(da "La Nona Campana", settembre-ottobre 2009)
Con maggengo, agostano e terzuolo o, come si diceva allora, con magéngh, vustän e tarzö si denominavano le tre fienagioni dei prati in valle del Ticino, che si effettuavano nei mesi di maggio, agosto e settembre. Sino al termine degli anni Quaranta la maggior parte delle famiglie lonatesi praticava ancora l'agricoltura, sia a tempo pieno che "part time", e aveva bisogno di una sufficiente quantità di fieno per nutrire da ottobre ad aprile gli animali da stalla (mucche, manzi, asini, cavalli...). Il quarto taglio dei prati era effettuato in ottobre, quando l'erba veniva utilizzata come foraggio verde (quartirörä).
Poiché i prati asciutti consentivano solamente due fienagioni, la seconda di modesta entità, i prati irrigati dalla roggia molinara costituivano i terreni di maggior pregio, tanto che vigeva il detto « ul prô a Tisín l'é la dótä di paisän »: il prato a Ticino è la ricchezza dei contadini".
La produzione di fieno per ettaro dei prati irrigati era mediamente di 46 quintali per il maggengo, 39 per l'agostano e 32 per il terzuolo.
La loro conduzione richiedeva, durante l'inverno, la rastrellatura e la concimazione in copertura con abbondante stallatico e l'adacquamento da la Madönä da mòrz (25 marzo, festività dell'Annunciazione) all'equinozio d'autunno (23 settembre). Per l'irrigazione dei prati una volta alla settimana occorreva recarsi nella valle del Ticino di giorno o di notte, secondo il proprio turno, poiché la ruota di irrigazione fissata dal Consorzio della Gora Molinara non subiva interruzioni, al fine di utilizzare completamente la disponibilità dell'acqua.
I lavori maggiori erano richiesti dalle fienagioni le quali, sino al termine del secondo dopoguerra, vennero compiute pressoché esclusivamente a mano usando gli attrezzi che a ricordo di tante fatiche sono stati inseriti nel muro di sostegno della terza curva della "discesa" di Gaggio: la falce fienaia dal lungo manico, un martello con una piccola incudine e la cote, utilizzati per l'affilatura della falce, la forca bidente (ränzä, martél e incüginälä, cûd e cudê, fulchét). Infatti solo pochissimi proprietari a quel tempo potevano avvalersi di una falciatrice meccanica trainata da cavalli.
Si partiva da casa ai primi chiarori dell'erba, in bicicletta (a piedi, i nostri bisnonni) per iniziare il taglio dell'erba quando essa ancora era umida di rugiada e la temperatura era più fresca. Nella falciatura del prato si procedeva a strisce, sostando ogni tanto per ravvivare il filo della falce con la cote che si teneva appesa alla cintura dei pantaloni, mediante il portacote (cudê).
Chi doveva affrontare la giornata di lavoro in fabbrica, tra le sei e mezza e le sette (a seconda che lo stabilimento fosse situato fuori Lonate, oppure in paese) interrompeva la falciatura, che veniva ultimata da un altro famigliare. Per metà mattina lo sfalcio era concluso e subito si provvedeva a stendere l'erba sul prato col fulchét.
Nel primo pomeriggio l'erba veniva rivoltata (ul prím vultóm), di frequente con l'aiuto delle donne e dei ragazzi; verso le ore diciotto si cominciava a raccogliere il fieno in mucchi (fa sü ul fên in capét) per evitare che la rugiada lo inumidisse o la pioggia lo bagnasse.
La mattina seguente si tornava a Ticino per stendere di nuovo il fieno, per facilitarne la completa essiccatura, provvedendo a rivoltarlo nuovamente verso mezzogiorno. Quando la giornata risultava di pieno sole, nel pomeriggio il fieno veniva dapprima raccolto in andane (fa sü i ró) e poi caricato sul carro per il trasporto a casa. Se invece il fieno non era ben secco, si accumulava di nuovo in grossi mucchi (cap), rimandando il trasporto al giorno seguente.
Giunto il carro nel cortile, il fieno veniva scaricato e posto nella cascina, situata sopra il portico o la stalla. Le fienagioni costituivano delle occasioni di grande divertimento per i ragazzi perché, oltre a "fare il bagno" nella roggia e a saltare i fossi, essi si divertivano con il pretesto di pressare il fieno anche nel fare piroette e scivoloni nel fienile; il divertimento era massimo col terzuolo, quando l'altezza del cas raggiungeva le travi del tetto!
Va ricordato che le fienagioni avevano un'importanza pari alla mietitura del frumento e della segale: si sperava in giornate di pieno sole e, in tali circostanze, i parroci esentavano i loro parrocchiani dall'osservanza del precetto del riposo festivo.
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Altrettanto importante della fienagione, per l'economia contadina lonatese, era la coltivazione del baco da seta...
(da "La Nona Campana", luglio 1983)
Dalla relazione del dr. E. Ferrario già altre volte citata in questo sito riporterò ora due brani sull'allevamento del baco da seta (« i bügatt »), attività che aveva grande importanza per i bilanci familiari dei vecchi lonatesi, tanto che l'ombra dei gelsi - i cui filari inframmezzavano le colture nei campi - anziché dannosa, era considerata « d'oro ».
Va ricordato al riguardo che in ogni cortile (« stal ») esistevano due o tre gelsi, per avere la certezza di disporre di foglia durante i primissimi giorni dell'allevamento: più di un anno succedeva infatti che, all'inizio di maggio, un'intensa brinata rovinasse il primo raccolto di foglie di gelso nei campi.
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« Cotesta industria richiede molta mano d'opera, abbondanza di locali e copia di foglia di gelsi: e qui dove è fitta la popolazione, e numerose son quindi le case, e dove i gelsi se non sono granché prosperi, sono però in grandissimo numero, si hanno appunto le condizioni necessarie e favorevoli a ciò che suolsi dire l'allevamento de' bachi in larga scala.
E i proprietari vi sono grandemente interessati, poiché può dirsi, senza tema di errare, che ora il ricavo di questo allevamento è il solo che rimanga al proprietario, mentre quanto si ottiene dalla vendita degli altri prodotti direttamente o indirettamente provenienti dalla colture della terra basta a stento al pagamento delle imposte, che gravitano sulle case e sui terreni, ed alle altre svariate spese richieste da ogni azienda rurale.
E i contadini pure prendono vivo interesse a queste industrie, inquantoché dalle loro fatiche e dai loro stenti assai gravi di certo, ma limitati a pochi giorni, negli anni non sinistri traggono, oltre a quanto basta al pagamento della pigione della casa, anche un po' di quattrini con cui rimpannucciarsi, fornirsi di qualche arredo e darsi altresì qualche svago: e i merciaiuoli e i santuari ne possono far fede. A ciò s'aggiunge che la trattura delta seta, in cui si occupano le donne e le giovinette del contado, e fonte per le loro fomiglie di non lieve guadagno.
In generale i bachi si allevano nelle case de' coloni, che a quell'epoca si sgomberano per far posto al prezioso insetto: ma i semi, o le ova si fanno schiudere in appositi locali nelle case de' padroni; e i bacolini s'affidano ai coloni due o tre giorni dopo la nascita. I coloni attendono ad essi con pazienza ed amore, ma con poca intelligenza e con molti pregiudizi, stimando il tenerli radi, puliti e il rinnovare spesso l'aria delle camere anziché giovare, nuoccia: onde che il raccolto riesce sempre minore e di men buona qualità di quello che si avrebbe se i contadini fossero docili e seguissero gli ordini che loro si danno in proposito.
Si calcola poi che in media ogni cortone ed oncia da 25 grammi dieno chilogrammi 25 di bozzoli; cifra che, quando da' contadini si usassero le dovute cure, potrebbero facilmente elevarsi a 30 ad anche a 35, e più ».

« ...Il contadino ha l'obbligo di attendere all'allevamento de' bachi da seta, che gli si consegnano dal padrone da 2 a 3 giorni dopo la nascita, e di portare tutto il raccolto de' bozzoli al padrone, il quae deve poi corrispondere al colono la metà del prezzo ricavatone, dopo aver defalcato la metà delle spese incontrate per la compera o confezione dei semi od ova, e per la loro custodia e nascita. Ma il padrone, prima di sborsare al contadino la sua tangente, trattiene quanto il contadino stesso gli deve per la pigione della casa e per le somministrazioni di qualsiasi natura avesse avuto dal padrone, e per ispegnere parte del debto, che potesse esservi.
Per cibare i bachi il colono usa la foglia de' gelsi che coglie ne' campi affittatigli; quando questa non fosse bastevole, e se ne dovesse comperare, il padrone ne paga la metà, e l'altra metà, il colono, che ha l'obbligo di doverla cogliere, o pagar del proprio chi la coglie in sua vece. Che se ne avanzasse, allora il ricavo della foglia venduta si divide in 5 parti, delle quali 3 sono pel padrone, 2 pel contadino, perché se si deve coglierla, non ha però il lavoro dell'usarne pe' suoi bachi. »
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Il secondo brano si riferisce alle condizioni vigenti nel 1879 per l'affitto della « partìä », non quindi al caso di proprietà della stessa da parte di quei contadini (« particuloòr »), che costituivano però una minoranza delle famiglie lonatesi.
Il proprietario anticipava e addebitava per metà all'affittuario le spese per l'acquisto e la nascita del seme-bachi, la disinfezione dei locali e degli attrezzi, la sorveglianza dell'allevamento e l'acquisto della foglia, se insufficiente.
Ai contadini competeva allevare i bachi, fornire i locali e gli attrezzi - arelle (« tàul di bugatt »), palle, carte, brugo per il bosco - riscaldare i locali, prestare tutta la mano d'opera per la raccolta della foglia dei gelsi, consegnare il raccolto alla persona indicate dal proprietario.
È la parte a « colonia parziaria » di un contratto di affitto misto, che prevedeva il pagamento del canone parte in denaro (per la caso e il prato) e parte in genes (frumento per oratorio), oltre ad alcuni appendizi ».
l'affitto misto, a partire degli ultimi anni del secolo, andò progressivamente trasformandosi in «affitto a denaro » a motivo del diffondersi dell'industria e, quindi, della disponibilità di contanti in seno alle famiglie, tanto che a Lonate, nel 1910, quest'ultimo era la forma di affitto nettamente prevalente.
Anche in tale caso il proprietario conservava un'ingerenza nell'allevamento dei bachi, in quanto a lui spettava fornire i bacolini appena nati ed era a suo carico compiere gratuitamente le disinfezioni.
Il raccolto dei bozzoli, anche nell'« affitto a denaro », veniva poi consegnato al proprietario, a garanzia del pagamento della seconda rata di affitto e, alla fine dell'annata (« a San Martin »), si determinavano i rispettivi crediti e debiti, provvedendo quindi al saldo dei conti in contanti..
Ed ora, un'altra curiosità legata a Lonate Pozzolo, o meglio alla sua fauna, che posso pubblicare grazie all'amico dottor Franco Barzaghi, che a sua volta ne ha avuto notizia dal prof. Cosmacini di Milano, ed è andato a reperire il testo presso la Biblioteca di Dairago! Cosa non dovevano sopportare i malati di una volta...
Progressi della medicina del XVIII secolo
(da "Città oggi", 31 agosto 1995, p. 29)
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Giovanni Battista Palletta (Montecrestese, Val d'Ossola, 1748 - Milano, 1832) fu il più famoso chirurgo milanese della fine del Settecento, professore di anatomia e clinica chirurgica nella Scuola superiore di medicina, nonché autore di importanti studi nel campo dell'anatomia, dell'anatomia patologica e della fisiologia. Alla sua morte lasciò all'Ospedale Maggiore di Milano, dove aveva esercitato per lunghi anni, la propria biblioteca, che recentemente è stata ordinata e catalogata offrendo nuovi spunti alla storia della medicina, come riferisce Giorgio Cosmacini, presidente del Centro italiano di storia sanitaria e ospedaliera, in un articolo pubblicato sulla rivista "La Ca' Granda, vita ospedaliera e informazioni culturali", n. 2-3, 1992.
I progressi della scienza medica nella seconda metà del Settecento non erano certo entusiasmanti, bastio pensare che gli scritti dello stesso Palletta lamentano una scarsita di risorse "per potersi lusingare di conservar soltanto la metà dei bambini", lasciando il medico senz'armi contro la mortalità infantile al punto che "pochissimi tra gli uomini sopravvivono alla fanciullezza".
In tale contesto, tra le varie pubblicazioni appartenute al noto chirurgo, una tratta "Del maraviglioso specifico delle lucertole o ramarri per la radical cura del cancro, della lebbra e lue venerea ultimamente scoperto dal signor d. Giuseppe Flores dottore della facoltà medica nell'Universita di Guatimala", il tutto in sintonia con le tesi dell'epoca che ritenevano la materia organica dotata di vis insita, cioè di vita propria e indipendente, come si manifesta ad esempio nella coda delle lucertole, che tagliata dal corpo dell'animale continuerebbe a muoversi e a contrarsi perché portatrice di una "forza vitale" da impiegare contro gli effetti anti-vitali del cancro. Pertanto se ne concludeva che, a maggior ragione, l'assunzione dell'intero rettile dovesse vivificare i morenti.
Anche il Palletta, quale principale chirurgo della Lombardia austriaca, si applicò in questa sperimentazione e nel 1784-85 ne forni i risultati nel "Ragguaglio d'alcuni Sperimenti fatti nello Spedale di Milano intorno all'efficacia delle Lucertole prese internamente"; i pazienti sottoposti al trattamento erano quelli affetti da "cancheri", a cui venivano somministrate ogni giorno, per via orate, da una a dodici lucertole vive o anche fino a "venticinque piccole". I risultati conseguiti furono pero deludenti, anzi in alcuni casi non si rilevò "la minima mutazione con l'uso delle lucertole", onde il Palletta arrivò a dubitare che il rimedio potesse riuscire efficace; un dubbio legittimato dal fatto che "le lucertole eran delle migliori, delle più vivaci e grosse, e le traeva da Lonate Pozzolo al caro prezzo di 25 soldi l'una".
GRSD (Gruppo di Ricerca Storica di Dairago)
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