LA MEMORIA DELLE CASE

(da "La Nona Campana", gennaio 2011)


In questa pagina pubblicherò un contributo steso da Egidio Caroli sulla "corte" di piazza Cesare Battisti, dove abitarono suo nonno Giuseppe e i suoi genitori. Ne risulta un ampio spaccato della vita nella "corte" e nella contrada di Monte, nel corso della prima metà del secolo XX. Colgo l'occasione per porgere le più sentite felicitazioni a nonna Lucia Caroli, ultima figlia vivente di Giuseppe, che, attorniata dalla numerosa parentela, il 10 gennaio 2011 ha festeggiato i 103 anni!

Le case raccontano la vita degli uomini, poiché sono lo specchio dell'operosità, della cultura e dell'accoglienza di una società. Forse le case un po' chiuse dei nostri giorni non lasciano filtrare molto, ma tempo fa, quando la "ringhiera" sanciva un modo comune di vivere, le storie danzavano da una porta all'altra.

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Una proprietaria severa

Negli anni del boom economico, molte abitazioni malandate furono abbattute per fare spazio a case più moderne. Nella piccola ed anonima piazza Cesare Battisti, un condominio, che oggi appare anche lui datato, sorge sull'area di una vecchia corte. Ora questa corte vive solo nei ricordi di qualche persona con i capelli bianchi, ed io proverò a raccontarla, grazie ad alcuni documenti e alle testimonianze di chi visse fra quelle mura.

Agli albori dell'Unità d'Italia, il ragionier Filippo Usuelli acquistò dalla famiglia lonatese degli Azzimonti un caseggiato di ringhiera, con annesso campo arativo che terminava a ridosso dell'attuale via Nazario Sauro. Non sappiamo come e quando maturò l'idea di un ampliamento, ma nelle carte catastali dell'anno 1902 si configura sostanzialmente un nuovo insieme: un caseggiato dotato di un maggior numero di abitazioni con stalle e portici, costituente un'autentica come rurale.

Il nucleo abitativo del Brulét (cosi i vecchi ricordano il nome della corte di piazza Battisti) era un fabbricato di tre piani a forma di "C", che poteva ospitare fino a sei o sette famiglie contadine. La corte, divisa a sua volta in tre cortili, era dotata per tutte le famiglie, oltre che di abitazioni, anche di stalle, fienili e letamai, con i servizi all'esterno, piccoli e bui, come era in uso a quei tempi.

L'acqua potabile era disponibile solo nel pozzo della vicina piazza: ne è testimone il suo antico nome di Piazza del Pozzo. Si formò così una piccola comunità al centro di via Vittorio Veneto, uno dei cuori pulsanti di Lonate Pozzolo.

Federica Usuelli ereditò una sostanziosa proprietà fondiaria ed immobiliare nel 1914, quando il padre Saturnino, figlio del ragionier Filippo, rimasto menomato a causa di una rovinosa caduta da cavallo, frazionò il patrimonio familiare a favore dei figli. Fatto del tutto inusuale nel contesto della società del tempo, Federica ricevette terreni e case da affittare a contadini, che avrebbe dovuto amministrare in un mondo solitamente gestito dagli uomini. Lei, fra i proprietari terrieri lonatesi, era certamente uno dei più piccoli, poiché il panorama era sovrastato dalle famiglie Porro, Riva, Bosisio e Seves a Lonate, Oltrona Visconti a Sant'Antonino e Parravicino a Tornavento.

Le sue proprietà erano racchiuse in questi numeri: una casa con terreno per sé; la corte in piazza Battisti e una casa in via Vittorio Veneto, con una capacità abitativa complessiva di otto-nove famiglie di contadini. Il contratto colonico di ogni famiglia prevedeva l'affitto di circa 25 pertiche di fondi arativi, 2 o 3 pertiche di prato irriguo lungo la roggia ed altrettante di bosco da legna, alla Caldarona.

Autodidatta per necessità, troviamo spesso la signora Federica con il fattore per controllare l'andamento dei lavori agricoli nei campi, ispezionare le corti, trattare con gli affittuari, valutare le necessità generali. Con grande sorpresa di tutti i contadini, all'età di cinquant'anni salì di persona ad esaminare i tetti gravemente lesionati dalla violenta grandinata del 1924.

L'autorità e la determinazione nella conduzione dell'impresa agricola diventarono con il tempo le prerogative essenziali di questo personaggio. Con i contadini poi non era tenera e, poiché grinta e competenza non le difettavano, diventò la temuta sciúrä padrúnä. La lettera autografa del contadino Angelo Bertola, scritta da Árcene (Bergamo) il 2 febbraio 1915 insieme all'amico Pasquale Merlo, che inizia con "Cara padrona" all'indirizzo di Federica Usuelli, è un piccolo capolavoro di saggezza contadina. La confidenzialità del primo termine e il rispettoso ossequio alla classe sociale del secondo la ritraggono come meglio non si potrebbe.

Nella lettera i due firmatari inviavano, come da precedente accordo, un acconto di 20 lire ciascuno per l'affitto delle abitazioni, ma non di più, poiché la stagione agraria era stata pessima. La lettera terminava con gli affettuosi saluti da portare al fattore Fiorentino Mora, oltre che all'amico Fortunato Gomerasca, bergamasco come loro, che in quel periodo risiedeva nella corte di piazza Cesare Battisti.

Pier Luigi Simonelli certamente non ricordava i tre registri contabili, in uso tra il 1915 e il 1950, appartenuti alla nonna Federica e, come succede spesso in simili casi, una visita casuale in soffitta o una manutenzione inaspettata permisero di scoprire questo piccolo tesoro. I documenti venuti alla luce sono una miniera di informazioni: non solo i numeri dei conti economici, ma anche dettagli di vita delle famiglie, l'entita dei fondi agricoli a Lonate, la produzione dei bozzoli e altro ancora.

Si scopre, ad esempio, un'interessante miglioria, quando net 1926 l'acqua potabile diventò finalmente fruibile nella corte (in mezzo, non nelle singole abitazioni) per mezzo di un rubinetto a colonna, posto sotto l'ombra di un gelso. La novità si evince dalla registrazione di un pagamento di 10 lire a carico di ogni famiglia, proprio a partire da quell'anno. Per le necessità personali sono indicati molti prestiti in contanti, tutti senza specifica motivazione. Spicca però la richie sta del contadino Francesco Ballace, che nel 1924 chiese un prestito di 55,10 lire, re stituito con gli interessi, per acquistare un abito per la figlia: molto probabilmente il vestito da sposa.

Schizzo della piazza Cesare Battisti e dell'ingresso della "corte" di Federica Usuelli

Schizzo della piazza Cesare Battisti e dell'ingresso della "corte" di Federica Usuelli

 

Piazza Cesare Battisti come appare oggi

Piazza Cesare Battisti come appare oggi

Nel sommario del primo volume sono elencati tutti gli affittuari della Usuelli, molti dei quali venivano da fuori paese. La grande migrazione, che da fine Ottocento portò tanti lonatesi verso le Americhe, lasciò un vuoto preoccupante di mano d'opera per l'agricoltura e la nascente industria. Questa carenza fu colmata dai lonatesi che ritornavano in patria, ma principalmente da contadini bergamaschi, alcuni dei quali sono indicati sui registri di cui si è parlato: oltre a quelli già indicati, Vittorio Blini, Agostino Gioria e Martino Roncelli.

In qualche caso si trasferirono a Lonate senza la famiglia, poiché prima emigrava un componente del nucleo famigliare, mantenendo la vecchia residenza. Solo in seguito, se il rapporto di lavoro risultava proficuo, il resto della famiglia si trasferiva presso la nuova destinazione, per poi regolarizzare all'anagrafe la nuova residenza.

Nessuno dei cognomi registrati nel periodo di gestione di Federica Usuelli figurava in modo continuativo, poiché nel ricambio generazionale la maggior parte dei figli abbandonava la corte e il mestiere di contadino, preferendo altre attività. Nonostante ciò, la corte era viva e le famiglie si alternavano regolarmente nelle quotidiane incombenze.

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Il senso dell'ospitalità

"Dove ci hai portato! Dove ci hai portato!..." questa frase gli risuonava impietosa nella testa e creava non pochi sensi di colpa a Giuseppe Caroli, che aveva preso la decisione di portare la famiglia lontano dalla provincia bergamasca, dov'era impossibile rimanere per via di una mezzadria che negava una vita dignitosa.

Ricca di figli e di speranze, la famiglia di Giuseppe era arrivata alla cascina Maggia una sera d'autunno del 1922 per mezzo dell'amico Bonifacio Ferri, colono del nobile Parravicino di Tornavento. Di buon mattino era partito da Cologno al Serio con la moglie Maria e i cinque figli, su un autocarro malandato, sul quale aveva caricato i letti, due sacchi di frumento e segale e gli attrezzi minuti da contadino.

Già intimoriti per aver attraversato la brughiera nell'oscurità, ad aspettarli in quella cascina isolata c'era solo un vuoto desolante. Furono aiutati ed ospitati per la notte dalle famiglie residenti, la cui bontà rimase impressa nella mente di Giuseppe e della moglie.

La lontananza della cascina da Lonate costringeva le ragazze più grandi (Lucia di anni 15, Maria di anni 14) a percorrere quotidianamente la stradina di Tribio, parallela alla strada di Gaggio, per raggiungere la filanda Sormani, dove avevano trovato lavoro. Nelle buie e fredde giornate invernali, dover percorrere quella strada solitaria metteva angoscia alle due ragazze. E che dire di Fermo, il fratello più piccolo prossimo all'età scolare, che certamente non poteva raggiungere da solo la scuola elementare?

Già, la scuola! Grazie alla volontà paterna, Giuseppe sapeva leggere e scrivere poiché il padre non aveva esitato a mandarlo a scuola, e così lui stesso voleva per i suoi figli, in quanto riteneva l'istruzione un fattore importante nella vita.

L'Osteria di Monte, poi Trattoria dell'Uva (ora al suo posto vi è una banca), posta di fronte a piazza Battisti, era l'abituale ritrovo dei bergamaschi che vivevano nel nostro paese. È proprio qui che una domenica dell'anno successivo il Caroli viene informato da Angelo Gemerasca che la sua famiglia, dopo la morte del padre Fortunato, intende lasciare la "partita" affittata da Federica Usuelli. Accordatosi prontamente con la sciúrä padrúnä, non gli par vero di aver trovato una sistemazione adatta alla sua famiglia in così breve tempo: potrà infatti abitare in piazza Battisti a partire dal fatidico San Martino dello stesso anno. Fortunatamente questa volta il trasloco è definitivo, poiché tutti hanno la sensazione di "essere a casa", in una vecchia corte come tante, un po' affollata e rumorosa, ma perfettamente funzionale alle esigenze della famiglia.

Grazie ai registri colonici sappiamo quanti locali e quanti terreni Giuseppe ebbe in affitto. Per la stagione agraria 1923-24, oltre all'abitazione e al rustico (stalle, fienili e portici), ebbe a disposizione sei fondi arativi per complessive 24 pertiche, una pertica di prato irriguo ai Molinelli e 3 pertiche di bosco alla Caldarona. Quale affitto, quell'anno dovette pagare 128 lire per l'abitazione e 50 lire per il prato e consegnare 47 quartari di granoturco per i campi. Tuttavia la prima annotazione che lo riguarda genera ancora oggi una strana sensazione. "Bonifico [mancata penale] per un gelso morto, che lasciò rubare invece di consegnarlo". Inevitabilmente il pensiero corre al povero mezzadro Batistì, protagonista del film "L'albero degli zoccoli"!

Il Caroli mantiene l'attività principale di contadino, mentre saltuariamente lavora alla fornace di Lonate e, come tanti altri contadini lonatesi, lavora agli sbancamenti per le opere promosse durante il ventennio fascista, come le fognature, il campo sportivo, lo scavo del canale industriale della centrale di Tornavento, i nuovi collegamenti stradali. Anche i dieci anni che seguono saranno per lui un periodo di duro lavoro, ma con la prospettiva di un concreto miglioramento del tenore di vita o, come si diceva allora, della "posizione".

La "partita" non produce redditi in moneta, bensì solo beni necessari alla vita della famiglia contadina, come il foraggio per gli animali, cereali e granoturco per il pane e la polenta, legna da ardere. Tuttavia la stalla, condotta come bene "privato", permette di ottenere del denaro con la vendita di animali da corte (vitello e galline) ed anche di latte, uova e ortaggi. In virtù dell'attività di papà Giuseppe e del lavoro salariato delle figlie, ben presto la situazione economica della famiglia migliora sensibilmente.

La carneficina di cui Giuseppe fu partecipe involontario da fante sul Carso, durante la prima guerra mondiale, gli aveva allargato l'orizzonte mentale. Ne erano derivate l'adesione al Partito Popolare fondato da don Sturzo e l'impegno a proporre i valori cristiani nella società civile: essi costituiranno i segni fondanti della sua esistenza, una sorta di via maestra che egli percorrerà con coerenza.

Cattolico convinto e praticante, si iscrive all'Azione Cattolica e si rende utile, oltre che con piccoli gesti di altruismo, con un modo di vivere che merita di essere raccontato: il senso dell'ospitalità.

Gli Uomini dell'Azione Cattolica con don Giuseppe Cereda, nel 1932. Giuseppe Caroli e l'ultimo a destra, in alto

Gli Uomini dell'Azione Cattolica con don Giuseppe Cereda, nel 1932. Giuseppe Caroli e l'ultimo a destra, in alto

 

Nei 1924 Giuseppe accoglie in casa gli anziani genitori, che portano con loro da Cologno il nipote Angelo Rizzi di vent'anni, in cerca di un futuro migliore. Angelo per alcuni anni vive nella famiglia di Caroli come uno dei suoi figli, per poi sposarsi con la lonatese Maria Zaro. La stessa ospitalità è riservata alla nipote Maria Filippoli, che tornerà a Lonate con il marito Vittorio Arzuffi nel 1951. Nel 1930 Vittorio Fortunato ("Nino"), nipote di Fortunato Gemerasca, e Pietro, figlio di Giuseppe, frequentano la stessa classe elementare quando la famiglia del primo si trasferisce a Busto Arsizio. Sentendosi riconoscente verso i Gemerasca per la cessione della "partita", Caroli ospita Vittorio sino al termine dell'anno scolastico.

L'8 settembre 1943 l'aviere siciliano Pasquale De Francesco e un suo compagno d'armi, in fuga dal Campo della Promessa, ottengono ospitalità da Caroli. Al termine del conflitto Francesco tornerà a Lonate, dove si farà una propria famiglia.

La fontanella di piazza Battisti è un luogo di sosta e vi fanno tappa anche persone bisognose, che non di rado vengono rifocillate con un piatto caldo, come succede ne "L'albero degli zoccoli". Per Giuseppe e la moglie Maria Bani sono gesti che non solo arrivano dal profondo del cuore, ma anche un modo per sdebitarsi verso chi è meno fortunato di loro.

Ogni corte pulsava di vita: l'operosità dei contadini, gli schiamazzi dei ragazzi, le voci di una moltitudine di animali, i mille odori della natura. Di tutto questo oggi non c'è più traccia e si fatica a credere che tutto ciò sia realmente esistito. È davvero finita un'epoca.

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La corte di piazza Cesare Battisti: le campane suonano a morto

Non molti anni fa, quando l'economia era essenzialmente agricola, la maggior parte degli italiani viveva nelle cascine o nelle corti rurali dei centri abitati. Lonate Pozzolo, che vanta un territorio fra i più vasti della provincia di Varese, era disseminata di cascine, anche molto isolate come la Gelata e la Caldarona, le quali contornavano le corti rurali dell'abitato. Una di queste corti, dove vissero i miei nonni paterni, si affacciava in fondo alla piazza Cesare Battisti.

Gli edifici della corte di piazza Battisti erano di modesto valore materiale, ma gli elementi architettonici che la configuravano erano di un certo interesse. Al suo esterno, la piazza con la fontanella creava un suggestivo spazio aperto davanti all'ingresso, mentre all'interno i tre cortili posti in successione lineare delimitavano lo spazio dei tre corpi di fabbrica, decrescenti per volume: le abitazioni, le stalle con fienile, i ricoveri per gli attrezzi. In fondo alla proprietà, confinanti con l'attuale via Nazario Sauro, c'erano gli spazi per le ortaglie. Un grande gelso in mezzo alla prima corte, all'ombra del quale vi era il rubinetto per l'acqua comune, ed altri addossati ai muri le donavano un aspetto gentile.

Per il succedersi di costruzioni con nessuna (o poche) regole, nella corte si affacciavano finestre di altre proprietà, e sfortuna vuole che alcune fossero sopra letamai e pollai. Apriti cielo, quante discussioni accese con vicini niente affatto cordiali!

...Pásä pásä, tirä, gôl!! Sono queste le urla che più frequentemente riecheggiano in piazza nelle ore di svago. Qui si ritrovano con assiduità gruppi di ragazzini per praticare il passatempo preferito: il gioco del calcio. Quanti vetri rotti e palloni tagliati da vicini esasperati! Anzi, no: i primi palloni da gioco sono di pezza e saranno sostituiti da quelli in gomma negli anni Cinquanta, quando, grazie ad una raccolta di figurine di una famosa marca di gomme da masticare, arriva il primo vero pallone da calcio.

Questa piazza ha una conformazione adatta per il gioco del calcio essendo ampia e non trafficata, con un ingresso carraio della misura di una porta da calcio. Il fondo acciottolato non è invitante per un aspirante portiere, ma questo campetto è la palestra per tre portieri che sarebbero diventati semi-professionisti negli anni Sessanta. Tra gli anni Cinquanta-Sessanta, infatti, si affermano i due fratelli Merlo, Mario ed Eugenio, ed il cugino Mario Regalia, che si guadagnano i galloni della quarta serie italiana di calcio. Si distingue Eugenio, quando diventa portiere titolare della Solbiatese Calcio, promossa in serie C nel campionato 1962-63. Due anni prima aveva colto il traguardo più importante con la formazione juniores, arrivando fra le prime quattro squadre classificate nel campionato italiano. In onore all'antica capitale, le finali si svolsero a Torino, in concomitanza con i festeggiamenti per il centenario dell'Unita d'Italia.

Con i fratelli Merlo cresce nella stessa corte Francesco Plebani. La sua passione invece è il ciclismo, ed ogni momento libero è dedicato agli allenamenti su strada. Il suo sogno sportivo si avvera alla fine degli anni Sessanta con il passaggio al professionismo.

La famiglia Merlo è una delle prime famiglie bergamasche arrivate a Lonate, nei primi anni del Novecento. I libri contabili di Federica Usuelli, proprietaria della corte di piazza Battisti, annotano con il passare degli anni, tra il 1915 ed il 1950, un sempre maggior numero di arrivi di contadini da fuori paese. In effetti le abitazioni della corte sono destinate ai meno abbienti, per cui vi si alternano solo famiglie contadine, ed il periodo di maggiore afflusso di bergamaschi verso il nostro paese si registra a cavallo delle due guerre mondiali.

Anche se i litigi fra vicini non mancano mai, fra le famiglie di corte si crea un forte senso di appartenenza e di rispetto reciproco: sono questi valori che gli anziani ricordano con nostalgia di quel lontano periodo. È del tutto naturale quindi che nascano amicizie profonde e storie d'amore.

In corte Battisti si ebbero alcuni matrimoni fra gli affittuari, e senza dubbio i protagonisti furono i figli di Martino Roncelli, bergamasco di Treviglio. La figlia Maria infatti prende per marito Emilio Ballace nel 1923, il primogenito Luigi sposa Eurosia (Rosa) Mainini nel 1928, ed infine Francesco prende in sposa la monzese di origini bergamasche Rosa Carioli nel 1936.

In seguito alla morte del capofamiglia Martino, nel 1926, i figli subentrano nella conduzione della partita agricola. Per un banale equivoco, il primogenito Luigi Roncelli viene aggredito brutalmente da una squadraccia fascista mentre si trova all'interno della Trattoria dell'Uva e, purtroppo, non si riprenderà più dalle conseguenze di quel pestaggio. Morirà dopo qualche anno, nel 1931, a soli 28 anni.

L'attività partigiana degli anni 1943-45 coinvolge anche la nostra corte. Domenico Lanceni, figlio dei bergamaschi Stefano ed Angela Ferri, copre la sua attività partigiana con l'apparente normalità di una vita da operaio. Catturato in missione mentre scende dal treno nella stazione di Aosta e consegnato alle autorità locali, viene barbaramente trucidato dai fascisti nei boschi di Besnate il 27 marzo del 1944. Con la morte del fratello Mario nel 1941 sul fronte grecoalbanese, i Lanceni pagano alla Patria un gravoso tributo di sangue.

Il partigiano Domenico Lanceni (a sinistra) ad il fattore Fiorentino Mora

Il partigiano Domenico Lanceni (a sinistra) ad il fattore Fiorentino Mora

I novaresi Fiorentino Mora e Agostino Gioria, le cui famiglie sono legate da vincoli parentali, sono affittuari della Usuelli, ma il Mora nello stesso tempo svolge anche la mansione di fattore, rappresentando quindi gli interessi della proprietà. La "presenza" della Usuelli in ogni dettaglio della conduzione d'impresa sminuisce in un certo senso la figura del fattore, altrimenti determinante nei rapporti fra contadini e proprietari. In ogni caso l'attività del Mora, forse perché incarna entrambe le figure, è stata concordemente riconosciuta saggia ed equilibrata nella tutela di entrambe le parti.

La crescente industrializzazione ed il seguente boom economico negli anni del dopoguerra determinano la fine della società contadina, e con essa i rapporti di lavoro con la proprietà fondiaria. A partire dal 1950 cessano i contratti agrari a favore delle sole affittanze abitative, e si affacciano in corte famiglie di altre regioni, in particolare dalla Puglia, come i Guarini, i Micco, i Ruscillo, i Respino.

Nel breve volgere di poche stagioni anche Federica Usuelli, la temuta sciúrä padrúnä, deve misurarsi con la perdita economica di tutti i proventi dell'attività agricola. Quando muore, è l'anno 1958, per la vecchia corte Battisti suonano le campane a morto. Ormai vetusta ed antieconomica la sua ristrutturazione, un paio di anni dopo gli eredi decidono di venderla ad una società immobiliare che fraziona la proprietà e demolisce i fabbricati.

Malgrado la nuova costruzione che la sostituisce, la piazza conserva ancora quell'aria un po' dimessa e povera che l'ha sempre contraddistinta.

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Via Vittorio Veneto: contrada di Monte e dintorni

Per molti anni via Vittorio Veneto è stata l'unica strada di Lonate con il fondo in cubetti di porfido, una sorta di pavè. Malgrado sia scomodo, rumoroso e costoso, quando si pensò di sostituirlo con un più comodo asfalto bituminoso, una protesta "rionale" bloccò l'operazione. Anche se il pavè di via Vittorio Veneto è un manufatto recente, ben rappresenta la lunga storia della contrada, antica quanto il borgo stesso.

Secondo la cartografia storica, la strada di Gaggio, che conduceva al "porto" sul Ticino, era la naturale prosecuzione della contrada di Monte. Dal crocicchio di Sant'Anna lasciava il borgo in leggera salita, poiché attraversava il dosso che congiunge il Monte Castano al Moncucco, nella zona detta Mongaslérä; scendeva quindi di sette-otto metri, verso la baraggia e la brughiera (barágiä e brüghérä).

Quando non esistevano ancora le macchine, i carri agricoli che da Lonate andavano verso Ticino trovavano presso la chiesetta (gisiö) di sant'Anna un piccolo dosso, che conferiva a via Vittorio Veneto il suo antico nome di Contrada di Monte (Cuntráä da Mónt). Questa zona leggermente sopraelevata, detta "terra di Monte", è la più fertile di Lonate, ed era conosciuta anche come "la Vigna", poiché fino alla metà dell'Ottocento vi era diffusa la coltivazione della vite. Tracce di antichi terrazzamenti per la coltivazione della vite sono ancora oggi visibili sul declivio verso la baraggia.

Tutta la mia storia lonatese si snoda tra via Vittorio Veneto e l'adiacente piazza Cesare Battisti, verso le quali sono legato da un profondo sentimento di affetto; le due entità erano raggruppate sotto lo stesso nome di Contrada di Monte. Alla fine dell'Ottocento lo scavo nel piano di campagna della nuova arteria che conduce al ponte in ferro sul Ticino non solo cambiò la fisionomia del territorio, ma mutò anche la denominazione della contrada in via Ticino. Nel ventennio fascista poi assunse il nome di via Vittorio Veneto, a ricordo della conclusione vittoriosa della Prima Guerra Mondiale.

Tra Ottocento e Novecento la Contrada di Monte è uno dei rioni più popolosi di Lonate. I suoi trecento metri racchiudono questi numeri: 8 vicoli, 40 numeri civici, poco meno di 100 famiglie. I vicoli sono generalmente denominati con il nome dei loro proprietari, quindi soggetti a periodiche variazioni. Iniziando da destra, a partire da piazza Mazzini, oggi li conosciamo come vicoli Bottini, Carini, Cittadella, Collegio, Regalia, Canziani, Paccioretti e Tirinnanzi.

Non solo contadini, ma anche bottegai, artigiani e piccoli imprenditori ne formano il tessuto sociale, autentico cuore pulsante del nostro borgo. Nella memoria di chi visse tra le due guerre è ben vivo il ricordo delle molteplici attività in via Vittorio Veneto: le botteghe dei ciclisti (Bottarini Talín, Nerviani Nèla fiö e Nerviani Mugnèlä, poi Terzi), i negozi di ferramenta (Gelosa e Cavestri Milín), i falegnami (Bottarini Botáio e Gelosa), i sarti (Regalia Pinölä Napulióm, Soldavini Lutín), il sellaio Milani, il carbonaio Ponti, il fabbro Nerviani Nèla pá, il fotografo Brusatori, la merciaia Nerviani, il panettiere Simontacchi Fólä e il macellaio Zaro, un piccolo emporio di Bottarini Pidrö, affiancato dall'ustaríä dal Pirèlä, storica osteria d'angolo di piazza Mazzini (Soldavini, poi Chinetti).

Di fronte alla ferramenta Gelosa c'è una bottega originale: al piano rialzato la modista Teresa Castiglioni realizza pregevoli ricami, tanto da poter vantare tra i clienti la contessa Oltrona Visconti, mentre al piano terreno il marito Paolo Bonalanza, seguendo le orme del padre Luigi, alterna l'attività di sarto con quella di... parrucchiere!

E ancora: Oreste Bragonzi, prima di costruire la grande fabbrica di via Dante, inizia la propria attività in un piccolo laboratorio di vicolo Bottini (poi sede di altre aziende); Giusto Zaro ripara auto e moto in vicolo Cittadella, ma nel 1936, sull'onda dell'entusiasmo per la politica coloniale italiana, trasferisce la sua attività in Etiopia, ad Addis Abeba.

Il garage Pinza alla fine degli anni Cinquanta

Il garage Pinza alla fine degli anni Cinquanta

La carrellata non può dimenticare lo storico garage di Giacomo Pinza, di fronte all'Asilo Sormani (vedi foto soprastante), nato dalla sua passione di pioniere nel campo dei motori: iniziò lavorando alla costruzione dei primi velivoli italiani, nella nascente industria aeronautica Caproni di Vizzola Ticino.

Ma il luogo di aggregazione per eccellenza è la Trattoria dell'Uva, l'Ustaríä dal Gián, situata all'incrocio con via Oberdan (oggi vi è la sede di un'agenzia bancaria). Gli anni più belli l'osteria li visse al tempo dei traffici lenti, quale posto di ristoro intermedio sulla strada che da Busto Arsizio, attraversato il Ticino, conduceva ad Oleggio. Di fronte alla vecchia osteria c'è la piazza Cesare Battisti, a forma di imbuto, che costituisce un provvidenziale parcheggio per l'antica locanda.

Negli anni della prima immigrazione essa diventa il punto di ritrovo dei bergamaschi e poi, negli anni del boom economico, fornisce squadre di calcio per indimenticabili tornei serali. Per un breve periodo negli anni Cinquanta, non molto distante dalla fontanella, viene posto un vespasiano che ha un bell'andirivieni nelle ore di maggior frequentazione della vicina osteria. La costruzione della circonvallazione sud ne determinerà la decadenza e la triste chiusura alla fine del secolo scorso, nonostante qualche velleitaria trasformazione.

Prima dell'inizio di via Gaggio, con una salitella da via Vittorio Veneto in quel periodo fiancheggiata sulla destra da alti pioppi, si raggiunge la località detta "la Vigna", dove si trova la casa della mia infanzia. Di forma moderna, a due piani con una bella terrazza panoramica, essa si incunea fra quella dei Castiglioni (Mazacaváj) e quella dei Pinza (Burigèlä): bassa e allungata la prima, molto grande con un magnifico vano scala aperto su due piani la seconda, soluzione che il Pinza ebbe modo di vedere negli anni trascorsi in California.

Negli anni Cinquanta la mia casa è un angolo di paradiso in terra. Circondata da poche abitazioni, la vista spazia in ogni direzione, dall'immancabile Monte Rosa al Sacro Monte di Varese, dal Generoso al Resegone; verso sud, con l'atmosfera tersa, si scorgono le Alpi liguri. Dalla Trattoria Belvedere, ul Cravät, uno dei bar più in voga negli anni del dopoguerra, il juke-box, una novità importata dall'America, invade quel tratto di via Vittorio Veneto con le canzoni allora più gettonate.

Gli aerei che atterrano a Malpensa sorvolano a bassa quota "la Vigna", ma sono pochi e non troppo rumorosi. È ancora il tempo dei quadrimotori ad elica, che portano nomi entrati nella leggenda aeronautica: Lockheed Constellation, DC4 Skymaster, Vickers Viscount; per noi bambini è uno spettacolo supplementare.

L'ampliamento della Malpensa è storia recente e conosciuta. Il disagio conseguente allontana tutti i bei ricordi dell'infanzia, e sopraggiunge così la triste ora della delocalizzazione: anche per me l'amaro sapore delle radici strappate non è più un concetto astratto.

Egidio Caroli


CASA TACCHI, LA "CASA AMERICANA"

(da "La Nona Campana", dicembre 2012)

 

Mi colpisce l'armonia delle linee: semplici geometrie che creano un volume solido e ben proporzionato. Casa Tacchi era nata come casa contadina, e nel fienile tanti oggetti ci raccontano ancora di quel lontano periodo. Capace di accogliere una famiglia, la grande casa disponeva di un orto e di alberi da frutta, e una tale disponibilità di beni ad uso di una famiglia contadina non si era mai vista prima di allora.

Una casa armoniosa nell'insieme, così come nei dettagli. A pianta rettangolare, eleganti e robuste colonne portanti, locali spaziosi distribuiti su due piani, finestre ampie e luminose, pluviali per la raccolta delle acque piovane, comodi porticati con i loggiati al piano rialzato, servizi fra le mura domestiche, una comoda scala al coperto. Le curve a tutto tondo dei porticati, il colore bruciato dei mattoni con gli angoli smussati delle colonne, l'originale semplicità della ringhiera del piano superiore le donano un tocco di signorilità. La casa di Paolo Tacchi in via Dante e tutto questo.

Per secoli, il nucleo abitativo di Lonate Pozzolo ha subito poche variazioni. Trovatosi sempre più ai margini delle nuove vie di comunicazione, il declino del nostro paese è stato inarrestabile e lo sviluppo urbanistico ha conosciuto ben pochi momenti di crescita. La grande spinta al cambiamento si realizza tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, quando le rimesse degli emigranti, da Svizzera, Francia e America soprattutto, forniscono la liquidità necessaria per nuovi investimenti. Chi decide di ritornare in patria, infatti, con i risparmi accantonati si costruisce la propria casa e si compra un po' di terra da lavorare.

L'antico borgo si circonda di nuove abitazioni, riconoscibili da un moderno stile costruttivo e dalla presenza di un giardino. La raggiunta disponibilità economica permette di abbandonare le vecchie corti rurali, poco salubri, che ospitano molte famiglie, a favore di case più confortevoli, costruite per una o due famiglie. Fra le innovazioni spicca la nuova dislocazione dei servizi igienici, non più collocati all'esterno, in sgabuzzini bui e maleodoranti, ma adiacenti agli altri locali della casa. Igiene e comfort ne traggono grande beneficio.

È una Lonate che cambia volto, il segno dei tempi nuovi. Gli studiosi odierni identificheranno le abitazioni costruite in quel periodo col nome di "case americane".

Dalle poche informazioni nelle mie mani, anche la storia di questa casa la si può immaginare simile a quella delle abitazioni edificate con i frutti dell'emigrazione, ad eccezione dell'epilogo, che riserva una sorpresa. I bisnonni di Paolo infatti acquistano la proprietà nel 1919, dunque una casa praticamente "nuova", dalla signora Rosa Garatti, che si trasferisce con il marito in una nuova abitazione, per la verità non molto distante dalla precedente. Cosa poteva mai giustificare questo trasferimento?

La famiglia di Pasquale Garatti si era trasferita in California nella seconda metà dell'Ottocento e, raggranellati i risparmi necessari, ritorna a Lonate agli inizi del Novecento. La bella casa di via Dante lo testimonia, e certamente non fu una spesa di poco conto; ma la signora Rosa in quella casa non si era mai trovata a proprio agio, poiché il piano rialzato era troppo scomodo per le sue necessità (salute? abitudini?), e così maturò l'idea di costruirne una interamene al piano terreno.

Quando nel 1924 prese forma la nuova costruzione posta tra via Col di Lana e via Vittorio Veneto, sono certo che non mancò di stupire i suoi compaesani. Mai si era vista prima di allora una casa di forma rettangolare cosi accentuata, che la presenza di un solaio di piccole dimensioni faceva apparire ancora più bassa. Una sorta di chalet in muratura, inserito con grazia in un giardino. La sperimentazione, forse inconsapevole, di una modernissima soluzione abitativa.

La signora Rosa inoltre non mancava di originalità: siccome vestiva abiti più moderni e colorati rispetto alle coetanee lonatesi, che in quel periodo usavano normalmente abiti scuri e severi, era conosciuta da tutti con il nomignolo di « la madunína » (le raffigurazioni della Madonna la dipingono con abiti chiari e luminosi, da cui il soprannome). Deceduta nel lontano 1947, pochi anziani lonatesi ne conservano ancora oggi il ricordo.

I cambiamenti epocali dell'ultimo secolo ci hanno fatto dimenticare velocemente la nostra storia e le trasformazioni sociali che si sono succedute, come se tutto fosse finito in soffitta. Nel fienile di casa Tacchi, anch'esso abbandonato, abbiamo trovato testimonianze grandi e piccole di questi cambiamenti. Si tratta di strumenti di lavoro contadino: dai più tradizionali come la falce o la scure, la mola per le lame o il setaccio per la ripulitura del frumento, ai più complessi come il trinciafoglie di gelso per l'alimentazione del baco da seta. Non mancavano oggetti di uso quotidiano come le posate, il lume, il pitale, la culla e altri ancora sfuggiti allo sguardo.

La cultura del baco da seta, di cui il vetusto trinciafoglie di gelso è uno degli emblemi, merita almeno una riflessione per lo scompiglio che ha causato nelle nostre case. Le famiglie contadine dei nostri nonni, in cambio di un reddito supplementare, necessario per incrementare le scarse entrate economiche, si dedicarono forzatamente alla cultura casalinga del baco da seta. Per un periodo che durava all'incirca tre mesi all'anno, queste case erano soggette a molti disagi, quali la riduzione degli spazi agibili, l'incomoda presenza di migliaia di "vermi" che brucavano rumorosamente in continuazione e l'aria maleodorante; l'abbandono di questa pratica fu un vero sollievo per tutti.

Ad eccezione delle prime, le successive generazioni della famiglia Tacchi trovarono impiego nelle attività industriali del posto. L'ultima generazione ha reso vitale questa bella casa grazie a Giuseppe, il maggiore dei quattro fratelli, Stefano, Paolo che mi ha permesso di scoprirla e Maria Grazia, suora Ausiliaria Diocesana.

Bisognosa di qualche cura, la vecchia casa aspetta con pazienza. I mattoni a vista tuttavia paiono oggi ancora più belli, gli archi del porticato si librano leggeri senza età, e la "casa americana" oggi pare ancor più affascinante di ieri.

Egidio Caroli

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Se volete maggiori informazioni, rivolgetevi alla Pro Loco di Lonate Pozzolo, indirizzo via Cavour 21, telefono 0331/301155.

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