, dell'ingenerato.

Il primo compito della Sophia cacciata dal pleroma fu quella di presiedere alla formazione del caos primordiale, della "hile", in pratica della materia. Questa creazione avvenne attraverso un processo di illuminazione delle tenebre, non si trattò semplicemente della ripresa del tema biblico del "fiat lux", quanto di effusione seminale. La Sophia emise una "dynamis", un effluvio fecondatore che penetrò nelle acque del caos rendendole così atte a generare i diversi elementi della materia.

Il principio della "dynamis" lo troveremo anche in una particolare forma di monarchianismo, quello adozionista o dinamistico; anche in questo caso costatiamo che lo gnosticismo gettò le basi per altre eresie.

A questo punto la Sophia generò il Demiurgo: l'operatore divino preposto a plasmare la materia e quindi l'universo in cui siamo. Il Demiurgo fu un personaggio centrale della mitologia gnostica. Questo personaggio fu, in seguito, identificato nel Dio dell'A.T. Nel "Timeo" di Platone egli è l'artigiano che ordina la materia di per sé priva di spirito, immettendo in essa una forma a lui stesso superiore. A questo artigiano non è richiesto di pensare, ma solo, come dirà Aristotele, di obbedire. L'artigiano è la causa motrice, plasma la materia per dargli forma. Il motivo per cui agisce, però, non è da ricercarsi in lui, ma in chi gli ha ordinato di operare: l'ingenerato. Per gli gnostici Yahwè, il Dio dell'AT, si identificò nel Demiurgo, l'artigiano (rozzo e ignorante) che modellò la materia su una forma; in realtà si vantò di essere il creatore e in questo dimostrò di essere ancor più ignorante. Egli, però, fu lo strumento, la "longa manus" della Sophia a sua volta mossa dall'intelletto dell'ingenerato. Questo Demiurgo, a differenza di quello platonico, appare come un aborto, è l'esito abortivo del peccato di Sophia. Nell'Apocrifo di Giovanni si legge:

« Il pensiero (di Sophia) non poté rimanere inattivo e venne fuori il prodotto della sua opera, incompiuto, odioso nella forma, poiché essa lo aveva generato senza il compagno di coppia. »

Gli fu dato il nome di "Ialdabaoth", fu il primo di sette arconti posti poi in relazione con le sfere planetarie. Questi arconti avrebbero in qualche modo partecipato alla creazione formando la psiche d'Adamo, mentre angeli-demoni, in quanto emanazioni inferiori degli arconti, avrebbero prodotto la materia del corpo. Con questo lo gnostico giunse alla demonizzazione del corpo, favorendo, di fatto, le future riflessioni manichee sul tema.

La salvezza da tutto questo processo, che partì dall'ingenerato e giunse fino ad Adamo, passò attraverso l'opera di un Salvatore. Lo gnostico deve ricercare con tutte le sue forze la verità, ma contemporaneamente è incapace di salvezza. È necessario per lui che questa gli sia data dall'alto, dal mondo del pleroma. La gnosi è, dunque, conoscenza rivelata.

L'uomo deve predisporre se stesso alla salvezza e la salvezza gli verrà donata, ma non tutti gli uomini la pensarono così: il Salvatore allora invocò le potenze superiori perché lo aiutassero e gli inviassero dei guardiani da porre a difesa dei suoi fedeli. Egli visse mediante un corpo generato dal Logos, da lui stesso, attraverso una vergine. Rivestito così di Gesù, si dichiarò pronto per la Passione, e attraverso la sua morte di croce sconfisse definitivamente gli arconti e donò ai fedeli gnostici un'arma invincibile, la gnosi. È evidente che in questo campo la figura del Salvatore fu profondamente influenzata dalla soteriologia cristiana, ma ciò non deve stupire, se si pensa che lo gnosticismo si sviluppò quasi contemporaneamente al cristianesimo.

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18.B - Dottori gnostici

Ludovico Caracci, "Caduta di Simon Mago", Napoli, Museo di CapodimonteGiustino afferma che al tempo dell'imperatore Claudio (41-54 d.C.) visse un certo Simone, nativo di Ghitton in Samaria, che avrebbe operato prodigi; adorato da quasi tutti i samaritani come un dio, Simone peregrinò insieme ad una prostituta di nome Elena e che affermava essere il primo pensiero da lui stesso emesso.

Ai tempi di Ireneo il simonianesimo sotto l'influenza del cristianesimo si trasformò in sistema gnostico. Dal dio preesistente fu emesso il primo pensiero, la prima "Ennoia", "la madre di tutti", la compagna di coppia del dio, ma anche la Sophia.

Questa Ennoia creò gli angeli e le schiere intermedie che per ringraziamento la trattennero, ignorando l'esistenza di un Dio a loro superiore, e la imprigionarono in un corpo femminile. Da allora Ennoia vagò da un corpo femminile ad un altro, patendo ogni genere di sofferenze. Da ultimo divenne una prostituta che operava in un bordello di Tiro in Fenicia. Qui venne a riscattarla il dio preesistente sotto le spoglie di Simone.

Gli Atti degli Apostoli ci parlano di questo curioso pensatore in At 8,9-24.

L'ultima fase della storia di Simone ci è, invece, consegnata dagli Atti apocrifi di Pietro. Secondo quest'opera, Simone divenne acerrimo nemico di Pietro. Sfidatolo in una serie di prove finì per suicidarsi lanciandosi nel vuoto, nel tentativo di dimostrare di essere in grado di volare.

Giustino ci conferma anche dell'esistenza di una comunità simoniana presente a Roma verso la metà del II secolo.

Con l'egiziano Valentino, lo gnosticismo trova il suo maggiore esponente. Cominciò ad insegnare ad Alessandria intorno al 135, fece molta pubblicità alle sue idee e si trasferì a Roma dove divenne personaggio influente, ma a causa dì divergenze con la comunità decise di rientrare in Oriente. Secondo Valentino il corpo umano, emanazione del Demiurgo, sarebbe sede di demoni, ma anche sede di un elemento pneumatico (donatogli inconsapevolmente dal Demiurgo stesso) che, se coltivato ed educato, porterà l'uomo alla fine della sua vita a riunificarsi con la luce.

Dopo la morte, l'anima dovrà attraversare il Regno degli arconti e delle potenze ostili, perciò è necessario preparare il moribondo con unzioni, e pregare per lui con formule misteriose, tutte volte a dimostrare la sua conoscenza della verità. Questo permetterebbe al defunto di non essere imprigionato dagli angeli del Demiurgo.

Discorso a parte merita Marcione, che svolgeva la professione di armatore a Sinope in Paflagonia, e il cui padre era vescovo. Negli anni giovanili ebbe già dei contrasti con i capi della locale comunità cristiana. Per questo si spostò a Roma dove, a causa delle sue singolari opinioni, fu allontanato nel luglio del 144. Subito dopo cominciò con abilità a far propaganda delle sue idee, raccogliendo vasti consensi e discepoli grazie ai quali fondò varie comunità, che sorsero un po' dappertutto accanto alle comunità cristiane; a tal punto che Tertulliano, suo dichiarato avversario, fu costretto ad ammettere che le chiese marcionite avevano riempito il mondo intero. Nel culto si adeguarono molto ai riti cristiani; per questo, il passaggio alle comunità marcionite fu molto semplice fin dall'inizio. Ciò che distinse queste comunità, e per alcuni secoli le rese vincenti, fu l'efficiente organizzazione a capo della quale stavano dei vescovi, coadiuvati da presbiteri. Prima di Mani, Marcione comprese che se si voleva sconfiggere la Fede cristiana bisognava operare partendo dal suo interno, iniziando proprio dall'organizzazione.

A sostegno delle sue dottrine Marcione costituì un "corpus", una specie di canone di testi, solo neotestamentari (nell'A.T. aveva parlato il Demiurgo), e fra questi solo le lettere di Paolo e il Vangelo di Luca. Attraverso questi testi intendeva dimostrare che se il corpo era votato alla morte, se il mondo era sede del male era perché il suo creatore, il Demiurgo, non poteva essere perfetto; egli non era arrogante, né un malvagio (come volevano altri gnostici), ma semplicemente non aveva nulla a che fare con il Dio buono, nascosto e sconosciuto.

L'uomo non ha nulla a che spartire con questo Dio buono; egli è corruzione ed è salvato solo da un dono assolutamente gratuito di Dio che invia il Figlio.

Seguono, poi, alcune norme comportamentali derivate da un ascetismo spinto, come quelle riferiteci da Clemente alessandrino:

« Non volendo aiutare a popolare il mondo fatto dal Demiurgo, i marcioniti stabiliscono l'astensione dal matrimonio, sfidando il loro creatore e affrettandosi verso l'unico buono che li ha chiamati e il quale (essi dicono) è Dio in un senso differente. Perciò, non volendo lasciare niente di proprio quaggiù, diventano continenti, non per un principio morale, ma per ostilità al loro fattore e per non voler servirsi della sua creazione. » (Stromati, III, 4, 25)

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18.C - Il manicheismo

Anche per quanto riguarda le nostre conoscenze sul manicheismo possiamo rifarci ad alcune recenti scoperte archeologiche. La prima risale ai primi anni del 1900, quando in grotte del Turkestan cinese furono rinvenuti alcuni frammenti del "Libro dei giganti'', opera di Mani; la seconda fu fatta nel 1930 in Egitto, quando fu rinvenuta un'intera biblioteca manichea del 400 circa.

Grazie a questi contributi oggi sappiano che Mani nacque nell'aprile del 214 a Ctesifonte, nel territorio dei Parti. A dodici anni ricevette una visione, nella quale gli fu spiegato che avrebbe dovuto rompere ogni rapporto con la religione del padre, e che sarebbe diventato il fondatore di una chiesa la cui natura gli sarebbe stata rivelata in un'altra visione, puntualmente verificatasi all'età di ventiquattro anni. I biografi della prima comunità manichea utilizzarono l'esempio dello specchio per fissare il momento cruciale dell'esperienza gnostica di Mani: l'incontro con lo spirito gemello, con la sua sizigia, compagna di coppia celeste, con quel "sé", incontrando il quale lo gnostico realizza il progetto iscritto nel suo codice spirituale, la ricostruzione dell'unità archetipale.

L'interpretazione gnostica dell'esperienza manichea influenzò certamente anche la sua dottrina dualistica, fondata cioè su due primi principi.

Vi sarebbero due esseri coeterni, ingenerati, onnipotenti, ma diametralmente opposti l'uno all'altro, ognuno con il proprio regno, quello della luce o dello spirito e quello delle tenebre o della materia, in continua lotta. Il principio della luce emanò l'uomo che venne, però, in breve sopraffatto dal signore delle tenebre; a questo punto fu emanato lo spirito del vivente che liberò l'uomo dalla materia e lo salvò.

Nell'uomo spirito e materia sono mescolati; attraverso la vera gnosi, l'uomo si affranca sempre più dalla sua natura materiale per librarsi in piena libertà nel regno della luce. Per raggiungere la verità l'uomo deve sigillare la bocca, le mani e il ventre, non deve cioè cedere ai desideri carnali e materiali, e non deve procreare perché così contribuirebbe ad imprigionare un'altra scheggia di luce in un sarcofago di materia. Di qui la negazione del matrimonio richiesta a tutti gli adepti e, di conseguenza, la valorizzazione del matrimonio fatta dai difensori dell'ortodossia.

Sarebbe sorto il giorno in cui, attraverso la sua chiesa, il signore della luce avrebbe potuto combattere l'avversario ed eliminarlo, far trionfare la giustizia e specialmente liberare tutte o quasi le particelle di luce imbrigliate nella materia, che a sua volta sarebbe imprigionata in una gigantesca fossa sigillata da un macigno.

Un primo gruppo di fedeli, i più osservanti, erano detti "eletti" e dovevano rispettare scrupolosamente tutte le norme etiche manichee; gli altri erano detti uditori e dovevano limitarsi a rispettare regole meno rigide: la monogamia, la non violenza (anche verso gli animali), la preghiera (quattro volte il giorno), l'offerta di denaro alla comunità per il mantenimento degli "eletti", la confessione pubblica dei peccati.

La comunità manichea si organizzò gerarchicamente; ad un capo (il primo dei quali fu evidentemente Mani) furono sottoposti 12 apostoli, 72 vescovi, 360 preti.

Dopo un breve periodo di successi nell'impero persiano, il manicheismo fu messo al bando e sopravvisse solo in clandestinità, nelle regioni di confine.

In Mesopotamia, in particolare a Ctesifonte, ebbe sede il papato manicheo, almeno fino al V secolo; l'espansione verso l'Asia centrale si rivelò produttiva sia dal punto di vista pastorale (divenne la religione ufficiale di alcune popolazioni) sia dal punto di vista teologico: si arricchì di nuovi elementi come la reincarnazione.

Giunto in Cina, fu tollerato fino all'843 e quindi proscritto, ma anche qui riuscì a sopravvivere accanto al taoismo e al buddismo fino al XIV secolo. Nell'impero romano, invece, fu messo al bando grazie ad un editto di Diocleziano del 297, perseguitato in più occasioni fino al 527 quando fu promulgata una legge che comminava la pena di morte per i manichei.

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19 - IL DONATISMO

19.A - Inizio e sviluppo

Le persecuzioni volute da Diocleziano e da Galerio con il decreto pubblicato il 24 febbraio 303 comportarono la consegna dei testi delle Sacre Scritture, dei libri liturgici e degli oggetti di culto. Il contegno del clero lasciò molto a desiderare, sicché al termine della persecuzione si scatenarono varie controversie, che degenerarono spesso in feroci polemiche e violente contese.

Nella primavera del 305, con lo scopo di risolvere queste vertenze, un certo numero di vescovi decise di riunirsi in assemblea presso la città di Cirta, l'odierna Costantinia. Presiedeva l'assemblea il decano dell'episcopato della Numidia, Secondo di Tigisi.

Uno dei candidati prescelti a sostituire i vescovi morti durante la persecuzione fu il diacono Silvano, che avvelenò il clima avanzando una proposta: prima di procedere alla sua elezione volle essere certo che tutti i presenti fossero degni di prendervi parte. Fu allora che molti dei presenti confessarono d aver consegnato le Sacre Scritture durante la persecuzione, pur cercando d'attenuare la loro colpa.

L'atmosfera sì fece ancora più pesante allorquando uno dei presenti, nonché dei più violenti, Purpurio di Limata, accusò il presidente del sinodo di essere responsabile, egli pure, della medesima colpa. Nel momento in cui tutto sembrava risolversi in una drammatica crisi, « essi suggerirono che quella causa doveva essere affidata al giudizio di Dio » (Ottato di Milevi, "Adversus Parmenianum donatistam"). Vale a dire, si perdonarono a vicenda.

Gli anni intercorsi tra il 305 e il 312 passarono, almeno in apparenza, senza sussulti. Nella Numidia le reciproche accuse che avevano rivelato al mondo le miserande cadute dei protagonisti del conciliabolo di Cirta erano state opportunamente occultate.

A Cartagine sopravvisse un certo clima di tensione alle spalle del vescovo in carica, Mensurio, e del suo arcidiacono Ceciliano, accusato di non aver assistito come si conveniva i cristiani imprigionati durante la persecuzione. Ad aggravare l'atmosfera già poco favorevole intervenne la morte del vescovo Mensurio e l'immediata elezione e consacrazione del successore nella persona dell'arcidiacono Ceciliano.

Sembra fosse tradizione che a compiere il rito della consacrazione episcopale dovesse intervenire il primate della Numidia, nel caso Secondo di Tigisi. Per ragioni non ancora completamente ricostruite, l'ordinazione di Ceciliano fu affrettata ed effettuata dai vescovi viciniori, primo dei quali Felice d'Apthungi, città posta ai confini dell'Africa proconsolare e della Bizacena.

La reazione dei vescovi della Numidia fu immediata ed implacabile. Ritenendo e accusando Felice d'Apthungi quale traditore, dichiararono invalida l'ordinazione e fu convocata un'assemblea a Cartagine per risolvere il caso.

La questione teologica era molto interessante e riguardava "la capacità canonica di un ministro" in situazione di peccato grave. Se il ministro, dissero i vescovi della Numidia, non è degno, a causa del suo grave stato di coscienza, il sacramento che celebra non sarà valido. Nel caso di Ceciliano, quindi l'ordinazione andava intesa come non effettuata.

La disputa riguarda quindi la Chiesa, non la Trinità o la persona di Gesù Cristo, e l'eresia, dunque, va annoverata fra le eresie di tipo ecclesiologico. Ma seguiamo i fatti.

Possiamo cosi riassumere le fasi del sinodo di Cartagine:

Nell'estate del 313 il partito dei numidici pensò bene di riorganizzarsi e di scegliersi come nuovo primate Donato, il vero e proprio cervello del movimento che fino a quel momento aveva preferito mantenere l'incognito. Da lui la chiesa separata, che rapidamente stava sviluppandosi, prese il nome di "pars Donati".

Ossio di Cordoba †

Nacque intorno al 256 e a quarant'anni venne ordinato vescovo. Grande amico di Costantino, divenne suo consigliere particolare, e lo coadiuvò durante la crisi ariana e poi quella donatista. Sostenitore di Atanasio, si trovò costretto, ormai centenario, a sottoscriverne la condanna; di lì a poco morì. Della sua opera letteraria sono giunte fino a noi solo due lettere e alcuni canoni promulgati dal sinodo di Sardica nel 343.

Di una situazione così confusa venne ben presto informato Costantino che prese subito le distanze dai donatisti (probabilmente in questo influenzato dal suo consigliere particolare, il vescovo Ossio di Cordoba). I donatisti non si dettero per vinti e gli fecero recapitare un dossier tramite il prefetto Anulino, nel quale, fra l'altro, gli chiesero la convocazione di un sinodo, da tenersi in Gallia, con lo scopo di dirimere la controversia. Costantino accettò e si rivolse all'allora vescovo di Roma Milziade (310-314), per fargli conoscere quanto deciso. Ceciliano doveva venire a Roma con dieci vescovi da lui scelti ed altrettanti del partito avverso; qui un tribunale ecclesiastico formato dallo stesso Milziade e da tre vescovi della Gallia (di Autun, Arles e Colonia) avrebbero dovuto decidere il caso.

Milziade invitò all'incontro anche 15 vescovi italiani, probabilmente come membri di un più ampio "consilium", com'era prassi comune per le controversie di notevole importanza.

L'unanime verdetto di questo tribunale condannò Donato e confermò Ceciliano come legittimo vescovo di Cartagine. I donatisti impugnarono la sentenza per vizio procedurale e Costantino si vide costretto (dato l'effettivo arbitrio di Milziade) a riconvocare l'assemblea, questa volta ad Arles. Anche in questa sede i giudici dettero ragione a Ceciliano. In Africa scoppiarono disordini che furono sedati con l'intervento militare, molti vescovi donatisti furono esiliati e confiscate le loro chiese. Non finì qui; negli anni successivi per vari motivi il partito di Donato riprese in pugno la situazione, Costantino si accorse che ogni tentativo di rappacificazione era impossibile e che l'intervento militare non faceva altro che provocare dei martiri.

Testa colossale dell'imperatore Costantino, Roma, Museo del Palazzo dei ConservatoriVerso la fine del suo regno i donatisti radunarono a Cartagine un sinodo dove si contarono ben 270 vescovi e in cui si deliberò sulle condizioni per ammettere i cattolici nella chiesa donatista; Donato poteva considerarsi a tutti gli effetti il vero primate d'Africa.

I successori di Ceciliano si rivelarono figure di secondo piano, non in grado di reggere le sorti della chiesa africana e, peggio, non in grado di reggere il confronto con Donato. In questo situazione i donatisti commisero un grave errore, che pagarono in seguito a caro prezzo: armarono, per farsi sostenere militarmente, le frange più oltranziste del loro movimento, i cosiddetti circoncellioni. Accanto al loro sfrenato fanatismo religioso accostarono il desiderio di rivalsa nei confronti dei grandi latifondisti della Numidia e della Mauritania, assalendoli e derubandoli.

Ottato di Milevi al proposito scrisse:

« A nessuno fu più permesso di essere al sicuro nei propri possedimenti. Le obbligazioni scritte dei debitori perdettero ogni valore, e nessun creditore conservò in quel periodo il libero diritto di esigere i propri crediti: erano tutti terrorizzati a causa delle lettere di coloro che si vantavano di essere i "capi dei santi" (…) Anche i viaggi non si potevano affrontare con sicurezza, perché i proprietari, obbligati a scendere dalle loro vetture, dovevano procedere a piedi, come degli schiavi, i loro servi, seduti sui carri al posto dei loro padroni. Secondo la loro mentalità e il loro potere era stata mutata e scambiata la condizione dei padroni e dei servi. Quando, poi, nacque, in quel tempo, tra i vescovi del vostro partito certa seria preoccupazione, corre voce che si rivolsero per iscritto al prefetto Taurino, per informarlo che tali uomini, nella chiesa, non si potevano più controllare. Essi, allora, così pretesero che, da parte del prefetto, i circoncellioni fossero sottoposti a disciplina. » (Ad. Par. don. III,4)

Roma non poté tollerare la cosa, e a maggior ragione quando questi fanatici aggredirono la scorta armata di due funzionari governativi: Paolo e Macario.

La reazione fu dura. Un editto del 15 agosto 347 ordinò seccamente l'unione delle due chiese sotto il capo dei cattolici, Grato di Cartagine, e l'esilio per Donato e le altre figure di primo piano del movimento; ciò provocò un trauma nel popolino che ripiegò in massa presso i cattolici. Quest'unione forzata durò 14 anni, fino all'ascesa di Giuliano sul trono imperiale. Quest'imperatore, pagano di religione, decise, con lo scopo di indebolire il cristianesimo favorendovi dissidi e spaccature al suo interno, di ristabilire la situazione preesistente all'editto del 347, e richiamò quindi dall'esilio tutti i vescovi donatisti. Si aprì qui un nuovo capitolo favorevole a questi ultimi, soprattutto sotto la guida spirituale del successore di Donato, Parmeniano, il movimento riprese vigore e potere.

In questi anni il donatismo ebbe tempo di darsi anche uno spessore teologico speculando sulla natura della "vera Chiesa". Secondo Parmeniano questa si riconosce perché porta in dote cinque doni:

Poiché questi cinque doni si trovano tutti e soltanto nella chiesa donatista, i cattolici sono i rami staccati dell'albero della chiesa; inoltre avevano tradito la chiesa chiamando contro di essa il potere statale romano. 

Ticonio

Non sappiamo nulla della sua vita, solo che operò e scrisse fra il 370 e il 395. Inizialmente simpatizzante dei donatisti, se ne allontanò quando si accorse della loro faziosità e del loro insegnamento non conforme alla Sacra Scrittura. È il brillante autore del "Liber de septem regulis", il testo più antico sulle regole dell’ermeneutica, scritto intorno al 392 e grazie a Dio giunto fino a noi.

Parmeniano in questa sua riflessione introspettiva ebbe due grandi avversari, il donatista Ticonio (uno dei maggiori teologi del movimento) e il cattolico Ottato di Milevi, e da entrambi fu confutato.

La vera Chiesa per Ticonio non era quella particolare dei donatisti: anche i gruppi cristiani al di fuori dell'Africa erano Chiesa. Le parole bibliche sulla zizzania che cresce con il frumento lo facevano dubitare, poi, anche della pretesa donatista che si dovesse evitare, quali membri della chiesa dei puri, qualsiasi contatto contaminante con i traditori. La cristianità sarebbe divisa in due gruppi, i discepoli di Dio e quelli di Satana; a quale parte dei due regni il singolo cristiano appartenga lo si saprà solo nel giorno del giudizio. Inutile ricordare che Ticonio fu scomunicato dai donatisti, ma non si affrancò mai ai cattolici, seguitando a fare il teologo laico.

Ottato di Milevi scrisse un volume contro Parmeniano che rimane un classico, e si avvicina come incisività addirittura ai testi d'Agostino. In questo libro, dopo aver relazionato come veramente aveva preso esca la disputa e dopo aver ricordato a Parmeniano che a Cirta molti di quelli che sarebbero poi diventati vescovi donatisti si erano rivelati "traditores", passò all'attacco. La chiesa donatista non può essere la vera chiesa perché è circoscritta ad una piccola parte del mondo, mentre la Chiesa Cattolica d'Africa è in comunione con tutte le chiese del mondo. L'intervento militare si era reso necessario per i continui soprusi e le continue violenze patite ad opera dei circoncellioni. Quindi confutò altre affermazioni donatiste circa il valore 

Ottato di Milevi †

Non sappiamo nulla della sua vita, se non che fu vescovo di Milevi, città della Numidia. È l’autore dell’opera "Adversus Parmenianum donatistam", in cui polemizza con i donatisti, smaschera il loro insegnamento eretico e le loro posizioni faziose, e denuncia le intemperanze dei circoncellioni. L'opera ci è stata trasmessa.

dell'Eucarestia officiata da cattolici, per loro traditores. Non solo i cattolici, però, tradirono, ma anche i donatisti.

Negli ultimi decenni del secolo IV la situazione non mutò e le opposte fazioni si prepararono allo scontro finale, i donatisti militarmente, per mano del loro "braccio armato", i cattolici teologicamente; era già sorta, infatti, la stella di Sant'Agostino, cui spettò il merito di trovare la soluzione teologica alla disputa.

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19.B - Il sinodo di Cartagine del 411

Il 12 febbraio 406 l'imperatore Onorio, per richiesta di due vescovi della Numidia, proclamò l'editto d'unione. Troppi scontri armati e troppo spazio era stato concesso ai pericolosi circoncellioni, l'ordine pubblico andava ripristinato.

Per effetto di quest'editto i donatisti erano assimilati agli eretici, era loro proibito di riunirsi e le loro proprietà passavano ai cattolici.

Il vescovo donatista Primiano non si dette per vinto, andò dall'Imperatore a Ravenna e sorprendentemente si dichiarò pronto ad un dibattito con i cattolici, sul cui esito si sarebbe pronunciato da arbitro il "praefectus praetorio". L'imperatore il 14 ottobre 410 incaricò ufficialmente il senatore Marcellino di organizzare i preparativi della conferenza. Egli stesso doveva essere il presidente e l'arbitro.

Agostino di Ippona †

Nacque il 13 novembre 354 a Tagaste in Numidia, studiò e insegnò grammatica e retorica a Cartagine, aderì al movimento manicheo e a quello scettico. A Milano incontrò Ambrogio che lo convertì, lo battezzò e gli impose lo studio della Scrittura. Nel 391 fu ordinato sacerdote e sei anni più tardi vescovo. La sua cultura vastissima lo portò a confutare con successo, anche attraverso innumerevoli opere, manichei, donatisti, pelagiani e ariani. Morì il 28 agosto 430, le sue spoglie sono conservate nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia.

Marcellino, con lettera datata 1 giugno 411, invitò tutti i vescovi delle due confessioni, assicurando di esprimere un giudizio assolutamente imparziale.

All'inizio dei lavori erano presenti quasi tutti i vescovi donatisti e solo diciotto vescovi cattolici. Le parti produssero documenti al fine di chiarire la loro posizione teologica; i donatisti chiesero di poter avere a disposizione il documento cattolico per poterlo studiare. Alla ripresa dei lavori lessero la loro risposta. Agostino non aspettava altro. Poté a sua volta rispondere in contraddittorio ad ogni affermazione donatista, divenendo cosi il personaggio chiave della conferenza. Chiarì, in particolare, il rapporto ministro-sacramento: chi ribattezza "pone la propria speranza in un uomo" e non in Cristo, vero "auctor sacramenti", solo per i Suoi meriti e per Sua giustificazione noi siamo stati salvati. Inoltre i donatisti sono scismatici e per questo se i sacramenti da loro amministrati sono validi, non sono però fruttuosi, perché non possiedono la Grazia santificante che deriva unicamente dallo Spirito Santo. Costui opera solo nell'unità della Chiesa, quindi non è attivo nelle comunità separate. Solo a tarda sera Marcellino poté dare il verdetto secondo il quale i donatisti erano stati confutati "omnia documentorum manifestatione". La decisione fu confermata da Onorio con editto del 30 gennaio 412. Quest'episodio amputò le gambe al donatismo, i cui ultimi rappresentanti sopravvissero fino alla conquista musulmana.

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20 - IL PELAGIANESIMO

20.A - Brevi cenni sulle vicissitudini patite dal movimento

Il pelagianesimo prende nome da Pelagio, nato in Britannia intorno al 354, che venne a Roma verso il 384 esercitando un profondo influsso su tutta la cultura occidentale non tanto in quanto prete, quanto piuttosto come teologo.

Dal fisico sgraziato e dal carattere polemico, fondò una vera e propria scuola che fiorì per parecchi decenni guidata prima da lui stesso e poi dai suoi discepoli Celestio, Giuliano d'Eclano, Aniano, Turbanzio e Agricola. Quando nel 410 Alarico invase l'Italia, Pelagio se ne allontanò; dimorò per breve tempo in Africa, a Cartagine, e da qui si spostò poi a Gerusalemme. Nel 415 il sinodo di Diospoli lo assolse dall'accusa di eresia, ma il prezzo pagato da Pelagio fu alto: dovette prendere le distanze dal suo migliore discepolo, Celestio. Nel 416 fu investito della questione Papa Innocenzo I (401-417) che deliberò "motu proprio" la condanna sia di Pelagio sia di Celestio. Però Papa Zosimo (417-418), un orientale, lo assolse l'anno successivo nell'ambito del ricorso presentato dagli stessi. I vescovi africani non si dettero però per vinti, e ricorsero a loro volta a Roma e alla sede imperiale di Ravenna, che promulgò un decreto nel quale Pelagio e i suoi compagni erano duramente condannati. Quasi contemporaneamente a questa condanna fu organizzato a Cartagine un sinodo che in otto Papa Zosimo canoni confutò e condannò il movimento.

Papa Zosimo, considerata la decisione del partito avverso a Pelagio, pubblicò la lettera "Tractoria" (lettera circolare) in cui chiedeva a tutti i vescovi della cristianità di sottoscrivere la condanna del pelagianesimo.

Il vescovo Giuliano d'Eclano, che fu il portavoce della seconda generazione pelagiana, non volle sottoscriverla e si ribellò apertamente all'autorità della Chiesa guadagnando, alla propria causa circa diciassette vescovi. Intorno al 427-428 a Costantinopoli si discusse molto circa le conseguenze di questa nuova dottrina; gli esiliati fautori di Pelagio, tentarono approcci con Teodoro di Mopsuestia e poi con Nestorio; si tentarono nuove vie di predicazione in Africa, Aquitania ed Inghilterra. In queste regioni, contro le censure della Chiesa romana, i pelagiani si appellarono indebitamente all'autorità dei Padri della Chiesa greca, in particolare Giovanni Crisostomo, tradotto però da Aniano.

Condannati senza appello anche da papa Celestino I (422-432), dai concili di Africa, di Antiochia e di Efeso (431), e dalle Costituzioni imperiali di Onorio (418) e Valentiniano III (425), i dissidenti furono costretti a "ricorrere all'azione clandestina"; concentrarono allora i loro attacchi contro la dottrina della "predestinazione" di Agostino e continuarono la loro propaganda in Inghilterra e Irlanda fino al tempo di Leone Magno (440). Le ultime vestigia di pelagianesimo non andarono, in ogni modo, oltre il pontificato di Gelasio I (492-496).

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20.B - La dottrina

Agli inizi l'insegnamento di Pelagio si presentò entusiasta, radicale e ascetico, volto alla critica delle ricchezze ed inneggiante alla povertà evangelica. Tutti i fedeli dovevano seguire i precetti divini in maniera integrale e senza compromessi: la posta in gioco era troppo alta, la gloria divina o, al contrario, il castigo dell'inferno. Questa sua iniziale polemica era diretta contro coloro che intendevano la salvezza come semplice frutto dell'essere battezzati, della semplice adesione verbale al messaggio di Cristo. Occorreva invece applicarsi con serietà e fermezza sulla via che conduceva a Cristo, senza tentennamenti. Con l'adempimento integrale delle norme evangeliche, l'uomo può avvicinarsi alla "giustizia" che è Dio, la sua vita diventa un costante sacrificio di lode a Dio.

Attraverso la ferma volontà, l'uomo può elevarsi fino a Dio (fu definita infatti morale volontaristica). Alla natura umana sono stati fatti alcuni doni:

Questi doni, però, in nessun modo possono far sentire il loro peso sui nostri giudizi, forzare le nostre scelte, limitare la nostra volontà (in questo Pelagio è su una posizione esattamente opposta a quella che terrà dodici secoli dopo Calvino). Partendo da questi principi Pelagio fu portato a combattere esplicitamente la teoria del peccato originale. L'anima umana non deriva da quella dei due genitori, ma è creata al momento da Dio e quindi non può, venendo al mondo, portare il peso di un peccato anteriore alla sua nascita e completamente estraneo alla coscienza morale e alla volontà dell'individuo. L'anima del bambino non può aderire al peccato originale, semplicemente perché non ne è a conoscenza al momento della sua nascita. L'anima umana appena creata è dotata di "santità naturale" (ne derivò per tutto il movimento un convinto ed ostinato disprezzo per il battesimo dei bambini). Il peccato di Adamo fu solo un peccato personale e non poté influenzare la coscienza degli altri uomini, se non moralmente, cioè come esempio negativo da non seguire. Il battesimo, invece, poteva essere amministrato agli adulti per la remissione dei loro peccati personali (e in questo caso era bene procrastinarlo il più possibile) e per i pagani per la loro salvezza. Per evitare di dover sostenere più pesanti processi, Pelagio non arrivò mai ad esprimere fino in fondo le sue teorie sul battesimo, ma puntò con maggior decisione sulla questione del libero arbitrio.

Dio ha donato all'uomo la libertà, una libertà totale, radicale, mediante la quale l'uomo diventa "esecutore volontario" dei progetti di Dio. Questa libertà assoluta comporta la conseguenza di poter anche rifiutare di compiere la volontà di Dio: di conseguenza la possibilità di peccare. È importante, allora, che l'individuo sappia quale potere è stato a lui concesso, in modo da poter vivere con maggiore responsabilità la propria libertà. Per questo, ogni uomo deve diventare esempio per gli altri, e deve lottare contro se stesso per diventarlo; per questo è stato sostenuto che il pelagianesimo è una dottrina individualista che rifugge da qualsiasi considerazione sentimentale o mistica, e che si realizza solo nel compimento di atti di giustizia (si parla al proposito di "morale di onore").

Tale concezione contiene gravi errori. Il pelagiano, circondatosi con quest'assoluta presunta libertà, non giungerà mai a conoscere le reali condizioni nelle quali si svolge la sua attività, le incertezze della volontà, le possibili cadute: "l'uomo può, se vuole, non cadere nel peccato".

Una tale mentalità esclude a priori qualsiasi possibilità di aiuto da parte di Dio, come pure il bisogno di ricorrere ad una preghiera per il proprio "status" di peccatore, o il bisogno di ricorrere ad una Grazia concreta, o la necessità di una Redenzione personale (Cristo non sarebbe morto per tutti, ma solo per i peccatori).

Questa libertà non ha mai subito processi di svilimento, tanto meno da parte del peccato di Adamo: esso non può costituire l'oggetto di una trasmissione ereditaria, non ha oscurato né corrotto la ragione umana; non ha mai limitato la nostra autonomia. Per conseguenza non può esistere predestinazione, Dio non può emettere a priori una sentenza di condanna o di salvezza; Egli che rispetta la libertà delle sue creature, conosce soltanto nella Sua prescienza il merito o il demerito che la creature possono acquistare. Non c'è predestinazione, quindi, ma vocazione, appello svincolato da qualsiasi seppur minima costrizione (anche in questo Pelagio è su tutt'altre posizioni rispetto a Lutero). I pelagiani reagirono concretamente contro il "fatalismo" presente in certi ambienti popolari o monastici, quando ci si ostinava a scoprire in loro la negazione del libero arbitrio e l'assoggettamento irrevocabile del Nostro destino ad una scelta tirannica di Dio. L'apologia del libero arbitrio ha costituito l'idea direttrice del pelagianesimo e uno dei fattori più importanti del suo successo.

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21 - MONARCHIANISMO E SUBORDINAZIONISMO

21.A – Monarchianismo

Uno stadio preliminare di questa scuola fu rappresentato dalla setta degli "alogi" che ebbe origine all'inizio del II secolo; coeva, quindi, del montanismo.

Ben presto questo movimento si articolò in due scuole di pensiero. Secondo la prima il Figlio non era Dio, ma era un uomo "adottato" dal Padre. A sostegno delle loro tesi si avvalsero del principio espresso nel Vangelo di Giovanni che vide in Gesù un uomo, un figlio "katà sàrka" vale a dire secondo la carne, che apparve "dinamicamente", in quanto "adottato" dal Padre a motivo dei suoi meriti.

La seconda mutuò sempre dal Vangelo di Giovanni il concetto di Gesù come figlio "katà pnèuma", vale a dire secondo lo Spirito, quello del Padre che in lui si era incarnato. In entrambi i casi notiamo che per gli alogi il Figlio non era Dio, e che quindi non esisteva Trinità.

I monarchiani furono gli eredi di questo movimento. Furono così chiamati da Tertulliano, perché tendevano a rendere assoluta la monarchia di Dio, rifiutando esplicitamente la divinità del Figlio e dello Spirito Santo.

Ereditarono anche la distinzione fra le due scuole: infatti la storia dei dogmi riconosce due tipi di monarchianismo, quello dinamistico o adozionista e quello modalitico o patripassiano.

Secondo gli adozionisti il Cristo nacque da Maria e dal Padre, ma da quest'ultimo non ereditò la natura divina. La forza di Dio (dùnamis) lo avrebbe investito in un secondo tempo, nel giorno del battesimo. Grazie a questa forza poté operare su questa terra e divenire Dio, soltanto, però, dopo la resurrezione e per i meriti acquisiti.

Il primo rappresentante di questa dottrina fu Teodoto di Bisanzio, mercante di cuoiami, discendente diretto degli alogi, che rinnovò l'errore di Cerinto e degli ebioniti. Verso il 190 venne a Roma e fece grande propaganda delle sue idee. Sia lui che i suoi discepoli cercarono di corroborare, mediante una critica filologica dei testi biblici, le tesi fondamentali sopra presentate. L'alta stima che avevano per Aristotele e per il medico Galeno suscitarono scandalo nel popolo cristiano, che reagì. Papa Vittore I (189-199) scomunicò il movimento, che tuttavia sopravvisse per alcuni secoli grazie a vari autori, primo fra tutti Paolo di Samosata. Questi intorno al 260 cercò di presentare una dottrina meno in contrasto con l'insegnamento della Chiesa ortodossa, nonostante la rigida accentuazione della monarchia divina. Per lui il Logos era solo un attributo divino, una forza impersonale, uno "pnèuma Teou" che in Cristo avrebbe stabilito un rapporto essenzialmente esteriore.

Per spiegare meglio il rapporto del Figlio con il Padre, egli utilizzò il termine "homoousios", che secondo lui doveva significare che il Logos non ha una propria sussistenza, ma è Dio stesso, presso il Padre. Un sinodo celebratosi ad Antiochia nel 269 rigettò questo concetto a causa dell'uso cattivo fattone da Paolo di Samosata, sebbene fosse già stato usato da Ireneo. Cinquantasei anni dopo, il termine sarà ripreso, purificato e diverrà vincente nella teologia nicena.

Dopo la condanna del sinodo di Antiochia, Paolo non si arrese; anzi, forte di un considerevole seguito, formò il gruppo dei paulanisti, contro i quali si espresse esplicitamente il concilio di Nicea nel canone 19.

La direzione del gruppo passò a Luciano di Samosata che più tardi si unì alla comunità ortodossa. Probabilmente questo rientro fu dovuto ad una presa di coscienza avvenuta all'interno del gruppo stesso. La razionale freddezza, la distanza interiore da un Redentore divino in carne ed ossa e, di conseguenza, la mancanza di intensità religiosa, le impedivano di fatto di incidere sulle coscienze. Se a morire fu un uomo, seppur investito della "dùnamis" divina, non c'è Redenzione. Un uomo non può redimere altri uomini.

Per tutti questi interessi le fu sicuramente superiore la forma modalitica del monarchianismo rappresentato da tre autori di buona levatura quali erano Noeto, Prassea e Sabellio. Detti patripassiani o sabelliani, provenivano dai gruppi giudaizzanti in disfacimento che, evolvendo il loro pensiero, arrivarono a riconoscere in Dio un essere impersonale. Cercarono di salvare la Redenzione, minata dagli adozionisti, ma per far questo si resero conto di dover salvare la divinità del Cristo cercando nello stesso tempo di evitare il rischio della "binità". Risolsero il problema vedendo nell'apparizione di Cristo l'apparizione dell'unico Padre:

« La persona del Padre è la persona del Figlio. »

Coniarono, per questo, la dura espressione "uiopàtor". In tal modo pensarono di salvare la divinità del Figlio, la Redenzione e specialmente l'assoluta monarchia del Padre.

I discepoli di Noeto tentarono di trovare un fondamento biblico alle loro idee e si appellarono a passi della Scrittura. Fra i più gettonati ritroviamo:

La difficoltà maggiore, invece, per loro, era rappresentata da Gv 1,1-2: « In principio era il Verbo, e il Verbo era Dio, e il Verbo era presso Dio. » Difficoltà superata attraverso il ricorso ad un'interpretazione allegorica.

Quali erano le conseguenze, di questa teologia? Che Dio aveva creato (attraverso il pròsopon del Padre), si era incarnato, aveva vissuto, patito ed era morto in croce attraverso il "pròsopon" del Figlio.

Assunse l'ultimo "pròsopon", quello dello Spirito Santo, per vivificare e santificare la Chiesa. Con ciò era introdotta accanto alla monarchia assoluta una triade nominale e formale. Si trattava, evidentemente, di un'economia illusoria, perché sia l'uomo sia il mondo continuavano ad aver a che fare, sempre e solo con una "monade" divina e unipersonale.

Atanasio di Alessandria †

Nacque verso il 295 ad Alessandria dove studiò. Partecipò al Concilio di Nicea come segretario del vescovo Alessandro, e nel 328 gli succedette. A causa della sua tenacia nel denunciare gli errori ariani subì ben cinque esili e due deposizioni, ma non si piegò. Morì infatti il 2 maggio del 373 ad Alessandria come vescovo. È certamente la più luminosa figura episcopale di questa città, e uno dei massimi padri della Chiesa (vedi icona sottostante).

Proprio perché sostenevano la Passione del Padre, furono chiamati: patripassiani.

Grazie all'opera di Atanasio e Basilio, la comunità cristiana reagì. Non c'è economia salvifica se opera la stessa persona, come non ha senso parlare di Trinità formale, nominale quando nella Scrittura rivelata si parlava apertamente di Trinità reale; si intravedeva già, poi, che non aveva senso parlare di Trinità economico-salvifica se alle "ipostasi" non sono correlate delle attività propriamente personali.

Il modalismo non riuscì a risolvere questo problema perché considerava la Trinità solo come un momento del pensiero umano, elaborato in nostra funzione.

Roma divenne ben presto il centro della propaganda modalitica; la polemica scoppiò inizialmente con Ippolito, un sacerdote e teologo di grande levatura che accusò apertamente di monarchianismo i papi Zefirino (199-217) e Callisto I (217-222). Ippolito stesso ci riferisce il pensiero di Zefirino:

« Non conosco che un solo Dio, Gesù Cristo, e al di fuori di lui nessun altro che fosse generato e potesse soffrire. »

Icona di Sant'AtanasioLa discussione si allargò anche ad altre zone dell'impero; in Arabia il vescovo Berillo di Bostra, secondo Eusebio, sosteneva che Cristo non aveva avuto prima dell'incarnazione una propria esistenza, che non aveva posseduto una propria divinità, ma soltanto quella del Padre. Questa dottrina fu condannata dai suoi colleghi in diversi sinodi fino all'intervento di Origene, che riuscì a convincere Berillo del suo errore e a richiamarlo alla retta fede.

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21.B - Subordinazionismo

Questa dottrina si sviluppò molto presto e influenzò sia un certo tipo di millenarismo, sia lo gnosticismo; come da questi fu influenzato. Il Verbo, in particolare, sarebbe un essere intermedio tra Dio e il mondo, superiore all'uomo, ma subordinato al Padre e quindi non propriamente Dio, anche se partecipe del divino.

Esasperando questa dottrina si arrivò persino all'esagerazione triteista, e quindi al politeismo.

Evidente al riguardo è la suggestione dell'ideologia platonica e anche di quella gnostica attraverso la dottrina del "Demiurgo" e degli "eoni" con il loro carattere di entità intermedie. Lo sviluppo del subordinazionismo è ambiguo ed oscuro; l'insistenza sulla posizione subalterna del Verbo e sulla sua funzione altissima, ma ministeriale nei confronti del Padre, implicando appunto la negazione della divinità del Verbo, portò a sostituire la qualità di figlio naturale a quella di figlio adottivo. Di qui la collusione con l'adozionismo.

Fra la fine del II e l'inizio del III secolo abbiamo lo sviluppo più importante di questa dottrina con Teodoto di Bisanzio e Paolo di Samosata, e in seguito con l'arianesimo.

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22 - ARIANESIMO

22.A - Gli antefatti

Per comprendere correttamente la portata del fenomeno ariano occorre fare alcuni passi indietro, risalendo ai fondamenti di questo pensiero e alla situazione sociale e religiosa dell'oriente nel II–III secolo d.C.

In particolare occorre ricordare che dal II secolo si erano imposte in tutta la cristianità due grandi scuole teologiche, quella di Alessandria e quella di Antiochia.

La scuola di Alessandria era molto rinomata per il contributo dato agli studi biblici; ad Alessandria era stata tradotta la Bibbia ebraica in greco (traduzione dei LXX), e sempre qui era interpretata. La moda del momento faceva propendere per un'interpretazione allegorica, che si avvaleva della riflessione platonica.

Sempre ad Alessandria erano sorte figure straordinarie tanto per la filosofia (Filone) quanto per la teologia (Panteno, Clemente, Origene, Atanasio, Didimo il cieco).

Alessandria era anche un costante riferimento per l'occidente romano circa le questioni che fiorivano in Oriente.

Questa scuola in campo cristologico arrivò ad esaltare la divinità di Gesù fino a misconoscere la Sua umanità, la natura umana era assorbita, per così dire, dalla divinità. Se Cristo aveva redento l'umanità era Dio.

Giovanni Crisostomo †

Nato a Mopsuestia fra il 344 e il 354, studiò filosofia e retorica. Consacrato sacerdote nel 386 e nominato Patriarca di Costantinopoli nel 397, in occasione di un sinodo ad Efeso depose sei vescovi simoniaci e giunse ad accusare la corte imperiale di facili costumi. In occasione del "sinodo della Quercia", sobborgo di Calcedonia, un gruppo di vescovi nemici, su sollecitazione della corte, lo dichiarò deposto. Il popolo si ribellò e l'imperatrice, spaventata, fu costretta a richiamarlo ma per poco: nel 404 gli inflisse un secondo esilio, e Giovanni morì prima di arrivare a destinazione: era il 14 settembre 407.

La scuola di Antiochia si destreggiava, invece, su posizioni diametralmente opposte. Lo studio della Bibbia procedeva in base ad un criterio rigorosamente scientifico, per lo più storico-grammaticale. Ad Antiochia operò l'irridente studioso sofista Luciano di Samosata come anche Eustazio, Teodoro di Mopsuestia, Giovanni Crisostomo ecc.

In campo cristologico la principale preoccupazione fu di salvare l'umanità anche a costo di correre il rischio di essere fraintesi sulla divinità. Se il Cristo aveva redento l'umanità, aveva anche dovuto totalmente sposarla.

Le due scuole si scontrarono selvaggiamente più volte. Tutte le occasioni erano valide per additare come pubblici eretici i rappresentanti della scuola avversa, per tentare in ingraziarsi i favori del Papa. Analizzando i rispettivi pensieri, oggi possiamo cogliere come entrambe le scuole si erano fatte portavoce di una parte della verità. La soluzione delle polemiche si ebbe quando la teologia fu in grado di riassumerle in una mirabile sintesi. Non fu cosa facile, anche perché nel frattempo avevano esportato la loro cultura oltre i confini dei rispettivi patriarcati, e influenzavano prepotentemente la teologia e la politica del Papa e dell'Imperatore.

Presso la scuola di Alessandria si era fatto largo il figlio di un grammatico che verso il 361 fu ordinato vescovo di Laodicea: Apollinare. Si può considerare questo personaggio come il padre della prima grande eresia che riguardava la persona di Cristo. Seguendo la filosofia di Platone, egli ammetteva nell'uomo tre elementi: il corpo, l'anima irrazionale o animale e lo spirito o anima razionale. Il Cristo, secondo lui, avrebbe posseduto i primi due elementi, ma non il terzo che era sostituito dal Logos, dalla sua natura divina (anche se in quei tempi non si usava ancora questa terminologia). Ne derivava che Gesù possedeva una divinità perfetta, in virtù della presenza dell'anima razionale divina, ma non di una "umanità" perfetta, mancando ad essa l'anima razionale.

Per Apollinare non c'erano altre soluzioni: due esseri come possono essere Dio e l'uomo non possono produrre unità, ma al limite un ibrido. L'umanità e la divinità non possono, poi, coesistere insieme in una persona (come volevano i suoi avversari ortodossi), come due universi non possono coesistere in un solo universo.

Affermare che in Gesù ci sia solo l'anima razionale divina significa sostenere l'impeccabilità di Gesù, dato che l'anima razionale era il centro di autodeterminazione sul bene e sul male.

Apollinare riteneva che in Gesù ci fosse una sola natura razionale, anche perché per lui natura corrispondeva a persona, e gli apostoli avevano incontrato una sola persona, non due. Cristo, dunque, era uomo solo dal punto di vista biologico, genetico (diversamente non si sarebbe potuto incarnare), ma dal punto di vista ontologico, "essenziale" era solo Dio.

La reazione al suo pensiero si fece ben presto sentire: negando a Cristo un'anima razionale umana, Apollinare finiva per negare valore all'incarnazione e alla redenzione. Come poteva Cristo averci salvato totalmente se non era in grado di sposare completamente la nostra natura umana? Nel 362 alcuni vescovi riuniti ad Alessandria scrissero:

« Il Salvatore non possedeva un corpo privo di un'anima, della percezione dei sensi e dell'intelligenza. Perché il Signore si fece uomo per noi, era impossibile che il suo corpo fosse senza intelligenza (umana). Inoltre non soltanto il corpo, ma anche l'anima furono riscattati dal Logos. »

Sotto il papato di Damaso I (366-384), i suoi errori furono definitivamente condannati da due sinodi tenutisi a Roma, e nel 381 ci fu l'ufficiale sentenza del I concilio di Costantinopoli. Ad Alessandria, però, la strada era stata aperta, ed era una strada che si rivelò irta di errori e di condanne.

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22.B - Storia dell'arianesimo

L'uomo sotto il cui nome la contesa entrò nella storia era un presbitero nella comunità parrocchiale di Baucali, sobborgo di Alessandria. Era originario della Libia, ma aveva studiato teologia ad Antiochia. Un antiocheno, dunque, che predicava nella sede patriarcale alessandrina!

Intorno al 313 Ario divenne protagonista delle cronache locali perché iniziò ad insegnare una dottrina nuova relativamente al rapporto fra il Padre e il Figlio, che ebbe notevole seguito nella sua comunità e fra gli altri preti. Per questo l'arianesimo va annoverato fra le eresie trinitarie e non cristologiche, come la maggioranza dei libri di storia e di filosofia vuole far credere.

Il vescovo Alessandro, conosciuti i contenuti di questi insegnamenti, richiamò il proprio sacerdote e convenne con lui sulla necessità di organizzare "una conversazione teologica" in cui ad Ario fu data la possibilità di confrontarsi con un contraddittorio. In questo modo Ario probabilmente spiegò per la prima volta che secondo lui « il Figlio di Dio è creato dal nulla [...] ci fu un tempo in cui Egli non era [...] è in grado di accogliere il bene e il male secondo il suo libero arbitrio [...] è prodotto e creatura. »

L'esponente della dottrina tradizionale, invece, sostenne che il Figlio era della stessa sostanza (consustanziale) e coeterno con il Padre. Al termine del dibattito Alessandro lodò le parti che erano intervenute e si pronunciò a favore dell'ultima tesi, imponendo ad Ario di abbandonare da quel momento il suo insegnamento. Ario rifiutò e Alessandro, seguendo le norme canoniche del tempo, non poté far altro che espellerlo dalla comunità, insieme a coloro che lo avevano appoggiato.

Ario non si dette per vinto e, sapendo che molti specie ad Antiochia la pensavano come lui, informò dell'accaduto il potente vescovo Eusebio di Nicomedia. In questo modo una questione che poteva essere risolta nell'ambito della comunità alessandrina fu resa pubblica e, di fatto, di difficile gestione.

Questa mossa di Ario obbligò Alessandro a convocare un sinodo in Egitto nel 319, che ufficialmente espulse Ario con i suoi fautori dalla Chiesa, e a dare pubblicità alla sentenza, inviando la documentazione a tutti i vescovi dell'Impero.

Eusebio di Nicomedia, a sua volta, convocò un sinodo in Bitinia, che si pronunciò a favore della reintegrazione di Ario nella Chiesa. Ario, di par suo, sostenne di seguire la dottrina dello stesso Alessandro, per il quale « il Padre è eterno, lui solo senza principio, mentre il Figlio è una vera e propria creatura di Dio, non coesistente al Padre, dato che il Padre esisteva prima del Figlio. »

Quando ormai la questione aveva superato i limiti della decenza, apparve sulla scena Costantino che, sebbene in un primo tempo non avesse compreso (e non era la prima volta!) l'esatta portata della disputa, in un secondo tempo, consigliato da Ossio di Cordoba, decise di convocare un concilio a Nicea per il maggio del 325.

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22.C - Il Concilio di Nicea

Il Concilio di Nicea (325) in un'icona ortodossaGià mezzo secolo prima di Ario, come abbiamo visto più sopra, il problema del rapporto fra Padre e Figlio era stato lungamente discusso; già allora si era capito che un ruolo fondamentale per una corretta comprensione del problema era rivestito dal linguaggio e dalla terminologia che si doveva adottare. Nel 280 il vescovo antiocheno Paolo di Samosata dichiarò che l'espressione biblica "Figlio di Dio" indicava soltanto l'uomo Gesù, nato da Maria Vergine, in cui il Logos era andato ad abitare. Per salvare l'unità di Dio, Paolo non aveva riconosciuto al Logos una propria "ipostasi" vale a dire una propria individualità personale, bensì lo aveva fatto esistere in Dio "come ragione umana nel cuore umano".

Nel 288 nel corso dei lavori di un sinodo antiocheno si discusse sul termine "homoousios" (consustanziale) e sulla cattiva interpretazione datane da Paolo di Samosata. In questa sede, tuttavia, non si arrivò a dare una nuova determinazione al termine, e si decise prudentemente di accantonarlo.

Con questi precedenti iniziò, dunque, il Concilio di Nicea in cui si dettero battaglia i due schieramenti, ariani-antiocheni contro cattolici-alessandrini.

Dopo varie vicissitudini apparve chiaro che gli ariani non avevano alcuna possibilità di essere riconosciuti. I lavori si chiusero con la redazione di un riassunto della fede cattolica, in modo da evitare, per sempre, i rischi dell'eresia. Eusebio di Cesarea propose al Concilio l'adozione del simbolo battesimale in uso nel proprio vescovado, e a tutti parve ortodosso, ma si deliberò di apportarvi alcune modifiche.

Sollevò molte discussioni il termine "homoousios", che alla fine fu riconosciuto legittimo. Ario fu scomunicato e tutti i suoi seguaci sottoscrissero le conclusioni del Concilio. Gli atti di questo concilio sono giunti fino a noi e riportano le firme di ottanta vescovi; la prima fra queste è quella di Ossio di Cordoba, probabilmente legato del Papa al concilio, e in ogni caso consigliere particolare di Costantino.

Pochi mesi dopo la conclusione del concilio, due vescovi, Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea, comunicarono all'imperatore il ritiro della loro adesione al simbolo dì Nicea; Costantino li esiliò immediatamente in Gallia.

All'inizio del 328, però, l'imperatore mutò condotta nei confronti dei rappresentati dei due schieramenti. I vescovi esiliati furono richiamati presso le loro sedi ed Eusebio di Nicomedia venne anche nominato consigliere dell'Imperatore in luogo di Ossio di Cordoba.

Probabilmente questo cambiamento è da attribuirsi a questioni familiari: alcune parenti di Costantino, infatti, furono molto vicine alle posizioni ariane. Ario fu invitato a corte e, dopo averlo lungamente ascoltato, l'Imperatore decise che le accuse portategli erano infondate e dettate solo da gelosia e incompetenza, perciò lo rinviò ad un successivo sinodo che avrebbe dovuto liberarlo dalla scomunica. Ario, però, morì poco prima della sua celebrazione, seguito l'anno successivo da Costantino.

Nel corso dei successivi decenni ariani e cattolici si fronteggiarono in modo sempre più spietato; a seconda della dottrina che prevaleva, i vescovi della parte avversa erano costretti all'esilio; tipico fu il caso di Atanasio di Alessandria, che andò e tornò dall'esilio per ben cinque volte!

Con il passare degli anni, però, si modificarono anche le forze in campo; mentre il gruppo cattolico rimase unito sotto l'autorità del vescovo di Roma, il fronte ariano iniziò a frantumarsi in molti partiti, e questo finì per indebolirlo irrimediabilmente. Nel 356, ad esempio, Aezio, maestro di dialettica e diacono ad Antiochia, riprese da capo la questione sollevata da Ario, il rapporto fra il Padre e il Figlio, e propose la soluzione più radicale. Secondo lui « il Figlio non è né della stessa natura, né della stessa sostanza del Padre, né è in generale simile a Lui. » Propose la formula dell'anòmoios; per questo il suo partito fu detto degli "anomei", ala più estremista del partito ariano che riconosceva in Cristo un semplice uomo.

Basilio di Cesarea †

Nato intorno al 330 a Cesarea in Cappadocia, studiò retorica ad Atene. Nel 364 venne ordinato sacerdote e sostituì Eusebio dopo la sua morte. Grande e lucido pensatore, fu soprannominato "il Grande". Collaborò con Atanasio di Alessandria e con Roma in occasione dello scisma di Antiochia, fu autore di molte opere fra le quali spiccano le due "Regole" monastiche. Morì il 1 gennaio 379. E’ certamente uno dei massimi padri postniceni.

Non ebbero, in ogni modo, molta fortuna né in oriente né in occidente, anche perché pochi anni dopo, in occasione della Pasqua del 358, Basilio di Ancira, uomo di ottima preparazione teologica, invitò nella sua città alcuni vescovi e pubblicò a loro nome un documento che, se da un lato rifiutava la teologia anomea, da un altro sostituiva il termine niceno "homoousios" con il termine "homoiousios". Il Figlio, cioè, era considerato simile al Padre nella sostanza.

In questa lunga disputa si riuscì a mettere un po' d'ordine grazie al movimento dei neoniceni guidato da Basilio di Cesarea. Il compito che intrapresero fu quello di chiarire la terminologia. Da questo momento con il termine "ousia" si intese la sostanza di Dio; con il termine "hipostasis" l'esistenza individuale in cui la sostanza si manifesta (in particolare Padre, Figlio e Spirito Santo).

"Μία ουςία τρεις ύποςτάςεις" sarà la conclusione elaborata da questi teologi.

L'arianesimo sopravvisse per alcuni secoli, in particolare grazie ai Goti guidati dal vescovo Ulfila; a mano a mano, però, che queste popolazioni, spostandosi verso occidente, vennero a contatto con i vescovi della Gallia, si convertirono al simbolo niceno; gli ultimi a cedere furono gli Ostrogoti e i Visigoti intorno al VI secolo.

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23 – NESTORIANESIMO E MONOFISISMO

23.A – Il conflitto fra Nestorio e Cirillo

Nestorio nacque a Germanicia in Siria dopo il 381, da genitori persiani. Studiò alla scuola di Antiochia ed entrò nel monastero di Sant'Euprepio presso Antiochia, dove diventò un predicatore molto famoso.

L'Imperatore Teodosio II lo fece consacrare vescovo di Costantinopoli nel 428. Dopo la sua consacrazione si impegnò molto nella lotta contro gli eretici, gli scismatici e soprattutto gli ebrei, senza trascurare la guida della propria comunità. In questa veste costatò che nel suo patriarcato era in atto una disputa relativa a Maria: doveva essere considerata "madre dì Dio", o era meglio chiamarla "madre dell'uomo", o ancora "madre di Cristo?"

Nelle sue prediche Nestorio si schierò subito, da uomo deciso ed impulsivo qual era, affermando che l'appellativo più consono era "madre di Cristo" e, in quanto vescovo, invitò tutti suoi preti ad attenersi a questa terminologia.

La reazione non si fece attendere: da più di un secolo si definiva Maria "madre di Dio" e non si riuscì a comprendere né ad accettare la novità. I più animosi furono i monaci; se Maria non è definita "madre di Dio", obiettarono questi ultimi, significa che Cristo non è consustanziale al Padre, non è Figlio di Dio; quindi essi denunciarono Nestorio, affermando che egli negava la divinità del Cristo e si schierava contro la formula di fede di Nicea. Per converso Nestorio affermò che definire Maria "madre di Dio" significa introdurre nel concetto di Dio l'elemento della nascita, della mutabilità. Il Cristo sarebbe, dunque, inferiore al Padre, subordinato al Padre, l'errore già di Ario e di Apollinare, condannato sempre da Nicea.

Una volta di più si trattava solo di intendersi sui concetti, data l'evidente assurdità a cui portavano entrambe le conclusioni; ma, nella foga della polemica, Nestorio e alcuni suoi avversari finirono per sostenere tesi infondate ed eretiche. Nestorio arrivò ad affermare che in Cristo le due nature esistevano indipendenti, come distinte persone, la loro era un'unità prettamente morale. I più estremisti fra i suoi avversari sostennero che "Cristo era solo Dio", rigettando, così, la natura umana.

Gli avversari di Nestorio apparivano, però, più agguerriti. Alle porte della chiesa di Costantinopoli furono affissi dei volantini ingiuriosi nei quali si definì eretico il patriarca. La disputa assunse subito dei toni ignobili, che coinvolsero Alessandria. La prima preoccupazione fu quella di salvaguardare l'ortodossia, ma fu altrettanto evidente che l'occasione per mettere in cattiva luce la teologia avversaria non si poteva perdere. La posta in gioco era enorme, ed era la logica conseguenza dello scoppio e dello sviluppo dell'eresia ariana di cent'anni prima.

Cirillo di Alessandria †

Nacque intorno al 380. Nipote di Teofilo di Alessandria, partecipò con quest'ultimo alla deposizione di Giovanni Crisostomo in occasione del Sinodo della Quercia. Acerrimo avversario di Nestorio, vide trionfare la sua teologia in occasione del Concilio di Efeso, ma non visse abbastanza per vederla censurare in quello di Calcedonia. Fu accusato di essere stato il mandante dell'omicidio della filosofa pagana Ipazia, ma non fu mai individuato il nesso causale. Morì il 27 giugno 444.

Cirillo, vescovo diAlessandria, si espresse a favore della maternità divina di Maria, e chiese a Nestorio una giustificazione della propria fede. La risposta di Nestorio, vuota nei contenuti, fu sprezzante e prepotente.

Fu sempre Nestorio ad avvisare per primo dell'accaduto il vescovo di Roma, Papa Celestino I (422-432), in una lettera in cui condannava come ariane ed apolinnariste le tesi di Cirillo.

Alcuni studiosi, seppur pochi e faziosi, affermano oggi che l'istituto primaziale del papa fu il frutto della teologia romana del VI-VII secolo. Dovrebbero spiegare, allora, come mai nel 425 il Patriarca di Costantinopoli si sentì in dovere di avvisare il Papa di quanto stava accadendo presso la sua sede. Perché non avvisò anche il patriarca di Gerusalemme o quello, più prossimo, di Antiochia? Perché, come vedremo meglio più avanti, già nel 420 al Papa era riconosciuto questo primato.

Cirillo, avvisato che Nestorio aveva chiesto l'arbitrato di Roma, inviò sermoni, documenti di produzione nestoriana al fine di dimostrare l'evidente stato d'eresia del suo avversario.

Nel 430, Cirillo scrisse una seconda lettera a Nestorio nella quale lo invitava ad essere prudente nelle sue affermazioni per non scandalizzare i fedeli e di « badare con ogni cura alle parole sulla dottrina e alla fedeltà al credo. » Nella stessa lo invitava anche a tenere conto della tradizione che sempre, da tutti e dovunque si era espressa a favore della maternità divina di Maria.

La risposta di Nestorio fu nuovamente polemica, ma spiegò meglio perché non voleva usare quella terminologia. Definire Maria madre di Dio significa introdurre nella natura stessa di Dio la nascita e la morte, i patimenti e i mutamenti.

Roma doveva schierarsi, le prove per produrre una censura erano più che sufficienti. Nell'agosto del 430 in un sinodo romano Nestorio fu condannato perché in contrasto con i Padri e la tradizione della Chiesa, vedeva in Gesù un semplice uomo e perché poneva in dubbio la sua nascita da una vergine.

La sentenza romana non fu sufficiente: anche se il Papa non se ne accorse subito, la questione era molto più profonda, e una simile condanna non poteva certo bastare per placare gli animi e riportare la serenità in Oriente. Fu data, in ogni modo, ampia pubblicità alle conclusioni del tribunale romano e si dette a Cirillo l'incarico di curare l'esecuzione della sentenza. Fu un grave errore politico e diplomatico. Una delle parti in causa era investita dell'incarico di ristabilire il diritto!

Naturalmente Cirillo andò ben oltre il proprio mandato. Preso dalla foga della polemica, si sentì nel diritto di umiliare il collega della capitale, invece di convincerlo a ritrattare lo fece condannare anche da un sinodo alessandrino. Apparve chiaro anche al più sprovveduto degli osservatori che Alessandria era rimasta l'unica custode in oriente del "depositum fidei" per volere del papa.

Facciata della Biblioteca di Celso a Efeso (foto di Anna Elena Galli)

Facciata della Biblioteca di Celso a Efeso (foto di Anna Elena Galli)

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23.B - Il Concilio di Efeso

Mentre Cirillo era impegnato in questa meschina incombenza, Nestorio riuscì a convincere l'Imperatore Teodosio II a convocare un Concilio presso la città di Efeso, per la Pasqua del 431. Furono spediti immediatamente gli inviti a tutti i vescovi della cristianità.

Papa Celestino I rimase amaramente sorpreso, sicuro com'era che la disputa fosse già stata risolta dal tribunale romano presieduto da lui stesso. Nominò in ogni modo Cirillo proprio rappresentante, ripetendo l'errore di qualche mese addietro.

Lo svolgimento del Concilio dimostra che se, da una parte, Cirillo operò al meglio per vincere la partita, per converso non utilizzò metodi facinorosi né scorretti.

Arrivò ad Efeso per il giorno di Pasqua del 431, e qui venne a sapere che la maggior parte dei vescovi non era ancora arrivata, specie i suoi avversari.

Avrebbe potuto iniziare subito i lavori, ma decise di procrastinare i termini al 22 giugno, più di due mesi oltre il termine fissato dall'Imperatore.

Nel frattempo arrivarono i vescovi della Macedonia e dell'Asia minore, favorevoli a Nestorio; mancavano all'appello ancora alcuni vescovi siriani, che avevano annunciato con una lettera il loro arrivo ritardo, e i legati papali.

Era evidente che Cirillo non poteva ritardare ulteriormente, anche perché questi ritardi apparivano sospetti, si voleva forse prendere tempo per allargare ulteriormente il fronte degli amici di Nestorio?

Il 22 giugno del 431, dunque, si aprirono i lavori del Concilio di Efeso. Nestorio protestò e fece sapere che sarebbe intervenuto solo all'arrivo di tutti i suoi colleghi. Cirillo ordinò che fosse letta la formula di fede di Nicea, quindi fu resa nota la seconda lettera di Cirillo a Nestorio, si votò la sua ortodossia. Fu letta la risposta di Nestorio a Cirillo e fu dichiarata "sacrilega ed eretica", quindi fu formulata la sentenza definitiva di condanna e di scomunica.

Fu redatta e inviata a Nestorio una lettera da parte del Concilio in cui gli si notificava la condanna.

Il 26 giugno arrivarono i vescovi siriani capeggiati da Giovanni di Antiochia. Furono immediatamente informati dell'accaduto e decisero di convocare una sorta di contro-concilio, al quale parteciparono circa 50 vescovi, che si espressero per la reintegrazione di Nestorio e la destituzione di Cirillo.

Rendendosi conto della delicata situazione, l'Imperatore ordinò che tutte le deliberazioni fossero annullate, nell'attesa dell'arrivo del proprio commissario.

Ai primi di luglio arrivarono i legati papali. Infischiandosene della delibera imperiale (fu la risposta di Celestino alla decisione di Teodosio di convocare il Concilio, ignorando la sentenza romana) si riunirono insieme ai sostenitori di Cirillo, presero atto dei verbali dell'incontro del 22 giugno, e sottoscrissero anch'essi, in nome e per conto di Celestino, la condanna di Nestorio, allegando anche gli atti della precedente sentenza romana.

I delegati ringraziarono i vescovi che li appoggiarono, per essersi uniti "come membra al giudizio del capo" che, da parte sua, dichiarò che "Pietro non li avrebbe abbandonati".

Fu redatto in quest'occasione un documento in sette canoni. Nei primi sei si condannò Nestorio, nel settimo si proibì per l'avvenire qualsiasi tentativo di elaborare nuove formule di fede oltre a quella di Nicea.

Giunse ad Efeso, finalmente, anche il "comes" Giovanni, legato imperiale, che dispose l'immediato arresto di Nestorio e Cirillo. Dopo vari tentativi di mediazione falliti, e dopo aver ordinato ai vescovi di tornare alle loro città, dispose l'esilio per Nestorio e Cirillo, che però aveva già abbandonato Efeso di nascosto. Nestorio, più ingenuo, venne invece relegato presso il suo monastero ad Antiochia e da qui a Petra, in Idumea. Sopravvisse abbastanza a lungo da prendersi una bella rivincita su Cirillo, o meglio sulla teologia alessandrina.

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23.C - Eutiche

Nella sua polemica contro Nestorio, Cirillo si era dimostrato strenuo difensore della maternità divina di Maria, e in questo intendeva rifarsi al suo grande predecessore Atanasio di Alessandria, che aveva subito ben cinque esili. In realtà i contenuti di fede cui faceva riferimento ("una sola natura del Figlio fatto carne") non erano derivati dalla teologia di Atanasio, bensì da quella di Apollinare di Laodicea, di cui abbiamo parlato più sopra.

Questa formula era ambigua e mal interpretabile, e chi la interpretò peggio fu Eutiche. Monaco a Costantinopoli, decise di opporsi con tutte le proprie forze all'interpretazione nestoriana, ma finì per cadere nell'errore diametralmente opposto. Eutiche negò che nel Verbo incarnato ci fossero due persone, e in questo era nel giusto, ma negò anche che ci fossero due nature (quella umana e quella divina), e in questo fu eretico.

Nel novembre del 448 Eutiche fu accusato a Costantinopoli e fu convocato presso il sinodo permanente di quella città. Si presentò spalleggiato da un gruppo di monaci e qui confessò la propria fede monofisita (una sola natura in Cristo, quella divina). Fu deposto dalla carica di abate, sospeso dalle incombenze sacerdotali e scomunicato.

Raffaello Sanzio, Papa Leone Magno ferma Attila, Affresco, Palazzo Vaticano, Stanza di Eliodoro

Raffaello Sanzio, Papa Leone Magno ferma Attila, Affresco, Palazzo Vaticano, Stanza di Eliodoro

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23.D - Il Concilio di Calcedonia

Leone I Magno

Nacque a Roma intorno al 390 e si distinse subito come abile diplomatico e illuminato uomo politico. Eletto papa nel 440, si impegnò nella rifondazione della Chiesa in un periodo molto delicato, durante il quale l’impero romano d'occidente stava sfaldandosi e i barbari dilagavano in tutta l'Europa occidentale. Si impegnò alacremente per il rispetto della communio fidei, sia ad Efeso, dove maturò quello che lui stesso arrivò a definire "latrocinium ephesinum", sia a Calcedonia, dove invece la sua politica e la sua teologia ebbero, almeno in apparenza, la meglio. Morì a Roma nel 461.

Eutiche si rivolse allora all'imperatore Valentiniano III con la richiesta di convocazione di un concilio. Il patriarca di Costantinopoli Flaviano cercò di ostacolare questa mossa, e per questo si accordò con il Papa Leone I Magno (440-461). Era troppo tardi, però: l'imperatore fissò definitivamente l'apertura del Concilio per l'8 ottobre del 451 a Calcedonia. Fu la più grande assise della Chiesa antica: si ebbero ben 350 partecipazioni.

Il legato del Papa, Pasquasino, puntò subito a fare terra bruciata intorno ad Eutiche. Per prima cosa prese di mira Dioscuro di Alessandria, gran sostenitore del monofisismo. Nel nome del papa il legato Pasquasino fece processare Dioscuro, che venne così e privato della dignità episcopale e sacerdotale in quanto eretico.

Il Concilio lo condannò all'esilio a Gangra in Paflagonia, dove morirà nel 454.

L'imperatore pretese, a questo punto, che il Concilio stendesse una nuova formula di fede, al fine di integrare quella di Nicea. Ci furono alcune resistenze, anche perché i Padri conciliari ritenevano sufficienti le lettere di Cirillo a Nestorio e l'"Epistula ad Flavianum" di Leone magno. La conclusione fu che:

« Cirillo e Leone hanno insegnato la stessa cosa, e per bocca di Leone ha parlato Pietro. »

L'Imperatore insistette e si decise alla fine a promulgare il seguente documento:

« Il santo sinodo anatemizza tutti coloro che hanno potuto pensare che, nel Signore Gesù, prima dell'unione vi erano si due nature, ma che, ad unione avvenuta, ve ne sia una soltanto. Tenendo, perciò, fede al Magistero dei santi Padri, tutti noi, unanimemente, insegniamo che occorre confessare che il Figlio e il Signore nostro Gesù Cristo è uno solo e sempre il medesimo. Insegniamo, altresì, che egli è egualmente lo stesso e perfetto quanto alla divinità, lo stesso e perfetto quanto all'umanità. Insegniamo che egli è VERO DIO ED ANCHE VERO UOMO, e che consta di anima razionale e di corpo vero; che è consustanziale con il Padre quanto alla divinità; consustanziale con noi quanto alla natura umana, in tutto simile a noi fuorché nel peccato. Affermiamo che è stato generato dal Padre prima di tutti i secoli secondo la divinità; che, negli ultimi tempi, per noi, e per la nostra salvezza è nato dalla Madre e Vergine Maria, madre di Dio secondo la natura umana. Insegniamo altresì che Cristo, Figlio di Dio , è uno solo e sempre lo stesso, unigenito dal Padre, in due nature, e non confuse fra loro, immutabili e tali che non si possono dividere. Asseriamo che va riconosciuto fermamente che l'umanità e la divinità sono inseparabilmente unite, ma che non sono state abolite le differenze delle due nature in forza dell'indissolubile unione intercorsa fra di esse; ma piuttosto affermiamo che ognuna delle due nature conserva le sue proprietà ed esse nature le conservano insieme, inscindibilmente, nell'unica persona, ossia in una sussistenza: perciò il Signore non è diviso né scisso. Espressa in questi termini la nostra professione di fede, viene precisata da parte di questo santo sinodo generale con la massima preoccupazione, perché non è lecito a nessuno di professare una fede diversa, né di proporre o comporre formulazioni differenti da questa, e nemmeno di sentire, secondo una fede diversa e neppure è lecito insegnare altro ad altri. »

Eutiche venne così condannato e scomunicato. Nestorio in esilio a Petra era ancora vivo. La teologia di Antiochia e di Alessandria avevano fallito.

Leone I con la sua "Epistula ad Flavianum" era riuscito ad affermare la dottrina occidentale. La chiesa poteva dirsi nuovamente serena ad unita sotto l'autorità del grande vescovo romano.


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