I Sette Angeli

L'Annuncio del Giudizio
Come si è visto nel capitolo precedente, la Bestia del Mare rappresenta qualsiasi impero politico autoritario ed assolutista, ostile a Cristo ed alla sua Chiesa. Al tempo di Giovanni un tale impero era rappresentato dalla Roma pagana, che nell'Apocalisse riceverà il nome simbolico ma trasparente di Babilonia, dalla grande città Mesopotamica che aveva perseguitato per secoli il popolo di Dio dell'Antico Testamento e distrutto il Tempio di Gerusalemme. Per questo Giovanni insiste tanto a lungo sull'esecuzione del Giudizio di Dio sopra la Roma pagana. E così, dopo un profetico annunzio anticipatore che proclama il giudizio di Dio come già avvenuto (la solita anticipazione che rappresenta uno dei principali elementi stilistici dell'Apocalisse), si passa alla descrizione del castigo di Roma pagana.

Tanto per cominciare, in contrapposizione alla scena precedente, dominata dalla trinità diabolica, entrano ora in scena i giusti, cioè i centoquarantaquattromila eletti di cui si è parlato in 7,1-8. Naturalmente si tratta dei martiri e più in generale dei Cristiani seguaci dell'Agnello, che ora si erge glorioso sul Monte Sion:

« Poi guardai, ed ecco l'Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo » (14,1)

L'Agnello dell'Apocalisse, miniatura dell'870 circa, Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek

L'Agnello dell'Apocalisse, miniatura dell'870 circa,
Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek

 

L'Agnello appare qui ritto sul Monte Sion, quello su cui sorgeva il Tempio di Gerusalemme, come segno di vittoria e di glorificazione suprema. Anche in un altro testo apocrifo, il Quarto Libro di Esdra, si guarda al Monte Sion  in questa luce escatologica:

« Io, Esdra, vidi sul Monte Sion una grande moltitudine che non si poteva contare e che lodava il Signore con canti (...) Io domandai all'angelo: "Chi sono, mio signore?" Ed Egli mi rispose: "Questi sono quanti hanno gettato via le vesti mortali ed hanno indossato quelle immortali, confessando il Nome di Dio" » (2,42-45)

Si vede bene come San Giovanni si ispira ad una tradizione apocalittica già molto consolidata e ad un repertorio di simboli certo non sconosciuti ai lettori del suo tempo. Così come i seguaci del Falso Profeta portano impresso il Numero della Bestia, così i seguaci di Cristo portano sulla fronte il nome di Dio: un'immagine, questa, che richiama i filatteri, piccoli astucci di cuoio contenenti un pezzo di carta con versetti biblici che gli Ebrei osservanti portano sulla fronte nel corso delle cerimonie più solenni. I giusti intonano un "canto nuovo", cioè perfetto, analogo a quello di Mosè in Esodo 15: un inno che celebra la liberazione piena e definitiva degli Eletti dall'oppressione del Male. Di essi inoltre si dice:

« Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l'Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l'Agnello. Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia » (14,4-5)

Essi sono descritti come "vergini" nel senso che si sono astenuti dal venerare il dragone: nelle Scritture, infatti, l'idolatria è sempre tratteggiata con la metafora della prostituzione. Sono le "Primizie di Dio", cioè le realtà più preziose tra tutte quelle consacrate al Signore, come avveniva per le primizie offerte a Dio nei sacrifici sul Tempio. Non a caso, sulla scia di Isaia 53,9 e di Sofonia 3,13 essi risultano liberi da ogni menzogna, essendo la Verità uno degli attributi di Dio, mentre Giovanni nel suo Vangelo definiva il demonio "Padre della Menzogna" (Gv 8,44); e, sulla scia di Esodo 12,5, sono "senza macchia" come le offerte sacrificali.

Al canto dei giusti fa eco la voce di tre angeli che proclamano un "Vangelo Eterno", cioè una Buona Novella che non avrà mai bisogno di alcun perfezionamento né aggiunta, e che non verrà mai più smentita da alcun capovolgimento storico. Il lieto annuncio è quello della caduta della città simbolo di tutte le idolatrie, di tutte le oppressioni e di tutte le perversioni, che umilia il popolo di Dio sulla scia di Isaia 40,41:

« Poi vidi un altro angelo che volando in mezzo al cielo recava un vangelo eterno da annunziare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e popolo. Egli gridava a gran voce: "Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l'ora del suo giudizio. Adorate colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti delle acque." Un secondo angelo lo seguì gridando: "È caduta, è caduta Babilonia la grande, quella che ha abbeverato tutte le genti col vino del furore della sua fornicazione." Poi, un terzo angelo li seguì gridando a gran voce: "Chiunque adora la bestia e la sua statua e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, berrà il vino dell'ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell'Agnello. Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome."
Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù.
Poi udii una voce dal cielo che diceva: "Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono." » (14,6-13)

Il giudizio divino sarà inesorabile per chi ha adorato la Bestia Satanica, come si è visto nel capitolo precedente, e ne è stato marchiato come uno schiavo con un sigillo indelebile; il giudizio è eseguito con il tradizionale simbolismo punitivo dello zolfo e del fuoco, usato anche nei Vangeli; ed infatti, come farà più avanti la stessa Apocalisse, l'Inferno sarà descritto come uno stagno di fuoco e di zolfo ardenti (19,20; 20,10; 21,8): tale apparirà anche agli occhi dei Veggenti di Fatima, che ne saranno letteralmente sconvolti. I giusti invece riposeranno nella pace divina, ricevendo la debita ricompensa per le loro opere buone. Le parole « Beati i morti che muoiono nel Signore » vengono da allora scritte sui cimiteri cristiani, tanto da essere leggibili persino nel cimitero del mio paese natale, Lonate Pozzolo.

L'Uomo sulla Nube
Ed ecco che, a dare compimento alle parole dei Suoi Angeli, appare Gesù Cristo in persona, simile a un Figlio di Uomo (cfr. Daniele 7,13), su di una nube bianca nel cielo, con una corona d'oro in capo (dunque nello splendore della Sua regalità) e una falce tagliente in mano. In tal modo Egli dà compimento alle proprie stesse parole, che Giovanni deve aver udito innumerevoli volte con le proprie stesse orecchie:

« Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. » (Matteo 24,30)

« Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. » (Marco 13,26-27)

A proposito del biancore della nube, giova riportare un'altra citazione di Pietro Citati da "La Luce della Notte":

« Credo che in tutta la letteratura non esista, come comprese Dante in uno degli ultimi canti del "Purgatorio", un libro più bianco dell'Apocalisse: un bianco incandescente a forza di essere imbevuto e sopraffatto di luce: il bianco dei capelli di Cristo, dei corpi e delle vesti trasfigurate, delle liturgie cosmiche, delle ultime profondità dei Cieli, della purificazione e della vittoria: bianco di cui nessuna pittura umana, nemmeno il più luminoso mosaico paleocristiano o la più radiosa icona, riesce a trasmetterci il ricordo. »

Cristo ha in mano una falce, con la quale compirà un'opera di mietitura e di vendemmia. Entrambe queste azioni, tipiche di una civiltà contadina come quella ebraica, compaiono già nell'Antico e nel Nuovo Testamento come immagini del Giudizio Divino. Questo tema ricorre infatti nella famosissima parabola della zizzania (Matteo 13,24-30); Isaia 63,3 e Gioele 4,13 descrivono il giudizio anche con la metafora, indubbiamente di grande efficacia, della pigiatura dell'uva, qui ripresa al versetto 20:

« Date mano alla falce, perché la messe è matura; venite, pigiate, perché il torchio è pieno e i tini traboccano, tanto grande è la loro malizia! » (Gioele 4,13)

« Allora colui che era seduto sulla nuvola gettò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta. Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, anch'egli tenendo una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, uscì dall'altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: "Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature."
L'angelo gettò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e gettò l'uva nel grande tino dell'ira di Dio. Il tino fu pigiato fuori della città, e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di milleseicento stadi. » (14,16-20)

Milleseicento stadi è una misura enorme, equivalente a circa 300 chilometri, che dà una dimensione iperbolica al giudizio divino. Il tino è posto fuori città, cioè fuori dalle mura di Gerusalemme, e ciò che ne fuoriesce è il sangue dei peccatori: segno, questo, di una punizione durissima della Città Santa, che probabilmente allude alla distruzione da parte di Tito nel 70 d.C. Al bianco della nube subentra così un altro tremendo colore, lo scarlatto del sangue che si sparge all'intorno per centinaia di miglia. Questa immagine truculenta, oltre a sottolineare l'estrema diffusione del Male e l'altrettanto estremo castigo lanciato da Cristo, evoca la completa devastazione della Palestina operata dagli eserciti romani, devastazione che gli Ebrei contemporanei (tra cui lo stesso San Giovanni) sentirono come un disastro nazionale, e come segnale della fine di un'era, che secondo alcuni preludeva addirittura alla fine dell'universo intero.

« Mentre nel cielo continuano a irradiare le immagini incandescenti della bianchezza », prosegue Pietro Citati, « l'Apocalisse diventa il libro della vendetta di Dio. Tutta la violenza dei profeti biblici si concentra e si condensa, e nulla sembra placare il gesto sempre realizzato, sempre imminente che scende dall'alto. Cristo, che avevamo contemplato coi capelli bianchi di luce e candido come l'Agnello, è ora lo Jahvè di Isaia, il giustiziere con le vesti rosse di sangue umano. Versa sopra la testa il calice in cui si raccoglie il vino del furore di Dio, quel vino che fa inebriare e rende folli, come il vino di Babilonia. Poi falcia i grappoli maturi della vigna terrena, li getta nel gran tino dell'ira di Dio e li pigia coi piedi. Quest'uva è carne di uomini; e dal tino esce sangue, che macchia la sua veste candida, esce nella pianura, sale fino al morso dei cavalli, trasformando la terra in un lago scarlatto. »

Il Primo Settenario degli Angeli
Come avete potuto notare durante la lettura di questo capitolo, abbiamo avuto come una sfilata di sette Angeli; e probabilmente questo settenario di angeli non è che un settenario di presentazione del giudizio di Dio, chiaramente in parallelo, secondo le intenzioni dell'Autore, con il settenario dei sigilli nella prima sezione profetica del libro. Si tratta perciò soltanto di un preludio letterario al settenario degli angeli con le coppe che costituisce, come già quello delle sette trombe, la vera esecuzione dei giudizi di Dio sulla Bestia politica ostile a Cristo ed alla sua Chiesa, allora incarnata nell'Impero Romano.

Tuttavia l'Autore non si è servito di un tale preludio letterario per fare puro sfoggio di immaginazione e di bravura artistica, ma per darci ancora una volta la misura dell'incontrovertibile Giudizio di Dio:

Insomma, Giovanni vuole invitarci a fare in modo che la certezza del giudizio di Dio sia sempre presente al nostro pensiero, non certo per paralizzarci in un incubo spaventoso, ma per incitarci ad agire instancabilmente per la gloria di Dio ed il bene degli uomini. Gesù Cristo che viene sulla nube bianca e mena all'impazzata la falce affilata non è visione che deve spaventarci: la nuvola bianca infatti è simbolo della Gloria celeste e della pace dei figli di Dio. Questo elemento simbolico del colore bianco è frequente nell'Apocalisse, e suona certamente di buon augurio per chi osserva la Parola del Signore.

Gli Angeli dell'Apocalisse, dagli affreschi della cripta della cattedrale di Anagni, circa 1230

Gli Angeli dell'Apocalisse, dagli affreschi della
cripta della cattedrale di Anagni, circa 1230

 

Il Secondo Settenario degli Angeli
Dopo la visione di preparazione eccoci, ora, alla visione di esecuzione dei castighi di Dio sulla Roma pagana persecutrice della Chiesa, prima con Nerone e poi con Domiziano. La descrizione simbolica che Giovanni fa di questi castighi si articola in due momenti; ma sono due momenti d'arte, non due successivi momenti cronologicamente distinti. Tutto infatti avviene e finisce con il Settenario degli Angeli con i Flagelli delle Coppe, e se poi, al termine del settenario, si passa alla descrizione di Roma/Babilonia, essa non deve trarre in inganno, poiché è posta in quel punto solo per rendere più lugubre il lamento sulla rovina della Prostituta che segue subito dopo.

« Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi si deve compiere l'ira di Dio.
Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco, e coloro che avevano vinto la Bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine, cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell'Agnello: "Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati." » (15,1-4)

Tutto, come si vede, è dominato dal ricordo di Mosè e dell'Esodo dall'Egitto: il mare di cristallo misto a fuoco è una probabile allusione al Mar Rosso, dato che i giusti stanno ritti su di esso (quel "misto a fuoco" fa tornare alla mente le fiaccole umane accese da Nerone per illuminare Roma di notte). E siccome dopo aver passato quest'ultimo Mosè e Myriam, sua sorella, intonano un Cantico di Trionfo che è tra le pagine più antiche della Bibbia mai messe per iscritto (Esodo 15,1-21), anche qui i giusti cantano un inno di liberazione (il cantico di Mosè) ed uno di glorificazione dell'Agnello, presentato proprio come nuovo Mosè che conduce il Nuovo Popolo di Dio, vincitore sulla Bestia, attraverso un nuovo mare, simbolo ovviamente delle persecuzioni. L'inno è tutto intessuto di citazioni veterotestamentarie (Salmo 111,2; Salmo 139,14; Amos 4,13; Deuteronomio 32,4; Salmo 145,17; Geremia 10,7; Salmo 86,9), ed è certamente da annoverarsi tra i capolavori poetici del Nuovo Testamento.

Ed ecco che, come accaduto prima del grande segno della Donna Vestita di Sole, si riapre il Santuario nel Cielo, e ricompare in esso la Tenda della Testimonianza, cioè quella sotto cui l'Arca viaggiava nel deserto (altra citazione della liberazione mosaica dall'Egitto, dunque): segno che sta per realizzarsi un altro evento epocale. Dal Tempio Celeste, simbolo della trascendenza divina, escono sette angeli, che altro non sono che gli esecutori del volere di Dio, quasi emanazioni della Sua onnipotenza. Si pensi al racconto del roveto ardente:

« L'angelo del Signore apparve a Mosè in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. (...) Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè, Mosè!" Rispose: "Eccomi!" » (Esodo 3,2.4)

Come si vede, è l'Angelo del Signore che appare nel roveto, ma è Dio in persona che lo chiama. Nel Pentateuco l'Angelo non è distinguibile dal Signore, del quale è come una estroflessione; lo stesso discorso vale per i tre uomini che si presentano ad Abramo in Gen 18, spesso presentati come tre angeli, ma dei quali uno parla con Abramo come se fosse Dio stesso; il Signore vuole andare a vedere di persona se a Sodoma si commette un peccato così grave, ma in città entrano i suoi due angeli. Solo in epoca ellenistica (vedi i libri di Tobia e dei Maccabei) viene concepito come una persona a sé stante. Traccia di questa identificazione tra Dio e i Suoi Angeli resta proprio in questi Angeli che escono dal Tabernacolo, cioè dal segno stesso della Shekinah, la Presenza Divina. Essi poi sono vestiti di lino  splendente e cinti al petto di cinture d'oro, così da ricordare il Cristo apparso in visione a Giovanni nel primo capitolo dell'Apocalisse: l'identificazione prosegue.

« Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d'oro colme dell'ira di Dio che vive nei secoli dei secoli. Il tempio si riempì del fumo che usciva dalla gloria di Dio e dalla sua potenza: nessuno poteva entrare nel tempio finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli.
Udii poi una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli: "Andate e versate sulla terra le sette coppe dell'ira di Dio." » (15,7-16,1)

Il termine greco pleghè, "flagello", indica letteralmente un colpo estremamente violento, tale da infliggere ferite gravi. Continuando il parallelismo con l'avventura di Mosè che caratterizza tutta questa parte dell'Apocalisse, i sette flagelli evocano sette delle dieci piaghe d'Egitto; il numero sette, come al solito, evoca pienezza e definitività. I flagelli sono infatti detti "ultimi", perchè con essi il rigore del castigo raggiunge il suo culmine.

Le prime tre coppe
Il contenuto della prima coppa, versata sulla Terra, evoca la sesta piaga, quella delle ulcere:

« Presero dunque fuliggine di fornace, si posero alla presenza del faraone, Mosè la gettò in aria ed essa produsse ulcere pustolose, con eruzioni su uomini e bestie. I maghi non poterono stare alla presenza di Mosè a causa delle ulcere che li avevano colpiti come tutti gli Egiziani » (Esodo 9,10-11)

« Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della Bestia e si prostravano davanti alla sua statua » (16,2)

La seconda coppa trasforma le acque del mare in sangue, e la terza fa subire la stessa sorte ai fiumi e alle sorgenti, come era accaduto al Nilo percosso dal bastone di Mosè nella prima piaga:

« Aronne alzò il bastone e percosse le acque che erano nel Nilo sotto gli occhi del faraone e dei suoi servi. Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue. I pesci che erano nel Nilo morirono e il Nilo ne divenne fetido, così che gli Egiziani non poterono più berne le acque. Vi fu sangue in tutto il paese d'Egitto. » (Esodo 7,20-21)

« Il secondo versò la sua coppa nel mare che diventò sangue come quello di un morto, e perì ogni essere vivente che si trovava nel mare. Il terzo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue. » (16,3-4)

Il sangue evoca quello sparso dai martiri: i persecutori sono ripagati da Dio con la stessa moneta. A questo punto infatti, come al solito a metà del settenario, Giovanni stesso ne spiega il senso:

« Allora udii l'angelo delle acque che diceva: "Sei giusto, tu che sei e che eri, tu, il Santo, poiché così hai giudicato. Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti, tu hai dato loro sangue da bere: ne sono ben degni!" » (16,5-6)

Quanto all'Angelo delle Acque, negli scritti giudaici si trovano spesso Angeli, chiamati anche i Vigilanti perchè non dormono mai, preposti da Dio agli elementi naturali (pioggia, grandine, vento, fuoco, luce, moti degli astri...): in un'epoca in cui la scienza era indistinguibile dalla teologia, erano gli spiriti stessi i responsabili di tutti i fenomeni naturali.

La quinta coppa, Apocalisse mozarabica conservata nella Biblioteca Reale di San Lorenzo, El Escorial

La quinta coppa, Apocalisse mozarabica conservata
nella Biblioteca Reale di San Lorenzo, El Escorial

 

Altre tre coppe
La quarta coppa, versata sul sole, fa sì che essa incenerisca tutti i malvagi, forse alludendo alla terza (invasione di zanzare), alla quarta (invasione dei mosconi) e alla quinta piaga d'Egitto (moria del bestiame), tutti eventi legati a un'estate estremamente torrida e siccitosa:

« Il quarto versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio » (16,8-9)

La quinta coppa colpisce direttamente l'Impero della Bestia: versata sul suo trono, lo sprofonda nelle tenebre, come nella nona piaga d'Egitto:

« Mosè stese la mano verso il cielo: vennero dense tenebre su tutto il paese d'Egitto, per tre giorni. Non si vedevano più l'un l'altro e per tre giorni nessuno si poté muovere dal suo posto. Ma per tutti gli Israeliti vi era luce là dove abitavano » (10,22-23)

« Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni » (16,10-11)

Secondo alcuni, questa piaga che colpì il cuore stesso dell'Impero Romano sarebbe una sovrapposizione tra il secondo grande incendio di Roma, avvenuto sotto il principato di Tito nell'81 d.C., e l'immane eruzione del Vesuvio, che il 24 agosto del 79 d.C. (ma qualcuno pensa piuttosto al 25 ottobre) cancellò dalla faccia della Terra Pompei, Ercolano e Stabia: in entrambi i casi il calore (del fuoco e del magma) incenerì migliaia di persone, e il fumo nero si levò così alto da oscurare il sole. Ma veniamo alla sesta coppa, che viene versata sull'Eufrate: il fiume si prosciuga e i popoli invasori possono fare irruzione nelle province orientali dell'Impero Romano. Si allude presumibilmente a un fatto storico ben reciso: essendo in secca il fiume che segnava i confini orientali dell'Impero, i Parti e gli Sciti poterono dilagare verso occidente:

« Il sesto versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufrate, e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell'oriente » (16,12)

La reazione della Trinità Satanica è terribile: come dal Santuario nel Cielo sono usciti i Sette Angeli, così dalla bocca del Drago, della Bestia e del Falso Profeta escono tre spiriti immondi, evidentemente demoni che vogliono contrapporsi agli Spiriti del Cielo, che hanno curiosamente la forma di rane. Esse richiamano così la seconda piaga d'Egitto:

« Il Signore disse a Mosè: "Comanda ad Aronne: Stendi la mano con il tuo bastone sui fiumi, sui canali e sugli stagni e fa' uscire le rane sul paese d'Egitto!" Aronne stese la mano sulle acque d'Egitto e le rane uscirono e coprirono il paese d'Egitto » (Esodo 8,1-2)

« Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili a rane: sono infatti spiriti di demoni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente » (16,13-14)

Da notare che la rana, analogamente ad altri animali che oggi noi consideriamo delle prelibate leccornie, era considerata impura dagli Ebrei osservanti, e quindi a buon diritto può incarnare uno spirito maligno:

« Fra gli animali che strisciano per terra riterrete immondi la talpa, il topo e ogni specie di lucertola, il toporagno, la rana, la tartaruga, la lumaca, il camaleonte » (Levitico 11,29-30)

Il versetto 15 appare come fuori contesto:

« Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne »

Probabilmente si tratta dell'inserzione di un copista che, facendosi il segno di croce davanti alla spaventevole visione dei tre spiriti maligni con corpo di rane, ha inserito qui l'ammonimento a vigilare sempre, temendo l'arrivo del Signore come si teme un guardone che ci spia dentro casa. Ma probabilmente a scatenare la reazione atterrita dell'ignoto copista contribuisce anche la famigerata parola che si trova nel versetto 16:

« E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armageddon »

Armageddon
Certamente è questa una delle parole più suggestive dell'intera Apocalisse, che ha dato il titolo anche ad un celebre film catastrofico del regista Michael Bay (1998), in cui la lotta era ingaggiata contro un meteorite gigantesco, intenzionato a distruggere la Terra. Ma qual è il suo senso? "Har Meghiddohn" in ebraico (testimonianza quindi delle origini ebraiche dell'Autore dell'Apocalisse) significa "montagna di Megiddo", e Megiddo è una località della Galilea, posta nella piana di Esdrelon, alle falde del Monte Carmelo, riportata alla luce dagli archeologi. Qui il 16 aprile 1457 a.C. (secondo altri nel 1479 a.C.) il faraone Tutmosi III combatté una battaglia decisiva che gli consentì di impadronirsi dell'intera Palestina, la prima della storia della quale abbiamo il resoconto completo, compilato dallo scriba del faraone. Ma, soprattutto, nel 609 a.C. vi si combatté la battaglia in cui, secondo 2 Re 23,29-30, trovò la morte il pio Giosia, ultimo grande re di Giuda, del quale abbiamo parlato nell'ipertesto dedicato ai Libri Storici della Bibbia.

Locandina del film catastrofico "Armageddon" (1998)

Il contesto storico è il seguente. Nel 612 a.C. il re dei Medi Ciassare ed il re di Babilonia Nabupolassar espugnarono Ninive, capitale dell'impero assiro, e così il faraone Necao II (610-595 a.C.), volendo contrastare il dominio babilonese sulla Mesopotamia, che avrebbe minacciato anche l'Egitto, entrò in guerra contro di loro. Per raggiungere la Mesopotamia doveva attraversare il regno di Giuda, ma Giosia gli sbarrò la strada con le sue truppe. Perché? Il re di Giuda, rimasto celebre per la sua riforma religiosa che eliminò dalla Giudea ogni traccia di paganesimo, non sapeva fare calcoli politici: per lui gli Assiri erano e restavano i nemici mortali che avevano raso al suolo Samaria e distrutto il Regno d'Israele, e così cercò di impedire a Necao di portare loro aiuto. Naturalmente il povero Giosia venne travolto dalle armate egiziane e morì in battaglia proprio presso Megiddo, cosicché quel luogo divenne simbolo di sconfitta rovinosa per il Popolo di Dio, nonché di dolore e sofferenza per la perdita di un sovrano lodato da tutti quale era Giosia.

È anche possibile che il riferimento a Megiddo sia dovuto ad un evento molto più vicino nel tempo alla composizione dell'Apocalisse: sembra infatti che l'esercito romano si sia radunato proprio presso Megiddo nel 67 d.C., durante le manovre per schiacciare l'insurrezione giudaica. Non è dunque incredibile che, individuando in questo suggestivo luogo il raduno degli eserciti del bene e del Male in vista della battaglia escatologica che prelude al Giudizio Finale, Giovanni abbia fatto riferimento a qualche evento del quale era stato testimone, o di cui aveva conosciuto dei testimoni oculari. Se è davvero così, appare corretta l'interpretazione secondo cui la settima coppa dell'ira di Dio si riferisce agli eventi che portarono alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Ecco il testo:

« Il settimo angelo versò la sua coppa nell'aria e uscì dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: "È fatto!" Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l'uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente.
Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine come una pioggia di talenti scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello » (16,17-21)

La descrizione è chiaramente iperbolica: ogni chicco di grandine pesa un talento, cioè circa mezzo quintale; le isole affondano, i monti si sciolgono e un terremoto devasta ogni opera creata dall'uomo. Presumibilmente l'Autore ritorce su Roma, "la grande città", una versione amplificata e devastante della distruzione della Città Santa operata dalle truppe di Tito. Anche allora la città venne praticamente rasa al suolo, come per effetto di un terremoto; il fatto che la distruzione di Babilonia/Roma avviene ad opera di cataclismi naturali indica che il regista della devastazione è il Signore, che fa bere all'Impero del male tutto il calice della propria ira fino all'ultima goccia. Per restare nell'ambito del parallelo mosaico di cui si è parlato sopra, a Roma tocca la stessa sorte del Faraone, le cui truppe non furono spazzate via da un esercito nemico ma dalla furia del mare, solo che nell'Apocalisse la violenza contro i seguaci della Bestia è praticamente centuplicata.

Un'edizione di "1984" di George Orwell

Ma attenzione. Chi, come noi, ormai conosce lo stile colorito di San Giovanni, tutto intrecciato di rimandi biblici e di immagini tolte dalle altre apocalissi dei suoi tempi, è avvertito a non prendere alla lettera gli elementi della descrizione, come fanno certe sette protestanti o i Testimoni di Geova; l'Autore non sta facendo una cronaca degli Ultimi Tempi così come un telecronista sportivo farebbe una cronaca di una partita di calcio. Più che perdersi nei particolari, talvolta oscuri ed enigmatici, del messaggio profetico, chi legge l'Apocalisse ai nostri giorni non deve mai perdere di vista l'insegnamento chiarissimo che risulta dalla pagina dal settenario delle coppe, che è questo: la superbia umana di un impero politico terreno, come quello di Roma pagana, mira invano ad instaurare un dominio duraturo, una statolatria usurpatrice dei fondamentali diritti del cittadino e del credente, che duri in eterno, come sognato da O'Brien, il "cattivo" del romanzo "1984" di George Orwell. La giustizia divina, quando la misura sarà colma, colpirà infallibilmente, travolgendo anche l'Impero che gli uomini crederanno più saldo e immarcescibile!

Per assistere a quale fine farà secondo Giovanni la superbia delle potenze di questo mondo, cliccate qui e passate alla pagina successiva.