IL NAVIGLIO GRANDE

 

Durante una passeggiata a Ticino, nei pressi dello Sperone è possibile leggere quanto sta scritto in una lapide murata sull'edificio del Genio Civile. Vi si afferma che sul Naviglio Grande passarono gratis le barche cariche del marmo necessario per la costruzione del Duomo di Milano, e che pure vi passò San Carlo, il giorno prima di morire. Ecco due articoli di Rino Garatti per sapere qualcosa di più sul Naviglio Grande e sulla sua importanza per Lonate; tra di essi è interposto un articolo dell'indimenticabile Gian Domenico Oltrona Visconti, dedicato ad un fatto solo in apparenza trascurabile...


ALLA CASA DELLA CAMERA...

(da "La Nona Campana", marzo 2001)

 

La lapide apposta sull'edificio del "Regio Ufficiale Idraulico del Genio Civile" (si dovrebbe dire: sulla Casa della Camera, come la chiamavano i nostri vecchi, ove per secoli si vigilò sulla derivazione delle acque dal fiume e si controllò il transito dei barconi) innanzitutto propone il 1177 quale anno di inizio dello scavo del Naviglio Grande, dapprima chiamato Ticinello, data alla quale fonti e cronisti accostano quella del 1179 (1). Rimangono tutavia senza risposta precisa alcuni quesiti, quali: dove incomincio il suo scavo? dove era posta, all'inizio, la derivazione dal Ticino?

Tutto il marmo del Duomo è passato da Tornavento

Dopo che ne era stata aumentata la portata d'acqua, nel 1271 il Ticinello risultava navigabile, tanto che cominciò ad essere denominato navigium e, quando nel 1386 ebbe inizio la costruzione del Duomo di Milano, il Naviglio già poteva essere percorso da grosse barche. Per ridurre i costi di trasporto, tutti i materiali utilizzati vennero infatti condotti alla Fabbrica per via d'acqua. Per la prima volta in Italia tale modalità di trasporto assunse rilevanza decisiva nella realizzazione di una grande opera, anche se notevole fu l'onere economico che la Fabbrica del Duomo dovette sostenere per rendere e mantenere efficiente il Naviglio e per assoggettare ad una rigida regolamentazione l'utilizzo delle sue acque.

Cartiglio posto sull'edificio del Genio Civile con la scritta "Casa della Camera, frazione di Tornavento, Comune di Lonate Pozzolo", ora occultato dalla recente tinteggiatura

Cartiglio posto sull'edificio del Genio Civile con la scritta "Casa della Camera, frazione di Tornavento, Comune di Lonate Pozzolo", ora occultato dalla recente tinteggiatura.

 

I materiali occorrenti erano infatti disponibili in prossimità di vie d'acqua (il Toce, il Lago Maggiore, il Naviglio, un raccordo del quale giungeva sino al Laghetto di S. Stefano, riservato alla Fabbrica): a Candoglia e sulle sponde del lago i marmi, le pietre di serizzo e di granito, i legnami per le armature dei ponti e delle centine; ad Angera la calce, a Gaggiano i mattoni, vicino a Milano la sabbia e la ghiaia.

Gian Galeazzo Visconti, allora signore di Milano, diede un apporto determinante alla costruzione del Duomo concedendo ai Deputati della Fabbrica, in data 24 ottobre 1387, il privilegio di "cavare e d'asportare dai terreni circostanti il Lago Maggiore tutto il marmo serizzo occorrente, senza alcun pagamento" (2) ed accordando loro, il 13 febbraio 1388, la facoltà di trasportare per via d'acqua sino a Milano tutto il materiale necessario, senza pagare pedaggi, dazi o altri balzelli (3).

Per assicurarne il transito gratuito e veloce, sui barconi della Veneranda Fabbrica venne apposta la sigla AUF (ad usum Fabricae), che nel gergo popolare divenne "ad ufo", poi passato come sinonimo di gratis.

Detti privilegi vennero rinnovati, con lievi variazioni, nel 1392.

Il Naviglio Grande per sette secoli costituì L' "autostrada" dei Milanesi, cioè la più importante, economica, veloce e sicura via di comunicazione tra Milano e il Vercellese, il Lago Maggiore; L'Oltralpe. I traffici avvenivano mediante L'impiego di barconi a fondo piatto, muniti di timone "a pala e a lungo albero" per facilitarne la manovra. Condotti da non meno di 3-4 barcaioli, erano capaci di trasportare da 20 a 40 tonnellate di merci.

Ogni giorno a Sesto Calende si caricavano sui barconi, per essere trasferiti a Milano, graniti, beole, calce, Carbone, legna, formaggi, vino, pesce, vitelli e castagne; lungo il Ticino e il canale si raccoglievano ciottoli, mattoni, creta, sabbia, ghiaia, paglia e fieno. Da Milano risalivano la corrente i barconi al traino di cavalli, con ben maggior fatica e tempo (anche più di una settimana), trasportando sale, ferro, grani ed altri prodotti diretti in Svizzera.

L'ultimo viaggio di san CarloSan Carlo Borromeo

Tra il 29 ottobre e il 2 novembre 1584 San Carlo Borromeo compì il suo ultimo viaggio (4).

Gia febbricitante, il 29 mattino lasciò il Sacro Monte di Varallo (dove aveva compiuto gli esercizi spirituali nutrendosi con "un poco di pan trito") e, dopo aver percorso "18 miglia a dorso di mulo o di cavallo", superando i 942 metri della Colma di Árola, raggiunse Arona alla sera.

Navigando Sul lago di notte, alle 6 del mattino successivo arrivò a Cannobio, vi celebrò messa e quindi proseguì per Ascona, ove pervenne a mezzogiorno del 30. Qui inaugurò il nuovo seminario e scrisse ben 13 lettere a sacerdoti, nobili e laici. La stessa sera era già di ritorno a Cannobio, ove pernottò e al 31 mattino celebrò messa nel Santuario della Pietà. Prosegui quindi per Arona, giungendovi alle 4 del pomeriggio, ove pernottò dal Gesuiti. All'indomani mattina, giorno dei Santi, cantò messa nella chiesa dei Santi Martiri, con grande concorso di fedeli.

A mezzogiorno venne colpito da un nuovo e più violento attacco di febbre, per cui decise di rientrare a Milano. Alla mattina del giorno successivo, dopo essere stato sostentato con "una tisana e due rossi d'uovo", venne adagiato su un lettuccio e fu posto su una barca che, navigando prima sul lago, poi sul Ticino e sul Naviglio Grande, lo condusse fino all'approdo di San Cristoforo, a due miglia da Milano. Da qui, in lettiga, venne portato in arcivescovado: era la sera dei Morti e non gli rimaneva che un giorno da vivere.

Così si può immaginare il tragitto da Arona a Milano del 2 novembre 1584, periodo in cui il sole Sorge alle 7 e tramonta poco dopo le 17. Il primo tratto su una barca a remi, da Arona a Sesto Calende. Qui giunto, venne trasferito su. un barcone munito di casetta (probabilmente un burchiello, idoneo ad una più veloce navigazione sul fiume), col quale in circa 90 minuti raggiunse l'incile del Naviglio Grande, a Tornavento (la velocità di scorrimento delle acque del Ticino in quel tratto - 23,2 km, con una pendenza media di 2,2 metri per km - giustifica il poco tempo impiegato nella discesa del fiume). Nell'ipotesi del transito dalla Casa della Camera a mezzogiorno, San Carlo potè giungere a Milano solo al calare delle tenebre. Ciò si presume considerando i tempi di percorrenza, comprese le soste nelle varie "stazioni", ancora impiegati nel 1828 delle "barche Corriere" che portavano a Milano i passeggeri "in nave per il Naviglio". Partendo alle ore 11 da Tornavento, si arrivava alla darsena di Porta Ticinese alle 18.30, dopo aver percorso i 50 km che intercorrono tra la presa del Naviglio e la metropoli lombarda.

Rino Garatti

 

(1) M. COMINCINI, Il Naviglio Grande, Abbiategrasso, 1981, p. 21 e ss.

(2) C. FERRARI DA PASSANO, Storia della Veneranda Fabbrica, in "Il Duomo di Milano", Milano, 1973, vol. I, p. 18.

(3) M. COMINCINI, ibid., p. 47.

(4) B. DEL COLLE, L'ultimo viaggio in compagnia della morte, in "San Carlo", suppl. a Famiglia Cristiana del 28.10.1984.

 

sezione della carta seicentesca delta valle del Ticino, disegnata dall'ing. Giovanni Paolo Bisnati, che mostra dall'alto: l'abitato di Tornavento e la strada che conduceva al Mulino Nuovo e alla Castellana, la roggia molinara, la presa del Naviglio Grande sul Ticino, affiancata dalla Casa delta Regia Camera

La sezione della carta seicentesca delta valle del Ticino, disegnata dall'ing. Giovanni Paolo Bisnati, mostra dall'alto: l'abitato di Tornavento e la strada che conduceva al Mulino Nuovo e alla Castellana, la roggia molinara, la presa del Naviglio Grande sul Ticino, affiancata dalla Casa delta Regia Camera.


G.A. AMADEO A LONATE NEL 1503

(da "La Nona Campana", aprile 1992)

 

Quando i documenti mancano o sono reticenti bisogna affidarsi (con debita cautela) alla fantasia, immergendosi sempre nei costumi e nello spirito dei tempi di cui si vuol trattare. Quanto detto vale per certi lavori che un gruppo di personaggi milanesi qualificati compì in quel di Lonate, precisamente sulle rive del Naviglio, nel marzo 1502.

Abbiamo, in proposito, una data sicura: 3 marzo, che non è pero quella dell'arrivo dei tecnici in Valle, ma piuttosto quella dell'istrumento del notaio Gerolamo Giussano che dà il via ai detti lavori sul canale. E la fantasia, appunto, immagina quei milanesi scendere da cavallo con in mano le loro mappe e i loro strumenti, seguiti da uno stuolo di servitori, tutti reduci da una giornata di sopralluoghi in un'area estesa fino alla capitale, di calcoli e forse di complesse misurazioni. E buon per loro, quei personaggi, data la stagione ancora invernale, non ebbero fastidi da parte dei famosi tafani che talune cronache del secolo seguente relative alla invasione Franco-Savoiarda del nostro territorio dicono alquanto numerosi e turbolenti...

Si tratta dunque, (in sosta alla Casa della Camera?), degli ingegneri o "magistri" Lazzaro Palazzi, Ambrogio della Valle e Maffiolo Giussano incaricati "di misurare l'altezza dell'acqua del Naviglio Grande che esce dal Ticino in vari punti del suo percorso" e di procedere "alla stima delle opere necessarie - si legge in apposita ordinanza dell'Archivio di Stato di Milano - per renderlo meglio navigabile...". Ma l'episodio potrebbe definirsi "di cronaca", cioé di modesta rilevanza anche perché gli spurghi degli alvei erano un lavoro di routine, se non fosse arrivato sulle sponde del Naviglio anche Giovanni Antonio Amadeo (c. 1447-1522), il famoso architetto sul quale non é il caso di spendere parole, tranne per sottolineare che nel 1502 egli era già capo-architetto del Duomo milanese, ed al quale è stato dedicato più di un Convegno internazionale.

L'Amadeo, specifica il citato documento, agiva "da mandamento (su mandato) et in presentia delli magnifici Nicolò de Girardis, dottore in leggi, e messer Gio. Antonio Caimo, delli regii et ducali magistrati extraordinari" e doveva provvedere alla messa in opera "delle asse et pali che bisognano per reparare la rippa d'esto Navilio et etiam de li loci alzati de giera per to fluxo de l'Acqua", ovvero gli argini. Vengono qui nominati, tra l'altro, gli argini del Naviglio che scorre nei territori di Castano e Cuggiono e quelli del "travacatore" dell'Arno che, si legge ancora nel documento, andavano a loro volta alzati e "palificati". L'Amadeo e la sua equipe, ben conoscendo l'importanza delle vie d'acqua per l'economia della regione, dovevano insomma coordinare interventi idonei "a removere, purgare et spazare dicto Navilio et redurlo in debita forma per lo navigare".

Ecco pertanto l'interesse per Lonate costituito sia della visita di un grand'uomo, sia da un'operazione che diede prospettive migliori all'antico canale, agevolò su di esso i traffici commerciali e aumentò in qualche misura il volume di merci nei depositi vicini al porto e nei magazzini della contrada di Vertemasso.

G.D. Oltrona Visconti

Il Naviglio Grande presso la Cascina Castellana in una foto del 1903

Il Naviglio Grande presso la Cascina Castellana in una foto del 1903


 LA PRESA DEL NAVIGLIO

(da "La Nona Campana", aprile 2001)

 

Casa della Camera - ora Ufficio del Genio Idraulico - è l'antica denominazione dell'edificio dal quale si vigilava sulla derivazione delle acque del canale e si riscuoteva il "dazio della catena", cioè il pedaggio che doveva essere pagato dai barconi in transito, riservato alla pulizia e alla manutenzione del Naviglio. Ancora nel 1839 il Cherubini definiva la Cá da la Cámerä come "quella Casa di ragione dello Stato in cui abita l'ispettore o il custode del canale navigabile presso il quale e posta".

Addossata al suo lato antistante il Naviglio si ergeva, a protezione dei naviganti, l'oratorio di S. Antonio abate, una piccola chiesa munita di campanella: ai santi Antonio e Cristoforo, affrescati sulla sua facciata, certamente veniva riservato un grato pensiero dai barcaioli di passaggio, dopo aver superato senza danno nei periodi di piena le undici "rapide" del Ticino esistenti tra Sesto Calende e Tornavento (sulle "rapide" veniva raggiunta la "spaventevole velocità di 20 miglia all'ora", tanto che le norme di navigazione sul fiume richiedevano la presenza di almeno quattro barcaioli per il governo di ogni natante).

Fu lo stesso fiume che provocò la rovina della chiesina, durante la memorabile piena dell'ottobre 1868, e non fu più riedificata in quanto, con l'apertura net 1865 del tronco ferroviario tra Sesto Calende e Milano, i traffici tra il Lago Maggiore e il capoluogo avevano abbandonato le vie d'acqua.

Le opere di presa del Naviglio costituirono da sempre il punto più delicato di tutto il canale, a motivo dell'elevata variabilità delle portate del Ticino - i 2.000-3.000 metri cubi al secondo delle piene si riducevano, prima della costruzione delle opere di regolazione del Lago Maggiore alla Miorina, anche a 50 metri cubi al secondo nei periodi di magra - e impegnarono nel corso dei secoli i migliori ingegneri idraulici milanesi.

Dalla primitiva palizzata, infissa nell'alveo del fiume e munita di fascine per aumentarne la tenuta, che veniva regolarmente distrutta in occasione di ogni piena, si passò poi alle opere in vivo, simili a quelle odierne, che comprendono:

- lo "sperone" (ul speróm) a forma di cuneo, ricoperto da blocchi di granito e sopraelevato di un paio di metri rispetto al livello normale delle acque del canale, che dà inizio alla sponda destra del Naviglio e ne divide le acque da quelle del Ticino, preceduto dalla

- "paladella" (paradèlä), una piattaforma in muratura rivestita da lastre di granito, normalmente sommersa dall'acqua, tranne nei periodi di magra. Dallo "sperone" essa si protende obliquamente per  280 metri net letto del fiume, lasciando libero un terzo dell'alveo in sponda piemontese - denominato "bocca di Pavia" (búcä da Paviä), perché consentiva di continuare la navigazione sul fiume in direzione di Pavia - e costituisce l'elemento più importante della presa del Naviglio Grande, in quanto rialza le acque del Ticino e le convoglia nel canale, consentendo nel contempo a quelle eccedenti di traboccare net fiume.

Essendo la presa del Naviglio "a bocca libera", sprovvista cioè di un edificio di regolazione, lungo la sponda destra del canale, tra Tornavento e Turbigo, erano posti ben otto "scaricatori", per fugare le acque eccedenti in periodo di piena. Ora rimane in attività solo il più importante, cioe il "Marinone" (ul Marinóm), di fronte alla Castellana. All'imbocco del Naviglio è ancora visibile il vecchio idrometro, che consentiva ai regolatori di misurare le variazioni delle portate del canale, rispetto alla competenza di 60 m3/sec. Nel  1904, in località Castellana, le acque del Naviglio furono deviate nel nuovo canale (canôl nöö) della centrale idroelettrica di Turbigo. Dal 1943 poi, con l'entrata in esercizio della centrale di Tornavento, il Naviglio riconquista le sue acque net tratto compreso tra l'incile e Turbigo solamente in occasione dell'asciutta del canale industriale dei tre impianti idroelettrici.

Rino Garatti

L'incile del Naviglio Grande a Tornavento. Ben visibile, al centro delta foto, lo "sperone"

L'incile del Naviglio Grande a Tornavento. Ben visibile, al centro delta foto, lo "sperone".

 

Ancora una foto dello "sperone", visto stavolta dalla riva opposta e dal livello del fiume

Ancora una foto dello "sperone", visto stavolta dalla riva opposta e dal livello del fiume.

 

Se volete maggiori informazioni, rivolgetevi alla Pro Loco di Lonate Pozzolo, indirizzo via Cavour 21, telefono 0331/301155.

 

Già che ci siete, se lo credete, potete dare un'occhiata alla storia recente di Lonate; altrimenti, cliccate qui e tornate indietro.


Torna su - Vai alla mia Home Page