I FOSSILI

Anticamente gli uomini ritenevano che gli esseri viventi non si modificassero nel tempo. A sostenere quest'ipotesi veniva l'autorità del Creazionismo biblico, ripreso dal naturalista svedese Carlo Linneo (1707 - 1778),Carlo Linneo (1707-1778) il quale affermò solennemente che « Le specie sono tante, quante Iddio primariamente ne creò. » Si era infatti convinti che il Signore non avrebbe mai permesso l'estinzione di una sola delle specie da lui create. In seguito, una più scrupolosa osservazione dei fenomeni naturali portò a credere che questa concezione di Dio era errata, e che al contrario nel mondo tutto si evolve, come del resto afferma altrove la Bibbia stessa. Anzi, il principio di continua evoluzione ed involuzione delle realtà terrestri è oggi alla base di ogni branca della Scienza ed in particolar modo della geologia, che studia la costituzione e la struttura della Terra (in greco gea) e ricostruisce la successione cronologica delle vicende che hanno condizionato nel bene e nel male la sua storia. A seconda della struttura della crosta terrestre, tale storia può essere divisa in periodi di lunghezza diversa, le quali però non rappresentano una vera e propria divisione del tempo come quella in anni o in secoli, giacché tra l'una e l'altra sussistono dei periodi intermedi, come dei momenti di passaggio, per cui lo scivolamento da un periodo al successivo è lento e graduale. Solo raramente dei fenomeni catastrofici di varia natura hanno portato a grandi estinzioni di massa delle specie viventi e a radicali mutamenti della faccia della Terra, ed è in corrispondenza di questi eventi che si passa da un'era all'altra (un po' come le guerre tra gli dei e gli eroi segnano il passaggio da un'era all'altra nella mitologia del "Signore degli Anelli" di Tolkien).

Ciò che si può scavare

La lunga storia della vita, che in questo ipertesto noi esploreremo mediante un'ideale Macchina del Tempo, ha visto passare sul nostro pianeta un'interminabile sfilata di esseri viventi, ma solo pochissimi esemplari, testimoni di eventi lontanissimi, sono giunti fino a noi. Com'è stato possibile questo miracolo? Il fatto è che nelle rocce sono rimasti inclusi i resti di una vita antichissima, i fossili (dal latino: "ciò che si può scavare"), i quali a partire dal 1820 circa ci hanno insegnato come era popolata la Terra milioni e milioni di anni fa, come vivevano gli abitatori di quelle lontane ere del mondo, quali erano le loro abitudini, e così via. Di che natura possono essere questi fossili?  Si può trattare di impronte fossili lasciate nel fango o sulla sabbia che, a seguito di diversi processi chimici, si sono solidificati, trasformandosi in rocce; si può trattare di scheletri fossili; le varie parti del corpo, in questi casi, si sono trasformate in rocce ("mineralizzazione") oppure si sono letteralmente sciolte nel terreno che poi col tempo è stato riempito da altre sostanze le quali, solidificandosi, hanno formato un calco dell'animale, fornendoci la preziosa testimonianza della sua struttura, proprio come è accaduto agli sfortunati abitanti di Pompei, sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C. E' importante sottolineare il fatto che noi non riportiamo in luce le vere "ossa" dei dinosauri, ma pezzi di roccia che hanno preso fedelmente il posto dell'originale. Ma potremmo essere più fortunati e rinvenire addirittura interi organismi come mosche intrappolate nell'ambra (fu questo spunto che diede origine al ciclo di romanzi e di lungometraggi di Jurassic Park!). 

Un fossile però può anche derivare dall'attività metabolica dell'organismo vivente fossilizzatosi. Per esempio, per milioni d'anni le primitive alghe verdazzurre sono vissute in un ambiente in cui non c'erano altri esseri viventi che potessero nutrirsi di esse, e così colonizzarono le acque salate dei mari producendo per prime, durante il periodo Algonchiano, l'ossigeno sulla Terra; esse espulsero grandi quantità di sali di calcio derivanti dai processi vitali, cui si deve la costruzione delle Stromatoliti, concrezioni calcaree simili a cuscini, le cui dimensioni vanno da pochi millimetri ad alcuni metri, e che si sono trovate in grandi quantità in nello Zimbawe (le più antiche di esse) e in Australia, presso la Shark Bay.

I fossili si trovano di solito dentro le rocce sedimentarie, diffusissime ovunque e derivate dai depositi trasportati dall'acqua. Dentro le rocce vulcaniche è difficilissimo rinvenirne, vista la loro origine dal magma; solo raramente si trovano fossili come conchiglie intrappolate dentro particolari magmi solidificati. Anche nelle rocce metamorfiche è raro trovare fossili, e quando si rinvengono sono stati fortemente deformati dalle ingenti forze tettoniche all'origine del metarmofismo.

Stratigrafia

Le rocce sedimentarie hanno una classica struttura a strati, ed i fossili in essi contenuti possono essere utilizzati per ricostruire la storia della Terra grazie agli organismi che si sono succeduti nel corso dei millenni. Questa branca della geologia prende il nome di stratigrafia, e fu fondata dall'ingegnere minerario inglese Wiliam Smith (1769-1839), il quale lavorava nelle miniere di carbone inglesi, e per primo fu in grado di riconoscerne le sequenze stratigrafiche nelle miniere, realizzando la prima mappa geologica dell'Inghilterra tra il 1790 e il 1800. Il principio fondamentale della stratigrafia afferma che lo strato più antico e sottostante si è formato per primo, ed il più recente e sovrastante per ultimo, mentre gli altri si sono formati nei periodi intermedi, anche se questa disposizione può essere modificata o addirittura rovesciata da successivi movimenti tellurici, come avviene nelle Alpi svizzere, dove non è difficile ritrovare fossili più antichi sopra fossili più recenti a causa del piegamento della crosta terrestre dovuto allo scontro tra la placca europea e quella africana.

Quando un geologo trova uno strato di roccia contenente dei fossili, può precisare non solo di che strato si tratta, ma anche quando, pressappoco, si è formato. I fossili sono dunque di grande aiuto ai geologi nella suddivisione della storia della Terra in periodi ed ere, e lo sono tanto meglio quanto più breve e definita è stata la durata della loro esistenza. Questi fossili sono detti fossili guida, perché aiutano a riconoscere l'era, il periodo o l'epoca a cui appartengono le rocce che li contengono. I fossili guida inoltre sono utili nella ricerca del petrolio, perché i geologi sanno che molti depositi di petrolio sono stati ritrovati in rocce di una particolare epoca.

Per studiare un'area geologica con questo metodo è necessario realizzare una colonna stratigrafica, ovverossia un grafico che illustra la successione degli strati rocciosi in una determinata zona. Nella provincia in cui abita l'autore di questo sito, la Provincia di Varese, è ad esempio possibile costruire la seguente colonna stratigrafica:

Le rocce che compaiono in questa colonna stratigrafica dal basso in alto, indicate dai numeri da 1 a 27, sono:

1) Basamento metamorfico; 2) Arenarie e conglomerati carboniferi; 3) Tufiti e cineriti; 4) Porfidi e porfiriti; 5) Granòfiro; 6) Arenarie dette "del Servino"; 7) Dolomie del San Salvatore; 8) Scisti di Besano; 9) Calcari di Mèride; 10) Dolomie di Cunardo; 11) Marne del Pizzella; 12) Dolomia principale; 13) Dolomia del Campo dei Fiori; 14) Dolomia a Conchodon; 15) Lacuna di non deposizione nelle Zone di Alto; 16) Calcareniti di Saltrio; 17) Calcari rossastri ammonitiferi ed Hard Grounds; 18) Calcari del Medolo; 19) Depositi residuali; 20) Radiolariti; 21) Rosso ad Optici; 22) Maiolica; 23) Scaglia variegata; 24) Flisch; 25) Gonfolite; 26) Argille plioceniche; 27) Alternanze di depositi morenici ed alluvionali prevalenti.

Come si vede, muoversi dal basso verso l'alto significa compiere un viaggio nel tempo a partire dalle ere più antiche sino al presente. Ad ogni successione geologica corrisponde un diverso periodo geologico, raggiungibile in questo ipertesto mediante un clic su di esso. Per questo ad esempio il Triassico è suddiviso in Inferiore, Medio e Superiore: il primo è individuato dai depositi sottostanti, il secondo da quelli intermedi e il terzo da quelli soprastanti. Perciò "Inferiore" è sempre la suddivisione più antica, e "Superiore" è sempre quella più recente. Ma dove sono localizzati alcuni dei siti stratigrafici sopra indicati? Per poterli individuare facilmente ne ho indicati alcuni sulla seguente cartina della parte settentrionale della provincia di Varese. Le foto, tutte scattate dall'autore di questo sito durante una passeggiata geologica con i suoi studenti, fanno riferimento per mezzo dei numeri ad altrettanti siti indicati sulla cartina:

Il sito indicato con 1 è Baveno, sul Lago Maggiore, in provincia di Verbania. Qui si trova il famoso granito rosa utilizzato per realizzare tante meraviglie architettoniche. Si tratta di una tipica roccia magmatica, il cui nome deriva dalla tipica struttura a grani. La sua origine è ancora controversa, perchè secondo alcuni deriva dal raffreddamento di un magma intruso allo stato parzialmente fuso in rocce preesistenti (ipotesi magmatistica), mentre secondo altri deriva dalla trasformazione di rocce preesistenti allo stato solido (ipotesi trasformistica). Questo granito di Baveno appartiene a un ciclo intrusivo verificatosi nell'era Terziaria. Le doto indicate con 1 mostrano una cava di granito rosa a Baveno e la tipica tessitura in grandi cristalli di questo tipo di roccia.

Il sito indicato con 2 è Brusimpiano, sul Lago di Lugano. Qui si trovano grandi formazioni di gneiss, una roccia metamorfica risalente al Precarbonifero, cioè ad oltre 360 milioni di anni fa: siamo alla base della nostra colonna stratigrafica. Nelle foto indicate con 2 si vedono i miei studenti scalpellare una parete di gneiss (in alto), alcuni frammenti staccati dalla parete (a sinistra) e l'ulteriore frantumazione di essi con martello e scalpello (a destra).

Il sito indicato con 3 è Porto Ceresio, sempre sul Lago di Lugano, dove abbiamo trovato ed osservato del granòfiro di Cuasso, un tipico porfido granitico dalla struttura microcristallina; il nome viene dal vicino comune di Cuasso al Monte. Nella foto indicata con 3 si vedono i cosiddetti "piani di immersione" delle rocce, incredibilmente piegati dalla pressione della zolla africana contro quella eurasiatica, fino a farli diventare quasi verticali! La formazione di questa roccia risale al Permiano, ed è stata datata a 269 ± 13 milioni di anni fa.

Il sito indicato con 4 è la Rasa di Varese, nel territorio dell'omonimo capoluogo: nella foto corrispondente a sinistra si vede una grande balconata calcarea. Questa roccia sedimentaria si formò sotto il livello del mare nel Triassico medio, circa 235 milioni di anni fa, e fu poi spinta ad alta quota dalle forze tettoniche. Nella foto a destra indicata con 4 invece si nota una formazione di breccia, una roccia sedimentaria a grani grossi che tende facilmente a sfaldarsi sotto forma di ciottoli.

Infine, il sito indicato con 5 è Santa Maria del Monte, dove fu edificato il famoso Sacro Monte di Varese: qui si possono trovare le cosiddette marne del Pizzella (una montagna vicina), composte da argilla e da carbonato di calcio (calcite). Questo tipo di roccia deriva da sedimenti fangosi di origine marina, accumulatisi in assenza di correnti d'acqua. Questi depositi a colori alternati, ben visibili nella figura, si sfaldano anch'essi facilmente, ed infatti furono spianati per realizzare il piazzale del Santuario varesino. Essi risalgono al Triassico inferiore, circa 220 milioni di anni fa.

Georges Cuvier (1769-1832)La storia dei fossili

Nel passato i fossili venivano interpretati come resti pietrificati dei fulmini scagliati da Giove sulla Terra, ed ancora nel XVII secolo delle impronte di dinosauro tridattilo rinvenute in America vennero interpretate come le impronte lasciate dal corvo liberato da Noè al termine del diluvio universale!! Ma già Leonardo da Vinci (1452-1519) si era interrogato sull'origine organica dei fossili, ed anche Bernard Palissy (1510-1589), nei suoi "Discours admirables des eaux et des fontaines" (1580), aveva avanzato la medesima ipotesi. Gli studi in tal senso si intensificarono con le prime scoperte scientifiche nel campo della geologia. In un primo tempo si cercò di mettere d'accordo questi risultati con i racconti della Genesi, come fece per esempio Thomas Burnet (1635-1715) nella sua "Telluris Theoria Sacra" del 1681; poi ci si rese conto che i tempi biblici non erano sufficienti per contenere tutti i fossili scoperti. I primi a battere questa strada furono James Hutton (1726-1797), considerato il padre della geologia moderna ("Theory of the Earth with Proofs and Illustrations", 1785), William Smith (1769-1839) e soprattutto Georges Cuvier (1769-1832), il padre della paleontologia dedotta dai fossili, autore delle straordinarie "Recherches sur les ossements fossiles des quadrupèdes", anche se non credeva ancora alla teoria evoluzionistica sviluppatasi nell'800. Fu lui a smascherare il cosiddetto "Homo diluvii testis"; vale la pena di accennare a questo istruttivo episodio.

Nelle paludi del Miocene viveva la salamandra gigante Andrias Scheuchzeri, della quale fu poi ritrovata anche una forma sopravvissuta nell'Asia orientale ed assai più piccola, la Sieboldia maxima del Giappone. Il suo nome, "Andrias", significa "simile all'uomo", mentre non si capisce in cosa questa salamandra potesse essere simile all'uomo. Il fatto è che nel 1726 in una miniera di Öhningen (Germania) il naturalista svizzero Johann Jakob Scheuchzer (1672 - 1733) rinvenne lo strano fossile visibile qui sotto, che egli identificò nientemeno che come lo scheletro di uomo affogato nel diluvio universale; le sue dimensioni (circa 3 metri) lo facevano infatti passare per uno dei "famosi giganti dei tempi antichi" di cui parla il sesto capitolo del libro della Genesi. Per questo il fossile fu battezzato "Homo diluvii testis", cioè "uomo testimone del diluvio". Fu proprio Georges Cuvier a dimostrare che si tratta in realtà di una salamandra gigantesca: quello che era stato creduto il bacino, era in realtà il cranio, ed infatti, grattandolo, ne riportò alla luce i denti! Il nome ancor oggi rende ragione dell'equivoco colossale in cui caddero i naturalisti del '700.

Homo diluvii testis

 

La datazione dei fossili

Sorge però spontanea una domanda: com'è possibile datare questi resti fossili, cioè fornire per essi un'età assoluta in anni o in milioni di anni, e non una relativa del tipo "il fossile A è più antico del fossile B"? I metodi utilizzati nelle analisi risalgono tutti alla seconda metà del '900 e si basano fondamentalmente sul decadimento degli isotopi radioattivi di alcuni elementi pesanti: ogni isotopo radioattivo ha un tempo fisso di dimezzamento e quindi, misurandone la quantità contenuta nel fossile, è possibile risalire alla sua età. Gli isotopi utilizzati variano naturalmente a seconda che si debbano datare rocce più recenti o più antiche.

Il metodo del carbonio 14 è impiegato per la datazione di reperti di origine organica o contenenti sostanze organiche risalenti al Neozoico (era quaternaria). Esso dimezza esattamente in 5730 anni, ed è sempre associato all'isotopo stabile 12C . E' chiaro che, finché l'individuo è vivo, ingerisce carbonio ma, non appena muore, la quantità del 12C non varia più. Varia invece la quantità dell'isotopo 14C; misurando il rapporto isotopico tra i due è facile risalire all'età del campione. In nessun modo però questo metodo potrà essere usato per datare campioni più vecchi di 30.000 anni. Per sapere come si fa a datare i fossili con il metodo del 14C andate all'esercizio 2.

Per fossili più antichi come quelli di dinosauro si usa il 40K (potassio 40), che decade in 40Ar (argo), oppure il 147Sm (samario) che decade in 143Nd (neodimio) con emissione di particelle alfa. Quest'ultimo è stato recentemente impiegato per rocce del periodo Archeano, vecchie più di un miliardo d'anni.  

Invece il metodo delle tracce di fissione si basa sul decadimento dell'isotopo 238U: esso avviene, oltre che per emissione di particelle alfa, a causa della fissione spontanea. In altre parole, esso si disintegra in due nuclidi di massa intermedia ad alta energia cinetica: sono le celebri "scorie" radioattive, tanto di attualità, dalla cui presenza è possibile risalire all'età di rocce vulcaniche. In pratica si usa una specie di "reattore nucleare naturale"...

Dal topo all'elefante

Diventare grandi non è mai facile. Evolutivamente parlando, ancora meno. È stato infatti calcolato che ci vogliono qualcosa come 24 milioni di generazioni per passare dalla taglia mignon di un topolino alla poderosa stazza del più grande mammifero terrestre vivente sulla terra, l'elefante. Rimpicciolirsi, invece, è un processo più rapido: per una riduzione di dimensioni anche estrema possono bastare centomila generazioni. Il calcolo è stato eseguito da un gruppo internazionale di biologi e paleontologi, che hanno misurato il tasso di crescita nei mammiferi su grande scala. Uno studio unico, visto che finora la maggior parte delle ricerche si è concentrata sulla microevoluzione, ossia sui mutamenti all'interno della stessa specie. Sotto la guida del dottor Alistair Evans della Monash University School of Biological Sciences, in Australia, il gruppo è arrivato alla conclusione che per il proverbiale salto da topo ad elefante, un cambiamento di grandezza enorme, ci vuole molto, molto tempo, , mentre per un balzo più contenuto, come passare dalle dimensioni di un coniglio a quelle di un elefante, occorrono 10 milioni di generazioni.

Sotto l'occhio attento di ricercatori e biologi evoluzionisti sono finiti 28 diversi gruppi di mammiferi, dagli elefanti ai primati alle balene, provenienti da continenti ed oceani diversi, lungo l'arco temporale degli ultimi 70 milioni di anni. Il loro studio si è concentrato sui mutamenti delle dimensioni corporee seguiti di generazione in generazione piuttosto che su base annua, per permettere un paragone adeguato fra specie con una durata di vita media molto diversa: dai due anni del topo agli 80 dell'elefante. Gli studiosi si sono accorti che in acqua l'aumento di massa è più veloce. Se sono occorsi dieci milioni di generazioni perché i mammiferi terrestri raggiungessero la loro crescita massima, fra i loro simili marini, le balene ad esempio, ne sono stati necessari solo la metà. Una spiegazione potrebbe consistere nel fatto che in acqua avere una taglia grande è utile, aiutando a sostenere il peso.

Ma la vera sorpresa è costituita dall'osservazione che le dimensioni diminuiscono molto più velocemente rispetto a quanto non aumentino, dieci volte più rapidamente: uno scarto che nessuno si era aspettato. Per trovare una spiegazione, gli scienziati hanno focalizzato la loro attenzione sugli animali le cui dimensioni sono fortemente diminuite nel tempo, come il mammut pigmeo, l'ippopotamo nano, e persino gli "hobbit" trovati in Indonesia nell'isola di Flores. Le dimensioni ridotte per loro erano indubbiamente un vantaggio, per adattarsi all'ambiente. Piccolo, quindi, può essere assai utile, perché più si è ridotti, di meno cibo si ha bisogno e ci si riproduce più velocemente.

Fossili viventi

Il termine "fossile vivente", apparentemente contraddittorio, fu coniato da Charles Darwin per indicare particolari tipi di organismi animali o vegetali ritenuti estinti in epoche geologiche lontane, ma dei quali sono stati poi scoperti esemplari tuttora in vita. Di solito si tratta di organismi con caratteristiche morfologiche primitive e soggetti ad un processo evolutivo molto lento. Ne sono esempi l'opossum, mammifero marsupiale che presenta caratteri molto simili ai suoi parenti del Cretacico; il limulo, un artropode praticamente identico alle forme fossili del Giurassico, e il cefalopode Nautilus, invariato dal Triassico ad oggi, ritenuto estinto fino al 1829, quando per la prima volta ne venne osservato uno in vita. Anche gli squali, comparsi nel Devoniano, circa 400 milioni di anni fa, si sono evoluti assai poco nel corso dell'Anno della Terra, ma le loro caratteristiche li hanno resi immuni ai mutamenti geologici, climatici, biologici che li circondavano. Ancora oggi ne esistono moltissime specie, a dimostrazione dell'efficienza del loro modello strutturale.

Non mancano degli organismi che sono gli unici rappresentanti viventi di gruppi estinti da lungo tempo. Questo è il caso del pesce Latimeria, pescato in Sudafrica nel 1938 e creduto estinto da 120 milioni di anni, del quale riparleremo a proposito dei Crossopterigi del Devoniano, e del genere Ginkgo, un albero comparso nel Giurassico e arrivato ai giorni nostri con l'unica specie Ginkgo biloba senza modifiche sostanziali.

 

L'amico Sergio Germàn Stinco accanto ad un colossale femore di Teropode riportato alla luce in Patagonia nell'ambito del Proyecto Dino

 

I fossili "impossibili"

Dato che stiamo trattando dei fossili, cioè dei "messaggi in bottiglia" lanciati a noi dalle profondità del passato, non possiamo non fare cenno ai cosiddetti "fossili impossibili" o OOPART (dall'acronimo "Out Of Place Artifacts", cioè "artefatti fuori posto"): si tratta di oggetti che la paleontologia ufficiale non può classificare, in quanto all'epoca in cui essi sono datati non esistevano artigiani in grado di forgiarli (o non esisteva proprio alcun artigiano). Lasciamo da parte gli OOPART archeologici, cioè quelli che testimonierebbero una civiltà avanzata anche nel buio della Preistoria quando l'uomo già esisteva, o al tempo dei Greci, dei Romani o dei Maya, e concentriamoci sugli OOPART paleontologici, che secondo i loro scopritori risalirebbero ad un'epoca in cui l'uomo ancora non era comparso sulla Terra, stando alla paleontologia "ufficiale". Chi sostiene a spada tratta l'autenticità di questi enigmatici reperti, ritiene che sul nostro pianeta siano fiorite civiltà già avanzate quando l'uomo era ancora agli inizi della sua evoluzione, o addirittura quando gli ominidi non erano ancora apparsi. Le spiegazioni possibili da esse addotte sono due. La storia della vita sulla Terra non è stata lineare e progressiva ma ciclica, ed altri esseri intelligenti apparvero in ere lontane per poi estinguersi in seguito a qualche catastrofe naturale o addirittura a una guerra atomica (destino che attenderebbe in agguato anche la nostra superba civiltà tecnologica); oppure, tesi cara agli ufologi, il nostro mondo sarebbe stato visitato nella notte dei tempi da astronavi aliene, le quali avrebbero "dimenticato" alcuni loro accessori finiti poi negli strati geologici, e riportati oggi alla luce da moderni Indiana Jones.

Si tratta senza dubbio di ipotesi affascinanti, che però sono destituite di ogni fondamento e destinate a rimanere confinate per sempre nei romanzi di fantascienza. Infatti, una volta sottoposti ad esami più approfonditi, tutti o quasi gli OOPART si sono rivelati falsi abilmente confezionati o reperti sottoposti ad erronee datazioni da parte dei loro scopritori, in buona fede ma desiderosi di diventare celebri grazie a qualche scoperta strabiliante. Ecco una lista in ordine cronologico di alcuni di questi fossili fuori posto, ormai riconosciuti come mistificazioni o come esempi di errata classificazione stratigrafica.

1) Le sfere metalliche di Klerksdorp. Sono state ritrovate nell'omonima località in Sudafrica, ed alcuni le hanno ritenute vecchie di ben 2,8 miliardi di anni! Questi strani oggetti con alcune linee incise sono stati interpretati dal professor A. Bisschoff dell'Università di Potchefstroom presso Johannesburg come noduli di limonite. Non è chiaro se le linee siano dovute a una lavorazione successiva da parte degli scopritori, allo scopo di rendere unici gli oggetti, o a una insolita stratificazione interna del nodulo. L'età comunque è molto inferiore ai 2,8 miliardi di anni ad esse attribuiti, altrimenti le pressioni generate dagli eventi geologici avrebbero deformato sensibilmente la loro sagoma sferica.

2) Il vaso di Dorchester. Ritrovato nel Massachusetts e datato a 320 milioni di anni fa, è realizzato in metallo di squisita fattura, e secondo alcuni raffigurerebbe delle piante risalenti al Cambriano, ma per i più sarebbe una burla ad opera degli operai del cantiere dove è stato rinvenuto. 

3) Il martello di London. Venuto alla luce nel Texas, secondo certuni dovrebbe essere datato a 115 milioni di anni o addirittura a 400 milioni di anni fa, come le rocce della zona in cui è stato rinvenuto. Senz'altro è uno dei casi più lampanti di falso paleontologico in grado di ingannare l'internauta medio, ma non degli esperti del settore. In esso infatti non sono presenti gli aloni di diffusione delle particelle metalliche che avrebbero dovuto prodursi nella roccia in milioni di anni, né si è verificata la pietrificazione del manico di legno del martello. Inoltre, dal momento che si tratta di una roccia metamorfica, sottoposta ad enormi pressioni e temperature, sia il manico che la testa del martello dovrebbero essere fortemente deformati, circostanza che invece non si è veruficata.

4) Il dito del Comanche Peak. Questo invece è un esempio di falso involontario dovuto ad errata classificazione nell'entusiasmo di aver scoperto qualcosa di unico. Si tratta di un presunto dito umano fossile, risalente a 100 milioni di anni fa e ritrovato nella Walnut Cretaceus Formation del Comanche Peak, in una riserva del New Mexico. I più lo ritengono un carapace fossile, o semplicemente una pietra con una forma singolare.

La presunta "Mappa del Creatore"5) La Mappa del Creatore o pietra di Dashka. Nel 2002 il quotidiano russo "Pravda" diede la notizia che nella Baschiria, regione autonoma della Russia, il ricercatore Aleksandr Chuvirov avrebbe ritrovato una lastra di pietra, di 1,48 m di altezza per 1,06 m di larghezza e pesante circa una tonnellata, da lui datata ad almeno 20 milioni di anni fa e battezzata "pietra di Dashka" in onore della nipotina, nata il giorno prima; secondo l'autore della scoperta, essa raffigurerebbe il territorio degli attuali Urali come erano 120 milioni di anni fa, attraversati da enormi canalizzazioni di cui si è persino tentato di dimostrare l'esistenza attraverso prospezioni geologiche. Successive indagini hanno mostrato l'assoluta inconsistenza di questa ipotesi: come è possibile riconoscere nelle pieghe di una lastra di pietra l'orografia di una zona della Russia che 120 milioni di anni fa era completamente diversa da com'è oggi? Tra l'altro nell'articolo della Pravda si affermava che alcuni elementi della pietra di Dashka erano stati studiati dal "Centro di Cartografia Storica del Wisconsin", e che secondo questo istituto solo dei rilievi aerei avrebbero potuto permettere la stesura della mappa. Tuttavia non esiste nel Wisconsin nessun "Centro di Cartografia Storica"; l'unico istituto di cartografia esistente in Wisconsin è il "The History of Cartography Project", che ha categoricamente smentito di aver mai visionato la pietra di Dashka.

6) Le impronte di Paluxy. Ritrovate sulle rive del fiume Paluxy, in Texas, sono state interpretate da alcuni come impronte umane contemporanee a quelle dei dinosauri, e per questo sono state largamente sfruttate dagli antievoluzionisti, i quali sostengono che uomini e dinosauri sono stati creati insieme da Dio nel sesto giorno della Creazione. Analisi più approfondite hanno però accertato che si tratta solo di impronte di dinosauri di vario tipo: le presunte "tracce umane" (in realtà di dimensioni assai maggiori di quelle di un piede umano) sono orme di dinosauri bipedi che, almeno in certe occasioni, posavano al suolo le piante ed i calcagni durante la camminata. Il collasso del fango all'interno delle impronte delle dita avrebbe dato loro una forma vagamente umana, ma per molte di esse è possibile ancora riconoscere la traccia tridattile poco profonda che ne indica l'origine dinosauresca. Anche le affermazioni secondo cui alcune di queste impronte avrebbero tracce umane al loro interno si sono dimostrate senza fondamento.

7) L'omero di Kanapoi. Riportato alla luce nel 1965 in Kenya dagli antropologi Bryan Patterson e William W. Howells, è stato datato a 5 milioni di anni fa, ma gli scopritori sostennero che apparteneva ad un uomo di tipo moderno, apparso certamente in tempi molto più recenti. Anche in questo caso uno studio più attento del fossile ha categoricamente escluso questa ipotesi, attribuendo l'omero ad un ominide assai più antico.

8) Gli scheletri di Castenedolo. Anche quattro scheletri fossili riportati alla luce nel 1920 dal geologo Giuseppe Regazzoni presso Castenedolo, in provincia di Brescia, sono anatomicamente umani ma giacevano in una formazione del Pliocene Medio risalente a quattro milioni di anni fa. In seguito tuttavia gli scheletri sono stati datati con il suddetto metodo del carbonio 14, e si è visto che risalgono ad un'epoca molto più recente: evidentemente sono stati sepolti dai loro compagni dentro quella formazione rocciosa.

Il "geode" di Coso9) Il geode di Coso. Fu scoperto il 13 febbraio 1961 nei pressi del lago Owens, in California, da tre cercatori di pietre rare, Wallace Lane, Virginia Maxey e Mike Mikesell; datato a 500 mila anni fa, al suo interno è stato trovato un oggetto metallico. Oggi l'oggetto è andato perso, dopo essere rimasto per anni nella casa di Wallace Lane, senza poter essere sottoposto ad ulteriori analisi; Lane tentò di vendere l'oggetto per 25.000 dollari, una cifra considerevole, ma non trovò alcun acquirente. In realtà, a dispetto del nome, non si trattava di un vero geode ma di un grumo di roccia argillosa in cui si è trovato anche un pezzo di chiodo. La presenza dell'oggetto è stata strumentalizzata da vari gruppi ufologici, che ai pochi dati divulgati dagli scopritori hanno aggiunto numerose informazioni fasulle, subito circolate sulla stampa mondiale aumentando il mistero intorno all'oggetto. Nel 1999 tuttavia l'oggetto è stato identificato senza ombra di dubbio da un gruppo di collezionisti d'auto d'epoca come una candela per autocarro di marca Champion, di uso comune negli anni '20. Molto probabilmente quindi si tratta di uno scherzo.

10) Il teschio di Broken Hill. Si tratta di un cranio umano risalente a 150-300.000 anni fa e riesumato nello Zambia, che presenta sulla tempia sinistra un foro perfetto, privo di linee radiali, come se gli avessero sparato con una pistola od un fucile. Il foro può essere spiegato più semplicemente come una ferita dovuta al canino di un grosso predatore, o a una foratura artificiale del cranio, pratica rituale usata per scacciare gli spiriti maligni. Lo stesso dicasi per il cosiddetto teschio della Yakuzia, una regione della Russia, appartenuto ad un bisonte, che secondo alcuni presenterebbe sulla fronte il foro di una pallottola.

Ah, una precisazione prima di proseguire: il tanto preteso conflitto tra Creazionismo ed Evoluzionismo che ha turbato i sonni di tanti scienziati, filosofi e religiosi nell'ultimo secolo e mezzo, semplicemente non ha ragion d'essere, per cui non vi è alcun contrasto tra quello che io sto esponendo in questo ipertesto e la fede in un qualunque credo religioso. Perchè? Lo comprenderete molto facilmente se leggerete questa intervista all'astrofisico Piero Benvenuti, pubblicata sul Corriere della Sera l'8 novembre 2008, e questo articolo di Fiorenzo Facchini pubblicata sull'Osservatore Romano del 16 gennaio 2011. Semplice, no?

A questo punto però vi sento rimuginare un'altra domanda: se si riesce a datare con sufficiente precisione i fossili da noi ritrovati, è possibile realizzare una precisa cronologia della storia del pianeta Terra? Per rispondere a questa domanda, cliccate qui e proseguite nel vostro viaggio a bordo della nostra ideale macchina del tempo!

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