(da "La Nona Campana", gennaio e febbraio 2010)
L'alternarsi delle stagioni, scandite dalle fasi lunari (lünä nöä, prím quôrd, lünä pjnä, ültím quôrd o anche lünä nöä le prime due, lünä végiä le altre) e il rinnovarsi ogni anno del ciclo liturgico (avénd-Natöl, quarésíma-Pásquä, säntä Crûs, la Madónä, i Sänd-ul mês di môrd), intervallato dalle feste di un gran numero di santi (da san Mául a san Stéän), caratterizzarono per secoli i giorni della civiltà contadina.
Gli alimenti disponibili per le famiglie erano forniti quasi esclusivamente dai campi, dall'orto e dall'allevamento degli animali (mucca, maiale, pollame). Oltre che nelle proprie gravose fatiche, si confidava pertanto nell'aiuto della provvidenza, come afferma il ben noto detto popolare: Díu vêd, Díu pruêd (Dio vede, Dio provvede). Basti ricordare al riguardo le rogazioni primaverili attraverso i campi, per invocare la "clemenza dell'aria e la fecondità della terra", il suono del "campanone" (sunà rüm) per scongiurare la grandine, all'avvicinarsi di minacciosi temporali estivi, e la benedizione delle stalle, allora considerata importante quanto quella delle case, in occasione della festa di Sant'Antonio abate.
Ripetute nei corso dei secoli, le osservazioni relative ai fenomeni atmosferici e all'avvicendarsi delle coltivazioni, assieme alle credenze popolari più diffuse concorsero alla formazione dei proverbi, che si ritenevano idonei a pronosticare l'alternarsi del clima e ad indicare i tempi dei lavori campestri.
Poiché ancora sul finire dell'Ottocento era privilegio di pochi saper leggere e scrivere, i proverbi riferiti ai mesi dell'anno e quelli relativi alle principali festività religiose costituivano lo strumento fondamentale, facilmente memorizzabile, per trasmettere di generazione in generazione i contenuti della saggezza popolare, in particolar modo di quella attinente all'agricoltura.
Essendo molti proverbi determinati dalla rima finale, i loro dettami venivano tuttavia accolti con cautela, soprattutto quelli relativi alla durata e all'intensità del caldo e del freddo, alla pioggia e al bel tempo, oltre che ai periodi di maturazione dei frutti della terra. Lo suggerisce un noto detto, che sembra insinuarne l'inconsistenza: i pruèrbi di víc a hin bóm da fa i cavíc (i proverbi dei vecchi sono buoni per fare i cavicchi!). In questa pagina perciò proporrò i proverbi relativi ad ogni mese, nella convinzione che possano contribuire a conoscere e a mantenere vivo quel mondo ormai perduto, intessuto di fatiche e di privazioni, ma anche di viva solidarietà, rapidamente scomparso dopo il termine della seconda guerra mondiale, e costituire l'occasione per prendere coscienza che l'alto tenore di vita di cui oggi godiamo è il risultato del duro lavoro dei nostri nonni e bisnonni.

Antico portone ottocentesco in via Matteotti
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Genôr
Pasquétä, 'n'urétä;
sant'Antóni,`n'úrä bónä.
A Pasquetta (6 gennaio) un'oretta, a sant'Antonio (17
gennaio) un'ora buona.
È palese il desiderio che presto si allunghino le giornate. L'Epifania veniva chiamata "Pasquetta" perché nelle messe, al termine della lettura del Vangelo, viene annunciato il giorno nel quale sarà celebrata la Pasqua.
San Mául, un fréc dal
diául, sant'Antóni, un fréc da demóni; san Sebastiän, un fréc da cän.
San Mauro (15 gennaio), un freddo del diavolo;
sant'Antonio, un freddo da demonio; san Sebastiano (20 gennaio), un freddo da
cani.
Con san Marcello, i santi Mauro e Antonio erano considerati i
márcant da nê (mercanti
della neve), il cui candore ben si adegua alla barba bianca del santo protettore degli animali
(sant'Antóni da la bárbä biäncä). Nonostante i fastidi che le ripetute nevicate arrecavano
- se necessario, lo spartineve (caláä) iniziava ad aprire le strade anche in piena notte
- la neve era ritenuta benefica per le colture di frumento e segale, come afferma il detto "sotto la neve c'e pane, sotto
l'acqua la fame".
La festa di Sant'Antonio abate risultava di primaria importanza non solo perché il sacerdote passava di cortile in cortile a benedire le stalle, ma anche
perché era il tempo nel quale si uccideva il maiale, con grande festa di tutta la famiglia.
San Sebastiän, 'n'úrä in
mäan.
A san Sebastiano, un'ora in mano.
Per la festa del santo la luce del giorno è già aumentata di un'ora piena, affermazione fondata su un proverbio dicembrino, anteriore alla riforma gregoriana del calendario, secondo il quale quello di santa Lucia "è il giorno più corto che ci sia".
Sänta Gnesä, la risärtä la
cûr in da la scésä.
A sant'Agnese (21) la lucertola corre nella siepe.
Auspicio del ritorno di temperature meno rigide, più che probabilità a quei tempi di scorgere le prime lucertole tra le siepi. Anche se all'ultimo giovedì del mese in tutte le famiglie si festeggiava ul Cinín, mangiando ul salamín cui fasurít (salamino lessato con i fagiolini dall'occhio) per augurarsi la rapida fine dell'inverno, ancora dovevano arrivare, a fine gennaio, i tri dí da la mèrlä (i "tre giorni della merla"), ritenuti i più freddi dell'inverno.
Genôr fa 'l pónd,
febrôr la rómp.
Gennaio fa il ponte, febbraio lo rompe.
Con febbraio finalmente comincia il disgelo del terreno e possono iniziare i lavori di preparazione dei campi per le arature. Quando i campi risultavano liberi dalla neve, si iniziava la raccolta delle sterpaglie che, non appena asciutte, venivano bruciate.
Métá genê, metá
casínä e metá granê.
A metà gennaio, metà cascina e metà granaio.
Per arrivare con tranquillità alla fienagione di maggio e ai nuovi raccolti, a gennaio era necessario disporre di metà del fieno e della metà di frumento, segale e granoturco. Va ricordato che, sino agli inizi del secolo scorso, ben pochi viveri si acquistavano nelle botteghe.
Chi gh'ha 'l fên,
gh'ha tüc i bên.
Chi ha il fieno ha tutti i beni.
Chi dispone di foraggio, sufficiente per nutrire la mucca (il latte era così assicurato) e gli animali da lavoro (asino o cavallo), dispone dei beni essenziali per famiglia e per i lavori nei campi. Il proverbio lascia intendere quanto erano allora importanti i prati irrigati dalla roggia nella valle del Ticino, poiché fornivano abbondante quantità di fieno.
Ul sü da genê l' ha
fáí murì la só miê.
Il sole di gennaio ha fatto morire sua moglie.
In gennaio ancora non è tempo di cominciare a passare delle ore all'aperto, soprattutto per le donne, le cui giornate trascorrevano in gran parte tra la cucina e la stalla.
A san Sebastiän i tusán a
hín rabiô 'me i cän.
A san Sebastiano le ragazze sono arrabbiate come cani.
Alle ragazze che ancora non erano fidanzate per la festa del santo risultava impossibile sposarsi prima della quaresima, periodo nel quale erano vietate le nozze solenni. Alta era per loro la probabilità di dover attendere un anno per maritarsi; fino a metà Ottocento, tre matrimoni su quattro vennero celebrati nella nostra parrocchia nei mesi di gennaio e di febbraio, prima dell'inizio dei lavori nei campi.
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Febrôr
A la Madónä
Giriörä
da l'invêr
sóm förä, ma s'al
piö o al tírä
vénd par quaräntä
dí sóm dénd.
Alla Madonna Candelora (2) dall'inverno siamo fuori, ma se piove o tira vento per quaranta giorni siamo dentro.
Le condizioni atmosferiche della festa della Purificazione della Vergine aiutavano a pronosticare il tempo dei giorni successivi; tuttavia un'altra versione del proverbio sosteneva che comunque il freddo sarebbe continuato, perché tra nüär e sirên, par quaräntä dí al sa mantên (tra nuvole e sereno, per quaranta giorni si mantiene). Dalla chiesa si portavano a casa le candele benedette e si appendevano in camera da letto. Sarebbero state poi accese in occasione della benedizione natalizia delle case, quando veniva amministrata l'Estrema Unzione agli ammalati gravi e si portava il Viatico ai moribondi, oltre che per scongiurare la grandine, quando ul campanóm al sunéä rüm (ai ragazzi, rientrati di corsa in casa sotto i primi goccioloni, le nonne facevano recitare il Pater Noster e il Credo sull'uscio della cucina). Il termine Giriörä costituisce la versione dialettale della parola "Ceraiola", riferimento alla gran quantità di cera utilizzata per la festa.
A san Biôs
ga gérä
la gútä
sut'ál nôs.
A san Biagio (3) gela la goccia sotto il naso.
Subito un altro proverbio costringeva ad affermare che l'inverno ancora non era terminato.
A san Biôs sa
binidís la gúrä
e 'l nôs.
A san Biagio si benedicono la gola e il naso.
Al termine della messa il sacerdote benediceva il pane, che sarebbe stato mangiato a pranzo da tutta la famiglia per benedire la gola (sino agli anni Quaranta era abitudine dare dei bocconi di pane benedetto anche agli animali, particolarmente alle mucche). I fedeli presenti in chiesa poi si accostavano in fila all'altare, e il celebrante toccava loro la gola con due candele incrociate. La cerimonia della benedizione della gola rimanda a un miracolo, con il quale il santo aveva guarito un bambino che si era infilato una spina di pesce in gola.
A san Valentín la prümaérä
l'é visín.
A san Valentino (14) la primavera e vicina.
A metà febbraio il clima comincia a raddolcirsi e già si avverte l'approssimarsi della primavera. il terreno non più gelato consente, come afferma il proverbio che segue, di preparare le aiuole per la semina dell'aglio e delle cipolle.
A san Valentín sa
piäntä
l'áj e
'l scigulín.
A san Valentino si seminano l'aglio e le cipolline.
L'aglio e la cipolla costituivano allora ortaggi molto preziosi per le massaie, e trovavano largo impiego in cucina.
A san Matíä
la nê
la vá
víä.
A san Mattia (25) la neve va via.
Anche la neve accumulata all'ombra delle case finalmente si scioglie, e il lungo inverno si avvia alla fine.
L'áquä
da fevrê
la impĵnís ul granê.
La pioggia di febbraio riempie il granaio.
Terminati i freddi intensi, le precipitazioni si convertono in pioggia, la quale risulta benefica per la coltivazione del frumento e della segale.
Chi vör cambiá miê
la ménä
al sú da
févrê.
Chi vuol cambiare moglie la porta al sole di febbraio.
Ancora non è tempo di scoprirsi, e occorre prudenza nell'eseguire i primi lavori all'aperto. Il proverbio lascia intendere la cura nel preservare la salute della moglie, alla quale spettavano compiti ben gravosi per il buon andamento della famiglia: allevare i numerosi figli, attendere ai lavori di casa e all'orto, mungere la mucca e badare agli animali da cortile.
Febrôr,
cürd e môr.
Febbraio, corto e amaro.
Non solo il clima si mantiene inclemente e ancora non riprende il ciclo vegetativo delle piante, ma pure cominciano ad assottigliarsi le scorte nel granaio e sul fienile.
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E il resto? Al prossimo mese.
Rino Garatti
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